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Rivoluzione in Sudamerica

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«Siamo socialisti del secolo XXI e ci ispiriamo a Simon Bolivar»...
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08/12/2010

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MARADONA: STOP BUSH “Bush ? Spazzatura umana”, parola di Diego Armando Maradona (come dargli torto?, ndr).

Centinaia di persone, tra cui molti tifosi del Boca Juniors, hanno salutato ieri sera a Buenos Aires El Pibe de Oro insieme alla comitiva di manifestanti che lo ha accompagnato sul treno 'Alba', che giungerà questa mattina a Mar del Plata, sede del IV Vertice delle Americhe dove si svolgerà una marcia di protesta contro la visita del presidente americano George W. Bush. “Per me è un orgoglio - ha dichiarato Maradona prima di partire - poter essere in questo treno e ripudiare questa spazzatura umana che è Bush”. Maradona aveva già attaccato duramente il presidente degli Stati Uniti nel corso di una recente intervista, all'Avana, per la sua trasmissione radiofonica 'La noche del 10': “Per me il comandante è un Dio - ha detto Maradona - Bush invece è un assassino. Gli argentini devono rifiutarsi che venga nel nostro Paese. Bush ci disprezza, ci vuole ai suoi piedi. Noi argentini abbiamo molti difetti, ma la dignità la manteniamo sempre”. L'ex Pibe de Oro, che sarà filmato nel suo viaggio dal regista Emir Kusturica, ha anche chiarito che lui e i manifestanti del treno vanno a Mar del Plata “per la dignità. Non andiamo per la violenza - ha spiegato - ma per difendere quello che è nostro”. Maradona ha indossato una maglietta con la scritta “Stop-Bush”. La grande marcia contro il presidente USA si svolgerà nelle vie di Mar del Plata e si concluderà nello stadio della città, dove parlerà anche il presidente “anti-Bush” del Vertice delle Americhe, il venezuelano Hugo Chavez. Entusiasta del viaggio anche Emir Kusturica: “È il treno della rivoluzione. Questo è un sogno molto romantico per me”, ha detto prima della partenza. Un altro dei passeggeri “vip” del treno di Maradona è il leader “cocalero” e candidato alle elezioni presidenziali in Bolivia Evo Morales: “Voglio condividere questa lotta che arriva dalle comunità - ha detto a Buenos Aires - per questo sono qui oggi”. Alla manifestazione di Mar del Plata parteciperanno associazioni antimperialiste, indigene del Sudamerica, di difesa dei diritti umani (come le Madres di Plaza de Mayo), ma gli organizzatori contano su una partecipazione massiccia della gente: nei giorni scorsi avevano parlato addirittura di una previsione di tre milioni di persone presenti al corteo.

Stop Bush project (Pubblicato su Ecplanet 12-11-2005) LA GUERRA DELLA COCA Nel primo semestre del 2006 erano stati nove i giornalisti assassinati nel continente sudamericano. In appena tre mesi - luglio, agosto e settembre - ne sono stati assassinati altri 13. Il caso più grave, proveniente dalla remota Guyana, è passato completamente sotto silenzio. L'8 d'agosto, una banda armata ha assaltato la sede del quotidiano “Kaieteur News” facendo cinque morti: Richard Stewart, Chetram Pergaud, Elion Wegman, Mark Mikoo, y Shazim Mohamed. In Colombia, due giornalisti radiofonici che lavoravano su denunce di corruzione, sono morti a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro: Milton Fabián Sánchez, 37 anni, è stato ammazzato a colpi di pistola il 9 agosto a Yumbo; Atilano Pérez Barrios è caduto in condizioni simili a Cartagena. In condizioni simili, in Venezuela, Jesús Flores Rojas, è stato ammazzato a pistolettate il 23 agosto. Un altro giornalista radiofonico, Eduardo Maaz, guatemalteco, è stato ucciso con cinque colpi di pistola il 10 settembre. In questo caso, unico, il suo presunto assassino, di nome Orlando Vázquez, è stato arrestato 48 ore dopo il crimine. Il 28 di agosto, nel Salvador, Douglas Hernández, 26 anni, mentre stava investigando a El Congo - è la versione ufficiale - è stato vittima del fuoco incrociato tra poliziotti e presunti delinquenti. Nella Repubblica Dominicana, negli ultimi tre mesi sono stati assassinati due giornalisti: Domingo Disla Florentino, avvocato e giornalista, assassinato a Boca Chica, e Facundo Lavatta, corrispondente di Radio Comercial. Mercedes Castillo, Presidente dell'Ordine dei Giornalisti dominicano, ha denunciato l'insostenibile livello di aggressioni, minacce di morte, sequestri lampo, interrogatori abusivi che subiscono i giornalisti del paese. I colpevoli appartengono a tre categorie: narcotrafficanti, membri di bande criminali (le “pandillas”) ma anche uomini di scorta ad alte personalità. In Messico, il nove agosto è stato trovato il cadavere di Enrique Perea Quintanilla, direttore della rivista “Dos Caras, Una Verdad”. Stava lavorando su casi di omicidi non risolti dalla polizia nello stato di Chihuahua e il suo corpo presentava evidenti segni di tortura. Ma gli omicidi non completano le statistiche. Ci sono anche i sequestri, i ferimenti, gli attentati, per non parlare delle minacce personali e alle famiglie che rendono arduo il lavoro informativo. Il caso più clamoroso si è avuto il 12 agosto a San Paolo, in Brasile, dove l'organizzazione criminale “Primer Comando de la Capital” (PCC) ha sequestrato un giornalista ed un tecnico della TV Globo. Il secondo è stato liberato con un video sulle condizioni di vita nelle carceri brasiliane che la televisione ha mostrato per ottenere la liberazione del primo. Infine, nell'elenco dei fatti più clamorosi, il primo settembre a Merida, una granada è esplosa nella sede del periodico “Esto” e il 22 agosto raffiche di mitra sono state sparate contro la sede della Radio Universidad di Oaxaca in Messico. Tutto questo è il risultato di una guerra civile che da più di 40 anni sta insaguinando il sudamerica: la guerra della coca.

Il 23 settembre scorso, aveva fatto sensazione la performance del presidente boliviano Evo Morales che ha sventagliato una foglia di coca davanti l'assemblea delle Nazioni Unite a New York. Abito colorato, viso angelico, ad un certo punto del suo discorso Evo Morales ha estratto dalla tasca un'innocente foglia di coca e l'ha fatta vedere a tutti i presenti. E a tutti ha ricordato l’uso ancestrale che in Bolivia si fa della pianta della coca: dai medicinali alle tisane ma serve anche a far svanire la fame e la fatica da lavoro alle tremende altitudini degli altipiani boliviani. Morales, che non si è certo risparmiato di offrire informazioni relative alla pianta, ha soprattutto chiesto di non criminalizzare la foglia di coca solo perché il suo uso è stato snaturato dai narcotrafficanti. Il numero uno boliviano, che prima di darsi alla politica è stato un leader sindacale dei contadini “cocaleros”, che coltivano la coca, ha chiesto come mai la foglia di coca che si usa per produrre Coca Cola sia legale, mentre quella boliviana utilizzata per produrre medicinali sia considerata fuorilegge. Morales ha poi spiegato la differenza tra coca e cocaina: “la foglia di coca è di colore verde, il colore rappresentativo della cultura andina e della speranza delle popolazioni indigene. Non è bianca come la cocaina”. E poi ha continuato: “Vogliamo dire anche che le università statunitensi in collaborazione con quelle europee hanno studiato a fondo gli effetti della foglia di coca e hanno confermato che non danneggia assolutamente la salute umana”. Riguardo al narcotraffico: “Siamo coscienti del fatto che il narcotraffico sia un problema. Abbiamo, però, cercato di risolverlo”. La Bolivia contende a Haiti il triste record di paese più povero del continente americano e Morales ne è consapevole. “Siamo un paese con problemi economici ma abbiamo lottato contro il narcotraffico mettendo dei freni alla produzione”. Riguardo alla politica estera USA. “Gli Stati Uniti hanno detto che non accettano l'esistenza delle coltivazioni della pianta della coca e che ci possono mettere in condizione di modificare le nostre regole. Ecco io dico all'amministrazione statunitense che non cambieremo le nostre regole, e non accettiamo minacce da nessuno. Crediamo che la loro forma di lotta al narcotraffico sia uno strumento per colonizzare nuovamente i paesi andini. Questo non lo accettiamo e non lo permetteremo”. Riguardo la guerra alla droga: “La guerra alla droga non può essere uno strumento o un pretesto con il quale gli USA sottomettono i Paesi della regione andina. Come hanno fatto con la guerra preventiva che hanno inventato per intervenire in alcuni paesi del Medio Oriente. Quindi chiedo all'ONU che vengano firmati accordi che aiutino a combattere il narcotraffico e non che questo sia scusa o pretesto per dominarci o per umiliarci”.

