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L’aria tiepida di una mite giornata autunnale accoglie Paul Leibovitz nel Sichuan, dove si è

recato a fare visita all’amico Zhang. Dopo la nascita del figlio David, avuto dalla moglie
Christine, Paul è riuscito a fare i conti con i propri fantasmi e a lasciarsi alle spalle il
passato. Anche Zhang, l’amico poliziotto della squadra omicidi di Shenzen, ha cambiato
radicalmente vita: da tre anni ha abbandonato la polizia e si è ritirato in un monastero
buddista nella sua città natale, Shi, per meditare e fuggire le tentazioni del mondo.
Shi non è più la città dei ricordi di infanzia di Zhang. Jian Guo, astro nascente nel Partito
comunista, un uomo estremamente ambizioso, la governa come un imperatore rosso, tra
processi esemplari e crudeli esecuzioni.
Durante la sua permanenza a Shi, Paul accompagna un giorno il figlio allo zoo dei
panda. Qui, mentre il bambino osserva eccitato gli animali, Paul scorge una dozzina di
giovani avanzare verso di loro. Hanno circa vent’anni, ridono ad alta voce e sfoggiano un
abbigliamento estremamente curato. A dominare il gruppo è un ragazzo dall’aria
carismatica, accompagnato da una ragazza bellissima, che ha occhi solo per il piccolo
David. La giovane chiede di poter scattare alcune fotografie con il bambino.
Rientrato in hotel, Paul attraversa a grandi passi la hall e lascia il passeggino accanto a
una colonna di fronte al bagno degli uomini. Quando esce, due minuti più tardi, il
passeggino è vuoto: David è svanito nel nulla.
Raggiunto dalla moglie Christine, l’uomo si rivolge, disperato, alla polizia. Ma le forze
dell’ordine non sono di nessun aiuto: attraverso il sistema di sorveglianza dell’albergo
hanno compreso che cosa è accaduto al bambino e stanno provvedendo a distruggere le
registrazioni. Perché dietro alla sparizione di David si cela qualcuno di molto potente,
qualcuno abituato a ottenere sempre quello che desidera.
Dall’acclamato autore del bestseller L’arte di ascoltare i battiti del cuore, Alla fine della
notte, terzo romanzo della saga di Sendker dedicata alla Cina, costituisce una splendida
conferma del talento dell’autore nel descrivere la dicotomia tra bene e male attraverso
personaggi sapientemente descritti e una trama ricca di inaspettati colpi di scena.
Jan-Philipp Sendker è nato nel 1960 ad Amburgo, ha vissuto negli Stati Uniti dal 1990 al
1995 e dal 1995 al 1999 è stato corrispondente in Asia per lo Stern. Dopo un secondo
soggiorno negli Stati Uniti è tornato in Germania, dove lavora come giornalista per lo Stern.
Vive a Berlino con la sua famiglia. Con Neri Pozza ha pubblicato L’arte di ascoltare i battiti
del cuore, Gli accordi del cuore, Il sussurro delle ombre e Gli scherzi del Dragone.
LE TAVOLE D’ORO
JAN-PHILIPP SENDKER

Alla fine della notte

traduzione dal tedesco di


Alessandra Petrelli

NERI POZZA EDITORE


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dell’editore.
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I edizione eBook 2017-7


Collana LE TAVOLE D’ORO
ISBN 978-88-545-1570-3

Titolo originale: Am anderen Ende der Nacht


© 2016 by Karl Blessing Verlag, München
© 2017 Neri Pozza Editore, Vicenza
www.neripozza.it
Ad Anna, Florentine, Theresa
e Jonathan e Dorothea
Prologo

Fu Paul a notarlo per primo. Un giovane all’angolo di una via. Le


mani affondate nelle tasche di una giacca a vento leggera, aspettava
paziente senza muoversi, come se fosse arrivato in anticipo a un
appuntamento. Anonimo ma sospetto.
Controllava con occhio vigile ogni auto che imboccava la Donglin
Lu.
Fu la diffidenza nel suo sguardo a tradirlo.
Christine teneva il figlio nascosto in grembo, sotto una coperta
nera che puzzava di fumo freddo. Gli occhi chiusi, quasi dormisse.
Paul sapeva che non era così.
Lei non aveva mai creduto che ce l’avrebbero fatta. Né nelle prime
ore della fuga né in seguito, man mano che si allontanavano da Shi.
Non ci credeva nemmeno quel mattino.
Il semaforo divenne rosso, il taxi si fermò, Christine aprì
brevemente gli occhi e lui vide che non ci credeva neppure in quel
momento. Ancora una strada soltanto, avrebbe voluto dirle. Guarda
fuori dal finestrino, assicuratene tu stessa. Duecento metri, forse
trecento, non di più. Cos’era una strada, dopo essere fuggiti per
migliaia di chilometri?
L’uomo fermo all’angolo non sarebbe riuscito a fermarli da solo.
Poi ne scorse un altro.
E un terzo.
Un’Audi nera con i vetri scuri era discretamente parcheggiata a
poca distanza dalla zona di sicurezza di fronte all’ingresso
dell’ambasciata. Paul notò un gruppo di giovani radunati sotto un
ginkgo con aria circospetta.
«Non si fermi. Prosegua» ordinò al tassista.
«L’ambasciata è qui».
«Lo so dov’è l’ambasciata. Prosegua».
Christine. Si era riscossa spaventata. La paura si imprime
profondamente in un viso, pensò Paul, come succede con l’amore.
«Ma lei voleva andare all’ambasciata».
«Prosegua. Prosegua!»
«Per dove?»
A volte è impossibile rispondere persino alle domande più
semplici. Soprattutto a quelle.
«Per dove?» ripeté il tassista.
Una telefonata dalla capitale interruppe un pranzo a duemila
chilometri di distanza.
I signori erano in riunione, si potevano disturbare solo in caso di
emergenza.
Non era un’emergenza, no, ma una questione molto urgente.
Allora bisognava pazientare.
Dopo uno scambio di parole scortesi e minacce, la chiamata fu
inoltrata.
«Sono qui».
«Dove?»
«A Pechino. Davanti all’ambasciata americana».
Un attimo di silenzio.
«Che dobbiamo fare?»
«Portateli qui».
«Tutti?»
«No. Solo il bambino».
«E gli altri due?»
La città
Due settimane prima
1.

A Paul non era mai piaciuto ballare, né gli era capitato di farlo
spesso in vita sua, ed erano trascorsi anni dall’ultima volta.
Ma siccome era una di quelle persone che non riescono a dire no
a un bambino, men che meno al proprio figlio, cominciò a muoversi
lentamente.
Fece un passo avanti al ritmo della musica, uno di lato, uno
indietro. Ondeggiò sulle ginocchia e girò di slancio su se stesso.
Portava il peso del mondo sulle spalle. Così lieve che non sentiva
la fatica.
David esultò felice.
Erano circondati da diverse centinaia di coppie che ballavano il
valzer. Alcune non facevano caso ai due stranieri sulla pista, altre
ridevano alla vista di quell’uomo alto con il bambino sulle spalle, che
superava tutti di parecchie spanne. C’era chi rivolgeva loro parole di
incoraggiamento, chi sorrideva e batteva le mani a ogni pausa.
David era contento di quelle attenzioni, Paul della spensieratezza
con cui ballavano nella Piazza del Popolo di Shi. Al posto
dell’opprimente afa di Hong Kong, si godeva con il figlio l’aria tiepida
di una mite giornata autunnale nel Sichuan. Sopra di loro si apriva
un cielo blu inchiostro. Un violento acquazzone al mattino aveva
lavato via la sporcizia dall’aria, quello che restava era stato spazzato
nelle ultime ore dal vento.
Dopo qualche ballo, il bambino gli disse di avere sete. Paul lo
posò a terra e insieme raggiunsero una fila di chioschi che
delimitavano un lato della piazza. Le bancarelle vendevano gelati,
dolciumi e bevande ed erano gremite. Dagli altoparlanti usciva della
musica pop cantonese, nell’aria c’era aroma di caffè. Paul ordinò un
espresso doppio e una pallina di gelato con una limonata per David.
Si misero seduti su due sgabelli a uno degli ultimi tavoli liberi. David
chiese una cannuccia, Paul gliela portò.
«No, gialla no. Rossa».
«Rosse non ci sono».
«Sì, invece. La signora a quel tavolo ce l’ha».
«Il colore della cannuccia non cambia il sapore di una bibita».
«Invece sì».
«Sicuramente no».
«Sicuramente sì. Per favore, papà».
Paul andò a prenderne una rossa.
Rimasero per un po’ in silenzio a guardare la piazza.
Una statua di Mao Tse-tung di pietra grigio-bianca si ergeva verso
il cielo, gigantesca. Mao teneva il braccio destro alzato, salutava il
popolo oppure gli indicava la strada, non era ben chiaro. La testa e
le spalle erano visibilmente più chiare, la pietra era stata ripulita di
recente dal guano degli uccelli.
Ai piedi di Mao la città aveva deposto grandi corone di fiori rossi
autunnali. Alle sue spalle sventolava uno striscione: «Lunga vita al
grande presidente».
David non notava niente di tutto questo. Svuotato il bicchiere e
finito il gelato, voleva tornare a ballare.
«Tra poco».
«Quand’è tra poco?»
Man mano che scendeva la sera, la Piazza del Popolo si faceva
sempre più affollata: famiglie uscite a godersi la tiepida serata
autunnale, persone cariche di sacchetti della spesa, giovani coppie
in cerca di intimità sedute sulle panchine e sulle seggiole.
Un vecchio si avvicinò a loro e li fissò con insistenza. Quando i
loro sguardi s’incrociarono, scoppiò a ridere. Una risata strana,
sdentata. Non ostile, ma neppure amichevole.
Alcune anziane signore si aggiunsero incuriosite e si misero a
parlare nello stretto dialetto del Sichuan, esprimendo supposizioni
sullo straniero e il singolare bambino insieme a lui. Per quanto
riusciva a capire, si stupivano dei capelli neri e ricci di David e del
colore blu scuro dei suoi occhi, che, concordavano tutte, non
combaciavano con il taglio orientale. Sicuramente non era cinese,
ma nemmeno un vero e proprio gwai lo. Allora cos’era, giapponese
forse? Paul trattenne una risata e rimase in silenzio. Quelle lo
fissarono insistenti e gli domandarono se fosse il padre oppure il
nonno.
«Il padre» replicò Paul.
Occhiate scettiche. Qualche risatina incredula.
Doveva essere un uomo ricco che si era preso per moglie una
giovane cinese. Chissà dove si era cacciata, probabilmente lo aveva
già lasciato. Su questo, per quanto riusciva a capire Paul, le opinioni
discordavano.
David era spazientito. Voleva ballare.
Paul si alzò e se lo issò di nuovo sulle spalle.
La musica si interruppe a metà del valzer successivo. I ballerini si
bloccarono. Occhiate perplesse. Un brusio sommesso, che crebbe,
si affievolì e poi si spense del tutto. Un silenzio teso, inquietante
ammantò la piazza. David si chinò verso il padre. «Che cosa
succede, papà?»
«Non so. Forse stanno cercando un’altra musica».
Davanti agli altoparlanti scoppiò un diverbio. Uomini e donne
litigavano furiosamente, le voci concitate arrivavano fino a loro. D’un
tratto si levò un’altra musica, si spense, il litigio si fece più acceso. Di
nuovo quelle note, Paul riconobbe subito la melodia, ma impiegò un
istante a catalogarla.
Compagni avanti, il gran partito noi siamo dei lavoratori.
Quando aveva sentito «L’Internazionale» l’ultima volta? Le prime
coppie ripresero a ballare, altre indugiavano, in attesa di vedere
cosa avrebbe deciso la maggioranza. A poco a poco tornarono
anch’esse a muoversi.
Su, lottiamo!
David ondeggiava entusiasta al ritmo della musica. Paul gli strinse
più saldamente le gambe.
«Perché tu non balli?» gli domandò il figlio.
Paul detestava le marce e i canti di lotta, ma per accontentare il
bambino mosse qualche passo, riluttante e impacciato.
«Non così!» esclamò una voce contrariata dall’alto. «Devi ballare
per davvero. Come prima».
Paul s’impegnò.
Si udì un «lunga vita al presidente», un augurio che ai tempi di
Mao risuonava quotidianamente in tutto il Paese. Il vecchio accanto
a loro si arrampicò entusiasta su una sedia e si mise a cantare.
Aveva una voce gracchiante, ma conosceva il testo a memoria. Dei
ragazzi seduti su un muretto a qualche metro di distanza facevano
smorfie divertite.
Paul si fermò.
«Ancora, ancora» gli ordinò il figlio.
«Tra poco».
«No, adesso».
Poi fu la volta di «L’Oriente è rosso».
L’Oriente è rosso, il sole sta sorgendo.
La Cina ha generato Mao Tse-tung.
Mao Tse-tung ama il suo popolo,
egli è il nostro timoniere,
nel costruire la nuova Cina,
avanziamo sotto la sua guida.
Un numero sempre maggiore di giovani coppie si unì a chi già
ballava e cantava sulla pista. Anche la maggior parte dei clienti dei
due caffè si era alzata in piedi. Qualcuno era salito sulle sedie.
«Canzone della Stella Rossa».
Il canto di migliaia di voci riecheggiò squillante nella piazza.
Brilla la Stella Rossa, brilla scintillante;
arde la Stella Rossa, riscalda i nostri cuori.
La Stella Rossa è il cuore dei lavoratori e dei contadini,
la fama del partito risplende per sempre.
La forza della massa. Paul rabbrividì, si sentiva a disagio. Il cuore
gli batteva forte e aveva il respiro affannoso. Forse non avrebbe
dovuto bere quel doppio espresso.
David aveva smesso di dondolarsi, quasi avvertisse anche lui il
disagio. Si reggeva con entrambe le mani alla testa del padre.
Due uomini ordinarono in malo modo al proprietario del chiosco di
spegnere la musica cantopop. Di fronte alla sua risposta negativa, si
avvicinarono senza esitazioni agli altoparlanti e staccarono i cavi.
Quindi si piazzarono davanti ai ragazzi. Bastarono poche parole e
i giovani abbassarono gli sguardi, si alzarono ubbidienti e si unirono
al coro. Uno soltanto rimase spavaldamente seduto. Nonostante il
clima mite portava un giubbotto di pelle, jeans tagliati, stivali a punta
da motociclista e aveva i capelli tinti di biondo, che al sole
sembravano quasi bianchi. Qualche secondo più tardi un pugno gli
ruppe il setto nasale. Paul si voltò raccapricciato.
David volle subito scendere dalle spalle del padre per rifugiarsi tra
le sue braccia.
Il vecchio rivolse loro alcune parole rabbiose e altri uomini, poco
distanti, aggiunsero qualcos’altro. Paul non capiva bene che cosa
stessero dicendo, per qualche motivo ce l’avevano con il Giappone.
Rispose con un sorriso impotente, che accese ancora di più la loro
collera. Le donne, che fino a quel momento avevano seguito
incuriosite la conversazione, gettarono occhiate ostili verso di loro, i
ragazzi assentirono. Paul cercò intorno a sé Zhang, che era in
ritardo di più di mezz’ora. Voleva andarsene.
David tremava.
Paul strinse il figlio tra le braccia. Da lontano vide Zhang venirgli
incontro.
Aveva dello sputo appiccicato alla tonaca.
2.

Il monastero di Moshan sorgeva a pochi chilometri dalla Piazza del


Popolo, tuttavia il taxi impiegò più di mezz’ora per arrivarci. Il traffico
sul viale a sei corsie era quasi bloccato e si procedeva a passo
d’uomo. Il tassista imprecava. Continuava a cambiare corsia, finché
Zhang lo pregò di smettere. Non erano in fuga, anche se a prima
vista potevano aver dato questa impressione. Presero una traversa
e si ritrovarono di nuovo in un ingorgo.
Paul sopportava a fatica gli angusti confini dell’abitacolo e il
traffico congestionato. Detestava non poter controllare la propria
velocità e si sentiva imprigionato. Nelle orecchie aveva ancora il
canto delle masse e il silenzio dentro il taxi amplificava il coro nella
sua testa. Gli sarebbe piaciuto scendere e proseguire a piedi.
Zhang era seduto accanto a lui e osservava taciturno una foto di
Mao Tse-tung che dondolava appesa allo specchietto, mentre sul
cruscotto era incollato un busto di plastica bianca del grande
presidente. Paul si accorse che era turbato. Il grumo di saliva sul suo
petto non si era ancora asciugato del tutto.
Il taxi imboccò una via laterale nei pressi del monastero. Scesero
e Zhang andò a fare la spesa in un mercatino. Come prima, pensò
Paul, lieto di questo ritorno alle consuetudini. Per un istante, breve
eppure fin troppo lungo, era rimasto disorientato alla vista del suo
amico con il saio grigio da monaco. Ha cambiato uniforme, era stato
il suo primo pensiero.
La divisa da monaco al posto di quella da poliziotto.
Quell’idea sparì con la velocità con cui era affiorata, tuttavia lo
lasciò spiacevolmente turbato. Conosceva Zhang da quasi
trent’anni. Si erano incontrati durante uno dei suoi primi viaggi in
Cina. Zhang all’epoca era un poliziotto di pattuglia a Shenzhen e
aveva dovuto proteggere il visitatore straniero da una folla di curiosi
a un bagno pubblico. Con gli anni erano diventati amici. Non c’era
nessuno al mondo, tranne forse Christine, che gli fosse più vicino.
Tre anni prima Zhang aveva abbandonato da un giorno all’altro il
posto in polizia. Era arrivato a Shenzhen da giovane e aveva fatto
carriera velocemente, da agente semplice a commissario della
squadra omicidi. Nei trent’anni successivi era stato scavalcato con
regolarità in occasione delle promozioni: i motivi ufficiali erano la sua
fede buddhista e il rifiuto di rientrare nel Partito comunista dopo
esserne stato cacciato negli anni Ottanta, durante una campagna di
pulizia contro le “contaminazioni spirituali”. I quadri del partito
sarebbero stati disposti a perdonargli entrambe le cose, dato che tra
l’altro era uno dei commissari più in gamba e solerti. In realtà ciò che
agli occhi dei suoi superiori lo rendeva inadatto a incarichi più alti era
la sua onestà. Zhang si rifiutava tenacemente di estorcere denaro da
ristoranti, bar, hotel, prostitute o lavoratori illegali dalla campagna.
Respingeva persino le buste di contanti, le sigarette, il whisky e tutti
gli altri regali per il capodanno cinese, con cortesia e
determinazione.
La sua rettitudine aveva causato spesso litigi nella famiglia di
Zhang. Lo stipendio di un commissario e il salario di una segretaria
non erano sufficienti per accedere alle promesse della nuova epoca.
Non bastavano per acquistare un appartamento di proprietà, né per
un’auto. Non potevano permettersi neppure lo shopping regolare in
uno dei nuovi centri commerciali con tutti i marchi stranieri. Le
borsette di Prada e le cinture di Chanel di sua moglie erano
contraffazioni di infima qualità.
E tutti i litigi e le discussioni, minimi ma costanti – Zhang non
avrebbe saputo neppure dire quando fossero cominciati – avevano
spento il loro amore.
Quando, qualche mese dopo essere stato nominato capo del
dipartimento Omicidi in seguito a uno scandalo per corruzione,
aveva rinunciato all’incarico, consapevole che la sua onestà lo
avrebbe fatalmente ostacolato, la moglie decise di averne avuto
abbastanza.
Lo lasciò poco dopo per mettersi con un imprenditore tedesco. Se
n’era andata senza dire una parola, insieme al figlio. Una sera
Zhang era tornato a casa dal lavoro e aveva trovato la casa svuotata
per metà, lei sembrava aver contato persino i grani di pepe e pesato
lo zucchero. Ora sfoggiava una borsa di Prada vera e abitava in uno
dei quartieri residenziali alla periferia di Shenzhen, dove gli stranieri
ricchi e i cinesi ancora più ricchi avevano le loro ville.
La separazione dopo vent’anni di matrimonio era stata un duro
colpo per l’amico. Lui e Paul avevano trascorso molto tempo insieme
nelle settimane e nei mesi successivi, e una sera Zhang gli aveva
detto di aver dato le dimissioni e di voler tornare nel Sichuan, sua
terra natale, per entrare in un monastero buddhista.
Paul ne era rimasto deluso e offeso. Deluso perché Zhang era
l’unico amico che avesse mai avuto e avrebbe sentito la sua
mancanza; offeso perché quello stesso amico non si era confidato
con lui, non gli aveva chiesto né un consiglio né un parere.
Una settimana più tardi Paul lo aveva accompagnato all’aeroporto.
Voleva salutarlo e aiutarlo con i bagagli. Ma Zhang viaggiava solo
con una borsa di pelle finta d’un giallo acceso, così piccola che non
ebbe neppure bisogno di consegnarla al check-in. Trent’anni prima
era arrivato a Shenzhen senza niente, e voleva lasciare la città
senza niente.
Dalla partenza di Zhang non si erano più visti, si telefonavano ogni
tanto e si scrivevano qualche e-mail. Paul si riproponeva di andarlo a
trovare, ma poi accadeva sempre qualcosa che glielo impediva.
Adesso osservava Zhang e rivedeva l’amico di un tempo.
L’espressione scettica con cui si chinava sui pomodori, il suo modo
di osservare attentamente i pak choi, di prendere in mano una
dozzina di melanzane per trovare quella giusta. La sua abitudine di
annusare l’aglio o il pepe di Sichuan, oppure di scambiare quattro
chiacchiere con la venditrice sulla qualità del tofu fresco. Era
evidente che anche da monaco non aveva perso la sua passione per
la cucina.
Quanto gli era mancato Zhang negli anni precedenti. E quanto gli
era risultato facile soffocare questa emozione a Hong Kong.
Paul lo sapeva già: l’addio di lì a qualche giorno gli sarebbe
risultato doloroso.
Il monastero era circondato da un muro rosso alto diversi metri ed
era nascosto in un quartiere nuovo tra grattacieli di quaranta piani.
Zhang li condusse nel cortile. Agli angoli dei tetti dei tre santuari di
preghiera che sorgevano al centro, l’uno dietro l’altro, erano appese
lanterne e lampioncini rossi. Nuvole d’incenso si alzavano dai templi
nel cielo della sera.
Superarono mucchi di macerie, bancali di tegole e mattoni nuovi,
assi di legno e impalcature. Un topo attraversò di corsa il cortile.
David si aggrappò più saldamente al padre, nascondendo il volto
nell’incavo tra il collo e la spalla. Alzò la testa una sola volta e si
guardò intorno.
«Ho fame» bisbigliò.
La cucina era un ambiente essenziale con un lungo tavolo,
qualche sgabello, un banco da lavoro, fornelli e lavandino. In una
credenza aperta c’erano tegami, padelle e stoviglie. La stufa era
accesa.
Zhang posò i sacchetti della spesa.
«Che ne dici di mapo tofu vegetariano, radici di loto in salsa
agrodolce, verdure saltate e infine tagliolini dan dan? Per tuo figlio
posso preparare una crêpe con i cipollotti».
«Non darti tanto disturbo. Un po’ di riso e verdure andranno
benissimo».
Zhang lo guardò deluso. «Ma che ti succede? Vuoi festeggiare il
nostro incontro con riso e verdure?»
«No, solo che io non voglio che ti dia tanto da fare».
«Che significa io? Cucineremo insieme».
Zhang prese dalla credenza coltelli, taglieri e scodelle e li posò sul
tavolo davanti a loro.
Paul era troppo sorpreso per ribattere. Era la prima volta che il suo
amico gli chiedeva di dargli una mano a cucinare.
In passato Zhang non pronunciava nemmeno una parola in
cucina. Quando Paul diceva qualcosa non lo sentiva neppure, tanto
era immerso in un mondo di aromi e spezie, erbe, oli e impasti. Per
molto tempo Paul aveva creduto che cucinare per lui fosse un’altra
forma di meditazione, finché Zhang gli aveva raccontato la storia del
vecchio Hu. Durante la rivoluzione culturale, aveva assistito al feroce
linciaggio di quel vecchio da parte delle guardie rosse perché aveva
osato aggiungere un po’ di pepe alla zuppa della mensa comune.
Era bastato questo gesto a condannarlo per il suo atteggiamento
“borghese e decadente”.
La zuppa doveva piacere a tutti allo stesso modo.
Dopo quella esperienza, gli confessò Zhang, ogni pasto elaborato
cucinato con passione era una festa per lui. Un piccolo trionfo
silenzioso della vita sulla morte. Dell’amore sull’odio. E più era
buono, più appagava il palato, inebriava il naso e riempiva lo
stomaco, più tale trionfo era dolce. Non riusciva più a preparare
niente senza pensare a Hu.
Mise sul tavolo una ciotola d’acqua e vi pose accanto radici di loto,
pomodori, zucchine, cipollotti, peperoni, cetrioli e carote.
«Ehi, piccolo, se ti va puoi lavarle» disse rivolto a David.
Con grande stupore di Paul, suo figlio salì in ginocchio su una
sedia e si mise al lavoro. Immergeva scrupoloso le verdure
nell’acqua, le strofinava, poi mostrava a Zhang ogni singolo pezzo.
Zhang annuiva soddisfatto.
Paul prese le verdure lavate e le tagliò a fettine sottili. Zhang pelò
aglio e cipolle, preparò la pastella per le crêpe e cominciò a trafficare
davanti ai fornelli.
In breve si sprigionò un profumo di aglio e cipolla rosolati, di olio di
sesamo e zenzero.
Zhang prese un barattolo di pepe di Sichuan da un cassetto e lo
annusò.
«Sai come si chiamava un tempo?»
Paul scrollò il capo.
«Pepe dei barbari».
«Perché è molto piccante?»
«No, perché è arrivato in Cina dall’America».
Zhang sorrise e per un attimo Paul pensò che scherzasse.
«Il mondo è abitato soltanto da barbari – a eccezione di noi cinesi,
naturalmente».
Mezz’ora più tardi la cena era in tavola. Anche se era un monaco,
Zhang non aveva dimenticato come si cucinava. Le radici di loto non
erano né troppo dure né troppo morbide. Per esperienza personale
Paul sapeva che era molto difficile ottenere un simile risultato. Il
mapo tofu era squisito anche senza carne. Zhang aveva ottenuto il
giusto grado di piccante e il pepe di Sichuan sprigionava il suo
effetto vagamente anestetizzante sulla lingua e sul palato senza che
il peperoncino bruciasse in gola.
Anche David apprezzò la cena. Mangiò due crêpe, poi si
arrampicò tra le braccia del padre e si addormentò esausto nel giro
di pochi minuti.
«Vogliamo metterlo nel mio letto?» propose Zhang.
Paul rispose con un cenno affermativo.
La camera di Zhang era dall’altra parte del cortile. Conteneva un
letto, una sedia e un piccolo armadio. Una lampadina nuda era
appesa al soffitto. Paul posò il figlio sul letto, lo coprì e spense la
luce. Loro poi si misero seduti su due sgabelli davanti alla porta. Un
vecchio monaco attraversò lento il cortile, così curvo su se stesso da
riuscire solo a fatica a guardare davanti a sé, senza accorgersi di
loro.
3.

«Che ti succede?» gli chiese l’amico senza guardarlo.


«Che cosa dovrebbe succedermi?»
Zhang girò il capo assorto verso di lui e lo guardò.
«Mi sei mancato» aggiunse Paul con un po’ di imbarazzo.
Zhang non rispose. Distolse lo sguardo e tornò a posarlo sul
cortile fiocamente rischiarato da qualche lampioncino.
Dopo una lunga pausa Paul disse: «Va tutto bene».
«Mi fa piacere».
Da dentro sentì David tossire nel sonno.
«E a te?»
«Tutto bene anche a me».
Forse, pensò Paul, aveva sottovalutato la distanza che si era
creata nelle loro vite negli ultimi tre anni.
Il monaco e il (di nuovo) padre di famiglia.
Erano entrambi alla ricerca di qualcosa.
Ciascuno nel suo angolino.
Di cose da raccontare ce n’erano tante, di tempo ne avevano
poco. Da dove cominciare? Come distinguere nella fretta ciò che era
importante dal resto?
Più il silenzio si faceva opprimente, più aumentava la sua tensione
interiore, finché non trovò sfogo in un fiume di parole. Finché il
desiderio di raccontare all’amico non divenne più grande della paura
di parlare di cose che avrebbe preferito tacere.
Ripercorse senza fermarsi gli ultimi tre anni.
La nascita di David e le speranze a essa legate.
L’arrivo di Christine. Aveva lasciato il suo appartamento di Hang
Hau e si era trasferita da lui con Josh, il figlio nato da un precedente
matrimonio, e sua madre. Era un azzardo, lo sapevano entrambi.
Dopo pochi mesi la madre si era trasferita in un piccolo alloggio a
Yung Shue Wan, ma era comunque rimasta un’ospite fissa.
I suoi sforzi per condividere con loro una casa e una vita finora
abitate solo da lui e dal figlio morto. Il tentativo di adattarsi, di essere
all’altezza delle sfide che presenta una vita a cinque.
Ciò che sarebbe dovuta diventare una famiglia gli mostrò soltanto
ciò che non possedeva oppure possedeva solo in minima misura: la
capacità di convivere. Di adeguarsi. Di tollerare la vicinanza.
Dove avrebbe potuto impararlo? Non aveva modelli. Il ricordo più
bello della sua infanzia e della sua giovinezza era il giorno in cui se
n’era andato di casa al compimento dei diciott’anni.
La vita familiare. I pasti condivisi. Gli sguardi. I dialoghi nei quali
spesso bastava un’allusione per comunicare. O per ferire.
Comprendersi oppure non comprendersi, senza parole.
A volte si estraniava, ascoltava, osservava e si sentiva un
imitatore. L’interprete di un padre di famiglia.
Era un estraneo in casa propria.
Christine non lo capiva.
Un estraneo nella propria vita.
Questo lo avrebbe capito ancora meno.
Quanto si poteva essere soli sotto lo stesso tetto.
Ed era un suo errore, una sua mancanza, ne era consapevole.
Questo non rendeva più facili le cose.
Ancor peggio era come si sentiva dilaniato tra Justin e David.
Dopo la nascita di David aveva fatto tutto ciò che si era prefissato.
Aveva tinteggiato la camera di Justin, sostituendo l’azzurro chiaro
con un giallo deciso. Aveva riposto i pelouche in una scatola di
cartone che adesso era sotto il suo letto, dalla sua parte. Aveva tolto
quasi tutti i disegni e le foto dalle pareti. Aveva eliminato gli stivali di
gomma e l’impermeabile di Justin dal guardaroba.
Non se l’era sentita di ridipingere lo stipite della porta con le
tacche che registravano la crescita di Justin.
28 febbraio - 128 centimetri. L’ultimo dato.
Dopo una breve riflessione, aveva lasciato che lo facesse Josh al
posto suo.
Non voleva che la crescita di David fosse paragonata a quella del
fratellastro morto.
Eppure succedeva.
La nascita di David non aveva affievolito i ricordi. Anzi, li aveva
resi più vividi. I primi spostamenti gattoni. I primi passi. Le prime
parole. Come avrebbe potuto non pensare a Justin? E naturalmente
questi ricordi erano ammantati da un’ombra tenebrosa, che
mescolava a tal punto la gioia con il dolore da renderli inseparabili.
Doloregioiagioiadolore.
Aveva giurato che non avrebbe fatto paragoni. Invece li faceva.
Che cosa si era aspettata Christine, che cancellasse dalla
memoria il figlio morto? (Ovviamente no, sosteneva lei.) L’oblio era
parente della morte. (Non si tratta di questo, Paul!)
Litigavano sempre più spesso anche per questo.
E tuttavia l’amore non era diminuito. Quanto meno il suo, anzi,
forse era accaduto l’esatto contrario. Di Christine a volte non era
così sicuro.
Zhang ascoltava. Di tanto in tanto lo guardava di sottecchi. La
tipica faccia di Zhang, disponibile, aperta, con rughe profonde e più
di una traccia di malinconia negli occhi.
A un certo punto il fiume di parole di Paul si prosciugò ed entrambi
rimasero in silenzio.
«È dura» disse Zhang dopo una lunga pausa. «È molto dura».
Non c’era bisogno di aggiungere altro.
La sua situazione esistenziale era proprio così: dura. Molto dura.
Nessuno poteva alleggerirgli nemmeno in parte quel fardello.
Avrebbe dovuto trovare un modo da solo, probabilmente daccapo
ogni giorno.
Sentì il figlio tossire con violenza e si alzò per andare da lui.
Quando tornò fuori, trovò Zhang appoggiato a una colonna che
fumava guardando il cielo notturno.
«Credevo che avessi smesso».
«Infatti» replicò Zhang laconico. Un abbozzo di sorriso.
Forse, pensò Paul, la vita a Lamma gli sarebbe risultata più
leggera se ci fossero state più spesso serate come quella. Giurò a
se stesso che sarebbe andato a trovare l’amico più spesso in futuro.
«Che razza di storia era quella di oggi pomeriggio in piazza?»
«Shi ha un nuovo segretario di partito, Chen Jian Guo. Mai sentito
parlare di lui?»
Paul rifletté. Il nome gli risultava familiare. «Chen Jian Guo? Non
era il nome di uno degli eroi che lottarono a fianco di Mao durante la
lunga marcia?»
«Esatto» confermò Zhang. «Chen è suo figlio. Un astro nascente
nel Partito comunista. Pare che sia un fervido seguace della
rivoluzione culturale».
«Ma suo padre all’epoca non era finito in prigione?» si meravigliò
Paul.
«Sì. Anche lui. Tutta la famiglia. Sua madre si è addirittura
suicidata. Nonostante questo ha reintrodotto l’esecuzione dei canti
rossi in pubblico».
«I manifesti e i cartelloni propagandistici lungo le strade c’entrano
qualcosa?»
«Sì. Ogni poche settimane inaugura una nuova campagna politica
contro qualche piaga. Alla gente piace un sacco. Non avevi mai
sentito parlare di lui?»
«Ora che mi ci fai pensare sì. Ma non ne so molto».
Zhang annuì. «Tieni a mente il suo nome. È molto carismatico ed
estremamente ambizioso. Molti ritengono che un giorno diventerà
l’uomo più potente della Cina. Ha fatto pulizia a Shi e governa la città
come un imperatore rosso. Qualche processo esemplare a intervalli
regolari, qualche esecuzione. Minaccia i ricchi, dice peste e corna
dei corrotti. Lui stesso lo è, ma ci sa fare. È molto popolare».
All’improvviso udirono una voce nell’oscurità.
«Maestro Zhang?»
Si girarono spaventati. Davanti a loro c’era un uomo che s’inchinò
abbassando lo sguardo.
«Xi, che ci fai qui a quest’ora di notte?»
«Scusi il disturbo, ma potrei parlarle un momento, maestro
Zhang? È urgente».
4.

Tutte le volte che uno dei suoi studenti lo chiamava “maestro”,


Zhang trasaliva, subito infastidito dal tono.
Un anno dopo il suo arrivo aveva cominciato, contro la volontà
dell’abate, a invitare i frequentatori del monastero a riunirsi di sera
per parlare degli insegnamenti del Buddha. Si era così creata una
piccola ma affiatata comunità che si incontrava ogni settimana e
vedeva in Zhang il proprio maestro. Lo ammiravano perché aveva
deciso di fuggire dalle tentazioni del mondo e di entrare in
monastero. Siccome si era mostrato coerente con il suo pensiero, lo
consideravano un saggio. Siccome non gli interessavano i beni
materiali, alcuni lo veneravano come un guru.
Ovviamente lui era lusingato da tanta ammirazione, ma sapeva
che era malriposta.
Lui non era un maestro. In nessun senso.
Era debole. Era piccolo, pavido e influenzabile.
Era alla ricerca di qualcosa.
Come tutti loro.
Xi doveva trovarsi in una situazione di emergenza, per venire a
cercarlo così tardi. Zhang si scusò con Paul, prese da parte Xi e si
incamminò con lui in cortile.
«Cosa posso fare per te?»
«Ho ricevuto una telefonata da un amico del partito» bisbigliò Xi.
La voce incerta tradiva tutta la sua agitazione e il sudore gli
imperlava la fronte. «Uno di questi giorni verrò arrestato».
Zhang fece un profondo respiro e lo guardò con freddezza. Xi era
uno dei suoi allievi più ambiziosi. Negli ultimi tempi aveva donato al
monastero somme generose, che i monaci definivano ironicamente
«tangenti per l’anima».
A quanto ne sapeva Zhang, Xi aveva guadagnato la propria
fortuna con la costruzione di palazzi e case di riposo. Aveva una
giovane moglie, un figlio, due amanti e da qualche mese un sacco di
preoccupazioni. Doveva la sua ricchezza a funzionari corrotti
dell’amministrazione locale, che uno dopo l’altro stavano cadendo
vittima dell’intervento punitivo di Chen. I nuovi quadri non erano
meno avidi dei vecchi, ma appartenevano a una fazione diversa del
partito e concludevano i propri affari solo con i loro fedelissimi.
Zhang non era sicuro di che cosa volesse Xi da lui. Avrebbe
dovuto aspettarselo. «La cosa ti sorprende?»
«No».
«La trovi ingiusta?»
«Sì… No… Sì».
«Esistono motivi per il tuo arresto?»
«Sì».
«Non siamo forse tutti responsabili delle nostre azioni?»
«Sì, certo».
«Allora che cosa c’è di ingiusto?»
«Io… Io ho fatto soltanto ciò che fanno tutti».
Zhang fece un breve sospiro. Non voleva affrontare proprio in quel
momento una lunga discussione sugli insegnamenti del Buddha.
«Come posso aiutarti?»
Xi esitò a rispondere. Chinò lo sguardo a terra e abbassò
ulteriormente la voce. «Domani potrei partire per l’America passando
da Hong Kong. Ho un visto».
«E?»
«Dovrei abbandonare tutto, anche mio figlio e mia moglie. Non so
che cosa fare».
«Credi che possa dirtelo io?»
Xi annuì. «Sì».
Zhang scrollò leggermente il capo. «Ti sbagli».
«Maestro Zhang, mi fido di lei. Lei sa ciò che devo fare».
«No». Zhang si sentiva sempre più a disagio. Il tono di voce, il
linguaggio del corpo lo infastidivano, ciò che avrebbe dovuto essere
espressione di rispetto gli sembrava una forma di devozione e
sottomissione.
«La prego, maestro Zhang. Mi dia almeno un consiglio».
«Chi sono io per impartirti un consiglio? La risposta è dentro di
te».
«No» obiettò Xi con enfasi. «No, altrimenti non sarei qui».
«Nessuno può decidere al posto tuo».
«Lo so, ma sono troppo confuso. Ho bisogno del suo aiuto,
maestro Zhang. Deve dirmi cosa devo fare. Devo abbandonare la
mia famiglia?»
Zhang cercò di non lasciar trapelare la collera che andava
crescendo dentro di lui. «Non posso dirtelo io. Non può farlo
nessuno, a parte te».
Vide la delusione sul volto di Xi. E anche lo sconforto.
Però non provava alcuna compassione. «In questo caso non
posso aiutarti» concluse brusco. «C’è altro?»
Il suo allievo voleva ribattere, poi cambiò idea e rimase in silenzio.
«Allora devi scusarmi, è venuto a trovarmi un amico da Hong
Kong».
Xi deglutì, si morse le labbra, esitò ancora un attimo, poi si girò
senza parlare e si allontanò lentamente nell’oscurità. Zhang lo seguì
con lo sguardo, per un attimo fu sul punto di richiamarlo, ma non
sarebbe stato giusto. Tutto ciò che aveva detto lo pensava davvero,
non c’era altro da aggiungere.
Zhang tornò da Paul e gli riassunse brevemente la conversazione.
«Non sapevo che tu potessi essere così…» Paul cercò il termine
giusto «…così brusco».
Zhang si portò pensieroso alla bocca un’altra sigaretta.
«Nemmeno io».
«Pensavo che i monaci in un monastero buddhista apprendessero
la serenità» osservò Paul con bonario sarcasmo.
Per un attimo Zhang chiuse gli occhi e respirò lentamente. Aveva
il fiato corto, la conversazione lo aveva affaticato. L’amico aveva
toccato un nervo scoperto che lo tormentava da mesi.
Naturalmente quella era stata anche la sua speranza. Non si era
lasciato alle spalle la vita di un tempo a Shenzhen per intraprendere
un viaggio avventuroso. Era tornato a Shi e aveva constatato che la
città conservava soltanto il nome del suo luogo natale. Non
riconosceva nulla, non una casa, né una strada, né un parco. La sua
infanzia e la sua giovinezza sembravano essere state spazzate via.
Zhang era partito nella speranza di trovare qualcosa in un
monastero della sua terra natale.
Voleva meditare e dedicarsi agli insegnamenti del Buddha, ma
non come una finalità in se stessa. Lo studio lo avrebbe aiutato a
trovare maggior pace e serenità, a raggiungere un equilibrio
interiore, avrebbe scacciato lo struggimento che lo seguiva come
un’ombra dall’epoca della rivoluzione culturale. Più passavano gli
anni, più anelava a una pace dell’anima che, a essere sinceri, non
aveva mai posseduto in tutta la vita.
Aveva sperato di trovare risposte, e ora non sapeva più bene a
quali domande.
Si schiarì la voce. Paul rimase in attesa, paziente.
«Non so» esordì «se mi trovo nel posto giusto. Dopo tre anni mi
risulta ancora difficile abituarmi a una vita senza Mei. Mi manca la
sua risata. Mi manca il suo odore al mattino accanto a me. Mi
mancano persino i suoi brontolii.
«E mi manca mio figlio, anche se non siamo mai stati vicini come
avrei voluto. O forse proprio per questo. Da quando mi sono
trasferito qui al monastero, non abbiamo più avuto contatti. I
messaggi che gli lascio in segreteria rimangono senza risposta,
come le mie mail. A un certo punto mi sono rassegnato. Credo di
essere soltanto un perdente ai suoi occhi, qualcuno troppo vecchio o
troppo stupido per stare al passo con i tempi. Lui non riesce a capire
che forse non ci tengo. Credo che faccia l’agente immobiliare a
Shenzhen.
«Esistono molti modi di perdere i propri figli, Paul. So con chi sto
parlando, non lo dico a cuor leggero».
Non aveva mai formulato quei pensieri con tanta chiarezza, men
che meno li aveva espressi ad alta voce a qualcuno. Solo ora che li
sentiva lui stesso comprendeva quanto suonassero tristi. Quanto
fosse ferito.
Paul lo conosceva abbastanza bene da non fare domande.
«Mi ero immaginato diversa la vita monastica. Il primo abate era
un maoista con la tonaca. Credeva che l’Illuminato avesse impartito i
propri insegnamenti a lui soltanto, direttamente nell’orecchio. Era
severo e rigido nell’interpretazione delle parole del Buddha. Non
conosceva dubbi né contraddizioni e non voleva sentirne parlare. O
ci credevi oppure no. Gli altri monaci lo trovavano molto comodo, per
me era insopportabile.
«Quando si è trasferito per assumere la direzione di un monastero
nello Yunnan, lo scorso anno, mi sono sentito sollevato. Con il nuovo
abate è tutto diverso, ma niente è migliorato. Vuole ampliare il
monastero e trasformarlo in un’attrazione per turisti. Adesso
abbiamo un negozio di souvenir dove vendiamo pietre di giada
benedette da noi monaci. Lui è convinto che in città ci sia un fiorente
commercio di tali pietre. Sono le sue parole, ti rendi conto? La
settimana scorsa sono venuti qui i responsabili marketing di
un’agenzia pubblicitaria. L’abate vuole comprare un secondo
monastero in campagna dove organizzare ritiri, lezioni di yoga e
seminari.
«Penso sempre più spesso di lasciare il monastero.
«Ma cosa potrei fare? Chi assume un ex poliziotto, un ex monaco,
un ex marito ultrasessantenne? Potrei lavorare come consulente per
una società di sicurezza privata, ho ricevuto persino un’offerta. È
un’attività solida contro la crisi e ha un futuro.
«La gente ha sempre paura.
«Persino meditare mi risulta più faticoso qui rispetto a prima, a
Shenzhen, e non so perché. Gli interrogativi aumentano. E i dubbi.
Sì, persino le paure, ma non c’è bisogno che te lo dica».
Zhang rimase in silenzio per un po’ e si accese l’ennesima
sigaretta.
«La vita monastica richiede passione e dedizione» riprese assorto.
«È piena di privazioni, mentre io non so dire bene che cosa mi
manchi, oltre a Mei e a mio figlio. A Shenzhen non avevo amici, a
parte te. Non avevo una vita sociale. Ero un solitario, lo sono sempre
stato.
«Forse è la dedizione quella che mi manca. La passione per
un’idea. L’umiltà. Oppure serve l’ignoranza per seguire senza
obiezioni la professione di fede di un’altra persona? Probabilmente
mi manca la volontà o la capacità di sentirmi a mio agio in una
comunità, non so. Ma forse rendo solo troppo complicate cose che in
realtà sono molto semplici: forse ho esaurito la dose di fede della
mia vita».
5.

Paul si svegliò prima del figlio. David aveva avuto un sonno


irrequieto, come capitava spesso negli ultimi mesi, aveva parlato e
durante la notte lo aveva svegliato spesso dandogli dei calci. Ora
erano sdraiati tranquilli l’uno accanto all’altro, naso contro naso.
Osservò il figlio addormentato. L’aria secca del condizionatore gli
aveva screpolato le labbra, avrebbe dovuto ricordarsi di mettergli la
crema.
Ascoltò il suo respiro rapido e regolare. Guardò la sua fronte alta,
il naso minuto. David aveva preso da sua madre l’incarnato
leggermente ambrato dei cinesi del sud, era diverso da Justin, con la
sua pelle diafana, quasi trasparente.
Justin. Un bambino fragile. Fin dalla nascita.
Paul rabbrividì. Non voleva ricordare. Perché la sua mente doveva
tornare proprio adesso al passato? Lui era lì. A Shi. In un albergo, a
letto. Accanto a David. Voleva immergersi completamente in quel
momento. Non c’era nessun ieri. E nessun domani. Si ripeteva
queste parole e si concentrava sul respiro accanto a lui.
Per un prezioso attimo avvertì solo l’aria tiepida che fuoriusciva
dal naso di David, accarezzandogli lieve la pelle. Serbava ancora
quel vago profumo dolce dell’infanzia, che ben presto si sarebbe
dissolto per sempre.
E poi la paura tornò ad attanagliarlo, senza che potesse
difendersi. Era il terrore che il battito di quel piccolo cuore potesse
cessare all’improvviso.
Così.
Perché avrebbe dovuto? gli aveva chiesto Christine quando le
aveva parlato della sua ansia. Lei capiva le sue paure, ma David era
un bambino sano, perfettamente sviluppato, come confermavano i
medici a ogni visita. Il cuore di un bambino non smette di battere
così, Paul. Senza un motivo.
Lui aveva annuito pieno di tristezza. Perché si era aspettato che
lei potesse capire?
Paul si alzò e socchiuse le tende. Si sedette alla scrivania, prese il
cellulare e controllò l’andamento della borsa di Hong Kong su
Internet. Negli anni precedenti aveva guadagnato molti soldi con le
azioni. Individuava sempre le quotazioni in discesa, cosa che,
secondo Christine, rispecchiava la sua indole pessimista.
«Anche tu una volta avevi quattro anni?»
Paul spense il telefono e si voltò sorpreso. «Buongiorno, tesoro
mio».
«Anche tu una volta avevi quattro anni?» ripeté David.
«Certo».
«E io dov’ero?»
«Questo non lo so» rispose Paul. Risposta sbagliata. Tutte le volte
che ammetteva la propria ignoranza, suo figlio ne era
profondamente turbato e gli faceva altre domande per le quali Paul
non aveva una risposta.
David assunse subito un’aria tormentata. «Perché no? Tu sai
sempre dove sono».
Paul aprì le tende, si mise seduto sul letto del figlio e si mise a
pensare. «Ho detto una sciocchezza. Naturalmente eri nella pancia
della mamma».
Il bambino annuì soddisfatto.
Per un istante Paul non seppe che cosa dire. Il silenzio lo metteva
a disagio.
«Hai fame?»
David non rispose. Non era un gran mangione.
«Che ne dici di fare colazione a letto?»
«Che cosa c’è?»
«Quello che vuoi. Uova. Cereali. Panini. Qualcuno ce li porterà qui
in camera».
«Sul serio?» L’idea parve entusiasmarlo. Si mise seduto a
riflettere.
«Vorrei mangiare nella vasca da bagno».
«Non possiamo fare colazione nella vasca da bagno. Si
bagnerebbe tutto».
«Allora in una grotta!»
«Quale grotta?»
«Quella che hai costruito ieri».
Mezz’ora più tardi Paul era rannicchiato sotto la coperta che aveva
teso come una tenda tra la scrivania e la poltrona, bloccandola con il
ferro da stiro, la radiosveglia e il bollitore. David era sdraiato davanti
a lui sotto la scrivania, stavano mangiando pane tostato con
marmellata di lamponi e bevevano succo d’arancia, cioccolata calda
e tè verde. Erano in fuga da un drago verde sputafuoco e per questo
potevano parlare solo sottovoce.
«Che cosa vogliamo fare oggi?» bisbigliò Paul.
«Andare dai panda» rispose David senza esitazioni.
«Ci siamo già stati ieri».
«Non ha importanza. A te è piaciuto?»
«Sì, certo. Molto».
«Allora possiamo tornarci».
Siccome non aveva una proposta migliore, Paul non poté fare
obiezioni a questo ragionamento.
Lo zoo dei panda, a dire il vero, gli era piaciuto molto. Era una
struttura che lui non aveva mai visto da nessun’altra parte in Cina. I
prati tosati di fresco, gli alberi potati con cura. Alcune anziane
inservienti svuotavano i cestini, non c’erano sacchetti di plastica o
bottiglie da nessuna parte. I bagni al negozio di souvenir erano puliti
e funzionanti. Dietro ogni angolo c’erano cartelli che indicavano ai
visitatori tutto ciò che non potevano fare. Sputare. Imprecare.
Spingere. Calpestare l’erba. Essere scortesi. Portare vestiti sporchi.
Con grande stupore di Paul la gente rispettava tutti i divieti.
Si inoltrarono in un fitto boschetto di bambù i cui lunghi steli si
piegavano a formare un tetto sopra di loro. Sembrava di camminare
dentro una lunga galleria verde. Una raffica di vento li fece
ondeggiare e il loro fruscio spaventò David. Si fermò di scatto. «In
Cina ci sono i draghi?»
«No».
«Come fai a saperlo?»
«L’ho letto. Si sono estinti tantissimi anni fa».
Soddisfatto della risposta, David proseguì. Era ansioso di rivedere
i panda e corse avanti, accompagnato da sguardi incuriositi. Paul ci
era abituato: ovunque andasse con suo figlio suscitava interesse,
persino a Hong Kong.
David lo aspettava al primo recinto. Si era arrampicato su una
panchina e osservava cinque esemplari che, separati solo da un
fossato, erano seduti a meno di dieci metri da lui e masticavano con
tutta calma dei rami di bambù, incuranti dei molti spettatori intorno a
loro. Alle loro spalle un altro panda dormiva nella biforcazione tra
due rami.
«Perché dorme sull’albero?»
«Perché sta più comodo. Vuoi provare anche tu a dormire
sull’albero in giardino?»
David gli scoccò un’occhiata severa. Prima che lui avesse il tempo
di rispondere, tra gli spettatori si creò un certo trambusto. Un gruppo
di uomini con le ricetrasmittenti arrivò di corsa e ordinò bruscamente
ai passanti di fare spazio. Giunti davanti al recinto, spinsero da una
parte i visitatori senza troppi complimenti e la gente li lasciò fare
senza protestare. Due bambini caddero e scoppiarono a piangere, i
genitori li esortarono a restare tranquilli. David si arrampicò in
braccio al padre.
Paul vide una dozzina di giovani avanzare nel boschetto di
bambù, diretti verso di loro. Le loro risate, le loro voci chiassose si
sentivano già da lontano. Dovevano avere intorno ai vent’anni, erano
vestiti in maniera estremamente curata, le ragazze avevano borse
costose, stivali di pelle con il tacco alto, molti gioielli e grandi occhiali
da sole.
Gli altri visitatori indietreggiarono man mano che i giovani si
avvicinavano. Il gruppo era chiaramente dominato da un ragazzo.
Paul se ne accorse dal suo linguaggio corporeo, dal modo in cui gli
altri lo guardavano, da come facevano a gara per ottenere la sua
attenzione e gli liberavano la strada. Portava una maglietta bianca
aderente, gli occhiali da sole sollevati sulla fronte. Era
accompagnato da una ragazza bellissima. Si fermarono davanti al
recinto dei panda.
All’improvviso la giovane proruppe in una serie di gridolini striduli.
«Che carino, che carino!» esclamò ammirata.
Tutti i presenti seguirono il suo sguardo. La sua attenzione non
era rivolta agli animali, il suo sguardo era posato su David.
«Che tenero» ripeté. Anche i suoi compagni ora lo guardarono
incuriositi. Qualcuno rise. Qualcuno puntò il cellulare su padre e
figlio per scattare una foto. Paul non gradiva quelle attenzioni e si
girò per allontanarsi.
«Ehi!»
Paul trasalì.
«Vieni qui».
Si voltò lentamente. Il giovane capogruppo gli fece cenno di
avvicinarsi. Il suo tono di voce non era ostile, solo stranamente
autoritario per una persona della sua età. Ogni sua frase suonava
come un ordine.
I visitatori si fecero da parte, il varco che si formò davanti a lui era
un’incalzante esortazione, un invito a ubbidire. Paul non voleva
essere scortese e fece qualche passo verso il gruppo. Il giovane era
più basso di lui, aveva labbra carnose, il naso imponente, occhi
grandi e molti muscoli. Scrutò Paul con grande attenzione.
La ragazza gli mormorò qualcosa all’orecchio, lui annuì, risero
entrambi.
«Maschio o femmina?»
«Un maschio» rispose Paul sforzandosi di essere educato.
«Età?»
«Quattro anni».
«Tra poco ne avrò cinque» precisò David.
Risate.
«Come ti chiami?» volle sapere la ragazza.
«Bao».
«“Tesoro prezioso”, che bel nome».
Protese le braccia, quasi si aspettasse che David andasse da lei.
«Una foto». Paul involontariamente strinse il figlio più forte. Lei gli si
piazzò accanto, mentre i suoi amici e molti altri scattavano foto come
se fosse una star di Hollywood. Un’amica volle una foto insieme a
lei. Poi un’altra e un’altra ancora.
Lei protese di nuovo le braccia, ma David rimase aggrappato al
padre. La ragazza tirò fuori dalla borsa un lecca-lecca bianco e nero
a forma di testa di panda e lo porse a David. Il bambino lanciò
un’occhiata interrogativa al padre e Paul annuì.
«Solo se vieni in braccio da me» disse con un sorriso la ragazza,
mettendo via il lecca-lecca.
Dopo una breve esitazione, David si lasciò scivolare dalle braccia
di Paul tra quelle della giovane. Ci furono esclamazioni di giubilo e
risate tra i suoi amici, che scattarono altre foto. Lei invece era
ammutolita per la gioia. Diede il lecca-lecca a David, gli annusò i
capelli, gli accarezzò teneramente la schiena.
Paul si sentiva sempre più a disagio in quella situazione.
«Ora andiamo» disse, riprendendosi il figlio. Si accorse che lei non
voleva lasciarlo, lo stringeva, e solo dopo un’interminabile esitazione
si rassegnò controvoglia.
«Ancora una foto con il mio ragazzo» pretese.
Fu il suo tono a irritare Paul. «No, ora basta» rispose brusco,
girandosi.
«Lei resta qui finché io e la mia ragazza non avremo fatto un’altra
foto con suo figlio».
Paul valutò brevemente se reagire a questa richiesta sfacciata
oppure ignorarla. Non voleva litigare, ma prima che potesse
compiere un altro passo due guardie del corpo lo bloccarono. Provò
a spostarsi verso sinistra, quindi verso destra, ma i due lo seguirono.
Facevano sul serio, non volevano farlo passare. Si girò.
«Dica ai suoi uomini di lasciarmi passare».
Il giovane incrociò le braccia sul petto con un sorriso beffardo e
strafottente.
Paul gli si piazzò davanti, si sollevò in tutta la propria statura e
disse abbastanza forte, in modo che tutti lo sentissero: «Stronzo».
Senza aspettare una reazione, scansò bruscamente il giovane di
lato e imboccò con passo deciso il sentiero tra i bambù, diretto verso
l’uscita. Una mezza dozzina di uomini con le ricetrasmittenti lo
accompagnò, senza sapere che cosa fare. Evidentemente
aspettavano ordini. Paul sentì gracchiare i loro walkie-talkie e poi
una voce che ripeteva qualcosa che lui non capiva. Fatti venti metri,
gli uomini si fermarono e li lasciarono andare.
David aveva seguito tutta la scena con attenzione e
apparentemente senza paura. A quel punto gettò un’occhiata severa
al padre.
«Non si dice stronzo».
6.

Paul doveva assolutamente andare in bagno, aveva addirittura i


crampi al basso ventre. Aveva provato a farlo prima di uscire dallo
zoo, ma la fila era troppo lunga e David a un certo punto aveva
perso la pazienza. Le strade erano così intasate che il tragitto fino
all’hotel durò quasi un’ora e mezzo. Paul ormai non ce la faceva più.
Attraversò a lunghi passi la hall e lasciò il passeggino accanto a
una colonna di fronte al bagno degli uomini. «Aspettami qui. Torno
subito».
Due minuti più tardi uscì. Il passeggino era vuoto.
Si guardò intorno, più contrariato che impaurito. Quante volte
aveva detto a suo figlio che non doveva nascondersi senza
avvisarlo? Una volta, a Lamma, aveva rischiato di finire in mare dal
pontile dei traghetti. Si era salvato solo grazie alla prontezza di
riflessi di un passante.
«Bao!» Quando si arrabbiava con lui, spesso Paul gli parlava in
cinese.
Lo cercò dietro le colonne. Dietro due grandi vasi. Una panca. Una
vetrina.
A David piaceva nascondersi sotto i tavoli. Paul si inginocchiò
davanti ad alcuni divani e ci girò intorno carponi.
Niente.
«David?»
Si alzò di nuovo e si accorse che il brusio nella hall si era
interrotto. La gente era immobile al proprio posto, come se qualcuno
avesse fermato una pellicola. Tutti gli occhi erano puntati su di lui.
«Qualcuno ha visto mio figlio?» chiese Paul nel silenzio.
Nessuna risposta.
Tutti evitarono di guardarlo. Le centraliniste. Il concierge. I tre
uomini d’affari accanto a lui. I due valletti.
«Qualcuno ha visto mio figlio?» ripeté Paul con voce più forte e
perentoria. Nessuna reazione.
Si diresse verso l’uscita e come per magia tutti ripresero le proprie
occupazioni.
Davanti all’hotel erano parcheggiate diverse Audi berline nere e
due fuoristrada Mercedes. Il portiere lo fissò.
«Ha visto mio figlio?»
La risposta fu un’occhiata vuota, scostante.
Da uno dei fuoristrada provenivano dei bassi profondi. I vetri erano
oscurati, Paul non riusciva a capire se all’interno fosse seduto
qualcuno. Bussò contro il finestrino del guidatore, che si abbassò
leggermente. Al volante era seduto un uomo con i capelli cortissimi e
una voglia sulla fronte. Aveva la faccia butterata e lo guardò con aria
interrogativa.
«Per caso ha visto un bambino uscire da solo dall’hotel?»
La musica riempiva l’abitacolo, Paul non sapeva se l’uomo avesse
compreso la domanda. La ripeté a voce più alta. L’uomo scrollò il
capo e subito dopo rialzò il finestrino.
Paul tornò di corsa dentro l’hotel.
«David?»
A poco a poco il panico si andava impossessando di lui. Per
favore, David, per favore, esci dal nascondiglio.
L’ascensore. David era affascinato dagli ascensori, perché non ci
aveva pensato subito. Era probabile che fosse salito da solo fino alla
loro stanza al ventottesimo piano.
Ma senza aiuto non sarebbe stato in grado di pigiare il pulsante
così in alto. Qualcuno lo aveva preso in braccio? Lo aveva fatto per
lui?
Paul sfrecciò per il lungo corridoio. La loro camera era la
penultima. Si precipitò dentro. David? Oh, David, dove sei?
Niente.
Fu assalito dalla nausea.
David era sceso a un altro piano? Avrebbe potuto essere nascosto
ovunque nell’hotel. In qualunque camera.
Mentre tornava verso gli ascensori, udì una voce infantile
provenire da una delle stanze. Bussò alla porta, ma nessuno gli aprì.
Bussò più forte, prese a pugni l’uscio, udì nuovamente la voce
infantile; proveniva dalla camera accanto. Venne ad aprirgli una
giovane donna, teneva in braccio una bambina che lo fissava con i
grandi occhi sgranati per la paura. Paul si scusò per il disturbo.
Cercò di rimanere tranquillo, di pensare lucidamente. Non poteva
lasciarsi sopraffare dalla paura.
Notò delle telecamere sul soffitto del corridoio. L’hotel era
videosorvegliato. Ciò che di solito lo infastidiva adesso era una
fortuna. Con quell’aiuto avrebbe trovato suo figlio nel giro di pochi
minuti.
L’impiegata alla reception non gli rispose. Né in cinese, né in
inglese. Paul alzò la voce.
Un uomo più anziano l’affiancò e si presentò come «il direttore
responsabile».
No, non aveva visto il bambino, ma non sarebbe stato un
problema controllare i filmati degli ultimi quindici minuti. No, non
poteva farlo di persona, avevano il personale appositamente
addestrato per questo. Si sarebbe chiarito tutto. Non doveva
preoccuparsi, solo avere un po’ di pazienza.
Paul continuò a cercare. Scese in piscina. Attraversò la palestra, il
bar, un caffè adiacente, sempre più in fretta, sempre più agitato.
Spalancò porte e chiamò a gran voce il nome del figlio in stanze
vuote e scantinati bui.
Quando tornò nella hall era un altro.
Mi spiace doverla informare…
Alla reception due volti nuovi. Nessuna traccia del direttore
responsabile. Dov’era, quando sarebbe tornato? Lo guardarono
come se non sapessero di chi parlasse. Un uomo giovane gli si
avvicinò, era il responsabile della sicurezza dell’albergo. Avevano
controllato accuratamente tutte le registrazioni e non avevano
trovato nulla di sospetto. Le telecamere coprivano l’ottanta percento
della hall, il passeggino si trovava in un angolo morto.
Paul non credette neppure a una parola.
7.

