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URNA DEL SILENZIO

L’ASTENSIONISMO ELETTORALE IN ITALIA

INTRODUZIONE

La partecipazione elettorale in Italia è in crisi. L'intento è quello di far emergere le questioni cruciali
ponendosi dal punto di vista degli elettori o, per essere più espliciti, di quei cittadini che non prendono
parte al voto e dei quali le forze politiche si curano sempre meno. A volte si ha l’impressione, che il tema
dell’astensionismo sia considerato superfluo vediamo invece la sua attualità, sulla necessità di continuare a
riflettervi e a studiarlo. E’ opportuno sottolineare che l'evidenza empirica a partire dalla quale si è
sviluppata, in Italia, la ricerca scientifica sull’astensionismo è stata enfatizzata dall'interesse politico per
esso. E’ piuttosto ricorrente, che un problema assurga al rango di oggetto di ricerca solo quando emerge
come questione sociale o politica e, in Italia i partiti politici sono stati a lungo il punto attorno a cui si è
sviluppata la maggior parte degli sforzi degli scienziati politici, ma con riferimento alla partecipazione
elettorale va considerata la specificità del legame tra analisi scientifica e preoccupazione politica poiché
esso influenza anche il quadro teorico generale all'interno del quale si sviluppa la riflessione e la ricerca
empirica. In Italia, il problema della partecipazione al voto affiora sul volger dagli anni Settanta agli anni
Ottanta. Sui giornali si innescò un dibattito in quegli anni, che trovò attente ed interessate anche le forze
politiche, al punto che la questione dell’astensionismo finì per attraversare, la discussione che si svolse
all’interno della Commissione Bozzi costituita in Parlamento dopo le elezioni politiche del 1983 con il
compito di elaborare un progetto di riforme istituzionali nel nostro paese. Il fenomeno della partecipazione
elettorale era già presente nella considerazione di sociologi e scienziati della politica italiana, ma era un
oggetto di studio tutto sommato ancora marginale rispetto ad altri paesi come la Francia e soprattutto gli
Stati Uniti. Finalmente a partire dall'inizio degli anni Ottanta, si diffuse, un interesse specifico per la
partecipazione elettorale. Alcuni gruppi di ricercatori avevano cominciato a produrre analisi puntuali che
trovarono una prima esposizione nel convegno organizzato a Pavia per iniziativa meritoria della SISE
(Società italiana di studi elettorali) Nei primi tre decenni di storia della Repubblica, gli studiosi che avevano
concentrato i loro sforzi sulle elezioni in Italia, producendo notevoli contributi di analisi e di interpretazione,
avevano individuato e distinto all'interno del concetto di comportamento di voto due aspetti: da un lato la
decisione di andare a votare, e dall'altro la scelta di voto in senso stretto. In una situazione in cui ad ogni
tornata elettorale si registrava costantemente una “larga partecipazione dei cittadini alla votazione”, ai fini
della valutazione dei risultati elettorali la considerazione dei tassi di affluenza alle urne appariva non
particolarmente incisiva. La preoccupazione delle forze politiche, esplosa a partire dallo svolgimento del
referendum del 1981, aveva un solido fondamento e l’allarme giornalistico era, in una certa misura,
giustificato. Tuttavia, le prime ricerche avevano quasi subito messo in questione la tesi prevalente
nell'opinione pubblica e tra le forze politiche, contestando che la diserzione delle urne, in quella fase,
potesse essere interpretata come la manifestazione di un sentimento di protesta nei confronti del sistema
politico in generale e dei partiti in modo specifico. Qualsiasi aspetto del sistema politico si prenda in esame,
da qualche parte raffiora la questione della partecipazione elettorale, poiché, come è intuitivo, essa è
profondamente innervata nella vicenda delle moderne democrazie rappresentative. Il filone di ricerca in cui
si inserisce questo lavoro nel corso degli ultimi due decenni si è notevolmente irrobustito e arricchito.