A dare manforte al suo collega boliviano, è salito in cattedra qualche giorno dopo il presidente venezuelano Hugo Chavez, che ha definito Bush “il diavolo in persona”: “Il diavolo è stato qui ieri - ha detto il carismatico presidente di Caracas, facendosi il segno della croce - ha parlato da questo stesso podio dal quale vi parlo io e c'è ancora puzza di zolfo. Ieri, il presidente degli Stati Uniti, la persona che io chiamo il diavolo, è venuto qui e ha parlato come se fosse il padrone del mondo”. Chavez non ha solo attaccato “il portavoce dell'imperialismo”, ha tuonato anche contro le Nazioni Unite che, dice, “non hanno più bisogno di riforme ma di una rifondazione: l'organismo nato dopo la Seconda Guerra Mondiale è crollato”. Mostrando la copia di copia di un saggio di Noam Chomsky, “Egemonia o Sopravvivenza: I rischi del dominio globale americano”, Chavez ha consigliato a tutti gli americani di leggerlo, “invece di guardare i film su Superman”. 'Silenced by the gun' 03-04-2005 New information emerges about motives behind the "Kaieteur News" killings 22-082006 Twenty-Eight Journalists Killed in Eight Latin American Countries in 2006 25-012007 DOMINICAN REPUBLIC: Media Targeted for Threats, Lawsuits 29-09-2008 Bolivian president Evo Morales brandished a coca leaf on the floor of the United Nations 22-09-2006 Chavez Calls Bush 'The Devil' 20-09-2006 Bolivian President Chews Coca During Speech At UN 11-03-2009 (Pubblicato su Ecplanet 19-10-2006 Fonti: Peacelink / Peacereporter)

RIVOLUZIONE IN SUDAMERICA La guerra di Bush dopo l'11 settembre 2001 è stata chiamata in più modi: lotta del Bene contro il Male, difesa della libertà, battaglia per la democrazia nel mondo. La verità è che, dietro i proclami solenni, si nasconde un progetto di dominio planetario. È questa la tesi di fondo che Noam Chomsky espone in “Egemonia o Sopravvivenza”. Chi, come Chomsky, ha esaminato tutte le guerre americane degli ultimi quarant'anni, sa benissimo che l'attuale orientamento dei “neocon” non è la risposta ad un attacco inatteso, ma la prosecuzione della strategia inaugurata da Reagan e perfezionata dai falchi della Casa Bianca capeggiati da Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz. I nobili principi sciorinati per giustificare l'opzione militare, divenuta sempre più normale in un quadro politico dominato dai rapporti di forza, sono in realtà la “fabbrica del consenso” della superpotenza che distrugge il mostro Saddam Hussein dopo averlo creato in funzione anti-iraniana, che trasforma il dittatore foraggiato fino al giorno prima nel Nemico Pubblico. La guerra per la democrazia è rivolta solo contro i cosiddetti “stati canaglia” che non accettano l'imperialismo statunitense - ignorando completamente altri paesi alleati dell'America come Israele, Arabia Saudita e Turchia, in cui pure la violazione dei diritti umani è sistematica. L'arbitraria selettività negli obiettivi da colpire toglie ogni credibilità all'esportazione del modello democratico e addita la politica degli Stati Uniti come principale fattore d'instabilità internazionale. Il loro progetto di egemonia mondiale, infatti, mette a rischio la sopravvivenza stessa del pianeta e, anziché liberarlo dalla minaccia del terrorismo, mira a tenerlo in uno stato di perenne terrore, per poterlo piegare sempre più ai propri interessi. D'altronde, l'America è una nazione fondata sul genocidio (quello dei popoli nativi), sullo schiavismo (del popolo africano), sul razzismo (stile ku-klux klan), sulla “guerra infinita”. LA RIVOLTA DI OAXACA All'inizio del secolo XX, il governo di Porfirio Díaz affrontò l'ennesima ribellione degli yaquis deportando gli indios arrestati in Yucatan, Jalisco, Tlaxcala e Veracruz. All'inizio del secolo XXI, l'amministrazione di Vicente Fox risponde all'insurrezione di Oaxaca inviando i 141 arrestati nella prigione di San José del Rincón, in Nayarit. “La tolleranza è finita”, ha detto il generale Ardelio Vargas, capo di Stato Maggiore della Polizia Federale Preventiva (PFP), uno degli eroi, insieme all'ammiraglio Wilfrido Robledo, della repressione di Atenco (la località dove a maggio la polizia fu lasciata libera di stuprare oltre 40 donne). I suoi cani sono per strada. Lanciano lacrimogeni, picchiano con brutale violenza, fermano senza mandati di cattura, invadono abitazioni senza autorizzazione, distruggono proprietà, occupano ospedali e cliniche, impediscono il libero transito delle persone, offendono sessualmente le donne. Gli arrestati vengono sono

maltrattati, torturati e rinchiusi con i detenuti comuni. Non si permette che i loro difensori e familiari li visitino. Poi sono deportati. Il 27 ottobre 2006, i sicari al servizio del governatore Ulises Ruiz hanno percorso la città di Oaxaca sui convogli della morte sparando e sequestrando membri della APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), che da alcuni mesi aveva iniziato azioni di protesta esigendo le dimissioni di Ruiz. La maggioranza dei 20 omicidi perpetrati contro attivisti, tra cui Brad Will, un fotografo di indymedia, è di loro responsabilità. La presenza massiccia della PFP (Policía Federal Preventiva) a Oaxaca, lo scorso 25 novembre, non ha impedito che le proteste contro Ulises Ruiz si mantenessero vive. Non ha disarticolato l'organizzazione popolare né frenato la rivolta. La decisione di attaccare è venuta, come è stato ampiamente dimostrato, dalla PFP. L'ordine è stato quello di attaccare e sono andati a massacrare i manifestanti: tre morti, più di cento i feriti, 221 fermati. Edifici storici come la sede del Tribunale Superiore di Giustizia e del Teatro Juárez sono stati incendiati, così come la Segreteria del Turismo, la delegazione della Segreteria delle Relazioni con l'Estero, i quattro tribunali giudicanti del Potere Giudiziario della Federazione, una filiale bancaria di Banamex, una casa privata e l'Associazione degli Hotel e dei Motel. Il conflitto era iniziato il 22 maggio scorso, con uno sciopero di 70.000 maestri per rivendicazioni salariali, ma la situazione si è radicalizzata il 14 giugno, quando la polizia statale ha cercato di far sgombrare con la forza gli educatori. La violenta repressione a Oaxaca è la spilla d'oro con la quale Vicente Fox chiude il suo sessennio, ma è anche il biglietto da visita di Felipe Calderón. Senza ammetterlo, hanno decretato nei fatti uno Stato d'assedio. Nello stato, le garanzie individuali sono sparite. Tutti i gruppi, APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), FAP (Frente Amplio Progresista) e gli altri movimenti popolari, hanno deciso di unire le proprie forze convergendo verso la formazione di un unico fronte di resistenza, con l'obiettivo unico di insistere nel chiedere la definitiva uscita di scena del governatore Ulises Ruiz e di riavere liberi tutti i detenuti irregolari. A Oaxaca, afferma Edgar Cortés, della Rete Messicana in difesa dei Diritti Umani, vengono violati contestualmente i cinque punti più deboli dell'intera situazione dei diritti umani nel paese: la tortura sistematica, l'accessibilità della giustizia, la connessione con i crimini del passato, i tribunali militari, che impediscono di giudicare i crimini di questi ultimi da parte di tribunali civili, e la violazione dei diritti collettivi delle comunità indigene. Il diritto alla libertà di espressione è violato specialmente ad Oaxaca: il 27 ottobre, Bradley Roland Will, un giornalista nuiorchese di Indymedia, è rimasto ucciso insieme al Professor Emilio Alonso Fabián e Esteban López Zurita. La polizia ha anche arrestato Bertha Muñoz, pilastro di Radio Universidad, diventata un simbolo della protesta. Il 29 di ottobre la PFP inizia dalle prime ore

del giorno ad entrare allo Zocalo di Oaxaca. Dopo un lungo giorno di avanzamenti e ripiegamenti, durante la notte prende il controllo della piazza. Oggi la APPO non ha media dai quali parlare. L'ultima persecuzione è proprio rivolta ai difensori dei diritti umani vittime di sistematiche campagne di discredito personale e di diffamazione (difendono i terroristi).Joel Aquino, studioso e rappresentante delle comunità indigene, ha analizzato i metodi repressivi utilizzati da Ruiz, e dall'appena insediato Felipe Calderón. Nota che sono gli stessi utilizzati dalle dittature militari e qui in Messico dalla dittatura di Porfirio Díaz (1876-1910): allontanamento dai luoghi di residenza, isolamento, trappole che rendono difficile la difesa. Il punto più caldo è la questione di Nayarit, la località tra gli stati di Jalisco e Sinaloa, a 16 ore di autobus da Oaxaca dove 140 prigionieri politici sono stati trasferiti immediatamente dopo l’arresto tra il 25 e il 28 ottobre. In un muro della città di Oaxaca c'èra questa scritta: “Il fascismo è repressione delle lotte dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della menzogna e odio, molto odio”. L'hanno affogata sotto un'alluvione, litri di pittura, quella scritta. MORTE A OAXACA 2006 Oaxaca protests - Wikipedia Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca - Wikipedia CON FIDEL CONTRO GLI USA L'Avana, 2 dicembre 2006. «Cuba non è più sola contro l'imperialismo». È il messaggio che ha portato il presidente boliviano Evo Morales arrivato all'Avana per partecipare alle celebrazioni per l'ottantesimo compleanno di Fidel Castro e per l'anniversario della Rivoluzione. «Adesso non c'è più un solo Paese e un solo comandante che fanno fronte all'impero. Adesso alcuni altri paesi, alcuni altri popoli e alcuni altri presidenti si sono aggregati alla lotta antimperialista», ha detto Morales. «Dall'America Latina, dobbiamo estenderci all'Africa e, perché no, formare anche una grande alleanza con Paesi del Medio Oriente per farla finita con l'imperialismo americano», ha aggiunto, qualificando Castro come «fratello maggiore, amico, saggio, compagno instancabile nella lotta antimperialista». «Gli ho portato in regalo, come promesso - ha concluso - uno sformato a base di coca». Il presidente indio della Bolivia Evo Morales sta catalizzando le speranze di riscossa del grande popolo latinoamricano, oppresso da troppo tempo. Morales, che ha avuto il coraggio di proclamare guerra agli Stati Uniti in un discorso memorabile davanti la platea delle Nazioni Unite, dove ha anche sventolato una foglia di coca, ha emesso

