Sei sulla pagina 1di 10

RENATO CARTESIO (1596-1650)

Cartesio è un autore molto complesso, egli fu l’inventore della geometria analitica (detta anche cartesiana), con
egli ci muoviamo in un mondo quantitativo, nasce un nuovo modo di intendere lo spazio, un nuovo linguaggio
algebrico e geometrico. Cartesio utilizza il linguaggio della scienza, un linguaggio quantitativo, chiaro,
matematico. Si parla di filosofia cartesiana.
Cartesio, nonostante abbia dato maggior contributo alla scienza che alla filosofia, non si occupa solo di
geometria! Ha qualcosa di grandioso e affascinante.
Secondo Hegel egli è il padre della filosofia moderna.

RAZIONALISMO E EMPIRISMO
Al tempo di Cartesio esistevano due filoni di pensiero complementari: razionalismo ed empirismo. Sono
considerati complementari poiché, partendo da premesse diverse, trattano gli stessi argomenti e puntano a
comprendere il fenomeno della modernità filosofica.
- RAZIONALISMO: A cui appartiene Cartesio. Questo filone è principalmente europeo. I razionalisti
credono che il mondo sia perfettamente conoscibile, purché si riduca a una catena di proposizioni, una
sequenza dimostrativa, così si può dire come il mondo sia realmente. Dunque tutto può essere conosciuto
a patto che si parta da elementi razionali della realtà.
- EMPIRISMO: Filone più britannico. Gli empiristi dicono che esistono le dimostrazioni necessarie, ma
il mondo non è questo. Il mondo lo conosciamo con i sensi, non con la ragione, ma i sensi ingannano:
dunque non si può pretendere di conoscere fino in fondo il mondo.
Nonostante queste sostanziali differenze, i due filoni si sono spesso intrecciati influenzandosi l’un l’altro.

LA BIOGRAFIA
Ci troviamo nel periodo storico della Controriforma e della Rivoluzione scientifica.
Renè Descartes (Renato Cartesio) nacque nel 1596 in Francia da una famiglia nobile e cattolica. Egli frequentò
un collegio gesuitico e studiò legge, tuttavia fin da giovane mostrò una propensione agli studi scientifici,
filosofici, in particolare è impressionato dalla chiarezza del metodo e del linguaggio matematico, chiaro e
distinto.
Si arruolò come volontario, con servitù al seguito, come ufficiale all’inizio della cosiddetta Guerra dei trent'anni.
Si mette al servizio dei regnanti. Deciso di abbandonare gli studi, durante il suo soggiorno in Germania ebbe tre
sogni rivelatori che lo portarono a scrivere la sua prima opera.
Cartesio porta avanti la battaglia dell’emancipazione del sapere e del libero pensiero, ma lo fa in modo molto
cauto e prudente, senza rischiare il rogo come Bruno o un processo come Galileo.
In Francia il clima non era particolarmente tollerante, dunque Cartesio si trasferisce in Olanda, dove c’era più
tolleranza rispetto ad altri paesi europei. L’Olanda del ‘6oo è caratterizzata da un clima vivace, tollerante e
liberale, in cui vengono pubblicati molti libri, fiorisce l’arte (Vermeer). Rimane in contatto con gli intellettuali
europei.
La famiglia di Cartesio, nobile, cattolica e benestante, gli fa studiare diritto. Cartesio però non è interessato,
conclude gli studi ma non diventa giudice né avvocato. Conosceva più lingue: latino, francese, italiano, inglese e
olandese. Studiò anche fisica, soprattutto ottica, acustica, meccanica, e inoltre si interessò di anatomia
(descrizione del corpo umano) e fisiologia (funzionamento organi).
In Olanda si concentrò sugli studi metafisici e delle scienze naturali. Vive in Olanda a partire dagli anni ’20 del
Seicento e si sposta spesso. Qui studia, scrive, pensa.
Più tardi ricevette un invito a trasferirsi in Svezia da parte della regina, che si era ‘innamorata’ del suo pensiero.
Lo invitò presso la sua corte a Stoccolma. (Svezia: uno dei regni che erano usciti meglio dalla Guerra dei 30
anni, divenne una potenza europea, tanto che la regina puntava a realizzare un regno come quello di Elisabetta).
Inizialmente Cartesio non voleva recarsi in Svezia, ma fu presto esortato dall’ambasciatore francese che voleva
evitare uno scandalo diplomatico. Malvolentieri e a una certa età si recò presso la corte di Svezia, dove la regina
voleva vederlo ogni mattina dalle 4 alle 5 (era molto impegnata, questo era l’unico momento libero) per lezioni
di filosofia. Cartesio era abituato a dormire fino a tardi…Questa abitudine durò ben poco poiché Cartesio, dopo
3 settimane, prese una polmonite, a causa del gelo, e morì, nel 1650. In seguito alla sua morte vennero fatte
alcune ipotesi secondo le quali Cartesio non morì per polmonite ma a causa di avvelenamento da parte di alcuni
funzionari di corte, gelosi del rapporto esclusivo che aveva instaurato con la regina.

