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IL VIAGGIO A ROMA

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La partenza
Una volta presa la decisione di partire, di abbandonare la famiglia, la
propria gente, la stessa terra che pur se causa di tante sofferenze restava
sempre la patria, il nostro convalligiano non poteva andarsene da un gior-
no all’altro. C’erano dei preparativi indispensabili.
Innanzitutto bisognava procurarsi i documenti per il viaggio, che erano
fondamentalmente due: uno indispensabile, il bollettino di sanità, e l’al-
tro… quasi, la lettera del parroco. Il primo documento veniva rilasciato
dalle autorità del posto, con la dichiarazione che la persona in questione -
di cui si precisava nome, cognome, età, statura alta o bassa, colore di
capelli e luogo di provenienza - era sana e che in quel luogo non c’era epi-
demia (36). Il secondo costituiva invece un attestato di buona condotta,
d’ineccepibile moralità, con cui il parroco garantiva che l’intestatario era
di provata fede cattolica apostolica romana e che la professava secondo le
disposizioni religiose. Spesso questa lettera veniva ampliata e corredata
con uno scritto di presentazione, e di raccomandazione, a qualche impor-
tante prelato o istituto religioso che nell’Urbe avrebbe potuto aiutare l’in-
testatario. Si trattava di una dichiarazione particolarmente utile per otte-
nere il terzo documento indispensabile all’emigrante: la licenza di entra-
ta a Roma, che era rilasciata dagli ufficiali dello Stato Pontificio disloca-
ti nelle vicinanze della città, nei punti di passaggio obbligato sugli itine-
rari più frequentati. Poteva infatti capitare che, in occasione di annate di
scarso raccolto granario portanti alla conseguente forte riduzione delle
scorte, venissero applicate restrizioni all’entrata dei forestieri. Per tutela-
re i cittadini si autorizzava allora l’ingresso a Roma solamente a chi pote-
va dimostrare l’improrogabile necessità della sua venuta (37).
Una volta risolto il problema dei documenti occorreva andare dal
notaio per fare testamento e tornare dal prete per confessarsi e ricevere
l’assoluzione (38). Il viaggio per Roma, considerato il tempo non indiffe-
rente durante il quale i viaggiatori restavano vulnerabili, come del resto
per la maggior parte degli spostamenti da uno Stato all’altro della peniso-
la, era allora concordemente definito pericoloso. Ci si doveva aspettare di
tutto, anche l’evento meno augurabile, che avrebbe potuto essere causato
dall’insorgere di un qualsiasi morbo, dato le condizioni igieniche presso-
chè inesistenti, per cui bisognava premunirsi.
Quanto all’equipaggiamento, stabilito che solitamente gli emigranti si

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spostavano a piedi, ci si limitava a qualche cambio di vestiti, cappa e cap-
pello e, soprattutto, a scarpe buone e per lo più di legno, visto che per il
terreno fangoso erano le migliori (39); ci volevano anche dei sandali per
la strada asciutta (40). Indispensabile il bordone, caratteristico grosso
bastone ricurvo usato dai pellegrini, di grande aiuto sia nelle salite che
nelle discese. Saggio anche portarsi delle pomate per i piedi escoriati o
medicamenti del genere. Bene inoltre avere sempre con sè anche della
camomilla essicata, che, mescolata con un po’ di cenere, diventava un toc-
casana per i costantemente martoriati piedi gonfi o che rendevano spossa-
ti in maniera disumana. Alla cura di questi poveri piedi, sovente vittime
della dolorosissima ulcera da viaggio, si sarebbe invece potuto rimediare
con un unguento a base di grasso di montone, oppure strutto, con olio di
oliva e succo di faggio (41).
In previsione di incontri con gente non sempre rassicurante, quando
non si fosse trattato di ladri o briganti, si consigliava di portare una spada
ed armi da fuoco.
Qualora poi si fosse disposto di qualcosa di prezioso o di qualche
moneta d’oro, non restava di meglio che cucirli nel colletto della camicia,
nella giubba o nei pantaloni.
L’ultima, ma non meno importante preoccupazione - anche se per noi
forse un po’ prosaica -, restava quella di purgarsi alcuni giorni prima della
partenza. Secondo i dettami dei dottori e degli igienisti dell’epoca, che la
popolazione finiva poi coll’assecondare, quella costituiva una pratica
indispensabile: diversamente, dovendo affrontare un tragitto così impe-
gnativo, lo sforzo del corpo non purgato, quindi impuro, avrebbe messo
in subbuglio i suoi umori (42).
Tutte queste incombenze cominciavano già a trasmettere ai nostri emi-
granti il senso del grande impegno, che si erano assunti con la loro deci-
sione. A quei tempi infatti il viaggio dalla Valtellina a Roma costituiva una
vera e propria impresa.

