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Ascanio Bernardeschi: La teoria marxiana del valore

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C Creato: 27 Aprile 2016
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(http://www.lacittafutura.it/)

La teoria marxiana del valore


di Ascanio Bernardeschi
Primo di una serie di articoli sulla teoria marxiana del valore. Il compito della scienza è di svelare la differenza fra l'apparenza dei
fenomeni e l'essenza delle cose. Anche la legge del valore ha questo fine. Le differenze tra Marx e gli economisti classici per quanto
riguarda il metodo e gli scopi dell'economia politica. Alcuni concetti basilari per permettere ai “non addetti” di seguire il successivo
svolgimento riguardante alcuni nodi più dibattuti della teoria marxiana. Le categorie economiche, trattate dagli economisti che vanno per
la maggiore come oggetti naturali, non sono altro che rapporti sociali camuffati

I. A cosa serve?

Nel libro III del Capitale, confutando l'apparente obiettività della “formula
trinitaria” – secondo la quale il valore delle merci sarebbe originato dalla
somma della retribuzione dei cosiddetti fattori produttivi (profitti, salari e
rendite), mentre è vero l'esatto contrario, cioè che sono queste ultime voci di
reddito che reperiscono la propria fonte nel valore delle merci, in quanto
quest'ultimo viene tra di esse distribuito successivamente alla propria
realizzazione – Marx ebbe ad affermare che “ogni scienza sarebbe
superflua, se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincidessero
immediatamente [1].

Infatti i fenomeni che percepiamo sono spesso delle manifestazioni di leggi


che sfuggono ai sensi e che solo la scienza può svelare, mentre possiamo
cadere in errore se confondiamo queste manifestazioni con l'essenza, cioè
con i meccanismi che ci stanno dietro. Anche l'osservazione empirica non
accompagnata da una robusto impianto teorico, per esempio l'accertamento
statisticamente oggettivo della correlazione tra due fenomeni, può trarre in
inganno in quanto può condurre a stimare in maniera invertita il rapporto causa-effetto tra le due grandezze.

Forse è utile fare un esempio. Secondo l'esperienza dei nostri sensi, tutti i corpi hanno un peso che si avverte in quanto su di essi
agisce una forza, tanto maggiore quanto maggiore è il loro peso, che li attrae verso il suolo.

Sono stati quindi realizzati degli strumenti, le bilance, per rilevare il peso misurando tale forza o paragonandola a una uguale
esercitata su un corpo utilizzato come unità di misura. Il peso in realtà è la manifestazione fenomenica di un'altra proprietà dei
corpi, quella di avere una massa. Quest'ultima può essere considerata la misura dell’inerzia di un corpo (della resistenza che
esso oppone alle sollecitazioni di una forza esterna). Una volta rilevato il peso è possibile calcolare la massa usando la costante
gravitazionale, il cui valore dipende dalla forza di gravità (o più correttamente dall'accelerazione di gravità) del nostro pianeta. Un
corpo che sulla Terra pesa 10 kg, pur mantenendo intatta la propria massa anche se trasportato sulla Luna, peserebbe assai
meno su quel satellite, ove l'accelerazione di gravità è minore. Quindi, pur essendo fortemente interrelati fra di loro, peso e
massa sono due concetti distinti.

Fortunatamente, se per la conoscenza scientifica è assolutamente necessario conoscere la massa e come si manifesta, per
molte finalità pratiche, è sufficiente e più semplice rilevare il solo peso dei corpi. Per esempio se vado ad acquistare cavoli dal
fruttivendolo, basterà una bilancia per attestare la quantità di materia che sto acquistando.

