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Capitolo 1

Giovanna, fatte le valigie, si avvicin alla finestra: che insistenza, la pioggia!


L'acquazzone aveva battuto per tutta la notte sul lastricato e sui tetti. Il cielo basso, carico
d'acqua, sembrava rompersi e vuotarsi sopra la terra; e spappolarla, la terra, fonderla come
zucchero. Passavano raffiche piene d'un calore pesante. Il mugghiare dei ruscelli straripati
riempiva le strade deserte l dove le case bevevano l'umidit come spugne; l'umidit che invade
gli interni e fa sudare i muri dalla cantina al solaio.
Giovanna era appena uscita di convento; ormai liberata per sempre, pronta a cogliere tutte le
gioie della vita che sognava da cos gran tempo. Ora temeva che suo padre esitasse a partire se
il cielo non si schiariva, e interrogava l'orizzonte senza sosta, fin dal mattino. Poi, non appena si
accorse che aveva dimenticato di mettere il suo calendario nella borsa da viaggio, stacc dal
muro il piccolo cartone diviso per mesi, che aveva in mezzo a un ghirigoro la data dell'anno in
corso, 1819, in cifre dorate; e cancell con la matita le prime quattro colonne radiando ciascun
nome di santo fino al 2 maggio: giorno della sua uscita dal convento.
"Giannetta!" chiam una voce, dietro la porta.
"Entra, pap." E comparve il pap.
Il barone Simone Giacomo Le Perthuis des Vauds era un gentiluomo dell'altro secolo: un po'
maniaco, ma buono. Discepolo entusiasta di Gian Giacomo Rousseau, aveva vere tenerezze
d'amante per campi, boschi e bestie. Aristocratico di nascita, odiava per istinto il Novantatr; ma,
filosofo per temperamento e liberale per educazione, perseguiva la tirannia d'un odio inoffensivo,
declamatorio. La bont era la sua grande forza e la sua grande debolezza: una bont che non
aveva abbastanza braccia per accarezzare, stringere, donare: una bont da creatore, diffusa e
senza resistenza, simile al torpore d'un nervo della volont, a una lacuna dell'energia, quasi un
vizio. Uomo teorico, egli meditava tutto un piano d'educazione per sua figlia, volendola felice,
retta e sensibile.
Giovanna era rimasta in casa fino ai dodici anni: poi, malgrado le lacrime materne, l'avevano
chiusa in convitto. Lui l'aveva voluta al Sacro Cuore, in clausura, ignorata e ignorante di tutto;
affinch gliela rendessero casta a diciassette anni quando l'avrebbe temprata egli stesso in una
specie di bagno di poesia ragionevole, aprendo quell'anima, istruendo quell'ignoranza
ponendola davanti davanti all'amore semplice, alle tenerezze naturali delle bestie, alle leggi
serene della vita.

Usciva intanto dal chiuso, raggiante, piena di vivacit e di desiderio, pronta a tutte le gioie, a tutti
i casi piacevoli che il suo spirito aveva gi percorso nell'ozio dei giorni, nella lunghezza delle
notti, nella solitudine delle speranze. Sembrava un ritratto del Veronese; coi capelli d'un biondo
lucente che si sarebbe detto un po' scolorito sulla sua carne ombrata come da una leggera
peluria, di una specie di pallido velluto che era il sole a svelare, lambendolo. I suoi occhi erano
azzurri, di quell'azzurro opaco degli occhi di certe statuette di porcellana olandese. Aveva anche
un piccolo neo sull'aletta sinistra delle narici; un altro a destra, sul mento, dove si arricciavano
alcuni peli cos somiglianti alla sua pelle che si distinguevano appena.
Alta, col petto maturo, ondeggiava un poco nel corpo. La sua voce chiara sembrava talvolta
troppo acuta; ma il suo riso schietto diffondeva tutt'intorno la gioia. Spesso, con un gesto
consueto, portava le mani alle tempie come per lisciarsi i capelli.
Ora Giovanna corse incontro a suo padre, e lo abbracci:
"Bene, si parte?" Egli sorrise, scosse i capelli che portava assai lunghi, gi bianchi, e accenn la
finestra.
"Partire con un tempo simile?" "Oh, pap" pregava carezzevole e tenera. "Far bello dopo
mezzogiorno. Andiamo, andiamo!" "Ma tua madre certamente non..." "S, s. Vuole. Me ne
incarico io." "Be', se riesci a convincere mamma..." Giovanna si precipit verso la camera della
baronessa; perch aveva atteso il giorno della partenza con un orgasmo sempre pi forte. Dopo
la sua entrata al Sacro Cuore, non aveva pi lasciato Rouen, non permettendole il padre alcuna
distrazione prima dei diciassette anni fissati. Due volte soltanto l'avevano portata un paio di
settimane a Parigi, ma Parigi era ancora una citt e lei sognava soltanto la campagna. Ora
andava a passare l'estate nella tenuta dei "Pioppi", vecchio castello di famiglia situato sulla
scogliera presso Yport, e si riprometteva una gioia infinita da quella vita libera sul mare. Era
anche stabilito che le si sarebbe fatto dono di questo castello dove avrebbe abitato da sposa. E
la pioggia che cadeva senza sosta dalla sera prima le dava il primo vero dispiacere della sua
vita.
Di l a poco usciva di corsa dalla camera di sua madre gridando per tutta la casa:
"Pap, pap! Fa attaccare! Mamma contenta, contenta!" Continuava il mal tempo. Sembrava
anzi che raddoppiasse la pioggia quando il calesse si ferm davanti alla porta.
Giovanna metteva il piede sul montante e la baronessa scendeva le scale fra il marito e una
robusta cameriera che la sostenevano.
Rosala, la cameriera vigorosa come un giovanotto, una normanna del paese di Caux,
dimostrava almeno vent'anni bench non ne avesse pi di diciotto. In famiglia la trattavano un
po' come una seconda figlia, perch era stata la sorella di latte della padroncina. La sua
mansione principale era di guidare i passi della signora divenuta enorme da qualche anno, in
seguito a un'ipertrofia di cuore della quale la poveretta si lamentava ormai senza requie.
Quando la baronessa raggiunse ansimando la scalinata del vecchio palazzo, guard nel cortile
dove l'acqua scorreva a ruscelli e sostenne che, veramente, non era ragionevole partire.
Il marito, sempre sorridente, intervenne:
"Ma non siete voi, madama Adelaide, che avete dato il permesso?" Poich aveva questo nome
pomposo, lui la chiamava sempre "madama Adelaide" con una certa aria di rispetto un po'
motteggiante.
Quindi lei riprese a muoversi e sal con fatica sulla carrozza facendone piegare le molle. Il
barone si sedette al suo fianco; Giovanna e Rosala presero posto sul seggiolino di fronte.
La cuoca Liduina port un mucchio di mantelli da mettere sulle ginocchia, poi due panieri da
nascondere sotto le gambe, e si arrampic fino a pap Simone, a cassetta, e qui si avvilupp in
un'ampia coperta che la nascose quasi del tutto. Il portiere e sua moglie vennero a salutare
chiudendo poi lo sportello, ricevettero le ultime raccomandazioni per le valigie che dovevano
seguire in un carro: e si part.

Simone, il cocchiere, con la testa abbassata, il dorso curvo sotto la pioggia, scompariva nel suo
soprabito a triplice collaretto. La burrasca batteva i vetri, inondava la strada. Al trotto dei due
cavalli, la berlina scese veloce lungo il ciglio, costeggi la linea delle grandi navi i cui pennoni e
cordami si alzavano tristi nel cielo piovoso simili ad alberi spogli, e si inoltr sul bastione del
monte Riboudet. Le praterie furono oltrepassate; e man mano un salice fradicio, coi rami
cascanti in un abbandono cadaverico, si incideva forte attraverso un turbine d'acqua. I ferri dei
cavalli scalpicciavano e le quattro ruote lanciavano girandole di fango.
Tutti tacevano: anche gli spiriti parevano in ammollo come la terra. Mammina, riversata
all'indietro, appoggi la testa e chiuse gli occhi; il barone osservava con occhio malinconico la
campagna monotona cos flagellata; Rosala, un pacchetto sulle ginocchia, sognava con la
fantasticheria quasi animale della gente del popolo. Ma Giovanna, sotto la pioggia tiepida, si
sentiva rivivere come una pianta che dal chiuso viene portata alla luce, e l'intensit della sua
gioia era una specie di fogliame che riparasse il suo cuore dalla tristezza. Bench non parlasse,
aveva voglia di cantare, di stendere fuori la mano per riempirla d'acqua da bere, e gioiva di
essere portata via al gran trotto, seguendo la desolazione del paesaggio, sentendosi, in mezzo a
quell'inondazione, al coperto.
Sotto la pioggia incessante le groppe lucenti delle due bestie esalavano un vapore come
d'acqua bollente. La baronessa, a poco a poco, si era addormentata. La sua faccia incorniciata
da sei riccioli regolari e pendenti si ripieg mollemente sostenuta da tre ampi giri di pappagorgia
le cui ultime ondulazioni si perdevano nel pieno mare del seno. La testa si sollevava ad ogni
respiro ma ricadeva subito in gi; le guance si gonfiavano quando, fra le labbra socchiuse,
passava un sonoro russo. Il marito si pieg verso di lei e insinu pian piano un piccolo portafogli
di cuoio fra le mani incrociate sul gran ventre. La signora al contatto si sveglia, guarda l'oggetto
con uno sguardo assente, con l'ebetudine dei sonni interrotti: monete d'oro, biglietti di banca
vanno qua e l per il calesse. Si sveglia del tutto; la gaiezza della figliola esplode in uno scoppio
di risa; il barone raccoglie il denaro e lo rimette in grembo alla dama.
"Amica mia, ecco ci che rimane della fattoria di letot. L'ho venduta per i restauri dei "Pioppi":
ai "Pioppi", d'ora in poi, resteremo molto pi spesso." La signora cont seimila quattrocento
franchi; e se li mise in tasca tranquilla.
Era la nona fattoria delle trentuno ereditate dai vecchi. Adesso possedevano ancora circa
ventimila "lire" di terreni, che, bene amministrati, avrebbero reso facilmente trentamila franchi
l'anno.
Poich essi vivevano senza sfarzo, questa rendita avrebbe potuto bastare; ma c'era in casa un
buco senza fondo, sempre aperto, e cio la bont che prosciugava il danaro nelle loro mani
come il sole prosciuga l'acqua degli stagni. Colava, fuggiva, spariva...
In che modo? Nessuno sapeva. Uno dei due diceva a un certo momento: "Non so come sia, ma
oggi mi ci sono andati cento franchi senza aver fatto una spesa importante". Questo di dare era
d'altronde, per loro, una delle grandi felicit della vita: e si intendevano, su questo punto,
magnificamente.
"E' dunque bello adesso il mio castello?" chiedeva intanto Giovanna. Egli rispose allegro:
"Bambina: vedrai." Diminuiva a poco a poco la violenza dell'uragano; non fu pi che una specie
di nebbia, una fine polvere di pioggia che volteggiava.
L'arco delle nuvole sembrava alzarsi e impallidire: poi, improvvisamente, un lungo raggio di sole
obliquo scese sulle praterie attraverso uno strappo invisibile. Rotte le nubi, il fondo azzurro del
firmamento apparve, lo squarcio si ingrand come un velo che si sbrindelli, e un cielo puro d'un
azzurro fresco e profondo si stese tutto sul mondo. Un soffio dolce e vivace pass come un

sospiro felice sulla terra, e costeggiando boschi e giardini si udiva talvolta il canto d'un uccellino
che si asciugava le piume.
Scendeva la sera. Tutti dormivano, ora, nella vettura: meno Giovanna. Ci si ferm due volte: per
lasciar riposare i cavalli, per dar loro acqua ed avena.
Il sole era tramontato. Suonavano campane lontane. In un villaggetto si accese qualche fanale:
si accese un formicolo di stelle nel cielo. Case illuminate apparivano qua e l, di quando in
quando: ma, improvvisamente, sorse la luna, rossa, enorme, come intorpidita dal sonno, dietro
la collina, tra i rami dei pini.
L'aria era cos tiepida che i vetri potevano restare abbassati.
Ora Giovanna si riposava, esaurita dai sogni, sazia di visioni felici. Talvolta l'intorpidimento d'una
posizione prolungata le faceva riaprire gli occhi, e allora guardava fuori, nella notte luminosa, e
vedeva passare gli alberi d'una fattoria o anche mucche sdraiate in un campo, qua e l, che
alzavano il muso.
Cercava una posizione nuova, provava a riprendere un sogno appena cominciato, ma il rotolo
della vettura le riempiva gli orecchi, le affaticava il pensiero, cos che riabbassava le palpebre,
stanche le membra, lo spirito stanco.
La vettura si ferma. Uomini, donne davanti agli sportelli, con lanterne. Arrivati! Giovanna salta
gi prontamente, destata come di soprassalto. Un mezzadro fa luce al pap e a Rosala che
portano quasi di peso la povera baronessa estenuata, tutta un lamento: "Ah mio Dio! oh miei
poveri figlioli!". E non vuol bere, non vuol mangiare, non vuol saperne di nulla: si corica e si
addormenta, di colpo.
Padre e figlia mangiano soli. Si guardano, si sorridono, si prendono le mani attraverso la tavola,
e, invasi entrambi da una gioia infantile, decidono di visitare il castello. Una di quelle vaste
dimore normanne, di pietra bianca divenuta grigia, un po' castello, un po' fattoria, con tanto
spazio da alloggiare tutta una stirpe: un immenso vestibolo che divide la casa in due parti e
l'attraversa da una parte all'altra aprendo le sue grandi porte sui lati: una vasta scalinata che
sembra allargare questo atrio e lascia vuoto il centro unendo al primo piano le sue due rampe a
mo' di ponte. Al piano terreno, a destra, si entra nel salone immenso, tutto tappezzerie a foglie in
cui uccellini allegri svolazzano. L'arredo in tappezzeria a mezzo punto non che una
rappresentazione delle favole di La fontaine: e Giovanna ha un sussulto di piacere ritrovando
una poltrona, amata fin da piccina, con la storia della Volpe e della Cicogna. Di fianco al salone
si aprono la biblioteca zeppa di vecchi libri e due altre stanze inutilizzate; a sinistra la sala da
pranzo col tavolo nuovo, e poi guardaroba, credenza, cucina, un piccolo appartamento col
bagno.
Un corridoio taglia per il lungo tutto questo piano: dieci porte di dieci camere si allineano su
questa sfilata. In fondo, a destra, ecco l'appartamento di lei. Padre e figlia ci entrarono.
Egli l'aveva fatto rimettere a nuovo impiegando soltanto mobili e parati rimasti per lungo tempo
in solaio.

Vecchie tappezzerie di tipo fiammingo popolavano questo luogo di personaggi molto curiosi. Ma
appena scorse il suo letto, la fanciulla lanci un grido di gioia. Ai quattro lati, quattro grandi
uccelli di quercia, neri e lucenti di cera, reggevano il letto e sembrava ne fossero i custodi; i
fianchi simulavano due larghe ghirlande di fiori e frutta scolpiti; quattro colonne finemente
scanalate terminavano in capitelli corinzi e sollevavano una cornice formata da un intreccio di
amorini e di rose. Letto monumentale, eppure grazioso, malgrado la severit del legno annerito
dal tempo. Lo strapuntino e l'arco del cielo scintillavano come due firmamenti. Erano di seta
antica il cui azzurro, densissimo, si costellava di grandi gigli ricamati in oro.
Dopo aver molto ammirato il suo letto Giovanna sollev il lume ed esamin le tappezzerie per
capirne bene il soggetto. Un giovin signore e una giovane dama vestita di verde, di rosa, di
giallo, nel modo pi stravagante, parlano sotto un albero turchino su cui maturano candidi frutti.
Un grosso coniglio dello stesso colore mangia un po' di erba grigia. Al di sopra dei due
personaggi, in una lontananza convenzionale, cinque casine tonde, acuminate, e pi in alto,
quasi nel cielo, un bel mulino a vento, tutto rosso.
Si insinuano per tutta questa rappresentazione grandi ramificazioni di fiori.
Gli altri due pannelli somigliano al primo; eccetto per il fatto che si vedono uscire dalle case
quattro omuncoli vestiti alla fiamminga aprendo le braccia al cielo con meraviglia e grande
collera. Poi viene il dramma. Accanto al coniglio che bruca, il giovanotto steso a terra sembra
morto, nell'ultimo pannello. La dama lo guarda e si trapassa il petto con una spada: e in cima
all'albero i frutti diventano neri. Che vuol dire ci? Giovanna rinuncia a capire; ma poi scopre in
un angolo una bestiolina microscopica che il coniglio, se vivo, potrebbe mangiarsi come un filo
d'erba: ed invece un leone. Allora comprende: la leggenda di Piramo e di Tisbe! E quantunque
sorrida della semplicit del disegno, si sente felice di essere mescolata a questa avventura
d'amore che parler al suo cuore di care speranze e far librare ogni notte, sopra il suo sonno,
quell'antica leggendaria mollezza.
Tutto il resto dei mobili riunisce gli stili pi vari: mobili che ogni generazione lascia dietro di s e
fanno d'ogni vecchia casa una specie di museo dove si mischia un poco di tutto. Un superbo
cassettone Luigi Quattordici, tutto corazzato di rame splendente, fiancheggiato da due poltrone
Luigi Quindici ancora coperte della loro seta a mazzetti. Ecco un armadio di legno di rosa di
fronte al camino che presenta una pendola dell'Impero, sotto il suo globo rotondo, e questa
pendola un'arnia di bronzo sorretta da quattro colonnine di marmo al di sopra d'un giardino dai
fiori dorati. Il sottile pendolo esce dall'alveare per una lunga fessura e fa dondolare eternamente
su quel giardino una piccola ape dalle ali di smalto. E il quadrante di maiolica dipinta incastrato
nel fianco dell'alveare.
La pendola scatta. Le undici. Il barone abbraccia sua figlia; si ritira poi in camera sua. Giovanna
va a letto, non senza rammarico. Accarezza con un ultimo sguardo la stanza, e spegne il lume. Il
letto si appoggia al muro con la sola testata, e sulla sinistra ha una finestra da cui entra un fascio
di raggi che si allarga, a terra, in una bella chiazza lunare. Riflessi sono rimbalzati sui muri:
riflessi che accarezzano dolcemente gli immobili amori di Tisbe e di Piramo. Dall'altra finestra, di
fronte ai suoi piedi, Giovanna scorge un grande albero tutto inondato da una luce tenue. Si gira
verso il piano, chiude gli occhi, ma poi li riapre. Crede di sentirsi ancora scossa dai sobbalzi
della vettura che sembra riprodurre o continuare il suo rotolio in quella testolina. Tuttavia resta
immobile sperando di favorire il sonno; ma ormai tutto il suo corpo invaso dall'irrequietezza del
suo spirito, qualcosa come uno spasimo alle gambe, un'agitazione febbrile, che cresce, cresce.

Allora si alza e, a piedi nudi, a braccia nude, con la sua lunga camicia che le d un aspetto di
fantasma, attraversa la macchia di luce sul pavimento, apre la finestra, guarda nella chiarore
della notte, riconosce come in pieno giorno il paesaggio amato fin dalla pi tenera infanzia. Ha di
fronte a s un largo piano erboso, giallo come il burro, sotto la luce notturna: due alberi giganti si
ergono ai lati davanti al castello (a sud un tiglio, un platano a nord): in fondo alla verde distesa
un piccolo fitto bosco segna il limite della tenuta che ha per difensori, durante gli uragani, quei
grandi antichi olmi in cinque file, quegli alberi enormi, contorti, rasati, logorati, tagliati in discesa
come un tetto dagli scatenati venti del mare. Questa specie di parco limitato a destra e a
sinistra da due lunghi viali di pioppi smisurati, chiamati "popoli" in Normandia, che separano la
residenza padronale da due fattorie attigue (questa occupata dai Couillard, l'altra dalla famiglia
Martin), e sono questi "popoli" che hanno dato il nome al castello. Al di l dei pioppi si stende un
vasto piano incolto, cosparso di canne, dove la brezza giorno e notte fischia e galoppa: poi, di
colpo, la spiaggia si imbatte in una costiera scoscesa di cento metri, bianca e diritta che bagna il
piede nel mare.
Giovanna guarda lontano la lunga superficie ondulata dei flutti che sembrano dormire sotto le
stelle. In quella calma di sole assente tutti i profumi della terra si diffondono intorno: il gelsomino
arrampicato ai balconi esala il suo alito penetrante che si mischia all'odore molto pi lieve delle
foglie che nascono:
lente ventate portano il sentore forte dell'aria salina e dell'umore vischioso delle alghe: e la
fanciulla si abbandona alla gioia di respirare e il riposo della campagna la calma come un bagno
fresco. Tutti gli animali che si svegliano quando arriva la sera e nascondono la loro oscura
esistenza nella tranquillit della notte, riempiono la semioscurit di un'agitazione silenziosa.
Grandi uccelli muti fuggono per l'aria come macchie, come ombre: ronzii di insetti invisibili
sfiorano gli orecchi:
corse mute traversano l'erba piena di rugiada o la sabbia dei sentieri deserti: solo qualche rospo
malinconico manda alla luna il suo verso breve e monotono. Il cuore di Giovanna sembra che si
allarghi pieno di mormorii proprio come quella notte chiara, formicola di mille desideri vagabondi
simili a quegli animali notturni il cui fremito la circonda tutta; come un'affinit la unisce a quella
poesia vivente, e sul molle candore notturno si sente tutta percorsa da brividi sovrumani, palpiti
di speranze inafferrabili, qualcosa come un soffio di felicit. Comincia a sognare d'amore...
L'amore! Da due anni la riempie con l'ansia del suo dolce muto avvicinarsi. Ormai libera di
amare e le rimane soltanto da incontrare "lui". Come, come sar? Non sa, non si chiede. "Egli"
sar "lui": ecco tutto. Sa soltanto che lo adorer con tutta l'anima e che lui le risponder con
passione. Nelle notti simili a questa passeggeranno sotto il pulviscolo luminoso delle stelle e
andranno cos, con la mano nella mano, stretti stretti, sentendo il calore delle loro spalle,
mescolando il loro amore alla limpidezza soave delle notti d'estate, talmente uniti che per sola
forza di tenerezza penetreranno senza fatica nei loro pensieri pi nascosti: e ci continuer
all'infinito nella serenit d'un affetto indicibile. Le sembra di averlo l, di sentirlo contro il suo
petto, e bruscamente un vago brivido di sensualit l'attraversa dai piedi ai capelli. Stringe le
braccia al seno con un movimento incosciente come per spegnere il sogno, mentre sulle sue
labbra tese verso l'ignoto passa qualcosa che la fa quasi svenire come se il soffio della
primavera le avesse dato un bacio d'amore.
D'un tratto, laggi, sulla strada dietro il castello, sente un calpesto nella notte, e in uno slancio
dell'anima esaltata, in un trasporto di fede nell'impossibile, nei casi della provvidenza, nei
presentimenti divini, nelle combinazioni della sorte, Giovanna pensa a lui che cammina sulla
strada dietro il castello. Dio, fosse lui! Ansiosa, ascolta quel passo; con la certezza che egli si
fermer al cancello chiedendo ospitalit. Ma no, il viandante passato, e lei triste come dopo
un crudele disinganno. Poi ancora sorride della sua follia, comprende l'esaltazione del suo
spirito, lascia, calma, navigare il suo spirito in una fantasticheria pi ragionevole, cerca di

penetrare l'avvenire architettando la sua stessa esistenza. Con lui vivr qui dentro, in questo
castello tranquillo che domina il mare. Avr due figlioli: il maschio per lui, per s la mimmina. E
gi li vede correre sull'erba, tra il platano e il tiglio, seguiti dagli sguardi estatici della madre e del
padre che si scambiano occhiate piene di passione al di sopra delle due testoline. Cos
fantastica a lungo mentre la luna compie il suo cammino nel cielo fino a scomparire nel mare.
L'aria pi fresca. Impallidisce l'orizzonte, a oriente. Canta un gallo nella fattoria di destra:
altri rispondono dalla fattoria di sinistra. Voci rauche che sembrano venire da molto lontano,
attraverso i muri dei pollai; e gi le stelle spariscono nell'immenso arco del cielo albeggiante.
Un piccolo grido di uccello. Escono dalle foglie mormorii timidi timidi, si fanno pi arditi,
diventano pi vibranti, pi allegri, di ramo in ramo, di albero in albero. E lei gi in piena luce.
Alza la testa china sulla cavit delle palme, richiude gli occhi abbagliata da quello splendore di
aurora. Una montagna di nubi purpuree, nascoste in parte dietro il gran viale dei pioppi, getta
bagliori di sangue sulla terra cos risvegliata. Appare a poco a poco l'immenso globo
fiammeggiante, rompendo le splendide nuvole, crivellando di fuoco gli alberi, i piani, l'oceano,
tutto l'orizzonte. E Giovanna folle, felice. Una gioia delirante, un intenerimento infinito dinanzi
al fulgore delle cose inonda il cuore, e il cuore viene meno. E' il suo sole! E' la sua aurora! E' il
principio della sua vita! E' la nascita delle sue speranze!
Tende le braccia verso lo spazio radioso col desiderio di abbracciare il sole volendo parlare e
gridare qualcosa di divino come quel prorompere del giorno, ma resta inerte, paralizzata in un
entusiasmo impotente. Allora posa la fronte sulle mani, sente i suoi occhi pieni di lacrime, e
piange, piange: piange e gode il suo pianto.
Quando rialza la testa, il grande spettacolo del giorno nascente gi finito. Si sente esaurita,
infreddolita, un po' fiacca, e senza chiudere la finestra si stende sul letto, sogna ancora qualche
minuto, si addormenta cos profondamente che alle nove non sente la chiamata del padre e non
si sveglia che quando egli qui, nella stanza.
Il padre voleva mostrarle gli abbellimenti del castello, del "suo" castello. La facciata che dava
sull'interno dei terreni era separata dalla strada da un vasto cortile disseminato di meli: la strada,
detta vicinale, che passava fra i muri dei contadini e raggiungeva, una mezza lega pi lontano, la
grande strada dall'Havre a Fcamp. Una viale diritto raggiungeva la scalinata partendo dall'orlo
del bosco. I locali di servizio, piccoli fabbricati in rocce marine, coperti di stoppie, si allineavano
ai due lati del cortile, lungo i fossati delle due fattorie.
I tetti erano nuovi, le serramenta erano state rifatte, i muri riparati, le camere ritappezzate, tutto
l'interno ridipinto. E il vecchio scuro castello portava, come macchie, le imposte fresche di un
bianco argenteo e le sue recenti intonacature sulla grande faccia grigiastra. L'altra facciata,
quella su cui si apriva la finestra di Giovanna, guardava il mare lontano, sopra al boschetto e alla
muraglia di olmi rosi dal vento.
Padre e figliola visitarono tutto, senza tralasciare nemmeno gli angoletti; passeggiarono
lentamente nel viale dei pioppi che chiudevano quel che si chiamava "il parco". L'erba era
spuntata sotto gli alberi stendendovi il suo verde tappeto, e in fondo il boschetto grazioso
arruffava i suoi sentieruoli tortuosi, separati come da tramezzi di fogliame. Una lepre schizz
bruscamente (Giovanna ne fu impaurita) e se la batt fra le canne marine, verso la spiaggia.

Dopo colazione, poich la signora Adelaide, ancora estenuata, avvert che andava a riposarsi, il
barone propose di scendere fino a Yport. Partirono padre e figlia attraversando subito il piccolo
villaggio di Etouvent dove si trovavano i "Pioppi" (tre contadini li salutarono come se li avessero
sempre conosciuti), poi entrarono nei boschi in discesa che si abbassavano fino al mare
seguendo una vallata tortuosa. Ed ecco Yport. La strada inclinata, con un ruscello nel mezzo e
mucchi di rifiuti dinanzi alle porte, esalava un acuto odore di salamoia. Donne sulle soglie che
raccomodavano i loro poveri cenci guardarono quella coppia passare. Reti brunastre, dove
erano rimaste scaglie lucenti simili a pagliuzze d'argento, si asciugavano contro le porte delle
casupole da cui uscivano gli odori delle famiglie numerose brulicanti in una camera sola.
Qualche colombo passeggiava sull'orlo del ruscello in cerca del cibo. Giovanna si interessava a
tutto; tutto le sembrava curioso e nuovo come una scena di teatro. Ma improvvisamente, svoltato
un muro, scorse il mare, d'un blu opaco e liscio che si stendeva a perdita d'occhio.
Si fermarono sulla spiaggia, a guardare. Passavano al largo vele bianche come ali di uccelli: la
scogliera, enorme, a destra o a sinistra: una specie di promontorio chiudeva la vista da un lato
mentre dall'altro la linea della costa si prolungava indefinitamente fino a non essere pi che una
linea, Un segno appena segnato. Appariva un porto, altre case, in una delle spaccature pi
prossime, e le tre piccole ondicine che guarnivano il mare di frangette schiumose rotolavano sui
sassolini con un leggero mormoro. Le barche paesane, tirate a secco sul pendo del ghiareto,
riposavano su un fianco offrendo al sole le loro guance rotonde spalmate di pece. I pescatori le
stavano preparando per la marea della sera.
Un marinaio si avvicin presentando i suoi pesci, e Giovanna acquist un grosso rombo che
voleva portare ai "Pioppi" lei stessa. Allora l'uomo offr i suoi servigi per le passeggiatine in
barca, ripetendo il suo nome spiccatamente, in modo da farlo entrar bene in mente ai signori.
"Lastique, Peppino Lastique." Il barone promise di non dimenticarlo. Poi padre e figliuola
ripresero la via del castello; e siccome il grosso pesce affaticava Giovanna, gli pass nelle
branchie il bastone paterno, e ciascuno ebbe la sua estremit. Cos essi andavano allegri
risalendo la costa, chiacchierando come due ragazzi, la fronte al vento, gli occhi brillanti, mentre
il rombo affaticava il loro braccio, a poco a poco, spazzando l'erba con la coda grassa.

Capitolo 2
Una esistenza piacevole e libera cominci per Giovanna. Leggeva, sognava, girellava, sola sola,
nei dintorni, o vagava lenta lungo le strade, con lo spirito perduto dietro le sue fantasticherie,
oppure scendeva sgambettando per le piccole valli tortuose le cui groppe portavano, come una
cappa d'oro, un vello di fiori di giunco. Il loro odore dolce e penetrante, esasperato dal calore, la
inebriava come un vino profumato, cos che lei cullava il suo spirito al sussurro lontano delle
ondicine che rotolavano sulla spiaggia, anzi a quest'ultima ondata. La stanchezza a volte la
faceva cadere sull'erba fitta di un pendo: a volte, quando scopriva di colpo dopo una svolta, in
un'insenatura, un triangolo di mare turchino, scintillante al sole e con una vela all'orizzonte,
allora Giovanna provava una gioia disordinata, come al misterioso avvicinarsi di una felicit
librata su lei. L'amore della solitudine la afferrava nella dolcezza del fresco paese, nella calma
del morbido orizzonte, e restava cos a lungo seduta in cima alle alture che i piccoli conigli
selvatici venivano a saltellarle tra i piedi.

Spesso si metteva anche a correre sulla scogliera sferzata dall'aria della costa, tutta vibrante
della gioia squisita di potersi muovere come i pesci nell'acqua, come le rondini nell'aria.
Ovunque seminava ricordi come si getta il seme sulla terra; ricordi le cui radici resistono fino alla
morte; e le sembrava di gettare in quei luoghi anche un po' del suo cuore. Poi cominci a
bagnarsi con passione. Nuotava a perdita d'occhio, forte e ardita com'era, senza coscienza del
pericolo. Si sentiva bene in quell'acqua fredda, limpida e azzurra che la portava con s, la
cullava. Quand'era lontana dalla spiaggia, si metteva supina, le braccia incrociate sul petto, gli
occhi perduti nell'azzurro fondo del cielo rapidamente attraversato dal volo di una rondine, dal
biancore di un uccello marino. Non si udiva pi alcun rumore, se non il mormoro lontano della
risacca o un vago bisbiglio della terra che sembrava scivolasse nell'ondulazione dei flussi: ma
confuso, pressoch inafferrabile. Poi Giovanna si sollevava e in un impeto di gioia gettava grida
acute sbattendo l'acqua con tutte e due le mani. Se si avventurava troppo lontano, una barca
veniva a cercarla. Rientrava al castello pallida per la fame, ma leggera, ilare, snella, il sorriso
sulle labbra, la perfetta letizia negli occhi.
Intanto il barone meditava grandi imprese agricole, voleva fare esperimenti, seguire il progresso,
provare nuovi strumenti, acclimatare piante straniere, e passava buona parte della giornata a
discutere coi contadini che scrollavano la testa un po' increduli. Spesso andava anche per mare,
coi marinai d'Yport.
Quando ebbe visitato le grotte, le fontane e le guglie dei dintorni egli volle pescare come un
semplice marinaio.
Nei giorni di brezza, quando la vela piena di vento fa correre sul dorso delle onde il guscio gonfio
delle barche che trascinano fino in fondo al mare la gran lenza sfuggente che le schiere degli
sgombri inseguono, egli teneva fra le dita tremanti per l'ansia la cordicella che si sente vibrare
appena un pesce preso si dibatte.
Partiva al chiaro di luna per alzare le reti calate alla vigilia; amava sentir scricchiolare l'albero
della nave, respirare le raffiche fischianti e fresche della notte; e dopo aver lungamente
bordeggiato per ritrovare i gavitelli dirigendosi verso una cresta di roccia, verso la cima di un
campanile o verso il faro di Fcamp, godeva a restare immobile sotto i raggi del sole che si
levava e faceva brillare sul ponte del battello la groppa viscida delle larghe razze a ventaglio o il
ventre grasso dei rombi.
A tavola egli raccontava con entusiasmo le sue passeggiate, e mammina in compenso gli
narrava quante volte aveva percorso il gran viale dei pioppi, quello di destra, confinante con la
fattoria dei Couillard, non avendo l'altro abbastanza sole. Poich le avevano raccomandato di
"far del moto" si accaniva a camminare.
Appena il fresco della notte si era dissipato, scendeva appoggiata al braccio di Rosala, avvolta
in un mantello e due scialli, la testa riparata da un cappellino nero che riparava a sua volta una
rossa cuffietta. Allora, trascinando il piede sinistro, un po' pi pesante, e dopo aver seguito per
tutta la lunghezza del viale, l'uno all'andata, l'altro al ritorno, due solchi polverosi dove l'erba era
morta, la poveretta ricominciava senza fine l'interminabile viaggio in linea retta dall'angolo del
castello fino ai primi arbusti del boschetto. Aveva fatto collocare una panchetta a ciascuna
estremit di questa pista e ogni cinque minuti si arrestava dicendo all'infinita pazienza di colei
che la reggeva:
"Ora sediamoci, figliola, perch sono un po' stanchetta." E a ogni fermata lasciava su una panca
prima la cuffietta rossa, poi uno scialle, poi l'altro scialle, poi il cappellino, poi il mantello, e tutto

ci formava ai due capi del viale due grossi mucchi di indumenti che Rosala riportava sul
braccio libero quando si rientrava per la colazione.
Nel pomeriggio la baronessa ricominciava, con passo pi molle, con riposi pi lunghi,
sonnecchiando anche un po' di tanto in tanto su una sedia a sdraio che le portavano l fuori.
Questo lei lo chiamava fare "il suo esercizio", cos come diceva "la mia ipertrofia". Erano passati
dieci anni da quando un medico chiamato d'urgenza perch soffriva di soffocazioni aveva parlato
di ipertrofia: dopo di allora questa parola, di cui non capiva nemmeno il significato, si era
conficcata nella sua testa. Da ostinata, voleva che il barone e Giovanna e Rosala le tastassero
il cuore, che nessuno pi udiva tanto era sepolto sotto la gonfiezza del seno, ma rifiutava con
energia di lasciarsi visitare da un nuovo medico per la paura che le scoprissero altri malanni, e
parlava della "sua ipertrofia" in ogni occasione e cos spesso da sembrare che questo male
fosse una sua particolarit, le appartenesse come una cosa unica, sulla quale gli altri non
avevano nessun diritto. E il barone diceva "l'ipertrofia della mamma", come avrebbe detto "il
vestito", "il cappello", "l'ombrello". E pensare che era stata graziosa da giovane, e pi sottile di
una canna. Dopo aver ballato fra le braccia di tutte le uniformi dell'Impero, aveva letto "Corinna"
che le aveva fatto versare tante lacrime, e le era rimasto come il sigillo di questo romanzo. Man
mano che la sua figura si era ingrossata, la sua anima aveva acquistato slanci pi poetici, e
quando l'obesit l'aveva inchiodata su una poltrona, il suo pensiero cominci a vagabondare
attraverso avventure tenere di cui si credette l'eroina. Oh, ne aveva sempre delle preferite da
richiamare nei suoi sogni; come una scatoletta musicale che, a girare la manovella, ripete
sempre la stessa canzone. Tutte le romanze in cui si parla di prigionieri e di rondinelle le
inumidivano gli occhi, e poi amava anche certe canzoni libertine di Branger per i rimpianti che
esprimono. Spesso restava immobile ore e ore, lontana nelle sue fantasticherie, e i "Pioppi" le
piacevano infinitamente perch quasi facevano da scenario ai romanzi della sua anima,
ricordandole, e per i boschi dei dintorni e per la landa deserta e per la vicinanza del mare, le
storie di Walter Scott che da qualche mese andava leggendo. Nelle giornate di pioggia restava
chiusa nella sua stanza a far passare ci che chiamava le sue "reliquie", ed erano le sue vecchie
lettere, quelle di suo padre e di sua madre, quelle del barone quando erano fidanzati: altre
ancora. Le aveva chiuse tutte in uno stipetto di mogano che aveva agli angoli altrettante sfingi di
rame e diceva con un'inflessione di voce particolare:
"Rosala, figliola mia, portami il cassettino dei 'ricordi.'" La ragazza apriva lo stipetto, toglieva il
cassetto, lo posava sulla sedia davanti alla sua padrona che si metteva a leggere lentamente, a
una a una, queste lettere care, lasciandovi cader sopra, di quando in quando, una lacrimuccia.
Qualche volta Giovanna rimpiazzava Rosala e faceva lei passeggiare mammina che le
raccontava i suoi ricordi d'infanzia.
La fanciulla si ritrovava in quelle storie d'altri tempi tutta stupita di quella comunanza di pensieri,
di quell'affinit di desideri, perch ciascun cuore si immagina di aver trasalito prima d'ogni altro
sotto una folla di sensazioni che hanno fatto battere i cuori delle prime creature come faranno
palpitare ancora il cuore dell'ultimo uomo, il cuore dell'ultima donna. La lentezza del passo
seguiva la lentezza del racconto, interrotto talvolta per qualche attimo dall'affanno della
narratrice e allora il pensiero della figliuola, saltando al di l delle avventure cominciate, si
slanciava verso l'avvenire, verso le speranze e la gioia.
Un pomeriggio, mentre si riposavano sulla panchetta videro tutt'a un tratto, dal fondo del viale,
avvicinarsi un gran prete. Egli salut di lontano, assunse un'aria sorridente, salut ancora
quando fu a tre passi e grid: "Ebbene, signora baronessa, come si sta?". Era il parroco del
paese.

Mammina, nata nel secolo dei filosofi, allevata da un padre poco credente, ai tempi della
Rivoluzione, non frequentava molto la chiesa; bench amasse i preti per un istinto religioso di
donna.
Ora aveva totalmente dimenticato l'abate Picot, il suo curato, e arross al primo vederlo, poi si
scus di non averlo avvertito della riapertura del castello. Ma il buon uomo non sembrava affatto
scontento, e continuava a interessarsi a Giovanna, a farle i complimenti per il suo aspetto
fiorente, poi si sedette, appoggi il cappello sulle ginocchia e si asciug la fronte imperlata.
Siccome era molto grosso, acceso e tutto sudato, si tirava fuori dalla tasca continuamente un
fazzolettone enorme a quadretti, imbevuto gi di sudore, e se lo passava sul volto, sul collo; ma
appena la tela umida era rientrata nelle profondit della sua veste, nuove gocce spuntavano
sulla sua pelle, nuove gocce cadevano sulla sottana raccolta sul ventre, e fermavano in piccole
macchie circolari la danza aerea della polvere. Era gaio, un vero prete di campagna, tollerante,
chiacchierone, un brav'uomo, tanto vero che ora raccontava le sue storie, parlava della gente
del paese, senza neppure mostrare che le sue due parrocchiane non si erano ancor fatte vedere
alle funzioni. Ma in verit la baronessa aveva gi messo d'accordo la sua indolenza con la sua
fede confusa e Giovanna era troppo felice di essersi liberata dal convento dove l'avevano
saturata di pratiche religiose.
Ed ecco il barone. La sua religione panteista lo lasciava indifferente ai dogmi. Fu cortese col
parroco che conosceva da lungo tempo, e lo trattenne a pranzo. E il parroco seppe piacere,
grazie a quella specie d'astuzia incosciente che la cura di anime d anche agli uomini pi
mediocri chiamati per caso a esercitare un potere sui propri simili. Quanto alla baronessa, lo
trattava con ogni riguardo, attirata forse da una di quelle simpatie che avvicinano tutti coloro che
si somigliano fisicamente, piacendo all'obesit della dama la figura sanguigna e il fiato corto
della reverenda pinguedine.
Alla frutta egli ebbe una vivacit di curato d'ottimo umore, quell'abbandono confidenziale che si
ha nel finire degli allegri conviti. D'un tratto grid come se un'idea felice gli avesse attraversato il
cervello: "Ma io ho un parrocchiano, il signor visconte di Lamare! Bisogna bene che ve lo
presenti!" La baronessa che aveva sulla punta delle dita tutta l'araldica della provincia, scatt:
"Appartiene alla famiglia di Lamare dell'Eure?" "S, signora baronessa" rispose il prete con un
inchino. "E' figlio del visconte Giovanni di Lamare che mor l'anno passato." Allora la dama che
adorava la nobilt fece un mucchio di domande, e cos seppe che, pagati i debiti del padre, il
giovanotto aveva venduto il castello di famiglia per ridursi in un piccolo appartamento in una
delle tre fattorie che possedeva ancora a Etouvent. Questi beni rappresentavano in tutto cinque
o seimila "lire" di rendita, ma il visconte era economo e saggio e contava di vivere
semplicemente due o tre anni in quel luogo modesto per metter da parte tanto da permettergli di
figurare in societ, ammogliarsi bene, senza far debiti, senza ipotecare le sue fattorie.
"E' un simpatico ragazzo" aggiunse il curato "e cos ordinato e cos quieto! Ma non si diverte
molto in questi paesi..." "Conducetelo da noi" disse il barone. "Qua si potr distrarre qualche
volta..." E si pass ad altro argomento. Dopo aver preso il caff nel salone, il prete chiese il
permesso di fare un giro in giardino, essendo abituato a muoversi un po' dopo i pasti. Il barone
volle seguirlo, e camminarono su e gi lungo la facciata del castello.
Le loro ombre, l'una magra, l'altra grossa e come coperta da un fungo, andavano e venivano,
ora avanti, ora indietro, secondo che camminassero verso la luna o le volgessero il dorso. Il
parroco masticava una specie di sigaretta che aveva tirato fuori dalla tasca, e ne spieg l'utilit
col parlar franco dei campagnoli:

"E' per facilitare i rutti. Io ho le digestioni piuttosto pesanti..." Poi, improvvisamente, guardando il
cielo dove nuotava l'astro lunare:
"Non ci si sazia mai di quello spettacolo l!" E rientr in casa per congedarsi dalle signore.

Capitolo 3
La domenica seguente la baronessa e Giovanna, per deferenza verso il curato, andarono a
messa. Dopo la funzione lo attesero per invitarlo a colazione per il gioved.
Egli usc dalla sagrestia accompagnato da un giovane alto, elegante, che gli dava il braccio con
confidenza; e appena vide le due signore fece un gesto di lieta sorpresa.
"Come giungono a proposito! Signora baronessa, signorina Giovanna, permettete, permettete
che vi presenti il vostro vicino. Il visconte di Lamare." Il visconte si inchin, espresse il suo antico
desiderio di conoscere le signore, si mise a parlare con disinvoltura, da uomo di mondo, da
uomo che sa il fatto suo. Egli aveva nella fisonomia quel non so che d'attraente che seduce le
donne ed estremamente antipatico agli uomini. I suoi capelli bruni, arricciati ombreggiavano
una fronte liscia e abbronzata e due grandi sopracciglia cos regolari da parere artificiali
rendevano teneri e profondi i suoi occhi scuri il cui bianco aveva una delicata sfumatura
azzurrina. Ciglia fitte e lunghe davano al suo sguardo l'eloquenza della passione, quella stessa
che nei salotti turba un poco la dama bella e superba e fa voltare per la strada la ragazza del
popolo in giro col suo paniere. Il fascino languido di quell'occhio illudeva di una profondit di
pensiero e dava importanza anche alle pi comuni parolette. La barba lucida e fine occultava
una mascella un po' forte.
Nuovi complimenti, nuove cerimonie e il gruppo si sciolse. Due giorni dopo il signor di Lamare
fece la sua prima visita ai "Pioppi".
Giunse mentre si discuteva su una panchina messa a prova fin dal mattino sotto il gran platano
di contro alle finestre del salone.
Il barone voleva che sotto il tiglio si mettesse un'altra panchina: per simmetria. Nemica della
simmetria, interveniva mammina opponendosi. E il visitatore le diede ragione.
Poi il visitatore parl del paese che chiam "pittoresco" in grazia dei tanti "punti" incantevoli che
gli aveva offerto nelle sue passeggiate solitarie. Di quando in quando i suoi occhi incontravano
gli occhi di Giovanna, come per caso, e Giovanna provava una sensazione strana sotto quello
sguardo rapido, subito distolto, in cui spuntava una blandizia ammirativa, una simpatia gi
vivace.
Il signor di Lamare padre, morto l'anno prima, aveva appunto conosciuto un intimo amico del
signor Cultaux, padre della baronessa: e la scoperta di questa conoscenza port a una
conversazione interminabile di matrimoni, date, parentele. La dama faceva sforzi di memoria

prodigiosi per fissare le ascendenze e le discendenze di altre famiglie muovendosi assai bene,
senza perdersi nel labirinto complicato delle genealogie.
"Dite, visconte, avete mai sentito parlare dei Saunoy-Varfleur? Il figlio maggiore, Gontrano,
aveva sposato una signorina de Coursil, una Coursil-Courville, e il minore una delle mie cugine,
la signorina de la Roche-Aubert che era parente dei Crisange. Ora il signor Crisange era intimo
di mio padre e deve aver conosciuto anche il vostro." "S, signora baronessa. Non quel signor
Crisange che emigr, e il suo figliolo andato in rovina?" "Proprio lui. Aveva chiesto in
matrimonio mia zia dopo la morte di suo marito, il conte d'retry; ma la zia non volle saperne
perch... perch tabaccava. A proposito, sapete che cosa avvenuto dei Viloise? Hanno
lasciato la Turenna verso il 1813 in seguito a rovesci di fortuna, e non ne ho pi sentito parlare."
"Credo che il vecchio marchese sia morto in seguito a una caduta da cavallo, lasciando una
figliuola maritata con un inglese, e l'altra con un certo Bassolle, un commerciante, dicono, ricco,
che pare l'avesse sedotta..." Ritornavano nella loro memoria nomi imparati nell'infanzia dalle
conversazioni dei vecchi, e i matrimoni di queste famiglie loro pari assumevano attraverso il
ricordo l'importanza di grandi avvenimenti pubblici. Trattavano di gente mai vista come se la
conoscessero a fondo; e poich altrove quelle persone parlavano di loro nello stesso modo e
linguaggio, baronessa e visconte sentivano di lontano quelle quasi amicizie, quelle quasi
alleanze, per il solo fatto di appartenere alla stessa casta, di equivalersi nel sangue.
Il barone, un po' selvatico per natura e, per educazione, in disaccordo continuo con le credenze
e i pregiudizi di casta, non conosceva le famiglie dei dintorni e ne chiese al visconte. Il visconte
rispose nello stesso modo con cui avrebbe dichiarato che non c'erano molti conigli intorno: non
c'era molta nobilt nei dintorni. Diede particolari. Tre sole famiglie in una cerchia relativamente
vicina: il marchese di Coutelier, una specie di capo dell'aristocrazia normanna: il visconte e la
viscontessa di Briseville, di nobilissima stirpe, ma che vivevano per conto loro:
il conte di Fourville, una specie di orco, di cui si sussurrava che avesse fatto morire la moglie.
Costui viveva da cacciatore nel suo castello della Vrillette, costruito sopra uno stagno. Poi
c'erano i nuovi ricchi (quelli che si intendono fra loro) che avevano acquistato terreni, chi qua, chi
l. Il visconte non li conosceva.
Si conged, e il suo ultimo sguardo fu per Giovanna: come se le avesse rivolto un addio
particolare, un pi affettuoso e dolce saluto. La baronessa lo trov simpatico e sopra tutto "molto
distinto". Il barone ammise che era un giovanotto "molto educato".
La settimana dopo egli sedette per la prima volta a mensa. Da quel giorno egli torn tutti i giorni.
Giungeva in genere verso le quattro del pomeriggio, andava incontro a mammina nel "suo viale",
le offriva il braccio per aiutarla nel "suo esercizio". Se Giovanna era in casa, era lei che
sosteneva la baronessa dall'altra parte, e tutt'e tre camminavano lentamente da un capo all'altro
del viale, andando e ritornando senza tregua. Quasi mai egli rivolgeva la parola a Giovanna, ma
i suoi occhi che sembravano di velluto nero incontravano spesso quelli di lei che si sarebbero
detti di agata azzurra.
Ma poi c'erano le gite a Yport col barone. Una sera che si trovavano sulla spiaggia si fece avanti
pap Lastique con la pipa.
Senza pipa pap Lastique sarebbe parso un pap Lastique senza naso.

"Signor barone, con questo vento si potrebbe andare domani fino a tretat e ritornare senza
fatica." Giovanna giungeva le mani.
"Pap, pap! Se tu volessi!" "Volete venire?" disse il barone al visconte. "Andiamo a far
colazione a tretat?" Fu un'escursione decisa. Giovanna in piedi all'aurora: Giovanna che
aspettava il padre pi lento a vestirsi: Giovanna che camminava al suo fianco sulla rugiada e
attraversava la pianura e il bosco tutto vibrante di canti di uccelli. E il visconte e pap Lastique
erano seduti qua, sopra un argano!
Al momento della partenza ci fu bisogno di due marinai di rinforzo, i quali, appoggiando le spalle
al fasciame della barca, spingevano s a tutta forza, ma avanzavano a fatica sulla piattaforma
del ghiareto. Lastique faceva rotolare sotto la chiglia un cilindro di legno unto di grasso e poi
riprendeva il suo posto modulando con voce strascicata il suo interminabile "oh op!" per
regolare lo sforzo comune. Improvvisamente, quando avvert la discesa, la barca prese l'avvio e
sdrucciol sui ciottoli tondi con un gran sibilo di stoffa che si lacera. Poi si ferm tra la spuma
delle prime ondicine come a permettere a ciascuno di sedersi dentro finch i due marinai rimasti
a terra le diedero l'ultima spinta. Una brezza leggera e costante che veniva dal largo sfiorava e
increspava la superficie dell'acqua. La vela fu issata, si arrotond un poco e la barca fil
tranquillamente, cullata appena dal mare.
Come si erano gi allontanati! Ecco il cielo abbassarsi all'orizzonte, confuso gi con l'oceano.
Ecco, verso terra, l'alta scogliera diritta che stende una grande ombra ai suoi piedi, tutta
frastagliata dai pendii erbosi zuppi di sole. Vele brune escono laggi dalla bianca scogliera di
Fcamp; una roccia di strana forma, laggi uno scoglio rotondo e forato da parte a parte, prende
a poco a poco l'aspetto di un enorme elefante che tuffi la sua proboscide nelle onde, ed la
piccola porta di tretat.
Giovanna, tenendosi in bilico, un po' stordita dal dondolio delle onde, guardava lontano lontano
e le sembrava che al mondo ci fossero tre sole cose belle: la luce, l'acqua, lo spazio. Non
parlava, e nessun altro parlava. Pap Lastique teneva la barra e la scotta, ma di quando in
quando beveva un sorso da una bottiglia nascosta sotto la panca, e fumava senza tregua in quel
suo moncherino di pipa che sembrava inestinguibile. La pipa di Lastique! Ne usciva sempre un
sottile filo azzurrognolo mentre la stessa spira di fumo sfuggiva a lui dall'angolo della bocca: n
mai lo si vedeva occupato col suo fornello di terra, pi nero dell'ebano, per accenderlo o per
ricaricarlo di tabacco. Solo qualche volta egli avvicinava la mano alla pipa, se la toglieva di
bocca, e dallo stesso angolo donde usciva la spira azzurrognola lanciava il suo sputo nero al
mare.
Il barone, seduto sul davanti, faceva da marinaio e sorvegliava la vela. Giovanna e il visconte
erano vicini, entrambi un poco turbati. Una forza ignota faceva cos che i loro occhi si
incontrassero, che li alzassero allo stesso momento, come avvertiti da un'affinit di pensiero,
perch ondeggiava gi fra di loro quel senso di tenerezza vaga e sottile che nasce cos presto
fra due giovani quando lei graziosa e lui non brutto. Forse si sentivano felici l'uno accanto
all'altra, perch si pensavano.
Il sole saliva come per contemplare da un pi alto cielo il vasto mare che gli si stendeva l sotto;
ma il mare ebbe come una civetteria e si avvolse in una bruma leggera che lo velava ai raggi del
sole. Era una nebbietta trasparente, bassa, dorata, che non nascondeva nulla, ma che rendeva
pi soavi le cose lontane. Il sole incalzava, il sole scioglieva la bella nuvola splendente: il sole

era al colmo della sua forza; ed ecco svanire la caligine, ecco il mare liscio come un cristallo
splendere di luce. "Com' bello!" sussurr Giovanna commossa.
"S, s, bello" rispose il visconte.
La serena chiarezza di quella mattinata risvegliava come un'eco nei cuori.
E subito si scorsero le grandi arcate di tretat simili a due gambe della scogliera che
camminassero nel mare cos alte da far arco ai bastimenti; mentre una guglia di roccia bianca e
acuminata si ergeva davanti alla prima. Toccarono terra, e fu il barone che scese per primo per
trattener la barca a riva tirando una corda, e fu il visconte che prese nelle sue braccia Giovanna
per deporla a terra senza che avesse a bagnarsi i piedini: e i due giovani risalirono insieme l'erto
banco di ciottoli, l'uno vicino all'altra, commossi, stupiti di quel rapido contatto, udendo ci che
pap Lastique diceva al barone:
"C' da farne una bella coppia, e... senza perdere tempo." La colazione, in una piccola locanda
della spiaggia, fu deliziosa.
L'oceano, paralizzando voce e pensiero li aveva fatti silenziosi:
ora la tavola li mutava in ciarlieri. Erano tutti come scolaretti in vacanza. Una gaiezza
interminabile saliva fino a loro dalle cose pi semplici. Ecco pap Lastique che prima di sedersi
a tavola nasconde la sua pipa: e la nasconde, ancora fumante, nel suo berretto e ne ride! Il suo
naso rosso attira una mosca che viene a posarvisi sopra, e quando egli la scaccia con un gesto
troppo lento per poterla afferrare, ecco la mosca posarsi su una tenda di mussolina che porta i
segni delle sue sorelline, e di l adocchiare avidamente il lucido naso e tornar subito dopo a
installarvisi. A ogni viaggio dell'insetto scoppiavano pazze risate; ma l'ilarit fu smodata quando il
vecchio si infastid del solletico: "Ma maledettamente ostinata!" e Giovanna e il visconte si
torcevano, con le lacrime agli occhi, soffocavano, tenevano il tovagliolo alla bocca. Giovanna
disse dopo il caff:
"Se andassimo a far due passi?" Il visconte si alz. Il barone preferiva la siesta sul ghiareto, e
disse ai "ragazzi" che andassero pure, tornassero pure fra un'ora. E i "ragazzi" via tra le poche
capanne del borgo, verso un piccolo castello che somigliava a una gran fattoria, verso una
vallata che si scopriva e si allargava tutta per loro. Il dondolo del mare li aveva illanguiditi
turbando il loro normale equilibrio, l'aria salina li aveva affamati, la colazione storditi, la
contentezza snervati, e ora si sentivano forse un po' matti, con una gran voglia di correre, di
qua, di l, per i campi.
Giovanna poi con quei ronzii alle orecchie era tutta agitata da sensazioni rapide e nuove.
Un sole scottante li investiva come quelle messi mature che si piegavano sotto il calore. Le
cavallette si sgolavano, numerose come i fili d'erba, gettando ovunque, tra il grano, tra la segala,
tra i giunchi marini delle rive, il loro grido stridulo e secco.
Nessun'altra voce saliva sotto il cielo torrido, d'un azzurro cos terso e ingiallito come se dovesse
improvvisamente mutarsi in rosso scarlatto, simile ai metalli avvicinati troppo a un braciere.
Finalmente apparve la linea di un boschetto; e andarono verso il boschetto. Vi conduceva uno
stretto viale, incassato fra due scarpate, e cos folto di alberi e fronde che non vi entrava raggio

di sole. Una frescura umida li penetr improvvisamente, di quell'umidit che fa accapponare la


pelle e va nei polmoni. La delicatezza vellutata del muschio sostituiva l'erba non nata per
mancanza di luce e di aria libera.
"Guardate, oh, guardate! Non potremmo sederci un poco laggi?" Erano morti due alberi, s che
approfittando del vuoto nel fogliame, come di una lacerazione nel verde, cadeva l un fascio di
sole; e questo sole scaldando quell'angolino, aveva risvegliato i germi delle erbe, quelli del
lichene e della radicchiella, e faceva sbocciare dei fiorellini bianchi, fini come la nebbia, e digitali
simili a fusi. Farfalle, api, tozzi calabroni, zanzare interminabili simili a scheletri di mosche, mille
insetti volanti, animali del buon Dio rosei e maculati, bestioline infernali dai riflessi verdastri,
bestioline nere con le corna popolavano questo pozzo splendido e caldo scavato nell'ombra
gelida di un intrico di fronde.
Sedettero. Avevano la testa in ombra e i piedi al sole e guardavano tutta questa vita minuta e
brulicante che era nata da un raggio di sole. Giovanna ripeteva intenerita:
"Come si sta bene qui! La campagna, oh, pur bella! Ci sono dei momenti che vorrei essere
una mosca o una farfalla per potermi nascondere in un fiore..." Parlarono a lungo di s, delle
loro abitudini, dei loro gusti, col tono basso, intimo e grave con cui ci si confida a vicenda. Egli si
mostrava gi disgustato del mondo, stanco di una vita futile giacch era sempre la stessa cosa e
non ci si trovava niente di genuino, niente di schietto. Il mondo! Oh s, avrebbe voluto
conoscerlo; ma era gi convinta che non valesse la bella campagna.
E pi i loro cuori si avvicinavano, pi si chiamavano cerimoniosamente "signorina" e "signore";
pi i loro sguardi si sorridevano e si intrecciavano, pi sembrava che una bont nuova li
prendesse, un affetto per tutte le cose, un interesse per le cose di cui non si erano curati, a cui
non avevano fatto attenzione.
Tornarono indietro. Il barone non c'era ancora perch era andato a piedi fino alla Chambre-auxDemoiselles, una grotta sospesa in una cresta della scogliera; e lo aspettarono al piccolo
albergo. Egli non torn che alle cinque del pomeriggio dopo una lunga passeggiata sulla
costiera.
Risalirono in barca. Andava molle la barca col vento in poppa, senza la pi piccola scossa, e non
sembrava neppure che avanzasse.
Giungeva la brezza a soffi lenti e tiepidi che sollevavano per un momento la vela e la lasciavano
poi ricadere lungo l'albero, floscia. L'onda opaca sembrava morta. Il sole, un po' fiacco,
seguendo il suo cammino circolare, si avvicinava all'acqua dolcemente. Il languore del mare
faceva ancora tacita ogni cosa.
Giovanna si scosse.
"Come mi piacerebbe viaggiare!" "S, s" rispose il visconte. "Ma viaggiar soli triste.
Bisognerebbe essere in due. Per comunicarsi le proprie impressioni..." "E' vero. Per io amo
passeggiare sola. Si sta cos bene soli quando si sogna!" "Si pu sognare anche in due..."