IL CONTESTO STORICO
Cartesio matura la sua esperienza filosofica in Francia, poi in Olanda, negli anni della Controriforma e della
rivoluzione scientifica, in cui stava operando ad esempio Galileo. E’ importante specificare il contesto perché in
questo periodo era difficile esprimere idee diverse da quelle della Chiesa, ma Cartesio, a differenza di Galileo o
Giordano Bruno, fa una battaglia di affermazione dei principi moderni in modo più placato, infatti si trasferisce
in Olanda, in cui il clima era meno rigido.
Oltre alla controriforma e alla rivoluzione scientifica, negli anni in cui visse e operò Cartesio avvenne anche la
guerra dei 30 anni ( una serie di conflitti armati che dilaniarono l'Europa centrale tra il 1618 e il 1648. Iniziata come una guerra tra gli stati protestanti e quelli cattolici nel
frammentato Sacro Romano Impero, progressivamente si sviluppò in un conflitto più generale che coinvolse la maggior parte delle grandi potenze europee, perdendo sempre di più la
a cui egli partecipò anche durante
connotazione religiosa e inquadrandosi meglio nella continuazione della rivalità franco-asburgica per l'egemonia sulla scena europea),

la prima fase, la quale portò distruzione, intolleranza e violenza. In questo periodo avvenne infine la guerra civile
inglese.
Cartesio per questo si trasferì in Olanda che, nella prima metà del 600 era caratterizzata da una vivace economia
e da una maggiore libertà di religione e di pensiero rispetto al resto dell’Europa.

GLI STUDI E LE OPERE


Cartesio scrisse e studiò molto, ma pubblicò poco. Si occupò principalmente di natura, fisica, meccanica,
matematica, ottica. Fece il suo esordio con la matematica, ma a 26/27 anni disse che non se ne sarebbe occupato
più perché già a metà degli anni 20 aveva già studiato ed inventato tutto ciò che poteva (geometria analitica), la
conosceva già tutta. A questo punto applica la matematica allo studio della natura e approfondisce altri ambiti,
come anatomia, fisiologia e psicologia.
Si occupò anche di cosmo e di mondo: Nei primi anni 30 Cartesio finì di scrivere un trattato intitolato
“il Mondo”, scritto in volgare francese, tuttavia nel 1633 decise di non pubblicare mai perché aveva paura di
essere condannato dalla Chiesa, dal momento che c’era appena stato il processo di Galileo, il quale venne
processato nonostante inizialmente avesse avuto l’appoggio del Papa e avesse un ruolo di rilievo tra gli
intellettuali. Cartesio aveva paura dal momento che le sue tesi erano analoghe a quelle di Galileo.
Dopo questo gesto remissivo continuò a scrivere e a studiare, dando conto di ciò che aveva imparato in modo
filosofico.
1637: Discours de la mèthode (Discorso sul metodo) esordio editoriale che Cartesio pubblica a 41 anni, scritto
in volgare.
1641: “Meditazioni metafisiche con obiezioni e risposte” in latino
1644: “Principi della filosofia”
1649: “Le passioni dell’anima”, in francese
IL DISCORSO SUL METODO
Nel 1637 Cartesio pubblica il suo “Discorso sul metodo”. Egli scrisse quest’opera in volgare francese poiché
desiderava ottenere un forte impatto sul pubblico, oltre che sulla ristretta elite degli ecclesiastici o dei gesuiti.
Voleva divulgare verità scientifiche.
Sebbene “Discorso sul metodo” sia il titolo dell’intera opera, in realtà il discorso sul metodo costituisce la
prefazione, nella quale Cartesio racconta di come si sia convertito ad un nuovo metodo, quello dell’indagine
filosofico-scientifica, e come lo abbia utilizzato in tutti gli ambiti del sapere che ha approfondito.
La prefazione introduce 3 saggi scientifici:
1) “Geometria”: si occupa di geometria e geometria analitica; spiega tutte le sue scoperte in questo ambito
(retta, parabola…).
2) “Diottrica”: tratta i fenomeni ottici
3) “Meteore”: nel senso aristotelico del termine, ossia “meteorologia” e dunque tutti quei fenomeni
climatici e metereologici che avvengono tra la terra e il cielo, come i magneti, i fenomeni atmosferici…
In quest’opera Cartesio lascia stare il discorso cosmologico, per prudenza e paura, e parla di tanti altri fenomeni
naturali, studiandoli in modo nuovo. Nell’introduzione parla del suo metodo, che verrà ripreso poi nelle
“Meditazioni Metafisiche”.
Cartesio era un matematico, egli aveva ottenuto la conversione da geometria ad algebra e viceversa e aveva
elaborato il piano cartesiano; nel saggio “Geometria” aveva dimostrato la coerenza dell’algebra, utilizzando il
metodo di scaricamento: la geometria è coerente, l’algebra è riconducibile alla geometria, dunque anche
l’algebra è coerente.
Proprio attraverso il linguaggio matematico e quantitativo Cartesio studia il mondo della natura, poiché riteneva
che niente fosse più preciso di esso. La matematica, ossia una sequenza ordinata di dimostrazioni, è l’unico
modo per conoscere la natura.
Cartesio rifiuta dunque qualsiasi altro tipo di approccio allo studio della natura che non sia quello matematico, e
dalla matematica (dalla quale ha imparato ordine e metodo, essenza metodologica) ricava quattro regole:
Le 4 regole della buona metodologia d’indagine filosofico-scientifica:
1- Regola dell’evidenza: L’indagine deve basarsi su evidenze, su ciò che è chiaro e distinto, non bisogna
lasciare spazio ad equivocità. (Le qualità secondarie sono solo nomi, per conoscere gli oggetti devo
ricorrere ad una misurazione che è chiara e distinta, è evidente; tutto il resto è oscuro.)
2- Regola dell’Analisi/Risoluzione: Quando bisogna risolvere un problema complesso, questo va sciolto e
ridotto ai suoi elementi costitutivi, semplici, fondamentali. L’analisi consiste nello studiare una
questione complessa smantellandola in parti più semplici.
3- Regola della Sintesi/Composizione: Dai fondamenti elementari si arriva alle tesi più complesse.
Deduzione per via teorematica, come in geometria (molto usato da Euclide).
NB: si possono usare sia analisi sia sintesi, oppure o una o l’altra.
4- Enumerazione: Bisogna numerare le varie fasi dei procedimenti, in modo da poter ripercorrere
ordinatamente le fasi che sono state compiute. Il metodo è un itinerario che la mente deve seguire
passaggio per passaggio. Il metodo è una via, un itinerario e devono essere seguiti vari step.
Queste 4 regole erano già state abbozzate da Cartesio nello scritto giovanile in latino intitolato ‘regulae ad
directionem ingenii’, scritto nel 1619.
La visione d’insieme che emerge è che la realtà che ci circonda può essere conosciuta in modo affidabile, a
patto che si adotti una metodologia corretta, il che significa seguire alla lettera queste 4 regole. Se non si segue
anche solo una di queste regole, qualsiasi conclusione perde credibilità e si cade nell’ambiguità. Per fare scienza
e matematica dobbiamo sia utilizzare il linguaggio matematico sia seguire un metodo, e ciò ci permette di fare
un discorso veritiero sul mondo.
Il dubbio cartesiano:
Inoltre chiunque voglia sapere e conseguire la verità ha il dovere di esercitare il dubbio. Il dubbio sta alla base
della filosofia, poiché la prima cosa che fa un filosofo davanti a qualsiasi cosa è chiedersi se sia effettivamente
come sembra per poi approfondirla sotto diversi aspetti. Il dubbio permette di approfondire sempre di più e
anche di cambiare punto di vista. Da un lato dunque il filosofo è ancora più rigoroso del matematico, poiché si
interroga più a fondo. Per Cartesio il dubbio è metodico, non è fatto per scetticismo o per contraddizione, non è
il dubbio eristico, è fondamentale per costruire un ragionamento su basi migliori, eliminando tutto ciò che è
incerto. Il dubbio è “l’amminoacido essenziale della filosofia”, che serve per confezionare un discorso sensato e
costruire basi solide e per rivedere ciò che non segue le 4 regole. Riprendendo la metafora platonica, il filosofo
può essere rappresentato dal cuoco che è in grado di cuocere in diversi modi la selvaggina cacciata dai cacciatori,
gli scienziati, che si limitano a cacciare. (Cacciatore : cuoco = matematico : dialettico). Nelle meditazioni
metafisiche viene utilizzata questa strategia. Il primo criterio metodologico, quello della evidenza, viene ripreso
nelle meditazioni, così come quello del dubbio: prima di iniziare bisogna mettere in dubbio tutto ciò che non
sappiamo, esercizio del dubbio sistematico. Questa idea del dubbio è una cosa nuova, non aveva mai attecchito,
nel medioevo il dubbio era la semina del diavolo. Mettere in dubbio voleva dire mettere in dubbio la religione, la
creazione. Un dubbio metodico, attivo, che attacca le cose che sembrano più scontate, mentre il dubbio scettico
serve agli scettici per sospendere il giudizio sulle cose difficili, mentre credevano alle cose probabili.
Le regole della morale provvisoria:
Sempre nel Discorso sul metodo Cartesio enuncia delle regole comportamentali, che non hanno a che fare con
l’indagine scientifica ma piuttosto con l’etica, con il “Vivere bene”. Cartesio è un po’ codardo, dice che bisogna
saper lasciar stare gli ideali e saper fare compromessi. Secondo Cartesio per vivere bene è fondamentale:
1) Adattarsi alle leggi del proprio paese
2) Essere determinato e risoluto nelle proprie scelte, fino in fondo, senza indugiare
3) Non pensare di poter cambiare il mondo; non andare contro la razionalità del mondo, fare solo battaglie
ragionevoli.

