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SOCRATE E LA CULTURA DEL DIALOGO

Socrate pur condividendo con la sofistica il nuovo interesse per l’uomo e per la
parola, si distingue da loro per un’attenzione particolare che ha per i valori
dell’interiorità e per la ricerca della verità.

IL CONTESTO IN CUI VIVE E OPERA DI SOCRATE

Socrate visse in un momento storico molto difficile, dove vi era un diffuso


malcontento e di conseguenza le classi conservatrici erano ostili alla sofistica e ai
filosofi in generale.

Un esempio di questa diffidenza verso la filosofia, è la commedia LE NUVOLE DI


ARISTOFANE (450-385 a. C.), dove Socrate viene rappresentato come un
personaggio strano, dedito a inutili ricerche naturalistiche, che filosofeggia giocando
con le parole e creando strani concetti nella sua scuole, IL PENSATOIO.

Alla fine della commedia un cliente deluso, in quanto non ha appreso da Socrate né
nuove conoscenze, né una nuova arte , incendia il pensatoio.

Questa scena in un certo senso rappresenta il dramma di Socrate, uomo giusto e


saggio che nel 399 a C sarà condannato a morte dal tribunale di Atene. Questa
vicenda è di fondamentale importanza per la filosofia. Per capire il processo a
Socrate, bisogna interrogarci sul personaggio, sul suo carattere e sulla sua moralità.

Per nessun altro filosofo, possiamo parlare di una totale compenetrazione tra
pensiero e vita, azione e filosofia, privato e pubblico: per tale motivo Socrate è il
filosofo per eccellenza.

LA VITA

Socrate nacque ad Atene nel 469 a.C. fu educato come un giovane benestante
frequentando le palestre e coltivando la musica e la poesia.

Fu un cittadino esemplare, combatte nella battaglia di Potidea (432 a. C.) dove si


distinse per aver salvato Alcibiade ferito e per aver sopportato i dolori della guerra e
del freddo. Si sposò con Santippe, una donna rappresentata dalla storia come
rissosa e insopportabile, dalla quale ebbe 3 figli. Ad Atene si distinse per la sua
attività di educatore dei giovani. Era quindi un uomo serio ed equilibrato.

Nel 404 quando al potere vi erano i trenta tiranni, Socrate si oppose al volere di
Crizia, un giovane aristocratico che gli comandava di arrestare un innocente del
partito democratico.

Caduti i Trenta nel 403 e ritornati al potere i democratici con il generale atenese
Trasibulo, Socrate venne condannato a morte con la duplice accusa di misconoscere
gli dei tradizionali della città, introducendo divinità nuove e di corrompere i giovani:
era il 399 a. C.

Socrate non scrisse nulla, di lui abbiamo molte testimonianze indirette come quelle
del suo discepolo Platone o di altri seguaci.

UNA FIGURA STRAORDINARIA

Non abbiamo testimonianze dirette su Socrate ma solo indirette soprattutto da


Platone suo discepolo che può considerarsi il più attendibile interprete del pensiero
del suo maestro.

Nei DIALOGHI di Platone le idee e la personalità di Socrate sono descritte in modo


molto dettagliate.

Socrate è anche il protagonista di altri scritti, DETTI DISCORSI SOCRATICI, composti


da vari suoi seguaci come Antistene Senofonte, in cui troviamo notizie sulla vita e
sul pensiero di un uomo visto come una persona fuori dall’ordinario.

Ci sono pervenute brevi considerazioni nella Metafisica di Aristotele vissuto parecchi


anni dopo, che presenta Socrate come scopritore di concetti e teorico della virtù
come scienza..

Da tutte queste fonti capiamo molto di Socrate anche dell’aspetto fisico, del suo
pensiero e della sua vita dedicata all’educazione dei giovani.

Fisicamente era basso, con la pancia il naso camuso, gli occhi sporgenti, ma aveva un
animo eccellentemente bello e nobile, coraggioso e forte. In guerra era coraggioso e
faceva lunghe marce a piedi nudi sulla neve e lo stesso coraggio egli lo dimostrerà
con i suoi accusatori nel processo in cui sarà condannato a morte, scegliendo di
sacrificare la propria vita pur di non andare contro alle leggi della città.
IL PROCESSO E LA CONDANNA DI SOCRATE

Perché Socrate fu condannato a morte?

Gli studiosi hanno cercato di rispondere a questo interrogativo individuando le


cause nel delicato periodo della vita politica di Atene. Finito il governo di Pericle,
Atene dovette subire la dittatura dei Trenta tiranni e alla loro caduta, il ritorno di un
governo democratico.

Socrate fu condannato a morte proprio durante il periodo della restaurata


democrazia, la quale però era fragile. Fu condannato in un periodo in cui il potere
avvertiva come una grave minaccia le critiche di un personaggio come Socrate.
Veniva visto come una persona che destabilizzava i nuovi equilibri politici. Accuse
ovviamente ingiuste perché Socrate aveva apertamente criticato il governo
tirannico.

Socrate fu accusato e riconosciuto colpevole di non onorare gli dei della sua città,
anzi di aver importato nuove divinità e di aver corrotto i giovani. Accuse che in realtà
nascondevano la forte preoccupazione del nuovo governo di un personaggio che
poteva minare le basi già deboli della politica. Inoltre vi era un sentimento di
rancore e ostilità verso gli intellettuali, i filosofi venivano considerati responsabili
dello stato di crisi. Infatti Socrate fu condannato dalla maggioranza di una giuria
popolare composta da 500 persone.

LA MORTE COME EMBLEMA DI COERENZA SPIRITUALE

Se Socrate avesse accettato di andare spontaneamente in esilio la sentenza forse


non sarebbe stata emessa. La condanna fu eseguita solo un mese dopo perché il
giorno precedente la data stabilita per l’esecuzione era partita la nave per le feste di
Delo e nessuna condanna a morte poteva essere eseguita finchè la nave non fosse
tornata indietro. Socrate trascorse tranquillamente in carcere quel periodo di attesa,
parlando con gli amici e rifiutandosi di evadere. L’ultimo giorno al tramonto bevve
con serenità la cicuta. La morte di Socrate può essere interpretata come la fine di
un’esistenza vissuta con rigore morale e perfezionamento interiore.

UNA VITA DEDICATA ALLA RICERCA

Per capire il senso filosofico della morte di Socrate bisogna ripercorrere il suo
itinerario spirituale. A questo proposito a Platone ha lasciato la apologia di Socrate
scritta poco prima del 395 A.C ed è un racconto del processo del 399. L’opera inizia
con il responso dell’oracolo di Delfi, che indica in Socrate l’uomo più saggio. Socrate
inizia la sua ricerca recandosi presso un uomo politico importante, con lui ha una
conversazione e da questa capisce che l’uomo si ritiene molto saggio, ma in realtà
non lo è. Socrate continua la sua ricerca rivolgendosi ai poeti, artigiani e alle persone
più importanti. Ognuno di loro conosce qualcosa della propria arte ma ignora tutto il
resto. Socrate quindi si sente di dover mettere in risalto questa ignoranza e per
questo motivo viene odiato.