Una volta acquistati tali ortaggi, in base al loro peso, il fruttivendolo mi chiederà una certa quantità di denaro in quanto quella
merce ha un prezzo espresso per unità di peso, per esempio 2 euro al chilo. Analogamente, ai fini pratici, è sufficiente conoscere
la quantità di denaro richiesta per ogni chilo di cavolo, senza porsi troppe domande. Ma per lo scienziato sociale sarebbe una

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grave leggerezza limitarsi a prendere atto dell'esistenza dei prezzi che possiamo facilmente rilevare. Le merci si scambiano fra di
loro, o più comunemente col denaro, secondo certe proporzioni, perché hanno una proprietà comune detta valore. Ancora oggi lo
pseudo economista tipo, che va per la maggiore nelle nostre università, sostiene l'inutilità di esplorare la natura del valore delle
merci e si limita a trattare la sua manifestazione, evidente anche allo stupido, cioè il prezzo che viene loro appiccicato a mo' di
etichetta e tutt'al più osservare la banale evidenza che tale prezzo è determinato dall'incrocio fra domanda e offerta di quella
merce. Questo atteggiamento è un male per la scienza, ma una fortuna per lorsignori perché in tal modo non possono essere
svelate la natura dello sfruttamento del lavoro, e molte contraddizioni del modo di produzione capitalistico.

Al contrario degli economisti da lui denominati “volgari”, Marx era interessato a svelare le leggi di movimento di tale sistema per
offrire alle classi lavoratrici un'arma micidiale utilizzabile nella loro lotta contro il capitale e dovette misurarsi col problema del
valore.

Non fu certamente il primo a introdurre tale concetto. Le sue immense letture nella biblioteca del British Museum di Londra gli
permisero di fare i conti con gli economisti classici, ben più seri degli attuali venditori di pentole, e di appropriarsi della loro teoria
del valore, modificandola però profondamente e superandone alcune lacune.

Sì, perché se è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare e agli economisti classici il merito di aver svelato per primi che il
valore di una data merce è commisurato al lavoro umano impiegato per produrla, troppi economisti, perfino sedicenti Marxisti,
confondono facilmente questa regola, puramente quantitativa, con la profonda analisi di Marx, che parte da presupposti
completamente diversi e utilizza metodi di indagine altrettanto diversi.

I più importanti esponenti della scuola classica, Adam Smith e David Ricardo, operarono nel periodo in cui il capitalismo stava
diventando il modo di produzione prevalente nelle società economicamente più floride e stava indubbiamente dando un impulso
senza precedenti alla ricchezza materiale, come lo stesso Marx ha sempre affermato. Il loro compito era di dare alle istituzioni
dell'epoca le indicazioni per permettere l'espansione di questo modo di produzione e abbattere i residui feudali che con esso
convivevano. Ma, abbagliati dall'ammirazione di questa funzione progressista, confusero i rapporti sociali storicamente
determinati di quel periodo con il modo “naturale”, eterno, di comportarsi delle società, sottovalutandone le specifiche
contraddizioni. Non a caso Ricardo denominò il valore anche “prezzo naturale” [2].

Per Marx invece il modo capitalistico di produzione è diventato prevalente nelle nostre società evolute in una certa fase della
storia. C'è stato un prima e ci sarà un dopo e occorre distinguere tra le leggi economiche universali, valide per tutte le epoche
storiche e le distinte forme con cui esse si manifestano nelle diverse fasi dello sviluppo umano.

Per esempio lo sfruttamento del lavoro è avvenuto secondo certi metodi violenti nelle società in cui lo schiavo era un semplice
oggetto di proprietà del padrone, in altri modi ancora nelle società feudali, in cui, pur non esistendo questa proprietà assoluta sui
lavoratori, esistevano fortissimi vincoli sociali che obbligavano per esempio il contadino a lavorare alcune ore del giorno nella terra
del signore (corvée) o a versare la decima al prete, oppure l'artigiano a essere sottoposto alle regole delle corporazioni. Infine,
con il capitalismo, il lavoratore è liberato anche da questi vincoli ma, dice Marx, liberato anche dal possesso dei mezzi di
produzione, per cui è costretto a lavorare come salariato per poter campare. In questo caso lo sfruttamento non è rilevabile
immediatamente, perché l'apparenza è quella di uno scambio mercantile di uguali: un tot di lavoro per un tot di salario. E anche le
decisioni su cosa, come e quanto produrre, quindi su come il lavoro sociale viene ripartito fra le varie branche produttive, non
sono il risultato di decisioni consapevoli di un'autorità ma di un meccanismo impersonale, le leggi del mercato, che predomina
nell'orientamento dell'economia.