Dunque, un ragionamento sulla partecipazione elettorale in Italia potrebbe essere svolto anche
semplicemente attraverso la descrizione e la discussione delle ricerche empiriche e delle riflessioni teoriche
che a essa sono state dedicate. L'idea di proporre una ricostruzione esaustiva delle ipotesi interpretative e
dei vari aspetti considerati nelle numerose ricerche è certamente molto stimolante, tuttavia l’obiettivo di
questo lavoro è al tempo stesso più circoscritto e più ambizioso. E più circoscritto perché ci si limiterà a
focalizzare l'attenzione su alcune tendenze della partecipazione elettorale in Italia, particolarmente su
quelle emerse negli ultimi anni. È più ambizioso perché, a questo scopo, sarà condotta un’analisi che a
partire dall'esplorazione delle serie storiche e territoriali dei tassi di partecipazione al voto, cercherà di
individuare alcune occasioni cruciali in cui collocare le “teorie”. A questo punto si proverà a esplorare le
relazioni tra la partecipazione elettorale e altri fenomeni avanzando lungo percorsi di analisi che possano
risultare utili alla comprensione del declino della partecipazione elettorale in Italia. È innegabile che in Italia
si sta consolidando un nuovo insieme di regole fondative di quella che ci stiamo abituando a chiamare la
Seconda Repubblica. E non vi è dubbio che queste nuove regole nel loro insieme si presentino come una
costituzione che è giustamente stata definita «silenziosa» non solo perché esse «non corrispondono al loro
dettato giuridico formale» ma pure perché l'«operosità silenziosa di alcune di esse «va anche contro lo
spirito del tempo. Gli esponenti più autorevoli del movimento che nei primi anni novanta aveva promosso
il referendum per la riforma elettorale avevano caricato sul sistema elettorale la capacità di dare luogo a
maggioranze chiare e quindi a governi stabili, e avevano asserito che attraverso una legge di tipo
maggioritario al momento delle elezioni i cittadini avrebbero potuto scegliere tra due alternative chiare e
quindi influenzare in modo decisivo la formazione dell'esecutivo che li avrebbe governati. La crisi della
democrazia italiana appare innegabile, poiché essa resta sospesa tra il vecchio assetto politico e una nuova
configurazione di soggetti istituzionali e di poteri ancora non ben definiti e il cui sviluppo non è
necessariamente determinato. Alcuni, ex parte populi, ritengono che la prima partecipazione elettorale non
sia strumento «sufficiente» a garantire la partecipazione effettiva dei cittadini al processo di formazione
della decisione autoritativa. Altri pensano che la partecipazione di tutti non sia necessaria. Mi sembra
opportuno richiamare preliminarmente altre due questioni di ordine metodologico che, consentono di
precisare la logica che dovrebbe presiedere alla ricerca sulla partecipazione elettorale e, al contempo, di
specificare ulteriormente il ragionamento che qui si va sviluppando: la definizione operativa di elettori e
votanti e influenza il clima politico. Lo studio dell’ astensionismo elettorale viene spesso complicato dalla
difficoltà di comparare i tassi di partecipazione registrati in tempi e luoghi diversi, dal momento che essi
fanno riferimento a diverse definizioni operative del corpo elettorale e dei votanti e tali incongruenze-
influenzando il rapporto votanti/elettori non agevolano il confronto tra i paesi. Il progressivo allargamento
del corpo elettorale - a seguito del passaggio dal suffragio ristretto su base censuaria al suffragio allargato,
al suffragio universale maschile e infine al suffragio universale maschile e femminile - non impedisce il
raffronto tra i tassi di partecipazione registrati in epoche diverse, ma impone cautela nella interpretazione
delle differenze rilevate nel corso degli anni perché i nuovi entrati nel corpo elettorale, hanno una diversa
propensione a recarsi alle urne. Si può parlare di quello che è successo negli anni ma conviene lasciare la
cronaca e tornare al percorso principale. Utilizzando le indicazioni di metodo che sopra sono state
precisate, considerazioni importanti possono essere tratte anche semplicemente dall’analisi della serie
storica delle percentuali di affluenza alle urne registrate in occasione delle consultazioni popolari in Italia.
Importante è individuare tipi diversi di elezioni in base alla rapidità e alla stabilizzazione del cambiamento.