Paul era rannicchiato su una sedia al commissariato. Zhang, seduto


accanto a lui, lo trovò invecchiato di anni. Parlava tra sé, continuava
a rimproverarsi. Come aveva potuto lasciare suo figlio senza
sorveglianza? Ogni tanto alzava lo sguardo, rivolgeva occhiate
interrogative all’amico, quasi questi potesse dirgli dov’era David.
I due poliziotti lo trattarono con estrema cortesia e disponibilità,
senza fare troppo caso alla presenza di un monaco. Gli offrirono
sigarette e tè, sistemarono sul tavolo semi di melone tostati e
cercarono di tranquillizzarlo. Con ogni probabilità David era uscito di
nascosto dall’hotel e si era perduto. Il centro cittadino di Shi era
videosorvegliato quasi al cento percento. Lo avrebbero ritrovato, non
c’erano dubbi. Erano cose che succedevano più spesso di quanto
non si credesse. Giusto due giorni prima avevano riportato ai genitori
una bambina di cinque anni che si era perduta mentre facevano la
spesa.
Che cosa si inventano i poliziotti in situazioni del genere, pensò
Zhang. Lui conosceva la verità. Il tempo non era dalla loro parte.
Ogni ora, anzi, ogni minuto che passava riduceva le probabilità di
ritrovare David.
Traffico di esseri umani. Zhang non aveva dubbi che si trattasse di
questo. In Cina era un commercio molto prospero. Ogni anno
sparivano decine di migliaia di giovani donne. Rapite, attirate in
trappola con false promesse, oppure caricate a forza dentro un
furgoncino alla luce del giorno, trasportate nelle province più isolate
e costrette a sposarsi. Migliaia di bambini sparivano allo stesso
modo. Senza lasciare tracce. Soprattutto i bambini dell’età di David
erano merce ambita. Venivano rapiti e venduti a coppie sterili, a
contadini senza figli maschi oppure all’estero. Solo pochissimi di loro
rivedevano i genitori.
Quando era commissario, Zhang aveva interrogato diversi
trafficanti di uomini. Per la maggior parte avevano alle spalle
un’esistenza da derelitti, braccianti delle campagne approdati in città
alla vana ricerca di un’occupazione, dopo aver lasciato una famiglia
che ogni mese aspettava i loro soldi, spesso l’unica fonte di reddito
indispensabile per sopravvivere. Questo non li giustificava, ripeteva
spesso alla moglie scettica e al figlio quando parlava di quei
delinquenti. Però spiegava qualcosa.
Nessuno di loro avrebbe osato cercare possibili vittime in un hotel
di lusso.
Solo negli ultimi anni in cui lui era stato in servizio l’attività aveva
assunto modalità più professionali. I trafficanti adesso erano più
giovani, più abili, meglio organizzati e più istruiti, anche se non gli
piaceva usare questa parola in un simile contesto. Trasferivano
clandestinamente le vittime da una provincia all’altra, in maniera
veloce ed efficiente. Prendevano ordinazioni riguardo l’altezza, l’età,
il tipo, il sesso, e fissavano i termini di consegna. Gli esseri umani
erano diventati una merce.
Come tutto il resto, nel Paese.
Molti si erano organizzati in associazioni più grandi, secondo lo
spirito imperante dell’economia del libero mercato, per aumentare la
produttività e i profitti.
Zhang era convinto che se David era nelle mani di una di queste
bande perfettamente organizzate, quasi sicuramente non si trovava
più in città. Anche se le telecamere di sorveglianza lo avessero
ripreso mentre veniva caricato su un’auto, la targa sarebbe stata
contraffatta, i vetri oscurati, il colore e il modello tanto comuni da
renderne impossibile l’identificazione. Con ogni probabilità le tracce
di David si erano perse per sempre quel pomeriggio.
Gli sembrò di leggere la stessa convinzione nelle occhiate che si
scambiarono i due poliziotti.
Paul raccontò ancora una volta gli eventi della mattinata e i minuti
precedenti alla scomparsa di David. No, non si era sentito seguito.
Non aveva notato nulla di sospetto, non era stato avvicinato da
sconosciuti. Né al loro arrivo due giorni prima, né ieri, né quel giorno.
Raccontò la ricerca sempre più disperata del figlio.
I poliziotti supponevano che ci fossero degli indizi sulle telecamere
dell’hotel, i colleghi stavano andando a visionare le registrazioni,
presto ne avrebbero saputo di più.
A sconcertarli fu la presenza dei due fuoristrada grigi davanti
all’hotel.
Paul ricordava solo vagamente l’uomo al volante. Aveva delle
cicatrici sul viso. Non aveva notato la presenza di eventuali altri
occupanti, non era riuscito a vedere dentro l’abitacolo.
Rumori sospetti? Paul ci pensò su. No. E comunque la musica a
tutto volume sovrastava ogni altro suono.
L’agente più anziano chiamò i colleghi che stavano esaminando i
video. Dovevano controllare con particolare attenzione i filmati che
riprendevano il viale di accesso e l’ingresso dell’hotel, identificando
due fuoristrada Mercedes. Lui avrebbe atteso al telefono.
Rimasero ad aspettare in silenzio. I due poliziotti si accesero una
sigaretta.
Qualunque fosse il resoconto che ricevette, all’investigatore non
piacque. E a ogni frase era sempre peggio. Zhang se ne accorse dal
lampo negli occhi, dalle labbra che si serravano, dalla mascella che
si contraeva.
«Niente da segnalare» mentì poi l’uomo. Forse poteva ingannare
Paul, ma non lui.
«Grazie al numero di targa rintracceremo i proprietari e faremo dei
controlli. Forse hanno notato qualcosa di strano».
Paul doveva andare in bagno e un poliziotto lo accompagnò.
«Le auto erano senza targa» disse Zhang non appena rimase solo
con l’altro.
Il commissario lo scrutò con aria assorta, quindi si accese una
sigaretta senza parlare. Erano coetanei e in trent’anni di carriera
avevano probabilmente vissuto esperienze analoghe. Avevano visto
troppo di ciò che le persone si facevano a vicenda. Avevano assistito
a troppe bugie, troppe scuse e troppo poca comprensione. Avevano
guardato all’interno di abissi senza trovare un briciolo di
consolazione da nessuna parte. A giudicare dallo sconforto nel suo
sguardo, il tempo aveva trasformato anche lui in una persona
malinconica.
«Che cosa glielo fa dire?»
«Per trent’anni sono stato commissario della squadra omicidi a
Shenzhen».
Il poliziotto sussultò. Tirò un’altra boccata dalla sigaretta e soffiò
fuori il fumo lentamente dal naso.
«I numeri di targa non sono il problema».
«Allora qual è?» chiese Zhang perplesso.
«A volte la conoscenza è un problema più grande dell’ignoranza».
«Che cosa vorrebbe dire con questo?»
«Il suo amico non rivedrà più suo figlio». Dopo una lunga pausa
aggiunse: «Non dovrebbe nemmeno cercarlo. Gli faccia un piacere,
glielo impedisca».
«Secondo lei come dovrei fare?» ribatté Zhang irritato. «È ovvio
che farà di tutto per ritrovare suo figlio. Lo farebbe anche lei».
«Magari ha altri figli che hanno bisogno di lui? Una moglie che
vorrebbe rivedere?»
Zhang fu assalito da un oscuro presentimento. Chiese di vedere i
filmati. In via confidenziale, ovviamente.
Il poliziotto scrollò il capo e spense la sigaretta.
Un piccolo favore nei confronti di un ex collega. Con la sua
esperienza forse sarebbe riuscito a scoprire qualcosa che era
sfuggito agli agenti più giovani.
«Li stanno cancellando proprio ora» disse il poliziotto.
«Dev’essere contento di non sapere che cosa ci fosse registrato».
8.

No, non voleva tornare in hotel, non gli importavano i consigli del
commissario. Zhang credeva seriamente che potesse riposare
mentre la polizia cercava suo figlio, che riuscisse a stare tranquillo?
Che idea assurda! Voleva dare una mano nelle ricerche. Avrebbe
battuto sistematicamente le strade intorno allo Shangri-La, avrebbe
guardato in ogni portone, ogni cortile, ogni androne. Avrebbe
bussato alle porte, chiesto ad altri bambini, sarebbe andato nei
parco giochi. Non si sarebbe accontentato di un no come risposta.
Aveva con sé una foto di David. Forse qualcuno lo aveva visto.
Qualche passante? La commessa del negozio di tè dirimpetto
all’hotel? Al supermercato. All’edicola. Al ristorante. Nel piccolo
centro commerciale a un isolato di distanza. Forse era corso fin lì a
nascondersi. Non si sarebbe dato pace finché non avesse trovato
suo figlio. Gli stessi poliziotti dicevano che i bambini piccoli si
smarriscono più spesso di quanto si pensi, che si allontanano per
curiosità. E poi tornano sempre.
Forse era stato investito da un’auto ed era ricoverato in qualche
ospedale cittadino. Di questo non avevano ancora parlato, degli
ospedali. Avrebbe telefonato a tutti quanti, uno dopo l’altro, non gli
importava se lo stesse facendo anche la polizia. Una seconda
telefonata non guastava. Oppure, ancora meglio, ci sarebbe andato
di persona e avrebbe chiesto di lui al pronto soccorso. Non gli
importava quanti ospedali ci fossero a Shi.
Forse però qualcuno aveva trovato David che piangeva per
strada, smarrito, e per sicurezza lo aveva portato a casa con sé. E
ora non sapeva che cosa fare, perché David non conosceva il nome
dell’hotel. Forse dovevano fotocopiare la sua foto e attaccarla a tutti
gli alberi e i palazzi intorno all’hotel. Forse potevano chiedere l’aiuto
delle emittenti televisive locali. Potevano disegnare un identikit di
David. È una buona idea, Zhang? Nelle ore successive lo avrebbero
trovato da qualche parte, sano e salvo. I bambini non scompaiono
senza lasciare tracce, vero, Zhang? Tu eri un poliziotto, tu lo sai. Di’
qualcosa, Zhang. Di’ qualcosa.
9.

Una sommessa trepidazione l’aveva accompagnata per tutto il


giorno. Per la prima volta da quando era nato, Christine aveva
trascorso due notti senza suo figlio. Non aveva dormito peggio del
solito, non era una madre di quel tipo. I due giorni in ufficio erano
stati pieni di appuntamenti, non aveva avuto il tempo di soffermarsi
troppo a pensare a lui. Per questo era ancora più contenta all’idea di
rivederlo. Un lungo fine settimana solo con David e Paul. Senza
dover correre tra casa e ufficio, senza le incessanti recriminazioni di
una madre gelosa.
Tre giorni che, sperava, avrebbero fatto bene anche a lei e a Paul.
Non avevano più avuto molto tempo per loro dalla nascita di David. Il
ruolo di padre e madre li occupava a tempo pieno: le giornate erano
lunghe, le serate con Paul brevi. Spesso alle dieci andavano a letto,
troppo stanchi per parlare della giornata appena trascorsa o per
leggere un po’. Erano genitori, lo erano volentieri, ma non avevano
più tempo di essere amanti. Avevano dimenticato o rimosso quanto
fosse faticoso occuparsi di un bambino piccolo.
Christine realizzò immediatamente che qualcosa non andava.
Lo sguardo di Paul. Il viso cereo. La pelle tirata. Nemmeno un
sorriso di benvenuto.
Forse qualcosa gli aveva fatto male allo stomaco e non lo aveva
lasciato dormire. Avrebbe dovuto dirglielo. Lei avrebbe potuto anche
prendere un taxi per arrivare in hotel.
Paul e Zhang. Dov’era suo figlio?
Era nascosto dietro una delle colonne? Dietro suo padre?
Christine si fermò e si guardò intorno. Non sopportava quel suo
instancabile giocare a nascondino.
Gli altri passeggeri premevano da dietro verso l’uscita, qualcuno
spintonava, qualcuno imprecava perché lei bloccava in parte il
passaggio.
Era stato investito da un’auto? Era caduto da una scala? Si era
fatto male nella piscina dell’hotel? Se si trovava in qualche ospedale,
come mai Paul non era con lui? Perché non le aveva telefonato per
avvertirla?
Dov’era David? Sentì la paura diffondersi minacciosa dentro di lei.
All’improvviso Paul le fu accanto e l’abbracciò. Per un attimo lei
sperò di essersi immaginata tutto.
David stava bene.
Era in albergo, una baby-sitter vegliava sul suo sonno.
Dimmi che è così, Paul.
Lui non diceva niente. La stringeva saldamente tra le braccia prive
di forza.
Si accovacciarono in un angolo del terminal, lui parlava sottovoce,
evitando di guardarla.
«Come hai potuto lasciarlo da solo nella hall?» Lo afferrò per le
spalle e lo scrollò. Guardami!
«Perché non lo hai portato con te al bagno?» Come aveva potuto
essere così sconsiderato?
Lui non aveva risposte da darle.
«Perché non sei stato più attento?» Lo allontanò da sé, balzò in
piedi, voleva andarsene, senza sapere dove.
Gridò parole senza senso, e dopo pochi istanti furono circondati
da poliziotti in borghese.
Zhang spiegò loro la situazione e cercò di tranquillizzare Christine.
Comprendeva il suo sgomento, ma la polizia di Shi gli sembrava
estremamente professionale, le ricerche di David erano condotte
scrupolosamente. Tutto lasciava pensare che fosse uscito dall’hotel
e avesse perso l’orientamento, era solo questione di tempo e
sarebbe stato ritrovato.
Il suo corpo, il suo sguardo parlavano un’altra lingua.
Christine volle vedere tutto. La hall. I bagni. I tavoli. Le vetrine. Il
caffè. Attraversò la hall, percorse ogni possibile itinerario che suo
figlio poteva aver seguito nell’hotel. Come un cane da fiuto intento a
ritrovare la traccia del suo cucciolo.
Aveva ritrovato la calma e agiva con efficienza: fornì alla polizia le
ultime foto di David dal suo cellulare; descrisse in ogni dettaglio il
figlio, l’altezza e il peso, la sua timidezza, la sua riluttanza a seguire
gli sconosciuti, quale fosse il suo gusto di gelato preferito, quali
giocattoli lo entusiasmassero. I poliziotti prendevano appunti, zelanti.
Era passata la mezzanotte quando si sdraiò a letto accanto a Paul
e finalmente lasciò libero sfogo al pianto.
Lui non cercò di consolarla. Nelle ore precedenti aveva provato
diverse volte ad abbracciarla, ma lei lo aveva sempre respinto. Il
dolore era troppo grande. Le dolevano la testa, le membra, lo
stomaco. Non voleva essere toccata.
Non sopportava il suo respiro pesante accanto a sé, il suo odore
familiare, che di solito le piaceva tanto, di colpo le risultava
fastidioso.
Dov’era David? Il terrore e l’incertezza la facevano impazzire.
Mentre parlava con la polizia si erano affacciate alla sua mente
immagini che aveva scacciato subito. Lo aveva visto ferito in fondo a
un tombino. Oppure a dissanguarsi ai bordi di una strada, investito
da un’auto il cui conducente si era dato alla fuga. Lui piangeva e la
chiamava. Si era concentrata completamente sulle domande degli
agenti. Nella solitudine della notte però non riuscì più a respingere
gli incubi dalla sua mente.
Forse si era davvero perduto e adesso era seduto in un garage
oppure in uno scantinato buio, di cui non riusciva più ad aprire la
porta.
Oppure un pedofilo lo aveva attirato a casa propria. Era una facile
preda, ingenuo e curioso com’era. A Lamma non c’era bisogno di
metterlo in guardia dagli sconosciuti. Fu assalita dalla nausea.
C’erano ipotesi troppo mostruose, troppo spaventose da prendere in
considerazione.
Qualcuno lo aveva rapito per poi rivenderlo? Sul South China
Morning Post ogni tanto aveva letto articoli sul traffico di esseri
umani e sui genitori cinesi che, ignorati dalle autorità, cercavano
disperatamente i figli. Sperava che almeno i rapitori lo trattassero
bene. Dopotutto era la loro merce.
Il suo piccolo David. Che aveva tanta paura del buio. Che finora
non aveva passato nemmeno un giorno della sua vita senza i suoi
genitori. Quanta paura doveva affrontare in quel momento?
Piangeva, dormiva? Era ferito, soffriva?
Perché non era con lui? Perché non poteva aiutarlo? Era
imperdonabile. Avevano fallito come genitori, il loro compito era
quello di proteggere il figlio dal male.
Lei non avrebbe dovuto permettergli di recarsi a Shi con suo
padre. Perché era andata in ufficio, anziché raggiungerli subito? Era
tutta colpa sua. E di Paul.
Colpa sua.
Colpa sua.
E di Paul.
Colpa sua.
Colpa sua.
E di Paul.
Quando non riuscì più a pensare ad altro, quando la sua mente si
riempì di queste parole, prese due compresse del sonnifero che le
aveva procurato Zhang.
Ebbe il tempo di sentire il corpo che si rilassava, si lasciava
andare, mentre piano piano tutto scivolava via, si allontanava e
perdeva importanza. Poi si addormentò.
Christine fu svegliata dallo squillo del telefono. Una luce fioca
filtrava da una fessura tra le tende. Guardò l’ora, erano le 5.30. Paul
era seduto alla scrivania e prese la cornetta. Annuì in modo
meccanico, terminò la conversazione e si alzò.
«Dove vai?» chiese lei sottovoce.
«Scendo nella hall. C’è qualcuno che vuole parlarmi».
«Aspetta, vengo anch’io». Fece per alzarsi, ma l’effetto del
sedativo era ancora troppo forte. Si lasciò cadere sui cuscini.
«Torno subito» disse Paul.
«Aspetta, aspetta…»
Sentì il rumore della porta che si chiudeva.
10.

Non c’era nessuno ad aspettarlo nella hall. Il portiere di notte gli


indicò l’esterno con un cenno nervoso del capo.
Davanti all’hotel era parcheggiata una mezza dozzina di
limousine. Paul si guardò intorno, senza vedere nessuno.
All’improvviso, a pochi metri da lui, un finestrino venne abbassato di
un palmo, qualcuno lo chiamò e lo invitò a salire. Al volante era
seduto un uomo con il volto butterato e una grande voglia scura sulla
fronte. Paul lo riconobbe subito.
«Presto, chiuda la portiera» gli ordinò.
Paul salì. Sul sedile posteriore notò una donna minuta.
L’uomo stringeva il volante con entrambe le mani, lo sguardo
rivolto in avanti. Aveva il respiro affannoso.
«Che cosa vuole da me?»
«Deve andarsene da Shi entro oggi» disse l’uomo, senza
guardare Paul.
«Perché? Mio figlio è scomparso. Non lascerò Shi prima…»
«Suo figlio dorme accanto a mia moglie».
Paul si voltò di scatto. Sul sedile posteriore vide un fagotto avvolto
in una coperta. La donna ne scostò un lembo, scoprendo il viso di
David. Paul gettò occhiate in sequenza all’uomo e alla donna. Aveva
le lacrime agli occhi.
«Chi è lei?»
«Non ha importanza» disse brusco l’uomo.
«Che cosa vuole? Un riscatto? Le do tutto ciò che ho. Possiedo
azioni e una casa a Hong Kong. Posso venderla…»
«Non vogliamo soldi».
«Che cosa allora?»
«Niente».
«Niente?» Paul era sicuro di aver capito male.
«No, niente».
«Ma perché… Non capisco…»
«Meno ne sa, meglio sarà per noi e per lei».
Per la prima volta Paul esaminò meglio i due. Sui quarantacinque
anni, abiti semplici, entrambi con una catenina al collo da cui
pendeva una croce d’oro.
«Prenda suo figlio e sparisca dalla città il più in fretta possibile»
ripeté l’uomo.
«Ma perché?»
«Perché la cercheranno».
«Chi?»
I due non risposero. Paul ripeté la domanda.
«Il boss di mio marito» disse sottovoce la donna. «È stato lui a
rapire suo figlio. Noi glielo abbiamo riportato. Nel nome del Signore».
Paul non capì subito a chi si riferisse. «Quale signore?»
«Gesù Cristo, nostro Salvatore».
«Il mio capo ha dato suo figlio in regalo alla sua fidanzata, perché
lo trovava tanto carino».
«Chi è il suo capo?»
Entrambi ignorarono la domanda.
«Come faceva a conoscere David?» domandò Paul, assalito da
un impeto di diffidenza.
«L’ha visto ieri dai panda e lo voleva» rispose la donna. «Mio
marito fa l’autista per lui da poco, io avrei dovuto essere la balia di
suo figlio. Se si accorge che siamo spariti insieme al bambino, non
impiegherà molto a capire che lo abbiamo riportato ai suoi genitori. E
farà di tutto per riaverlo».
Paul scrollò il capo incredulo. «Lo voleva? Un bambino come
regalo?»
I due annuirono.
«Non ci credo. Non può prendersi mio…»
«Eccome se può» obiettò la donna.
«Lei non è di qui» aggiunse l’uomo. «Non può nemmeno
immaginare quanto sia potente questa famiglia».
Paul li guardò scettico. «Ma come potrebbe riprendersi…»
«Con l’aiuto della polizia» spiegò l’uomo. «Lei verrà arrestato con
un pretesto e in camera sua troveranno della droga. Un tribunale la
condannerà per contrabbando di stupefacenti. Di recente è successo
a un commerciante di Singapore che aveva litigato con il nostro
capo. Resterà in galera per i prossimi nove anni».
Paul tacque. Lo scenario delineato dall’autista non era poi così
assurdo.
«Adesso che cosa farete?» chiese nel silenzio.
«Abbiamo dei parenti nella provincia di Fujian. Ci nasconderanno
per qualche tempo».
«Posso aiutarvi?»
«Cosa vorrebbe fare? Il Signore ci proteggerà».
Paul calcolò quanti soldi avesse con sé. «Mi piacerebbe darvi
qualcosa…»
«Non vogliamo i suoi soldi» risposero in coro i due.
«Perché lo fate?»
L’uomo guardò la moglie, come se solo lei avesse una risposta.
«Noi crediamo nel Signore. Mio marito lavora per il suo capo da
sei mesi e ha già accumulato abbastanza colpe sulle sue spalle.
Questo bambino… era troppo».
«Grazie. Io…» Paul non sapeva cosa dire.
«Ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,
l’avete fatto a me. Matteo 25, 40» recitò lei sottovoce. «È il Signore
che ci mostra la via».
Paul vide la paura negli occhi della coppia, ma non l’avvertì nelle
loro voci serene.
«Le rimangono due, al massimo tre ore di tempo, prima che
qualcuno si accorga della nostra assenza. Per allora dovrà aver
lasciato la città. L’hotel sarà uno dei primi posti dove verranno a
cercare. Forse qualcuno potrebbe addirittura avvisarlo. Il servizio di
sorveglianza è pagato da lui».
Paul fece per aprire la portiera, poi esitò.
«Chi è il vostro capo?»
«Chen Tian Hao, il figlio del segretario del partito Chen». L’uomo
fece una breve pausa. «Ora vada».
Paul scese, aprì la portiera posteriore, prese in braccio
delicatamente il figlio addormentato. «Come posso ringraziarvi?»
«Non c’è motivo di farlo».
La donna gli rivolse un cenno d’assenso. «Il Signore sia con voi. E
vi porti al sicuro. Che Dio vi benedica».
Paul attraversò in fretta la hall deserta, seguito dall’occhiata
diffidente del portiere di notte. In ascensore David si svegliò, aprì un
attimo gli occhi e alla vista di Paul sorrise, prima di riaddormentarsi.
Christine dormiva ancora. Paul depose David accanto a lei e
radunò in fretta le loro cose. Voleva lasciare l’hotel il prima possibile.
Cercò un volo su Internet. Quello delle 16.30 era completo, trovò tre
posti sul successivo.
Completata la prenotazione, si rese conto che non aveva idea di
dove rifugiarsi fino a sera. Cambiare hotel? Troppo pericoloso, tutti
gli ospiti stranieri dovevano essere registrati presso le autorità.
Centri commerciali, caffè, ristoranti? Anche i luoghi pubblici erano
troppo pericolosi, se quei due gli avevano detto la verità e Chen li
cercava. Il posto più sicuro era il monastero di Zhang.
Paul si mise seduto sul letto e accarezzò teneramente il viso di
Christine. Si chinò su di lei e le mormorò all’orecchio. «Tesoro,
svegliati. Dobbiamo partire».
11.

Da due ore Zhang era seduto con gli altri monaci e cercava di
rilassarsi. Non pensare alle ginocchia doloranti, non pensare alla
schiena, non pensare a Paul, David e Christine.
Più si sforzava, più diventava difficile. Si concentrò sul proprio
respiro. Percepì l’aria fresca del mattino entrare nelle narici e uscirne
riscaldata. Recitò il suo mantra. Focalizzò lo sguardo sul Buddha
dorato davanti a sé. Niente da fare. I suoi pensieri giravano
instancabili intorno all’amico. Che razza di karma era quello?
Perdere due figli? Che cosa doveva aver fatto nella vita precedente
per meritare una cosa del genere? Oppure erano altre le leggi che
governavano il mondo, rispetto a quelle indicate e annunciate
dall’Illuminato? La vita forse era retta dal caso. Un freddo e spietato
arbitrio. L’aberrazione.
Come affermava sempre Paul.
Dal cortile risuonarono le martellate dei primi muratori. Quel
mattino Zhang fu contento del rumore, era il segnale ufficioso della
fine della meditazione. L’abate e gli altri monaci si alzarono.
Zhang andò nel refettorio a mangiare controvoglia qualche
boccone, quando udì alle proprie spalle delle voci familiari. Si voltò,
e davanti a lui c’erano Paul, Christine e David. Zhang comprese
subito dallo sguardo dell’amico che non erano solo buone notizie a
condurlo a quell’ora del mattino nel monastero.
Prese ciotole di riso e verdura e un thermos di tè, e si misero
seduti in cortile sotto i primi raggi del sole. Mentre David mangiava
svogliatamente, Paul raccontò quanto era accaduto.
«Ho prenotato tre posti sul volo delle 22.00 per Hong Kong»
annunciò alla fine.
Zhang scrollò energicamente la testa. «Non potete andare
all’aeroporto».
«Perché no?» domandò Christine incerta.
«Che cosa potrebbe succedere? Ho i biglietti e le carte d’imbarco,
abbiamo già fatto il check-in» aggiunse Paul.
Zhang si stupì dell’ingenuità dell’amico. «Prima di imbarcarvi
dovrete superare il controllo doganale. Se Chen vi cerca, cosa di cui
sono sicuro, verrete fermati».
«Con quale motivazione?»
«Vogliono vostro figlio. E sono abituati a ottenere quello che
desiderano. Se non lo ottengono spontaneamente, se lo prendono».
«Chi sono?» Paul continuava a non capire, Zhang colse la
perplessità nella sua voce.
«Chen. Xi. Wu. Scegli il nome che preferisci. I potenti di questo
Paese. Sarà facile fabbricare prove per trattenervi in custodia
cautelare per mesi. E il processo non sarebbe equo, i giudici non
sono indipendenti. Lo sai benissimo anche tu, non è la prima volta
che vieni in Cina! Credi che importerebbe a qualcuno se spariste per
anni in una prigione del Sichuan? Il console americano farebbe
qualche tentativo all’inizio, forse il governo americano scriverebbe
una nota di protesta. E poi? Scatenare una crisi diplomatica per
causa vostra? Non credo». Zhang osservò l’effetto delle proprie
parole. «Senza contare che per tutto il tempo David resterebbe in un
istituto. Oppure, cosa facilmente realizzabile, con i Chen».
«Che alternative abbiamo? C’è un treno per Shenzhen?» chiese
Christine.
Nessuno dei due si era reso conto in che razza di guaio fossero
finiti. «Scordatevi il treno. Per l’acquisto dei biglietti avete bisogno
dei passaporti. Inoltre non andrei verso sud, se fossi in voi. Non
credo che vi lascerebbero raggiungere Hong Kong. In passato Chen
è stato segretario di partito della provincia di Guangdong, avrà
sicuramente ottimi contatti. Il confine è zona che scotta per voi».
«Credi davvero che il suo potere sia così vasto?»
«Non lo so. Ma questo è uno dei problemi del nostro Paese: non
sappiamo mai bene quanto sia vasto il potere di chiunque. Vuoi
verificarlo di persona?»
«Certo che no» rispose Paul. «Ma allora dove possiamo andare?
Nello Yunnan e poi in Birmania attraverso le montagne?»
«No, significherebbe una marcia di giorni tra le montagne. Non è
possibile con un bambino di quattro anni».
«Allora?»
«A Pechino» rispose deciso Zhang.
Paul lo guardò incredulo. «Perché nella capitale?»
«Perché lì c’è l’ambasciata americana. È il luogo più sicuro. Tu sei
americano. Non siete dissidenti, l’ambasciata può garantirvi l’uscita
dal Paese. Il potere di Chen finisce davanti a quel cancello».
«Quanto dista Pechino da Shi?» domandò perplessa Christine.
«All’incirca duemila chilometri».
«Come ci arriviamo?»
Zhang si passò entrambe le mani sul cranio rasato. Non aveva la
minima idea di come potessero arrivare a Pechino senza essere
identificati. Paul era facilmente riconoscibile già solo per la sua
statura, David per i suoi lineamenti. Non avrebbero potuto pernottare
in albergo, né prendere i mezzi pubblici.
Sarebbero bastate un paio di telefonate a nome di Chen e la
polizia avrebbe dato loro la caccia in tutte le province. Chi avrebbe
avuto il coraggio di nasconderli anche per una notte soltanto? Chi
sarebbe stato disposto a correre il rischio di trasferirli da un luogo
all’altro? E perché? L’unico motivo che venne in mente a Zhang era
il denaro.
Si accese una sigaretta e tirò un paio di boccate, poi la spense.
«Quanti contanti avete con voi?»
Christine e Paul fecero il conto. Non arrivavano a più di seimila
RMB.
«Non è molto». Seimila renminbi non bastavano per comprare il
viaggio fino alla capitale. Non sarebbero stati sufficienti nemmeno
sessantamila. Il rischio era troppo grande e imponderabile. Chen
perseguiva i suoi avversari in maniera spietata, senza risparmiare
famiglie, amici e colleghi. Era un figlio della rivoluzione culturale e
ogni giorno a Shi dimostrava di aver imparato bene la lezione: chi
manifesta indulgenza verso i propri nemici se ne pente, chi mostra
debolezza è sconfitto. Zhang spostò lo sguardo dall’uno all’altro.
David fino a quel momento aveva mangiato solo pochi bocconi e non
aveva aperto bocca, Paul era esausto.
«Avete l’aria stanca, volete riposare un po’ nella mia stanza?
Cercherò di organizzare qualcosa. Ho ancora dei parenti in città».
12.

Zhang camminava senza meta per le strade. Non ce la faceva a


starsene dentro il monastero, aveva bisogno di movimento per
riordinare le idee. Ma gli risultava difficile. Un bambino come regalo,
come se fosse un animale domestico. Per quanto sembrasse
assurdo, Zhang non aveva il minimo dubbio che fosse vero. Gli
uomini erano diventati volubili e insaziabili, avevano perso ogni
senso della misura.
Come prima. Aveva vissuto i tempi sfrenati e sconsiderati della
rivoluzione culturale. Non era possibile capire gli eccessi della Cina
odierna senza conoscere la storia di quegli anni. All’epoca erano
stati in guerra. In guerra contro il vecchio mondo. In guerra contro un
modo di pensare antiquato, una cultura antiquata. Usanze antiquate,
abitudini antiquate.
Oggi erano di nuovo in guerra. In guerra contro i ricordi. In guerra
contro l’ambiente. In guerra contro la moderazione e la misura,
contro il decoro e l’onestà. In sostanza non era cambiato niente:
erano di nuovo in guerra contro se stessi. Siamo un popolo
traumatizzato, pensò. Non era cambiato niente neppure in questo.
Paul e la sua famiglia dovevano uscire dalla città il prima possibile.
Nel giro di poche ore la polizia si sarebbe presentata per
interrogarlo. Il giorno prima era stato molto avventato a dare a uno
degli agenti il nome del monastero in cui viveva.
Ma dove portarli?
Avrebbe dovuto chiedere l’aiuto di persone che si erano isolate
dalla società. Dovevano vivere appartati, non avere più niente da
perdere ma non essere neppure all’opposizione politicamente,
perché i dissidenti erano sorvegliati. Come trovare gente del genere
in così breve tempo? E chi di loro era davvero affidabile? Un
tradimento in questo caso sarebbe stato ricompensato con
generosità.
In Cina non esisteva una rete di organizzazioni che si sottraessero
al controllo delle autorità. A parte le chiese e i monasteri, forse.
Zhang pensò alla coppia che aveva restituito David.
Nel nome del Signore.
Era stata la fede a spingerli a rischiare la vita. Esisteva una chiesa
sotterranea con migliaia di fedeli intrepidi, ma con i quali lui non
aveva contatti, almeno non diretti.
Gli venne in mente l’abate di un monastero poco distante, che
aveva visto spesso negli ultimi due anni. Era originario di un villaggio
a qualche centinaio di chilometri a nordest, vicino al confine con la
provincia di Shaanxi. Se non altro era nella direzione di Pechino.
Probabilmente aveva ancora dei parenti lì, oppure conosceva altri
buddhisti che li avrebbero aiutati. Poi c’era anche suo nipote, che
abitava a Shi ed era caporedattore di un settimanale blandamente
critico, date le circostanze. Forse avrebbe avuto qualche idea. Erano
le sue uniche speranze.
Quando Zhang tornò al monastero, tre ore più tardi, erano quasi le
11.30.
Si recò subito dall’abate e gli spiegò di dover partire
immediatamente per Shenzhen a causa di una questione di famiglia.
Suo figlio era rimasto gravemente ferito in un incidente e lui aveva
trovato un posto sul volo delle 20.00, ma prima voleva far visitare ai
suoi conoscenti la riserva dei panda. Sottolineò più volte che loro
sarebbero partiti per Hong Kong con il volo successivo.
Per le autorità sarebbe stato facile controllare le sue dichiarazioni.
Con un po’ di fortuna gli avrebbero creduto e quella sera sarebbero
stati all’aeroporto ad aspettare Paul. La falsa pista avrebbe dato loro
un paio d’ore di vantaggio.
Raggiunse di corsa la sua stanza. Paul, Christine e David
dormivano nel suo letto, quasi l’uno sull’altro.
Zhang scrollò con decisione la spalla dell’amico. «Svegliati».
Paul si ridestò da un sonno profondo. Si guardò intorno sbattendo
gli occhi, impiegò un istante per ricordare dove si trovasse. Si mise
seduto con fatica.
«Dobbiamo partire subito» lo informò Zhang.
«Dove andiamo?»
«Vi spiego tutto più tardi».
Christine si svegliò con agonizzante lentezza.
«Ho sete» piagnucolò David.
«Hai qualcosa da bere?» chiese Paul.
«Più tardi. Dovete sbrigarvi». Zhang udì il gong che annunciava la
meditazione di mezzogiorno. «Se non ce ne andiamo subito, sarà
troppo tardi».
Lasciarono il monastero da un’uscita posteriore, dove c’era ad
aspettarli la macchina da lui predisposta. L’ultima cosa che Zhang
vide furono dei poliziotti in borghese che si dirigevano verso l’ufficio
dell’abate.
13.

Christine guardava fuori dal finestrino. L’autista impiegò molto tempo


a uscire da Shi. Il traffico era intasato sulle superstrade a tre livelli
che scorrevano per chilometri in mezzo a zone industriali, superando
capannoni, magazzini, scheletri di edifici non ultimati e cumuli di
calcinacci. Lasciarono l’autostrada e imboccarono una strada
tortuosa. Il cielo era coperto, nubi minacciose ammantavano di una
luce fioca il paesaggio collinoso e costellato di risaie.
Ogni tanto dovevano fermarsi perché la strada era bloccata da un
carro tirato da cavalli o da buoi, o perché i contadini essiccavano i
peperoncini sull’asfalto. Tutte le volte l’autista imprecava. A loro non
aveva ancora rivolto la parola, ma Christine si accorse che li
osservava dallo specchietto. I loro sguardi si incrociarono, senza che
lei riuscisse a interpretare quello dell’uomo. Probabilmente non
vedeva l’ora di liberarsi di quel carico così scottante.
David si era addormentato con la testa posata sul grembo di Paul,
i piedi su quello di lei. Glieli teneva con entrambe le mani e alzò
leggermente i calzoni per accarezzare la pelle morbida, osservando i
polpacci delicati. Da quando era tornato provava il bisogno
irrefrenabile di toccarlo, di annusarlo, di accarezzarlo e coccolarlo.
Non avrebbe più voluto lasciarlo andare, ma David le faceva capire
di non gradire troppe attenzioni.
Lui, che di solito non stava fermo un secondo e parlava senza
interruzione, era caduto in un silenzio preoccupante. Fame e sete
erano le uniche due parole che pronunciava, come se dovesse
ancora imparare a parlare. Per due volte si era fatto la pipì addosso,
anche se di regola non portava più il pannolino nemmeno di notte.
Non aveva risposto alle loro domande su che cosa fosse successo
durante la loro assenza.
Lei avrebbe voluto sapere ogni particolare, ogni dettaglio, per
riuscire a riprendere il controllo di quelle ore in cui il piccolo era stato
esposto al pericolo. Lo avevano rinchiuso? Era stato lasciato solo?
Dove aveva dormito?
Paul guardava fuori dall’altro finestrino. Poco dopo che Zhang era
sceso, aveva cercato di prenderle la mano, ma lei l’aveva ritratta. Da
allora lui taceva.
Zhang aveva fornito loro precise istruzioni, ma nessun indirizzo.
Nessun nome. Non dovevano rivelare niente, nel caso fossero stati
fermati. Il viaggio sarebbe durato molte ore, l’autista sapeva dove
portarli e questo doveva bastare. Aveva procurato loro un telefono
cellulare che non dovevano usare per nessun motivo, ma sul quale
sarebbero stati contattati. In caso di emergenza potevano inviare un
messaggio a un numero salvato nella rubrica. Nel luogo dove erano
diretti sarebbero stati al sicuro per qualche giorno, non di più. Zhang
avrebbe cercato di raggiungerli per un’altra strada. Se non ci fosse
riuscito, avrebbero ricevuto altre istruzioni via SMS. Se non avessero
avuto sue notizie nel giro di una settimana, avrebbero dovuto
cavarsela da soli. Quando gli avevano chiesto come avrebbero fatto
in quel caso a raggiungere Pechino, lui aveva risposto con
un’occhiata stanca.
«Paul?» Ci volle un po’ prima che lui girasse la testa. Lo sguardo
esausto. La paura. Non lo conosceva in quel modo.
Voleva chiedergli che cosa avessero fatto a David.
«Che c’è?»
«Secondo te lo hanno picchiato?»
Lui scosse la testa. «Perché avrebbero dovuto?»
Questa risposta la irritò. «Che ne so?» lo aggredì. «Forse perché
non ubbidiva?»
«Non credo».
«Perché no?» I suoi modi laconici la innervosivano sempre di più.
«Aveva paura. Piangeva. Sono sicura che lo abbiano picchiato. Tu
non ti chiedi che cosa gli hanno fatto?»
«Certo che me lo chiedo».
«Ma?»
«È rimasto solo quindici ore. Probabilmente dieci le ha passate a
dormire. Credo…»
«Paul» lo interruppe lei brusca, «cosa vorresti dire con questo,
che non è stato niente di grave?»
«No, non voglio dire questo».
«Forse non ha dormito affatto. Forse ha pianto per tutto il tempo, e
non c’era nessuno a consolarlo. Non vedi quanto è cambiato? Non
parla più. Si fa di nuovo la pipì addosso…»
«Lo so» rispose Paul con un filo di voce. «Ma a cosa serve
provare a immaginare quello che…» Non terminò la frase e si girò a
guardare fuori dal finestrino.
Christine era troppo adirata per replicare. Non voleva
necessariamente immaginarsi che cosa avessero fatto degli
sconosciuti a suo figlio. Come se quello non fosse il primo di tutti gli
interrogativi. Quindici ore potevano essere un’eternità. Forse
sarebbe stato utile parlarne? Aveva bisogno del suo aiuto e lui le
voltava le spalle.
Una buca li fece sobbalzare. David si svegliò e osservò la madre
con aria stranamente assente, come se le guardasse attraverso.
Christine conosceva quello sguardo vitreo dalle rare occasioni in cui
era stato colpito dalla febbre alta. Aveva preso freddo? Gli posò la
mano sulla fronte, la temperatura sembrava normale.
«Tesoro, stai bene?»
David chiuse gli occhi senza rispondere.
«Hai sete? Vuoi mangiare qualcosa?»
Nemmeno un cenno del capo.
Gli sollevò la maglietta e gli esaminò il busto per l’ennesima volta
alla ricerca di lividi, graffi o altri segni di maltrattamenti. Lui scacciò le
sue mani, si rimise a posto la maglietta e si girò su un fianco.
Davanti a loro comparve un grande agglomerato, l’auto rallentò
l’andatura, il conducente frenò di colpo, svoltò a destra e si fermò in
un parcheggio ai margini di un villaggio un centinaio di metri più
avanti. Lì c’era ad attenderli una seconda auto. Il conducente disse
loro di scendere.
Christine gettò un’occhiata interrogativa a Paul. Lui si strinse nelle
spalle. L’autista scese, parlò con l’altro e gli consegnò diverse buste.
Poi trasferirono le loro cose e Paul trasportò David sull’altra
macchina. Il bambino aprì brevemente gli occhi e subito si
riaddormentò.
Il nuovo autista consegnò una delle buste a Paul e ripartì. Paul tirò
fuori una lettera, la lesse velocemente e la passò a Christine.
Caro amico,
Xu, mio nipote, è caporedattore di una rivista a Shi. È stato lui a
organizzare questo viaggio e questa prima tappa. Secondo lui è
meglio cambiare vettura, non si fida al cento percento del suo
autista.
Siete diretti a casa di un contadino di nome Luo Jia Ding. Mio
nipote ha scritto un articolo su di lui e la sua famiglia, crede che lì
sarete al sicuro per qualche giorno. Luo sa soltanto che siete in
viaggio e avete bisogno di ospitalità per qualche notte. Non devi
pagarlo per questo, non si aspetta denaro, e a voi i soldi serviranno
molto di più.
Cercherò di organizzare la prossima tappa e spero che
c’incontreremo tra qualche giorno da Luo.
Zhang
Christine restituì la lettera a Paul. Aveva la nausea. Forse era colpa
della strada sempre più tortuosa o della guida del nuovo autista. Non
voleva pensare a cosa andassero incontro. Erano nelle mani di
sconosciuti. Dipendevano dalla loro generosità. Dalla loro onestà.
Dalla loro rispettabilità.
Paul aprì il finestrino e lei respirò a fondo. L’aria fresca le fece
bene.
Le strade divennero ancora più strette, il malessere di lei peggiorò.
Nei villaggi non c’erano più edifici in pietra, solo capanne di legno o
fango. Una mezz’ora più tardi si fermarono davanti a una fattoria.
Sorgeva dietro un muro alto, un tempo d’un rosso acceso e ora
sbiadito. La sommità era coperta da tegole di maiolica verde, al
centro si apriva un portone di legno ad arco che di recente era stato
ridipinto di rosso scuro.
Un uomo anziano uscì dal portone, come se li stesse aspettando.
Camminava con il bastone e zoppicava. Era seguito da un cane, che
abbaiava in preda all’agitazione. L’autista scese e gli consegnò una
grossa busta. Il vecchio tirò fuori una lettera, la lesse, guardò l’auto;
quindi rivolse loro un cenno.
Il villaggio
1.

Il contadino era basso di statura, ma muscoloso. Indossava una


giacca maoista blu macchiata, aveva i capelli bianchi cortissimi e
una rada barbetta brizzolata. Teneva una sigaretta infilata dietro
l’orecchio sinistro. Era difficile calcolare la sua età. Le rughe
profonde, la pelle scura, cotta dal sole, una di quelle facce che
Christine non vedeva più da tempo a Hong Kong. Di sicuro doveva
avere più di settant’anni, forse anche più di ottanta.
Il cane abbaiava, agitato e rabbioso, ma bastò una frase
pronunciata con severità dal padrone per farlo ammutolire. Il vecchio
li esaminò senza dire una parola e alla fine con un cenno del capo
indicò loro di seguirlo.
Entrarono in un piccolo cortile interno. L’autista arrivò con i
bagagli, li scaricò ai loro piedi, salutò frettolosamente e sparì. Il
contadino richiuse il portone dietro di lui.
Christine si guardò intorno incerta. In mezzo al cortile c’era un
pozzo, della legna da ardere era accatastata contro la parete di un
capanno e lì davanti erano appoggiate due biciclette. Qualche
gallina razzolava in giro e su un grosso panno erano stesi a seccare
dei peperoncini rossi ricoperti da uno strato di polvere grigio-bruna.
In un altro angolo c’erano ceste piene di pannocchie di mais e un
carretto di legno.
Una voce infantile risuonò dalla casa. «Nonno?»
«Sono in cortile. Abbiamo visite».
Un ragazzino uscì di corsa e, quando li vide, si bloccò di scatto.
Christine lo giudicò sui sette o otto anni.
«Chi sono? Che cosa vogliono?» domandò diffidente.
«Comportati bene. Sono nostri ospiti» lo ammonì il vecchio.
Poi, rivolto a Paul, disse: «Io sono Luo. Avete già mangiato?»
Senza aspettare una risposta aggiunse: «Entrate».
Il bambino li osservò torvo, si voltò e scomparve dentro casa.
Seguirono il vecchio in una stanza buia e umida che puzzava di
fumo. Sulla credenza accanto alla porta si scorgevano nella
penombra due foto in bianco e nero: l’una ritraeva una donna
anziana, l’altra un giovane che guardava serio l’obiettivo. Davanti
c’erano una pannocchia di mais secca e due caramelle, e in un
vecchio barattolo da conserve era infilata una manciata di bastoncini
d’incenso consumati.
«Preparo degli spaghetti dan dan» disse il vecchio, zoppicando in
cucina.
Christine non sapeva che cosa fare; guardò in faccia Paul e vide
che era interdetto quanto lei. David aveva appoggiato la testa sulla
spalla del padre ed era rimasto per tutto il tempo con gli occhi chiusi.
Il bambino era seduto curvo su una sedia e li fissava. Aveva i
capelli cortissimi, un viso affilato e occhi molto grandi.
Udirono il vecchio armeggiare con tegami e posate in cucina.
«Possiamo darle una mano?» domandò Paul.
«Da Lin!» fu la risposta.
Il bambino si alzò di malavoglia. Solo in quel momento si
accorsero di quanto fosse magro. Dalla maglietta a maniche corte, di
diverse taglie più grande di lui, spuntavano due braccia sottili come
bastoncini.
Andò in cucina e tornò con un vassoio pieno di ciotole. C’era una
porzione di spaghetti a testa, conditi con una salsa rossa così
piccante che Christine si sentì bruciare le labbra già dopo il primo
boccone. I due uomini mangiarono gli spaghetti succhiando
rumorosamente. Da Lin guardava il cibo senza toccarlo.
«Mangia» gli ordinò il nonno.
Il nipote rimase immobile.
«Quanti anni hai?» chiese Christine.
Il bambino non rispose.
«Come ti chiami?»
Lui la fissò con occhi penetranti e vigili, troppo diffidenti per la sua
età. Com’era possibile che un bambino avesse già ombre così cupe
in viso?
Probabilmente non capiva il suo mandarino. Lei studiava cinese
da quattro anni a Hong Kong, ma aveva sempre un marcato accento
cantonese. «Scusa, il mio mandarino non è tanto buono» disse.
«Lui capisce anche un po’ di cantonese» spiegò Luo a bocca
piena. «Ha vissuto qualche anno a Shenzhen con i genitori. Si
chiama Da Lin e ha dodici anni».
«Dodici? Io…»
«Però non parla» la interruppe il vecchio.
«Per niente?» si meravigliò Christine. Non lo aveva sentito parlare
in cortile?
«Non con gli sconosciuti». Da Lin gettò un’occhiata furibonda al
nonno. «Soltanto con me» proseguì questi imperturbabile. «E con
sua madre».
«Dov’è lei adesso?»
«A Pechino».
«E suo padre?» Ricordò troppo tardi la foto del giovane che aveva
visto sulla credenza.
Il vecchio non rispose alla domanda e continuò a mangiare
rumorosamente. Quando ebbe finito, si pulì la bocca con la manica e
disse: «Potete dormire nella camera di Da Lin. Lui per ora starà con
me».
Mostrò loro il bagno dietro la cucina. La tazza non aveva né
tavoletta né coperchio ed era evidente che nessuno la puliva da
anni. Il lavandino era altrettanto sporco.
La camera di Da Lin era oltre quella del nonno, in fondo a un
corridoio buio. Christine si era immaginata la camera di un bambino.
Che sciocca: era una stanza senza finestre, con le pareti grezze non
intonacate. Accanto alla porta c’era una lampada senza paralume.
«Grazie» disse Paul.
Il vecchio borbottò qualcosa di incomprensibile e li lasciò soli.
L’aria era umida e aveva un odore ammuffito di cantina. Christine
lasciò vagare lo sguardo ancora una volta sull’ambiente freddo. Sul
pavimento erano stese diverse coperte, vecchie canottiere, un paio
di calzoni logori, dei calzini, una giacca sporca. In un angolo c’era un
triciclo arrugginito, coperto da uno spesso strato di polvere. Sul
soffitto strisciavano scarafaggi grossi quanto un pollice. Avrebbe
voluto urlare.
Sentì Paul, che teneva sempre in braccio David, posarle una
mano sulla spalla e lo lasciò fare.
«Voglio andarmene da qui» bisbigliò.
«Lo so, anch’io».
«Voglio tornare a casa».
Lui la strinse un po’ di più, lei sentì il suo respiro caldo sulla nuca.
Christine trattenne le lacrime. Era brava in questo.
«Che cosa facciamo adesso?»
«Aspettiamo».
«Per quanto?»
«Non lo so. Una settimana?»
«E poi?»
Lui si strinse nelle spalle.
«Non resisterò». Come se ci fosse un’alternativa. Come se lui
avesse il potere di modificare la loro condizione. Lei si sentì venir
meno le forze e cominciò a singhiozzare.
«Christine, ti prego!»
Non davanti a David, certo. Si sforzò di controllarsi. Ma l’ultima
cosa di cui aveva bisogno in quel momento era un’esortazione.
«Che cos’ha la mamma?»
La prima frase compiuta pronunciata dal bambino da quando era
tornato con loro.
«Le fa male la testa» spiegò Paul.
«Per questo piange?»
«Sì».
Le accarezzò la testa con la sua manina e questo peggiorò
ulteriormente le cose. Christine scoppiò in un pianto incontrollabile.
Paul la condusse fino al letto, sistemò le coperte, si mise a sedere
accanto a lei con David, le prese la mano.
«Vuoi un cerotto?» La preoccupazione nella voce del figlio era una
vera tortura.
«No, tesoro».
«Perché no?»
«Perché alla mamma fa male dentro la testa. Non ha un taglio».
Christine accarezzò di nuovo David, con entrambe le mani. La
prospettiva di perderlo era intollerabile. Il suo tenero, amatissimo
David. Piuttosto che darlo a quegli sconosciuti si sarebbe uccisa.
E avrebbe ucciso Paul.
E suo figlio.
2.

Che cosa voleva da loro quella gente? La donna con tutte quelle
domande gli dava sui nervi. Non si rendeva conto di importunarli?
Perché il bambino era rimasto tutto il tempo in braccio all’uomo
senza muoversi? E adesso, come se non bastasse, dormivano pure
nel suo letto. Perché il nonno li lasciava restare?
Da Lin odiava le visite.
Gli ultimi forestieri venuti in casa erano stati quelli che avevano
riportato suo padre. Erano arrivati con un carro tirato da cavalli,
aveva sentito il rumore degli zoccoli fin da lontano. Lo sentiva ancora
oggi, di notte, quando era sveglio e il nonno russava.
Era sdraiato sul pianale del carro. Avvolto in bende bianche.
Insanguinate.
Da Lin però non lo aveva capito subito.
Lo avevano sollevato dal carro, trasportato in cortile e posato sulla
panca davanti a casa.
Il nonno li aveva osservati attentamente, senza battere ciglio,
senza dire niente. Poi avevano liberato suo padre dalle bende. O
almeno ciò che restava di lui.
Da Lin non lo aveva riconosciuto.
Il nonno si era girato, era entrato in casa zoppicando ed era uscito
poco dopo.
Da Lin non era riuscito a distogliere gli occhi, come se bastasse
fissare il morto abbastanza a lungo per riportarlo in vita. Si era
addirittura avvicinato, nella speranza di poterlo riconoscere almeno
dall’odore. Non c’era niente che gli fosse più familiare dell’odore
caldo, piacevole di suo padre. Da sempre si addormentavano
insieme nello stesso letto tutte le sere, e tutte le mattine si
svegliavano insieme.
Quello che gli stava lì davanti non aveva odore.
Puzzava.
Non è papà, aveva pensato, non è possibile, era uno sconosciuto
che avevano trascinato fin lì. Ma poi aveva visto il viso del nonno e
aveva capito che era proprio suo padre.
Da grande, aveva detto agli sconosciuti, lui avrebbe trovato gli
assassini. Prima avrebbe guadagnato tanto, in modo che la mamma
non dovesse più lavorare a Pechino. E poi avrebbe trovato gli
assassini.
Gli uomini avevano riso. Una risata strana. Brusca e fredda. Non
c’è bisogno che tu lo faccia, piccolo, avevano detto. Conosciamo gli
assassini. Li conoscono tutti. Tanta gente li ha visti.
Il nonno aveva ascoltato la loro storia. Da Lin non aveva capito
molto di ciò che avevano raccontato.
Quando se n’erano andati, aveva vomitato. Per tutto il pomeriggio,
fino a notte.
E anche il mattino dopo. E la sera.
Era stato malato per un mese ed era così dimagrito che la pelle gli
tirava sulle costole.
Da allora era rimasto in silenzio. E mangiava pochissimo.
Parlava soltanto con il cane e con il nonno, che si preoccupava
tanto. E questo lui non lo voleva. E naturalmente con la mamma.
Ma era da tanto che non la vedeva.
Al telefono non parlava con nessuno. Nemmeno con la mamma.
3.

Luo lesse la lettera e gettò un’occhiata dentro la busta. Una


mazzetta spessa un pollice di banconote rosse da cento yuan.
Diverse migliaia di renminbi, il salario di sei mesi di lavoro nei campi.
Come minimo.
Nascose la busta, deluso. Che stupidaggine, pensò. Che banalità.
Ormai era tutto una questione di soldi. Sempre. Come se al mondo
non esistesse altra valuta. Come se ogni emozione umana, ogni
aiuto e ogni tradimento, in pratica ogni azione, fossero corredati di
un’etichetta con il prezzo e si potessero comprare.
Lui aiutava i forestieri perché glielo aveva chiesto Xu. Questo
bastava. Avrebbe nascosto chiunque fosse in fuga da Chen, dalle
autorità o dal regime. Ma da lui non sarebbero stati al sicuro per
molto. Dalla morte di Zhong Hua la polizia lo sorvegliava, si
presentava da lui regolarmente o lo convocava in centrale, per
ascoltare che progetti avessero lui e Da Lin. Tutte le volte chiedeva
loro che cosa si aspettassero da lui e da suo nipote.
Che si rivolgessero alla stampa, che tanto non avrebbe potuto
scrivere niente su di loro? Che iniziassero uno sciopero della fame e
smettessero di mangiare finché gli assassini di suo figlio non fossero
stati arrestati? Che andassero davanti alla centrale di polizia o alla
sede della Golden Real Estate, si cospargessero di benzina e si
dessero fuoco, come aveva fatto qualche settimana prima una
donna di un villaggio vicino? Non avrebbe avuto senso, perché non
sarebbe cambiato niente.
Una volta, poche settimane dopo l’omicidio di suo figlio, si era
recato da solo nel capoluogo della circoscrizione. Si era infilato un
lenzuolo bianco sul quale aveva scritto dettagliatamente ciò che era
accaduto, chi fosse responsabile dell’omicidio di suo figlio. Tutti i
nomi. Si era messo a zoppicare in silenzio su e giù davanti alla sede
del partito, qualche passante si era fermato e aveva esaminato il
testo, quasi tutti però avevano proseguito distratti, oppure avevano
cambiato lato della strada per la paura. Dopo un quarto d’ora lo
avevano arrestato e lo avevano riaccompagnato al villaggio,
minacciando che la prossima volta avrebbero portato via Da Lin e lo
avrebbero rinchiuso in un istituto.
Non avrebbe mai permesso che Da Lin finisse in un istituto.
Finché il ragazzo non era sistemato, non poteva fare niente.
A Luo non davano fastidio i soliti interrogatori, al contrario si
divertiva a passare del tempo con i poliziotti. Si rendeva conto di
quanta paura avessero i pezzi grossi; di come fossero terrorizzati da
un dodicenne taciturno che si lasciava morire di fame e da un
vecchio contadino zoppo che aveva i giorni contati, perché la gamba
gli stava andando in cancrena; di come non si sentissero al sicuro
nelle loro ville strettamente sorvegliate.
Quel pensiero gli piaceva.
4.