CARTESIO, IL “FILOSOFO CON LA MASCHERA”


Cartesio è un filosofo estremamente cauto e prudente, per certi versi codardo, terrorizzato dall’eventualità di un
processo. Egli è stato chiamato “Il filosofo con la maschera”, poiché si muove con prudenza e strategia tale che a
volte risulta difficile capire cosa pensasse veramente, producendo anche numerosi fraintendimenti. La sua
strategia di esposizione è molto cauta, tratto enigmatico che lo rende attraente. Egli non voleva entrare in
conflitto né con le autorità, né con la censura
ecclesiastica. Non era spregiudicato o coraggioso. Ciò
spiega molti dei suoi silenzi e delle sue mezze
affermazioni. Il suo motto era: Larvatus prodeo =
procedo mascherato.
La sua prudenza è manifesta nel rifiuto di pubblicare
la sua prima opera, nelle regole della morale
provvisoria, e anche nel discorso che fa nelle
meditazioni metafisiche: egli propone un discorso
riduzionista e incredibilmente materialista, fondato
sulla fisica, eppure mette le mani avanti e diche che
tutto si basa sull’idea di Dio.

L’ALBERO DEL SAPERE


Nella prefazione all’opera “Principi della filosofia”
Cartesio paragona il sapere ad un albero, in cui:
- I rami e le foglie rappresentano la parte più vitale
dell’albero, quella a contatto con il mondo, la parte
dalla quale si raccolgono i frutti della filosofia. Nel
‘600 con Cartesio si registra una novità in campo filosofico: l’idea di una filosofia spendibile, utile nella pratica.
Ci sono tre rami: la medicina (il sapere che serve a vivere bene biologicamente), la meccanica (il sapere che
serve a vivere in modo più efficace. Studiava le leve, la statica e la dinamica, si riscopre Archimede), e infine
l’etica (sapere che insegna a vivere bene).