Le elezioni di deallineamento sono quelle in cui si registra un lento e progressivo cambiamento elettorale a
causa di un allentamento dei legami sociali e psicologici tra i partiti e i loro elettori, sono le elezioni in cui si
registra un cambiamento immediato e repentino dovuto alla defezione di elettori dai maggiori partiti che
tuttavia non viene conservato nelle successive consultazioni quando riprende il precedente trend di
deallineamento incrementale. Le elezioni di riallineamento sono quelle in cui ai vecchi rapporti partiti-
elettori, ormai indeboliti, subentrano altri legami fondati su nuovi allineamenti dovuti ai movimenti
migratori, allo sviluppo socio demografico, al turnover generazionale i quali gradualmente producono
nuove generazioni esposte a esperienze differenti rispetto a quelle dei loro genitori. Oppure esse si
presentano come elezioni critiche che sono definite come contesti eccezionali che producono un
improvviso, significativo e durevole riallinenamento nell’elettorato. Nel 1976, come è noto, per effetto
dell'abbassamento della maggiore età a diciotto anni, il diritto di voto era stato esteso ai giovani al di sotto
dei ventuno anni; era aumentato, di conseguenza, il numero dei giovani alla prima esperienza elettorale
che, secondo le ricerche sulla socializzazione politica, sarebbero meno interessati e informati sulla politica e
quindi meno propensi, rispetto agli adulti, a partecipare al voto. La profonda destrutturazione del vecchio
quadro politico, ovvero la scomparsa o la trasformazione di gran parte delle forze politiche tradizionali, e il
cambiamento della legge elettorale richiedevano un supplemento di informazione sui nuovi soggetti politici
e l’apprendimento delle nuove regole che presiedevano all’espressione del voto. In verità, i diciottenni
erano stati ammessi al voto l’anno precedente, il 1975, in occasione delle elezioni regionali; anche in quella
circostanza la percentuale di voti fu molto elevata, anzi la più alta mai registrata alle elezioni regionali, 92.
In quegli anni ci furono anche inchieste giudiziarie, ricordiamo quella di «mani pulite», che avevano fatto
emergere molta corruzione politica oltre che burocratica, non solo anche alle iniziative referendarie per la
riforma elettorale le quali avevano dato luogo a quella che, con eccessiva enfasi giornalistica, qualcuno
aveva definito la «rivoluzione italiana», e che, ad ogni modo, avevano contribuito a creare un clima
caratterizzato da un diffuso interesse se non per la politica almeno per le vicende politiche. In secondo
luogo, la presenza nella competizione di un nuovo soggetto politico, Forza Italia, che aveva saputo
capitalizzare il crescente atteggiamento anti partitico, aveva contribuito a trattenere molti elettori
nell'arena. In ogni caso gli Studi sulle più recenti elezioni in Italia, hanno rilevato che effettivamente un
significativo numero di elettori definisce il comportamento di voto a pochi giorni dallo svolgimento delle
elezioni e che la percentuale di coloro che nel corso della campagna modificano in modo sostanziale il loro
orientamento di voto passano da uno a un altro dei due principali schieramenti, tanto più si tiene presente
che il risultato della competizione sul piano generale dipende da quello nei singoli collegi e tanto più spesso
si fa la differenza tra il candidato che viene eletto e gli altri che si racchiude in poche centinaia di voti. Si
sviluppa mano a mano sempre di più l’astensionismo oltre a mantenersi costante nel tempo tendeva a
manifestarsi particolarmente nelle regioni meridionali. I flussi migratori delle regioni meridionali
interessavano soprattutto i più giovani che, quindi, risultavano in gran parte assenti alle consultazioni
elettorali; inoltre l’assenza dei giovani significava anche un aumento del peso delle coorti. A questo
proposito occorre precisare che ormai i certificati elettorali sono stati sostituiti dalla tessera elettorale i cui
effetti sulla partecipazione al voto sono controversi. C'è chi sostiene che essa possa incentivare la
partecipazione, tuttavia, occorre considerare che la consegna dei certificati in modo particolare per alcune
categorie sodali funzionava da promemoria se non da incentivo all'esercizio del diritto di voto soprattutto
in occasione di consultazioni secondarie. Dopo la massima estensione del diritto di voto, con la conquista
del suffragio universale, la ulteriore espansione della democrazia si può realizzare estendendo i luoghi e
approfondendo gli ambiti in cui si vota. Tuttavia, occorre notare i tassi di partecipazione alle elezioni locali
sono in genere addirittura più bassi di quelli registrati alle elezioni presidenziali e il «forte interesse
popolare» in alcune circostanze attinge quote esigue. Si sviluppa quello che potremmo definire con