Giovanna abbass gli occhi perch egli l'aveva guardata un po' a lungo. Era un'illusione? Forse.
E fiss l'orizzonte come per veder pi lontano.
"Vorrei andare in Italia... o in Grecia... Oh s, in Grecia...
anche in Corsica! La Corsica! Dev'essere bella... selvaggia." Egli preferiva la Svizzera per i suoi
"chlets" e per i suoi laghi.
"Oh no! Io amerei i paesi nuovi come la Corsica o i paesi molto vecchi e pieni di ricordi come la
Grecia. Dev'essere cos dolce ritrovare le tracce dei popoli di cui sappiamo la storia fin
dall'infanzia, vedere i luoghi dove si sono compiuti i grandi eventi!" "Io mi sento attirato
dall'Inghilterra. E' un paese molto istruttivo." Allora percorsero tutto l'universo discutendo i pregi
e le bellezze di ogni paese, dal polo all'equatore, estasiati all'idea di luoghi immaginari, di
costumi inverosimili di popoli come i cinesi e i lapponi, e finirono col concludere che il pi bel
paese del mondo la Francia. La Francia, s, col suo clima temperato, fresco d'estate e mite
d'inverno, con le sue campagne opulente, le sue verdi foreste, i suoi grandi fiumi calmi, e un
culto delle belle arti che non era esistito mai in nessuna parte del mondo dopo i grandi secoli di
Atene. E poi rimasero zitti.
Il sole si era fatto pi basso, e sanguinava: una larga striscia luminosa, una via splendente
correva sull'acqua, allacciando l'orizzonte all'umile scia. Cessava l'ultima bava: si appianavano
le increspature delle onde: la vela era immobile, rossa. Una calma infinita sembrava intorpidisse
lo spazio, fasciasse di silenzio questo incontro dei due elementi; e l'acqua, fidanzata mostruosa,
curvando sotto il cielo il suo ventre lucido e liquido, aspettava l'amante di fuoco, che doveva
piombare su lei. Egli acceler la caduta. Era divenuto tutto di porpora, come per la volutt
dell'amplesso. Ecco, ha toccato il segno: ma l'acqua a poco a poco lo inghiotte.
Accorse allora dall'orizzonte un vento blando e leggero e un brivido pieg il seno mobile
dell'acqua come se l'astro inghiottito avesse esalato un sospiro. Nell'atto che pap Lastique
afferr i remi, gli altri si accorsero della fosforescenza del mare. Giovanna e il visconte, l'uno
vicino all'altra, guardavano, guardavano insieme i mobili splendori che la barca lasciava dietro di
s. Non sognavano pi, ma si perdevano in una muta e vaga contemplazione aspirando la sera
in un dolce vellutato benessere:
e siccome lei teneva una mano abbandonata sulla panchina, un dito di lui si avvicin come per
caso, sfiorando la pelle, e lei non si mosse, colpita, felice, confusa di quel contatto leggero.
La sera, quando fu rientrata nella sua stanza, si trov cos stranamente commossa, cos
intenerita, che tutto le dava come una voglia di piangere. Guard la sua pendola, pens che la
piccola ape batteva come un cuore (un cuore amico), che sarebbe stata la testimone della sua
vita, che avrebbe accompagnato le sue ansie e le sue gioie con quel ticchetto regolare, e ferm
l'insetto dorato per mettergli un bacio sulle ali. Avrebbe abbracciato non importa che. Ricord di
aver nascosto in fondo a un cassetto una bambola: la pesc fuori, la salut, le fece festa come a
un'amica adorata, la serr al petto, le baci le guance dipinte, le baci i capelli di stoppa. Poi la
tenne fra le braccia, e sogn. Era proprio "lui" lo sposo annunziato da mille voci segrete che la
Provvidenza conduceva cos sulla sua via? Era quello l'essere creato per lei, l'uomo a cui
consacrare la vita? Erano essi, lui e lei, i due predestinati le cui tenerezze incontrandosi
dovevano stringersi unirsi, confondersi, e generare l'"amore"? No, non sentiva ancora quegli
slanci tumultuosi di tutto il suo essere, quei rapimenti folli, quel profondo sconvolgimento che era
o credeva fosse la vera passione, ma le sembrava di cominciare ad amare perch talvolta si
sentiva come mancare pensando a lui, e non cessava mai di pensarlo. La presenza di lui

l'agitava, arrossiva e impallidiva ogni qualvolta incontrava il suo sguardo, rabbrividiva vedendolo
parlare...
Quasi non dorm quella notte. Poi, di giorno in giorno, il tormentoso desiderio di amare la invase
sempre pi, sempre pi.
Interrogava sempre se stessa, chiedeva ai petali delle margherite, consultava le nuvole, gettava
in aria monete.
"Fatti bella domattina" le disse una sera suo padre.
"Perch, pap?" Era un segreto.
E il giorno dopo, quando scese tutta ilare e fresca in veste chiara, trov sulla tavola del salone
tante scatole di confetti, e su una sedia un gran mazzo di fiori. Proprio in quel momento un carro
entr nel cortile, e vi si leggeva su un fianco: "Lerat, pasticcere a Fcamp. Servizi per nozze", e
Liduina aiutata dalla sguattera tirava fuori da uno sportello aperto dietro il veicolo grandi ceste
piatte che odoravano di buono.
Comparve il visconte. I suoi pantaloni erano tesi e tenuti fermi sotto piccole scarpe verniciate
che facevano risaltare la estrema piccolezza del piede. La sua lunga "redingote", serrata alla
vita, lasciava uscire dallo sparato i ricami della camicia, e una cravatta di seta a pi giri lo
obbligava a tener alta la sua bella testa bruna che aveva quasi il suggello della distinzione.
Aveva un'aria diversa dal solito, quel non so che di particolare che un abbigliamento nuovo d
subito ai volti pi noti. Stupita, lo guardava come se non lo avesse mai visto prima di allora e lo
trovava straordinariamente gentile: gran signore dalla testa ai piedi.
"Ebbene, siete pronta, madrina?" egli disse tutto sorridente, inchinandosi.
"Ma perch? Ma che c'?" "Saprai fra poco" disse il barone.
S'avanz la vettura, e apparve la baronessa in gran gala al braccio di Rosala, la quale sembr
talmente rapita dall'eleganza del signor di Lamare che il barone fece osservare all'amico:
"Vedete dunque che anche la nostra cameriera vi trova di suo gusto". Il visconte arross fino agli
orecchi, finse di non aver sentito, present a Giovanna il mazzo di fiori, e Giovanna lo tenne,
imbambolata. Poi salirono tutt'e quattro in vettura, e ci fu anche la dichiarazione della cuoca
Liduina avanzatasi per recare alla baronessa un brodo freddo ristoratore:
"Davvero, signora, che si direbbe uno sposalizio!" Quando furono a Yport, scesero e
camminarono a piedi, e man mano che avanzavano nel cuore del villaggio, i marinai uscivano
dalle casupole tutti vestiti a nuovo (lo si vedeva dalle pieghe degli abiti), salutavano, stringevano
la mano al barone, seguivano il gruppo come in processione. Il visconte aveva offerto il braccio a
Giovanna; e camminavano in testa aprendo il corteo.
Dirimpetto alla chiesa si arrestarono. Comparve la grande croce d'argento sostenuta da un
chierichetto, e dietro veniva un altro ragazzo met bianco e met rosso che portava il secchiello

dell'acqua benedetta con dentro l'"asperges". Ed ecco i tre vecchi cantori (uno zoppica), poi
quello dei fagotto, poi il curato il cui ventre aguzzo solleva la stola dorata: e d il buon giorno con
un sorriso e un cenno del capo. Poi con gli occhi appena socchiusi, le labbra che biascicavano, il
tricorno tirato sul naso, il buon parroco segu il suo stato maggiore in cotta dirigendosi verso la
spiaggia, dove una folla attendeva circondando festosamente una barchetta nuova,
inghirlandata.
Albero, vela cordame, erano allacciati in lunghi nastri che garrivano al vento, e c'era scritto a
poppa: GIOVANNA: il suo nome a lettere d'oro.
Pap Lastique, capitano della barca costruita a spese del barone, si fece incontro al corteo e,
nello stesso tempo tutti gli uomini insieme si scoprirono il capo e una turba di devoti
incappucciati dentro neri mantelli a grandi pieghe si inginocchi in cerchio davanti alla croce. Il
curato, fra i due chierichetti, avanz verso un fianco della barca, mentre dall'altra parte i tre
vecchi cantori in bianca tonaca, mento peloso, aria grave, occhi sul libro del cantofermo,
tuonavano a gola piena nel chiaro mattino: e ogni volta che riprendevano fiato lo strumento
proseguiva da solo il suo mugghio, cos che il suonatore nella gonfiezza delle guance piene di
vento, stringeva gli occhietti sino a farli scomparire quasi del tutto. Il mare, immobile e
trasparente, sembrava assistere grave al battesimo della sua navicella sollevando deboli
ondicine non pi alte di un dito, con sul ghiareto un piccolo raspare come di rastrello. E i grandi
gabbiani passavano ad ali tese, balenanti, descrivendo curve bianche nel cielo turchino,
fuggivano, tornavano, roteavano ancora sulla folla inginocchiata, come per vedere che cosa mai
si facesse. Il canto cess dopo un "amen" durato ben cinque minuti, e il prete con voce strozzata
biascic alcune parole latine delle quali non si distinguevano che le finali sonore. In ultimo fece il
giro della barca, aspergendola tutta di acqua santa, poi venne la volta degli "oremus" borbottati
sotto la tolda di fronte al padrino e alla madrina che restavano zitti, immobili, la mano nella
mano, lui con la sua gravit di bel giovane, lei con la gola stretta da un nodo improvviso, cos
che le battevano i denti per l'emozione e il tremore. Ecco: il sogno che la preoccupava da tanto
tempo assumeva come improvvisamente, in quella specie di allucinazione, apparenze reali.
Avevano parlato di nozze, e un prete era l e benediceva: uomini in cotta salmodiavano: chi si
sposava? Ebbe come una scossa nervosa alle dita: il palpito del suo cuore era giunto correndo
lungo le vene fino al cuore di lui, del vicino? Indovinava? Capiva? Egli pure invaso da quella
specie di ebbrezza amorosa? O lo sapeva per esperienza che nessuna donna poteva resistergli,
a lui? Allora Giovanna si accorse che egli le stringeva la mano dolcissimamente, poi un poco pi
forte, pi forte ancora, oh Dio, fino a farle male, fino a spezzarle le dita. E senza che la sua
persona avesse un sussulto, senza che nessuno se ne accorgesse, egli disse, s, certo, certo,
egli disse cos, distintamente:
"Oh Giovanna, se voi voleste! Questo sarebbe il nostro fidanzamento..." Abbass la testa con un
moto lentissimo che forse voleva dire "s". E il prete che diffondeva ancora acqua santa, gliene
spruzz sulle dita.
Era fatto. Le donne si rialzavano. Il ritorno fu uno scompiglio.
Nelle mani del chierichetto la lunga croce aveva perduto la sua dignit, correva, oscillava, si
sbandava da destra a sinistra o si curvava in avanti fin quasi a cadergli sul naso. Il parroco, che
non pregava pi, galoppava anche lui dietro gli altri; i cantori e quello del fagotto scomparvero in
un vicoletto per svestirsi pi in fretta, e i marinai si affrettavano a gruppi a causa di quel pensiero
piacevole che metteva nella loro testa come un odore di cucina, riempiva la bocca di saliva,
scendeva fin nei meandri del ventre facendovi brontolar le budella. Era cos che si allungavano
le gambe verso il buon pasto dei "Pioppi".

La grande tavola era stata portata nel cortile, l, sotto i meli.


Sessanta persone vi presero posto, marinai, contadini, e la baronessa sfolgorava al centro
avendo ai lati i due parroci, quello d'Yport e questo dei "Pioppi" e di fronte il suo nobile sposo fra
sindaco e sindachessa, una campagnola magra, gi vecchia, che dispensava salutini a destra e
a sinistra. La sindachessa aveva un viso stretto e tutto chiuso nella gran cuffia normanna, una
vera testa di gallina dalla cresta bianca, dagli occhi tondi e sempre stupefatti: mangiava a colpi
rapidi come beccasse col naso nel piatto.
Giovanna navigava nella gioia, accanto al padrino. Non vedeva pi nulla. Non sapeva pi nulla.
Taceva, con la testa confusa nella felicit.
"Qual il vostro nome?" gli chiese.
"Giuliano. Non lo sapevate?" Ma lei non rispose, e pens: "Quante volte ripeter questo nome!".
A colazione terminata, i signori lasciarono libero il cortile ai marinai e passarono all'altro lato del
castello. La baronessa si mise a fare il suo "esercizio", appoggiata al barone, scortata dai suoi
due curati, e Giovanna e Giuliano si spinsero fino al boschetto, penetrarono nei piccoli viottoli
ombrosi.
Egli le afferr le mani, all'improvviso.
"Dite, dite, volete essere mia moglie?" Giovanna abbassa la testa.
"Dite, vi prego, rispondete!" Giovanna alza gli occhi su lui, con infinita dolcezza. In quello
sguardo egli ha la risposta.

Capitolo 4
Una mattina il barone entr in camera di Giovanna prima ancora che si fosse alzata. Sedette ai
piedi del letto.
"Il signor visconte di Lamare ci ha chiesto la tua mano." Quasi nascose la faccia sotto il lenzuolo.
"Ci siamo riservati di rispondere." Ansimava e il pap aveva sulle labbra un fine sorriso. Diceva:
"Non abbiamo voluto far nulla senza parlartene. Tua madre ed io non siamo contrari, ma non
credere che ti si voglia obbligare. Tu sei molto pi ricca di lui: ma il denaro non conta quando si
tratta della felicit di una vita. Egli non ha pi nessuno. Se tu lo sposassi, sarebbe un figliolo che
entrerebbe nella nostra famiglia, mentre con un altro saresti tu, figliola nostra, che andresti fra

estranei. Il giovane ci piace. Piace a te?" Giovanna divenne rossa fino alla punta dei capelli, in
quel balbetto:
"Io... sono contenta, pap." Pap la guard in fondo agli occhi, con sulle labbra un fine sorriso.
"Ne dubitavo un poco, madamigella." Rest fino a sera mezzo ubriaca, senza sapere quello che
faceva, scambiando macchinalmente gli oggetti, con le gambe rotte dalla fatica senza aver
camminato. Verso le sei era seduta sotto il platano con mammina, ed ecco il visconte. Il suo
cuore batteva sempre pi forte, sempre pi da pazzo. E lui invece si avvicinava senza
emozione, afferrava la mano della baronessa e la baciava, afferrava quest'altra mano tremante e
la baciava: ma questo fu un lungo bacio, pieno di tenerezza e di riconoscenza. Cominci il
fidanzamento, come una stagione ebbra di luce. Parlavano soli negli angoli del salone oppure
sul rialzo del muro in fondo al boschetto, davanti alla landa selvaggia. Talvolta passeggiavano su
e gi nel viale della mamma, lui sempre parlando di avvenire, lei con gli occhi abbassati sulla
traccia polverosa del piede materno.
Decisa la cosa, se ne volle affrettare il compimento e cos si fiss la cerimonia fra sei settimane,
il I5 agosto e poi gli sposi sarebbero partiti per il viaggio di nozze senza indugio. Giovanna fu
consultata sul paese da visitare in quella occasione. E la preferenza fu per la Corsica. In Italia
non sarebbero stati cos soli!
Ora essi attendevano il grande momento senza un'ansia troppo vivace, ma avviluppati, trascinati
da una tenerezza deliziosa, assaporando la grazia squisita delle carezze insignificanti, delle
strette di mano, delle dita premute, degli sguardi sempre pi appassionati, sempre pi lunghi,
oh, cos lunghi che le stesse anime vi sembravano confuse ed anche vagamente tormentati dal
desiderio indeciso delle grandi strette. Fu stabilito che non avrebbero invitato nessuno al
matrimonio, fuorch la zia Lisetta, la sorella della baronessa, che viveva come in pensione in un
convento di Versailles.
La storia di questa Lisetta era un po' triste. Dopo la morte del padre, la baronessa avrebbe
voluta tenerla con s, ma la vecchia zitella, perseguitata dall'idea di recar disturbo a questo e a
quello, convinta di essere inutile e importuna, si era ritirata in una di quelle case di preghiera che
ospitano le persone stanche, sole al mondo. Di quando in quando veniva a passare uno o due
mesi in famiglia. Era una donnina che parlava poco, si vedeva ancor meno, appariva solo all'ora
dei pasti per risalire subito nella sua stanza dove restava chiusa ore e ore, sempre la stessa,
con quell'aria di vecchia, bench non avesse che quarantadue anni, con quegli occhi malinconici
e miti Non era mai stata tenuta in nessun conto dalla famiglia: bambina, non l'avevano mai
accarezzata perch non era n graziosa n allegra, e lei era rimasta tranquilla e serena in
disparte: a diciotto e a vent'anni non aveva trovato nessuno che si occupasse un poco di lei. Era
qualcosa come un'ombra o un oggetto familiare, un mobile vivente che si abituati a veder tutti i
giorni, ma di cui non ci si occupa mai. Sua sorella, per un'abitudine presa nella casa paterna, la
considerava come un essere incompleto, insignificante, banale, n gli altri la trattavano con
maggior riguardo, ma con quella familiarit spiccia che nasconde una specie di bont mista a
disprezzo. Si chiamava Lisa, ma questo nome lezioso e giovanile non le era piaciuto, e quando i
parenti si accorsero che non si maritava, che non si sarebbe mai maritata, allora Lisa scomparve
e sorse Lisetta. Nacque Giovanna, e lei divent "zia Lisetta":
parente umilissima, ordinatissima, di una timidezza spaventevole:
timida perfino con gli intimi, perfino con la sorella e il cognato, che pur le volevano bene, bench
fosse anche questo un affetto vago che confinava con la tenerezza indifferente, la compassione
inconscia, la tenerezza istintiva. Qualche volta la baronessa quando parlava di cose lontane
fissava una data cos:
"Fu al tempo del colpo di testa di Lisetta". Non si diceva di pi, e questo "colpo di testa" restava
come avvolto nella nebbia. La verit che Lisa una sera (aveva allora vent'anni) aveva tentato

di annegarsi senza che se ne sapesse il perch, non essendovi mai stato nulla, nella sua vita,
nei suoi modi, che potesse far presagire di queste follie. Salvatala a stento, i suoi genitori
indignati, levate al cielo le braccia, invece di cercare le cause dell'atto inconsulto si erano
accontentati di parlare del "colpo di testa" come parlavano dell'incidente capitato al cavallo che
si era non molto prima fracassato una gamba in un fossato, e l'avevano dovuto ammazzare.
Dopo di allora Lisa (poi Lisetta) fu considerata un debolissimo spirito, tanto che il dolce
disprezzo che ispirava ai congiunti pass a poco a poco nel cuore di tutti.
Quanto alla piccola Giovanna, con quel senso di naturale divinazione che dei ragazzi, non si
occupava di lei, non entrava nella sua camera, non ne era affatto curiosa, lasciando che la
cameriera Rosala vi facesse un po' d'ordine in fretta, poich era la sola che sapesse veramente
dove fosse questo trascurabilissimo vano. Quando la zia Lisetta si affacciava in sala da pranzo,
la "piccina" andava per abitudine a offrirle la fronte, e nient'altro. Se qualcuno voleva parlarle,
mandavano un servo a cercarla: se non la vedevano, nessuno si occupava di lei, nessuno
pensava o avrebbe pensato mai di inquietarsi, di chiedere: "Come mai stamattina non si vista
Lisetta?". Non occupava un posto, era di quegli esseri che restano sconosciuti anche ai loro
congiunti, come inesplorati, inspiegati: scompaiono, muoiono, e nessuno sente un vuoto, una
mancanza in famiglia, perch ci sono pure esseri che non sanno entrare nell'esistenza, nelle
abitudini e neppure nell'amore dei familiari con cui dividono la vita. Si diceva: "zia Lisetta", e non
risvegliava nello spirito di chi pronunciava queste due parole nessun particolare sentimento
come se si fosse nominata la caffettiera o la zuccheriera. Camminava sempre a passettini
affrettati e leggeri, non faceva rumore, non urtava mai niente, era come se comunicasse agli
oggetti la facolt di non rendere alcun suono. Le sue mani sembravano fatte di una specie di
bambagia, tanta era la leggerezza, tanta la delicatezza con cui toccava e adoperava una cosa.
Arriv verso la met di giugno tutta sconvolta dall'idea di quel matrimonio, e con una gran
quantit di regali, che erano di lei, di Lisetta, e passarono perci inosservati. Arriv, e il giorno
dopo non si sapeva pi che ci fosse. Eppure si vedeva bene che era eccitata, che si agitava in
lei una grande emozione, che i suoi occhi non lasciavano mai i promessi sposi, che si occupava
del corredo con un'energia singolare, con un'attivit sempre pi mossa, pi febbrile, lavorando
come una semplice operaia nella sua stanza dove nessuno andava a vederla. Eccola, di quando
in quando, mostrare alla baronessa fazzolettini a cui aveva fatto l'orlo, tovaglioli a cui aveva fatto
la cifra.
"Va bene, Adelaide? Cos?" "Non t'affaticare tanto mia povera Lisetta" rispondeva mammina
esaminando distrattamente la stoffa.
Una sera, verso la fine del mese, dopo una giornata di pesante calura, la luna si lev in una di
quelle notti chiare e tiepide che turbano, inteneriscono, esaltano, sembrano risvegliare una
poesia segreta dell'anima. La dolce brezza dei campi entrava nel salone tranquillo. La
baronessa e il marito giocavano a carte, svogliatamente, nel cerchio di luce della lampada
familiare; la zia Lisetta lavorava a maglia l accanto; e i due giovani, appoggiati alla finestra
aperta, guardavano il giardino pieno di luce. Il platano e il tiglio spandevano le loro ombre sul
prato erboso che si stendeva innanzi alla villa, pallido e luminoso fino al boschetto tutto nero.
Attratta dal fascino di quella luce vaporosa che sembrava avvolgere alberi e pietre, Giovanna
chiese il permesso di fare una passeggiata sull'erba, l fuori.
"Andate pure, figlioli miei." Uscirono mentre ricominciava la partita, e camminarono lentamente
sul gran prato bianco di luna, fino al piccolo bosco laggi in fondo. Le ore passavano senza che
la coppia pensasse a rientrare, e la baronessa era stanca e voleva andare a dormire. Chi

richiamava i due innamorati? Il barone, sulla vetrata, percorse d'un colpo d'occhio il vasto
giardino dove le due ombre erravano labili nella luce.
"Lasciamoli, cara. Si sta cos bene qui fuori! Ecco: li aspetta Lisetta. Vero, Lisetta?" "Certo, li
aspetter" rispose con voce timida lei, alzando gli occhi con una certa inquietudine.
Rimasta sola, la zia Lisetta si alz, lasci sulla poltrona il lavoro incominciato, il gomitolo e il
ferro da calza, si appoggi alla finestra per contemplare la notte incantevole. I due fidanzati
camminavano sempre attraverso il prato, dal boschetto alla scalinata, dalla scalinata al
boschetto, e non parlavano pi, ma si stringevano la mano, come in un oblo di s, come fusi
nella poesia visibile che esalava dalla terra. Lei, improvvisamente, scorse nel vano della finestra
il profilo della zitella disegnato dalla chiarit della lampada.
"Guarda, guarda! Lisetta ci osserva." "Si, zia Lisetta ci osserva" disse lui alzando la testa e con
quella voce indifferente che parla senza pensiero.
E ancora sogni e passi lenti e tenerezze sotto la luna. La rugiada copriva l'erba; gl'innamorati
ebbero un primo brivido di freddo.
"Rientriamo" disse Giovanna.
La zia Lisetta si era rimessa a lavorare: la sua fronte era china sulla maglia: le dita magre
tremavano un poco come se fossero stanche.
Giovanna si avvicin.
"Zia Lisetta, andiamo a dormire?" La zitella alz gli occhi: erano gonfi come se avessero pianto.
Gl'innamorati non se ne avvidero; egli si avvide piuttosto che le scarpette di Giovanna erano
bagnate di guazza.
"Non avete mica freddo ai vostri cari piedini?" A questo punto le mani della zia Lisetta furono
scosse da un tremito cos forte che le sfugg il suo lavoro, il gomitolo della lana rotol lontano sul
pavimento, e la poveretta nascose la faccia tra le mani e scoppi in un pianto convulso davanti
ai due fidanzati che la guardavano immobili, senza capire.
"Ma che hai, zia Lisetta?" chiese Giovanna che le si era inginocchiata davanti e tentava di
scostarle le braccia. "Che hai, che hai?" Allora la poveretta balbett con la voce molle di lacrime,
con tutta la persona contratta:
"Giovanna, Giovanna, egli t'ha domandato... t'ha domandato... "Non avete freddo... ai vostri cari
piedini..." A me... non me le hanno dette mai queste cose... Mai a me... mai a me..." Giovanna
era sorpresa e impietosita; eppure aveva voglia di ridere. Era buffa infatti l'idea di un innamorato
che avesse di queste tenerezze per zia Lisetta e il visconte si era voltato dall'altra parte a
nascondere la sua ilarit. Ma la zia si lev di colpo, lasci la sua lana sul pavimento, il lavoro
sulla poltrona, e fugg via senza lampada, su per le scale buie, cercando la sua stanza a tentoni.

"Povera zia!" "Dev'essere un po' matta, stasera." Si tenevano per mano senza decidersi a
separarsi, e cos, dolcemente, dolcissimamente, si scambiarono il primo bacio davanti alla
poltrona lasciata vuota proprio allora dalla povera zia. E il giorno dopo non pensavano gi pi a
quelle lacrime.
Le due settimane che precedettero il matrimonio lasciarono Giovanna tranquilla e serena e
come stanca di dolci emozioni.
Nemmeno il mattino del giorno decisivo si ferm un poco a riflettere. Provava soltanto una
grande sensazione di vuoto come se tutto il suo corpo, la sua carne, il suo sangue le si fossero
fusi sotto la pelle: si accorse, toccando gli oggetti, che le sue dita tremavano. In chiesa riprese il
dominio di s: e si era gi alla funzione.
Sposa! Era sposa! La successione delle cose, dei movimenti, degli avvenimenti di quella mattina
le parevano un sogno, un gran sogno, come nei momenti in cui tutto sembra cambiato intorno a
noi, i gesti stessi hanno un significato diverso, le ore stesse non sanno compiere il giro ordinario.
Si sentiva stordita, sbalordita. Solo il giorno prima nulla c'era di diverso, di modificato nella sua
esistenza; c'era, s, la speranza costante della sua vita diventata pi prossima, quasi palpabile.
Addormentarsi fanciulla:
svegliarsi donna. Era donna! Aveva dunque superato la barriera che sembra nascondere
l'avvenire con tutte le sue gioie, con tutto il suo bene sognato, e sentiva che davanti a lei c'era
una porta aperta: da questa porta entrava nell'"Atteso".
La cerimonia finiva. Si pass nella sagrestia quasi vuota, ch non avevano invitato nessuno.
Quando apparvero sulla porta della chiesa, un fragore inumano fece sobbalzare la povera
sposina, e la baronessa gett un alto grido: era una salva di fucilate tirate dai contadini e le
detonazioni non cessarono pi fino ai "Pioppi".
Una colazione era stata preparata per la famiglia, per due curati, quello dei castellani e quello
d'Yport, per i testimoni scelti tra i pi grossi coltivatori dei dintorni. Il barone, la baronessa, la zia
Lisetta, il sindaco e l'abate Picot, aspettando di mettersi a tavola, percorrevano in su e in gi il
viale della mamma, mentre in quello di faccia l'altro prete leggeva il breviario camminando a
gran passi. Giungeva, dall'altra parte del castello, la clamorosa allegria dei contadini che
bevevano il sidro sotto i meli. Tutto il paese vestito a festa riempiva il cortile. I giovanotti e le
ragazze si rincorrevano.
In quel momento Giovanna e Giuliano attraversavano il boschetto, salivano sull'argine e, muti,
insieme, guardarono il mare. Bench si fosse a mezzo agosto, faceva un po' fresco; soffiava il
vento del nord; un gran sole splendeva incandescente nel cielo tutto turchino. E per trovare un
riparo attraversarono la landa girando a sinistra, puntando alla vallata ondulata e boscosa che
scendeva gi verso Yport. Raggiunto il bosco, nessuna ventata li importun pi, e lasciarono il
viale per internarsi in uno stretto sentiero, sotto il fogliame. L dentro si poteva appena
camminare, cos, l'uno dietro l'altro: allora sent un braccio che le scivolava lentamente intorno
alla vita. Ansimava senza parole, il respiro mozzo, il cuore convulso. I capelli erano toccati,
accarezzati dai rami pi bassi: bisognava chinarsi per passare. Giovanna colse una foglia: due
bestioline del buon Dio, simili a fragili conchiglie rosse, vi si rannicchiavano sopra. E la sposina
disse con innocenza, un po' rassicurata:
"Un matrimonio. Guardate." Lui le sfior l'orecchio con la bocca.

"Sarete mia moglie, stasera." Quantunque avesse imparato molte cose nella sua vita fra i campi,
non pensava ancora che alla poesia dell'amore, e fu sorpresa. Sua moglie? Non lo era forse di
gi? Allora egli si mise ad abbracciarla dandole dei piccoli baci rapidi sulle tempie e sul collo, l
dove si arricciano i primi capelli. Colpita ogni volta da quei baci di uomo a cui non era avvezza,
rovesciava dall'altra parte il capo, d'istinto, per evitare una carezza che pur la rapiva. Eccoli
dunque al confine del bosco. Si ferm come impressionata di essere l. Che avrebbero detto di
loro?
"Torniamo indietro" preg.
Egli ritir il braccio che le cingeva la vita e, voltandosi entrambi, si trovarono faccia a faccia,
vicini, oh cos prossimi che ognuno sentiva sul proprio volto l'alito dell'altro: e si guardarono, si
cercarono negli occhi, dentro gli occhi, l dentro, dove l'ignoto dell'essere impenetrabile; si
esaminarono in una muta ostinata domanda. Che saranno mai l'uno per l'altra? Quale sar la
vita che cominciano insieme? Quali gioie, quali felicit e disinganni si riserbano reciprocamente
nella lunga indissolubile comunanza del matrimonio? E sembr loro che si vedessero per la
prima volta in questo momento. Poi Giuliano, posando le mani sulle spalle di sua moglie, le
diede un bacio sulla bocca cos profondo come lei non ne aveva mai ricevuti. Questo bacio
discese, penetr nelle sue vene, nelle sue midolla, e ne sent una scossa misteriosa; cos
misteriosa che respinse con forza il suo sposo e poco manc non cadesse riversa in
quell'appassionato smarrimento.
"Su, su... torniamo indietro..." Senza rispondere, egli le prese le mani e le tenne strette dentro le
sue. N parlarono pi fino a casa. Il resto del pomeriggio parve interminabile. E si giunse al
banchetto che era notte.
Fu un banchetto semplice e breve, contrariamente agli usi normanni. Una specie di disagio
paralizzava i convitati. Solo i due preti, il sindaco e i quattro fittavoli mostrarono un po' di
quell'allegria grossolana che nelle feste nuziali di prammatica.
Il riso sembrava spento: lo rianim un'arguzia del sindaco. Poi venne il caff, ed erano circa le
nove. Fuori, sotto i meli del primo cortile, incominciava il ballo campestre. Dalla finestra aperta si
vedeva tutta la festa con quei suoi lampioncini appesi ai rami che davano alle foglie certe
sfumature di un color verde grigio. Villani e villanelle danzavano in tondo urlando un'aria di
danza selvaggia che i suonatori (due violini, un clarino) accompagnavano un po' debolmente
accoccolati sul palco lass, che era una modesta tavola di cucina. Il canto disordinato copriva
talvolta il suono degli strumenti, e la debole musica, lacerata da quelle voci scatenate, sembrava
cadere a brani dal cielo, a piccoli frammenti di poche povere note disperse. Due grandi barili
circondati da torce fiammeggianti versavano da bere alla folla:
due serve non facevano che risciacquare coppe e bicchieri in una conca, per metterli, ancora
sgocciolanti, sotto i rubinetti da cui colava il filo rosso del vino o il filo dorato del sidro. E i
ballerini assetati, i vecchi tranquilli, le ragazze pazze, sudate, si pigiavano, tendevano le braccia
per afferrare a turno un recipiente qualsiasi e versarsi a gran sorsi nella gola il liquido preferito,
rovesciando il capo all'indietro. Ciascuno si avvicinava alla tavola dov'erano pane, burro,
salsicce, formaggio e inghiottiva di quando in quando un boccone, e quella festa sana e
veemente sotto il soffitto delle foglie illuminate metteva anche nei taciturni convitati della sala il
desiderio di ballare, di bere alle grosse botti e mangiare una fetta di pane, burro, formaggio, una
cipolla cruda.

"Perbacco!" grid il sindaco che batteva il tempo col coltello "Cos va bene! E' come chi dicesse
le nozze di Ganascia!" Corse un sussulto di risa soffocate. Ma l'abate Picot, nemico naturale
dell'autorit civile, corresse:
"Volete dire le nozze di Cana?" "No, no, signor curato" si intestardiva quell'altro per non
accettare la lezione "so quel che mi dico: quando dico Ganascia Ganascia!" Si alzarono da
tavola, si unirono un po' alla gazzarra. Poi, ritiratisi gl'invitati, il barone e la baronessa ebbero fra
loro, sottovoce, una specie di battibecco. La signora Adelaide, pi ansante che mai, sembrava
rifiutare quel che il marito le chiedeva.
"No, amico mio" disse infine quasi ad alta voce. " Non posso. Non posso. Non saprei da che
parte incominciare..." Allora il barone la lasci bruscamente e si avvicin alla figliola.
"Vuoi fare un giro con me, bimba mia?" "Come vuoi, pap" rispose lei tutta commossa.
Appena furono sulla porta a mare li assal un venticello frizzante, uno di quei venti freddi d'estate
che fan gi presagire l'autunno. Le nuvole galoppavano per il cielo ora velando ora scoprendo le
stelle. Il padre stringeva contro di s il braccio della fanciulla serrandole pure la mano in un
tenerissimo fremito.
Sembrava indeciso, turbato. Infine si decise.
"Bimba mia, mi assumo adesso una parte difficile, una parte che veramente toccava a tua
madre, ma siccome lei non vuole, bisogna bene che prenda il suo posto. Ignoro ci che tu sai
della vita. Ci sono misteri che si nascondono gelosamente alla giovent e specialmente alle
fanciulle che debbono conservare la purezza dell'anima e restare illibate finch noi le rimettiamo
nelle braccia dell'uomo che deve difendere la loro felicit. Sta a lui, sta a lui togliere quel velo
teso sul dolce mistero della vita. Ma le fanciulle, se nessun sospetto le ha ancora sfiorate,
spesso si rivoltano davanti alla realt un po' brutale nascosta dietro i loro sogni. Ferite
nell'anima, ferite anche nel corpo, talvolta rifiutano allo sposo ci che la legge gli accorda come
un diritto assoluto. La legge umana... la legge naturale... Basta, non posso dirti di pi. Ma non
dimenticare questo, soltanto questo: tu appartieni interamente al tuo sposo." Che cosa
veramente sapeva lei? Che cosa indovinava? Aveva cominciato a tremare oppressa da una
malinconia snervante e dolorosa come un presentimento.
Una sorpresa li ferm sulla porta della sala, quando rientrarono.
La signora Adelaide singhiozzava sul petto di lui, dello sposo. I suoi singulti, le sue lacrime
veementi, come risospinti da un mantice di fucina sembrava le uscissero nello stesso tempo dal
naso, dalla bocca, dagli occhi; e lo sposo, interdetto, confuso, scontento, sosteneva la grossa
signora che gli si abbandonava fra le braccia per raccomandargli la sua cara, la sua buona, la
sua diletta la sua adorata figliola. Accorse il barone.
"Non fate scene, non v'intenerite, no, no, ve ne prego..." E cos stacc la moglie dal giovane e la
fece sedere su una poltrona per darle modo di asciugarsi le lacrime.
"Andiamo, piccina mia" disse egli rivolto a Giovanna. "Abbraccia alla svelta tua madre, e va' a
coricarti." Giovanna stava quasi per piangere anche lei: abbracci i suoi genitori e fugg.

Zia Lisetta si era gi ritirata nella sua stanza. Il barone e la baronessa rimasero soli con
Giuliano. Erano cos confusi tutt'e tre che non sapevano spiccicare parola, i due uomini in abito
nero, in piedi, con gli occhi smarriti, la signora abbattuta sulla poltrona con un resto di singhiozzi
nella gola. Siccome questo imbarazzo diventava intollerabile il barone cominci a parlare del
viaggio che i giovani sposi dovevano intraprendere dopo pochissimi giorni.
Intanto Giovanna, nella sua camera, si lasciava spogliare da Rosala che piangeva dirottamente.
Queste povere mani di Rosala erravano a caso, non trovavano pi n gli spilli n i nastri e
sembrava davvero pi commossa della sua padroncina. Ma come poteva pensare Giovanna alle
lacrime della sua cameriera? Le sembrava di essere entrata in un altro mondo, partita da
un'altra terra, separata da tutto ci che aveva conosciuto e prediletto. Ecco, d'un tratto,
l'esistenza sconvolta! Le venne perfino un'idea strana: suo marito... lo amava? Ed ecco anche,
di colpo, il suo sposo apparirgli come un estraneo: ma s, ma s, lo conosceva appena! Tre mesi
prima non sapeva nemmeno che esistesse. Allora non sapeva nemmeno che esistesse, e
adesso era sua moglie. Perch?
Perch cader cos presto nel matrimonio come in una buca aperta sotto i piedi?
Scivol rapida nel letto, e il contatto delle lenzuola la fece rabbrividire e aument questa
sensazione di freddo, di tristezza, di solitudine che le gravava da due ore sull'anima. Rosala se
ne and, sempre singhiozzando, e Giovanna attese. Attendeva ansiosa, col cuore convulso, non
sapeva bene che cosa, qualcosa come di divino, o anche ci che le aveva annunziato
confusamente suo padre, quella rivelazione misteriosa di ci che il gran segreto d'amore.
Furon battuti tre colpi leggeri, senza che lei avesse udito un passo su per la scala. Trasal
spaventata e non rispose. Fu bussato ancora, un po' pi forte: e poi la serratura che stride.
Nascose la testa sotto il lenzuolo, come se stesse per entrare un ladro. Quelle scarpe che
scricchiolano sul pavimento... qualcuno che tocca il suo letto... Allora, in un sussulto nervoso,
gett un piccolo grido, e fu cos che scopr la testa e vide Giuliano in piedi, davanti, lui che
guardava e rideva.
"Che paura m'avete fatto!" "Forse non m'aspettavate?" Non rispose. Egli era ancora vestito da
cerimonia, in gran tenuta, con la sua faccia seria di bel giovane, e lei sent una grande vergogna
di essere a letto in presenza di un uomo cos irreprensibile. Non sapevano pi che cosa dire,
che cosa fare: non osavano nemmeno guardarsi in quel momento cos decisivo da cui dipende
l'intima felicit della vita. Egli forse intuiva vagamente qual pericolo offra, e quanta docile
padronanza di se stessi, quale astuta tenerezza sia necessaria per non ferire nessuno di quegli
istintivi pudori, delle infinite delicatezze di un'anima vergine e nutrita di sogni. Allora, dolcemente,
le prese una mano e gliela baci; poi si inginocchi ai piedi del letto come davanti a un altare.
"Mi amerete?" Tutta rassicurata, Giovanna sollev sul guanciale il suo capo come aureolato d'un
soffio di trine.
"Ma io vi amo gi, amico mio." Egli prese in bocca le dita affusolate di sua moglie, e
quell'impedimento di carne mut la sua voce.
"Volete dimostrarmi che mi amate?" Rispose lei, di nuovo turbata, senza capire quel che si
diceva, ricordandosi delle parole paterne:

"Sono tutta vostra, amico mio." Egli le copr il polso di baci umidi e, raddrizzatosi pian piano, si
accost alla faccia di lei che ricominciava a nasconderla.
Improvvisamente, stendendo un braccio in avanti, al di sopra del letto, abbracci sua moglie
attraverso le lenzuola, mentre, introdotto l'altro braccio sotto il cuscino, le sollevava il docile
capo.
"Allora, allora" domand a voce bassa, molto bassa "volete farmi un posticino accanto a voi?"
Ebbe paura, una paura istintiva, e balbett:
"Oh non ancora, no, vi prego!" Egli sembr sconcertato, anche un po' urtato. Riprese con un
tono ancora supplichevole, ma brusco:
"Perch pi tardi? Prima o poi, non sar la stessa cosa?" Giovanna si sent come punta da
queste parole e tuttavia ripet sottomessa e rassegnata:
"Sono vostra, amico mio..." Allora egli scomparve nell'attiguo spogliatoio e la sposina intese
distintamente quei movimenti di lui, quel fruscio di abiti tolti di dosso, il tintinnio del denaro nelle
tasche, le scarpe posate per terra. D'un tratto egli attravers rapidamente la stanza, in mutande
e calzini, per andare a posare l'orologio sul caminetto:
torn correndo nella stanzetta vicina, si agit ancora un poco, e Giovanna si volse di colpo
dall'altra parte, chiudendo gli occhi, quando lo sent avvicinarsi. Egli arriva, egli arriva! Si scosse
di soprassalto, come per buttarsi a terra, quando sent scivolare contro la sua gamba un'altra
gamba fredda e pelosa, e con la faccia tra le mani, smarrita, sconvolta, decisa a gridare di paura
e di sgomento, si rannicchi sulla sponda del letto. Subito egli la prese fra le braccia, bench gli
voltasse le spalle, baciandole avido il collo e le trine fluttuanti dell'acconciatura notturna e il
colletto ricamato e il tessuto della camicia. Non si muoveva irrigidita in un'orribile ansiet,
sentendo una mano greve cercarle il seno nascosto, premuto coi gomiti. Ansimava sconvolta
sotto quel contatto brutale e voleva fuggire, correre per la casa, rinchiudersi in un luogo qualsiasi
ma lontana da lui, da quell'uomo. Egli non si muoveva pi e Giovanna sentiva il calore di lui sul
suo dorso: allora il suo spavento si calm di nuovo e pens improvvisamente che non le restava
che voltarsi per abbracciarlo.
"Non volete dunque essere la mia mogliettina?" "E non lo sono forse?" rispose lei attraverso le
dita.
"Ma no, cara" disse egli con una sfumatura di cattivo umore. "Via, non vi burlate di me..."
Giovanna si senti tutta agitata da quel tono di malcontento e si volt subito a lui come per
domandargli perdono. E lui l'afferr per la vita, rabbiosamente, affamato di lei, le percorse tutta
la faccia e tutto il collo di baci rapidi, folli, mordenti, stordendola di carezze, e poi ancora il collo,
la bocca, la gola.
Aveva aperto le mani e rimaneva inerte sotto gli sforzi di lui, non sapendo quel che egli facesse,
n quel che facesse lei stessa, in un turbamento di spirito che non lasciava comprendere nulla.
Ma una sofferenza acuta la strazi tutt'a un tratto, e si mise a gemere e a torcersi fra le braccia
di lui che la faceva sua con violenza.
Che avvenne poi? Non ricord, perch aveva perduto la testa: le parve soltanto che egli le
coprisse le labbra di baci riconoscenti, fitti fitti, piccoli piccoli. Doveva averle anche parlato ed lei,
forse, risposto. Poi egli fece altri tentativi che lei respinse con spavento; e siccome si dibatteva,
incontr sul petto di lui quel pelo ruvido che aveva gi sentito sulla gamba e si trasse indietro

con orrore. Stanco di sollecitarla per nulla, egli rimase immobile, supino. Allora Giovanna si
pens e si sent disperata fin nel profondo dell'anima, nel disinganno di un'ebbrezza sognata
cos diversa, di una cara attesa distrutta, di una felicit perduta per sempre: "Ecco, ecco ci che
egli chiama essere sua moglie: questo, questo!". E rimase cos lungo tempo, angosciata, gli
occhi erranti sulle tappezzerie della stanza, sulla vecchia leggenda d'amore che aveva avvolto e
riempito il suo nido. Ma poich Giuliano taceva e non si muoveva, gir lentamente lo sguardo
verso di lui e si accorse s, che dormiva! Dormiva, la bocca socchiusa, il viso calmo... Dormiva!
Quasi non poteva credere a questo: era indignata: si sentiva oltraggiata dal quel sonno pi che
dalla crudelt, pi che dalla brutalit. Eccola trattata come la prima venuta giacch egli poteva
dormire in una notte simile! Oh Dio ci che c'era stato fra loro non aveva dunque nulla di
straordinario per lui? S, s, avrebbe preferito essere picchiata, violentata ancora, macchiata di
carezze odiose, s, s, fino a perderne i sensi! E rimase immobile, appoggiata su un gomito,
piegata verso di lui, ascoltando fra quelle labbra il passaggio del soffio leggero che somigliava
alla volgarit del russo...
Venne il giorno, cupo in principio, poi chiaro, poi rosa, e poi sfavillante. Giuliano apri gli occhi,
sbadigli, guard sua moglie e sorrise.
"Hai dormito bene, mia cara?" Si accorse che le dava del tu e lo guard stupefatta.
"Ma s. E... voi?" "Oh! Io benissimo." Si volse verso di lei, la abbracci, e si mise a ragionare
tranquillo, manifestando i suoi progetti per l'avvenire, con strane idee, idee di "economia": e
questa parola ripetuta pi e pi volte stup la sposina. Lo ascoltava senza afferrar bene il senso
delle parole, lo guardava, pensava a mille cose rapide che passavano e sfioravano appena il
suo spirito.
Suonarono le otto.
"Suvvia, bisogna alzarsi" egli disse. "Saremmo ridicoli se restassimo a letto fino a tardi." Scese
dal letto per primo. E quando fu vestito, aiut premuroso sua moglie in tutti i pi minuti particolari
della sua eleganza e non permise che chiamasse Rosala.
"D'ora innanzi" egli disse fermandola al momento di uscir dalla stanza "fra noi soli ci si potr
dare del tu. Davanti ai tuoi genitori meglio attendere ancora. Il tu sar naturalissimo al ritorno
dal viaggio di nozze. Va bene?" Non si fece vedere che all'ora di colazione. E la giornata pass
come sempre: come se non ci fosse nulla di nuovo. Non c'era, in casa, che un uomo di pi.

Capitolo 5
Ecco, quattro giorni dopo, la berlina che deve portarli a Marsiglia.

Passata l'angoscia della prima sera, Giovanna si era abituata al contatto di Giuliano, e alle
tenerezze e ai baci e all'amore, bench la sua ripugnanza nei rapporti pi intimi non fosse per
nulla diminuita. Ma lo trovava bello, lo amava, e ritornava gaia e felice.
Gli addii furono brevi, senza tristezza. Solo la baronessa sembrava un poco commossa; e al
momento della partenza mise nelle mani della figliola una gran borsa che pesava come se ci
fosse dentro del piombo.
"Per le tue piccole spese di sposina..." Giovanna intasc, e i cavalli partirono.
"Quanto ti ha dato tua madre?" egli le chiese poi, verso sera.
Non ci pensava pi, e rovesci in grembo la borsa. Un fiotto d'oro si sparse: duemila franchi.
Giovanna batt le mani puerilmente.
"Far delle pazzie!" disse nascondendo il suo oro.
Dopo otto giorni di viaggio arrivano, con un orribile caldo, a Marsiglia e l'indomani il "Re Luigi", il
piccolo piroscafo che andava a Napoli passando da Ajaccio, li portava verso la Corsica.
La Corsica! La macchia! I briganti! Le montagne! La patria di Napoleone! Giovanna credeva di
uscire dalla realt per entrare, cos desta, in un sogno.
L'uno accanto all'altra, sul ponte della nave, guardavano perdersi lontano le spiagge della
Provenza. Il mare, immobile: d'un azzurro carico, come rappreso nella luce calante dal sole: il
cielo, infinito, sotto il cielo di un turchino quasi esagerato, insolente.
"Ricordi la nostra passeggiata nella barca di pap Lastique?" Invece di rispondere, egli si chin
di furia a baciarle un orecchio.
Le ruote del vapore sbattevano l'acqua rompendone il sonno pesante e la lunga traccia
schiumosa, una lunga pallida scia dove l'acqua mossa spumeggiava come champagne,
prolungava fino a perdita d'occhio il solco del naviglio, dirittissimo. D'un tratto, l davanti, a pochi
metri balza un pesce dall'acqua, un delfino, vi rituffa la testa, scompare. Giovanna, sorpresa,
ebbe paura, gett un grido, si abbandon sul petto di lui. Rise del suo spavento e guard
ansiosa se l'animale ricomparisse. Ed eccolo, dopo un minuto, scattare ancora come un grosso
giocattolo meccanico:
ricadde e usc un'altra volta: e furono due, tre, sei delfini che parevano saltellare intorno al
pesante piroscafo e quasi scortare quel loro mostruoso fratello, quel pesce di legno dalle pinne
di ferro, ora a destra, ora a sinistra, o tutt'insieme, o l'uno dopo l'altro, in un giuoco, in un
rincorrersi allegro, slanciandosi in aria con la gran curva di un salto e ricadendo in fila nei tuffi.
Giovanna batteva le mani entusiasta, trasaliva a ogni apparizione di quegli enormi agili nuotatori,
il suo cuore balzava come quei delfini in una pazza allegria di bambino. Scomparvero. Si videro

ancora una volta, lontani, lontani, in alto mare: poi niente. E questa scomparsa, per un momento
almeno, dispiacque.
Veniva la sera; una sera calma, radiosa, piena di chiarore, di pace serena. Non un fremito
nell'aria o sull'acqua e questo riposo illimitato del mare e del cielo si stendeva sulle anime
stanche, che non trasalivano pi. Il sole calava l mollemente, verso l'Africa invisibile, verso la
terra infuocata di cui si avvertivano quasi gli ardori; e una specie di fresca carezza sfiorava le
fronti dopo che il sole era tramontato e scomparso, e non era nemmeno un soffio, ma una
parvenza di brezza.
Giovanna e Giuliano non vollero scendere in cabina, l dove si sentiva l'orribile odore del
piroscafo: si stesero fianco a fianco sul ponte, sotto i loro mantelli, e dormirono. Giuliano
dormiva; lei rimaneva a occhi aperti, agitata dal senso d'ignoto del viaggio, cullata dalla
monotonia delle ruote, guardando passar sul suo capo legioni di stelle, stelle cos chiare, di una
luce cos acuta, cos scintillante e come inumidita in quel puro cielo d'estate.
Si assop verso il mattino. Ma la svegliarono voci e rumori:
erano i marinai che cantavano e rifacevano bella la nave. Scosse suo marito, lo obblig ad
alzarsi, mentre beveva esaltata quel sapore di bruma salina che le penetrava fin nell'estremit
delle dita. Quanto mare! Non altro che mare! Pure, l in fondo, sembrava che qualcosa di grigio
si posasse sulle onde, qualcosa di ancora confuso nell'alba nascente, qualcosa come un
agglomeramento di nuvole strane, tutte sporgenze e frastagli. A poco a poco, nel cielo sempre
pi chiaro, i contorni si svelano, si eleva come una grande linea di montagne cornute e bizzarre:
la Corsica! E' proprio la Corsica avvolta in una specie di velo leggero. Dietro le sorge il sole
disegnando i rilievi delle creste in ombre nere e compatte, poi le vette si incendiano e il resto
dell'isola rimane come annebbiata di vapore.
Apparve il capitano sul ponte, un vecchio ometto disseccato, indurito, rattrappito dai crudi venti
salmastri.
"Lo sentite questo odore?" disse a Giovanna con una voce arrochita da trent'anni di comando,
logorata dalle grida lanciate nelle burrasche.
Sentiva infatti un odore singolare di piante; un aroma selvaggio.
"E' la Corsica che fiorisce cos, il suo profumo di donna bella.
La riconoscerei a cinque miglia di distanza dopo vent'anni. Io sono corso. Si dice che laggi, a
Sant'Elena, Egli parli sempre dell'odore del suo paese. E' della mia famiglia." E il capitano si lev
il cappello per salutare la Corsica: e salut laggi, attraverso l'oceano, colui che apparteneva
alla sua famiglia: il grande imperatore prigioniero.
Giovanna fu cos commossa che si sent le lacrime agli occhi.
"Le sanguinarie" annunzi poi l'uomo di mare col braccio teso verso l'orizzonte. Giuliano e
Giovanna guardavano lontano lontano (lui la stringeva alla vita) per scoprire il punto indicato. E

finalmente scorsero alcune rocce in forma di piramide che la nave gir con destrezza entrando
in un golfo immenso e tranquillo, tutto contornato di cime. Il capitano indic i pi bassi pendii che
parevano coperti di muschio: "Le macchie". Man mano che si avanzava il cerchio dei monti
sembrava chiudersi dietro la nave che navigava lenta in un azzurro cos trasparente che non se
ne vedeva il fondo. E la citt apparve di colpo, in fondo al golfo, ai piedi delle montagne, lambita
dal mare.
Alcuni piccoli bastimenti italiani ancorati nel porto. Quattro o cinque barche venivano intorno al
"Re Luigi" per prenderne i passeggeri. Giuliano riuniva i bagagli; domand sottovoce a sua
moglie:
"Bastano venti soldi per il facchino, no?" Da otto giorni Giuliano faceva continuamente la stessa
domanda, e Giovanna ne soffriva quasi ogni volta. Rispose con un'ombra d'impazienza:
"Quando si sicuri di non dare abbastanza, si d troppo." Egli discuteva sempre con tutti, coi
padroni e coi camerieri degli alberghi, coi fiaccherai, coi venditori di ogni genere, e quando
aveva a forza d'astuzia ottenuto anche un piccolo ribasso diceva a Giovanna: "Non mi piace
d'essere derubato" e si fregava le mani. E lei tremava tutte le volte che gli presentavano i conti,
gi sicura delle osservazioni che egli avrebbe fatto su tutto, umiliata per quel piccolo
mercanteggiare, infiammata fino ai capelli sotto lo sguardo sprezzante dei camerieri che
seguivano con la coda dell'occhio il suo sposo tenendo nel palmo della mano la mancia
meschina. E ora anche una discussione col barcaiolo che li portava a terra.
Il primo albero che vide fu una palma.
Si fermarono in un grande albergo vuoto all'angolo d'uno spiazzo, e si fecero portare la
colazione. Dopo colazione, mentre Giovanna si alzava per andare a veder la citt, Giuliano le
afferra un braccio e le dice qualcosa all'orecchio:
"Se ci coricassimo un poco, tesoruccio mio?" "Coricarci? Ma io non sono stanca." "Non capisci?"
disse stringendola a s. "Non capisci che ti desidero? Dopo due giorni..." Giovanna arross di
vergogna.
"Oh, adesso! Ma che diranno? Che penseranno? Come oserai chiedere una camera di pieno
giorno? Oh Giuliano, ti supplico...." "Me ne infischio di quel che pu dire e pensare l'albergo! Sta'
a vedere" e suon.
Restava a occhi bassi, senza parlare. Ma sentiva che la sua anima si ribellava a quel desiderio
inesausto, e che obbediva, s, ma con disgusto, e che era rassegnata, insieme, e umiliata e che
vedeva in ci qualcosa di bestiale, di degradante, ecco, ecco...
una porcheria! I suoi sensi dormivano ancora e il suo sposo la trattava come se gi dividesse il
piacere! Il cameriere arriva, Giuliano gli dice di condurli in camera, l'altro non capisce e assicura
che la stanza sar pronta, gi, gi... per la sera.
Giuliano, impazientito, si spiega: subito subito, bisogno di riposo, stanchi del viaggio... Allora un
sorriso cala gi per la barba del cameriere (un vero corso, peloso fino agli occhi) e Giovanna
vorrebbe fuggire...

