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Valerio Fiandra

A CENA CON I PRINCIPI

Trio in Re Minore

in

Quattro Movimenti, un Intermezzo e una Coda

Allegro ma non troppo


Scherzo, un poco addolorato
Andante esplicativo
Presto con moto
Andante, grave
Tempestoso

Trieste, 17 dicembre 2008 / Primo gennaio 2009

BaoTzeBao Editore
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Primo Movimento ( Allegro ma non troppo )

Il mondo non era ancora cambiato. Il Duca Orsino raggiunse in carrozza il castello dove
si sarebbe dovuto tenere l’incontro segreto. Pioveva forte. Per l’occasione aveva un abito
nuovo, fatto su misura dal sarto che – rivedendolo dopo anni di assenza – aveva capito
tutto con uno sguardo solo.

- Misure di una volta, eh ?

Orsino, inseguito dall’adolescenza da quel diminutivo ironico, vista la sua corporatura,


aveva finto di ignorare la bonaria esattezza del piccolo uomo dal metro al collo.

- Mi servirebbe una giacca di tweed, ma ho premura, cosa si può fare ?

Il sarto depose sul portacenere la cicca della senza filtro. Sorrise alzandosi dallo
sgabello e si avviò, seguito dal Duca, verso la stanza delle pezze di tessuto.

- Un tweed, subito – canticchiava – un tweed, e magari con le toppe di pelle ai gomiti,


eh ?

- Sarebbe l’ideale , ammise Orsino, abbozzando.


- E già stropicciata un poco, immagino… - gli disse l’omino fermandosi per cercare a
tentoni l’interruttore mentre lo guardava di sottecchi.

Colto nel segno, Orsino avrebbe voluto arrossire.

- Non mi prenda troppo in giro, signor Masetti, sia gentile. Cos’ha che mi può fare in
pochi giorni, mi serve per una cena improvvisa, sono stato invitato e sa, non ho di che da
mettermi che sia, sia accettato…

- E che cena sarà mai, la invita il Re?


- Quasi, un principe.

Orsino aveva risposto di getto, senza nemmeno rendersi conto, fino al momento preciso
in cui lo disse, che in effetti di un principe in senso letterale si trattava.

Erano gli anni in cui Orsino lavorava ancora, con una certa qual continuità. Gli piaceva
quel mestiere fra l’artigianato e il mercato, sapeva di aver le capacità e il gusto per farlo
bene. Quel che gli mancava era il danaro. Non ne aveva abbastanza per comprarsi il
tempo per sostenere il progetto culturale che aveva bene chiaro dentro di sé, né quello per
comprarsi un valido aiuto commerciale e finanziario. Quello che aveva, invece, era un
socio di maggioranza. Anche lui senza danaro, ma non lo sapeva. O forse no, lo sapeva
ma non lo lasciava capire. Oppure, meglio ancora: si sarebbe potuto capire benissimo, e
Orsino lo aveva infatti capito, solo che non voleva capirlo. Cosicché - non potendo
liquidare il socio, e volendo invece tentare in ogni modo di continuare a fare bene il suo
mestiere - il Duca Orsino aveva accettato, che dico: aveva addirittura fatto di tutto per
essere invitato a corte. Quella sera avrebbe dunque potuto incontrare - e parlare con la

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calma che una cena riservata e ristretta consentiva - uno dei maggiori professionisti del
mestiere, un uomo bello, ricco e famoso, noto per l’eleganza dei modi, il coraggio e la
lungimiranza culturale. Un principe di nome e di fatto. E se fosse riuscito a trovare le
parole e i modi adatti, chissà…

I tentativi di trovare in provincia i danari per il suo scopo erano andati a battere contro il
muro di inadeguatezza e miopia della città di Orsino. Né lui, va detto, era un portento nelle
relazioni pubbliche: indisciplinato ed estroso, era stimato, forse - ma certamente anche
temuto per la sua indipendenza di giudizio. Il Duca non sapeva chiedere, parlava spesso e
troppo: sin a quel momento aveva ricevuto soltanto dei ‘No, grazie’. Fu così che - venuto
a sapere da un amico suo e del Principe che l’alta eccellenza sarebbe venuta dalla
Capitale, per una riunione d’affari in città, e che aveva ancora libera la cena - aveva
proposto un incontro. L’amico di Orsino, uno fra i pochi ad averlo fattivamente quanto
inutilmente aiutato a trovare gli aiuti cercati, era riuscito a combinare per quel venerdì sera
- pioggia battente, umidità livida - quello che abbiamo lasciato in cima a questo racconto
veridico ed elusivo al tempo stesso, per ragioni di stile più che di rispetto.

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Secondo Movimento ( Scherzo, un poco addolorato )

- Lei è più che puntuale, duca…

L’oste accolse Orsino con il suo sorriso migliore. L’anticamera del ristorante era
spaziosa, sobria, poco illuminata.

- Temo sempre di sbagliare strada, cosa vuole, messer Ban…

La puntualità – pensava intanto – è davvero le privilége du roi. La si deve alla persona


e alla istituzione che il corpo fisico di un Principe incarna. A Loro è dunque concesso
profittarne - e trovare al proprio arrivo tutti già al proprio posto - sino all'abuso di poter
fermare le lancette: arrivando in ritardo un principe distratto o superbo pretenderebbe
dunque di non venir meno alla regola della puntualità di cui si macchierebbe chiunque
altro. Ma d'altra parte un vero Principe arriva invece esattamente all'ora stabilita, non un
momento prima, non un attimo dopo.

- Ed è – come sempre – il primo…

Liberandosi del loden, il Duca si tolse anche il piacere di ignorare il complimento. Frase
già ascoltata – pensava – gradita certamente, ma anche ambigua. Da quando è che me la
sento dire, a parole o con gli occhi ?

- Vi ho sistemati in saletta, qua dietro – mostrò l’oste.

