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16/03/2020

Letteratura inglese 16.03.20

Materiale  i testi primari (romanzi e raccolte saggistiche) recuperarli per vie trasversali
(comprare su Amazon). Per quanto riguarda i testi secondari e i saggi: caricati su Moodle.
Per i testi secondari obbligatori: il testo so A Room of one’s own di Catherine verrà
sostituto in PDF come quello di Johan Jacobs, anche quello The handmale Tales verrà
sostituito.
La volta scorsa abbiamo fatto delle considerazioni introduttive che toccavano una questione
fondamentale, il rapporto fra vita e scrittura, quindi il rapporto fra la Woolf e un pensiero
femminista. Era importante chiarire alcuni di questi aspetti, perché spesso si sente parlare di Woolf
come madre o sorella del nel senso femminista del termine, e questo è valido ma non in senso
assoluto, la ricezione critica del femminismo woolfiano e le interpretazioni del femminismo
presentano al loro interno delle divergenze. A room of one’s own, nasce da due conferenze, che
l’autrice aveva tenuto a Cambridge, in due college, aperti per quanto riguarda le iscrizioni a
un’utenza femminile, e lei quindi quando presenta le sue conferenze si rivolge a un pubblico
femminile. Si crea un clima di sorellanza, queste due conferenze sono state unite, ed è nato poi
questo testo, pubblicato nel 1929, l’anno dopo. La scelta del titolo, non è quello originale, ma si
chiamava women and fiction, per cui il rapporto era fra le donne e la narrativa, ma in occasione
della pubblicazione il testo è stato ribattezzato con un titolo più efficace ma con un titolo che è
maggiormente connotato, una stanza tutta per sé, e questo room ha due valenze  traduzione più
immediata è “stanza” ma forse si può anche dire “spazio proprio”, quindi ci sono due valenze, da
una parte room inteso come studio o stanza (nel senso letterario del termine), in contrapposizione
con [……] al 8:13 , Jane Austen quando riceveva gli ospiti nascondeva i manoscritti dietro la
schiena, quando il suo profilo letterario non era emerso e l’attività di scrittura era vista non
confacente per una donna e la Austen stessa scriveva nella dining room, nella common city room.
Quindi una stanza tutta per sé e poi una possibilità o quindi uno spazio, in questo caso riferito
ancora di più alle scrittrici, uno spazio in cui l’artista donna può muoversi ed esprimersi,
ritagliandosi delle opportunità che per lungo tempo non ha avuto. Questo non vuol dire che prima
del 1929 tutte le donne fossero represse  esistono importanti autrici anche nel 700 e 800, e
anche in minima parte nel 600, soprattutto per la letteratura britannica, e chiaramente con il 900 la
produzione femminile è più forte, e la Woolf è una voce che merita di essere menzionata, ma si
diceva appunto che una critica femminista americana Elaine Shawalter, si fa portavoce di un
atteggiamento più dubbioso e scettico riguardo alla sorella Virginia, fino a che punto il femminismo
woolfiano può considerarsi come militante, e capace di incidere sulla realtà sociale e sociopolitica
e cambiarla, secondo il pensiero femminista dalla metà del 900 in poi, in questo caso, questa
militanza verrebbe a mancare. La Shawalter parla di flight into androginy, quindi la fuga
nell’androginia, quando lo analizziamo, si noterà effettivamente che nel testo c’è una parabola
discorsiva e commentativa in cui inizialmente, soprattutto nei primi capitoli, c’è un atteggiamento
che più che essere umoristico è un atteggiamento corrosivo, c’è una forma di critica a livello di
emarginazione che le donne stavano subendo, ci sono momenti in cui la Woolf mette in evidenza
l’assenza di uno spazio per la donna o la presenza di uno spazio ma ridotto e impoverito. Ma a
mano a mano che si procede, questa parabola si chiude, e si chiude come se la battaglia fosse già
vinta, si chiude all’ insegna di un’ enfasi su una forma di armonizzazione fra i due sessi (polo
maschile e femminile) in un’ottica che è quella aristica, secondo la Woolf, ed è quello che è
piaciuto meno alle femministe militanti , questa armonia che si deve ricostituire non può essere
tanto incentivata dai riformisti sociali o dai politici, ma dovrebbe essere in primis la mente
dell’artista a riuscire a individuare questo momento, a comunicare l’importanza di una
riconciliazione, la Woolf proietta questo impegno e questa responsabilità (committment) nella
parola dell’artista,e questo, per le femministe più militanti, è stato visto come una sorte di flight,
soprattutto quando la Woolf accentua l’importanza (anche per la donna artista) di coltivare una
mente che sia il più possibile improntata all’androginia, ad una fusione tra tratti maschili e
femminili. Per cui l’impressione è che si vada a perdere quella specificità femminile per la quale si
cerca di lottare in qualche modo, per riscattare questo spazio, e nel testo abbiamo tutte le fasi: la
fase più critica, lo sviluppo dell’argomentazione, e poi già la Woolf prefigura questa sorta di
armonia (con immagini poetiche e metaforiche molto dense). Questo ci può piacere o meno, può
essere visto come un punto debole o di forza, deve essere una nostra interpretazione, quello di
Elaine è un punto di pista più scettico ed è chiaro che il nostro sarà un punto di vista più positivo,
punto di vista che si collega alla connessione che c’è tra la scrittura e l’essere, l’identità della
persona, che per la Woolf deve evitare le lacerazioni interne, per la Woolf e questo lo notiamo
anche nella sua narrativa ( e non c’è molta distinzione fra narrativa e saggistica woolfiana)
l’elemento dell’armonia, della riconciliazione, e delle differenze coincide con il moment of being, un
punto cruciale della poetica della Woolf a cui l’autrice non rinuncia. Sarà anche una flight into
androginy, ma sarà una fuga, ma è la meta di un percorso che l’autrice consapevolmente si
prefigge, quindi l’artista come idealmente un [….] 15 MIn. Le altre osservazioni che la critica
femminista ha fatto è che la Woolf non possa parlare per tutte le donne, cosa che comunque lei
non si prefiggeva perché lei parla di women and fiction, però non può parlare per tutte le donne
(sempre in riferimento alla società occidentale) perché la woolf parla da una posizione elitaria,
appartiene alla classe alto borghese, ha avuto una formazione solida, è figlia di Lessey Steven,
quindi di un importante intellettuale, per quanto non abbia potuto frequentare l’università, ha
comunque potuto accedere alla biblioteca paterna, ha frequentato personalità e circoli culturali,
membro del bloomsbury group, e quindi parte da una posizione privilegiata, non piace molto al
femminismo militante l’uso dell’ironia che troviamo anche in a room of one’s own e ci sono dei
momenti, dice la Shawalter, in cui si tocca con mano il senso di playfulness, quindi uno stile troppo
conversational, uno stile intimo e ammiccante e troppo lontano dall’impostazione documentaria
che un saggio femminista dovrebbe avere, e anche soprattutto l’adozione del punto di vista,è vero
che la Woolf usa I (pronome di prima persona) ma è un I molteplice, e quindi sul fronte scettico è
come se la woolf abdiscasse al senso di responsabilità, si nascondesse dietro questo pronome, è
un Io molteplice e quindi essere uno e centomila equivale a non essere nessuno. Queste sono le
posizioni scettiche.