Il risultato dell’indagine è chiaro: Socrate è il più saggio perché sa di non sapere


mentre gli altri si vantano di sapere ogni cosa.

Socrate per questo si sente di avere una missione divina: svegliare gli uomini dal
torpore spirituale. Molto probabilmente Socrate è stato condannato anche per aver
costretto gli uomini a dubitare delle loro certezze. Il governo democratico non
poteva gradire un uomo come Socrate che metteva in dubbio le verità e la stessa
religione, per affermare una nuova libertà e una nuova cura, quella dell’anima.

LA NECCESSITA’ DI DEFINIRE I TERMINI

Chiunque parlava con Socrate veniva trascinato dalle sue parole tanto da mettere in
discussione la propria vita. Socrate quindi metteva in crisi coloro con cui parlava.
Socrate rivolgeva una domanda semplice: ti sei mai chiesto cosa sono il bene, il
rispetto, la sanità, la religione, il coraggio eccetera? Socrate non formulo concetti
universali ma il suo scopo era da un lato di mostrare che coloro che pensavano di
essere sapienti in realtà non lo erano in quanto non conoscevano a fondo quello di
cui parlavano, dall’altro quello di arrivare ad una definizione dell’argomento
trattato.

IL METODO SOCRATICO

Il metodo adottato da Socrate si componeva di due momenti fondamentali: uno


critico e negativo IRONIA, l’altro costruttivo e positivo MAIEUTICA.

IRONIA: Socrate chiedeva ai suoi interlocutori di pronunciarsi su un tema, ascoltava


la risposta e mostrava di accettarla come valida. Egli dichiarava di non conoscere
questo argomento, sostenendo che il suo interlocutore poteva mostragli la sua
scienza con discorsi chiari però, risultava chiaro che anche l’interlocutore al pari di
Socrate non sapeva realmente quello di cui si stava parlando. In questo modo
l’ignoranza di Socrate è uno strumento efficace per dimostrare l’ignoranza degli
altri.

Poi subentrava il momento MAIEUTICO: il cui fine era quello di far capire sempre
l’importanza della verità.

Per spiegare la sua filosofia si paragonava al mestiere della mamma che era una
levatrice con la differenza che Socrate aiutava a partorire non i corpi ma le idee per
questo il suo medico veniva detto MAIEUTICO (arte della levatrice).

Il compito di Socrate era esaminare e mettere alla prova i giovani in modo da capire
se avevano pensieri giusti e il contesto in cui lo faceva era quello del dialogo tra
amici. Perché funzionasse ci doveva essere fiducia reciproca e l’aspirazione alla
verità

LA CONVERSAZIONE FILOSOFICA

Socrate quindi invitava a ragionare. Proponeva un tipo do conoscenza che si trovava


nella propria anima e che portava alla consapevolezza dei propri limiti.

Egli intendeva l’istruzione uno strumento per aiutare a riflettere e a trovare una
soluzione personale ai problemi.

Vi è un forte ottimismo. Per Socrate, chi sa ascoltare la voce dell’anima, non può
evitare di raggiungere la conoscenza del bene e quindi di praticare la virtù.

LA NUOVA CONCEZIONE DELLA VIRTU’

Il concetto di virtù ora tende ad avere un carattere più generale. Nella società
guerriera la virtù era il coraggio, nel V secolo la virtù diventa più complessa. Si parla
sempre di virtù in relazione all’artigiano che sa costruire bene un tavolo per
esempio, ma vi è l’esigenza di trovare una virtù di carattere superiore, Secondo
Socrate le singole virtù non bastano per realizzare una vita soddisfacente, è
necessario avere una visione unitaria della virtù che si identifica con la filosofia,
ossia un vero e proprio stile di vita.

LA VIRTU’ E’ CONOSCENZA
Socrate afferma che chi conosce il bene non può commettere il male, ritenendo che
la virtù morale deriva dalla consapevolezza del bene. Un’azione giusta è frutto di
una giusta conoscenza, una azione immorale è frutto di un errore e da ignoranza.

Questa dottrina risulta difficile da accettare e per questo Socrate sembra


paradossale ovvero contro le opinioni correnti. La posizione di Socrate veniva
classificata con la formula dell’intellettualismo etico, in riferimento al suo pensiero
complesso.

Socrate era un uomo rigoroso ed equilibrato, tanto da non avvertire il conflitto tra
ragione e istinto. Infatti nella sua vita non c’è compromesso, dimostrato quando i
suoi amici lo invitano a fuggire dal carcere per evitare la morte, ma lui rifiuta. Inoltre
rispetta le leggi anche se ingiuste, chi non le rispetta contribuisce alla rovina della
comunità e di se stesso. Secondo Socrate chi si rende conto del male non può
seguirlo.

Per la sua integrità morale Socrate sostiene che la virtù è conoscenza, cioè un sapere
che continua a ricercare e a riflettere su ciò che è bene fare per se stessi e per la
comunità. Quindi bisogna comportarsi sempre in modo consapevole dopo aver
dialogato con la propria anima per capire ciò che è giusto in quella particolare
circostanza.

LA VIRTU’ COME OBIETTIVO DELLA FILOSOFIA

La natura della virtù dunque è la conoscenza del bene e la virtù è unica. Ogni qualità
umana può essere considerata virtù solo in riferimento a quella circostanza ed è la
ragione che permette di capire il bene di quel momento.

Quindi la virtù può essere insegnata in quanto coincide con la scienza del bene e del
male. La virtù diventa l’obiettivo principale della filosofia intesa come realizzazione
della ricerca razionale che può guidare le azioni degli uomini.

LA CURA DELL’ANIMA

Per i filosofi prima di Socrate la psiche equivaleva all’ultimo respiro della persona
che sta morendo. Per Eraclito era energia vitale. Solo con Socrate psiche diventa
anima, cioè vita interiore. L’anima è la dimensione più profonda dell’uomo è la sua
personalità morale: l’uomo guardandosi nell’anima scopre quello che giusto fare.
Socrate diceva di sentire nella sua anima un demone, che nei momenti più
importanti della sua vita gli diceva cosa doveva evitare di fare.

Il demone di Socrate è stato spiegato dai critici come la voce della coscienza etica
dell’uomo o come una guida interiore divina.

Socrate vede nella cura dell’anima la più importante attività dell’uomo. L’azione
malvagia rende l’uomo cattivo e infelice. Quindi secondo Socrate il vero male è la
morte dell’anima.