L’itinerario
I nostri convalligiani, abituati agli spostamenti della transumanza e
dell’emigrazione stagionale, si sentivano pronti anche per quel lungo
viaggio. Solitamente uniti in piccoli gruppi lasciavano il paese con la
disperazione nel cuore, portandosi appresso l’indispensabile: un po’ di

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vestiario e la grande fede dei padri, che era anche la loro. Una fede non
soltanto in Dio ma anche nella vita che si rigenera, che nonostante avver-
sità e disgrazie andava sempre affrontata e vissuta al meglio. Chi partiva
non erano soltanto i Cèch, che già dal secolo precedente avevano una con-
solidata tradizione di emigrazione nell’Urbe, stavolta ad emigrare erano
in tanti sia dei tre Terzieri che dei contadi di Bormio e della Valchiavenna.
Mai, come nel Seicento, si poteva applicare anche alla gente della nostra
Valle il detto che tutte le strade portano a Roma.
Raggiunto il lago, gli emigranti dovevano aspettare che si alzasse il
vento. Poi, con un barcone, si sarebbe potuto veleggiare fino a Como. Qui
altra attesa: per il completamento dei posti a disposizione sulle sconquas-
sate carrette, che facevano servizio per Milano (43).
Nel capoluogo del Ducato, altra attesa ancora. Stavolta molto più
lunga. A volte durava anche più giorni. Bisognava infatti mettere insieme
quelli che si spostavano a piedi in un gruppo di viaggio numeroso ed ete-
rogeneo, che solitamente nasceva dalla fusione di nuclei provinciali e
regionali, per costituire la carovana diretta a Roma. Oltre al capo carova-
na, che faceva altresì da guida, ciascun viaggiatore pagava una quota per
una piccola scorta armata a garanzia dell’incolumità personale e dei baga-
gli o delle merci trasportate.
L’itinerario per l’Urbe, le distanze da coprire e i luoghi della sosta
erano descritti con dovizia di particolari in tutte le guide di Roma per fore-
stieri, che – nonostante il diffuso analfabetismo – rappresentavano i best-
sellers dell’epoca. La strada di gran lunga più importante, la vera arteria
del traffico per Roma, era quella che passava per Bologna, Firenze, Siena
e Viterbo. Quanto alle distanze: da Milano a Bologna bisognava percorre-
re 131 miglia; da Bologna a Firenze, 62 miglia; da Firenze a Roma, 148
miglia. In tutto 341 miglia (44).
Più dettagliatamente il percorso da Bologna, superato l’Appennino,
per Loiano e Scarperia arrivava a Firenze. Da questa città proseguiva per
S. Casciano e Poggibonsi; raggiungeva Siena e, innestandosi sull’antica
via Cassia, costeggiava il lago di Bolsena; quindi attraversava Monte-
fiascone e Viterbo per arrivare infine alle porte di Roma.
Accanto a questa via centrale, un secondo percorso si sviluppava dal
lato della costiera adriatica ad allacciare Roma a Bologna, continuando
per Venezia: la via di Romagna. Una strada però che risultava più lunga
di una trentina di miglia.

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Da Firenze si poteva raggiungere Roma anche attraverso la valle
dell’Arno, Perugia e Foligno. Come pure sempre attraverso la valle
dell’Arno e Orvieto. La strada più battuta restava comunque la prima (45),
che il 70% dei viaggiatori si faceva a piedi ed il restante 30% a cavallo o
in carrozza.

I problemi e le peripezie
Nei gruppi di viaggio dei nostri emigranti erano rappresentate tutte le
condizioni, le categorie e gli stati sociali del momento non solo della peni-
sola, ma dell’intera Europa. A Roma si accorreva da ogni parte per moti-
vi devozionali, legati anche ad eventi speciali come i Giubilei, unitamen-
te a quelli di religione connessi all’attività di molti sacerdoti e religiosi,
per motivi di affari, di politica, d’arte in considerazione del mecenatismo
dei papi o per altre ragioni inerenti alla sede pontificia, per curiosità oppu-
re per istruzione al fine di ammirare le conclamate mirabilia dell’Urbe,
come naturalmente per lavoro. E questo era il caso dei Valtellinesi, ai
quali, in mezzo ad un’umanità così varia di uomini e donne, ricchi e pove-
ri, dotti e analfabeti, umili e potenti, sarebbe anche potuto presentarsi
l’occasione di conoscere qualcuno che a Roma li avrebbe favoriti.
Una simile disparità rendeva più che mai problematici i rapporti inter-
personali e di convivenza per un tragitto come quello, condizionato dalla
canicola o dai rigori della stagione, dal bel tempo o da giornate di piog-
gia, neve, tormentate dal vento delle località che si attraversava. Anche il
normale procedere su strade perennemente dissestate e infangate o l’esse-
re esposti per ore al solleone, con cui veniva messa a dura prova la resi-
stenza fisica, e psichica, dei viaggiatori – di cui alcuni si trovavano
costretti a rallentare o addirittura a fermarsi, limitando così la tabella di
marcia dell’intera carovana –, finiva spesso col causare attriti, discussioni
e inimicizie. Per non parlare di quello che succedeva, alla fine di giorna-
te massacranti, nei posti di sosta per la notte. In ignobili locande, dopo
cene non proprio raffinate, e regolari sbronze, si scatenava il problema del
pernottamento. Chi si trovava nelle condizioni più miserevoli, in alterna-
tiva di dormire all’addiaccio, poteva solo sperare di trovar posto nel
pagliaio o nelle stalle fra il bestiame, i cavalli di posta e i loro escremen-
ti. Chi godeva di qualche disponibilità si permetteva invece il “lusso” di
ritirarsi in squallide stanze, dove poggiare le ossa ammaccate su un