Quando ridiscese, dopo un'ora, non osava passare davanti alla gente, persuasa che qualcuno
avrebbe riso e bisbigliato dietro le sue spalle. Serbava rancore a Giuliano di non capir queste
cose, questi delicati pudori, queste delicatezze istintive, e le sembrava che fra loro due ci fosse
come un velo, un ostacolo; e poteva anche darsi che due esseri non potessero penetrarsi mai
fino in fondo, e che essi camminassero s a fianco a fianco, magari abbracciati, ma non confusi,
non immedesimati l'uno nell'altro, perch l'essenza morale di ciascuno rimane sola per tutta la
vita.
I due giovani sposi passarono tre giorni in quella cittadina nascosta in fondo al golfo turchino,
calda come una fornace dietro la sua cortina di montagne che non permetteva al vento di
arrivare fin l. Poi prepararono l'itinerario del viaggio, e per non indietreggiare davanti a nessun
passaggio difficile decisero di noleggiare dei cavalli: due piccoli stalloni corsi dall'occhio furioso,
magri e infaticabili. La partenza avvenne il giorno dopo, allo spuntar del sole. Seguiva una guida
con le provvigioni, poich gli alberghi sono sconosciuti in questo paese selvaggio.
La strada correva dapprima sul golfo e si internava poi in una vallata poco profonda che si apriva
verso le alture. Spesso attraversavano terreni quasi asciutti dove una parvenza di ruscello
scorreva ancora sotto le pietre, come una bestia nascosta, gorgogliando timido timido. Il
territorio incolto sembrava nudo, coi fianchi delle coste coperti di erbe alte e gialle per l'ardore
dell'estate. Talvolta incontravano un piccolo montanaro a piedi o a cavallo o sul dorso di un
asino, non pi grosso di un cane, e tutti avevano ad armacollo il fucile gi carico: vecchie armi
arrugginite ma, nelle loro mani, temibili. Il forte profumo delle piante aromatiche, che erano come
il vello dell'isola, faceva l'aria sempre pi densa e la strada si elevava a poco a poco lungo la
tortuosit delle montagne. Cime di granito rosa e azzurro davano al paesaggio qualcosa di
coreografico, e sui pi bassi declivi foreste immense di castagni parevano soltanto cespugli
tanto erano gigantesche in quei paraggi le ondulazioni terrestri. Talvolta la guida diceva un nome
tendendo il braccio verso le cime dirupate; Giovanna e Giuliano guardavano, ma non vedevano
nulla, poi scoprivano qualcosa di grigio, simile a un ammasso di pietre cadute dall'alto; ed era un
villaggio, un casolare di granito, appollaiato lass, aggrappato come un nido di uccello, quasi
invisibile nell'immensit della montagna.
Quel lungo viaggio al passo snervava Giovanna.
"Corriamo un poco" propose. E lanci il suo cavallo.
Poi, siccome non udiva dietro galoppare il suo sposo, si volse e rise d'un riso vivace vedendolo
accorrere pallido, tenendo la criniera dell'animale e balbettando in modo goffissimo. La sua
stessa bellezza, il suo viso di "bel cavaliere" rendevano ancor pi ridicole la sua goffaggine e la
sua paura. Allora cominciarono a trottare lentamente. La strada, adesso, si stendeva fra due
boschi infiniti che coprivano tutta la costa come con un mantello.
Era la macchia. Era la macchia impenetrabile, la macchia formata di querce verdi, di ginepri,
corbezzoli, lentischi, alaterni, eriche, mirti, bossi. che allacciavano fra loro, arruffandoli come
capigliature, cisti e caprifogli e rosmarini e lavande e rovi e felci mostruose, e gettavano cos sul
dorso dei monti un inestricabile vello.
Avevano fame. La guida li raggiunse e li condusse presso una di quelle sorgenti incantate, cos
frequenti nei paesi rocciosi, non pi di un sottile filo d'acqua gelata che esce da un buco di
roccia cadendo e gemendo sull'estremit di una foglia di castagno messa li da un passante per

condurre la lieve corrente fino alla bocca. Ne fu talmente felice che stentava a non gridare la sua
gioia.
Poi cominciarono a scendere girando il golfo di Sagona e verso sera attraversavano Cargese, il
villaggio greco fondato da una colonia di profughi scacciati dalla loro patria. Ragazze alte e forti
(mani lunghe, vita sottile) sostavano a capannello verso la fontana. Giuliano diede la buona sera
e quelle risposero con voce cantante nella lingua del paese abbandonato.
Giungendo a Piana, bisogn chiedere ospitalit come nei tempi antichi, nelle localit pi
selvagge. Lei sussultava tutta felice attendendo che si aprisse la porta a cui Giuliano aveva
bussato.
Oh, quello era proprio un viaggio, con tutto l'imprevisto delle strade inesplorate! E si trovarono in
faccia a due giovani sposi che ricevevano quest'altri due giovani sposi come i patriarchi
dovevano ricevere l'ospite mandato da Dio; e cos dormirono sopra un pagliericcio di foglie, in
una vecchia casa tarlata dove tutto il legname roso dai vermi, percorso dalle lunghe teredini,
mangiatori di travi, bisbigliava occultamente, come se vivesse e sospirasse in segreto.
Al sorgere del sole partirono; ma li ferm quasi subito una straordinaria foresta, una foresta di
granito tutta di porpora; picchi, guglie, colonne, figure sorprendenti modellate dal tempo, dal
vento roditore, dalle brume del mare, alte, snelle, tonde, contorte, difformi, strane, fantastiche
rocce simili ad alberi, animali, uomini, statue, diavoli cornuti, monaci in tonaca, uccelli smisurati,
un popolo di mostri, una famiglia di geni del male pietrificati per il capriccio di qualche iddio
stravagante.
Giovanna aveva il cuore serrato, non parlava pi, teneva la mano di Giuliano come invasa dal
bisogno d'amare davanti alla bellezza del mondo. Poi, improvvisamente, uscendo da quel caos,
un nuovo golfo cinto da una muraglia che sanguinava, di granito rosso. E tutte quelle rocce
scarlatte che si specchiavano nel mare turchino!
"Oh Giuliano..." balbettava lei senza trovare altre parole intenerita dall'ammirazione, la gola
stretta, due lacrime l per l cadere.
"Che cos'hai, tesoruccio mio, che cos'hai?" Lei si asciug le guance e sorrise.
"Non nulla... i miei nervi... Non so... Ero affascinata... Sono cos felice che anche una
piccolezza mi mette sottosopra..." Ma lui non capiva i languori femminili, le scosse di questi
esseri vibranti per nulla, percossi da un entusiasmo come da una catastrofe, sconvolti e fatti
pazzi di dolore o di gioia da una sensazione impercettibile. Era preoccupato dalla strada cattiva
e lacrime simili gli parevano alquanto ridicole. Giovanna faceva meglio a badare al suo cavallo.
Per la strada impraticabile erano scesi in fondo a quel golfo, poi girarono a destra per salire la
cupa Val d'Ota.
Ma che orrendo sentiero! Egli propose: "Se salissimo a piedi?" e Giovanna, felice di camminare,
di essere sola con lui, dopo la commozione di dianzi, ringrazi la guida che doveva precedere
con mulo e cavalli, e si avvi al suo fianco a piccoli passi.

La montagna, spaccata dall'alto al basso, si apriva. Il sentiero si addentra in questa breccia,


segue il fondo fra due muraglie prodigiose, un grosso torrente percorre il crepaccio, e l'aria
ghiacciata, e il granito sembra nero, e ci che si vede l in alto, di cielo azzurro, stupisce e
stordisce. Giovanna trasal a un repentino strepito aereo e vide un uccello spiccare il volo da un
buco: era un'aquila. Pareva che le ali aperte toccassero le due pareti del pozzo: sal fin
nell'azzurro: scomparve.
Pi lontano, la spaccatura del monte si divideva in due: fra i due burroni il sentiero si
arrampicava in bruschi zigzag. Giovanna, allegra e leggera, andava avanti, come divertendosi a
far rotolare i sassi sotto i suoi piedi, poi si sporgeva intrepida sugli abissi, e lui la seguiva un
poco ansimante, con gli occhi a terra per timore della vertigine. Il sole li inond quasi d'un colpo,
cos che credettero di uscire dall'inferno. Avevano sete. Una traccia umida li guid attraverso un
caos di pietre fino a una piccolissima sorgente incanalata in uno di quei bastoni a tubo dei
caprai. Un tappetino di muschio vellutava il suolo l intorno.
Giovanna si inginocchi per bere. E mentre assaporava quella freschezza, Giuliano, stando in
ginocchio, la prendeva per la vita, cercava di rubarle il posto all'imboccatura del tubo di legno.
Lei resisteva: le labbra si urtarono, si incontrarono ancora, si respinsero. Nella lotta, afferravano
quella sottile estremit e la mordevano, s, per non perderla, e il filo di acqua gelata, conquistato
e lasciato senza tregua si spezzava e si rifaceva spruzzando volti, colli, abiti, mani. Goccioline
simili a perle lucevano qua e l fra i capelli, baci volavano come trasportati dalla corrente. Allora
Giovanna ebbe un'ispirazione d'amore. Si riemp la bocca del chiaro liquore e con le guance
gonfie come otre mostr a Giuliano che voleva dissetarlo cos; labbra su labbra. Egli tese la
gola, felice, arrovesci la testa, apr le mani e cos bevve alla fonte di carne che gli versava
anche il desiderio d'amore. E lei gli si appoggiava con una tenerezza nuova, tutta in palpito, coi
seni pi sporgenti, con gli occhi che parevano molli, stillanti. Disse sottovoce: "Giuliano...
ti amo..." e lo attirava a s, riversandosi, nascondendo fra le mani un viso rosso di ansia e di
vergogna. Egli si gett su lei e la strinse con forza mentre lei ansimava e gettava un gran grido,
colpita come dalla folgore, dalla sensazione bramata. Quanto tempo impiegarono a toccare la
cima di quella salita! Solo la sera giunsero a Evisa, presso il parente della loro guida, Paolo
Palabretti.
Quest'uomo di alta statura, un po' curvo, con l'aspetto di tisico, li condusse in una triste camera
di pietra nuda, triste e pur bella per quel paese dove l'eleganza ignorata, esprimendo il piacere
di riceverli nel suo dialetto corso, misto di italiano e di francese, quando una voce chiara lo
interruppe e una brunettina schizz nella stanza.
"Buon giorno, signora! Buon giorno, signore! Come la va?" La piccola donna bruna, grandi occhi
neri, pelle abbronzata dal sole, vita stretta, denti in mostra, sorriso tenace si era slanciata, aveva
fatto festa ai suoi ospiti, abbracciato lei, stretto la mano di lui. Ora prendeva i cappelli e gli scialli,
faceva ogni cosa con un sol braccio, poich portava l'altro fasciato, poi spinse tutti sull'uscio
raccomandando al marito:
"Fai fare a questi signori una passeggiata fino all'ora del pranzo." Il signor Palabretti obbed
subito. Si mise in mezzo ai due giovani per mostrar loro il villaggio, e strascicava i passi e le
parole, tossendo frequentemente, lamentandosi a ogni colpo di tosse che l'aria fresca della
vallata gli fosse caduta sul petto.

"Qui mio cugino Giovanni Rinaldi fu ucciso da Matteo Lori" disse col suo accento monotono
quando ebbe guidato gli ospiti per un sentiero perduto, sotto i castagni. "Guardate. Io ero l
vicinissimo a Gianni, quando Matteo comparve a pochi passi da noi." "Giovanni" grid, "non
andare ad Albertaccio, non andarci, Giovanni, o t'uccido." Io presi il braccio di Gianni: "Non
andarci; quello capace di farlo...". Era per una ragazza a cui stavano dietro tutti e due, la
Paolina Percupi. Ma Giovanni si mise a gridare "Ci andr, Matteo, ci andr! Non sei tu che me lo
impedirai!". "Allora Matteo abbass il fucile prima che io potessi spianare il mio... e spar.
Giovanni fece un gran salto con tutt'e due i piedi, come un ragazzo che salti la corda, sissignore,
cos, sissignore, e mi casc fra le braccia in modo che il fucile mi cadde dalle mani e rotol fin
verso quel castagno laggi. Egli aveva la bocca aperta, ma non disse pi nessuna parola: era
morto." Ora, stupefatti, i due sposi guardavano il tranquillo testimone di un tale delitto.
"E l'assassino?" fece Giuliano.
"Fugg per la montagna" disse Paolo Palabretti in un sussulto di tosse. "L'anno dopo lo uccise
mio fratello. Voi sapete, mio fratello, Filippo Palabretti, il bandito." Giovanna ebbe un brivido.
"Vostro fratello... un bandito?" "S, signora" afferm il corso tranquillo, con un lampo di fierezza
negli occhi. "Era celebre lui. Sei gendarmi ha abbattuto.
E' morto con Nicola Morali, quando furono soverchiati dal Niolo, dopo sei giorni di lotta, che
stavano per morire di fame." Poi aggiunse in tono rassegnato: "E' il paese che vuole cos" non
diversamente di come soleva dire: " l'aria della valle che fresca".
Tornati a casa per il desinare la piccola corsa li tratt come se li conoscesse da vent'anni. Ma
un'inquietudine pungeva la giovane sposa. Avrebbe ritrovato ancora fra le braccia di Giuliano
quella strana e veemente scossa di nervi che aveva avuto laggi, tra i muschi della fontana?
Quando fu sola con lui, nella nuda stanza nuziale, tremava al pensiero di restare ancora
insensibile sotto i suoi baci. Ma ben presto fu rassicurata, e fu quella la sua prima notte d'amore.
Il giorno dopo, prima d'andarsene, non si decideva a lasciare l'umile casa dove le sembrava di
aver trovato la felicit. Chiam in camera la piccola donna, e facendole ben comprendere che
non voleva farle regali, insistette, quasi arrabbiandosi, per ottenere di mandarle da Parigi un
ricordo, un oggetto qualsiasi che le piacesse, che avesse un significato, magari superstizioso,
per lei. La corsa resistette a lungo: non voleva accettare: finalmente acconsent.
"Ebbene, mandatemi una pistola. Una pistola piccola piccola." Giovanna sgran gli occhi. L'altra
aggiunse pianissimo quasi all'orecchio, come se confidasse un dolce segreto:
"E' per ammazzar mio cognato." E sorridendo e con un moto rapido sciolse le bende del braccio
inservibile mostrando la sua carne rotonda e bianca, traversata da parte a parte da un colpo di
pugnale, ma ormai quasi cicatrizzata:
"Se non fossi stata forte come lui, sarei morta a quest'ora. Mio marito non geloso; lui mi
conosce e poi malato, lo sapete, e ci gli calma il sangue. Io sono una donna onesta, signora,
e mio cognato crede a tutto quel che gli dicono. Lui geloso per conto di mio marito, e
ricomincer certamente. Ma allora io avr la mia pistola e sar tranquilla: sapr vendicarmi."
Giovanna promise d'inviare l'arma, abbracci teneramente la sua nuova amica e part.

Il resto del viaggio non fu pi che un sogno, un'ebbrezza, uno slancio, un continuo abbracciarsi.
Non vide nulla, n i paesaggi, n la gente, n i luoghi dove si fermava. Non guardava pi che
Giuliano. Cos cominci l'intimit infantile e incantevole delle sciocchezze d'amore, delle piccole
paroline idiote e pur deliziose, cos sorsero i vezzeggiativi e i diminutivi per tutte le pieghe, i
rilievi, le sinuosit dei loro corpi, l dove la bocca indugiava. Siccome Giovanna dormiva sul
fianco destro, la mammella sinistra restava spesso scoperta e Giuliano chiamava quella
mammella "Signora Dormi-in-fuori" e l'altra "Signora Ardente" perch il roseo capezzolo gli
sembrava pi sensibile ai baci. Il solco profondo fra le due mammelle divenne il "viale della
mammina" perch vi si passeggiava di continuo, e un'altra strada, questa pi segreta, fu
chiamata "via di Damasco" in ricordo della Val d'Ota.
Arrivati a Bastia, fu necessario pagare la guida. Non trovando l'occorrente nelle sue tasche, egli
disse a Giovanna:
"Giacch non ti servi dei duemila franchi di tua madre lasciali a me da portare. Saranno pi al
sicuro nella mia cintura. E mi risparmier di far moneta." Giovanna gli diede la borsa.
Giunsero a Livorno, visitarono Firenze, Genova, tutta la Costa Azzurra. Un mattino che spirava il
maestrale si ritrovarono a Marsiglia, ed erano passati due mesi dalla loro partenza dai "Pioppi",
era il I5 ottobre. Colpita da quel vento freddo che sembrava venir di laggi, dalla lontana
Normandia, Giovanna si sentiva un po' malinconica. Giuliano non era gi stanco, indifferente,
cambiato? Lei aveva paura, non sapeva bene di che.
Ritard ancora di quattro giorni il viaggio di ritorno, non potendo decidersi a lasciare quel bel
paese del sole, forse perch temeva di aver compiuto il suo giro di felicit. Finalmente partirono.
A Parigi dovevano fare gli acquisti necessari al loro insediamento in campagna, e Giovanna
gioiva al pensiero di portar cose splendide ai "Pioppi", grazie alla prodigalit della mamma, ma il
primo pensiero fu per la giovane corsa d'Evisa a cui aveva promesso la pistola della vendetta.
"Mio caro" disse arrivando "vuoi rendermi il mio danaro perch io possa fare le compere?" Egli si
volse verso di lei con una faccia scontenta.
"Quanto ti occorre?" Balbett, un po' sorpresa:
"Ma... ci che vuoi..." "Ti dar cento franchi. Ma, badiamo, veh: niente spreco!" Non sapeva che
dire. Era confusa, stordita.
" Ma..." disse infine esitando "io t'avevo dato quel danaro per..." "Si, certamente. Che sia nella
tasca tua o nella mia, che importa, dal momento che abbiamo la stessa borsa? Io non te lo rifiuto
mica. Non vedi? Ti do cento franchi!" Giovanna accett le cinque monete d'oro senza
aggiungere una sillaba: non os chiedere altro denaro: non comper che la pistola. Otto giorni
dopo si misero in cammino verso i " Pioppi".

Capitolo 6

Famiglia e domestici aspettavano presso i pilastri del cancello bianco. La carrozza di posta si
ferma, e gli abbracci non finiscono pi. Mammina piange; Giovanna intenerita si asciuga una
lacrima; il padre va e viene, nervosamente, su e gi.
Il viaggio narrato mentre si scaricano i bagagli davanti al caminetto del salone. Le parole
fluiscono abbondanti dalle labbra della sposina, e tutto detto, tutto in meno di mezz'ora:
eccetto forse qualche piccolo particolare lasciato per via nella foga del rapido discorso.
Poi la sposina and a disfare i bauli; e Rosala, commossa e felice, aiutava la sua padroncina.
Quando ebbero fatto, quando la biancheria, i vestiti, gli oggetti di toilette tornarono a posto, la
buona ragazza scomparve e Giovanna si sedette un po' stanca.
Che fare? Cercare un'occupazione per il suo spirito, un lavoro per le sue mani? Ah no, non le
sorrideva il pensiero di scendere nel salone dove mammina certo sonnecchiava; forse avrebbe
preferito una passeggiata, ma la campagna le sembrava ora cos triste che solo a guardarla
dalla finestra aveva un peso di malinconia nel suo cuore. Ammise cos che non aveva nulla da
fare, che non avrebbe avuto mai pi nulla da fare. Nulla, nulla! In convento tutta la sua giovent
era stata occupata dal pensiero dell'avvenire, da tutta una folla di sogni; il continuo agitarsi delle
sue speranze riempiva, a quel tempo, tutte le sue ore senza che le sentisse passare. Poi
appena uscita da quelle mura arcigne dov'erano sbocciate le illusioni, il suo sogno d'amore si
era mutato di colpo in vita reale. L'uomo desiderato, incontrato, amato in poche settimane (cos
ci si sposa in certe decisioni repentine) l'aveva presa fra le sue braccia senza lasciarla riflettere
a nulla. Ma ecco che la realt sognante dei primi giorni stava per diventare realt quotidiana
chiudendo le porte alle indefinite speranze, alle deliziose inquietudini dell'ignoto:
l'attesa era finita. E poich aveva finito di attendere non c'era pi nulla da fare, n oggi, n
domani, n mai. Tutto ci le dava una vaga delusione. E' cos che crollano i sogni.
Si alz, appoggi la sua fronte ai vetri freddi, guard il cielo dove correvano nuvole cupe, pens
di uscire fuori. Quella la stessa campagna del mese di maggio? l'erba, i fiori di allora?
Dove pi la gaiezza luminosa delle foglie? e la verde poesia dei prati dove fiammeggiavano le
radicchielle, dove sanguinavano i papaveri, splendevano le margherite; e le fantastiche farfalle
gialle sorvolavano irrequiete come mosse da fili invisibili?
Perduta, perduta anche quella dolce ebbrezza dell'aria cos densa di atomi fecondanti, di aromi!
S'allungavano i viali pieni di sangue con le continue piogge d'autunno, coperti da uno spesso
tappeto di foglie morte sotto lo squallore rabbrividente dei pioppi quasi spogli; e i gracili rami
tremavano al vento, agitavano ancora qualche foglietta prossima a volare nell'aria.
Tutto il giorno, senza tregua, come in una pioggia triste, insistente, quelle ultime foglie ormai
tutte gialle, simili a tanti soldoni dorati, si staccavano, roteavano, volteggiavano, giungevano a
terra...
Si spinse fino al boschetto. Triste come la stanza di un morente.
Eccola dispersa qua e l la parete di verde che separava i viottoli sinuosi circondandoli come di
mistero. Gli arbusti aggrovigliati, come una trina di legno fino, i ramoscelli stecchiti urtavano gli
uni contro gli altri, e il mormorio delle foglie secche cadute, spinte, sconvolte, ammonticchiate
qua e l dalla brezza, rendeva come un doloroso sospiro d'agonia. Qualche uccellino piccolo
piccolo saltava di rametto in rametto con un leggero grido freddoloso, cercando riparo. Solo il

tiglio e il platano, protetti dallo spesso velario degli olmi che fungevano da avanguardia contro il
soffio marino, solo il platano e il tiglio erano sempre gli stessi dell'estate; e sembravano vestiti
l'uno di rosso velluto, l'altro di una bella seta color arancio, colorati cos dai primi rigori, secondo
la natura delle linfe.
Giovanna andava e veniva, su e gi per il viale di mammina, lungo la fattoria dei Couillard. Che
cosa dunque la opprimeva? Forse il presagio delle lunghe ore di noia che ormai non potevano
tardare?
Sedette sul pendio, dove Giuliano per la prima volta le aveva parlato d'amore. E rimaneva l,
vaneggiando, quasi senza pensare, illanguidita in una specie di sogno, col desiderio di coricarsi,
dormire, sfuggire alla tristezza di quel giorno... Improvvisamente apparve un gabbiano che
attraversava il cielo in una raffica, e si ricord allora dell'aquila che aveva visto in Corsica, laggi,
nella cupa Val d'Ota; la scossa fu cos viva come quella che d al cuore il ricordo di una cosa
buona e finita, e rivide di colpo l'isola calda e radiosa col suo profumo selvaggio, il suo sole che
matura i cedri e gli aranci e le montagne dalle cime rosate e i burroni dove precipitano i torrenti.
Allora fu avvolta come dalla desolazione del paesaggio umido e duro che la circondava (quella
caduta di foglie! quelle nuvole trascinate dal vento!), non volle vedere pi nulla e rientr per non
piangere.
Mammina, ormai avvezza a quelle malinconiche giornate, non le avvertiva pi e sonnecchiava
intorpidita accanto al caminetto.
Giuliano e il padre erano usciti insieme parlando d'affari. Venne la sera, e diffuse una luce cupa
nel vasto salone illuminato a guizzi dai riflessi del fuoco. Di fuori un resto di giorno lasciava
appena distinguere dalle finestre quella natura sudicia di fine d'anno e il cielo grigiastro come se
fosse anch'esso infangato.
Il barone rientr con Giuliano.
"Luce, luce!" tempest nella camera buia, e suon il campanello.
"Luce, luce! Perch queste tenebre?" E si sedette al caminetto guardando i suoi piedi umidi
fumare alla fiamma e la crosta fangosa delle scarpe disseccarsi al calore e cadere. E si fregava
le mani tutto contento.
"Credo che geler. Il cielo si schiarisce a nord. E' luna piena.
Il freddo pizzicher, questa notte." Si volse verso Giovanna.
"Ebbene, piccola, sei contenta di essere tornata al tuo paese, alla tua casa, accanto ai tuoi
vecchi?" Una domanda cos semplice intener talmente Giovanna che si gett fra le braccia del
padre con gli occhi pieni di lacrime e lo abbracci nervosa, sconvolta, come per farsi perdonare
qualcosa; ch, nonostante i suoi sforzi di apparire un po' allegra si sentiva pi triste, triste a
morte. E intanto pensava alla gioia che si era ripromessa nel rivedere i suoi cari e si
meravigliava di certa freddezza che paralizzava il suo amore, come se, quando si molto
pensato da lontanoi a coloro che si amano e si perduta l'abitudine di averli sempre sott'occhio,

si dovesse provare al ritorno una specie di arresto negli affetti finch i legami della vita
quotidiana non siano riallacciati.
Il pranzo fu lungo. Nessuno parl. Giuliano sembrava avesse dimenticato sua moglie.
Pi tardi, in salone, Giovanna si lasci intorpidire dal fuoco, di fronte a mammina che dormiva
ormai completamente; e, risvegliata d'un tratto dalla voce dei due uomini che discutevano, tent
di scuotere il suo spirito e si chiese se non stava per essere vinta da questa triste letarga delle
abitudini ininterrotte.
La fiamma del caminetto, fiacca e rossastra lungo la giornata, eccola chiara, viva, crepitante,
con questi grandi improvvisi bagliori gettati sulle tappezzerie scolorite, sulla volpe e sulla
cicogna, sul malinconico airone, sulla cicala e sulla formica.
S'avvicinava il padre sorridendo, tendendo le dita aperte verso i tizzoni che ardevano.
"Ah, ah, che bel fuoco stasera! Gela, figlioli, gela!" E appoggiava la mano su una spalla di
Giovanna, sempre mostrando il fuoco: "Ecco, figliola mia. Ecco ci che abbiamo di meglio: il
focolare. Il focolare, coi nostri cari intorno. Non v' nulla che uguagli il focolare. Ma se
andassimo a letto? Sarete stanchi, ragazzi." Risalita nella sua stanza, si domandava come mai
due ritorni agli stessi luoghi che credeva di amare potevano essere cosi differenti. Perch si
sentiva come abbattuta? Perch questa casa, questo caro paese e tutto ci che fino allora
aveva gonfiato di tenerezza il suo cuore le sembrava oggi snervante? In quel momento volse lo
sguardo e incontr la sua pendola. La piccola ape oscillava ancora da destra a sinistra col suo
noto movimento rapido e continuo, al di sopra dei fiori di smalto. Allora, di colpo, si sent colpita
come da uno slancio d'affetto, commossa fino alle lacrime dinanzi a quel piccolo meccanismo
che sembrava vivo, contava l'ora, palpitava come un cuore. Non era stata cos commossa
riabbracciando il padre e la madre...
Per la prima volta dopo il suo matrimonio era sola nel suo letto, avendo Giuliano preferito
un'altra stanza, col pretesto della stanchezza. D'altronde, era gi stabilito che ognuno avrebbe
avuto una camera sua.
Le fu difficile addormentarsi, sorpresa di non sentire un corpo al suo fianco, ormai disabituata al
sonno solitario, ed anche turbata e irritata di quella tramontana rabbiosa che si accaniva contro il
tetto. Ma la mattina la svegli una gran luce che tingeva il suo letto come di sangue, e i vetri
delle finestre, tutti ricoperti di brina, erano rossi come se bruciasse l'intero orizzonte. Avvolta in
un grande accappatoio, corse alla finestra e l'apr. Una brezza gelata, sana, frizzante penetr
subito nella stanza e le sferz la pelle d'un freddo acuto da svegliar le lacrime agli occhi. In
mezzo a un cielo purpureo, il sole rutilante e tondo come la faccia di un ubriaco appariva l
dietro gli alberi. La terra solcata di brina bianca, ormai dura e secca, crepitava sotto i passi dei
contadini. In quella sola notte i rami dei pioppi si erano spogliati dell'ultime foglie; dietro la landa
appariva la grande linea verdastra dei flutti, tutta sparsa di candide strisce. Anche il platano e il
tiglio si svestivano rapidamente sotto le raffiche, e al passaggio della brina gelata turbinii di foglie
staccate si sparpagliavano nel vento come tante fughe di uccelli. Giovanna si vest, usc e and
a far visita ai fattori per far qualche cosa.

I Martin l'accolsero allegri e la padrona l'abbracci e la baci sulle guance; poi la costrinsero a
bere un bicchierino di rosolio.
Pass all'altra fattoria. I Couillard le fecero le stesse feste, la padrona la sbaciucchi sulle
orecchie e il bicchierino fu, questa volta, di ribes. Dopo di che, rientr per la colazione. E oggi fu
come ieri: giornata secca invece che umida. Tutti i giorni della settimana rassomigliarono molto a
quei due; tutte le settimane furono uguali alla prima.
A poco a poco, tuttavia, il suo rimpianto dei paesi lontani si affievol. L'abitudine metteva sulla
sua vita come uno strato di rassegnazione simile a quel rivestimento calcareo che certe acque
depositano sugli oggetti. Nel suo cuore rinacque un po' d'interesse per le mille cose insignificanti
dell'esistenza quotidiana, una certa cura per le mediocri e semplici occupazioni consuete: si
sviluppava in lei una specie di malinconia meditativa, una vaga stanchezza della vita. Che cosa
le mancava?
Che cosa desiderava? Non sapeva. Nessun desiderio mondano, sete di piacere nemmeno,
nemmeno uno slancio verso gioie ancora possibili.
E poi... quali gioie? Ecco le vecchie poltrone del salone sbiadite dal tempo: e come quelle, tutto
si scoloriva dolcemente, si attenuava, prendeva ai suoi occhi una sfumatura pallida e triste.
Come erano cambiate le sue relazioni con Giuliano! Egli sembrava un altro dopo il ritorno dal
viaggio di nozze; simile a un attore che, recitata la sua parte, riprenda la fisionomia consueta. Si
occupava appena di lei, quasi non le parlava; ogni traccia d'amore scomparsa; rare le notti che
egli venisse a passare con lei. Ora egli aveva preso la direzione della casa e degli affari e
rivedeva i conti, faceva tribolare i contadini, diminuiva le spese e, assunti i modi del gentiluomo
di campagna, aveva perduto l'apparenza e l'eleganza di un tempo, di quand'era fidanzato.
Figurarsi che non si decideva a smettere un vecchio abito da caccia (e non mancava, no, di
frittelle) guarnito di bottoni di rame, ritrovato nel suo guardaroba di scapolo. E aveva anche
smesso di radersi, cos che la sua barba lunga e incolta lo rendeva brutto, bruttissimo; n le sue
mani erano meglio curate; ma si capiva questa sua negligenza che era poi la negligenza stessa
di quelli che non hanno bisogno pi di essere belli. E dopo il pasto era capace di tracannare
cinque o sei bicchierini di cognac.
Giovanna aveva provato a fargli qualche dolce rimprovero: egli era stato quasi sgarbato. "Mi
lascerai tranquillo, no?" Non si arrischi pi a consigliarlo. S'era adattata a questi cambiamenti in
un modo che la stupiva. Che era pi Giuliano per lei? Un estraneo. Tanto vero che gliene
restavano chiusi l'anima e il cuore. Ci pensava a volte, e si chiedeva come dopo essersi
incontrati, amati e sposati in uno slancio di tenerezza, ecco, si ritrovassero estranei: estranei
l'uno all'altro come se non avessero dormito nello stesso letto. E perch lei non soffriva
maggiormente di questo abbandono? Questa, la vita? S'erano forse ingannati? L'avvenire non le
serbava dunque pi nulla? Se Giuliano fosse rimasto bello, accurato, elegante, avrebbe forse
sofferto di pi?
Era stato convenuto che dopo il capodanno gli sposini sarebbero rimasti soli e che pap e
mammina sarebbero ritornati a passare qualche mese nella loro vecchia casa a Rouen. Gli
sposini, quell'inverno, non dovevano lasciare i "Pioppi", per finir di installarsi, di abituarsi, di
affezionarsi ai luoghi dove avrebbero trascorso tutta la vita. Essi, d'altronde, avevano qualche
vicino a cui Giuliano avrebbe presentato sua moglie: i Briseville, i Courtelier, i Fourville. Ma
veramente gli sposi novelli non potevano ancora far queste visite, perch non era stato possibile

fino a quel momento avere il pittore che cambiasse gli stemmi alle carrozze. Il barone aveva
ceduto infatti a suo genero la vecchia carrozza di famiglia, e Giuliano per nulla al mondo
avrebbe acconsentito a presentarsi ai vicini castelli se lo scudo dei Lamare non fosse stato
inquartato con quello dei Perthuis des Vauds.
Ora, in tutto il territorio, non esisteva che uno solo che avesse la specialit degli ornamenti
araldici, un pittore di Balbec, certo Battaglia, chiamato a turno in tutti i castelli normanni per
dipingere sugli sportelli dei veicoli quei preziosi segnacoli.
Finalmente un mattino di dicembre, al termine della colazione, un individuo con una cassetta
sulle spalle apr il cancello e avanz nel viale. Era Battaglia.
Fu fatto entrare in sala da pranzo e gli dettero da mangiare come se fosse stato un signore;
perch la sua specialit, i suoi continui rapporti con l'aristocrazia della provincia, la sua
conoscenza di stemmi, emblemi, termini consacrati ne avevano fatto una specie di uomoblasone al quale i gentiluomini potevano stringer la mano. Poi fecero portare carta e matita e,
mentre egli mangiava, il barone e Giuliano schizzarono i loro scudi inquartati. La baronessa
dava il suo parere tutta agitata, trattandosi di cosa di tanta importanza; Giovanna stessa
prendeva parte alla discussione come se qualche misterioso interesse si fosse svegliato in lei
improvvisamente. Battaglia, sempre mangiando, diceva la sua opinione, magari afferrava la
matita, tracciava un disegno, citava esempi, descriveva tutte le vetture signorili della regione;
sembrava portare con s, nel suo spirito, nella sua voce stessa, una specie di atmosfera di
nobilt.
Un ometto dai capelli grigi e rasati: mani macchiate di colori e tuttavia profumate. Si diceva che
una volta fosse entrato in una brutta faccenda riguardante i buoni costumi: la considerazione
unanime di tutte le famiglie titolate aveva cancellato ormai questa macchia.
Dopo che ebbe bevuto il suo caff, lo condussero nella rimessa dove fu tolta subito alla carrozza
la copertura di tela cerata.
Battaglia la esamin, espose con gravit il suo parere sulle dimensioni necessarie al disegno, si
mise all'opera dopo un nuovo scambio d'idee. Nonostante il freddo, la baronessa fece portare
una sedia per veder lavorare, poi domand uno scaldino per i piedi che le si gelavano e cos si
mise a chiacchierare col pittore, a interrogarlo sui matrimoni, sui morti, sulle nuove nascite,
completando con queste informazioni gli alberi genealogici che portava sempre con s.
Giuliano era rimasto accanto alla suocera, a cavallo di una sedia, e fumava la pipa, sputava per
terra, ascoltava, seguiva con l'occhio la traduzione in colori della sua nobilt. Pap Simone, che
se ne andava per l'orto con la vanga sulle spalle, si ferm a guardare il lavoro; e poich la
notizia dell'arrivo di Battaglia si era sparsa nelle due fattorie, le due fattoresse non tardarono a
farsi vedere, e ora eccole ai lati della baronessa, estasiate.
"Ce ne vuol di bravura per far quella roba l".
Gli stemmi dei due sportelli non poterono essere finiti che il giorno dopo, verso le undici.
Accorsero tutti. La carrozza fu tirata fuori perch si potesse vedere e giudicar meglio. Stemmi

eseguiti in modo perfetto. Battaglia ricevette molti complimenti e ripart con la sua cassetta sulle
spalle. Il barone, la baronessa, Giovanna, Giuliano, tutti furono d'accordo che in tal genere di
cose il pittore era un uomo di prim'ordine e che, se le circostanze lo avessero permesso,
sarebbe diventato, oh! senza dubbio, un artista.
Intanto, per ragioni di economia, Giuliano aveva pensato a riforme che rendevano indispensabili
altre modifiche. Il cocchiere passava giardiniere, e il visconte aveva gi venduto i cavalli per
economia e, d'altronde, si incaricava di guidare egli stesso. Poi, siccome era necessario che
qualcuno tenesse i cavalli quando i signori scendevano di carrozza, aveva messo l'occhio su un
giovane vaccaro, di nome Mario, e ne aveva fatto un piccolo domestico.
Quanto ai cavalli, egli aveva introdotto nel contratto dei Couillard e dei Martin una clausola
speciale che costringeva i due fittavoli a fornirne uno per ciascuno, una volta al mese, alla data
fissata da lui, in compenso di che venivano esonerati dal tributo del pollame. Un giorno i
Couillard avevano condotto una gran rozza di pelo giallo e i Martin un piccolo animale bianco di
pelo lungo, le due bestie furono attaccate in pariglia e Mario, affogato in una vecchia livrea di
pap Simone, condusse l'equipaggio dinanzi allo scalone del castello. Giuliano, tutto ripulito,
aveva ritrovato un poco della sua passata eleganza; ma la barba lunga gli dava sempre un
aspetto volgare. Consider la pariglia, la carrozza, il piccolo domestico e si dichiar soddisfatto,
tanto pi che dava molta importanza agli stemmi.
La baronessa, scesa dalla sua stanza a braccio del marito, sal in carrozza a fatica e si sedette,
col dorso sostenuto dai cuscini.
Giovanna comparve a sua volta. E sorrise dapprima di quell'appaiamento di cavalli; trov che il
bianco era il figlio del giallo; poi quando scorse Mario, la testa sepolta nel cappello con la
coccarda (di cui solo il naso poteva arrestar la discesa), le mani affondate nella profondit delle
maniche, le gambe infagottate nelle falde della livrea donde uscivano i piedi perduti in enormi
stivali; quando lo vide rovesciare indietro la testa per poter guardare, e alzare un ginocchio per
fare il passo, come dovesse scavalcare un fiume, e agitarsi al modo dei ciechi per obbedire a un
nuovo ordine, perduto, annegato, scomparso nell'ampiezza della palandrana, ecco, Giovanna fu
scossa da un riso invincibile, da un'ilarit senza fine. Nello stesso tempo il barone si volse, fiss
l'ometto stordito e cedette al contagio, chiamando sua moglie, non potendo quasi parlare:
"Gua... guarda... Ma... Ma... Mario! Com' buffo, oh Dio, com' buffo!" Allora la baronessa si
affacci allo sportello e guard. La crisi d'ilarit che la scosse fece traballare sulle molle l'intera
carrozza, scombussolata come da trabalzi.
"Che c'?" chiese Giuliano pallido in volto. "Perch ridete cosi?
Ma bisogna essere matti!" Giovanna, quasi sofferente, quasi convulsa, impotente a calmarsi, a
frenarsi, sedette su un gradino della scalinata. Il barone fece altrettanto, mentre nella carrozza
starnuti ripetuti e fitti fitti dicevano che la baronessa scoppiava. Improvvisamente la palandrana
di Mario cominci a palpitare; aveva cominciato a capire, e rideva senza ritegno egli stesso dalla
profondit del copricapo.
Allora Giuliano, esasperato, scatt. Con un ceffone ben assestato raggiunse il ragazzo, e il
cappello gigantesco vol, ruzzol sull'erba, mentre il genero girava la sua collera al suocero:
"Mi par bene che non abbiate il diritto di ridere! Non saremmo a questo punto se voi non aveste
dilapidato il patrimonio! Di chi la colpa, di chi, se vi siete ormai rovinato?" Tutta l'allegria, come
gelata, cesso improvvisamente. Nessuno aggiunse parola. Con una gran voglia di piangere,

Giovanna sal nella carrozza e si sedette accanto a sua madre. Il barone, muto e sorpreso,
sedette in faccia alle dame. Giuliano si accomod a cassetta, dopo aver issato accanto a s il
ragazzo che piagnucolava, con la guancia gonfia.
La gita fu triste e parve lunghissima. Nella vettura, assoluto silenzio. Tutt'e tre cupi e impacciati,
non volevano confessare ci che pesava in quel momento sui cuori. Di che cosa avrebbero
potuto parlare se erano oppressi da quel pensiero angoscioso?
Meglio tacere, restarsene cos zitti zitti, anzich ridestare quella pena.
Al trotto ineguale delle due bestie, la carrozza oltrepassava i cortili delle fattorie, e le galline
fuggivano spaurite ficcandosi fra le siepi, scomparendovi, oppure talvolta era un cane lupo che
seguiva il cocchio abbaiando e poi riguadagnava la casa col pelo ritto, ma si rivolgeva ancora
per abbaiare dietro la carrozza. Un ragazzo con gli zoccoli infangati e le lunghe gambe
dinoccolate che se ne andava tenendo le mani sprofondate nelle tasche, vestito di un camiciotto
turchino gonfio di vento alla schiena, si mise da un lato della strada per lasciar passar
l'equipaggio e, quando si scopr goffamente, lasci vedere i suoi poveri capelli incolti, incollati sul
cranio. E, fra una fattoria e l'altra, la pianura ricominciava con altre fattorie finch si giunse a un
gran viale di abeti che metteva capo alla via. Solchi fangosi e profondi facevano pendere la
carrozza, lanciare grandi strida a mammina. In fondo al viale, un cancello: Mario corse ad aprirlo
e la carrozza gir intorno a un gran prato, percorse un sentiero rotondo si ferm dinanzi a un
vasto malinconico fabbricato dalle imposte chiuse. La porta centrale si apr, e un domestico
paralitico, con un panciotto scarlatto rigato di nero che copriva in parte il suo grembiule di
servizio, scese i gradini della scala, obliquamente a passettini brevi. Fattosi dire il nome dei
visitatori, li introdusse nel vasto salone di cui apr a fatica le persiane ancor chiuse. Mobili coperti
come da gualdrappe, pendola e candelabri rivestiti di bianco, un'aria che sentiva di muffa,
un'aria di sepolcro, ghiacciata e umida, che sembrava impregnare di tristezza i polmoni, il cuore
e la pelle. Tutti si sedettero e attesero. Due passi nel corridoio di sopra annunciavano una
premura insolita.
Sorpresi, i castellani si vestivano in fretta. Fu cosa lunga. Un campanello tintinn pi volte. Altri
passi discesero una scala; poi risalirono. La baronessa, colpita dal freddo, cominci a starnutire;
Giuliano andava su e gi; Giovanna, cupa, si era messa accanto alla madre; il barone si
appoggiava al marmo del caminetto, con la fronte bassa.
Infine una delle porte si apr e il visconte e la viscontessa di Briseville fecero il loro ingresso in
salone. Erano entrambi piccini, magrolini, un po' saltellanti, di et indefinibile, cerimoniosi,
impacciati. La dama indossava un abito di seta a fiori, aveva in testa una cuffia di vedova tutta
guarnita di nastri, parlava svelta svelta con una voce un po' aspretta. Il marito invece, chiuso in
una redingote pomposa, salut con una flessione dei ginocchi. Il naso, gli occhi, i denti
sporgenti, i capelli che si sarebbero detti spalmati di cera e il suo bell'abito di cerimonia
luccicavano come cose di cui si abbia una cura particolare.
Dopo i primi complimenti e le cortesie d'obbligo tra vicini, nessuno aveva pi niente da dire.
Allora, ecco da una parte e dall'altra i complimenti senza ragione. Speravano gli uni e gli altri che
si sarebbe continuata quell'eccellente relazione. Era una risorsa farsi visita quando si vive tutto
l'anno in campagna.
L'atmosfera gelata del salone penetrava nelle ossa, seccava la gola. La baronessa intanto
tossiva, senza aver mai cessato di starnutire. Il barone si decise e diede il segnale della
partenza; ma i Briseville insistevano:

"Ma come? Cos presto? Restate ancora un momento!" Giovanna si era alzata nonostante i
cenni di Giuliano, il quale trovava in verit la visita troppo breve. Si volle richiamare il servitore
per far avvicinare la carrozza; il campanello non funzionava. Il padrone di casa si precipit fuori,
ma torn con la notizia che i cavalli erano stati messi in scuderia. Bisogn dunque aspettare.
Ognuno cercava nel suo cervello una frase, qualcosa da dire. Ah, ecco: l'inverno piovoso. Con
certi involontari brividi d'angoscia, Giovanna chiese che cosa potessero mai fare i loro ospiti,
quant' lungo l'anno, cos soli soli.
Ingenua domanda! I Briseville se ne stupirono, perch essi erano invece molto occupati, e
scrivevano senza tregua alla loro nobile parentela sparsa per tutta la Francia, e attendevano a
mille piccole cose, e continuavano a farsi le cerimonie restando l'uno in faccia all'altro come
estranei, e potevano sempre trattare con maest le faccende pi insignificanti. Quell'omino e
quella donnina, cos piccini, cos corretti, cos precisini, e come impacchettati nella biancheria,
sembravano a Giovanna, sotto l'alto soffitto annerito del salone disabitato qualcosa come una
marmellata di nobilt.
Infine la carrozza pass sotto le finestre guidata dai due ronzini spaiati. Mario, il servitorello,
dov'era? Non lo si trovava.
Scomparso! In realt, credendosi libero fino alla sera, egli se n'era andato liberamente fra i
campi. Giuliano, furibondo, preg che glielo rimandassero a piedi e cos, dopo molti saluti da
una parte e dall'altra si riprese la strada dei "Pioppi". Appena in carrozza, Giovanna e suo padre,
quasi per combattere la penosa impressione delle brutalit di Giuliano, si misero a ridere e a
contraffare i gesti e le intonazioni di quegl'impagabili Briseville. Lui imitava il marito, lei la
signora; ma la baronessa, un po' ferita nelle sue idee, nel suo concetto di casta, non lasci
passar questi lazzi:
"Avete torto di ridere di persone cos ammodo, che appartengono a famiglie eccellenti." Non si
pot contraddire mammina; ma poi, di tanto in tanto, padre e figliola si guardavano e
ricominciavano. "Oh, il vostro castello dei Pioppi" contraffaceva lui dopo un saluto di cerimonia
"dev'essere molto freddo... eh s, molto freddo... con quel vento di mare... che gli entrer dentro
da tutte le parti..." Lei assumeva un'aria affettata e faceva la graziosa con un leggero dondolo
della testa simile a quello dell'anatra che si bagna:
"Oh, qui, signore, ho tante, tante cose da fare! scrivere a tanti parenti... E il signor de Briseville
lascia a me da sbrigare ogni cosa, perch lui si occupa di ricerche scientifiche con l'abate
Pelle... Il signor de Briseville e l'abate Pelle fanno insieme la storia religiosa della Normandia...".
La baronessa sorrideva a sua volta, tra contrariata e benevola, e scuoteva la testa e ripeteva:
"Non bene, non bene beffarsi cos di persone del nostro rango, della nostra classe..."
Improvvisamente la carrozza si ferm e Giuliano si mise a gridare chiamando qualcuno dietro di
s. Affacciati agli sportelli, Giovanna e il barone si accorsero di un essere singolare che rotolava
verso di loro. Era Mario. Con le gambe impacciate nella sottana fluttuante della sua livrea,
accecato dal cappello che gli ballava in testa senza posa, agitando le maniche come due ali di
mulino, diguazzando nelle larghe pozzanghere che attraversava a rompicollo, inciampando nei
sassi, dimenandosi, saltando, schizzando, impillaccherato fino agli occhi, il servitorello seguiva
la carrozza con la prodezza dei piedi veloci. Ma appena la raggiunse, ecco il padrone si piega, lo
acciuffa pel bavero, lo tira su con s, lascia le redini, lo tempesta di pugni, gli sprofonda il
cappello, gi gi, fino alle spalle, facendolo rullare come un tamburo. Il servitorello, entro il suo
copricapo, urla e muggisce, e poi tenta la fuga, cerca di saltar sul sedile, ma il padrone l'ha in
pugno e la gragnuola continua fitta fitta, inesorabile. Giovanna balbetta smarrita: "Pap... oh,
pap!" stringendo il braccio di suo padre al colmo dell'indignazione.

"Che fate l, Giacomo? Ma dite almeno che smetta!" Allora il barone abbass di colpo il vetro
davanti e, afferrata la manica di suo genero, gli grid con voce fremente:
" Non la finite ancora di picchiar quel ragazzo?" L'altro si volt stupefatto.
"Non avete visto in qual modo mi ha ridotto la livrea, questo briccone?" "Che m'importa della
livrea?" gridava il barone con la testa in fuori, interponendosi fra i due. "Non bisogna essere
brutali fino a questo punto!" "Lasciatemi tranquillo, vi prego" disse Giuliano di nuovo stizzito.
"Non sono cose che vi riguardino queste." E stava per alzare ancora la mano quando il suocero
gliel'afferr bruscamente, gliel'abbass con tal impeto da urtarla contro il legno del sedile: "Se
non la smettete scendo e vi faccio smettere io!" cos che il visconte parve calmato, alz le spalle
senza rispondere e fece partire i cavalli, con una frustata, al gran trotto.
Le due donne, livide, non si muovevano, si udivano distintissimi i battiti pesanti del cuore pi
vecchio.
A pranzo, Giuliano fu pi cortese del solito come se nulla fosse avvenuto. E gli altri che erano
facili all'oblio, per benevolenza e mansuetudine, quasi lusingati di ritrovarlo gentile, si lasciarono
portare dall'allegria ancora una volta, con la sensazione benefica dei convalescenti; e siccome
Giovanna alluse di nuovo ai Briseville, anche suo marito celi aggiungendo per che essi erano,
in ogni modo, "gente distinta". Non si parl di altre visite, perch ciascuno temeva in cuor suo di
risuscitare la "questione Mario"; decisero soltanto che avrebbero inviato ai nobili vicini i biglietti
da visita per Capodanno e che sarebbero tornati a vederli coi primi tepori.
Venne Natale. S'invit a pranzo il curato, il sindaco, la sindachessa; si rinnov l'invito a
Capodanno, e queste furono le sole distrazioni che ruppero la monotona catena dei giorni. Pap
e mammina dovevano partire il 9 gennaio; Giovanna voleva trattenerli; Giuliano, per la verit,
non sembrava secondarla, cos che il barone, dinanzi alla freddezza crescente del genero, fece
venire da Rouen una carrozza di posta. Alla vigilia della partenza, appena ultimati i bagagli,
perch la giornata era gelida ma bella, Giovanna e suo padre pensarono di scendere a Yport
dove non erano pi stati dopo il ritorno dalla Corsica. Traversarono il bosco che lei aveva
percorso lo stesso giorno del suo matrimonio, stretta a colui che stava per diventare il suo
compagno, il caro bosco dove aveva avuto il primo bacio, dove aveva avvertito il primo fremito,
presentito la sensualit conosciuta pi tardi nella selvaggia Val d'Ota, presso la sorgente a cui
avevano bevuto avidi insieme, mescolando i baci con l'acqua. Non pi foglie, non pi erbe
rampicanti, null'altro che lo stormire dei rami spogli, i rumori secchi dei boschi invernali. Nel
piccolo villaggio le strade vuote, silenziose, conservavano il loro odore di mare, di alghe, di
pesce. Le grandi reti nerastre erano sempre stese ad asciugare sul ghiareto o dinanzi alle porte.
Il mare grigio e freddo, con la sua eterna schiuma mugghiante, cominciava a calare scoprendo
verso Fcamp le rocce verdognole ai piedi della scogliera. Lungo la riva, grosse barche coricate
su un fianco simili a enormi pesci morti...
Cadeva la sera. I pescatori venivano avanti a piccoli gruppi camminando pesantemente coi loro
grandi stivaloni da marinaio, il collo avvolto di lana, in una mano il litro di grappa, nell'altra la
lanterna della barca. Giravano a lungo intorno alle barche inclinate; poi con lentezza tutta
normanna portavano a bordo le reti, i gavitelli, un pezzo di burro, un gran pane, un bicchiere, la
bottiglia dell'acquavite; e, raddrizzata la barca, la spingevano verso l'acqua con lo scricchiolio del
ghiareto, cos che essa fendeva la schiuma, saliva sulle onde, si dondolava un poco, apriva le
sue grandi ali brune, spariva nella notte col suo lumino acceso in cima all'albero. E le donne dei
marinai, con quelle forme rigide, sporgenti di sotto gl'indumenti leggeri restavano l sulla spiaggia
fino alla partenza dell'ultimo uomo, e rientravano finalmente nel borgo assopito, frustando con le
voci acute il sonno greve dei vicoli oscuri. Anche Giovanna e suo padre aspettavano, immobili, il

perdersi lento di quegli uomini che se ne andavano alla ventura ogni notte, rischiando la vita per
vivere, e tuttavia cos poveri da non poter mai cibarsi di carne.
Il barone si esaltava davanti all'oceano.
"Terribile e bello. Com' superbo questo mare su cui cadono le tenebre! con tante esistenze in
pericolo! Non ti pare, Giannetta?" "Tutto ci non vale il Mediterraneo" rispose lei con un sorriso
gelato.
"Il Mediterraneo, il Mediterraneo!" si indignava il padre. "Olio, acqua zuccherata, acqua azzurra
in una tinozza di lisciva. Guarda questo com' terribile con le sue creste di spuma! E pensa a
tutti quegli uomini partiti l sopra che ormai non si vedono pi." Ma la parola che le era venuta
alle labbra, "Mediterraneo", le aveva dato come una fitta al cuore, e cos aveva spinto ogni suo
pensiero verso lontane contrade, laggi, laggi, dove vagavano tutti i suoi sogni.
Invece di tornare per il bosco raggiunsero la strada e risalirono la costa a passi pi lenti. Non
parlavano. Il pensiero della prossima separazione li faceva tristi. Di quando in quando,
costeggiando i fossati delle fattorie, si sentivano come presi in quel sentore di mele schiacciate,
in quell'aroma di sidro fresco che sembra fluttuare in quel periodo su tutta la campagna
normanna, oppure saliva alle loro narici un lezzo di stalla, quel puzzo buono e caldo che emana
dal concime delle mucche. Una finestrina illuminata indicava la casa in fondo al cortile e
Giovanna sentiva che la sua anima si apriva, si allargava, capiva le cose invisibili. Quelle piccole
luci sparse per i campi le davano improvvisamente la sensazione viva dell'isolamento di tutti gli
esseri che tutto disgiunge, tutto separa, tutto trascina lontano da ci che amerebbero. Allora
mormor rassegnata:
"Non sempre allegra, la vita." Il barone emise un sospiro.
"E noi non possiamo farci nulla, bambina mia!" Il giorno dopo pap e mammina partivano.
Giovanna e Giuliano restavano soli.