Per Marx la teoria del valore è uno strumento fondamentale, per svelare queste leggi. Essa mostra che dietro l'apparenza di
rapporti tra cose, tra le merci, si nascondono rapporti sociali e che il dominatore di questo modo di produzione, il capitale,
riproducendosi ed espandendosi materialmente, riproduce anche questi rapporti. Il lettore che avrà la pazienza di seguirci nei
prossimi numeri avrà in premio uno strumento di analisi che, se ben utilizzato, gli consentirà di capire molte faccende di oggi, quali
la globalizzazione, i dissesti finanziari, le politiche liberiste, la frammentazione del mondo del lavoro, la crisi. Faccende che
sembrano un mistero se ci si limita a osservarle alla superficie, come ci invitano a fare quotidianamente i media e anche gli
economisti da strapazzo.

II. Merce, denaro, lavoro

Merce, valore d'uso, valore di scambio, valore

"La ricchezza delle società, nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, si presenta come una immane
raccolta di merci e la singola merce si presenta come sua forma elementare" [3].

Così Marx, partendo dall'analisi della “cellula elementare” del capitalismo, la merce, inizia la sua critica dell'economia nella sua
opera più importante.

La merce ha una duplice caratteristica, la prima legata alle sue proprietà naturali, quella di essere utile, di soddisfare bisogni
umani, prescindendo dal suo costo sociale e in questa veste è un valore d'uso, in ciò non differenziandosi dai beni prodotti in tutte

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le civiltà fin qui esistite. L'altra caratteristica è che possiede un valore di scambio, ha cioè la proprietà di poter essere scambiata,
secondo determinati rapporti, con altre merci, e tipicamente con la merce equivalente generale di tutti gli scambi, il denaro. Da
questo punto di vista contano solo i rapporti quantitativi che si instaurano con le altre merci e con il denaro, prescindendo questa
volta dalla sua attitudine a soddisfare i bisogni. Questa caratteristica sorge con le società mercantili, nelle quali i beni prodotti
acquistano la determinazione storica di merce.

Tutte le merci si scambiano con le altre secondo certi rapporti quantitativi, secondo il loro valore di scambio. Quest'ultimo è il
modo di espressione, la forma fenomenica, di un contenuto da esso distinguibile, cioè il valore. Parliamo quindi di valore di
scambio quando mettiamo in relazione tra di loro più merci, mentre ogni merce possiede una caratteristica immanente che si
manifesta esteriormente nel valore di scambio, che è comune a tutte le merci: quella di essere prodotto di una determinata
quantità dl lavoro, di contenere un quantum di lavoro sociale e in quanto tale di essere depositaria di valore.

Lavoro concreto e lavoro astratto

Analogamente alla merce, il lavoro viene analizzato secondo la sua duplice caratteristica. Da una parte possiede specifiche
qualità e utilità ed è volto a produrre un determinato valore d'uso. In tal veste è lavoro concreto, per esempio lavoro
metalmeccanico, tessile ecc. Anche il lavoro utile, concreto, è esistito in tutte le società umane. Dall'altra è lavoro umano senza
determinazioni specifiche e viene considerato solo quantitativamente quale fonte del valore, per Marx UNICA fonte del valore. Per
questa sua seconda caratteristica è lavoro astratto, che si impone nelle società in cui è sviluppata la produzione di merci, e
particolarmente ove si è imposto il modo di produzione capitalistico. L'astrazione del lavoro si realizza perché in tale modo di
produzione gli individui non agiscono secondo piani e obiettivi prestabiliti o secondo esigenze sociali immediate, ma come atomi
separati e indifferenti tra di loro e trovano la ratifica sociale dei loro sforzi lavorativi solo attraverso lo scambio.