Platone nel dialogo Fedone, ci racconta l’ultimo giorno di vita di Socrate mentre
attende la morte, è calmo e sereno. Egli consola gli amici dicendo che il vero Socrate
andrà a vivere in un luogo dove non vi sono problemi materiali.

Con Socrate vi è la prima concezione dell’anima come centro della personalità


morale dell’uomo. La cura dell’anima si realizza con la ricerca senza fine che si
interroga sempre sul bene.

PLATONE

LA VITA E LE OPERE

Platone nasce ad Atene nel 427 a.C. da una famiglia aristocratica, con discendenza
dal re Codro, ultimo sovrano di Atene. Il suo vero nome era Aristocle, il soprannome
Platone sembra derivare dalla sua costituzione robusta. Nel 408 conosce Socrate di
cui diviene amico e discepolo.

Compie molti viaggi, tra cui quello a Siracusa in Sicilia, per convincere i governanti
della regione a seguire le sue idee

Il primo soggiorno a Siracusa avviene nel 388 a. c. presso Dionigi il Vecchio. Qui
conosce Dione parente del tiranno con cui stringe una forte amicizia. Ma il viaggio
non ha gli esiti desiderati, Platone è osteggiato dal tiranno e solo dopo tante
peripezie riesce a tornare ad Atene. Ad Atene fonda nel 387 a. C. una importante
scuola filosofica, l’Accademia, che rappresenterà la più grande istituzione culturale
dell’antichità greca fino al 529 a. C, data della sua chiusura fatta dall’imperatore
Giustiniano.
Nel 367, chiamato da Dione, Platone torna a Siracusa, dove cerca di convincere
Dionigi il Giovane a seguire le sue idee.

Nel 361 ormai vecchio compie l’ultimo viaggio a Siracusa che ancora una volta ha
l’esito sperato.

Platone muore ad Atena all’età di 80 anni nel 347 a.C. lasciando un vasto patrimonio
di opere.

LA FONDAZIONE DELL’ACCADEMIA

Il nome accademia deriva dal luogo in cui la scuola fu fondata nel 387 a.C. ovvero il
parco dedicato all’eroe greco Accademo.

Qui sorgevano il santuario dedicato alle Muse e gli edifici in cui si radunavano
insegnanti e allievi.

Dal 387tutta l’attività di Platone si concentrò all’interno della scuola che era un
centro di ricerca scientifica.

L’Accademia era un’associazione religiosa dedicata al culto delle Muse, ma


soprattutto un importante luogo di studi, con una biblioteca e con materiale
didattico e scientifico, dove molti giovani aristocratici di Atene si dedicavano alla
ricerca .

Platone teneva le sue lezioni creando dibattiti molto ampi.

L’istituzione rimase attiva fino al 529 d. C quando fu chiusa da Giustiniano.

LE NUOVE FORME DELLA COMUNICAZIONE FILOSOFICA: IL DIALOGO

Per Platone l’esistenza della filosofia è rappresentata dal modello socratico che si
basava sull’indagine condivisa e quindi le sue opere hanno forma DIALOGICA. E’ la
miglior forma letteraria per esprimere l’idea della verità come ricerca continua e
interpersonale che non può essere racchiusa in un sistema chiuso e definito. Per
Platone come anche per Socrate l’indagine filosofica procede con lentezza e fatica
per poi progredire grazie agli sforzi di tutti i filosofi ma non giunge mai al possesso
totale della verità. Solo attraverso un’interrogazione rigorosa si può imparare la
scienza. I dialoghi platonici sono formati da personaggi che esprimono ognuno una
propria opinione dove conversano tra loro, si fanno domande e danno risposte,
manifestano, fanno un differente punto di vista su un tema comune. Le varie
prospettive sono esaminate alla luce della ragione filosofica in modo da prevenire a
una definizione su cui tutti possono essere d’accordo. I dialoghi platonici si
propongono di raggiungere una conoscenza autentica e sono sorretti da una
struttura logica rigorosa. Le caratteristiche essenziali dei dialoghi possono essere
anche riassunte in:

- INTERLOCUTORI: sono persone ben identificate anche in numero definito e


limitato al contrario dei sofisti dove si trovava un uditorio vasto e indistinto.
- LA FINALITA’: dei dialoghi è la ricerca della verità perseguita con metodo e
rigore razionale a differenza dei sofisti che tendevano a confutare le tasi
avversarie e a convincere gli interlocutori della bontà della propria posizione
mediante argomenti sottili.
- INFINE LA PROCEDURA ESPOSITIVA: I dialoghi erano discorsi brevi con
domande e risposte rapide in contrasto con i lunghi ragionamenti dei sofisti.

IL RUOLO DEL MITO

Platone nelle sue opere sa mischiare sapientemente le parti concettuali con quelle
narrative. Platone inventa, trascrive e rivede i miti. Il mito platonico ha una duplice
funzione:

- In anzi tutto serve per comunicare in modo più intuitivo dottrine molto
difficili.
- Poi viene utilizzato per alludere a realtà che vanno al di la dei limiti
dell’indagine razionale a cui crede fermamente ma che non ha modo di
dimostrare in modo rigoroso attraverso la ragione filosofica.

Il mito in Platone gioca sia su un ruolo didattico sia su una funzione filosofica.
Quest’ultima è di grande importanza perché serve a Platone per supportare la
ragione nella trattazione dei grandi temi metafisici come ad esempio
l’immortalità dell’anima oppure l’origine dell’universo dove la riflessione
razionale non può arrivare ed è per questo che il mito viene in soccorso con la
forza persuasiva della sapienza tradizionale. L’opera platonica può risultare
difficile da interpretare perché non sempre si riesce ad individuare un confine
netto tra i due linguaggi quello filosofico e quello del mito. Ma è per questo che
si diffuse nel tempo.
LA TEORIA DELLE IDEE
LA RICERCA DI UN CRITERIO DI VERITA’ SOLIDO E INCONTROVERTIBILE

Platone inizia la sua ricerca proprio da dove era arrivato Socrate. Socrate aveva
detto che l’anima diventa buona e virtuosa attraverso la conoscenza. Platone si
pone però un problema che è quello di stabilire che cosa siano il bene e in
generale i valori assoluti a cui deve ispirarsi il sapiente per promuovere un
rinnovamento sociale e in che modo si possa giungere a conoscerli. E da qui
parte l’indagine platonica.