Capitolo 7
Da quel momento qualche altra cosa trov posto nella vita dei giovani sposi: le carte da giuoco.
Ogni giorno dopo colazione, Giuliano, fumando la pipa, sorseggiando il suo cognac (a poco per
volta ne beveva ormai da sei a otto bicchierini), faceva parecchie partite a bazzica con sua
moglie. Poi lei saliva in camera sua, si sedeva presso la finestra, si ostinava a ricamare la
guarnizione di una sottana, mentre la pioggia batteva i vetri o il vento li scuoteva; e cos qualche
volta, un po' affaticata, alzava gli occhi a guardare il mare cupo e agitato laggi, restava assorta
un momento in quella vaga contemplazione, riprendeva tranquillamente il lavoro. D'altronde, si
sentiva disoccupata. Giuliano aveva preso la direzione della casa intera, e aveva modo di
soddisfare il suo spirito autoritario, la sua mania di economia. Egli si mostrava di una parsimonia
feroce, non dava mancie, aveva ridotto le spese del vitto, aveva perfino disapprovato Giovanna
che si era concesso il lusso della mattiniera focaccia normanna, condannandola al pane comune
per eliminare una piccola spesa.

Giovanna taceva per evitare spiegazioni, discussioni e litigi, ma ogni manifestazione di


spilorceria maritale era un altro colpo di spillo. Com'era odioso e basso tutto ci! Non poteva
dimenticare di essere nata in una famiglia dove non si dava importanza al denaro, e sua madre
aveva pur detto in ogni occasione: "Il denaro fatto per spenderlo". Ora invece il marito diceva:
"Non potrai mai abituarti a non buttarlo dalla finestra, il denaro?". E ogni volta che aveva
risparmiato qualche soldarello su un conto o su un salario, sorrideva con compiacenza e: "I
piccoli ruscelli formano i grandi fiumi" facendo scivolare in tasca quei pochi.
Eppure in certi giorni Giovanna ricominciava a sognare. Arrestava il lavoro e ritesseva uno dei
suoi romanzi di fanciulla diviso in capitoli di leggiadre avventure. Ma improvvisamente la voce di
Giuliano (un ordine dato a pap Simone) la strappava al suo dolce lento fantasticare, e
riprendeva il suo lavoro, tutta rassegnata, pensando: "Ma s, tutto ci finito... oramai!" e una
lacrima cadeva proprio l, sulle dita che trattenevano l'ago.
Cambiata anche Rosala, un tempo cos gaia, la Rosala canterina.
Non pi pienotte e non pi rosse le guance, ma quasi incavate e a volte perfino terree.
"Ti senti male, Rosala?" "No, signora" rispondeva invariabilmente la servetta, mentre un po' di
sangue le saliva alle guance, e se ne andava confusa, in gran fretta.
Che aveva questa ragazza? Non correva pi come un tempo, trascinava i piedi a fatica, non era
nemmeno pi civettuola:
invano, invano i merciaiuoli ambulanti le mostravano busti, profumerie, nastri di seta. E la
vecchia casa aveva un'aria cupa, di grande spazio vuoto, con la sua facciata tutta strisce
lasciate dalle piogge.
Verso la fine di gennaio cominci a nevicare. Si vedevano di lontano le grandi nubi avanzare dal
nord al di sopra del mare accigliato; ed ecco il candido sfarfallo delle falde. La pianura sepolta in
una notte; gli alberi riapparsi al mattino tutti ricamati da quella spuma di ghiaccio.
Con gli stivaloni, Giuliano aveva l'aspetto di un vero selvaggio quando restava imboscato dietro
il fosso che dava sulla landa ad appostare gli uccelli che migravano. Di quando in quando, un
colpo di fucile rompeva il silenzio gelido dei campi: stormi di corvi neri spaventati fuggivano via
dagli alberi in turbini pesanti.
Allora, vinta dalla noia, Giovanna scendeva la scalinata e ascoltava i rumori di vita che venivano
di molto lontano, ripercossi nella tranquillit dormiente di quel lenzuolo livido e triste. Poi non
udiva pi che una specie di muggito delle onde lontane e lo scivolo vago e continuo di questo
polvero di acqua gelata che cadeva, cadeva senza tregua. E il letto di neve si alzava sempre
pi, sempre pi, sotto questa caduta infinita di spuma lieve lieve, fitta fitta.
In una di queste pallide mattinate Giovanna, immobile, scaldava i piedi al fuoco della sua stanza,
avendo alle spalle quella Rosala sempre pi cambiata, sempre pi stanca, che rifaceva
lentamente il letto. Ora ecco la padrona ode dietro di s come un doloroso sospiro. Chiede,
senza girare la testa:

"Ma che c' dunque? Che hai?" Quella, come sempre, risponde: "Nulla, signora" ma una voce
rotta, spirante.
Giovanna gi pensava ad altro, quando avvert che la ragazza non si muoveva pi.
"Rosala?" La credette uscita e inavvertitamente la chiam ancora pi forte:
"Rosala! Rosala!" e stava per suonare il campanello quando un gemito profondo, esalato
presso di lei, la fece alzare con un brivido d'angoscia. Rosala, livida, con gli occhi sbarrati, era
seduta in terra, le gambe lunghe distese, il dorso appoggiato contro uno spigolo del letto.
Giovanna si slanci:
"Ma che hai? Che hai?" L'altra non diceva nulla, non faceva un gesto, ma fissava sulla sua
padrona gli occhi folli, ansimando, come straziata da un'orrenda doglia. Poi improvvisamente,
stirandosi tutta, scivol sulla schiena soffocando fra i denti chiusi un grido di angoscia.
Allora sotto la veste aderente alle cosce aperte qualcosa si mosse, e quasi subito part di l sotto
un rumore strano, un ondeggiamento, un respiro strozzato come di chi sta per soffocare:
segu come un mugolo, un pianto debole e gi doloroso, la prima sofferenza della creatura che
entra nella vita.
Giovanna vide, comprese, corse sulla scala, chiam quasi fuori di s:
"Giuliano! Giuliano!" Egli rispose dal basso:
"Che vuoi?" Giovanna, a stento, rispose:
"Rosala ... si ..." Egli si slanci, sal gli scalini a due a due, entr nella stanza, sollev
brutalmente le vesti della ragazza e scopr un piccolo corpicino rannicchiato, rattratto, viscido
che si agitava fra due gambe nude. Si raddrizz con la faccia cattiva, e cacci fuori la moglie
smarrita:
"Queste cose non ti riguardano. Vattene. Mandami Liduina; mandami pap Simone." Tutta
tremante Giovanna scese in cucina: poi, non osando pi risalire, entr nel salone, gelato, senza
pi fuoco dopo la partenza dei vecchi, e qui attese ansiosamente notizie. Che avviene? Ecco, il
domestico che esce di corsa, passano cinque minuti, ritorna con la vedova Dentu: ah s, la
levatrice del paese! Per le scale un gran tramesto come se si portasse un ferito. Giuliano arriva
e dice soltanto che pu ritornare in camera sua. Trema, trema come se avesse assistito ad
alcunch di sinistro. Seduta di nuovo presso il caminetto domanda: "Come sta?". Giuliano
preoccupato, nervoso, sembra incollerito, cammina su e gi. Dapprima non risponde: infine si
ferma, si volta:
"Che pensi di farne, s, dico, di quella ragazza?" Lei non capisce: guarda suo marito senza
capire.
"Come? Che vuoi dire? Che vuoi che sappia io?" "Non possiamo tenerci in casa un bastardo"
grid lui al colmo dell'irritazione.
"Senti, Giuliano, si potr forse metterlo a balia..." "A balia? E chi pagher? Tu pagherai?"
Giovanna riflett ancora a lungo: cercava una soluzione.

"Ecco" riprese "il padre se ne incaricher, del bambino, se sposer Rosala..." "Il padre!"
esclam Giuliano incollerito, all'estremo della pazienza. "Il padre! Lo conosci tu il padre? No,
vero? E allora?" Giovanna era commossa e si animava.
"No, no, egli non abbandoner in questo modo quella povera ragazza. Sarebbe un vigliacco. Noi
chiederemo il suo nome, andremo a trovarlo, bisogner ben che si spieghi...." Giuliano si era
calmato e aveva ripreso ad andare su e gi.
"Mia cara, Rosala non vuol dire il nome di lui, Rosala non te lo confesser mai, come non lo ha
confessato a me... E se egli non volesse saperne? Intanto noi non possiamo tenere in casa una
ragazza in quelle condizioni... col suo bastardo, capisci?" "Allora quell'uomo un miserabile"
ripeteva Giovanna ostinata.
"Ma bisogner bene che si spieghi, e allora avr da fare con noi!" Giuliano, rosso in volto,
ricominciava a infuriarsi.
"Ma... intanto?" "Che proponi tu?" chiese lei per non sapersi decidere.
"Oh, per me una cosa molto semplice. Le darei un po' di danaro, e che vada al diavolo col suo
marmocchio." "Mai, mai" si ribell Giovanna, indignata. "E' mia sorella di latte, quella ragazza;
siamo cresciute insieme. Ha commesso un errore? Male, malissimo; ma non la butter nella
strada, e se sar necessario avr cura di lei, del bambino..." Allora Giuliano scatt; "E noi ci
faremo una bella riputazione, noi, col nostro nome, con le nostre relazioni! Si dir dovunque che
proteggiamo il vizio, che ricoveriamo sgualdrine, e finir cos, che la gente non vorr metter pi
piede in casa nostra. Ma che idee ti frullano per la testa? Impazzisci?" Giovanna era rimasta
calmissima.
"Ebbene... no. Io non lascer mai scacciare Rosala. Se non vuoi tenerla qui, ci sar sempre mia
madre che la riprender. E finiremo col conoscere il padre di lui, dico del bambino..." Egli rispose
andandosene, sbattendo l'uscio, gridando:
"Come sono stupide le donne! Le idee delle donne!" Nel pomeriggio Giovanna sal dalla
puerpera. La piccola serva restava immobile nel suo letto, vegliata dalla vedova Dentu, mentre
un'infermiera cullava il neonato sulle braccia. Quando vide la sua padrona, Rosala si mise a
piangere, e nascondeva la faccia tra le lenzuola nella disperazione dei singhiozzi. La padrona
volle abbracciarla, ma lei resisteva, sempre coprendosi il viso; poi lasci fare, piangendo ancora,
ma pi debolmente. Una piccola fiammata ardeva nel caminetto: faceva freddo, il piccino
fiottava.
Giovanna non osava parlare della creatura per non provocare un'altra crisi, ma carezzava una
mano alla puerpera e ripeteva macchinalmente:
"Non sar nulla, via, non sar nulla..." La povera ragazza guardava furtiva verso l'infermiera,
trasaliva ai vagiti del marmocchio, soffocava come in un resto di disperazione, scoppiava in
singhiozzi convulsi quando le lacrime ringhiottite le facevano una specie di gorgoglio nella gola.
"Ne avremo cura noi. Sta' tranquilla, figliola" e se ne and, poich sentiva che un nuovo accesso
di lacrime era pronto.

Cos tutti i giorni. Giovanna tornava da Rosala e Rosala, vedendo la sua padrona, aveva pronte
le lacrime e i singhiozzi.
Il bambino fu messo a balia l da una vicina.
Giuliano, intanto, appena parlava a sua moglie, come se le serbasse rancore di aver impedito
l'espulsione di quella ragazza.
Un giorno egli ritorn sull'argomento, ma allora Giovanna si lev di tasca una lettera in cui la
baronessa reclamava la Rosala se non la si voleva pi ai "Pioppi". Giuliano, furibondo, grid:
"Tu e tua madre, due pazze compagne!". Ma non insistette pi oltre.
Quindici giorni dopo la puerpera era in grado di alzarsi, e riprese il servizio. Finch Giovanna la
fece sedere, le prese le mani, la scrut in volto, le disse:
"Ora, figliola mia, mi dirai tutto." Rosala si mise a tremare e balbett:
"Che cosa, signora?" "Di chi questo bambino?" Allora la povera ragazza, ripresa dalla sua
disperazione cerc di liberare le sue mani per nascondere il volto, ma Giovanna l'abbracciava lo
stesso e la voleva consolare:
"Vedi, figliola, una disgrazia. Tu sei stata debole, ma la cosa capita a tante! Se il padre del
bambino ti sposa, non ci si pensa pi e noi potremo prenderlo al nostro servizio con te..."
Rosala gemeva come a martirizzarla; e di quando in quando dava un sobbalzo forse per
liberarsi e fuggire.
"Capisco la tua vergogna" Giovanna riprese. "Ma vedi bene che io non mi ci arrabbio, vedi che ti
parlo con tutta dolcezza. Se ti domando il nome di lui, perch capisco dal tuo dolore che ti
vorrebbe abbandonare e io non lo permetto, capisci? Stai certa che Giuliano andr da lui, e
l'obbligheremo a sposarti e a farti felice, giacch vi terremo qui tutt'e due..." Questa volta Rosala
fece uno sforzo cos brusco che riusc a liberar le sue mani da quelle della padrona, e cos
scapp via da forsennata.
La sera, a tavola, Giovanna disse a Giuliano:
"Ho tentato di persuadere Rosala a dirmi il nome del suo seduttore. Non ci sono riuscita. Prova
dunque anche tu; cos potremo decidere quel miserabile a... " Giuliano si adir subito: "Basta
con questa storia, basta, basta!
Hai voluto tener la ragazza? Ebbene, tienitela; ma non farmi andare in bestia per questo. Hai
capito? Ora basta!".
Dopo di che egli sembrava peggiorato d'umore, tanto che aveva preso l'abitudine di non parlare
a sua moglie senza gridare, come se fosse sempre adirato mentre lei, al contrario, raddolciva la
voce e si mostrava gentile, conciliante, per evitare le discussioni (la notte poi piangeva nel suo
letto). Eppure, nonostante questa irritazione insistente, egli aveva ripreso certe abitudini d'amore
trascurate fin dal ritorno e ben raramente lasciava passare tre sere di seguito senza varcar la
soglia coniugale.
Rosala guar interamente e divenne un po' meno triste, bench fosse rimasta come spaventata,
come perseguitata da non si sa che paura. Due volte ancora fugg quando Giovanna la interrog

sul piccino. Nello stesso tempo Giuliano riapparve un po' pi cortese cos che la giovane sposa
si riafferrava a vaghe speranze, ritrovava qualche momento un po' allegro quantunque soffrisse
talvolta di strani malesseri di cui non parlava. Non cominciava ancora il disgelo, ma da alcune
settimane, un cielo chiaro di giorno come un vetro azzurro, e la notte pieno di stelle che si
sarebbero dette di brina tanto lo spazio era rigido, si stendeva sul tappeto duro, unito, lucente
delle nevi. Dietro le cortine dei grandi alberi ricamati come di canizie, isolate nelle loro zone
quadre, le fattorie parevano addormentate sotto un drappo bianco.
Nessuno usciva pi: uomini, bestie. Solo i comignoli delle capanne rivelavano la vita nascosta
per quei gracili pennacchi di fumo che salivano diritti nell'aria di gelo. Il piano, le siepi, gli olmi
delle cinture, tutto sembrava morto, ucciso dal freddo. Di quando in quando si udivano
scricchiolare gli alberi, come se le loro membra di legno si fossero spezzate sotto la corteccia;
talvolta anche un gran ramo si strappava e cadeva, vittima del gelo invincibile che indurisce le
linfe e rompe le fibre. Giovanna aspettava con ansia i primi tepori attribuendo alla cattiva
invernata le vaghe sofferenze che la tormentavano. Che aveva? Che male era questo? Ora non
poteva mangiar nulla per quel disgusto del cibo, ora il polso batteva all'impazzata, ora il pasto
pi leggero le dava una specie di nausea d'indigestione, e i nervi sempre tesi, sempre vibranti, la
tenevano in un'agitazione continua, insopportabile. Finch una sera il termometro discese
ancora e Giuliano, alzandosi da tavola tutto tremante di freddo (la sala non era mai abbastanza
tiepida tanto egli faceva economia di riscaldamento), si freg le mani e avvert: "Sar una bella
cosa dormire in due, nevvero, tesoruccio mio?" Egli rideva del suo buon riso d'un tempo, di gran
fanciullone, e lei gli salt al collo felice; ma quella sera appunto era cos sofferente, cos
stranamente nervosa, che lo preg fra i baci, sottovoce, di lasciarla sola quella notte.
"Ti prego, caro" gli disse per spiegargli in poche parole il suo male. "Credi che non mi sento
bene stasera. Domani star meglio, vedrai." Egli non insistette.
"Come vuoi. Ma se sei malata, bisogna ben che ti curi." Si coric presto, Giuliano volle che le
accendessero il fuoco nella stanza: e fu una gran concessione. Quando gli fu detto che c'era
una bella fiammata, baci la moglie in fronte e se ne and.
Tutta quanta la casa sembrava angustiata dal freddo; gli stessi muri ne rabbrividivano con rumori
leggeri, Giovanna nel suo letto tremava. Due volte si alz per aggiungere legna nel caminetto ed
anche per cercare una vecchia sottana, qualche corpetto, vecchi abiti da ammucchiare sulle
coltri: nulla, nulla la riscaldava. I suoi piedini si intirizzivano, continue vibrazioni le correvano per i
polpacci e perfino per le cosce fino a farla girare e rigirare senza mai tregua in un'agitazione che
l'aveva ormai completamente prostrata. Poi le batterono i denti, le mani tremarono, il petto si
strinse, il cuore indebolito batt grandi colpi e sembr spegnersi. L'anima fu come presa da una
spaventosa angoscia; nello stesso tempo un freddo invincibile le penetrava fino al midollo. Mai,
mai aveva provato niente di simile: la vita stessa l'abbandonava. Non esalava l'ultimo respiro?
"Sto per morire... muoio..." pens. Spaventata, salt fuori dal letto, cerc il campanello, suon
per chiamar Rosala: attese, suon di nuovo, attese ancora, intirizzita, fremente. Niente.
Nessuno. La ragazza dormiva senza dubbio, e di quel primo sonno che non si scuote, il sonno di
piombo. Allora Giovanna perse il controllo e a piedi nudi si precipit per la scala, sal a tentoni
senza far rumore, trov una porta, l'apr:
"Rosala!" S'inoltr, urt contro il letto, vi pass sopra le mani, sent che era vuoto: vuoto e
freddo come se non vi fosse entrato nessuno.
"Come? Va a farne delle altre con questo tempo!" E in un tumulto repentino del suo povero
cuore, oppressa, soffocata, con le gambe che le si piegavano, fece quell'ultimo sforzo: discese
per chiedere aiuto a Giuliano. Entr da lui con violenza, spinta, assillata dalla certezza che stava

per morire, dal desiderio di veder lui prima di perdere la conoscenza. E alla luce del fuoco
morente, vide, sul guanciale, accanto alla testa di suo marito, la testa di Rosala.
Lui e lei si rizzarono insieme, come rispondendo a quel grido.
Giovanna rest un momento immobile come se la scoperta l'avesse impietrita, poi fugg, rientr
nella sua stanza, e poich lui spaventato chiamava: "Giovanna! Giovanna!" una paura atroce
l'assal: di vederlo, di riudire la sua voce, di ascoltare le sue menzogne, di incontrare il suo
sguardo faccia a faccia: e gi, gi, ancora gi per la scala. Gi, gi di corsa nel buio a costo di
cadere sui gradini, a costo di fracassarsi sulle pietre; sempre avanti, sempre spinta dalla
necessit di fuggire, di non sapere nulla, di non vedere pi nessuno. Eccola dabbasso, siede su
un gradino, sempre in camicia, a piedi nudi, e rimane l sbigottita.
Ma si raddrizza perch ode la voce di lui, perch egli gi scende le scale: "Giovanna? Ascolta,
Giovanna...". No, no, non vuole ascoltare, nemmeno vuole che le si tocchi la punta di un dito, e
si slancia nella sala da pranzo come se sentisse un assassino alle spalle. Cerca un'uscita, un
nascondiglio, un angolo oscuro, un mezzo qualunque per evitarlo. Ecco, si raggomitola sotto la
tavola, ma egli ha gi aperto la porta, col lume in mano, e ripete: "Giovanna, ascolta...
Giovanna...". Balza come una lepre, si slancia in cucina, due volte gira intorno come una bestia
inseguita, ma egli qui ancora, e allora lei apre di colpo l'uscio del giardino e via per la
campagna, a precipizio. Le sue gambe entrano nella neve fin quasi ai ginocchi, e quel contatto
gelido le d un'energia disperata. E' nuda, e non ha freddo, non vede, non sente pi nulla, tanto
la convulsione della sua anima intorpidisce il suo corpo. E corre, corre, candida come la terra.
Ecco il viale grande, ecco il boschetto, il fosso, la landa... Non c' luna, ci sono le stelle, un
semino di fuoco nel cielo nero, ma la pianura chiara, di un fosco candore, immobilit
congelata, silenzio infinito. Cammina sempre, senza respirare, senza pensare.
Ecco il precipizio: si ferma di colpo, d'istinto, si accascia vuotata di tutto. Nella cupa voragine
davanti a lei il mare invisibile e muto esala un odore salmastro di relitti della bassa marea.
Quanto tempo resta cos, le membra inerti, lo spirito inerte? Tutt'a un tratto si mette a tremare,
ed un tremito folle, qualcosa come una vela agitata dal vento. Braccia, mani, piedi scossi da
una forza invincibile; tutto palpita in lei, tutto vibra, sussulta, precipita: e la coscienza le torna di
colpo, chiara e pungente. Poi sono come antiche visioni che passano davanti ai suoi occhi, la
passeggiata con lui nella barca di pap Lastique, i discorsi, l'amore nascente, il battesimo della
barca:
pi in l, pi in l, ancora pi in l: ecco: la notte popolata di sogni del suo primo arrivo al
castello. E ora? Oh, la sua vita ora spezzata, perduta ogni gioia, ogni speranza impossibile, e
l'avvenire l, tutto tradimento, disperazione, torture. Meglio morire! Si muore, e tutto finito...
Una voce lontana? "E' qui... ecco i suoi passi... presto... da questa parte..." Giuliano? E' lui che
la cerca? No, non lo vuol rivedere! Dall'abisso che le si scopre dinanzi, ora le giunge un frusco:
la leggera risacca del mare. Allora si alza, gi decisa a slanciarsi, a buttarsi di sotto, e nel dar
l'addio alla vita, l'addio disperato, geme l'ultima parola, quella dei moribondi, quella dei soldati
feriti in battaglia: " Mamma...". Di colpo le balena il pensiero di lei, di "mammina", la vede
singhiozzare, vede il pap in ginocchio accanto al cadavere dell'annegata, raccoglie in un attimo
tanta disperazione, tanto spasimo; e ricade gi nella neve, e nemmeno fugge quando Giuliano e
pap Simone (c' anche Mario che tiene la lanterna) l'afferrano per le braccia, la tirano indietro,
poich arrivata sull'orlo... Non pu pi muoversi: facciano di lei quel che vogliono. Sente che la

trasportano, la mettono a letto, le fanno delle frizioni con panni bollenti: ogni ricordo si cancella:
la conoscenza perduta. Poi, l'oppressione di un incubo. Ma si tratta proprio di un incubo?
Eccola sdraiata nella sua stanza. Si, vede bene che giorno, ma lei non pu alzarsi, non pu.
Perch? Non lo sa, non sa niente. E ode come un rumore nel soffitto o una specie di
raspamento, e subito un topo, un piccolo topo grigio passa rapidamente sul lenzuolo. Un altro lo
segue, un terzo le si avvicina al petto col suo trotterello vivace. Non sa come, ma non ha
nessuna paura e vuole afferrar la bestiola e stende la mano... No, niente! Allora altri topi, dieci,
venti topi, centinaia, migliaia di topi vengono d'ogni parte, si arrampicano in colonne, scorrono in
fila sulle tappezzerie, coprono il letto, entrano, penetrano nel letto: e lei li sente scivolare sulla
pelle, ecco che le solleticano le gambe, salgono, scendono per tutto il suo corpo: e le giungono
alla gola, e si dibatte stendendo le mani per afferrare un topo, apre e chiude le mani: vuote! Si
dispera, grida, urla, vuol fuggire, e le pare che qualcuno la tenga l a forza, immobile: due
braccia di ferro la stringono, la paralizzano: guarda e non vede nessuno. Ha perduto il senso del
tempo. Tutto ci dura a lungo, a lungo, a lungo...
Poi si svegli. Fu un risveglio stanco, accasciato, eppure dolce.
Si sentiva debole debole. Apr gli occhi e non si stup di vedere sua madre seduta con un omone
grosso, mai conosciuto, mai visto.
Che et aveva mai? Non lo sapeva, e si credeva piccina piccina.
Non si ricordava proprio di nulla.
"Vedete?" disse l'uomo corpulento. "La conoscenza ritorna." Mammina si mise a piangere. Allora
l'uomo corpulento riprese:
"Calmatevi, signora baronessa. Vi dico che ora ne rispondo io.
Per non bisogna parlarle di nulla, assolutamente di nulla.
Lasciate che dorma." Sembr a Giovanna di restare assopita ancora chi sa quanto, righermita
forse da un sonno pesante durante il quale provava a pensare, senza per tentare di ricordarsi
di nulla e di nessuno, come se avesse un vago timore della realt che si faceva strada nel
cervello. Una volta, svegliandosi, vide Giuliano: era lui solo accanto al letto: e allora tutto fu
chiaro, tutto le torn alla memoria, come se avessero alzato il velo che copriva il suo passato.
Ebbe una fitta acutissima al cuore, e volle fuggire.
Gett via le coperte, salt a terra, le gambe non le reggevano e cadde. Giuliano si slanci su di
lei, si mise a gridare: non la toccasse, non la toccasse! L'uscio si apr e accorse la zia Lisetta
con la vedova Dentu, poi il barone, infine la baronessa smarrita, ansimante. Fu cos che la
rimisero a letto, e lei chiuse subito gli occhi, dissimulando per non parlare e per riflettere meglio.
Sua madre e sua zia la assistevano tutte premurose, e dicevano:
"Giovanna! Ci senti, Giannetta? Ora ci senti, ci senti?" e lei faceva la sorda, non rispondeva:
per si accorse benissimo che il giorno finiva. Finiva il giorno, venne la notte. L'infermiera prese
posto l accanto, e spesso la faceva bere. Beveva senza dire nulla. Rifletteva con fatica

cercando cose che le sfuggivano, come se avesse delle lacune nella memoria, grandi spazi
bianchi e deserti dove gli avvenimenti non erano segnati. A poco a poco, dopo lunghi sforzi,
riusc a riordinare tutti i fatti e vi riflett sopra con ferma tenacia. Erano venuti il babbo,
mammina, zia Lisetta: dunque, era molto malata. Ma Giuliano? Che aveva detto? I suoi genitori
sapevano quel che era successo? E Rosala?
Dov'era Rosala? E poi... che fare, che fare? Un'idea le balen nel cervello: s, s, come prima, a
Rouen, col pap e con la mamma. Sarebbe stata vedova: ecco tutto. Allora attese, ascoltando
tutto quel che si diceva attorno al suo letto, comprendendo ogni cosa, senza far capir che
capiva, godendo di questo ritorno alla ragione, scaltra, paziente. Infine, la sera, si trov sola
proprio con mammina e la chiam sottovoce. La sua voce la stup; le parve cambiata. Mammina
le prese le mani:
"Giannetta, Giannetta cara, bambina mia, di', mi riconosci?" "Si, mammina. Ma non bisogna
piangere. Dobbiamo discorrere a lungo. Giuliano ti ha detto perch sono fuggita fra la neve?"
"Si, bambina mia. Tu hai avuto una gran febbre, una febbre pericolosa..." "Non questo. No,
non questo. La febbre l'ho avuta dopo.
Giuliano non ti ha detto perch ho avuto la febbre e perch sono scappata?" "No, cara." "Fu
perch ho trovato Rosala a letto con lui." La baronessa credette che delirasse ancora e
l'accarezz dolcemente.
"Dormi, bambina mia. Calmati. Cerca di dormire." "Mammina" riprese ostinata Giovanna "adesso
sono perfettamente cosciente. Non dico pazzie come debbo averne dette i giorni scorsi. Una
notte io mi sentii male e allora andai a cercar di Giuliano. Rosala era con lui, nel suo letto... Io,
per il dolore, ho perduto la testa e sono fuggita fra la neve: volevo buttarmi in mare..." "S, s,
bambina mia" ripeteva sempre la mamma "tu sei molto malata..." "Non questo, mamma. Io ho
trovato Rosala a letto con Giuliano e non voglio pi restare con lui. Tu mi condurrai a Rouen, s,
a Rouen, come una volta..." La mamma sapeva bene che il medico aveva raccomandato di non
contrariare in nulla la malata, e le dava sempre ragione: s, s.
La malata si spazient.
"Vedo bene che non mi credi. Va' a cercare pap. Lui finir col capirmi." Mammina si alz a
fatica, prese i bastoni, e usc strascinando i piedi: quando torn, dopo pochi minuti, era sorretta
dal barone.
Si sedettero insieme accanto al letto. Giovanna cominci subito.
Disse tutto, lentamente, con voce ancor debole, ma con molta chiarezza: il carattere bizzarro di
lui, le sue asprezze, la sua avarizia, la sua infedelt. Quando ebbe finito, il barone vide bene che
non divagava, non fantasticava e non sapeva nemmeno lui che pensare, risolvere, rispondere, e
le prese una mano teneramente, come una volta, quando l'addormentava con le sue storielle.
"Senti, mia cara, bisogna agire con molta prudenza. Non precipitiamo le cose. Cerca di
sopportare tuo marito fino a quando avremo preso una risoluzione. Me lo prometti?" "Si, pap.
Ma non rimarr qui, quando sar guarita." Poi domand sottovoce:
"Dov' adesso Rosala?" "Non la vedrai mai pi." Ma lei si ostinava:
"Voglio sapere dov'." Il padre dovette confessare che non aveva lasciato la casa.

Assicur che se ne sarebbe andata.


Poi egli usc dalla stanza, tutto acceso di collera, ferito nel suo cuore di padre. Cerc di Giuliano;
non fece preamboli:
"Signore, io vengo a domandarvi conto della vostra condotta verso mia figlia. Voi l'avete
ingannata con la vostra cameriera. Ci doppiamente indegno." Ma Giuliano recit bene la sua
parte: neg con passione, giur, prese Dio a testimonio. Quali prove? Fuori le prove! Forse che
Giovanna non aveva avuto una febbre cerebrale? Non era fuggita fra la neve, di notte, in un
accesso di delirio, in principio della sua malattia? Ed era proprio nel colmo di questo accesso,
quando era corsa seminuda per la casa, che pretendeva di aver visto Rosala nel letto di lui! E si
arrabbi, minacci un processo, replic con veemenza, tanto che il barone, confuso, dovette
ricredersi, chiedere scusa, tendere la sua mano leale che l'altro nemmeno volle stringere.
Giovanna conobbe la risposta del marito senza irritarsi. Rispose:
"Egli mente. Ma noi finiremo con lo smascherarlo, pap." Il terzo giorno volle vedere Rosala. Il
barone rifiutava di farla salire e la dava gi per partita.
"Ebbene, andate a cercarla" ripeteva Giovanna imperterrita .
Entr il medico. Gli si espose subito il caso perch desse il suo parere. Ma Giovanna, indebolita
all'estremo, piangeva e diceva senza remissione:
"Voglio veder Rosala... voglio veder Rosala..." e il medico le prese la mano e le parl
sottovoce:
"Calmatevi, signora. Ogni emozione potrebbe riuscirvi dannosa, perch siete incinta." Rest
sorpresa, come colpita: le parve subito che qualcosa si agitasse dentro di lei. Si chiuse nel
silenzio, senza ascoltare ci che si diceva, tutta raccolta intorno a un pensiero. La notte non pot
chiudere occhio, poich la teneva sveglia questa idea nuova e strana di una creatura che viveva
qui, nel suo ventre, e si sentiva triste e angosciata perch era un figlio di lui, e non poteva
frenare l'inquietudine che egli assomigliasse un giorno a suo padre.
"Pap" disse subito la mattina dopo "la mia risoluzione ben salda. Io voglio sapere tutto. Tu mi
capisci: voglio, e tu sai che non si pu pi contrariarmi, nelle condizioni in cui mi trovo.
Ascoltami bene. Va a cercare il signor curato: ho bisogno di lui per impedire a Rosala di
mentire. Poi lo farai salire subito, e tu e mammina non vi moverete di qui. Attento, soprattutto,
attento che Giuliano non sospetti qualcosa!" Un'ora dopo il prete entrava, ancora ingrassato,
ansimante non meno di mammina, e si sedeva vicino al letto, in una poltrona, col ventre
ammassato fra le gambe aperte incominciando a scherzare, passandosi e ripassandosi sulla
fronte, come d'uso, il fazzolettone a quadretti.
"Ebbene, signora baronessa, vedo che non si dimagrisce. Mi pare che noi due si faccia il paio."
Poi, volgendosi verso la malata:
"Eh, eh! che cosa mi hanno detto, signora sposina! Avremo presto un nuovo battesimo? Ah, ah,
ah! Questa volta non si tratta gi di una barca!". E aggiunse in tono grave: "Un difensore della

patria". Poi, dopo una breve riflessione: "Purch non sia una brava madre di famiglia". E
salutando la baronessa: "Come voi, madama".
Ma la porta in fondo si apr, e si vide Rosala smarrita, lacrimosa, che rifiutava di farsi avanti e si
aggrappava allo stipite, finch il barone che la spingeva per di dietro, perduta la pazienza, la
fece entrare con uno strattone. Allora si copr il volto con le mani e rest in piedi l,
singhiozzante. Giovanna, appena la scorse, si drizz con impeto e sedette sul letto, bianca pi
del lenzuolo. Il suo povero cuore sollevava coi suoi battiti la leggera camicia aderente alla pelle.
Non poteva parlare:
respirava appena: soffocava.
"Io... io... " cominci con la voce rotta dall'emozione "non avrei... non avrei bisogno... di
interrogarti... Mi basta...
vederti cos... vedere la tua vergogna... la vergogna che provi dinanzi a me..." Il fiato le
mancava. Riprese:
"Ma io voglio saper tutto... tutto! Ho fatto venire il signor curato perch sia come una
confessione, capisci?" Rosala, immobile, si copriva sempre la faccia e mandava come delle
grida fra le sue dita contratte. Incollerito, il barone le afferra le braccia, le strappa con forza le
mani dal volto e finisce col gettar la donna in ginocchio presso il letto .
"Parla dunque. Rispondi!" Rimase a terra, nella posizione in cui si ritraggono le Maddalene, la
cuffia a sghimbescio, il grembiule sul pavimento, il viso ancora nascosto nelle mani ridivenute
libere.
"Suvvia" le disse il curato "ascolta ci che ti si dice e rispondi. Noi non vogliamo farti alcun male,
ma vogliamo sapere quel che successo." "E' vero" grid Giovanna sporgendosi dalla sponda
del letto " vero che ti trovavi a letto con lui quand'io vi ho sorpresi?" "S, signora" Rosala
gemette attraverso le mani.
Allora, di colpo, la baronessa si diede a piangere lei pure, angosciata, e i suoi singhiozzi convulsi
rispondevano ai singhiozzi di Rosala.
"Da quanto tempo durava la tresca?" chiese Giovanna con gli occhi sempre fissi sulla
disgraziata.
"Dacch venuto..." balbett Rosala.
Giovanna non capiva.
"Dacch venuto... Allora... allora... dopo la primavera? "S, signora..." "Dacch entrato in
questa casa?" "S, signora..." E Giovanna, come oppressa dalla smania di sapere, interrogava,
interrogava in fretta:

"Ma come accaduto? Come ti ha sedotta? Come ti ha avuta? Che cosa ti ha detto? Quando...
come hai ceduto? Come hai potuto darti a lui?" Rosala aveva scostato le mani dal volto e
parlava ora, come presa da un febbrile bisogno di rispondere, confessare, dire tutto:
"Che ne so io? Fu il giorno che pranz qui la prima volta, che venne la sera a trovarmi in camera
mia... S'era nascosto nel granaio... Non osai gridare per evitare uno scandalo... Venne a letto
con me, io perdetti la testa in quel momento, e cos ha fatto quel che ha voluto... Stavo zitta
perch... lo trovavo molto carino..." Allora Giovanna lanci un grido.
"Ma... il tuo... il tuo bimbo... suo?" "Si, signora..." Tacquero entrambe. Non si udivano pi che i
singhiozzi di Rosala, e i singhiozzi della baronessa. Giovanna, accasciata, sentiva a sua volta
che le si inumidivano gli occhi: lacrime, lacrime silenziose, cadevano gi per le guance. Il figlio
della sua cameriera aveva lo stesso padre del suo! La collera era caduta.
Ora era tutta presa da una disperazione cupa, lenta, profonda, infinita. Con voce cambiata,
intenerita, con la voce di una povera donna che piange, chiese ancora:
"Quando siamo tornati di laggi... dal viaggio di nozze... ha ricominciato subito?" "La prima
sera..." confess la ragazza, sempre prostrata sul pavimento.
Che strazio! Ogni parola, uno strazio. Cos, la prima sera la sera del suo ritorno ai "Pioppi", egli
l'aveva lasciata per quella ragazza! Ecco perch voleva dormire solo. Ormai ne aveva
abbastanza: non voleva sapere di pi.
"Vattene! Vattene!" Rosala non si muoveva, come annichilita, e Giovanna si rivolse allora a suo
padre.
"Conducila via! Fammi il piacere, conducila via!" Ma il curato, che non aveva ancora aperto
bocca, giudic che era giunto alfine il suo turno. Era il momento del predicozzo.
"Figliola mia, quello che hai fatto gran male, grandissimo male, e il buon Dio non ti perdoner
facilmente. Pensa all'inferno che t'aspetta... se non serberai d'ora innanzi una buona condotta.
Ora che hai un bimbo necessario che tu metta giudizio. La signora baronessa far senza
dubbio qualche cosa per te, e ti troveremo marito." Egli avrebbe avuto qualche altra cosa da
dire, ma il barone aveva di nuovo afferrato per le spalle quella disgraziata, la sollevava, la
trascinava fino alla porta, la buttava nel corridoio come un fagotto. Quando rientr, pi pallido di
sua figlia, il signor curato riprese il discorso:
"Che volete? Tutte cos, nel paese. E' una desolazione. Non ci si pu far nulla, e dunque
bisogna avere un po' di indulgenza per le debolezze della natura. Mai, mai queste ragazze si
sposano senza essere incinte: giammai, o signora, giammai." Aggiunse, non senza sorridere: "Si
direbbe un costume locale". Poi, indignatissimo: "I ragazzi, perfino i ragazzi! Non ho trovato io
stesso l'anno scorso in cimitero due bamberottoli che vengono al catechismo, un maschio e una
femmina? Ho avvertito i parenti. Sapete che cosa mi hanno risposto? "Che possiamo farci,
signor curato? Non gliele abbiamo mica insegnate noi, quelle porcherie." Ecco, signora: la vostra
serva ha fatto come le altre..." "Non m'importa di lei" interruppe il barone che tremava sempre
per l'eccitazione dei nervi. "E' Giuliano, lui che mi sdegna. Ha commesso un'infamia e io
porter via mia figlia..." E andava su e gi, esasperato, animandosi tutto. "S, s, un'infamia,
aver tradito cos la mia figliola, un'infamia, un'infamia! Quell'uomo una canaglia, un miserabile;
e glielo dir, lo prender a schiaffi, lo finir a bastonate." Ma il prete annusava una presa di
tabacco al fianco della baronessa piangente, pensava di compiere il suo ministero di pace e
diceva:

"Sentite, signor barone, parliamo schietto fra noi: egli ha fatto quel che fan tutti gli uomini. Ne
conoscete molti di mariti fedeli?" Aggiunse con bonomia maliziosa: "Scommetto che al vostro
tempo voi stesso avrete fatto le vostre. Vediamo, mettete una mano sulla coscienza: ho
ragione?".
Il barone si era fermato come se queste parole gli facessero molta impressione.
"Eh s, voi avrete fatto come gli altri. Chi sa che voi stesso non abbiate messo mano a qualche
bella servotta come quella l. Io vi dico che tutti fanno lo stesso. Vostra moglie non stata meno
amata e meno felice, no?" Il barone, sconvolto, non si agitava pi. Perbacco! Era vero. Egli
aveva fatto altrettanto. Spesso... s, spesso... quando aveva potuto... E neppure lui aveva
rispettato il letto coniugale. N aveva esitato davanti alle cameriere di sua moglie... quando
erano graziose... Era perci un miserabile? Perch giudicare severamente la condotta dell'altro,
dal momento che non si era mai sentito colpevole lui?
La baronessa soffocava dai singhiozzi, ma poi lasci errar sulle labbra come un'ombra di sorriso
al ricordo delle scappatelle di suo marito, essendo di quelle nature sentimentali che presto si
inteneriscono e pi presto ancora perdonano: e poi le avventure d'amore non fanno parte
dell'esistenza? Giovanna pensava e soffriva, cos accasciata, stesa supina, le braccia inerti, gli
occhi sbarrati e ci che le faceva pi male era il ricordo di quella parola di Rosala, una parola
che le feriva l'anima, che le penetrava come un trivello nel cuore: "Non ho detto nulla perch lo
trovavo molto... carino!". Anche lei lo aveva trovato carino, ed era per questo - perch lo aveva
trovato carino - che si era data a lui per la vita, che aveva rinunciato ad ogni altra speranza, ai
progetti appena intravisti, all'ignoto del domani:
perch lo aveva trovato carino! Era caduta in quel matrimonio, in quell'abisso senza sponde, per
risalire al dolore, alla tristezza alla disperazione, perch... s, come Rosala, come Rosala lo
aveva trovato "carino"!
La porta si apr con violenza: e apparve lui, col suo viso feroce.
Aveva incontrato per la scala Rosala che piangeva, e veniva, lui, per sapere, poich qualcosa si
stava tramando, poich Rosala aveva certo parlato. La vista del prete lo inchiod sui due piedi.
Chiese con voce tremante e pur tranquilla:
"Ebbene, che c'?" Il barone, gi tanto violento, non osava pi dire una parola come se temesse
che il genero riprendesse l'argomento del prete sulle sue stesse infedelt maritali. Mammina
piangeva pi forte; Giovanna, sollevata sulle mani, guardava ansante colui che la faceva cos
crudelmente soffrire.
"C'" balbett "che noi sappiamo tutto, tutto, tutto. Conosciamo le vostre infamie, dal giorno che
siete entrato qui dentro...
Sappiamo che il figlio di quella ragazza vostro, vostro... s, s, come il mio... come il mio..." e
ricadde sfinita sulle coltri in un lungo pianto disperato.
Giuliano era rimasto intontito, non sapendo che dire, che fare.

"Su, su" intervenne il curato "vediamo un po', non disperiamoci tanto... Vediamo, vediamo,
signora, di essere un po' ragionevoli..." S'alz, si avvicin al letto, pos la sua mano tiepida sulla
fronte della poveretta. Strano! Quel semplice contatto la tranquillizz. Si sent illanguidire, come
se quella mano forte di un uomo rustico avvezzo al gesto che assolve, alla blandizia che
riconforta, le avesse dato una pace misteriosa al semplice tocco.
Il buon uomo, rimasto in piedi, riprese:
"Signora, bisogna sempre perdonare. S, s, una gran disgrazia vi ha colpito, ma Dio nella sua
immensa misericordia l'ha compensata con una grande gioia: perch voi sarete madre. Questo
bambino sar la vostra consolazione, signora. E' in nome suo che v'imploro, vi scongiuro di
perdonare l'errore del signor Giuliano. Questo sar un nuovo legame tra voi, un pegno della sua
fedelt futura. Come?
Potreste restar divisa dal cuore dell'uomo di cui portate il frutto nel seno?" Non rispondeva,
abbattuta, spossata, senza pi forza, n per il rancore, n per la collera. Le sembrava che i suoi
nervi fossero rilassati, tagliuzzati: appena respirava, appena viveva. La baronessa, incapace di
serbar rancore, incapace di resistere a uno sforzo un po' prolungato, mormor: "Suvvia,
Giovanna...". In quel momento il prete afferr la mano del giovane e cos lo attir verso il letto
per posare quella mano sulla manina stessa di lei, e vi batt sopra un colpetto come per
congiungere definitivamente i due sposi.
"Andiamo" disse poi lasciando il solenne tono professionale. "E' cosa fatta. Credete che la
miglior soluzione." Le due mani, unite per un attimo, si separarono. Giuliano, non osando
baciare sua moglie, baci in fronte la suocera: poi gir sui tacchi e prese a braccio il barone che
lasci fare, contento in fondo che la faccenda si fosse cos accomodata: e uscirono insieme, a
fumare. E la malata, esausta, si assop mentre il prete e mammina chiacchieravano a bassa
voce, pacificamente.
"Dunque, siamo intesi" egli diceva dopo aver spiegato, sviluppato le sue idee, sempre col
consenso della signora baronessa, "Voi darete a quella ragazza la fattoria di Barville e io
m'incarico di trovarle un marito: oh, s, un bravo ragazzo, un ragazzo con molto buon senso.
Una dote di ventimila franchi ce ne procurer di domande! Non avremo che l'imbarazzo della
scelta." Ora la baronessa sorrideva tutta felice, con due lacrime a mezza via, sulle guance (ma
quelle tracce umide erano gi bell'e asciutte):
"Siamo d'accordo. Barville vale ventimila franchi, a dire poco. Ma il capitale verr intestato al
bambino. I genitori non ne godranno che l'usufrutto vita natural durante..." Il curato si alz e
strinse la mano alla dama.
"Non preoccupatevi, signora baronessa. Lasciate fare a me: ci penso io..." Uscendo, incontr zia
Lisetta che veniva a veder la malata. Non si era accorta di nulla, non le si disse nulla, non
seppe, come sempre, nulla.

Capitolo 8
Rosala aveva lasciato la casa e Giovanna compiva il periodo della gestazione dolorosa. Il
pensiero della maternit la lasciava come indifferente. Troppi dolori l'avevano accasciata: ora

attendeva la nascita del suo bambino senza curiosit, tutta presa in un giro come di percezioni di
disgrazie non ben definite.
La primavera era giunta con lentezza. Gli alberi spogli fremevano sotto la brezza ancora
pungente, ma nell'erba umida dei fossati dove imputridivano le foglie autunnali occhieggiavano
gi le primule gialle. Da tutta la pianura, dai cortili delle fattorie, dai campi in disgelo, si sollevava
un sentore umido, come un sapore di fermentazione. Una quantit di puntine verdi uscivano
dalla terra bruna e lucente ai raggi del sole.
Una donna robusta e ben piantata aveva sostituita Rosala e sosteneva la baronessa nelle sue
passeggiate monotone lungo il viale su cui rimaneva invariabilmente la traccia umida e fangosa
del suo piede ancor pi pesante. Il pap dava il braccio a Giovanna ormai appesantita e sempre
pi sofferente, e zia Lisetta inquieta, spaventata dal prossimo evento, la teneva per mano
dall'altra parte, tutta turbata per quel mistero che non avrebbe mai conosciuto. Camminavano
ore e ore cos, senza parlare, mentre Giuliano percorreva a cavallo i dintorni, poich
improvvisamente lo aveva preso questa nuova mania del cavalcare. Nulla turbava pi questa
vita uniforme. Il barone, sua moglie, il visconte fecero visita ai Fourville, che Giuliano sembrava
conoscere ormai da gran tempo senza aver mai accennato alle origini di questa amicizia. Fu
anche scambiata una visita di etichetta coi Briseville, sempre nascosti nel loro castello
addormentato.
Un pomeriggio, verso le quattro, due cavalieri, uomo e donna, entrarono al trotto nel cortile
davanti al castello. Giuliano li scorse e si precipit da sua moglie tutto affannato:
"Presto, presto, Giovanna; ecco i Fourville. Sono venuti da buoni amici, in confidenza,
conoscendo il tuo stato. Di' che sono uscito, che non tarder molto a tornare. Intanto, mi faccio
un po' bello..." Stupita, scese. C'era gi una giovane signora, pallida, graziosa, espressione
dolente, occhi esaltati, capelli di un biondo sbiadito, come se non fossero mai stati accarezzati
da raggio di sole; e costei present molto tranquillamente suo marito, una specie di gigante, un
orco dai gran baffi rossi, aggiungendo:
"Noi abbiamo avuto pi volte l'occasione di incontrar il signor di Lamare. Sappiamo da lui le
vostre sofferenze, e non abbiamo voluto rimandare ancora il piacere di venirvi a trovare, da
buoni amici, senza cerimonie. Del resto, lo vedete, siamo a cavallo. E poi ho avuto l'onore di
ricevere la vostra signora madre e il barone, s, l'altro giorno..." Parlava con molta affabilit e con
un tono confidenziale e garbato, cos che Giovanna ne fu incantata e sent di volerle subito
bene. "Ecco un'amica", pens.
Viceversa, il conte di Fourville sembrava un orso entrato in salotto. Quando si fu seduto, pos il
cappello sulla sedia vicina, rimase in forse prima di decidere che cosa dovesse far delle mani, le
appoggi sui ginocchi, poi sui braccioli della poltrona, infine le incroci come se dovesse
pregare.
Ecco Giuliano. Giovanna si volse stupita: non lo riconosceva pi.
S'era sbarbato, era bello, elegante, seducente, era proprio il Giuliano dei primi giorni del
fidanzamento. Strinse la zampa pelosa del conte, svegliatosi a quell'arrivo improvviso; baci la
mano della contessa, e la contessa sorrise mentre le sue guance d'avorio si colorivano
leggermente e le palpebre trasalivano un poco.

Giuliano parl. Amabile, s, come un tempo! I suoi larghi occhi, vero specchio d'amore,
sapevano ancora carezzare, e quei suoi capelli ispidi e duri avevano riacquistato di colpo, sotto
l'olio profumato e la spazzola, ondulazioni lucide e molli.
I Fourville stavano per accomiatarsi, e la contessa si volt verso di lui:
"Caro visconte, vi piacerebbe una passeggiata a cavallo, per gioved?" "Ma certamente,
contessa" rispondeva con un inchino il visconte, e la contessa intanto si rivolgeva a Giovanna e
le afferrava una mano.
"Oh, quando sarete guarita! Galopperemo tutt'e tre nei dintorni.
Sar bello! Cara, siete contenta?" Con un gesto agile rialz la coda della sua amazzone, poi
balz in sella con una leggerezza d'uccello mentre suo marito salutava goffamente e poi inforc
la sua grossa bestia normanna dando subito l'idea di un centauro.
Quando furono scomparsi alla svolta del cancello, Giuliano sembrava incantato e ripeteva:
"Che gente simpatica! Ecco una conoscenza che ci sar utile." Anche Giovanna era contenta,
senza quasi rendersene conto.
"La piccola contessa rapisce. S, sento che le vorr bene; ma il marito ha l'aria di un bruto. Dove
li hai conosciuti?" "Per caso, dai Briseville" disse egli fregandosi le mani. "S, il marito pare un
po' rozzo. E' un cacciatore accanito; ma nobile davvero, quello l." Il pranzo fu quasi allegro,
come se un benessere fosse penetrato in famiglia. E non avvenne nulla di nuovo fino agli ultimi
giorni di luglio.
Un marted sera, mentre erano seduti sotto il platano intorno a un tavolino di legno con
bicchierini e liquori Giovanna impallid improvvisamente, mand un grido, si copr il ventre con le
mani...
Un dolore rapido, acuto l'aveva colpita come a tradimento, ma per andarsene subito. Dopo una
diecina di minuti, altro spasimo: pi lungo, bench meno gagliardo. Pot a gran fatica rientrare,
portata quasi di peso dal marito e dal padre. Il tragitto dal platano alla sua stanza le parve
interminabile; e gemeva quasi senza accorgersene, chiedendo di fermarsi, di sedere,
accasciata, spossata da quell'intollerabile sensazione di peso nel ventre. La gravidanza era
ancora immatura, tanto vero che il parto non era previsto che per la fine di settembre; ma
temendosi un caso disgraziato, fu attaccata la carrettella e pap Simone part di galoppo in
cerca del medico.
Il medico, arrivato verso mezzanotte, riconobbe subito a colpo d'occhio i sintomi del parto
prematuro.
Nel letto, le sofferenze di Giovanna si erano un po' calmate, ma la poveretta sentiva ora
un'angoscia, una debolezza disperata di tutto il suo essere, qualcosa come il presentimento, il
tocco misterioso della morte. E' adesso, adesso che essa ci sfiora cos da vicino, che col suo
soffio ci raggela il cuore.