Orsino lo seguì nella stanza già allestita. Il tavolo ovale, la cristalleria, le ceramiche, gli
argenti, cinque sedie. Cinque ?

Passeggiando e osservando l’ordine immacolato che precede una cena, il Duca si


chiese in silenzio chi sarebbero stati i due commensali in più, non previsti. L’amico
complice aveva annunciato la presenza del Principe e la propria; con me – contava Orsino
– fa tre. A meno che… Con un lieve quanto netto accenno del capo cacciò via la
possibilità che gli si era presentata, quand’ecco che la Possibilità in persona entrò nel
locale come salisse sul proprio yacht.

Orsino non seppe trattenere un moto di fastidiosa sorpresa.

- Sei già arrivato, vedo, come stai ?


- Grazie, bene, e tu?

Provvidenziale, l’oste intrecciò subito con il nuovo arrivato una sussurrata e


convenevole conversazione, da vecchi conoscenti che sanno benissimo chi sono e chi
debbono sembrare.

Noblesse oblige – sorrise senza schiudere le labbra il Duca. E valutava la bellezza


contraddittoria di quel motto, come di quello che alludeva alla puntualità. In tempi ormai
sformati come i nostri - considerava -, nei quali l’unità, la simultaneità fra forma e sostanza

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è ormai perduta ( se mai è esistita veramente nei comportamenti, al di fuori delle cronache
benevole ) – queste due belle parole pare vogliano soltanto dire che al Nobiluomo ogni
cosa è permessa. Mentre a mio parere – si diceva a bocca chiusa ma ad alta voce il Duca
– il significato corretto è quello opposto, ed esprime l’obbligo cui è tenuto lui prima degli
altri…

- Spero non ti dispiaccia se ce l’ho fatta a venire anche io…


- Certo che no, Rolando. Sono solo sorpreso… Mi dicesti che eri fuori città, questa
settimana…
- Già. Poi ho saputo di questa magnifica occasione… Sei stato bravissimo a combinare,
i nostri problemi non potrebbero trovare miglior ascolto. Il principe, Marco - che ho
conosciuto anni fa, sapevi? - potrebbe essere di grande aiuto, lo volesse…

Orsino ascoltava, rapito dalla naturalezza del Conte, la sinfonia…, no: l’assolo di flauto
del suo discorso brillante e crudele. Un vero uomo di corte – ammetteva suo malgrado,
cercando di non mostrarsi troppo accondiscendente, né ancora infastidito.

- Sai dunque anche chi sarà il quinto ospite ?


- Saremo in cinque ? – si stupì il Conte ( Per davvero o per posa? - si chiese senza
sapersi rispondere Orsino ) – No, il Presidente verrà con un amico, forse…

Si sedettero.

( A questo punto, prima di procedere in questa fabula incerta ma verosimile, va chiarito


un equivoco, anzi due. E’ per scelta d’autore, mia dunque, che ho situato il racconto fra
settecento e primi vagiti del terzo millennio: il gioco fra lessico di Corte e prassi post
moderna è dunque voluto. Mi si perdonino, per tanto, le incongruenze o inesattezze.
Inoltre – seconda, necessaria precisazione – io racconto ciò che mi è stato raccontato:
non c’erano i miei propri occhi, quella sera di pioggia, equivoci, stupori e disinganni nella
sala del ristorante sulle alture. Orsino, di cui divenni amico stretto solo quattro anni fa – il
primo marzo del 2004, per l’esattezza – molto mi ha confidato. Altro ho, con discrezione,
chiesto e generosamente saputo da quel suo complice amico che qui ho chiamato il
Presidente. E anche l’oste, come ogni buon padron di casa - apparentemente disattento
ma capace di cogliere particolari infinitesimali - è stato utilissimo alla ricostruzione di
questa cronaca minima, di nessun’importanza se non per il mio buon, e già rimpianto
amico. La sua improvvisa scomparsa – avvenuta pochi giorni fa, e proprio nello stesso, nel
medesimo giorno dell’annuncio della morte del Principe protagonista di questa storia – mi
ha commosso e colpito al punto di sentirmi in dovere di ricordarlo - vivo e vivace com'è
stato - a me stesso prima di tutti. E così, per elaborare un lutto che mi priva del conforto
della sua amichevole, gustosa, irrequieta compagnia... Ma sto cedendo al privato, mi
scusino. )

Torniamo dunque alla scena, all’ora esatta in cui - puntuale, alto ed elegantissimo, in un
vestito grigio spinato, camicia bianca e cravatta di lana bouclèe - entrò il Principe, seguito
dal Presidente e da un Nobiluomo leggermente claudicante, ma di eretta e nobile postura,
e di lucido sguardo. Fu su quest’ultimo - sul suo gilet beige su pantaloni di velluto a coste
marroni, sulla sua giacca ( …di tweed, sì, di Harris Tweed – riconobbe in un sussulto il
Duca ) e infine sul suo volto, sui suoi occhi che si inchiodò, imbambolato, lo sguardo di
Orsino.

Lui. Qui – tremò in esultante silenzio il mio amico. E la sera cambiò, insieme, d'abito e di

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segno.
Intermezzo ( Andante esplicativo )

Rimanere fisso sul posto mentre tutti attorno si precipitavano incontro agli illustri ospiti
parve al mio amico, nei suoi primi racconti, un disonore.

“ Sai come va, Cino: – mi disse quel giorno d’aprile del 2004 in cui, su mia gentile
insistenza riprese a raccontarmi, dopo un silenzio che era durato quasi un mese - di quella
serata – Ero sconvolto, letteralmente. Quasi mai, in oltre cinquantanni, ho perso in
pubblico il controllo di me stesso, ma spesso non sono riuscito a fare ciò che credevo di
voler fare. Lì, in quel momento, avrei voluto non esserci, oppure che fossimo soli, soli lui e
io.