In primo luogo Platone riconosce che i sensi non consentono di pervenire a


un’idea unica e oggettiva del bene. Infatti c’è chi ripone il bene nel piacere, chi
nell’assenza di sofferenze e chi nella buona salute. Affidandoci ai sensi non
raggiungeremo mai una conoscenza sicura e affidabile perché l’esperienza
sensibile non è sorretta da un criterio univoco di verità cioè se una cosa è valida
per me in una determinata circostanza può non essere valido per un altro. Per
Platone è fuori discussione che esista una conoscenza di questo tipo che però
richiede dei criteri di verità immutabili e universali cioè validi per . Lui afferma: SE
SPCRATE E’ BUONO, SE GLI DEI SONO BUONI, SE L’ACQUA CHE BEVIAMO E’
BUONA noi attribuiamo uno stesso predicato che è buono a differenti soggetti.
Perché tutte queste affermazioni abbiano senso è necessario arrivare a pensare
che il predicato BUONO esprime qualcosa di permanente anche quando variano i
soggetti e cha ha una sua realtà. In altro modo possiamo dire SOCRATE E’ BUONO
E GLI DEI SONO BUONI in quanto esiste l’idea assoluta di bontà che costituisce il
criterio solido che ci consente di formulare questi giudizi. Se non ammettessimo
l’esistenza di parametri oggettivi a cui fare riferimento nel giudicare le cose non
potremmo pronunciare nessuna affermazione che abbia un valore universale. E
questi parametri sono costituiti dalle idee cioè criteri di conoscenza ma anche
causa e fondamento della realtà.

LA SECONDA NAVIGAZIONE

Platone nel Fedone chiarisce la strada intellettuale che lo porta all’elaborazione


della teoria delle idee facendo una metafora: la prima navigazione si aveva spinti dal
vento, la seconda navigazione invece si doveva ricorrere ai remi, dato che il vento si
era calmato.

Platone ha fatto la prima navigazione cercando i filosofi naturalisti, cioè coloro che
ponevano l’archè in un principio materiale, per poi intraprendere la seconda
navigazione basata solo sulle sue forze che lo portava alla scoperta del mondo delle
idee.

Egli era arrivato a capire che le spiegazioni naturalistiche di per se erano


contraddittorie e deludenti. Platone quindi inizia a domandarsi se la causa di ciò che
è sensibile, mutevole non possa essere qualche cosa che abbia le caratteristiche
dell’immutabilità, dell’eternità e dell’assolutezza. Ciò che fa si che ogni cosa sia
come deve essere e come è bene che sia è una causa immutabile che va oltre il
sensibile.

E’ una conclusione che dimostra che vi sono due piani dell’essere, uno fenomenico e
visibile, il mondo delle cose, l’altro meta- fenomenico e invisibile, quello delle idee.

LE IDEE E LA LORO NATURA

Secondo Platone le idee non sono concetti astratti, ma vere e proprie entità di
natura diversa rispetto al sensibile e indipendenti dalla nostra mente a cui facciamo
riferimento nel momento in cui pensiamo: esse sono i criteri di verità delle cose e
anche la loro causa, la ragione d’essere di tutto ciò che esiste. Le idee sono dunque
sostanze immutabili e perfette poste in un altro mondo, chiamato IPERURANIO che
in greco vuol dire al di là del cielo. Platone le definisce incorporee espressione piena
dell’essere ovvero oggettive, non relative al soggetto ma aventi una natura assoluta.

IL RAPPORTO TRA IDEE E LE COSE

Platone parla di una relazione di MIMESI (imitazione) sostenendo che le cose


imitano le idee e in questo senso le idee sono modelli universali della realtà.

Platone parla anche di una relazione di partecipazione o METESSI, nel senso che le
cose partecipano in qualche modo della perfezione delle corrispettive idee del
mondo ideale

In terzo luogo Platone parla di presenza o PARUSIA delle idee nelle cose, nel senso
che il mondo sensibile delle cose è una espressione visibile del mondo ideale.
Platone quindi vuole ristabilire una continuità tra il mondo ideale e il mondo
sensibile.

IL SUPERAMENTO DEL RELATIVISMO SOFISTICO

Nonostante le relazioni che Platone individua tra il mondo ideale e il mondo


sensibile, il primo ha la priorità assoluta rispetto al secondo, in quanto le idee
rappresentano sia le cause, sia il metro di paragone delle cose.

Platone identifica la verità con le idee ed elimina ogni forma di relativismo e


raggiunge un punto di vista assoluto e universale. La sua dottrina crea una
METAFISICA DELLE IDEE che giustifica i concetti e il linguaggio al di là di ogni
possibile dubbio.

LA CLASSIFICAZIONE DELLE IDEE

Le idee sono divise in due grandi tipologie:

- Le idee di valori morali, estetici e politici come è quella del bene della bellezza
e della giustizia
- Le idee di enti geometrico-matematici come il numero, il cerchio, la linea ecc

Tuttavia esistono anche idee di oggetti naturali come le piante gli uomini e gli
animali, e di oggetti artificiali o manufatti come il tavolo, la casa…

La tesi a cui giunge Platone è che ogni realtà sensibile deve corrispondere una forma
ideale.

Platone sostiene che nel mondo delle idee al vertice c’è l’idea del bene che è il
valore supremo a cui tutti gli altri si ispirano. Platone insiste sul fatto che le idee
costituiscono un mondo ordinato a cui dobbiamo conformare il nostro pensiero, se
vogliamo pensare in modo corretto.

Il bene di Platone rappresenta qualcosa di ‘divino’ come divini sono l’anima, gli astri,
le stelle e soprattutto non crea le idee, che sono eterne, limitandosi a trasmettere la
sua perfezione.

Il bene dunque è la causa universale di tutto ciò che è buono e bello, costituisce
l’armonia e la ragion d’essere del tutto.

IL SUPERAMENTO DI PERMENIDE
Il mondo delle idee di Platone presenta alcuni caratteri tipici dell’essere
parmenideo: le idee sono eterne immutabili.

Parmenide aveva sostenuto la tesi secondo cui solo l’essere è mentre il non essere
non è, affermando che l’essere è l’unico e immutabile. Platone capisce che questa
idea non è sostenibile e dichiara che è necessario uccidendo l’idea di Parmenide
(eliminare l’idea).

E’ una svolta importante questa perché per la prima volta si afferma che l’essere è
molteplice. Il mondo infatti è una pluralità di idee organizzate e connesse tra loro.
Secondo Platone ogni idea è una ma accanto ad essa ce ne sono tante altre. Inoltre
un idea può contenere altre idee e ciascuna idea è una ma allo stesso tempo è una
di quella moltitudine. Inoltre secondi Platone anche il non essere partecipa
all’essere. Secondo Platone l’idea non è ferma e isolata, ma può entrare in relazione
con altre idee in virtù dei suoi 5 generi sommi che sono: L’ESSERE, L’IDENTICO, IL
DIVERSO, LA QUIETE E IL MOVIMENTO. Di ogni idea possiamo dire sempre che: E’, E’
IDENTICA A SESTESSA, E’ DIVERSA DALLE ALTRE, E’INQUIETE ED E’ IN MOVIMENTO.
Platone considerando il non essere come diverso, risolve il problema più grande
della filosofia precedente, quello del nulla. Con Platone l’essere deve essere inteso
come possibilità e relazione.