un decreto che formalizza la nazionalizzazione dell'industria del gas. In carica da circa un anno, Morales a maggio ha dato l'avvio ad un piano di nazionalizzazione del settore energetico, sia per il petrolio che per il gas. Una mossa simbolica, dato che le riserve naturali di gas della Bolivia sono le seconde per grandezza del Sud America, e fanno gola ad oltre 26 compagnie energetiche straniere. Il giorno della sua trionfale investitura, Morales aveva proclamato: «Il mio sarà un governo di uguaglianza, giustizia sociale, equità e pace, che metterà fine al neoliberalismo sfruttatore». Poi, rivolgendosi al suo popolo, ha promesso: «Finirà l'odio e il disprezzo a cui, come indios, siamo sempre stati sottoposti». L'annunciato programma di nazionalizzazione degli idrocarburi non è completo, ma i contratti stipulati con le multinazionali – anche con quelle che in futuro probabilmente saranno espropriate – è un passo avanti fondamentale. Ora le aziende non potranno più permettersi il lusso di fissare un prezzo per il gas boliviano inferiore ai parametri regionali come quando vendevano alle loro succursali all'estero. I primi introiti derivanti dalla nazionalizzazione saranno utilizzati nella lotta contro l'analfabetismo: Morales ha già istituito un buono di 25 dollari, chiamato “Juancito Pinto”, a favore di più di un milione di bambini che frequentano le scuole primarie. Per questo programma, Cuba ha ricevuto il premio Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura) per l'alfabetizzazione. JACHA URU Domenica 22 gennaio 2006, il giorno dell'ufficializzazione alla Presidenza, dirigendosi verso le centinaia di migliaia di indios che volevano salutare il loro Presidente in Plaza de los Héroes, Evo Morales ha raccontato che nella mattina di quel giorno aveva fatto un sogno che gli parlava di un "Jacha Uru" (l'alba dopo il cataclisma). «Solo alle quattro del mattino sono riuscito a riprendere sonno e durante questa breve dormita ho sognato che mi trovavo su una sponda del lago Poopó, e che dall'altra sponda sorgeva il sole, brillante». Nell'antica società quechua-aymara ai nati in un giorno di sole si dava il nome di Tupac, che nel doppio idioma degli Incas significa “illuminato” o “risplendente”. Uno dei reggenti più saggi del regno si chiamava Tupac Yupanki, che tradotto nel nostro spagnolo significherebbe “il solitario illuminato”. Tupac Amaru nel nord quechua del lago Titicaca e Tupac Katari nel sud aymara del lago sacro furono capi che non solo trovarono la medesima tragica fine nella lotta contro gli spagnoli. Il nome di entrambi ha lo stesso significato: serpente risplendente. Amaru in quechua e Katari in aymara significano vipera o serpente, animale che nella cosmogonia andina è simbolo della sapienza e della pazienza, sotto la luce sempre splendente del primo nome Tupac. Il primo Presidente Indigeno della Bolivia potrebbe chiamarsi ufficialmente Tupac Evo Morales, l'Aymara.

“È arrivato il gran giorno, lo Jacha Uru”, ha annunciato il 6 agosto scorso, durante la cerimonia di inaugurazione dell'Assemblea Costituente, svoltasi nella capitale Sucre, il presidente indio del paese boliviano, Evo Morales. Lo Jacha Uru, per gli indigeni Aymara – popolo a cui appartiene Morales significa il giorno del principio. Ed è proprio quello che l'Assemblea Costituente rappresenta almeno per il 60% dei boliviani, ovvero la maggioranza amerinda che vive quelle terre dalla notte dei tempi: una speranza concreta di poter tornare a riprendere il pieno possesso di quanto spetta loro per diritto naturale, la possibilità di riafferrare le redini del futuro politico, economico e sociale del loro paese. La Nuova Costituzione, che scaturirà da 12 mesi di camera di consiglio, dovrà disegnare la Bolivia degli Aymará e dei Quechua, degli Uru-Chipaya e dei Guaraní, di tutti quei 36 gruppi originari che, pur in maggioranza, dalla conquista in poi hanno vissuto in uno stato di emarginazione e sottomissione, quindi di miseria totale. Nonostante, dalla rivoluzione nazionale del 1952, gli indigeni abbiano ottenuto alcuni diritti costituzionali, come il voto, le loro condizioni di vita non sono mai migliorate, anzi. L'urbanizzazione e la modernizzazione hanno addirittura cancellato l'identità culturale di molti gruppi. “Siamo di fronte ad una refundacion della Bolivia – ha sottolineato Morales riferendosi ai 255 membri della Costituente – e siamo obbligati a comprenderci”. Il suo è un appello a cercare la via degli accordi per consenso, metodo tradizionale Aymará, “che non è né autoritarismo né assolutismo”, bensì la forma più equa di vegliare sugli interessi della maggioranza. “L'Assemblea Costituente – ha specificato – non esiste per sottomettere nessuno. I popoli originari non sottometteranno nessuno, nonostante siano stati ampiamente sottomessi; non discrimineranno nessuno, nonostante siano stati discriminati; e giammai sfrutteranno, nonostante siamo stati sfruttati”. Poi un auspicio, che i membri della costituente si trasformino in “strumenti di una rivoluzione democratica e culturale di profonde trasformazioni e siano una luce per altri popoli fratello, che lottano per cambiare la loro storia”. Un'assemblea frutto di consensi e compromessi, ma, per decisione del popolo che l'ha votata, espressione della maggioranza. A presiederla una donna, simbolo del cambiamento radicale che sta vivendo il paese: Silvia Lazarte, indigena quechua, umile dirigente contadina, rappresentante del Movimento al Socialismo (MAS), partito di Morales. Accanto a lei, nella direzione, altri cinque esponenti del MAS, ma anche membri dell'opposizione: uno per il Podemos, uno per Concertazion Nacional, uno per Unidad Nazional, uno per Alianza Social, e infine uno per l'MNR. Risoluta nel suo discorso inaugurale, la

presidente Lazarte ha puntato il dito contro la discriminazione cronica della donna all'interno del nucleo familiare, dentro i sindacati, nel mondo del lavoro e in quello della politica, ammettendo però che il suo esempio è, appunto, un segno che qualcosa sta cambiando. Grazie a lei, l'Assemblea Costituente avrà una forte impronta femminile. E giovanile, dato che l'82% dei rappresentanti eletti ha fra i 20 e i 50 anni. Fra migliaia di boliviani in festa, che hanno applaudito e acclamato per più di due ore i costituenti, l'Assemblea ha aperto la sessione che avrà un anno per presentare alla nazione la Magna Carta dei sogni boliviani. La Magna Carta dei sogni boliviani 08-08-2006 Silvia Lazarte entrega nueva constitución a Evo Morales 31-12-2007 Túpac Amaru II - Wikipedia Túpac Katari - Wikipedia DICHIARAZIONE DI COCHABAMBA Cochabamba, Bolivia, 10 dicembre 2006. L'aspirazione all'unità e alla complementarietà ha acquistato forza per le 12 nazioni componenti la Comunità Sudamericana delle Nazioni (CSN), dopo che i loro presidenti hanno assunto nuovi progetti di cooperazione. I presidenti di Bolivia, Brasile, Venezuela, Perù, Cile, Paraguay, Uruguay e Guyana, così come i rappresentanti dei presidenti assenti di Colombia, Ecuador, Suriname e Argentina, hanno deciso sabato di collocare la prima pietra del processo d'integrazione, firmando in calce un testo finale denominato anche Dichiarazione di Cochabamba. Il documento riconosce l'influenza negativa del processo di globalizzazione nelle economie della regione, cosa che ha reso necessario cominciare a costruire alternative. Queste, precisa il testo, puntano alla ripresa della crescita e alla preservazione degli equilibri macroeconomici. La dichiarazione riconosce inoltre che è necessario mettere l'accento sulla redistribuzione della rendita come strumento per l'eliminazione dell'esclusione sociale e la riduzione della povertà, così come per diminuire la vulnerabilità esterna. L'integrazione regionale è, di fronte a questa situazione, uno strumento per evitare che la globalizzazione approfondisca le asimmetrie e contribuisca all'emarginazione economica, sociale e politica. Questi problemi – aggiunge – si sono trasformati negli ultimi anni in una preoccupazione centrale di tutti i governi nazionali e la loro risoluzione è necessaria per costruire un mondo multipolare, equilibrato, giusto e basato su una cultura di pace. I presidenti sudamericani si sono proposti un nuovo modello d'unità, con una sua identità peculiare, pluralista, rispettosa di diversità e differenze, nonché delle diverse concezioni politiche e ideologiche. La terza edizione di questi incontri si svolgerà l'anno prossimo nella città colombiana di Cartagena de Indias. Mentre Caracas sarà sede di un Summit energetico, e Río de Janeiro svolgerà la funzione di segreteria del gruppo di nazioni. Il