A room of one’s own
Dobbiamo verificare se la Woolf riesce con questo stile a sensibilizzare alla problematica della
ricerca di una ROOM, soprattutto da parte delle scrittrici, se ci riesce o meno. Ultima cosa da dire:
la Woolf avrebbe visto come assolutamente negativo, controproducente, il ricorso a un pronome
personale identificato con una persona sola, questo per lei corrisponde al mondo del fatto, una
monade impenentrabile, non aperta all’altro, per la woolf l’io è sempre plurale, è sempre polimorfo,
è un io che si apre e che abbraccia idealmente, lei ha scritto biografie e saggi sulla biografia, e nei
suoi saggi sulla scrittura biografica, mette in evidenza l’importanza di un IO, da analizzare, l’io del
soggetto biografato che dovrrebbe essere percepito nella sua ricchezza e molteplicità, l’io
dell’individuo è difficilmente monolitico, l’io monolitico spesso è una maschera o comunque
rappresenta solo una parte di noi e la Woolf, sensibile alla psicologia, già notava come in realtà
questo io sia mobile, in divenire e in continua evoluzione, e lei lo paragona all’arcobaleno, in
contrasto con la forma di un io unico.
Cominciamo ad analizzare il testo:
A livello sintattico, La woolf adotta la prima persona, che però la critica ha associato a un modello
interstellare, a suggerire come sia un IO molteplice, e questo c’è chiaro sin da subito e a un certo
punto, in una delle pagine iniziali, la woolf dirà, rivolgendosi al suo pubblico, nel momento in cui si
tennero le conferenze, ma anche in un momento in cui lettori quando leggiamo il testo, dirà in una
frase parentetica: eccomi lì, chiamatemi pure Mary, e poi abbina questo nome a tre cognomi
diversi: Mary Beton, Mary Seton or Carmichael. Questi nomi non sono dei nomi a caso, la
woolf li sceglie perché sono nomi che rimandano a una produzione in versi del 1500, riferita a delle
ballate della tradizione scozzese, in cui queste tre marie (trinità al femminile) erano dei personaggi
ricordati all’interno di questa produzione popolare, erano dei personaggi che avevano il ruolo di
inservienti, erano una sorta di dame di compagnia, erano serve di Maria Stuarda, ed erano donne
che si erano macchiate di qulalche colpa o infrazione. Queste Marie, non erano tre ma in origine
erano 4 e la quarta si chiamava Mary Hemilton, era la Maria che aveva la colpa più grave, secondo
questa tradizione a metà fra lo storico e il leggendario (si riferisce al 500), la quale era stata un
amante del re, del sovrano, e aveva concepito un figlio e poi si era macchiata di infanticidio. Quindi
abbiamo 3 marie, ma se ne aggiunge una quarta, sono tutte donne che sono rappresentate in
letteratura, a metà fra realtà storica e dimensione immaginaria (fact and fiction) e sono tutte donne
ostracizzate, donne che vivono come outsiders, ricordate perché si sono macchiate di colpe che
fanno si che vivano in una sorta di limbo, ed è chiaro che quando la Woolf in una delle prime
pagine, inserisce questa parentetica (call me Mary…) è come se strizzasse l’occhio al pubblico in
un atto di complicità e partisse già da una posizione teorica e ideologica in cui la figura femminie si
trova, rispetto alla storia scritta con la s maiuscola, in una posizione subordinata, quindi questa
parentetica, certo che c’è un atteggiamento ironico (humor, ma tutto non si risolve tutto nella
playfullness, dietro questa forma playful c’è un assumere consapevolmente una posizione che è
anche una posizione ideologica, quindi non ci dobbiamo far ingannare dal tono scherzoso,e dietro
lo scherzo c’è un messaggio importante e politico, e la Woolf si proietta nel proprio discorso
incarnando una sorta di rietta, e poi comincia a spiegare le sensazioni di sentirsi un outsiders,
ovviamente nell’inghilterra del 900 (non più del 500), ricostruendo alcune esperienze che ha
vissuto a Cambridge come donna. Quindi per rispondere in qualche modo alle critiche della
Shawater, si risponde che questo testo sin dalle prime battute, si presenta non come un
documento/pamplhet ma come una sorta di FEMINIST FANTASY, è stato anche definito in questo
modo dalla critica letteraria, ovvero anche come bizzarro e capace di punzecchiare il lettore, ma
non per questo deve essere inteso come una lettura di tipo superficiale. Del resto il 1928 e 29
sono anni in cui la Woolf scrive anche Orlando, una biografia finzionale in cui lei immagina un
personaggio, che percorre buona parte della storia della Gran Bretagna viaggiando nei secoli, e
sono i tre i secoli coinvolti: dall’epoca elisabettiana, fino ad arrivare al 900 e Orlando è un
personaggio che cambierà sesso e coltiva esperienze maschili e poi femminili, è proprio una fase
della produzione woolfiana in cui questo elemento dell’androginia e questo esperire più ambiti,
questo viaggiare tra un ambito e l’altro, superare i conflitti, è qualcosa che lo notiamo in questo
periodo della sua scrittura. Cominciamo ad analizzare.