LA CONCEZIONE DELLA CONOSCENZA


LA CONOSCENZA COME REMINESCENZA

Platone si pone una domanda, come può l’uomo arrivare alla conoscenza delle idee
eterne e immutabili?

Per spiegare questo pensiero Platone fa un racconto di carattere mitico dove


riprende la dottrina della reincarnazione delle anime. Secondo il mito, prima che noi
nasciamo la nostra anima esiste nel mondo ideale. Poi costretta ad incarnarsi nel
corpo, cade nell’oblio, dimenticando quanto aveva appreso. All’anima però è
possibile ricordare e tornare allo stato che aveva quando era nel mondo ideale.
Quella che viene detta conoscenza in realtà è REMINESCENZA cioè un RICORDO da
parte dell’anima delle idee con cui è stata in contatto. Quindi l’esperienza sensibile è
semplicemente lo stimolo per far riemergere il ricordo ad esempio LA VISIONE DI UN
BEL VOLTO E’ LA SCINTILLA CHE ACCENDE NELL’ANIMA IL RICORDO DELL’IDEA DI
BELLEZZA. Nel Menone (libro di Platone) questa dottrina è dimostrata da una specie
di esperimento dove uno schiavo che non sapeva nulla di matematica e geometria
viene guidato da Socrate con domande fino a farlo arrivare da solo alla
dimostrazione del teorema di Pitagora. La spiegazione di questo esperimento è che
lo schiavo riesce a dimostrare questa teoria perché nella sua anima era già presente
questa nozione dal mondo ideale ( da prima che nascesse).

LA CORRISPONDENZA TRA DUALISMO ONTOLOGICO E DUALISMO GNOSEOLOGICO

Platone descrive il principio fondamentale secondo cui i gradi della conoscenza sono
in un rapporto di corrispondenza con quelli dell’essere, cioè ciò che è essere è
conoscibile mentre ciò che è non essere è inconoscibile. Questo significa che al
dualismo ontologico secondo cui esistono due piani dell’essere, quello intellegibile e
quello sensibile, corrisponde un dualismo gnoseologico: LA scienza vista come
mondo perfetto ed eterno delle idee che è oggetto di una conoscenza stabile e
l’opinione che è imperfetta e che ha dei cambiamenti. Con la teoria della
conoscenza Platone da un lato recupera l’idea dell’essere come eterno e
immutabile, dall’altro pensa che il mondo sensibile del divenire non può essere
rifiutata perché è una forma inferiore di essere e quindi diventa una forma di
conoscenza che sta in mezzo alla scienza e all’opinione.

Il nulla assoluto ha una terza posizione ed considerato non conoscibile, Platone


afferma che ciò che assolutamente è, è assolutamente conoscibile; ciò che in nessun
modo è, in nessun modo è conoscibile.

I GRADI DEL CONOSCERE

Nella repubblica (altra opera di Platone) Platone indica 4 gradi del sapere a cui
corrispondono 4 gradi della realtà. La conoscenza sensibile rispecchia il mondo
sensibile mutevole e comprende due livelli: la congettura o immaginazione che ha
per oggetto supposizioni di fondamento reale. La credenza che ha come oggetto le
cose sensibili e gli esseri viventi. La conoscenza razionale rispecchia il mondo
perfetto delle idee e comprende due livelli: la ragione scientifica o discorsiva che ha
come oggetto i numeri, le proporzioni e le figure (gli enti matematici). L’intelligenza
filosofica che ha come oggetto le idee immortali come il bene, il bello, il vero e
molte altre cose cioè le idee- valori.

Le persone comuni di solito si fermano ai primi due gradi della conoscenza cioè fino
all’opinione i matematici invece arrivano alla ragione scientifica, solo i sapienti
possono arrivare alla vera conoscenza: L’INTELLEZIONE FILOSOFICA. Quest’ultima
serve per arrivare a cogliere le idee pure e le loro relazioni: questo procedimento è
la dialettica.

LA DOTTRINA ETICA: L’ANIMA L’AMORE E LA VIRTU’


LA CURA DELL’ANIMA COME OBBIETTIVO PRIMARIO DELL’ESSERE UMANO

Per Platone la rinascita spirituale dell’uomo è indispensabile per un rinnovamento


della vita politica. L’idea del bene è vista come una guida per l’individuo che può
arrivare a contemplarlo e a trasferirne la perfezione nella propria vita. E’ qui che
troviamo i temi dell’anima e dell’amore dove Platone evidenzia il legame dell’uomo
con il mondo soprasensibile, gli obbiettivi del suo percorso terreno e il suo destino
ultraterreno che è il fine di ogni vita. Nel Gorgia Platone afferma che l’unica vita
degna di essere vissuta è quella improntata al bene e alla virtù e l’obbiettivo
dell’essere umano è la cura dell’anima.

L’ANIMA E LA SUA NATURA

Per Platone l’anima è una sostanza semplice e incorporea, immortale, prigioniera di


un corpo da cui piano piano deve purificarsi attraverso la conoscenza .

L’immortalità dell’anima per Platone è una certezza che dimostra con vari
argomenti. Il primo si basa sulla reminiscenza che implica la reincarnazione
dell’anima, secondo cui l’anima a conosciuto il mondo ideale prima di entrare di un
corpo e quindi è immortale. L’anima inoltre proprio perchè conosce le idee deve
essere immutabile ed eterna. L’anima inoltre è connessa strutturalmente all’idea di
vita. Infatti Platone collega l’idea di anima al respiro vitale, un soffio da cui il corpo è
abbandonato quando muore. Inoltre sottolinea che quando l’uomo muore, la parte
mortale muore ma l’altra che è immortale se ne va via e si allontana lasciando il
posto alla morte. Quindi l’anima essendo legata all’idea di vita non può accogliere la
morte ed è quindi immortale incorruttibile ed eterna.

IL DESTINO ULTRATERRENO DELL’ANIMA

Nella parte finale del Fedone Platone descrive il viaggio delle anime nell’Ade (regno
dei morti) con un racconto mitologico: un viaggio diverso a seconda che si tratti di
anime buone o cattive. L’anima che nella vita terrena si è macchiata di impurità o
colpe andrà vagando da sola e in uno stato di totale incertezza fino a quando non sia
finito il tempo stabilita dalla legge della necessità per cui viene portata nella prigione
che le tocca ( il tataro) l’anima temperata e saggia che ha avuto una vita pura verrà
accolta nel posto che più le se addice, nella parte più alta del cielo (l’etere).
Ciascuno è dunque responsabile della propria sorte in quanto condizionata dalle
proprie scelte. Da questo punto di vista la filosofia è l’unica disciplina che può
salvare l’uomo perché gli insegna la verità e il bene, ottenendo il giusto
riconoscimento terreno.