La stanza era piena di gente. Mammina soffocava abbandonata su una poltrona; il barone, con
mani tremanti, correva da tutte le parti, portava oggetti, parlava col medico, perdeva la testa;
Giuliano camminava in lungo e in largo; preoccupato di fuori, calmissimo dentro; e la vedova
Dentu si teneva in piedi vicino al letto, con nel volto un'espressione di circostanza, di donna
esperta che non si stupisce proprio di niente. Infermiera, levatrice, vegliatrice di morti, ricevendo
quelli che vengono al mondo, raccogliendo il loro primo vagito, lavando con la prima acqua la
loro tenera carne, avvolgendola nei primissimi lini, ascoltando poi con la stessa imperturbabilit
l'ultima parola, l'ultimo brivido di quelli che se ne vanno, facendo loro l'ultima toletta, bagnando
con l'aceto i loro corpi distrutti, avvolgendoli nell'ultimo drappo, ecco, s, la vedova Dentu si era
chiusa in un'indifferenza ben resistente a tutti i casi della nascita e della morte. La cuoca Liduina
e zia Lisetta rimanevano nascoste discretamente dietro la porta del vestibolo.
Di quando in quando la malata emetteva un lamento debole debole.
Per due ore intere si pens che l'avvenimento si sarebbe fatto attendere a lungo, ma verso l'alba
i dolori riattaccarono con violenza, e la poveretta lasci sfuggire le prime grida dai denti serrati. E
pensava senza tregua a quella Rosala che non aveva sofferto, che quasi non aveva pianto, e a
quel bambino, il piccolo bastardo, che era venuto alla luce senza spasimo, senza fatica.
Nella sua disgraziata anima faceva comparazioni incessanti, malediceva il Signore senza
pensare di averlo gi creduto giustissimo, si indignava di certe colpevoli preferenze del destino,
delle menzogne delittuose di tutti coloro che predicano l'onest, il bene, l'amore. Talvolta la crisi
era cos violenta che le si spegneva ogni idea. Non aveva pi forza, non pi vita, non pi
conoscenza che per soffrire. Sopraggiungeva un momento di calma, e allora non poteva
distogliere il suo sguardo da lui, da Giuliano; e un altro dolore, morale questo, l'angosciava
ricordando il giorno in cui la sua cameriera era caduta ai piedi dello stesso letto col suo piccino
tra le gambe: il fratello dell'esserino che ora le lacerava cos barbaramente le viscere.
Oh, ricordava bene i gesti, gli sguardi, le sue parole, il suo atteggiamento di fronte a quella
ragazza distesa per terra, ed ora leggeva in lui come se i suoi pensieri fossero scritti nei suoi
movimenti, s, la stessa noia leggera, la stessa indifferenza, per lei come per l'altra, l'incuranza
egoistica dell'uomo irritato dalla paternit. Poi l'assal una convulsione spaventosa, uno spasimo
cos crudele che disse: "Muoio... sto per morire...".
Allora una rivolta furiosa, un bisogno di maledire le riemp tutta l'anima, un odio disperato contro
quell'uomo che l'aveva perduta, contro la creatura ignota che la uccideva. Arm le membra in
uno sforzo supremo per gettare lontano da s quel fardello, le sembr che il ventre le si
vuotasse di colpo, e la sua sofferenza era finita.
L'infermiera, il medico, curvi su di lei, la palpavano. Ecco, staccavano qualcosa; e ben presto un
rumore soffocato (ricord di averlo gi udito) la fece trasalire, e quel piccolo grido doloroso, quel
miagolio sottile di neonato le entr nell'anima, nel cuore, in tutto il suo povero corpo esausto:
tese le braccia in un gesto incosciente... Ah, che gioia! Che slancio verso una felicit tutta nuova,
allora allora sbocciata! In un attimo si sent libera, calma, felice: felice come non era mai stata.
Rifioriva il suo cuore. L'anima sua rifioriva. Mamma, era mamma!
Immediatamente volle vederlo, il bambino. Era nato troppo presto e non aveva capelli n unghie;
ma quando vide agitarsi quella larva, quando vide aprirsi quella bocca, quando ud quei vagiti,
quando tocc quell'aborto con la pelle sgualcita, tutta crespe, ma viva, allora fu invasa da una

gioia irresistibile, comprese di essere salva, garantita contro ogni disperazione, sent che non si
sarebbe mai pi curata del mondo perch era questo il suo amore.
Da quel momento ebbe un solo pensiero: il suo piccino. Divent subito una mamma fanatica,
tanto pi esaltata quanto pi era stata delusa nel suo amore, ingannata dalle sue speranze.
Teneva sempre la culla accanto al letto, passava intere giornate seduta di fronte alla finestra,
dondolando la lieve culla. Fu gelosa della nutrice. Quando il piccolo essere assetato tendeva i
braccini verso quel grosso seno dalle vene bluastre e coi labbruzzi si impadroniva del capezzolo
bruno e grinzoso, lei guardava con tremore, pallida pallida, la calma e forte ragazza, e avrebbe
voluto strapparle suo figlio, avrebbe voluto batterla, graffiare con le unghie il seno a cui beveva
avidamente suo figlio. Poi volle ricamare da s certi fini abitini, di una eleganza complicata, ma
s, per abbigliarlo. E cos il piccolino fu avvolto in un nimbo di trine, ebbe cuffie a bizzeffe, tutte
belle. Non parlava pi che di queste cosine: interrompeva la conversazione perch si ammirasse
una fascia, un bavaglino, una cuffietta di squisita fattura, non badava a quel che si diceva intorno
a lei, ma si estasiava su uno di questi oggetti di biancheria girandolo e rigirandolo nelle mani, per
osservarlo meglio, e domandava:
"Credete che sar bello con questo?" Il barone, mammina indulgevano a quella tenerezza
frenetica; ma Giuliano la pensava diversamente perch turbato nelle sue abitudini, diminuito
d'importanza dacch era venuto quel piccolo essere, onnipotente e strillante.
"E' insopportabile con quel suo marmocchio" ripeteva egli senza posa smanioso, collerico,
geloso in fondo del minuscolo essere che gli rubava il posto nella casa.
Era talmente "insopportabile", cio ossessionata dal suo affetto, che passava le notti seduta
vicino alla culla per veder dormire il suo bimbo. Finch il medico si accorse che si esauriva in
quella contemplazione appassionata e morbosa, senza mai requie, si indeboliva, dimagriva e
tossiva, e ordin nettamente la separazione. Giovanna si irrit, pianse, implor; ma non si volle
cedere. Ogni sera il bambino veniva portato nella stanza della nutrice, e cos la mamma si
alzava di notte, a piedi nudi attirata da quella porta, da quella serratura, per sapere se dormiva,
se si svegliava, se aveva bisogno di nulla. Una volta fu trovata l da Giuliano che rientrava tardi
(aveva pranzato dai Fourville) e d'allora in poi fu chiusa a chiave nella sua stanza per
costringerla a restar nel suo letto.
Verso la fine di agosto ebbe luogo il battesimo. Padrino, il barone; la zia Lisetta, madrina. Il
rampollo ricevette i nomi di Pietro, Simone, Paolo: Paolo per l'uso corrente.
Ai primi di settembre la zia Lisetta ripart senza scalpore, e non se ne accorse nessuno, tanto la
sua presenza e la sua assenza passavano ugualmente inavvertite.
Una sera, dopo il pranzo, comparve il curato. Pareva un poco imbarazzato, come se
nascondesse qualcosa, e infatti, dopo una quantit di discorsi inconcludenti, preg la baronessa
e suo marito di concedergli un breve colloquio. Se ne andarono tutt'e tre lentamente fino in
fondo al grande viale, parlando animati fra loro, cos che Giuliano, rimasto qua con Giovanna, si
stupiva e si irritava di questi segreti. Poi volle accompagnare il prete che aveva preso congedo,
e uscirono insieme andando incontro alla chiesa da cui veniva il suono dell'Angelus. Faceva
fresco, quasi un po' freddo, e si rientr nel salone. Gi tutti sonnecchiavano un poco, quando
Giuliano rientr improvvisamente, rosso in volto, fremente di sdegno. Sulla porta, senza pensare
che Giovanna era l, grid verso i suoceri:

"Ma vivaddio, siete pazzi a buttar via ventimila franchi per quella ragazza!" Nessuno rispose. Egli
ricominci furibondo:
"Non si dev'essere scemi fino a questo punto. Non volete dunque lasciarci un soldo?" Allora il
barone si rimise dallo stupore e tent di fermare quell'energumeno:
"Tacete. Pensate che c' vostra moglie." "Me ne infischio" grid Giuliano esasperato, pestando i
piedi.
"Lei sa bene di che si tratta: un furto a suo danno." Giovanna, attonita, guardava senza capire.
Domand che cosa c'era di nuovo.
Allora Giuliano si volt verso di lei, la chiam a testimonio, come parte interessata, come una
compagna delusa essa stessa in un beneficio sperato. Denunzi bruscamente il complotto per
maritare Rosala, il dono della tenuta di Barville, una tenuta che valeva almeno ventimila franchi.
E ripeteva:
"I tuoi genitori sono pazzi, figliola mia, pazzi da legare.
Ventimila franchi! Ventimila franchi! Hanno perduto la testa.
Ventimila franchi per un bastardo!" Giovanna ascoltava senza emozione, senza collera, stupita
essa stessa della sua tranquillit, indifferente ormai a tutto quello che non riguardasse il piccino.
Il barone soffocava e non sapeva che rispondere: finalmente, battendo i piedi, gridando:
"Pensate piuttosto a quel che dite. Oh infine... infine... rivoltante. Di chi la colpa se bisogna fare
la dote a quella ragazza? Di chi quel bambino? L'avreste voluta abbandonare, ora?" Giuliano,
stupito da quella violenza, guard fissamente il barone.
Continu in tono pi calmo:
"Millecinquecento franchi bastavano. Ne hanno tutte dei figlioli prima di prendere marito. Che
siano dell'uno o dell'altro, che importa! Invece, se date cos una vostra tenuta del valore di
ventimila franchi, oltre al danno che ci recate, fate conoscere a tutti quel che successo.
Potevate almeno pensare al vostro nome, alla vostra posizione..." Parlava con voce severa, da
uomo forte del suo diritto, della logica del suo ragionamento. Il barone, turbato da questo
argomento inatteso, gli restava davanti a bocca aperta. Giuliano intu il proprio vantaggio e
concluse:
"Fortunatamente, non c' nulla di fatto. Conosco il giovane che la vorrebbe sposare. E' un
brav'uomo, e con lui ci si accomoda. Me ne incarico io." E usc senza indugio, quasi temesse il
seguito della conversazione, soddisfatto del generale silenzio che era un consentimento per lui.
Il barone non si poteva dar pace e gridava:
"Ah, no, no, questo troppo!" ma Giovanna alz gli occhi sul volto agitato del padre e rise, s,
rise di quel suo riso fresco d'una volta, di quando udiva qualche stramberia:
"Pap, pap, ti sei accorto? Quante volte ha ripetuto: ventimila franchi, ventimila franchi!"
Mammina, pronta all'allegria come alle lacrime, ripens alle furie del genero, alla sua
indignazione, al suo rifiuto violento di indennizzare la ragazza sedotta proprio da lui, sent che il
buon umore di Giovanna le allargava il cuore, e fu squassata dal suo riso convulso che le

riempiva gli occhi di lacrime. Non ci volle altro perch il barone subisse il contagio, e allora tutt'e
tre si abbandonarono all'ilarit serena e concorde del tempo felice.
"E' strano" disse Giovanna non senza sorpresa, quando si furono un poco calmati "certe cose
non mi fanno pi nessunissimo effetto.
Lui, ormai, lo considero come un estraneo. Non mi sembra di essere sua moglie. Vedete bene
che io mi diverto un mondo alle sue...
alle sue... delicatezze..." E cos tutt'e tre si abbracciarono, inteneriti, contenti, senza saper
neppure il perch.
Ma due giorni dopo, finita la colazione, quando Giuliano era uscito a cavallo, un giovanottone dai
ventidue ai venticinque, vestito di una blusa turchina nuovissima, a pieghe, bene stirata, le
maniche gonfie, entr dal cancello con aria sorniona, come se fosse stato nascosto l dal
mattino, rasent il fossato dei Couillard, gir attorno alla casa e si avvicin quasi sospettoso al
gruppo del platano. Si lev il berretto appena si accorse di essere stato visto, e faceva gli ultimi
passi con aria impacciata.
Quando fu abbastanza vicino, borbott:
"Servo vostro, signor barone, madama e la compagnia." Nessuno gli parlava, e dovette ben
presentarsi:
"Sono Desiderato Lecoq." Chiese il barone, giacch questo nome non gli diceva niente:
"Ebbene? Che volete?" Davanti alla necessit di spiegare il suo caso, il giovanotto fin col
turbarsi.
"Il signor curato..." balbett, e rialzava e riabbassava gli occhi dal berretto, che teneva in mano,
al tetto della casa "Il signor curato... mi ha detto due parole... per quell'affare..." e si tacque
temendo di andare troppo oltre e compromettere i suoi interessi.
"Quale affare?" chiese il barone senza capire. "Io non ne so nulla." L'altro allora, abbassando la
voce, si decise:
"L'affare della vostra cameriera... la Rosala..." Giovanna comprese, si alz, si allontan col suo
bimbo.
"Venite avanti" disse il barone indicando al giovanotto la sedia lasciata allora allora da Giovanna.
Il contadino sedette borbottando: "Troppo gentile..." e aspett, come se non avesse pi niente
da dire. Finalmente, dopo un altro silenzio, si decise e lev gli occhi verso il cielo sereno: "Bel
tempo per questa stagione... la terra ne approfitta per quello che ci hanno gi seminato..." e
tacque di nuovo.
Il barone si spazient e con un tono asciutto riattacc la questione:

"Allora siete voi che sposate Rosala?" Qui l'uomo apparve alquanto preoccupato, come se lo si
obbligasse a uscire dalle sue abitudini di cautela normanna.
"Secondo" disse con voce pi chiara, ma diffidando sempre. "Pu essere di s... pu essere di
no..." "Perbacco!" grid il barone irritato da questo tergiversare.
"Rispondete francamente. E' per questo che siete venuto, s o no?
La prendete, s o no?" L'uomo, perplesso, non guardava pi che i suoi piedi.
"Se le cose stanno come ha detto il signor curato, la prendo; se le cose stanno come ha detto il
signor Giuliano, non la prendo." "E che v'ha detto il signor Giuliano?" "M'ha detto che avrei avuto
millecinquecento franchi, e il signor curato che ne avrei avuti ventimila. Sta bene ventimila, non
sta bene millecinquecento." Allora la baronessa, sprofondata nella sua poltrona, si mise a ridere
a piccoli sussulti davanti all'ansiet di quel tanghero. E il tanghero la guard di sbieco, con
evidente malumore, ch non poteva capire l'innocenza di quell'allegria, e aspettava.
"Ho detto al signor curato" tagli corto il barone per il disgusto d'un simile mercanteggiare "ho
detto che avrete la fattoria di Barville vita natural durante, e che un giorno rimarrebbe al
bambino. La fattoria vale ventimila franchi. Io non ho che una parola. E' fatto, s o no?" Quello
sorride con un'aria tutta umile e soddisfatta e diventa perfino loquace:
"Oh, allora non dico di no. Non c'era che questo contrasto. Quando il signor curato mi parl, fui
subito contento, perdinci! e poi ero contento di far piacere al signor barone, che poi mi rivedr,
mi dicevo... Non forse vero che quando ci si obbliga, tra persone, si finisce col ritrovarsi? Ma il
signor Giuliano venuto da me e mi ha detto che erano millecinquecento, niente di pi...
Io mi sono detto: bisogna sapere, ed eccomi qua. Non dico che non avevo fiducia, ma volevo
sapere. Patti chiari e amicizia lunga, no, signor barone?" Ora bisognava arrestarlo, e il barone gli
chiese quando voleva fare il matrimonio. Allora quello ridiventa di colpo timido, imbarazzato,
esitante. Alla fine si arrischia:
"Vogliamo intanto scrivere in un pezzetto di carta?" Questa volta il barone si arrabbia davvero:
"Ma, corpo d'un cane, non avete il contratto di matrimonio? Non quello il miglior documento?"
"Ma intanto... intanto" si ostinava il contadino "potremmo scrivere due righe... Ci non nuoce,
sapete..." Il barone si alz per finirla.
"Subito. Rispondete s o no. Se non la volete, ditelo. Abbiamo altri pretendenti." Fu la paura che
decise l'astuto normanno, il quale tese la mano come dopo l'acquisto di una mucca:
"Toccate qui, signor barone, ed fatto. Guai a chi manca." Il barone tocc la mano, e chiam:
"Liduina" (La cuoca si affacci a una finestra). "Portate una bottiglia di vino." Bevettero per
innaffiare l'affare concluso. E il giovanotto se ne and tutto contento.
Giuliano ignor questa visita, e il contratto fu preparato in segreto. Poi, fatte le pubblicazioni, si
celebrarono le nozze. Era la mattina di un luned. Una vicina portava il marmocchio subito dietro
gli sposi, come promessa di fortuna. E nessuno ci trov da ridire: ma sembr piuttosto degno
d'invidia, quel Desiderato Lecoq. Con un sorriso un po' malizioso, dove non c'era neanche un po'
di indignazione, la gente diceva che egli era nato con la camicia.

Giuliano fece una scenata che abbrevi il soggiorno dei suoceri ai "Pioppi". Giovanna li vide
partire senza troppo dolore. Ora aveva il suo Paolo: aveva il suo bambino: era felice.

Capitolo 9
Giovanna si era rimessa ormai completamente del puerperio, e si pens di restituire la visita ai
Fourville e presentarsi pure al marchese di Coutelier; tanto pi che Giuliano aveva comperato a
un'asta pubblica una nuova carrozza, un "phaeton" a un solo cavallo, per uscire almeno due
volte il mese. In una bella giornata di dicembre il "phaeton" fu attaccato, e dopo due ore di
cammino attraverso la pianura normanna si cominci a discendere in una piccola valle dai
fianchi boscosi, ma coltivata gi in basso; finch ai campi seguirono le praterie e alle praterie
una palude irta di canne: canne secche il cui fogliame dava l'idea di tanti nastri gialli che
stridessero al vento. A un'improvvisa svolta della valle il castello della Vrillette si mostr quasi di
colpo, addossato da questa parte a un pendio boscoso, dall'altra immerso con tutte le mura in
un grande stagno limitato in faccia da una selva di abeti che digradava per l'altro versante.
Bisogn passare su un ponte levatoio e varcare un gran portone Luigi Tredicesimo per entrare
nel cortile d'onore, davanti a un elegante castello della stessa epoca, con torricelle coperte
d'ardesia.
Giuliano spiegava a Giovanna le varie parti dell'edificio, da esperto conoscitore, faceva insomma
gli onori di casa estasiandosi a tanta bellezza.
"Guarda, guarda, questo portone! Di', non ti sembra grandiosa un'abitazione come questa? Tutta
l'altra facciata d sullo stagno, con un ampio scalone che giunge fino all'acqua: quattro barche
aspettano in fondo ai gradini, due per il conte, due per la contessa. Laggi, a destra, dove vedi
quella fila di pioppi, lo stagno finisce ed l, che comincia la riviera che va sino a Fcamp.
Questa regione piena di selvaggina, il conte un gran cacciatore. Che residenza signorile!"
S'era aperta la porta d'entrata ed ecco la contessa venire incontro, pallida, sorridente, in un abito
a strascico come una castellana d'altri tempi. Sembrava proprio la "bella signora del lago" nata
per quel maniero da fiaba.
Quattro delle otto finestre del salone si aprivano sullo stagno e sul cupo bosco di pini che risaliva
la costa di fronte. Il verde, a toni densi, rendeva profondo, austero, lugubre lo stagno, e quando il
vento soffiava i gemiti degli alberi parevano i lamenti della palude.
La contessa afferr le mani a Giovanna, come a un'amica d'infanzia, e la fece sedere, le si mise
vicino su una sedia pi piccola, mentre Giuliano chiacchierava, sorrideva, domestico e amabile,
poich da ben cinque mesi era tornato alle dimenticate eleganze. La contessa parlava con lui
delle loro passeggiate a cavallo. Rideva un po' del suo modo di cavalcare chiamandolo:
"Cavaliere Incimpica"; rise con pi gusto quando egli, per tutta risposta, la battezz "Regina
delle Amazzoni". Un colpo di fucile sparato sotto le finestre spavent Giovanna che emise un
piccolo grido. Era il conte che aveva ucciso un'alzvola.
Sua moglie lo chiam. Uno sbattere di remi, l'urto della barca contro la pietra, ed egli comparve,
gigantesco, in tenuta da caccia, seguito da due cani tutti bagnati, rossastri come lui (si

accovacciarono sul tappeto davanti alla porta). In casa sua egli sembrava pi disinvolto,
accoglieva con festa gli amici. Fece rimetter legna sul fuoco, ordin che si portasse qualcosa:
madera, biscotti. "Voi pranzate qui, siamo intesi?" Giovanna che non dimenticava il suo bambino
oppose un rifiuto; il conte insisteva, Giovanna pure insisteva: allora Giuliano fece un gesto
d'impazienza un po' brusco, cos che lei ebbe paura di ridestare il cattivo umore, l'umore litigioso
di lui, e acconsent, sebbene torturata dall'idea di non rivedere il suo Paolo fino a domani.
Fu un pomeriggio incantevole. Visitarono prima di tutto le sorgenti che scaturivano ai piedi di una
roccia vellutata di muschio in un bacino limpido, smosso come da un'acqua bollente; poi la gita
in barca attraverso i piccoli sentieri tagliati in una selva di canne, e il conte remava seduto fra i
due cani che annusavano il vento e sollevava la gran barca a ogni tuffo di remi spingendola
avanti. Di quando in quando Giovanna immergeva la sua manina nell'acqua gelata e godeva di
quel senso di freddo che dalla punta delle dita le correva su su fino al cuore. Indietro,
all'estremit della barca, restarono Giuliano e la contessa (la contessa ravvolta negli scialli) e
sorridevano insieme di quel sorriso persistente della gente felice a cui la felicit non lascia
esprimere pi desideri. La sera scendeva con lunghi brividi gelati; passavano tra i giunchi
appassiti i soffi del nord. Il sole era calato dietro gli abeti; restava un cielo rosso, crivellato da
piccole nubi scarlatte e bizzarre, che metteva freddo solo a guardarlo.
Rientrarono nel vasto salone dove scoppiettava un fuoco gigante.
Una sensazione di calore e di benessere rendeva allegri anche prima di varcare quella porta.
Tanto vero che il conte, divenuto gaio, afferr la moglie fra le sue braccia d'atleta e,
sollevandola fino alla sua bocca, come avrebbe fatto d'un bimbo, le scocc sulle guance due
bacioni di brav'uomo soddisfatto.
Giovanna sorrise e guard con simpatia quel buon gigante mascherato da orco, con quei baffi, e
pensava: "Come ci si inganna sempre... e su tutti!". Ma quando gir quasi involontariamente lo
sguardo, vide Giuliano in piedi nel vano della porta, terribilmente pallido, con gli occhi fissi sul
conte. Preoccupata, gli si avvicina, chiede sottovoce:
"Ti senti male? Che hai?" "Nulla" egli rispose quasi indispettito. "Lasciami tranquillo. Ho preso
freddo." Quando passarono in sala da pranzo, il conte chiese il permesso di lasciare entrare i
suoi cani, e i cani balzarono quasi subito e gli sedettero ai lati. Ogni tanto il padrone dava loro
qualche boccone, carezzava le lunghe orecchie morbide come la seta, e le due bestie
allungavano la testa, dimenavano la coda, fremevano di gioia, di qua e di l del padrone.
Dopo pranzo, siccome Giovanna e Giuliano si disponevano a partire, il signor di Fourville li
arrest, li trattenne perch assistessero a una pesca "alla fiaccola". E cos volle che gli ospiti e la
contessa si collocassero sullo scalone che dava sull'acqua, poi scese in barca con un domestico
che aveva in mano una rete e una torcia accesa. La notte era chiara e frizzante sotto un gran
cielo seminato d'oro. La torcia rifletteva sull'acqua strisce di fuoco mobili e strane gettando
bagliori danzanti sulle canne, illuminando tutta la distesa dei pini.
Improvvisamente, avendo la barca virato, un'ombra colossale, fiabesca, un'ombra di uomo si
drizz su quell'orlo rischiarato del bosco, e la testa sorpassava gli alberi, si perdeva nel cielo, e i
piedi sprofondavano gi nello stagno. Poi l'essere smisurato solleva le braccia come per
prendere le stelle, e queste braccia immani si drizzano bruscamente e ripiombano, e si sente
insieme un piccolo sciabordo di acqua percossa. La barca vira di nuovo debolmente e il
prodigioso fantasma sembra correre lungo il bosco, ora penetrato di luce e poi sprofonda

nell'orizzonte invisibile, per ricomparire meno grande, ma delineato pi nettamente, con tutti i
suoi movimenti, sulla facciata del castello.
"Gilberta, ne ho otto!" avverte la grossa voce del conte.
I remi battono l'onde. Ora la vasta ombra rimane in piedi immobile sul muro, diminuendo a poco
a poco di larghezza e d'altezza, la testa sembra discendere, il corpo restringersi, e quando il
signor di Fourville risale lo scalone, sempre seguito da quello della torcia, l'ombra ridotta alle
proporzioni della sua stessa persona, e ne rif i movimenti. Ecco: egli ha in una rete otto grossi
pesci che guizzano...
Quando Giovanna e Giuliano si rimisero in cammino bene avvolti nei mantelli e nelle coperte
prestate, disse quasi involontariamente Giovanna:
"Che brav'uomo quel gigante!" "S" ammise lui che guidava "ma non sa contenersi davanti alla
gente." Otto giorni dopo, visita ai Coutelier, che passavano per la prima famiglia nobile della
provincia. Il loro dominio di Reminil confinava col grosso borgo di Cany. Il castello nuovo,
fabbricato sotto Luigi Quattordicesimo, era nascosto in un parco magnifico circondato da mura:
da un'altura si vedevano i ruderi dell'antico castello.
Servi in livrea fecero entrare i visitatori in una sala imponente che aveva nel mezzo una specie
di colonna con sopra un'immensa coppa di Svres, e nello zoccolo, dietro il suo cristallo, una
lettera autografa del sovrano che invitava il marchese Leopoldo Giuseppe de Varneuville de
Rollebosc de Coutelier a ricevere il dono regale. Giovanna e Giuliano osservavano questa
immensa coppa di Svres quando entrarono marchese e marchesa. La dama era incipriata:
amabile di proposito e manierosa per il desiderio di sembrare condiscendente: lui, un grosso
personaggio dai capelli a spazzola, bianchi, metteva nei gesti, nella voce, in ogni atteggiamento,
un'alterigia, un sussiego che diceva come egli fosse contento di s: insomma gente cerimoniosa
il cui spirito, non meno dei sentimenti e delle parole, sembrava sempre sui trampoli. Parlavano
sempre loro, senza attendere la risposta, con un'aria d'indifferenza, con sorrisi poco benevoli,
come se, ricevendo la piccola nobilt dei dintorni, compissero una funzione imposta loro dalla
nascita.
Giovanna e Giuliano, sopraffatti, si sforzavano di piacere, ma non sapevano rimanere e non
trovavano il modo di andarsene, finch la marchesa stessa pose fine alla visita spezzando la
conversazione al punto giusto, come una regina che, molto garbatamente, congedi.
Nel ritornare a casa, Giuliano disse:
"Se credi, limiteremo anche le visite. Per me sono sufficienti i Fourville." E Giovanna fu di questo
parere.
Passava molto lentamente il dicembre, mese cupo, buco nero in fondo all'anno: ricominciava la
solita vita casalinga. E Giovanna non si annoiava, Giovanna era tutta presa da quel piccolo
Paolo che Giuliano guardava invece di traverso, con aria inquieta e scontenta. Spesso, la madre
quando teneva fra le braccia il suo pargolo e lo vezzeggiava con la frenesia di tenerezze che le
donne hanno sempre pei figli, lo presentava al padre e diceva: "Ma bacialo dunque! si direbbe
che non gli vuoi bene!" e lui sfiorava appena, con disgusto, la fronte glabra del piccolo, poi
descriveva un arco con tutto il suo corpo quasi per evitare il moto incessante di quelle manine
grinzose, e se ne andava via subito poich non sapeva vincere, forse, una ripugnanza istintiva.

Il sindaco, il medico e il curato venivano a pranzo di tanto in tanto, ma era coi Fourville che si
stringevano sempre pi forti legami, Il conte, poi, sembrava adorare il bambino! Lo teneva sulle
ginocchia durante tutta la visita; ed anche per interi pomeriggi; e allora lo maneggiava
delicatamente con quelle sue grosse mani di colosso, gli solleticava la punta del naso co' suoi
lunghi baffoni o lo abbracciava con un vero slancio di passione, come fanno le mamme. Soffriva
della sterilit di sua moglie.
Marzo fu chiaro, asciutto, quasi dolce. La contessa Gilberta riparl di passeggiate a cavallo, di
quelle passeggiate che avrebbero fatto tutt'e quattro insieme. Giovanna, un po' stanca delle
lunghe serate, delle lunghe notti, dei giorni uguali e monotoni, consentiva lietamente ai progetti,
e cos prepar la sua amazzone, e fu lo svago di una settimana. Poi, le escursioni. Essi
andavano sempre a due a due, avanti la contessa e Giuliano, cento passi indietro il conte e
Giovanna. Il conte e Giovanna parlavano tranquillamente come due amici, poich erano
diventati amici davvero nel contatto delle loro anime oneste, dei loro semplici cuori; mentre
quegli altri due parlavano sottovoce o ridevano con improvvisa violenza o si guardavano come
se volessero dirsi con gli occhi ci che non si dicevano con le labbra oppure si slanciavano al
galoppo, come sospinti dall'idea di fuggire: s, s, lontano, pi lontano ancora... Poi Gilberta
parve irritabile; la sua voce stridula, portata dal vento, giungeva talvolta agli orecchi della coppia
che seguiva a cavallo, con pi calma.
"Mia moglie non si alza sempre di buon umore" diceva allora il conte a Giovanna.
Una sera, mentre tornavano verso casa, la contessa eccitava la sua cavalla e la speronava e poi
la tratteneva con bruschi strattoni, e il suo compagno le ripeteva ogni volta: "Vi prender la
mano, badate!". La contessa rispose: "Meglio cos. Non cosa che vi riguardi" e il tono fu cos
netto, cos duro che le parole risuonarono intorno come sospese nell'aria.
L'animale scalpitava, si impennava, la bava alla bocca.
"Sta' in guardia, Gilberta" grid il conte inquieto con tutta la forza de' suoi polmoni.
Allora, come a sfidarlo, in uno di quegl'impeti nervosi di donna che nessuno arresta, la contessa
colp la sua bestia, la colp fra le orecchie col frustino, cos che essa cominci ad impennarsi
furiosa, batt l'aria con le zampe anteriori, si abbass e si riprese con la potenza di un balzo e
fini col lanciarsi nella pianura come a divorarla. Da prima oltrepass una prateria, poi si precipit
sul coltivato sollevando nembi di terra umida e grassa, e continu cos rapida che amazzone e
cavallo si distinguevano appena.
"Contessa! Contessa!" chiamava disperatamente Giuliano rimasto al suo posto.
Ma il conte dietro grugn, e curvandosi sulla groppa del suo pesante animale, lo gett avanti con
la spinta di tutto il suo corpo; e lo lanci con tal impeto, eccitandolo, trascinandolo,
spaventandolo con la voce, il gesto, lo sprone, che l'enorme cavaliere parve portare la gran
bestia fra le sue cosce e sollevarla a volo. Giovanna vedeva laggi in fondo i due profili, quello
della moglie e quello del marito, fuggire, diminuire, impallidire cos come si vedono due uccelli

che si inseguono perdersi all'orizzonte, svanire. Giuliano si avvicin sempre di passo,


mormorando in tono di dispetto a Giovanna:
"Credo che quella sia pazza, oggi." E mossero entrambi dietro i loro amici, nascosti in quel
momento da un'ondulazione della pianura. Dopo un quarto d'ora, li videro tornare e li
raggiunsero. Il conte, rosso in volto, trionfante, sudato, beato, teneva nel suo pugno irresistibile il
cavallo fremente di sua moglie che, pallidissima, con un volto tutto dolente e convulso, si
appoggiava con una mano alla spalla di lui quasi stesse per svenire. Giovanna comprese quel
giorno che il conte amava perdutamente sua moglie.
Per tutto il mese seguente la contessa fu allegra come non mai.
Veniva ai "Pioppi" anche pi spesso, rideva di continuo, abbracciava l'amica con veri slanci di
tenerezza; si sarebbe detto che un misterioso fascino fosse disceso sulla sua vita; e il suo
gigante, beatissimo anche egli, non cessava mai di guardarla, toccarla, toccarle la mano, il
vestito, in un continuo accrescimento d'amore.
"In questo momento, siamo felici" diceva una sera a Giovanna.
"Mai, mai Gilberta stata cos gentile con me. Non pi di cattivo umore, non mai in collera,
mai... Mi ama... mi ama, sento che mi ama. Prima d'ora non ne ero sicuro..." Anche Giuliano
sembrava cambiato: pi allegro, meno irritabile.
Forse che la comune amicizia aveva portato la pace e la gioia in ciascuna delle due famiglie?
La primavera fu stranamente calda e precoce. Dall'inizio del dolce mattino fino alla calma e
tiepida sera, il sole faceva germogliare la superficie della terra; ed era come un brusco e potente
rigoglo di tutti i giorni e, nello stesso tempo, una di quelle irresistibili ondate di vita, uno di quegli
ardori di rinascita che la natura sfoggia talvolta in certe annate privilegiate che farebbero credere
al ringiovanire del mondo. Questo fermento di vita turbava vagamente Giovanna che era capace
di provare un languore improvviso davanti a un fiorellino nato fra l'erba, o malinconie deliziose,
ore di mollezza fantastica. Poi l'assalivano perfino i ricordi teneri teneri dei primi tempi d'amore,
bench sapesse bene che non poteva venir dal suo cuore un nuovo moto d'affetto per lui (oh,
tutto ci era finito, finito), ma la sua carne, accarezzata dall'aria, penetrata dai profumi della
primavera si turbava come incitata, istigata da una voce invisibile, morbida. Si compiaceva di
essere sola, si abbandonava sotto il tepore del sole, si sentiva percorsa da sensazioni vaghe e
serene che le lasciavano inerte il cervello. In uno di questi assopimenti, una volta, le torn
fulmineo il ricordo del vano soleggiato, che si apriva nel denso fogliame del boschetto di tretat,
l dove per la prima volta aveva sentito fremere il suo corpo accanto all'uomo che amava (allora
lo amava), l dove aveva balbettato per la prima volta il primo desiderio del cuore, dove aveva
creduto di trasformare le speranze in vita vera. Rivedere il piccolo bosco farvi una specie di
pellegrinaggio sentimentale e superstizioso come se il ritorno a quel luogo potesse variare il
corso dei suo destino!
Giuliano non c'era, n lei sapeva dove fosse andato fino dall'alba. Fece dunque sellare il piccolo
cavallo bianco dei Martin, di cui si serviva qualche volta, e part. Era una di quelle giornate
tranquille in cui nulla si muove foglia o filo d'erba, e tutto resta immobile per sempre, come se il
vento fosse per sempre caduto: sembrava perfino un'immobilit senza insetti.
Veniva insensibilmente dal sole una calma ardente e suprema e come avvolta in aereo vapore; e
lei se ne andava felice, beata, al lento passo del suo ronzino, alzando gli occhi di tanto in tanto

verso una nuvoletta bianchissima, non pi grossa di un ciuffo di cotone, fiocco di vapore
sospeso, dimenticato lass, rimasto solo in mezzo all'azzurro.
Discese nella valle che finiva nel mare, tra quegli archi della scogliera che si chiamavano porte
di tretat, e a lenti passi giunse fino al bosco. La luce pioveva tra il verde ancora coperto di
brina. Giovanna cercava quel luogo senza trovarlo, errando per quei piccoli sentieri, finch
improvvisamente, traversando un viale pi lungo, vide laggi in fondo due cavalli da sella legati
ad un albero. Li riconobbe: Gilberta, Giuliano! La solitudine cominciava a pesarle ed ora si alliet
di quell'incontro insperato mettendo al trotto il suo cavallino. Quando raggiunge le due bestie
pazienti e come abituate alle lunghe soste, Giovanna chiama: nessuno risponde. Un guanto di
donna, due frustini sull'erba calpestata. Dunque si sono seduti qui! Poi si sono allontanati,
lasciando i cavalli... Aspetta un quarto d'ora, venti minuti, mezz'ora, senza capire che cosa mai
possano fare quei due.
Scesa di sella, si appoggia al tronco di un albero e resta immobile; due uccellini, che non l'hanno
vista, si posano sull'erba, vicinissimi a lei: uno si agita e saltella intorno all'altro con le ali
sollevate e vibranti, bisbigliando e movendo il capino, ed ecco i due pennuti si accoppiano.
Pensa Giovanna, sorpresa, come se non sapesse quella cosa: "E' vero, s, primavera". Ma le
balena un pensiero, un sospetto; guarda di nuovo il guanto, i frustini, i due cavalli abbandonati:
balza subito in sella con la volutt di fuggire. Via, via, di galoppo, verso i "Pioppi"! La mente
lavora, ragiona, riunisce i fatti, riavvicina le circostanze... Oh, come non ha capito prima? Come
non ha capito mai nulla? Le assenze di Giuliano, il suo ritorno alle passate eleganze, il suo
carattere pacificato. E poi, gli scatti nervosi di Gilberta, le sue smorfie esagerate, quella specie di
beatitudine in cui la piccola contessa viveva da qualche tempo, quella beatitudine che mandava
il marito in solluchero...
Giovanna rimise al passo il cavallo, perch le serviva riflettere molto e il passo veloce le
disturbava le idee. Ma, passata la prima emozione, ecco, il suo cuore calmo. Senza odio, senza
gelosia, ma colmo - questo s - di disprezzo. No, non pensava a Giuliano (poteva stupirsi ancora
di lui?), ma era il duplice tradimento della contessa, della sua amica, che la nauseava. Tutti
erano dunque mentitori, perfidi e falsi? Gli occhi le si riempirono di lacrime. Si piangono pure le
illusioni, talvolta, con la tristezza con cui si piangono i morti...
Cos decise di fingere, di non saper nulla, di chiudere il cuore agli affetti correnti, di non amare
pi che i genitori e il piccino, di sopportare gli altri con calma. Appena rientrata in casa, si gett
sul suo figliolino, lo port nella sua stanza, lo tenne stretto al seno, interminabilmente, senza
saziarsene. E quando Giuliano torn per il pranzo, amabile, sorridente, pieno d'intenzioni cortesi,
chiese perfino: "Babbo e mammina non vengono dunque ai Pioppi quest'anno?" lei gli fu cos
grata di questa gentilezza che quasi quasi gli perdon la recente infedelt e non ebbe pi che
quel desiderio: rivedere le due persone che nel cuore venivano subito dopo il bambino, e pass
la serata a scrivere una lettera in cui chiamava, reclamava i suoi cari.
Essi annunziarono il loro arrivo per il 20 maggio. E si era ancora al 7! Giovanna li aspettava con
impazienza sempre crescente, come se provasse, oltre all'affetto filiale, un bisogno nuovo di
mettere il suo cuore a contatto di cuori virtuosi, parlare a viso aperto con gente proba, libera da
ogni infamia, gente scrupolosa e perfetta di cui non si potesse rimproverare un tristo desiderio,
un cattivo pensiero. Perch ci che sentiva adesso pi vivamente era l'isolamento della sua
coscienza onesta in mezzo a tutte quelle coscienze corrotte; e bench avesse imparato a
dissimulare, bench continuasse a ricevere la contessa con la mano tesa e col sorriso sulle
labbra, questa sensazione di vuoto e di disprezzo cresceva a dismisura, fino ad avvolgerla tutta,
e ogni giorno si aggiungevano le brutte novit del paese ad aumentarle il disgusto che era come

una disistima dell'umanit. Ecco: la figlia dei Couillard aveva avuto un bambino, ma si sarebbe
presto sposata. La serva dei Martin, quell'orfanella, era incinta: un'altra vicina che non aveva pi
di quindici anni, era incinta: e c'era anche una vedova incinta, quella disgraziata "Pillacchera",
cos chiamata per il suo sudiciume. Ogni tanto si veniva a sapere di una nuova gravidanza, della
scappatella di una ragazza, di una contadina maritata e madre di famiglia, di qualche ricco e
facoltoso fittavolo. Quell'ardente primavera sembrava avesse sconvolto insieme la linfa degli
uomini e quella delle piante. Giovanna restava confusa, sbalordita, piena di ripugnanza e quasi
d'odio per questa grande sconcezza della natura, anche perch i suoi sensi erano spenti e solo
il cuore ferito e l'anima intenerita parevano ancora un po' mossi dagli aliti tepidi e fecondatori,
tanto che si esaltava senza desideri e si appassionava d'ideale, immunizzata dalle necessit
della carne. L'accoppiamento degli esseri la indignava ormai come una cosa contro natura, e il
suo rancore per Gilberta non era perch le avesse sedotto il marito, ma perch era caduta nel
fango universale, lei, lei, che non era della razza dei contadini dove i bassi istinti predominano.
Come dunque aveva potuto darsi alla maniera dei bruti?
Il giorno stesso in cui dovevano arrivare i due vecchi Giuliano ravviv le sue ripugnanze
raccontandole allegramente, come cosa naturalissima e divertente, che ieri mattina il fornaio,
avendo udito rumore nel forno, e non era giorno di cottura, aveva pensato di sorprendere un
topo e aveva trovato invece sua moglie che, naturalmente, "non infornava del pane".
"Il fornaio tapp l'apertura, di modo che per poco quei due non sono morti soffocati l dentro. Ed
stato il figlio minore ad avvertire i vicini, avendo visto sua madre entrare nel forno. Ci fanno
mangiare del pane d'amore quei briganti l" aggiungeva, divertito, Giuliano.
Giovanna non osava pi toccare il pane.
Quando la carrozza di posta si ferm davanti alla gradinata e si affacci allo sportello il viso
beato di suo padre, Giovanna non pot nascondere una emozione profonda, un impetuoso
slancio d'affetto, un'espansione ardente dell'anima. Ma rest colpita, quasi si sent venir meno,
allorch vide mammina. Invecchiata!
Invecchiata di dieci anni in sei mesi. Le sue enormi guance ricadevano flosce, imporporate,
quasi gonfie di sangue; lo sguardo sembrava ormai spento; la poveretta non poteva muoversi
pi se non sostenuta sotto le braccia; e la pena, la pena di quella respirazione sempre pi
difficile, sempre pi faticosa, che sibilava! Il marito l'aveva sott'occhio ogni giorno e non si era
accorto di tanta decadenza, cos che quando la poveretta si lamentava di quel suo soffocamento
continuo, di quella sua crescente pesantezza, egli rispondeva invariabilmente che "l'aveva
conosciuta sempre cos".
Giovanna, dopo averli accompagnati nella loro stanza and a piangere nella sua, smarrita,
sconvolta. Poi volle vedere suo padre da solo, e gli si gett sul petto con gli occhi pieni di
lacrime.
"La mamma, la mamma! Com' cambiata! Che ha? Dimmi tu che ha!" Egli era rimasto sorpreso.
"Credi?... Che idea? Ma no... Io che non l'ho mai lasciata, ti assicuro che non la trovo male, oh,
proprio per niente. Sempre stata cos." La sera Giuliano disse a sua moglie: "Tua madre ha
una gran brutta cera. Ho paura che... ". E poich Giovanna scoppiava in singhiozzi, egli si
impazient subito. "Andiamo, andiamo, non dico mica che sia agli estremi. Tu sei sempre la
grande esaltata. Si capisce che tua madre sia cambiata: l'et." In capo a otto giorni Giovanna
era gi tranquillizzata. Aveva fatto l'abitudine alla fisionomia di sua madre, e cos forse

respingeva i suoi timori come si respingono le paure, le ansiet, le apprensioni, per una specie
d'istinto egoista, per un bisogno naturale di serenit dello spirito. La baronessa, ormai impotente
a camminare, usciva tutti i giorni per una mezz'oretta; non pi.
Quando aveva percorso una sola volta il "suo viale", rinunziava a muovere un altro passo e
voleva sedere sulla "sua" panca; quando poi si sentiva incapace di finire la passeggiata diceva
invariabilmente:
"Fermiamoci. La mia ipertrofia oggi mi tronca le gambe." Non rideva pi. Le cose che l'anno
prima l'avrebbero fatta sussultare, ora non le strappavano che un lieve sorriso. Ma la vista era
buona e le permetteva di consumar le giornate a rileggere "Corinne" e le "Meditazioni" di
Lamartine: poi voleva che le portassero il cassettino dei "ricordi", e si vuotava in grembo le
vecchie lettere care al suo cuore, appoggiando il cassetto sulla sedia vicina, per rimetterle
dentro a una a una, le sue dolci "reliquie", dopo averle cos ripassate. Quando era sola, proprio
sola, ne baciava qualcuna come si baciano - di nascosto - i capelli dei morti che si sono molto
amati.
Talvolta Giovanna, entrando improvvisamente, trovava mammina che piangeva. Piangeva le sue
tristi, povere lacrime.
"Che hai, mammina?" "Sono le mie reliquie che mi fanno piangere" rispondeva mammina con un
lungo sospiro. "Si risvegliano delle cose... delle cose che erano tanto belle e che non sono pi. E
poi ci sono delle persone a cui non si pensava affatto e che un giorno si ritrovano come se
risuscitassero. Si ha l'impressione di vederle, di sentirle parlare... Che effetto! Un effetto
spaventevole: lo proverai pi tardi, figliola." In quei momenti di malinconia sopraggiungeva
qualche volta il barone, e diceva:
"Senti, Giovanna. Brucia le tue lettere, quelle di tua madre, le mie, brucia, brucia. Non c' niente
di peggio, quando si vecchi, che rimettere il naso nella propria giovinezza." Ma Giovanna
invece conservava la sua corrispondenza, preparava la scatola delle "reliquie", obbedendo a
una specie d'istinto ereditario, di sentimentalismo fantastico, bench, in verit, fosse tanto
diversa da sua madre.
Il barone, dopo qualche giorno, dovette assentarsi per un suo affare, e part.
Stagione incantevole! Le notti dolcissime, formicolanti di stelle, succedevano alle tiepide sere, le
sere calme ai giorni luminosi, i giorni luminosi alle aurore che sfolgorano. Mammina si sentiva
gi molto meglio; Giovanna aveva gi dimenticato gli amori di Giuliano e Gilberta ed era poco
meno che felice. Tutta la campagna era fiorita e profumata e il gran mare, tranquillo sempre,
risplendeva sotto il sole, dall'alba al tramonto.
Giovanna, un pomeriggio, prese Paolo fra le braccia e se ne and per i campi. Guardava ora
suo figlio, ora l'erba screziata di fiori lungo la strada, e si lasciava portare da una felicit senza
freno, baciando di continuo il bambino oppure lo stringeva appassionata o anche si sentiva
accarezzare da quella brezza profumata della campagna e le sembrava di venir meno, di
perdersi come in un infinito benessere. E sogn l'avvenire di lui. Che sarebbe mai diventato il
piccino? Ora lo voleva un grand'uomo, un uomo famoso, potente. Ora lo preferiva invece umile
umile, che rimanesse presso di lei, devoto, tenero, le braccia sempre aperte a mammina.
Quando lo amava col suo egoismo di madre, pretendeva che restasse suo figlio, null'altro che
suo figlio: quando lo amava con la sua intelligenza appassionata, aspirava diventasse, nel
mondo, qualcuno. Lo guardava, seduto sulla riva di un fosso.

Le sembrava di vederlo per la prima volta. E sbigott improvvisamente, sbigott al pensiero che
quell'esserino sarebbe diventato grande, che avrebbe camminato con un passo fermo, avrebbe
avuto la barba, avrebbe avuto un vocione. Da lontano qualcuno chiamava. Sollev la testa. Oh,
era Mario. Pens che egli annunciasse una visita ai "Pioppi" e si alz contrariata mentre il
ragazzo che giungeva a spron battuto gridava:
"Signora, la signora baronessa sta male." Ebbe un'impressione come d'acqua fredda che le
scendesse gi per la schiena. Sbalordita, quasi correndo, si avvi. Di lontano vide un crocchio di
gente sotto il platano, allora si slanci e fu quando, apertosi il gruppo, vide sua madre stesa a
terra, con due guanciali che le sostenevano il capo. Faccia nera, occhi chiusi; e quel petto che
da venti anni ansava non si muoveva pi. La nutrice tolse pronta il piccino alle braccia materne e
lo port via.
Giovanna domand, quasi violenta:
"Che successo? Com' caduta? Subito, a chiamare il medico." Ma, volgendosi, scorse il
curato, chiamato da non si sa chi, che offriva i suoi servigi, si preparava rimboccando le maniche
della sua tonaca. Ma l'aceto, l'acqua di colonia, le frizioni, niente serviva.
"Bisognerebbe spogliarla e metterla a letto" avvert il prete.
Il fattore Giuseppe Couillard era l, e anche pap Simone e Liduina. Aiutati dall'abate Picot, essi
decisero di trasportare il corpo della baronessa; ma non appena l'ebbero sollevato, la testa si
rovesci all'indietro e il vestito sub un largo strappo, tanto era pesante e difficile a muovere.
Giovanna si mise a gridare inorridita, e il corpo enorme inerte fu riadagiato per terra.
Allora si pens a una poltrona del salone: sederla sulla poltrona, sollevarla cos. Passo a dopo
passo salirono la gradinata, poi la scala, ecco la sua stanza, il suo letto, e la depositarono sul
letto. Ma qui la cuoca non riusciva a spogliarla da sola, ed ecco farsi avanti al momento giusto,
venuta improvvisamente, come il prete, la vedova Dentu: forse che l'uno e l'altra, secondo il
pensiero dei domestici, avevano sentito l'"odore della morte"?
Giuseppe Couillard part a spron battuto in cerca del medico mentre il prete pensava all'olio
santo, ma l'infermiera che la sapeva lunga gli disse una cosina all'orecchio:
"Non disturbatevi, signor curato. E' passata." Giovanna, come pazza, implorava, non sapeva che
fare, non sapeva che tentare, cercava ancora nella sua povera testa un rimedio. Il curato, a ogni
buon conto, brontol l'assoluzione. E per due ore si aspett davanti a quel corpo inanimato,
violaceo; e Giovanna aspett singhiozzando, in ginocchio, divorata dal dolore e dall'ansia.
Finch la porta si apr e il medico apparve, e le sembr che portasse la salute, la consolazione,
la speranza, e gli si slanci contro balbettando tutto quel che sapeva.
"Passeggiava come tutti gli altri giorni... stava bene... quasi benissimo... aveva preso un brodo e
due uova a colazione... divenuta nera com' adesso... e... e non si pi mossa... abbiamo
fatto di tutto per rianimarla... di tutto..." Tacque, colpita da quel piccolo cenno che l'infermiera
aveva fatto al sopraggiunto:
forse... forse per dire che tutto era finito... finito? Rifiut di capire, si volse ancora al medico,
cocciuta:
"E' grave? Credete che sia grave?" Finalmente il medico dice:

"Temo purtroppo che... che sia finito... finito... Bisogna farsi coraggio, un gran coraggio..."
Giovanna apr le braccia e si gett sul corpo di sua madre.
Intanto Giuliano rientrava. Egli rest cos, senza un grido di dolore e di sconforto apparente, ma
piuttosto stupito, anzi contrariato, e preso troppo alla sprovvista per assumere un contegno di
circostanza! Non seppe che dire: "Me l'aspettavo...
sentivo che la fine era prossima... e cerc un fazzoletto, si asciug gli occhi, si inginocchi si
fece il segno della santa croce, borbott qualche cosa e, rialzandosi, volle pure che si rialzasse
sua moglie. Giovanna non dava retta: si stringeva con forza al cadavere e lo baciava, cos tutta
sottosopra. Bisogn portarla via a viva forza. Sembrava impazzita.
Dopo un'ora la si lasci tornare. Non c'era pi alcuna speranza.
La stanza, trasformata in camera ardente. Il prete e Giuliano parlavano sottovoce presso la
finestra. La vedova Dentu si assopiva in una comoda poltrona, da donna abituata alle veglie e
che si sente a suo agio l dove entrata la morte. Cadeva la sera. Il curato si avvicin a
Giovanna, le prese le mani, cerc di farle animo versando in quel povero cuore l'onda untuosa
dei conforti chiesastici, parl della morta, la celebr in termini sacerdotali, mostrandosi triste di
quella falsa tristezza dei preti per i quali un cadavere rappresenta pur sempre un beneficio:
infine si offr di passar la notte pregando accanto al cadavere.
Giovanna rifiut fra i singhiozzi. No, no: voleva essere sola, assolutamente sola, in quella notte
d'addio "Non possibile" dichiar Giuliano facendosi innanzi "Be', allora resteremo insieme..."
No, no, diceva sempre no con la testa, incapace ormai di aprir bocca.
"E' mia madre" pot dire finalmente. "Voglio vegliarla da sola." Il medico intervenne.
"Lasciatela fare a modo suo. L'infermiera rester nella camera accanto. Va bene?" Il prete e
Giuliano, pensando ai loro letti, acconsentirono.
L'abate Picot si inginocchi ancora una volta, preg, si rialz, usc dicendo: "Era una santa!" con
lo stesso accento con cui diceva: "Dominus vobiscum".
"Vuoi prendere qualche cosa?" chiese Giuliano a sua moglie con la sua voce di sempre.
Giovanna non rispose. Non si era neppure accorta che egli parlasse con lei.
"Faresti bene a mangiare qualcosa per sostenerti un pochino..." Ripet con aria smarrita:
"Manda subito a chiamare pap." Egli usc per inviare un messo a Rouen.
Giovanna rest accasciata in un dolore immobile, come se per abbandonarsi all'onda di questo
disperato rimpianto avesse atteso proprio quest'ora ultima da passare con la mamma. Le ombre

avevano invaso la stanza, come coprendo la morta di tenebra. La vedova Dentu girava qua e l
col suo passo leggero, cercando, mettendo a posto, coi suoi gesti d'ombra, oggetti invisibili.
Ecco: accendeva due candele, le posava sul comodino accanto al letto, su quella tovaglietta
candida candida. Pareva che l'altra non vedesse, non sentisse, non comprendesse nulla.
Aspettava di essere sola.
Giuliano rientr. Aveva pranzato. Di nuovo azzard:
"Proprio? Non vuoi prendere niente?" Giovanna fece segno di no con la testa.
Egli si sedette con un'aria pi rassegnata che triste, e rimase cos senza parola. Tutt'e tre, non
vicini, immobili sulle loro sedie, in silenzio. Poi l'infermiera cominci a sonnecchiare, russava un
po', si svegliava di soprassalto. Infine Giuliano si alz, si avvicin a sua moglie in punta di piedi.
"Vuoi restar sola, ora?" "Oh, s, lasciami!" rispose lei prendendogli la mano in uno slancio
involontario.
"Torner a vederti di tanto in tanto" promise Giuliano, e la baci sulla fronte.
Usc con la vedova Dentu, che spinse la sua poltrona nella stanza vicina. Giovanna chiuse la
porta, poi apr le finestre, tutt'e due. Carezza d'una sera di fienagione! Il fieno della prateria,
falciato il giorno innanzi, era steso sotto la luna. Ma quella sensazione dolcissima le fece male:
non era come un'ironia? Meglio ritornare presso il letto, prendere una di quelle mani fredde e
inerti, guardare a lungo, a lungo la mamma...
Oh, no, non era pi cos gonfia, e dormiva, dormiva placidamente come non le accadeva pi da
gran tempo. Le fiamme delle candele, agitate dai soffi d'aria, muovevano, diradavano ombre sul
suo viso come se la facessero rivivere: ecco, ecco, si mossa. Giovanna guardava avidamente,
e quale folla di ricordi accorreva dalla fanciullezza lontana! Ecco le visite di mamma al parlatorio
del convento, il gesto con cui le porge il cartoccetto dei dolci, quei piccoli particolari, piccoli fatti,
piccole tenerezze, i gesti familiari, le pieghe degli occhi di quando ride, il gran sospiro soffocato
di quando si mette a sedere. E ora restava l a contemplarla e ripeteva in quella specie
d'intontimento: "Morta...
morta..." e allora cap che cosa voleva dire questa parola. Quella donna che giaceva immobile,
la mamma, mammina, madama Adelaide, era proprio morta? Non si muover pi, non parler
pi, non rider pi, non pranzer pi seduta di fronte al pap, non dir pi:
"Buon giorno, Giannetta". Morta, morta. La inchioderanno in una cassa, la seppelliranno, e tutto
finito. Non la si vedr pi. Ma possibile? Come? Lei, lei non avr pi mamma? Quel caro
volto cos familiare, un volto che si visto da quando si sono aperti gli occhi, un volto che si
amato da quando si sono aperte le braccia, quell'affetto cos diverso da ogni altro, quell'essere
amico, la madre, la mamma, l'essere superiore, l'essere preferito dall'anima fra tutti gli altri
esseri... niente, niente:
scomparso. La figliola non ha pi che poche ore per contemplare quel volto, un volto immobile e
senza pensiero, e poi... niente, niente: un ricordo. S'abbandona sulle ginocchia in una crisi di
disperazione, torce il lenzuolo con le mani convulse, preme la bocca sulle coperte, grida:
"Mamma, mamma, mia povera mamma". Le sembra di impazzire come quella notte che era
fuggita attraverso la neve. Si rialza, corre alla finestra, come per rinfrescarsi, per bere un po'
d'aria, aria, aria nuova, che non sia quest'aria di morte. Il mare, la landa, come riposano laggi in