Più recentemente Orsino ammise con me, che gli ricordavo il suo “Princìpi di
Involontarietà Applicata”, che quel non fare era in realtà forse esattamente quello che
voleva fare, tanto è vero che che fu discretamente notato e compreso, più avanti, per quel
che era - infinita ammirazione - proprio da colui al quale era stato rivolto.

Si ritrovò seduto al tavolo quasi per incanto. Alla sua sinistra il suo socio Conte
Rubirosa, di fronte al quale sedeva il quinto innominato ospite; alla sua destra il Principe
Marco di Fortuneto, ed infine il Presidente.

- … E poi è andato bene tutto, come era nelle aspettative, del resto – sentì
concludere appunto quest’ultimo – pratico di silenzi e consigli d’amministrazione – con
uno sguardo circolare che andò a chiudersi sul Principe.

Nell’attimo che seguì, brevissimo ma aperto, si inserì con prontezza e mestiere l’oste.

- Desiderano scegliere, oppure…


- Faccia pure lei, signor Ban – sorrise Rolando cercando approvazione.

Solo l’ospite in tweed tradì un netto dissenso.

- Per me, posso avere la vostra Jota… tanto nominata ?


- Ma certamente – si illuminò il ristoratore, e anticipando le parole che gli altri
avevano già negli occhi aggiunse:

- Quante Jota, dunque ?

- Tutti, mi pare – chiuse brusco il Chierico in gilet beige, che aveva capito bene i
desideri di tutti, di quasi tutti.

- Oh, ma che splendida idea – chiosò Quasi, nella più cortese indifferenza generale,
eccezion fatta per l’oste, compiaciuto per arte e contratto.

In breve la comanda fu espressa ( leggera delusione del Presidente per la mancata


presenza nel menù, quella sera, delle patate in tecia; generale approvazione all’annuncio
della millefoglie ) .

Nel frattempo Orsino era riuscito a scuotersi dalla sua immobilità facciale.

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- Il dottor Chierico – pensava, prima gravemente e via via più fiducioso – chi avrebbe
mai detto che ci saremmo incontrati, stasera poi… Forse non tutto è ancora deciso, forse.

( Ora, qui è necessaria un’altra spiegazione. So, immagino che queste cesure
disturbino l’eventuale lettore ma, come vi dicevo prima, avevo iniziato a scrivere queste
note per sole ragioni private, mentre adesso penso che potrebbero un giorno venir lette. )

E’ avvenuto, in questi giorni di fine dicembre, a meno di due settimane dalla sua
scomparsa – lo stesso giorno, capite, lo stesso giorno del Principe ! – che il Notaio mi
abbia dichiarato “ erede testamentario delle proprietà non materiali del Signor Orsino
Aron…” – come recita il foglio protocollato che ho qui davanti mentre scrivo, a puntate,
questa che mi pare sia la sua storia più importante, oltre che la prima che mi raccontò, con
voce nuova, quando ci rincontrammo.

Orsino ha lasciato valanghe di quaderni e files, pieni di annotazioni mai finite né


organizzate in un qualche ordine. Ora che mi trovo spesso qua – a casa sua, in qualità di
erede testamentario - mi si è insinuato il dubbio che questa amicizia di una vita, divenuta
stretta solo poco più di quattro anni fa, mi obblighi a qualcosa di diverso che una privata
elaborazione del mio lutto. Non so proprio come farò a districarmi fra le sue note a matita
in margine ai libri, ai racconti abbozzati, ai versi su biglietti e persino sul suo telefono
cellulare, alle lettere, le mail, i post e i commenti di cui il mio caro amico sembra aver
disseminato di sé il “mondo d’acqua scritto da gocce” ( così, testuale, un suo tratto di
penna blu su un faldone grigio chiaro pieno di carte, tabacco e macchie d’unto che ho
ritrovato sul tavolo di cucina della sua casa, dove in questo momento sono, solo con lui, il
mio portatile, i miei pensieri e i suoi ) . Perdoni dunque, chi leggesse queste prime bozze,
il mio disordine, la mia trasparente commozione, la mia palese incapacità. Se saprò
almeno portarle a termine, e prima della fine di quest’anno di pochi giorni ancora – mi dico
per farmi coraggio – forse troverò anche quello per immergermi poi nelle sue carte, per
dar loro l’ordine di cui hanno bisogno per poter venir lette. Vedremo…

- Il dottor Chierico… - rimuginava dunque il Duca Orsino, pensoso ma estasiato,


trovandosi inaspettatamente di fronte al proprio passato - e forse al proprio futuro -
incarnati nel presente dell’uomo che solo il Principe Carlo di Fortuneto e lui sapevano chi
fosse, in quel momento, con le scodelle di Jota già sul tavolo.

Dovete ora sapere che Orsino è stato per me IL Nobiluomo, ma non era di nascita
aristocratica.

Trovarsi, com’era, ‘a Corte’ - in compagnia cioè di personaggi che per sangue, per
imprese o meriti avevano danari, titoli e maiuscole – non lo imbarazzava. E la decisione
con la quale aveva deciso di giocarsi, in quella partita, la sua ‘entrata in società’ ( e con
essa la possibilità materiale di proseguire nei suoi progetti editoriali bisognosi di
finanziamento ) non sarebbe stata scossa (era stata meditata, ed era improrogabile) se
non fosse comparso quell’uomo, l’unico fra i presenti – stava riflettendo Orsino – cui
riconosceva la Nobiltà vera, quella alla quale anche lui aspirava.

Chi era, dunque, il dottor Chierico ?

Era uno dei più prestigiosi e rispettati, temuti professionisti del mestiere che era anche
quello del mio amico. Altro ruolo, incommensurabile distanza e inavvicinabilità dei meriti e

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delle esperienze, precisava sempre Orsino, Ma insomma, Cino, in un certo qual modo…
eravamo colleghi. E mi diceva dei libri che il dottor Chierico aveva scritto, soprattutto di
quelli che doveva aver ben letto, della sua indipendenza di giudizio – spesso presa per
superbia dagli invidiosi incompetenti – , dell’eclettismo ( sempre ben temperato, chiosava
Orsino, che sapeva quanto amassi Bach ) , della misura, del magistero della sua opera.