Opera che è suddivisa in 6 parti, quindi noi seguiremo queste parti in cronologia, partendo
dalla prima. Quando cominciamo a leggerlo notiamo che la Woolf esordisce in medias res,
non c’è un preambolo, non c’è un’introduzione vera e propria al discorso ma c’è un inizio
immediato, in modo da catturare immediatamente l’attenzione degli ascoltatori o magari anche
incuriosirli e inizia con un BUT, con una preposizione con cui inizialmente non si inizia mai
un’opera (è un avversativo), e MA presuppone delle tesi-assunti che si sono discussi in
precedenza.

But, you may say, we asked you to speak about women and fiction —what, has that got to
do with a room of one's own? I will try to explain
Ma voi potete ben dirmi, ti abbiamo chiesto di parlare delle donne e del romanzo, e questo con
cosa ha che fare con una stanza tutta per sé? E La woolf, questo Io che la Woolf adotta (che
inizialmente è più vicino a sé stessa) e poi assume questa identità mobile associata alle varie
Marie, lei dice che cercherà di spiegare e allora fa una serie di riflessioni  lei si chiede se
l’argomento women and fiction che cosa significi, quando l’hanno invitata per parlare delle donne e
del romanzo che cosa bisogna intendere? Come leggere questo rapporto? riguarda un romanzo
scritto dalle donne oppure quello che vede le donne come protagoniste, o come personaggi calati
all’interno del racconto? Perché ovviamente esistono delle differenze, quindi le donne come autrici
di romanzi oppure le donne come vengono rappresentate in narrativa? Lei dice di aver riflettutto su
aspetti e confessa di non riuscire a formulare nessun tipo di verità incotrovertibile e certa su questo
argomento perché lei ci dice che mancano le informazioni, io prima di poter parlare di women and
fiction, devo fare delle ricerche e lei ci rende partecipe di queste ricerche e anche degli
spostamenti spaziali che lei ricostruisce e sono interessanti ai fini del messaggio del messaggio
che vuole veicolare, lei dice che mancano le informazioni fondamentali in quanto il quadro
socioculturale in cui le scrittrici vengono calate, se vogliamo pensare appunto all’autrice letterari a
e il romanzo, questo quadro socioculturale in cui è calata la donna scrittrice appare oscuro e
frammentato.

All I could do was to offer you an opinion upon one minor point—a woman must have
money and a room of her own if she is to write fiction; and that, as you will see, leaves the
great problem of the true nature of woman and the true nature of fiction unsolved.
Al momento tutto ciò che ho potuto fare, al momento la cosa che posso fare, è darvi la mia
opinione e impressione su un punto, un punto minore e marginale, ma qui gioca per antifrasi
perché è il punto cruciale. Nella prima pagina la woolf dice: una donna deve avere un reddito e una
stanza tutta per sé se intende scrivere un romanzo e se intente dedicarsi alla letteratura. La
questione di ROOM e MONEY non è così scontata, non è una questione che si è risolta, ma si
tratta ancora di un problema irrisolto (unsolved problem), che ancora attende una risoluzione. E
quindi la Woolf procede a ricostruire i propri pensieri, ed è qui che comincia a proiettarsi in una
persona immaginaria, non un soggetto unico ma triplice, ed è qui che dirà: chiamatemi come
volete, lei in realtà si riferisce a una certa tipologia di donne, come se volesse partire da zero,
come se cominciasse a guardare alla storia della letteratura occidentale, come se cominciasse a
osservare la presenza delle donne a metà fra letteratura e storia, partendo dalle ballate, con figure
femminili stigmatizzate e si tratta di 3 donne, personaggi che appartegono a una letteratura bassa,
come se lei partisse da una sorta di grado zero, da un gradino che rappresenta l’inizio di un
percorso quasi archeologico, va come a scavare la presenza della donna all’interno della
letteratura, dalla bassa letteratura (nel senso di popolare, e meno sofisticata) quindi dal grado più
basso e a poco a poco, l’idea è quella di salire di gradini ulteriori e salendo questa sorta di scala
virtuale, verificare l’altra presenza, quante altre volte la donna è stata presente in letteratura, o
come protagonista scrittrice o come soggetto della letteratura, quindi è un io volatile e osmotico, io
metamorfico e che si trasforma (questo piace molto alla Woolf e fa parte della poetica di quegli
anni, lo vediamo anche in Orlando). È interessante come la Woolf, qui capiamo in che senso
effettivamente quest’opera non possa essere etichettata come saggio documentale o
documentario, ma come sia un saggio che è a metà fra il documento e l’opera narrativa e creativa,
in parte è come se si leggesse un racconto ed è importante la simbologia spaziale in questo primo
capitolo, nel senso che la Woolf comincia a descrivere in questo suo percorso archeologico, è un
percorso sia fisico che di studio e indagine di testi letterari del passato. Il percorso fisico è quello
che lei racconta di aver fatto, in effetti questo percorso fisico traccia una sorta di viaggio che fa
riferimento a dei luoghi reali che però vengono trasposti, quindi sostanzialmente noi capiamo che
la Woolf sta parlando di Cambridge, dove ha tenuto appunto le conferenze ma nel suo racconto
Cambridge assume un altro nome: Oxbrige, questa mescolanza fra i due luoghi che rappresentano
la culla della cultura britannica, un santuario, è un luogo epitomatico, un luogo simbolico  centro
della cultura, però cultura soprattutto maschile. Il suo viaggio viene a Oxbridge e Newham (uno dei
due college presso i quali ha tenuto le conferenze, si trasforma e viene ribattezzato con un nome
finzionale, Farmham.