una pace silenziosa, e anche gli alberi, anche le erbe tagliate, sotto la soavit della luna! Come
penetra nel cuore di lei questa dolcezza calmante, e il pianto si fa pi dolce anch'esso, pi
sommesso...
Cos si riavvicina al letto, si siede, riprende la mano di mammina come se la vegliasse,
ammalata. E' entrato un grosso insetto nella stanza, forse attirato dal lume, rimbalza contro i
muri come una palla, va da una parete all'altra come impazzito. Giovanna l per l si distrae da
quel volo ronzante, alza gli occhi, non vede che un'ombra errante nel chiarore del soffitto. Non lo
sente pi.
Allora ecco il tictac leggero della pendola, ecco un rumore anche pi piccolo, o piuttosto un
ronzo come di insetto, quasi impercettibile. Ah! l'orologio! l'orologio di lei, di mammina, che
continua a camminare nell'abito buttato su una sedia ai piedi del letto. Strana cosa! Il confronto
fra la morta e quel piccolo meccanismo che non si mica arrestato! Guarda l'ora. Le dieci e
mezzo, soltanto. E la paura folle, improvvisa di questa notte da passare qui dentro, tutta, tutta!
Altri ricordi, altre cose della sua vita: Rosala, Gilberta, tante amarezze del cuore... Tutto dunque
non che miseria, dolore, sventura, solitudine, morte. Tutto inganna, tutto mente, tutto fa soffrire
e tutto fa piangere. Dove trovare un po' di riposo, un po' di gioia? S, forse in un'altra esistenza;
quando l'anima sar libera da questa lunga prova terrena. L'anima! Fantastica su questo mistero
impenetrabile; accetta a un tratto ipotesi poetiche, le distrugge con altre ipotesi vaghe. Dov' ora
l'anima di sua madre? dov' l'anima di quel corpo immobile e gelato?
Lontano, forse molto lontano. In qualche parte dello spazio? Ma dove? Evanescente come il
profumo di un fiore disseccato? Vagante come un uccellino invisibile fuggito dalla sua gabbia?
Richiamata a Dio? Dispersa a caso fra nuove creazioni, confusa insieme coi germi prossimi a
sbocciare? Vicinissima forse? In questa stessa stanza attorno a questa carne inanimata che
pure ha lasciato? Ah che paura! Le sembra a un tratto di sentirsi sfiorata da un soffio come dal
contatto di uno spirito. E' una paura atroce e violenta; il cuore tutto un rombo di battiti; non osa
muoversi, respirare, voltarsi... Ah, l'insetto, l'insetto invisibile, che ha ripreso il suo volo, che
sbatte sul muro e gira, gira! Rabbrividisce e poi si calma, quasi contenta di aver riconosciuto il
ronzio, si alza, si volta e i suoi occhi vedono... Oh, guarda! lo stipetto con le teste di sfinge il
mobile delle "reliquie"! Oh Dio, che strana idea! Se in quest'ultima veglia si mettesse a leggere come si legge un libro di preghiere - le vecchie lettere cos care a mammina? Non come
compiere un dovere delicato e sacro, qualcosa di veramente filiale, qualcosa che far piacere a
mammina, di l?
E' l'antica corrispondenza del nonno e della nonna, che non ha conosciuto. Vuol tender loro le
braccia al di sopra del corpo della loro povera figliola, andar incontro a loro in questa notte
funerea come se ne soffrissero anch'essi, vuol formare una specie di catena misteriosa di
tenerezza tra quei morti di allora e colei che ora ora scomparsa e lei stessa che rimane ancora
di qua. Si alza, apre lo stipetto, afferra nell'ultimo cassetto una decina di quei piccoli pacchetti
ingialliti: quei piccoli pacchetti cos ben legati, disposti con tanto ordine. E li depone sul letto, qui,
qui, fra le braccia della morta, come per una raffinatezza del suo sentimento, e comincia a
sfogliare, e legge: "Mia cara", "mia cara piccina", "cara figlietta", "mia carina", "mia figlia
adorata", "mia cara bambina", "mia cara Adelaide", gli inizi delle lettere che variano secondo che
erano indirizzate alla bimba, alla fanciulla, alla dama... Tutte cos piene di tenerezze
appassionate e puerili, di mille piccole cose intime, di quei grandi e semplici avvenimenti della
famiglia, cos meschini per gl'indifferenti.
"Pap ha l'influenza", "Ortensia (la cameriera) si bruciata un dito", "Mangiatopi (il gatto)
morto", "il pino a destra del cancello stato abbattuto", "la mamma ha perduto il suo libro da
messa nel ritornare dalla chiesa, ma crede che gliel'abbiano rubato"... Persone sconosciute a
Giovanna; ma lei si ricorda un po' vagamente di averle sentite ricordare, una volta, laggi,
nell'infanzia... S'intenerisce a tutti questi particolari che le sembrano vere e proprie rivelazioni,

come entrasse improvvisamente in tutta una vita, in tutta una vita segreta, nella vita del cuore di
mamma. Alza gli occhi sul corpo gelido e poi, quasi di furia, si mette a leggere ad alta voce, e
legge, s, per la morta, come per distrarla, come per consolarla. E mammina sembra felice.
A una a una getta le lettere ai piedi del letto, e pensa che bisogna deporle nella bara come vi si
deporrebbero fiori. Scioglie un altro pacchetto. E' una scrittura nuova, questa volta.
Comincia: "Non posso pi fare a meno delle tue carezze, ti amo alla follia...". Niente pi; nessun
nome. Volta il foglietto, senza comprendere. Pure c' l'indirizzo: "alla signora baronessa Le
Perthuis des Vauds". Apre la seconda lettera: "Vieni questa sera, appena lui sar uscito. Avremo
un'ora per noi. Ti adoro".
Apre una terza lettera: "Ho passato una notte di delirio a desiderarti inutilmente. Avevo il tuo
corpo fra le braccia, la tua bocca sulle mie labbra, i tuoi occhi sui miei occhi. E poi mi sentivo
prendere da un tal furore che mi sarei buttato dalla finestra al pensiero che tu nella stessa ora
dormivi, al suo fianco, che egli ti possedeva...". Non capisce. Che questo? A chi, per chi, di chi
queste parole d'amore? China la testa; continua. Sempre dichiarazioni appassionate,
appuntamenti, raccomandazioni di prudenza, e in fondo le parole immancabili: "Ti raccomando
sopra tutto di bruciare questa lettera". Apre infine un biglietto banale, la semplice accettazione di
un invito a pranzo, ma della stessa scrittura e con la firma "Paolo d'Ennemare":
quello che il padre chiama ancora, parlandone, "il mio vecchio Paolo", e sua moglie stata la pi
intima amica di mammina.
Dubbio... certezza... S, la mamma ha avuto un amante! Respingere, respingere quelle lettere
infami come respingerebbe una bestia velenosa salitale a poco a poco sul corpo. E corre alla
finestra, e piange alla finestra con grida disperate, con grida involontarie che quasi le squarciano
la gola, e poi si accascia gi nascondendo la faccia fra le tende perch nessuno oda il suo
dolore, la sua disperazione infinita. Un rumore di passi nella stanza accanto?
Balza in piedi di botto. Forse suo padre? E quelle lettere, quelle lettere sparse sul pavimento, sul
letto! Basterebbe che egli ne aprisse una. Saprebbe. Si slancia, afferra a piene mani quelle
vecchie carte ingiallite, quelle dei nonni e quelle dell'amante, anche quelle che non aveva
aperto, anche quelle che erano ancora nello stipetto, le getta tutte in un fascio nel caminetto,
accende il fuoco con una di quelle candele. Divampa la grande fiammata, e rischiara la camera
da letto, il cadavere con una luce mobile e viva, disegna in nero sul biancore del cortinaggio in
fondo al letto il profilo tremolante della faccia rigida, la linea del corpo enorme sotto il lenzuolo.
Quando non c' pi che un mucchio di cenere, torna a sedersi accanto alla finestra aperta come
se non osasse pi rimanere vicino alla morta e si rimette a piangere con la faccia tra le mani:
"Oh mia povera mamma! Povera, povera mamma!". Poi le viene un pensiero atroce. E se non
fosse morta? Se non fosse che addormentata, caduta in un sonno letargico? Se a un tratto si
levasse e parlasse? Se non le volesse pi bene perch lei ha scoperto il segreto? No, non la
bacerebbe con le stesse labbra.
Non l'accarezzerebbe con l'affetto di prima. Dice che no, non possibile, e questo pensiero la
strazia.
La notte si dirada, le stelle impallidiscono, la fresca ora che precede il giorno. La luna calante
si tuffa nel mare con una lunga scia di madreperla. E allora Giovanna ricorda un'altra notte

passata alla finestra, quella del primo arrivo al castello. Com' lontano! Tutto cambiato.
L'avvenire "un'altra cosa". Ecco il cielo che si colora di rosa, di un rosa vivace, leggiadro,
amoroso. Giovanna guarda, ora, sorpresa come davanti a un fenomeno, guarda quella radiosa
nascita del giorno, e si chiede se possibile che su questa terra dove sorgono simili aurore non
ci sia posto n per la gioia n per la felicit. Trasale: la porta che si apre.
"Ebbene?" chiese Giuliano. "Non sei troppo affaticata?" Neg col capo. Si sentiva sollevata al
pensiero di non essere pi sola.
"Adesso va a riposarti" le raccomand suo marito.
Abbracci dolcemente sua madre; le diede un bacio lungo, doloroso; ritorn in camera sua.
La giornata trascorse nelle tristi occupazioni della casa che accoglie una salma. Il barone arriv
verso sera; pianse molto. La baronessa fu sepolta il giorno seguente. Dopo che per l'ultima volta
ebbe appoggiato le sue labbra sulla fronte gelida, ed ebbe vestito mammina per l'ultima volta, ed
ebbe visto chiudere il povero corpo nella bara, Giovanna si ritir. Giungevano allora gl'invitati.
Gilberta arriv per prima e si gett singhiozzando fra le braccia della sua povera amica.
Dalla finestra si vedevano arrivare le carrozze svoltando dal cancello: arrivavano al trotto. Voci
risuonavano nel grande vestibolo; signore vestite di nero (Giovanna non le conosceva)
entravano in camera. L'abbracciava la contessa di Coutelier.
L'abbracciava la viscontessa di Briseville. D'un tratto si accorse che la zia Lisetta strisciava
verso di lei. Oh, zia Lisetta! La strinse al petto con tenerezza, e quella quasi quasi sveniva.
Giuliano entr, chiuso in un lutto strettissimo, elegante, affaccendato, soddisfatto di
quell'affluenza. Parl sottovoce a sua moglie per domandarle un consiglio. Aggiunse
confidenzialmente:
"Tutta la nobilt intervenuta. Questa una cosa che porta i suoi frutti." Se ne and salutando,
via via, con gravit, le signore.
Zia Lisetta e la contessa Gilberta rimasero sole con Giovanna mentre la cerimonia funebre si
svolgeva, e la contessa se l'abbracciava quasi di continuo e diceva:
"Mia povera cara, mia povera povera cara!" Quando il conte di Fourville torn per prendere sua
moglie, piangeva anche lui, come se la mamma morta fosse la sua.

Capitolo 10
Seguirono giorni tristissimi: i giorni tetri sospesi su una casa vuota per l'assenza di una persona
scomparsa per sempre: giorni pieni di sofferenza per il continuo, implacabile incontro con i tanti
oggetti che hanno subto il contatto di lei. Ogni momento, un ricordo che cade sul cuore e lo

strazia. Ecco la sua poltrona, il suo ombrello rimasto nel vestibolo, il suo bicchiere che la
cameriera non ha riposto, per dimenticanza. Ovunque si trova qualcosa lasciata l per
combinazione: le forbici, un guanto, un volume le cui pagine portano i segni delle dita pesanti,
cento cose, cento nonnulla, che ora hanno ben altro aspetto, ben altra espressione, perch
ricordano cento piccoli fatti... E la sua voce ci perseguita: si crede di udirla, si vorrebbe fuggire
non importa dove, si vorrebbe sottrarsi alla persecuzione di questa casa, e bisogna invece
restare perch altri rimangono, altri vivono, soffrono, in questa povera casa.
Giovanna era poi accasciata dal ricordo di ci che aveva saputo e scoperto nella funesta veglia:
un pensiero che pesa, e il cuore infranto ormai non ne guarisce. E questa solitudine che
aumenta il gravoso segreto. L'ultima illusione caduta con l'ultima fede. Poi, dopo qualche tempo
anche il pap volle andarsene, perch aveva bisogno di muoversi, cambiar aria, evadere da
questo cupo dolore in cui tutti i giorni un po' si sprofonda. E la grande casa che vedeva cos, di
quando in quando, uno dei suoi padroni, ecco riprendeva il suo ritmo. Quando lo riperdette fu
per la malattia del piccino. Giovanna perse la ragione: rest dodici giorni senza dormire, quasi
senza mangiare. Paolo guar; ma l'idea che egli potesse morire sconvolse la madre. Oh Dio, oh
Dio! Che avrebbe fatto senza di lui? Che sarebbe accaduto di lei? E cos, dolcemente, si abitu
al pensiero di un altro bambino. Lo sogn; fu riassalita dal suo antico desiderio di avere intorno
due cari piccoli esseri: bambino e bambina.
Ma, dopo il fatto di Rosala, viveva separata da Giuliano, n sembrava possibile un
riavvicinamento, dati i loro rapporti coniugali. Giuliano amava un'altra donna: lei lo sapeva bene,
sino a fremere di ripugnanza al pensiero di nuove carezze di lui.
Eppure... eppure, a queste carezze si sarebbe rassegnata, tanto la perseguitava la bramosa di
riessere madre; ma poi si chiedeva in qual modo avrebbero potuto ricominciare a dividere il
talamo.
Giovanna sarebbe morta d'umiliazione anzich lasciar sospettare il suo pensiero, e ormai
Giuliano non si curava di lei e non vedeva in lei pi la donna. Forse avrebbe rinunziato anche
alla seconda maternit, ma ecco il sogno di ogni notte: una bambina che gioca sotto il platano
col piccolo Paolo! Talvolta perfino le prendeva la smania di alzarsi dal letto, di andare nella
stanza di lui, cos, improvvisamente, senza aprir bocca. Due volte arriv fino all'uscio: torn
indietro tutt'e due le volte, col cuore angosciato, che le batteva come per vergogna.
Il pap era partito. Mammina era morta. Giovanna non aveva pi nessuno a cui confidarsi, a cui
chiedere aiuto e consiglio. Decise allora di andare a vedere l'abate Picot, perch sentiva che
all'abate Picot avrebbe confidato il suo intimo segreto, sotto il suggello della confessione. Lo
trov che leggeva il breviario nel suo piccolo giardino che era piuttosto un frutteto.
Cos, dopo aver parlato per qualche minuto del pi e del meno, Giovanna balbett non senza
arrossire:
"Signor abate, vorrei... confessarmi..." Il prete si stup fino a togliersi gli occhiali, s, per guardarla
meglio, e poi rise.
"Oh, non dovete avere grossi peccati sulla coscienza, voi" "No, ma ho un consiglio da chiedervi"
riprese lei turbandosi tutta. "Un consiglio cos... cos... difficile a dirsi che non oso... non oso
chiedervelo qui ." Egli si spogli immediatamente della sua naturale bonariet e assunse la
dignit del suo grado.

"Ebbene, figliola mia, v'ascolter nel confessionale. Venite." No, no! Lo trattenne con
un'esitazione angosciosa per quella specie di scrupolo di parlare di certe cose "non belle" nel
raccoglimento di una chiesa vuota "Ecco, signor curato, io posso... posso .. se volete... posso
dirvi anche qui... Se andassimo a sederci laggi... sotto il chiosco?" Andarono lentamente verso
quel piccolo chiosco. Lei cercava intanto le parole, le prime parole, poi, quando si sedette con
lui, come se stesse per confessarsi, incominci:
"Padre mio..." esit ancora, ripet: "Padre mio..." e non os proseguire, sconcertatissima.
"Ebbene, figlia mia" diss'egli infine per incoraggiare quell'imbarazzo "si direbbe che non osiate.
Andiamo, su fatevi animo." "Padre mio" si decise Giovanna come un codardo che si slanci verso
un pericolo "vorrei avere un altro bambino..." Egli non sapeva proprio che dire: non capiva. Allora
Giovanna cerc di spiegarsi, perdendo le parole, confondendosi:
"Io sono sola nella vita... mio padre e mio marito non vanno d'accordo.... mia madre morta...
e... e..." (qui rabbrividisce e abbassa la voce) "l'altro giorno poco mancato che perdessi mio
figlio... E se moriva? Che sarebbe stato di me?" Tacque. Il prete la guarda senza sapercisi
raccapezzare.
"Insomma" disse "venite al fatto." Lei ripeteva sempre la stessa cosa "Vorrei un altro bambino...
Vorrei avere un altro bambino..." Allora egli sorrise, abituato com'era alle facezie grossolane dei
contadini che non avevano riguardi con lui, e rispose crollando il capo da malizioso:
"Ebbene, mi sembra che non dipenda che da voi." Giovanna alz verso di lui i suoi occhi limpidi,
onesti, e si confuse.
"Ma... ma..." balbett "voi capite che dopo quel fatto... il fatto a vostra conoscenza... della mia
cameriera... capite bene che mio marito ed io viviamo separati... gi... completamente..." L'abate
Picot era troppo abituato alle promiscuit e al costume libero della campagna per non stupirsi di
una rivelazione come questa; ma tutt'a un tratto credette di aver intuito e guard di sbieco la
giovane signora, tutto pieno di benevolenza e di simpatia per il suo tenero affanno:
"Capisco, capisco perfettamente. La vostra... s, la vostra "vedovanza" vi pesa. Siete giovane,
sana. In fin dei conti la cosa naturale... naturalissima..." Si rimetteva a sorridere, secondo il suo
temperamento di prete di campagna, e dava certi colpettini confidenziali sulla mano a Giovanna:
"E' permesso, pi che permesso, dai comandamenti. L'opera della carne non sar fatta che nel
matrimonio. Voi siete maritata, no? E non certo per piantar rape." Fino allora non aveva
compreso i sottintesi del parroco come il parroco non aveva compreso le esitazioni di lei; ma non
appena le parve intuire, divent rossa, trem, si agit, le si empirono gli occhi di lacrime: "Oh,
signor curato, che dite mai? che pensate?
Vi giuro... vi giuro che..." I singhiozzi la soffocavano.
"Ma no, ma no" ribatteva lui, tutto sorpreso, per consolarla "non ho voluto mica addolorarvi. Non
vi siete accorta che scherzavo?
Non si pu dunque scherzare? Ma contate, contate su me, potete contare su me: vedr il signor
Giuliano..." Giovanna non sapeva ormai pi che cosa dire. Forse bisognava anche rifiutare un
intervento da riputarsi inabile e pericoloso; ma non osava pi neppure questo, e scapp via
ringraziando il signor curato con un balbetto. E cos passarono per lei otto giorni, otto lunghi
giorni di un'angosciosa inquietudine.

Una sera, a pranzo, Giuliano la guard in un modo stranissimo, con una certa piega del labbro,
come una "contusione" nel sorriso, che era quasi il preannunzio del desiderio, e lei lo sapeva.
C'era anche nei suoi modi una specie di galanteria lievemente ironica; e un poco pi tardi
camminandole a fianco lungo il viale di mammina, egli si chin per dirle sottovoce all'orecchio:
"Pare che abbiamo fatto la pace." Lei non rispose. Guardava in terra, quella specie di linea
diritta, quasi invisibile, per l'erba ormai rispuntata: era la traccia del piede materno che si
cancellava come si cancella un ricordo. E si sent stringere il cuore, il suo cuore inondato di
tristezza. Era cos sperduta nella vita, lontana, divisa da tutti!
"Per me, non domando di meglio" riprese Giuliano. "Credevo di spiacerti, Giovanna." Il sole
tramontava; l'aria era dolce. Giovanna non sapeva che cosa fosse. La opprimeva come un
desiderio di pianto, un bisogno di espansione verso un cuore amico, un bisogno di abbracciare,
di stringere e di confidare insieme il suo affanno. Ecco, il singulto che sale alla gola... Apr le
braccia e cadde sul petto di lui per quest'altro sfogo di lacrime. Sorpreso, egli le guardava i
capelli, non potendo vedere il viso che gli era nascosto sul petto, e pens che sua moglie lo
amasse ancora e le depose sui capelli, presso la nuca, il suo bacio condiscendente.
Rientrarono senza parlare. Giuliano la segu nella sua stanza e pass la notte con lei.
Cos furono ripresi gli antichi rapporti. Per lui erano semplicemente un dovere, che tuttavia non
dispiace, lei li subiva come una necessit disgustosa e penosa, decisa a troncarli nettamente
appena si accorgesse di essere incinta. Ma si accorse ben presto che gli amplessi di lui erano
diversi da quelli d'un tempo: pi raffinati, forse, ma incompleti.
Oh! La trattava da amante discreto: non pi da sposo tranquillo.
Allora, una notte, Giovanna gli mormor sulla bocca:
"Perch non ti di a me completamente come una volta?" "Perbacco" il marito ghign "ma per
non ingravidarti, carina." "Perch?" chiese lei trasalendo. "Non vuoi pi averne, bambini?"
Pareva che la sorpresa lo istupidisse:
"Che? Sei pazza? Un altro bambino? Ah no davvero! Ce n' d'avanzo di uno per strillare. E il
danaro che costa. E il daffare per tutti. Ah no! Grazie, grazie." Lo prese fra le braccia, lo baci, lo
circu di carezze, gli parl sottovoce:
"Giuliano, Giuliano, te ne supplico, fammi madre ancora una volta." Egli si irrit come se lo
avessero offeso.
"Via, tu perdi la testa. Risparmiami le tue sciocchezze, da brava." Giovanna tacque, ma non si
diede per vinta, e sempre pi angustiata, sempre pi divorata dal suo desiderio, dalla sua idea
fissa, pronta ad affrontare tutto, a osar tutto, ritorn dall'abate Picot.
L'abate Picot finiva di far colazione e appariva pi rosso del solito per via di quelle palpitazioni
che lo tormentavano un po' dopo i pasti. Appena la vide entrare, egli espresse con un rumoroso
"ebbene?" tutta la sua curiosit di sapere che cosa aveva fruttato il suo consiglio.
Risoluta, adesso, senza vergogna, senza timidezza, fece di colpo:
"Mio marito non vuol pi bambini." L'abate Picot si volt verso di lei, interessato di quei misteri
intimi che gli rendevano piacevole il confessionale:

"O... come mai?" "Lui... lui..." spiegava Giovanna, gi un po' turbata, non ostante gli arditi
propositi "lui rifiuta di rendermi madre..." Il prete cap tutto. Egli sapeva bene queste cose; e si
mise a far domande precise e minute, con una golosit di uomo costretto al digiuno. Poi ci pens
su brevemente, e con voce tranquilla come se parlasse del raccolto che prometteva bene, le
prospett un piano di condotta abile per mettere a posto ogni cosa:
"Non avete che un mezzo, figliola mia, ed quello di fargli credere che siete gi incinta. Egli non
si controller pi e voi rimarrete incinta davvero." "E... se non mi crede?" os Giovanna
determinata a tutto, arrossendo fino agli occhi.
"Annunziate a tutti di essere incinta" insistette il curato che conosceva troppo bene le astuzie
che muovono e trattengono gli uomini "ditelo a tutti, ditelo dovunque, e finir per crederci anche
lui." Aggiunse, quasi per assolversi di quello stratagemma:
"E' infine il vostro diritto. La Chiesa non tollera i rapporti fra uomo e donna che allo scopo della
procreazione." Giovanna segu l'astuto consiglio; e quindici giorni dopo annunziava
tranquillamente la cosa al marito. Egli sussult:
"Non vero! E' impossibile!" Indic subito la ragione dei suoi sospetti.
"Bah" fece egli rassicurato. "Aspetta un poco. Vedrai." E domandava tutte le mattine: "Ebbene?
e cos?". E lei rispondeva:
"No, non ancora". E aggiungeva: "Sarebbe una bella delusione se non fossi incinta". Ma
Giuliano fin con l'arrabbiarsi davvero, e si mostrava irritato e furioso nello stesso tempo che
confessava di non raccapezzarcisi pi.
"S, s, non mi ci raccapezzo" diceva. "Se sapessi come questa cosa accaduta, to', vorrei
m'impiccassero." In capo a un mese diffuse la notizia. Tacque solo con la contessa Gilberta, per
una specie di pudore complesso e delicato. Quanto a Giuliano, non avvicin pi sua moglie
dopo la prima sfuriata, poi - bench a malincuore - si abitu a quell'idea, disse: "Eccone uno che
non era stato chiesto" e riprese a frequentare la camera di sua moglie. Cos trionfarono le
previsioni dell'astuzia pretesca.
Giovanna era incinta.
Allora, tutta invasa da una gioia spasmodica, chiuse la sua porta ogni sera e, in uno slancio di
riconoscenza verso la vaga divinit che adorava, si vot a perpetua castit. Era felice. E si
stupiva che il dolore per la morte di sua madre si fosse addolcito cos rapidamente. Non si era
creduta inconsolabile, fino a ieri? Ecco, in due mesi appena la piaga si rimargina, chiusa.
Resta solo una malinconia leggera, come un tenue velo di dolore gettato sulla sua vita. Nessun
altro avvenimento le sembrava possibile pi: i suoi bambini e lei che invecchia tranquilla,
contenta, senza pi occuparsi di lui.
Verso la fine di settembre l'abate Picot venne in visita di congedo con una tonaca nuova (non
aveva ancora otto giorni di macchie) e present il suo successore, l'abate Tolbiac: un prete
giovanissimo, magro, un po' piccolo, enfatico; ma gli occhi incavati e cerchiati di nero indicavano
un temperamento violento.
Al sentire che il vecchio curato veniva nominato decano di Goderville, Giovanna era stata presa
da grande tristezza. Oh, come la faccia di quel brav'uomo era legata a tutti i suoi ricordi di

fanciulla! Egli l'aveva sposata, aveva battezzato Paolo, aveva seppellito la mamma, e ormai non
poteva immaginarsi Etouvent senza la grossa pancia dell'abate Picot, che andava qua e l per i
cortili delle fattorie, e poi sentiva di volergli bene perch era allegro e sincero. Ma, nonostante
l'emozione, egli sembrava contento, e diceva:
"Mi dispiace, signora contessa; pensate che sono qui da diciotto anni. Oh, il comune rende poco
e non vale granch. Gli uomini non fanno gran calcolo della religione, e le donne... quelle,
vedete, non hanno moralit. Le ragazze non si avvicinano all'altare per maritarsi se prima non
hanno fatto un pellegrinaggio a Nostra Signora del Ventre Grosso, e i fiori d'arancio inutile
cercarli da queste parti. Tanto peggio, s, tanto peggio, ma io lo amavo, questo paese, lo
amavo." Il nuovo curato faceva segni di impazienza, smaniava, arrossiva, e fin col dire
bruscamente: "Con me le cose andranno altrimenti".
Aveva l'aria di ragazzo rabbioso, pallido, magro, nella sua sottana un po' consunta, s, ma pulita.
L'abate Picot gli diede un'occhiata di sbieco come faceva nei momenti di buon umore.
"Vedete, abate mio, per impedire certe cose bisognerebbe che metteste alla catena tutti i vostri
parrocchiani, e poi... e poi..." "Lo vedremo" rispose alteramente il pretino "Ecco, l'et; vi calmer
l'et" disse il vecchio curato annusando la sua presa di tabacco. "E poi sar l'esperienza. Perch
altrimenti, allontanereste dalla chiesa gli ultimi fedeli, e buona notte. In questo paese sono
testardi, ma testardi, badate! In fede mia, quando vedo venire alla predica una ragazza che mi
pare un po' grossa, dico fra me: "Costei mi conduce un parrocchiano di pi" e procuro di metterla
in regola. Credetemi, voi non potete impedir loro di peccare, ma potrete andar a trovare il
giovanotto e impedirgli di abbandonare la piccola mamma. Maritateli abate, maritateli, e non
occupatevi di altro." Il nuovo curato rispose con durezza:
"Noi pensiamo in modo diverso. E' inutile insistere." L'abate Picot si rimise a rimpiangere il suo
villaggio, il mare che vedeva dalle finestre del presbiterio, le vallicelle concave dove si recava a
leggere il breviario, guardando di lontano passare i battelli. Poi i due preti si congedarono. Il
vecchio abbracci Giovanna che quasi piangeva.
Otto giorni dopo, l'abate Tolbiac ritorn e si mise subito a parlare delle riforme che stava
compiendo come avrebbe potuto fare un principe che prende possesso del suo stato; poi preg
la signora viscontessa di non mancare alla messa domenicale; poi le raccomand la comunione
nelle solennit.
"Voi e io" diceva "siamo a capo del paese, noi dobbiamo governarlo e quindi necessario
mostrarci sempre come un esempio da seguire.
Bisogna essere uniti per essere potenti e rispettati. Se la chiesa e il castello si daranno la mano,
la capanna ci temer e ci obbedir." Ma la religione di Giovanna era fatta di sentimento, e lei
aveva quella fede sognante che hanno quasi sempre le donne, s che, se osservava press'a
poco i precetti della chiesa, era sopra tutto per un'abitudine conservata fin dal convento, poich
la filosofia del barone aveva scosso da tempo le sue convinzioni. L'abate Picot si era
accontentato del poco che lei aveva potuto dargli e non l'aveva mai rimproverata; ma il
successore non la pensava mica cos. Non avendo visto la dama in chiesa la domenica dopo,
era ricomparso al castello inquieto e severo.

Giovanna non volle mettersi in rotta e promise per compiacenza, sapendo bene quanto la sua
assiduit sarebbe durata: non pi di quelle prime settimane. Ma a poco a poco cedette
all'abitudine e fin col subire l'influenza di quel fragile prete autoritario e tutto d'un pezzo. Eppure
sentiva, in virt del suo misticismo, che quell'esaltazione e quegli ardori di prete non le
spiacevano e che egli faceva vibrare in lei quella corda della poesia religiosa che risuona in tutte
le anime femminili. Un'austerit rigidissima, un disprezzo del mondo e della sensualit, un
disgusto delle preoccupazioni umane, un timore di Dio senza limiti, la giovanile e selvaggia
inesperienza, quella parola rude, quella volont inflessibile, tutto ci dava a Giovanna un'idea
dei martiri e del martirio, e si lasciava sedurre, lei addolorata e delusa, dal fanatismo inflessibile
di un ragazzo ministro di Dio. Perch egli la guidava al Cristo consolatore mostrandole come le
mistiche gioie calmano tutte le sofferenze e la poveretta si inginocchiava davanti a questo prete
che sembrava avesse, al pi, quindici anni.
Ma ben presto la campagna lo odi. D'una severit rigidissima verso se stesso, egli si mostrava
con gli altri di un'intolleranza implacabile. E ci che lo indignava ed esaltava e lo metteva fuori di
s era quella cosa orrenda: l'amore. Nelle sue prediche ne parlava con veemenza, in termini
crudi, secondo l'uso ecclesiastico, lanciando su un uditorio di contadini certi periodoni tonanti
contro la concupiscenza, e tremava di rabbia, battendo i piedi, esaltato, spaventato dalle
immagini evocate nelle sue stesse sfuriate. Allora le ragazze e i giovanotti si scambiavano
occhiatine furtive da una parte all'altra della chiesa, e i vecchi contadini che amavano sempre
scherzare su queste cose disapprovavano l'intolleranza del piccolo curato ritornando alla
fattoria, dopo la messa, accanto al figlio in blusa turchina e alla fattoressa in nera mantiglia. Il
paese intero era sconvolto. Si raccontavano a bassa voce le severit del nuovo curato al
confessionale, si sbigottiva al rigore delle penitenze che egli infliggeva; ma quando egli si ostin
a rifiutare l'assoluzione alle ragazze la cui castit aveva ceduto, allora incominciarono i motteggi.
Alle messe solenni, se si notava qualche ragazza rimasta al suo banco invece d'andarsi a
comunicare con le altre, erano tutti sogghigni e risatine. Poi, egli si mise a spiare gl'innamorati.
Voleva impedire che si incontrassero, voleva fare come fanno le guardie coi bracconieri. Nelle
notti di luna dava la caccia agli amanti dietro i granai, fra i boschetti di giunchi, sul versante delle
costarelle. Una volta ne scopr due che, vedendolo, non si staccarono: essi tenevano le braccia
allacciate alla vita e andavano cos allacciati verso un borro colmo di sassi.
Il prete grid:
"Volete finirla una buona volta, tangheri che siete?" "Pensate agli affari vostri" gli rispose il
giovanotto voltandosi.
"Questi, signor curato, non sono affari che riguardino voi." Allora il prete si chin a raccogliere
sassi e ne scagli contro quei due come si fa con i cani. E quei due se ne fuggirono ridendo,
felici, ma egli li denunzi, nomi e cognomi, in piena chiesa. Cos i giovanotti del paese
cessarono di andare alle funzioni.
Il curato tutti i gioved pranzava al castello, ma si recava spesso durante la settimana a parlare
con la sua penitente che si esaltava con lui, discuteva sulle cose materiali, maneggiava tutto il
vecchio e complicato arsenale delle controversie religiose.
Camminavano insieme in su e in gi per il grande viale della baronessa parlando di Cristo e
degli Apostoli, della Vergine e dei santi padri come se li avessero conosciuti: di quando in
quando si arrestavano proponendosi questioni profonde che erano soltanto mistiche ubbie, lei
perdendosi in ragionamenti poetici che salivano al cielo come razzi, lui, pi preciso,
argomentando come un avvocato monomane che dimostri matematicamente la quadratura del
circolo.

Giuliano trattava il nuovo curato con grande rispetto, e ripeteva sempre: "Questo prete mi piace:
non transige" e si confessava e comunicava volentieri, per dar l'esempio, con una certa
prodigalit.
Ora Giuliano andava quasi ogni giorno dai Fourville, tanto pi che il conte amava averlo
compagno come cacciatore e non poteva fare a meno di lui, e con la contessa continuava ad
andare a cavallo nonostante le piogge e il tempo cattivo.
"Sono fanatici con quel loro cavallo" il conte osservava. "Ma il cavalcare fa bene a mia moglie." A
met novembre torn finalmente il barone. Era malato, invecchiato, fiacco, sopraffatto da una
tristezza cupa che aveva invaso il suo spirito. Sembrava quasi che l'amore per la sua cara
Giovanna fosse accresciuto; come se quei mesi di triste solitudine avessero acuito, esasperato il
suo bisogno di tenerezza e di confidenza. E Giovanna non gli confid le sue nuove idee, n il
suo ardore religioso, n la sua intimit con l'abate Tolbiac; ma la prima volta che egli vide il
pretino prov un'antipatia veemente contro di lui, e quando la figlia gli chiese: "Come lo trovi?"
egli rispose francamente che quell'uomo gli sembrava un inquisitore e doveva essere molto
pericoloso. Poi seppe dai suoi amici contadini tutte le severit del curato e le sue prepotenze e
quella specie di persecuzione contro le leggi e gli istinti congeniti e l'odio avvamp nel suo
cuore. Egli era della razza dei vecchi filosofi adoratori della natura che si inteneriscono se
vedono due animali accoppiarsi, restano in ginocchio davanti a una specie di Dio panteista e si
ribellano alla concezione cattolica di un Dio con intenzioni borghesi, collere gesuitiche, vendette
da tiranno; un Dio che rimpiccioliva la creazione, fatale, senza limiti, onnipotente, mentre la
creazione era luce, terra, pensiero, pianto, roccia, uomo, aria, bestia, stella, Dio, insetto; e
creava appunto perch era la creazione, pi forte della volont, pi vasta della ragione,
produttrice sempre, senza scopo e senza fine in tutti i sensi e in tutte le forme, attraverso l'infinit
dello spazio, seguendo le necessit del caso e le vicinanze dei soli che riscaldano il mondo. La
creazione conteneva tutti i germi, poich il pensiero e la vita si sviluppavano in lei come i fiori e i
frutti sugli alberi. Per lui dunque la riproduzione era la gran legge generale, alta, sacra
rispettabile, divina, che compie l'oscura e costante volont dell'Essere Universale. E cominci di
fattoria in fattoria una campagna animosa contro il prete intollerante persecutore della vita.
Giovanna ne fu desolata. Pregava il Signore, pregava e implorava suo padre, ma egli
inesorabile:
"Bisogna combattere questi uomini. E' nostro dovere, nostro diritto. Non sono umani."
Riprendeva, scuotendo la sua zazzera bianca:
"Non sono umani: non capiscono nulla; agiscono in una fatale incoscienza. Sono antifisici" e
gridava come per maledire: "antifisici!" Il prete sentiva perfettamente il nemico, ma voleva restar
padrone del castello e della giovane signora, e cos temporeggiava, sicuro, convinto della vittoria
finale. E poi c'era l'idea fissa:
gli amori di Giuliano e Gilberta che aveva scoperto per caso.
Voleva farla finita anche con questi.
Un giorno, trovandosi in visita, dopo una conversazione mistica, lunghissima, eterna, egli chiese
finalmente a Giovanna di unirsi a lui per combattere, uccidere il male che era sulla sua stessa
famiglia, per salvare due anime in pericolo. Lei non comprese.

Volle sapere. Il prete rispose che l'ora non era ancora venuta.
"Arrivederci presto" e scomparve.
L'inverno stava per finire: un inverno marcio, come si dice in campagna, umido, tiepido. L'abate
Tolbiac ritorn qualche giorno pi tardi e parl, in termini oscuri, di una di quelle relazioni
indegne fra persone che dovrebbero essere irreprensibili; e poi a chi spetta impedire con tutti i
mezzi questi orrendi fatti se non a coloro che li sono venuti a conoscere? Pass, a poco a poco,
a considerazioni pi elevate, finch afferr le mani di lei e la scongiur di aprire gli occhi, di
comprendere, di aiutarlo, in nome di Dio. Giovanna aveva capito, s, questa volta; aveva capito e
taceva, spaventata al pensiero della tempesta che poteva addensarsi sulla sua casa, per il
momento tranquilla, e fingeva di cader dalle nuvole: che voleva mai dire l'abate? Allora egli
tronc gl'indugi, parl chiaramente.
"E' un dovere spiacevole che sto per compiere, signora contessa, ma non posso fare altrimenti.
E' il mio ministero che m'impone di non lasciarvi ignorare un fatto che voi potete impedire.
Sappiate dunque che vostro marito mantiene una relazione colpevole con la signora di
Fourville." Abbass la testa, rassegnata, senza pi forza.
"Ebbene?" riprese il prete. "Che contate di fare?" Allora Giovanna balbett:
"Che cosa volete che faccia?".
"Combattere" rispose lui con violenza. "Combattere questa passione colpevole." "Ma se mi ha
gi ingannata con una cameriera; ma se non mi ascolta; ma se non m'ama pi; se mi maltratta
appena esprimo un desiderio che non gli garbi... Che cosa posso fare io? che cosa posso fare
io?" "Allora piegate la testa? L'adulterio sotto il vostro tetto! Voi consentite. Voi tollerate. Il
delitto si compie sotto i vostri occhi e voi guardate da un'altra parte. Chi siete voi? Non siete una
sposa? una cristiana? una madre?" "Che cosa volete che faccia? che cosa volete che faccia?"
singhiozzava la poveretta.
"Tutto, piuttosto che permettere questa infamia. Tutto, vi dico, tutto. Abbandonatelo, fuggite da
questa casa immonda!" "Ma io non ho denaro, signor abate. E poi sono senza coraggio.
Partire cos senza prove... Mi pare di non averne il diritto..." "E' la vilt che vi consiglia" grid il
prete levandosi fieramente.
"Io vi credevo, diversa signora. Voi siete indegna della misericordia di Dio." "Oh, ve ne prego"
disse cadendo in ginocchio "consigliatemi, consigliatemi, non abbandonatemi." "Aprire gli occhi
al signor di Fourville" consigli il prete con voce secca, implacabile. "E' il signor di Fourville che
romper questa relazione. Tocca a lui." "Ma li ucciderebbe" grid Giovanna impaurita a questo
pensiero. "E dovrei essere io a denunciarli? Signor abate, no, questo no." Allora egli alz la
mano come per maledirla, tutto rosso e vibrante di collera:
"Restate nella vostra onta e nella vostra colpa, giacch voi siete pi colpevole di loro. Voi, voi, la
sposa compiacente! Qui non mi resta altro da fare" e fece l'atto di andarsene cos furibondo che
tutto il suo corpo tremava.

Giovanna lo segu, smarrita, disposta a cedere, disposta a promettere, ecco, s, prometteva; ma


egli era tutto in preda alla sua santa ira e camminava a passi sempre pi rapidi, agitando il suo
ombrellone azzurro, alto come lui. Vicino al cancello si imbatt proprio in Giuliano che dirigeva i
lavori di potatura, e allora svolt a sinistra, per attraversare la fattoria dei Couillard, e ripeteva
sempre: "Lasciatemi, signora; non ho pi niente da dirvi". E si diresse verso il cortile, l dove un
crocchio di ragazzi, della casa e del vicinato, tutti aggruppati intorno al casotto della cagna
Mirza, osservavano curiosamente qualcosa, attenti, silenziosi, come concentrati in quello
spettacolo. In mezzo ad essi il barone (sembrava un maestro di scuola) guardava pure con
interesse, le mani dietro la schiena. Ma quando scorse di lontano l'abate, fil diritto, per evitare
di incontrarlo, salutarlo, parlargli.
E Giovanna veniva dietro, sempre supplicando:
"Lasciatemi qualche giorno, signor abate, poi ritornate al castello... Vi dir quel che avr potuto
fare, quel che avr preparato... ci regoleremo..." Passarono l'una e l'altro presso il gruppo dei
ragazzi in mezzo al cortile, e il curato si avvicin per vedere. Era la cagna che partoriva. Mentre
il prete si curva, la bestiola rattrappita si allunga, si allarga e appare il sesto canino. Tutti i
monelli si mettono a gridar dalla gioia.
"Eccone un altro! eccone un altro! un altro!" Era un gioco, non pi che un gioco: un gioco
naturale in cui non v'era niente di impuro, e consideravano quella nascita come avrebbero
guardato cader delle mele.
L'abate Tolbiac dapprima allib, poi, preso da furore irresistibile, lev alto il grande ombrellone e
con quello, picchiando all'impazzata, sbaragli la ragazzaglia, finch si trov davanti soltanto la
cagna partoriente che si sforzava di alzarsi essa pure. Ma egli non le lasci il tempo di drizzarsi,
ch la copriva gi della sua rabbia, e la povera bestia, come incatenata, gemeva di strazio
dibattendosi sotto la furia dei colpi. In quel momento, si spezz l'ombrellone. Allora, a mani
libere, il prete mont sulla cagna, calpestandola, spiaccicandola, massacrandola, mentre la
povera bestia sotto la violenta pressione metteva al mondo un altro piccino; un altro colpo di
tallone brutale e il corpo sanguinolento fin di agitarsi in mezzo ai piccoli neonati che pigolavano,
ciechi, incapaci di muoversi e pur cercando oscuramente il latte materno.
Giovanna era scappata; ma il prete a un tratto si sent preso per il collo, e uno schiaffo fece
volare il tricorno: era il barone che, esasperato, port il prete di peso fin presso il cancello e lo
gett in mezzo alla strada. Si volse, e vide sua figlia ginocchioni che singhiozzava sui poveri
cagnolini e li raccoglieva nella sottana. Egli ritorn a gran passi verso di lei, gesticolando,
gridando:
"Eccolo, eccolo, l'uomo in gonnella! L'hai visto adesso? l'hai visto?" I contadini accorrevano; tutti
guardavano la bestia massacrata.
"Ma possibile" disse Couillard " possibile essere selvaggi fino a questo punto?" Giovanna
aveva raccolto i sette neonati e pretendeva di allevarli.
Si tent di dare loro del latte; ne morirono tre il giorno dopo.
Pap Simone corse per tutto il paese in cerca di una cagna che allevasse i piccini; non trov che
una gatta, e diceva che sarebbe andata bene lo stesso. Bisogn allora uccidere altri tre cuccioli
e affidare l'ultimo, come il pi fortunato, alla cara nutrice dell'altra razza. La gatta adott

immediatamente il cagnolino e gli tese la mammella cos coricata sul fianco. Ma per non esaurire
la madre adottiva, il cagnolino fu svezzato in capo a quindici giorni e Giovanna si incaric di
nutrire lei stessa col poppatoio il povero Tot. Lo aveva chiamato Tot; il barone volle
ribattezzarlo e lo chiam Massacro.
L'abate Tolbiac, che non si era pi fatto vedere, lanci dall'alto al pubblico, la domenica dopo,
non si sa quante imprecazioni, maledizioni e minacce contro il castello dicendo che bisognava
introdurre il ferro infuocato nelle piaghe, scagliando anatemi contro il barone, che ne rise,
accennando con un'allusione velata, ancora timida, ai nuovi amori di Giuliano. Giuliano ne fu
esasperato, ma il timore di uno scandalo maggiore ferm l per l la sua collera. Allora, di predica
in predica, il prete ripet gli annunzi delle sue vendette, profetando che si avvicinava l'ora di Dio,
che tutti i suoi nemici sarebbero stati colpiti da Dio.
L'altro scrisse all'arcivescovo una lettera rispettosa, ma energica. L'abate Tolbiac fu minacciato
di sanzioni, e tacque.
Adesso lo si incontrava che camminava a grandi passi, esaltato, con la faccia stravolta. Giuliano
e Gilberta, nelle loro passeggiate a cavallo, lo incontravano spesso, talvolta lo vedevano
spuntare di lontano in fondo alla pianura o sulla spiaggia, come un punto nero, altre volte lo
trovavano che stava leggendo il breviario nella stessa valletta dove stavano per scendere, e
allora facevano svoltare i cavalli per non passargli vicino.
La primavera era venuta a ravvivare l'amore di quei due, gettandoli ogni giorno l'uno nelle
braccia dell'altro, ora qui ora l, sotto un qualsiasi riparo incontrato nelle loro scorribande.
Ma il fogliame era rado e l'erba umida e non potevano ancora perdersi fra i cespugli dei boschi
come in estate, e cos finivano col nascondere i loro amori vagabondi nella capanna mobile di un
pastore abbandonata fin dall'autunno in cima alla costa di Vaucotte. Era l, quella capanna,
isolata, alta sulle ruote, a cinquecento metri dal declivio, proprio nel punto in cui cominciava il
ripido pendio della vallata. L erano sicuri, l non sarebbero stati colti in flagrante, perch
dominavano la pianura, e i cavalli, cos legati alle stanghe della capanna, avevano l'abitudine di
aspettare pazientemente che i loro padroni fossero sazi di baci. Se non che, un giorno, nel
momento che essi lasciavano questo rifugio, scorsero l'abate Tolbiac, seduto, quasi nascosto tra
i giunchi della scogliera. Giuliano credette necessario lasciare i cavalli gi nel burrone, perch
altrimenti li avrebbero potuti denunciare di lontano: avrebbero fatto la spia. E da quel momento
presero l'abitudine di legare i cavalli in una sinuosit della valle tutta aggrovigliata di sterpi. Poi,
una sera, mentre ritornavano tutt'e due alla villa, dove dovevano pranzare col conte,
incontrarono il curato di touvent che usciva dal castello e che, facendosi da parte per lasciar
passare i colpevoli, salut, ma senza guardare negli occhi. I due l per l si sorpresero, ma fu
un'inquietudine breve.
Ai primi di maggio, in un pomeriggio di gran vento (Giovanna indugiava ancora al caminetto, e
leggeva), scorse d'un tratto il conte di Fourville che veniva avanti cos di furia, cos scalmanato,
che temette una disgrazia. Si alz, gli and incontro, lo guard in viso: era pazzo. Aveva sulla
testa un grosso berretto di pelo che portava solo in casa, la solita giacca da caccia lo infagottava
dandogli qualcosa di selvaggio, era cos pallido che i suoi baffi rossicci che non spiccavano di
solito su una faccia molto colorita, parevano accesi, di fiamma, e gli occhi erravano muti,
smarriti, vuoti di pensiero.

"E' qui mia moglie?" "Veramente... non l'ho veduta... oggi..." Allora sedette, come se gli si
fossero spezzate le gambe. Si tolse il berretto, si asciug la fronte col fazzoletto pi e pi volte.
Poi balz in piedi, si avvicin alla signora, le mani tese, la bocca spalancata, come se volesse
parlare, confidarle il suo strazio, ma si arrest, la guard fissamente, delir:
"Ma vostro marito, vostro marito... Anche voi..." E fugg verso il mare.
Giovanna corse dietro per fermarlo, chiamando, implorando, con la morte nel cuore. Perch, s,
egli sapeva tutto. E ora? e ora? Che avrebbe fatto? Oh Dio, purch non li trovasse! Correva,
correva senza poterlo raggiungere, e lui non la vedeva, non l'ascoltava, andava sempre avanti,
come se avesse una sicurezza, una mta: valicava il fossato, scavalcava le canne, via via a
passi di gigante, fino al declino. Giovanna, dritta sul boscoso pendio, lo segu lungamente con gli
occhi, poi lo perse di vista e dovette rientrare tutta divorata dall'ansia. E lui va, svolta a destra, si
rimesso a correre. Il mare romba rotolando i suoi cavalloni, grosse nubi nerastre arrivano folli,
veloci, passano, svoltano inseguite da altre compagne pi folli, rovesciando ognuna una marea
d'acqua. Il vento fischia, geme, spiana l'erba, curva le messi recenti, trasporta nella sua corsa
come dei fiocchi di spuma che sono grandi uccelli marini e li trasporta l fra le campagne.
Via, fra le spighe di grano che gli spazzano il viso, gli bagnano i baffi e le guance, riempiono di
strepito le sue orecchie, riempiono di tumulto il suo cuore. Ecco, laggi, davanti a lui, la valle di
Vaucotte che apre la sua gola profonda. Null'altro fin l che una capanna di pastore presso una
stalla di montoni vuota. Due cavalli legati alle stanghe della casetta mobile. Essi erano l.
Che mai potevano temere con quella tempesta?
Appena li scorge, egli si mette per terra bocconi e si trascina sulle mani e sui ginocchi, come una
specie di mostro, cos coperto di fango e con quel berretto di pelo, e si arrampica, su, fino alla
capanna solitaria, e vi si nasconde al di sotto per non essere svelato dalle fessure dell'assito. Ma
i cavalli lo vedono e si inquietano. Col coltello che ha in mano egli taglia le briglie, cos che quelli
fuggono via impauriti nella tempesta, impauriti della stessa grandine che flagella il tetto inclinato
della casetta di legno facendola tremare sulle ruote. Allora egli si drizza sulle ginocchia, accosta
l'occhio alla porta, a uno spiraglio e guarda: guarda dentro. Ora non si muove pi, sembra
attendere. Passa un tempo infinito. A un tratto, si alza tutto coperto di fango, pieno di fango dalla
testa ai piedi. Con un gesto da forsennato, spinge il catenaccio che chiude la capanna dal di
fuori, e poi afferra le stanghe e poi si mette a scuotere quella nicchia come per fracassarla, e poi
a quelle stanghe si attacca come una bestia da soma, piegando l'alta figura in uno sforzo
disperato, tirando simile a un bue, soffiando, ansimando, e trascina verso il ripido pendio la
casetta mobile e quelli che vi sono dentro, quelli che gridano, quelli che battono i pugni nel
tavolato senza saper che succede. Ecco il precipizio, ecco l'orlo!
Allora egli lascia la casetta leggera che rotola gi gi per la costa inclinata, precipita nella sua
corsa pazza, gi gi, saltando, inciampando, ballonzolando come una bestia, percuotendo la
terra con le stanghe. Un vecchio mendicante che sta rannicchiato in un fosso la vede passare
d'un balzo quasi sopra la sua testa, sente grida disperate partire da quella cassa di legno, e la
cassa di legno perde una ruota in una scossa violenta e si abbatte su un fianco e si mette a
rotolare come una palla, come una casa divelta rotolerebbe gi da una montagna. Eccola giunta
all'orlo dell'ultimo burrone, e sobbalza, descrive una curva, precipita nel fondo, si schiaccia
laggi come un uovo. Allora il vecchio mendicante che l'ha vista passare, scende cautamente fra
i rovi, finch la sua prudenza di contadino non lo consiglia di evitare il casotto sventrato, ma di
raggiungere piuttosto la vicina fattoria dove racconter l'accaduto. Accorre gente; cercano tra i
frantumi; appaiono due corpi sanguinolenti, pesti, maciullati. Lui ha la fronte spaccata, il volto
fracassato; la mascella di lei penzola, forse staccata da un urto; povere membra molli come se
non avessero ossa sotto la carne.

Furono tuttavia riconosciuti; e quella gente fece lunghe supposizioni sulla causa dell'infortunio.
"Che cosa facevano in quel casotto?" chiese una donna.
Naturale, secondo il mendicante, che si erano rifugiati l dentro per ripararsi dalla bufera e il
vento impetuoso aveva dovuto svellere e precipitare la casupola: e spiegava che egli stesso
stava per nascondercisi quando aveva visto i cavalli legati alle stanghe e aveva capito che il
posto era preso. "Senza di questo" aggiunse con una certa soddisfazione "sarebbe capitata a
me." "Non sarebbe stato meglio?" disse qualcuno.
"Perch? Perch sarebbe stato meglio?" replic il buon uomo quasi infuriandosi. "Perch io
sono povero e loro sono ricchi?
Guardateli, guardateli ora." E cos, tutto tremolante, lacero, sordido, grondante acqua, la barba
incolta e i lunghi capelli spioventi dal cappellaccio sformato mostr i due cadaveri con la punta
del suo bastone ricurvo:
"Tutti uguali davanti a Quella!".
Altri contadini erano giunti e guardavano attorno con occhio inquieto, sornione, spaventato,
egoista e vigliacco. Si deliber sul da farsi. Fu deciso che i corpi sarebbero stati portati al
castello, nella speranza di una ricompensa. Si attaccarono due carrettelle; ma qui sorse una
nuova difficolt; alcuni erano del parere di coprire semplicemente di paglia il fondo della carretta,
altri avrebbero voluto mettervi dei materassi, per convenienza.
"Ma si inzupperanno di sangue" disse la donna che aveva gi parlato "e poi bisogner lavarli,
quei materassi." Intervenne un grosso fattore dal viso gioviale! "Vi pagheranno bene. Pi
coster, pi sar caro." E l'argomento parve decisivo. Le due carrette, alte, sospese alle ruote,
senza molle, partirono al trotto, l'una di qua, l'altra di l, scuotendo, sballonzolando ad ogni urto
dei solchi profondi quei rimasugli di esseri umani.
Il conte di Fourville, dopo aver visto rotolare la casupola sul ripido pendio, si era dato alla fuga,
velocissimo, attraverso la pioggia e la burrasca. Aveva corso cos parecchie ore, passando le
strade, saltando gli argini, devastando le siepi, ed era tornato allo scendere della notte, senza
sapere come, al castello. I domestici lo aspettavano, spaventati. Dissero che i due cavalli erano
ritornati senza cavalieri. Dissero che il cavallo del signor Giuliano aveva seguito l'altro, della
dama.
Il signor di Fourville barcoll.
"Sar capitata qualche disgrazia con questo tempo orribile" disse con voce rotta. "Si vada in
cerca di loro." Ripart egli stesso; ma appena lo perdettero di vista, si nascose in un rovo e
rimase l a spiare la strada per la quale doveva tornare morta o moribonda, forse storpiata, forse
sfigurata per sempre, colei che egli amava ancora selvaggiamente. E la carretta che portava
qualcosa di strano pass. S, egli se la vide passare davanti, nel suo nascondiglio.

Dinanzi al castello la carretta sosta un momento. Poi entra. E' lei, s, lei; ma un'angoscia
spaventosa lo inchioda l, nel suo covo, un'ansia di sapere, uno spavento della verit, e non si
muove pi, si accovaccia, resta l come una lepre, trasalendo al minimo soffio. Aspetta un'ora,
aspetta due ore. La carretta non esce. Pensa che sua moglie sta forse per rendere l'ultimo
respiro, e allora il pensiero di vederla, di incontrare il suo sguardo, lo riempie di tale orrore, di tal
raccapriccio, che ha perfino paura di essere scoperto nel suo nascondiglio, di essere obbligato a
rientrare per assistere a quell'agonia. E fugge ancora; si rintana nel mezzo del bosco. Poi, quasi
di colpo, riflette che forse ha bisogno di soccorso e nessuno l'assiste, e torna indietro disperato
correndo. Ecco, il giardiniere al cancello. Gli grida:
"Ebbene?". Quegli non sa rispondere. "E' morta?" Il servitore balbetta: "S, signor conte". E
allora come il sollievo; la calma che penetra nel sangue, che entra nei muscoli, e cos egli
sale a passo franco i gradini del grande scalone.
L'altra carretta era giunta all'altro castello. Giovanna la vide di lontano, si accorse del materasso,
indovin che un corpo v'era steso sopra, e cap tutto. Allora cadde svenuta. Quando riprese i
sensi, suo padre le teneva il capo e le bagnava le tempie d'aceto.
Poi le domand se sapeva. Lei mormor: "S, pap". Volle alzarsi.
Non pot, non pot, tanto soffriva.
La sera stessa partor una creatura morta: era una piccina.
Non vide nulla del seppellimento di lei, non vide e non seppe pi nulla. Si accorse soltanto dopo
un giorno o due che era tornata zia Lisetta. Nelle allucinazioni febbrili che l'agitavano cercava di
ricordarsi con ostinazione da quanto tempo la vecchia zitella fosse partita dai "Pioppi", in quale
epoca, in quali circostanze.
Non ci riusciva nemmeno nei momenti di lucidit: era sicura soltanto di averla vista dopo la
morte della sua povera mamma.