Summit dei presidenti del Sudamerica si è svolto simultaneamente al Forum Sociale Mondiale per l'Integrazione dei Popoli, che ha visto la partecipazione di più di 4.000 delegati provenienti da tutte le parti del mondo, a nome di più di 300 organizzazioni. Il presidente boliviano Evo Morales ha ribadito che questa città e il suo paese saranno il centro e lo scenario storico della creazione della lungamente attesa Unione Sudamericana. Il capo di stato Boliviano ha detto che l’unità continentale è vicina come non lo è mai stata prima e ciò si deve fondamentalmente alla lotta dei movimenti sociali. La chiusura del Forum Sociale e del Vertice dei presidenti sudamericani ha visto un grande concerto con canti e balli tradizionali, che ha suggellato l'unità di migliaia di uomini e donne che, dalla città di Cochabamba, hanno scommesso su una nuova America Latina. L'America Latina verso un futuro alternativo 26-02-2007 The Declaration of Cochabamba (Bolivia) - In Defence of Humanity L'ALTRA CAMPAGNA Passamontagna, giacca militare e l'immancabile pipa: questi gli elementi attraverso i quali il mondo ha imparato a riconoscere il Subcomandante Marcos, guida carismatica del movimento rivoluzionario in Chiapas, icona mediatica e manifesto vivente di tutte le minoranze oppresse del pianeta. Secondo i dati in possesso del governo messicano, Marcos si chiamerebbe in realtà Rafael Sebastian Guillén Vincente, proverrebbe da una famiglia di commercianti di Tampico, avrebbe studiato filosofia e insegnato Tecniche della Comunicazione prima di scomparire nella clandestinità. Se anche l'età del Subcomandante é motivo di discussione, la sua data di nascita come simbolo della lotta al neoliberismo più spietato si può indicare con certezza; 1 gennaio 1994. In questo giorno entra in vigore il cosiddetto NAFTA, un accordo commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico che favorisce le grandi multinazionali alimentari e industriali a totale svantaggio delle piccole imprese, spesso a conduzione famigliare, tipiche dell'area sud messicana. Il Chiapas in particolare, una regione a maggioranza india già colpita da ripetute violazioni dei diritti umani e civili, sembra destinata a pagare il prezzo più alto. Ma proprio nel Chiapas, pochi giorni dopo l'entrata in vigore dell'accordo, scoppiano le prime rivolte di indios organizzate dal ricostituito Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) guidato da Marcos. Gli anni successivi sono segnati da un violento braccio di ferro tra gli zapatisti e l'allora presidente del Messico Ernesto Zedillo, accanito sostenitore delle politiche economiche neoliberiste e

fedele alleato del governo di Washington. Tra il ’95 e il ’96, con l'acuirsi delle tensioni, si intavolano i primi accordi tra forze ribelli e autorità. Nel 1996, si arriva al primo patto sociale per la tutela dei diritti degli indios, siglato a San Andrés Larráinzar. Ma le relazioni tra EZLN, indios e governo centrale continuano a restare instabili. Nel 1997, a Acteal, in seguito a un'irruzione militare, furono massacrati 45 indios. L'azione produce un insperato effetto boomerang: dopo l'eccidio si moltiplicano i gruppi armati zapatisti e, nel 1999, in una consultazione popolare organizzata dall'EZLN, più di due milioni di messicani si pronunciano a favore dei diritti degli indios. Marcos nel frattempo é diventato un eroe di dimensioni planetarie. Così come il volto di Che Guevara era stato capace di catalizzare l'attenzione di milioni di uomini e donne di ogni età e latitudine, l'identità negata di Marcos lo assurge a simbolo di una lotta universale: «Marcos è gay a San Francisco, un nero in Sud Africa, un asiatico in Europa, un chicano a San Isidro, un americano in Spagna, un palestinese in Israele, un indigeno per le strade di San Cristóbal, un ebreo in Germania, una femminista in un partito politico, un pacifista in Bosnia, una casalinga in un qualunque sabato sera in una zona qualunque del Messico, uno studente in sciopero, un contadino senza terre, un editore underground, un lavoratore disoccupato, un dottore senza pazienti e, certo, uno zapatista nel sud-est del Messico». La storia dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale vede il suo primo spettacolare epilogo l'11 marzo 2001: dopo una lunga marcia partita da San Cristóbal de las Casas in Chiapas, Marcos e gli altri leader dell'EZLN entrano a Città del Messico, accolti da centinaia di migliaia di persone, per chiedere ufficialmente il riconoscimento costituzionale dei diritti degli indios. È la prima volta che un gruppo ribelle fa il suo ingresso nella capitale dopo le imprese di Pancho Villa ed Emiliano Zapata. Nel giugno 2005, l'EZLN, dopo un'importante assemblea durata diversi giorni, che ha coinvolto tutti i popoli zapatisti, emette la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. In base a questo documento, l'EZLN si impegna ad affiancare a tutte le sue attività precedenti quella che verrà definita in un successivo comunicato del Subcomandante Marcos l' “Altra Campagna”: l'EZLN ha deciso di uscire dai propri confini ed incontrare qualunque gruppo (non importa se politico, sociale, collettivo, culturale, artistico, etc.) che si dica di sinistra, che possa contribuire a salvare il paese dalla crisi. L'intenzione è di creare un movimento unico di rivolta nazionale che possa andare a sostituire con proposte dal basso l'attuale sistema elettorale. Questo viene infatti giudicato corrotto e malfunzionante - e neanche gli esponenti del PRD, il Partito Rivoluzionario Democratico, ovvero la sinistra messicana, sono esenti da queste critiche. Le riunioni si sono tenute in Agosto ed in Settembre, per poi arrivare, il 16 settembre, ad una assemblea plenaria di tutti i gruppi, in cui si delinea quello che sarà il progetto di attuazione dell'Altra Campagna: un'altra serie di viaggi ed incontri, di cui uno internazionale (detto dall'EZLN “intergalattico”), aperto a gruppi provenienti da paesi esteri. Il Chiapas è uno stato estremamente ricco di risorse (in particolare petrolio e biodiversità) e la maggior parte dell'energia elettrica messicana viene generata proprio qui. Ciò nonostante, i popoli indigeni sono i più poveri di tutto il Messico. L'autonomia a cui mirano gli zapatisti comprende anche il controllo sull'uso di tali risorse, il ché non è ben visto nel dal governo né dalle compagnie che le sfruttano. Ciò che l'EZLN maggiormente desidera è che i popoli indigeni escano finalmente da secoli di povertà, oppressione e ignoranza, senza però perdere la loro cultura, le tradizioni, lo

stile di vita. Lotta perché venga rispettata l'autonomia dei loro territori, una sorta di autogoverno che si sostituisce al governo dello stato del Chiapas, che degli indigeni non tiene conto. In questo modo difendono anche concetti che il resto della società messicana non ammette, come la proprietà comunitaria e il governo dal basso. Per Marcos valgono ancora, oggi più che mai, le parole del suo eroico predecessore, Ernesto Che Guevara: “Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l'imperialismo, è un appello vibrante all'unità dei popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati Uniti d'America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria”. Hasta la Victoria, Siempre! Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale - Wikipedia Enlace Zapatista Foro social americas The Narco News Bulletin (Pubblicato su Ecplanet 18-12-2006) Il presidente venezuelano Hugo Chavez, nel discorso pronunciato in occasione del giuramento dei ministri, ha annunciato che intende procedere a un vasto programma di nazionalizzazioni, arrivando ad affermare che «tutto quello che è privatizzato sarà nazionalizzato. Chavez ha citato in particolare i settori dell'energia elettrica e della telefonia, preconizzando inoltre che la Banca centrale venezuelana dovrà perdere la sua autonomia. Il capo dello Stato ha precisato che presenterà un testo di legge in base al quale il Parlamento gli affiderà poteri speciali, tali tra l'altro di consentirgli di assumere il controllo dei settori strategici dell'economia, considerati di importanza vitale per la sicurezza e la difesa del Paese. Più in generale, egli vuole riformare «in profondità» la Costituzione, per andare verso una «Repubblica Socialista del Venezuela», in sostituzione dell'attuale «Repubblica Bolivariana del Venezuela». Tra le imprese che Chavez intende nazionalizzare figurano la Electricidad de Caracas (EDC) e la Compania Anonima