Ora lei vuole leggere un passo, che ci aiuta un pò a calarci nell’atmosfera, passo che si trova
inizialmente:
At any rate, when a subject is highly controversial—and any question about sex is that—
one cannot hope to tell the truth (il tema della verità è subito chiamato in causa). One can
only show how one came to hold whatever opinion one does hold. One can only give
one's audience the chance of drawing their own conclusions as they observe the
limitations, the prejudices, the idiosyncrasies of the speaker. Fiction here is likely to
contain more truth than fact. Therefore I propose, making use of all the liberties and
licences of a novelist, to tell you the story of the two days that preceded my coming here—
how, bowed down by the weight of the subject which you have laid upon my shoulders, I
pondered it, and made it work in and out of my daily life.
È un passo importante perché la Woolf disegna il palinsesto epistemico in cui si muove adottando
una posizione vicina a quella di Gordimer  niente è più vero di quello che scrivo.
Lei ci dice che non è detto che parlare attraverso un testo finzionale (narrativo) sia
necessariamente dire delle falsità e delle mezogne o sia solo intrattenerci. Lei affida al discorso
finzionale, discorso letterario, la capacità di condurre il lettore e l’ascoltatore, verso non la verità
assoulta ma almeno verso una verità che possa essere percepita come tale  ad ogni modo,
quando un argomento è particolarmente controverso e qualunque questione che riguardi il sesso,
e il rapporto uomo donna è effettivamente controverso, non si può sperare di dire la verità, di
presentare la verità in forma assoluta (la verità deve essere colta in forma dialettica, e si può
solamente mostrare come siamo giunti ad avere un’opinione), l’unica cosa che possiamo fare
quando un argomento è così controverso è chiarire come si è arrivati a formarci una certa opinion,
dice la Woolf (c’è davvero un’apertura dialogica), come ci siamo formati le nostre opinioni, come
siamo arrivati ad alcune valutazioni. Si può dare al proprio pubblico, la possibilità di arrivare a delle
loro conclusioni, in quanto il pubblico stesso ne può osservare i limiti, i pregiudizi e anche le
idiosincrasie di chi parla; quindi è proprio un terreno dialogico che la Woolf apre, non si pone come
una profetessa al di sopra del proprio pubblico ma si pone alla pari e non esclude che la sua
stessa posozione possa essere limitata e pregiudiziale , ma chiede “per lo meno ascoltatemi,
seguite con me il percorso che mi ha portato a delle conclusioni”, lei spende delle energie per
mettere a fuoco il proprio punto di vista, e qui, il discorso narrativo, probabilmente contiene piu
verità dei fatti nudi e crudi  Questo è davvero per il nostro corso una frase importantissima.
Perciò propongo, richiamandomi alle licenze poetiche del romanziere, di raccontarvi la storia dei
due giorni precedenti al mio arrivo. Lei ricostruisce semigiocosamente le esperienze a Cambridge
prima dei giorni in cui ha tenuto le conferenze.

I need not say that what I am about to describe has no existence; Oxbridge is an
invention; so is Fernham; 'I' is only a convenient term for somebody who has no real
being. Lies will flow from my lips, but there may perhaps be some truth mixed up with
them; it is for you to seek out this truth and to decide whether any part of it is worth
keeping. If not, you will of course throw the whole of it into the waste-paper basket and
forget all about it.
 io virtualmente posso prendere questo libro e buttarlo, la woolf lo dice chiaramente: se non siete
d’accordo, gettatelo, ma prima dice di leggerlo.
Quindi, raccontarvi di come schiacciata e piegata dal peso dell’argomento che voi avete caricato
sulle mie spalle (parlare di women and fiction), io ho meditato e l’ho come assimilato nel corso
della mia vita quotidiana, l’ho fatto mio, non c’è bisogno di sottolineare il fatto che ciò che sto per
descrivere si pone su un piano semimmaginario, Oxbrige è un’invenzione e anche Fanham 
Sono solo termini che ha usato per finzione.
Quindi avverte il proprio pubblico: “È chiaro che io parlerò ad un livello finzionale, c’è un
fictional content in quello che dico, però in realtà dietro il fictional content c’è anche la
fictional truth  c’è forse anche della verità mescolata insieme a queste menzogne e sta a
voi cercare la verità e decidere se una parte di essa merita di essere mantenuta,
conservata, altrimenti, se la giudicate negativamente, potete gettare tutto nel cestino della
spazzatura, della carta straccia e dimenticarvene.
Poi c’è la frase a cui si accennava prima, quella della triplice Maria, la trinità femminile a
cui si aggiunge la Mary Hamilton che qui la Woolf non vuole ricordare:
Here then was I (call me Mary Beton, Mary Seton, Mary Carmichael or by any name you
please—it is not a matter of any importance) sitting on the banks of a river a week or two
ago in fine October weather, lost in thought.
Eccomi qui, immaginatemi vicino alle sponde di un fiume (evidentemente è il fiume Cam)
in una bella mattinata di ottobre, in una giornata di ottobre, immersa nei miei pensieri.
Le scene che la Woolf ricostruisce sono delle scene quasi incantatorie e anche gradevoli
alla lettura nel senso che l’impressione è quella di essere immersi in un sogno, come se
venissimo proiettati attraverso queste descrizioni, attraverso l’immaginario dell’autrice in
uno spazio onirico, con un effetto proprio della letteratura, un effetto di estraniamento, per
cui noi riconosciamo alcune situazioni però vediamo che c’è sempre uno scarto tra quelle
situazioni e la quotidianità tangibile vera e propria. Questo ci costringe a riflettere perché è
come se queste situazioni venissero proiettate in una dimensione parallela.