- Il tronco rappresenta la fisica: qui si struttura il sapere

- Le radici rappresentano la metafisica: qui si radica il sapere

Con la metafora dell’albero è evidente che la filosofia viene vista come organica, in cui le varie parti sono unite
in modo strutturale e sono parti coordinate tra di loro non aggregate. C’è bisogno di ognuna di esse.
Cartesio si voleva occupare di ognuna di queste parti in modo approfondito, tuttavia riuscì a trattare solo
metafisica e fisica (dunque radici e tronco) poiché vi impiegò tanto tempo da non riuscire a portare a termine la
sua analisi.
Inoltre per la prima volta la filosofia viene vista come qualcosa che serve all’uomo. Cartesio era interessato
anche agli aspetti pratici, come all’alimentazione (era vegetariano), la medicina (anche se non aveva fatto molti
passi), la meccanica (statica e dinamica applicate). Fa delle scelte per una vita buona e saggia, sana e virtuosa.

LE MEDITAZIONI METAFISICHE, “Meditationes de prima philosophia”


Quest’opera, uscita nel 1641 e scritta in latino (poi tradotta in francese), era riferita a un’elite, a quei pochi che
conoscevano la filosofia, a pochi dotti.
Con quest’opera si passa da una dimensione fisica ad una dimensione metafisica. Ma come si passa dalla fisica
alla metafisica? Possiamo rispondere a questa domanda tramite l’albero del sapere: la metafisica costituisce le
radici della fisica.
La metafisica indaga 3 dimensioni (triangolo metafisico):
- DIO. Teologia. Si trova al vertice del triangolo.
- ANIMA. Psicologia, dunque l’uomo.
- NATURA. Cosmologia, il problema cosmologico.
Nelle meditazioni metafisiche si cerca di dar conto a tutta l’esperienza del PENSIERO UMANO.