Il valore di una merce è dato quindi dalla quantità di lavoro astratto necessario alla sua produzione. Visto che il valore non è una
caratteristica naturale delle merci, ma un rapporto sociale, entra nella sua grandezza solo il tempo di lavoro astratto socialmente
necessario, in base alla produttività sociale media, in condizioni tecniche prevalenti in un certo periodo storico e secondo il grado
sociale medio di abilità del lavoratore e di intensità del lavoro. Nel caso che per produrre una data merce venga speso più lavoro
di quello socialmente necessario, tale lavoro superfluo è lavoro sprecato, irriconoscibile per la società, e infatti non potrà trovare
conferma come valore sul mercato.

I prodotti del lavoro raggiungono un riconoscimento sociale solo attraverso lo scambio: una merce invenduta non conta come
valore. La socialità del lavoro – e quindi il valore – esiste solo in forma latente appena sfornato il prodotto. È un valore in potenza
che si manifesta solo con la vendita.

Denaro

Se la quantità di lavoro, espressa in termini di tempo di lavoro, è la misura “immanente” del valore, la sua misura esteriore,
fenomenica, è data dalla quantità dell'altra merce con cui si scambia, e segnatamente da una quantità di denaro. Il denaro è una
merce speciale che funge da rappresentante generale della ricchezza e del lavoro astratto. Costituisce la “misura fenomenica
necessaria” della “misura immanente” del valore e per di più si presenta come la forma più appropriata del valore, comportandosi
come suo agente “equivalente generale e astratto”, che si contrappone a tutte le altre merci. Queste ultime di fronte a lui
funzionano come suo valore d'uso. Infatti il denaro in sé non ha un valore d'uso, se non la proprietà di poter essere scambiato
con qualsiasi altra merce, di poter acquistare sul mercato beni e servizi. Realizza quindi il suo valore d'uso solo attraverso
l'acquisto di un'altra merce. Specularmente, il valore di una merce, si realizza quando assume la sua forma fenomenica in un altro
corpo di merce, nel denaro con cui si scambia.

Il lavoro astratto deve oggettivarsi quindi in una merce indifferente alle proprietà naturali e avente la qualità sociale di essere
scambiabile con qualsiasi altra, purché rappresenti il medesimo tempo di lavoro socialmente necessario. Le singole merci sono
però immediatamente oggettivazione di lavoro individuale, determinato qualitativamente e concreto. La contraddizione tra lavoro
astratto e lavoro concreto, la contraddizione tra il carattere generale della merce come valore e il suo carattere particolare come
valore d'uso, si risolve dunque attraverso l'esistenza di una "incarnazione" del valore distinguibile dalla corporeità della merce, la
quale, nello scambio, deve assumere "una forma di esistenza sociale in denaro, scissa dalla sua forma di esistenza naturale". In
altre parole, l'opposizione interna alla merce tra valore d'uso e valore, si risolve in una opposizione esterna fra merce e denaro. in
cui l'una conta sempre come valore d'uso, l'altro come valore di scambio.

Nella società capitalista, in cui lo sfruttamento non avviene in virtù di arbitrio o norme morali, religiose ecc., ma attraverso lo
scambio, i rapporti sociali tra gli individui assumono l'apparenza di rapporti tra cose poiché mediati dai rapporti di scambio, cioè
da un meccanismo impersonale dominato dai prodotti del lavoro. La compravendita infatti si presenta come scambio tra due
oggetti, merce e denaro, pur costituendo in realtà lo scambio fra due lavori, quello contenuto nella merce e quello rappresentato
dal denaro. Questo rapporto sociale assume la forma di rapporto tra cose e, all'opposto, viene attribuita una potenza sociale alle
cose. Marx definisce “feticismo della merce” questo genere di abbaglio. In particolare viene attribuito un potere sociale assoluto

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al denaro, con cui si può comprare anche l'anima delle persone: lo testimoniano anche le vicende corruttive del nostro paese. Il
denaro è il Dio monoteista della società mercantile. La sua accumulazione comporta un accrescimento di potenza sociale,
insieme alla perdita di potere sociale per altri, ed è il movente unico della produzione capitalistica, tutto il resto essendo nient'altro
che lo strumento per raggiungere tale scopo.