Capitolo 11
Giovanna rimase tre mesi nella sua camera, cos debole e pallida che la credevano e la
dicevano perduta, ma poi a poco a poco si riprese. Il babbo e la zia non l'abbandonavano pi,
restavano, si stabilivano ai "Pioppi". Quelle ultime scosse avevano lasciato la poveretta prostrata
e con una malattia nervosa: il minimo rumore la faceva quasi svenire: cadeva in lunghe sincopi
per nulla.
Com'era morto Giuliano? Non aveva mai chiesto. Non chiedeva. Che gliene importava? Non ne
sapeva abbastanza? Tutti credevano a una disgrazia, ma lei non si faceva illusioni, lei custodiva
nel suo cuore quel suo tormentoso segreto, ed era la sicurezza dell'adulterio, era la visione di
quell'improvvisa e terribile visita del conte, il giorno della catastrofe. Ed ecco, ora, la sua anima

come penetrata di ricordi teneri, dolci e malinconici delle brevi ore d'amore che le aveva un
giorno prodigato il suo sposo.
Trasaliva spesso a certi inattesi risvegli, e rivedeva lui da fidanzato, rivedeva il Giuliano che le
era stato caro per quella breve passione sbocciata sotto il sole della Corsica. I suoi difetti si
erano come affievoliti al ricordo, sparite le durezze, attenuate le infedelt, via via che i giorni
accrescevano la lontananza fra la vita e la tomba Era come se Giovanna fosse invasa da una
specie di gratitudine postuma per quell'uomo che l'aveva tenuta fra le braccia, e scartava le
sofferenze passate per non sognare che i giorni felici. Poi, il perpetuo fluire del tempo, i mesi che
si susseguivano ai mesi, copersero d'oblio, come di una polvere accumulata, reminiscenze e
dolori: Giovanna si era dedicata interamente a suo figlio.
Ecco l'idolo, l'unico pensiero dei tre esseri riuniti intorno a lui, ed ecco il regno del despota. Una
specie di gelosia nacque in ciascuno dei tre schiavi, a cominciare dalla madre che non guardava
di buon occhio il nonnino quando riceveva i baci del piccolo in cambio della galoppata sul
ginocchio. E la povera zia, negletta da lui come era stata sempre da tutti, trattata come una
serva da questo padrone che non spiccicava ancora le parole, la zia Lisetta si chiudeva a
piangere in camera sua paragonando sconsolatamente quelle poche insignificanti carezze che
le toccavano, mendicate e appena ottenute, con le grandi espansioni che toccavano di diritto alla
mamma e al nonnino.
Passarono cos due anni: due anni tranquilli senza alcun avvenimento; con la preoccupazione
incessante del piccolo. Sul principio del terzo inverno si decise di andare a stabilirsi a Rouen,
fino alla primavera, e tutta la famiglia part. Ma, arrivati alla vecchia dimora abbandonata e
umida, Paolo cadde malato: e fu una bronchite cos grave che si temette degenerasse in
pleurite, e i tre poveri esseri smarriti si convinsero che non poteva fare a meno dell'aria dei
"Pioppi" e ve lo ricondussero appena guarito.
Ebbe inizio una serie di anni monotoni e dolci. Sempre insieme, tutt'e tre, intorno al piccolo: ora
nella sua stanza, ora nel gran salone, ora in giardino: e si estasiavano ai balbettamenti, alle
espressioni strane, alle mossette. La mamma lo chiamava, per vezzo, Paolino; ma era una
parola difficile per quel bamberottolo che diceva invece Pollino, e non da dire quanto facesse
ridere una simile inesattezza. Il soprannome rest: egli non era pi n Paolo n Paolino: era
Pollino.
Poich cresceva in fretta, una delle preoccupazioni predilette dei suoi tre ammiratori (il barone
diceva "le tre madri") era di misurargli la statura, e cos fu che sulla parete di fronte alla porta del
salone piccoli segni a matita ne indicarono, di mese in mese, il progresso. Questa scala,
battezzata "la scala di Pollino", occupava un posto considerevole nell'esistenza di tutti.
Poi un nuovo individuo venne a rappresentare in famiglia una parte importante: il cane
"Massacro", che era stato in un primo tempo negletto dalla padrona preoccupata unicamente del
figlio. Sicch il povero Massacro, nutrito da Liduina e messo a dormire in un vecchio barile
davanti alla scuderia, era vissuto solitario e sempre alla catena; finch un giorno il bambino lo
not e si mise a gridare per andar incontro al cane e abbracciarlo. E quando con infinite
precauzioni lo avvicinarono a Massacro, il cane fece festa al bambino e il bambino pianse
perch non voleva pi essere separato da un simile amico. Da allora Massacro fu liberato e
ammesso in famiglia. E divenne l'amico di Paolo: l'amico di tutte le ore. Cane e bimbo si
rotolavano insieme, dormivano vicini sul tappeto, anzi Massacro fin col dormire nel letto di
Paolino che non voleva pi lasciare il suo amico. Giovanna talvolta se ne desolava a causa delle

pulci, ma zia Lisetta cominci a nutrire un rancore sordo verso quel cane che prendeva tanta
parte delle possibilit affettive del piccolo, perch era tutto amore - cos le sembrava - rubato a
lei, conteso al suo desiderio.
Rare visite si erano scambiate coi Briseville e coi Coutelier; solo il sindaco e il medico
rompevano regolarmente la solitudine del vecchio castello. Giovanna, dopo la strage della cagna
e sospettando che il prete avesse una parte di responsabilit nella morte orribile della contessa
e di Giuliano, non entrava pi in chiesa, irritata contro un Dio che poteva avere di questi ministri.
E l'abate Tolbiac, di quando in quando, lanciava anatemi con allusioni chiare contro il castello: il
castello, sicuro, visitato dallo Spirito del Male, dallo Spirito di Eterna Rivolta, dallo Spirito di
Menzogna e di Errore, dallo Spirito di Iniquit, dallo Spirito di Corruzione e d'Impurit. Cos egli
designava il barone.
Quasi tutti, d'altronde, si tenevano lontani dalla sua chiesa, e quando egli andava per i campi
dove i lavoratori spingevano l'aratro, i contadini non solo evitavano di fermarlo e parlargli, ma si
giravano dall'altra parte per non salutarlo. Si credeva perfino che fosse uno stregone perch
aveva scacciato il demonio da un'ossessa, si diceva che egli conoscesse parole misteriose per
scongiurare i malefici: le "diavolerie" o magari anche (era il suo pregio) le "burle di Satana".
Stendeva le mani sulle mucche che davano il latte turchino o che avevano la coda attorcigliata, o
faceva ritrovare gli oggetti smarriti borbottando una misteriosa parola. Il suo spirito gretto e
fanatico si dava con passione allo studio dei libri religiosi che trattano dell'apparizione del
Diavolo sulla terra, le diverse manifestazioni della sua potenza, le sue influenze occulte, che
sono infinite, tutte le risorse di cui dispone, i soliti raggiri delle sue innumerevoli astuzie. E
siccome egli si sentiva particolarmente chiamato a combattere questa potenza tenebrosa e
fatale, si era premunito di tutte le formule di esorcismi indicate nei manuali ecclesiastici. Cos
che l'abate Tolbiac credeva sempre di sentir errare nell'ombra il Maligno, ed ecco sulle sue
labbra lo scongiuro immancabile: "Sicut leo rugiens circuit quaerens queum devoret".
Allora il terrore della sua fama occulta si diffuse. I suoi stessi colleghi, preti ignoranti di
campagna, quelli per cui Belzeb un articolo di fede, quelli che si turbano delle prescrizioni
minuziose dei riti nel caso che si manifesti quella potenza del male e giungono a confondere la
religione con la maga, quei poveri pretonzoli considerarono l'abate Tolbiac n pi n meno che
uno stregone e lo rispettarono tanto per il potere occulto che gli attribuivano quanto per
l'irreprensibile austerit della vita.
L'abate Tolbiac, incontrando Giovanna, non salutava. E non a dire come questo stato di cose
turbasse la zia Lisetta che nel suo animo timoroso di vecchia zitella non capiva, proprio non
capiva come si potesse disertare la chiesa. Perch lei era pia, certamente, si confessava e si
comunicava bench non si sapesse e non si cercasse di sapere. E allora quando era sola con
Paolo - ma sola, veh, proprio sola - gli parlava a bassa voce, misteriosamente, di Dio, ed era "il
buon Dio". Egli l'ascoltava quasi con attenzione se gli narrava storie prodigiose, ma se diceva
che era necessario amarlo molto, il buon Dio, allora faceva una smorfia e chiedeva:
"Ma dov', zia, il buon Dio?" Quella indicava il soffitto, con una gran paura del barone:
"Lass, lass, ma non bisogna dirlo." Un giorno le disse, Pollino: "Il buon Dio dappertutto ma
non in chiesa". E si capiva che si era confidato col nonno e che il nonno rispondeva cos alle
rivelazioni della zia.
Ora aveva dieci anni, il ragazzo, e sua madre ne dimostrava almeno quaranta. Era forte, era
audace, turbolento: sapeva arrampicarsi sugli alberi: non sapeva fare quasi altro. Tutte le volte
che il nonno provava a mettergli un libro davanti, ecco l'immancabile interruzione materna:

"Lascialo stare, lascialo giocare. Non bisogna affaticarlo troppo.


E' tanto ragazzo!" Per lei, aveva sempre sei mesi o un anno. Appena si rendeva conto che
camminava, correva, parlava come un ometto, cos che lei viveva nel perpetuo timore che
cadesse che avesse freddo, che avesse caldo (quando si agitava), che mangiasse troppo per il
suo stomaco, troppo poco per il suo sviluppo. Nacque, proprio in quel tempo, una grave
questione: quella della prima comunione. Un bel mattino la zia Lisetta si presenta in camera di
Giovanna e le fa notare che non si pu lasciare pi a lungo quel povero piccolo senza
l'adempimento dei primi doveri, e mette in campo mille argomenti, invoca mille ragioni, in primo
luogo l'opinione autorevole delle persone di conoscenza. La madre si turba, esita, indecisa,
crede che si possa aspettare ancora un pochino. Ma un mese pi tardi era in visita dalla
viscontessa di Briseville, che le domandava come a casaccio:
"Non quest'anno che il vostro Paolo deve far la sua prima comunione?" Giovanna, presa alla
sprovvista, mormor: "Sissignora" e fu questa semplice parola che la decise, e senza dire nulla
a suo padre incaric zia Lisetta di portare il ragazzo al catechismo.
Per un mese, tutto and bene. Ma Pollino torn una volta con la gola roca, e il giorno dopo
tossiva. Sua madre lo interrog spaventata, e seppe cos che il curato lo aveva mandato ad
aspettare la fine della lezione sulla porta della chiesa (con quella corrente d'aria dell'atrio!)
perch aveva fatto il cattivo.
Allora non lo mand pi alle lezioni e prefer insegnargli in casa, alla buona, quella specie di
alfabeto della religione; ma l'abate Tolbiac, nonostante le suppliche di Lisetta, rifiut di
ammettere Paolino fra i comunicandi perch "non sufficientemente istruito".
E cos l'anno dopo: "non sufficientemente istruito"! Il barone giur e spergiur che il ragazzo non
aveva bisogno di credere a quelle sciocchezze, a quel simbolo puerile della transustanziazione,
per essere un galantuomo; e fu deciso che sarebbe stato educato da cristiano, ma non da
cattolico praticante: libero, liberissimo alla maggiore et di fare il piacer suo. Ma Giovanna, che
aveva recentemente visitato i Briseville, not che la visita non veniva restituita, e ne fu un poco
stupita conoscendo la gentilezza meticolosa di quella gente.
La marchesa di Coutelier, con alterigia, le disse come andavano le cose. Perch la marchesa di
Coutelier, per la posizione di suo marito, il marchese di Coutelier, per il suo titolo autentico, per
la sua ricchezza considerevole, si riteneva una specie di regina della nobilt normanna, e
regnava da vera sovrana mostrandosi, secondo le occasioni, gentile o sgarbata, e ammoniva e
redarguiva o dispensava le sue grazie. Questa volta, dopo alcune parole glaciali, sentenzi in
tono secco:
"La societ si divide in due classi: quelli che credono in Dio e quelli che non credono in Dio. Gli
uni, anche i pi semplici, sono amici nostri: gli altri non possono essere nulla per noi." Giovanna
sent l'attacco e si difese:
"Non si pu credere in Dio senza frequentare le chiese?" "No, signora. I fedeli vanno a pregar
Dio nella sua chiesa come si va a trovare gli uomini nelle loro case." "Dio dappertutto" riprese
Giovanna, ferita. "Quanto a me, se credo dal fondo del cuore alla sua bont, non lo sento pi
quando certi preti si mettono fra lui e me.
La marchesa si alz.

"Il sacerdote porta il vessillo della Chiesa. Chiunque non segue il suo vessillo contro di lui e
contro di noi." Giovanna si era alzata, a sua volta, e fremeva.
"Signora, voi credete al Dio di un partito. Io credo al Dio della gente onesta." Salut e usc.
Per, per, anche i contadini la biasimavano di non aver fatto fare la comunione a Pollino.
Perch i contadini non andavano alle funzioni, non si accostavano ai sacramenti, o a mala pena
si comunicavano a Pasqua, secondo le formali prescrizioni della Chiesa; ma per le creature era
un'altra cosa, per i marmocchi l'inimicizia o l'indifferenza cadeva, e quella gente si sarebbe
ritratta davanti all'audacia di educare un ragazzo al di fuori della legge comune: insomma...
insomma, la religione era la religione.
Si accorse subito di essere cos disapprovata, e si indign nella sua anima di tutti questi
patteggiamenti, di queste transazioni con la coscienza e di questo mercanteggiare, di questa
gran paura di tutto, della vilt annidata in fondo ai cuori, la bella vilt dissimulata da tanta
rispettabilit quando vorrebbe far capolino.
Il nonno assunse la direzione degli studi di Paolo e pens di iniziarlo al latino. La madre non
aveva che una raccomandazione:
"Soprattutto non affaticarlo troppo" e restava inquieta dietro la porta della stanza da studio
perch il barone gliene aveva vietato l'ingresso, dato che aveva gi provato a interrompere le
lezioni in ogni momento per chiedere: "Hai freddo ai piedi, Pollino?" o anche: "Pollino, ti fa male
la testa?" o magari, interrompendo il maestro: "Non lo far parlar tanto: gli stanchi la gola".
Appena veniva rilasciato, il ragazzo scendeva in giardino, con la mamma e la zia, tanto pi che
aveva cominciato ad appassionarsi alla terra e la coltivava a suo modo, cos che a primavera
anche la mamma e la zia lo aiutavano a piantare giovani alberi o seminavano erbe o si
incantavano a vederle spuntare e tagliavano i rami e coglievano fiori per farne grandi mazzi.
Il maggior pensiero del giovinetto era forse la coltivazione delle insalate. S'era messo a dirigere
quattro grandi quadrati dell'orto dove coltivava con cura infinita lattughe, lattughe romane,
cicoria, indivia, radicchi, tutte le specie conosciute di queste piante commestibili, e vangava e
annaffiava e sarchiava e trapiantava, e le sue due mamme gli andavano dietro
sommessamente, poich le faceva lavorare come due donne a giornata, n era difficile vederle
in ginocchio sulla terra grassa (sporche le mani, macchiati i vestiti) mentre introducevano quelle
radici di tenere pianticine nei buchi che scavavano con un solo dito ficcato nella terra
perpendicolarmente.
Ecco Pollino gi grande, eccolo gi a quindici anni: la scala del salone segna esattamente un
metro e cinquantotto centimetri. Ma egli rimasto spiritualmente un bambino, ignorante, un po'
sciocco, e come soffocato tra quelle due donnette e quel vecchio, quel caro vecchio amabile, ma
che ormai ha fatto il suo tempo. Una sera infine il barone parl di collegio, e la madre non trov
di meglio da fare che mettersi a piangere mentre, sgomenta, zia Lisetta se ne stava
rincantucciata in un angolo buio.
"Ma che bisogno ha mai di saper tante cose?" azzard la povera mamma. "Ne faremo un uomo
di campagna, un 'gentilhomme campagnard'. Coltiver le sue terre come fanno tanti nobili, vivr
e invecchier felice in questa casa dove avremo vissuto prima di lui, dove moriremo... Che gli si
pu chiedere di pi?" Ma il barone crollava la testa:

"Che cosa gli risponderai se a venticinque anni ti dir: 'Non so niente, per colpa tua, per colpa
del tuo egoismo materno. Ecco, mi sento incapace di lavorare, di diventare qualcuno, eppure
non ero fatto per questa vita oscura, per questa vita umile e triste a cui mi ha condannato la tua
imprevidente tenerezza...'".
Piangeva sempre: implorava sempre che le lasciassero il figlio.
"Dimmi, Pollino, dimmi, non mi rimprovererai di averti troppo amato?" "No, mamma" rispondeva
quel fanciullone.
"Me lo giuri?" "S, mamma." "Vuoi restar qui, non vero?" "S, mamma." Allora il barone parl
con chiarezza, con fermezza:
"Senti, Giovanna. Tu non hai il diritto di disporre cos di quella vita. Ci che tu fai vile, quasi
criminoso s, perch sacrifichi tuo figlio alla tua felicit individuale." "Sono stata cos disgraziata"
gemette la poveretta singhiozzando, nascondendo la faccia tra le mani. "Oh, cos disgraziata!
Ora che sono tranquilla con lui, ora me lo portano via... Che cosa sar io mai? Sola, sola,
sempre sola..." "E io, Giovanna?" chiese il padre dolcemente, e le sedette vicino, l'attir al suo
petto, stringendola forte.
Giovanna gli cinse il collo con furia, lo abbracci con violenza, e poi, ansimante, ancora
soffocata dai singhiozzi, fin col dargli ragione.
"S, forse vero, pap... Ero pazza, ma ho tanto sofferto! S, desidero anch'io che entri in
collegio..." Senza capire chiaramente che cosa stavano per fare di lui, il ragazzo si mise a
piagnucolare. Allora le sue tre madri lo baciarono, gli fecero coraggio, e quando si rinchiusero
nelle proprie stanze, mamma, nonno e zia Lisetta avevano il cuore stretto e finirono col piangere
a letto, non escluso il barone che aveva sempre dimostrato di sapersi, almeno lui, contenere.
Fu dunque deciso che alla riapertura delle scuole si sarebbe chiuso il figliolo in un collegio
dell'Havre, e cos nell'estate Pollino ebbe pi carezze che mai. Sua madre, che piangeva spesso
al pensiero della separazione, prepar per lui un corredo spettacoloso come se dovesse
intraprendere un viaggio di dieci anni; e un mattino d'ottobre, dopo una notte insonne, salirono
con lui in una carrozza a due cavalli e partirono al trotto. In un viaggio precedente avevano gi
scelto il suo posto: il posto in classe, il posto in dormitorio. Mamma e zia passarono tutto il
giorno a disporre gli oggetti nel piccolo com, ma il mobile non conteneva nemmeno la quarta
parte di quello che avevano portato e la madre chiese del provveditore per ottenerne subito un
altro. Fu chiamato l'economo, il quale non pot esimersi dal dichiarare che tanti effetti ed oggetti
avrebbero soltanto ingombrato senza servire mai veramente; poi rifiut la concessione col
regolamento alla mano. La madre, delusa, pens di affittare una stanza d'albergo
raccomandando all'albergatore di recare egli stesso a Pollino ci che egli avrebbe richiesto. Poi
fecero un giro lungo il porto per veder entrare e uscire i piroscafi. La triste sera cadde sulla citt
che si illumin a poco a poco. Pranzarono in una trattoria: nessuno aveva fame: si guardavano
l'un l'altro con gli occhi un po' umidi: i piatti passavano davanti ai commensali e tornavano
indietro quasi intatti. Poi, lentamente, ripresero la via del collegio. Ragazzi, ragazzi di tutte le
stature arrivavano da tutte le parti, in compagnia di qualcuno: mamme, parenti, domestici. Molti
piangevano. Si udiva qualche singhiozzo, qualche sommessa voce di pianto nel grande cortile
appena rischiarata da un lume. La madre e Pollino si strinsero a lungo. Zia Lisetta restava
indietro, gi, dimenticata lei, dimenticata! E nascondeva la faccia nel fazzoletto, povera vecchia
zia. Ma il barone che cominciava a intenerirsi anche lui, accorci autorevolmente gli addii, e

trascin lontano sua figlia. La carrozza li attendeva alla porta: salirono in silenzio tutti e tre: si
trott verso i "Pioppi" che era notte. Di quando in quando un singhiozzo, nell'ombra...
Giovanna, il giorno dopo, pianse fino a sera. Quell'altro giorno fece attaccare e part,
naturalmente, per l'Havre. Il ragazzo sembrava si fosse gi rassegnato alla separazione; per la
prima volta in vita sua aveva dei compagni e il desiderio di giocare, nello stesso parlatorio, lo
faceva saltare sulla sedia. Ritorn cos ogni due giorni; non manc per l'uscita delle domeniche.
Non sapendo che fare durante le lezioni fra l'una e l'altra ricreazione, se ne stava seduta in
parlatorio, senz'aver n la forza n il coraggio di allontanarsi di l, finch il provveditore la esort
a venire meno spesso. Naturalmente, non tenne conto di una raccomandazione come questa.
Allora il superiore avvert che se continuava cos, cio se distoglieva il figliolo dallo studio, se gli
impediva di unirsi ai compagni nelle ore di riposo, egli avrebbe dovuto ridarglielo, e di ci fu
avvertito con un biglietto il barone. Rimase dunque ai suoi "Pioppi" guardata a vista come una
prigioniera, aspettando le vacanze con maggiore ansiet di quanto non le aspettasse suo figlio.
Allora l'assal una strana inquietudine: girava sola qua e l per il paese, passava intere giornate
fantasticando a vuoto, in compagnia di Massacro, passava ore e ore a guardare il mare seduta
sulla scogliera, scendeva fino a Yport attraverso il bosco, rifacendo le antiche passeggiate, coi
ricordi che la perseguitavano. Com'era lontano il tempo in cui aveva percorso quelle stesse
strade fanciulla, fanciulla inebriata di sogni!
Ogni volta che rivedeva suo figlio le sembrava come se fossero stati separati per tanto tempo:
dieci anni! Egli diventava uomo di mese in mese: di mese in mese diventava sempre pi
vecchia. Il barone sembrava suo fratello. Zia Lisetta aveva l'aria di una sorella maggiore; perch
quella non invecchiava e restava com'era a venticinque anni: appassita. E Pollino, lui, non
studiava:
ripet la quarta, la terza non and n bene n male, ma ripet la seconda, e quando si trov in
liceo aveva esattamente vent'anni.
Era diventato un giovanottone biondo, con favoriti gi folti, e c'era anche l'ombra dei baffi. Ormai
era lui che veniva, ogni domenica, ai "Pioppi", tanto pi che da qualche tempo frequentava una
scuola di equitazione e con un cavallo preso a nolo faceva la strada in due ore. La mattina
presto la madre gli andava incontro con la zia Lisetta e col nonno (il barone si curvava sempre
pi, camminava come un vecchietto, le mani dietro la schiena, quasi volesse sostenersi a quel
modo) e andavano lentamente lungo la strada sedendosi a volte sul margine di un fossato o
guardando da lontano se non si vedesse ancora il bel cavaliere. Appena il giovanotto appariva,
come un punto nero sulla linea bianca, i tre agitavano i loro fazzoletti e lui metteva il suo cavallo
al galoppo per piombare come l'uragano, cos che i teneri cuori femminili si impaurivano e il
nonno si esaltava e gridava: "Bravo, bravissimo!" con l'entusiasmo di chi non pi da tanto.
Sebbene Pollino avesse sopravanzato sua madre di tutta la testa, Giovanna lo trattava sempre
come un bambino, gli chiedeva ancora:
"Non hai freddo ai piedi, Pollino?" e quando egli passeggiava davanti alla gradinata fumando
una sigaretta, apriva una finestra per gridargli: "Ti prego, Pollino, non uscire a capo scoperto: ti
prenderai un raffreddore di testa". Ma soprattutto tremava di inquietudine quando il figliolo
partiva a cavallo, di notte: "Oh Dio, mio piccolo Pollino, non andrai troppo in fretta! Per carit, sii
prudente: pensa alla tua povera mamma che morirebbe se ti capitasse qualcosa...".
Ma ecco che, un sabato mattina, riceve una lettera di Paolo con l'annuncio che domani non
verr per via di una gita di piacere che gli hanno organizzato gli amici. E cos per tutta la
domenica fu torturata dall'angoscia, per non sapeva quale presentimento, e il gioved successivo

non pot pi resistere: part. Le sembr cambiato senza che se ne spiegasse il motivo. Era pi
animato, parlava con disinvoltura, aveva una voce maschia. Disse subito, come una cosa tutta
naturale:
"Sai, mamma, giacch sei venuta oggi, non verr domenica ai "Pioppi". Rifaremo ancora una
gita." L'altra rest colpita, soffocata, come se egli le avesse annunziato che partiva per il nuovo
mondo.
"Oh Pollino!" esclam quando pot parlare. "Che hai, Pollino?
Dimmi che succede." "Nulla" rispose egli ridendo e abbracciandola. "Vado a divertirmi coi miei
amici, mamma: l'et." E lei non seppe che dire. Era l'et! Ma, ritornando al castello, sola,
rannicchiata nella carrozza, le venne uno strano pensiero:
non aveva riconosciuto il suo Pollino, il suo piccolo Pollino, il suo ragazzo d'un tempo. Si
accorse per la prima volta, si accorse che era grande, che era cresciuto, che non era pi suo,
che voleva vivere a modo proprio, senza occuparsi dei vecchi. Le sembrava che egli si fosse
trasformato, in un giorno. Come? Era suo figlio, il suo piccolo povero ragazzo che una volta le
faceva piantar l'insalata (lattuga e radicchio, indivia e cicoria) quel giovanotto robusto la cui
volont si affermava?
Per due mesi Paolo non torn a rivedere i suoi cari che a lunghi intervalli, e sempre col desiderio
(oh, glielo leggevano in viso) di andarsene presto, cercando di guadagnare un'ora ogni volta.
Giovanna si spaventava, e il padre le ripeteva sempre per consolarla:
"Lascialo fare, quel ragazzo. Ha vent'anni!" Ma un giorno si presenta un signore d'et, assai mal
vestito, che chiede con un forte accento teutonico: "La signora contessa?" e, dopo molti saluti e
complimenti, tira fuori di tasca un portafogli sordido e dichiara: "Io afere... piccola carta per foi..."
e tende, spiegandolo, un foglio di carta unta.
Giovanna lesse, rilesse, guard l'ebreo, rilesse ancora, infine domand:
"Ebbene? Che cosa vuol dire?" Il vecchio spieg tutto ossequioso:
"Fi dir. Fostro figlio afefa bisogno di danaro et io, sapendo foi essere buona matre, gli ho dato
piccola somma per suo pisogno..." Tremava.
"Ma perch non chiederla a me?" L'ebreo spieg che si trattava di un debito di gioco da pagare il
giorno dopo, prima di mezzogiorno: che Paolo non era ancora maggiorenne e perci nessuno gli
avrebbe prestato un centesimo:
che il suo onore sarebbe stato "compromesso" senza il "piccolo servizio di favore" che lui
l'ebreo, aveva reso a quel giovanotto.
Giovanna avrebbe voluto alzarsi, chiamare suo padre, ma era come se non ne avesse la forza:
l'emozione la paralizzava. Disse infine a quello strozzino:
"Volete avere la compiacenza di suonare il campanello?" Egli esit, come temendo un inganno.
"Se fi disturba, torner..." No, no: lei fece segno di no con la testa. Il vecchio suon: e
aspettarono, l'uno di fronte all'altro, in silenzio.

Comparve il barone. Cap subito di che si trattava. L'obbligazione era per millecinquecento
franchi. Ne pag mille, dicendo all'uomo, gli occhi negli occhi:
"Soprattutto: non tornate mai pi." L'altro saluta, si inchina, scompare.
La madre e il nonno partirono immediatamente per l'Havre; ma in collegio si sentirono dire che
Paolo non si era pi fatto vivo da un mese. Il rettore, anzi, aveva ricevuto quattro lettere firmate
da Giovanna: la prima annunziava una malattia dell'allievo, le altre davano ampie e dettagliate
notizie con l'ausilio dei certificati medici: tutto falso, naturalmente. Quei poveretti restavano l a
guardarsi, muti, atterriti.
Il rettore, desolato, li condusse dal commissario di polizia.
Giovanna e suo padre alloggiarono, per quella notte, all'albergo.
E il giorno dopo il giovanotto fu trovato all'Havre in casa di una poco di buono. E lo condussero
via, lo portarono ai "Pioppi" senza che una sola parola fosse scambiata fra loro durante il
tragitto.
Giovanna piangeva sommessamente con la faccia nascosta nel fazzoletto; Paolo, indifferente,
alzava gli occhi a guardar la campagna.
In otto giorni si scopr che negli ultimi tre mesi aveva fatto debiti per una somma discreta:
quindicimila franchi. I creditori non si erano fatti subito avanti perch sapevano che ben presto
egli sarebbe stato maggiorenne.
Niente, niente, nessuna "spiegazione". Si voleva riconquistarlo con la dolcezza. Gli offrivano
pietanzine delicate, gli sorridevano, lo blandivano, quasi a finirlo di guastare. Era di primavera. E
gli si noleggi a Yport un battellino perch potesse fare (oh, i nuovi timori di Giovanna!) tutte le
gite in mare che voleva. Solo, non gli si lasciava il cavallo per paura che ritornasse ancora
laggi. Disoccupato, egli divenne irritabile, talvolta perfino brutale. Invece il barone si inquietava
per via degli studi incompleti, mentre Giovanna si spaventava all'idea di una separazione e nello
stesso tempo si chiedeva che cosa avrebbero fatto di lui.
Una sera, Paolo non torn. Si seppe che era andato in barca con due marinai. Sua madre
ansiosa scese a Yport, senza niente in testa, di notte. C'erano alcuni uomini che attendevano
sulla spiaggia il ritorno dell'imbarcazione. Appare al largo un piccolo lume: viene, si approssima,
dondola. Ma Paolo non c', non a bordo. Non a bordo perch si fatto condurre all'Havre,
all'Havre!
La polizia ebbe un bel cercarlo: questa volta non lo trov. La ragazza che lo aveva gi nascosto
una prima volta era anche lei scomparsa senza lasciar traccia: venduto il mobilio, pagato l'affitto.
Nella stanza di Paolo, ai "Pioppi", si scoprirono due lettere di questa ragazza che sembrava
pazza d'amore per lui, e poi questa ragazza parlava di un certo viaggio in Inghilterra, avendo
trovato finalmente (questo affermava) i denari.
Quei tre poveretti vissero silenziosi e tristi al castello nel cupo inferno delle torture morali. I
capelli della madre, gi grigi, erano ormai tutti bianchi. Si chiedeva ingenuamente perch il

destino la colpisse cos. E fu il giorno che ricevette una lettera dell'abate Tolbiac: "Signora, la
mano di Dio pesa su voi.
Voi gli avete rifiutato il vostro bambino. Egli ve l'ha preso per gettarlo nelle braccia di una
sgualdrina. Non aprite gli occhi nemmeno a questo avvertimento del Cielo? La misericordia del
Signore infinita. Forse vi perdoner se voi verrete a inginocchiarvi davanti a Lui. Io sono il suo
servitore ed io vi aprir la porta della sua Casa quando verrete a bussarvi". Rimase a lungo cos,
con questa lettera in grembo. Forse era vero. S, forse quel che diceva il prete era vero. E tutte
le incertezze religiose, ecco, venivano a straziare, a lacerare la sua coscienza. Dio poteva
essere vendicativo e geloso come gli uomini?
Ma se Egli non si fosse mostrato geloso, chi lo avrebbe temuto?
Nessuno. Chi lo avrebbe adorato? Nessuno. Per farsi meglio conoscere a noi, senza dubbio,
Egli si mostrava agli uomini coi loro stessi sentimenti. E allora il dubbio vile che spinge nelle
chiese coloro che esitano, coloro che dubitano, penetr dentro di lei, al punto da spingerla una
sera, al calar della notte, verso il presbiterio, e cos, di nascosto, si inginocchi ai piedi dello
smunto abate implorando l'assoluzione. Egli le promise un mezzo perdono, non potendo Iddio
riversare tutte le sue grazie sopra un tetto che proteggeva un uomo come il barone Le Perthuis
des Vauds.
"Voi" afferm "sentirete presto gli effetti della Divina Provvidenza." Infatti, due giorni dopo,
ricevette una lettera del suo figliolo; e nell'esaltazione del suo affanno consider questa lettera
come il principio del sollievo promesso dal sacerdote:
"Mia cara mamma, non essere inquieta. Sono a Londra in buona salute, ma ho gran bisogno di
denaro. Non abbiamo pi un soldo e non mangiamo tutti i giorni. Colei che mi segue e che amo
con tutta l'anima mia ha speso tutto ci che possedeva per non lasciarmi, cio cinquemila
franchi, e tu capisci che rendere questa somma per me obbligo d'onore. Tu sarai cos buona
da anticiparmi una quindicina di migliaia di franchi sull'eredit del pap, perch io sar presto
maggiorenne. Mi trarrai cos da un grande imbarazzo.
"Addio, cara mamma. T'abbraccio con tutto il cuore e cos abbraccio il nonno e zia Lisetta. Spero
di rivederti presto. Tuo figlio, Visconte Paolo di Lamare."
Le aveva scritto! Dunque... non la dimenticava. Non pens nemmeno che egli bussava a
quattrini. Ma s, gliene avrebbe mandato del denaro, poich egli non ne aveva pi. Che
importava il denaro? Le aveva scritto! E corse, piangendo, a mostrare questa lettera al padre.
Zia Lisetta fu chiamata e si rilesse parola per parola questa cara carta di lui. Ogni frase fu
ripetuta. Ogni frase fu discussa. E Giovanna passava dalla disperazione completa a una specie
di ebbrezza, e lo scusava, Paolo, il suo Paolo:
"Ritorner, ritorner presto. L'ha scritto!" "E' lo stesso" disse, pi calmo, il barone. "Egli ci ha
lasciati per quella femmina.
Dunque l'ama pi di noi perch non ha esitato tra lei e noi." Era un ragionamento cos chiaro che
si ripercosse nel cuore di Giovanna con una fitta acutissima, e da quel momento la poveretta si
sent nascere l'odio, un odio invincibile, selvaggio, un odio di mamma gelosa, per quell'amante
che le rubava il figliolo. Fino a quel momento tutti i suoi pensieri erano stati per Paolo. Appena
ricordava che una sgualdrina fosse stata la causa dei suoi errori; ma ora, d'un tratto, da quando
le avevano evocato la rivale, da quando le avevano rivelato il suo funesto potere, ecco, sentiva
che fra lei e quella donna cominciava una lotta accanita e pensava perfino che avrebbe preferito
perdere suo figlio piuttosto che dividerlo con quella. Tutta la sua gioia croll. D'accordo col padre

mand i quindicimila franchi al figliolo, e non se ne seppe nulla per ben cinque mesi. Dopo
cinque mesi si presenta un uomo d'affari per regolare la successione di Giuliano. Giovanna e il
barone rendono i conti senza discutere: concedono anzi la parte di usufrutto che toccherebbe
alla madre. Paolo intasca centoventimila franchi e ritorna a Parigi. E scrive quattro lettere in sei
mesi:
lo stile conciso: un po' freddine le proteste d'affetto in ogni chiusa. "Lavoro: trovato un posto
alla Borsa. Spero di abbracciarvi tutti ai 'Pioppi', miei cari." Non una parola della donna e quel
silenzio diceva pi che se avesse parlato di lei per quattro pagine. Giovanna sentiva quella
donna nascosta dietro le lettere gelide, era l, era l, l'implacabile, l'eterna nemica delle madri, la
prostituta.
I tre solitari discutevano sempre sul modo di salvare quel poveretto, e non trovavano nulla. Un
viaggio a Parigi? A che scopo? Il barone era del parere di lasciar esaurire quella passione: poi il
ragazzo sarebbe tornato da s. Ma intanto, che vita penosa! Giovanna e la zia continuano ad
andare in chiesa di nascosto del vecchio... E passa il tempo, e le notizie non giungono: finch un
brutto giorno arriva una lettera, una lettera disperata, che mozza il respiro:.
"Mia povera mamma, io sono perduto, non mi resta pi che bruciarmi le cervella: se tu non vieni
in mio aiuto. Una speculazione che presentava tutte le probabilit del buon successo, andata a
rotoli e io sono debitore di ottantacinquemila franchi. Se non pago, la rovina, il disonore,
l'impossibilit di poter fare qualcosa in avvenire. Sono perduto, ti ripeto, e mi uccider anzich
sopravvivere alla vergogna. Forse lo avrei gi fatto, senza l'incoraggiamento di una donna di cui
non ti parlo, ma che la mia provvidenza. Ti bacio dal fondo del cuore, mia cara mamma, e
forse per sempre. Addio.
Paolo."
Alcuni fogli di carta bollata aggiunti alla lettera davano i chiarimenti particolareggiati del disastro.
Il barone rispose immediatamente che avrebbe provveduto. Part per l'Havre per consultarsi e
trattare; poi ipotec alcune terre ed ebbe il denaro per Paolo. Paolo rispose con tre lettere piene
di tenerezza e di entusiasmo, annunciando sempre il suo prossimo arrivo, per abbracciare i cari
parenti; ma non si fece mai vivo.
Un anno intero pass.
Giovanna e il barone stavano per andare in cerca di lui e tentare un ultimo sforzo, quando
seppero da un suo biglietto che era di nuovo a Londra a costituire un'impresa di battelli a
vapore: PAOLO DELAMARE E COMPANY. Egli scriveva: "E' la fortuna assicurata per me, forse
la ricchezza. E non rischio nulla. Voi vedete gi tutti i vantaggi. Quando ritorner, avr una bella
posizione sociale.
Oggi, non vi sono che gli affari per trarsi d'impaccio".
Tre mesi pi tardi la compagnia dei piroscafi era in stato di fallimento, e il direttore ricercato per
irregolarit nei libri commerciali. Giovanna ebbe una crisi di nervi che dur parecchie ore: poi si
allent. Il barone riparte per l'Havre, vede, si informa, parla con avvocati, parla con uomini

d'affari e con uscieri, constata che il deficit della societ DELAMARE di


duecentotrentacinquemila franchi, ipoteca di nuovo i suoi beni.
Gravato per una forte somma il castello dei "Pioppi" con le sue due fattorie... Una sera,
mentr'egli regolava le ultime formalit in un gabinetto di procuratore, rotol sul pavimento, per un
colpo apoplettico. Giovanna fu avvertita da un messo ma quando arriv sul luogo, il suo povero
pap era spirato. Ritorn ai "Pioppi" cos annientata che il suo dolore era pi che disperazione,
stordimento. L'abate Tolbiac nonostante le suppliche delle due donne, non volle il cadavere in
chiesa, e il barone fu seppellito senza cerimonia, sul far della notte.
Paolo (sempre nascosto in Inghilterra) seppe della disgrazia da uno dei liquidatori del suo
fallimento, e scrisse per scusarsi di non essere venuto, avendo appreso la disgrazia con troppo
ritardo.
"D'altronde" diceva "ora che mi hai tolto da ogni impiccio, rientrer in Francia e cos potr
riabbracciarti." Ma Giovanna viveva in un tale abbattimento di spirito che sembrava non capire
pi nulla.
Verso la fine dell'inverno, zia Lisetta, in et di sessantotto anni, ebbe una bronchite che
degener in polmonite. Disse: "Mia povera Giannetta, io vado a chiedere al buon Dio che abbia
piet di te", e spir dolcemente. Giovanna la segu al cimitero, vide cadere la terra sulla cassa e
quasi svenne, come prostrata dal desiderio di finire, di morire anche lei, di non soffrir pi, di non
pensare pi, e allora si fece avanti una robusta contadina che afferr quella poveretta fra le sue
solide braccia e se la port via con s, in braccio, proprio come una bambina.
Al castello, Giovanna, che aveva passato cinque notti al capezzale della vecchia zia, si lasci
spogliare e mettere a letto da quella sconosciuta che la maneggiava con dolcezza e con
autorit, e cadde in un sonno profondo, un sonno d'esaurimento, dopo tanta fatica e tanto
dolore. E si svegli a mezzanotte. Ardeva una lampada sul caminetto. Una donna dormiva su
una poltrona, l vicino. Chi era?
Non la riconosceva. E si sporgeva sulla sponda del letto, per sapere. Difficile distinguere i
lineamenti in quella luce tremolante dello stoppino che fluttuava nell'olio di un bicchiere di
cucina. Eppure... eppure le sembrava di aver visto quel viso.
S, qualche volta. Ma quando? Dove? La donna dormiva tranquilla col capo inclinato sulla spalla,
e la cuffia era caduta per terra.
Poteva avere quaranta, quarantacinque anni: forte, colorita, quadrata, possente... Le mani
pendevano abbandonate ai lati della poltrona. E i capelli alle tempie erano grigi... Giovanna
guardava ostinata, con quel turbamento dello spirito che proprio del risvegliarsi da un sonno
febbricitante che segue a una grande sventura. Oh s, aveva gi visto quel viso! Da molto
tempo? Da poco? Non sapeva. Nulla sapeva. E si alz piano piano per guardar la dormiente pi
da vicino, le si accost in punta di piedi. S, era lei, era la donna che l'aveva presa in braccio al
cimitero, e poi coricata. Ricordava confusamente, s, ma ricordava. Non l'aveva incontrata
altrove, in un'altra epoca della sua vita?
Oppure credeva di riconoscerla soltanto per il ricordo oscuro di quell'ultimo giorno? E come mai
la sconosciuta era in questa stanza, e perch?
La donna solleva le palpebre, vede la signora, si drizza di colpo.

Sono cos vicine, faccia a faccia, che i loro petti quasi si toccano.
"Come? In piedi? Prenderete un malanno, a quest'ora. Tornate a letto, che sar meglio." "Chi
siete?" domanda Giovanna.
Ma la donna apre le braccia, afferra quel povero corpo, lo solleva, lo riporta a letto, con la sua
forza virile. E mentre lo adagia delicatamente sulle coltri, piegata, quasi coricata su quel povero
corpo, si mette a piangere e a baciare: bacia con passione quel viso, bacia quei capelli, bacia
quegli occhi, bacia e bagna di lacrime, e dice:
"Mia povera padrona, signorina Giovanna, signorina Giovanna, non mi riconoscete dunque pi?"
"Rosala?" Si buttano le braccia al collo, si stringono e si baciano e singhiozzano tutt'e due e,
cos strette, mescolano le loro lacrime: non si sciolgono pi.
Rosala fu la prima a calmarsi.
"Adesso basta. Bisogna che facciate giudizio. Non dovete prendere freddo." Raccolse le
coperte, rincalz il letto, riaccomod il guanciale sotto il capo della sua antica padrona che
soffocava ancora nel pianto, tutta agitata dai ricordi che nascevano via via nel suo cuore.
"Come mai sei tornata, Rosala, povera figliola mia?" "Potevo lasciarvi sola in questo momento?"
"Accendi una candela, accendi, accendi, perch possa vederti." Il lumino a olio pass sul
comodino, e allora si guardarono, si considerarono a lungo, senza sapersi dire una parola. Poi
Giovanna stese alla sua vecchia serva le braccia.
"Non ti avrei riconosciuta. Sei molto cambiata. Non per come me, non come me..." Rosala non
si saziava di guardare quella signora dai capelli bianchi, magra, avvizzita, che aveva lasciata
giovane e bella.
"E' vero. Voi siete cambiata pi di quel che dovrebbe essere. Ma pensate che sono
ventiquattr'anni. Sono ventiquattro anni che non ci siamo viste." "Sei stata almeno felice?"
chiese Giovanna dopo una pausa, dopo aver riflettuto.
Rosala esit, come temendo di ridestare in lei qualche ricordo penoso.
"Peuh... Non ho da lagnarmi. Sono stata pi felice di voi... s...
certamente... Una cosa sola mi ha sempre addolorata, ed di non essere rimasta qui..." Tacque
improvvisamente, spiacente di aver detto questo, senza pensarci su.
"Ma sai, figliola mia", riprese con dolcezza Giovanna "non si fa sempre ci che si vuole. Anche tu
sei vedova no?" Poi, con una voce che trema d'angoscia: "Altri figlioli... hai altri figlioli?"
"Nossignora." "E lui, tuo... tuo figlio, che cosa fa? Com'? sei contenta?" "Sissignora. E' un buon
ragazzo, lavora volentieri. E' ammogliato da sei mesi, si prender la mia fattoria. Perch io...

sono ritornata con voi..." "Allora.. tu non mi lascerai pi, figlia mia?" "Certamente" afferm con un
tono brusco la serva. "Ho dato tutte le mie disposizioni per questo." E, per un lungo tempo, non
si dissero altro. Giovanna si rimetteva, suo malgrado, a confrontare la sua vita e quella di
Rosala, ma senza amarezza, rassegnata ora alla crudelt della sorte.
"Tuo marito... com' stato con te?" "Oh, era un brav'uomo, signora, mica un fannullone, e il
denaro l'ha messo da parte. E' morto tisico..." In questo momento Giovanna si sedette addirittura
sul letto, con una gran voglia di sapere.
"Vediamo, dimmi tutto, figliola. Raccontami la tua vita. Sento che mi far bene." Rosala avvicina
una sedia, si siede, si accomoda e si mette a raccontar la sua vita. Parla di s, della sua casa,
della sua famiglia: entra in tutti quei piccoli particolari che sono cos cari alla gente di campagna:
descrive il suo cortile e ride, ride delle cose antiche che le richiamano le ore buone della vita: e a
poco a poco alza anche la voce, da fattoressa avvezza al comando.
Finisce per dichiarare:
"Oh s, ormai ho della terra al sole e non ho paura di nulla." Riprese a voce pi bassa, un po'
turbata:
"E' a voi che debbo tutto, signora. E mettetevi bene in mente che non voglio salario. Ah, no! Mai!
E poi se vorreste darmene, me ne andrei subito via." "Non pretenderai mica di servirmi per
nulla?" "Sissignora, sissignora. La paga! Voi mi dareste la paga! Ma se ne ho ormai come voi!
Sapete quel che vi resta con tutto quel garbuglio di ipoteche, di prestiti e di interessi non pagati
che aumentano a ogni scadenza? Lo sapete? No, vero? Ebbene, io scommetto che non avete
pi di diecimila franchi di rendita.
Nemmeno diecimila, capite? Ma io metter in ordine tutto, s, e anche presto." S'era messa a
parlare a voce alta, eccitata, indignata per quegli interessi trascurati, per la rovina che
incombeva. E siccome passava sul volto della sua padrona un vago sorriso di tenerezza,
esclam, ribellandosi: "Non bisogna ridere, signora, perch senza soldi ci sono solo i tangheri e i
villanacci." Giovanna le prese le mani e le tenne un po' fra le sue. Disse poi lentamente, sempre
perseguitata dal pensiero che la opprimeva:
"Oh, io non sono stata fortunata. Tutto andato male per me. La fatalit si accanita contro di
me." Ma Rosala scoteva la testa.
"Non bisogna dire queste cose. Non bisogna dire queste cose. Voi siete stata maritata male,
ecco tutto. Non ci si marita a quel modo, senza conoscere bene chi si prende." Cos,
continuarono a parlar di se stesse come avrebbero fatto due vecchie povere amiche. Il sole
spunta, e parlano ancora.

Capitolo 12
In otto giorni Rosala assunse il governo della casa e della gente del castello (ed era governo
assoluto) mentre Giovanna, rassegnata, passivamente sorrideva e obbediva. Giovanna era
debole debole; trascinava le gambe come gi la sua mamma, sempre appoggiata al braccio
della cameriera, che la faceva camminare a lenti passi e non le risparmiava le parole brusche o

la riconfortava con paroline tenere trattandola come una bambina malata. E parlavano sempre
del passato! La padrona con le lacrime che le facevano nodo alla gola, l'altra col tono calmo e
tranquillo dell'apatia contadina. Rosala ritornava spesso su quell'argomento scottante
degl'interessi non pagati, e pretendeva le si dessero tutte le carte, quelle tristi carte che la
padrona ignara di affari, avrebbe voluto nascondere per materna piet verso il suo Paolo. Allora,
per una settimana, Rosala and tutti i giorni a Fcamp dal notaio, perch il notaio le spiegasse
tutto ben bene.
Una sera, dopo aver messo a letto la sua padrona, si sedette accanto al letto e cominci:
"Ora che vi ho messo a nanna, signora mia, discorriamo un poco fra noi." Ed espose la
situazione. Quando tutto fosse stato regolato, sarebbero rimasti sette o otto mila franchi di
rendita: non di pi.
"Che vuoi, vecchia mia? So bene che non invecchier e ne avr sempre abbastanza." Rosala ci
si arrabbi.
"Per voi, certamente, signora; ma il signor Paolo volete lasciarlo senza il becco d'un quattrino?"
"Te ne prego" disse lei con un brivido "non parlarmi di lui, non parlarmene mai. Soffro troppo
quando ci penso..." "E io voglio parlarvene! E io voglio parlarvene, perch voi non siete capace
di far niente! Ora fa delle sciocchezze, ma non ne far sempre, si ammoglier, avr i suoi figlioli
e ci vorr il denaro per allevarli... Ecco, va bene: voi vendete i "Pioppi"." Giovanna sobbalz, e
rest seduta sul letto.
"Dici sul serio? Vendere i "Pioppi"? Ah no! questo no!" Rosala non si scompose.
"Io vi dico che venderete il castello dei "Pioppi". Perch, signora, bisogna." E sfoder la sua
scienza: ragionamenti, calcoli, progetti. Venduto il castello con le sue due fattorie a un
compratore che aveva sottomano, sarebbero rimaste le quattro fattorie di San Leonardo, le quali
fattorie, liberate da ogni ipoteca, avrebbero dato una rendita di ottomilatrecento franchi.
Occorrevano milletrecento franchi l'anno per la manutenzione dei beni, e restavano esattamente
settemila franchi, cinquemila per il bilancio annuale, duemila per il fondo di riserva. E
aggiungeva:
"Tutto il resto stato mangiato ed finito. E poi io terr le chiavi, capite? e quanto al signor
Paolo, non avr pi un soldo che un soldo, capite? Egli vi porterebbe via anche l'ultimo
spicciolo." Giovanna piangeva in silenzio.
"E... se non avr da mangiare?" "Se avr fame, verr a mangiare da noi. Ci sar sempre un
posto a tavola e un letto per lui. Credete voi che egli avrebbe fatto tante sciocchezze se aveste
resistito fin dal principio?" "Ma egli, vedi, aveva dei debiti... sarebbe stato disonorato se..."
"Quando voi non aveste pi nulla, ci gl'impedirebbe di farne? Voi avete pagato e sta bene, ma
adesso non pagherete pi: sono io che ve lo dico. E ora, signora buona notte." Giovanna non
pot chiudere occhio, agitata dal pensiero di vendere i "Pioppi", di andarsene, di lasciar la sua
bella casa a cui era legata tutta la sua vita. E la mattina dopo, quando vide entrare Rosala,
ammise che non si sarebbe mai decisa ad allontanarsi di l. La cameriera ci si arrabbi per
davvero.

"L'ho gi detto, signora: indispensabile. Il notaio sta per venire con quello che vuol comperare
il castello. Altrimenti, fra quattro anni voi non avrete pi un cavolo." "Mai, mai, non potr, non
potr" andava ripetendo Giovanna che sembrava svanita, annichilita.
Un'ora dopo il fattore le rimetteva una lettera di Paolo: Paolo le chiedeva altri diecimila franchi.
Che fare? Sbigottita, consult Rosala.
"Eh? Che vi dicevo?" rispose Rosala levando al cielo le braccia.
"Se non fossi tornata io, sareste proprio restati senza un soldo, senza un soldo, tutt'e due."
Giovanna pieg il capo, e rispose:
"Figlio mio caro, io non posso fare pi nulla per te. Mi hai rovinata. Sono perfino obbligata a
vendere i 'Pioppi'. Non dimenticare per che avr sempre un tetto da offrirti quando vorrai
rifugiarti presso la tua vecchia mamma che hai fatto tanto soffrire.
Giovanna."
Quando poi arriv il notaio col signor Jeoffrin, un vecchio raffinatore di zucchero, ricevette questi
signori lei stessa e li invit a visitare tutto minutamente. Un mese dopo firmava il contratto di
vendita e comprava nello stesso tempo una casina borghese presso Goderville, sulla strada
maestra di Montivilliers, frazione di Batterville. Poi passeggi sola nel viale di mammina, fino a
sera. Che affanno! Che strazio! Camminava e mandava singhiozzi e addii disperati a tutte quelle
cose note e care che sembravano entrate nei suoi occhi e nella sua anima: al sedile tarlato sotto
il platano, al giardino, al boschetto, a un vecchio tronco contro cui si appoggiava, all'argine
davanti alla landa dove si era tante volte seduta, da cui aveva visto correre il conte di Fourville il
giorno della morte di Giuliano, un terribile giorno! Rosala venne a chiamarla, la prese per un
braccio, la obblig a rientrare. Un robusto contadino di venticinque anni attendeva davanti alla
porta. Salut amichevolmente come se questa signora la conoscesse, lui, da gran tempo.
"Buon giorno, signora Giovanna. Come state? La mamma mi ha detto di venire, per via dello
sgombero. Vorrei saper subito quel che c' da trasportare, perch porter via la roba un poco
alla volta.
Per non sospendere i lavori in campagna." Era il figlio della sua domestica, era il figlio di
Giuliano, il fratello di Paolo. Le parve improvvisamente che il cuore le si fermasse: e nello stesso
tempo avrebbe voluto abbracciarlo, ma s, quel ragazzo! Lo guardava, lo guardava, e tentava di
scorgere su quel viso una rassomiglianza: s, col marito! col figliolo! Egli era tutto rubicondo,
vigoroso, capelli biondi, occhi azzurri (gli occhi di Rosala), eppure... eppure rassomigliava a
Giuliano!
Dove? Perch? Non sapeva, precisamente, proprio, non sapeva, ma egli aveva certo qualche
cosa di lui, di Giuliano...
"Mi fareste un favore" continuava il ragazzo "se mi mostraste subito quello che c' da portare."
Ma lei non sapeva ancora, non sapeva come si sarebbe decisa a scegliere, essendo la sua
nuova casa piccola assai, e lo preg di tornare, ecco, verso la fine della settimana. Allora il suo
trasloco la preoccup, la distrasse nella sua vita triste, senza scopo. Passava da una stanza
all'altra cercando con gli occhi i mobili che le ricordavano qualche avvenimento, i mobili amici

che fanno parte della nostra esistenza, quasi del nostro essere, conosciuti e amati fin
dall'infanzia e a cui sono legati ricordi di gioia e di tristezza e tante date della nostra esistenza,
che sono stati i compagni mesti delle ore liete e delle ore nere e hanno vegliato, si sono logorati
vicino a noi, stoffe in parte stracciate, fodere consunte, intelaiature sconnesse, colori sbiaditi. E
lei li sceglieva a uno a uno, spesso esitando, affannata, turbata, come se prendesse una
decisione importante, e ritornava di continuo sulle sue decisioni o pesava i meriti di due poltrone
o di qualche vecchio stipetto in confronto a un tavolino da lavoro o apriva cassetti cercando di
ricordarsi dei fatti, e finalmente, quando si era ben detto: "Be', prender questo", si portava
l'oggetto prescelto in sala da pranzo. Naturalmente non rinunciava al mobilio della sua camera
da letto e salvava le sue tappezzerie, salvava la pendola, tutto; sceglieva qualche sedia del
salone, quelle stesse di cui nella sua infanzia aveva adorato i disegni, la volpe e la cicogna, la
volpe e il corvo, la cicala e la formica e il malinconico airone. Poi, frugando in tutti gli angoli di
quella cara dimora, che doveva abbandonare per sempre sali, un giorno, su nel solaio. E qui
rest sbigottita. Un ammasso di oggetti d'ogni genere, alcuni spezzati, alcuni coperti di polvere,
altri confinati lass senza ragione, perch non piacevano pi, perch rimpiazzati alla svelta;
rivedeva certi oggettini, certe cianfrusaglie gi conosciute e simpatiche un tempo e poi tutt'a un
tratto scomparse, scomparse cos, senza che ci avesse mai fatto caso; certi nonnulla che aveva
avuto fra le mani, vecchi piccoli oggetti insignificanti che aveva trascinato per quindici anni
presso di s, che si era abituata a rivedere ogni giorno senza curarsene troppo e adesso, qui,
ritrovati di colpo, in solaio, vicino ad altri pi antichi di cui ricordava benissimo il posto al
momento del suo arrivo al castello, ecco, assumevano improvvisamente una grande importanza,
di testimoni dimenticati, di amici finalmente ritrovati. Ma s, le facevano l'effetto di quelle persone
che si sono frequentate a lungo senza che si siano mai rivelate e tutt'a un tratto, una sera, a
proposito di non si sa che, si espandono, si espandono, fino a svelare un'anima che non
sembrava proprio ci fosse.
"Guarda guarda, sono io che ho incrinato questa tazza cinese" si diceva Giovanna con piccoli
sussulti al cuore passando dall'uno all'altro pezzo. "Ricordo ancora quando fu: pochi giorni prima
del mio matrimonio. Ah, ecco la lucernina della mamma. Ecco il bastone che pap ruppe quando
voleva aprire il cancello: il legno si era gonfiato, gi, per la pioggia..." E c'erano pure, l in mezzo
cose che lei non conosceva, che non le ricordavano nulla, quelle che provengono dai nonni e dai
bisnonni, che sembrano pi povere delle altre con quell'aria di esilio in questo tempo che non
pi il loro, e sono tanto tristi per l'abbandono in cui vengono lasciate; cose di cui nessuno sa pi
la storia perch nessuno ha mai visto coloro che le hanno scelte, acquistate, possedute, amate,
perch nessuno ha conosciuto le mani che le toccavano ogni giorno, gli occhi che le guardavano
con gioia. E Giovanna sfiorava questi oggetti con le sue mani, li girava e li rigirava, lasciava la
traccia delle sue dita su quegli strati di polvere, restava l in mezzo ai vecchiumi nella luce
scialba che pioveva da qualche finestrino a vetri aperto nel tetto, osservava attenta certe sedie a
tre gambe chiedendosi se non le ricordassero nulla o una bacinella di rame o uno scaldapiedi
sfondato (questo le sembrava di riconoscerlo) o un mucchio di utensili fuori uso. Poi riun tutti gli
oggetti da portar via e Rosala fu incaricata di ritirarli. Ma Rosala si indignava. Non voleva, no,
non voleva caricarsi di tutte quelle "sudicerie". Giovanna non aveva ormai pi una volont sua,
ma quella volta tenne duro e bisogn proprio obbedirla.
Finalmente un mattino, il giovane contadino figlio di Giuliano, Dionigi Lecoq, se ne venne con la
sua carretta per fare un primo viaggio. Rosala lo accompagn per sorvegliare lo scarico e
mettere a posto la roba. Giovanna, cos rimase sola. E' sola, e vaga per le stanze del suo
castello con la morte nell'anima, e bacia con improvvisi slanci d'amore tutto ci che non pu
portare con s nell'altra casa: e sono gli uccelli della tappezzeria del salone sono i vecchi
candelabri, tutto ci che incontra, tutto ci su cui posa gli occhi, i suoi poveri occhi gonfi di
lacrime... E il mare? Bisogner bene dire addio anche al mare!
Era verso la fine di settembre: un cielo basso e grigio sembrava pesare sulla terra: onde tristi e
giallastre si stendevano a perdita d'occhio. E lei rest l, non si sa quanto, in piedi sull'alta
scogliera, in quei tormentosi pensieri, aspettando l'arrivo della notte. Fece notte, e lei torn

indietro sapendo bene di aver sofferto in quel giorno n pi n meno che per le sue maggiori
sventure.
Rosala l'aspettava. Era entusiasta della casa nuova, Rosala.
Diceva che era molto pi allegra di questa gran carcassa di bastimento, che non dava nemmeno
su una strada. Ma Giovanna pianse tutta la sera...
Da quando il castello era stato venduto, i fittavoli non avevano pi per lei i dovuti riguardi e la
chiamavano "la pazza", senza saperne bene il motivo, ma intuendo col loro istinto brutale quella
sensibilit morbosa e crescente, quelle fantasticherie da esaltata, il disordine di quella povera
anima sconvolta dalle sventure.
La vigilia della partenza entr in scuderia quasi per caso, e un brontolo la fece trasalire.
Massacro! Erano mesi e mesi che non aveva pensato a Massacro. Eccolo qua il poveretto, cieco
e paralitico, giunto all'et venerabile ancora vivo sul suo letto di paglia, per le cure di Liduina che
non lo aveva mai dimenticato.
Giovanna lo prese fra le sue braccia, lo baci, lo port dentro casa. Grosso come un barile,
Massacro si trascinava a stento sulle sue gambe rigide e storte e abbaiava come quei cani di
legno che si portano in dono ai ragazzi.
Ed ecco l'ultimo giorno. Giovanna aveva dormito nella vecchia stanza di Giuliano (la sua era
rimasta senza mobili), e scese dal letto estenuata, ansimante, come se avesse fatto una gran
corsa.
La carretta era gi nel cortile, con le valigie e il resto della roba: dietro le avevano attaccato un
carrettino a due ruote dove dovevano prender posto la padrona e la serva. Pap Simone e
Liduina sarebbero rimasti soli al castello fino all'arrivo del nuovo proprietario, poi si sarebbero
ritirati presso i loro parenti con una piccola rendita che la padrona aveva assegnato a entrambi i
fedeli. E avevano anche le loro economie questi poveri vecchi servitori diventati brontoloni ed
inutili. Quanto a Mario, si era voluto ammogliare e cos aveva gi da qualche tempo lasciato la
casa.
Verso le otto cominci a cadere la pioggia. Era una pioggia fine e gelata, spinta da una leggera
brezza marina. Allora bisogn coprire la carretta. Le foglie cominciavano gi a distaccarsi dai
rami. Sulla tavola, in cucina, tazze di caff e latte fumavano.
Giovanna si sedette davanti alla sua e bevette a piccoli sorsi.
S'alz e disse:
"Andiamo." Poi si mise il cappello e lo scialle, e Rosala le calzava intanto le soprascarpe di
gomma.