Il mio amico non invidiava il dottor Chierico, gli era grato; solo avrebbe voluto essere lui,
e sapeva bene che così non sarebbe mai potuto essere.

Infine: svelo a chi non lo avesse già intuito che tutti i cinque commensali avevano a che
fare con il mestiere di Orsino: il Presidente era stato anche Direttore di un importante
quotidiano, il Principe era un grande editore, il Conte Rubirosa uno stampatore, legatore,
editore… , ma questo lo avete capito già bene: Rolando era convinto di essere tutto
questo, e molto di più.

- Chi lo sa ? – meditava senza ironia alcuna, con benevolenza, il Duca Non Duca
quando me ne parlava – Forse la sua indiscutibile bellezza, i suoi nobili nomi di Famiglia, il
suo infallibile fascino, le aspettative vere o presunte - sue e di chi lo circonda - un
temperamento incline alla seduzione, una certa qual natural indifferenza… Chi lo sa, Cino:
forse il peso di queste doti lo hanno reso un uomo… un po’ esagerato, come dire, un poco
vanesio, e molto infelice, credo.

Vi chiedo scusa. Devo interrompere qui, per il momento. Sono passate ore intere senza
che me accorgessi. Non sono uno scrittore professionista, ve ne sarete accorti, eccome !
Sono un uomo libero da doveri familiari, è vero, e ci sono piaceri cui non so, né voglio
resistere. Vado, ma torno. Abbiate pazienza, volete ?

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Terzo Movimento ( Presto con moto, grave )

- A quattordici anni ho cominciato sul serio, ma non lo sapevo, ciò che poi ho
continuato a fare fino a oggi, e credo che continuerò, che lo voglia, possa oppure no…

La conversazione si fermò e tutti gli sguardi furono su Orsino.

Stavano parlando da una buona mezzora: ai piatti di jota erano seguite le crespelle
agli spinaci, le carni e le verdure. Il presidente aveva abilmente portato dal tema generale
– la città, i suoi incerti legami, il passato che incombeva ancora, il futuro non condiviso – al
ruolo della stampa e dell’editoria. Il conte Rolando aveva spiegato, raccontato, alluso. I
suoi aneddoti erano sempre pieni di garbo: forse non altrettanto di informazioni precise,
ma il Principe sembrava gradire: una certa, almeno apparente familiarità fra i personaggi
di cui parlava il Conte di Rubirosa e il mondo nel quale Marco di Fortuneto era un
protagonista avevano stabilito un clima di cortesia e affabilità che al Duca non Duca
Orsino piaceva e non piaceva. Era rimasto insolitamente quasi sempre zitto, ascoltando
disciplinatamente – dopotutto non era nobile né celebre, ed era anche il più giovane al
tavolo – ma in realtà era in dissimulata ma tesa attenzione dei silenzi del dottor Chierico.
Questi si era dapprima, in piena concentrazione, assaporato a misurate cucchiaiate la jota
quasi senza alzare gli occhi dal piatto. Ora, dopo aver condito con minuziosa cura le
verdure cotte, ne tagliava un pezzo alla volta per custodirne il calore, portava la forchetta
alla bocca e masticava ogni boccone con lentezza.

Alla frase improvvisa di Orsino, che aveva colto una pausa nella cicaleggio, il dottor
Chierico alzò su di lui lo sguardo, come tutti; poi tornò a misurare l’ ultima mezza patata
lessa che ingialliva, spruzzata appena di erba cipollina verde, il piatto bianco. Depose le
posate e disse:

- L’editore ?
- In un certo senso, sì, professor Cesare – rispose Orsino.

Gli altri avventori tacevano. Nessuno aveva chiamato per nome il dottor Chierico.
Orsino fece appena in tempo a notare uno scambio d’occhiate fra il Principe e il suo
amico. Così riprese, dopo aver posato la forchetta ed essersi passato il tovagliolo sulle
labbra:

- Alle feste cui ero invitato mi annoiavo, mi ci chiamavano per consuetudine. Non mi
piaceva ballare, le ragazze non badavano a me, ma mi piaceva la musica e avevo una
bella collezione di dischi.

Orsino cercava di staccare lo sguardo dal professor Cesare Chierico. Si era reso
conto che quella che era stata fino ad allora una conversazione a più voci, indirizzata alla
ragione principale per cui la cena era stata organizzata, aveva preso una piega diversa.

Incoraggiato dal silenzio nel quale nessuno sembrava voler entrare - per evidenti ragioni di
rispetto alla attenzione che il Dottor Chierico gli aveva riservato - continuò:

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- Così mi presi il compito di portare i dischi, di suonarli uno dopo l’altro, di fare il disc
jockey, come si sarebbe presto comunemente detto. Suonavo i dischi che piacevano a
me, ma ben presto cominciai a tener conto dei gusti affatto diversi dei miei amici…
Dovevo farli ballare e divertire, e mi piaceva farlo. A casa erano Beatles, Mina, cantautori
e jazz, oltre alla musica da camera, ma alle feste erano Bee Gees, Abba o Shocking Blue.
Rolling Stones al massimo, o Brian Auger, e anche, sì, anche Wilson Pickett, Fausto Leali,
Gene Petney, Equipe 84 Mia Martini, i Pooh, sapete… - chiuse un poco bruscamente
Orsino.

- Ed è così che sceglie i libri per la sua casa editrice ? – interloquì il dottor Chierico.

- Non abbastanza, non quanto vorrei saper fare… – rispose il mio amico – Ma
insomma sì. Tengo conto dei miei gusti personali nei libri che acquisto e leggo, ma per
quelli che pubblico cerco di mediare fra una forma, anche tipografica, che sia tesa al
meglio, all’eccellenza – osò dire Orsino cercando di non esagerare ma esagerando, come
era purtroppo incline a fare – e i gusti del pubblico della casa editrice.