Nacional Telefonos de Venezuela (CANTV). Passeranno inoltre sotto la mano pubblica tutte le attività di raffinazione del greggio che si svolgono negli impianti della cosiddetta Cintura Petrolifera dell'Orinoco, ora controllate da compagnie straniere. Il solo annuncio, ha sferrato un duro colpo alla Borsa di Caracas che, dopo aver chiuso l'anno al massimo storico (+156% nel 2006), è crollata a -18,96%, mentre le azioni della CANTV perdevano 30,27 punti e le operazioni su quelle dell'impresa Electricidad de Caracas sono state sospese quando hanno superato quota -20%. Nello stesso tempo, a Washington, Gordon Johndroe, uno dei portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, ha avvertito che nel caso Chavez concretizzasse il suo proposito, «le imprese USA colpite dovranno essere compensate in modo rapido e giusto». La CANTV è controllata dalla multinazionale USA Verizom con il 28,5% delle azioni. Ne fanno parte anche la Telefonica spagnola, lo stesso governo venezuelano e i suoi dipendenti. Il leader del Venezuela, apertamente, anti-americano, sta suscitando scalpore e preoccupazione col suo progetto di Repubblica Socialista. L'opposizione ha accusato Chavez, al potere dal 1999, di voler trasformare il quarto esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti in un'economia centralizzata sullo stile di Cuba. Chavez, che a dicembre ha ottenuto il 63% delle preferenze, ha fornito ulteriori elementi per un parallelo con Fidel Castro formando un partito unico per guidare la sua rivoluzione, ma insiste sul fatto che tollererà sempre l'opposizione. «Combattente delle cause giuste», «fratello», «rivoluzionario». E dopo la ratifica di una serie di accordi nei settori energetico ed industriale, anche alleato per una nuova politica di «integrazione dei popoli e costruzione di un mondo bipolare». Il dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato accolto da Hugo Chavez, al suo arrivo a Caracas, al grido di «Morte all’imperialismo USA !». I due capi di Stato si sono riuniti nel palazzo presidenziale di Miraflores, nella capitale venezuelana. L'incontro si è concluso con la firma di una serie di accordi strategici relativi ai settori energetico ed industriale. I due presidenti hanno detto di essere pronti a spendere miliardi di dollari per aiutare i paesi del mondo a liberarsi dal dominio americano. La strana coppia, Chavez e Ahmadinejad, ha anche rivelato l'esistenza di progetti per realizzare un fondo congiunto del valore di due miliardi di dollari per il finanziamento di investimenti in Iran ed in Venezuela. Tali fondi dovranno servire anche alla realizzazione di progetti in paesi terzi amici. Chavez e Ahmadinejad hanno poi auspicato nuove riduzioni della produzione di greggio da parte dei paesi OPEC, per salvaguardare gli attuali livelli del prezzo dell'oro nero, sceso del 14% dall'inizio dell'anno. I due leader si sono impegnati a «decuplicare gli sforzi» per convincere l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio della bontà delle loro ragioni. Il presidente venezuelano ha aggiunto che i due paesi «continueranno ad agire come sempre e a parlare con una stessa voce». Il presidente iraniano ha iniziato così i quattro giorni di visita in America Latina alla ricerca di partnership economiche e politiche. Destinazioni: Nicaragua, attualmente presieduto dall'ex guerrigliero marxista, Daniel Ortega; Ecuador, per partecipare alla cerimonia di investitura del neo-presidente Rafael Correa, un economista di sinistra; Bolivia, per un incontro con il presidente socialista boliviano Evo Morales.

La visita del dittatore iraniano ha suscitato però anche qualche critica. Come quella del brasiliano Lula, che ha messo in guardia dal «flirt con l'autoritarismo» del presidente venezuelano. Chavez, da parte sua, tutto preso dalla sua retorica socialista, dopo Castro, Che Guevara e Mao Tse-Tung, ha aggiunto alla sua lista di riferimenti ideologici Trotzki e due italiani: Antonio Gramsci e Toni Negri. Confermando la sua ferma intenzione di trasformare il Venezuela in una sorta di Unione Sovietica vecchio stampo, leninista e trotzkista. Del rivale di Stalin esalta il concetto della «rivoluzione che non finisce mai». Quanto al modello economico, promette una completa «rivoluzione del sistema produttivo», l'abbattimento della proprietà privata e la sua trasformazione in «proprietà condizionata», in cui ci sia una «relazione diretta fra le scelte delle aziende e la comunità sociale». L'idea del profitto rimane, ma «liberata» dai legami con la produttività. La formula è quella del «guadagno per tutti», da realizzare mediante la direzione delle aziende da parte dei “consejos obreros”, (consigli di fabbrica), che dovranno prendere in mano i rapporti con i Comuni e, in particolare, gestire le tasse. In pratica, dirigere. Il concetto è tradotto paro paro dal russo, dal termine “soviet”, che è rimasto nella «ragione sociale» dell'ex-URSS fino alla sua dissoluzione, ma che già al principio degli anni Venti, il partito di Lenin, Stalin e Trotzki aveva collocato, come pratica, in soffitta. Il portavoce di Chavez, il ministro del Lavoro José Ramon Rivero, ha evitato di usare il termine soviet, precisando che i consejos verranno «riadattati alla realtà nazionale». Pressappoco come l'amato modello di Chavez, Fidel Castro, aveva proclamato di voler fare a Cuba. Il programma di Chavez si prospetta dunque come il tentativo di un ritorno alle primissime esperienze del comunismo, come fanno intendere alcuni slogan “arcaici” ripresi dal presidente venezuelano: «Tutto il Potere ai Consigli» e «Socialismo o Muerte». Uno dei fogli superstiti dell'opposizione, Tal Cual, è uscito con un fondo dal titolo «Il Monarca», in cui denuncia come il «socialismo del ventunesimo secolo» promesso da Chavez stia degenerando rapidamente in nazional-comunismo (nazi-comunismo, ndr). Mentre, incredibilmente, la pagina finanziaria del New Yorker rassicura gli investitori che il Venezuela rimane un Paese aperto e promettente per gli investimenti stranieri, grazie anche al dilagare del consumismo dovuto al prezzo del petrolio quintuplicato da quando Chavez è al potere. «Sebbene la sua retorica non sarebbe fuori posto nel Libro Rosso di Mao, la vita per molti venezuelani assomiglia di più al catalogo di Neiman-Marcus» e dei negozi di lusso. Il titolo dell'articolo è «Sinergie col Diavolo» (l'epiteto che Chavez adopera a proposito di Bush) ed è illustrata da un disegno con la falce e il martello costituita la prima dal getto del petrolio da un barile e il secondo da un braccio che regge un pacco di dollari. Secondo Lula: «Chavez sta superando i confini della democrazia, perderà l'appoggio dei settori moderati della sinistra mondiale e finirà prigioniero delle correnti più estremiste. Il suo piano di nazionalizzazione delle imprese ridurrà gli investimenti esteri, porterà recessione a tutto il Sud America, bloccherà il processo di integrazione economica continentale e rischia di isolare completamente il Venezuela nel mondo».

Nel frattempo, il nuovo presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, si è insediato facendo appello all’Unione Latino-Americana, alla presenza attiva ed entusiasta del collega iraniano fondamentalista. Circondato e confortato dai suoi compagni della nouvelle vague di sinistra del Sud America, dal boliviano Evo Morales al venezuelano Hugo Chavez, Correa ha annunciato: “I nostri Paesi si stanno liberando e muovono verso un’integrazione continentale. Non negozieremo più con nessuno la dignità della patria, perché la fine dell'illusione neoliberale significa anche e soprattutto questo: la patria non è più in vendita. Quello cui ci troviamo di fronte non è semplicemente un'epoca di cambiamenti: è un cambiamento di epoca”. È vero che l'esperimento neoliberale e le ricette del “consenso di Washington” hanno avuto in Ecuador e in altri Paesi un risultato disastroso. “Sotto il mantello del libero mercato e delle privatizzazioni” - ha continuato Correa - "con il totale appoggio degli organismi finanziari internazionali, è stata spacciata come scienza un'illusione tecnologica, che ha portato miseria e che ha messo in pericolo nei nostri Paesi la credibilità del sistema democratico». Correa ha 43 anni e ha compiuto una rapida carriera come economista. La sua «ricetta» è quasi identica a quella dei suoi colleghi della rivoluzione neo-socialista, con la differenza che, mentre il Venezuela da alcuni anni «nuota nei petrodollari», la Bolivia può nazionalizzare i suoi giacimenti, all'Ecuador queste risorse mancano, soprattutto quelle finanziarie. Non è un caso che Chavez abbia promesso grossi finanziamenti per consentire a Quito la costruzione di oleodotti che permettano il transito di greggio da vendere alla Cina, in alternativa al mercato USA. L'Ecuador, che è pieno di debiti, darà il buon esempio rifiutando di pagarli. Correa ha sostenuto che questo è un diritto, «perché non è giusto che il rimborso divori fondi di cui c'è bisogno per la lotta alla povertà. Ci sono debiti che vanno rinegoziati e altri che semplicemente non debbono essere pagati, ad esempio quelli illegittimi contratti dalle dittature militari per acquistare armi». E ha aggiunto che un Paese europeo, la Norvegia, annuncerà di aderire a questa cancellazione. Il neopresidente ha firmato subito un decreto con il quale ha indetto, per il prossimo 18 marzo, un referendum in cui la popolazione dovrà decidere se istituire un'Assemblea Costituente con pieni poteri per formulare una nuova costituzione. Il neopresidente ha poi sottoscritto un altro decreto col quale ha stabilito che nessun funzionario pubblico può avere uno stipendio superiore al suo, autoridotto da 8.000 a 4.000 dollari al mese (il governo di Correa è composto di 17 ministri, tra i quali otto donne (una è india); tra gli uomini, per la prima volta, vi è anche un afro-ecuadoregno). Ahmadinejad ha concluso a Quito il suo viaggio latinoamericano iniziato con gli abbracci di Caracas e culminato, almeno simbolicamente, con la presenza alla cerimonia di ritorno al potere a Managua del leader sandinista Daniel Ortega. Ahmadinejad ha esaltato i «fraterni legami» fra Iran e Nicaragua, tanto profondi che fino a ieri l’altro Teheran neppure aveva una rappresentanza diplomatica a Managua. Ortega ha invocato un “nuovo cammino” per lottare contro povertà e analfabetismo perché “il modello liberista non è riuscito a risolvere i problemi della gente”, quando, dopo la cerimonia di investitura, insieme con Chavez e Morales, si è trasferito nella piazza più grande di Managua, gremita da oltre 100.000