linguaggio sportivo, il gruppo di testa nel quale i singoli componenti si scambiano posizioni, ma che
sostanzialmente resta immutato nella posizione, salvo una defezione che ha motivazioni politiche Il
peggioramento relativo dei tassi di partecipazione in Italia rispetto al resto dell'Europa è stato spiegato dal
al cambiamento della nostra legislazione (Scaramozzino 1998) E evidente che questi dati vanno valutati
anche tenendo conto del cosiddetto euroscetticismo presente in modo diffuso in alcuni paesi europei. I
fattori che operano a livello generale delle democrazie mature, in particolare di quelle europee, ma anche
in situazioni «locali›› ossia a motivi storicamente determinati, che ne hanno accentuato la caduta, e, infine,
soprattutto a condizioni specificamente riferibili a cambiamenti del sistema politico e sociale italiano. A
questo proposito, il trend declinante della partecipazione elettorale in Italia è stato riferito da un lato, e da
alcuni, preferibilmente – o prevalentemente - alla crisi e alla trasformazione dei partiti, soprattutto alla loro
ridotta capacità di comunicare con le fasce sociali più periferiche per mobilitarle al voto, dall'altro lato,
all’emergere di una scelta consapevole e deliberata di astensione come manifestazione di un dissenso e di
una protesta nei confronti dei soggetti tradizionali della politica, in particolare dei partiti ci sono due ipotesi
che assumono due prospettive divergenti. La prima è centrata sulla sua capacità di mobilitare il voto dei
cittadini dall’altra, invece, sull'elettore come soggetto in grado di esprimere un comportamento autonomo
e non mobilitato. Tuttavia, si formano due schemi interpretativi che si integrano. La prima ipotesi, in cui è il
modello della partecipazione viene messo in evidenza, sembra particolarmente adatta a comprendere
l’evoluzione della tendenza alla partecipazione elettorale tra le fasce sociali periferiche che dispongono di
poche risorse informative. Il secondo schema in cui la preminenza è riconosciuta ai cittadini sembra invece
più adeguato e tende, alla propensione della partecipazione elettorale tra le fasce sociali centrali dotate di
maggiori risorse e di un più elevato senso di efficacia. Dunque, da un lato la capacità al voto è stata assunta
come la risorsa strategico cruciale in momenti decisivi per incentivare il cambiamento per opporsi a esso,
dall'altro non si può non considerare che la partecipazione gli astensionisti boicottanti risultano più pesante
dei partecipanti “semplici” Il collegamento tra propensione al voto e risorse cognitive generali e
specificamente politiche evidente anche se assumiamo come strumento il quadro esplicativo
dell’astensionismo. Può accadere che in alcuni casi «le pressioni di gruppo sono contro il voto e in altri che
due diversi gruppi pressioni contrastanti sulla scelta di voto. In tali situazioni, «più sono forti le pressioni
che suscitano su individui e gruppi più aumentano le probabilità che questi evitano di fare una scelta. Si
tratta di un meccanismo evocato in Italia soprattutto per dare conto della minore partecipazione delle
donne operaie che in quanto inserite nel mondo del lavoro avrebbero dovuto manifestare una maggiore
partecipazione al voto. In realtà esse, essendo sottoposte alla pressione dei loro gruppi di riferimento
originari si astenengono. Tuttavia i livelli di partecipazione al voto restano a livelli poco confortanti agli
occhi di studiosi che si pongono il problema della influenza ineguale dei cittadini sui processi politici, in base
al presupposto, supportato da adeguate verifiche empiriche. Dagli studi condotti a livello internazionale è
emersa minore disponibilità dei giovani a esercitare il diritto di voto, pur non avendo sempre trovato chiari
riscontri e ricerche sulla partecipazione elettorale in Italia, è confermata da autorevoli analisi basate su
inchieste campionarie. Ad ogni modo, tenendo conto che i cittadini che votano per La Camera debbono
essere maggiorenni, mentre quelli che sono ammessi alle votazioni del Senato debbono aver compiuto 25
anni, Tuttavia, occorre tenere presente che essa si basa su dati che non tengono distinti gli adulti e gli
anziani mentre è proprio tra questi ultimi che in molte ricerche sono state registrate le percentuali più alte
di astenuti. un invecchiamento della popolazione significa che aumenta il numero di elettori piu anziani e il
loro peso relativo sull'intera popolazione. Si sviluppa un filone di studi che soprattutto nei decenni passati
ha iscritto fuori delle disuguaglianze di genere alle funzioni e ai ruoli strutturati all”interno della famiglia:
agli uomini, che svolgevano funzioni produttive, erano riconosciuti i ruoli con proiezioni all'esterno della