- Orsino, il Duca Aron Orsino – intervenne allora il Conte Rolando appoggiando la


voce sull’Aron – è un ottimo direttore editoriale, e anche un eccellente promotore…

Il Dottor Chierico, con un gesto netto della mano destra accompagnato da un lieve ma
evidente piegamento del viso su quello del Conte Rubirosa, lo interruppe bruscamente.

- E funziona, Duca Direttore, dica, ...funziona ?

Il presidente era di velluto, attento e compiacente ma discreto.


Il principe apparentemente assente, ma aveva finito l’ossobuco e prestava
attenzione.

Io – mi raccontò un pomeriggio Orsino per rispondere alla mia domanda: e tu ? – Io,


io non ero imbarazzato alla domanda franca e irridente del professore. Era la domanda
giusta, lo sapevo. Avrei solo voluto non ci fossero stati gli altri, questo sì. In un tempo che
evidentemente deve esser stato brevissimo mi sembrò di ricordare tutte le Case Editrici di
fama e qualità che lui aveva frequentato, i poeti, gli scrittori, le autorità nel campo della
critica e della storia dell’arte, le lingue da cui traduceva, persino i nomi dei suoi libri… Che
vuoi, Cino, io lo avevo scoperto solo nel 1991, con un libro il cui titolo era diventato per me
una specie di Abracadabra, “Falbalas”. Poi quasi tutti gli altri, e fino a quelli usciti postumi
anche di recente, e soprattutto... Quello - intimo, magnifico, commovente - che trovai a
Parma, alla mostra di Mattioli, solo poco più di un mese dopo questa serata del settembre
2001 che ti racconto sempre - in un’edizione numerata dell’Università, che precedette
quella, più completa, di Adelphi. E le sue rare e magistrali paginate sul quotidiano di
proprietà del Principe Marco… Comunque, Cino - concluse quasi vergognoso di sè, della
commozione che lo prendeva, tornando di botto alla cronaca della cena - in quel tempo
breve che mi pare adesso lungo, ma tu sai gli scherzi che fanno i ricordi, decisi che
dovevo fare come se fossimo stati soli, che in fondo eravamo soli, che ci dovevo provare o
me lo sarei rimproverato per sempre.

- No.

- No ? – Alzò lo sguardo il Professore piantandogli gli occhi addosso.

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- No, professore. Ho poca esperienza, il mio gusto non è abbastanza solido, la mia
preparazione incompleta, la mia forza non è abbastanza temprata. E volendo non cedere
a tutti i ricatti che ogni mercato fa - specie ai pesci come me, di carta e piccoli, ma che
però vogliono crescere - non ho, non abbiamo – disse Orsino girando per un attimo la
testa verso sinistra, dove gli sedeva accanto l’ammutolito ma sorridente Conte Socio di
Maggioranza Rolando di Rubirosa – abbastanza mezzi per sostenere un piano editoriale
adeguato.

- Vedo.

Un silenzio così - mi diceva spesso Orsino, che spesso tornava, specie negli ultimi
mesi, al racconto sempre più particolareggiato di quella serata – io non lo mai più sentito.

Dopo quel “ Vedo ” che durò quanto un’eco a fondo valle, i corpi e i volti dei presenti
parvero rimettersi in movimento. Orsino era stremato. Rolando non osava cercare il suo
sguardo. Il presidente non riusciva a trarre dal cappello magico delle sue risorse
cardinalizie e politiche una battuta, una divagazione. Il Dottor Cesare Chierico stava
finendo la sua mezza patata.

- Mi hanno parlato di una collana, sua, vostra – disse allora il Principe – sul mare e le
sue storie…
- Gente di Mare, sì, siamo al quinto titolo… - riprese a respirare Orsino.
- Ne ha copie qui ?
- Certamente. Ne ho portata una di ciascun libro – riprese colore Orsino – mi
ripromettevo, dopo il dolce…
- Oh sì, davvero molto gentile, sa, Aron, sul mare sto così bene…
- Ma va là Marco, che tu sei uomo di pianura, come me del resto !
- Cesare mi conosce troppo bene – sorrise benevolmente a tutti il Principe – ma non
del tutto, non del tutto…

- Beh, nessuno si conosce mai abbastanza bene – ribattè senza accondiscendenza


né sfacciato orgoglio lui.

- Solo un testo, visto come una mappa e da una buona distanza, possiamo forse dire
di poter conoscere davvero.

A questa frase di Orsino il dottor Chierico cambio faccia.

Come dice, scusi, Aron ?

- Due amici, persino due grandi e liberi amici sanno, ciascuno di se stesso, meno di
quanto sappia l’amico. La distanza è necessaria per conoscere quanto ci è più vicino,
anche se non è sufficiente. Quando entro in un libro, le volte che ci riesco e ci rimango
abbastanza - in una frase appena, o in una pagina di riguardo, bianca a sinistra prima del
nuovo capitolo in quella destra – lì a volte mi par di trovare - e subito mi par di perdere -
ciò che di più vero c’è, ciò che nemmeno l’autore sa di avervi lasciato.

Orsino aveva pronunciato la frase intera in un respiro soltanto. A testa bassa, come
parlando a sé, ma osando alzare lo sguardo sulla parola “ vero”, che sussurrò – mi riferì il
presidente solo pochi giorni fa, mentre ricordavamo insieme il comune amico scomparso –

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quasi al di sotto della percettibilità, ma con una sicurezza che stupì lui per primo, dopo che
ebbe ripreso fiato.

Quattro camerieri, il padrone del ristorante e sua figlia, maitre patissier, entrarono
nella stanza riservata. Gli occhi e i nasi furono tutti sui grandi piatti di porcellana bianca,
sulla millefoglie destrutturata e gialla, sulla croccante pasta sfoglia, sul velo di zucchero
che la decorava.