LA COMPLESSA STRUTTURA DELL’ANIMA

Oltre all’anima razionale Platone ammette anche un anima irascibile con le virtù del
coraggio e dell’eroismo e un anima concupiscibile sede degli istinti. Nel Timeo
Platone assegna ad ogni tre parti dell’anima una sede nel copro: la ragione nel
cervello, l’eroismo nel petto e la concupiscenza nelle viscere. La parte irascibile, che
è coraggiosa, è portata a cercare la vittoria, ma è anche docile a ciò che dice la
ragione. La parte concupiscibile invece è passionale e ribelle, ha un forte desiderio di
gratificazioni materiali e difficilmente può essere controllata dalla ragione. A questa
tripartizione dell’anima appartengono tre tipi di comportamento umano: ragione-
uomini saggi, coraggio-guerrieri (Achille) , concupiscenza-uomini cumini e volgari.

L’uomo descritto da Platone sente il peso delle passioni contro le quali deve fare una
battaglia per tenerle a freno e sottometterle.

IL MITO DEL CARRO ALATO

Il mito del carro alato è una pagina di poesia. L’auriga cioè la ragione aiutato dal
cavallo buono (il coraggio), combatte una lotta per sottomettere il cavallo cattivo(gli
istinti carnali) e conduce il carro( l’uomo) sulla giusta strada. E’ una metafora che
esprime bene la continua lotta tra desideri contrapposti: il desiderio carnale, le
emozioni nobili e la ragione. Tutti e tre i protagonisti di questo dramma sono
necessari per l’equilibrio dell’anima. Quindi Platone ritiene che il compito della
ragione è condurre le passioni nella giusta direzione.

L’AMORE COME PONTE TRA MONDO SENSIBILE E MONDO INTELLIGIBILE

La descrizione dell’uomo viene rappresentata da un essere diviso a metà tra anima e


corpo. L’uomo appare destinato all’infelicità in quanto incapace di far conciliare i
due aspetti. Platone tenta di risolvere il conflitto attraverso il tema dell’amore che
viene rappresentato come la forza che permette all’anima di elevarsi alla bellezza
ideale ed eterna.

Il dialogo che ha come protagonisti Socrate e Fedro che vuole apprendere la


filosofia, prende spunto dalla lettura di un discorso sull’amore scritto da Lisia. E’ un
discorso molto bello ma secondo Socrate è fondato più sulle opinioni della gente
che sulla verità. A Lisia mancano i contenuti che solo la filosofia è in grado di
elaborare. Socrate tratta il tema dell’amore con delle verità sconosciute alla
letteratura precedente.

L’ITINERARI DELL’ANIMA SOSPINTA DALL’AMORE

Socrate parte dalla consapevolezza che quando ci si innamora si perde la testa: idea
sostenuta anche dall’opinione comune che riteneva l’innamorato persona egoista e
sottomesso alla passione. Socrate accetta questa tesi: l’amore è una pazzia ma la
pazzia non è sempre un male. C’è una forma di follia (divina), che proviene dalla
divinità che è fonte di bene per gli esseri umani. Il primo gradino dell’itinerario
d’amore dell’uomo è la bellezza sensibile che colpisce l’anima e le da il desiderio, in
quanto ricorda la bellezza ideale.

Platone descrive gli effetti dell’amore individuando anche le sensazioni fisiche che
ne derivano: quando l’uomo vede un bel corpo per prima cosa sente un brivido poi
guardandolo, lo venera come un dio e arriva ad offrigli sacrifici come a un immagine
sacra. L’anima si agita avvertendo un prurito simile a quello che prova il bambino
sulle gengive quando gli spuntano i denti. Si tratta del prurito dell’amore che fa
agitare l’anima facendola correre dove pensa di trovare la bellezza. In questo delirio
amoroso l’uomo dimentica tutto, le sue ricchezze vanno in rovina perché non se ne
prende più cura e gli importa solo di rimanere accanto all’amato.

Ma la forza dell’amore non si ferma qui. Eros spinge l’anima umana ad andare oltre
il mondo sensibile e fisico portandola verso il mondo sopra sensibile per tuffarsi alla
fine nel grande mare della bellezza ideale e assoluta. Platone considera l’amore una
forza mediatrice che consente di unire il sensibile e il sopra sensibile, le cose e le
idee, una forza che eleva l’anima alla bellezza in se.

LA DESCRIZONE DELLA NATURA DELL’EROS NEL SIMPOSIO

Al tema dell’amore è dedicato un dialogo, il SIMPOSIO, un opera ambientata nella


casa di Agatone (autore di tragedie), dove Socrate è invitato a cena con amici, uno
degli invitati, il medico Erissimaco, propone di discutere il tema dell’amore tutti i
commensali intervengono e tengono un discorso in lode di Eros.

Molto interessante fu il discorso di Aristofane ( commediografo greco), il quale


sostiene che gli uomini non capiscono la potenza di eros, perché se veramente la
capissero gli costruirebbero tempi e gli offrirebbero sacrifici. Eros è tra gli dei quello
più amico degli uomini e medico di quei mali che una vola guariti portano alla
felicità. Per dimostrare questo racconta un mito che spiega l’originaria natura degli
uomini. Un tempo gli uomini erano divisi in tre generi: maschi, femmine e androgeni
dove si univa sia la natura maschile che quella femminile. Questi esseri avevano una
forma rotonda, con dorso e fianchi a cerchio, quattro mani, quattro gambe un unica
testa con due visi rivolti in senso opposto, 4 orecchie e 2 organi genitali. Essi erano
terribili ed erano molto superbi tanto da ribellarsi agli dei Zeus e le altre divinità
avendo paura di rimanere senza sacrifici che questi esseri offrivano, anziché
ucciderli preferirono indebolirli: li fecero tagliare a metà così che fossero meno forti
ma più numerosi. E’ da questa divisione che ha origine il sentimento di amore
perché ogni metà desiderava fortemente l’altra metà per ricongiungersi.

Per Aristofane quindi l’amore deve essere ricondotto al desiderio di ricomporre


l’unità originaria perduta.