famiglia ad esempio nella sfera politica; alle donne, che svolgevano prevalentemente funzioni riproduttive,
queste proiezioni erano sostanzialmente precluse : e comunque fortemente sconsigliate. Negli ultimi anni
la spiegazione della minore propensione delle donne a recarsi alle urne fondata sulla socializzazione è stata
soppiantata da altre ipotesi, collegate al modello centro-periferia. Secondo queste teorie le donne
partecipano meno alle elezioni perchè non sarebbero raggiunte da flussi di comunicazione politica, in
ragione della loro posizione nella società che le pone a una maggiore distanza dal centro politico. Come è
noto, nel corso degli ultimi decenni, mentre in alcuni momenti, le trasformazioni della società hanno
significato e si sono accompagnate al cambiamento della condizione delle donne, ma si potrebbe anche
sostenere molte di queste trasformazioni si sono prodotte grazie al contributo originale e peculiare delle
donne. Ad ogni modo ,è evidente che le donne hanno affiancato alle votazioni tradizionali l’assunzione di
nuovi ruoli. Tra le donne, come abbiamo visto, la quota di anziani è più elevata e dunque è tendenzialmente
più probabile che esse si astengano dal voto anche a causa della loro infermità fisica. In secondo luogo,
occorre tenere presente che l'aspettativa di vita è significativamente più elevata per le donne. Tramite vari
censimenti negli anni 2000, per sintetizzare schematicamente, si potrebbe affermare che il livello di
partecipazione è diminuito soprattutto tra i giovani maschi del centro e del nord ed è cresciuto tra le donne
adulte/ anziane del sud e delle isole. Le donne hanno progressivamente avuto accesso ai livelli di
formazione più elevati, di conseguenza e aumentano il grado di istruzione e loro partecipazione al mondo
del lavoro, anche di quello intellettuale. Pertanto, le donne quanto tali non possono essere ancora
considerate alla periferia del sistema politico e sociale locale e, contemporaneamente,sembrano sempre
più in grado di maturare autonome opinioni e convinzioni sulla sfera politica, nonché di assumere decisioni
tra le quali prescindono dagli orientamenti familiari tradizionali. Tuttavia, vorrei qui avanzare una ipotesi
che pone comunque al centro della spiegazione la cultura politica, o meglio un suo particolare aspetto:
l'importanza che viene attribuita alla dimensione politica nelle prospettive di vita e anche nel vissuto
quotidiano di individui, comunità locali e gruppi sociali. E emersa una significativa relazione tra le
caratteristiche sociali, economiche e psicologiche degli individui e i livelli di partecipazione al voto. Tuttavia,
le differenze tra i tassi di affluenza alle urne registrati nei diversi paesi sono ben più profonde di quelle tra
le percentuali di partecipazione al voto riferite a gruppi di individui omogenei in quanto a caratteristiche
psico-socio-economiche. Il forte legame tra i partiti e i cittadini agevola mobilitazione più capillare degli
elettori anche di quelli istruiti, più anziani o molto giovani tra i quali in genere si rilevano tassi più elevati di
astensionismo.

Nel modello di regressione si figura il tasso di occupazione delle donne in base all'assunto che la presenza
delle donne nel mondo del lavoro potrebbe essere adottato come indicatore della modernizzazione della
società e, specificamente, dello sviluppo dei processi di emancipazione femminile che dovrebbero favorire
l’avvicinamento tra le percentuali di partecipazione al voto di maschi e femmine, dal momento che tali
processi dovrebbero anche accrescere il senso di efficacia di queste ultime. Ma la circostanza che le stesse
variabili sono previste nel modello per tutte e tre le tornate elettorali, ci induce a interpretare il
cambiamento del valore relativo alla zona geo politica ricorrendo anche ad altre chiavi di lettura. Si
sviluppano due ondate politiche, una prima è fondata sui cambiamenti della cultura politica e in particolare
all”indebolimento della doverosità, del voto, all emergere di valori post-materialisti oppure al diffondersi
nelle aree marginali di un clima di fiducia che consolida e irrobustisce il capitale sociale. Una seconda
ipotesi si basa sul ruolo dei fattori istituzionali!Negli ultimi anni, in Italia, si è consolidato un fattore che
tende a valutare se, a quale livello di profondità e in quali aree la legislazione elettorale di stampo
maggioritario stia producendo effetti, e all'interno di esso ha trovato posto anche la riflessione
sull'astensionismo elettorale. Nelle analisi comparate si tende a considerare in modo distinto i fattori
istituzionali e i fattori politici in senso stretto, ma nelle ricerche nazionali, in modo particolare, essi spesso si
mescolano. Il nuovo quadro normativo ha dato luogo, per il concomitante succedersi di altri eventi, alla