Paul si destò di soprassalto. Si era svegliato spesso nel corso della


notte, sudato, senza ricordare dove si trovasse. Anche adesso gli
mancava l’orientamento. Perché dormivano in un letto così stretto?
Perché quel silenzio? Rimase in ascolto, sentì David respirare
accanto a sé, allungò la mano al buio verso il figlio, ne tastò i capelli,
il braccio di Christine.
I ricordi riaffiorarono e con essi la paura.
Erano al sicuro dal vecchio contadino? Che cosa avrebbe fatto di
loro la polizia se li avesse trovati? Paul non resisteva più al buio e si
alzò di scatto. Christine si lamentò brevemente nel sonno. Gli
sarebbe piaciuto stringersi a lei, ma non voleva svegliarla. Cercò a
tentoni la sedia, prese le proprie cose e cercò la porta.
Fuori albeggiava, faceva ancora fresco.
Luo si era già alzato, era in cortile accanto al pozzo e faceva
ginnastica. Si accovacciò, allungò il busto, roteò le braccia in aria,
alzò alternativamente i piedi, li girò in cerchio e durante alcuni
esercizi Paul gli lesse in faccia una smorfia di dolore. Alla fine
zoppicò fino alla panca dove lo aspettavano un thermos e una tazza
di tè verde, e si mise seduto.
Paul non sapeva se fosse il caso di raggiungerlo.
«Vada a prendere una tazza in cucina, c’è ancora del tè» borbottò
Luo senza guardarlo.
Paul ubbidì e Luo gli riempì la tazza in silenzio. Aveva il respiro
affannoso, gli esercizi lo avevano affaticato più di quanto sembrasse.
Rimasero a guardare il cortile in silenzio; il sole che sorgeva gettava
lunghe ombre inondando la casupola di una calda luce rossa.
«Volevo ringraziarla ancora una volta per il suo aiuto. È molto
generoso da parte sua».
Il vecchio annuì.
«Non ci fermeremo a lungo».
«Mhm».
Paul cercò di restare in silenzio, senza riuscirci. Si sentiva sempre
più in imbarazzo. «Lei cosa sa di noi?» chiese, tanto per dire
qualcosa.
Luo sorseggiò il tè. «Non più del necessario: che avete bisogno di
aiuto».
«Questo le basta?»
«Sì». Si accese una sigaretta e offrì il pacchetto a Paul.
«Grazie, non fumo».
Il vecchio se lo rimise in tasca in silenzio. Era evidente che non gli
interessava parlare.
Paul si guardò intorno. Nel cortile scoprì un tavolo da ping-pong
fatto in casa e una specie di tavolo da biliardo, piccolo e ottagonale,
che il giorno prima non aveva notato. Sopra erano appoggiate le
palle e una stecca.
«Lei gioca a biliardo?»
«Da Lin».
«Lei no?»
«No». Luo tirò una boccata dalla sigaretta e inspirò il fumo
profondamente.
«Non siete al sicuro qui da noi» dichiarò di punto in bianco.
Paul trasalì. «Perché no?»
«Ogni tanto viene la polizia».
«La polizia?» ripeté Paul, per essere certo di aver capito bene a
causa del marcato accento. «Cosa vuole la polizia da lei?»
Il vecchio rispose solo dopo una lunga pausa. «Me lo chiedo
anch’io».
«Che significa ogni tanto?»
«Una volta alla settimana, a volte ogni due settimane. Non si
fermano mai a lungo».
Paul si agitò sulla panca. «Forse faremmo meglio a proseguire il
viaggio» disse, rivolto più che altro a se stesso.
«Verso dove? Qual è la vostra prossima tappa?»
«Non lo so ancora» rispose piano Paul.
Luo rifletté qualche istante. «Se la polizia vi vedrà qui, dirò che
siete parenti della mia defunta moglie. Si insospettiranno,
naturalmente, lei è un gwai lo. Ma passeranno di sicuro un paio di
giorni prima che tornino a fare altre domande».
«Mi faccia il favore di non parlarne con mia moglie. È già
abbastanza in ansia».
Luo assentì.
La giornata non era ancora cominciata e Paul si sentiva già
esausto come la sera prima. Nel suo sfinimento provava una
profonda gratitudine verso quello sconosciuto, ma non sapeva come
manifestarla.
«Ha bisogno di aiuto?» chiese senza pensarci su troppo.
«Io?» Luo girò il capo e lo guardò, le labbra curvate nell’ombra di
un sorriso sarcastico.
«Perché sorride?»
«Non so quanto tempo è passato dall’ultima volta che qualcuno mi
ha offerto il suo aiuto. Come pensa di potermi aiutare?»
«Non ne ho idea» replicò impacciato Paul. «Pensavo che magari
avremmo potuto darle una mano, finché rimaniamo qui». Si rendeva
conto da solo di quanto fossero assurde le sue parole. «Da Lin
studia inglese a scuola? Potremmo…»
«Lui non parla» lo interruppe Luo.
«Mi scusi, lo avevo dimenticato».
«Ha delle compresse di antidolorifici con sé?» chiese
improvvisamente il vecchio.
«Credo di avere dell’aspirina».
«Che cos’è?»
«Un antidolorifico».
«Potrebbe darmene?» Indicò la propria gamba. Il piede sinistro
era avvolto in una benda spessa e sporca.
«Che cosa le è successo?»
«Sono finito dentro una tagliola nel bosco. La ferita non vuole
guarire».
«È stato in ospedale?»
Luo scosse il capo. «È la prima volta che viene in Cina?»
«È stato da un dottore?» domandò imperterrito Paul.
«Qui non c’è nessun dottore. E anche se ci fosse, non avrei i soldi
per pagarlo. Mi curo da solo. Ma il dolore è troppo forte. I miei rimedi
non bastano più».
Con un abile gesto scrollò la cenere dalla punta della sigaretta, la
spense e rimise il mozzicone nel pacchetto. «Se vuole rendersi utile,
potrebbe ripararmi il tetto. Perde in cucina, nella camera di Da Lin e
nella mia. Non riesco più a salire sulla scala e Da Lin non è in grado
di fare certi lavori».
5.

«Dov’è papà?»
Tutte le mattine sempre la stessa domanda. Che si svegliasse da
solo accanto a lei perché Paul si era già alzato, oppure che fosse lei
ad andare in camera sua perché li chiamava.
Dov’è papà?
Non poteva dire che la cosa le dispiacesse. Al contrario, era
contenta dell’attaccamento di David verso suo padre, di come
cercasse la sua vicinanza.
La addolorava invece a volte la reazione di Paul. La sua
esitazione. La sua indifferenza.
In quei momenti temeva per suo figlio. Il padre era una persona
difficile, amarlo comportava qualche rischio. Da parte sua, lei poteva
scegliere. Poteva proteggersi. Almeno così sperava. David non
poteva farlo.
Amare comporta sempre un grosso rischio, aveva replicato Paul
una volta che lei gliene aveva parlato. L’amore può non essere
corrisposto. Si può restare delusi. Traditi. Abbandonati.
Certo, Paul, certo, aveva risposto. Ma per i bambini non vale, per
loro amare non dev’essere un rischio. Lui l’aveva guardata senza
parlare. Aveva capito. Gliel’aveva letto negli occhi.
«Dov’è papà?» ripeté David. La voce era impaurita, non
incuriosita.
«È fuori. Si è già alzato». Christine si sollevò leggermente e si
accorse di quanto si sentisse male. Aveva fame, era dolorante in
tutto il corpo; le faceva male soprattutto la testa. Fitte lancinanti, che
partivano dalla nuca e si spandevano fino alla fronte e agli occhi. Si
chinò e cercò a tentoni il figlio. Da qualche parte nella stanza si udì
un fruscio. Christine si bloccò spaventata.
«Cos’è stato?» volle sapere David.
«Non so. Un topo, credo».
«Perché è così buio? Non vedo niente».
Paul aveva chiuso la porta, nella stanza non filtrava nemmeno un
raggio di luce. «Aspetta, accendo la lampada».
Stava per alzarsi, ma lui si aggrappò a lei. «Non andartene. Ho
paura».
«Come faccio ad accendere la luce?»
Lo prese in braccio e lui si avvinghiò al suo corpo. Si alzò, perse
l’equilibrio e ricadde sul letto. Ci riprovò, cauta, avanzando a tentoni
nell’oscurità. Un’improvvisa fitta di dolore le attraversò il piede
destro, doveva aver calpestato qualcosa di appuntito.
«Mamma?»
«È tutto a posto, tesoro».
Era così buio che per un istante temette di sprofondare nel panico.
Rimase impigliata in un indumento abbandonato per terra, allungò il
braccio per non finire contro il muro. Dov’era la porta?
«Paul?» Perché l’aveva lasciata sola in quel miserabile buco?
Avrebbe dovuto aspettare che fossero svegli anche loro, oppure
avrebbe dovuto svegliarli. Come poteva essere tanto insensibile?
«Paul» chiamò rabbiosa. «Paaaaul!»
La porta si spalancò e lei rischiò di perdere di nuovo l’equilibrio per
lo spavento. Riconobbe in controluce la sagoma di un bambino.
«Grazie» disse sollevata.
Da Lin accese la luce. Guardò poi i due sconosciuti nella sua
stanza con un’espressione che Christine non riuscì a decifrare.
«Sai dov’è mio marito?»
Invece di rispondere, lui entrò e cominciò a raccogliere le proprie
cose dal pavimento.
La luce accecante in cortile non fece che peggiorare la sua
emicrania. Paul e il vecchio erano seduti a bere il tè davanti alla
casa.
David scivolò dalle sue braccia e si arrampicò in braccio al padre.
Christine fu assalita da un capogiro. Doveva assolutamente
mangiare e bere qualcosa.
«Ha fame?» chiese Luo vedendola.
Lei assentì. «Avrei bisogno anche di un tè o di un po’ d’acqua».
Pochi minuti dopo erano seduti in silenzio a tavola a mangiare
spaghetti dan dan. Lei avrebbe preferito del riso o una zuppa, ma
non aveva osato chiederli. Gli spaghetti erano ancor più piccanti
della sera prima, anche se Christine lo aveva pregato di condirli un
po’ meno. David aveva ricevuto una porzione senza sugo. Ci
infilzava svogliato le bacchette, senza mangiare.
Da Lin trangugiò veloce quelli che aveva nel piatto, fissando
imperterrito David.
Christine spronò il figlio a mandar giù almeno qualche boccone.
«Non ho fame» bisbigliò lui.
«Su, fa’ uno sforzo» disse lei severa.
«No».
«Almeno un boccone».
Lui scrollò il capo e strinse le labbra.
«Vostro figlio ha la febbre» dichiarò Luo a bocca piena.
«Come fa a saperlo?»
«Lo vedo».
«Lei è un medico?»
«Lo ero».
«Lei?» Le era sfuggito. Non avrebbe voluto essere tanto
sprezzante.
Luo non fece caso al suo tono beffardo, oppure i suoi dubbi non gli
interessavano. Lei premette le labbra contro la fronte di David.
Scottava.
«Un dottore scalzo, se questo le dice qualcosa». Trangugiò
rumorosamente gli ultimi sorsi di sugo.
Avvicinò la sedia, esaminò la lingua di David, gli tastò il polso, poi
il collo e i piedi.
«Se vuole gli preparo un tè e domattina starà meglio».
«Che cos’ha?»
«La febbre».
«L’ha già detto. Ma perché? Non ha preso freddo».
Luo sospirò. «Vuole il tè oppure no?» Evidentemente non aveva
voglia di spiegare nei dettagli la propria diagnosi.
«Un tè sarebbe perfetto, grazie» intervenne Paul.
Luo si alzò e zoppicò fino in cucina; Christine lo seguì con un
misto di diffidenza e curiosità. Messa a bollire dell’acqua, tagliò due
fette da una radice marrone umida, estrasse da alcuni barattoli di
latta una manciata di foglie, bacche essiccate, funghi, e versò tutto
nell’acqua bollente.
«Lei non crede nella medicina cinese».
«Non è vero» obiettò Christine. «Ho un medico cinese a Hong
Kong».
«Allora perché è tanto diffidente?»
«Non sono diffidente. Sono curiosa».
Luo scrollò il capo e tirò fuori un’altra scatola di latta dal ripiano.
«Vuole qualcosa contro il mal di testa?»
«Come le viene da pensare che io…»
Indicò uno sgabello. «Si sieda lì».
Christine si sedette incerta sullo sgabello traballante a tre gambe.
Lui le si mise dietro, le posò le mani sulle spalle e schiacciò con
entrambi pollici.
«Ahia!» gridò lei. «Non così forte».
Luo non badò alle sue proteste, le prese le braccia, gliele tirò
dietro la testa finché si udì uno schiocco. Le massaggiò la nuca, poi
il collo. Aveva la pelle ruvida, la presa decisa, ma in breve tempo lei
si accorse che le spalle a poco a poco si rilassavano. Chiuse gli
occhi. Fu assalita da una micidiale pesantezza, e per un attimo
temette di cadere dallo sgabello per la stanchezza. Luo prese un
vasetto da una scatola e le massaggiò la nuca e le spalle con un
unguento dall’aroma pungente.
«Tra poco sentirà la pelle molto calda».
Nel giro di pochi secondi le sembrava di essersi presa
un’insolazione.
«Fa male».
«Passa subito».
In realtà peggiorò. «Quando?»
Senza rispondere il vecchio rimise a posto i barattoli.
Christine sentiva un bruciore insopportabile alle spalle. Mancò
poco che prendesse uno degli strofinacci lerci per rimuovere
l’unguento.
Fu Paul a salvarla. All’improvviso comparve alle sue spalle, le
prese la testa tra le mani, le massaggiò le tempie e lentamente il
dolore si alleviò.
Il tè aveva un colore marrone scuro, quasi nero, e un odore di
terra umida e marcia. David lo guardò scettico, ne assaggiò un sorso
e girò la testa disgustato. Lei lo provò e dovette fare uno sforzo per
non sputare. Era molto più amaro degli infusi che il suo medico
cinese le portava ogni tanto a Hong Kong.
«Avrebbe un po’ di zucchero?»
Luo la guardò come se sentisse quella parola per la prima volta.
«Magari un po’ di miele?»
Nessuna risposta. Nei suoi occhi le parve di leggere ciò che
pensava di loro: cinesi di Hong Kong smidollati, viziati, decadenti.
«No» ribatté brusco. «Non è una limonata. Però aiuta».
Lei avvicinò di nuovo la tazza alle labbra di David, che si tappò la
bocca con entrambe le mani.
«Su, niente storie. Non è poi così cattivo».
Il bambino rispose scrollando energicamente il capo.
«Due sorsi. Poi starai meglio. Promesso».
David nascose il viso contro il suo seno.
«Paul» disse lei stizzita. «Per favore, potresti…» Si alzò e mise
David in braccio al padre. Poi udì un risolino alle proprie spalle e si
voltò. Dietro di lei c’era Da Lin, che li aveva seguiti in cortile, dentro
casa, in cucina e in soggiorno senza mai smettere di osservarli. Ora
sembrava prendersi gioco di David.
«Che cos’hai da guardare?» lo rimproverò lei.
Da Lin indietreggiò spaventato. Per un attimo le sembrò che
volesse dire qualcosa. Prima che lei avesse il tempo di scusarsi, lui
si voltò e corse fuori.
6.

Da Lin era seduto per terra, le gambe allungate, la schiena


appoggiata al pozzo, e aspettava. Era tutta questione di pazienza, gli
aveva spiegato il nonno. Ed era proprio così. Pazienza e
concentrazione.
Il ratto era appena sparito in un buco nella parete del capanno,
prima o poi sarebbe uscito di nuovo. Erano giorni che teneva
d’occhio il roditore e sapeva che per qualche motivo gli piaceva quel
buco ovale tra le assi di legno. Al suo ritorno avrebbe sporto il muso
tra le tavole, avrebbe annusato l’aria, si sarebbe guardato intorno,
sebbene lui non sapesse che cosa o come vedesse un ratto, e
quando si fosse sentito al sicuro avrebbe attraversato il cortile in
pochi secondi. Era quella la sua occasione.
Quando il ratto fosse spuntato, doveva agire molto in fretta.
Alzare la fionda.
Tendere.
Mirare.
Mollare.
Un colpo. Era tutto ciò che aveva.
Si accorse che la donna, l’uomo e il bambino lo osservavano.
Valutò brevemente l’idea di interrompere la caccia, non voleva
spettatori. Poi decise di ignorarli. L’importante era non farsi distrarre.
Se il pensiero era da qualche altra parte, per esempio con il papà o
con la mamma, il sasso avrebbe mancato il bersaglio, oppure
avrebbe colpito solo la coda o la schiena e l’animale avrebbe
squittito per il dolore e sarebbe scappato via. Gli era capitato
spesso. C’era solo un punto in cui il colpo era mortale, la testa, ed
era molto piccola.
Il nonno gli aveva promesso uno yuan per ogni ratto o topo
eliminato. Perché divoravano il riso e il mais. E rosicchiavano le
ceste fino a bucarle. E le coperte.
Uno yuan. Ne aveva già otto.
Nessuna traccia del ratto. Sperava che rimanesse nascosto
ancora un po’ e che gli stranieri perdessero interesse.
Pensò suo malgrado alla mamma. A dov’era. A quello che faceva.
Chissà se pensava a lui. Chissà perché non era tornata per l’anno
nuovo. Aveva telefonato un giorno prima. Solo un giorno prima.
Le spiaceva, aveva detto al nonno, ma doveva lavorare. Aveva
voluto spiegarglielo. Lui non aveva creduto a una parola. I genitori
degli altri compagni di scuola erano tutti tornati. Tutti. Da Shenzhen.
Da Shanghai. Da Guangdong. Da Pechino. Una madre era arrivata
persino da Harbin. Le fabbriche chiudevano ovunque nel Paese per
una settimana intera. Lo sapevano tutti.
Le sue spiegazioni non gli interessavano. Lei glielo aveva
promesso, e le promesse non si infrangono.
Perché non viene, aveva chiesto al nonno. Lui lo aveva guardato
con tristezza senza dire niente. Allora Da Lin aveva pensato che
forse c’erano domande alle quali era meglio non ricevere risposta.
La prima cosa che vide furono i due occhietti neri. Il ratto annusò il
legno, si guardò intorno nervoso, come se avvertisse il pericolo. Con
una rapida giravolta si nascose di nuovo nel legno. Doveva aver
sentito l’odore dei forestieri. Poco dopo riapparve. Da Lin capì dai
suoi movimenti che stavolta non sarebbe tornato indietro. Una breve
occhiata a sinistra, una a destra, poi si preparò allo sprint.
Il ragazzo alzò la fionda, tese l’elastico il più possibile, prese la
mira, fece partire il colpo. L’animale ruzzolò su se stesso e rimase
immobile.
Lui si alzò e andò a osservare la preda. Non avrebbe potuto
colpirlo con maggior precisione. La testa era ridotta a una poltiglia, il
topo era morto sul colpo.
Una volta aveva usato un sasso troppo piccolo, oppure non gli
aveva impresso abbastanza forza. Aveva fatto centro, ma l’animale
si muoveva ancora. Si dimenava per terra, strisciando per mettersi al
sicuro. Lui era scoppiato a piangere. Se quell’animale gli faceva
proprio tanta pena, aveva detto il nonno, avrebbe dovuto finirlo con
una pietra più pesante.
Lo aveva fatto.
Da quella volta aveva smesso di cacciare per settimane.
7.

Paul salì la scala un piolo alla volta, chiedendosi se quella


traballante intelaiatura di bambù fatta a mano avrebbe retto il suo
peso. Con passo incerto salì sul tetto quasi piatto. In molti punti le
vecchie tegole erano rotte e porose, a ogni movimento sentiva cigolii
e scricchiolii preoccupanti. Al secondo passo una tegola si ruppe, al
terzo anche. Luo e Christine, con in braccio David, seguivano i suoi
movimenti con apprensione dal cortile.
«Non so se mi reggerà!» esclamò Paul.
Luo lo indirizzò nel punto in cui presumeva si trovasse la prima
perdita. In effetti lì tutte le tegole erano rotte, Paul vedeva
direttamente dentro la cucina. Scostò i pezzi, controllò il legno e lo
trovò sorprendentemente ben conservato. Con una dozzina di tegole
nuove sarebbe stato possibile aggiustare il tetto, almeno
temporaneamente. Anche sopra le altre stanze la situazione era
identica.
Luo aggrottò la fronte pensieroso quando Paul gli riferì le
condizioni del tetto. «Di tegole ne abbiamo a sufficienza» spiegò.
«Lei si fida a fare il lavoro, con il nostro aiuto?»
Paul annuì, anche se il pensiero di tornare lassù non lo
entusiasmava.
Luo lo condusse in uno dei capanni dove c’erano due cataste di
tegole nuove.
«Da Lin!» chiamò in tono burbero verso il cortile. Poco dopo il
ragazzino li raggiunse con aria diffidente.
«Aiuterai quest’uomo ad aggiustare il tetto, capito? Farai ciò che ti
dice». Rivolto a Paul aggiunse: «Parli con lui, la capisce, anche se
non risponde. Gli dia un compito da eseguire, non sembra, ma è
robusto».
Paul sollevò una tegola. Erano troppo pesanti per quel ragazzo
magrolino. «La ringrazio, ma ce la farò anche da solo».
Da Lin gli rimase accanto, ma per quanto si sforzasse, Paul non
riusciva a decifrare l’espressione dei suoi occhi infantili. Cambiava
troppo repentinamente: a volte gli sembrava che lo sguardo fosse
pieno di indifferenza e noia, un attimo dopo gli pareva di scorgere un
lampo di ostilità e di collera trattenuta.
Il ragazzino si chinò, raccolse una tegola, se la issò sulle spalle
magre, gettò un’occhiata sprezzante a Paul e la trascinò fino alla
scala. Qui la posò con cautela a terra e tornò alla rimessa per
prenderne un’altra.
«Aspetta, ti aiuto» disse Paul.
Portarono insieme la seconda tegola e poi la terza. Alla quarta
Paul si ferì. Una scheggia di terracotta gli si conficcò nella mano.
Provò un dolore bruciante, fastidioso, che inizialmente non riuscì a
localizzare. A parte una riga rossastra sul pollice destro, non c’era
altro. Stava per chiedere aiuto a Christine, che ci vedeva meglio di
lui, quando Da Lin gli prese la mano, l’avvicinò a sé, la esaminò
attentamente e gli fece segno di aspettare. Poco dopo tornò con una
pinzetta, un ago e un paio di guanti logori. Con l’ago gli sollevò
delicatamente un lembo di pelle e con la pinzetta estrasse una
scheggia lunga un centimetro. Poi fece capire a Paul di disinfettare
la ferita con un po’ di saliva.
«Grazie».
Da Lin gli porse i guanti e gli rivolse un breve sorriso.
Spostarono insieme il primo mucchio di tegole e anche il secondo.
Quando cominciarono a sudare, fecero una pausa. Da Lin entrò in
casa e tornò con due tazze di acqua bollita.
«Grazie mille» disse Paul, bevendo una lunga sorsata. «Sei molto
forte».
Da Lin prese un bastoncino, se lo fece scivolare con destrezza tra
le dita e poi disegnò due ideogrammi cinesi sulla polvere. Paul li
esaminò da tutte le parti, senza riuscire a decifrarli. «Che cosa
significa?»
Da Lin ripassò impaziente i segni con il bastone. Poi lo guardò
trepidante.
Per quanto si sforzasse, Paul non riusciva a capire il significato dei
segni. «Mi dispiace, non riesco a leggerli. Non puoi dirmi che cosa
significano?»
Il ragazzino, deluso, cancellò la scritta con i piedi.
«Saresti un maestro severo» disse Paul ammiccando verso di lui.
«Tuo nonno mi ha detto che ti piace giocare a biliardo. Ne hai voglia
adesso?»
Da Lin scosse la testa.
«E se facessimo una partita a ping pong? No?»
Paul attraversò il cortile fino al tavolo da biliardo, si tolse i guanti,
afferrò la stecca e la porse al ragazzo. Da Lin non si mosse.
Il tavolo era un po’ più basso del normale e di foggia insolita.
Ottagonale, con il diametro di poco più di un metro, aveva una buca
a ciascun angolo con appesa una retina. Al posto del feltro qualcuno
aveva fissato al fondo un pezzo di stoffa verde consunta. In mezzo
c’erano sei palle colorate e una bianca. Paul ne prese una, la collocò
sulla sponda, le diede un colpo energico e la guardò rimbalzare sulle
altre e spargerle sulla superficie di gioco. Due finirono nelle reti.
L’una dopo l’altra le tirò tutte in buca, rotolavano incredibilmente
bene sul tavolo improvvisato.
D’un tratto Da Lin gli fu accanto, le mani affondate nelle tasche dei
calzoni della tuta, lo sguardo fisso sul tavolo.
Paul smise di giocare e gli porse la stecca.
Nessuna reazione.
«Andiamo».
Si guardarono negli occhi. Il ragazzino esitò. Si capiva che
avrebbe voluto prendere la stecca, ma qualcosa glielo impediva.
«Andiamo» ripeté Paul con un sorriso di incoraggiamento.
«Abbiamo lavorato insieme, possiamo anche giocare insieme».
Da Lin serrò le labbra.
Paul aspettò paziente. «L’hai costruito tu il tavolo?»
Silenzio.
Paul esaminò meglio le reti, le gambe, il tessuto, ci passò sopra la
mano, fece rimbalzare una palla contro la sponda, la riprese al volo.
«Sei stato molto bravo, i miei complimenti. Io non ne sarei in grado.
Ti ha aiutato tuo nonno?»
Da Lin cominciò a tremare, dapprima furono solo le labbra, poi
tutto il corpo. Si voltò di scatto, corse verso uno dei capanni e si
richiuse la porta alle spalle.
«Glielo ha costruito suo padre. Come regalo di compleanno».
Paul si voltò spaventato. Non si era accorto che Luo li aveva
raggiunti.
«Per quasi sei mesi mio figlio ci ha lavorato tutte le sere, dopo che
Da Lin era andato a dormire. Quando l’ha ricevuto, il bambino è
scoppiato a piangere di gioia. Credo che sia stata l’unica volta che
l’ho visto piangere. Giocavano insieme tutti i giorni».
Paul annuì.
«Può continuare a parlare con lui, non le risponderà. E non
giocherà con lei. Non lo fa nemmeno con me».
«Perché no?»
«Perché gioca solo con suo padre».
«Dov’è?»
«È morto».
Paul deglutì. «Mi… mi… mi dispiace» mormorò.
«Non importa. Non poteva saperlo».
«Da molto tempo?»
«Due anni».
«Un incidente?»
«No. È stato ucciso».
«Da chi?»
Il vecchio si strinse nelle spalle.
«È per questo che viene la polizia?»
«Be’… in un certo senso sì».
«Perché la madre di suo nipote è a Pechino e non qui con lui?»
«Già, perché?»
Paul si stizzì per aver fatto una domanda così stupida. Senza
pensarci troppo andò al capanno, aprì piano la porta ed entrò.
8.

Dentro il capanno faceva caldo e c’era odore di erba secca.


I raggi del sole filtravano tra le assi, illuminando i granelli di
polvere sospesi nell’aria. Da Lin era rannicchiato in un angolo con le
braccia attorno alle ginocchia.
Paul avanzò cauto tra ceste, rastrelli, forconi e vanghe, e si
accovacciò in terra accanto a lui.
«Mi dispiace».
Da Lin aveva le guance rigate da piccole lacrime. Paul vide la sua
cassa toracica muoversi velocemente su e giù sotto la maglietta,
vide il suo cuore battere forte.
«Non lo sapevo, altrimenti non ti avrei chiesto di giocare con me».
Avrebbe tanto voluto abbracciarlo e tenerlo stretto senza dire niente.
«Posso aiutarti?» A Paul sembrò di vedere il ragazzo scuotere
leggermente la testa, ma forse se lo era solo immaginato.
«Ovviamente non so come ti senti, ma mi piacerebbe raccontarti
una storia su di me». Paul parlava piano e lentamente, scandendo
con chiarezza ogni suono. «Avevo un figlio più o meno della tua età.
Si chiamava Justin». Fece una pausa, non era sicuro che Da Lin lo
ascoltasse. «Un giorno si è ammalato».
Pausa.
«Poco tempo dopo è morto».
Pausa.
Da Lin gettò un’occhiata triste a Paul. Sembrò sul punto di dire
qualcosa, poi ci ripensò e guardò fuori attraverso una fessura tra le
assi. Luo era sempre al suo posto, appoggiato al bastone, il volto
segnato dalla sofferenza. Una folata di vento sollevò la polvere, per
un attimo una nuvola marrone lo avvolse prima di spostarsi oltre il
cortile, oltre il muro.
«Dopo» proseguì Paul «anch’io non ho più parlato con nessuno
per molto tempo. Come te. Faceva così male che pensavo che non
avrei mai superato il dolore. Mia moglie non sopportava il mio
silenzio e ci siamo separati. Mi sono trasferito a vivere su un’isola,
dove non abitavano tante persone, perché volevo stare solo. Non
sopportavo di avere vicino nessuno. Per me una bella giornata era
quella in cui non scambiavo una parola con nessuno. Non volevo più
avere più niente a che fare con il mondo. Sono sicuro che mi capisci.
Di mio figlio mi erano rimasti solo i ricordi, come a te di tuo padre, e
avevo la sensazione che se avessi parlato questi ricordi sarebbero
sbiaditi, finché non sarebbe rimasto più niente. Capisci quello che
voglio dire?»
Da Lin girò la testa verso di lui.
«Capisci quello che voglio dire?» ripeté Paul.
Un lento ma inequivocabile cenno d’assenso.
«Credo di non aver parlato con nessuno per due anni, a parte il
mio amico Zhang, naturalmente. Ognuno ha bisogno di un amico,
giusto? Io sono rimasto in silenzio finché mi sono accorto che la vita
comunque andava avanti…»
Paul vide che l’attenzione del ragazzo scivolava via, il tenue
interesse sostituito dall’indifferenza. Che cosa aveva sbagliato? Da
Lin si alzò come se la cosa non lo riguardasse. Con le gambe magre
spinse il corpo verso l’alto contro la parete di legno, si sollevò, fece
un lungo passo.
«Questo naturalmente non significava che i miei ricordi di Justin,
di mio figlio…»
Il ragazzo scavalcò le gambe allungate di Paul, senza più badare
a lui. Paul lo prese per un braccio e lo tenne fermo.
«Non scappare» disse con voce tranquilla. «Resta qui».
Da Lin lo fissò, sorpreso e spaventato. Cercò di liberarsi dalla
stretta, ma Paul non glielo permise.
«Per favore, mi piacerebbe parlare con te. La mia storia non è
ancora finita».
Per qualche secondo non accadde niente, poi Paul lo tirò
dolcemente verso di sé.
«Lasciami!» Un sussurro rabbioso. Un movimento, come se Da
Lin volesse colpirlo.
Paul lo lasciò andare.
9.

«Mamma, siamo qui in vacanza?»


«No».
«Allora perché?»
«Siamo in visita».
«Quell’uomo e quel ragazzo sono nostri amici?»
«No».
«L’ha detto papà».
«Che cosa?»
«Che sono nostri amici».
«Allora sarà così».
«Ma se sono nostri amici, perché il ragazzo non parla con noi?»
«Lo farà presto. Prova a chiedergli qualcosa, magari ti
risponderà».
«L’ho fatto. Ma non risponde».
«Cosa gli hai chiesto?»
«Dove sono il suo papà e la sua mamma».
10.

«Oootto… nooove… dieeeci… Non voglio vedere più nessuno.


Arrivo». Christine si tolse le mani dagli occhi, abbassò le braccia e si
girò lentamente. Non doveva essere troppo veloce, altrimenti David
avrebbe protestato. Il suo sguardo percorse il cortile, scrutando. I
due capanni, il carro, le ceste, la porta di casa aperta, senza Paul e
David ogni cosa sembrava più abbandonata rispetto a qualche
secondo prima.
Da Lin era seduto sulla vera del pozzo a osservarla.
La visione del cortile deserto la impaurì.
«Paul!» chiamò. «David, dove siete?»
Silenzio.
«Uccellino, cinguetta».
Silenzio.
Aveva caldo, improvvisamente le mancava il respiro. Non aveva
voglia di cercare suo figlio. Non sapere dove fosse d’un tratto le
risultava inconcepibile, anche se magari era solo nascosto dietro
una delle cataste di legna e si divertiva a non farsi trovare. Lei lo
voleva con sé, tra le braccia.
«Dove siete?»
Christine cercò di non lasciar trapelare il proprio disagio.
Nascondino era il gioco preferito di David, un rito che compivano
insieme quasi tutte le sere in giardino a Lamma, quando lei tornava
a casa dall’ufficio. Prima era lei a cercare, poi Paul, poi David. Non
dovevano mai trovarlo, dovevano sempre fingere di non sapere dove
fosse e di essere disperati per la sua improvvisa scomparsa, finché
lui usciva spontaneamente dal suo nascondiglio.
Attraversò il cortile e guardò dall’altro lato del pozzo. Dietro la
panca. Sul carro. Tra la legna.
«Dove siete?» Il tono sarebbe dovuto sembrare scherzoso, si era
sforzata, ma nella sua voce non c’era traccia di spensieratezza. Non
voleva più cercarli. Non voleva stare da sola.
«Paul, dove sei? Vieni fuori».
Nessun movimento.
Perché si comportavano così?
«Paaaul…?» Perché lui non si accorgeva della sua paura? «Non
riesco a trovarvi. Per favore, venite fuori».
Da Lin non l’aveva persa di vista neppure un istante. I loro sguardi
si incrociarono e lui parve percepire il suo crescente terrore, perché
le indicò con la testa il secondo capanno. Lei fece qualche passo in
quella direzione e lui le rivolse un cenno affermativo. Lei si fermò
davanti alla porta, rimase in ascolto, tutto tranquillo. Da Lin le fece
capire con un gesto spazientito di aprire la porta.
Christine la spalancò e li trovò accucciati lì dietro.
«Non è giusto» protestò David arrabbiato. «Non devi trovarci».
Paul fece un sorriso impacciato.
11.

Christine allargò le braccia. In qualsiasi direzione si voltasse, con le


dita toccava sempre pietre fredde e umide. Era in fondo a un pozzo
asciutto, dall’alto filtrava qualche flebile raggio di luce; sopra di lei,
lontanissimo, vedeva un cerchio di cielo azzurro. Non c’erano scale
né gradini scavati nelle pareti. Non sapeva come fosse finita lì
dentro, e nemmeno come uscirne.
All’improvviso si sentì piovere addosso terra e acqua.
Chiamò aiuto, ma nessuno le rispose. La pioggia di terra e acqua
aumentò, aveva il vestito bagnato, i capelli infangati, ben presto si
trovò immersa nella melma fino alle caviglie. Il livello salì
velocemente fino alle ginocchia. Fece un profondo respiro e lo
trattenne. I polmoni pieni d’aria le diedero slancio. Si sollevò come
un pallone, ma dopo pochi secondi fu costretta a buttare fuori l’aria e
ricadde nel pantano. Ci provò di nuovo ma invano, era sprofondata
già fino alle anche.
Poi fino al petto.
Roteò le braccia, cercò di aggrapparsi alle pareti, ma le pietre
erano troppo lisce per arrampicarsi. Quando il fango le era arrivato al
viso, e minacciava di soffocarla da un momento all’altro, si svegliò.
Christine tastò delle pietre, era appoggiata contro una parete
fredda e umida. Accanto a sé udiva il respiro di David e di Paul.
Allungò la mano sotto la coperta fino a toccare il figlio, gli
accarezzò l’addome e il petto, lo avvicinò a sé. Il profumo e il calore
del suo corpicino la tranquillizzarono almeno in parte.
«Christine» bisbigliò Paul all’improvviso. «Sei sveglia?»
«Sì. Credevo che dormissi» rispose lei sottovoce.
«Non ci riesco».
Per un po’ rimasero immobili l’uno accanto all’altra.
«Ti ho sentita gemere nel sonno. Hai fatto un brutto sogno?»
«Sì».
«Mi dispiace».
Gli dispiaceva. Con quale disinvoltura lo diceva. Allora avrebbe
dovuto fare più attenzione a David. Come aveva potuto perderlo di
vista anche per pochi secondi in un Paese straniero? Nella hall di un
hotel. Un vero irresponsabile. Le sue recriminazioni forse erano
ingiuste, tuttavia non riusciva ad arginare la collera che provava
verso di lui. Era tutta colpa sua.
Christine sentiva che vecchie paure, credute morte, tornavano a
tormentarla.
Si rivide a cinque anni, nascosta sotto il tavolo di cucina, mentre le
guardie rosse salivano impetuosamente le scale. Suo padre si era
arrampicato sul davanzale. Sembrava un grasso corvo nero pronto a
spiccare il volo. Saltò prima che potessero afferrarlo.
Si rivide accanto a sua madre, che nuotava in mare in fuga verso
Hong Kong. Sei adulti e quattro bambini. Il primo a sparire fu il più
piccolo: finì sott’acqua senza un lamento. I genitori continuarono a
nuotare. Poi toccò al secondo. Lei avrebbe dovuto essere la
successiva. Le mancavano le forze. Qualcuno di loro pregava a voce
alta, lei no.
La salvò una barca di pescatori.
Con gli anni i ricordi erano sbiaditi, ciò che si era conservato era la
sensazione di una paura e di una solitudine sconfinate.
E adesso quella sensazione era tornata: una paura totalizzante.
Non c’è nessun’altra emozione che possa impossessarsi in maniera
così assoluta di una persona, pensò. Nessuna che possa renderci
altrettanto schiavi. Non il dolore. Non la gioia. Neppure l’amore.
Christine voleva uscire da quella stanza, da quel villaggio. Non
sarebbero mai dovuti andare in quella fattoria, erano in trappola lì.
Quanto tempo sarebbe passato prima che la polizia li trovasse? Un
giorno? Due? E poi? Che cosa sarebbe successo a David?
Sarebbero riusciti a difendersi? La sua mente era occupata solo da
questi interrogativi. Fu assalita dalla nausea, provò l’impulso di
vomitare.
«Dove vai?» chiese Paul preoccupato.
«Non sopporto più il buio» disse Christine. «Vado a sedermi un po’
in salotto».
«Vuoi che venga con te?»
«No» rispose lei sgarbata. «Meglio se resti con David, nel caso si
svegliasse».
12.

Da Lin fu svegliato dal russare del nonno. Lo voltò su un fianco, di


solito funzionava, ma quella notte non fece alcuna differenza.
Sentì la donna gemere nella camera accanto. Aspettò per vedere
se il nonno smetteva di russare, poi prese la coperta e raggiunse di
soppiatto il salotto, con l’intenzione di sdraiarsi su uno dei divani.
Uno lo trovò già occupato dalla donna.
«Scusa, ti ho svegliato?» chiese lei in tono preoccupato.
Lui scrollò il capo. «Il nonno russa così forte».
Lei rispose con un sorriso stanco.
Da Lin rimase stupito di quanto gli fosse venuto facile pronunciare
quella frase.
Il-nonno-russa-così-forte. Cinque parole, gli erano sfuggite di
bocca. Così. Si domandò se dovesse pentirsi di averlo fatto, ma
stranamente non accadde. Anzi, forse stava accadendo addirittura il
contrario.
Continuava a non sapere chi fossero quei forestieri, che cosa
volessero o quanto tempo sarebbero rimasti. Il nonno aveva detto
che venivano da Hong Kong, erano in pericolo e avevano bisogno
del loro aiuto. Il resto non lo riguardava.
Però si domandava perché si nascondessero proprio lì da loro.
Non dovevano avere molti amici, se dipendevano dal nonno e dal
suo aiuto.
La donna era sempre terrorizzata per il figlio, persino quando
giocavano a nascondino! Aveva rischiato una crisi isterica solo
perché il figlio era sparito. Ma era proprio quello il senso del gioco.
Aveva creduto davvero di non rivederlo più. Lui non sapeva perché
fosse scoppiata a piangere quando lo aveva trovato, la cosa non gli
interessava, le aveva soltanto fatto compassione. Per qualche
motivo, da quel momento aveva cominciato a trovarla simpatica.
Dell’uomo non era ancora sicuro.
Si mise seduto sull’altro divano e si accorse che la donna tremava.
«Hai freddo?»
«No».
Da Lin vide che non era vero, si alzò e andò a prendere una
coperta dall’armadio in corridoio. Era così sporca che la rimise a
posto e le offrì la propria.
«No, grazie, non ho freddo».
Lui continuò imperterrito a porgergliela.
«A te non serve?»
«No» rispose lui, indicando i calzoni lunghi e il pullover che
indossava anche per dormire.
«Grazie» disse lei, «sei molto gentile».
Da Lin non ricordava quando era stata l’ultima volta che qualcuno
lo aveva definito gentile. Sua madre no di certo, utilizzava quella
parola molto di rado. Il nonno sicuramente no, non la utilizzava mai.
Forse la nonna oppure il padre, non era sicuro.
«È vero che non vai a scuola?»
Lui scosse la testa.
«Perché no?»
Avrebbe potuto raccontarle del maestro Wang, pensò Da Lin, che
lo picchiava a sangue sulle mani con il righello quando sbagliava un
ideogramma. E succedeva spesso. Oppure degli altri quaranta
compagni nell’aula minuscola, che lo deridevano durante l’intervallo
e si vantavano che fossero stati i loro padri ad avere ucciso il suo.
Non sopportava la loro presenza. Gli erano tutti antipatici, senza
eccezioni. Tutti i giorni a scuola vomitava, alla fine aveva smesso di
andarci e nessuno si era informato sul motivo. Probabilmente loro
erano altrettanto contenti di essersi liberati di lui.
Invece di rispondere si strinse nelle spalle, sperando che la donna
non gli avrebbe fatto altre domande.
«Nemmeno io andavo volentieri a scuola».
Faceva freddo e lei si tirò la coperta fin sotto il mento.
«Perché no?»
«Probabilmente per gli stessi tuoi motivi: non mi piacevano gli
insegnanti e io non piacevo a loro. Inoltre non avevo amici».
«Nemmeno uno?»
«Di che cosa?»
«Di amici».
«No».
«Perché no?»
Lei lo guardò assorta. «Perché non avevo amici?» ripeté. «Ci ho
riflettuto spesso. Ho sempre avuto la sensazione che tra me e gli
altri ci fosse un muro invisibile che ci separava. Ci vedevamo, ma
senza toccarci. Sentivamo ciò che dicevamo, ma senza capirci. Le
persone erano vicine a me senza essermi vicine. Capisci quello che
voglio dire?»
Da Lin annuì. Lei non poteva nemmeno immaginare quanto. Non
avrebbe saputo dirlo in maniera migliore.
«È ancora così?»
«Che cosa?»
«La storia del muro».
Lei fece una pausa prima di rispondere e lo guardò. «No, non è
più così. Poi passa».
«Da solo?»
«Sei un ragazzo intelligente» replicò lei.
Da Lin sorrise impacciato. Nessuno prima d’allora glielo aveva mai
detto, e non sapeva che cosa volesse dire o se fosse la risposta alla
sua domanda.
«Da solo? Non ne sono troppo sicura» proseguì lei. «Non ci ho
mai riflettuto. Credo che ad alcune persone succeda, ad altre no».
Gli sarebbe tanto piaciuto chiederle se per lei il muro era sparito
da solo, oppure se aveva fatto qualcosa e in quel caso cosa, ma si
vergognava. Inoltre cominciava a infreddolirsi anche lui e sentiva la
stanchezza impossessarsi lentamente delle sue membra. Ma non
aveva voglia di dormire.
«Hai freddo» disse lei. «Ti prenderai un malanno. Sarà meglio
tornare a letto».
«No» rispose lui.
«Allora vieni qui, ci dividiamo la coperta».
Dopo un istante di esitazione, Da Lin si alzò e si mise seduto
nell’angolo opposto del divano.
«Vieni più vicino, la coperta non è abbastanza grande» disse lei
ridendo. Da Lin aveva dimenticato che anche un sorriso poteva
riscaldare.
Scivolò più vicino e lei gli posò un lembo della coperta sui piedi e
sulle gambe. Faceva un bel calduccio lì sotto. E c’era un buon
profumo. Con un piede le toccò la gamba e lo spostò subito,
terrorizzato.
«Da bambina nemmeno io mangiavo molto» disse lei di punto in
bianco, senza guardarlo.
«Perché non volevi mangiare?»
Lei ci pensò un po’ su. «Stavo sempre male. Vomitavo
continuamente. Mangiare mi disgustava. Forse per i tuoi stessi
motivi?»
«I tuoi genitori non ti rimproveravano?»
«Mio padre è morto quando ero piccola».
Da Lin rabbrividì, provando una vampata di calore e subito dopo
un gran freddo. Temeva che adesso gli avrebbe raccontato anche lei
una storia di come da bambina avesse smesso di parlare, come
fosse stata triste e come capiva perfettamente cosa provasse lui. Ma
nessuno poteva saperlo. Lei invece gli rimboccò la coperta sotto i
piedi senza dire altro.
«Era malato?»
«No. Lui no».
Da Lin non comprendeva quella risposta. «Se era malato un altro,
perché è morto lui?»
«Il Paese era malato».
Da Lin capiva sempre meno. «Un Paese non si può ammalare.
Solo le persone e gli animali».
Lei dondolò la testa da una parte all’altra, come se volesse
riflettere a fondo su ciò che lui aveva appena detto. «Hai ragione. Mi
sono espressa male».
Lui attese paziente, casomai lei volesse esprimersi nel modo
giusto, invece rimase in silenzio. In cucina si udiva un fruscio di topi
o ratti. Lei sbadigliò e lui temette che si addormentasse o volesse
tornare a letto.
«Conoscevate il nonno da prima?» domandò, tanto per dire
qualcosa.
«No».
«Che cosa fai a Hong Kong? Sei una maestra?» Voleva soltanto
sentire la sua voce che, più a lungo l’ascoltava, più diventava un
canto melodioso, una canzone come quelle che la nonna gli cantava
da piccolo per farlo addormentare; avrebbe voluto che quella donna
sconosciuta continuasse a parlare senza smettere mai. Mentre lei
rispondeva, gli occhi gli si chiusero, lui li riaprì, ma erano sempre più
pesanti e la voce di lei si allontanava e poi tornava in cerchio, e lui
fluttuava qua e là tra il mondo del sonno e della veglia senza saper
scegliere dove stare.
13.

La colpa era sua. Naturalmente era sua. Lo sapeva e non lo avrebbe


mai negato.
Non aveva prestato attenzione.
Aveva mancato al suo primo e fondamentale dovere di padre:
proteggere il figlio dal male.
E Christine glielo ricordava. Con ogni gesto. Con ogni sguardo.
Con ogni parola.
Aveva già vissuto quella situazione con Meredith, la prima moglie.
La paura. La disperazione. I rimorsi. L’incapacità di condividere
questi sentimenti.
Al reparto di oncologia pediatrica Paul aveva osservato due
categorie diverse di coppie. Le prime si guardavano ancora negli
occhi. La malattia del figlio li univa, si sostenevano a vicenda, si
facevano forza, si aggrappavano l’uno all’altra. Le altre scivolavano
per i corridoi dell’ospedale, la testa bassa, gli occhi fissi sul
pavimento. Temevano lo sguardo del marito o della moglie, perché vi
si rifletteva ciò che loro stessi non volevano vedere: la paura, la
rabbia, il dolore senza fine. Annichiliti, si voltavano le spalle, si
ritraevano alla ricerca di un luogo dove il dolore non potesse trovarli.
La malattia li allontanava. Paul e sua moglie avevano fatto parte di
questa seconda categoria.
Aveva il terrore che la storia potesse ripetersi e che ora
succedesse la stessa cosa con Christine. Aveva creduto di essere
riuscito a percorrere una lunga strada con lei e con il suo aiuto.
Ma forse non cambiamo mai, pensò. A dispetto dei nostri sforzi.
Forse siamo condannati a restare quelli che siamo. Condannati a
vita, costretti a esistere entro i nostri angusti confini, a ripetere i
nostri errori, a commettere incessantemente gli stessi sbagli.
Nei momenti di crisi ci scopriamo per quelli che siamo veramente
e non possiamo indossare altri panni. Tutto il resto è illusione.
Altrimenti perché non riuscivano a farsi forza a vicenda?
Dipendeva da lui? Allora era dipeso da lui anche l’altra volta, e non
da Meredith. Adesso però non voleva ritrarsi. Voleva condividere con
Christine la paura e i rimorsi. Perché non ci riusciva? Perché lei gli si
negava?
Paul vedeva quanto stava male. La sua tensione, la sua
emicrania.
Gli dispiaceva.
Vedeva quanta rabbia le provocasse tutte le volte quella frase.
Che altro avrebbe potuto dire? Non poteva riportare indietro gli
eventi, poteva solo implorare il perdono. Dipendeva da lei
concederglielo.
Dovevano restare insieme. Se volevano raggiungere l’ambasciata
a Pechino, potevano farlo solo insieme.
La notte precedente gli sarebbe piaciuto seguirla in salotto. Forse
avrebbero trovato il modo di parlare. O magari anche solo di
abbracciarsi.
Perché non sopportava più il contatto fisico con lui?
Dov’era la Christine che lo aveva strappato dal suo isolamento?
Lei con la sua pazienza, la sua comprensione e il suo amore gli
aveva mostrato che dopo la morte di Justin esisteva una via per
tornare alla vita. Senza di lei sarebbe rimasto a vivere da solo a
Lamma. Senza amici, senza contatti con i vicini. Si era sentito libero
ed era solo un prigioniero.
Non voleva più una vita del genere. Eppure aveva la sensazione
che fosse proprio quella solitudine a minacciarlo di nuovo.
Paul udì il figlio piangere in cortile. Era caduto e si era sbucciato le
ginocchia. Christine cercava di consolarlo e voleva pulire le ferite,
ma David insisteva che lo facesse il padre. Paul lo prese in braccio e
guardò le ginocchia. I graffi non erano profondi, ma pieni di sabbia e
terra.
«Ti fa male anche qui?» chiese Paul accarezzando la fronte di
David.
«No, papà. Le ginocchia».
«Qui?» Indicò le mani del figlio.
«No».
«Qui?» Gli accarezzò la pancia.
«No».
«La schiena?»
«No». David scoppiò a ridere.
«Allora siamo stati fortunati. Ora le puliamo e mettiamo un
cerotto».
Paul prese un secchio di acqua fredda in cucina, dal rubinetto di
quella calda uscivano solo poche gocce, e una scodella di plastica.
David immerse una mano nel secchio. «È troppo fredda».
Paul controllò la temperatura, era davvero freddissima. «Non è
coooosì fredda».
«Invece sì» obiettò il bambino, mettendo le mani davanti alle
ginocchia per proteggerle.
«No. Ora ti mostro. Prima mi lavi tu, poi ti potrò pulire le ginocchia.
D’accordo?»
David annuì. Paul si tolse la camicia e s’inginocchiò davanti a lui.
«Prima faccia e capelli».
Il figlio riempì d’acqua la scodella e gliela versò sulla testa. Era
persino più fredda di quanto temesse. «Un’altra volta».
Non fu più piacevole di prima. «Ora tocca a me». Paul prese la
canottiera, la inumidì e la passò delicatamente sulle ginocchia
graffiate.
«Fa male» si lamentò David spostandosi.
«Faccio piano piano».
«Fa male lo stesso».
«Quando avrò finito, potrai esprimere un desiderio».
«Voglio ballare con te».
«Dove?»
«Qui in cortile».
«Ma non abbiamo la musica».
«Non importa. Possiamo cantare».
Dopo aver ripulito le ferite dalla sporcizia, Paul applicò due cerotti,
si mise in spalla il figlio e cominciò a ballare. Un passo avanti, uno di
lato, uno indietro. Piegò le ginocchia e compì una giravolta di
slancio, mentre David cantava un’allegra canzoncina.
Paul stringeva con entrambe le mani le gambe infantili. No, pensò,
si sbagliava. Non sarebbe mai tornato a essere solo come prima.
14.

Mangiarono in silenzio, accompagnati solo dal rumore delle bocche


che masticavano e trangugiavano, e dalle occasionali scorregge di
Luo.
Il silenzio a tavola non le era sconosciuto. Da bambina e
successivamente da ragazza, Christine aveva mangiato per anni con
la madre senza scambiare quasi mai nemmeno una parola.
Successivamente la televisione aveva sostituito il silenzio. All’epoca
non le era sembrato così opprimente, per lei era la normalità.
Il silenzio in quella casa era diverso, più triste e più solitario. Ma
forse si sbagliava. Forse anche la mancanza di dialogo tra lei e sua
madre era altrettanto sconfortante, ma lei non aveva voluto
rendersene conto, oppure aveva rimosso il senso di disagio che le
provocava.
David la strappò alle proprie riflessioni. Seduto in braccio a lei,
voleva altri spaghetti. Ora. Subito. Sollevata, Christine gliene mise
un’altra manciata nella ciotola. La febbre era passata, come aveva
previsto Luo.
Da Lin fu il primo ad alzarsi, prese le bacchette e la scodella
vuota, poi quelle del nonno e le portò in cucina.
Non aveva risposto al suo amichevole buongiorno quel mattino ed
era tornato taciturno come i primi due giorni. Lei immaginava che
fossero state le particolari circostanze e la protezione della notte a
indurlo a parlare. Oppure non si fidava a farlo in presenza degli altri.
«Ce l’ha un catino? Avrei del bucato da lavare».
Luo si pulì la bocca con uno stuzzicadenti. «In cucina».
Christine andò in cucina con David e si mise a cercare. Era la
sporcizia, si disse, la cosa difficile da sopportare, non la povertà. Il
pavimento era incrostato di spazzatura e avanzi di cibo, su cui
volavano dozzine di mosche. Uno strato di unto ricopriva piatti,
scodelle e tazze, nel lavandino e sui ripiani erano ammucchiate
stoviglie sporche. Una patina di fuliggine spessa diversi centimetri
ricopriva tegami e padelle.
Trovò un catino di plastica sotto il lavandino, lo riempì d’acqua e lo
portò in cortile.
Da Lin la seguì incuriosito. Il modo in cui la osservava la
commuoveva. Dal suo arrivo le gironzolava intorno, bisognoso ma
troppo timido, troppo impaurito per avvicinarsi veramente.
«Avete del sapone?» gli domandò.
Senza esitazioni, lui corse in casa e tornò con una vecchia scatola
di cartone. Doveva essersi bagnata perché era dura e crepata, il
contenuto un grumo impossibile da frantumare anche usando tutte le
forze. Da Lin prese un sasso e colpì l’ammasso fino a ridurlo in
pezzetti più piccoli.
«Grazie. Hai dei panni sporchi?» Che domanda stupida, pensò.
Tutto quello che indossava il ragazzino era cosparso di macchie,
lurido e bucherellato.
Lui scrollò il capo.
Lei andò in camera a prendere due felpe e due canottiere di
David.
«Su, dammi la tua maglietta» esortò, rivolta a Da Lin. Lui ci pensò
solo un attimo, si sfilò la maglia dalla testa e gliela diede. Lei rimase
sbigottita alla vista del suo torso nudo. Si potevano contare le
costole una a una, la pelle era tesa sulle clavicole e sulle spalle.
Christine immerse la maglietta nell’acqua, che in pochi secondi
divenne una brodaglia nera. David si mise a ridere, Da Lin era
imbarazzato, così lei ci aggiunse le cose del figlio.
«Potreste aiutarmi» disse ai due bambini. «Io lavo, Da Lin strizza
e David stende il bucato sulla panca. D’accordo?»
Annuirono entrambi.
Lavarono insieme il bucato e, siccome si divertivano, David andò a
prendere altri indumenti suoi; una volta che furono lavati anche
questi, Da Lin portò l’una dopo l’altra altre magliette, altre paia di
calzoni. Christine dovette cambiare l’acqua due volte e alla fine la
panca, il pozzo e uno stendino di fortuna erano coperti di bucato
steso ad asciugare.
Christine e David si misero seduti sui gradini davanti alla casa,
dove furono raggiunti da Paul. Da Lin andò nella stalla e tornò con
due mattoni e un’asse, costruì un dondolo e con un gesto della
mano invitò David a giocare con lui. Il peso non era uniforme e l’asse
non si muoveva. Da Lin fece un passo verso il centro, poi un altro e
lentamente l’asse si abbassò. David s’impaurì per l’improvviso
movimento, balzò giù e corse dai genitori.
Da Lin riportò al loro posto i mattoni e l’asse e se ne andò dal
cortile senza salutare.
«Dove va?» volle sapere David.
«Non lo so» rispose Christine.
«Anch’io voglio uscire».
«Non è possibile».
«Perché?»
«Perché no».
«Perché no?» ripeté David.
«Perché ho detto di no».
«Ma perché no?» insistette David.
«Non hai sentito che cosa ho detto?» Al contrario di Paul, quelle
continue discussioni la estenuavano. A Paul piaceva dialogare così,
era convinto che non fosse mai troppo presto per insegnare a un
bambino a discutere. Secondo lei non era necessario spiegare ogni
cosa a un bambino di quattro anni. Lui doveva ubbidire senza troppe
obiezioni, punto e basta.
«Pe…»
«Perché lo dico io» lo interruppe. «E questo basta».
David scese dalle sue ginocchia e si mise seduto sulla scala a
braccia conserte. «No che non basta».
Paul stava per intervenire quando Da Lin rientrò dal portone.
Spingeva accanto a sé una piccola bicicletta. Aveva un sottile telaio
fatto con vecchi tubi, il sellino e le ruote di legno, la catena
arrugginita ed era tenuta insieme da un bel po’ di fil di ferro.
David la osservò pieno di curiosità.
«Ti ringrazio» disse Christine. «Sei molto gentile, ma David non sa
andare in bicicletta».
Da Lin annuì con espressione incoraggiante.
«David non sa come si fa» ripeté lei. «Deve ancora imparare».
«Posso insegnargli io» disse Da Lin.
Christine fu contenta di sentire la sua voce. «Sei davvero molto
gentile, ma…»
«Ti prego!» esclamò David. «Ti prego. Ti prego. Ti prego».
Lei ci pensò un po’ su e alla fine accettò. «Provate, ma siate
prudenti».
Da Lin resse la bicicletta con una mano e con l’altra aiutò David a
salire sul sellino. Gli spiegò come girare il manubrio, come usare i
pedali e come frenare. Poi si piazzò dietro la ruota, afferrò il
portapacchi e spinse.
La bicicletta ondeggiava pericolosamente, David procedeva a zig-
zag in cortile, ma dopo pochi metri la sua espressione passò dalla
paura all’orgoglio. Percorsero diversi giri intorno al pozzo: ogni volta
David era più sicuro di sé e rideva come lei da tempo non lo aveva
più sentito ridere.
15.