L’assenza di una stanza tutta per sé per quanto riguarda la donna, viene qui messa in
evidenza per contrasto, cioè attraverso delle descrizioni anche abbastanza dettagliate ma
sempre con dei tocchi lirici woolfiani, con una descrizione di spazi sacri dell’universo
maschile, come il college, l’università, le istituzioni di Cambridge. In queste prime
descrizioni, la Woolf non descrive come dovrebbe essere la stanza o lo studio dell’autrice
letteraria (ci arriverà dopo), al momento parte ancora da lontano, parte con un IO, con un
soggetto femminile che si trova a confrontarsi con questi spazi, sacri, consacrati ad un
universo maschile, dov’è l’uomo, in questo caso gli studenti universitari e i docenti
universitari solo e rigorosamente di sesso maschile, che hanno l’autorizzazione a poter
accedere e dove la donna è di fatto esclusa. Però questo IO adottato dalla Woolf, questa
Mary non è inizialmente consapevole che questi spazi sono a lei proibiti, è un IO
volutamente ingenuo, un po’ naif, che si trova nel contesto di Oxbridge e che comincia ad
esplorarlo ma non con uno spirto critico, semplicemente come essere umano che si trova
di fronte a queste strutture anche molte belle e antiche e che crede sia naturale poter
accedere a questi luoghi e che si trova però di fronte a delle barriere che vengono alzate
(anche in modo brusco), dei divieti e le verrà detto esplicitamente che in certi luoghi per
lei, in quanto donna, l’accesso è vietato. Quindi troviamo questo IO che supera soglie
proibite, sono soglie non sempre visibili, tangibili, non ci sono cartelli in cui è scritto che
l’accesso alle donne è vietato, sono delle soglie quasi invisibili in quanto ormai sono state
come introiettate a livello socio-culturale, la cultura è stata assimilata per cui tutti in
qualche modo dovrebbero sapere che questi luoghi sono inaccessibili, ma non l’io
woolfiano.
La prima soglia barriera sembrerebbe innocua riguarda il tappeto erboso lungo il fiume 
immaginiamo una struttura universitaria che potrebbe essere Oxford, Cambrige, vicino ad
un fiume ed il percorso che porta dalla sponda del fiume, dalle vicinanze di quell’area
verso la struttura universitaria e questi camminamenti sono anche caratterizzati da prati
coltivati. Questi camminamenti (parte che si trova tra area più distante e struttura
universitaria) non sono solo caratterizzati dal prato: c’è in parte il prato e in parte del
ghiaino (strade ricoperte da sassolini). La norma che l’io woolfiano ancora non conosce
(ma che gli altri hanno introiettato in questo universo bizzarro) è che il tappeto erboso è
riservato delle precise categorie di persone  ai fellows (membri dell’istituzione) e agli
scholars (personale accademico) dell’istituzione universitaria. Per gli ospiti e per le signore
di questa struttura, il percorso è il ghiaino  la Mary woolfiana, non sapendolo, comincia
ad incamminarsi attraversando il prato ed è prontamente fermata dal bidello del college,
incaricato alla sorveglianza, il cui volto esprime orrore ed indignazione  è chiaro che qui
c’è sia ironia sia una forma iperbolizzazione però è quest’ottica così naive che ci colpisce
ancora di più e pone la nostra attenzione sul codice, sulla valenza di questa infrazione, in
che cosa consiste quest’infrazione. L’uso dell’ironia e dell’iperbole diventa uno strumento
retorico perché l’IO woolfiano invade e rischia di disgregare un inn, un universo chiuso,
coeso, protetto caratterizzato da un’identità molto marcata. Leggiamo il passo che si
riferisce a questo momento:
It was thus that I found myself walking with extreme rapidity across a grass plot. Instantly
a man’s figure rose to intercept me. Nor did I at first understand that the gesticulations of a
curious-looking object, in a cut-away coat and evening shirt, were aimed at me. His face
expressed horror and indignation. Instinct rather than reason came to my help, he was a
Beadle; I was a woman. This was the turf; there was the path. Only the Fellows and
Scholars are allowed here; the gravel is the place for me. Such thoughts were the work of
a moment. As I regained the path the arms of the Beadle sank, his face assumed its usual
repose, and though turf is better walking than gravel, no very great harm was done.
Traduzione: E fu così che io mi trovai a camminare con rapidità ad attraversare un prato.
Subito una figura maschile si attivò per intercettarmi e bloccarmi. All’inizio io non compresi
che il gesticolare di questa creatura curiosa, vestita con questo mantello e questa camicia
che ricordavano un uniforme, all’inizio non capii che il gesticolare si riferiva a me. Il suo
volto esprimeva orrore ed indignazione. Allora a soccorrermi più che la ragione è stato
l’istinto  in qualche modo questa situazione non è una situazione ragionevole, non è una
situazione esplicita. L’implicito qui forse è che la norma, se non proprio folle, è eccessiva,
forse non così basata sulla ragione. Lei istintivamente nota che si trattava di un custode
dell’università e che io ero una donna. Questo era il prato e quello era invece il viale. Solo i
membri e il corpo docente del college possono attraversare il prato. Il ghiaino è il luogo
riservato alle persone come me. Arrivai a questa conclusione e mentre io in qualche modo
mi allontanai per rimetter piede sul sentiero a cui mi era permesso accedere, le braccia del
custode “sank”, questo gesticolare del custode si fermò e il suo volto rifletteva la flemma
che di solito lo caratterizza. Anche se camminare sul prato erboso è meglio che
camminare sui sassi, fin qui non c’era niente di particolarmente gravoso.
C’è da aspettarsi che, mano a mano che queste descrizioni vanno avanti, i rimproveri e le
situazioni in cui Mary viene rimproverata o viene esclusa diventano più consistenti  c’è
un crescendo. L’ironia, lo sguardo ironico, quindi il teasing è mantenuto ma inizialmente da
un’atmosfera light dopo si hanno toni più cupi e più storici che prendono piega com’è
naturale che sia.