Furono appoggiati simultaneamente.

La cena volgeva al termine, la notte non sarebbe finita presto.

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Quarto Movimento ( Andante, grave )

Caffè e liquori. Tavola spoglia e ripulita. Non si può più fumare, peccato.

Accanto alle tazzine e ai bicchieri una piccola pila di libri dalla copertina blu. Il
Principe ne sta sfogliando uno, “ L’ultimo viaggio del Baron Gautsch ”, di Pietro Spirito. Il
dottor Chierico sta leggendo “Sei Marinai dell’Adriatico”, di Giubek Marini.

Il presidente e il Conte Rolando chiacchierano in piedi, sulla soglia.

Orsino è seduto, guarda i due lettori leggere.

- Una storia vera, questa di Pietro Spirito, Aron ?


- Una vera e propria ricerca, che ha il contenuto e anche la forma di un romanzo.
- Le immersioni, vedo, i tesori: si seppe la vera ragione dell’inabissamento?
- Cosa vuole, signor Principe, si sa molto e mai tutto. Certo i morti, quelli furono
certi…
- E tu, Cesare, sembra ti sia immerso pure tu, lì…

Il professor Cesare Chierico alzò gli occhi dalle pagine. Storse un poco le labbra.
Depose il libro lasciando l’indice fra le pagine.

- Qui c’è una bandiera rossa d’onore – disse con allegra pompa imperiale – , una
buona prosa asciutta, chi è questo Giubek Marini, non l’ho mai sentito…

- E’ uno pseudonimo, professore. Ho preso l’impegno di rispettare il desiderio


dell’autore di rimanere sconosciuto. Era un giornalista, un amico carissimo; con lui ho
passato molte belle giornate, a litigare e stare zitti.

- Ha scritto altro ? – chiese il letterato.


- Ha scritto sui miei giornali ? – chiese il grande editore.

- No. – rispose ad entrambi Orsino – Niente di edito, comunque – disse rivolgendosi


al professore. - Ha lavorato per l’altro grande gruppo editoriale del Paese – concluse
elusivo, sorridendo al Principe.

Orsino stava già per aggiungere particolari, vinto dall’emozione causata dal ricordare
l’amico Giubek, morto poco più di un anno prima, e i suoi burberi consigli in materia di
editoria, politica e civiltà. Ma seppe star zitto, e fu una fortuna.

- Dovremo andare, non credi Marco ?


- Già – si allungò alzandosi il Principe – abbiamo fatto tardi.

Orsino fu subito in piedi, basso vicino ai due amici.


Il Conte Rolando e il Presidente si avvicinarono.

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I saluti furono cortesi, i ringraziamenti sinceri.


Il conto non era stato presentato, ma tutti capirono che la cena era stata offerta dal
Conte di Rubirosa.

- Mi scriva, caro Aron – disse il Principe stringendo la mano al mio amico.

Lui abbassò il capo, come al più gradevole degli ordini.

Lasciarono la stanza, e poi il ristorante, in gran velocità. Aveva smesso di piovere.

Orsino fu l’ultimo a uscire, qualche minuto più tardi.

Era trasognato, disteso eppure rattristato.

Solo un cenno di saluto – rimuginava insofferente – : che sbruffone devo esser stato,
il solito asino !

Il professore – mi disse cento volte Orsino raccontandomi sempre la stessa scena


con sempre nuovi dettagli, al punto che non so più quali fossero veri e quali no – non mi
aveva nemmeno stretto la mano. Solo un cenno. Forse sorridente, non so più dire.

Il vestito nuovo si faceva sentire, adesso. Pareva ad Orsino di essere stretto in una
camicia di forza. Sognò di essere a casa, in pigiama, appollaiato sulla sua poltrona
preferita, a fumare, finalmente.

- Xè stada una piacevole serata, vero, Duca ?

La familiarità dialettale dell’Oste riscosse Orsino.

- Certo, signor Ban, grazie a lei è andato tutto benissimo. La millefoglie poi,
complimenti a sua figlia…

- Troppo buono, signor Duca, lei è troppo buono…

Appena fuori, scosso dal freddo, Orsino alzò il colletto del loden. La sua macchina
era poco lontana. La discesa, un angolo, pochi passi. Il piazzale era poco illuminato, ma si
vedeva bene una berlina scura - luci interne accese - posteggiata accanto al coupè del
Duca.

Prima ancora di poter capire, Orsino vide la porta posteriore spalancarsi a metà.

- Salga un momento, Aron !

Fece appena in tempo a posare il sedere sul posto accanto all’autista.

- Lei non è un editore, caro Aron – disse subito il professor Cesare Chierico. – , lei è
altro!

Orsino taceva. Si era girato e guardava i volti in penombra dei due uomini seduti sul
sedile posteriore. Taceva, senza fiato: aspettava.

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- Lei non da credito, il giusto credito, alle sua capacità. Lei ha scelto la via tortuosa,
quella meno fortunata, per riconoscersi, per scoprire chi è davvero.

La voce del Professore era calda, le parole di ghiaccio.

- Si arrenda all’evidenza, Orsino – riprese addolcita – : smetta di contraddire sé


stesso – poi salì di tono, sferzante – la smetta di scappare, insomma !

Il principe seguiva la scena fra lo stupito e il benevolo.

- Lei, caro Aron – gli disse cercandone lo sguardo immobilizzato – , lei è una persona
nobile, lei…

- Mi ascolti, giovane pesciolino direttore della piccola casa editrice locale – riprese,
irridente e secco il Professore – Lei fa buoni libri, è di buone letture, e scommetto che sa
anche scrivere. Lasci perdere le scuse, i soldi, il mercato… Faccia della sua Casa quello
che vuole fare, o la abbandoni e si metta a fare qualcosa sul serio - ma sul serio davvero,
mi capisce ? - Lei non è più un disc jockey, se poi lo è mai stato…Cosa sta aspettando ? -
ha quasi cinquantanni, vero? - Che sia troppo tardi ?