Luo era seduto sulla panca in mezzo ai panni stesi da asciugare e


affilava una sega. Era un lavoro faticoso. La mola era consumata, la
lama della sega vecchia e arrugginita. Fece scorrere il metallo più
volte sulla pietra e controllò l’affilatura. La sega era spuntata quanto
prima. Forse dipendeva dal fatto che aveva la testa altrove. Invece di
concentrarsi sul lavoro, Luo osservava il nipote. Da Lin parlava con
gli sconosciuti. A pranzo aveva fatto il bis! Giocava con un bambino.
Come un bambino. Luo si domandava come fosse riuscita quella
donna a far breccia nel suo muro. Era sufficiente la presenza di una
donna? Forse lui sottovalutava quanto Da Lin sentisse la mancanza
di sua madre. Ma che cosa poteva fare? Non poteva costringere Yin
Yin ad andare a trovarli almeno una volta l’anno. Poteva solo
cercare di lenire la sofferenza che la vita causava a suo nipote. I loro
ospiti non avevano idea del miracolo che avevano compiuto.
Sperava che rimanessero ancora per un po’.
«Lurido moccioso».
Deng, il loro vicino, era sul portone, i pugni appoggiati sui fianchi.
Proprio Deng, pensò Luo. Non si erano mai sopportati. Fino a
qualche mese prima, Deng era stato il segretario del partito al
villaggio e lo aveva vessato spesso. Più volte Luo era stato costretto
a fare pubblica autocritica dietro suo ordine.
Era un uomo alto con una folta chioma bianca e una voce
profonda, che incuteva soggezione. Dalla morte di Zhong Hua, né lui
né altri vicini erano più andati alla fattoria. In paese li evitavano come
se Da Lin e Luo avessero contratto una malattia contagiosa.
Che cosa voleva da loro proprio adesso?
Da Lin si bloccò di scatto e mollò la bicicletta, paralizzato dal
terrore. David fece ancora qualche metro, perse l’equilibrio, cadde e
scoppiò a piangere. Paul balzò in piedi, prese in braccio il figlio e lo
consolò.
«Questo piccolo straccione pidocchioso ci ha rubato la bicicletta»
brontolò Deng indicando Da Lin.
Il ragazzo abbassò il capo con aria colpevole.
«È così?» chiese severo Luo.
La risposta fu un impercettibile cenno di diniego con il capo.
«Adesso questo animale mente pure». Deng fece qualche passo
verso Da Lin e alzò una mano come se volesse colpirlo, poi ci
ripensò e scrutò con espressione circospetta il cortile.
«Avete ospiti» constatò sorpreso.
«Parenti di mia moglie» precisò Luo.
«Un gwai lo?» domandò sarcastico il vicino.
Era come se avesse detto: non ci credi nemmeno tu.
«Una sorella di mia moglie vive a Hong Kong, questa è sua figlia».
Christine fece un cenno impacciato.
«Questo è suo figlio» proseguì Luo indicando David, «e questo è
suo marito».
Paul fece un breve cenno di saluto con la testa.
«Non sapevo» osservò Deng in tono sprezzante «che tua moglie
avesse dei parenti a Hong Kong».
Luo non trovò nessuna replica adeguata.
«Non ne ha mai parlato».
Luo rimase ancora in silenzio. La situazione si andava facendo
sempre più imbarazzante.
«Vi piace il nostro bel villaggio?» domandò Deng fissando
ostentatamente Christine.
Lei rivolse un’occhiata implorante a Paul.
«Mia moglie non parla troppo bene il mandarino» spiegò
quest’ultimo.
«Lei invece lo sa perfettamente» ribatté Deng con crescente
diffidenza. «Da dove viene?»
«Da Hong Kong».
Luo sussultò. Perché Paul voleva provocare il visitatore
indesiderato? Prima se ne andava, meglio era per tutti.
«Questo lo so» ribatté Deng in tono più tagliente. «Volevo sapere
da quale Paese viene».
«Ha importanza?»
«Non si fermeranno a lungo» intervenne Luo. Non voleva che la
situazione degenerasse.
«Fino a quando?» s’informò Deng.
«Solo un paio di giorni. Partiranno domani».
«Non capita spesso che dei gwai lo vengano fino al nostro paese»
osservò sarcastico Deng guardando Paul.
«Un vero peccato» commentò lui disinvolto. «Pensare che è una
zona così bella e gli abitanti sono così amichevoli».
Era il tono sbagliato. Non ci si doveva rivolgere a Deng con ironia.
Luo aveva sperimentato fin troppo spesso come il segretario avesse
umiliato e schiacciato nel modo più crudele i presunti nemici del
partito nei tribunali del popolo. Quasi tutti erano scoppiati a piangere
e due anni prima una giovane si era tolta la vita con il veleno quella
stessa notte.
«Da Lin, chiedi scusa e restituisci la bicicletta».
Il ragazzino era immobile, paralizzato in mezzo al cortile.
«Da Lin!» esclamò brusco Luo. «Hai sentito quello che ti ho
detto?»
Il nipote continuava a non muoversi.
Per rabbonire Deng avrebbe dovuto punirlo per la sua
disubbidienza, meglio se direttamente in sua presenza. Si avvicinò a
Da Lin, protese il braccio e gli diede un violento schiaffo sulla
guancia. «Chiedi subito scusa». Lo colpì un’altra volta. Da Lin
cominciò a sanguinare dal naso, tuttavia rimase in silenzio.
Paul prese la bicicletta e la porse a Deng. «La ringrazio che mio
figlio abbia potuto usarla. È stato davvero generoso da parte sua».
Il labbro inferiore di Deng fremeva di collera, era sul punto di
perdere il controllo. Strappata di mano la bicicletta a Paul, se ne
andò senza dire altro.
«Ma lei è un vero idiota!» lo rimproverò Luo. «Come le viene in
mente di provocare così il mio vicino? Vuole che finiamo tutti in
prigione?»
Paul era troppo sorpreso per rispondere.
«E tu, stupido» proseguì Luo rivolto al nipote, «si può sapere
perché hai rubato la bicicletta di Deng?»
Da Lin alzò la testa, il naso continuava a sanguinargli. «Non l’ho
rubata. Volevo solo prenderla in prestito» bisbigliò. «Gliel’avrei
riportata».
«Prenderla in prestito?» esclamò adirato Luo. «Quando si vuole in
prestito qualcosa lo si chiede, non si prende senza dire niente».
Da Lin voleva ribattere, ma alla fine rimase in silenzio.
Luo era fuori di sé per la collera.
«Voleva solo farci un piacere» intervenne la donna in tono
conciliante.
Era chiaro che non aveva capito niente. «Allora avrebbe dovuto
rifletterci meglio, quello stupido. Secondo lei quanto tempo passerà
prima che Deng riferisca alla polizia la sua scoperta? Lo farà oggi
stesso o domattina? E quanto tempo passerà prima che la polizia
venga qui, secondo lei? Un’ora? Due? Per quanto tempo sarete
ancora al sicuro qui?»
Di fronte al silenzio della donna, Luo si rispose da solo. «Non siete
più al sicuro. Dovete andarvene. Qual è la vostra prossima tappa?»
La donna e il marito lo guardarono senza capire, come se dovesse
essere lui a conoscere la loro destinazione successiva.
«Non c’è nessuna tappa, ancora» spiegò Paul demoralizzato.
«Che cosa significa? Quanto pensava di potersi fermare qui da
noi? Settimane? Mesi? Nella lettera si parlava di qualche giorno».
«Aspettiamo… notizie da un momento all’altro».
«Che genere di notizie?»
«La nostra prossima destinazione. Chi ci ospiterà».
Luo si girò, attraversò zoppicando il cortile e uscì dal portone.
Aveva bisogno di rimanere da solo qualche minuto per calmarsi. Il
piede gli doleva più che nei giorni passati, era più gonfio del solito e
caldo al tatto. Si mise seduto sul ceppo di un albero segato, si
accese una sigaretta, lasciò vagare lo sguardo sui campi polverosi e
troppo secchi per la stagione e rifletté.
Quella famiglia era in una situazione assai più difficile di quanto
avesse immaginato. Lui non era più in grado di offrire loro un rifugio
sicuro, ma non aveva neppure idea di chi avrebbe potuto aiutarli. In
paese nessuno. Nelle ore successive la polizia sarebbe arrivata lì, di
questo era certo. L’unica speranza era che la sua versione dei
parenti da Hong Kong reggesse finché non avessero trovato un altro
nascondiglio.
Gli facevano pena, cominciavano a piacergli, in particolare l’uomo.
Non parlava molto, e quando chiedeva qualcosa non si aspettava
una risposta troppo esauriente. Luo sentì qualcuno avvicinarsi e si
girò. Davanti a lui c’era Paul.
«Non vorrei disturbarla» disse impacciato, «ma posso sedermi un
attimo qui con lei?»
Sul tronco c’era posto per due.
«Prima mi sono comportato come uno sciocco, mi dispiace».
A Luo non piaceva sentire la gente scusarsi, lo metteva a disagio.
E la sua collera non diminuiva solo perché qualcuno si scusava. Ma
ormai si era calmato e stava pensando a un modo per portare al
sicuro gli stranieri. Purtroppo non gli veniva in mente niente.
«Non ha proprio idea di dove andare da qui?»
«No. Posso tentare di chiederlo al mio amico, ma mi ha detto di
mettermi in contatto con lui solo in caso di assoluta emergenza».
«Questa è un’emergenza».
Paul si mise a digitare, sbagliando un carattere su tre. Quando
terminò di comporre il messaggio, lo mostrò a Luo.
Dobbiamo andarcene da qui. Dove? Presto!
Schiacciò il tasto di invio e rimise via il cellulare.
«Vorrei chiederle una cosa».
Dalla voce dello straniero, Luo comprese che era una domanda
spiacevole.
«Lei sa chi ha ucciso suo figlio, vero?»
La domanda giusta. Al momento sbagliato.
Tutti sapevano chi aveva assassinato Zhong Hua. Linciato con
bastoni e spranghe. Come un cane. Dieci contro uno.
E tutto il villaggio era rimasto a guardare.
Come prima.
L’anima di un popolo non cambia tanto in fretta.
Ammesso che lo faccia.
Ammazzato di botte per pochi metri quadrati di terra. Come se non
ce ne fosse abbastanza. Mentre non c’era niente di più prezioso di
una vita umana. Perché questo dono, il più insostituibile di tutti,
valeva così poco? Perché veniva maltrattato, preso a calci, violato?
Perché ne abbiamo più che a sufficienza, gli aveva risposto cinico
un poliziotto.
Ma io avevo un solo Zhong Hua, aveva replicato Luo.
Suo figlio non credeva che si sarebbero spinti fino a questo punto.
Era stato questo il suo sbaglio e lui stesso lo aveva rafforzato in
questa convinzione.
Avevano acquistato legittimamente il pezzo di terra e la casetta.
Zhong Hua, al quale fin da bambino piaceva aiutare in cucina, aveva
voluto aprire un ristorante. Lo gestiva con la passione che lo
contraddistingueva, si alzava prima dell’alba e lavorava fino a notte
fonda. Gli spaghetti che preparava erano così buoni che nel giro di
poche settimane la gente faceva la fila per mangiarli. Venivano da
tutto il distretto per gustare le sue zuppe e i suoi ravioli.
Il taciturno, introverso Zhong Hua era fiorito tra wok, padelle e
tegami, come suo padre non avrebbe mai immaginato.
Non aveva preso sul serio il primo annuncio che tutte le case
lungo la via avrebbero dovuto lasciare il posto a un nuovo
insediamento. La somma offerta dalla Golden Real Estate era
un’elemosina più che un vero e proprio risarcimento. Anche quando i
primi vicini cominciarono a vendere, a fronte di un’offerta più
generosa, Zhong Hua rimase irremovibile.
Il suo ristorante valeva molto di più e lui possedeva tutti i
documenti, i timbri, i certificati e i permessi. Era convinto di avere la
legge dalla sua parte.
Che leggerezza. Che ingenuità.
Come se la legge fosse mai stata dalla parte di qualcuno che non
fossero i potenti. Come se le cose potessero cambiare.
Perché Zhong Hua aveva dovuto morire?
Perché un essere umano ne uccide un altro?
Il suo ospite aspettava paziente la risposta. Avrebbe atteso
invano.
Come me, pensò Luo.
Come tutti noi.
16.

Christine si alzò piano dal letto, non voleva svegliare né Paul né


David. Aprì in silenzio la porta. Anche Da Lin e suo nonno dormivano
profondamente. Solo il cane ai piedi del loro letto alzò brevemente il
muso. Li superò in punta di piedi e andò in cucina. Il silenzio
notturno della casa la metteva a disagio, ma le era venuta un’idea e
doveva scoprire se c’era la possibilità di metterla in pratica. Questo
l’avrebbe tranquillizzata.
Non impiegò molto a trovare ciò che cercava. Posò una mezza
dozzina di coltelli sul tavolo davanti a sé. I manici erano consumati,
le lame arrugginite e spuntate. Due però erano lunghi e appuntiti, e
questo bastava.
Avrebbe avuto il coraggio di porre fine a tre vite? Trafiggere
nell’oscurità. Una, due volte. E, se necessario, molte altre.
Prima un corpo grande e pesante.
Poi uno piccolo e leggero.
E poi il proprio.
Doveva agire in fretta, senza pensare. Doveva essere impulsiva,
come in un raptus.
Oppure fredda come una morta. Non provare niente, compiere i
gesti in maniera automatica, come se fosse una macchina.
Non le veniva in mente un modo migliore per uccidere se stessa,
suo marito e il loro figlio.
Il guanciale lo aveva scartato subito. Paul si sarebbe svegliato e
avrebbe opposto resistenza. E anche se gli avesse sciolto di
nascosto nel tè uno dei sonniferi che Zhang le aveva dato a Shi, ci
sarebbe voluto troppo tempo. Non aveva la forza sufficiente a tenere
premuto un cuscino per diversi minuti su un viso. Immaginò il corpo
di David che si contorceva sotto di lei mentre soffocava, e capì che
la cosa era impossibile.
Il giorno prima aveva scoperto una scatola di erbicida nel
capanno. A Hong Kong aveva letto un articolo di giornale che
raccontava come in Cina un numero sempre maggiore di contadini si
togliesse la vita in quel modo.
A quanto pareva era estremamente efficace, ma anche
dolorosissimo. Alcuni soffrivano per ore, prima di morire.
Christine sfiorò uno dei coltelli con la punta delle dita. Una minima
pressione e la lama sarebbe affondata nelle sue carni. Se avesse
colpito nel punto giusto, sarebbe bastata una coltellata.
Non avrebbe permesso a nessuno di portarle via suo figlio.
17.

Erano stati fortunati. Sebbene Zhang non avesse risposto al


messaggio e Luo non avesse trovato un luogo sicuro per loro, a due
giorni di distanza dalla visita del vicino la polizia non si era ancora
fatta vedere. Luo si era convinto che Deng non avesse informato le
autorità dell’incontro avuto con loro.
Era una serata tiepida. Christine e Da Lin portarono a letto David,
Luo si mise seduto a fumare davanti a casa, con il cane ai suoi piedi.
Paul andò al pozzo, piegò la testa all’indietro e osservò il cielo
notturno senza nuvole e senza luna. A parte il fioco alone che la
lampadina sopra il tavolo da pranzo gettava in cortile, il buio era
totale. Era passato moltissimo tempo dall’ultima volta che aveva
visto così tante stelle. Gli tornò in mente la traversata da Amburgo a
New York. All’epoca doveva aver avuto più o meno l’età di Da Lin. I
suoi genitori si erano messi a litigare per l’ennesima volta in cabina e
lui si era rifugiato sul ponte, per sottrarsi alla sequela ininterrotta di
accuse e controaccuse.
Era solo e il vento, le onde, la quiete con cui la nave solcava il
mare nell’oscurità gli avevano ispirato altri pensieri. Sopra di lui
brillavano le stelle, la Via Lattea, l’Orsa Maggiore e quella Minore, la
stella polare, la più luminosa di tutte.
Ma più contemplava il cielo e l’oceano, più cresceva in lui
l’inquietudine per la vastità che lo circondava da ogni parte, per la
prospettiva che sotto i suoi piedi ci fossero solo migliaia e migliaia di
metri di acqua fredda e tenebrosa. Invece di tornare sotto coperta,
era rimasto appoggiato alla balaustra, provando l’impulso di tuffarsi
in acqua. Nessuno l’avrebbe mai recuperato. Sarebbe stato come se
lui, Paul Leibovitz, non fosse mai esistito. Posò un piede sulla
traversina più bassa, poi l’altro sulla seconda. Era come un vortice
che lo risucchiava sempre più forte. Due, tre scalini ancora. Non era
più alta della staccionata di un giardino.
Nonostante il vento tiepido era scosso da brividi, paralizzato dallo
sgomento per i propri pensieri. Si teneva aggrappato con entrambe
le mani alla balaustra arrugginita.
A un certo punto il padre uscì a cercarlo e lo abbracciò. Il suo
profumo, il calore del suo corpo, il contatto delle sue mani, ma
soprattutto la sua voce familiare lo liberarono da quel momento di
paralisi.
Quella notte, per la prima volta, intuì che l’essere umano non deve
avere paura soltanto degli altri.
«Siediti». La voce profonda di Luo lo riportò al presente.
Il vecchio aveva l’aria più esausta dei giorni precedenti.
«Non si sente bene?» chiese Paul preoccupato.
«Non peggio del solito» rispose Luo tirando una boccata dalla
sigaretta.
«Il piede?»
«Sì».
Paul si mise seduto sulla panca accanto a lui.
«Dovete portarlo con voi» disse Luo dopo qualche sigaretta.
«Chi?»
«Da Lin».
«Dove?»
«A Pechino. Da sua madre».
Paul si nascose il volto tra le mani. Perché Luo gli chiedeva quel
favore pur sapendo perfettamente che lui non era in grado di
esaudirlo?
«Non credo che sia una buona idea» ribatté evasivo.
«Deve andare via da qui» lo interruppe Luo. «Io sono malato,
chissà quanto tempo mi resta. Tre mesi? Sei? In paese non c’è
nessuno che si occuperà di lui dopo la mia morte».
«Questo mi addolora» mormorò Paul. «Non sarebbe meglio che
sua madre venisse a prenderlo?»
«Certo, sarebbe meglio. Ma non è venuta neppure per il
capodanno cinese».
Paul esitava a manifestare il proprio pensiero. «Allora… allora
forse non vuole avere il figlio con sé…»
Luo lo guardò pieno di rabbia. «Qui si sta lasciando morire di
fame, lo vedi anche tu. Non appena andrete via, smetterà di nuovo
di mangiare».
«Non ci sono altri parenti dai quali possa andare a vivere?»
«No».
«Potremmo pagargli il viaggio fino a Pechino».
«Da solo non si è mai allontanato nemmeno dal villaggio. Non ce
la farebbe. È impossibile».
«Allora parta anche lei, vi daremo i soldi per due biglietti».
Luo ci pensò su. «Un viaggio in treno di tre o quattro giorni. E poi il
ritorno. Non ce la farei».
Paul non riusciva più a stare seduto, così si alzò e si mise a
camminare per il cortile. Voleva dargli una mano, era naturale.
Capiva le intenzioni di Luo, probabilmente al suo posto avrebbe fatto
la stessa cosa. Ma lui doveva pensare a Christine e a David. Un’altra
persona avrebbe reso ancora più difficile e pericolosa una fuga di
per sé già complicata. Tornò a sedersi accanto a Luo.
«Come pensa che sarebbe possibile? Siamo ricercati dalla polizia.
Non sappiamo nemmeno dove andare da qui, chi ci aiuterà, come
arriveremo a Pechino. Siamo i peggiori compagni di viaggio che
potrebbe scegliere per suo nipote».
«Lo so. Se potessi scegliere, non gliel’avrei chiesto».
Paul scrollò il capo. «Vorrei aiutarla. Le siamo infinitamente
riconoscenti e siamo in debito con lei…»
«Da Lin si fida di voi».
«Ma…»
Luo non lo lasciò proseguire. «Gioca a biliardo con te. Parla con
te. Parla con tua moglie. Gioca con vostro figlio. Non immagini
neppure che cosa significhi per lui».
«Non è vero» lo contraddisse Paul. «Lo capisco benissimo».
«Allora portatelo con voi. Qui finirà per crepare».
Paul rimase in silenzio.
«Per favore».
Poteva solo immaginare quanto costasse a Luo pronunciare
quelle due parole. Non rispose subito, ma più aspettava, più il
silenzio diventava opprimente.
«Vorrei poterla aiutare».
«Per favore!»
La supplica nella sua voce. L’urgenza. Paul si sentiva
profondamente turbato. Avrebbe voluto risparmiargli una tale tortura.
E anche a se stesso.
«No».
Luo lanciò lontano la tazza di tè, che si frantumò contro la vera del
pozzo. Il cane si rizzò spaventato e abbaiò.
All’improvviso Christine spuntò accanto a loro. «Posso essere
d’aiuto?»
Luo si alzò faticosamente e gettò un’occhiata carica di disprezzo a
Paul.
«Vigliacco» disse. Poi zoppicò fino al portone, lo aprì e scomparve
nell’oscurità.
Paul lo seguì con lo sguardo, impotente. «Hai sentito che cosa ci
ha chiesto?»
«Sì».
«E?»
Perché non diceva niente?
18.

«Paul?» Dal suo respiro aveva capito che non dormiva.


«Paul?» ripeté un po’ più forte, un po’ più bruscamente.
«Sì?»
«Dormivi?»
«No».
«Non potremmo…» Esitò. Si era portata appresso quel pensiero
per tutto il giorno, lo aveva respinto, lo aveva ripreso, lo aveva
soppesato, aveva aspettato il momento giusto per parlargli della sua
idea. Non erano rimasti soli neppure un secondo.
«Non potremmo portare Da Lin con noi?»
Lui non rispose subito. «Dici sul serio?»
«Sì».
Paul sospirò invece di replicare.
«Perché no?»
«Come pensi di fare?»
«Credi davvero che farebbe una grossa differenza partire in tre
oppure in quattro?»
Lo sentì drizzarsi sul letto. Non era stata una buona idea
affrontare l’argomento al buio. Non poteva vedere la sua faccia, la
sua espressione, non poteva capire quale significato si celasse
dietro ciò che diceva. Spesso in lui gli occhi e le linee intorno alla
bocca erano più rivelatori delle parole che pronunciava.
«Certo che fa differenza. Correremmo più rischi. Tutti quanti».
«Lui non è al sicuro nemmeno qui».
«Perché no?»
«Vedi anche tu come sta Luo».
«Allora sua madre dovrebbe venire a prenderlo».
«Non si fa vedere da un anno e mezzo. Lui ha bisogno di noi».
«Noi dobbiamo pensare a David».
Agli occhi di Christine era questa l’unica obiezione valida contro la
decisione di portare Da Lin con loro. Ma dopo una lunga disamina
era giunta alla conclusione che il ragazzo non rappresentava un
rischio supplementare.
«Non devi venirlo a dire a me» ribatté brusca. «Solo che non
riesco a capire perché dovrebbe essere più pericoloso viaggiare in
quattro. Spiegamelo, per favore».
«Ammettiamo che tu abbia ragione. Hai pensato a cosa faremo se
a Pechino non la trovassimo? O peggio, se la trovassimo e lei non
volesse prendere suo figlio con sé? Dovremmo lasciarlo in mezzo a
una strada?»
«No».
«Dovremmo portarcelo a Hong Kong?»
«Certamente no».
«E allora?»
Lei non sapeva cosa rispondere.
«Christine, dispiace anche a me, vorrei tanto aiutarli, ma portarlo
con noi non è una buona idea. Non può funzionare». Il suo tono
faceva capire chiaramente che voleva troncare lì la discussione.
«Forse potrebbe esserci d’aiuto».
«In che senso?»
«David è molto legato a lui. Forse in quattro daremmo meno
nell’occhio». Christine si rendeva perfettamente conto di quanto
fosse debole la sua argomentazione. Nel corso della giornata si era
immaginata diverse volte quel colloquio con Paul e sapeva che
doveva dargli ragione su un punto: chi si sarebbe occupato di Da Lin
se non avessero trovato sua madre? Tuttavia non voleva piegarsi a
questa logica. Perché non avrebbero dovuto trovarla? Luo aveva il
suo indirizzo, erano in contatto, se si fosse trasferita o non fosse
stata più a Pechino lo avrebbe informato. Potevano telefonarle e
farsi confermare l’indirizzo. E perché mai una madre non avrebbe
dovuto volere il proprio figlio con sé?
Era delusa da Paul. Era come se la giudicasse una sconsiderata,
meno preoccupata di lui per la loro sicurezza.
«Non siamo nemmeno in grado di badare a noi stessi» lo sentì
dire nel buio. «Non sappiamo dove andare. Non sappiamo chi ci
aiuterà, se Zhang riuscirà a trovare qualcuno. Aspettiamo la sua
risposta da due giorni».
Christine non replicò. Non sarebbe riuscita a fargli cambiare idea.
Il messaggio arrivò nel cuore della notte. Furono svegliati entrambi
dalla vibrazione del cellulare.
Sono in viaggio. Prossima tappa hongyang new town, provincia di
shanxi. Segue indirizzo preciso
All’alba arrivò un secondo messaggio.
Se non arrivo entro domattina, partite senza di me.
Immediatamente. Evitate le città. A hongyang presentatevi a padre
lee, Peking Lu, isolato 4, palazzo 3. Non pernottate nei monasteri
19.

Fu Da Lin a sentirla per primo. Un’auto che si avvicinava, frenava, si


fermava. Un motore che si spegneva. Due portiere che sbattevano.
«La polizia».
Balzarono in piedi, troppo sorpresi per dire qualcosa.
«La polizia» ripeté. «Dovete nascondervi».
Paul fu il primo a reagire. Si allontanò dal tavolo e prese in braccio
David. «Dove?»
A quel punto sentirono anche loro le voci di due uomini che si
avvicinavano.
Da Lin corse verso uno dei capanni, spalancò la porta e li spinse
dentro. Fece appena in tempo a richiuderla che i due poliziotti
entrarono nel cortile.
«Dov’è tuo nonno?»
Da Lin indicò la casa con un cenno del capo.
«Digli che dobbiamo parlargli».
Il ragazzo attraversò il cortile di malavoglia.
Christine non osava nemmeno respirare. Erano rannicchiati
accanto alla porta, se qualcuno l’avesse aperta li avrebbe scoperti
subito. Paul teneva stretto a sé David, con un dito sulle labbra per
indicargli di rimanere in silenzio. Attraverso le sottili fessure tra le
assi potevano osservare quanto succedeva fuori. I poliziotti erano a
una decina di metri di distanza. Christine sentì uno di loro sbuffare. Il
minimo rumore li avrebbe traditi. Un colpo di tosse. Uno starnuto.
Una parola di David.
Gli agenti si guardavano intorno. Uno si avvicinò al tavolo da
biliardo, che era proprio davanti al capanno. Prese la stecca e
appoggiò due palle al centro del tavolo. Christine vide chiaramente
la sporcizia sotto le sue unghie. David guardava terrorizzato il padre,
che si sforzava di sorridergli rilassato e ammiccante. Forse in quel
modo avrebbe tranquillizzato il figlio, certo non lei. Vedeva la paura
nei suoi occhi e sperava che David non la notasse. Che cosa
sarebbe successo se i poliziotti li avessero scoperti? Non potevano
seguirli al commissariato. Una volta finiti nelle mani delle autorità,
non ci sarebbero più state possibilità di tenere David con loro, Zhang
gliel’aveva spiegato chiaramente.
Si udirono lo schiocco delle palle da biliardo e la voce profonda di
Luo. «Metta subito via la stecca. È di mio nipote». Il vecchio uscì di
casa, di Da Lin non c’era più traccia.
Il poliziotto continuò a giocare, come se non lo avesse nemmeno
sentito.
Furibondo, Luo attraversò il cortile il più in fretta possibile e si
fermò imponente davanti all’uomo, che superava di tutta la testa.
«Non mi ha capito?»
Il poliziotto tirò un altro colpo con la massima calma.
Luo provò a strappargli di mano la stecca, ma non fu abbastanza
veloce. Con un movimento brusco afferrò l’aria, perse l’equilibrio e
cadde. Finì nella polvere a due metri dal capanno. Christine vide le
sue mani contrarsi nella polvere e poi stringersi a pugno. David aprì
la bocca per dire qualcosa, ma all’ultimo istante Paul gliela tappò
con la mano, scuotendo energicamente la testa.
«Alzati, vecchio».
Luo non si mosse.
«Avanti». Il poliziotto gli diede un colpetto sulla schiena con la
stecca.
Luo si sollevò con fatica.
Da Lin uscì di casa, si fermò sulla soglia, osservò la scena in
silenzio.
In mano stringeva la fionda.
20.

Luo spazzolò via con le mani la polvere dalla giacca. Si era lasciato
provocare, era stato un errore. Conosceva bene quel poliziotto. Lo
aveva interrogato più di una volta al posto di guardia ed era anche
venuto spesso alla fattoria. Nei due anni precedenti il vecchio aveva
imparato a suddividere gli agenti in diverse categorie. C’erano gli
indifferenti, il gruppo più numeroso, che cercavano semplicemente di
fare il proprio mestiere, senza mettersi troppo in mostra. C’era
qualche animo comprensivo, che lasciava intendere a Luo che, pur
condannando l’omicidio del figlio, non poteva intervenire in alcun
modo. E c’era un buon numero di zelanti, che prendeva sul serio il
proprio dovere e considerava Luo e Da Lin una minaccia all’ordine
pubblico. O almeno fingeva che fosse così.
Infine c’erano i sadici, che traevano piacere dal potere che
esercitavano sugli altri esseri umani. Il poliziotto in questione
apparteneva a questa categoria.
Luo zoppicò in fretta verso la panca davanti a casa. Sebbene non
sapesse precisamente dove si fossero nascosti Paul con Christine e
il figlio, voleva allontanare il poliziotto dai capanni. Immaginava che
si trovassero in uno dei due.
«Che cosa vuole da noi?»
«Vorremmo informarci sulle sue condizioni» rispose il secondo
poliziotto, che Luo non conosceva. Il suo tono fu così cortese da
lasciare interdetto Luo. Era chiaramente più giovane dell’altro, la
divisa era come minimo due taglie troppo grande, la cintura avrebbe
avuto bisogno di qualche buco in più. La pelle foruncolosa e la
peluria sopra le labbra lo facevano sembrare un ragazzino.
«Grazie, stiamo bene» rispose Luo con distacco. «Riferitelo al
vostro capo e sparite».
«Non abbiamo fretta» disse l’altro, avvicinandosi a Luo con in
mano la stecca da biliardo. «Che programmi avete per i prossimi
giorni?»
«Che programmi dovremmo avere? Lavorare il campo. Mietere.
Riparare il tetto. Tagliare la legna».
«Un sacco di lavoro per un vecchio solo». La voce trasudava
sarcasmo. «Per di più malato».
«Non sono solo».
«Non vorrai dirmi che quel mucchietto d’ossa ti aiuta».
Luo finse di non aver sentito.
«O magari avete degli ospiti che ti danno una mano?»
Luo provò una stretta allo stomaco. Se i poliziotti cercavano già
Paul e la sua famiglia, erano perduti. Non c’era modo di fuggire
inosservati dal capanno. E se anche ci fossero riusciti, dove
sarebbero andati? Dove sarebbero arrivati?
«Come le viene in mente che io abbia degli ospiti?»
«Un contadino del villaggio ha visto un forestiero, apparentemente
un gwai lo, che passeggiava con un bambino qui in cortile».
«Non conosco nessun gwai lo».
«No?»
«No!»
«E se qualcuno lo avesse visto sul tetto di casa vostra a sostituire
le tegole?»
«Ci tenete d’occhio? I vicini vi pagano forse per spiarci? Siamo
davvero in un paese ricco e sicuro, se la polizia non ha altro da
fare!»
«Non dire scemenze e rispondi!»
«Se qualcuno afferma una cosa del genere, si sbaglia».
«E se qualcuno fosse venuto qui nel tuo cortile e avesse visto un
gwai lo con i suoi occhi?»
«Allora mente».
«Perché dovrebbe farlo?»
«Che ne so io?» Luo sperava che i poliziotti non cogliessero la
sua insicurezza. «Forse ha lui stesso qualcosa da nascondere?»
L’agente più anziano aggrottò la fronte con diffidenza. «Allora per
chi avrebbe preso in prestito una bicicletta per bambini, il tuo
moccioso?»
Era ovvio che i vicini li spiassero, era ovvio che Deng avesse
riferito il proprio incontro alla polizia. Come aveva potuto pensare il
contrario. Erano malvisti da tutti. Come prima, e anche adesso.
Probabilmente non avevano dovuto nemmeno pagare. Denunciare
Luo non costava niente. Non guastava di sicuro fare un piccolo
favore alla polizia.
«Non ne ho idea. Lo chieda a lui».
«Quel lurido fetente non parla». Il poliziotto si avvicinò comunque
a Da Lin, fermandosi minaccioso davanti a lui. «Perché hai preso la
bicicletta?»
Da Lin, imperturbabile, girò la testa lentamente da una parte,
come se la cosa non lo riguardasse affatto.
«Sai una cosa, piccoletto? Se volessi, potrei farti parlare nel giro di
due secondi, ci credi?»
Il poliziotto rivolse un cenno al collega. «Per cominciare diamo
un’occhiata in giro».
Luo stava per cercare di ostacolarli, ma poi ci ripensò.
«Non avete davvero niente di meglio da fare che sorvegliare un
vecchio storpio e un bambino?»
Forse sarebbe riuscito a distrarli grazie a una provocazione.
«Quanto vi pagano per questo lavoraccio?»
I poliziotti lo superarono ed entrarono in casa.
«Non avete proprio il minimo rispetto, almeno per voi stessi?
Perché accettate di fare certe porcherie? Quanto vi paga la Golden
Real Estate perché lasciate a piede libero gli assassini di mio figlio?»
gli gridò dietro Luo disgustato. «Avanti, ditemelo, quanto?»
21.

Christine si aggrappò a lui da dietro. Paul sapeva che cosa stava


pensando: erano perduti. Basta. Era finita. Il tavolo da pranzo era
ancora apparecchiato. In camera da letto avrebbero trovato la
valigia, i giocattoli di David, i loro libri, e non avrebbero smesso di
cercare finché non li avessero scovati.
Si addentrarono nel capanno e si nascosero dietro una grossa
catasta di legna. Paul si guardò intorno alla ricerca di un’arma. Non
si sarebbe fatto catturare dalla polizia. Lo aveva promesso a
Christine, sconvolta, la notte prima. Qualunque cosa fosse
successo, non si sarebbero arresi, non si sarebbero separati da
David. Lui l’aveva assecondata per tranquillizzarla, anche se l’idea lo
sgomentava. In fondo era convinto che le loro possibilità fossero
maggiori in un tribunale, piuttosto che opponendo resistenza. Vide
una falce appesa alla parete, Christine gliela porse. A quanto aveva
potuto vedere, i poliziotti non erano armati.
Li sentirono uscire di casa.
«Di chi sono queste mutande?»
Paul temeva che avessero trovato un paio di slip di Christine. «Te
le metti tu?»
«Sono di mia nuora» rispose Luo. «Le ha dimenticate qui l’ultima
volta. Oppure credete che un gwai lo porti delle mutandine da donna
rosse? Che cosa vi insegnano alla scuola di polizia?»
I poliziotti non risposero e attraversarono il cortile diretti ai
capanni. Paul chinò la testa e rimasero rannicchiati vicini, con David
nel mezzo. Qualcuno aprì la porta del capanno accanto. Poi la
richiuse.
La loro porta si aprì.
Trattennero il respiro. Gli occhi terrorizzati di David. Paul strinse
più forte la falce.
La porta si richiuse.
Silenzio.
Passi che si allontanavano.
Paul tornò verso la parete per vedere meglio.
La voce di Luo, quasi isterica per il sollievo. «Che cosa vi avevo
detto? Siete contenti, ora? Mi credete?»
«Chiudi la bocca» gli ordinò il più anziano. «Hai idea di dove può
essere andato il gwai lo?»
«No. Chiedetelo ai vostri informatori. Loro avranno sicuramente
qualche idea».
«Riflettici bene».
«Perché? Anche se sapessi qualcosa, credete seriamente che
verrei a dirlo a voi?»
Per un attimo sembrò che il poliziotto volesse percuoterlo. Aveva
già alzato la mano, il pugno pronto a colpire. Poi la lasciò ricadere e
si girò. «Sei un imbecille. Vedi di non fare la fine di tuo figlio».
I poliziotti si stavano avviando verso il portone quando risuonò un
grido.
«Fermi!»
Era Da Lin. «La stecca! È mia».
In seguito Paul, ripensando al momento in cui diverse vite
avevano avuto una tragica svolta, si sarebbe chiesto più volte se le
cose sarebbero andate diversamente se Da Lin fosse stato meno
perentorio. Se avesse chiesto indietro la stecca con umiltà, insieme
a qualche frase di spiegazione da parte di Luo sul significato affettivo
di quell’oggetto per il nipote. Sguardi imploranti. Qualche lacrima del
bambino. Forse allora i poliziotti sarebbero stati più comprensivi.
Probabilmente, però, gli attori del dramma erano troppo provati e ciò
che accadde fu semplicemente la conclusione inevitabile di una
tragedia iniziata due anni prima con una disputa per un pezzo di
terra. O forse prima ancora.
Probabilmente erano tutti troppo prigionieri della situazione perché
le cose potessero finire diversamente.
Così come la maggior parte delle storie recava in sé la propria fine
già dal principio.
I poliziotti si fermarono, quello con la stecca si voltò.
«Allora sai parlare» disse scuotendo la testa stupefatto. «Buono a
sapersi».
Alzò una gamba, spezzò la stecca battendola energicamente sulla
coscia, quindi gettò i due pezzi di legno verso il ragazzo.
«Tienila pure» disse ridendo.
Non aveva ancora raggiunto il portone che stramazzò lanciando
un breve grido strozzato.
22.

Di solito gli veniva una violenta nausea quando vedeva i poliziotti.


Che venissero a trovarli alla fattoria, oppure che lui dovesse andare
al posto di guardia con il nonno o che li incontrassero in città. Nel
vederli lo stomaco gli si chiudeva e gli veniva da vomitare. Non
poteva farci niente. Era come quando gli altri bambini stavano male
alla vista di un cane o di un gatto investiti per strada, con i visceri
che fuoriuscivano dall’addome.
Ma quel giorno era tutto diverso. Invece di restare paralizzato dalla
paura, sapeva che cosa fare. Nascondere gli ospiti. Andare a
prendere il nonno. Sistemare la casa.
Mentre il nonno bisticciava con gli agenti in cortile, eliminò
velocemente tutte le tracce. Infilò le stoviglie sporche nella credenza,
nascose gli spazzolini dietro il gabinetto, gettò i giocattoli e i libri
nella valigia e la infilò sotto il letto. Sparse per terra i suoi indumenti
sporchi, le mutande sporche le mise proprio davanti alla porta.
Avrebbero dovuto cercare attentamente per trovare un indizio dei
loro ospiti. Prese la fionda e un paio di sassi e uscì.
Come aveva fatto a non accorgersi delle mutandine?
Quando il poliziotto aveva aperto la porta del secondo capanno,
aveva preparato il sasso. Non gli avrebbe permesso di portare via
Paul, Christine e David.
Sapeva come sarebbe finita.
Lenzuoli bianchi. Insanguinati.
Poi successe tutto molto in fretta.
La stecca di suo padre. Lo schianto del legno che si spezzava.
Non furono necessarie pazienza e concentrazione per quel tiro.
Alzare.
Tendere.
Mirare.
C’era un solo punto. La testa – e non era piccola.
Mollare.
23.

Il proiettile perforò la tempia sopra l’orecchio e penetrò nel cervello.


Dalla ferita aperta il sangue scorreva lungo il collo e gocciolava per
terra, penetrando nella sabbia. Il poliziotto lanciò qualche gemito di
dolore, poi perse i sensi.
Il giovane collega rimase accanto a lui, sbiancando per lo shock.
Si guardava intorno, disorientato, senza capire che cosa avesse
colpito il collega. «Alt!» gridò nel silenzio. «Alt! Fermi tutti!»
Luo aveva avuto l’impressione di sentire volare il sasso. Un sibilo
lieve. Un tonfo attutito. In un primo momento era stato assalito dallo
stesso panico di allora, quando avevano trascinato alla fattoria il
cadavere del figlio. Nel giro di pochi secondi però si mise a pensare
al da farsi. Allontanare gli agenti dalla fattoria. Organizzare la fuga di
Da Lin.
Si chinò sul ferito, cui sembrava che fosse scoppiata un’arteria.
«Ha bisogno di un dottore, altrimenti morirà dissanguato».
L’agente più giovane impallidì ulteriormente. «Che cosa è
successo?»
Senza rispondere alla domanda, Luo prese un braccio dell’uomo
svenuto. «Mi aiuti, dobbiamo portarlo in città».
Insieme lo trascinarono verso l’auto e con notevole fatica
riuscirono a caricarlo sul sedile posteriore.
«Ma lei ce l’ha la patente?»
Il poliziotto annuì.
«Allora raggiunga il più in fretta possibile l’ospedale più vicino».
Luo tornò zoppicando in cortile, dove trovò ad aspettarlo Da Lin,
Paul, Christine e il piccolo David. I loro sguardi interrogativi.
«Prendete le vostre cose» ordinò. «La polizia sarà qui al massimo
tra un paio d’ore. Cercherò di trovare in paese qualcuno che vi dia
un passaggio».
Nel villaggio c’era solo un uomo abbastanza intrepido da accettare
l’incarico. Luo non si fidava di lui, perché più di chiunque altro si era
lasciato ammaliare dal miraggio del denaro. Ma non avevano altra
scelta.
Il monastero
1.

L’auto era una Volkswagen Passat ammaccata che puzzava di fumo


stantio. Sul cruscotto non funzionava nemmeno una spia, c’erano
cavi che pendevano dappertutto, i sedili erano tenuti insieme con il fil
di ferro, il cassettino anteriore era bloccato. Il parabrezza aveva due
crepe.
L’autista li scrutò diffidente e insistette affinché Paul si sedesse
davanti accanto a lui. Aprì il bagagliaio aiutandosi con un martello e
caricò i bagagli. Li avrebbe portati fino a Hongyang in sedici, diciotto
ore, dipendeva dal numero di soste che avrebbero fatto.
Pagamento anticipato, su questo non transigeva.
All’inizio del viaggio Paul si sforzò di avviare una conversazione e
venne a sapere che l’uomo era stato marinaio e poi con i soldi
risparmiati aveva aperto un ristorante. Poco tempo dopo, tuttavia, il
locale era fallito, la moglie lo aveva lasciato e si era portata dietro la
loro figlia. Da allora viveva con i genitori e si manteneva con lavoretti
saltuari come quello. Non si era risposato e non aveva più contatti
con la figlia, non sapeva neppure dove abitasse. Non aveva una
grande opinione del governo, e neppure del partito. Della polizia
ancora meno. Erano tutti corrotti. Non avrebbe avuto niente in
contrario a un ritorno di Mao.
Poi la conversazione si era interrotta.
Il conducente si accendeva una sigaretta dopo l’altra, ignorando la
loro educata richiesta di non fumare o almeno di ridurre la quantità.
Paul pensava a Luo, alle poche frasi con le quali gli aveva fatto
capire che ormai non avevano altra scelta che portare con loro Da
Lin. Lui e Christine avevano risposto con un cenno del capo ed
erano corsi a radunare le loro cose.
A un certo punto Luo lo aveva preso da parte e gli aveva messo in
mano una foto in bianco e nero di sua moglie. «Puoi portarla a
Pechino per me?»
«Certo, ma perché?»
«Visitare Pechino era sempre stato il suo sogno, ma non ci siamo
mai riusciti».
Era stato un commiato singolare. Luo aveva sospinto il nipote
verso l’auto, gli aveva dato una pacca sul sedere in silenzio, si era
girato ed era tornato zoppicando in cortile. Niente abbracci, niente
parole solenni. Anche Da Lin era salito a bordo senza voltarsi.
Quando Paul tornò indietro di corsa, perché nella fretta aveva
dimenticato i loro passaporti in un cassetto, trovò Luo che piangeva
sulla panca. Si fermò e fece per dire qualcosa, ma Luo gli fece
capire con un cenno di tornare alla macchina e di lasciarlo in pace.
Non riusciva a togliersi dalla mente l’immagine del vecchio
raggomitolato a piangere sulla panca.
Avevano ricevuto il numero di telefono e l’indirizzo della madre di
Da Lin a Pechino e avevano promesso di consegnarle il ragazzo. Di
persona. Di affidarlo alle cure della madre e di nessun altro. Paul
aveva dovuto giurarlo.
Era buio e faceva più freddo, nello specchietto Paul vide che
Christine si era appisolata. David dormiva tra le sue braccia, Da Lin
era appoggiato alla sua spalla, anche lui addormentato.
All’improvviso l’uomo frenò e imboccò una strada secondaria.
«Che cosa fa?» chiese Paul diffidente.
«I soldi non bastano» dichiarò deciso l’altro.
«Che cosa significa? Ci siamo accordati sul prezzo» ribatté adirato
Paul. «Ha già ricevuto i suoi soldi. Si rimetta in marcia».
L’autista spense il motore. «Il prezzo è cambiato».
Paul credeva che si trattasse del solito scherzetto per estorcere
altri soldi. Parcelle e prezzi che raddoppiavano da un giorno all’altro,
retribuzioni e compensi che si dimezzavano: gli era capitato spesso
di sperimentarlo durante i suoi viaggi in Cina. Era tutto un
mercanteggiare e contrattare, ma se non ci si faceva intimidire e si
insisteva sul rispetto delle condizioni pattuite, la controparte alla fine
cedeva sempre.
«Non può fare così, badi bene. Un accordo è un accordo. Adesso
riparta».
«O paghi o scendete».
Quell’uomo aveva l’impudenza di minacciarlo? «Ora la smetta.
Vuole la mancia oppure no? Il viaggio è ancora lungo. Riparta».
«Scendete» ripeté l’uomo con calma, ma dal suo tono si capiva
perfettamente che faceva sul serio.
A Paul si seccò la bocca. I bambini si erano svegliati, Christine
chiedeva perché fossero fermi. Guardò fuori dal finestrino. Era buio
e, da quanto poteva intravedere, erano ai margini di un campo
mietuto, senza una casa né una fattoria nei dintorni. L’ultimo villaggio
che avevano attraversato era come minimo a una ventina di
chilometri di distanza.
«Quanto?»
«Tre volte tanto».
«È impazzito?»
«Non uno yuan di meno».
Paul fece qualche calcolo. Mettendo insieme i dollari di Hong
Kong e i RBM che aveva non avrebbe raggiunto neppure il doppio
del prezzo pattuito. «Non li ho».
L’uomo rispose con una scrollata di spalle.
«Non può farlo. Abbiamo due bambini con noi».
«Fuori» ripeté imperturbabile l’altro.
«Il doppio».
Il conducente tirò una boccata di sigaretta, soffiò il fumo verso
Paul e scosse la testa.
«La prego, mi deve credere, è tutto ciò che abbiamo».
«Allora scendete subito».
«Mi ascolti, le darei di più, ma non abbiamo altro. Può perquisirci,
se pensa che dica una bugia».
«Non mi interessa. Fuori».
«No». Paul scrutò attentamente l’uomo. Era più basso di lui, ma
aveva vent’anni di meno ed era molto muscoloso. Fisicamente Paul
non aveva alcuna possibilità di farcela.
«La prego, non possiamo rimanere per strada di notte con i
bambini. Ci porti almeno fino al prossimo villaggio».
«No. Scendete subito». La sua voce assunse un tono minaccioso.
Paul comprese che non c’era più niente da fare. «D’accordo, il
triplo. Luo le darà il resto dei soldi».
«Non dire stronzate, quello non ha più nemmeno uno yuan. E poi
non lo rivedrò tanto in fretta. Al mio ritorno lo avranno già arrestato».
«Allora le farò un bonifico non appena saremo tornati a Hong
Kong».
«Un bonifico?»
«Glielo prometto. Le do la mia parola».
«La tua parola?» L’uomo lo guardò come se Paul avesse fatto una
battuta di spirito malriuscita. «Mi hai preso per uno stupido?»
Con un gesto brusco tirò fuori un coltello a serramanico dal vano
della portiera e lo fece scattare.
«Giù dalla macchina».
2.

Da Lin osservava i due uomini sui sedili anteriori. Litigavano per i


soldi, e il suono delle loro voci gli fece capire che il viaggio sarebbe
terminato lì. Strinse più forte la fionda che teneva in mano. Avrebbe
voluto aiutare Paul, ma da quella distanza e nello spazio angusto
dell’abitacolo non poteva fare nulla con la sua arma.
Perché il nonno si era fidato proprio di quel tizio? Come aveva
potuto credere che avrebbe mantenuto la parola? Tutto il villaggio
sapeva che era un farabutto. Un traditore. Uno che picchiava
addirittura i genitori se aveva bevuto. Da Lin non lo sopportava.
Tutte le volte che lo incontrava per strada si spostava sull’altro lato.
Fuori era buio pesto. Non si scorgeva neppure la fioca luce di un
casolare. Tra poco si sarebbero ritrovati sul ciglio della strada, al
buio, con i loro bagagli, senza sapere che fare. Non che quel
pensiero lo impaurisse. Da quando aveva visto il poliziotto riverso
nel cortile, con la ferita sanguinante, non provava più niente. O
meglio quasi niente. Come se tutte le cose che stavano accadendo
riguardassero un altro. Era un semplice osservatore. Guardava da
distanza di sicurezza.
Dopo la partenza dei poliziotti aveva infilato qualcosa in un
sacchetto, come gli aveva detto il nonno. Poi si era seduto in cortile
ad aspettare.
All’arrivo dell’auto era salito a bordo, e il nonno era rimasto muto.
Neppure un cenno. Si era girato ed era tornato zoppicando in cortile,
senza aspettare che partissero.
Allora Da Lin aveva capito che non lo avrebbe mai più rivisto. Non
ci sarebbe stato più nessun «a presto», per loro.
La polizia sarebbe arrivata e avrebbe cercato lui e, siccome non
c’era, avrebbero arrestato il nonno. Lui si sarebbe opposto, come
aveva fatto suo padre, e loro lo avrebbero picchiato come avevano
picchiato suo padre.
Non avrebbe mai più rivisto la fattoria. Il cane. Le galline.
Non avrebbe rivisto il tavolo da biliardo. La racchetta da ping-
pong. Di tutte le cose che suo padre gli aveva costruito, la fionda era
l’unica che gli restava.
Non era neppure sicuro che avrebbe rivisto sua madre.
Paul aveva promesso al nonno di consegnarlo a lei
personalmente. Aveva visto il nonno scrivere l’indirizzo e il numero di
cellulare su un foglio.
Che cosa importava? Forse lei si era trasferita da tempo, a
Shanghai o magari di nuovo a Shenzhen. Forse aveva un nuovo
marito, un nuovo figlio. Perché non era tornata a casa per il
capodanno cinese?
Che cosa ne sarebbe stato di lui se sua madre non lo avesse più
voluto? Non poteva andare a Hong Kong. Altri parenti non ce
n’erano.
Probabilmente l’avrebbero lasciato a un angolo di strada a
Pechino. Oppure in un ristorante. Aspettaci qui, torniamo subito, gli
avrebbero detto. Lui sarebbe rimasto seduto lì ad aspettare. E ad
aspettare.
Nemmeno questo pensiero gli provocava emozione.
O almeno non molta.
Paul e il guidatore stavano ancora litigando. Da Lin tirò fuori un
sasso dalla tasca e lo collocò nell’elastico. Voleva alzare la fionda,
ma il guidatore era protetto dal poggiatesta. Dentro quell’auto la sua
arma non serviva a niente.
Vide poi la punta di un’asta metallica fuoriuscire dal sedile davanti
a lui. Ci appoggiò il ginocchio, fino a sentire dolore. Poi aumentò la
pressione. Avvertì il metallo freddo lacerargli le carni, dapprima di
striscio, poi sempre più in profondità man mano che la pressione
aumentava.
Il dolore era piacevole.
Il sangue gli scorreva lungo la gamba.
Gradevolmente caldo.
3.

Le lacrime di Luo impiegarono parecchio ad asciugarsi. Non c’era


più nessuno per cui trattenerle. Al dolore per la partenza di Da Lin si
mescolava una fitta bruciante alla gamba, che gli risaliva fino al
fianco e si affievolì solo lentamente.
Luo si soffiò il naso e si guardò intorno. La fattoria sembrava già
abbandonata, come lo sarebbe stata nel giro di poche ore. Il vento
soffiava nuvole di polvere dal portone aperto, il tavolo da ping-pong
e quello da biliardo erano già ricoperti da una patina grigia. La porta
di casa, aperta, cigolava. Il cane sonnecchiava sdraiato ai suoi piedi.
Pensò al poliziotto. A giudicare dalla posizione della ferita e dalla
perdita di sangue aveva poche chance di farcela. Forse era già
morto dissanguato lungo il tragitto verso l’ospedale. Sebbene
quell’uomo lo avesse maltrattato e tormentato durante gli
interrogatori, Luo constatò con sorpresa di provare qualcosa di
simile alla compassione, non tanto per lui, quanto per la sua
famiglia. Un bambino avrebbe perso il padre. Una donna il marito. I
genitori un figlio.
Ci hanno trasformato in un popolo di assassini, gli venne da
pensare. Persino un dodicenne.
Hanno seminato dentro di noi tanta rabbia e odio, tanta amarezza
e disperazione, hanno commesso così tante ingiustizie verso di noi
che non siamo in grado di fare altro che ricorrere alla violenza.
Loro.
Chi erano quei “loro”? Luo non aveva ancora trovato una risposta
soddisfacente a questa domanda. Il partito. I comunisti, dei quali lui
stesso prima aveva fatto parte. I potenti e i loro tirapiedi. Quelli
c’erano dappertutto, in ogni villaggio, in ogni famiglia. Loro. Noi. Più
ci rifletteva, più il loro e il noi si fondevano insieme.
Per Da Lin aveva sperato in un futuro migliore. Questa speranza
l’aveva abbandonata alla morte di Zhong Hua.
Ora non poteva più fare niente per il nipote. Dal giorno
dell’incidente alla gamba aveva pensato sempre più spesso di
portarlo a Pechino. Aveva rimandato di mese in mese, perché non
se la sentiva di separarsi da lui.
Da Lin.
Com’era legato a quel nipote. Adesso però non aveva avuto altra
scelta che affidarlo alla famiglia di forestieri.
Luo udì le auto già da lontano. Dovevano essere come minimo tre,
forse di più. Si avvicinavano a velocità sostenuta.
Se i poliziotti lo avessero lasciato parlare, avrebbe dichiarato di
essere stato lui a tirare il sasso con la fionda. Sarebbero stati
contenti di avere un reo confesso.
Era sempre questione di colpa e castigo, non di giustizia.
Le auto frenarono bruscamente. Le portiere furono aperte e
richiuse di scatto. Luo voleva presentarsi con dignità e si alzò.
Raggiunsero il portone di corsa. Erano più di quanti avesse
immaginato. Per un istante provò un impeto di paura. I poliziotti gli
avrebbero fatto sentire la propria collera. Per come li conosceva,
prima avrebbero colpito duramente, e poi avrebbero fatto le loro
domande.
Chiuse gli occhi, pensò a suo figlio e la paura svanì. I primi agenti
si riversarono in cortile e gli andarono incontro. Aveva la sensazione
che Zhong Hua fosse con lui.
Non lo aveva più sentito tanto vicino da quando era morto.
4.

Erano fermi in mezzo al viottolo di campagna con i bagagli e Paul


era in preda allo sconforto. Da quando l’auto era scomparsa oltre
una curva, erano circondati da un silenzio quasi completo. Cercò la
mano di Christine e la strinse forte. Nell’oscurità scorgevano a fatica
il ciglio della strada.
Non sapeva neppure da che parte dovessero andare. Tornare
indietro o proseguire, nella speranza che dietro una collina ci fosse
un villaggio? E poi? Anche se avessero trovato un centro abitato
dopo qualche chilometro, chi li avrebbe aiutati a quell’ora tarda?
Come spiegare chi erano, da dove venivano, dov’erano diretti?
Tornarono sulla strada principale e si misero in cammino,
scegliendo di andare avanti. Da Lin stringeva la mano di Christine,
Paul teneva in braccio David.
Dopo più di un’ora di marcia udirono dietro di loro il rombo di un
motore. Da lontano videro due fasci luminosi scomparire dietro
un’altura, e poi riapparire. L’auto rallentò e due uomini li guardarono
meravigliati dal parabrezza. Paul fece loro segno di fermarsi: per un
istante parvero indecisi, poi ripresero velocità.
La seconda auto, mezz’ora più tardi, non rallentò neppure.
Nemmeno la terza.
La quarta si fermò cinquanta metri più avanti. Paul le corse
incontro il più velocemente possibile, ma quando l’aveva quasi
raggiunta l’auto ripartì e scomparve nella notte.
Paul si accorse che Da Lin e Christine erano spossati. Era
passata la mezzanotte e si sedettero sul ciglio della strada a
riposare. Quando Paul vide arrivare un’altra macchina da lontano, si
piazzò sul bordo della carreggiata agitando le braccia.
La macchina rallentò, ma senza fermarsi.
All’arrivo della successiva, Paul si mise proprio in mezzo alla
strada e si sbracciò. L’automobilista accelerò, puntando contro di lui.
Se non si fosse spostato all’ultimo istante, Paul sarebbe stato
investito.
Lo prendevano forse per un ladro, convinti che fosse una
messinscena?
Un’ora più tardi una vettura si fermò.
Era un furgoncino con il pianale scoperto, nell’abitacolo erano
stipati tre monaci buddhisti e un giovane. Abbassarono il finestrino.
«Dove siete diretti?»
Paul si strinse nelle spalle, indeciso.
«Volete venire al nostro monastero?»
«Sì, per favore».
«Salite».
Si arrampicarono sul pianale e misero Da Lin e David nel mezzo.
Dal finestrino posteriore videro i monaci rivolgere loro un segno con
il pollice alzato. Paul annuì, sfinito e riconoscente.
Il vento era gelido, così si rannicchiarono al riparo dell’abitacolo
stringendosi l’uno all’altro. Dopo pochi minuti Da Lin, David e
Christine si addormentarono, nonostante il freddo e gli scossoni.
Paul sprofondò in uno stato di catalessi, tra il sonno e la veglia.
A un certo punto si accorse che si stavano fermando. Udì delle
voci, Christine e i bambini dormivano ancora, qualcuno stese delle
coperte su di loro. Paul era troppo esausto per capire dove si
trovassero.
Poco dopo il sorgere del sole fu svegliato dalla vibrazione del
cellulare che teneva nella tasca dei calzoni.
Un messaggio da Zhang.
Dove siete?
Paul rispose subito. In viaggio per Hongyang
Luo è con voi?
No
Dov’è?
??
Poco dopo il cellulare suonò. Paul trasalì, erano d’accordo di
telefonarsi solo in caso di assoluta emergenza. Oppure non era
Zhang a chiamarlo? Chi altri aveva il suo numero?
«Pronto?» mormorò Paul a bassa voce, per non svegliare gli altri.
«Sono io» rispose Zhang. «Dove siete?»
«Non lo so con precisione» rispose Paul tirandosi su a sedere.
«Credo in un monastero. Siamo stati raccolti questa notte da alcuni
monaci».
«Non sai dov’è Luo?»
«No. Alla fattoria, credo».
«Non c’è. Quando siete partiti da lì?»
«Ieri pomeriggio».
Zhang fece un profondo sospiro. «Io sono appena arrivato. Qui è
un disastro. In casa ci sono sedie e scaffali rovesciati, il tavolo è
spezzato, la credenza sfondata. In cortile c’è un cane morto. C’è
sangue dappertutto».
Paul ammutolì per lo sgomento.
«Pronto?»
«Ci sono».
«Hai ricevuto il messaggio con l’indirizzo di Hongyang?»
«Sì».
«Fatti vivo non appena sai dove vi trovate. Cercherò di
raggiungervi a Hongyang».
Paul avrebbe voluto parlare più a lungo con lui, la sua voce
familiare gli dava conforto, ma Zhang interruppe la comunicazione
senza aggiungere altro.
Christine, Da Lin e David non si erano mossi. Paul non ce la
faceva più a rimanere sdraiato, gli doleva la schiena a forza di stare
steso sul duro, così scese dal furgoncino.
Da qualche parte era stato acceso un fuoco, nell’aria c’era odore
di legna bruciata. Una brezza leggera faceva tintinnare i campanelli
collocati sui tetti. Il monastero era composto soltanto da due edifici e
da un tempio, circondati da un muro di cinta. Nel tempio scoprì tre
statue di Buddha circondate da file di lumini colorati. Davanti c’erano
offerte di biscotti e fiori di plastica.
Si mise seduto su un ceppo di legno al sole dell’alba; accanto a
lui, su un filo da bucato, erano stese ad asciugare tonache color
ruggine. Un giovane monaco gli andò incontro, era uno dei tre che li
avevano caricati quella notte. Paul si alzò e s’inchinò.
«Vi ringraziamo moltissimo. Ci siete stati di grande aiuto».
Il monaco rispose con un sorriso. «Immagino che avrà fame».
«Un po’».
«Venga con me».
Lo condusse in un piccolo refettorio, prese una ciotola da uno
scaffale, la riempì di riso e verdure saltate e la posò sul tavolo.
«Un po’ di tè?»
«Volentieri».
Poco dopo sedevano in silenzio l’uno di fronte all’altro.
Il monaco lo scrutava attentamente; non riusciva a distogliere gli
occhi, quasi avesse di fronte una creatura esotica da esaminare.
«È molto buono» disse Paul con la bocca piena. «Grazie».
Il monaco sorrise. Poi scoppiò a ridere. Era una risata priva di
cattiveria, né aggressiva né impacciata, non voleva nascondere né
dissimulare nulla.
A un certo punto Paul non poté fare a meno di unirsi a lui.
L’abate entrò nel refettorio. Il novizio ammutolì e si alzò, fece un
inchino riverente e uscì dopo una breve esitazione.
«Benvenuto» disse l’abate con una voce roca; poi si mise seduto
accanto a Paul ed esaminò accuratamente il visitatore forestiero.
Dovevano essere coetanei, il monaco aveva rughe profonde, mani
forti e l’addome tondo. A Paul dava l’impressione di aver trascorso
gran parte della sua vita nei campi.
«La ringrazio. Le siamo molto riconoscenti per l’ospitalità» rispose
Paul, augurandosi che il monaco non gli facesse troppe domande.
«Dove siete diretti?»
«A Hongyang».
«È molto lontano».
Paul annuì. «Magari in paese c’è una specie di taxi che possiamo
prendere?»
L’abate si versò del tè. «Non credo. Ma possiamo portarvi fino
all’autobus che arriva a Xian. Lì troverete sicuramente un
collegamento per Hongyang».
«Preferirei… non prendere l’autobus» obiettò evasivo Paul.
«Lo avevo immaginato».
Seguì un momento di silenzio carico di imbarazzo. L’abate si
schiarì la voce. «Mi hanno raccontato di avervi trovato nel cuore
della notte su una strada in mezzo alla campagna».
A Paul non veniva in mente nessuna motivazione plausibile,
perciò si limitò ad annuire in silenzio.
Il monaco bevve un sorso di tè in attesa di una spiegazione. Non
ottenendone alcuna, la sua espressione si incupì. «Siete turisti?»
«Sì. Veniamo da Hong Kong».
«Da Hong Kong?» ripeté l’abate curioso. «È molto lontano».
Non aveva senso. Qualunque cosa Paul dicesse li avrebbe resi
ancora più sospetti agli occhi del monaco. «E dobbiamo raggiungere
Hongyang il prima possibile. Quanto tempo ci vuole in macchina?»
«Direi da otto a dieci ore. Che cosa andate a fare a Hongyang?»
Paul non rispose alla domanda, esitando a formulare ciò che
pensava. «Il vostro autista non potrebbe…?»
L’abate scosse la testa. «Mi rincresce, è troppo lontano. Abbiamo
bisogno di lui qui. Vorrei aiutarvi, ma temo di non poterlo fare».
«Ma come faremo a raggiungere Hongyang?» esclamò Paul suo
malgrado.
«Con il treno oppure con l’autobus» rispose con distacco il
monaco.
Paul si sentì mancare, come se l’aria uscisse piano piano dal suo
corpo. La testa e le spalle diventarono più pesanti, la schiena gli si
incurvò.
L’abate lo osservò con calma. «Quanto tempo avete?»
«Pochissimo».
«E quanto denaro avete con voi?»
«In totale forse duemila renminbi, in yuan e dollari di Hong Kong».
«Tutto qui?»
«Sì».
«Mhm. Gioielli?»
A questo non era ancora arrivato. Paul ci pensò su. «Due fedi
d’oro, piuttosto costose. Mia moglie porta una catenina, ma nulla di
valore».
Il monaco scrollò il capo, deluso. «Non credo che troverò nessuno
qui al villaggio. Datemi tutto ciò che avete, proverò a chiedere in
giro».
«Grazie, grazie davvero».
Il sollievo durò pochissimo.
Pagamento anticipato.
I loro sguardi si incrociarono e di colpo Paul si domandò se
potesse fidarsi di quell’uomo. I soldi e i gioielli erano tutto ciò che
rimaneva loro. Che cosa avrebbero fatto se il monaco non avesse
trovato nessuno ma si fosse rifiutato di restituirgli i soldi? O se fosse
scomparso direttamente con i loro averi? Se li avesse presi per poi
andare ad avvisare la polizia?
«Che c’è? Non vuoi andare a prendere i soldi e gli anelli?»
Non sapeva dire da che cosa dipendesse. Dalla voce, nella quale
di colpo gli era parso di cogliere una nota di avidità? Dalla posa
improvvisamente tesa? Dallo sguardo che evitava il suo? Oppure si
stava immaginando tutto? Il dubbio s’insinuò sempre più
profondamente in lui. Il sospetto era un animale famelico. Paul si
odiava per ciò che stava pensando. Davanti a lui c’era l’abate di un
monastero! Un uomo che probabilmente trascorreva la vita a
meditare e ad aiutare i poveri, invece di inseguire in qualche città il
sogno cinese della ricchezza. Un uomo che gli offriva
generosamente il proprio aiuto.
Per compassione.
Oppure per avidità?
«Forse, a pensarci bene, è meglio se prendiamo l’autobus» disse
Paul suo malgrado.
«Ne sei sicuro?»
Quella domanda scaturiva da una sincera preoccupazione o era
una minaccia?
Paul era completamente disorientato. Non riusciva più a
distinguere l’una dall’altra. «Sì».
«Non c’è problema. Vi porteremo noi alla stazione. Ci sono solo
due corse al giorno, una la mattina e una la sera. Dovreste riuscire a
prendere quello delle nove. Arriverete a Xian in serata».
Era stato un errore declinare l’offerta? La voce dell’abate non
tradiva la delusione per un affare andato a monte, bensì quasi
sollievo alla prospettiva di liberarsi così in fretta dei forestieri.
Il cellulare di Paul vibrò. «Mi scusi».
Lo tirò fuori goffamente dalla tasca.
Sono sulle mie tracce.
Paul stava per mettere via l’apparecchio quando arrivò una
seconda notifica.
Non metterti più in contatto. Togli la batteria dal telefono. Padre
Lee vi aspetta
«Un amico» spiegò Paul impacciato. «Ci prega di raggiungere
Hongyang il prima possibile. Una questione urgente che riguarda la
famiglia di mia moglie».
5.