Nei passi successivi l’io si dipinge, si guarda intorno e descrive i maestosi edifici del
college e troviamo un atteggiamento in cui sono presenti due sentimenti:
- Ammirazione che sembra sincera nei confronti della bellezza degli edifici, del loro
fascino, della loro antichità, del loro valore storico;
- Idea che siano una sorta di santuario, in parte anche chiuso in sé, questa monade e
questo si connota più negativamente.
Abbiamo dunque la coesistenza di due atteggiamenti: uno più positivo, di ammirazione
anche per la cultura britannica (per cosa rappresentano queste istituzioni), ma dall’altro si
ha anche l’atteggiamento più amaro, legato al fatto che questi edifici rappresentano un
segnale di un accentramento del potere nelle caste patriarcali e quindi questi edifici ad un
certo punto vengono paragonati ad una sorta di miracoulous glass cabinet, palazzo /
guscio di cristallo che protegge chi vi abita, ma è un guscio fragile, si tratta di un luogo
particolarmente elitario, che esclude ed emargina gli altri. La narratrice ricorda il nome di
alcuni artisti uomini inglesi di cui la biblioteca di Oxbridge custodisce le opere ed anche i
preziosi manoscritti (ecco un altro santuario). Abbiamo parlato di questo edificio, della
struttura in cui si trovano anche le stanze dei singoli studenti ma anche poi le aule ma un
altro luogo fondamentale è la biblioteca  la biblioteca di Oxbridge che custodisce i
manoscritti e c’è un altro momento interessante in cui viene descritto questo
avvicinamento dell’”I” all’edificio della biblioteca:
I must have opened it, for instantly there issued, like a guardian angel barring the way with
a flutter of black gown instead of white wings, a deprecating, silvery, kindly gentleman,
who regretted in a low voice as he waved me back that ladies are only admitted to the
library if accompanied by a Fellow of the College or furnished with a letter of introduction.
Traduzione: io mi trovavo di fronte alla porta che conduce all’interno della biblioteca. Devo
sicuramente averla aperta (l’atmosfera è quasi onirica, c’è sempre questo filtro, come se
l’io si muovesse in uno stato di semi coscienza) perché all’improvviso ne emerse quasi
come un angelo custode che blocca l’accesso non tanto con le sue ali bianche ma con lo
svolazzare di una gonna scura (si riferisce all’abbigliamento del responsabile della
biblioteca), e si trattava di un signore con un’aria di disapprovazione, solerte ed un signore
anziano che a bassa voce disse di essere dispiaciuto mentre mi faceva cenno con la
mano di allontanarmi: alle signore è concesso l’accesso alla biblioteca solo se vengono
accompagnate da un componente affiliato al college o se hanno una lettera di
presentazione:
 Qui l’accento ricade sul senso di infrazione, sul superamento di una soglia, qui di
più rispetto al contrasto fra il prato e il ghiaino. Qui la soglia è quella che porta ad
una biblioteca, luogo della cultura e la cultura è anche potere, il luogo del sapere e
della conoscenza  quindi l’idea del superamento di una soglia è percepita in
maniera più forte e di converso il divieto di accesso a questo spazio.
A questo punto la narratrice si mostra più turbata, è meno gioiosa di quanto appariva
prima e continua il suo percorso. Naturalmente, appreso il divieto, si allontana dalla
biblioteca (non entrerà nella biblioteca) e comincia a sentire all’interno di questo campus
una musica sacra che proviene da un altro luogo importante, la cappella, un suono che
proviene da dietro la porta di questa cappella  di nuovo si ha l’idea della porta che viene
chiusa, la barriera che oscura anche la vista degli intrusi e che continua a difendere
questo inn, questo luogo coeso e presentato come inaccessibile. Questa volta l’io
woolfiano, che comincia a capire la lezione  quindi inizialmente totalmente naive e a
poco a poco impara ed introietta a sua volta queste norme, questi codici, questa volta non
osa fare un passo per entrare in quanto intuisce che l’accesso le verrà sicuramente
negato. Teme che se provasse ad entrare le potrebbero chiedere il certificato di battesimo
oppure una lettera di presentazione ma firmata stavolta dal decano, quindi preferisce non
provare ad entrare. Però non si allontana completamente, si diletta ad osservare (lo
sguardo non è completamente offuscato) questo mondo anche se a distanza. Osserva il
popolo dei frequentatori di questa cappella universitaria  descrive di nuovo, con questa
mescolanza fra fascino ma anche atteggiamento critico, la peculiarità di questa
popolazione: l’indossare cappelli, questi lunghi abiti neri, alcuni hanno il manto di pelliccia
e sembrano creature strane, inavvicinabili, sono personaggi inavvicinabili:
La narratrice dice: “mentre ero appoggiata al muro e cominciavo ad osservare la
popolazione universitaria, l’università di nuovo mi sembrava una sorta di santuario, dove
vivono creature rare che se venissero calate in un contesto quotidiano come quello della
strada della capitale, quindi un contesto ordinario e cittadino, sarebbero destinati
all’estinzione, diventerebbero quasi obsolete. È come se applicasse giocosamente un
approccio sociologico darwiniano alla popolazione universitaria di quell’epoca, vista come
incarnazione di un mondo particolarmente raffinato, però chiuso, quindi quasi come una
specie rara, come l’albatro di Baudelaire, che finché vive in un terreno protetto, la sua
sopravvivenza ed il suo sviluppo è garantito ma l’io woolfiano immagina che se queste
creature vivessero in un contesto cittadino dove vivo anch’io, difficilmente riuscirebbero
anche a destreggiarsi”.