simpatizzanti, provenienti da tutto il Paese. Ortega ha snocciolato alcune cifre: l'80% della popolazione è povera, l'1,5% dei 5,4 milioni di abitanti fa la fame ed il 35% sono analfabeti, mentre “quando io ho lasciato il governo nel 1990 era solo il 12%”. Il leader del Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN), tornato al potere dopo 17 anni e tre elezioni perdute, ha comunque assicurato che terrà conto delle proposte di banchieri ed imprenditori "poiché solo l'unità può portare alla vittoria" e che manterrà l'accordo di libero commercio con gli USA, “pur se dovrà essere rivisto, perché svantaggioso per il Nicaragua”. Ha poi anche annunciato l'adesione all'ALBA, l'Alternativa Bolivariana delle Americhe, ideata da Chavez, con il quale ha firmato un accordo secondo cui Caracas si impegna a far fronte ai problemi del settore energetico e alla lotta alla fame. Ortega ha arringato la folla dicendo che “quando diciamo Nicaragua Trionfa (nome dell'alleanza elettorale guidata dal FSLN), intendiamo che vogliamo vincere per farla finita con questo capitalismo selvaggio”. Ha Poi avvertito i nicaraguensi che il 5 novembre prossimo saranno chiamati a scegliere tra la continuità di un modello economico neoliberista e un mercato giusto, promosso dal FSLN. Verso il socialismo 10-01-2007 Iran and Nicaragua vow close ties 14-01-2007 Ecuador's Correa calls for socialist Latin America 19-01-2007 L’alleanza tra Correa e Ahmadinejad diventa anche militare 15-02-2009 Chavez saluta Ahmadinejad: «Gladiatore anti-imperialista» 26-11-2009 ALBA .:Alternativa Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale - Wikipedia Americans for Chave (Pubblicato Ecplanet 15-04-2007 Fonti: l'Unità online, Il Giornale online, Peacereporter) «Siamo socialisti del secolo XXI e ci ispiriamo a Simon Bolivar». Rafael Correa, giovane economista eterodosso eletto alla presidenza in Ecuador col 57% dei voti, sta con Hugo Chàvez. «C'è una differenza fondamentale tra noi, socialisti del secolo XXI e i vecchi socialisti: il socialismo tradizionale aveva dello sviluppo un'idea non diversa da quella capitalista, essenzialmente modernizzazione. Per noi, lo sviluppo non vuol dire modernizzarsi a tutti i costi, sviluppo significa vivere bene. E vivere bene deve voler dire anche vivere in armonia con la natura». A quanto pare, Correa sta con gli ecologisti, gli attivisti dello sviluppo sostenibile, che in Ecuador come in Venezuela contestano lo sfruttamento indiscriminato delle risorse energetiche anche quando serve a finanziare governi che promettono la rivoluzione. Per il resto, le posizioni rispecchiano i

comandamenti del socialismo rispolverati dal presidente venezuelano: «Supremazia delle esigenze del lavoro sui bisogni di accumulazione del capitale e necessità dell'azione dello Stato». Negli anni '90, una grave crisi economica portò l'Ecuador al crollo del sistema finanziario e all'iper-inflazione. La trovata poco lungimirante fu “dollarizzare” l'economia. Il piano inizialmente predisposto dal presidente Mahaud, deposto da una rivolta nel 2000, fu realizzato dal suo vice e successore, Gustavo Noboa. Di solito, quando paesi a moneta inflazionata si ancorano al dollaro, succede che i prezzi impazziscono perché si internazionalizzano. Tutto costa quasi come a Miami, ma il valore dei salari si riduce. E questo, grosso modo, è successo anche a Quito. Il debito estero (pubblico e privato) supera i 18mila milioni di dollari, il 50% del Prodotto Interno Lordo. Il 10% degli abitanti ha in mano il 48% della ricchezza. «I mezzi di produzione sono in mano al 2% della popolazione», ricorda Correa. In Ecuador, gli stipendi non consentono di varcare la soglia della sussistenza, il paniere ha un valore di 400 dollari, un operaio guadagna 200 dollari al mese, la stessa cifra di una guardia di sicurezza privata che faccia turni di 9 ore per sei giorni a settimana. Il presidente, in sei mesi, qualcosa ha fatto: non ha firmato il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, ha predisposto il rientro nell'OPEC (l'organizzazione dei paesi produttori di greggio) e si è messo d'accordo con Chàvez per raffinare il greggio negli impianti dell'impresa statale del petrolio venezuelano. L'Ecuador, nonostante sia il quinto produttore del Sud America con 530mila barili al giorno, spende circa 1250 milioni di euro all'anno per comprare carburante perché i suoi impianti non sono in grado di lavorare più della metà del crudo estratto nel paese. In Bolivia, il Presidente Morales parla di “capitalismo popolare”. Nel discorso al Parlamento, in cui lo scorso febbraio ha celebrato il suo primo anno da presidente, ha annunciato la nazionalizzazione di imprese strategiche vendute negli anni '90 e tutte le compagnie miste in cui abbia prova di gestione corrotta. Tra cui figura anche la Entel, la filiale boliviana di Telecom Italia, che controlla circa l’80% della telefonia di lunga distanza e circa il 70% della telefonia mobile. Mediante un decreto presidenziale, il 24 aprile 2006, Evo Morales ha ordinato a due fondi pensione privati amministrati dalla svizzera Zurich Financial Services e dalla spagnola BBVA di trasferire allo stato boliviano la loro partecipazione azionaria in Entel (l'ex azienda telefonica statale). Questi due fondi detenevano il 47% delle azioni. La maggioranza azionaria è invece in mano a Telecom Italia, mentre un 3% è in mano ad investitori privati. Con un altro decreto, Morales ha poi dichiarato annullata la certificazione degli investimenti di Telecom Italia, che certificava che l'impresa italiana aveva compiuto le proprie promesse d'investimento nella telefonica. Il governo boliviano accusa Telecom Italia d'aver investito negli ultimi dieci anni, invece dei promessi 608 milioni di dollari, una cifra pari solo a 466 milioni di dollari, e di non aver pagato 25 milioni di dollari di tasse. Vista anche la pressione dei mezzi di comunicazione boliviani, la Telecom ha così deciso d'abbandonare il negoziato con il governo di La Paz e lo ha invitato a realizzarlo in Brasile o negli Stati Uniti ottenendo un netto rifiuto. Secondo il ministro boliviano alla Presidenza, Juan Ramon Quintana, i colloqui devono essere riavviati “per una questione di

trasparenza” in Bolivia. Della commissione che si sta occupando del caso fanno parte il ministro Quintana, il ministro dell'Industria, Luis Arce, e quello delle opere pubbliche, Jerjes Mercado. Telecom Italia non molla Entel in Bolivia 15-04-2008 Una tappa fondamentale della rivoluzione sudamericana è stata la nascita della Banca del Sud, fondata ufficialmente il 9 dicembre scorso a Buenos Aires dai presidenti dell'Argentina, della Bolivia, del Brasile, dell'Ecuador, del Paraguay, del Venezuela e da un ministro dell'Uruguay. Sarà una banca regionale che rappresenterà i governi senza togliere ad essi la propria sovranità, autorizzata per mandato a finanziare lo sviluppo economico e sociale integrato di tutte le nazioni dell'UNASUR (Unione delle Nazioni dell'America del Sud). Entro due mesi, i Ministri economici delle nazioni partecipanti dovranno risolvere gli aspetti più tecnici e dettagliati in merito al modo di operare della banca, e accordarsi sugli stessi. Nonostante la banca non sia destinata a diventare immediatamente operativa, la sua fondazione getta il seme della partecipazione ibero-americana nella creazione di un sistema finanziario internazionale di nuovo tipo, basato su reciproco riconoscimento delle sovranità nazionali, libero dai diktat dei circoli finanziari privati, il cui sistema sta invece disintegrandosi. Gli ostacoli alla fondazione della banca non sono mancati, ad ogni fase del progetto, rispondendo in ogni caso ad operazione sporche condotte dai certi centri finanziari (Banco Santander, FMI e altri.) che vedono in questo sviluppo il fantasma di Lyndon LaRouche e della sua “Operatión Juárez” (strategia di integrazione iberoamericana). “Questa banca permetterà all’America Latina di liberarci da quelle catene che ci trattengono nella dipendenza finanziaria”, ha detto ai giornalisti il Presidente dell'Ecuador Rafael Correa, uno dei principali ideatori del progetto, al suo arrivo a Buenos Aires. “Abbiamo un passato comune. È giunto il momento di perseguire un comune destino”. Durante un'intervista radiofonica di sabato 8 dicembre, Correa ha aggiunto che la banca soppianterà le istituzioni che, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, “ci hanno schiavizzati a forza di crediti”. Il 6 dicembre, durante un’audizione presso una commissione parlamentare, Luiz Eduardo Melin de Carvalho, Segretario per gli Affari Internazionali presso il Ministero del Tesoro del Brasile, ha sottolineato l'importanza del tema della sovranità. La banca, infatti, non sarà un’ennesima copia delle solite istituzioni multilaterali e nemmeno offrirà le stesse cose, poiché dovrà essere “un'istituzione rispondente direttamente ai governi sudamericani, senza legami politici che limitino gli scopi regionali”. South America launches new bank 10-12-2007