Non avrebbe consegnato la sua fede nuziale. Per nessun motivo.


Qualunque cosa dicessero Paul e quel monaco antipatico. Piuttosto
si sarebbe fatta strappare di bocca le due capsule d’oro.
La catenina sì, ma era roba di poco valore. L’abate le gettò
un’occhiata solo di sfuggita, scuotendo la testa con disdegno.
Mostrò più interesse per un’altra, d’argento e con un amuleto di
sua madre. L’esaminò come un gioielliere, poi la prese.
No, non aveva nient’altro con sé, a parte il talismano di giada,
naturalmente. Quello lo teneva sempre in tasca, anche se a
posteriori doveva ammettere che finora non aveva adempiuto
neanche lontanamente la sua funzione. Non l’aveva protetta dal
matrimonio con il primo marito, né le aveva assicurato alcuna fortuna
materiale. E nella giornata di febbraio, fredda e piovosa, in cui aveva
incontrato Paul per la prima volta, lo aveva lasciato sul comò in
camera da letto.
Era un drago dai riflessi verdi, a quanto ne sapeva risaliva
all’epoca della dinastia Ming. Un regalo del padre per la sua nascita,
l’unico ricordo che conservasse ancora di lui. Da bambina a Hong
Kong lo aveva custodito come un tesoro. Prima di dormire spesso lo
metteva sotto il cuscino, nella speranza che l’aiutasse a essere più
vicina al padre e al fratello. Certe notti il miracolo si compiva: loro le
apparivano in sogno e parlavano con lei, finché si svegliava convinta
che fossero veramente davanti al suo letto.
Christine aveva sempre creduto che la pietra possedesse un
valore più ideale che materiale, ma se interpretava correttamente
l’espressione del monaco era stato un errore. Un grosso errore.
Sì, quello era disposta a cederlo per un passaggio fino a
Hongyang, ma nient’altro. Avrebbero conservato i contanti e gli
anelli.
L’abate esaminò il drago di giada ancora una volta da tutte le
angolazioni. Lo tenne controluce, studiò il disegno della pietra, lo
accarezzò quasi con tenerezza.
Per duemila renminbi e il drago avrebbe trovato sicuramente
qualcuno nei paraggi.
«Mille. Non uno yuan di più». Sperava che Paul si astenesse
dall’intervenire. Non era bravo a contrattare.
«Millecinquecento».
«D’accordo».
Il sorriso soddisfatto del monaco dimostrò a Christine che avrebbe
dovuto insistere di più. Lui allungò la mano per riprendersi il drago di
giada.
Christine scosse la testa. «Solo quando saremo a Hongyang».
Lui abbassò il braccio deluso. «Allora temo che non vi potrò
aiutare».
«Perché no? Le do la mia parola».
«Perché non troverò nessuno che si fidi di voi».
«E lei si aspetta che io mi fidi di uno sconosciuto?»
«No, certamente». L’ombra di un sorriso distaccato gli attraversò il
viso. «Ma non avete scelta».
«Le diamo i contanti ora» intervenne Paul. «Terremo il drago
finché l’autista non ci avrà portato a Hongyang».
Il monaco gli gettò un’occhiata sprezzante, si voltò e fece per
andarsene. Lei vide Paul digrignare i denti per la rabbia. Sembrava
sul punto di dire qualcosa, ma non pronunciò nemmeno una parola.
«Dobbiamo andare a Hongyang il più in fretta possibile!» gridò lei
alle spalle del monaco. «Abbiamo con noi due bambini… ci serve il
suo aiuto…»
Senza reagire il monaco si avvicinò a un reliquiario in mezzo al
cortile, tirò fuori una manciata di bastoncini d’incenso da un vecchio
barattolo, li accese con una candela e si inchinò più volte davanti
alla statua dorata di un Buddha grasso e sorridente.
Christine lo seguì. «Abbiamo bisogno di una qualche sicurezza».
«Sicurezza?» L’abate rimase pensieroso per un istante. «Si
capisce che non venite dalla Cina. Qui la sicurezza è un bene raro.
Anzi, oserei dire che non esiste».
Le rivolse un sorriso amaro e si inchinò di nuovo, e Christine
comprese che tutti i tentativi di convincerlo o di mercanteggiare con
lui non avevano senso. Erano totalmente nelle sue mani. Dovevano
accettare le sue condizioni.
L’uomo infilò i bastoncini ardenti in una ciotola riempita di sabbia,
si inchinò un’ultima volta e si diresse verso l’uscita.
«Il rischio è troppo grande, troveremo un altro modo» disse
sottovoce Paul che l’aveva raggiunta.
Christine si girò furiosa. «Non c’è nessun altro modo» lo rimbeccò.
«Hai dimenticato quello che ci ha scritto Zhang? Dobbiamo
andarcene da qui».
Raggiunse di corsa il monaco e senza parlare gli porse il drago di
giada.
Meno di mezz’ora dopo un veicolo venne a prenderli. Era lo stesso
furgoncino, con lo stesso autista che li aveva caricati la notte prima.
Li salutò con un sorriso amichevole ma esausto. Era stanco, aveva
lo sguardo vitreo, come se avesse la febbre e non avesse chiuso
occhio nelle ultime ore. Si strinsero tutti e quattro sul sedile accanto
a lui. Da Lin era sulle ginocchia di Paul, Christine teneva in braccio
David. Lo spazio era poco e faceva caldo, la donna sudava e non
poteva muoversi né reggersi da nessuna parte. A ogni asperità della
strada batteva la testa contro la parete di metallo alle loro spalle.
Dopo mezz’ora il piede destro le si addormentò, dopo un’ora non
sentiva più le gambe.
L’autista non diceva niente, alternava i colpi di tosse agli sbadigli e
respirava a fatica. Christine temeva che gli si chiudessero gli occhi
da un momento all’altro.
«La ringrazio ancora per averci dato un passaggio ieri sera».
Non era sicura che lui l’avesse capita. Invece di rispondere
sbadigliò.
«Lei è amico dell’abate?» chiese, tanto per dire qualcosa.
«No. Ogni tanto mi capita di sbrigare delle commissioni per il
monastero».
«È mai stato a Hongyang prima?»
«No».
«Ce la facciamo ad arrivare in un giorno?»
Lui si strinse nelle spalle. «Come faccio a saperlo?»
Lei lo guardò sbalordita. «Non conosce la strada?»
«No».
Erano finiti di nuovo nelle mani di un truffatore che dopo un
centinaio di chilometri li avrebbe abbandonati in un viottolo di
campagna? Esaminò di soppiatto il giovane: le sembrava simpatico,
quasi ingenuo, ma che importanza aveva? Aveva perso del tutto la
capacità di capire di chi poteva fidarsi. Sapeva soltanto che non si
sarebbe lasciata intimidire un’altra volta da un coltello e non sarebbe
scesa dalla macchina. Lui li avrebbe dovuti buttare fuori con la forza
e, smilzo com’era, non ci sarebbe riuscito.
«L’abate ha detto che dobbiamo dirigerci verso Xian, poi prendere
l’autostrada per Pechino e a un certo punto troveremo le
indicazioni».
«Sarebbe meglio evitare le autostrade» disse Paul.
«È l’unica strada che conosco» replicò l’autista.
«Non ha una cartina con sé?»
«No».
A un certo punto David disse di avere fame e che gli scappava la
pipì. Si fermarono in un’area di servizio con ristorante dov’erano
parcheggiati molte vetture, autobus e qualche camion. C’erano
anche due macchine della polizia.
«Prosegua» disse Paul quando le vide.
«Ma io devo andare al gabinetto» protestò David. «Altrimenti me
la faccio addosso».
«Ci fermeremo più avanti sul ciglio della strada».
«E ho fame».
«Perché non vuole fermarsi qui?» chiese meravigliato l’autista.
«Lo porto io» disse Christine e, prima che Paul potesse opporsi,
aprì la portiera, scese e prese in braccio David. Voleva evitare che
l’autista facesse altre domande e si insospettisse.
Il ristorante era una grande sala aperta sui lati, piena di gente e
chiassosa. Dietro un bancone era al lavoro una dozzina di cuochi,
tutti affaccendati intorno ai fuochi su cui i wok sfrigolavano fumanti.
Ogni tanto si alzava una fiammata, c’era odore di aglio e olio
bollente. Le cameriere gridavano le ordinazioni ai cuochi, e fra i
tavoli si aggiravano diversi cani che si gettavano famelici sui bocconi
che cadevano a terra.
Christine individuò una piccola insegna WC all’estremità della
sala; era giunta a metà strada quando scorse i poliziotti. Tre uomini e
una donna si aggiravano lentamente tra i tavoli osservando gli
avventori. Evidentemente cercavano qualcosa. O qualcuno.
Si fermò, senza sapere che fare. Uno degli agenti le andò
incontro. Christine temeva che sarebbe risultata sospetta se si fosse
girata e fosse uscita in quel momento dal ristorante.
David la tirò per un braccio. «Mamma, mi scappa» piagnucolò
impaziente. «Mi scappa tanto tanto».
Non voleva che suo figlio si facesse la pipì addosso. Voleva dargli
un esempio, dimostrargli di essere forte, più forte delle proprie
paure. Radunò tutto il proprio coraggio e si diresse con la massima
disinvoltura possibile verso il poliziotto. A ogni passo il cuore le
batteva più forte. Lui la scrutò con attenzione.
«Ma che bel bambino» disse con un sorriso amichevole. «Come ti
chiami?»
«Bao» rispose David. «E devo andare a fare pipì».
Il poliziotto rise e si fece da parte. «Allora non c’è tempo da
perdere».
Una volta entrata in bagno, Christine avrebbe voluto gridare per il
sollievo. I Chen avevano smesso di cercarli? Forse, senza saperlo,
non erano più in pericolo. Le tornarono in mente i messaggi di
Zhang: avrebbe potuto sbagliarsi anche lui.
Quando tornarono in sala da pranzo, i poliziotti si erano riuniti a
confabulare in un angolo. Due di loro scrutavano la sala, un altro
telefonava e prendeva appunti. Tenendo saldamente David in
braccio, si avviò a passo veloce, ma senza correre, verso l’uscita.
All’improvviso udì uno dei poliziotti gridarle qualcosa. Christine
accelerò l’andatura.
Altre grida che le intimavano di fermarsi.
Corse fuori nel parcheggio e guardò il punto dov’era scesa dal
furgoncino.
Non c’era più.
Si guardò intorno, poi si diresse istintivamente verso gli autobus in
attesa. Ce n’era uno con la portiera aperta, l’autista dormiva con il
busto appoggiato al volante. Christine salì a bordo.
«Ma non è la nostra macchina» bisbigliò David.
«Lo so».
«Perché…»
«Zitto» gli intimò lei.
Si rannicchiarono in una delle ultime file e osservarono dai vetri
oscurati i poliziotti che li avevano seguiti fuori. Gli agenti guardavano
di sfuggita tra le auto parcheggiate e parlavano con i viaggiatori in
arrivo. Una giovane coppia indicò l’autostrada, dapprima esitante,
poi annuendo con convinzione. I poliziotti risalirono in macchina e
partirono nella direzione indicata loro dai passanti.
Christine tremava da capo a piedi.
«Dov’è papà?» chiese David.
«Non lo so. Vieni, andiamo a cercarlo».
Trovarono il furgoncino a poca distanza, nascosto tra due
autocarri che trasportavano maiali, dai quali provenivano grugniti e
squittii di sofferenza. Christine era fuori di sé.
«Ma siete impazziti?» gridò. «Come avete potuto allontanarvi
senza di noi?»
«Non ci siamo allontanati. Abbiamo solo parcheggiato in un altro
punto, perché davanti all’ingresso la gente ci fissava» rispose calmo
Paul, facendo solo aumentare la collera di Christine.
«Per colpa tua la polizia ci ha quasi arrestato». Non sapeva come
sfogare la collera, avrebbe tanto voluto picchiarlo.
«L’avevo detto subito che era meglio non fermarsi qui».
«Ci avete abbandonato».
«Non è vero» ribatté lui in tono brusco. «Ma che cosa dici? Ho
solo chiesto all’autista…»
«Hai solo chiesto all’autista» lo interruppe lei, «proprio come in
hotel hai solo perso di vista David!»
Questo lo fece ammutolire.
Il bambino si tappò le orecchie con le mani. «Non litigate» disse
sottovoce. «Vi prego, non litigate».
L’autista aveva seguito meravigliato la discussione. Se finora non
si era insospettito, di sicuro adesso sì, pensò Christine. Sarebbe
stato facile per lui consegnarli al primo posto di polizia.
Era colpa di Paul. Era tutta colpa di Paul.
Le case fantasma
1.

Per ore non scambiarono una parola. L’atmosfera soffocante


dell’auto era insopportabile: Paul aveva l’impressione che le desse
fastidio anche il semplice contatto con il suo corpo. Si spostò il più
possibile contro la portiera, ma nonostante questo le loro spalle si
toccavano. Per un po’ ponderò di trasferirsi sul pianale posteriore,
ma poi cominciò a piovere e lasciò perdere l’idea.
Con il passare del tempo Da Lin era sempre più pesante, Paul
aveva la schiena e le gambe doloranti, ma non c’era modo di
modificare la distribuzione del peso.
David si era addormentato in braccio a sua madre. Christine non
si muoveva e teneva lo sguardo fisso davanti a sé. Le due o tre
domande che lui le rivolse rimasero senza risposta. Paul provò a
immaginare i suoi pensieri, ma giunse alla conclusione di non avere
idea di cosa le passasse per la mente. La rabbia che lei provava nei
suoi confronti aumentava di giorno in giorno, non gli era mai capitato
di subire una scenata come quella al parcheggio. Era stremata, il
terrore e la disperazione la aizzavano sempre di più contro di lui, e
lui si conosceva abbastanza bene da sapere quale sarebbe stata la
sua reazione: rinchiudersi in se stesso.
Non era in grado di fare altro.
Siamo prigionieri, per tutta la vita.
Quando arrivarono a Hongyang il cielo si era rischiarato e il sole,
basso sull’orizzonte, proiettava lunghe ombre. La città sorgeva al
centro di una vasta pianura ed era molto più grande di quanto Paul
avesse immaginato. In lontananza le sagome dei grattacieli si
stagliavano nel tramonto come le torri di una fortezza.
Paul sperava che l’anonimato della città desse loro una certa
sicurezza e riuscisse a tranquillizzare almeno in parte Christine.
Lasciarono la circonvallazione per imboccare un viale a tre corsie;
il traffico si diradò e ben presto furono soli sulla strada.
Le prime case che incontrarono erano edifici al grezzo, che
fiancheggiavano strade in costruzione come tante rovine fredde e
nude. Alle loro spalle un quartiere di palazzi da quaranta piani,
ultimati ma evidentemente non ancora occupati. Paul osservò le
facciate dal basso verso l’alto, senza scoprire luci negli
appartamenti, tende alle finestre o piante, sedie o fili da bucato sui
balconi.
Christine guardava incredula dal finestrino. «Siamo nel posto
giusto?»
Un cartello sul ciglio della strada rispose alla sua domanda:
«Hongyang New Town».
Paul prese il telefono dalla tasca e lesse l’indirizzo a voce alta:
Peking Lu, isolato 4, edificio 3.
«Sapete dove andare?» si informò l’autista.
«No, dobbiamo chiedere».
Sulla strada non c’era nessuno a cui domandare informazioni. Si
guardarono intorno in cerca di negozi o ristoranti, ma tutti i locali e le
botteghe che individuarono avevano le saracinesche abbassate o
erano chiusi da assi inchiodate. L’autista seguì le indicazioni verso il
centro, senza incrociare nemmeno un’automobile. Si fermarono più
volte agli incroci, i semafori e l’illuminazione stradale funzionavano.
Il centro città occupava diversi isolati ed era abbandonato come gli
altri quartieri. C’erano file di palazzi di uffici, grigi, di vetro, bui, le
finestre ricoperte da uno spesso strato di sabbia e sporcizia. Su una
facciata erano fissati i primi ideogrammi di una pubblicità al neon, sul
muro accanto penzolavano cavi elettrici.
Sopra la strada si vedeva lo scheletro di un ponte pedonale.
Presso alcuni incroci videro cumuli di calcinacci: poi un
marciapiede non terminato, con due carriole e due pale lasciate
accanto a un mucchio di sabbia e pietre.
Sembrava che gli abitanti della città fossero scappati da un giorno
all’altro. Ma perché?
A un certo punto passarono davanti a un cantiere, dove videro
diversi operai seduti a bere birra intorno a un fuoco vivace. L’autista
si fermò, scese e chiese indicazioni per la Peking Lu. I muratori
scoppiarono a ridere e gli indicarono con ampi gesti la via.
Poco dopo si fermarono davanti a uno dei grattacieli
completamente bui. Scesero e Christine pregò l’autista di aspettare
ma, appena posato il loro bagaglio sul marciapiede, l’uomo li salutò
in fretta e furia e se ne andò.
C’era un grande citofono di fianco all’ingresso, con pochi nomi e
abbreviazioni; gran parte delle targhette era vuota. Accanto a uno
dei campanelli Paul scoprì un nome scarabocchiato a mano: R.K.
Lee.
Un ometto dai grandi occhiali socchiuse la porta con una certa
diffidenza. Scrutò Paul, Christine e i bambini con aria circospetta
prima di farli accomodare. Per un po’ rimasero in piedi nell’ingresso
senza parlare. Un crocifisso era appeso al muro, circondato da una
fila di lucine colorate che lampeggiavano. Paul vide Da Lin
allontanarsi turbato dalla croce.
«Chi siete?» tuonò il reverendo con voce profonda.
«Paul Leibovitz, mia moglie, i nostri bambini» rispose Paul incerto.
«Io… credevo che fosse stato informato».
«Mi è stato detto che sarebbe arrivato qualcuno bisognoso di
aiuto. Ma pensavo si trattasse di una persona soltanto». Aggrottò la
fronte, spostando lo sguardo dall’uno all’altro. «Immagino che
abbiate bisogno di un posto per dormire».
Paul annuì.
«Il mio appartamento è troppo piccolo, non posso ospitarvi tutti. Mi
dispiace». Dal tono non sembrava intenzionato a darsi troppa pena
per cercare altre possibilità di pernottamento per loro.
Quanto? venne da pensare a Paul. Più la loro situazione era
critica, più sarebbero state esose le richieste. «Ci restano solo mille
renminbi…»
«Cinquecento» lo interruppe Christine.
«Crede che voglia dei soldi da lei?» Il reverendo sbuffò indignato.
«Ma per chi mi prende?»
Prima che Paul potesse rispondere, Lee si voltò, scomparve
dentro una stanza e si richiuse impetuosamente la porta alle spalle.
Lo sentirono telefonare e concludere la conversazione dopo poche
frasi. Una seconda chiamata, più breve, poi una terza.
Dopo qualche minuto tornò con un foglietto su cui aveva scritto un
nome e un indirizzo. «La signora appartiene alla mia comunità,
potrete pernottare da lei. Da qui ci vogliono dieci minuti a piedi fino al
suo appartamento».
Fu un viaggio estenuante. Christine camminava con i due bambini
un metro dietro di lui, che portava i bagagli: ogni passo un tormento.
Sui grandi marciapiedi e lungo le strade vuote si sentiva nudo e
vulnerabile, non c’erano alberi né cespugli, nessuna macchina
posteggiata, nemmeno un cassonetto o una panchina per
nascondersi da un’auto della polizia in caso di necessità. Paul aveva
sperato nell’anonimato della grande città, ma in quella Hongyang
deserta davano più nell’occhio girando a piedi che nel villaggio dal
quale provenivano.
2.

Anche Qian Gao Gao abitava in un grattacielo buio con i citofoni


senza nome. Sul foglietto il reverendo Lee aveva scritto soltanto:
Appartamento 28A.
Il portone si aprì con un breve ronzio.
Entrarono in un atrio con la moquette rossa e le pareti di marmo
bianco, alto più di due piani. Un lampadario era appeso sopra un
bancone di portineria vuoto, ricoperto da uno spesso strato di
polvere.
Dei quattro ascensori ne funzionava uno soltanto.
Sulle porte del ventottesimo piano non c’erano né nomi né numeri.
Paul si incamminò silenziosamente lungo il corridoio, cercando di
cogliere eventuali rumori.
All’improvviso la porta in fondo si aprì e ne uscì una donna.
«Cercate me?» esclamò. «Perché siete così guardinghi?»
Qian Gao Gao era una donna corpulenta, alta quasi quanto Paul.
Indossava un pigiama o un abito da casa giallo stampato con disegni
di Winnie-Pooh, e sopra una vestaglia di seta rossa con impresso
l’ideogramma cinese per «Doppia fortuna». Ai piedi calzava un paio
di pantofole bianche e nere a forma di panda, con due orecchie
sporgenti.
«Non volevo spaventarvi» disse dispiaciuta, vedendo le loro facce
impaurite. «Entrate».
Già sulla porta furono investiti dall’intensa fragranza di un aspro
profumo maschile. Percorsero un lungo corridoio occupato da
mucchi di scatole grandi e piccole addossate alle pareti. Alcune
erano sigillate, da altre fuoriuscivano carta velina, palline di
polistirolo o trucioli di legno.
Il corridoio conduceva in un salotto. Paul si guardò intorno alla
ricerca dell’uomo cui potesse appartenere il profumo che riempiva
l’appartamento.
«Avrete fame, immagino?»
Non ottenendo risposta, la donna si chinò su David che fissava
affascinato le pantofole a forma di panda. «Scommetto che tu hai
fame».
«Sì» confermò sottovoce David.
«Lo immaginavo. Anch’io» replicò lei ridendo. «Ti piacciono i
ravioli?»
Lui rispose con un suono che lei interpretò come affermativo.
«Ottimo».
Si diresse verso la cucina a vista con bancone e isola, dove
c’erano tre frigoriferi affiancati, ne aprì uno e tirò fuori tre confezioni
di ravioli surgelati.
«Posso darle una mano?» chiese Christine.
«Potete apparecchiare. Sarà pronto tra poco». Preparò sul
bancone bacchette, ciotole e piattini. Aggiunse delle tazze, un
thermos e una caraffa di acqua calda. Paul notò le unghie con lo
smalto rosso acceso e le mani energiche, su cui spiccavano diversi
anelli d’oro, diamanti e rubini. Aveva l’incarnato pallido o si era
truccata per ottenerlo, e le labbra rosso scuro risaltavano ancora di
più.
Christine e Da Lin sistemarono l’occorrente sul tavolo da pranzo
ovale, sopra il quale erano appesi un crocifisso e un dipinto a olio
della Vergine Maria con Gesù Bambino.
David tirò il padre verso una giraffa più alta di lui di almeno due
spanne.
«È vera?»
«No, è di stoffa. Ma è grandissima, vero?»
David annuì ammirato.
«Le giraffe sono i miei animali preferiti» spiegò Qian Gao Gao
dalla cucina.
«A me non piacciono» bisbigliò David.
Poco dopo furono portate in tavola due zuppiere di ravioli fumanti
e una bottiglia di aceto. Paul stava per servirsi quando Gao Gao unì
le mani, chiuse gli occhi, chinò il capo e recitò una preghiera:
O Dio, tutti i doni,
tutto ciò che abbiamo,
provengono da te.
Per questo ti ringraziamo.
O Signore Gesù, vieni alla nostra tavola
e benedici ciò che ci hai concesso.
Rimase in silenzio per un istante, riaprì gli occhi, si guardò intorno
e sorrise. «Buon appetito».
«Adesso mangio prestissimo» annunciò David. «Poi vado a letto
prestissimo. Domattina mi alzo prestissimo e faccio colazione
prestissimo».
«Perché vuoi fare tutto in fretta?» si meravigliò Christine.
«Perché se faccio tutto prestissimo, torneremo prestissimo a
casa».
Un sorriso illuminò il viso di Da Lin.
«Questi ravioli li ha fatti lei?» chiese Paul. «Sono squisiti».
«Chiamatemi Gao Gao e datemi del tu» rispose lei con la bocca
piena. «Non faccio niente da sola. Odio cucinare».
«E dove va… dove vai a fare la spesa? Tutti i negozi che abbiamo
visto venendo qui erano chiusi».
«Compro solo on-line, e se possibile cibi surgelati. Mi consegnano
tutto a casa. Per domattina ho brioche e pain au chocolat, se vi va».
«Pain au chocolat?» ripeté Paul.
«Già, a quanto dicono preparato a Parigi, subito congelato e
spedito in Cina. Non ci credo, però il sapore è quello dei panini di
pasticceria».
«Devono essere buoni».
«Vorrei chiederti una cosa» disse Christine impacciata.
«Ti ascolto…»
«Che cosa è accaduto in questa città?»
«Ti riferisci alle strade deserte?»
«Sì».
«Non è meraviglioso? Niente traffico. Niente code. L’aria è pura».
«Ma qui non ci abita nessuno?»
«No. Hongyang New Town è una città fantasma». Si girò verso i
bambini e aggiunse: «Non dovete avere paura, non ci sono mica i
fantasmi veri».
«In una città fantasma non ci sono i fantasmi?» si accertò David.
«No».
«Ma allora perché si chiama così?» Aveva il dubbio dipinto in
faccia.
«È una città dove ci sono tantissime case, ma ci vivono solo
pochissime persone».
«Ma perché le case sono vuote?»
Gao Gao sorrise. «Sei un bambino sveglio. Io però non sono una
donna sveglia, perciò non so darti una risposta».
«Quanti abitanti ci sono qui?» domandò Christine.
«La città è stata progettata e costruita per un milione di persone.
Vuoi sapere quante ci abitano veramente? Forse cinquantamila.
Probabilmente meno».
Lo sguardo di Gao Gao si posò su Da Lin. «E tu, sei sempre così
taciturno?»
Paul vide Christine agitarsi nervosa sulla sedia. Non avevano
concordato né con Da Lin né tra loro come presentarlo. Al reverendo
Lee aveva detto, senza pensarci troppo, che Da Lin era loro figlio.
Che cosa avrebbero fatto se lui adesso avesse negato la cosa?
Da Lin posò il suo sguardo scrutatore su Gao Gao prima di fare un
cenno di assenso. Paul sperava che lei non si sentisse infastidita dal
suo silenzio.
«È il più tranquillo dei due» dichiarò Christine.
David e Da Lin sbadigliarono quasi insieme.
«I bambini sono stanchi, vi mostro dove potete dormire». Gao Gao
si alzò e li condusse verso due stanze, le cui porte si aprivano
faticosamente solo per metà. In entrambe c’erano scatole e casse
ammucchiate fino al soffitto, in parte anche davanti alla finestra. Paul
spostò qualche pila e scoprì un letto matrimoniale in ciascuna.
Christine dichiarò che avrebbe dormito con David, mentre Paul
doveva dividere l’altra stanza con Da Lin. Era una suddivisione
ragionevole, ma lui fu colpito dalla determinazione con cui lei aveva
preso questa decisione, senza consultarlo in anticipo.
Nel giro di pochi minuti Da Lin si addormentò. Paul andò a dare il
bacio della buonanotte al figlio mentre Christine era in bagno.
Provò a raggiungerla, ma la porta era chiusa a chiave. Allora
bussò timidamente.
«Christine?»
«Sì?»
«Apri, per favore».
«Perché?»
Che razza di domanda era? Lui si sentì umiliato a doverle
rispondere. «Perché… perché voglio venire da te».
La sentì muovere qualcosa.
«Christine?»
«Sì».
«Vorrei parlarti».
«Non ora, Paul, sono troppo stanca. Domani».
Lui bussò un’altra volta.
Ma lei aveva aperto l’acqua della doccia.
3.

Christine chiuse gli occhi, ignorando i colpi di Paul sulla porta. Era
stanca. Era esausta. Non aveva voglia di parlare. Non quella sera, e
neppure l’indomani. Non c’era niente da dire, o quantomeno niente
che lei fosse in grado di riassumere a parole. Forse in seguito,
quando sarebbero stati al sicuro. Forse.
Si lasciò scorrere l’acqua calda sul viso, sulle spalle, sui seni,
sull’addome. Aumentò la temperatura fino a sentire la pelle bruciare,
mentre le spalle si arrossavano. Il bagno si riempì di vapore.
La prima doccia dalla sua partenza da Hong Kong, più di una
settimana prima.
Su una mensola c’era una mezza dozzina di bagnoschiuma e
altrettanti shampoo e balsami. Prese una boccetta e l’annusò. Poi
una seconda. Lavanda. A Hong Kong utilizzava qualcosa di simile.
Sentire qualcosa di familiare, anche se era solo un profumo, le
faceva bene.
Si lavò accuratamente i capelli, si insaponò il corpo una volta, poi
una seconda e una terza. Era come se gli avvenimenti degli ultimi
giorni fossero uno strato di sporcizia da cui voleva liberarsi
strofinandosi con il sapone.
Per la prima volta dalla loro fuga da Shi, Christine avvertiva quasi
un senso di sicurezza. Non avrebbe saputo spiegare precisamente
perché, ma si sentiva protetta da quella donna con la sua risata, in
quell’appartamento caotico e disordinato, pieno di casse e scatole.
Finché fossero rimasti lì, nessuno li avrebbe trovati. Pechino era a
un solo giorno di viaggio da lì, aveva detto Paul. O a una notte di
viaggio. Sicuramente Gao Gao aveva un’auto. Con il suo aiuto forse
sarebbero riusciti a raggiungere l’ambasciata americana.
Pensò a Josh e a sua madre. Alla sua casa e al suo stupendo
giardino a Lamma. Ben presto sarebbero tornati lì. A godersi le
tiepide giornate autunnali. La pace. La sicurezza. A giocare con
David nella sua cassetta della sabbia. A osservare le farfalle. Il
periodo in Cina le sarebbe sembrato un brutto sogno, lontanissimo.
La mattina si sarebbe alzata per prima come di consueto, si sarebbe
preparata dopo una doccia. Avrebbe dato un bacio di saluto ai due
addormentati, avrebbe preso il traghetto verso Central. La sera, al
suo ritorno, Paul e David l’avrebbero accolta sul molo.
Tutto sarebbe tornato come prima.
Christine prese un asciugamano, pulì lo specchio appannato, si
guardò e trasalì. Era diventata ancora più pallida e durante la fuga
doveva essere dimagrita di parecchi chili. Il viso era più smunto, le
rughe intorno alla bocca e agli occhi erano più accentuate, gli zigomi
sporgenti come chi patisce la fame. Le gambe, già magre, erano
diventate esili e prive di vigore, sembravano due stecchi. I seni non
erano più sodi. Aveva un aspetto fragile e vulnerabile. Com’era
debole, con quale velocità si stava disfacendo il suo corpo. Incrociò
le braccia davanti al petto, per sorreggersi o per proteggersi. Il
pensiero che Paul la vedesse così le creava imbarazzo, quasi
ripugnanza.
Più a lungo si guardava allo specchio, più l’immagine le diventava
insopportabile. Prese un asciugamano da bagno e se lo avvolse
intorno al corpo.
La paura tornò, ma non era più la stessa. Alla paura concreta che
potessero strapparle il figlio si mescolava un senso di panico
indeterminato. Non avrebbe saputo dire che cosa la terrorizzasse.
La sensazione che qualcosa si fosse spezzato e fosse andato
irrimediabilmente perduto. La fiducia di fondo che le cose alla fine si
sarebbero volte per il meglio. Gliel’avevano sottratta già una volta,
dopo la morte del padre e la fuga dalla Cina. All’epoca era stata
assalita da una profonda sfiducia e da un vero e proprio terrore
verso l’umanità, e liberarsene era stato un processo logorante e
faticoso. Aveva impiegato molti anni prima di sentirsi nuovamente
con i piedi ben piantati per terra. Paul era stato un aiuto decisivo in
tal senso. E ora? Si era rifugiata in bagno da sola, ed era contenta
che la porta si potesse chiudere a chiave. Non voleva vederlo. Non
voleva essere toccata da lui. Christine avvertiva una crescente
distanza nei suoi confronti, e questo peggiorava ulteriormente le
cose. Aveva bisogno di lui. Si struggeva per lui. Le mancavano il suo
umorismo, la sua forza, il suo calore.
Ma non provava più niente del genere. Giorno dopo giorno lui le
era sempre più estraneo, anche esteriormente. Si era fatto crescere
una barba brizzolata. Era dimagrito, il viso si era affilato, era
invecchiato.
Le sue emozioni non le ubbidivano più, la vita la tradiva.
Stava per perdere il controllo di se stessa.
O forse non lo aveva mai posseduto e si era semplicemente illusa
che fosse così?
4.

Dopo un istante di incertezza Paul tornò in salotto, dove aleggiava


sempre quell’intenso profumo maschile. Non voleva coricarsi per poi
restare sveglio accanto a Da Lin che dormiva.
Gao Gao era seduta con sguardo rapito davanti al televisore più
grande che Paul avesse mai visto e non degnò di uno sguardo il suo
ospite. Su un canale di televendite un presentatore sciorinava con
grande loquacità i pregi di una nuovissima generazione di cuociriso.
Paul andò alla finestra e guardò fuori nel buio. Di fronte riconobbe
i contorni di altri grattacieli, ma solo poche finestre erano illuminate.
Si sentiva solo e inerme. E furibondo.
Non aveva agito di proposito affinché il figlio fosse rapito e soffriva
non meno di lei per l’accaduto. Con il suo comportamento, Christine
non faceva che peggiorare la situazione. Per tutti. Si allontanava e
lui non sapeva più come raggiungerla. Questo lo terrorizzava. Nel
palazzo di fronte la sagoma di un uomo seminudo si affacciò alla
finestra di uno dei pochi appartamenti abitati, e guardò incuriosito
dalla sua parte. Paul fece un passo indietro e si voltò.
Gao Gao armeggiava con il telecomando; sul divano accanto a lei
c’erano un tablet e una mezza dozzina di carte di credito, che
utilizzava a rotazione per gli acquisti on-line.
Paul si avvicinò all’estremità opposta della stanza, dove c’era un
pianoforte Steinway bianco. In mezzo agli animali di pelouche sparsi
lì sopra c’era la foto di una giovane donna con un uomo più anziano.
Sullo sfondo la passeggiata del porto di Tsim Sha Tsui a Hong Kong.
La donna è slanciata e molto bella. Indossa un abito nero aderente
con una collana di perle, i capelli sono raccolti e in mano regge un
sacchetto di Prada. Anche il suo cavaliere ha un aspetto molto
piacente, e tiene sulla spalla una busta di Louis Vuitton. Lei l’ha
preso sottobraccio, entrambi sorridono all’obiettivo, fieri e sicuri di
sé.
Paul prese la foto e la esaminò a lungo.
«Io e mio padre».
Lui trasalì, non l’aveva sentita avvicinarsi. «Una bella foto».
Lei gliela prese di mano e la posò di nuovo sul pianoforte.
«Vai spesso a Hong Kong?»
«Prima sì».
«Adesso no?»
«No».
«Perché?»
Lei lo scrutò. «Sei molto curioso».
«Non volevo essere indiscreto» si scusò lui. «L’ho chiesto solo
perché noi abitiamo a Lamma».
«L’isola senza auto e con tutti quei ristoranti di pesce?»
A Paul venne da ridere. «Già».
«Non è noioso vivere lì?»
«Dipende da quello che cerchi. Per noi non lo è. Quando è stata
scattata la foto?»
«Tre anni fa».
Per un istante pensò di aver sentito male. La donna sulla foto
sembrava dieci anni più giovane e pesava venticinque chili di
meno…
Un sorriso triste affiorò sul viso di Gao Gao, come se gli avesse
letto nel pensiero.
«Tuo padre vive a Hong Kong?»
«No. Lui è morto».
Paul deglutì. «Mi dispiace».
Rimasero a guardarsi in silenzio. Lui accarezzò impacciato un
coniglio di pelouche, sopraffatto dal desiderio di bere qualcosa. «Ce
l’avresti un whisky?»
«Certo. Lo vuoi? Ho anche del vino rosso francese. Oppure
champagne».
«Bevi qualcosa anche tu?»
Lei ci pensò su solo un istante. «Un calice di champagne. Perché
no».
Prese la bottiglia dal frigorifero e posò sul tavolo i bicchieri e una
bottiglia di whisky. «Ghiaccio?»
«No, grazie».
Lui stappò la bottiglia, riempì il bicchiere e poi rimise in fresco lo
champagne. Quando tornò, lei gli aveva riempito generosamente il
bicchiere di whisky. Si misero seduti e Gao Gao spense la
televisione.
Paul prese il bicchiere. «Grazie».
Brindarono e bevvero entrambi una generosa sorsata. «Che cos’è
questo profumo che sento?»
Lei inspirò ostentatamente dal naso, due volte. «Di che profumo
parli?»
«Un profumo maschile, aspro».
«Io non sento niente» replicò lei brusca.
5.

Gao Gao beveva di rado e sentì l’effetto dello champagne fin dal
primo sorso. Un piacevole calore le si irradiò in tutto il corpo. Come
prima.
Pensò a suo padre.
L’aveva cresciuta nella consapevolezza che c’era una persona per
la quale lei era più importante di qualunque altra cosa al mondo. Era
stata una fortuna e una maledizione.
La madre le aveva donato la vita e aveva pagato con la propria.
Lui non si era più risposato ed era stato molto discreto con le sue
amanti. Lei non ne aveva mai vista in faccia neppure una.
Di questo gli era grata.
Bevve un secondo sorso di champagne. Quale inaudita e
seducente spensieratezza! Se solo si fosse mantenuta per sempre.
Alcune immagini affiorarono davanti ai suoi occhi. Vecchie foto in
bianco e nero, che mostravano una piccola Gao Gao con la
governante e la balia.
Abitavano in una villa in una zona riservata agli alti funzionari di
partito e ai militari. Un muro di cinta li separava dal mondo esterno, i
poliziotti sorvegliavano l’ingresso. E l’uscita. C’erano pochissimi
bambini e le giornate, nonostante il personale di servizio, erano
lunghe e vuote.
Suo padre lavorava molto, ma si sforzava di tornare a casa
puntuale tutte le sere. Cenavano insieme, poi lui le leggeva qualcosa
e la portava a letto. Appena si addormentava – questo glielo avrebbe
raccontato in seguito –, lui tornava in ufficio, a presenziare a riunioni
o a partecipare a esercitazioni per i quadri del partito.
Continuò a restare fedele ai loro appuntamenti serali anche dopo
essere salito sempre più in alto nella gerarchia del partito.
Pensò alle domeniche, che erano tutte riservate a loro due, con un
rituale prestabilito rimasto immutato per anni. Se avesse dovuto
indicare qualcosa della sua infanzia di cui sentiva la mancanza,
sarebbe stato la tenera intimità di quelle domeniche.
Si alzavano presto e, prima di fare colazione, andavano al
mercato. Facevano la spesa e mangiavano crêpe o panini caldi con
carne di maiale. Tornati a casa, si mettevano all’opera in cucina. Il
padre le spiegava l’uso delle diverse apparecchiature, le mostrava
come affilare i coltelli, disossare i polli ed eviscerare i pesci, come
distinguere gli ortaggi freschi da quelli che non lo erano, come fare in
modo che i meloni invernali e le melanzane conservassero la giusta
consistenza durante la cottura. Preparavano la sfoglia per il loro
piatto preferito, i ravioli, e quasi ogni settimana provavano ripieni
diversi. Il profumo di aglio rosolato, di pancetta arrostita, il profumo
della sua infanzia. Ricordi. Una linea sottile tra felicità e profonda
tristezza.
«Vuoi ancora un goccio di champagne?»
Il suo bicchiere era vuoto. Anche quello di lui.
Fece un cenno affermativo.
Paul si alzò e andò a prendere la bottiglia.
Gao Gao sprofondò nuovamente nel passato. Vide se stessa che
apparecchiava la tavola per quattro, cinque, a volte addirittura sei
persone, in base al numero di ospiti. Era lei a decidere quanti
riceverne e chi invitare. Accoglievano i visitatori insieme sulla porta e
li accompagnavano a tavola. Qui suo padre dava inizio alla
conversazione. Durante il pasto dialogava animatamente con gli
insegnanti della figlia, le sue attrici preferite, i vicini o la venditrice del
mercato che le regalava spesso un panino dolce. Gli piaceva calarsi
completamente nella parte, modificava la voce, a volte cambiava
persino le sedie e faceva ridere fino alle lacrime Gao Gao.
Nei suoi ricordi quelle erano le cene più divertenti e spassose
della sua vita, senza che nessun estraneo fosse mai entrato in casa
loro.
La sensazione di potersi fidare di lui, qualunque cosa fosse
accaduta.
«Xiao Changjinglu», la mia piccola giraffa, così la chiamava,
perché non la smetteva di crescere. A sedici anni era una spanna
più alta del secondo ragazzo più alto della sua classe.
Quando si era messa in testa di diventare una ballerina classica,
lui le aveva organizzato le lezioni di danza, anche se quella della
prima ballerina era una professione tutt’altro che adeguata per la
figlia di un alto funzionario con ambizioni di carriera.
Il suo primo ragazzo fu da lui trattato con freddezza e distacco.
Verso il secondo si mostrò un po’ più benevolo, per tutti gli altri
manifestò solo un interesse marginale, quasi sapesse che con
nessuno di loro la storia sarebbe diventata seria.
Forse le cose sarebbero andate diversamente, se lei non avesse
fondato una società e non avessero fatto affari insieme. La proposta
era partita da lui. La Cina, diceva, sta vivendo il suo momento di
gloria, in cui tutti prendono ciò che possono, tutto ciò che riescono
ad arraffare. Una febbre dell’oro che avrebbe punito gli indecisi e gli
incerti. Praticamente tutti gli alti funzionari di tutte le province
favorivano parenti e amici, oppure costruivano imperi commerciali
con l’aiuto di prestanome. Perché loro avrebbero dovuto comportarsi
diversamente?
Fecero in modo che lui restasse in secondo piano. Bastava fare il
suo nome e, se c’era qualche problema, era sufficiente una sua
telefonata.
Lei otteneva ciò che voleva, al prezzo che voleva. Terreni.
Immobili. Concessioni edilizie. Partecipazioni azionarie. Tutte le sue
società prosperavano, tutto ciò che comprava, tutto ciò in cui
investiva creava profitti. Era come se avessero ottenuto una licenza
per creare profitti tutta per loro.
Gao Gao non si faceva troppi scrupoli. «Alcuni hanno il diritto di
arricchirsi prima» aveva detto Deng Xiaoping.
Durante i loro viaggi naturalmente prenotavano camere separate,
ma spesso venivano presi per una coppia. Un uomo anziano e la
sua amante giovane e carina. Le prime volte lui lo aveva trovato
disdicevole, poi i complimenti che riceveva la figlia lo avevano
convinto. Lei si divertiva.
Padre e figlia. Erano stati molto vicini.
Mai troppo, però.
«Da quanto tempo vivi in questa città fantasma?»
La domanda la riportò al presente. La leggerezza scivolò via da
lei, sostituita da nubi plumbee all’orizzonte. Gao Gao bevve una
lunga sorsata di champagne. Forse sarebbe riuscita a ritardare un
po’ il loro arrivo.
«Ti interessa veramente saperlo o lo chiedi solo per educazione?»
Lui rispose con un sorriso che lei non seppe come interpretare.
«Le chiacchiere insulse non mi interessano» aggiunse.
«Nemmeno a me» ribatté lui.
Aveva svuotato di nuovo il bicchiere. «Bevi sempre così in fretta?»
«No».
Gao Gao prese la bottiglia di whisky, lui annuì e lei gliene versò
una quantità generosa.
«Non bevo quasi mai. Ma a volte l’alcol aiuta».
«Solo nell’immediato» osservò lei con un sorriso.
«Sempre meglio di niente» ribatté lui sogghignando. «Perché
compri tante cose che non ti servono?»
«Chi decide cosa mi serve e cosa no?»
«Ho visto molti scatoloni ancora chiusi sparsi nell’appartamento».
Lei si strinse nelle spalle. «Mi diverte. Mi serve per ammazzare il
tempo».
«In alcuni Paesi è proibito».
«Che cosa? Comprare?»
«No. Ammazzare il tempo».
Diceva sul serio o la stava prendendo in giro?
«Perché?»
«Perché è troppo prezioso. Ne abbiamo così poco».
Il suo senso dell’umorismo le piaceva. «Perché avete tanto
bisogno di un rifugio, se posso chiederlo?»
Lui non rispose subito, ma non evitò il suo sguardo. I suoi occhi
tristi le ricordavano quelli del padre durante gli ultimi mesi della sua
vita.
«Se non ti va, non me lo devi spiegare per forza. Potete restare
tutto il tempo che volete».
Lui alzò il bicchiere in un brindisi e bevve con foga. Lei credette a
ogni parola della storia che poi le raccontò. Un bambino come
regalo. Perché no? Tutto era ridotto a merce e poteva essere
comprato. Carriere. Incarichi. Permessi. Amicizie. Donne. Perché
allora non un bambino di quattro anni? Una volta suo padre le aveva
raccontato di Chen. Si erano incontrati spesso alle riunioni di partito,
lo aveva definito il funzionario più spietato, privo di scrupoli e
ambizioso che avesse mai conosciuto. Lo aveva detto con una certa
ammirazione. I figli dei pezzi grossi erano abituati a ottenere ciò che
volevano. Lei doveva saperlo, era stata una di loro. E chissà, con un
pizzico di fortuna in più, o di cattiva sorte, lo sarebbe stata ancora.
La fine non era giunta inaspettata. Non con un grande preavviso,
ma per contro estremamente chiara. I funzionari delle province
vicine erano stati arrestati a dozzine sull’onda della nuova campagna
anticorruzione di Pechino. Era giunto il momento di vendere una
parte delle loro partecipazioni? Era il caso di intensificare le trattative
per ottenere un passaporto americano o australiano? Oppure era
meglio provare a prendere la cittadinanza di Singapore, anche se in
caso di emergenza avrebbe assicurato garanzie relativamente
inferiori? Lui aveva sempre detto di no. Avrebbe dato un segnale
negativo se lui, un alto funzionario, avesse chiesto una seconda
cittadinanza.
Suicidio. La versione ufficiale del partito, eccezionalmente,
corrispondeva alla verità.
Gao Gao l’aveva visto arrivare, senza sapere tuttavia come
impedirlo. La vita era la sua e lui aveva il diritto di porvi fine come e
quando voleva.
Durante una seduta dei vertici del partito della provincia si era
alzato, si era scusato brevemente dicendo di avere qualcosa di
urgente da sbrigare e che sarebbe tornato nel giro di pochi minuti.
Aveva raggiunto con tutta calma a piedi l’ultimo piano, era salito sul
tetto e si era lanciato nel vuoto. Era morto sul colpo.
Non le aveva lasciato nessuna lettera di addio. D’altronde non era
necessario. Che cosa avrebbe dovuto dirle che lei già non sapesse:
era il suo ultimo, grande regalo per lei e lo pagava con la vita. I
parenti dei funzionari che si suicidavano venivano risparmiati, salvo
poche eccezioni, da ulteriori indagini per corruzione.
Un paio di settimane dopo la sua morte lei si recò nel luogo dove
lui aveva messo fine alla propria vita. Salì le scale un gradino dopo
l’altro, si fece aprire la porta del tetto, nonostante le proteste del
portinaio, si spinse fino al bordo, la punta dei piedi nel vuoto, e
guardò in basso. Sette piani. Proprio sette. Il numero fortunato e
sfortunato di suo padre. Gao Gao era venuta al mondo il 7 luglio e
quello stesso giorno lo aveva reso vedovo.
Tra gli arbusti davanti all’edificio si vedevano ancora i rami
spezzati. Da quella prospettiva il loro contorno era chiaramente
riconoscibile.
Doveva, voleva lanciarsi? Passarono diversi secondi. Un passo
solamente. Il semplice spostamento del peso in avanti e sarebbe
tornata con lui. Gao Gao non sapeva che cosa l’avesse trattenuta
all’ultimo istante. Non aveva un marito, né figli. L’unico essere
umano di cui avrebbe sentito la mancanza se n’era andato prima di
lei.
Una settimana più tardi un articolo sul giornale del partito
annunciò che le indagini si sarebbero allargate alla famiglia del
segretario di partito Qian. Lei comprese il messaggio e il giorno dopo
vendette tutto il proprio patrimonio al figlio del successore di suo
padre. Le aveva fatto un’offerta che non poteva rifiutare. Il prezzo
corrispondeva alla metà del valore reale, ma era accompagnato
dalla promessa che le autorità avrebbero rinunciato a ulteriori
indagini nei suoi confronti.
Qualche ora dopo la firma dei contratti, Gao Gao ebbe un crollo
emotivo mentre riordinava l’ufficio. La sua vecchia vita terminava
così come era cominciata.
Con la morte di un genitore.
Paul si alzò. Incerto sulle gambe, si appoggiò alla spalliera della
poltrona. «Devo andare a dormire».
Lei assentì. «Io devo comprare ancora due cuociriso».
Lui si ritirò in camera da letto, lei riaccese il televisore e preparò le
carte di credito.
La bottiglia era vuota, lo champagne aveva esaurito il suo effetto,
le nubi nere si avvicinavano implacabili, l’avevano quasi raggiunta.
L’acquisto dei due cuociriso fu concluso rapidamente. Vi aggiunse
un set di dodici coltelli professionali da sushi e diciotto bicchieri da
vino rosso. Consegna lampo.
Si era espressa male, pensò. Non si trattava di ammazzare il
tempo, era questione di distrarsi. Certi ricordi erano troppo dolorosi
per sopportarli senza anestetico.
Tra la fine della sua prima vita e l’inizio della seconda erano
trascorse alcune settimane.
Le prime due le aveva passate ricoverata in terapia intensiva
nell’Ospedale del Popolo Numero Uno. Conservava ricordi vaghi di
quel periodo. Una tenda verde. Molti tubi. Apparecchi che
emettevano ronzii o fischi allarmanti a intervalli regolari.
Un’infermiera che puzzava di alcol. Crampi. Dolori al basso ventre.
Facce preoccupate intorno al suo letto. Dalla cartella clinica aveva
poi scoperto che i dottori la davano per spacciata. Il suo recupero
era stato miracoloso. Era stata colpita da una insufficienza
multiorgano. L’organismo cominciava a spegnere l’una dopo l’altra
tutte le funzioni, come se venissero spente le luci di una casa,
stanza per stanza. Contemporaneamente il sistema immunitario
aveva iniziato a ribellarsi contro se stesso. I medici non sapevano
spiegarsi la causa di quella patologia, supponevano una reazione
allergica o un avvelenamento. Gao Gao sapeva bene di cosa si
trattava.
Un giovane assistente della provincia di Hubei manifestò un
particolare interesse per il suo misterioso caso. Seduto spesso al
suo capezzale, esaminava i risultati degli esami e dei test di
laboratorio e parlava con lei. Gao Gao non capiva granché di ciò che
le diceva, ma la sua voce limpida e amichevole le faceva bene.
A un certo punto le infermiere la staccarono dalla maggior parte
degli apparecchi e la misero in una camera singola. Lei non sapeva
se si trattasse di una camera per malati terminali o per
convalescenti.
Era una stanza terribile, piccola, la finestra con le sbarre che dava
su un cortile dove i raggi del sole arrivavano solo nella tarda
mattinata. Non riceveva visite, d’altronde chi poteva arrivare? I suoi
amici le avevano voltato le spalle, la sua famiglia, dopo la morte
della nonna, era ridotta a lei e a suo padre. Per intere giornate non
scambiava una parola con nessuno, a parte due chiacchiere con le
infermiere.
Aveva la sensazione di diventare sempre più piccola e indifesa,
con il passare del tempo, fino a trasformarsi nella bambina che
aspettava il ritorno del padre seduta sul muretto. Ma l’oscura paura
di allora era diventata realtà: lui non sarebbe arrivato.
L’aveva abbandonata.
Per la prima volta da quando era bambina sentì la mancanza della
madre. Non poteva ricordarla, naturalmente. Non associava a lei
nessuna voce, nessun profumo. Com’era possibile sentire la
mancanza di una persona che non si è mai conosciuta? Eppure. Era
un dolore profondo, lacerante, che aveva creduto da tempo estinto.
Anche lei l’aveva abbandonata.
In piedi sul tetto aveva guardato in basso. Sarebbe potuta morire
nello stesso posto, ma le era mancato il coraggio di compiere
quell’ultimo passo. Che cosa l’aveva trattenuta dal porre fine a una
vita disgraziata e solitaria? All’epoca Gao Gao aveva maledetto la
propria vigliaccheria, ora capitava che spesso se ne rallegrasse.
Era stata morta abbastanza a lungo.
6.

Da Lin non aveva voglia di parlare. Tanto la cicciona non stava mai
zitta. E quando lo faceva, Paul e Christine litigavano. Come capitava
prima ai suoi genitori. E alla vecchia coppia della fattoria vicina. A
volte avevano alzato così tanto la voce che era arrivata fino a loro.
Oppure i venditori al mercato con i clienti. Perché gli adulti litigavano
sempre?
Christine si era chiusa in camera sua. Peccato, gli sarebbe
piaciuto chiacchierare un pochino con lei. Forse sapeva come stava
il nonno. Per quanto tempo dovevano restare lì. Se Paul aveva già
telefonato a sua madre e se lei lo aspettava. Ma Christine aveva
l’emicrania.
Anche Paul. Era seduto in poltrona e teneva quasi sempre gli
occhi chiusi.
La cicciona si era seduta davanti al televisore. Davano un film su
un orso ghiotto di miele e sui suoi amici. Solo che gli animali non
erano veri, erano disegnati. David era seduto accanto a lui e tutte le
volte che aveva paura gli si stringeva contro, e gli prendeva la mano.
Capitava spesso. Da Lin gli spiegava che gli animali erano solo
disegnati e che qualcuno si era inventato la storia, ma non serviva a
niente. David aveva paura lo stesso.
Il tempo trascorreva con logorante lentezza. Non c’era niente da
fare, a parte guardare la tivù. La donna avrebbe voluto giocare a
carte con loro, ma David non capiva le regole, così avevano lasciato
perdere.
Sentiva la mancanza del nonno. Del cane. Persino delle galline.
Dentro l’appartamento faceva un caldo insopportabile e non si
potevano nemmeno aprire le finestre. Inoltre c’era uno strano
profumo.
Contro una parete del salotto c’era una grande cassa di vetro con
dentro acqua, piante e due pesci, uno rosso e uno nero. Per un po’
si mise a osservarli nuotare instancabili da una parte all’altra e
fissarlo con sguardo ebete. Ma poi diventò noioso anche questo.
Da Lin pensava al poliziotto. Non riusciva a toglierselo dalla
mente. Lo vedeva riverso immobile in cortile, con il sangue che gli
usciva dalla testa. Come un ratto. Lo aveva preso di mira con la
fionda e aveva scagliato il sasso. Com’era possibile che un
sassolino abbattesse un uomo così grande? Ma la colpa era stata
sua: se non avesse spezzato la stecca di papà mettendosi pure a
ridere, non sarebbe successo niente. Gli stava bene. Chissà se era
ancora in ospedale? Forse non sarebbe più riuscito a parlare. Come
una vecchia in paese, perché le era scoppiato qualcosa dentro la
testa. Da allora non camminava più, erano i suoi figli a doverla
trasportare. E quando diceva qualcosa, nessuno la capiva. Da Lin si
domandò se gli facesse pena. Un pochino, ma anche no. Strano:
aveva preso la mira con attenzione, aveva voluto colpirlo, e tuttavia
aveva la sensazione di non averlo fatto apposta.
7.