Il discorso di Socrate mette in luce, come afferma anche Aristofane, come amare
qualcosa significa desiderare ciò di cui si sente la mancanza: per eros si tratta delle
cose belle e buone. Per convincere i lettori Platone nel suo dialogo introduce
DIOTIMA, una sacerdotessa a cui Socrate attribuisce il discorso sull’amore. Secondo
lei eros non è ne un dio ne un mortale ma un demone ossia un essere intermedio tra
i mortali e gli dei. HA una natura duplice e contradditoria: in quanto figlio di Pegna è
povero, brutto e senza casa , in quanto figlio di Poro è però coraggioso, audace e
risoluto, Straordinario cacciatore e pieno di risorse. Eros è dunque (filo-sofo) perché
di natura intermedia tra ricchezza e povertà sapienza e ignoranza, tra gli dei e gli
uomini. Eros proprio per la sua natura è la personificazione stessa della filosofia, è
colui che va oltre i propri confini per conoscere altri luoghi e altre culture. Il
messaggio platonico è profondo e vero: la filosofia è allo stesso tempo conoscenza
e amore. L’amore è apertura dell’anima all’altra intreccio di sentimenti e
conoscenze al tempo stesso, è una forza che esprime nostalgia e tensione verso
l’assoluto.
LA VIRTU’ E I VALORI

Possiamo affermare che l’amore è un esperienza che consente all’uomo di superare


i propri limiti. Secondo la dottrina di Platone questo accade perché l’amore ha
sempre origine dalla aspirazione alla bellezza, al bene e alla verità.

Il bene è quell’ideale di perfezione che l’uomo può e deve raggiungere. Secondo


Platone alla parte razionale dell’anima spetta il compito di governare la parte
irascibile e la parte concupiscibile: la ragione, con lo studio e l’educazione, deve
guidare gli istinti e le passioni alla realizzazione del bene. Questo risultato però
richiede un lungo e fatico studio, che ha come fine l’equilibrio dell’agire virtuoso (
modo abituale di comportarsi bene). Secondo il filosofo ci sono 4 virtù fondamentali:
LA SAGGEZZA è la virtù della parte razionale dell’anima e grazie ad essa è possibile
dominare la parte istintiva; IL CORAGGIO appartiene alla parte irascibile ed è la
capacità di lottare per far vincere ciò che si ritiene giusto; LA TEMPERANZA è la
capacità di contenere i piaceri e i desideri sottomettendo l’anima concupiscibile a
quella razionale; la giustizia è la virtù più importante che si realizza quando ogni
parte dell’anima svolge la propria funzione garantendo l’armonia del tutto. Per
Platone la virtù consiste nell’equilibrio tra le varie componenti dell’anima per questo
l’obbiettivo primario dell’uomo deve essere la conoscenza. Per Platone il corpo ha
una posizione subordinata: l’uomo è essenzialmente anima e l’nima si trova nel
corpo come in un carcere . La morale di Platone pone al primo posto i valori della
conoscenza e della virtù e considera negativi quelli materiali. Il piacere materiale
incatena l’anima la sensibile impedendole di occuparsi della conoscenza e dello
spirito. L’ideale dell’uomo virtuoso per Platone è colui che riesce ad andare al
disopra della materialità per arrivare al mondo intelligibile (come il filosofo).

In questo senso si può intendere l’affermazione che il vero filosofo vuole la morte e
la filosofia prepara alla morte. n questo senso si può intendere l’affermazione che il
vero filosofo vuole la morte e la filosofia prepara alla morte. n questo senso si può
intendere l’affermazione che il vero filosofo vuole la morte e la filosofia prepara alla
morte.
LA VISIONE POLITICA E IL PROBELMA EDUCATIVO
LA REPUBBLICA

LA visione politica di Platone è strettamente unita all’etica: il modello di giustizia che


è la base dalla vita morale dell’uomo regola anche la vita dello stato, in quanto lo
stato è lo specchio dell’uomo e della sua anima. Nell’idea di Platone non c’è
divisione tra vita privata e vita sociale, tra etica e politica perché l’uomo è
strettamente legato alla comunità a cui appartiene. E’ per questo che le 4 virtù
dell’individuo sono anche le virtù delle diverse cassi sociali che compongono lo
stato. Un ruolo importante lo ha la giustizia che è il tema centrale di uno dei
dialoghi più belli di Platone LA REPUBBLICA.

La repubblica è un dialogo in 10 libri composto tra il 380 e il 370 a.C.

Platone è convinto che l’uomo si realizza in modo totale solo come cittadino, come
membro della propria città. L’uomo giusto ed equilibrato lo è solo in relazione agli
altri uomini e costituisce la città ben governata.

Per capire la giustizia Platone elabora un modello di stato perfetto, dove ogni
componente è in armonia con le altre e dove è assicurata la felicità dei cittadini. E’
uno stato che non è mai esistito ma che essendo un modello può servire come
punto di riferimento. Questo modello di stato buono si propone come paradigma: la
sua validità dipende dal fatto che offre un esempio di come è possibile adeguare la
politica al bene supremo.

IL MODELLO DELLO STATO IDEALE

Secondo Platone uno stato è ben organizzato se riesce a soddisfare i bisogni dei suoi
cittadini. Per tanto deve essere diviso in 3 classi: I GOVERNANTI che hanno il
comando della città, I GUERIERI che difendono la città, I LAVORATORI che
provvedono ai bisogni materiali. Ogni classe deve tenere il proprio comportamento
in base ad una specifica virtù, per il bene della città: i governanti devono avere la
virtù della saggezza, i guerrieri devono avere la virtù del coraggio, i lavoratori
manuali devono avere la virtù della temperanza, grazie alla quale si sottomettono
alle classi superiori. Quest’ultima virtù, la temperanza, è indispensabile per tutti gli
uomini di tutte le classi sociali in quanto è la virtù civica per eccellenza. Senza la
temperanza lo stato cade in preda alle lotte, che Platone considera il peggiore dei
mali. A questo punto Platone afferma che la giustizia è la virtù di rispettare bene il
proprio compito di cittadino. La giustizia consiste nello svolgere il proprio ruolo con
onestà e senza superare i limiti a cui si è preposti. Per esempio un operario che si
occupa a svolgere lavoro manuale, vuole fare il soldato o il governante, non avendo i
requisiti, creerebbe allo stato un grave danno perché le funzioni pubbliche sono
ricoperte da individui incapaci. Si realizza la giustizia quando le classi sociali svolgono
il proprio dovere, ovvero la funzione che gli è stata assegnata dalla natura.

L’ARISTOCRAZIA DELLA RAGIONE

Lo stato di Platone è un regime aristocratico dove il governo della città deve essere
affidato ai migliori. Da questo punto di vista la filosofia di Platone è stata accusata di
essere antidemocratica. Il suo modello aristocratico si basa su un valore assoluto che
è rivestito dalla conoscenza e dalla dedizione al bene comune per questo motivo
Platone ritiene che il governo della città deve essere affidato ai migliori che per lui
sono i filosofi.