Aron Orsino si stava afflosciando. Il tessuto lo pizzicava, la cravatta gli serrava il


collo. Sentiva, gli parse di sentire il rossore divampare dalla testa alle punte dei piedi.

Si girò verso il parabrezza, allungò la mano alla sua destra, a cercare la maniglia.

- Senta ! – gli gridò il professore.

Orsino si girò di scatto verso di lui, pronto a rispondere, stavolta, e a mordere.

- Ci sono passato, per quelle strade, io. Non vi indugi troppo, ci è restato abbastanza.
Io, io ho resistito, e diamine!, Resisto ancora troppo! – sfiatò come parlando a se stesso.
E non faccia paragoni – riprese con maggior forza un attimo dopo – va da sé che io sono
io, e lei no ! Usi con forza la sua ammirazione per me. Si tiri fuori dal suo buco. Basta
salite, si lasci andare, scenda ! Vada in pianura ! Vada, adesso. Vada a casa, che è
davvero troppo tardi !

Su questa ultima frase il professore si girò ostentamente verso l’autista, togliendo lo


sguardo dal volto di Orsino, dove l’aveva tenuto fisso come un artiglio.

L’autista mise in moto.

- Grazie – disse Orsino, e uscì dalla macchina.

Aveva ripreso a piovere.

O forse non lo disse.

Fino all’ultima volta in cui - pochi giorni prima di morire, due settimane fa - mi
raccontava ancora quella storia e il suo finale, ogni volta non sapeva esserne certo.
Probabilmente ho solo pensato di averlo detto, quel Grazie, figurati ! Ero cotto, ero di carta

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straccia, un salame bollito nel sugo !

Quel che è invece certo è che pochi giorni dopo il mondo cambiò.

E che due anni dopo quella sera dei primi di settembre del 2001, - due anni molto
intensi e belli, ma altrettanto severi, nei quali la profezia del professore lo inseguiva -
Orsino lasciò la Casa Editrice. Perché, quale la causa puntuale e quali le remote non è
questo il luogo né il tempo di dire. Posso solo testimoniare di un dolore profondo, nascosto
alla bene e meglio, troppo acuto per venir del tutto dissimulato. Nelle sue carte sparse, nei
faldoni e nei quaderni, sotto titoli come “Ilrestomanca” o “Unavitadamarrano” ( scritti così,
in una parola soltanto ) , o nei files intitolati “leggerezze e scrivitudini”, ci sono migliaia di
parole che testimoniano del dolore e delle cure.

Da qualche anno però stava meglio.

Lui, generosamente, diceva che le cose si erano messe per il verso giusto da quel
primo marzo del 2004 in cui ci rincontrammo per non lasciarci che.

Che quindici giorni fa, quasi esattamente a quest’ora.

Già.

Sono le 23 e 25 del 31 dicembre 2008.

Ho promesso a me - al bambino, all’erede e all’amico fedele e riconoscente che sono


- di finire il resoconto di quella cena con l’accento sulle ‘i’. E finirò dunque qui, che tanto
ogni altra parola non servirà - se tutte quelle che ho scritto non vi fossero già riuscite - a
dire chi è stato Orsino Aron del Lino, duca non duca, gentiluomo.

Da domani, forse, potrò guardare alle sue carte con maggior confidenza e
leggerezza. E chissà, forse, trascriverle ordinatamente, da buon esecutore testamentario.

Grazie per la vostra pazienza, e scusate le cadute.

Buon DuemilaNove.

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CODA ( Tempestoso )

Riapro il file che è quasi l’alba del primo gennaio 2009.

Sono le sei e cinquantasei mentre batto queste note.

E’ accaduto qualcosa di fuori dell’ordinario e devo documentarlo, a costo di passare


per il matto che non sono mai stato, per un credulone, uno svampito.

Ieri sera, in punta di fine anno, avevo - come mi ero ripromesso – finito di scrivere il
racconto della cena con i principi che tanto contò per il mio amico Orsino. Chi di voi
l’avesse già letta sa come finisce. Pubblicare in Rete è così facile ed immediato che non
so, né saprò mai se qualcuno ha già letto, né chi è, né tanto meno se tornerà più su
queste pagine di pixel. Ma devo pensare anche al riverbero dei testi in Rete, alla loro
possibilità di diffondersi senza alcuna possibilità, per l’autore-editore, di saperne la
destinazione. I libri, quelli di carta, non avevano sorte diversa, dopotutto, ma la loro fisicità,
almeno, permetteva note, appunti, identificazioni… Insomma personalizzazioni che, che
insomma…

Faccio prima a spiegarvi cosa è successo. Capirete.

Dopo aver chiuso il computer sono rimasto a cenare qui da solo, nella casa di Orsino.
Prevedevo di farmi una tartina o due, di stappare una bottiglia del suo amato ( anche da
me, statene certi ) Sauterne, di fumarmi uno dei suoi sigari, e di lasciarmi infine dormire in
poltrona fino a svegliarmi, possibilmente meno stanco e abbattuto di quanto ero dopo aver
scritto, io che non sono uno scrittore, quella storia di una intera vita raccolta in quattro ore.
Lo dovevo fare e lo avevo fatto, ma la spossatezza che aveva seguito la caduta di
tensione mi aveva davvero abbattuto, e così - invece di cogliere dal liquido paglierino e
dalla cenere del Partagas la desiderata sonnolenza – ero più agitato e sveglio che mai.

Decido allora di darmi ancora da fare, di “portarmi avanti” con il lavoro che progettavo
di cominciare di là a qualche tempo, quello di cui nelle righe finali ( non più finali, adesso )
del racconto.