Cartesio nelle Meditazioni metafisiche adotta le già formulate regole (dell’evidenza, di analisi e sintesi e di
enumerazione) e utilizza il dubbio come strumento per ottenere la verità. In particolare egli vuole ottenere verità
evidenti, chiare e distinte.
Egli parte dicendo che non si deve fidare di nulla, inizialmente non c’è niente di evidente, chiaro e distinto, tutto
va messo in dubbio, ma proprio tutto quanto, il suo dubbio raggiunge livelli iperbolici. Egli afferma di non
potersi fidare dei sensi, poiché l’evidenza sensibile inganna (es. nei sogni ci sembra di sentire, vedere, toccare
cose che in realtà non ci sono).
Le verità sensibili dunque non sono chiare e distinte, ma nemmeno le verità non sensibili - aritmetiche e
matematiche - sono evidenti: ipotizzando l’esistenza di un genio o di un dio ingannatore che ci fa credere che 2
più 2 faccia 4, nemmeno queste verità sarebbero evidenti. Quindi devo respingere anche la verità assoluta delle
matematiche, perché non è a prova di ogni dubbio.
Allora cosa rimane?
C’è un principio, un “fundamentum inconcussum”, una verità autoevidente, chiara e distinta sulla quale
possiamo costruire il nostro ragionamento, che non possiamo mettere in dubbio? SI! Il fatto che sto dubitando. E
cos’è il dubbio? Una forma di pensiero, un’attività, un’operazione mentale, una funzione. Sto pensando, è una
verità certa, è chiaro e distinto. Metto in discussione tutto, ma non posso mettere in discussione che sto mettendo
in discussione tutto. In effetti anche se esistesse un Dio ingannatore, questo avrebbe bisogno di qualcuno da
ingannare, di qualcuno che pensi in forma dubitante. Dunque:
“Ego cogito, ergo sum”: Penso e dunque esisto, sono.
Io sto pensando, quindi io esisto! Questa è la prima verità certa ottenuta. Esisto in quanto sto pensando, e dunque
esisto come “cosa pensante”, a questo punto posso essere certo di essere una attività pensante, non un corpo
fisico (non posso ancora dimostrare di esserlo). Sono una:
“Res cogitans”: una cosa pensante.
Cos’è una struttura pensante? È una struttura che dubita. Non è estesa, non è fisica, materiale, corporea . È una
struttura che conosce e che vuole, che sente, dubita, pensa.
A questo punto del percorso mi trovo in una sorta di guscio psichico, infatti l’unica certa è che sto pensando, mi
trovo in una condizione di “autismo psicologico” o SOLIPSISMO, quella dimensione che coincide con ciascun
soggetto individuale cosciente, che è costretto a stare dentro alla propria attività di pensiero (da solus (solo) e
ipse). Tuttavia voglio uscire da questa condizione, da questo “guscio”, poiché il mio obiettivo è fare un discorso
chiaro e razionale sul mondo. Come ne esco? Analizzando cos’è la struttura pensante, cosa penso e da dove
viene ciò che penso.
Le idee cartesiane
Ragioniamo su questo: che cosa pensa la res cogitans? Le IDEE!!
[Nota bene: il termine “idea”, che in greco significa “forma”, nel pensiero di Platone, Socrate o Tommaso
D’Aquino indicava un modello razionale, qualcosa di universale, di sommamente oggettivo, che esiste a
prescindere dal fatto che esista qualcuno che la pensi, esistono al di fuori delle menti umane.
Con Cartesio invece l’idea assume un nuovo significato: è qualcosa di soggettivo, psichico, qualcosa che ho in
mente, una nozione. Le idee sono contenuti psichici attenenti al guscio psichico che ognuno di noi è quando
pensa L’idea ha quindi un’esistenza intrapsichica. Da qui la deriva l’uso che ne facciamo oggi.]
In italiano è ambiguo tradurre il termine con “pensiero”, poiché pensiero si riferisce sia all’attività pensante (la
res cogitans; il thinking), sia a ciò che viene pensato (le Idee, i thoughts, l’effetto del processo).
Ora vediamo che origine hanno queste idee. Le conoscenze che abbiamo vengono dalle nostre idee, immagini
delle cose, abitano l’universo psichico del soggetto, diverso dall’oggetto (ovvero il mondo al di fuori).
Cartesio identifica 3 tipi di idee:
1- Idee avventizie: che arrivano, vengono da fuori (idea di montagna, di mela, idea di Parigi, cose del
mondo). Sono quelle di cui bisogna fidarsi di meno dal punto di vista gnoseologico, poiché ancora non
abbiamo dimostrato che ci che c’è fuori esiste.
2- Idee fattizie o fittizie: finte, fatte da me (es. idea di angelo ma chi ha mai visto un angelo?, idee di esseri
mitologici, idea di sirena).
NB: Da un punto di vista ideale non c’è alcuna differenza tra le idee, le idee fittizie non sono meno reali
delle altre in quanto sono tutte idee, la idea di sirena non è meno reale dell’idea di mela.
3- Idee innate: che ci sono dalla nascita, hanno a che fare on la nostra esistenza psichica dalle sue origini,
da quando siamo coscienti. Si tratta di tutte quelle idee che sembrano non venire da niente eppure
sembrano esserci già, idee innate (l’idea di cosa, di Dio, di pensiero, di causa, di principio, l’idea che il
triangolo ha 3 lati, che il punto non ha dimensioni). Si tratta di nozioni innate, non le ricaviamo da
nessuna parte.
NB: L’innatismo è un concetto che non ha inventato Cartesio ma Platone, con la sua teoria
dell’anamnesi. Sono idee che non serve dimostrare con l’esperienza, si sanno, si sentono, sono innate e
autoevidenti.
E’ una nozione adeguata, infatti anche oggi diciamo di essere per il 50% frutto dell’ambiente che ci
circonda, per il 50% del nostro patrimonio.
L’idea di Dio
Tra queste Idee, ce n’è una in grado di farmi uscire dal guscio psichico in cui mi trovo? C’è un’idea che sembra
essere diversa dalle altre? Si! L’idea di Dio! L’idea di nozione di “Dio” è idea di un ente sommo, il vertice
ontologico, ente perfettissimo, e anche se non la ricavi da nessuna parte è come un modello ideale che hai dentro.
L’idea di Dio è un’idea particolare. Analizziamola:
Realitas formalis: Da un punto di vista formale l’idea di Dio è un’idea come le altre (realitas formalis, abbiamo
detto che sul piano formale tutte le idee hanno lo stesso grado di realtà, così che l’idea di sirena non è meno reale
dell’idea di mela, che a sua volta non è meno reale dell’idea di Dio).
Realitas obiettiva: analizziamo però il contenuto dell’idea di Dio. Cos’è Dio? Cartesio riprende Anselmo, Dio è
l’ente sommo, perfetto e infinito (nel senso di perfetto, non esteso), Dio non è contenibile nella mia mente quindi
nemmeno in una definizione. Un’idea così grande che io ho già dentro di me da dove viene?
Secondo il principio di omogeneità causa-effetto, la causa deve essere ontologicamente omogenea con l’effetto,
nella causa ci deve essere almeno tanta realtà quanta ce n’è nell’effetto, se non di più (esempio: se un corpo è
mosso e va a velocità 40 km/h -l’effetto-, allora il corpo che lo ha mosso -la causa- dovrà andare ad almeno 40
km/h, se non di più. Oppure un corpo si scalda e arriva a 30 gradi -l’effetto-, il corpo che lo ha scaldato -la
causa- si troverà a 30 gradi o più). Applichiamo questo principio all’idea di Dio: l’effetto è l’idea di Dio, ossia
un’idea dal contenuto perfetto, infinito, sommo. La causa è ciò che ha creato l’idea di Dio, ciò che risponde al
quesito “da dove viene l’idea di Dio?”. Secondo il principio sopra enunciato, la causa dell’idea di Dio deve
contenere almeno tanta realtà quanta ne contiene l’idea di Dio, deve dunque essere qualcosa di infinito, perfetto,
sommo, se non di più. La causa dell’idea di Dio deve esistere con lo stesso grado di realtà, se non di più, con cui
è reale nella mia mente.
Posso concludere dunque che l’idea di Dio non può provenire da me (che sono finito e imperfetto), ma da
qualcosa di esterno che sia infinito e perfetto…ossia, per definizione, Dio stesso! Dio esiste! Lo posso affermare
in modo chiaro e distinto, non esisto solo io che penso, c’è anche Dio.

Dall’esistenza di dio all’esistenza del mondo


Cartesio ha provato l’esistenza di Dio. Egli utilizza l’idea di Dio come una sorta di “ponte satellitare”: la sua
esistenza garantisce anche l’esistenza del mondo. Cartesio afferma infatti che un Dio così perfetto non può
ingannare, non può far credere che 2+2 non sia uguale a 4, né che la montagna che vedo non sia veramente lì.
Quest’idea di Dio a cui sono arrivato con il pensiero non può ingannarmi, sarebbe un assurdo, perché dio è
perfetto e ingannare è sintomo di imperfezione. Ho la garanzia dell’esistenza di Dio al di fuori di me, e quindi
anche dell’esistenza di tutto il resto, del fatto che tutto il resto non possa essere un inganno. Le montagne, le cose
del mondo esistono. Cartesio l’ha dimostrato analizzando e sintetizzando nozioni chiare e distinte (seguendo
dunque il metodo). Partendo dal mettere tutto in dubbio, Cartesio arriva ad un triangolo: Dio, io, il mondo.