Era dalla morte di Justin che non si sentiva più tanto solo. Quando al
mattino si infilava nel letto di Christine e David, lei si alzava e si
chiudeva in bagno. Puzzava di whisky, gli diceva. A colazione
evitava il suo sguardo. Non ricambiava i suoi baci fugaci. Più lei si
sottraeva, più a lui risultava difficile immaginare come sarebbero
potuti tornare insieme a Hong Kong. Si stava ripetendo l’esperienza
del suo primo matrimonio. Anche allora, durante la malattia di Justin,
ancor prima della sua morte, era giunto il momento in cui lui e
Meredith si erano allontanati così tanto che Paul aveva capito che
non si sarebbero mai più riavvicinati. Tra loro era finita, che il figlio
sopravvivesse oppure no.
Era felice che Christine uscisse per un paio d’ore con Gao Gao.
Prima di andarsene, quest’ultima gli diede il numero di telefono di
un vicino del ventiduesimo piano. Se si fossero annoiati, potevano
chiamarlo. Il signor Chou era un po’ matto, ma innocuo. Possedeva
qualcosa che sarebbe sicuramente piaciuto ai bambini.
All’inizio Paul provò a giocare con loro. Da Lin non riusciva a
pensare a niente che lo divertisse, David voleva giocare a
nascondino. Siccome però Da Lin tutte le volte lo trovava subito, gli
passò la voglia.
Paul propose di giocare a rodeo. Si mise carponi, Da Lin gli montò
sulla schiena, lui fece una brusca sgroppata e il ragazzino scivolò
giù e cadde sui gomiti. A questo punto la voglia di giocare gli passò
del tutto. Seduto per terra davanti alla finestra, si mise a guardare
fuori. Paul si caricò sulle spalle il figlio e cominciò a trotterellare per il
salotto. David conosceva il gioco e si reggeva forte ai capelli del
padre. Galopparono finché a Paul venne il mal di schiena.
Mezz’ora più tardi telefonò al vicino.
Il signor Chou era un ometto anziano con i capelli grigi che gli
sfioravano le spalle. Si rallegrò molto della visita inattesa. Il suo
appartamento di tre stanze era pieno zeppo di acquari. Alcuni erano
grandi quanto vasche da bagno, altri piccoli come scatole da scarpe,
la maggior parte apparteneva a una via di mezzo. Dovevano essere
almeno un centinaio. Ci nuotavano pesci di tutte le forme, dimensioni
e colori. Il gorgoglio dell’acqua e il sonoro ronzio delle numerose
pompe riempivano le stanze. L’aria era umida e calda e c’era odore
d’acqua stagnante. David e Da Lin si bloccarono senza sapere dove
guardare.
«Vi va di dare da mangiare ai pesci?» chiese Chou.
I due bambini annuirono.
Chou diede loro due vasetti di mangime per pesci e mostrò
esattamente come fare. Le prime volte li aiutò e, quando vide che
seguivano alla lettera le sue indicazioni, tornò a rivolgersi a Paul.
«Vuole un tè?»
«Volentieri, grazie».
Andarono in cucina. Sul tavolo era sparsa una batteria di pompe,
filtri, motori e parti di ricambio. Sul frigorifero troneggiava un terrario
con due tartarughine, sul pavimento ce n’era uno che ospitava
salamandre e gechi. Chou prese due tazze da un armadietto e versò
il tè.
«Cosa se ne fa di tutti quei pesci?» domandò Paul distrattamente.
Gli acquari non lo avevano mai interessato.
«In realtà volevo venderli» rispose Chou. «Ma non riesco a
separarmi da nessuno di loro. Non bisognerebbe commerciare in
esseri viventi». Dopo una breve pausa aggiunse: «A lei gli acquari
non interessano molto, vero?»
«Come fa a saperlo?»
«Lo vedo». Chou sorrise.
Bevvero in silenzio il loro tè.
«Vive qui da solo?»
«Sì. Vado più d’accordo con i pesci che con le persone».
Paul lo guardò con aria interrogativa.
«Non riesco a leggere l’animo umano. Le persone dicono una
cosa e fanno il contrario. Non lo capisco».
«In effetti i pesci sono più taciturni» commentò Paul e gli venne da
sorridere per la battuta.
Chou invece non manifestò alcuna reazione. «Ha due bei figli. I
miei mi ritengono un perdente» disse serio.
«Perché?»
«Perché non possiedo nulla all’infuori di qualche centinaio di
pesci. L’appartamento è di mio figlio». Versò altro tè a Paul e andò a
controllare brevemente i bambini, assorti nel compito di nutrire i
pesci. «Ma la mia vita è proprio come la vorrei. È una mia scelta.
Sono una persona libera, i miei figli questo non lo capiscono. Dicono
che dovrei lavorare di più. Io gli domando: perché? Loro rispondono:
per avere più soldi e godermi la vita. Io gli dico che la vita me la
godo già. Loro non mi capiscono».
Paul annuì. Non aveva voglia di affrontare discorsi più profondi.
Desiderava solo una distrazione per sé e per i bambini.
«Conosce da molto Gao Gao?»
«Da quando vive qui. E lei?»
«No, è amica di un’amica».
«Allora sia prudente». Vedendo che Paul non ribatteva, Chou
aggiunse: «Non può fidarsi di Gao Gao».
Paul ignorò anche questa affermazione. Dalla porta aperta
osservava un pesce grigio argento che nuotava dietro un altro più
piccolino in un grande acquario. Lo seguiva su e giù, oltre le piante
acquatiche e i sassi. A un certo punto agitò bruscamente la pinna
caudale, sfrecciò in avanti e il pesciolino sparì dentro la sua bocca.
«Mi ha sentito?» proseguì imperterrito Chou. «Ha contatti
importanti».
Paul annuì. Per un attimo ebbe la tentazione di chiedergli che
cosa volesse dire. Che genere di contatti? Perché avrebbe dovuto
danneggiarli? A che scopo? Meglio non sapere niente. Non
potevano fare altro che fidarsi di lei e, se doveva basarsi sul proprio
istinto, non c’era nulla da temere da quella strana donna con la sua
mania dello shopping.
8.

Vieni con me! Era sembrata più un’intimazione che un invito.


Christine era indecisa. Uscire dall’appartamento significava
correre un pericolo. Nel contempo, però, sentiva il bisogno di una
distrazione.
Gao Gao cercò di dissipare i suoi dubbi. Sarebbero passate in
macchina da un parcheggio sotterraneo all’altro e nel giro di due ore,
al massimo tre, sarebbero tornate a casa. Nessuno le avrebbe viste
per strada.
E poi alla funzione religiosa nell’appartamento del reverendo Lee
ci sarebbe stata solo gente che lei conosceva personalmente, tutti
disposti a dare ospitalità alla famigliola, se avessero avuto posto.
Era pronta a garantire per ciascuno di loro. Appartenevano alla
chiesa clandestina e, riunendosi di nascosto tutte le domeniche,
dimostravano quanto fossero distanti dalla Cina ufficiale. Inoltre
erano cristiani. Faceva parte dei loro principi aiutare gli sconosciuti in
difficoltà. Alla fine siamo tutti fratelli. Compagni. Creature dello
stesso Dio. Un’unica, grande famiglia.
Un’uscita senza rischi. Christine si sarebbe svagata, le avrebbe
fatto bene pensare ad altro, come faceva bene ogni volta a lei.
Paul la incoraggiò. Lui sarebbe rimasto a casa a giocare con i
bambini.
L’ascensore portava fino al garage, incredibilmente affollato per un
condominio quasi disabitato. Christine notò molte Mercedes, Audi,
Porsche e persino una Bentley. «Come mai ci sono tante auto
parcheggiate qui sotto?» si meravigliò. «Credevo che in questo
palazzo non abitasse quasi nessuno».
«Sono le terze o quarte auto dei proprietari degli appartamenti»
spiegò Gao Gao con un sorriso malizioso. «Le tengono nascoste
qui. Non è necessario che tutti sappiano quante macchine si
possiedono».
Si diressero verso una monovolume. Quando Christine aprì la
portiera, scivolarono fuori due scatoloni e una borsa della spesa.
Gao Gao dovette liberare il sedile prima che lei potesse sedersi.
Le luci nel garage si spensero per poi riaccendersi subito. Udirono
due voci maschili e videro due uomini, uno anziano e uno più
giovane, dirigersi verso di loro. Gao Gao li salutò con cordialità
quando le superarono per salire su una Mercedes sportiva, dove poi
rimasero seduti.
Christine si affrettò a chiudere la portiera.
«Non preoccuparti» disse Gao Gao. «Sono i due gay del
quattordicesimo piano. A volte rimangono seduti per ore nella loro
nuova macchina, senza usarla».
«E perché mai?»
«Non ne ho idea. Forse non vogliono che si sporchi».
Gao Gao era una guidatrice spericolata. A ogni curva nel garage
fece stridere le gomme e imboccò la rampa di uscita a tutta velocità.
Christine si reggeva con entrambe le mani alla maniglia della
portiera. «Stiamo andando a una funzione religiosa dal reverendo
Lee» ripeté, in cerca dell’ennesima conferma.
«Esatto».
«I tuoi genitori credevano in Dio?»
Gao Gao sorrise, divertita dalla domanda. «No. Forse mio padre,
da giovane. Il suo dio si chiamava Mao. Perché me lo chiedi?»
«Mi domandavo come mai tu frequentassi la chiesa».
«È una lunga storia».
Si fermarono a un incrocio deserto. Il semaforo era rosso.
«Mio padre è morto tre anni fa, io mi sono ammalata gravemente
e nessuno sapeva se ce l’avrei fatta. Un giovane medico in ospedale
mi parlò per la prima volta in maniera approfondita di Gesù Cristo. Io
rimasi ad ascoltarlo solo perché non volevo che se ne andasse. Ero
sola, la sua voce mi piaceva. A un certo punto le sue storie hanno
cominciato a interessarmi. Un Dio che ha creato il mondo e che
manda suo figlio in terra a sacrificarsi per amore dell’umanità?»
Intanto attraversavano le strade della città fantasma, che quella
domenica mattina erano deserte come il giorno del loro arrivo.
«Più ascoltavo il dottore, più mi sentivo attratta dai suoi racconti.
Sosteneva che ogni cosa è collegata alle altre. La morte precoce di
mia madre. L’infanzia solitaria. Il vuoto che spesso avvertivo fin da
adolescente. La corsa all’oro. Il mio modo di buttare i soldi in borse,
scarpe e vestiti. Tutto succedeva per volontà Sua. LUI mi aveva
messo alla prova, con severità e durezza. Mi aveva indotto in
tentazione e alla fine mi aveva salvata. Adesso mi avrebbe liberata».
Gao Gao accelerò per non essere costretta a fermarsi al
successivo semaforo rosso. Così facendo, rischiò di investire un
gatto randagio.
«Io non gli credevo» proseguì. «Chi era LUI? C’erano prove della
sua esistenza? Se esisteva, perché aveva portato via la mamma alla
piccola Gao Gao? Dov’era quando mio padre si era tolto la vita?
Perché permetteva che al mondo ci fosse tanta miseria, se avrebbe
potuto rendere tutti gli uomini sazi e felici?»
«Il dottore aveva una risposta?» domandò scettica Christine.
«Era sempre la stessa: per chi crede in Lui ogni cosa acquista un
senso, anche se a volte resta nascosto all’uomo. Se fossi stata
disposta a seguirlo, era pronto a offrirmi una consolazione che fino
ad allora mi era rimasta estranea: l’accoglienza. Non sarei più stata
sola. Sarei stata accolta in una famiglia, protetta da un padre che
non mi avrebbe più lasciata, dovunque andassi e qualsiasi cosa
facessi. Dovevo solo fidarmi di lui. Lasciarmi andare. Smettere di
dubitare. Credere.
Non sono riuscita a resistere alla tentazione».
Gao Gao entrò in un altro parcheggio sotterraneo. «E tu?» chiese.
«Sei credente?»
«No» rispose Christine. «Credo di non aver mai partecipato a una
funzione religiosa. Una volta sono entrata nella cattedrale di Hong
Kong, ma solo perché pioveva forte e cercavo un posto in cui
ripararmi».
Gao Gao rise. «Non ti ha mai interessato?»
«No. Divinità e religione non hanno mai avuto spazio nella mia
vita. Né da bambina, né durante il matrimonio, né adesso con Paul.
Non è qualcosa che mi attiri. Sono soltanto superstiziosa».
«Vai dall’astrologo?»
«Certo. Credo ai numeri portafortuna e a quelli sfortunati. E al feng
shui. Ho appeso un nastro rosso sopra il letto di David, per
proteggerlo. Ho collocato un altarino accanto alla porta d’ingresso,
dove metto regolarmente frutta fresca e bastoncini d’incenso per
propiziare gli dei della casa. Non so se serva, ma ho pensato che
sicuramente non guasta. Mia madre dice sempre che in Cina ci sono
cinque religioni: confucianesimo, taoismo, buddhismo, cristianesimo
e pragmatismo. Quest’ultima è la più amata e la più diffusa».
Gao Gao rise di nuovo. «Probabilmente ha ragione».
Sul pianerottolo della casa del reverendo c’era odore di arrosto.
Dalla porta aperta giungeva un mormorio di voci. C’erano giovani,
vecchi, persino famiglie con bambini piccoli.
In cucina uomini e donne preparavano insieme il pranzo. Gao Gao
gliene presentò alcuni, che la guardarono incuriositi. Andava a
messa anche a Hong Kong? No? Un attimo di smarrimento. Allora
era ancora più bello che avesse trovato la strada verso Dio lì con
loro. Non era mai troppo tardi per questo. Una volta che Lui si fosse
rivelato, non sarebbe più potuta tornare indietro, se ne sarebbe
accorta.
Solo il reverendo Lee non si dimostrò più entusiasta dell’ultima
volta, quando la rivide: la salutò brevemente, distribuì una Bibbia a
tutti e si voltò.
In salotto c’erano molte sedie pieghevoli le une vicine alle altre, ed
entrambe le donne si accomodarono in seconda fila. Due giovani,
rispettivamente con una chitarra e un violino, si piazzarono lì davanti
e cominciarono a suonare e a cantare. Si udì lo squillo di un
cellulare. Poco dopo un altro. La vicina di Christine, una giovane
donna, si voltò verso di lei e l’abbracciò. «Che Dio ti benedica».
Era proprio come aveva detto Gao Gao: la naturalezza e l’affetto
con cui quelle persone l’accoglievano le facevano bene.
Diversi anni prima aveva chiesto a Paul in cosa credesse e per
lungo tempo lui non le aveva dato una risposta soddisfacente.
Quando aveva preso in braccio per la prima volta il figlio appena
nato, le disse di aver trovato la risposta. Credeva nella forza riposta
in quel piccolo cuore. In tutti i cuori. Credeva nella speranza. Nella
promessa. Nel miracolo. Credeva nella grandezza, nella tenerezza,
nell’unicità di ogni essere umano. Nell’amore disinteressato che si
può offrire. Era una fede semplice e umile negli uomini, nell’amore e
nella vita, con tutte le sue tragedie e la sua bellezza.
All’epoca le sue parole l’avevano profondamente commossa. In
seguito le aveva trascritte. Era una visione del mondo che confidava
nell’uomo, che credeva nel bene senza bisogno di un Dio o di
un’entità superiore. Le piaceva. Siamo noi stessi creatori di pace.
Siamo noi stessi creatori di felicità. Siamo noi stessi creatori di
senso.
Ora aveva dei dubbi. Nella sua vita non c’era stata troppa
cattiveria? Il suo stesso fratello aveva tradito il loro padre,
spingendolo alla morte. La sua famiglia distrutta. Un Paese intero si
era scagliato contro se stesso, precipitando in un’orgia sanguinosa
di menzogna e tradimento, di morte e assassinii.
Non aveva provato troppa sofferenza e troppo insensato dolore
per poter credere nel bene? Era stato necessario l’arrivo del figlio
viziato e folle di un alto funzionario di partito, che voleva trasformare
il loro figlio in un regalo per la sua fidanzata, per farle riconoscere
con tanta chiarezza la malvagità dell’uomo? Per troppo tempo aveva
tenuto gli occhi chiusi.
Era più facile così.
Il reverendo Lee si fece avanti, prese posto sul pulpito e spalancò
le braccia. I fedeli ammutolirono.
«Alleluia» disse.
«Alleluia» rispose in coro la comunità.
«Alleluia!» esclamò lui più forte.
«Alleluia!» riecheggiò con impetuoso trasporto la congrega.
Tutto le risultava estraneo. Cantare in coro. Pregare insieme. La
convinzione con cui venivano recitate le preghiere. La predica
appassionata. Il reverendo bisbigliava, sibilava e gridava. Alcune
parole le sputava, altre le pronunciava con riverenza, quasi fossero
perle preziose. Con una lunga tirata si scagliò contro la malvagità del
mondo. Attecchiva dovunque. In ciascuno di noi. L’istinto del cuore
umano è incline al male fin dall’inizio.
Ma esiste la salvezza.
E il Salvatore ha un nome. Cantiamo inni al suo nome. Alleluia.
Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
Christine cominciò ad avvertire un certo disagio. Faceva caldo,
l’aria era soffocante, aveva le spalle contratte. Si agitava inquieta
sulla sedia, guardandosi intorno. La comunità assorbiva ogni parola,
molti tenevano la testa china e gli occhi chiusi.
Il reverendo Lee continuava a raccontare storie sanguinose di
fratricidi e sacrifici umani agli albori dell’umanità. Lei ascoltava con
attenzione, ma si sentiva sopraffatta. L’evocazione del male. La
denigrazione dell’uomo. Il furore con cui parlava.
Avrebbe voluto alzarsi e andarsene, ma non ne aveva il coraggio.
Il reverendo continuò la sua predica.
E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Perché tuo è il
regno, tua la potenza e la gloria nei secoli. Amen.
Christine non ne poteva più. Si alzò e si fece largo tra i fedeli. Il
reverendo le lanciò un’occhiata sprezzante, proseguendo il sermone.
Anche in corridoio e in cucina si soffocava dal caldo.
Si mise a sedere sul pianerottolo, dov’era più fresco e c’era
silenzio. Dopo qualche minuto Gao Gao la raggiunse. «Che ti
succede?»
«Scusa, non mi sentivo bene. Ora va meglio» mentì.
Gao Gao le porse un bicchiere d’acqua e si mise seduta sul
gradino accanto a lei.
«Posso esserti d’aiuto?»
«All’improvviso mi sono sentita…» Christine cercò le parole giuste
«…schiacciata. Troppe persone. Mi dispiace se ho infastidito
qualcuno».
«Non preoccuparti». Dall’appartamento giungeva ora il canto
sonoro dei fedeli. «Che fortuna non avere vicini di casa».
Christine pensò a Paul e ai bambini. All’ambasciata americana e
alla sicurezza che rappresentava. Il suo unico desiderio era
andarsene. «Quanto dista Pechino da qui?»
«In macchina sono otto ore. Dipende dal traffico».
Christine non osava manifestare apertamente ciò che pensava.
Era il caso di avanzare una simile pretesa?
«So a cosa stai pensando» disse Gao Gao. «Tuo marito mi ha
raccontato tutto. Ho riflettuto tutta la notte se sia o meno il caso che
vi accompagni io».
Fece una lunga pausa. «Ma sinceramente lo trovo troppo
rischioso. Se il figlio di Chen vuole riavere a qualunque costo vostro
figlio, ci proverà in tutti i modi. A casa mia siete al sicuro. Non so
come potrebbe trovarvi qui. Appena vi metterete in viaggio per
Pechino, però, le cose cambieranno. Preferirei che il vostro amico
trovasse un’altra soluzione. Mi capisci?»
Christine annuì. Non aveva il diritto di aspettarsi ulteriore
sostegno. Se fosse stata nei panni di Gao Gao si sarebbe
comportata diversamente? Molto probabilmente no. Tuttavia era
delusa. Fin dove si possono spingere i limiti del proprio altruismo? A
quali sacrifici era disposto un cristiano per aiutare il prossimo in
difficoltà? Siamo tutti fratelli, aveva detto. Compagni. Creature dello
stesso Dio. Un’unica grande famiglia. Non era più così?
Che cosa avrebbe fatto Gao Gao se non avessero avuto più
notizie di Zhang, perché era stato arrestato? Che cosa ne avrebbe
fatto di loro? Li avrebbe messi alla porta? Avrebbe informato la
polizia, perché il rischio era troppo grande? Christine sentì crescere
dentro di sé la diffidenza. Era come una malattia, e l’aveva
contagiata in Cina, pensò. Un virus alquanto contagioso che adesso
portava dentro di sé e che approfittava di qualunque occasione per
manifestarsi.
9.

Certo che poteva telefonare. Sì, anche a Hong Kong. Dove voleva,
per tutto il tempo che voleva.
Sua madre non rispose. Probabilmente era da qualche parte con
le amiche a mangiare dim sum o a giocare a mahjong. Christine
lasciò un messaggio, scusandosi per il lungo silenzio. Il suo cellulare
si era rotto e avevano deciso impulsivamente di prolungare il viaggio
e raggiungere Pechino e Shanghai. Stavano bene, sarebbero tornati
la settimana seguente.
Christine valutò poi se fosse il caso di telefonare anche a Josh in
Australia. Da quando si era trasferito a Sydney tre mesi prima, per
studiare architettura, si sentivano regolarmente, spesso più volte la
settimana, anche se per pochi minuti. In genere lui aveva da
chiederle qualcosa di pratico oppure aveva bisogno del suo aiuto. Di
certo aveva cercato di contattarla ed era preoccupato.
Sì, certo, anche a Sydney, confermò Gao Gao dalla cucina.
Nessun problema.
La sua voce. Non era stata una buona idea telefonargli.
«Dove sei, mamma?» Era preoccupato.
«Mi si è rotto il cellulare. Siamo ancora in Cina». Le mancò la
voce. Tutte le volte che restava senza sentirlo per diverso tempo si
rendeva conto di quanto le mancasse, di quanto avesse nostalgia di
lui.
«Come stai, tesoro?»
«Bene».
«Come vanno gli studi?»
«Bene».
«Che cosa stavi facendo?»
«Studiavo».
Non era mai stato loquace, men che meno al telefono. Aveva
preso da suo padre, pensò Christine. Avevano trascorso in silenzio
gran parte del loro matrimonio. A cena scambiavano poche
chiacchiere sulla giornata appena trascorsa, poi accendevano la
tivù.
In seguito l’avevano accesa già durante i pasti.
«Potresti mandarmi altri soldi?»
«Di nuovo? A cosa ti servono?»
«Il materiale per lo studio è più costoso di quanto credessi».
«Quanto ti serve?»
«Non saprei».
«Ti bastano cinquemila dollari di Hong Kong?»
«Sì».
«Te li mando appena torneremo a Hong Kong».
«Grazie».
«Hai telefonato alla nonna?»
«No. Dovrei farlo?»
«Lei ne sarebbe sicuramente contenta…»
Rimasero in silenzio. Christine era sollevata che lui non le facesse
domande, non voleva mentirgli. Nel contempo la irritava che non si
informasse mai su come stessero. Su cosa facessero. Se il suo
fratellino sentisse la sua mancanza.
«Quando tornerete a Hong Kong?»
«La prossima settimana. Abbiamo prolungato la vacanza».
Lui non fece commenti, come se fosse la cosa più naturale del
mondo restare in Cina due settimane anziché due giorni.
Probabilmente non gli interessava affatto.
Christine sentiva il suo respiro e avrebbe voluto che dicesse
qualcosa. Di colpo ebbe paura di terminare la conversazione. La
voce del figlio le dava un senso di vicinanza e familiarità. Era il
legame con la sua vita prima della fuga. Quando l’avrebbe sentita di
nuovo?
«Josh? Sei ancora lì?»
«Sì».
«Tutto a posto?»
«Sì».
«Allora ci sentiamo presto. Ti chiamo non appena saremo tornati a
Hong Kong».
«A presto».
«Abbi cura di te».
«…»
«Ti voglio bene».
Sarebbe bastato un semplice «anch’io». Lei non era troppo
esigente.
Lui invece riattaccò.
Aveva ragione Paul, pensò. Lui detestava parlare di cose serie al
telefono, fare domande con il cellulare premuto sull’orecchio. Aveva
bisogno di vedere l’interlocutore, di accertarsi se le parole
pronunciate si rispecchiavano anche nei gesti, nella mimica, se
corrispondevano a ciò che comunicavano gli occhi. Il telefono per lui
era solo un amplificatore della voce. Rendeva più sicure le persone
sicure, più timorose quelle timorose, più solo chi era solo.
In quel momento Christine era una di quelle timorose e sole.
Neppure una telefonata con Josh, per quanto lunga, avrebbe
cambiato quello stato di cose.
10.

Il suono del citofono, due sguardi impauriti.


«Aspetti qualcuno?» chiese diffidente Paul.
«No». Gao Gao andò alla porta. Una profonda voce maschile
rispose all’apparecchio. Li Gang. Il suo unico, fedele visitatore.
Dopo la morte della moglie, l’anno prima, Li Gang passava spesso
da lei la domenica pomeriggio a prendere un tè. La scusa era che da
lei si beveva un ottimo oolong. In realtà ne approfittava per farle la
corte, che lei respingeva regolarmente. A volte con simpatia, altre in
maniera brusca.
Aveva vent’anni più di lei, era quasi un coetaneo di suo padre. E
vedovo. Porta sfortuna, l’aveva avvisata una volta un astrologo.
Inoltre il sesso non la interessava più. E quando le veniva la voglia,
provvedeva da sé. Meno complicazioni.
Aprì il portone, valutando brevemente se fosse più sicuro
nascondere i suoi ospiti. Ma se uno dei bambini avesse fatto rumore
in una delle camere, avrebbe potuto risultare sospetto. Meglio
spiegare di aver ricevuto la visita di un conoscente da Hong Kong
con la famiglia. Gao Gao avrebbe voluto avvertire Paul e spiegargli
chi fosse l’ospite a sorpresa, consigliandogli di stare attento a ciò
che diceva, ma Li Gang stava già uscendo dall’ascensore.
Christine e Da Lin si chiusero nelle loro camere. David era troppo
curioso: nascosto dietro le gambe del padre, osservava con
attenzione il nuovo arrivato.
Li Gang rimase inizialmente sorpreso e poi deluso di trovare lì
Paul e David.
Dopo un attimo di esitazione accettò l’invito a prendere il tè. Sua
figlia viveva a Hong Kong e gli faceva piacere sapere che anche
Paul veniva da lì. Chiacchierarono a lungo della città e di come fosse
cambiata dopo la riannessione alla Cina. Parlarono di saggezza, di
proverbi cinesi e di poesia della dinastia Tang. Gao Gao non aveva
mai incontrato un occidentale che conoscesse anche solo i rudimenti
della materia.
Scongelò una torta della Foresta Nera, prodotta da una pasticceria
di Qingdao secondo una presunta ricetta originale tedesca. Christine
e Da Lin si fecero vedere solo per salutare l’ospite, ritirandosi subito
dopo.
Li Gang chiese un whisky.
«Lei è un uomo fortunato» disse a Paul. «Una bella moglie, due
figli sani».
«Ne sono consapevole».
«Spero che sappia apprezzarlo».
I due uomini fecero un brindisi.
«La felicità è un bene così fragile».
Gao Gao osservò Paul. Voleva fargli capire che si trattava di
un’osservazione priva di importanza, quella fatta dal suo ospite, ma il
terrore era già tornato sul suo viso. Paul non si accorse di lei, ma
fissò l’interlocutore.
«Che cosa intende dire?»
Li Gang fu sorpreso dalla domanda. «Quello che ho detto! “Chi
vive felice non sa che cosa significhi la felicità” recita un antico
proverbio cinese. Non trova anche lei che sia così?»
Paul annuì, per nulla convinto.
11.

Gli avevano detto di non uscire da solo dall’appartamento. Gao Gao


e Christine lo avevano ammonito severamente più volte, il giorno
prima. Ma era sveglio da molto, l’orologio segnava le sei, tutti
dormivano e lui si annoiava. Che cosa poteva mai succedergli in
quella città così stramba? Per strada non c’erano nemmeno persone
alle quali dover fare attenzione. E poi sarebbe tornato nel giro di
mezz’ora, nessuno si sarebbe accorto della sua breve assenza.
Da Lin prese la fionda, aprì piano la porta e uscì in corridoio.
Nessun rumore. Il silenzio era piacevole, gli ricordava il nonno.
Spesso si sedeva con lui in cortile, in ascolto, per scoprire se ci
fossero momenti in cui non si percepiva neppure un rumore.
Imparare ad ascoltare il silenzio, lo aveva chiamato il nonno. La
maggior parte delle persone non ne era capace.
Non si fidava dell’ascensore, la velocità con cui lo aveva
catapultato a quell’altezza l’aveva messo a disagio, provocando una
fastidiosa pressione alle orecchie che era sparita solo dopo un
vigoroso sbadiglio.
Un cartello lo guidò fino alle scale. La tromba delle scale era
stretta, i gradini scendevano in cerchi così ripidi che era impossibile
vederne la fine. Accanto alla porta c’era un mucchietto di calcinacci.
Prese un pezzo di cemento e lo lasciò cadere oltre la ringhiera,
rimanendo in ascolto per sentirne l’impatto. L’attesa fu vana.
Da Lin scese i gradini e decise che al ritorno, nonostante le sue
remore, avrebbe preso l’ascensore.
Per strada c’era quasi lo stesso silenzio che dentro casa. Un
cinguettio isolato, un’auto in lontananza.
Da Lin piegò la testa all’indietro e percorse con lo sguardo la
facciata. Non aveva mai visto un palazzo così alto. Se socchiudeva
un poco gli occhi gli sembrava che la punta si conficcasse
direttamente nelle nuvole grigie e basse. Si incamminò lungo la via e
raggiunse una fontana senza acqua. Accanto c’erano sei pali
portabandiera senza bandiere. Prese un sassolino, lo collocò nella
fionda e mirò a uno dei pali. Un rumore metallico gli confermò di aver
fatto centro. Ci riuscì anche una seconda e una terza volta.
Sull’altro lato della piazza si elevava una facciata di vetro alta
diversi piani, e davanti erano sparsi per terra i frammenti di
un’insegna pubblicitaria al neon. Sembrava l’ingresso di un grande
centro commerciale. Da Lin attraversò incuriosito la piazza. Le porte
erano chiuse da pesanti catene con il lucchetto. Solo una ne era
priva. Dovette spingere con tutte le forze per aprirla.
Il silenzio all’interno era un po’ inquietante. C’erano scale mobili
che scendevano e salivano, dovevano esserci almeno tre piani. Le
balaustre scintillavano dorate, il pavimento era stato spazzato, le
vetrine dei negozi pulite. Era tutto pronto, mancavano solo le
persone.
All’improvviso udì dei passi. Poi due voci maschili. Erano
abbastanza lontane da permettergli di cercare un nascondiglio. Da
Lin si guardò intorno. Non c’era nemmeno una fioriera. Provò a
spingere la porta di un negozio. Chiusa a chiave. Tentò con una
seconda.
Le voci si avvicinavano.
Provò con una terza.
Poi lo scoprirono.
Forse le cose sarebbero andate diversamente se non fosse
scappato via, se fosse rimasto tranquillo dov’era. Se avesse
raccontato a quegli uomini la storia del ragazzo di campagna venuto
a far visita a una zia, che per noia era andato a fare un giro e ora
non riusciva più a trovare la via di casa. Con le lacrime agli occhi. Il
nonno sosteneva che fosse un bravo attore. Probabilmente lo
avrebbero persino aiutato.
Invece si voltò e partì di corsa. Correva come se si stesse
giocando la vita. Gli gridarono di fermarsi. Li sentì mettersi a correre,
come se avesse risvegliato in loro l’istinto della caccia. Lui accelerò
l’andatura addentrandosi ulteriormente in quel labirinto, e
probabilmente sarebbe riuscito a sfuggire se all’estremità opposta
del centro commerciale avesse trovato un’uscita aperta. Ma la scala
mobile che saliva al piano superiore era bloccata da assi di legno.
L’uscita di emergenza era chiusa a chiave. Da Lin era in trappola. Gli
ansiti alle sue spalle si avvicinavano. Quando si accorsero che non
aveva via di scampo, gli uomini rallentarono l’andatura e si
fermarono un attimo a riprendere fiato, trafelati.
Da Lin si voltò. Erano a pochi metri da lui, uomini alti, robusti, in
uniforme. Sollevò la fionda, i due indietreggiarono. Bastò un attimo
perché capissero che nell’elastico non c’era alcun proiettile. Il
ragazzino cercò di sfuggirgli ancora una volta. Schizzò verso
sinistra, fece dietro-front, corse a destra, si gettò a terra, nella
speranza di sottrarsi strisciando alla loro presa. Invano.
Uno dei due lo acciuffò per i capelli. Da Lin lanciò un grido di
dolore. L’altro lo afferrò da dietro con entrambe le mani e lo sollevò.
Da Lin prese a menare pugni e calci alla cieca con tutta la rabbia
della disperazione. Con un piede colpì uno dei due tra le gambe. Un
gemito sonoro e quello lo lasciò cadere. Da Lin si rialzò e ripartì di
corsa. Ora conosceva la strada verso l’uscita.
Lo raggiunsero a venti metri dalla porta. Si gettarono su di lui
come se la sua cattura comportasse una ricompensa.
Da Lin cadde. Alzò le braccia per proteggersi il capo, andò a
sbattere e udì il rumore di qualcosa che si rompeva.
Il peso degli uomini su di lui. Non riusciva a respirare. Non aveva
neppure il fiato per gridare.
In bocca sentiva il sapore dolciastro del sangue.
12.

Era colpa sua. Era stata lei a volerlo portare con loro. Nonostante i
suoi avvertimenti, nonostante il suo parere apertamente contrario.
Paul aveva previsto che Da Lin avrebbe rappresentato un rischio
ulteriore per la loro sicurezza. Christine non gli aveva creduto, lo
aveva giudicato senza cuore e si era risentita con lui.
Sebbene dopo il ferimento del poliziotto non avessero avuto altra
scelta, lei si sentiva comunque responsabile. Per questo non voleva
svegliare Paul per chiedergli aiuto.
Da Lin era scomparso, lo aveva cercato in tutto l’appartamento.
Che cosa diavolo gli era passato per la testa? Da quando erano
scappati dal villaggio non avevano parlato molto. Lui era taciturno e
chiuso in se stesso, lei non sapeva che cosa provasse. Aveva
nostalgia di casa e voleva tornare dal nonno? Oppure aveva paura
di rivedere la madre?
Valutò il da farsi. Dovevano aspettare che tornasse da solo?
Troppo pericoloso. Doveva andarlo a cercare, prima che finisse tra le
mani della polizia. Forse si divertiva semplicemente a salire e
scendere con l’ascensore. Oppure stava giocando nell’atrio. Sperava
di tornare prima che Paul si accorgesse della sua assenza. In ogni
caso gli scrisse un biglietto che mise sul tavolo da pranzo.
In ascensore non c’era, e neppure nell’atrio.
Si fermò interdetta davanti al portone, senza la minima idea di
dove cercarlo. Girò intorno al palazzo, sul retro c’era una piccola
zona pedonale, i negozi vuoti sbarrati da inferriate. Il vento aveva
trascinato con sé un parasole e delle sedie di plastica, sparse tra i
negozi.
Tornò sulla strada e s’incamminò a caso in un’altra direzione.
Da lontano vide un’auto venirle incontro. Quando si accorse che
aveva i lampeggianti blu sul tettuccio era troppo tardi.
L’auto della polizia si dirigeva proprio verso di lei: rallentò
all’improvviso, frenò e le si fermò accanto. Davanti erano seduti due
poliziotti, sul sedile posteriore c’era Da Lin, che la implorò di aiutarlo
con gli occhi prima di distogliere lo sguardo. Aveva il labbro
superiore spaccato, una guancia gonfia, il viso arrossato. Guardando
i suoi occhi, Christine comprese che aveva pianto.
Trascorsero diversi secondi. Per un istante lei sperò di perdere i
sensi. Di sprofondare semplicemente nell’asfalto. Di non sentire più
niente. Non vedere più niente. Non provare più niente. Che fossero
gli altri a occuparsi di lei. E di lui. Svegliarsi quando fosse finito tutto.
I due poliziotti scesero dall’auto. Si muovevano con grande
lentezza, nei loro occhi si rifletteva una profonda diffidenza. Christine
indietreggiò involontariamente.
«Gli agenti di sorveglianza hanno acciuffato questo moccioso al
centro commerciale» disse uno dei due. «Non dice una parola.
Quando ha visto lei, all’improvviso ha dichiarato che è sua madre. È
vero?»
Avrebbe potuto rispondere di no, pensò precipitosamente. No, non
conosco questo bambino. Probabilmente lui non avrebbe nemmeno
protestato. Non c’era motivo di non crederle. Quale madre nega di
riconoscere il proprio figlio? I poliziotti lo avrebbero condotto con loro
e l’avrebbero lasciata in pace.
Rispondere sì, al contrario, rappresentava un rischio
imponderabile. Che cosa aveva combinato Da Lin? Perché
assumersi la responsabilità di madre nei suoi confronti? Glielo
avrebbero consegnato senza ulteriori accertamenti, oppure avrebbe
dovuto dimostrare la loro parentela, cosa che non poteva fare?
Aveva lasciato i documenti nell’appartamento e non voleva
assolutamente portare la polizia da Gao Gao, Paul e David. Se
avesse risposto di sì, poteva sperare solo che le consegnassero Da
Lin con qualche parola di rimprovero, senza chiedere altre
informazioni su di lui.
E se non fosse stato così? Se avessero cominciato a fare
domande?
«È vero?» ripeté impaziente il poliziotto.
Doveva rispondere, più a lungo taceva, più si rendeva sospetta.
Poteva scegliere. Sì o no?
Christine guardò l’agente, poi il collega. I suoi occhi si posarono su
Da Lin, rannicchiato sul sedile posteriore, che non osava più
neppure fissarla. Evidentemente intuiva che il proprio destino era
nelle sue mani.
«È suo figlio?»
«Sì». E poi, facendo appello a tutto il proprio coraggio, aggiunse:
«Che cosa è successo? Che cosa gli avete fatto?»
«Glielo racconteremo in centrale». Il poliziotto spalancò la portiera
e l’afferrò per un braccio con un gesto brutale. «Salga».
13.

Paul fu svegliato dalle grida del figlio nella camera accanto. «Papà!
Papà?»
Il letto di Da Lin accanto a lui era vuoto. Corse da David, che era
rannicchiato sotto le coperte. «Dov’è la mamma?»
«Non lo so».
David si mise a sedere preoccupato. «Perché non lo sai?»
Risposta sbagliata. «Perché mi sono appena svegliato. È in cucina
a preparare la colazione».
David strisciò fuori dal letto e corse in soggiorno.
Passò qualche secondo.
«Qui non c’è».
Christine doveva aver scritto il messaggio in fretta e furia. Di solito
la sua calligrafia era precisa e ordinata, come quella di una
scolaretta. Quelle righe invece erano quasi illeggibili.
Non dovevano preoccuparsi, aveva scritto. Sarebbe tornata al più
tardi entro un’ora. Sotto aveva indicato l’ora: 6.50.
Adesso erano le 9.15.
David non lo aveva perso di vista nemmeno un istante. «Dov’è
andata?» L’ansia nella sua voce.
Non lo so, avrebbe voluto rispondere Paul, ma invece disse: «È
andata a fare una passeggiata con Da Lin».
«Non è giusto. Perché non ci ha portato con lei?»
«Perché… perché non voleva svegliarci».
«Quando torna?»
«Io non… presto».
«Quando è presto?»
«Tesoro». Paul si sforzò di non perdere la pazienza. «Presto può
essere dieci minuti oppure un’ora».
David lo guardò contrariato e rimase in silenzio. Quasi avesse
capito che quella risposta poco esauriente fosse tutto ciò che
avrebbe ottenuto.
Perché Christine gli aveva fatto questo?
Paul svegliò Gao Gao. Non appena l’ebbe informata della
sparizione di Christine e Da Lin, lei si alzò di scatto, s’infilò la
vestaglia, andò in salotto e accese il televisore. Pochi secondi più
tardi sullo schermo apparve l’immagine in bianco e nero, nitidissima,
del pianerottolo appena fuori dalla porta.
«Ho installato una telecamera di sicurezza sopra la porta. Tiene in
memoria le ultime sei ore». Gao Gao tornò indietro fino al punto in
cui videro aprirsi lentamente la porta e Da Lin che usciva. L’orologio
sullo schermo segnava le 6.25. Una mezz’ora dopo Christine usciva
dall’appartamento, andava all’ascensore e spariva.
L’immagine si bloccò. David aprì la bocca per dire qualcosa, ma
poi rimase in silenzio.
Gao Gao guardò l’ora, pensierosa. «Non riesco proprio a
immaginare che cosa si possa fare a Hongyang per un tempo così
lungo» disse sottovoce, quasi parlando tra sé.
«C’è un bar o una casa da tè qui vicino?» chiese Paul.
«No».
«Un ristorante?»
«No».
Paul rifletté. «Un centro commerciale?»
«Sì, ma i negozi sono vuoti».
«Forse sono andati da padre Lee?»
«Ne dubito. Però posso chiamarlo».
Non erano neppure lì.
David stava seduto in braccio a Paul, sempre più quieto.
«Dov’è la mamma?» bisbigliò.
Paul preferì non rispondere. «Ti va di giocare un po’?»
«No».
«Vuoi che ti legga qualcosa?»
«No. Voglio sapere dov’è la mamma».
«Te l’ho già detto, è andata a fare una passeggiata».
«Per tutto questo tempo?»
Non riusciva a sostenere lo sguardo del figlio. David sapeva che
suo padre non gli stava dicendo la verità, e Paul provava disagio a
mentirgli, e ancora di più a essere scoperto. Ma non gli veniva in
mente una risposta migliore.
«Hai fame?»
«No!» esclamò David testardo. La pelle sul mento gli si increspò, il
labbro superiore scomparve, come succedeva sempre quando gli
veniva da piangere ma non voleva farlo.
Paul si alzò tenendolo in braccio e si mise a ballare. Gao Gao
mise una canzone di Teresa Teng, poi fece le smorfie, come se
fosse lei a cantare, e cominciò a danzare con loro. Sembrava un
orso ubriaco. Persino David scoppiò a ridere quando la vide.
All’improvviso suonò il citofono. Corsero alla porta e uscirono sul
pianerottolo. Si misero davanti all’ascensore, impazienti, ad
aspettare Christine e Da Lin.
La porta si aprì con grande lentezza. Dall’ascensore uscì Zhang.
14.

I due poliziotti osservavano ogni loro movimento. Uno dei due stava
mezzo girato all’indietro, l’altro continuava a guardare nello
specchietto mentre guidava.
Christine non riusciva quasi a muoversi per la paura.
Da Lin si era rannicchiato lontano da lei. Aveva la maglietta
strappata sulla scollatura, come se qualcuno lo avesse afferrato. Lei
notò una macchia bagnata larga quanto un piatto sul cavallo dei
pantaloni. Lo cinse con un braccio e subito lo sentì irrigidirsi. Si
spostò più vicino a lui, lo attirò a sé e, dopo una breve esitazione, lui
abbandonò ogni resistenza: chinò il busto sul suo grembo, si
nascose il viso tra le mani e si mise a piangere piano. Lei guardava
le strade deserte fuori dal finestrino e gli accarezzava la testa.
In centrale fecero togliere le scarpe a entrambi. Presero poi la
cintura a Da Lin, quasi temessero che uno di loro potesse usarla per
impiccarsi. Una donna li condusse in una stanza senza finestre e
disse loro che dovevano aspettare.
Nella stanza c’erano quattro sedie, nient’altro. Le pareti nude
erano imbiancate e sul soffitto erano appesi diversi tubi al neon. La
porta era priva di maniglia all’interno.
Christine si accovacciò di fronte a Da Lin e gli osservò meglio la
faccia. Il labbro superiore e l’occhio sinistro si erano ulteriormente
gonfiati. Sul mento aveva una profonda abrasione. Quando aprì la
bocca, vide che gli mancavano due incisivi. Gli prese teneramente la
testa tra le mani. Non aveva neppure dell’acqua per pulire le ferite.
«Povero piccolo. Ti fa molto male?»
Un cenno d’assenso appena abbozzato.
«Che cosa ti hanno fatto?»
Silenzio.
«Ti hanno picchiato?»
«…»
«Non vuoi raccontarmi che cosa è successo?»
Nessuna risposta. Quando cercò di leggere qualcosa di più nel
suo sguardo, lui abbassò gli occhi.
«Hai sete? Vuoi che chieda dell’acqua?»
Tutto inutile.
Si mise seduta accanto a lui e gli strinse la mano. Tremava.
Aveva bisogno di un medico. Si alzò, andò alla porta e raccolse
tutto il proprio coraggio.
Bussò. Dapprima piano, poi più forte, finché prese a calci la porta
e gridò. Dopo il quinto o sesto calcio udì dei rumori in corridoio. Un
poliziotto aprì la porta.
«La smetta subito» le ordinò.
Lei fece un passo indietro. «C’è bisogno di un dottore» disse con
voce piatta.
«Un dottore?» Un’occhiata sprezzante. «Perché?»
Indicò il viso tumefatto di Da Lin. «Mio figlio non sta bene.
Qualcuno lo ha maltrattato».
Il poliziotto si limitò a stringersi nelle spalle.
«Abbiamo. Bisogno. Di. Un. Medico». Rimase sorpresa lei stessa
dall’improvvisa determinazione nella propria voce. Il suo tono deciso
stupì anche il poliziotto.
«Qui non c’è nessun medico» replicò, più conciliante.
«Avete almeno un analgesico e un panno bagnato?»
L’uomo si allontanò e tornò poco dopo con una bottiglia d’acqua,
due compresse e un panno bagnato.
Da Lin prese la medicina e svuotò la bottiglia a grandi sorsate. Lei
gli pulì delicatamente la ferita sul mento. Lui sussultava a ogni
contatto, era più profonda di quanto sembrasse. Christine gli scostò i
capelli dal viso, si mise seduta e lo prese tra le braccia. Lui la lasciò
fare.
Rimasero ad aspettare senza sapere cosa. Forse volevano solo
prendere le loro generalità. Perché erano lì? Dove abitavano?
Quando sarebbero ripartiti? Ma lei non aveva risposte convincenti
neppure per le domande più semplici. Non era brava a raccontare
storie, e ancora di meno a mentire.
La sua paura cresceva di minuto in minuto. In qualsiasi momento
sarebbe potuto entrare qualcuno per arrestarla. O per arrestare Da
Lin.
Pensò a Paul e al figlio morto.
L’attesa dei risultati delle visite era stata un’agonia, le aveva
raccontato una volta. Le ore nelle sale d’attesa dei medici o nei
corridoi dell’ospedale, finché una porta si apriva e lo facevano
accomodare. La speranza di valori migliori. L’impotenza di fronte a
una brutta notizia. Tutto dipendeva da una semplice frase: mi spiace
doverla informare… Bastavano poche parole per dare alla vita una
direzione completamente diversa. I valori sono peggiorati, oppure:
sono tornati nella norma.
Era sempre stata convinta di riuscire a capire cosa avesse provato
Paul in quei momenti. In quanto madre, conosceva l’ansia per un
figlio. Ora si rendeva conto di essersi completamente sbagliata. Non
aveva capito proprio niente. Tutto il suo corpo si ribellava. Era quello
che Paul doveva aver sofferto per mesi.
Trascorsero diverse ore.
A un certo punto Da Lin si sdraiò sul pavimento e si addormentò.
Lei gli si sedette accanto e gli prese la testa in grembo. Nel sonno lui
le afferrò la mano. Che mano infantile, pensò Christine, stringendolo
a sé. Com’era magro. Gli poteva tastare tutte le costole. Per evitare
che prendesse freddo, lì sdraiato sul pavimento, gli sollevò il busto e
se lo appoggiò sulle cosce.
Dopo un po’ perse la sensibilità alle gambe.
Christine udì dei passi. Entrò un poliziotto e le ordinò brusco di
seguirlo.
Da sola.
Chiese una coperta per Da Lin. Dopo un attimo di esitazione
l’uomo gliela portò e lei la distese delicatamente sotto il ragazzo
addormentato.
Si incamminarono lungo un corridoio malamente illuminato,
superando stanze vuote. La centrale di polizia era semideserta,
come il resto della città. Il poliziotto la condusse in una stanza, le
indicò una sedia e si accomodò dietro una scrivania. Di fronte a lui
un modulo e una matita. E una fionda.
«Come si chiama?»
«Wu».
«Wu e poi?»
«Christine Wu».
«Non ha un nome cinese?»
«No» mentì lei.
Un gesto sprezzante. «E il ragazzo è suo figlio?»
«Sì».
Lui la scrutò a lungo. «Non vi somigliate molto» dichiarò beffardo.
«Non esteriormente, almeno».
Lei si strinse nelle spalle. Che risposta avrebbe dovuto dargli?
«Età?»
«Dodici anni».
«Come si chiama?»
«Da… Da…» balbettò Christine. Era il caso di dire il suo vero
nome? Se fosse stato ricercato, era un indizio rivelatore. «Damien.
Damien Wu».
«Damien? Che razza di nome è?»
«Inglese».
«Vive con lei?»
«Sì».
Il poliziotto non credeva a una parola. Lo si capiva dal suo
sorrisetto perfido.
«Lei dove abita?»
«A Hong Kong».
L’uomo alzò lo sguardo, sorpreso. «Allora che cosa ci fate a
Hongyang?»
«Siamo turisti».
«Turisti? Non capita spesso che ne arrivino nella nostra città,
nemmeno per sbaglio. Che cosa siete venuti a visitare?»
Si prendeva gioco della sua incertezza.
«Niente. Siamo venuti a trovare un’amica».
«Un’amica, capisco».
«Perché vuole sapere tutte queste cose?»
Lui non rispose alla domanda. «Dove siete stati prima?»
«A Xian» mentì lei. «A vedere l’esercito di terracotta».
«E prima ancora?»
«A Pechino. Volevo mostrare a mio figlio la Città Proibita e la
Grande Muraglia». Si accorse da sola quanto fosse incerta e poco
convincente la propria voce.
Il poliziotto non si preoccupò neppure di prendere appunti. Si
appoggiò all’indietro sulla sedia con le braccia incrociate dietro la
testa. «Pechino-Xian-Hongyang. È un viaggio piuttosto tortuoso.
Siete mai stati a Shi?»
Lui sapeva, pensò. Certo che sapeva.
«Dove si trova?»
«Nella provincia del Sichuan. Dovrebbe saperlo». Prese la fionda,
la esaminò assorto, tirò l’elastico, la rimise sulla scrivania.
«Un bell’oggetto. Appartiene a suo figlio?»
Christine non rispose.
«Appartiene a suo figlio?» ripeté l’uomo più forte, in tono
minaccioso.
Prima che lei avesse il tempo di rispondere, la porta si aprì ed
entrò Da Lin, seguito da un altro poliziotto.
La sua corporatura massiccia occupò quasi per intero la porta.
Indossava un’uniforme con diverse stellette sul bavero e doveva
essere coetaneo di Paul.
Lei lo aveva già visto una volta. Impiegò qualche secondo prima di
ricordare in quale occasione.
15.

Dall’ascensore proveniva l’odore penetrante di un corpo non lavato


da molti giorni.
Zhang aveva sostituito la tonaca con degli stracci. Una giacca
strappata sulla manica, un paio di calzoni grigi sporchi, stretti in vita
da un brandello di stoffa. Portava scarpe senza lacci, aveva la barba
lunga ed era dimagrito.
«Chi è?» bisbigliò David.
Gao Gao tirò fuori per lui dei vestiti da uno scatolone di
abbigliamento maschile ancora sigillato.
«Porti anche abiti da uomo?» si meravigliò Paul.
«No, ma non ho saputo resistere. Erano in saldo. Tutto scontato
del settanta percento».
«Anche il dopobarba?»
«Quale dopobarba?»
«Quello che si sente in tutto l’appartamento».
«No» rispose lei seria. «Quella è l’acqua di colonia di mio padre».
Mentre Zhang si faceva la doccia, Gao Gao prese dal congelatore
riso, verdure e pancetta stufata.
David non si voleva staccare dal padre. «Quando torna la
mamma?»
«Tra mezz’ora».
«Sicuro?»
«Sì. Ti va di disegnare mentre l’aspetti?»
«No».
Quando Zhang uscì dalla doccia, il suo aspetto fece ridere
entrambi: il dolcevita rosso gli stava troppo grande di almeno due
taglie, al pari della giacca verde e dei calzoni blu. Somigliava a un
clown.
Zhang si mise seduto e mangiò in fretta, facendo due volte il bis.
Paul non aveva appetito e David gli sedeva in grembo, entrambi
intenti a osservare Gao Gao e Zhang che mangiavano.
«Dov’è Christine?» domandò a bocca piena quest’ultimo.
Paul non rispose subito. «Ecco… non lo sappiamo nemmeno noi
con precisione».
Zhang posò le bacchette sul piatto. «Cosa significa che non lo
sapete nemmeno voi con precisione?»
«È andata a fare una passeggiata» dichiarò David convinto.
«E il ragazzo?»
«È a passeggio con la mamma».
«A passeggio?»
Paul sapeva che l’amico aspettava una spiegazione. «Torneranno
sicuramente molto presto». Sperava che il figlio non cogliesse lo
sconforto nella sua voce.
Zhang spostò lo sguardo da Paul a David, poi di nuovo su Paul,
che impiegò qualche istante a comprendere che cosa volesse dirgli
l’amico. Portò David davanti al televisore e fece partire il film di
Winnie-Pooh che avevano visto il giorno prima tutti insieme. Gli
promise di raggiungerlo subito sul divano, poi tornò al tavolo da
pranzo.
«Ho brutte notizie» disse Zhang sottovoce. «Il poliziotto è morto».
«Ne sei sicuro o è solo una voce?» chiese Gao Gao.
«Ne sono sicuro. Morto dissanguato prima di arrivare all’ospedale.
Me l’ha confermato un ex collega di Shenzhen».
«Che cosa è successo a Luo?» volle sapere Paul.
Zhang chinò lo sguardo. «È stato il primo a cui l’hanno fatta
pagare per questo» rispose abbassando ulteriormente la voce.
Zhang non sapeva in che modo fosse morto. Oppure preferiva
risparmiare loro i dettagli.
Con la coda dell’occhio Paul vide che Winnie-Pooh leccava un
barattolo di miele fino a svuotarlo.
«Papà, vieni?»
«Tra un attimo».
«Il ragazzo è accusato di omicidio. Lo stanno cercando in grande
stile». Zhang fece una pausa, bevve un sorso di tè. «Cercano anche
voi».
«Come fa la polizia a sapere chi siamo?»
«Non conoscono ancora i vostri nomi, ma hanno le vostre
descrizioni. Molto dettagliate. Pare che un vicino vi abbia visto».
Paul fece un profondo respiro, ma continuò a sentirsi soffocare.
«Perché noi?»
«Per complicità. Eravate presenti quando il ragazzo ha colpito il
poliziotto. Ora lo state aiutando a fuggire».
Paul chiuse gli occhi e nascose il viso tra le mani. Non c’era
bisogno che Zhang gli dicesse che cosa significava. Non erano
inseguiti soltanto dagli scagnozzi del figlio squilibrato di un alto
funzionario di partito, erano ricercati ufficialmente dalla polizia. Era
morto un agente. Attribuire loro l’omicidio sarebbe stato uno scherzo
da ragazzi. In questo caso l’ambasciata americana avrebbe potuto
aiutarli? La Cina non lasciava partire nessun cittadino straniero
contro il quale fosse stata spiccata un’accusa di omicidio. Non senza
il pagamento di un riscatto. L’omicidio in Cina era punito con la pena
di morte.
Paul fu assalito da una vertigine. La mano di Zhang sul suo
braccio. Aprì gli occhi e guardò il volto preoccupato di Gao Gao.
«Che succede, papà?»
David gli era accanto.
Paul dovette fare appello a tutte le proprie forze per prendere in
braccio il figlio. «Va tutto bene, tesoro. Va tutto bene».
16.

L’uomo era chiaramente superiore di diversi gradi rispetto all’agente


che la stava interrogando. Il poliziotto più giovane si raddrizzò
involontariamente e si mise seduto impettito alla scrivania, in attesa
di istruzioni.
Una seconda occhiata e Christine ricordò dove avesse già visto
quell’uomo.
«Grazie» disse questi al collega. «Può andare. Me ne occupo io».
L’altro si alzò prontamente. «Agli ordini, signor commissario». Uscì
dalla stanza senza salutare e richiuse la porta.
Da Lin era immobile a un paio di metri da Christine, impaurito. Lei
spalancò le braccia, ma lui non osò muoversi. Rivolse un’occhiata
interrogativa al commissario. Ricevuto da questi un cenno
affermativo, corse da Christine.
Nonostante l’altezza e l’uniforme l’uomo non aveva un aspetto
minaccioso, anzi da lui sprigionava un’insolita serenità. Fece un
profondo sospiro.
«Il ragazzo è ricercato» disse infine. «E anche lei».
Mi rincresce doverla informare…
«Perché?»
«Omicidio» dichiarò lui asciutto.
Christine si aggrappò a Da Lin.
«C’è… c’è un equivoco» balbettò.
Lui scosse la testa, raccolse la fionda dal tavolo e la osservò a
lungo. «Temo di no. Devo arrestarla».
Le veniva da vomitare. Non qui, pensò. Non qui, e chiese di
andare al bagno.
«Adesso no» rispose distaccato l’uomo, guardando l’orologio che
aveva al polso.
Lei fece un profondo respiro, nella speranza di riuscire a calmare
lo stomaco. La pressione dentro di lei aumentò. Deglutì più volte,
serrando le mandibole.
Il poliziotto le porse un cestino per la carta all’ultimo momento.
La stanza si riempì d’un odore acre di vomito. I conati
proseguirono, finché dalla bocca le uscì solo della bile verdognola.
Da Lin voltò la testa disgustato.
L’uomo rimase di fronte a loro in silenzio. Per diversi minuti.
Sembrava indifferente, di tanto in tanto consultava l’orologio.
I succhi gastrici le bruciavano in gola.
All’improvviso il poliziotto aprì la porta. «Venite con me. Tutti e
due».
Scesero ai piani inferiori dell’edificio. Arrivati nei sotterranei
percorsero un lungo corridoio, in fondo al quale una scala li riportò al
livello della strada e a una porta. L’uomo l’aprì con un codice
segreto.
Un cortile, dove c’era ad aspettarli un minivan nero con i vetri
oscurati.
«Salga» disse il poliziotto.
Christine era perplessa. Che intenzioni aveva il commissario?
Sarebbero stati rinchiusi in custodia cautelare? Perché non usare
un’auto ufficiale? Volevano trasferirli di nascosto a Shi? Non voleva
andarsene dalla città fantasma. Qui se non altro erano vicini a Paul e
a David. Tutto in lei si ribellava. Se salivano su quell’auto, lei non li
avrebbe più rivisti.
«Avanti» ordinò severo l’uomo. «Salga».
Il portellone scorrevole si aprì lentamente. Al volante c’era Gao
Gao.
17.

Com’erano morbide le sue mani.