La metamorfosi della merce

Per il produttore o per chi la possiede temporaneamente per venderla, la merce non ha valore d'uso immediato, "altrimenti non la
porterebbe al mercato", e la sua utilità consiste solo nell'essere mezzo di scambio, nel poter essere realizzata attraverso lo
scambio con un equivalente. Tuttavia la merce, per potersi realizzare come valore, deve essere desiderata da altri, "dar prova di
sé come valore d'uso"; e solo lo scambio può sancire l'esistenza di tale condizione.

La circolazione delle merci viene presentata da Marx come una infinita serie di cambiamenti di forma fra merce e denaro mentre
cambia di mano in mano. Il potenziale venditore, per il quale la merce è immediatamente solo depositaria di valore, la dovrà
scambiare contro denaro, unica forma di equivalente socialmente valida. Dopo di che potrà appropriarsi di un'altra merce che sia
finalmente per lui oggetto d'uso. Per esempio l'allevatore porterà al mercato il bestiame da macellare e col denaro ricavato potrà
comprare le cose utili a lui a alla sua famiglia.

Il processo di scambio può essere quindi visto come composto di due mutamenti di forma:

1. la trasformazione della merce in denaro (Merce - Denaro o M-D),

2. la ritrasformazione del denaro in merce (Denaro - Merce o D-M).

Ciascuna di queste due fasi necessita di un altro soggetto contrapposto. M-D, la vendita, si realizza solo se il possessore della
merce incontra un compratore, per il quale l'operazione sarà D-M, dunque se la merce è utile, se il lavoro erogato per la sua
produzione si dimostra, alla resa dei conti, effettivamente speso in forma socialmente utile. Analogamente la conclusione della
metamorfosi, D-M, l'acquisto, deve coincide con l'inizio M-D di un altra metamorfosi per l'altro soggetto, il venditore.

Nello scambio diretto, o baratto, è necessario che nello stesso luogo e tempo si incontrino due soggetti reciprocamente
interessati l'uno alla merce dell'altro. La metamorfosi M-D–M, tramite la mediazione del denaro, spezza tale limite temporale e
spaziale. Ma spezza anche lo scambio in due fasi, M-D e D-M eliminandone l'unitarietà. Ne consegue che i rapporti tra gli individui
divengono incontrollabili dagli stessi. Compiuto l'intero ciclo abbiamo raggiunto lo scopo di cambiare la nostra merce con un'altra
per noi utile. Ma, con il nostro movimento D-M, altri innescano un nuovo ciclo che deve incontrare altri soggetti a loro
contrapposti. La metamorfosi complessiva di una singola merce è quindi l'anello di una catena di metamorfosi, tutte in
connessione tra di loro. Nella separazione del ciclo in due fasi, sta anche la possibilità della sua interruzione. E l'interruzione
spezza questa catena determinando l'impossibilità di realizzare la metamorfosi per molti altri. Da qui, in una forma ancora molto
astratta, la possibilità che si verifichino quelle che Marx chiama crisi di realizzo [4].

Qui (/marxismo/7144-ascanio-bernardeschi-la-teoria-marxiana-del-valore-seconda-parte.html) la seconda parte.

__________________________________________

Note

[1] K. Marx, Il Capitale libro III, ed Riuniti, 1965, pag. 930.

[2] D. Ricardo Sui principi dell'economia politica e della tassazione, Mondadori, Milano, 1979.

[3] K. Marx, Il Capitale, libro I, Editori Riuniti, 1964, p. 67.

[4] In un altro nostro precedente articolo si è già illustrato che l'analisi di questa separazione fra le due fasi della metamorfosi della merce consente a
Marx di formulare una critica rigorosa alla legge degli sbocchi (o legge di Say), anticipando un'analoga critica di John Maynard Keynes. Cfr.
http://www.lacittafutura.it/economia/la-crisi-questa-sconosciuta-parte-ii.html (http://www.lacittafutura.it/economia/la-crisi-questa-sconosciuta-parte-
ii.html)

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