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pagliericcio e dormire, dividendo la stessa coperta, assieme ad uno o più
compagni di viaggio fino a quel momento sconosciuti. Il sudore, la pol-
vere o il fango accumulati durante la giornata, la sporcizia che ciascuno si
portava appresso e la gran varietà di pulci, cimici e pidocchi ospitati con-
tribuivano al resto. Come ben sappiamo, a quei tempi, le condizioni igie-
niche non erano delle migliori. Al tutto andavano aggiunti gli sconcertan-
ti boati di chi cominciava a digerire, il russare da gran concerto chi se ne
stava con una ignominiosa sbronza in corpo e di chi con estrema disin-
voltura ammorbava l’aria di fetori pestilenziali. In aggiunta c’era sempre
qualcuno che si doveva alzare, scomodando villanamente gli altri, preci-
pitandosi a risolvere impellenti bisogni corporali. Cessi e vasi da notte
costituivano, nella norma, una rarità per pochi privilegiati.
Fortunatamente esistevano i letamai. Dopo selvagge diatribe e minacce,
ogni notte, la soluzione finiva con l’essere sempre la stessa: quella della
quasi mortale stanchezza che, senza distinzione di sorta, faceva sprofon-
dare ogni viaggiatore in un abissale sonno ristoratore.
Un gruppo così numeroso presentava, comunque, anche i suoi vantag-
gi: non solo garantiva l’esattezza del percorso ed abbassava di tanto le
spese di ciascuno, ma soprattutto avrebbe potuto preservare i suoi appar-
tenenti da ladri, briganti e soldataglia allo sbando. Una possibilità che, a
volte, questi balordi non consideravano affatto. Specialmente quelli che
infestavano lo Stato Pontificio nelle vicinanze di Roma. Bande del gene-
re, con i loro assalti, rapine ed ammazzamenti, costituivano il più temibi-
le imprevisto di ogni viaggio per l’Urbe. Tanto che la sicurezza dei viag-
giatori era diventata, fin dal XVI secolo, una spina nel fianco per tutti i
Papi, che cercavano in ogni modo di porvi rimedio. Memorabile era rima-
sto l’Avviso di fine Cinquecento, sui briganti catturati e giustiziati (1d),
che dichiarava:

Quest’anno si può dire


che quasi più son state le teste in Ponte,
che i meloni in Banchi.

Alle porte di Roma


Alfine, dopo aver oltrepassato le frontiere del ducato di Milano, di
quello di Parma, di Modena e Reggio, del granducato di Toscana e dello

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Stato Pontificio, pagando continui pedaggi alle dogane e ai caselli dei
ponti nonchè mostrando agli innumerevoli controlli il bollettino di sanità,
i nostri emigranti assieme agli altri compagni percorrevano l’ultimo trat-
to di strada per l’Alma Città attraverso la campagna romana. Mandrie di
vacche e di giumenti allo stato brado richiamavano ai convalligiani il
ricordo dei prati, i campi, le vigne della loro Valle. La nostalgia li attena-
gliava. Bisognava essere forti. Reagire. Ce l’avrebbero fatta, loro. Perché,
un giorno, si sarebbe dovuto tornare indietro. Le avrebbero comprate
anche loro delle belle vacche, assieme a qualche appezzamento di terre-
no. Adesso però, ormai superato quel viaggio lungo una quarantina di
interminabili giorni, occorreva prepararsi ad un’altra ed ancor più impe-
gnativa avventura: quella di vivere e lottare per un avvenire a Roma, una
città che non conoscevano ma che costituiva la loro unica speranza.

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