Bank of the South - Wikipedia America Latina: Operazione Juarez Il 23 dicembre scorso si è tenuto a Cienfuegos, a Cuba, il quarto “Petrocaribe”, il summit petrolifero dei Carabi, un'iniziativa partita dal Venezuela per approvvigionare a prezzi concorrenziali i vicini dei Carabi e dell’America centrale, un patto per controbilanciare l'egemonica l'influenza USA nella regione (e anche mettere in buona luce il discusso Chavez). Il presidente venezuelano ha proposto un meccanismo di baratto, che permetterà ai Paesi caraibici di scambiare il petrolio venezuelano con i loro prodotti e servizi, ed ha anche chiesto di costruire raffinerie nei vari Paesi che si affacciano sul mar dei Carabi per aumentare la vendita di greggio nella regione, senza doverlo cedere agli odiati Stati Uniti. Chavez ha detto che favorirà la concessione di fondi speciali destinati ad aiutare i Paesi caraibici a sviluppare l'energia solare, la geotermia, l'eolico ed altre fonti alternative: un vero e proprio invito a nozze per Paesi che hanno sole, vento e vulcani in abbondanza. Petrocaribe raggruppa 17 Paesi dei Carabi e del Centroamerica ed è stata fondata nel 2005 a La Cruz, in Venezuela, con l’obiettivo di fornire petrolio ai “fratelli” dei Carabi, ad iniziare da Cuba che è riuscita così ad allentare l'embargo USA, e che, in cambio, fornisce al Venezuela insegnanti e medici. I Paesi membri di Petrocaribe sono autorizzati a beneficiare di una dilazione di 25 anni per pagare il 40% dei loro acquisti di greggio venezuelano, con un tasso di interesse dell'1%, un affarone con il petrolio ormai a cento dollari al barile. Il Venezuela è l'unico membro latinoamericano dell'OPEC e le sue riserve petrolifere finora esplorate sono stimate in 88 miliardi di barili, mentre quelle di gas dovrebbero raggiungere i 4.190 miliardi di metri cubi. Ma le risorse potrebbero salire a 316 miliardi di barili di petrolio alla fine della prospezione del bacino del fiume Orinoco. Una ricchezza che Chavez sta giocandosi come carta contro l'invadente vicino nordamericano e come assicurazione di sopravvivenza politica per la sua ambiziosa e originale marcia verso il “petro-socialismo-bolivarista”. Anche per questo chiede che venga realizzato un gasdotto che colleghi il Venezuela al resto dell'America del sud. intanto ha in progetto un gasdotto sottomarino che attraverserà il mar dei Carabi per raggiungere Cuba. Agli altri 16 Paesi del Petrocaribe non è rimasto altro che elogiare «la generosità del Venezuela», sottolineando che l'organizzazione è diventata «un meccanismo strategico suscettibile di garantire la sicurezza energetica regionale». Una strategia rivoluzionaria, che, invece dei guerriglieri guevaristi, invia all'estero gas e petrolio a basso costo. Petrocaribe - Wikipedia Non sono però tutte rose e fiori. La chiusura di RCTV, il canale televisivo più vecchio del paese, considerato dal presidente Hugo Chavez - indicato dal Times come una delle 100 persone più influenti del mondo nel 2005 e nel 2006 - troppo critico nei confronti della sua politica populista, cosiddetta anti-imperialista, in teoria basata su un socialismo

democratico, ha mobilitato il fronte dell'opposizione e del dissenso nei confronti dello stato autoritario e illiberale che Chavez avrebbe instaurato in Venezuela. I “cavalieri dell'Apocalisse”, come Chavez ha pittorescamente definito i canali di opposizione, sono da tempo nel mirino del presidente venezuelano, dopo averne subito l'ostracismo nel 2002. La stazione televisiva RCTV ha terminato le trasmissioni il 28 maggio 2006: il programma di news si è congedato dal pubblico con un messaggio video diffuso in rete con cui denuncia la politica illiberale di Chàvez: presente tutto lo staff del canale televisivo, imbavagliato e con indosso la maglietta “No alla chiusura”. Nelle strade di Caracas si sono registrate manifestazioni uguali e contrarie, tra chi inneggiava al presidente populista e le migliaia di persone che protestavano per la serrata televisiva fronteggiando i cordoni protettivi della polizia. “Questa azione ha dimostrato la natura abusiva, arbitraria e autocratica del governo Chàvez - ha dichiarato Marcel Granier, presidente di RCTV - un governo che teme il pensiero libero, teme le libere opinioni e teme la critica". Le trasmissioni di RCTV sono state ora sostituite da quelle di un canale controllato dallo stato, ennesimo esempio della politica accentratrice e statalista di Chàvez: dopo venti minuti dalla chiusura del vecchio network, è cominciata la diffusione dei nuovi palinsesti approvati dal regime, inclusivi di concerti di musica tradizionale, un film su Simon Bolivar, eroe preferito del presidente, e spot propagandistici della politica governativa. Secondo la società di sondaggi Datanalisis, ad ogni modo, ad opporsi alla chiusura di RCTV sono stati quasi il 70% dei venezuelani. Ma non perché particolarmente preoccupati delle implicazioni sulla libertà di stampa e di espressione, bensì per aver perso la possibilità di seguire le loro soap-opera preferite. I reporter di RCTV, comunque, proseguiranno almeno una parte delle proprie attività attraverso YouTube. Chávez silences critical TV station - and robs the people of their soaps Rctv, oscurata da Chavez, andrà in onda su Youtube 02-06-2007 Dopo aver incassato la sconfitta referendaria del 2 dicembre scorso, Chavez ha abbassato i toni, rallentando il programma per un “Socialismo del XXI Secolo” e parlando di “società interclassista”. L'ultima trasmissione fiume, “Alò presidente”, si è incentrata sulla necessità di “mettere un freno” alla rivoluzione bolivariana. Da ora in poi in Venezuela ci dovrà “essere posto per tutti: gli imprenditori, le classi medie, i movimenti sociali”.

Nel frattempo, il movimento universitario che si oppone al regime di Chavez, è stato ricevuto a Bruxelles dal Presidente del Parlamento Europeo Hans Gert Pottering, il quale ha loro espresso solidarietà e appoggio. Mentre il ministro dell’Interno Pedro Carreno ha fatto una figuraccia mentre era impegnato in una conferenza stampa sulla salvezza del proletariato: è stato interrotto da un giornalista che ha indicato le sue scarpe Gucci e la cravatta Louis Vuitton, chiedendo se non era strano criticare il capitalismo indossandone le griffes più famose. Anche il principale alleato di Chavez, Evo Morales, amatissimo in Italia (dove ha ricevuto il premio Pio Manzù), passa i suoi guai: un terzo della Bolivia è fuori controllo e minaccia una guerra civile. La nuova costituzione è stata approvata solo dalla maggioranza e il 48% dei boliviani è a favore di un suo impeachment. Un altro attacco a Chavez è venuto dal partito Azione Democratica (AD, socialdemocratico) secondo cui il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) venezuelano dovrebbe ordinare l'esonero del capo dello Stato dal potere per “insanità mentale”. L'istanza presentata al Tribunale supremo è solo una delle iniziative che AD ha in agenda per cercare di estromettere Chavez dal potere. “Stiamo già preparandoci per promuovere un referendum revocatorio del mandato presidenziale” (che si potrà tenere nel 2009) ed in cui dovrebbero essere raccolti oltre sette milioni di voti per far scattare la disposizione costituzionale. “E se no - ha concluso - aspetteremo le elezioni del 2013 per liberarci di lui”. Sembra che la sconfitta elettorale subita nel referendum che proponeva le modifiche alla costituzione venezuelana abbia fatto davvero male al Presidente Hugo Chavez che ha deciso per un rimpasto di governo. Il cambio è stato drastico: tredici ministri, su un totale di ventiquattro. E lo ha fatto iniziando proprio da quello che è considerato uno dei principali responsabili della debacle elettorale: il vice presidente Jorge Rodriguez. Al posto di Rodriguez, che andrà a sedersi sulla poltrona di responsabile del Partito Socialista Unito del Venezuela, ci sarà Ramon Carrizales, che lascerà il dicastero delle Infrastrutture per occuparsi pienamente della gestione del governo. Una delle maggiori novità riguarda Andres Izarra già a capo di Telesur, che diventerà ministro della Comunicazione e dell'Informazione. Motivo del rimpasto? Dare un nuovo impulso al processo rivoluzionario venezuelano. Chavez ha bisogno di un rilancio mediatico per vincere le elezioni regionali del prossimo autunno: le trattative coi terroristi colombiani delle FARC servivano a questo, così come l'intervista di Naomi Campbell, che da supermodella si è trasformata in giornalista. Secondo quanto riferito dal quotidiano spagnolo El Mundo, Chavez si è confessato con la “venere nera” definendo il governo degli Stati Uniti “genocida” e rallegrandosi del fatto che il presidente George W. Bush è prossimo ad abbandonare la Casa Bianca. “Stiamo assistendo alla caduta dell'impero”, ha detto il leader venezuelano. L'intervista va poi avanti con punte di colore. “Mi piace il principe Carlo, ora ha Camilla, la nuova ragazza. Ma non è bella (come Diana), vero?”, ironizza Chavez. Che, alla domanda di Naomi se se la sente di posare a torso nudo come Vladimir Putin, risponde “perché