Qui poi l’io diventa sempre più smaliziato e comincia a fare qualche calcolo di tipo
economico-finanziario osservando la maestosità di questi edifici, la loro bellezza ed anche
tutti gli investimenti che lo stato e la nazione ha fatto per costruire e mantenere questi
edifici  comincia a riflettere sulla fatica e sull’impegno finanziario, legati all’edificazione di
questo luogo, un impegno continuo, che si è protratto per secoli perché il centro
universitario è molto antico, lo stile è sempre uno stile che gioca molto sulla visualità e
quindi l’io fa riferimento al flusso d’oro e l’argento di questi continui investimenti economici
e finanziari, il finanziamento di borse di studio, di cattedre ed inizialmente le cattedre, le
borse di studio e tutti i privilegi di questo ambiente furono garantiti esclusivamente dal
sovrano; successivamente, quando l’Inghilterra ha cominciato ad arricchirsi con i viaggi in
terre straniere, con il commercio, allora questo denaro forse è anche provenuto dai
portafogli dei mercanti, degli imprenditori e da qui sempre di più l’università si è sviluppata,
con le sue biblioteche, i laboratori più moderni, gli osservatori e tutto questo
equipaggiamento straordinario di strumenti costosi e particolarmente delicati da custodire.
Mentre continuiamo a leggere o il pubblico che ascoltava le conferenze della Woolf noi ci
poniamo una domanda: in questo universo, in questi continui finanziamenti, in questo
nutrire la sua bellezza del mondo descritto, la donna, la figura femminile dov’è? La Woolf
attraverso questa tecnica /stile, ci induce a porci questa domanda però non ce lo impone,
ci incuriosisce gradualmente, ci fa arrivare per gradi ed è quello che vuol fare, è la sua
idea, quella che ha esposto fin dall’inizio della sua argomentazione.
Questo vagare del pensiero, che ricorda anche lo stream of consciousness, lo possiamo
definire come stream of consciuosness moderato, in cui si delinea un percorso analogico e
questo pensiero dell’”I”, abbiamo la percezione che cominci a dilagare, che continui ad
osservare ciò che vede attorno a sé  Mentre prima era colpita dagli aspetti più
macroscopici (la grande struttura, i grandi edifici, la biblioteca, la cappella) ora il suo
sguardo comincia a mettere a fuoco alcuni particolari, e c’è un dettaglio che costituisce
una chiave per un ulteriore sviluppo dell’argomentazione, è un elemento che costituisce un
punto di passaggio, che fa sì che ad un certo punto la Woolf possa cominciare a parlare
delle donne e l’università poi la donna e la cultura. Cos’è questo elemento? Si tratta di una
creatura, di un essere vivente che lei nota in questo contesto all’aperto  si tratta di un
gatto, gatto dell’isola Di Man, si tratta una tipologia di felini che hanno la caratteristica di
avere la coda mozzata, e l’occhio dell’io si poggia su questa creatura, in cui lei sente una
sorta di vicinanza. A poco a poco, questo gatto dalla coda mozzata che rappresenta a sua
volta una sorta di elemento difforme alla bellezza e completezza di questo luogo,
rappresenta a sua volta una sorta di intruso, diventa oggettivazione, apre la strada alla
presenza della donna come intrusa  il gatto dalla coda mozzata e la figura femminile si
pongono su un binario analogo perché a questo gatto si guarda con una sensazione di
disagio, questo gatto privo di coda sembra quasi metaforizzare la sensazione di
mancanza, di interruzione di un percorso e questa idea ci viene confermata sempre per
via analogica dal fatto che nel momento in cui l’io fa rifermento a questo gatto, troviamo
una serie di riflessioni che chiamano in causa la grande guerra del 15-18 e quindi
comincia anche l’aspetto della conflittualità, dell’antagonismo, anche aspetti più crudeli
cominciano ad essere chiamati in campo. Questo momento che è un momento di svolta
nel primo capitolo va notato  quando viene introdotta la figura del gatto, le riflessioni
dell’I si fanno più serie e qui effettivamente comincia ad essere palpabile quel
committment e quell’engagement che deve subentrare all’interno del percorso di ricerca di
una verità.
Successivamente, poco dopo, questo IO lascerà Oxbridge e si dirige in un’altra sede
istituzionale lì vicino, che corrisponde a Newham ma nella finzione è chiamata Farnham.
L’io passa dall’universo maschile Oxbridge verso Farnham. Farnham è un’istituzione
aperta alle donne, da qui si deduce che non è che la figura femminile non era totalmente
esclusa dall’accesso alla formazione superiore di alto livello, quella universitaria, tuttavia di
nuovo l’io descrive la struttura anche se in maniera più sintetica  le differenze sono
palesi: mentre Oxbridge è accompagnata come struttura di accoglienza, da tutte le
caratteristiche, dalle stanze dove vivono gli studenti che sono ricche ed attrezzate, il cibo
nei momenti che viene preparato per il pranzo e per la cena è di alta qualità; in Farnham,
quest’istituzione aperta alle donne, anche qui si dice che le studentesse avevano la
possibilità di studiare ma per loro non esistevano alloggi singoli, separati la struttura è
molto meno confortevole, è più povera, il cibo è di qualità più bassa situazione impari,
che dovrà evolversi per raggiunger la parità. Per la seconda istituzione universitaria, che
ancora attende un’evoluzione, l’io ha una conversazione immaginata con una della Mary in
cui si era incarnata precedentemente, lei immagina di dialogare con Mary Seton,
studentessa impegnata per la causa, che si sta attivando per raccogliere fondi per
migliorare l’istituzione. Mary a differenza dell’io woolfiano appare come la donna engaged,
anche però nel senso della militanza femminista e durante questa conversazione si fa
riferimento a momenti di disprezzo, di attacco nei confronti della condizione impari, di
povertà se paragonata a quella maschile in cui vivevano le donne. Poi c’è un richiamarsi
alle mothers, alle madri e forse anche è anche questo passo che ha fatto sì che le
studiose femministe (anche quelle più aperte, meno critiche alla Woolf) guardassero a
Virginia come una sorta di madre – sorella, portavoce importante perché attraverso questa
conversazione, la Woolf guarda le figure che hanno preceduto le donne del 900 e ci sono
delle domande che vengono proposte:
Si chiedono la I e Mary Seton: le nostri madre cosa hanno fatto le nostre madri? Perché
non ci hanno lasciato niente? Perché non possiamo contare su un’eredità che ci deriva
dalle nostre madri? Se solo la signora Seton (madre di Mary) e a sua volta la madre di lei,
e ancora un’altra progenitrice (quindi costruisce una linea genealogica) avessero imparato
la grande arte del fare i soldi, del mettere da parte del denaro e avessero poi lasciato
questo denaro alle loro figlie, sicuramente esisterebbero anche delle associazioni, delle
istituti di cultura migliori al momento e stasera avremmo potuto cenare in modo più
tollerabile (con investimenti anche l’università femminile avrebbe raggiunto un livello ben
superiore).