I REGIMI CORROTTI

La forma migliore di governo è l’aristocrazia. Essa però è un ideale e non esiste in


concreto. I governi esistenti sono più o meno distanti dal modello secondo una scala
di valori che accoglie 4 regimi politici, sono: LA TIMOCRAZIA è il governo degli
uomini che mette al primo posto l’onore. Sono uomini ambiziosi e che amano il
potere. L’OLIGARCHIA (governo dei pochi) , è il regime fondato sul censo: solo chi è
ricco ha potere. Qui dominano le persone avide e che pongono al di spora di tutto la
ricchezza. Platone mostra l’ingiustizia di questo governo. Inoltre questo stato è
precario perché l’assenza di valori da origine a guerriglie e criminalità. Indefinitiva si
tratta di uno stato non unitario in quanto produce ostilità tra le classi. Lo stato
democratico dove la massa dei poveri prevale sui ricchi e ha il potere. In questo
stato prevalgono l’individualismo, l’anarchia e la libertà. L’anima dell’uomo
democratico è priva di equilibrio.

Dalla degenerazione della democrazia deriva l’ultima forma di governo, la peggiore,


LA TIRANNIDE. Il tiranno una volta preso il potere con la forza si circonda di persone
che lo assecondano e lo lusingano, il tiranno fa uscire il peggio dell’uomo e quanto
più si comporta male attirando l’odio dei cittadini, tanto più avrà bisogno di una
corta numerosa e fidata. Platone descrive l’uomo tirannico come colui che si
abbandona ai più orrendi misfatti (furto, riduzione in schiavitù, omicidi) , è disonesto
e malvagio ed è infelice.
IL RUOLO E IL PERCORSO EDUCATIVO DEI FILOSOFI

Secondo Platone la città deve essere affidata ai filosofi. I governanti delle città
hanno il compito di eliminare i conflitti sociali e gli unici a poterlo garantire sono i
filosofi, in quanto sono dediti allo studio e alla conoscenza razionale.

Il progetto educativo di Platone per il filosofo mira alla ricerca della verità e del
bene: L’uomo di stato deve avere la scienza vera che si consegue con la ricerca
razionale. Secondo il progetto educativo di Platone tutti i bambini devono essere
allevati ed educati dallo stato fino all’età di 18 anni. L’educazione elementare che
inizia a 7 anni, si fonda sulla ginnastica, sulla musica ( cantare e suonare la lira) e
soprattutto sulla matematica. Platone riserva la matematica un ruolo fondamentale
nella preparazione dei filosofi. Secondo Platone la matematica è lo strumento
principale della conversione dell’anima. E’ scienza propedeutica alla filosofia: per
questo all’ingresso dell’accademia platonica c’era scritto (non entri chi non è
matematico).

All’età di 18 anni il giovane viene avviato al servizio militare e dopo due anni si
accosta allo studio delle scienze. A 30 anni, i giovani migliori, possono studiare la
filosofia e il metodo dialettico. Dai 35 ai 50 anni i filosofi partecipano alla vita
politica affiancando i magistrati, per avere un esperienza pratica di governo. A 50
anni, dopo questa lunga preparazione, coloro che hanno superato tutte le prove
possono accedere al governo della città. Infatti essi avranno una conoscenza
completa del bene che applicheranno nella gestione dello stato. Per impedire che
subiscano tentazioni, Platone non concede ai filosofi di avere una famiglia e di
possedere una proprietà privata. Infatti il filosofo ritiene che l’interesse privato è il
peggior male per lo stato.

IL MITO DELLA CAVERNA

Platone nel settimo libro della repubblica espone il mito della caverna. E’ una sorta
di libro del pensiero platonico in tutte le sue componenti: quella METAFISICA cioè la
dottrina dell’essere, QUELLA GNOSEOLOGICA cioè la teoria della conoscenza e
quella ETICO-POLITICA cioè la virtù come ruolo del filosofo nella società.

Secondo questo mito, gli esseri umani sono prigionieri incatenati dalla nascita in una
caverna, costretti a guardare verso la parete con le spalle rivolte all’entrata dietro di
loro la caverna si apre verso la luce con un fuoco che brucia. Tra il fuoco e i
prigionieri c’è un muro sottile e basso. Dietro di esso passano delle persone che
portano statue, figure di animali, vasi e altri oggetti in legno o pietra facendogli
sporgere al di sopra del muro. I prigionieri vedono solo le ombre di questi oggetti
proiettati sul fondo della caverna. Se uno di essi, liberato dalle catene è costretto ad
alzarsi a voltarsi e a camminare verso la luce, in un primo momento ritiene che la
vera realtà sono ancora le ombre e non gli oggetti che vede in modo confuso a causa
della troppa luce. Se poi fosse spinto all’uscita della caverna nel mondo reale,
soffrirebbe per la luce abbagliante del sole e avrebbe un forte dolore agli occhi.

L’unico rimedio è quello di adattarsi gradualmente alla nuova visione: dopo le


ombre, dovrebbe guardare le immagini riflesse nell’acqua e poi le cose stesse. Solo
quando gli occhi si sono abituati alla luce, potrà guardare gli astri, la luna e il cielo di
notte. Solo alla fine dopo un buon tiro cigno potrebbe provare a guardare il sole. Il
lungo percorso compiuto verso la luce gli fa riconoscere il sole come signore del
mondo visibile e causa di tutte quelle cose di cui nella caverna vedevano solo
l’ombra. Una volta che si è adattato alla luce del sole avrebbe difficolta a ritornare
nell’oscurità. Inoltre tornato nella caverna i suoi occhi si troverebbero ad essere
come ciechi, tanto da non riuscire neanche a vedere le ombre.

Il prigioniero liberato dalle catene non può sottrarsi al dovere morale: la sua
coscienza lo spinge a tornare nella caverna per salvare i suoi compagni
dall’ignoranza. Non è un compito facile però: quando egli dirà a loro che le ombre
non sono la realtà subirà l’incomprensione di tutti i prigionieri e lo scherzo.

IL SIGNIFICATO DEL MITO

Il mito è un’allegoria della formazione del filosofo e del suo destino nella società
corrotta. la caverna è il nostro mondo sensibile dove gli uomini sono come
prigionieri e schiavi dell’ignoranza secondo Platone. Nel prigionieri che si libera dalle
catene troviamo l’inizio del percorso educativo ma faticoso del filosofo. Superata la
tentazione di vivere una vita felice, il filosofo ( lo schiavo liberato) fa ritorno tra gli
uomini ( i compagni di prigionia) per assumersi il diritto dovere di governare la città
prendendosi cura del bene comune. L’ordine della città impone il dovere
dell’impegno politico ai filosofi. Se i filosofi si disinteressano della polis, il governo
viene lasciato a gente corrotta. Tra i vari insegnamenti che ha dato il mito c’è anche
che la filosofia non deve star fuori dalla vita civile e politica: essa ha il dovere di
prendersi cura dell’uomo e di lottare per il trionfo della giustizia.