no?”, e invita la top model a 'palpare' i suoi muscoli. Poi elogia il suo amico Fidel Castro definendolo “il leader mondiale più elegante: la sua uniforme è sempre impeccabile”. Chavez però alza la voce quando si tratta di difendere il suo paese da chi sostiene che in Venezuela non c'è rispetto per i diritti umani: ''Stiamo avviando una rivoluzione pacifica – afferma -, “non abbiamo un solo prigioniero politico, non abbiamo ucciso nessuno, abbiamo proibito il carcere per ragioni politiche. La presunzione di innocenza vale per tutti e qui si rispettano i diritti umani. Non credo – conclude - che esista alcun paese al mondo con maggiore libertà di espressione' del Venezuela”. Poll says Chavez loses Venezuela referendum lead 24-11-2007 E Naomi intervistò Chavez "Il presidente, un angelo ribelle" 08-01-2008 Scintilla tra Chavez e Naomi 12-01-2008 “L'America latina continente della speranza, merce assai rara nella politica e nella società europea”. Un Fausto Bertinotti quasi entusiasta, ha teorizzato, nella sua prima giornata di visita istituzionale in Sudamerica, la possibilità di scoprire strade nuove della politica a partire dalla “questione indigena” al centro della nuova stagione politica della Bolivia guidata dal presidente indio Evo Morales. “La differenza con l'Europa che salta agli occhi - ha spiegato in una conferenza tenuta all'Università San Andrès della capitale boliviana - non è la differenza, pur rilevante, di ricchezza. È che qui la fiducia sorge anche nei punti di maggiore sofferenza”. Etichettare come “socialista” l'esperienza di Morales e del Movimiento al Socialismo, il partito di governo, “è improprio”, secondo Bertinotti, perché “il socialismo ha sempre a che fare con l'obiettivo del superamento del capitalismo, che qui non c'è. Non bastano le nazionalizzazioni o le politiche di intervento pubblico nell'economia, quelle stanno nella ricetta di Keynes, e del resto le case popolari le ha fatte Fanfani...”. Di fronte ai processi di “omogeneizzazione” prodotti dalla globalizzazione, il rischio è cedere allo “scontro di civiltà”. La risposta, invece, sta nel modo in cui la Bolivia di Morales ha posto la questione indigena: citando il voto all'ONU sui diritti delle comunità indigene, e in particolare il riconoscimento della possibilità di proprietà comune delle terre, Bertinotti ha sottolineato come la chiave per ricostruire una politica forte stia nella “partecipazione democratica”. Ma oggi, ha aggiunto, anche se “la democrazia rappresentativa è irrinunciabile, perché senza quella c'è il disastro, non basta più chiamare la gente a votare ogni cinque anni. C'è bisogno di partecipazione, di convivenza”. A chi gli ha chiesto se l'interesse per la questione indigena e per quello che lui definisce “la comune appartenenza delle sinistre latinoamericane”, pur così diverse fra loro, significa un nuovo “andare oltre”, anche oltre il socialismo, si è limitato a replicare con una risata e una battuta: “Ma no, il socialismo ce lo teniamo noi, è una cosa nostra. Non lo esportiamo, però...”.

Bertinotti: socialismo? Basta Oggi credo nell' «indigenismo» 10-01-2008 Ma che fine ha fatto il subcomandante Marcos? Lo scorso maggio, il leader zapatista, che da marxista-leninista ortodosso è diventato un guru no-global, ha rilasciato la sua prima intervista da molti anni a questa parte ad un giornale del Regno Unito, il Guardian. Nel corso dell'intervista ha anche fornito la sua analisi politica sui presidenti latinoamericani, accusando di tradimento il brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e il nicaraguense Daniel Ortega, mentre ha definito Hugo Chavez “sconcertante”. L'unico a ricevere l'approvazione di Marcos è Evo Morales, presidente indio della Bolivia. Quanto al futuro del suo Paese, il subcomandante prevede grandi sconvolgimenti per il 2010, 200 anni dopo la guerra di indipendenza e 100 anni dopo la rivoluzione messicana. In ogni angolo del paese è evidente quanto il Messico sia cambiato da un anno a questa parte, da quando è salito alla presidenza Felipe Calderon: militari, membri della polizia e della PFP (Policia Federal Preventiva) sfoggiano le loro divise e i loro mitra e transitano ad ogni ora, a piedi, a cavallo o sui carri armati, in tutte le città del paese. Radio e televisioni pubblicizzano a gran voce le operazioni anti-narco e le catture di piccole e grandi figure di spicco dei cartelli della droga da parte del governo. Mentre le repressioni proseguono nello Stato di Oaxaca, che continua a chiedere invano l'uscita dell'autoritario governatore della città, Ulises Ruiz. Del resto, la “mano dura” era stata una delle principali promesse della campagna elettorale del leader del PAN (Partido de Acción Nacional), che ha assunto la presidenza in un Congresso circondato da membri dell'esercito per proteggersi dalle migliaia di oppositori che gridavano alla “frode elettorale”. A premiare i metodi forti e le scelte economiche di uno dei migliori discepoli delle ricette di FMI e Banca Mondiale, ci pensa il vicino del nord, Gorge Bush, che ha proposto un “piano di cooperazione senza precedenti” tra i due paesi per festeggiare l'arrivo del 2008: il “Plan México”: un'operazione da 500 milioni di dollari per la lotta al narcotraffico. Un “Plan Colombia” in versione messicana. Il finanziamento è parte di un pacchetto da un miliardo e mezzo da spalmare in due anni, che fa parte a sua volta del piano di 46 miliardi di dollari supplementari da destinare alle guerre in Iraq e Afghanistan, richiesti da Bush al Congresso degli USA. Misure imprescindibili per la sicurezza del proprio paese. Dopo la nascita della Banca del Sud, la Casa Bianca stringe a sé i propri fedeli. Il Plan México è volto all’acquisto di armamenti, elicotteri da combattimento, sistemi di comunicazione e tecnologia avanzata per operazioni di spionaggio e per combattere i grandi cartelli del narcotraffico, che controllano intere zone del paese, soprattutto alla frontiera con gli USA. A questo si aggiunge l'addestramento di militari e poliziotti messicani da parte di contractors privati statunitensi. Il Piano, diffuso in Messico col nome “Iniziativa Mérida”, prevede anche interventi volti a rafforzare la lotta al terrorismo, la sicurezza pubblica, la ricerca di giustizia, l'amministrazione delle due frontiere, la tratta di persone e il rafforzamento delle istituzioni. Sarà uno strumento utile, quindi, per gli USA, al rafforzamento di quel muro costruito alla frontiera sud contro l'invasione dei migranti illegali che arrivano da tutto il centro america. E servirà a Calderon per controllare ulteriormente i movimenti sociali, oltre al narcotraffico. (Francesca Minerva di ritorno da Città del Messico Lunedì 14 Gennaio 2008 http://www.lettera22.it)

Il Plan Mexico non aiuterà certo a risolvere la gravità della situazione dei diritti umani in Messico, anzi. Una relazione di Amnesty Inernational, dello scorso agosto, sui fatti di Oaxaca, afferma che il governatore dello stato di Oaxaca Ulises Ruìz, “non ha dimostrato di avere la volontà politica necessaria per affrontare i gravi casi di violazione dei diritti umani che si sono verificati in questo Stato”. Oaxaca, non lontano dal Chiapas della selva Lacandona, degli zapatisti del subcomandante Marcos, ne condivide le problematiche: povertà, emarginazione delle popolazioni indigene, presenza ostinata di formazioni guerrigliere. E la pesantezza della repressione operata dall'esercito e dalle forze speciali della polizia federale. Proprio il tentativo di collegare le proteste sociali condotte dall’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO) e del movimento dei maestri con la guerriglia e il terrorismo è stata la linea del governatore Ruiz, avvallata dal governo federale del presidente Calderòn, per giustificare una violenta azione repressiva che è costata decine di morti, desaparecidos, arresti abusivi, torture e tutta una sequela di violenze che hanno fatto sprofondare Oaxaca e il Messico in un clima che non si sentiva più dai tempi della “guerra sporca” degli anni '70 e '80. Amnesty afferma che “in questo stato (Oaxaca) c'è un serio problema di pubblica sicurezza, gravi violazioni ai diritti umani, aggressioni e abusi della polizia contro la popolazione”. E ha stigmatizzato l'atteggiamento delle autorità: “Né il Governatore né i suoi funzionari sono stati capaci di dirci cosa sono disposti a fare per risolvere questi problemi”. Così, il Messico del presidente Calderòn, uscito vincitore per pochi voti, e con pesanti accuse di brogli, tanto che la sua vittoria non è stata riconosciuta dal suo rivale Manuel Lopez Obrador, nelle elezioni del luglio 2006, che vorrebbe essere uno dei paesi guida della nuova America Latina, si rivela essere uno stato dove, secondo Amnesty, “in molti casi vi è collusione attiva di elementi dello stato, che sono i violatori dei diritti umani; e le vittime sono gruppi vulnerabili: poveri, indigeni, donne”. “Il Messico si trasformerà in una pentola a pressione - assicura Marcos - e credetemi, esploderà”. Man in the mask returns to change world with new coalition and his own sexy novel 12-05-2007 Plan Mexico Passed 22-05-2008 Plan Mexico and the US-Funded Militarization of Mexico 31-07-2008 Aló Presidente “Oaxaca, clamor por la justicia” (Pubblicato su Ecplanet 03-02-2008) LINKS OLIGOPOLY INC. 2008

LA GUERRA DELL’ACQUA BORN TO BE WILD

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