A Da Lin non piaceva essere accarezzato. Lo ripugnava il contatto
di una pelle sconosciuta sul proprio corpo. Nessuno aveva il
permesso di toccarlo. Con l’unica eccezione di suo padre. Spesso,
prima di addormentarsi, gli aveva preso la mano e l’aveva stretta con
tutte le forze. Oppure più raramente, quando andavano a passeggio,
di tanto in tanto il padre gli accarezzava la testa e da Lin era felice di
quel gesto. Altrimenti non voleva essere toccato. Non dal nonno.
Non dalla mamma. Men che meno da altri bambini o da sconosciuti.
Con Christine era diverso. La sua mano gli scivolava tra i capelli.
Lo accarezzava teneramente e nulla in lui opponeva resistenza. I
suoi gesti premurosi, regolari, lo tranquillizzavano. Quel corpo caldo
al quale stringersi, con il suo odore, serviva a scacciare la paura. I
dolori alla bocca e al mento erano più sopportabili quando lei lo
stringeva. Gli mormorò qualcosa all’orecchio. Da Lin non comprese
nemmeno una parola, ma la sua voce gli fece capire di non essere
solo.
Sperava che lei non se ne andasse mai più. Voleva qualcuno che
rimanesse con lui. Da Lin le prese la mano e la tenne stretta. Non
l’avrebbe più lasciata.
Perché lo aveva salvato? Avrebbe potuto rispondere di no.
Avrebbe potuto affermare di non conoscerlo. I poliziotti avrebbero
proseguito e loro non si sarebbero più rivisti. Per lei sarebbe stato
tutto più semplice.
Non sapeva se potesse veramente proteggerlo, ma con lei si
sentiva al sicuro.
Avrebbe voluto dimostrarle la propria gratitudine, ma come? Un
regalo? Tutto ciò che possedeva lo aveva addosso. La fionda di suo
padre gliel’avevano portata via i poliziotti. E comunque, che cosa se
ne sarebbe fatta lei di una fionda? A casa aveva una seconda stecca
da biliardo. Ma le avrebbe fatto piacere?
Un regalo! Bastava anche uno piccolo. Ma non c’era niente che
potesse darle o condividere.
La bocca gli doleva ancora in maniera atroce.
Odiava piagnucolare. Le lacrime erano un segno di debolezza.
Quando piangeva si sentiva piccolo e indifeso. L’ultima volta aveva
pianto dopo la morte del padre. Ma per poco.
Ora piangeva senza ritegno. Christine lo strinse un po’ di più. Per
la prima volta si rese conto di quanto gli facesse bene non essere
costretto a trattenere le lacrime.
Da Lin fu assalito dalla stanchezza. Aveva le palpebre pesanti e si
sdraiò a dormire sul pavimento.
Com’era freddo.
Pensò al padre. E al nonno.
Nel dormiveglia la sentì sedersi per terra accanto a lui. Spostarlo
sulle proprie gambe.
Il suo grembo era morbido e caldo.
Lo avvolse in una coperta. Avrebbe voluto addormentarsi così e
non risvegliarsi mai più.
Pechino
1.

Dovevano lasciare la città. Il più in fretta possibile. La famiglia era


più in pericolo di prima. Gao Gao l’aveva capito e non aveva avuto
neppure un istante di esitazione.
Li Gang l’aveva chiamata e le aveva dato istruzioni succinte. Dove
e quando farsi trovare. Come raggiungere l’uscita posteriore della
centrale. Che cosa fare lì e che cosa dire se qualcuno l’avesse
fermata.
Mentre lo ringraziava, lui aveva riattaccato.
Tipico di Li Gang, pensò. Era l’unico legame con la sua prima vita.
Si conoscevano da molti anni, lui era stato una delle guardie del
corpo del padre. Lo aveva incontrato in occasione di manifestazioni
e di cene pubbliche, a volte aveva riaccompagnato il padre e
prestato servizio a casa loro. L’aveva colpita per i suoi modi discreti.
Emanava un senso di serenità, di pace interiore. Era l’unico che
avesse visto leggere dei libri. Poesie della dinastia Tang! Una volta
addirittura un saggio politico, di cui aveva dimenticato il titolo, ma
che ricordava essere stato vietato di lì a poco. Quando lo aveva
incontrato in seguito e le aveva raccontato che il padre lo aveva
nominato capo della polizia di Hongyang, lei aveva pensato che
scherzasse. Non corrispondeva all’idea che aveva della polizia.
Ancor meno corrispondeva all’idea che si era fatta di lui.
«Non conosci la mia storia» le aveva ribattuto, senza dar segno di
volergliene rivelare alcun dettaglio.
Da allora le era capitato spesso di pensare a questa affermazione.
Non conosci la mia storia. Quante volte succedeva che fosse vero.
Raramente conosciamo la storia di una persona. Sappiamo
pochissimo sui retroscena delle sue azioni, sui veri motivi dei suoi
gesti. Però ce ne facciamo sempre un’idea. Giudichiamo. Valutiamo.
Lei non faceva eccezione, anche se da allora cercava di essere
più prudente.
L’aiuto di Li Gang avrebbe avuto un prezzo, Gao Gao non si
faceva illusioni. Tutto aveva un prezzo. Li Gang non era un
samaritano, non le doveva niente, al massimo c’era stato il legame
con suo padre. Il rischio che correva facendo scappare due ricercati
non era certo irrilevante. Evidentemente ci aveva riflettuto bene. In
qualità di capo della polizia non temeva che un sottoposto lo
denunciasse. E di certo avrebbe avuto una giustificazione plausibile
da esibire in quel caso.
Che cosa voleva da lei? Non era particolarmente interessato ai
soldi. Con ogni probabilità in futuro avrebbe dovuto accettare la sua
corte, vedovo o non vedovo. Non era una prospettiva che la
riempisse di gioia, ma neppure le ripugnava. Era passato molto
tempo dall’ultima volta che era andata a letto con un uomo. Forse si
sarebbe persino divertita.
L’autostrada era sorprendentemente deserta, procedevano spediti.
Zhang era sul sedile del passeggero. Non aveva spiccicato parola
da quando erano partiti e aveva risposto alle sue domande solo con
cenni del capo. Adesso era seduto accanto a lei nella posizione del
loto, come se meditasse. Un tipo davvero strambo. Ma, pensò, non
conosci la sua storia.
Gli altri si erano rannicchiati sui due sedili posteriori. Nello
specchietto vide che Da Lin si era addormentato in grembo a
Christine. Paul leggeva sottovoce un libro a David.
Sarebbero arrivati nella capitale a tarda sera e Gao Gao non
aveva idea di dove avrebbero pernottato.
Gli alberghi erano fuori discussione. Lei non aveva né amici né
conoscenti a Pechino. Non più. E anche in quel caso, nessuno di
loro si sarebbe accollato il rischio di ospitarli anche solo per una
notte. Forse però si sbagliava. Aveva dimenticato Lin Dan. Avevano
studiato insieme all’Università di Pechino. Anche Lin aveva
guadagnato una fortuna con il mercato immobiliare e, a quanto ne
sapeva, viveva sola in un grande appartamento a poca distanza
dalla piazza della Pace Celeste e possedeva una serie di alloggi
sparsi per tutta la città. Gao Gao diede a Zhang il proprio cellulare e
lo pregò di telefonare a Lin Dan.
Dal tono della voce si capiva che la donna non era contenta di
sentirla, anche se a parole si ostinava ad affermare il contrario. Un
posto per dormire ce l’aveva, ma solo per una notte e per una
persona. Un gruppo di sei? Impossibile, anche con tutta la sua
buona volontà. Avrebbe voluto aiutarla, ma date le circostanze…
Un altro contatto possibile che venne in mente a Gao Gao era Yu
Xiang, anche lui ex compagno di studi. Rispose da Singapore,
sarebbe tornato di lì a dieci giorni. La prossima volta, volentieri.
Mancava ancora un’ora a Pechino.
La sua ultima speranza era Hong Mei, figlia di una donna che
frequentava la sua stessa comunità. Andava a trovare regolarmente
la madre e l’accompagnava anche alle funzioni religiose, sebbene
fosse buddhista. A Gao Gao piaceva chiacchierare con lei. Era una
pazza, passava la vita a salvare cani e gatti. Lottava per i diritti degli
animali, sebbene in Cina i diritti umani non fossero messi meglio.
Era intrepida. Si era sdraiata davanti ai camion che trasportavano
gatti da cucinare nella provincia di Guangdong. Confidava nel fatto
che i camionisti non l’avrebbero investita. Un invito accorato e un
appello alla loro umanità. Una follia, a dirla tutta. La linea di
demarcazione tra coraggio e sconsideratezza era sottile. L’anno
precedente si era recata al celebre festival della carne di cane a
Yulin e per protesta aveva cominciato uno sciopero della fame sulla
«piazza del Popolo». I locali consumatori di carne di cane non
avevano gradito ed era stata picchiata brutalmente. Alla fine la
polizia l’aveva portata al sicuro.
Hong Mei riconobbe subito la voce di Gao Gao. Ma certo che
poteva pernottare da lei. Sì, anche gli altri ospiti. Sarebbero stati un
po’ stretti, ma per una notte o due non c’era problema. Nessuno
però doveva essere allergico ai cani o ai gatti. Nel suo appartamento
ne viveva una dozzina.
2.

Oltre i finestrini oscurati la città era buia, quasi tenebrosa. Non c’era
molta gente per strada, i pochi pedoni avevano le mascherine sul
naso e sulla bocca. Paul non riusciva a vedere bene nemmeno dal
parabrezza anteriore. La visibilità non doveva superare i cento metri,
duecento al massimo; poi lampioni, semafori, palazzi, alberi e auto
erano inghiottiti da una densa nebbia grigiastra. Inizialmente Paul
pensava che si trattasse di vapore o fumo, ma Gao Gao gli spiegò
che Pechino era avvolta da una densa nube di smog. Era del tutto
normale in quella stagione.
Dal cellulare una gradevole voce femminile le dava istruzioni sul
tragitto. A quanto riusciva a capire Paul, stavano percorrendo la
seconda circonvallazione in direzione nord, poi superarono il lago
Houhai e imboccarono una stradina che partiva dalla Gulou
Dongdajie.
Il loro alloggio si trovava da qualche parte in un hutong fra il
Tempio dei Lama e la Torre della Campana.
Conosceva la zona dalle sue visite precedenti nella capitale. Se
non ricordava male, il tragitto in macchina da lì all’ambasciata
americana richiedeva da venti minuti a un’ora, a seconda del traffico.
Bastava proseguire verso est fino alla terza circonvallazione. Non
era molto distante da lì.
Gao Gao guidava veloce e sicura per la città, ma faticava a
manovrare l’ingombrante veicolo nei vicoli stretti. All’improvviso fece
una brusca frenata: gli avventori di un ristorante furono costretti ad
alzarsi e a sgombrare la strada da tavoli e sedie pieghevoli,
altrimenti l’auto non sarebbe riuscita a passare.
A un certo punto si fermarono davanti a un muro grigio. Qualcuno
aprì dall’interno uno stretto portone rosso e, dopo numerose
manovre, Gao Gao riuscì a parcheggiare il minivan in un cortile.
Paul capì subito che non si sarebbero potuti fermare a lungo.
L’appartamento era composto da due stanzette stipate e una cucina.
C’erano gatti dappertutto. Sul tavolo. Sulla libreria. Sul letto. Sul
divano. Tre cani si sgolavano ad abbaiare. Erano così piccoli che
neppure David aveva paura di loro. Ovunque c’era puzza di piscio di
gatto. Quando si riunirono tutti in cucina, la riempirono
completamente.
Dall’appartamento vicino sentirono tossire un bambino. Da
qualche parte qualcuno russava sonoramente. Non avrebbero potuto
trovare un nascondiglio peggiore. Ai vicini non sfuggiva mai niente.
«Non sapevo che foste così tanti» disse Hong Mei, sconcertata
ma non risentita. «Comunque ce la caveremo. Avete fame o sete?»
Senza aspettare una risposta, mise in tavola delle tazze e un
thermos.
Estrasse poi un cassetto da sotto un letto e tirò fuori coperte e
cuscini.
Per Gao Gao, Christine e David c’era un letto, per Hong Mei il
divano.
Zhang suggerì che lui, Paul e Da Lin avrebbero potuto anche
dormire in macchina.
Qualcosa in Paul però si opponeva a quest’idea. Non voleva
trascorrere la notte senza David e Christine, e d’un tratto provava
una infantile paura del distacco.
«Vado io a dormire in macchina?» chiese Gao Gao.
«No, no» protestò Paul.
Presero un cuscino a testa e un paio di coperte e salirono sul
minivan. Paul preparò un letto per Da Lin sul sedile posteriore. Lui
avrebbe dormito su quello centrale. Zhang reclinò il sedile anteriore,
in modo da potercisi sdraiare.
Faceva fresco nell’abitacolo, sarebbe stata una notte fredda. Da
Lin si addormentò nel giro di pochi minuti e Paul gli mise addosso
un’altra coperta.
Seduto davanti, Zhang osservava entrambi. «Che ne facciamo di
lui?»
«Domani lo portiamo da sua madre». Paul sapeva che non era la
risposta che si aspettava Zhang. «Oppure hai un’altra idea?»
Zhang si mordicchiò l’unghia di un mignolo, assorto. «E se la
polizia ci aspettasse a casa sua?»
A questo Paul non aveva pensato. La madre di Da Lin era l’unico
punto di riferimento, e anche il primo indirizzo dove la polizia
sarebbe andata a cercarli.
«Che cosa sai di lei?»
Paul ci pensò su. «Non molto. Si chiama Yin Yin e, a quanto mi ha
fatto capire Luo, voleva trasferirsi in una delle città costiere per
guadagnarsi da vivere. È finita a Pechino e lavora in fabbrica».
«Ufficialmente? È registrata in città?»
«Non ne ho idea. Probabilmente no. Sarebbe molto insolito per
una donna nella sua situazione».
«Se non è registrata, le autorità non sanno dove si trova. Ci sono
centinaia di milioni di lavoratrici clandestine come lei. Potrebbe
benissimo essere a Shanghai oppure a Shenzhen. Conosci il nome
della fabbrica e il suo indirizzo?»
«Solo l’indirizzo. E un numero di cellulare».
«Servirà in caso di emergenza. Domani vedremo se la polizia ci
aspetta da lei. Forse dovrei andare io per primo, mentre tu rimani in
macchina con Da Lin. Da solo non darò nell’occhio».
Paul annuì. «E se…?» Non terminò la frase. Nella sua testa si
affollavano troppe domande.
E se la polizia sapesse dove vive Yin Yin?
E se lei si fosse trasferita altrove in cerca di lavoro?
E se non avesse voluto prendere il figlio con sé?
Non aveva risposte per questi interrogativi, né poteva pretendere
che le avesse Zhang.
«Come sei riuscito ad arrivare a Hongyang?»
«È stato difficile. Mio nipote mi ha dato un sacco di soldi. Sono
serviti per autobus, taxi, pick-up. Tuttavia ho dovuto fare qualche
deviazione».
«Che cosa farai quando ce ne saremo andati? Tornerai a Shi?»
«Non è possibile. Là ci sono troppe persone che sanno chi vi ho
aiutato». Si accarezzò pensieroso la barba rada. «Conosco un abate
in Tibet. Dirige un piccolo monastero semiclandestino in un luogo
sperduto. È un buon posto in cui sparire per un po’».
«Non avevi detto di aver vissuto a sufficienza nella fede?»
Zhang cercò di sorridere, senza riuscirci. «È vero. Ma forse non
sono abbastanza forte per una vita senza fede».
«Ne dubito. Non conosco nessuno più forte di te».
Zhang non rispose. Paul fu scosso da un brivido.
«Prendi la mia coperta, io sono vestito pesante».
«Sicuro?»
«Sì».
Paul si avvolse riconoscente nella coperta. «Perché non torni a
Shenzhen?»
«Che cosa potrei fare lì?»
Il tono brusco e categorico con cui Zhang pronunciò queste parole
fece capire a Paul che l’amico ci aveva già riflettuto e aveva scartato
l’idea. Non sapeva se fosse il caso di esprimere ciò che pensava.
«Magari potresti andare a trovare tuo figlio?» suggerì cauto.
Zhang socchiuse gli occhi e strinse le labbra fino a farle quasi
scomparire. Paul temeva una reazione collerica, invece Zhang esitò
a lungo prima di rispondere. «Non saprei…» disse infine, poi ripeté:
«Non saprei…»
Due parole così cariche di struggimento e sofferenza che Paul non
seppe che cosa dire.
Guardò fuori dal finestrino. Vide aprirsi una porta, un uomo che
barcollava in cortile. Era ubriaco e non si accorse di loro.
«Anche dentro l’ambasciata non siete al sicuro» osservò Zhang
nel silenzio.
«Che cosa vorresti dire? Non ci consegneranno mica alla polizia
cinese?»
Zhang dondolò il capo. «Il poliziotto è morto. Siete accusati di
omicidio, o di complicità in omicidio. Le autorità non vi lasceranno
partire finché la vostra posizione non sarà chiarita. Non ci sono
testimoni, a parte il ragazzo. Le trattative potrebbero andare per le
lunghe».
«Abbiamo qualche alternativa?»
«No. E se non altro all’ambasciata dovreste essere al sicuro da
Chen e dai suoi».
Prima di addormentarsi, Paul pensò a Christine. Sentiva talmente
la sua mancanza da provare quasi un dolore fisico.
Lui e Meredith si erano allontanati durante la malattia di Justin,
senza rendersene conto. Quando lo avevano capito era ormai troppo
tardi. Con Christine era diverso. Lui era pieno di rabbia e di dolore.
Non la capiva. A volte avrebbe voluto scuoterla e inveire contro di
lei. Si richiudeva in se stesso, ma non le voltava le spalle.
Quanto gli sarebbe piaciuto sdraiarsi accanto a lei adesso.
Cingerla semplicemente con un braccio e percepire il suo calore.
Sentire il suo odore. Tuttavia temeva che lei non avrebbe sopportato
la sua vicinanza fisica.
Durante il viaggio aveva tentato ripetutamente di accarezzarle la
testa da dietro. Tutte le volte lei si era sottratta.
Quanto conforto gli avrebbero dato quelle carezze.
3.

Sul letto stretto c’era spazio per una persona soltanto, ma ci si erano
pigiati in tre. Gao Gao, dalla parte del muro, si addormentò dopo
pochi minuti e cominciò a russare. David era sdraiato per metà sulla
madre e si agitava nel sonno. Christine aveva caldo. Le prudeva
tutto il corpo, ma non aveva spazio nemmeno per grattarsi. Con un
gran balzo uno dei gatti saltò su una mensola sopra di loro. Lei
temeva che il felino potesse piombarle addosso da un momento
all’altro. Una fitta pulsante le salì dalle spalle contratte fino alla testa.
Uno dei cani guaì nel sonno.
Quando non ne poté più di stare così sacrificata, si alzò in silenzio
e si sdraiò per terra. Il pavimento era duro e freddo.
Raggiunse in silenzio la cucina, per vedere se c’erano delle sedie
con cui improvvisare una branda. C’erano solo tre sgabelli, troppo
piccoli per sdraiarcisi sopra.
Un orologio sopra la porta segnava le 2.13.
Su un ripiano scoprì un mucchio di vecchi fazzoletti che
puzzavano di gatto e provò a usarli per ricavarne un giaciglio di
fortuna in un angolo.
«Ti serve aiuto?»
Si voltò di scatto. Alle sue spalle c’era Hong Mei.
«Non volevo spaventarti» si scusò la donna.
«Il letto è troppo piccolo. Non riesco a dormire».
«Lo immaginavo. Puoi metterti sul divano, se vuoi».
«E tu?»
«Non ho sonno».
Christine era restia ad accettare l’offerta. Era notte fonda, come
mai quella donna non era stanca? Cosa poteva fare a quell’ora?
«Non ho bisogno di molte ore di sonno» spiegò Hong Mei, quasi
volesse tranquillizzarla.
«Non avresti un analgesico?»
«No, mi spiace. Non ne tengo in casa».
«Di nessun tipo?»
Hong Mei scosse la testa.
«Vuoi che ti prepari una tisana? Magari ti aiuta».
«Ne dubito».
«Un massaggio alle spalle?»
La disponibilità della donna insospettì Christine. Che cosa voleva
da lei? «No, grazie, non importa».
Sul divano era acciambellato un gatto bianco e grigio con gli occhi
grandi. Si rizzò e fece la gobba quando Christine si avvicinò. Hong
Mei lo prese in braccio e lo portò in cucina.
Il divano era troppo corto, ma rannicchiando le gambe poteva
andare. Sentì Hong Mei preparare una tisana e sedersi a tavola.
David mormorò qualcosa nel sonno, ma Christine non capì cosa
dicesse. Poi tornò il silenzio.
Era completamente sveglia e aveva sete, così si alzò e andò in
cucina. Hong Mei era seduta, china in avanti, la testa appoggiata
sulle braccia, e dormiva. Accanto a lei un raccoglitore e una serie di
ritagli di giornale.
Due gatti le girarono intorno silenziosi, osservando diffidenti ogni
suo movimento.
Christine bevve un bicchiere d’acqua, tornò a sdraiarsi sul divano,
piegò le gambe e si tirò la coperta sulla testa. Quando le si chiusero
finalmente gli occhi, era quasi l’alba.
Per colazione la padrona di casa aveva comprato panini e ravioli
di verdure. Preparò il tè e tirò fuori dei biscotti da un cassetto. A
parte lei e i bambini, però, nessuno aveva appetito. Paul e Zhang si
divisero un panino, Gao Gao mangiò un raviolo, ne lasciò un altro
nel piatto dopo il primo morso e rimase a guardare nel vuoto.
Christine non toccò niente. Nessuno parlava.
Paul le stava accanto; le posò una mano sulla spalla, e lei si
allontanò con la scusa di voler aiutare David a mangiare.
Non lo faceva di proposito, era una reazione istintiva del suo corpo
che agiva di sua iniziativa. Questo non faceva che peggiorare le
cose. Non voleva perdere Paul. Non voleva ritrovarsi per la seconda
volta ad allevare un figlio da sola. Un secondo matrimonio fallito.
Addormentarsi da sola, svegliarsi da sola. Serate solitarie davanti
alla tivù. Nessuno per soddisfare le sue voglie. I commenti della
madre. Sarebbe stato molto peggio della prima volta. Amava Paul
più del suo primo marito e David era molto legato a suo padre, più di
quanto lo fosse stato Josh. E per lei non ci sarebbe stata una terza
occasione.
Avrebbe voluto parlare con Paul. Ma come spiegargli qualcosa
che non capiva neppure lei?
La paura era troppo grande. Si era insinuata in tutte le fibre del
suo essere e non lasciava spazio a nessun’altra emozione. Si
sentiva priva di forze. Cominciava a sgretolarsi sotto la pressione, si
disfaceva, stava diventando un’altra. La Christine che conosceva
prima di quel viaggio si allontanava inesorabilmente in una nebbia
sempre più fitta.
4.

Imboccarono una stretta viuzza. Da Lin teneva il viso premuto contro


il finestrino per vedere meglio. Scoprì un negozio che vendeva frutta
e verdura. Una sala da tè. Cani randagi. Un ristorante aveva
apparecchiato dei tavoli all’aperto all’ombra degli alberi, c’erano già
alcuni clienti seduti a bere birra e a mangiare. Un uomo riparava la
camera d’aria di una bicicletta, seduto sul marciapiede.
Non c’erano in giro né poliziotti né autopattuglie.
Superarono una casa diroccata con una grande pubblicità
luminosa sulla facciata. Dovevano aver sbagliato indirizzo. Non era
una fabbrica, su questo non c’erano dubbi. Nemmeno una piccola
fabbrica. Era un salone di parrucchiere, c’era scritto in grande
sull’insegna. Diverse donne erano sedute davanti al negozio, tutte
con gonne molto corte e magliette molto attillate.
«È questo l’indirizzo?» chiese scettica Gao Gao.
«Sì» confermò Paul.
«Sicuro?»
Lui annuì. Proseguirono, girarono a destra tre volte e alla fine si
fermarono davanti al negozio.
«Chiedo se conoscono una certa Yin Yin» disse Zhang.
«Vengo con te!» esclamò Da Lin da dietro.
«Non credo sia una buona idea» osservò Paul.
«Invece sì» obiettò Da Lin e, prima che qualcuno potesse
ribattere, aprì la portiera e scese in strada.
Paul lo raggiunse subito. Mentre si incamminavano verso il
negozio, Da Lin gli prese la mano. Erano entrambe gelide.
«Credo che l’indirizzo sia sbagliato» disse Paul fermandosi.
Da Lin non fiatò e proseguì, trascinandolo con sé.
Le donne li scrutarono brevemente, non ostili ma disinteressate.
«Cerchiamo Yin Yin» disse Paul.
«Chi siete?»
«Amici».
«Lei non ha amici» rispose una delle donne. Le altre fecero
qualche risolino stupido.
«È la mia mamma». Da Lin aveva parlato sottovoce, ma con
grande determinazione.
Le donne ammutolirono all’istante. Distolsero gli occhi,
imbarazzate, e tacquero.
«Dove possiamo trovarla?» chiese Paul.
Dato che le donne non parlavano, ripeté educato la domanda. Non
ottenendo risposta nemmeno questa volta, aprì la porta ed entrarono
nel negozio. Dentro faceva caldo e c’era un forte odore di profumo.
Tre donne erano stravaccate su un divano e fissavano rapite un
grande schermo. Una scaletta conduceva verso una specie di
ballatoio, una tenda nascondeva una porta.
«Cerchiamo Yin Yin» ripeté Paul.
«È con un cliente» disse una delle donne, senza distogliere gli
occhi dal televisore.
Da una stanza sul retro si udirono provenire dei gemiti e il cigolio
di un letto.
Da Lin strinse la mano di Paul e piegò la testa all’indietro per
guardarlo. «Che cosa significa con un cliente? Dov’è la mamma?»
«Non è qui. Ma arriverà presto» spiegò Paul, trascinandolo
rapidamente fuori dal negozio.
Rimasero ad aspettare in auto. Dall’espressione sui visi degli
adulti, Da Lin aveva capito che qualcosa non andava. Avevano
reagito con un silenzio impacciato al resoconto di Paul. Christine lo
aveva abbracciato. Com’era possibile che sua madre fosse con un
cliente se non era lì? Oppure c’era un altro salone di parrucchiera
dove lei lavorava?
Videro un uomo uscire dal negozio. Poco dopo una donna uscì e
si guardò intorno.
«È lei!» esclamò Da Lin. «È lei».
Sua madre era diversa da come la ricordava. Anche lei, come le
altre donne, portava una minigonna nera e una maglietta troppo
aderente, le labbra dipinte di un rosso acceso. Da Lin la trovava
spaventosa. All’improvviso non era più sicuro di volerla vedere.
«Vuoi che vada con lui?» chiese Christine a Paul.
«No, ci penso io» rispose per fortuna Paul. Da Lin si vergognava
al pensiero che Christine e sua madre si conoscessero.
Scesero dall’auto e si diressero verso la donna. Istintivamente, Da
Lin strinse di nuovo la mano di Paul.
5.

«Che ci fai tu qui?»


Paul fece un profondo respiro. Era proprio ciò che aveva temuto.
Lei aveva una voce profonda, il tono distaccato. Lui avrebbe
voluto consegnarle Da Lin e andarsene all’istante. Invece non c’era
modo di evitare i momenti successivi.
Sentì la mano del bambino diventare ancora più fredda nella sua.
Lei guardò Paul. La faccia che lo fissava non era bella. Occhi
piccoli e diffidenti, occhiaie profonde, malamente nascoste dal trucco
pesante. Labbra dure, sottili, ingrossate da un rossetto volgare.
Aveva l’aria patita e stanca. Lui sospettava che facesse uso di
droghe.
«Lei chi è?»
«Possiamo andare a parlare da qualche parte?» chiese Paul nella
maniera più disinvolta possibile.
Lei si guardò intorno. «Dove?»
«Dentro il negozio?»
«Non c’è posto».
«Al ristorante?»
Yin Yin ci pensò su un attimo. Poi si girò e aprì la porta del
negozio. «Entrate».
Salì controvoglia la ripida scaletta e li condusse in uno stanzino
con due letti e due sedie. Il soffitto era così basso che Paul non
riusciva a stare in piedi, al centro era appesa una lampadina rossa.
Si mise seduto su uno dei letti con Da Lin, e Yin Yin si accovacciò su
quello di fronte. L’aria era calda e pesante.
«Perché non sei con il nonno?»
Da Lin era rimasto a fissare la madre in silenzio per tutto il tempo,
facendosi sempre più piccolo. Ora chinò lo sguardo e non rispose.
«Parlo con te».
«Il nonno non può più occuparsi di lui» disse Paul.
«Nemmeno io». Dopo un attimo di esitazione aggiunse: «Perché
no? Che cosa è successo a Luo?»
Paul non voleva raccontarle niente, né della morte del poliziotto,
né di quella di Luo. Quanto meno non in quel momento. Aveva
l’impressione che la donna non avrebbe voluto tenere con sé il figlio,
se avesse scoperto che era ricercato dalla polizia.
«Ha dei problemi di salute. Non può…»
«È morto?»
Paul non sapeva come rispondere. Fu Da Lin a venirgli in aiuto.
«Sì» bisbigliò. «Il nonno è morto».
Yin Yin fece un profondo sospiro. «E lei chi è?»
«Un amico».
«Di chi?» chiese lei, con il tono di ritenerla un’affermazione
assolutamente ridicola.
«Di suo suocero».
Un’occhiata diffidente. «Non credo a una parola. Lui non aveva
amici».
Da sotto si udirono dei gemiti dapprima soffocati, poi sempre più
sonori.
Paul provava un enorme imbarazzo. Era tutto sudato.
Un crescendo di colpi ritmati. Un breve grido. Silenzio.
«Vuoi che ti riporti in macchina?» chiese a Da Lin.
Il bambino scrollò il capo.
Nessuno parlò. Yin Yin fissava Paul negli occhi con insistenza,
quasi si aspettasse da lui una proposta risolutiva.
«Non puoi rimanere con me» disse alla fine, decisa. «Non ho
posto per te».
Paul fu così sorpreso che pensò di aver sentito male.
Probabilmente dipendeva dal marcato accento del Sichuan della
donna. «Come ha detto?»
«È semplice: Da Lin non può rimanere con me».
Forse sarebbe stato diverso se lui avesse colto del rammarico
nella sua voce. Un impeto di rimorso. Dei sensi di colpa. Un conflitto
di coscienza.
Ma forse, pensò in seguito, sarebbe stato aspettarsi troppo. Forse
i modi bruschi, scostanti e la freddezza erano il suo modo di
nascondere ciò che provava. Con il senno di poi, si pentì della
propria reazione.
In quel momento, però, provò solo rabbia e indignazione.
«Cosa significa che non può restare con lei?» Riuscì a malapena
a mantenere un tono di voce controllato. «Dove dovrebbe andare?
Vuole sbatterlo per strada? Da Lin è suo figlio. Lei ha il maledetto
dovere di occuparsi di lui. Chi altri può farlo? Il padre è morto! Il
nonno è morto! Lei non può starsene qui e dire che non lo può
tenere. Da Lin deve restare. Deve. Lei è sua madre! Non ha nessun
altro, a parte lei».
Yin Yin lo fissò inespressiva, senza parlare.
Paul era così furibondo da non accorgersi che Da Lin era
scoppiato a piangere.
6.

Che cosa prova una madre che non vede un figlio da quasi due anni
e nemmeno lo abbraccia? Che gli dice di non avere posto per lui, pur
sapendo che non c’è nessun altro che possa accoglierlo? Christine
faticava a credere al racconto di Paul. Come poteva una persona
essere così fredda e spietata?
La sua indignazione non durò a lungo. Pensò al fratello morto.
Quando erano bambini non era potuto fuggire con loro a Hong Kong
e aveva trascorso la vita in Cina. Si erano persi di vista per quasi
quarant’anni e, dopo averlo rivisto, Christine si domandava ogni
tanto che cosa sarebbe stato di lei se fosse rimasta in Cina. Era
stata la sorte, non la sua volontà, a permetterle di crescere a Hong
Kong. Gli anni in Cina come l’avrebbero trasformata? Sicuramente
non sarebbe diventata una madre che respinge il figlio dodicenne.
Almeno lo credeva. Ci sperava. Non era forse azzardato affermare di
avere una risposta a un simile interrogativo?
Tempi spietati forgiano persone spietate.
Da Lin le passò davanti senza guardare nessuno, e andò a
rannicchiarsi sul sedile posteriore.
«Che cos’ha, mamma?» volle sapere David. «Ha la bua?»
«Sì».
David si allungò oltre il poggiatesta e lo accarezzò. Da Lin non
reagì.
«Che cosa facciamo adesso?» Era una domanda rivolta a
nessuno in particolare. Le rispose un silenzio disorientato.
«Una cosa è sicura, non possiamo rimanere qui» disse Gao Gao
mettendo in moto.
Christine non era in grado di pensare lucidamente. Provava solo
un grande vuoto dentro di sé. Che cosa dovevano fare con Da Lin?
Esisteva la possibilità di portarlo a Hong Kong con loro? O magari
almeno all’ambasciata americana? Esisteva un altro luogo dove
fosse al sicuro? Da Gao Gao? Si sarebbe presa cura di lui?
Probabilmente no. Nel volto esausto di Paul vide che neppure lui
aveva una soluzione. Lo stesso Zhang, che le aveva dato
l’impressione di essere in grado di escogitare qualcosa anche nelle
situazioni più difficili, era seduto affranto sul sedile anteriore.
L’unico a sapere cosa fare era stato David. Era andato a sedersi in
fondo con Da Lin, e ora continuava ad accarezzarlo.
7.

Gao Gao girò verso nord alla seconda circonvallazione. La sua pelle
chiarissima, quasi trasparente, aveva assunto una sfumatura rossa
sul viso e sul collo. Stava seduta impettita, stringeva il volante con
entrambe le mani e guardava tesa davanti a sé.
«Dove stiamo andando?» volle sapere Zhang.
«Non lo so».
Si era infilata nel flusso delle auto e Zhang aveva la sensazione
che si lasciasse trasportare dal traffico, più che decidere sulla
velocità o sulla direzione.
«Tu hai qualche idea?» gli chiese senza guardarlo.
Non ne aveva. Zhang guardò dietro. Christine e Paul erano seduti
l’uno accanto all’altra come due estranei. Lei teneva la testa
appoggiata al finestrino e guardava fuori. Lui era sprofondato sul
sedile a capo chino.
Da loro non poteva aspettarsi una risposta.
Zhang provò a riflettere. Non potevano tornare al loro rifugio. Più
tempo trascorrevano a Pechino, più aumentava il rischio di essere
scoperti. Paul e la sua famiglia dovevano arrivare il prima possibile
all’ambasciata americana. Anche se le autorità non li avrebbero fatti
partire, finché erano collegati a un’accusa di omicidio. Ma questo era
un problema di cui si sarebbero occupati i diplomatici.
Per Da Lin avrebbe trovato una soluzione in seguito. Almeno così
sperava.
Il traffico rallentò.
«C’è un hotel vicino all’ambasciata?»
«Non ne ho idea. Controlla». Gao Gao gli porse il telefono.
Zhang trovò un Hilton a meno di dieci minuti di distanza. Da lì
Paul, Christine e David avrebbero potuto prendere un taxi, sarebbe
stato più sicuro che presentarsi a bordo dell’auto di Gao Gao. Inserì
l’indirizzo e il telefono calcolò il tragitto. Stavano andando nella
direzione sbagliata.
Gao Gao frenò sino a fermare del tutto la macchina.
«Che succede?» chiese Paul.
«Un ingorgo» rispose Gao Gao.
A tre, quattrocento metri di distanza si vedevano numerosi
lampeggianti azzurri.
«Un incidente, probabilmente».
Oppure un posto di blocco, pensò Zhang. Improbabile a quell’ora
del giorno e sulla seconda circonvallazione, ma non del tutto da
escludere.
Zhang si accorse che Gao Gao si stava innervosendo. Si
guardava intorno, quasi a voler verificare se fosse possibile fare
un’inversione a U. «Siamo bloccati» disse infine a mezza voce,
quasi parlando tra sé.
Trascorsero diversi minuti senza alcun cambiamento. Le chiazze
rosse sul collo di lei diventarono più grandi e più accese.
All’improvviso udirono un suono di sirene alle loro spalle. Un’auto
della polizia avanzava faticosamente tra i veicoli fermi, seguita da
un’autoambulanza.
«Dove siamo diretti?» si informò Paul.
«A un hotel nei pressi dell’ambasciata. Lì prenderete un taxi. Noi
vi aspetteremo per un po’ nell’hotel».
Paul si sporse in avanti. «E Da Lin?» bisbigliò.
8.

Fu Paul a notarlo per primo. Un giovane all’angolo di una via. Le


mani affondate nelle tasche di una giacca a vento leggera, aspettava
paziente senza muoversi, come se fosse arrivato in anticipo a un
appuntamento. Anonimo ma sospetto.
Controllava con occhio vigile ogni auto che imboccava la Donglin
Lu.
Fu la diffidenza nel suo sguardo a tradirlo.
Christine teneva il figlio nascosto in grembo, sotto una coperta
nera che puzzava di fumo freddo. Gli occhi chiusi, quasi dormisse.
Paul sapeva che non era così.
Lei non aveva mai creduto che ce l’avrebbero fatta. Né nelle prime
ore della fuga né in seguito, man mano che si allontanavano da Shi.
Non ci credeva nemmeno quel mattino.
Il semaforo divenne rosso, il taxi si fermò, Christine aprì
brevemente gli occhi e lui vide che non ci credeva neppure in quel
momento. Ancora una strada soltanto, avrebbe voluto dirle. Guarda
fuori dal finestrino, assicuratene tu stessa. Duecento metri, forse
trecento, non di più. Cos’era una strada, dopo essere fuggiti per
migliaia di chilometri?
L’uomo fermo all’angolo non sarebbe riuscito a fermarli da solo.
Poi ne scorse un altro.
E un terzo.
Un’Audi nera con i vetri scuri era discretamente parcheggiata a
poca distanza dalla zona di sicurezza di fronte all’ingresso
dell’ambasciata. Paul notò un gruppo di giovani radunati sotto un
ginkgo con aria circospetta.
«Non si fermi. Prosegua» ordinò al tassista.
«L’ambasciata è qui».
«Lo so dov’è l’ambasciata. Prosegua».
Christine. Si era riscossa spaventata. La paura si imprime
profondamente in un viso, pensò Paul, come succede con l’amore.
«Ma lei voleva andare all’ambasciata».
«Prosegua. Prosegua!»
«Per dove?»
A volte è impossibile rispondere persino alle domande più
semplici. Soprattutto a quelle.
«Per dove?» ripeté il tassista.
«Torni all’Hilton».
Il taxi girò di scatto, l’autista accelerò per non dover aspettare al
semaforo. Stava per scattare il rosso quando superarono l’incrocio.
Paul si voltò, non vide nessuna macchina che li seguiva.
Proseguirono verso la circonvallazione e pochi minuti dopo si
fermarono davanti all’hotel. Un valletto aprì la portiera, diede loro il
benvenuto e domandò se avessero bagagli.
«Nessun bagaglio, grazie».
Entrarono veloci nella hall. Paul si guardò intorno cercando invano
Gao Gao o Zhang.
«Siamo nell’hotel giusto?» bisbigliò Christine.
«Certo, eravamo qui poco fa, e loro hanno detto che ci avrebbero
aspettato per un po’». Rimasero in piedi disorientati nella hall.
«Posso esservi d’aiuto?» domandò il concierge.
«Stiamo… stiamo cercando degli amici».
«Forse vi aspettano al bar?»
Attraversarono la hall e trovarono Gao Gao, Zhang e Da Lin
nell’angolo più lontano del bar, seduti di fronte a tre fette di torta
intatte. Erano gli unici clienti.
Paul riferì loro ciò che aveva visto.
Zhang sprofondò nella poltrona. «Era ciò che temevo» disse. «Vi
hanno visto sul taxi?»
«Non credo».
Zhang si nascose il viso tra le mani. Tutti gli occhi erano puntati su
di lui.
«I telefoni sono controllati» spiegò. «C’è un’unica possibilità di
entrare all’ambasciata. Paul deve scrivere un messaggio spiegando
la vostra emergenza, e chiedere che un diplomatico venga a
prendervi con un’auto qui all’hotel. Le auto con le insegne
diplomatiche non vengono controllate in entrata e in uscita. Gao Gao
è la più idonea per passare inosservata. Può entrare con il pretesto
di richiedere un visto e consegnare la lettera».
Non sembrava troppo convinto del proprio piano.
«E se la fermassero all’ingresso dell’ambasciata?» domandò
dubbiosa Christine. «Nella lettera sarà scritto dove ci troviamo. Sarà
come consegnarci a loro. Non dovranno fare altro che venirci a
prendere».
Zhang annuì.
«E se all’ambasciata leggessero la lettera solo domani? O se non
la prendessero nemmeno in considerazione?» obiettò Paul.
«Non so che dire. Qualcuno ha un’idea migliore?»
Rimasero in silenzio, assorti. A un certo punto Christine si alzò e
andò alla reception a prendere un foglio di carta con lo stemma
dell’hotel.
Paul descrisse in poche parole il rapimento di David, la loro fuga e
la presenza della polizia segreta davanti all’ambasciata. Non fece
parola della morte del poliziotto. Aggiunse il proprio nome e il
numero del suo passaporto americano con data e luogo di nascita,
affinché potessero controllare la sua identità.
Gao Gao prese la lettera. Dall’hotel all’ambasciata ci volevano
dieci minuti a piedi. Sperava di ritornare al più tardi nel giro di due
ore.
9.

Un cameriere domandò se qualcuno volesse ancora qualcosa.


Ordinarono acqua, tè, un espresso per Paul e un gelato per David.
Da Lin non rispose quando gli chiesero se volesse qualcosa da bere.
Dopo l’incontro con la madre non aveva più parlato, i suoi occhi
evitavano ogni contatto. Aveva guardato di sfuggita un paio di volte
solo David, che non si staccava da lui.
Con il passare dei minuti, Zhang diventava sempre più nervoso.
Non riusciva a stare seduto, dondolava così impetuosamente la
gamba sinistra da far agitare l’acqua nel bicchiere.
Quando Christine andò in bagno con i due bambini, si rivolse a
Paul. «È meglio che io porti via Da Lin».
«Perché?»
«Gli americani non gli offriranno protezione. E se arrivasse la
polizia…» Lasciò la frase a metà.
«Dove andrete?»
«Hong Mei ha detto che possiamo restare a dormire ancora una
notte da lei».
«E poi?»
«Raggiungerò il monastero in Tibet e lo prenderò come novizio. Lì
perlomeno sarà al sicuro dalla polizia. Tra qualche anno potrà
decidere se diventare monaco o fare qualcos’altro. Che ne pensi?»
«Mhm».
Zhang dubitava che Paul l’avesse sentito. L’amico aveva il volto
teso e lui avrebbe voluto fare qualcosa per aiutarlo. Ma erano giunti
al termine del loro cammino condiviso. Ora non restava che
aspettare e sperare che Gao Gao non fosse respinta e che un
diplomatico prendesse sul serio la lettera.
«Che ne pensi?» ripeté.
Paul si appoggiò all’indietro sul divanetto e chiuse gli occhi. «Non
voglio che tu vada via» disse sottovoce.
Zhang gli prese la mano. Nei trent’anni della loro amicizia non lo
aveva mai fatto. Nella sua vita non c’era nessuno, a parte l’ex moglie
e il figlio, che sentisse più vicino. E tuttavia, o forse proprio per
questo, ora doveva occuparsi del bambino. Era quello che correva
più pericoli di tutti e non gli restava più nessuno.
«Nemmeno io. Ma qui…»
«Lo so» lo interruppe Paul. «Come ti troverò?»
«Non mi troverai. Mi farò vivo io. Ma ci vorrà del tempo. Come
minimo un paio di mesi. Probabilmente di più».
«Ci rivedremo?»
«Forse».
10.

Per lui non c’era posto.


Eppure gli serviva così poco. Poteva dormire su una coperta per
terra. Anche senza coperta, se necessario. L’avrebbe lasciata
lavorare in pace, senza disturbarla. Mangiava poco e non parlava
molto. Allora perché non poteva rimanere con sua madre?
Probabilmente aveva un altro uomo, da tempo. E un altro figlio.
Una nuova famiglia, dove non c’era posto per lui.
Da Lin pensò a suo padre. Che sofferenza.
Una volta avevano giocato a biliardo in tre. Mamma, papà e lui. Il
nonno era rimasto a guardarli. Era una tiepida serata estiva, Da Lin
all’improvviso lo ricordava perfettamente. Papà voleva mostrare loro
qualche trucco, ma era stata la mamma a vincere le partite. Una
dopo l’altra.
Da Lin vide il sorriso della madre, la sigaretta che teneva
all’angolo della bocca mentre afferrava la stecca. Sentì la risata del
padre. Non gli importava di perdere.
In lontananza si udiva uno scalpiccio di zoccoli.
Pensò al nonno. Avrebbe dovuto rimanere con lui alla fattoria.
Essere arrestato e picchiato a morte dai poliziotti sarebbe stato
meglio che essere respinto dalla propria madre.
Oppure quella donna non era affatto sua madre? Aveva un altro
odore. E un altro aspetto. Di certo non sapeva giocare a biliardo.
Sua madre non avrebbe mai portato quella gonna tanto corta, quella
maglietta così aderente. Sua madre sarebbe stata felice di vederlo, e
lo avrebbe abbracciato. Gli avrebbe fatto posto e avrebbe condiviso
il suo letto con lui.
Sua madre era morta. Non l’avrebbe rivista mai più. Era morta.
Investita da un’auto, e nessuno aveva il coraggio di dirgli la verità.
Chi era quella sconosciuta? Perché l’avevano portato da lei?
Non voleva andare via con quell’uomo, anche se Paul diceva che
era il suo migliore amico. Era vecchio e malato. Sarebbe morto ben
presto anche lui, lo si capiva. E poi?
Non voleva nemmeno tornare nella città fantasma. Non poteva
tornare al suo villaggio. Non poteva neppure andare a Hong Kong.
La Cina era grande, c’erano tantissime persone, perché non
poteva stare con nessuno?
Paul gli parlava in fretta, Da Lin non capiva una parola di quello
che diceva. Sentiva suoni e voci come oltre una parete, ma non
comprendeva le singole parole.
Christine piangeva. Nessuno aveva mai pianto per lui fino a quel
momento.
David gli prese la mano e gliela strinse.
Gli sarebbe piaciuto scomparire senza lasciare tracce. Diventare
invisibile, dissolversi. Estinguersi, come le scintille di un fuoco.
Ma ora non era possibile.
Aveva ancora un compito da portare a termine.
11.

Christine non sapeva come congedarsi da Da Lin. In macchina


aveva cercato di prendergli la mano, ma lui l’aveva ritratta subito.
Soltanto David poteva toccarlo.
Non avrebbe voluto abbandonarlo, ma sapeva bene che non c’era
altra scelta. Forse, pensò, ci sarebbe stata la possibilità di farlo
arrivare a Hong Kong più avanti.
Voleva abbracciarlo, ma lui si scansò.
«Ci rivedremo presto. Promesso». Non aveva la forza di tacere.
«Le promesse si devono mantenere» disse David.
Zhang si era già incamminato e lo chiamò. Da Lin indugiò ancora
un istante con loro. Non c’era bisogno che parlasse, l’espressione
sul suo viso infantile era una preghiera eloquente. Christine non
resistette più e abbassò lo sguardo. Da Lin rimase immobile. Zhang
lo chiamò di nuovo. Lui si girò lentamente e lo seguì senza voltarsi
indietro.
Per un po’ Christine restò seduta senza muoversi. Poi rivolse un
cenno al cameriere e gli chiese un coltello. Questi la guardò
perplesso.
«Una forchetta e un coltello» si corresse. «Per la torta».
Lui le portò una forchetta da dessert e un inutile coltellino senza
filo. Le serviva un coltello affilato, con la lama lunga. Qualunque
cosa fosse accaduta nelle ore seguenti, non voleva essere
disarmata. Voleva potersi difendere.
Chiese un altro coltello, a punta, affilato, doveva scucire
un’impuntura.
Il cameriere tornò con un coltello da cucina. Era a disagio,
Christine lo capì dal suo sguardo. Quando se ne fu andato, lei
avvolse il coltello in un tovagliolo e lo mise nella borsa.
Guardò l’orologio. Era passata più di un’ora da quando Gao Gao
era uscita dall’hotel. Dopo che anche Zhang e Da Lin se n’erano
andati, Paul era rimasto seduto inerte sul divano. Aveva un aspetto
spaventoso. Appariva invecchiato. E sfinito. Da lui non c’era da
aspettarsi più alcun aiuto.
David era seduto a disegnare accanto al padre.
Non sopportando più l’attesa, Christine si alzò e camminò su e giù
per il ristorante. Gettò un’occhiata nella hall, tornò indietro, entrò
nuovamente nella hall. Le impiegate alla reception la guardarono
con diffidenza. Avrebbe fatto meglio a sedersi, per non destare
sospetti con la propria inquietudine. Dopo pochi secondi si alzò di
nuovo.
Il concierge le si avvicinò. «Posso esserle d’aiuto?»
«No, grazie».
Dentro il ristorante guardò dove fosse Paul. Si era alzato e
cercava David.
12.

Ogni cosa gli era familiare in maniera orribile. L’attesa. L’impotenza.


La sensazione di perdere qualsiasi controllo sulla propria vita.
All’ospedale aveva conosciuto persone che reagivano con rabbia e
aggressività. Imprecavano contro i medici e le infermiere, e spesso
anche gli uni contro gli altri. C’erano poi persone che erano assalite
dall’inquietudine e da una febbrile alacrità. Dovevano fare sempre
qualcosa, perché non sopportavano la perdita di controllo.
Christine apparteneva a questa categoria. A cosa le serviva un
coltello affilato? Perché non poteva restare seduta con loro?
Probabilmente lo disprezzava per la sua passività. Ma era vittima
di un’illusione. Era una pazzia credere di poter cambiare ancora
qualcosa.
Lui non aveva più la forza di difendersi. Erano sfuggiti agli
inseguitori per due settimane.
Adesso dovevano arrendersi al proprio destino. Accettarlo con
onore e con dignità. Non l’aveva persa dopo la morte di Justin, non
voleva farsela portare via neppure ora.
Il motivo principale che lo spingeva a mostrarsi forte era suo figlio.
Non doveva veder crollare il padre. Lui doveva essergli d’esempio.
David voleva giocare a rincorrersi.
«No, sono troppo stanco».
«Allora a nascondino». Paul dovette chiudere gli occhi e contare
fino a dieci.
Si mise le mani davanti al viso, sbirciando attraverso una fessura
tra le dita. «Uno… due… tre…»
«Non devi guardare!» esclamò David, scomparendo dietro un
pesante tendone.
«Dieci». Paul si alzò e finse di cercarlo. Guardò dietro un
bancone. Dietro la vetrina dei dolci.
Christine rientrò dalla hall. «Dov’è David?» Aveva la voce
strozzata.
«Stiamo giocando a nascondino» bisbigliò Paul. «È dietro…»
«Paul!» strillò lei. «Come puoi perderlo…» Fece per scagliarsi
contro di lui.
«Ma sono qui, mamma!» esclamò David deluso, sbucando da
dietro la tenda. «Non è giusto. Adesso tocca a papà nascondersi».
Paul si accucciò sotto un tavolo. Sentì David che contava.
Di colpo si trovò davanti un paio di scarpe nere eleganti.
«Signor Leibovitz?»
Paul uscì dal suo nascondiglio.
«Samuel Adams, attaché dell’ambasciata americana. Questi sono
suo figlio e sua moglie?»
Paul annuì.
13.

Da Lin aspettò paziente che Zhang si appisolasse. Si avvicinò al


divano e controllò che l’amico di Paul dormisse davvero. Poi uscì di
nascosto e chiuse in silenzio la porta di casa.
Impiegò parecchio tempo a trovare qualcuno in grado di indicargli
la strada. Non c’erano molti passanti in giro, la maggior parte aveva
una mascherina bianca a coprire il naso e la bocca, e nessuno si
fermava, neppure quando lui gli rivolgeva la parola. Non aveva mai
visto tante persone camminare così di fretta. Una donna anziana
finalmente gli diede ascolto. Era fortunato, la centrale di polizia più
vicina non era distante.
Dieci minuti più tardi raggiunse un palazzo grigio. Un’ampia
scalinata sporca conduceva al portone, sui gradini erano posati due
sacchi di cemento, alcuni operai stavano montando una ringhiera.
Da Lin esitò. La notte prima in macchina era rimasto sveglio e
aveva organizzato un piano preciso. Lo aveva preparato in tutti i
dettagli. Adesso però aveva paura. Che cosa gli avrebbero fatto i
poliziotti? Lo avrebbero picchiato, come avevano fatto con papà? Lo
avrebbero rinchiuso in una cella? Esisteva una prigione per
bambini? Oppure sarebbe stato messo con gli adulti?
Paul e Zhang avevano creduto che dormisse, ma lui aveva sentito
ogni parola pronunciata in macchina.
Il poliziotto era morto. Loro erano ricercati per omicidio. Era
improbabile che l’ambasciata, o dovunque volessero rivolgersi –
questa parte Da Lin non l’aveva capita bene –, potesse aiutarli, date
le circostanze. Sarebbero rimasti bloccati fino alla chiusura del caso.
Nell’ipotesi peggiore, li avrebbero consegnati alle autorità cinesi.
Tutto per colpa sua. Lui era un peso che metteva in pericolo tutti.
Da Lin non voleva che David finisse in un istituto. Non voleva che
Christine andasse in prigione. E nemmeno Paul.
C’era un modo per evitarlo.
Due poliziotti uscirono dall’edificio. Da Lin voltò loro le spalle e
quelli non lo guardarono neppure.
Il cuore gli batteva forte come il giorno prima, quando avevano
chiesto informazioni su sua madre davanti al salone di parrucchiere.
Suo padre non aveva avuto paura della polizia.
Neppure il nonno. Sapeva che cosa gli avrebbero fatto, eppure
non era fuggito.
Da Lin salì lentamente i gradini.
Dovette usare tutta la propria forza per aprire il pesante portone.
Entrò in una sala dove c’erano numerosi poliziotti che lavoravano
seduti alle scrivanie.
Fu assalito dalla nausea. La pancia brontolò.
Un agente lo guardò con diffidenza. «Che cosa ci fai qui?»
Da Lin temeva di non riuscire a pronunciare le parole; di non
farcela a uscire dal mondo dei muti, nel quale si era rifugiato suo
malgrado il giorno prima. Com’era capitato spesso dopo la morte di
papà. Adesso però voleva parlare.
Solo tre frasi.
Tre frasi che aveva pensato con cura.
Anche se fossero state le ultime che avrebbe pronunciato in
questa vita.
Pensò a Christine. A ciò che aveva fatto per lui. Udì la sua voce e
capì di non essere solo.
Ci rivedremo presto. Promesso, gli aveva detto salutandolo.
Le promesse vanno mantenute, aveva dichiarato David con
decisione, prendendo la mano di Da Lin. Sentiva ancora il contatto
delle piccole dita tra le sue.
«Che cosa vuoi?» Il poliziotto si alzò e gli andò incontro. Com’era
alto. Aveva mani forti e grossi pollici tozzi. Come salsicce.
Da Lin voleva dire qualcosa. Fece un profondo respiro. Aprì la
bocca.
Niente.
Le sue labbra si rifiutavano di comporre i suoni. La lingua nella
sua bocca era un pezzo di carne senza vita. Temeva di aver perso
per sempre la parola.
«Vedi di aprire la bocca, moccioso, oppure sparisci». L’uomo con
la sua voce profonda e minacciosa peggiorava ancora di più le cose.
Da Lin provò a concentrarsi con le forze che gli restavano. Solo tre
frasi.
Al mattino, mentre era solo, si era esercitato. Era riuscito a
pronunciarle, sottovoce ma nitidamente. Fece un altro respiro
profondo.
«M-m-m-mi c-c-c-chiamo D-D-D-Da Lin».
«Non capisco cosa stai farfugliando. Parla più forte!» Le dita a
salsiccia lo afferrarono per il bavero, sollevandolo da terra senza
fatica.
La frase successiva era la più difficile. Doveva pronunciarla
lentamente, per non balbettare. Parola per parola. Da Lin prese una
lunga rincorsa.
«Ho. Ucciso. Un. Poliziotto!»
Le dita a salsiccia lo lasciarono. «Cos’hai fatto?»
«Non. Ho. Fatto. Apposta!»
Hong Kong
1.

Sdraiata sul letto, Christine osservava il gioco di ombre dei bambù


sul soffitto della camera. Accanto a lei, Paul si agitava nel sonno.
Aveva il respiro affannoso, ma non si svegliò. Lei si alzò e andò in
camera di David, per controllare che fosse tutto a posto.
Era la terza volta quella notte.
Lui dormiva sereno nel suo lettino.
Faceva caldo, aprì la finestra, la fresca brezza del mattino soffiò
dentro la camera. L’orologio con i pinguini segnava quasi le sei, i
primi uccelli cominciavano a cinguettare.
Christine si mise seduta sul pavimento a contemplare il figlio
addormentato. Aveva gettato via la coperta, teneva la testa
appoggiata alle manine e le ginocchia strette al petto.
Non si stancava di guardarlo. I riccioli neri, le membra delicate che
ora le sembravano persino più esili di prima. Era un bambino fragile.
Fin dalla nascita. A Paul non piaceva sentirlo dire.
Se avesse potuto, avrebbe trascorso tutta la notte accanto al suo
letto a guardarlo. E tutto il giorno. Non si stancava di accarezzarlo,
prenderlo in braccio, affondare il naso tra i suoi capelli e assorbire il
suo profumo. Lui le faceva capire chiaramente che a volte tutte
quelle attenzioni lo innervosivano. Allora la evitava, manteneva le
distanze, oppure si chiudeva a giocare in camera sua. Lei però non
riusciva a smettere.
Le settimane in Cina avevano lasciato tracce su di lui. Certe notti
si svegliava e li chiamava a gran voce. Prima non lo aveva mai fatto.
Faticava di più a concentrarsi. Prima gli piaceva completare i puzzle
e cercava le tessere giuste con una pazienza insolita per la sua età.
Adesso spazzava rabbiosamente via dal tavolo tutto il puzzle, se non
riusciva a incastrare subito i pezzi. Secondo lei era più lunatico, più
irascibile, anche se Paul la vedeva diversamente.
Pensò alla tazza di cioccolata che aveva fatto cadere il giorno
prima. La sua tazza preferita! David era stato inconsolabile. Avevano
raccolto tutti i frammenti di porcellana e Paul li aveva incollati con un
lavoro da certosino. Si vedevano bene le linee di sutura, ma non
mancava neppure un pezzo e miracolosamente la tazza non
perdeva.
David però aveva pianto pieno di amarezza quando l’aveva presa
in mano. «Non è più la stessa» aveva detto mesto.
Anche lei si sentiva così, pensò Christine. La famiglia si era
ricomposta da frammenti sparsi, ma non era più la stessa.
Era solo questione di tempo, affermava Paul.
Lei ne dubitava. La tazza non sarebbe più tornata quella di prima,
anche se David l’avesse usata a lungo.
Dalla camera da letto le giunse il trillo della sveglia. Prima di
iniziare la giornata, Christine si rifugiò sotto le coperte e si sdraiò da
dietro contro Paul. Gli posò la mano sul petto e sentì il battito del suo
cuore. Lui era sveglio e si girò verso di lei. Rimasero così, naso
contro naso, ginocchio contro ginocchio. Lei gli accarezzò il viso.
Si era rasato la barba, le guance erano tornate piene, il suo
aspetto esteriore non era più tanto diverso dal Paul che ricordava.
Anche il suo odore era tornato quello familiare.
«Buongiorno» bisbigliò lei.
«Buongiorno».
Come prima, eppure nulla era più così. Da quando erano tornati a
Hong Kong, non si erano mai dati un bacio serio. Fugaci baci
fraterni, una maggiore intimità era impensabile. Si giravano intorno,
guardinghi. Prestavano attenzione agli umori e alle necessità
reciproche. Si sforzavano.
A quale scopo in realtà?
Per non arrecare ulteriori danni a sé e all’altro? Per riavvicinarsi e
conquistare un timido affiatamento? Oppure semplicemente per
avere un briciolo di serenità, di sicurezza, di normalità?
Certi giorni gettava un’occhiata allo specchio, per accertarsi di
essere ancora Christine Wu. Era leggermente ingrassata, il suo
fisico stava riprendendo le forme consuete. E tuttavia spesso si
sentiva un’estranea.
Quando andò in cucina, trovò sul tavolo una scodella di congee di
riso e un bricco di tè verde. Paul aveva preso l’abitudine di alzarsi
insieme a lei. Mentre faceva la doccia, le preparava una colazione
leggera. Lei gli ripeteva tutte le mattine che non era necessario, che
poteva rimanere a letto, perché David dormiva fino alle otto o alle
nove. Ma lui insisteva.
Paul era seduto con un espresso e scriveva una e-mail. Avrebbe
fatto colazione più tardi con David.
Christine lo raggiunse. «Hai avuto notizie da Pechino?»
«No».
«Da Zhang?»
«Neppure». Da quando erano tornati, sei settimane prima,
cercavano di scoprire che cosa fosse accaduto a Da Lin dopo il suo
arresto. Fin dal primo giorno Paul si era adoperato per mettersi in
contatto con Yin Yin, ma il suo numero di cellulare non era attivo.
Trovò il numero del salone dove lavorava, ma quando chiese di lei,
riattaccarono senza rispondere. Si erano rivolti all’ambasciata
americana per ottenere informazioni sulla sorte di Da Lin presso le
autorità cinesi. Il bambino era in custodia dalla polizia, era tutto ciò
che avevano saputo.
Christine aveva scritto diverse volte a Gao Gao, che aveva fatto
delle ricerche senza approdare a niente.
La loro più grande speranza era che Zhang riuscisse a scoprire
qualcosa sul destino di Da Lin grazie ai suoi contatti. Ma dopo una
mail frettolosa da Pechino, non avevano più avuto sue notizie. I
tentativi di Paul di mettersi in contatto con lui erano rimasti senza
esito.
Non passava giorno che Christine non pensasse a Da Lin e a
quanto fossero in debito con lui. David aveva chiamato Da Lin uno
dei suoi peluche, ma ormai da tempo non parlava di lui.
«Pensi che dovremmo chiedere di nuovo all’ambasciata?»
Paul chiuse il portatile. «Potremmo farlo. Ma non credo che
servirà».
«Perché no?»
«Da Lin non è americano, noi non siamo suoi parenti. Perché le
autorità cinesi dovrebbero darci informazioni?»
«Non c’è nient’altro che possiamo fare?»
Lui aggrottò la fronte, pensieroso. «Dobbiamo aspettare che
Zhang si metta in contatto con noi, oppure di parlare con Yin Yin».
«Sono tanto preoccupata».
«Lo so. Anch’io».
Christine mangiò qualche cucchiaiata di crema di riso, immersa
nei pensieri, e sorseggiò il tè. Paul la osservava.
Riuscire a restare in silenzio senza avere la sensazione di tacere
su qualcosa era un primo passo, anche se Christine non sapeva in
quale direzione.
All’epoca del primo matrimonio, quando era venuta a sapere della
relazione di suo marito, aveva capito che era finita. Subito e senza
alcun dubbio. Non poteva perdonargli per nessun motivo il
tradimento pluriennale. La fiducia tra loro era irreparabilmente
distrutta. Non c’era più. Basta.
Con Paul era un po’ diverso. Lui non l’aveva tradita, non l’aveva
ingannata. Forse era stata lei a farlo, ma in questo caso era stato un
suo errore, non di lui. Non dovevano riconciliarsi, non c’era niente da
perdonare.
Erano stati sopraffatti dalle circostanze. Chi non lo sarebbe stato?
Senza volerlo, si erano ritrovati ad affrontare una situazione
estrema, dove non c’erano più alibi. Erano stati costretti a superare i
loro stessi limiti, avevano guardato nell’abisso e si erano ritratti,
sgomenti e spaventati da ciò che avevano visto.
Nell’altro e in se stessi.
Nessuno dei due si era accollato la colpa. E tuttavia erano rimaste
profonde ferite. Sarebbero guarite? E perché ciò accadesse che
cosa serviva, oltre al tempo?
2.