Il dualismo cartesiano
Il mondo dunque esiste. Cos’è il mondo? La RES EXTENSA. (Confronto con Aristotele: anche Aristotele
diceva soma\psiche, Cartesio però è il primo a distinguere nettamente tutto ciò che è corporeo da tutto ciò che è
mentale. Spacca in due). Si parla di dualismo cartesiano, egli infatti distingue:
 Res cogitans: il soggetto, l’essere pensante, il quale conosce e desidera. Che cosa? Le idee. Un “io” che
pensa; è immateriale, non ha niente a che fare con lo spazio. L’attività psichica è caratterizzata dal
conoscere, dal sentire, dal percepire. Cosa sentiamo? Secondo Cartesio i qualia: dimensione ultima e
irriducibile della realtà psichica quando percepisce, qualcosa di completamente soggettivo. Dunque c’è
un fondo nel pensiero. (Nessuno può sapere esattamente quello che sento io, si può ipotizzare, ma tutti
sentiamo cose diverse quando percepiamo cose come il rosso, una temperatura, la sete…).
 Res extensa: l’oggetto, la realtà fisica, estesa, limitata, misurabile. Analizziamola meglio:
La RES EXTENSA
Il mondo è spazio pieno e omogeneo! Se uso, evidenza, analisi, sintesi, enumerazione, concludo che il mondo è
spazio, pieno e infinito. Per parlare del mondo è necessario dare delle coordinate: ogni cosa è collocabile in un
piano cartesiano. Tutto ciò che riguarda la collocazione spaziale, espresso con coordinate e unità di misura, è
vero. Per parlare in modo scientifico, chiaro e distinto del mondo bisogna parlare di lunghezza, larghezza,
profondità, collocazione spaziale e unità di misura. Il resto (la “tazza”, il “gatto”) è oscuro, confuso e soggettivo
(per esempio per me il gatto è piccolo e peloso, per un acaro è una montagna). La realtà esiste, bisogna solo
distinguere ciò che è (caratteristiche quantitative) da ciò che appare (caratteristiche qualitative), per affermare
cose vere e scientifiche devo utilizzare un linguaggio quantitativo e matematico. In questo modo si indaga la
natura per ciò che è.
Esistono corpi come alberi e montagne e gatti, ma vanno ridotti a spazio, misure, quantità, aggregazioni
temporanee di materia spazialmente intesa che fanno parte di un’unica realtà estesa e omogenea e non vuota.
I corpi sono dunque aggregazioni, Cartesio è corpuscolarista, ma non accetta l’indivisibilità dell’atomo.
Cartesio introduce anche il concetto di impenetrabilità dei corpi (non posso mettere un sasso dentro un sasso).
Con Cartesio si cambia prospettiva, si passa ad una concezione di universo infinito. Noi possiamo uscire dalla
dimensione psichica per studiare le cose del mondo, che per Cartesio sono spazialmente intese. Se la natura
infatti è costituita da materia spazialmente descrivibile, chiara e distinta, impenetrabile, allora può essere
spiegata.
La natura è materialità, impenetrabilità, corpuscolarità, aggregazione, ma anche movimento: all’interno dello
spazio c’è il movimento, è evidente, non si può negare. Le cose si muovono con un moto vorticoso, quindi
possono aggregarsi e disgregarsi. Nella realtà non esiste il vuoto, tutto si muove con un moto fluido, con dei
vortici (come i mulinelli dell’acqua), la realtà è uno spazio fluido riempito da corpuscoli.

Dunque, ci sono 4 enti: l’attività pensante (res cogitans), il mondo (res extensa), Dio (pensiero, produce
estensione. Qualcosa di a sé stante) e l’uomo (unione di pensiero e estensione)

RIASSUNTO DELLE MEDITAZIONI METAFISICHE (appunti presi leggendo)


Le meditazioni sono 6 (una al giorno, il settimo riposo)

PRIMA MEDITAZIONE
Metto tutto in dubbio. Tutto quanto, corpo, movimento, luogo, il fatto di avere mani, anche verità matematiche,
potrei stare sognando, potrebbe esserci un genio maligno che mi inganna.

SECONDA MEDITAZIONE
Proseguo su questo cammino, metto tutto in dubbio e sono alla ricerca di qualcosa che sia invece certo e
inconcusso, che non possa essere messo in dubbio. Forse l’unica cosa certa è che non c’è nulla di certo...
eppure, non è forse vero che sono qualcosa? se mi sono convinto che tutti sia dubbio, IO però devo esistere, se
no non potrei essere convinto di qualcosa. Se c’è davvero un dio che mi inganna, però inganna ME, e dunque io
esisto. mi sono convinto che non esiste mondo, terra, cielo, corpo, eppure io di certo esisto, se no non sarei
convinto di queste cose, se no non starei PENSANDO. Io penso, quindi io esisto.
Io necessariamente sono. Bene. Quindi io sono, io esisto. Ma...cosa sono io?
Prima ero convinto di essere un animale razionale con tutte le parti del corpo (mani gambe ecc), che si nutre, si
muove, sente, pensa. Ora però che ho messo tutto in dubbio non posso dire che queste caratteristiche esistono,
non ho ancora dimostrato l’esistenza di corpo movimento ecc quindi non posso basare su esse l’esistenza di me.
C’è qualcuna di queste caratteristiche che esiste necessariamente, che non dipende dal corpo che ho messo in
dubbio? SI! il pensare! l’unica cosa che non può svellarsi da me. Sono questo: una cosa che pensa, che dubita,
intende, afferma, nega.
n. b.: i corpi sono percepiti per il fatto che si intendono con l’intelletto