"Ti ricordi, figliola, come pioveva quando siamo partiti da Rouen per venire qui?" Ebbe come una
specie di spasimo, port le mani al petto, cadde supina: svenuta. Rest cos, come morta,
un'ora intera, finch apr gli occhi e furono convulsioni e ancora lacrime. Ritornata la calma, si
sent cos debole che non poteva pi alzarsi, e allora l'energica Rosala, temendo che un nuovo
ritardo potesse cagionare altre crisi, chiam il suo figliolo, e la padrona la sollevarono insieme, la
deposero nel carrettino su quella specie di panchina di legno coperto di tela cerata. Rosala le
sedette vicino, le raccolse le gambe, le copr le spalle con un gran mantellone, apr un ombrello,
lo tenne alto come riparo, e grid:
"Presto, Dionigi, fila!" Quello balza sul carrettino, vicino a sua madre e, poggiando su una sola
coscia per mancanza di posto, lancia il cavallo a gran trotto, cos da far sobbalzare le donne.
Quando svoltarono l'angolo del villaggio, ecco uno che cammina in lungo e in largo (la strada
sua) e sembra spiare quella partenza: il prete, l'abate Tolbiac! Ora si ferma per lasciar passare la
vettura. Con una mano tiene rialzata la sua sottana perch non si bagni e le sue gambette
magre nelle calze nere finiscono in due enormi scarpe fangose. Giovanna abbassa lo sguardo
per non incontrare gli occhi di lui, ma Rosala - che sa tutto - diventa furibonda: "Mascalzone!" e
tira per la manica il figliolo:
Dagli una frustata, Dionigi!" E Dionigi, passando vicino all'abate, fece entrare in un solco la ruota
del suo carrettino lanciato a tutta velocit cos che si alz un fiotto di fango che copr dalla testa
ai piedi l'abate Tolbiac.
Rosala, raggiante, si volt a mostrargli i pugni mentre quel coso nero si asciugava col suo
fazzolettone. Dopo cinque minuti, tutt'a un tratto Giovanna alz la testa e grid:
"Abbiamo dimenticato Massacro!" Bisogn fermarsi. Dionigi scese gi prontamente, corse a
prendere il cane, e Rosala teneva intanto le briglie. E lui ricomparve portando in braccio la
grossa bestia informe e spelata: e fra le sottane delle due donne si fece posto anche a
Massacro.

Capitolo 13
Due ore dopo il veicolo si ferm davanti a una piccola casetta di mattoni che sorgeva in mezzo a
un bell'orto piantato a peri in forma di conocchia, sul margine della strada maestra. Quattro
chioschi a pergolato tutti coperti di caprifogli e clemtidi formavano i quattro angoli del giardino
diviso in piccoli quadrati coltivati a legumi e separati da stretti sentieri tra file di alberi da frutto.
Una siepe viva, molto alta, cingeva questa propriet che un campo separava dalla fattoria vicina.
Una fornace, sulla strada, cento passi pi in l; le altre abitazioni pi vicine distavano almeno un
chilometro.
La vista in giro si stendeva sulla pianura di Caux, una pianura tutta disseminata di fattorie,
circondate ciascuna dalle solite quattro doppie file di grandi alberi che racchiudevano il frutteto di
meli.
Giovanna, appena arrivata, voleva riposare. Rosala non fu di questo parere: forse temeva che
si rimettesse a fantasticare. Ecco il falegname di Goderville venuto per la sistemazione dei
mobili, e si cominci subito a mettere a posto quelli che c'erano gi, in attesa della vettura che
faceva l'ultimo viaggio. Fu un lavoro considerevole che esigeva lunghe riflessioni, ragionamenti

infiniti. Poi, di l a un'ora, la carretta apparve al cancello e bisogn scaricarla sotto la pioggia.
Scese la sera. La casa era ancora in disordine, piena di oggetti ammucchiati alla rinfusa, e
Giovanna si addorment appena a letto, stanca morta.
Nei giorni seguenti non ebbe tempo di intenerirsi tanto fu sopraffatta dal lavoro, e non si pu dire
le dispiacesse fare qualche cosa, rendere un po' pi bellina la sua nuova casa, tanto pi che si
cullava sempre nell'illusione che suo figlio l'avrebbe un giorno abitata. Le antiche tappezzerie
della sua stanza da letto furono tese nella nuova stanza da pranzo che era anche salotto, e
Giovanna arred con una cura tutta particolare uno dei locali del primo piano che chiam
pomposamente fra s:
"l'appartamento di Pollino". Riserv l'altra, del primo piano, a se stessa: Rosala doveva abitare
di sopra vicino al solaio.
Ora la casetta poteva dirsi graziosa, accomodata cos con quel garbo, e Giovanna se ne
compiacque, dapprima, bench le mancasse qualcosa, una cosa di cui non sapeva rendersi
conto. Poi lo scrivano del notaio di Fcamp le port ben tremilaseicento franchi come prezzo dei
mobili lasciati ai "Pioppi"; e ricevette questo denaro con un sottile brivido di piacere e in fretta in
fretta si mise il suo cappellino per correre a Goderville e mandare quella somma insperata al suo
figliolo. Ma ecco, sulla via maestra, Rosala che torna dal mercato! Rosala non intuisce subito la
verit: per ha un vago sospetto: quando poi ha scoperto tutto, poich Giovanna non sa pi
nasconderle nulla, allora Rosala posa il paniere per terra per arrabbiarsi comodo. E grida coi
pugni sui fianchi, poi prende la sua padrona per il braccio destro, infila nel sinistro il paniere, e
sempre furiosa e tempestando sempre, si rimette in cammino verso casa.
Quando furono a casa, la serva volle che le fosse consegnato il denaro. Giovanna annu, ma
tenendosi seicento franchi per s, piccola astuzia che fu ben presto scoperta dalla serva che era
anche pi astuta, e bisogn versare anche quelli. Tuttavia Rosala, magnanima, acconsent che
questo residuo fosse inviato al figliolo.
Paolo ringrazi quasi subito: "Tu mi hai reso un gran servizio, cara mamma, perch la nostra
miseria, quella nera".
Ma Giovanna non riusciva ad abituarsi a Batterville, le sembrava sempre di non respirare pi
come prima, di essere ancora pi sola, abbandonata, perduta. Usciva per far quattro passi,
arrivava fino al borgo di Verneuil, ritornava dalle Tre Paludi, e, appena rientrata, si rialzava con la
smania di uscire di nuovo come se avesse dimenticato di andare dove voleva. E ci
ricominciava tutti i giorni, senza che potesse farsi una ragione di questo strano bisogno, finch
improvvisamente le sal alle labbra una parola, una frase che le svel il segreto di tanta
inquietudine. Aveva detto, sedendosi a tavola:
"Che voglia di vedere il mare!" Il mare le mancava. Le mancava il suo grande vicino (vicino da
venticinque anni), il mare con l'aria salata, la collera, la voce brontolante, il mare che vedeva
ogni mattino dalla sua finestra (la finestra dei "Pioppi"), che respirava giorno e notte, che sentiva
presso di s, che si era messa ad amare, senza saperlo, come una persona. Massacro stesso
viveva in una strana agitazione.
S'era installato fin dalla sera del suo arrivo sotto l'armadio della cucina senza che fosse possibile
farlo sloggiare. Restava l tutto il giorno quasi immobile, rivoltandosi ogni tanto con un brontolo
sordo; ma appena cadeva la notte si rialzava e si trascinava verso la porta del giardino, urtando
qua e l contro i muri. Usciva un momento e rientrava e rimaneva vicino al fornello ancora caldo,

seduto sulle zampe di dietro, e sembrava quasi aspettasse che le sue padrone fossero andate a
letto per mettersi a urlare. Urlava cos tutta notte in un tono sempre pi lamentoso e pi lungo, e
talvolta smetteva e riprendeva con note ancora pi strazianti. Lo si leg davanti alla casa, dentro
un barile. E allora urlava sotto le finestre. Poi, dato che era infermo e ormai vicino a morire, fu
riportato in cucina.
Giovanna aveva perduto il sonno per via di questa disgraziata bestia che piangeva e raspava
senza requie, cercando di orientarsi nella nuova dimora, comprendendo che quella non era casa
sua. Come calmarlo? Si assopiva durante il giorno, quasi che i suoi occhi spenti e la coscienza
della sua infermit gli avessero impedito di muoversi con tutti gli altri esseri viventi, e si metteva
invece a girare senza riposo proprio al cader del giorno, quasi non osasse vivere e muoversi che
fra le tenebre che rendono tutti gli esseri ciechi. Finalmente una mattina fu trovato morto. E
questo fu un grande sollievo.
L'inverno si avvicinava e l'anima di Giovanna era come stretta nella morsa di un'invincibile
disperazione. Non era uno di quei dolori acuti che paiono torcerla, l'anima, ma una cupa, una
lugubre tristezza. Niente la distraeva; nessuno si occupava di lei. Davanti alla sua porta, a destra
e a sinistra, la via maestra: sempre cos, sempre vuota! Solo di tanto in tanto passava un
"tilbury" al trotto, guidato sempre da un tale dalla faccia rossa, con una blusa gonfia di vento,
come una specie di pallone azzurro; a volte era una carretta che andava lenta lenta, a passi di
lumaca; oppure si vedevano spuntar da lontano due contadini, un uomo e una donna, piccoli
piccoli in fondo all'orizzonte: poi ingrandivano smisuratamente e, passata la casa,
rimpicciolivano da quest'altra parte, fino a parere due insetti all'estremit della linea bianca
allungata a perdita d'occhio, salendo e scendendo a seconda delle tenui ondulazioni del terreno.
Quando ricominci a spuntare l'erba una ragazzetta con la sottanella corta passava tutte le
mattine davanti al cancello, conducendo due mucche magre che pascolavano lungo i fossati. E
tornava sul far della sera, con la stessa andatura sonnolenta, facendo un passo ogni dieci
minuti, dietro le bestie.
Ogni notte Giovanna sognava di abitare ai suoi "Pioppi"; vi si trovava, come un tempo, col pap
e con la mamma, talvolta anche con zia Lisetta, e rifaceva cose dimenticate e finite, si
immaginava di sostenere la signora Adelaide che camminava su e gi nel suo viale: e ad ogni
risveglio erano lacrime.
Pensava sempre a Paolo e chiedeva a se stessa: "Che far? Come sar adesso? Si ricorder di
me qualche volta?". Passeggiava lentamente nei sentieri che dividevano le due fattorie e cos
poteva fantasticare su mille idee che la torturavano, ma soprattutto soffriva di una gelosia
invincibile contro quell'ignota che le aveva rubato il figliolo. Solo quell'odio le impediva di agire, di
far qualche cosa, di andare in cerca di lui, di penetrare in casa di lui. Le sembrava perfino di
vedere l'amante in piedi sulla porta di casa: "Che volete qui, signora?".
La sua fierezza di madre si ribellava alla possibilit di un simile incontro e un orgoglio quasi
arrogante di dama rimasta sempre pura, senza debolezze, senza macchie, la esasperava
sempre pi contro le turpitudini dell'uomo fatto schiavo dalle basse pratiche della sensualit che
rende vili gli stessi poveri cuori.
L'umanit le sembrava immonda se pensava a tutti i segreti impuri dei servi, alle carezze che
avviliscono, ai misteri appena intuiti di certi accoppiamenti indissolubili.

Pass la primavera, pass anche l'estate. Ma quando torn l'autunno con le sue lunghe piogge,
col suo cielo grigiastro e le nuvole cupe, allora fu presa da una tale stanchezza di vivere che
decise di fare un ultimo sforzo per riprendere il suo povero Pollino. Pens che la passione per
quella donna doveva essere sazia. E gli scrisse una lettera commovente:
"Figlio mio caro, ti scongiuro, ti supplico di venire da me. Ricordati che sono vecchia, malata,
sola sola, tutto l'anno, con una serva! Abito attualmente in una casina che d sulla strada. Oh,
com' triste!
Ma se tu ci fossi, tutto cambierebbe per me. Io non ho che te al mondo e non ti vedo da sette
anni. Figliolo, tu non puoi nemmeno immaginare come io sia stata disgraziata, io che avrei
voluto riposare il mio cuore sul tuo. Tu eri la mia vita, il mio sogno, la mia sola speranza, il mio
solo amore, e tu mi manchi, m'hai abbandonata!
Oh ritorna, Pollino, ritorna ad abbracciarmi, Pollino mio, vieni dalla tua vecchia mamma che ti
tende disperata le braccia. Giovanna."
Rispose dopo qualche giorno il figliolo:
"Mia cara mamma, non chiederei di meglio che di venirti a vedere, ma ora non ho un soldo.
Mandami un po' di denaro e verr. Del resto, pensavo gi di venire per parlarti di un progetto
che mi permetter di appagare il tuo desiderio.
Il disinteresse, l'affetto di colei che m' stata compagna nei giorni tristi sono, a mio avviso, senza
limiti. Non possibile che io resti pi a lungo senza riconoscere pubblicamente il suo amore e la
sua devozione a tutta prova. Lei ha, d'altronde, qualit magnifiche che tu potrai un giorno
apprezzare: istruita, legge molto, insomma non puoi farti un'idea di quel che sia sempre stata
questa donna per me. Sarei un mostro se non le testimoniassi la mia riconoscenza. Ti domando
dunque il permesso di sposarla. Mi perdonerai le mie scappate e si abiter tutti insieme nella
nuova dimora.
Oh, se la conoscessi mi daresti senz'altro il tuo assenso.
T'assicuro che perfetta, distintissima. L'amerai, ne sono certo.
Quanto a me, senza di lei non potrei vivere.
Attendo la tua risposta con impazienza, cara mamma ti abbracciamo con tutto il cuore. Tuo figlio.
Visconte Paolo di Lamare."
Giovanna rimase annientata. Eccola immobile, con la lettera sulle ginocchia, col pensiero rivolto
a quell'astuzia di femmina, di quella che aveva saputo avvincere suo figlio, che non lo aveva
lasciato venire una sola volta da lei, attendendo l'ora propizia, l'ora in cui la madre che non pu
pi resistere al desiderio di riabbracciare il suo figliolo, china il capo e concede ogni cosa.
Il dolore della preferenza di Paolo per quell'altra straziava il suo povero cuore. Egli non le voleva
pi bene! non le voleva pi bene!
Entr Rosala.

"Adesso la vuole sposare" disse semplicemente Giovanna.


"Oh, signora, non lo permetterete! Il signor Paolo non deve raccattare quella robaccia!" "Mai,
mai, figliola" ripet la madre accasciata, ma pronta a reagire. "E siccome egli vuol venire qui,
sar io che andr da lui, e la vedremo. Vedremo quale delle due vincer." Scrisse subito a Paolo
per annunciargli il suo arrivo, chiedendo di vederlo in un altro luogo che non fosse la casa
abitata da quella sgualdrina. Intanto, nell'attesa della risposta, fece i suoi preparativi, e Rosala
cominci a pigiare in una vecchia valigia la biancheria e gli abiti della sua padrona, ma nell'atto
di piegare una veste, una antica veste di campagna, esclam:
"Vi manca soltanto qualcosa da mettere sulle spalle. Io non vi permetter di andar via in questo
modo. Sono sicura che tutti se ne meraviglierebbero e le signore di Parigi vi riterrebbero una
serva." Giovanna si lasci convincere, e le due donne andarono insieme a Goderville a scegliere
una stoffina a quadretti verdi che fu data alla sarta del borgo. Poi passarono dal notaio, il signor
Roussel, che faceva ogni anno un viaggio di una quindicina di giorni nella capitale, con
l'intenzione di chiedere certi chiarimenti, perch Giovanna da venti anni non aveva rivisto Parigi.
E il signor Roussel diede numerose istruzioni sul modo di evitare le carrozze, sul modo di stare
in guardia per non essere derubati, consigliando di cucire il denaro nelle fodere dei vestiti e di
non tenere in tasca che l'indispensabile; si dilung a parlare delle trattorie a prezzi modici, ne
indic due o tre frequentate specialmente da donne e indic anche l'"Albergo di Normandia",
dove scendeva egli stesso, un ottimo albergo vicino alla stazione della ferrovia.
Giovanna si presentasse pure a suo nome.
Da sei anni queste ferrovie (questa gran cosa di cui si parlava dappertutto) funzionavano tra
Parigi e l'Havre, ma Giovanna era stata oppressa da troppe dolorose vicende per sapere come
erano fatti gli strani carrozzoni a vapore che mettevano in subbuglio la Francia. E Pollino non
rispondeva! Giovanna attese otto giorni, attese quindici giorni, e ogni mattina andava sulla
strada incontro al postino:
"Nulla per me, Malaudain?" "Nulla nemmeno stamattina" rispondeva quello, invariabilmente, con
la sua voce rauca per la cattiva stagione.
Era lei, quella donna, che impediva a Pollino di rispondere.
Allora Giovanna non pot pi resistere e volle partire. Se prendesse con s Rosala? No, no:
Rosala rifiutava. Non voleva aumentare le spese del viaggio. E non permetteva nemmeno che
la sua padrona avesse in tasca pi di trecento franchi.
"Se ve ne occorreranno degli altri, scriverete, e io andr dal notaio perch ve li faccia avere. Se
ve ne dessi di pi, se li intascherebbe il signor Paolo." E quel mattino di dicembre serva e
padrona risalirono sul carrettino di Dionigi Lecoq venuto a prenderle per condurle alla stazione:
fin l, cio fino al treno, Rosala avrebbe accompagnato Giovanna. Cos poterono informarsi
prima del prezzo del biglietto, poi, quando tutto fu regolato e la valigia registrata, si misero ad
aspettare insieme davanti a quelle linee di ferro, cercando di spiegarsi come funzionasse una
simile cosa, ed erano cos preoccupate da questo mistero che non pensavano gi pi al triste
perch del viaggio. Poi girarono la testa a un fischio lontano e scorsero una macchina nera che
diventava sempre pi grande; e finalmente, con un fragore spaventoso, passa davanti ai loro
occhi trascinando una lunga catena di piccole casine rotolanti, finch un impiegato apre una di

quelle porticine e Giovanna si gira tutta piangente ad abbracciare la sua serva e cos sale in una
di quelle casine.
"Arrivederci, signora" grid Rosala emozionata. "Buon viaggio, a presto, signora." "Arrivederci,
arrivederci, figliola mia." Un fischio ancora, e quella lunga fila di carrozze si mise a rotolare pian
pianino, poi un po' pi in fretta, infine con una velocit spaventosa.
Nello scompartimento di Giovanna, due signori, tutti addossati agli angoli, dormivano. Giovanna
guardava passare le campagne, gli alberi, le fattorie, i villaggi, sbigottita da quella velocit,
sentendosi come trasportata in una vita nuova che non era pi la sua, della sua giovinezza
tranquilla, della sua dolce monotonia quotidiana.
Calava la sera: il treno giungeva a Parigi.
Ed ecco che un facchino si impadronisce della valigia e lei lo segue stupita, sballottata, incapace
di farsi largo tra la folla che si intreccia e si mescola, correndo quasi dietro quell'uomo per timore
di perderlo di vista. E quando nello scrittoio dell'albergo, si presenta cos:
"Sono raccomandata dal signor Roussel." La padrona, un'enorme donna arcigna, seduta al suo
posto, si strinse nelle spalle perch non sapeva nulla del signor Roussel.
"Ma il notaio di Goderville" riprese, interdetta, Giovanna "il notaio di Goderville che viene qui
tutti gli anni..." "E' possibile. Io non lo conosco. Volete una camera?" "S, signora." Un cameriere
si impadron del bagaglio e sal lo scalone davanti a lei. Lei si sentiva il cuore stretto, e poi si
sedette a quel tavolino e preg che le si portasse un brodo con un'ala di pollo, perch non aveva
mangiato nulla dall'alba. E in quella stanza d'albergo, alla luce di una candela, mangi con tanta
tristezza, pensando a mille cose, ricordando il suo passaggio in quella stessa citt al ritorno dal
viaggio di nozze, le prime manifestazioni del carattere di lui, dello sposo, lo sposo che si rivelava
fin da quel primo soggiorno a Parigi. Ma lei a quel tempo era giovane, era fiduciosa, era forte.
Ora eccola qui, una povera vecchia impacciata, debole, timida, che sbigottisce e trema per nulla.
Quando ebbe finito, si mise alla finestra a guardare la strada piena di gente. Le sarebbe piaciuto
uscire e non osava. Era certa che si sarebbe smarrita. Meglio, meglio dormire; e si coric
soffiando sul lume.
Ma tutto quel bruso, la sensazione della citt sconosciuta, l'agitazione del viaggio, i pensieri,
Pollino, Rosala, le impedivano il sonno. Le ore passavano, i rumori della strada si attenuavano
gradatamente senza che potesse dormire, e quella specie di dormiveglia della grande citt la
snervava, perch lei era abituata al profondo sonno dei campi che addormenta tutto, gli uomini,
le bestie, le piante, e sentiva invece intorno a s una misteriosa inquietudine. Voci strane,
inafferrabili le giungevano come se si fossero insinuate fra i muri, un pavimento scricchiolava, un
campanello suonava, una porta si chiudeva: poi, tutt'a un tratto, verso le due del mattino,
quando incominciava ad assopirsi, ecco una donna che lancia un grido nella stanza vicina.
Giovanna si sedette spaventata sul letto, ma le parve di sentire invece ridere un uomo. Allora,
man mano che l'alba si approssimava, la riassal il pensiero di Paolo, e non le restava pi che
aspettare quel primo po' di luce per vestirsi.

Paolo abitava in via del Selvaggio, nella "Cit", e lei si decise a raggiungerla a piedi per obbedire
alla sua serva che aveva raccomandato l'economia. Il tempo era buono, l'aria tiepida pungeva
un poco la pelle, la gente si ammassava sui marciapiedi camminando rapidamente, e come
spronata dall'esempio, affrettava il passo anche lei, seguendo la strada che le avevano appunto
indicata e sapendo bene che in fondo a questa via doveva voltare a destra, poi a sinistra, finch,
giunta in una piazza, avrebbe dovuto informarsi di nuovo. Ma, che , che non , questa piazza
non si vede; e si inform da un fornaio che le diede tutt'altre indicazioni. Si rimise in cammino, si
svi, sbagli, girovag ancora a casaccio, segu altri consigli, e si smarr senza scampo.
Era sul punto di far cenno a un vetturino quando scorse - e le si allarg il cuore - la Senna. E
allora cammin sulla riva.
Un'ora dopo, conquistava la via del Selvaggio, una specie di vicolo, un chiasso. E questa era la
casa, e la porta. L'emozione fu tanta che non poteva pi fare un sol passo. Pollino, il suo Pollino,
era qui!
Entr, segu un corridoio (le tremavano le ginocchia e le mani), scorse lo sgabuzzino del
portinaio, offr una moneta d'argento.
"Potreste... potreste salire dal signor Paolo di Lamare? Dirgli che una vecchia signora, ecco,
un'amica di sua madre, lo attende qui dabbasso?" "Il signor Paolo di Lamare? Ha cambiato
casa." Che brivido! Chiese:
"Dove... dove abita adesso?" "Questo poi non lo so." Le parve di svenire. Non aveva pi parole.
Poi, con uno sforzo violento, si raccapezz e mormor:
"Da quando... partito?" "Saranno quindici giorni" rispose il portinaio decidendosi a fornire
abbondanti ragguagli. "Sono partiti una sera come se nulla fosse, e non sono pi ritornati.
Avevano debiti in tutto il quartiere, e cos non hanno lasciato il loro indirizzo." Ora Giovanna
vedeva come dei bagliori, grandi guizzi di fiamme, quasi le avessero sparato un colpo di fucile
davanti agli occhi; ma c'era un'idea che la sosteneva, e la faceva rimanere in piedi, in quel
luogo, calma in apparenza, lucida di mente. S, ecco.
Voleva sapere. Voleva ritrovare Pollino.
"Cos egli non ha lasciato detto nulla prima di andarsene?" "Nulla. Se ne sono andati per non
pagare. Ecco tutto." "Ma dovr pur mandare a prendere la sua corrispondenza." "Oh s, una
bella corrispondenza! Quella gente non riceveva pi di dieci lettere l'anno. Gliene ho portata una
quindici giorni prima che se ne andassero..." La sua lettera, s, la sua lettera! Disse
precipitosamente:
"Ascoltate. Io sono sua madre. Sono venuta a cercarlo. Ecco dieci franchi per voi. Se avete
qualche notizia, qualche chiarimento, io abito all'"Albergo di Normandia", Via dell'Havre. Sarete
ricompensato, brav'uomo." "Signora" egli rispose "potete contare su me." E lei si rimette in
cammino senza pensare a una meta, si affretta come sospinta da qualcosa di urgente, sfiora i
muri, urta la gente, attraversa la strada, non si cura delle carrozze (e i vetturini la ingiuriano),
inciampa sui marciapiedi (non fa attenzione ai marciapiedi), corre qua e l perdutamente. Tutt'a
un tratto si trov in un giardino. Era ormai cos stanca che pens di sedersi, e rest su quella
panchina a lungo, piangendo senza accorgersene, e non si accorgeva neppure che qualcuno si
fermava a guardarla. Poi sent un gran freddo e si alz per rimettersi in marcia. Com'era debole!
Com'era accasciata! Le gambe la sostenevano appena. Dov'era una trattoria? Sarebbe entrata a
chiedere un brodo. Ma come osare passare la soglia di uno di questi locali? Aveva insieme
paura e vergogna, come una specie di pudore del suo affanno, che si vedeva, che doveva pure

vedersi sul viso. E si fermava a una porta a vetri, guardava dentro, vedeva tutta quella gente
seduta a tavola, tutta quella gente che mangiava e beveva, e fuggiva via intimidita dicendosi:
"Entrer in quest'altra trattoria". E fin col comperare dal fornaio un piccolo pane in forma di luna
e lo sbocconcell camminando. Le venne sete, ma non sapeva dove andare a bere, e non
bevve.
Gir un angolo ed eccola in un altro giardino con tanti bei portici intorno. Lo riconobbe: il Palazzo
Reale! Allora sedette ancora, nel giardino del Palazzo Reale, perch il sole e il movimento
l'avevano un poco accaldata. Ma qua entrava la folla, una folla elegante che chiacchiera, ride e
saluta, una folla felice in cui le donne sono tutte belle e gli uomini sono tutti ricchi, la folla che
vive solo per l'eleganza e per la gioia. La poveretta fu come impressionata di trovarsi in mezzo a
quella gente chiassosa e gaudente e si alz per fuggire, ma poi sent improvvisamente che
proprio qui avrebbe potuto incontrare il suo Paolo, e si mise a girare per quel giardino cittadino,
da un capo all'altro, su e gi, su e gi, col suo passo umile e rapido, spiando i volti, le fisionomie,
per ritrovare il suo Paolo. Ma c'era gi chi si girava a guardarla, altri se la indicavano quella
donnina buffa, e ridevano, cos che Giovanna fugg piena di vergogna pensando che, senza
dubbio, quelli si prendevano gioco del suo mantello a scacchi verdi scelto da Rosala, fatto dalla
sarta di Goderville, sempre sulle indicazioni di Rosala.
Ora non osava pi chiedere la strada ai passanti; ma poi si decise e fin col trovare il suo
albergo. E pass il resto della giornata seduta su una sedia ai piedi del letto, senza mai
muoversi. Pranz come il giorno prima: una zuppa, un piatto di carne. Si coric come la sera
prima: ogni gesto compiuto automaticamente, come dalla macchina dell'abitudine.
Il giorno dopo si rec alla prefettura di polizia perch le ritrovassero suo figlio, e qui se ne
sarebbero occupati ma nessuno pot prometterle nulla. E ancora girovag per le strade, sempre
con la speranza di incontrare Pollino, e in quel mare umano si sentiva pi sola, pi sperduta, pi
miserabile che nella deserta campagna. Ma quando torn in albergo, la sera, le fu detto che un
uomo aveva chiesto di lei da parte del signor Paolo e che egli sarebbe ripassato domani. Un
fiotto di sangue le sal al cuore, non chiuse occhio per tutta la notte. Era lui? Era proprio lui?
S, era lui, bench i connotati che le avevano dati non fossero quelli. Verso le nove del mattino,
fu bussato alla porta, grid:
"Entrate!" pronta a slanciarsi con le braccia aperte, e si present invece un ignoto, il quale si
scusava di dover disturbare la signora ma il portinaio di via del Selvaggio gli aveva indicato
l'albergo, e giacch non poteva rintracciare il suo debitore, si rivolgeva giustamente alla madre.
La madre sentiva che le venivano le lacrime, ma non voleva che si vedesse e afferr la carta
che colui le porgeva, vi lesse una cifra (novanta franchi) trasse di tasca il danaro, pag. E non
usc, per quel giorno.
E il giorno dopo se ne presentano altri, tutti creditori di Paolo, al punto che lei d tutto quel che le
resta, e non tiene che venti franchi per s. Poi scrive a Rosala per informarla della sua
situazione. Cos pass i suoi giorni, attendendo la risposta, senza sapere che fare, come
ammazzare le ore, le ore lugubri, le ore interminabili, non avendo nessuno a cui dire una parola
amica, nessuno che sapesse della sua disgrazia, e camminava a caso, stimolata ora dall'ansia
di partire, di ritornare laggi nella piccola casa, sul margine della strada solitaria. Oh, la sua
piccola casa! Pochi giorni prima le sembrava di non poterci vivere tanto si sentiva povera e triste
mentre ora sapeva, ora sapeva che la vera vita era l dove si sono radicate le povere tristi
abitudini.
Finalmente, una sera, trov una lettera di Rosala con dentro un po' di denaro:

"Signora Giovanna, ritornate subito, perch io non vi mander pi neppure un centesimo.


Quanto al signor Paolo, verr io a stanarlo quando avremo sue notizie.
"Vi saluto.
Vostra serva Rosala."
Giovanna ripart per Batterville un mattino in cui faceva molto freddo. Nevicava.

Capitolo 14
Non usci pi, non si mosse pi. Si alzava tutte le mattine alla stessa ora, guardava dalla finestra
che tempo facesse, scendeva e si metteva a sedere vicino al fuoco in saletta. Restava accanto
al fuoco intere giornate, immobile, gli occhi fissi sulla fiamma, lasciando vagare i suoi tristi
pensieri, seguendo la triste sfilata delle memorie. L'ombra invadeva a poco a poco la piccola
stanza senza che si muovesse, fuorch per aggiungere, a intervalli, legna nel caminetto. Rosala
allora portava la lanterna e gridava:
"Andiamo, su, signora Giovanna. Scuotersi, scuotersi! Altrimenti non avremo appetito nemmeno
stasera." Spesso la perseguitavano certe idee fisse, tenaci, o la torturavano preoccupazioni
quasi insignificanti, come se le pi piccole cose prendessero chi sa quanto spazio nel suo
cervello malato. Le accadeva soprattutto di rivivere nel passato, nel vecchio passato, nei ricordi
dei primi tempi della sua giovinezza e del suo viaggio di nozze, laggi, in Corsica. Nascevano
improvvisamente davanti a lei, come dai tizzoni del focolare, i paesaggi dell'isola dimenticati
ormai da gran tempo, e allora si ricordava tutti i particolari, le figure incontrate laggi. Tanto la
perseguitava la bella testa della guida Giovanni Ravoli che credeva di udire a volte la sua voce.
Poi sognava i dolci anni dell'infanzia di Paolo, quando egli le faceva trapiantare le insalatine e lei
si inginocchiava sulla terra grassa, a fianco di zia Lisetta, che rivaleggiava con lei per
compiacere il bambino e la lotta era a chi avrebbe fatto germogliare meglio le pianticine, e a chi
ne avrebbe ottenute di pi. E con appena il soffio del respiro, le sue labbra mormoravano:
"Pollino, mio piccolo piccolo Pollino" come se parlasse proprio a Pollino, e fermando le sue
fantasticherie su questa parola si sforzava a volte di disegnare col dito nell'aria le lettere che
componevano il nome, e le tracciava davanti al fuoco, pian piano, e le sembrava proprio di
vederle, finch, credendo di essersi sbagliata, ricominciava la "P" col braccio tutto indolenzito,
ridisegnava il nome sino in fondo per ricominciare da capo. Alla fine, quando non ne poteva pi,
cancellava ogni cosa, tracciava altre parole snervandosi fin quasi a impazzirne.
Aveva tutte le manie dei solitari. La minima cosa fuori posto, un po' pi in qua o un po' pi in l,
la irritava. Spesso Rosala la obbligava a camminare e la portava l sulla strada, ma non erano
passati venti minuti che Giovanna dichiarava di non poterne pi e si sedeva sull'orlo di un fosso.
Impigriva, non avrebbe voluto pi muoversi, non le piaceva che il letto. Una sola abitudine le era
rimasta fin dall'infanzia, ed era di alzarsi di colpo dopo aver bevuto il suo caro caffellatte. Come
allora, teneva esageratamente al suo caffellatte, e ne avrebbe sentito la mancanza pi di non si
sa che. Attendeva ogni mattina Rosala con un'impazienza quasi un po' sensuale, attendeva che
Rosala posasse la tazza sul comodino, per mettersi a sedere sul letto e la vuotava

immediatamente, con una golosit di bambina. Poi buttava indietro le coperte e cominciava a
vestirsi.
Ma a poco a poco si abitu a fantasticare qualche altro minuto e, dopo aver posato la tazza sul
piatto, si stendeva di nuovo prolungando di giorno in giorno quella pigrizia fino al momento che
Rosala tornava furiosa e la vestiva quasi per forza.
D'altronde, non aveva pi un'ombra di volont, cos che se talvolta la sua serva le chiedeva un
consiglio o le poneva una questione o voleva informarsi del suo parere, rispondeva
invariabilmente: "Fa' come vuoi, figlia mia". Aveva finito col credersi presa di mira dalla cattiva
sorte e l'abitudine di veder svanire i suoi sogni e crollare le sue speranze faceva s che non
osasse tentare la pi piccola impresa o che esitasse a lungo, intere giornate, prima di fare la
cosa pi semplice, convinta ormai che si sarebbe messa nella strada peggiore, sempre a suo
scorno e a suo danno. E ripeteva:
"Non ho avuto fortuna nella vita." "Ah, non avete avuto fortuna!" gridava allora Rosala. "Che
direste dunque se vi toccasse lavorare per avere un pezzo di pane?
Se foste obbligata ad alzarvi tutti i giorni alle sei del mattino per andare a giornata? Ci sono pure
tante povere donne costrette al lavoro e quando diventano vecchie, crepano di miseria, sapete."
"Pensa che sono sola" rispondeva lei dolcemente "pensa che il mio figliolo mi ha
abbandonata..." "Questo non vuol dire niente. E i ragazzi che vanno soldati? E quelli che vanno
in America?" (L'America era per lei un paese vago dove si andava a far fortuna e da cui non si
tornava mai.) "C' sempre un momento in cui bisogna separarsi perch, sapete, i vecchi e i
giovani non sono fatti per restare insieme." E concludeva quasi con ferocia: "Ebbene, che
direste se fosse morto?".
Giovanna non aveva allora pi niente da aggiungere.
Riacquist un po' di forza quando l'aria si addolc sul principio della primavera, ma metteva
anche questo ritorno di energia al servizio dei suoi pi foschi pensieri. Ma quel giorno che era
salita in solaio a cercare qualche cosa ebbe anche la sua gioia aprendo una cassa piena di quei
vecchi calendari che la gente di campagna ama conservare di anno in anno: le parve cos di
ritrovare gli anni stessi del suo passato e fu colpita da una strana e confusa emozione davanti a
quel mucchio di cartoni quadrati che rivolle nel suo salottino. Ce n'erano di tutte le dimensioni,
piccoli e grandi, e l, sulla tavola, si mise a ordinarli per anni. Ecco il primo. Ecco quello che
aveva portato ai "Pioppi" lei stessa. Eccolo qui, coi giorni cancellati da lei (ricordava, s,
ricordava) il mattino della sua partenza da Rouen, dopo essere uscita dal convento. E pianse,
pianse lacrime tristi e lente, lacrime di vecchia, di donna finita, sulla sua povera vita distesa
davanti a lei, tutta qui, tutta qui, sulla tavola. E le venne un'idea, e si accan in questa idea.
Voleva ritrovare, giorno per giorno, quel che aveva fatto: giorno per giorno, ricostruire tutta la
vita. E li appese al muro, sulla tappezzeria, l'uno dopo l'altro, quei cartoni ingialliti, e pass ore e
ore di fronte a questo o a quello chiedendosi: "Che mi successo dunque in quel mese?".
Perch aveva segnato le date memorabili della sua povera storia e riusciva talvolta a ritrovare
un mese intero, ricostruendo a uno a uno, raggruppando, riattaccando l'uno all'altro i piccoli fatti
che avevano preceduto o seguito un avvenimento importante. Riusciva cos, a forza di ostinata
attenzione, di volont concentrata, di testardaggine, perseveranza, sforzi della memoria, riusciva
a ristabilire quasi interamente i suoi due primi anni al castello, poich i ricordi lontani della sua
vita le si riaffacciavano con una facilit, un rilievo! Ma gli anni seguenti era come se si
perdessero nella nebbia, si mischiassero, si accavallassero l'uno sull'altro, cos che restava
talvolta ore e ore con la testa piegata verso il calendario, con lo spirito teso verso il passato,
senza riuscire a mettere in chiaro se quel tale ricordo potesse essere trovato in quel certo
cartone. Girava intorno alla stanza, dall'uno all'altro di questi quadri dei giorni tramontati,

fermandosi qua e l come alle stazioni della sua stessa via crucis. Poi, tutt'a un tratto, metteva la
sedia davanti a un cartone e rimaneva l fino a notte, immobile, seduta, sprofondata nelle sue
assurde ricerche.
In seguito, quando i semi si risvegliarono sotto il tepore e le messi spuntarono per i campi, gli
alberi rinverdirono, i meli aprirono i loro bottoni rosei nei cortili, profumando tutte le strade, allora
la poveretta fu tutta in subbuglio. Non poteva pi star ferma, andava e veniva, usciva e rientrava,
girovagava per la campagna, visitava le fattorie, esaltandosi in una specie di febbrile rimpianto.
La vista di una margheritina nascosta in un ciuffo d'erba, di un raggio di sole che scivolava tra le
foglie, di una pozza d'acqua in un solco (vi si rispecchiava il cielo turchino), queste e altre cose
la commuovevano, la intenerivano, la sconvolgevano, le risvegliavano sensazioni lontane, come
un'eco delle sue emozioni di fanciulla quando andava sognando per i campi. Oh, s, erano gli
stessi fremiti, era la stessa dolcezza, la stessa ebbrezza perturbatrice degli altri giorni
primaverili, quando attendeva l'avvenire, e ora che l'avvenire era chiuso riaveva tutto, tutto! Ne
gioiva e ne soffriva allo stesso tempo, come se la gioia eterna del mondo risvegliato, penetrando
nella sua pelle avvizzita, nel suo sangue gelato, nella sua anima vinta, non vi potesse pi
infondere che un incanto debole e dolente.
Le sembrava, anche, che qualcosa fosse cambiata intorno a lei, dappertutto. Il sole doveva
essere un po' meno caldo che nei giorni della sua giovinezza, il cielo un po' meno azzurro, l'erba
un po' meno verde, e quanto ai fiori, erano sicuramente pi pallidi, meno odorosi e non
inebriavano pi come allora. E tuttavia, qualche volta, la prendeva un tale benessere di vita, che
ricominciava a fantasticare, a sperare, ad attendere, perch... perch mai possibile che, non
ostante la crudelt della sorte, non si possa sognare ancora quando fa bello? E andava, andava
per ore e ore come sferzata dall'eccitazione della sua anima, e si fermava di colpo sedendosi
sull'orlo della strada a ripensare sempre le stesse cose: perch non era stata come le altre?
perch non aveva avuto anche le semplici gioie di un'esistenza tranquilla? E per un momento
dimenticava di essere vecchia, di non aver pi nulla davanti, fuorch qualche anno lugubre e
solitario; dimenticava che la sua strada era gi stata percorsa e faceva come un tempo, come a
sedici anni, tanti progetti dolci al suo cuore, vagheggiando cos l'avvenire. Poi era come se le
piombasse sopra, crudelmente, la sensazione della realt, si rialzava esaurita come se un peso
le avesse spezzato le vene e diceva a se stessa: "Oh vecchia pazza! vecchia pazza!"
riprendendo, pi lentamente, la via della casa.
Adesso Rosala non si stancava di ripetere:
"Ma mettetevi un po' tranquilla! Che cos'avete che non state mai ferma?" "Che vuoi?"
rispondeva lei tristemente. "Sono come Massacro nei suoi ultimi giorni." Quella mattina Rosala
entr in camera prima del solito e depose sul comodino la gran tazza del caffellatte:
"Andiamo, bevete in fretta. Dionigi gi che ci aspetta. Si va ai "Pioppi" perch ho qualcosa da
fare laggi." Giovanna credette di svenire per la commozione, e si vest debole, ansimante,
smarrita al pensiero di rivedere la sua cara casa, i suoi "Pioppi".
Era una bella giornata, c'era un cielo radioso, e anche il ronzino, come contagiato dall'allegria di
stagione, se ne andava quasi al galoppo. Quando si accorse di essere entrata nel comune di
touvent, Giovanna credette di respirare a fatica tanto era il sussulto del cuore; e quando vide le
colonnine del cancello disse due o tre volte, senza volerlo, fra s: "Oh! oh! oh!" come davanti
alle cose che scompigliano o esaltano il cuore.
Si stacc il cavallo dai Couillard e Rosala e il figliolo andarono per i fatti loro mentre i fattori
proponevano a Giovanna di approfittare dell'assenza dei padroni per rivedere il castello:

ed ecco il mazzo di chiavi. Giovanna and sola, e quando fu dinanzi all'antica dimora, verso la
parte del mare, si ferm stupita a guardarla, bench nulla fosse cambiato al di fuori. Il vasto
fabbricato grigio aveva quel giorno come dei sorrisi di sole su per i vecchi muri dove tutte le
imposte erano chiuse.
Un ramoscello secco cadde sulla sua veste; Giovanna alz gli occhi: era caduto dal platano!
S'avvicin al grande platano dalla scorza pallida e liscia: l'accarezz come se fosse un animale.
Il piede urt, nell'erba, un pezzetto di legno marcito: era l'ultimo avanzo della panchina dove si
era seduta cos spesso coi suoi:
ricord che la panchina era stata messa qui, sotto il platano, lo stesso giorno della prima visita di
Giuliano. Raggiunse cos la doppia porta del vestibolo, ma non riusciva ad aprire questa porta
(la chiave arrugginita non girava nella serratura, che fin per cedere con un acuto stridore di
molle) e serv anche una spinta per il battente rimasto. Immediatamente Giovanna sal correndo
alla sua antica stanza da letto. Ma... era questa, questa? Non la riconobbe. Era tutta un'altra
stanza, tappezzata con una carta chiara... Eppure le bast aprire una finestra per sentirsi
commossa fin nel profondo dell'anima davanti al suo amato orizzonte, e poi il boschetto e gli
olmi e la landa e il mare tutto disseminato di vele brune che sembravano immobili laggi.
Allora si mise a girare da padrona nella grande casa vuota.
S'incantava a guardare sui muri certe macchie familiari ai suoi occhi, e si arrest davanti a un
piccolo buco fatto dal pap in una parete, s, dal pap che si divertiva spesso, in ricordo della
sua giovinezza, a tirar di scherma col suo bastone, colpendo appunto questa parete quando
passava di qui. Ma che cosa trova mai nella stanza di mamma! Una spilla sottile dalla capocchia
d'oro appuntata dietro una porta, in un angolo oscuro presso il letto, ed proprio la spilla (ora se
ne ricorda) che mammina vi ha infisso una volta e poi ha cercato invano per anni. Nessuno l'ha
scoperta, dei nuovi! E se la prende come una reliquia, e come una reliquia la bacia.
Metteva il naso dovunque, braccava e cercava segni quasi invisibili nelle tappezzerie delle
camere che erano rimaste intatte, rivedeva quelle figure bizzarre che la fantasia vede spesso nei
disegni delle stoffe e dei marmi o nelle ombre dei soffitti macchiati dal tempo. Camminava a
passi silenziosi, sola nel grande e muto castello, come attraverso un cimitero. La sua vita era
qui, tutta qui! Ma il salone era cupo nell'ombra delle imposte chiuse, e Giovanna guardava e si
girava intorno senza distinguere nulla, finch a poco a poco il suo sguardo si abitua all'oscurit e
riconosce le tappezzerie, quelle su cui sono disegnati gli uccelli che svolazzano. Due poltrone
restavano davanti al camino come se le avessero lasciate allora allora; e poi c'era l'odore della
stanza, un odore che il salone aveva sempre avuto come ogni essere ha il suo, un odore vago e
tuttavia percettibile, quel sentore impreciso dei vecchi appartamenti; qualcosa che penetrava
adesso Giovanna e l'avviluppava di ricordi e la inebriava. E cos era tutta ansimante a respirare
quell'alito di passato, cogli occhi fissi su quelle due poltrone: finch improvvisamente, in
un'allucinazione precipitosa nata dalla sua idea fissa, credette di vedere, vide, come li aveva
sempre veduti, suo padre e sua madre che si scaldavano i piedi accanto al fuoco.
Indietreggi spaventata, urt col dorso nello stipite della porta, si appoggi per non cadere: ma
non poteva distogliere gli occhi!
La visione era scomparsa. Dopo quello smarrimento, riprese il dominio di se stessa e pens di
fuggire per paura della follia. Ma il suo sguardo cadde per caso sullo zoccolo a cui si appoggiava
e vide... la "scala di Pollino"! Ecco i piccoli segni che salivano su per la pittura a regolari
intervalli, ecco le cifre segnate a matita che indicavano l'et, i mesi, la statura crescente del
figlio. Talvolta era la scrittura del nonno, pi grossa, talvolta la sua, un po' pi piccola, talvolta

quella della zia Lisetta, un po' tremolante, e le parve che il ragazzo di allora fosse qui davanti a
lei, coi suoi capelli biondi, con la piccola fronte contro il muro, cos, certo, perch lo misurassero.
Il nonno gridava: "Giovanna, cresciuto di un centimetro in sei settimane!". E allora, con una
frenesia amorosa, la poveretta si mise a baciare lo zoccolo mentre di fuori Rosala chiamava:
"Signora Giovanna, signora Giovanna! Venite dunque! V'aspettano per far colazione!" Usc con
la mente sconvolta e da quel momento nulla cap e nulla seppe: non cap nulla di quel che le
dicessero, mangi quello che le servirono, ascolt parlare senza sapere di che si parlasse, parl
senza dubbio coi fattori che si informarono della sua salute, si lasci baciare, baci lei stessa
delle guance che le si offrirono, risal finalmente in carrozza. E quando perdette di vista,
attraverso gli alberi, l'alto tetto del castello, sent nel cuore uno schianto. Ecco, s, aveva dato
alla sua casa l'ultimo addio.
Mentre stava per rientrare in quest'altra casa di Batterville, scorse qualcosa di bianco, sotto la
porta: era una lettera che, durante la sua assenza, il postino aveva cercato di infilare in quella
fessura. Paolo, Paolo! Aveva scritto Paolo. Era una lettera di Paolo. L'apr, tremando d'angoscia.
Diceva Paolo:
"Mia cara mamma, non t'ho pi scritto perch non volevo farti fare un viaggio inutile a Parigi,
dovendo io stesso venire da te da un momento all'altro. In questo momento una grande
disgrazia mi colpisce, e mi trovo pure in seri imbarazzi. Quella poveretta moribonda dopo aver
dato alla luce una bambina, tre giorni fa, in una casa dove non c' il becco d'un quattrino. Io non
so che fare della neonata che, per ora, la portinaia alleva come pu (col poppatoio), ma ho una
gran paura di perderla. Non potresti incaricartene tu? Io non so assolutamente dove sbattere la
testa per metterla a balia.
Rispondi per mezzo del corriere.
Tuo affezionatissimo figlio.
Paolo."
Giovanna, accasciata su una sedia, aveva appena la forza di chiamare Rosala. Poi rilessero
insieme la lettera e non si dissero nulla per lungo tempo, sempre restando l'una di fronte all'altra.
"Vado io a cercare la bambina" disse infine Rosala.
"Non si pu lasciarla cos." "Va', va', figlia mia." "Mettete il vostro cappello" riprese Rosala. dopo
una pausa.
"Bisogna andare a Goderville dal notaio. Se l'altra muore, bisogna pure che il signor Paolo la
sposi. Per la piccina, per dopo, che diamine!" Giovanna, senza dire nulla, si mise il suo
cappellino. Era felice.
Che , che questa gioia profonda e quasi inconfessabile che inonda il suo cuore? E' una gioia
perfida, una gioia da nascondersi ad ogni costo, una di quelle felicit abominevoli di cui si
arrossisce, ma delle quali si gode ardentissimamente in segreto, gi, gi nel segreto misterioso
dell'anima: quella donna, l'amante di suo figlio, che sta per morire!

Il notaio diede a Rosala molte indicazioni particolareggiate che lei si fece ripetere pi volte. E la
bravissima serva, dopo aver dichiarato (sicura di non commettere spropositi): "Non temete di
nulla, mo' me ne incarico io" part la notte stessa per Parigi.
Giovanna pass due giorni in un tumulto dell'anima che la rendeva incapace di qualsiasi
riflessione o pensiero. Il terzo giorno ricevette due sole righe di Rosala che le annunciava il suo
ritorno col treno della sera, e niente altro. Verso le tre, con la carrozzella di un vicino, si fece
condurre alla stazione di Beuzeville, e l aspett la sua serva, ritta sul marciapiedi, lo sguardo
fisso sulla linea diritta delle rotaie che fuggivano e si avvicinavano in fondo all'orizzonte, laggi.
Di quando in quando guardava l'orologio. Che ora ? Oh, ancora dieci minuti. Cinque minuti.
Due minuti. E' l'ora. Ma s, non l'ora?
Non si scorgeva nulla sulla via lontana. Ma tutt'a un tratto ecco una macchia biancastra, ecco il
fumo e sotto il fumo un punto nero che ingrandisce ingrandisce, corre corre. Ora la grossa
macchina rallenta, passa davanti a Giovanna, come ansando e russando, e Giovanna tiene
d'occhio gli sportelli che si aprono qua e l lasciando gi borghesi in cappello floscio, contadini in
blusa, fattori, panieri. Oh Rosala! Rosala con quella specie di fagottino candido in braccio...
Giovanna corse incontro alla serva, ma quasi cadeva, tanto le sue gambe erano diventate
deboli, molli. Rosala aveva visto benissimo e raggiunse con la sua bella calma la signora.
"Buon giorno, buon giorno. Eccomi di ritorno. Che fatica!" "Ebbene?" "Ebbene... la madre
morta stanotte. Si sono sposati. Ecco qua la piccina." E porse il marmocchio invisibile, quella
specie di piccolo involto. Giovanna lo prese macchinalmente e le due donne uscirono dalla
stazione per salire insieme in carrozza.
"Il signor Paolo" riprese Rosala "verr dopo i funerali, forse domani a quest'ora." Giovanna
mormor: " Paolo..." e non seppe dire altro.
Il sole calava verso l'orizzonte, inondava di luce i piani verdeggianti, macchiati qua e l dall'oro
dei navoni fioriti, dal sangue dei fiori di papavero. Una quiete infinita si stendeva sulla terra
pacificata in cui germogliavano le sementi. Il contadino schioccava la frusta per eccitare il suo
cavallino e la carrozza andava di gran trotto.
Giovanna guardava davanti a s nell'aria e nel cielo tagliato come da frecciate di rondini e le
sembrava tutt'a un tratto che un dolce calore, un calore di vita, le attraversasse le vesti,
raggiungesse le gambe, penetrasse nella carne: oh, era il calore del piccolo essere che le
dormiva in grembo, qui, qui! E fu un'emozione infinita. Con un moto istintivo, scopr la faccina
che non aveva ancor vista: ecco, ecco, la figlia del figlio. E come la fragile creatura, colpita dalla
luce viva, apriva i suoi occhi turchini con una piccola smorfia, Giovanna se la strinse al petto,
appassionata, furiosa, l'alz sulle braccia e si diede a baciarla senza remissione, anzi a
mangiarla di baci.
Rosala la ferm. "Andiamo, signora" fece Rosala brusca brusca, ma in fondo contenta.
"Finirete col farla strillare." Poi aggiunse, rispondendo senza dubbio ai suoi propri pensieri:
"La vita, vedete, non n cos bella n cos brutta come si crede."