Scartabello dunque fra faldoni e libri, ammucchio carte, apro buste. Leggo le sue
note ( e qui già intravedo, e vi potrei già dire quali, spunti interessanti, ma non c’è tempo.
ora) , mi siedo in poltrona: seguo una pista che rimanda da una frase sulla pagina di un
suo quaderno ad un’altra in un libro che mi ricordo di aver visto sul suo comodino, vicino al
letto dove Orsino fu trovato morto alle prime ore del 16 dicembre dell’anno scorso. Vado a
cercarlo. Lo trovo. Lo prendo e. Ed esce, come una foglia cade da un albero, esce dalle
sue pagine ( è un librone rilegato rigido), cade un libricino bianco e piccolo. Titolo:
“Pianura Proibita” . Autore: Cesare Chierico. Mi siedo sul letto. Ho le palpitazioni. Sono un
uomo sano, ma non proprio uno sportivo, mi pare di avere il cuore in bocca. Apro il libro, lo
sfoglio. E’ piccolo, magnificamente stampato su carta da edizioni d’arte. Disegni bellissimi
in bianco nero, di Carlo Mattioli. Caratteri che paiono stampati dal piombo, in due colori:
rosso brillante e nero. Arrivo all’ultima pagina: sulla sinistra un quadro a colori pastello,
riprodotto benissimo, sulla destra poche righe stampate e, dopo il luogo e la data di

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chiusura - Viareggio, 17 ottobre 2001 – trovo, vergate a matita grossa, tre righe. Queste:

ANCHE A ME,
GRAZIE .
15, dicembre, 2008

Riconosco il tratto di Orsino, il suo stampatello irregolare ( devo far esaminare a un


calligrafo, a un comesichiama, quelli che studiano la personalità mediante la scrittura… ) .
Rileggo i brevi tratti a matita e lo sguardo resta fisso sulla data, soprattutto.

Poi risalgo la pagina, leggo il testo stampato:

piombi dell’alta montagna. Se si superano i freddi e le bufere di neve,


passato l’inverno si gode tornando a valle di una gioia sottile che ha il sapore di
un premio. Gli Arabi chiamano pianura proibita quel territorio della scrittura
dove lo stile pianeggiante della semplicità nasce dopo un lungo sforzo, e
testimonia di laboriose e difficili prove. Non mi dispiacerebbe finire i miei giorni
camminando da solo per una di quelle pianure ignote, dove passano poche
anime vive.

Viareggio, 17 ottobre 2001

Richiudo il libro. Sono seduto, piegato in avanti. Lo tengo stretto.

Quel territorio della scrittura…


Non mi dispiacerebbe finire i miei giorni...

Riapro, torno alla scritta di suo pugno

ANCHE A ME,
GRAZIE .
15, dicembre, 2008

Non trattengo più la commozione. Le lacrime erano già spuntate alle prime righe, ma
ora colano. Tiro sul col naso, mi asciugo con la manica della camicia. Mi calmo un poco,
ho la gola arsa e vado in cucina a bere un bicchiere d’acqua fresca. Ho il libretto in mano,
mi siedo al tavolaccio di legno dove abbiamo fatto notte molte e molte volte. Lo riapro alla
pagina della nota. Mi accorgo che la frase con cui comincia è incomprensibile, dunque
vado indietro, a pagina 41. Ultimo capoverso. In stato di nuova, quasi insopportabile
eccitazione, leggo:

Ci sono due modi di esprimere una vocazione. Uno è di arrendersi


docilmente alla sua prepotenza, senza farsi troppe domande. L’altro, meno

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fortunato, è di contraddirla, di combatterla, erigendole intorno fossati


invalicabili e false piste, servitù e divieti.
Bisogna rassegnarsi a salire strade impervie e nemiche, percorrere
sentieri scoscesi, costeggiare gli stra-

piombi dell’alta montagna. Se si superano i freddi e le bufere di neve,


passato l’inverno si gode tornando a valle di una gioia sottile che ha il sapore di
un premio. Gli Arabi chiamano pianura proibita quel territorio della scrittura
dove lo stile pianeggiante della semplicità nasce dopo un lungo sforzo, e
testimonia di laboriose e difficili prove. Non mi dispiacerebbe finire i miei giorni
camminando da solo per una di quelle pianure ignote, dove passano poche
anime vive.

Viareggio, 17 ottobre 2001

ANCHE A ME,
GRAZIE .
15, dicembre, 2008

Non ho più parole, né pensieri, ne lagrime. Solo tremo. Scuoto la testa e tremo. Chi
ha letto questa storia fino al suo epilogo, ancora prima di questa inaspettata coda, ha
capito perché.

Con tutta la calma che possa richiamare, con ogni precauzione che possa prendere
mi rendo conto che davvero ora le cose si fanno ancora più complesse, per me. Non
credo di riuscire a interpretare il ruolo che la nostra amicizia, la sua morte e il suo lascito
mi indicano, mi impongono. Ora, dopo questa scoperta, dopo quel capoverso e quelle tre
righe testamentarie, di gratitudine postuma, mi sento del tutto inadeguato.

E’ dunque per questo, per dirlo, per non mentire a me stesso, per non tradire la
fiducia di Orsino Aron, per questo mi trovo qui adesso, che è già quasi giorno, a battere
sui tasti ciò che voi – chissà ? - state leggendo.

Ora - dopo aver trasferito in calce a questa Coda le prove fotografiche di quanto vi ho
raccontato - andrò via di qui, andrò a casa mia. Sono certo che dormirò. O forse sto
dormendo, e questo che vi ho raccontato è stato un sogno. Siamo il sogno o i sognatori ? -
mi chiedeva, citando il famoso apologo cinese, Orsino. – E se non lo sai tu - ammiccava
stringendo gli occhi e sorridendomi - tu che ti chiami Cino…

Quando mi sveglierò so però già dove dovrò andare a camminare, da solo, prima che
sia, anche per me, troppo tardi.

Trieste, alba del primo gennaio 2009

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