TERZA MEDITAZIONE
Esiste dio? E se esiste, può essere un dio ingannatore?
Le idee sono immagini delle cose (oltre alle idee ci sono altri pensieri, come volontà e giudizi).
Le idee considerate in se stesse sono tutte vere, anche se sono immagini di cose false. Esempio: l’idea di capra è
vera quanto l’idea di chimera, le sto immaginando entrambe.
Le idee si dividono in
- Avventizie (sento un rumore, vedo il sole). Cosa mi fa credere che vengono da fuori? l’istinto, il fatto
che non dipendono dalla mia volontà, sembrano stimolate dall’esterno. Tuttavia non trovo evidenza certa
che mi garantisca che al di fuori di me esistano le cose (sole, montagne...) di cui le idee avventizie sono
immagini. Infatti queste idee potrebbero venire da qualche mia facoltà interna, o da cose diverse da me
ma tuttavia molto diverse dalle idee che ho. Quindi non posso ottenere verità certe su ciò che esiste oltre
a me basandomi solo sulle idee avventizie.
- Innate (es: cos’è una cosa, cos’è un pensiero. vengono dalla mia natura)
- Fittizie (cioè fatte da me, es sirene, ippogrifi)
Le idee come modo di pensare sono tutte vere allo stesso modo, tuttavia quelle che rappresentano sostanze
contengono più realtà oggettiva, rappresentano più gradi di essere e di perfezione di quelle che sono immagini di
accidenti. Inoltre, l’idea che rappresenta Dio (sommo perfetto infinito onnipotente creatore ecc) ha in sé più
realtà oggettiva di quelle delle altre sostanze.
La causa di una cosa deve possedere almeno quanta realtà e perfezione vi è nell’effetto se non di più, dunque
l’idea di Dio, infinito e perfetto, non può provenire da me: la realtà oggettiva dell’idea di dio è troppo grande
perché io ne sia la causa, non posso essere io la causa di questa idea. Dunque non sono solo... oltre a me (che
penso) esiste dio! Nelle idee delle altre cose (le idee delle cose corporee, inanimate, di animali e uomini) non c’è
niente di così grande da far si che non possano venire da me stesso.
Tra queste idee, quelle che percepisco chiaramente e distintamente sono: LUNGHEZZA, LARGHEZZA
PROFONDITÀ, SITO, FIGURA, MOVIMENTO (sono in me ma non formalmente, sono modi della sostanza)
sostanza, durata, numero (maturano dall’idea di me stesso) (pag 65) Il resto (luce colori suoni odori caldo freddo
qualità) sono confuse e oscure, non so se rappresentano cose vere o false. Vengono da me stesso
Prove dell’esistenza di dio:
1)L’idea di dio, chiara e distinta, di sostanza infinita, non può venire da me che sono una sostanza finita. è più
perfetto dio di me. è possibile che l’idea di dio venga da me, dalla mia conoscenza che si accresce? magari tutte
le perfezioni che attribuisco a dio sono in realtà potenzialmente in me? no. non può essere. perché la mia
conoscenza non sarà MAI infinita e perfetta in atto come dio. l’idea di un ente più perfetto di me deve
necessariamente venire da un ente più perfetto di me.
2)Potrebbe essere che dio non esista? ma io se dio non esistesse da chi proverrei? da me stesso magari, ma non è
possibile pervhe in quel caso non dovrebbe mancarmi nulla e dovrei essere perfetto ma non lo sono. in oltre non
ho la forza di fare in modo di continuare a esistere, quindi dipendo da qualcosa di diverso da me. vengo da
un’altra causa, o da una serie di cause, ma poiché non c’è regresso all’infinito arriverò a una causa ultima che è
dio
ma come ha fatto dio a mettere in me l’idea di dio? è un’idea innata, non che percepisco coi sensi. è come un
marchio di fabbrica che dio, l’artefice, imprime in me.

QUARTA MEDITAZIONE
è impossibile che dio mi inganni, perché l‘inganno e sintomo di imperfezione e dio e perfetto. Dio mi ha dato la
facoltà di giudicare, tuttavia io mi posso sbagliare. Le mie facoltà di intendere, ricordare, immaginare, sono tutte
limitate e deboli. Ma ho una facoltà simile a quella di dio: è la volontà, il LIBERO ARBITRIO. La facoltà del
volere di per se è amplissima e perfetta, io sono pienamente libero. Se a volte sbaglio è perché uso questa facoltà
in modo scorretto, volendola estendere anche a quelle cose che non intendo, volendo giudicare anche su ciò che
vedo in modo oscuro e non chiaro e distinto (la facoltà del volere/libero arbitrio infatti si estende in maniera più
larga della facoltà del l’intendere/intelletto). Quando utilizzo la volontà solo per le cose che conosco in modo
chiaro e distinto non erro. inoltre quando si tratta di cose che non conosco in modo chiaro posso comunque
astenermi dal giudizio.
QUINTA MEDITAZIONE
Le idee riguardanti le cose materiali che sono chiare e distinte sono: quantità, estensione secondo lunghezza,
larghezza, profondità. un’altra prova dell’esistenza di dio: pag 101
Tutte le cose che percepisco come chiare e distinte sono necessariamente vere. Me lo garantisce dio.