Da quando erano tornati, Paul era in preda a un’irrefrenabile smania


di muoversi. Tutti i giorni dopo colazione usciva con David.
Raggiungevano a piedi Pak Kok, all’estremità settentrionale
dell’isola, e lì contavano le navi container alla fonda a poche
centinaia di metri. David tutte le volte si sorprendeva che riuscissero
a galleggiare nonostante le dimensioni, mentre lui, piccolo e leggero
com’era, sarebbe andato a fondo.
Passeggiavano poi fino alla spiaggia di Hung Shing Ye e oltre,
nella solitaria baia di Lo So Shing. Quando David si era stancato e
piagnucolava di non voler più camminare, Paul se lo caricava sulle
spalle. Al ritorno si fermavano spesso a mangiare in uno dei
ristoranti di pesce.
Quel giorno, invece, aveva un altro progetto. Prima avrebbe fatto
un giretto da solo, poi sarebbe andato a prendere Christine al
traghetto. L’aveva pregata di prendersi un pomeriggio libero, perché
voleva fare una passeggiata con lei da solo. La sera erano spesso
troppo stanchi e i fine settimana erano dedicati a David.
Paul salutò il figlio e la suocera, prese due bottiglie d’acqua,
strinse i lacci degli scarponi e si mise in cammino. Scese gli scalini
verso il fondovalle e passò accanto ai piccoli campi dove donne e
uomini anziani strappavano erbacce, frantumavano zolle di terra,
scavavano aiuole. Tutti lo salutarono con un cenno del capo, era una
vecchia conoscenza. Paul ricambiò il saluto.
Christine scese per ultima dal traghetto. Il suo vestito svolazzava
nella tiepida brezza autunnale. La sua risata. Non era più la stessa,
ma rimaneva bella.
Si abbracciarono, senza eccessivo trasporto ma con sincero
affetto.
Attraversarono il paese con tutta calma, acquistando palline di
wafer calde come provviste. Christine non voleva percorrere il
sentiero sul crinale delle colline, perché c’erano troppi cani randagi
che la impaurivano, perciò presero la strada principale, incrociando
solo pochi sparuti passanti.
Era lì che si erano incontrati la prima volta, in un freddo e piovoso
pomeriggio domenicale. Lui stava facendo una delle sue consuete
escursioni, lei era alla ricerca del villaggio di Sok Kwu Wan e del
traghetto per tornare a Hong Kong. In piedi al riparo sotto la tettoia di
una terrazza panoramica, Paul guardava le acque plumbee e
agitate. Era trasalito, quando lei da dietro gli aveva rivolto la parola.
La pioggia le scrosciava alle spalle e lei si era avvicinata di un altro
passo.
Gli era piaciuta subito, anche se aveva impiegato molto tempo ad
ammetterlo con se stesso.
Adesso si trovavano nello stesso punto. Davanti a loro il mare blu
e placido si estendeva fino all’orizzonte, punteggiato dai riflessi del
sole.
Aveva anche lei le stesse immagini davanti agli occhi, oppure con
la mente era in ufficio, o a Shi, o a Pechino, o con Da Lin?
Le prese la mano. Lei continuò a fissare lontano senza parlare.
«Christine» le disse, «dove sei?»
«Qui» replicò lei pensierosa, senza guardarlo.
Paul non era sicuro di poterle credere.
«E tu?» gli chiese. «Pensi a una fredda e piovosa giornata di
febbraio?»
«Sì».
«È passato molto tempo».
«Dici?» Il tono che aveva usato lei non era bello. Passato e
concluso. Lontano. Una storia senza importanza per il presente.
«Sono quasi sette anni».
«E allora?»
«Niente».
Lui voleva parlarle. Da giorni ormai. Voleva sapere da lei come
stava. Si sentiva al sicuro a Hong Kong oppure aveva ancora paura?
Pensava spesso a Da Lin? Che significato aveva il loro modo
amichevole di tenersi reciprocamente a distanza? Lui non sapeva
come interpretare il suo silenzio. Cercò invano le parole giuste per
affrontare il discorso.
Due gabbiani si librarono in cerchio sopra di loro, prima di posarsi
sull’acqua con un tuffo elegante.
«Paul» disse lei seria, «riusciresti a immaginare di vivere da
qualche altra parte?»
Lui la guardò di profilo. La domanda lo aveva colto di sorpresa.
«Perché me lo chiedi?»
«Così».
«Così? Non ci credo. Hai paura qui a Hong Kong?»
«No, paura no». Un passante solitario li superò. «Ma non mi sento
più a mio agio in questa città».
Paul si mise a pensare. Nei trent’anni e oltre da quando viveva lì,
Hong Kong era diventata la sua patria, l’unica che avesse mai
conosciuto.
«Non lo so» rispose vago. «Non ci avevo mai pensato.
Eventualmente dove?»
Christine continuava a guardare il mare. «Non saprei. In Australia?
Magari a Sydney?»
«Mhm». Lui fece un lungo sospiro. «Hong Kong è casa mia. Non
mi farei cacciare via da nessuno».
«Io non voglio cacciarti» obiettò lei, chiaramente irritata.
«Non mi riferivo a te» spiegò lui.
«Allora a chi?»
«A chi o a ciò che è responsabile di farti sentire a disagio». Dopo
un po’ aggiunse: «Non sei sola».
«Lo so».
Calò un silenzio assorto.
«Andiamo» disse lei, rimettendosi in cammino e tirandolo. «Era
solo un’idea».
Seguirono la strada e poco prima di arrivare a Sok Kwu Wan
voltarono a destra verso Lo So Shing. A qualche metro da loro un
serpente era acciambellato sulle pietre calde. Christine si fermò
spaventata. Paul batté i piedi per terra, ma il rettile non si mosse.
Solo quando gli lanciò un bastone scomparve impaurito nel
sottobosco.
L’insenatura era deserta. Persino il casotto dei bagnini, dove di
solito anche fuori stagione c’era sempre qualcuno intento a riparare
le boe o le reti a protezione dagli squali, era chiuso a chiave.
Il sole gettava lunghe ombre, ma la temperatura era ancora
gradevole. Scesero qualche gradino fino alla spiaggia e si misero
seduti sotto una palma. Christine si sdraiò sulla sabbia e chiuse gli
occhi.
Paul osservò il movimento lieve della risacca e valutò l’idea di fare
il bagno.
«Vieni in acqua con me?»
Christine si sollevò brevemente, osservò in silenzio il mare e
scrollò il capo.
«Baciami» gli disse all’improvviso.
Paul lo fece.
«Non così. Per bene. Come prima».
Lui ebbe un attimo di esitazione. Come prima. Come se fosse
facile.
Lei s’inginocchiò davanti a lui. Gli prese il viso tra le mani
sabbiose.
«Chiudi gli occhi» sussurrò.
Si sfiorarono con la punta del naso. Con le labbra. Dapprima
dolcemente. Timidi e incerti, come se fosse la loro prima volta. Poi la
passione li infiammò di nuovo.
«Voglio fare l’amore con te» bisbigliò lei eccitata.
«Quando?»
«Ora».
«Qui?»
Lei annuì.
Paul si guardò intorno. Non c’era un riparo da nessuna parte, i
cespugli brulicavano di insetti e serpenti. Ma l’insenatura era
appartata, invisibile, e le probabilità che a quell’ora qualcuno si
spingesse fino a Lo So Shing erano assai scarse. Tuttavia il
pensiero di essere sorpreso lo inquietava e smorzava il suo
desiderio.
Lei allora lo baciò in modo appassionato.
«Vieni, su» mormorò poi, attirandolo a sé.
Lui si abbandonò sempre di più.
E con il passare dei minuti si sentì sempre più protetto nella
bramosia di lei. Così al sicuro come gli era capitato di rado nella vita.
Tutto scivolò via da lui man mano che lei si muoveva. La paura e i
dubbi. La tristezza e la malinconia.
3.

La giornata era cominciata male. Christine aveva perso il traghetto


delle 7.50 e il successivo sarebbe partito venti minuti dopo. Per
arrivare puntuale in ufficio, avrebbe dovuto attraversare di corsa la
città. Detestava arrivare trafelata.
Sul battello notò tre uomini che non aveva mai visto. Naturalmente
non conosceva di persona ogni passeggero dei traghetti del mattino,
ma almeno di vista sì, dopo quattro anni. I visi sconosciuti le
saltarono all’occhio. Tra l’altro quei tre erano vestiti in maniera
bizzarra. I completi sgraziati stonavano con quelli degli altri pendolari
diretti negli uffici di Central, Admiralty, Wan Chai o Kowloon. Giacche
e calzoni ridicoli, tipici dei visitatori dalla Cina che di recente avevano
invaso la città, ma che di rado, e al massimo nei fine settimana, si
spingevano fino a Lamma.
Christine fu tra i primi a scendere dal traghetto. Salì di slancio i
gradini del pontile, due alla volta; sulla passerella pedonale che
portava all’International Financial Centre si accorse che i tre uomini
la seguivano.
Per un attimo pensò di tornare sui propri passi. La settimana
precedente lo aveva già fatto una volta, cedendo a un attacco di
panico. Aveva preso il primo traghetto che tornava a Lamma. Non
era servito a niente. Non si era sentita meglio neppure sull’isola.
Soltanto la sera aveva superato la paura, senza riuscire a spiegare a
Paul che cosa avesse causato quel panico. Era un terrore vago,
diffuso, e questo la faceva sentire ancora peggio. In realtà non era in
ansia per la propria sicurezza o per quella di Paul, e neppure per
David. Non credeva che qualcuno si sarebbe spinto fino a rapire suo
figlio a Hong Kong. Tuttavia bastavano tre sconosciuti sul traghetto a
inquietarla.
Il suo senso di sicurezza era andato in frantumi. La sua
quotidianità aveva assunto una fragilità del tutto nuova.
Però non voleva permettere alla paura di riprendere il controllo su
di lei. Il modo migliore per affrontare i propri timori, aveva detto Paul,
era guardarli a viso aperto, invece di scappare.
Christine entrò nel centro commerciale dell’IFC. Da un
supermercato usciva un profumo di pane fresco. Rallentò il passo e
dopo pochi metri si fermò.
Non funzionava.
Una donna le urtò i calcagni da dietro e proseguì senza dire una
parola. Per evitare di essere travolta dalla fiumana dei pendolari,
Christine si aprì un varco fino al muro e rimase lì ad aspettare. I tre
uomini del traghetto la superarono senza battere ciglio.
Si appoggiò al muro e a un certo punto si lasciò scivolare in basso
fino a sedersi per terra. Due addetti alla sicurezza si avvicinarono
prontamente, invitandola a proseguire. Sedersi per terra era proibito
dal regolamento del centro commerciale. Christine si alzò e si
incamminò senza meta tra i negozi. Oltrepassò la vetrina di Prada e
davanti a quella successiva, di Tiffany, vide una lunga fila di turisti
dalla Repubblica popolare. Li riconobbe per l’abbigliamento
strampalato. E per le scarpe consumate.
Lo squillo del cellulare. Il suo capo. Rifiutò la chiamata.
Con il passare del tempo la paura svanì, ciò che rimase fu lo
sgomento per essere stata a un soffio dal cedere al panico. Il terrore
covava dentro di lei come la brace sotto la cenere, e bastava un
soffio di vento per riaccenderlo.
Si mise seduta al tavolino di un bar e pensò a Da Lin.
Era stato grazie a lui che avevano potuto lasciare il Paese molto
più velocemente del previsto. Erano rimasti all’ambasciata
americana tre giorni. Erano stati interrogati dalla polizia alla
presenza dei diplomatici. Su consiglio dell’ambasciatore, non
parlarono del rapimento di David a Shi. Nemmeno lui sapeva come
interpretare quella storia, lo avevano capito dal tono dubbioso con
cui formulava le domande e commentava le loro risposte.
Poi era arrivata la notizia che l’assassino del poliziotto, un
dodicenne, si era costituito e con la propria confessione aveva
scagionato completamente Paul e Christine. Non c’erano più capi
d’accusa contro di loro, potevano partire quando volevano.
Il vice-ambasciatore in persona li aveva accompagnati quello
stesso giorno all’aeroporto, per assicurarsi che non sorgessero
problemi inattesi alla dogana. Christine aveva mostrato il passaporto
con il cuore in gola e aveva continuato a temere fino all’ultimo.
Anche quando lo sportello dell’airbus Dragon si era chiuso e l’aereo
aveva imboccato la pista di decollo.
Solo quando l’apparecchio aveva accelerato e pochi secondi dopo
si era staccato dal suolo, era scoppiata in un pianto di sollievo.
Da allora ogni giorno andava con il pensiero a Da Lin.
Compose mentalmente un’altra lettera all’ambasciatore
americano. Se almeno avessero saputo come stava e dove si
trovava. Se avessero avuto un indirizzo, lei avrebbe potuto scrivergli
regolarmente e magari spedirgli qualcosa. Forse dovevano rivolgersi
al consolato cinese di Hong Kong? Ma con quale giustificazione?
Non erano neppure lontanamente imparentati con lui.
Christine si domandava se avrebbero processato un dodicenne. In
Cina l’omicidio era punito con la pena capitale. Valeva anche per un
bambino?
Era tormentata dall’idea che fosse tutta colpa loro. Erano stati loro
a mettere in movimento la tragica catena di eventi. Se non avessero
chiesto aiuto a Luo… Da Lin non avrebbe preso la bicicletta del
vicino per David… Se non avessero fatto amicizia con lui, non gli
sarebbe venuta l’idea di nasconderli dai poliziotti…
Se. Se. Se. Quelle ipotesi facevano arrabbiare Paul. La vita non si
affrontava al condizionale, diceva. Questo ovviamente era vero, ma
lei non riusciva a uscire da quella trappola mentale. I pensieri le
giravano per la testa in un cerchio infinito.
Vedeva davanti a sé Da Lin. Il corpo magro. Lo sguardo serio dei
grandi occhi che avevano già visto troppo. Il sorriso cauto, che si
schiudeva timido e poi sprigionava un calore che lei prima non aveva
quasi mai visto in nessuno.
Lo vedeva dirigersi da solo alla centrale di polizia, un’immagine
straziante.
Quando lo aveva salutato gli aveva promesso che si sarebbero
rivisti e adesso sapeva che non avrebbe potuto mantenere la
promessa.
Il telefono suonò di nuovo. Paul. Le avrebbe fatto piacere parlare
con lui in quel momento, ma non osava farlo. Non voleva che si
preoccupasse.
In cerca di distrazione, Christine lasciò vagare lo sguardo per il
centro commerciale, invano.
Si sentiva straniera nella sua stessa città. Più ci pensava, più si
sentiva destabilizzata. Se Hong Kong non era più casa sua, dov’era
allora? Non voleva essere un’apolide.
Sua madre non l’avrebbe mai seguita in America o in Australia.
Poteva lasciarla lì da sola?
No.
Oppure sì?
Il capo la chiamò di nuovo. Doveva rispondere e scusarsi. Non
aveva la forza di mentire. Preferì spegnere del tutto il cellulare.
Si alzò e si incamminò senza sapere dove andare. Uscì sulla
Exchange Square e imboccò la passerella pedonale in direzione di
Lan Kwai Fong. Lì vagò a zig-zag tra i vicoli stretti e gremiti, in cerca
di un posto dove sedersi e riflettere con calma. I bar erano troppo
pieni e chiassosi. Su Wyndham Street scorse un cartello che
indicava la «cattedrale cattolica dell’Immacolata Concezione». Era a
due incroci di distanza, sulla Caine Road, circondata da grattacieli.
Che silenzio dentro la chiesa. Della città giungeva solo un vago
fruscio ovattato.
Un uomo entrò dopo di lei, si fece il segno della croce e proseguì
verso l’altare. Christine lo seguì.
C’erano diversi fedeli inginocchiati nei primi banchi. Due donne si
alzarono e la superarono, rapide e silenziose.
Il silenzio era tanto insolito quanto benefico. Christine si mise
seduta in uno dei banchi centrali e si guardò intorno. Pareti e
colonne intonacate di bianco, pochissime decorazioni e immagini.
Dal soffitto pendeva un crocifisso.
Pian piano la tensione l’abbandonò. Dietro quelle spesse mura si
sentiva al sicuro. Come se la chiesa fosse un luogo che non aveva
niente a che fare con il mondo esterno.
Pensò a Gao Gao e alla funzione religiosa nella città fantasma. Lei
non possedeva il fervore con cui i credenti invocavano il loro
Salvatore.
Che cosa era venuta a cercare nella cattedrale? Sostegno? Un
liberatore? Un Salvatore? No. Non voleva essere né salvata né
liberata. Avrebbe voluto sentirsi protetta, un sostegno le sarebbe
stato utile, ma non l’avrebbe trovato qui. Altre persone forse, non lei.
La chiesa era un luogo di pace. Di sicurezza. Di contemplazione.
E questo era già molto.
Christine rimase seduta a lungo. Altre persone entrarono e
uscirono. Qualcuno si esercitava all’organo. Quando si alzò, si
sentiva meglio.
Doveva parlare con Paul. Subito.
4.

Era una di quelle giornate di fine autunno in cui Hong Kong è più
bella che mai. Un cielo limpido e azzurro si apriva sopra la città, il
giorno prima un vento forte aveva spazzato via l’inquinamento
dell’aria, soffiandolo verso il mare. Il termometro segnava
venticinque gradi con un’umidità di poco inferiore al cinquanta
percento.
Paul aspettava sul pontile con David, che reggeva in una mano un
mazzolino di fiori, nell’altra una palla. Le corse incontro e le
consegnò orgoglioso i fiori. Passeggiarono su e giù per la via
principale, bevvero come al solito una spremuta d’arance fresche al
Green Cottage. Giocarono a calcio al campo sportivo, Christine in
porta non parò neppure uno dei tiri di David, che esultava di gioia a
ogni gol. Anche quella era una delle loro affiatate routine.
A casa Christine lo mise a letto, mentre Paul cucinava, illuminava
il giardino di candele e appendeva qualche lanterna al frangipani.
Preparò due semplici ricette tra quelle che preferivano: mango
fresco con mozzarella, peperoni rossi e basilico, e spaghetti
all’arrabbiata come piatto principale. Stappò una bottiglia del loro
vino toscano preferito.
Si impegnava, come se non fosse successo niente.
Christine distribuì l’antipasto sui piatti. «Credi che nasciamo tutti
peccatori?»
Lui si bloccò. «È una domanda seria?»
«Sì».
«Peccatori? No, non credo. Come ti viene in mente?»
«Il reverendo Lee a Hongyang ha detto che così stava scritto nella
Bibbia».
«Credo sia vero. Ma non trovi anche tu che sia un punto di vista
spaventoso?»
«Più che altro realistico».
Paul piegò la testa all’indietro e osservò il cielo notturno
punteggiato da qualche stella solitaria. Lei rimase a guardarlo. «No»
obiettò lui. «Sono convinto che ogni persona sia in grado di fare le
cose più belle e generose. Ma anche le più terribili. Dipende dalle
circostanze. Un ambiente malvagio crea persone malvagie».
Christine si era aspettata una risposta del genere. Però aveva
un’opinione diversa.
«Ma chi crea un ambiente malvagio? Le persone malvagie».
Lui sorrise. «Cosa è nato prima, l’uovo o la gallina?»
Lei non sapeva come indirizzare altrove l’oggetto della
conversazione e cominciò a mangiare.
«Hai avuto notizie da Pechino oggi?»
«No. Te lo avrei detto subito».
«Mi chiedo dove sia Da Lin…»
«Christine» la interruppe lui, vagamente irritato.
«Perché ti arrabbi subito tutte le volte che nomino Da Lin?»
«Non sono arrabbiato» protestò lui. «Però non serve a niente
continuare a fare illazioni. In questo momento non possiamo fare
niente per lui».
«Tu non ti rimproveri mai?»
Quella domanda lo colse di sorpresa. Lei se ne accorse dal suo
sguardo smarrito, dal modo in cui piegò la testa di lato. «No» rispose
alla fine.
«Perché no?» domandò lei meravigliata.
«Quello che è successo non è stata colpa nostra. Siamo stati
vittime, esattamente come Da Lin. Mi farei dei rimproveri solo se
avessimo avuto la possibilità di comportarci diversamente. Ma non lo
credo. Dove abbiamo sbagliato?»
«Che cosa significa sbagliare? Se però non fossimo andati da lui
alla fattoria…»
«Christine, scusa se t’interrompo di nuovo, ma non ha senso.
Eravamo in fuga. Non avevamo scelta».
Con la forchetta lei spinse il mango qua e là sul piatto senza
parlare. Il frutto era squisito, ma le era passato l’appetito. «Hai avuto
notizie da Zhang?»
«No, nemmeno».
«Pensi spesso a lui?»
Paul posò la forchetta, bevve un sorso di vino e si appoggiò
all’indietro sulla sedia. «Sì, mi manca. Solo quando l’ho rivisto mi
sono reso conto di quanto mi fosse mancato. Quella complicità tra di
noi».
«Sei preoccupato?»
«Sì, quando ci siamo incontrati a Shi non stava bene. Era solo. E
dopo tutto quello che è successo, le cose non sono certo migliorate
per lui».
«Perché non provi a chiamare Mei o suo figlio, per sapere se
hanno notizie?»
Lui scrollò il capo. «Penso che si farebbe vivo prima con me».
Mangiarono in silenzio gli spaghetti.
«Paul» disse lei alla fine, «ci ho riflettuto bene».
«So già a che cosa ti riferisci».
«Ah, sì?»
«Vorresti andare via da Hong Kong».
«Sì».
Lui raddrizzò la schiena, si scostò i capelli dalla fronte e la guardò
assorto, senza dire niente.
«Ho paura. Tu no?»
«No» rispose Paul.
Qualcosa nel suo tono la colpì. «Proprio mai?»
Paul ci pensò a lungo. «Ogni tanto, forse». Fece un’altra pausa.
«Ma non voglio lasciarmi terrorizzare. Voglio essere io a decidere
dove vivere e dove no. Se…»
«Anch’io» lo interruppe lei. «Pensavo che con il tempo le cose
sarebbero migliorate, ma non è così. Siamo tornati da più di due
mesi e basta un viso sconosciuto sul traghetto per farmi piombare
nel panico. Ho la sensazione che le cose stiano peggiorando».
«Mhm». Lui bevve un sorso di vino. «Hai mai pensato di
consultare un professionista per farti aiutare?»
«Che genere di professionista?» chiese lei interdetta.
«Ci sono terapeuti specializzati a trattare pazienti con fobie».
«Sei matto?» Christine gettò il tovagliolo sul tavolo con un gesto
rabbioso. «Non ho bisogno di un terapeuta. Le mie non sono
suggestioni. Hanno cercato di rapire nostro figlio. Se non fossimo
stati così fortunati, ora saremmo rinchiusi in una prigione cinese per
chissà quanti anni, senza possibilità di uscire. Te lo sei
dimenticato?»
«No, però…»
«Però cosa?»
«Qui siamo al sicuro».
«Come fai a saperlo?» replicò lei.
«Perché Hong Kong non fa parte della Cina».
«Ah, no?»
«Non completamente, almeno. Ci sono accordi. Esistono trattati
che garantiscono l’autonomia di Hong Kong. “Un Paese, due
sistemi”».
«Parli sul serio?»
Lui rimase zitto.
«Mi credi paranoica, vero?»
«No» rispose Paul debolmente, senza la minima convinzione.
Questo la fece infuriare ancora di più.
«Ad aver bisogno d’aiuto sono le persone che si fanno prendere
dal panico senza motivo. I miei timori hanno una causa concreta.
Non mi sto inventando niente».
«Perché credi che a Sydney ti sentiresti più al sicuro?»
«Che razza di domanda è? Perché è molto lontana e non fa parte
della Cina».
«Hong Kong è casa mia» replicò lui quasi con arroganza.
«Anche mia! Non credere…»
«Merda!» esclamò lui all’improvviso e si alzò.
Si mise a camminare nervoso su e giù per la terrazza. «Non voglio
andarmene da qui».
5.

Zhang tirò fuori a fatica il cellulare da sotto il saio. Aspettava quel


messaggio da troppo tempo per pazientare fino all’arrivo al
monastero. Aveva le mani arrossate dal freddo e doloranti, le dita
intorpidite faticavano a usare la tastiera. Il telefono vibrò un’altra
volta. Il mondo lo raggiungeva anche nell’isolamento dell’altopiano
tibetano.
Il mittente era un ex collega di Shenzhen che lavorava a Pechino
da molti anni. Da giovani erano stati spesso compagni di pattuglia ed
erano molto affiatati. Si era subito dichiarato disponibile a svolgere
indagini su Da Lin. Le notizie che aveva raccolto non erano
incoraggianti e peggioravano con il passare del tempo. Il ragazzino
era in custodia presso la polizia. Non parlava e non mangiava. La
madre, di cui Zhang gli aveva comunicato l’indirizzo, era introvabile,
così come altri parenti. Poi i contatti si erano interrotti. Per più di tre
settimane non aveva avuto notizie da Pechino.
Zhang lesse il messaggio una seconda volta e abbassò la mano.
Da Lin era morto la notte prima. Da solo, in ospedale. Non c’era
nessuno con lui, nemmeno un’infermiera. Secondo le dichiarazioni
della polizia, si era lasciato morire di fame.
Zhang non sapeva come comunicarlo a Paul e a Christine. Dove
si trovava non c’era accesso a Internet e lui non conosceva a
memoria il loro numero di telefono. Tutti i suoi contatti erano
archiviati nel vecchio cellulare, di cui si era dovuto sbarazzare
durante la fuga. E comunque loro non avrebbero più potuto fare
nulla. Da Lin era morto.
Zhang alzò il braccio, lo piegò all’indietro e scagliò il cellulare di
slancio verso il precipizio. L’apparecchio sembrò volare in aria per
qualche secondo, poi lo perse di vista. Non voleva più essere
raggiungibile per nessuno.
Avrebbe potuto salvarlo? Nei giorni immediatamente successivi
all’arresto questo interrogativo lo aveva tormentato giorno e notte.
Se quel fatidico pomeriggio lui non si fosse addormentato… Se si
fosse subito messo in viaggio per il Tibet…
Dopo lunghe riflessioni Zhang era giunto alla conclusione che non
avrebbe fatto differenza. Da Lin sapeva perfettamente ciò che
faceva. Era stato lui a decidere liberamente di aiutare Paul, Christine
e David. Zhang avrebbe avuto il diritto di impedirglielo? Oggi più che
mai credeva al karma. Era l’unica spiegazione della breve e triste
vita di Da Lin: la punizione per gli errori della sua esistenza
precedente. Nella successiva avrebbe ottenuto il premio per il
proprio sacrificio. Ovunque si trovasse ora, stava meglio che a
questo mondo. Un pensiero confortante, anche se Paul lo avrebbe
contraddetto con veemenza.
Il vento gelido si rinforzò. Zhang cercò riparo dietro uno stupa e
lasciò vagare lo sguardo sulla valle innevata.
Sebbene fosse nato e cresciuto nel Sichuan, era stato in Tibet una
sola volta in vita sua. Una specie di viaggio di nozze in ritardo con
Mei, d’estate, e il paesaggio lo aveva dapprima commosso, poi
oppresso, infine terrorizzato. Continuava a sognarlo anche a molti
anni di distanza. Le montagne e le valli brulle. Le rupi scoscese, la
vastità, la desolazione. Non aveva trovato nulla di invitante, si era
sentito sopraffatto in maniera inquietante, solo e sperduto, sebbene
avesse Mei al proprio fianco. Più viaggiavano, più la natura gli
risultava scostante, pressoché ostile.
Alla fine era stato felice di tornare nella subtropicale Shenzhen,
con i suoi colori, il suo tepore, l’umidità e la vegetazione
lussureggiante.
Adesso era diverso. La neve rischiarava il paesaggio, pur non
rendendolo più invitante. La desolazione, l’inaccessibilità
rimanevano, ma non gli facevano più effetto. Aveva la sensazione
che la solitudine davanti ai suoi occhi, l’isolamento, la monotonia,
rispecchiassero la sua vita interiore. Per anni aveva cercato di
staccarsi dal mondo attraverso la meditazione. Di lasciare andare. Di
non prendersela più per la corruzione dei colleghi, le pretese della
moglie, l’allontanamento dal figlio. C’era riuscito solo in parte. Ora
avvertiva la distanza che aveva cercato tanto a lungo. Non c’erano
più niente e nessuno cui fosse legato. Dubitava però che fosse una
condizione desiderabile.
Nelle settimane precedenti gli era accaduto qualcosa, ma non
riusciva a capire che cosa lo avesse scatenato.
L’ultima telefonata con il figlio? Poco probabile. Anche se era
rimasto colpito dalla mancanza di dialogo tra loro. In particolare dal
modo in cui suo figlio, senza una parola di saluto, aveva posto fine al
silenzio pigiando un tasto.
La vista del contadino torturato a morte? Neanche quello. Come
commissario aveva affrontato molti casi di omicidio.
L’incontro e il commiato definitivo da Paul?
O si trattava semplicemente del punto d’arrivo di un’evoluzione
iniziata molti anni, se non decenni prima?
Non aveva senso cercare una risposta, perché non avrebbe
cambiato le cose.
Cominciò a nevicare. Aveva i piedi gelati, non li sentiva quasi più.
Si mise in cammino verso il monastero. Ogni passo nella neve alta
era una fatica. Si calò il cappuccio sulla fronte, il freddo e l’aria
rarefatta lo disturbavano più di quanto avesse immaginato.
I monaci lo avevano avvisato, non era la stagione giusta per una
passeggiata. Ma al monastero non c’era segnale, il suo cellulare
prendeva solo a qualche centinaio di metri di distanza.
La bufera di neve s’intensificò, i contorni del monastero erano
quasi invisibili.
Zhang passò davanti a una stalla, ormai senza fiato. Ancora un
centinaio di metri fino al portone. Non era sicuro di riuscire ad
arrivarci. Avrebbe potuto fermarsi ad aspettare che il freddo gli
salisse dai piedi e dalle mani nelle gambe nelle braccia, si
impossessasse di tutto il corpo, lo intorpidisse e lo facesse
addormentare.
Si appoggiò al muro della stalla. Avrebbe potuto chiamare aiuto,
ma i monaci erano in meditazione, non l’avrebbero sentito oltre gli
spessi muri del monastero. Si accovacciò, scavò una buca nella
neve e ci si infilò. Nel silenzio udiva il fruscio dei fiocchi che gli si
depositavano sulle spalle e sulla testa, e nel giro di pochi minuti ne
fu completamente avvolto. Non sentiva più le mani e neppure i piedi.
Gli giunsero le voci di due novizi poco lontano. Arrancavano nella
tormenta e chiamavano incessantemente il suo nome. Sarebbe
bastato rispondere ai loro richiami.
Arrivarono all’altezza del cumulo bianco contro il muro della stalla
e passarono a pochi metri da lui, senza vederlo.
Si allontanarono lentamente.
«Ehi!» gridò Zhang dopo pochi secondi con quanto fiato aveva in
gola. «Sono qui».
6.

Paul sparecchiò dopo colazione, si mise seduto e aprì il portatile sul


bancone della cucina, controllando con trepidazione le ultime
quotazioni di Borsa. Nei giorni e nelle settimane precedenti aveva
acquistato azioni piuttosto speculative e perciò destinate a scendere,
un investimento ad alto rischio. In questo caso, tuttavia, si fidava più
del proprio istinto che dell’opinione di quasi tutti gli analisti.
Un’occhiata ai valori di chiusura della Borsa di New York gli
confermò che aveva avuto ragione. Se avesse venduto ora, avrebbe
guadagnato più del suo reddito complessivo dell’anno precedente.
Che era stato già notevole. Oppure era meglio aspettare che le
quotazioni scendessero ulteriormente? Se l’istinto e i dati non lo
ingannavano, avrebbero ceduto ancora il dieci, forse il venti
percento. Meglio aspettare dunque?
Paul fissò intensamente le quotazioni di New York. Il reddito di un
anno! Pigiando un tasto. Era assurdo. In passato aveva nutrito molta
diffidenza verso le speculazioni in Borsa, adesso ci manteneva la
famiglia. Aspettare oppure vendere?
Sentì David di sopra che si era svegliato e lo chiamava.
Paul selezionò una mezza dozzina di ordini di vendita. Voleva
passare la giornata con David senza pensare per tutto il tempo alla
Borsa, senza controllare le quotazioni al telefono e rimuginare se
fosse o meno il caso di aspettare. Attese la conferma, mise il
computer in stand-by e salì di sopra. David era seduto sul letto e
giocava con il suo panda di peluche.
Paul avvolse le veneziane. Fuori gli uccelli cinguettavano, i fiori di
ibisco rossi e gialli splendevano davanti alla finestra, la brezza
soffiava dentro la stanza il profumo dolce del frangipani. «Ti va di
andare a nuotare dopo colazione?»
David ne fu entusiasta.
Paul ritirò distrattamente la posta. Era troppo occupato a
preparare l’occorrente da spiaggia per sé e per David. Una lettera
della banca, due bollette e una busta formato A4 proveniente dalla
Repubblica popolare cinese. Paul lo capì dal timbro postale. Era
indirizzata a Paul Leibovitz e Christine Wu. Sul retro non c’era il
mittente. Appoggiò la corrispondenza sul bancone in cucina e
continuò la ricerca dei braccioli.
Erano da soli sulla spiaggia.
Pensò a Christine.
La lettera anonima era indirizzata a entrambi, l’aprirono insieme
quella sera. La busta non conteneva nessuno scritto, solo due foto
senza didascalia. Christine le girò.
Lanciò un lungo grido e le fece cadere. Paul riuscì a sorreggerla
all’ultimo istante, prima che stramazzasse anche lei. La prese in
braccio e l’adagiò sul divano.
David la chiamò dalla sua camera. «Mamma? Mamma?»
«Va tutto bene, tesoro» rispose Paul. «La mamma si è fatta solo
un po’ di bua. Niente di grave».
«Deve andare in ospedale?»
«No, tesoro».
Christine nascose il viso contro la sua spalla. «Hai visto le foto?»
bisbigliò.
«No».
Paul fece per alzarsi e andarle a prendere. Lei lo trattenne. «Non
lasciarmi».
Lui la strinse forte a sé mentre sentiva crescere dentro
l’inquietudine. Non riusciva a immaginare che genere di foto avesse
potuto sconvolgerla fino a quel punto.
«Si tratta di Da Lin?»
Lei scosse la testa.
«Zhang?»
«Non credo. Ma forse sì».
Paul non ce la faceva più e si alzò. Lei lo lasciò andare con
riluttanza.
Si recò in cucina e gettò un’occhiata alle foto.
Impiegò qualche secondo a capire che cosa vedevano i suoi
occhi.
7.

Paul fu svegliato nel cuore della notte da una specie di fruscio.


Come se qualcuno armeggiasse alla porta d’ingresso. Christine
continuò a dormire.
Si alzò in silenzio, scostò le lamelle della veneziana e guardò fuori
dalla finestra. Non vide nessuno in terrazza né di fronte all’ingresso.
C’era qualcuno dentro casa? Rimase in ascolto. Uscì piano in
corridoio. Il rumore proveniva dal salotto. Raggiunse le scale e si
domandò se lì al piano superiore ci fosse qualcosa da usare per
difendersi. Un coltello? Un candelabro? Andò in bagno e prese lo
stendino di bambù dove mettevano ad asciugare gli asciugamani,
quindi scese qualche scalino. Il rumore si bloccò di colpo, poi
ricominciò.
«Ehi?» Si fermò ad ascoltare. «Ehi, c’è qualcuno?»
Entrò di soppiatto in salotto. Dalla vetrata panoramica vide un
gatto randagio che grattava sul coperchio di legno nella cassetta
della sabbia di David, come se volesse affilarsi le unghie. Quando
Paul si avvicinò alla finestra, il gatto con due balzi scomparve tra i
cespugli.
Paul si lasciò cadere sfinito sul divano. Fino a quella sera aveva
creduto che fosse solo questione di tempo prima che riacquistassero
una sensazione di sicurezza. La forza della quotidianità e la routine li
avrebbero aiutati.
Si era sbagliato e, a voler essere sinceri, doveva ammettere di
essere stato assalito a sua volta da una profonda inquietudine. Se di
giorno riusciva quasi sempre a tenerla a bada, di notte lo tormentava
tanto più intensamente. Aveva degli incubi oppure restava sveglio
per ore, in attesa di rumori sospetti.
Andò in cucina e tirò fuori le due foto che la sera prima aveva
infilato tra i libri di ricette. Una vista quasi insopportabile. Due
cadaveri martoriati. Un uomo e una donna. Bassi e tozzi. La donna
riversa di fianco, il viso così tumefatto da essere irriconoscibile.
Sull’uomo Paul non aveva dubbi. La grande voglia scura sulla fronte.
Si trattava della coppia che gli aveva restituito David.
Christine aveva ragione. A Hong Kong non erano più al sicuro.
Non riteneva più impossibile che cercassero di rapire David dalla
città.
Dovevano andarsene. Ma dove? Le sue attività in Borsa avrebbe
potuto proseguirle dovunque, gli bastava una connessione veloce a
Internet. Ma non aveva amici né famiglia in nessuna parte del
mondo. Non era attratto dall’America, a parte la lingua. Andare da
Josh a Sydney era una possibilità, seppure temporanea. Paul
dubitava che alla loro età sarebbero riusciti a ottenere i documenti e
le autorizzazioni necessarie per l’immigrazione. Taiwan? Christine
l’avrebbe giudicata troppo vicina alla Cina per sentirsi al sicuro. Lui
aveva diritto a un passaporto tedesco, ma niente lo legava al suo
Paese di nascita. Da quando si era trasferito a New York con i
genitori, negli anni Sessanta, non era più stato in Germania.
Il posto era relativo, gli aveva detto Christine. L’importante era
andarsene. Lontano.
Londra? C’era stato spesso con Meredith e ogni volta la città gli
era piaciuta un po’ di più. Spesso avevano accarezzato l’idea di
trasferirsi lì. Il progetto era sempre naufragato perché lui non voleva
andarsene da Hong Kong.
Ma Hong Kong era cambiata. Non era più il luogo doveva aveva
piantato radici. La ex colonia britannica si era trasformata, non da un
giorno all’altro ma un poco alla volta, in una città cinese. Ogni mese
più di un milione di visitatori varcava il confine, per strada si sentiva
parlare sempre di più il mandarino. I fondi neri cinesi avevano fatto
salire alle stelle i prezzi degli immobili. I giornali parlavano in
maniera sempre meno critica della situazione nella Repubblica
popolare. La promessa di Deng Xiaoping, «un Paese, due sistemi»
era diventata «un Paese, un sistema e mezzo» ed era solo
questione di tempo perché si trasformasse in «un Paese, un
sistema». Avrebbero esportato a Hong Kong non solo le leggi, pensò
Paul, ma anche l’illegalità cinese. All’atto della restituzione, nel 1997,
si era stabilito che Hong Kong sarebbe dovuta rimanere autonoma
per cinquant’anni. Ma Pechino non avrebbe aspettato tutto quel
tempo.
Londra. Più ci pensava, più gli piaceva l’idea di vivere in uno Stato
europeo. Conosceva il continente dai numerosi viaggi e lì si era
sempre sentito a proprio agio, specialmente in Italia e in Francia.
Perché non avrebbero potuto imparare l’italiano?
All’Europa collegava tutto ciò che in quel momento era più
importante per loro. Sicurezza. La libertà di non vivere nel terrore. La
libertà di non dover avere paura della polizia. Della giustizia.
Protezione dalle persone che usavano i bambini come regali. Un
continente dove le leggi valevano per tutti e non c’erano funzionari
né partiti al di sopra del diritto. Dove nessuno spariva senza lasciare
tracce per settimane, mesi, oppure anni, nelle carceri o nei lager.
«Siamo un popolo traumatizzato» gli aveva detto una volta Zhang,
tanti anni prima. Paul all’epoca aveva obiettato e per molto tempo
aveva creduto che l’amico esagerasse.
Controllò che tutte le finestre e le porte dell’appartamento fossero
ben chiuse, tornò di sopra e si coricò. Christine si svegliò.
«Europa» bisbigliò lui. «Ci trasferiamo in Europa. Che ne pensi?»
«Quando?»
«Quando vuoi».
8.

La decisione di lasciare Hong Kong riempì Christine di una


inaspettata euforia. La collera contro Paul si trasformò in un
desiderio che non aveva più provato dalla nascita di David. I timori e
la malinconia delle settimane e dei mesi precedenti erano svaniti; al
loro posto subentrò una leggerezza che le rese più facile prendere
commiato. L’ultimo giorno in ufficio. L’ultimo viaggio a Hang Hau per
l’ultima cena con le amiche. Non ebbe mai il minimo dubbio circa la
propria decisione. Invece, man mano che la data della partenza si
avvicinava, la sua gioia cresceva.
Il problema più grande era parlarne con sua madre. Lei non
sarebbe voluta partire e Christine era tormentata dal rimorso all’idea
di lasciarla sola a Hong Kong. Una brava figlia cinese non avrebbe
mai fatto una cosa del genere. O solo in caso di estrema
emergenza. La sua emergenza era abbastanza estrema?
Come avrebbe reagito alla notizia? Paul e Christine avevano
discusso l’ipotesi di andarle a parlare insieme, ma alla fine decisero
che sarebbe stato meglio un incontro madre-figlia.
Wu Jie l’aspettava già sulla porta di casa quando Christine andò a
prenderla. Si recarono al Man Fung, un ristorante di pesce al porto di
Yung Shue Wan. Christine in realtà avrebbe voluto portarla in un
locale più raffinato a Wan Chai o Tsim Tsa Tsui, ma la madre lo
riteneva un inutile spreco di soldi e si era rifiutata.
Ottennero un tavolo proprio sul mare e ordinarono uova
centenarie, tofu affumicato, persico stufato e pak choi. Dal mare
soffiava una lieve brezza, ma l’aria era tiepida e mite.
Wu Jie si abbottonò comunque la giacca. Le capitava spesso di
avere freddo. Probabilmente un fenomeno legato all’età, pensò
Christine. «Hai freddo? Vuoi andarti a sedere da un’altra parte?»
La madre scosse la testa.
Il cameriere portò le uova, senape e zenzero, un piattino di
arachidi e due Coca Cola. Ne bevvero un sorso e si guardarono in
silenzio. La madre era una persona taciturna. Non era una che
faceva domande, né che raccontava molto di sé. Quando diceva
qualcosa usava frasi brevi, scegliendo con cura le parole. Spesso il
suo tono di voce era più brusco di quanto volesse.
Dopo il loro ritorno, Christine le aveva raccontato solo a grandi
linee che cosa fosse accaduto in Cina. Non voleva inquietarla
troppo. Wu Jie aveva ascoltato in silenzio, senza fare commenti. Da
allora non avevano più affrontato l’argomento.
Christine sgranocchiò qualche nocciolina. «Com’è andata oggi con
David?»
«Bene».
«Che cosa avete fatto?»
«Giocato. E disegnato». Wu Jie prese mezzo uovo, ci mise sopra
una fettina di zenzero, lo intinse nella senape e lo addentò. «Le uova
al Sampan sono più buone».
«La prossima volta andiamo lì» replicò Christine, soffocando un
sospiro. «Come va il ginocchio?»
«Meglio».
«Sei stata dal dottore?»
«Che ci vado a fare?»
C’erano argomenti che era meglio non affrontare con sua madre.
Il cameriere posò sul tavolo il pesce e le verdure. Il sugo fuoriuscì
dal piatto e bagnò la tovaglia. Christine servì entrambe.
«Mamma, devo parlarti di una cosa».
La madre prese le bacchette e assaggiò prima il pesce, poi le
verdure.
«Io e Paul abbiamo pensato che forse è meglio se ci trasferiamo a
Londra con David».
La madre continuò a mangiare con calma. Senza alzare lo
sguardo, sputò una lunga lisca sul piatto.
«Inizialmente sarà solo per un anno» si affrettò ad aggiungere
Christine.
Wu Jie prese del tofu.
Christine infilzava nervosa le bacchette nel cibo che aveva sul
piatto. Sapeva bene quanto fosse poco comunicativa sua madre, ma
non riusciva a interpretare quel silenzio.
Il trasferimento a Lamma le aveva giovato, sull’isola stava meglio
che a Hang Hau. Faceva più movimento e aveva subito trovato delle
amiche per giocare a mahjong. Era tornata a dimostrare meno dei
suoi settantasei anni. Ma era soprattutto il nipotino a darle la carica.
Le sarebbe mancato più di tutti. E viceversa.
«Come vi manterrete?» chiese infine Wu Jie a bocca piena.
«Le speculazioni in Borsa di Paul vanno bene, anzi, più che bene.
Può continuare a farle anche da Londra».
La madre annuì. Christine cercò di decifrare il suo viso e trasalì
rendendosi conto di quanto le fosse estraneo in quel momento. Gli
occhi, piccoli e sempre un po’ acquosi, lo sguardo fisso, le labbra
sottili, quasi invisibili, nulla tradiva le sue emozioni. Le stava seduta
di fronte, le spalle curve in avanti.
«Quando?»
«Tra quattro settimane».
Un fugace bagliore nello sguardo. Prese un pezzo di pesce, le
scivolò dalle bacchette. Lo stesso accadde al secondo tentativo.
Christine fece per stringerle la mano, poi ci ripensò. «Mi dispiace»
mormorò.
Wu Jie fissò a lungo l’acqua. Bevve un sorso di Coca, aprì la
bocca per parlare, la richiuse senza dire niente. «Non devi» ribatté
infine con voce ferma.
«Vorresti ven…»
«No, me la cavo benissimo anche da sola».
Christine si domandò se non stesse commettendo uno sbaglio.
Poteva fidarsi a lasciare la madre da sola a Hong Kong?
Wu Jie si servì ancora un po’ di pak choi e di riso. «Londra è una
buona idea» dichiarò decisa. «Non per un anno soltanto».
Che cosa le era successo? Non si lamentava sempre che David
parlasse meglio l’inglese che il cinese, che Paul gli raccontasse fiabe
tedesche anziché cinesi, che usasse meglio la forchetta e il coltello
delle bacchette?
«Un albero muore se lo trapianti, un essere umano fiorisce
quando parte, dice un antico proverbio cinese. Non preoccuparti per
me. Per David è meglio non crescere in Cina». Dopo una breve
pausa aggiunse: «Anche per te è stato meglio».
«Che cosa?»
«Non crescere in Cina. Ma lui è più fortunato di te».
Le parole della madre la disorientavano sempre di più. «Non
capisco che cosa vuoi dire».
«Noi siamo dovute scappare a nuoto. Tu hai rischiato di annegare.
Adesso potete prendere un aereo senza problemi». Tagliò il resto del
pesce e ne mangiò un altro boccone. «Non c’è mai fine, non
dimenticarlo. Continueranno a esserci vittime».
«Che intendi?»
«Quello che ho detto». Wu Jie mise da parte le bacchette e si
schiarì la voce. «Spero che mi riconoscerà, quando ci rivedremo».
9.

Non era mai stato con David sul Victoria Peak. Christine ce lo aveva
portato spesso, salivano in cima con la funicolare e tutte le volte
tornavano a casa entusiasti. Era l’ultimo giorno e Paul voleva fare
una gita con lui sulla vetta più alta di Hong Kong. Christine era
impegnata con sua madre e non aveva tempo per accompagnarli.
Per Paul non esisteva luogo migliore per congedarsi dalla città. Il
migliore e il più doloroso.
Era salito spesso fino in cima con il primo figlio. Le frequenti
escursioni sul crinale con il panorama della città, del porto e del Mar
Cinese meridionale, avevano riempito Justin di meraviglia fin dai due
anni di età. Tutti gli anni, il giorno della sua morte, Paul saliva da
solo sul monte.
Presero un taxi dal traghetto al capolinea del Peak Tram a Central.
Da lì un sentiero pedonale saliva fino in vetta. Il dislivello
complessivo era di cinquecento metri, una distanza che in passato
non gli aveva mai creato problemi, anzi, certi giorni la copriva
portando Justin sulle spalle. Erano passati dieci anni da allora.
Percorsero la scalinata parallela ai binari, con i gradini sempre più
ripidi. Paul sudava e ansimava, David voleva sapere quando
sarebbero arrivati in cima.
«Manca poco» rispose Paul trafelato.
Imboccarono il Chatham Path, che si inoltrava nella fitta
vegetazione deviando dalla strada. David non ce la faceva più e
volle essere preso in braccio. Paul se lo caricò sulle spalle. Da lì fino
alla vetta non c’era più una strada dove poter prendere un autobus o
un taxi in caso di necessità. Ogni pochi metri si fermavano per una
breve sosta. Ciononostante, nel giro di pochi minuti Paul era così
spompato che tornarono indietro e presero un taxi su May Road.
Alla Peak Galleria comprarono un gelato, poi si diressero verso
Lugard Road, un sentiero che un tempo conduceva fino in cima.
Paul rallentò il passo. Qualcosa in lui esitava. Udì la voce di Justin.
Poco prima di morire gli aveva chiesto se potevano tornare un’altra
volta insieme in cima al Peak.
«Ma certo» aveva risposto Paul. Suo figlio aveva alzato
debolmente il capo, gli aveva sorriso e aveva chiesto: «Davvero?»
Voleva sapere la verità? Voleva sentirsi dire: no, Justin, no, non
credo che ce la faremo, sei troppo debole e io non posso portarti in
salita per cinquecento metri. Non c’è più speranza. Non torneremo
mai più insieme sul Peak. Era evidente che non era ciò che voleva
sentire. Nessuna persona sana di mente sarebbe riuscita a dire una
cosa del genere a un bambino di otto anni.
«Ma certo» confermò Paul una seconda volta. Justin fece un
breve sorriso e reclinò la testa sul cuscino. Una piccola bugia
bianca, la risposta giusta, chi poteva dubitarne, e tuttavia Paul non
riusciva ancora a perdonarsela. Lo aveva ingannato, gli aveva infuso
una stupida, dissennata speranza invece di dirgli la verità, di
condividerla e di renderla così più sopportabile.
David guardò con stupore il padre ammutolito.
«Che cos’hai?»
«Niente».
«Allora vieni, dai».
«Aspetta, non so bene dove…» ribatté Paul evasivo.
«Ti prego, papà. Voglio mostrarti una cosa». David s’incamminò
senza voltarsi indietro; stava già per scomparire oltre la prima curva,
quando Paul si mise in movimento per raggiungerlo.
Dopo un paio di svolte, il panorama della città e del porto apparve
davanti a loro. Tutte le volte Paul ne restava sopraffatto.
Davanti a loro due lucertole erano ferme in mezzo al sentiero.
«Il coniglio pasquale arriva anche a Londra?» si informò David.
Paul si fermò e si accovacciò, per guardare il figlio negli occhi.
«Certo che arriva anche a Londra».
«Come fa a sapere dove abitiamo?»
«Possiamo scrivergli».
«Ma io non so ancora scrivere».
«Allora puoi disegnargli Londra e la nostra casa».
David annuì tranquillizzato. «Quanto tempo resteremo a Londra?»
«Un anno. Poi vedremo».
«Perché la nonna non viene con noi?»
«Qualcuno deve restare qui per badare alla nostra casa. Ci
penserà la nonna con una sua amica di Hang Hau».
«Baderanno anche ai miei giocattoli?»
«Anche ai tuoi giocattoli».
Per un po’ David proseguì camminando assorto accanto a lui.
«Papà, quando compio cinque anni?»
Paul gli scostò i capelli dal viso. «Manca ancora un po’».
David si concentrò al massimo. «E quando ne compio sei?»
«L’anno dopo. E poi sette, otto, nove e a un certo punto avrai la
mia età».
«Tu quanti anni hai?»
«Tanti».
«Come la nonna?»
«Di più».
«Sei coooosì vecchio?» Il figlio lo esaminò con attenzione. «E
quando compio di nuovo quattro anni?»
«Mhm». Paul trattenne una risata, vedendo quanto fosse seria la
questione per il figlio. «Ho paura che non succederà».
«Perché no? Non si ricomincia daccapo?»
Paul rimase in silenzio. David aspettava una risposta.
«Papà?»
«No, non si ricomincia daccapo».
«Perché no?» Nello sguardo di David c’era più sorpresa che
delusione. «Un film si può rivedere daccapo».
«Hai ragione». Paul lo prese in braccio e lo strinse a sé.
«Ti ho mai raccontato che ho avuto un altro figlio prima di te?»
«Anche lui si chiamava David?»
«No, Justin».
«E dov’è ora?»
«È morto».
«Perché?»
«Era malato».
David annuì distratto. Mangiò con calma il gelato e alla fine si
leccò accuratamente tutte le dita, una dopo l’altra.
«Con lui venivo spesso quassù».
David si guardò intorno. «Giochiamo a qualcosa?»
Il padre lo posò a terra. «A cosa? Aeroplanino? Cavalluccio?»
«Acchiappino» disse David correndo via.
Paul lo guardò. Era passato appena un giorno da quando lo aveva
tenuto in mano, un esserino nudo, impiastricciato di sangue, la pelle
chiara, in alcuni punti azzurrognola, le manine rattrappite. Un
miracolo del peso di tre chili e trecentotrentatré grammi lungo
quarantanove centimetri, fragile e delicato. Adesso scappava via e
lui doveva sbrigarsi, se non voleva perderlo di vista.
«Vieni a prendermi!» esclamò suo figlio.
Paul si lanciò all’inseguimento, con due falcate lo raggiunse e lo
prese in braccio. David scalciava e gridava di gioia.
«Ancora».
Lo lasciò libero e David si rimise a correre.
Continuarono così, a lungo. Paul lo afferrava e poi lo lasciava
andare.
E ogni volta si sentiva un po’ più libero. Era come se un fardello si
sgretolasse a poco a poco, un peso che si era accumulato su di lui,
come una crosta spessa e opprimente, durante le settimane, forse i
mesi e gli anni precedenti, senza che se ne rendesse conto. La
risata di suo figlio. La vita tra le sue mani. La gioia del gioco,
l’allegria, la spensieratezza lo portavano via.
Paul raggiunse David e lo afferrò. Lo sollevò tra le braccia un’altra
volta, lo lanciò in aria, lo riprese al volo, lo strinse più forte. Non lo
avrebbe mai lasciato andare.
«Non così forte, papà. Mi fai male».
Lo depose a terra, spaventato. «Scusa, tesoro, non volevo».
David gli lanciò un’occhiata perplessa.
Poi scoppiò a ridere. «Prendimi, se ci riesci!»
E scappò via.
Ringraziamenti

Sono più di vent’anni che mi reco in Cina. All’inizio ci sono stato come giornalista, poi come
scrittore. Durante questo periodo ho ricevuto l’aiuto di tante, tantissime persone. Mi hanno
raccontato le loro storie, mi hanno fatto entrare nelle loro vite. Hanno condiviso con me le
loro paure, i loro dolori, i sogni e le speranze. Questi libri sono dedicati anche a loro. È
impossibile nominarle una a una e in certi casi, per la loro stessa incolumità personale, mi
hanno chiesto di non essere citate. A titolo simbolico vorrei ringraziare Zhang Dan per tutti
quanti. Lei mi ha accompagnato in quasi tutti i miei viaggi come interprete, ricercatrice e
amica, e mi ha spiegato con infinita pazienza il suo Paese, la sua cultura e la storia recente
della Cina. Senza il suo intrepido aiuto, i romanzi della mia trilogia sulla Cina non sarebbero
stati scritti.
Naturalmente sono riconoscente anche alla mia editor Hanna Diederichs, che ha
collaborato insieme a me a tutti e tre i volumi con la sua accuratezza, la sua precisione e la
sua passione.
Con il passare degli anni mio figlio Jonathan è diventato un lettore estremamente attento
e critico dei miei manoscritti e mi dà un grande aiuto con le sue domande e i suoi spunti.
Un grazie particolare va a mia moglie Anna. È la mia prima lettrice. Le sue osservazioni
critiche, le sue idee, la sua pazienza, le sue parole di esortazione e di incoraggiamento nei
momenti di profonda crisi rappresentano un contributo irrinunciabile alla realizzazione dei
miei libri.
Table of Contents
Copertina
Trama
Autore
Collana
Frontespizio
Colophon
Dedica
Prologo
La città. Due settimane prima
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Il villaggio
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Capitolo 14
Capitolo 15
Capitolo 16
Capitolo 17
Capitolo 18
Capitolo 19
Capitolo 20
Capitolo 21
Capitolo 22
Capitolo 23
Il monastero
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Le case fantasma
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Capitolo 14
Capitolo 15
Capitolo 16
Capitolo 17
Pechino
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Hong Kong
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Ringraziamenti
Catalogo Neri Pozza Editore