cosiddetta stagione dei sindaci che, tra le altre conseguenze, sembra aver prodotto un nuovo ceto politico
che sta «scalando» i vertici delle istituzioni. lnfine, la maggiore competitività deriva dal fatto che nei collegi
plurinominali , associati alla formula elettorale della rappresentanza proporzionale, sono eletti più
candidati e non solo il primo, riducendo cosi quello che in un collegio uninominale sarebbe il voto inutile,
sia quello dato ai partiti piccoli sia quello conferito ai candidati che stravincono. Di conseguenza, da un lato
gli elettori sono incentivati a prendere parte alla votazione anche quando il loro candidato non è il più forte
o, all'inverso, quando esso è molto più forte dei suoi competitori diretti; dall’altro lato, a misura che la
dimensione del collegio e della circoscrizione aumentano, fino a ricomprendere l’intero territorio nazionale,
i partiti, in particolare quelli piccoli, sono stimolati a impegnarsi nella ricerca del consenso e nella
mobilitazione al voto anche nelle aree in cui avrebbero scarse possibilità di successo, se la competizione si
svolgesse in un collegio uninominale Sembrerebbe, dunque, che il livello di votanti in Italia ancora nel 2001,
più che da una competizione dipenda da altri fattori. Tra questi vanno probabilmente identificazione
partitica o il radicamento di una data sub-cultura politica. In alcune elezioni comunali era stato rilevato che
Al crescere del numero dei candidati a sindaco erano aumentati i non-votanti rispetto alle precedenti
politiche. Le continue dislocazioni di poteri reali a favore di queste autorità derivate che «una volta
costituite, camminano con le proprie gambe e sono in relazione con la propensione al voto che, infatti, può
dipendere anche dal senso di efficacia politica esterna, ossia dalla disponibilità capacità che i cittadini
riconoscono al sistema politico di corrispondere alle loro istanze Di conseguenza, le possibilità che i cittadini
possano incidere attraverso la pressione del consenso elettorale sulle politiche pubbliche implementate in
settori cruciali della vita quotidiana da queste autorità risultano indebolite e limitate. In primo luogo, è
notato che negli anni più recenti la partecipazione è diminuita pur in presenza di un miglioramento delle
condizioni economiche. In secondo luogo è stato evidenziato che nei decenni scorsi in Italia le percentuali di
affluenza alle urne sono sempre molto elevate pure a fronte di una più scarsa rispetto ad altri paesi
presenza e diffusione di cultura e fiducia nelle istituzioni democratiche.Questi paradossi evidenziano la
opportunità di integrare 2 schemi esplicativi della crescita dell'astensionismo fondati su variabili culturali e
sui fattori socioeconomici, : la crisi dei partiti, ha influito nelle dinamiche che sono all'origine del calo di
affluenza alle urne soprattutto come variabile interveniente. I partiti, infatti, sono riusciti a fornire un
principio di identificazione, sono riusciti a incentivare il senso di efficacia politica -in entrambe le
dimensioni, quella esterna e quella interna - soprattutto nei ceti sociali più periferici che, come abbiamo
visto, sono quelli più esposti alla «tentazione» dell'astensione. Si può fare in ultima analisi riferimento
ancora una volta ai risultati della inchiestaanes svolta dopo le ultime elezioni politiche. Ma veniamo
all’importanza dei mezzi di comunicazione, tenendo conto della fruizione dei tre tradizionali mezzi di
informazione (giornali, telegiornali e articoli di giornali) è possibile classificare gli intervistati in disinformati,
tele-informati, pluri-informati e iper-informati. I«disinformati> sono coloro che non consultano nessuna
delle tre fonti, i «tele-informati» quelli che guardano solo i telegiornali, i «pluri-informati» coloro che
seguono almeno due tre media e gli «iper-informati» coloro che leggono i giornali, guardano i telegiornali e
ascoltano i giornale radio.La televisione ha tanti meriti, ma certo non quello di riuscire a mobilitare al voto i
cittadini collocati alla periferia del sistema politico e sociale. Questi cittadini, dunque, dopo il declino e la
crisi dei partiti di massa, devono rassegnarsi a scomparire dalla scena politica? La risposta è davvero
complicata, possiamo ipotizzare che essi possano riapparire per essere protagonisti di una nuova stagione
politica, ma a 2 condizioni : un'adeguata rappresentanza politica e che si potenzi e si coltivi il loro senso di
efficacia politica, la loro percezione che le istituzioni siano sensibili, ricettive e permeabili ai bisogni dei
cittadini. Anche sulla base dei dati analizzati in questo lavoro è evidente che la partecipazione elettorale è
ineguale e che il comportamento di astensione è più probabile nella fasce sociali svantaggiate dal punto di
vista socio-economico.