Tutta questa serie di domande che effettivamente suonano aggressive nei confronti di una
possibile e presunta incapacità delle donne di gestire o fare il denaro, di accumulare
denaro in realtà poi diventa una domanda retorica in quanto nel momento in cui viene
posta questa domanda viene data anche la risposta, che ci riporta a come era ed è
strutturata la società. Ci viene detto che la madre di Mary Seton in realtà era sposata con
un ministro della chiesa ed aveva avuto 13 figli. Da una parte quindi la sua esistenza non
poteva che essere destinata a crescere la prole e dall’altro anche le donne (la legge che
consente alle donne che permette loro di gestire beni patrimoniali risale al 1882), ma le
progenitrici della madre di Mary Seton non è che non erano capaci di accumulare denaro,
non potevano, in quanto c’erano delle leggi che non permettevano loro di dedicarsi a delle
professioni o di gestire del denaro.
Quindi non sono tanto le mothers o le granmothers da colpevolizzare, quanto il sistema,
come la vita e la distribuzione del potere era da lungo, da secoli è stato gestito. E poi a
proposito di questa famiglia numerosissima, della madre di Mary Seton che si era sposata
con un ministro della chiesa ed aveva avuto 13 figli, c’è un commento che dice:
Only, if Mrs Seton and her like had gone into business at the age of fifteen, there would
have been—that was the snag in the argument—no Mary.
Anche se la signora Seton e anche le donne che si trovavano nella sua posizione
avessero avuto la volontà e la possibilità di lavorare, di esercitare una professione anche a
partire da 15 anni, Mary non sarebbe nata perché le donne non avrebbero avuto poi quel
sostegno sociale, quegli ammortizzatori sociali che avrebbero consentito loro di lavorare e
al contempo crescere i figli.
C’è un passo conclusivo di questo capitolo uno che chiude questo percorso e la
conclusione a cui arriviamo alla fine del primo capitolo, in cui alla fine si arriva nel vivo
dell’argomentazione, si parla di donne  la Woolf ci dice: cos’è dunque che manca alle
donne? Da cosa dobbiamo partire per far si che la donna possa salire i gradini che la
vedono ancora in una posizione deficitaria? Luxury, privacy and space  L’agio
economico (reddito), dei momenti di autonomia, di intimità e gestione del proprio tempo e
spazio  “space” conferma la valenza duplice di room, come perimetro spaziale in cui
potersi muovere.
*personaggi collocati a metà tra storia e leggenda in una dimensione metà storica e metà
immaginaria e si riferiscono a dei personaggi citati in una ballata (le ballate sono
componimenti poetici di origine popolare, sono anonimi, che rappresentano la voce del
popolo, venivano recitati oralmente e poi vennero trascritti, ma non c’è un autore singolo,
sono una testimonianza del popolo stesso), sono un corpus di ballate diffusi in Scozia e
del Nord Inghilterra intorno al 500. Personaggi legati fra loro da affinità, sono affinità legate
alla trasgressione. Queste Mary in realtà erano 4 e la Woolf non cita (per pudore e per non
cadere nella provocazione) la quarta Mary, che aveva concepito un figlio con un sovrano
ed aveva ucciso il figlio, quindi si era macchiata di infanticidio. Si trattava di donne legate
alla corte di Maria Stuarda, a metà fra storia e finzione e sono donne che vivono
esperienze legate anche alla trasgressione.
*l’azione dell’IO in questo capitolo non è situato nel 16 secolo. La dimensione è sfumata, si
tratta quasi di un sogno, ma le esperienze dell’io (università, cappella) sono collocate nel
900, dobbiamo immaginare il 1928. Ci sono però anche dei tuffi nel passato, come quando
alla fine del capitolo, quando l’io si immagina di conversare con Mary Seton siamo in una
dimensione fluida, siamo sospesi, dimensione che ha come perno il 900 ma ci sono tuffi
nel passato. Dimensione ibrida  Il filtro del 900 è quello che domina.
* il fictional content riflette la verità? Ci sono due livelli, uno è il fictional content che è una
finzione, e l’altro è il fictional truth  attraverso il fictional content noi possiamo cogliere
una verità. Il fictional content intendiamo il primo livello della lettura, il fatto che c’è questo
IO che non è associato a Virginia Woolf e che compie questa passeggiata a Oxbridge che
è un luogo che storicamente non esiste, però dietro il fictional content si nasconde la
fictional truth, la verità filtrata attraverso l’immaginario narrativo.
Si potrebbe parlare di moment of being e non being in cui i momenti dei non being sono i
momenti in cui l’io si vede sbarrare le porte. Invece i moment of being sono i momenti in
cui l’io tocca più con mano la verità  si vede meglio quando visita il British Museum per
verificare come la figura femminile compare nei testi letterarie, le qualità che la
caratterizzano e se corrispondono alla vita reale, se c’è una correlazione della donna
come viene rappresenta nei drammi teatrali e la “donna comune”.