SESTA MEDITAZIONE
La realtà estesa esiste, è la natura corporea, in cui sono contenute formalmente le cose contenute oggettivamente
nelle idee. Credo che molte idee vengano da cose corporee, e visto che dio non è fallace queste cose corporee
devono esistere. Forse non esistono esattamente come le comprendo, visto che in parte la comprensione dei sensi
è oscura e confusa, ma in esse vi sono cose che distinguo chiaramente. Le cose che imparo dalla natura hanno un
fondamento vero, il corpo esiste, e sono congiunto con esso: sento dolore quando il corpo è ferito, fame e sete
quando il corpo ha bisogno di cibo e acqua. sono fatto da corpo e spirito, che sono molto diversi tra loro. Lo
spirito è indivisibile, il corpo è divisibile. Lo spirito non è colpito da tutte le parti del corpo ma solo dal cervello,
in particolare dalla ghiandola pineale. I sensi possono sbagliare, l’uomo è limitato, ma solitamente indicano la
verità, i dubbi iperbolici dell’altro giorno sono ridicoli. Inoltre è possibile distinguere il sonno dalla veglia:
mentre sono sveglio ho molta più memoria, non appaiono nè scompaiono cose che non so da dove vengano
come nel sonno.

LE PASSIONI DELL’ANIMA, “Les passions de l’ame”


In questa opera del 1649 Cartesio si occupa degli esseri viventi, di anatomia, fisiologia e molto altro, ma in
particolare si concentra sul problema del legame tra mente e corpo, e cerca di capire come possano comunicare
due realtà tanto diverse all’interno dell’essere umano, che le possiede entrambe. Il corpo è res extensa, mentre
l’anima è res cogitans, conosce, vuole, sente. Cartesio riconosce che per sentire è necessario il corpo, quindi è
costretto ad affrontare il problema del rapporto tra corpo e anima. Queste realtà devono in qualche modo
comunicare.
Un nuovo modello di uomo e di natura
Secondo Cartesio solo gli uomini sono res cogitans, le loro menti sono tanti singoli punti nello spazio. Mentre
per Aristotele animali e piante erano animati, per Cartesio no. Per Cartesio gli animali sono solo ingranaggi,
macchine che rispondono a stimoli. L’universo non è pieno di viventi, non c’è più il cosmo. L’universo è solo
spazio (come già intuiva Galileo). Animali e natura fanno parte della res extensa. Prima la natura era piena di
vita, ora invece le altre cose naturali sono solo macchine.
Uomo: unicum in natura. L’uomo è dunque solo, l’unico a poter sentire e pensare. Nasce dunque un nuovo
modello di uomo, l’essere umano è il solo a sentire e percepire il cosmo infinito, è un punto nell’infinito spazio,
è solo e insignificante. Si può reagire con esaltazione, poiché da un lato l’uomo viene elevato (è unico rispetto a
tutta la natura, esaltazione del soggetto, domina la natura) ma anche con angoscia e disperazione, in quanto
l’uomo è incredibilmente solo davanti all’infinito.

Mente e corpo
L’uomo è un nodo cosmico (cit. Shopenhauer, filosofo tedesco), in cui mente e corpo entrano in contatto.
Ma come? Come fa l’uomo a sentire il mondo?
Cartesio si pone il problema. Studiando anatomia aveva scoperto l’epifisi, la ghiandola pineale (una ghiandola
del sistema endocrino che secerne ormoni. Secondo Cartesio, che aveva anche disegnato tavole anatomiche, è
l’unica ghiandola a non essere doppia e dunque rappresenta la sintesi) e l’aveva identificata come il punto
interno all’organismo in cui mente e corpo si incontrano e comunicano, il punto di compenetrazione tra le due
realtà. Come in una sorta di sistema nervoso centrale in cui arrivano spiriti/fluidi corporei sempre più sottili fino
a incontrare la mente. La visione è un flusso corpuscolare, le percezioni si uniscono e affluiscono nella ghiandola
pineale, dove raggiungono l’anima.
La sua teoria tuttavia non è convincente, anche Cartesio stesso ha molte perplessità, perché se l’anima non è
estesa, allora non può essere ubicata in un corpo, né può essere collegata in modo anatomico a esso. L’anima non
ha niente a che fare con il corpo. Allora come fare? Cartesio non riesce a trovare una risposta definitiva al
problema, non si sa bene come spiegare l’uomo (molto complesso), è tuttavia convinto che esista un
collegamento tra anima e corpo, poiché tutti sentiamo. Afferma che è evidente che esistono materia estesa e
sostanza pensante, esiste l’uomo che è l’incontro tra i due, e poiché l’anima ha bisogno di sentire serve
necessariamente un punto di incontro tra mente e corpo. Poiché l’uomo sente, deve anche avere consapevolezza
di sentire: il corpo sente con gli organi di senso, e l’anima è consapevole di star sentendo. Il nostro corpo è una
macchina (come piante e animali) che funziona con stimoli e risposte, controllato però, in qualche modo
(ghiandola?), dall’anima.
Prima della dottrina della ghiandola Cartesio aveva proposto un’altra soluzione, nei “Principi della filosofia”,
dicendo che corpo e anima coesistono come peso e massa, l’anima è coestesa al corpo, però nemmeno questa
teoria lo aveva convinto.
La coscienza
L’uomo ha una coscienza compresente in lui dall’origine, ma non si sa bene cosa sia. Ancora oggi non riusciamo
a dire in modo appropriato cosa sia la coscienza. Quindi anche oggi convivono nell’uomo due dimensioni
difficilmente comunicanti.

E Dio?
In questa opera Cartesio non parla di Dio, poiché la spazialità pura non ha bisogno di una mente. La dimensione
teologia è molto ridimensionata, non assume grande importanza. In effetti anche nelle Meditazioni Metafisiche
Cartesio ha dimostrato l’esistenza di Dio a partire dall’ io…dunque prima l’IO, poi, in secondo luogo, DIO.
Quindi anche da questo punto di vista sembrava un pazzo per l’epoca, bestemmiatore, tuttavia essendo cauto e
prudente lascia un po’ da parte questo problema.