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ISSN 1590-7929

XXI, 1 2018
Nuova
Rivista
di
Nuova Rivista di Letteratura Italiana • XXI, 1 2018

MARIA CRISTINA CABANI, L’Aretino continuatore


Letteratura Italiana
dell’Ariosto: quattro abbozzi in ottava • FABRIZIO
FRANCESCHINI, Giudeo-romanesco a Livorno. L’e-
breo stregone e il teatro delle lingue nelle Nozze in diretta da

Nuova Rivista di Letteratura Italiana


sogno (1665) • EMILIO TORCHIO, Un frammento Annalisa Andreoni, Pietro G. Beltrami,
antico del commento di Iacomo della Lana • DARIO Luca Curti, Piero Floriani, Claudio Giunta,
BRANCATO, Varchi e Aristotele. Nuovi materiali per Marco Santagata, Mirko Tavoni
il commento agli Analytica priora • MICHELE CO-
MELLI, Considerazioni sui manoscritti delle Epoche
della lingua italiana del Foscolo (Epoche III, IV, V
e VI) • GIULIO VACCARO, Il Livro del governa-
mento dei re e dei principi. Note da una recente XXI, 1
edizione • RAFFAELE ALBERTO VENTURA, Carlo
Goldoni economista 2018

€ 30,00
EDIZIONI ETS

EDIZIONI ETS
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Nuova Rivista di Letteratura Italiana


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Nuova Rivista di Letteratura Italiana


Direzione
Annalisa Andreoni, Pietro G. Beltrami, Luca Curti,
Piero Floriani, Claudio Giunta, Marco Santagata, Mirko Tavoni
Comitato scientifico internazionale
Simone Albonico (Université de Lausanne),
Theodore J. Cachey, Jr (University of Notre Dame),
Jean-Louis Fournel (Université Paris VIII), Klaus W. Hempfer (Freie Universität Berlin),
María Hernández Esteban (Universidad Complutense de Madrid),
Manfred Hinz (Universität Passau), Dilwyn Knox (University College London),
Rita Marnoto (Universidade de Coimbra),
Domenico Pietropaolo (St Michael’s College at the University of Toronto),
Matteo Residori (Université Sorbonne Nouvelle - Paris III),
David Robey (University of Oxford), Piotr Salwa (Accademia Polacca di Roma),
Dirk Vanden Berghe (Vrije Universiteit Brussel), Kazuaki Ura (Università di Tokyo),
Jean-Claude Zancarini (École Normale Superieure de Lyon)
Redazione
Luca D’Onghia, Vinicio Pacca, Marina Riccucci,
Chiara Tognarelli, Antonio Zollino
Revisione linguistica
Matthew Collins (Harvard University) - lingua inglese
Direttore responsabile
Pietro G. Beltrami

La «Nuova Rivista di Letteratura Italiana» si avvale della consulenza


di revisori anonimi per la valutazione degli articoli proposti per la pubblicazione.
«Nuova Rivista di Letteratura Italiana» is a double-blind peer reviewed journal.
Gli articoli possono essere proposti per la pubblicazione tramite il sito
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ISSN 1590-7929
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Nuova
Rivista
di
Letteratura Italiana
XXI, 1
2018

Edizioni ETS
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INDICE

SAGGI
MARIA CRISTINA CABANI, L’Aretino continuatore dell’Ariosto: quattro
abbozzi in ottava 11
FABRIZIO FRANCESCHINI, Giudeo-romanesco a Livorno.
L’ebreo stregone e il teatro delle lingue nelle Nozze in sogno (1665) 47

TESTI E DOCUMENTI
EMILIO TORCHIO, Un frammento antico del commento di Iacomo
della Lana 71
DARIO BRANCATO, Varchi e Aristotele. Nuovi materiali per il commento
agli Analytica priora 99
MICHELE COMELLI, Considerazioni sui manoscritti delle Epoche
della lingua italiana del Foscolo (Epoche III, IV, V e VI) 157

DISCUSSIONI
GIULIO VACCARO, Il Livro del governamento dei re e dei principi.
Note da una recente edizione 199
RAFFAELE ALBERTO VENTURA, Carlo Goldoni economista 211
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FABRIZIO FRANCESCHINI

GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO
L’EBREO STREGONE E IL TEATRO DELLE LINGUE
NELLE NOZZE IN SOGNO (1665)*

RIASSUNTO. L’opera Le nozze in sogno (testo di Pietro Susini; musica di Antonio


Cesti, prima esecuzione Firenze 1665) si svolge nella multilingue città di Livorno
e i personaggi impiegano vari codici linguistici (italiano aulico, toscano comico,
gergo, “lingua ionadattica”, siciliano, calabrese, giudeo-italiano). L’articolo si
concentra sulla figura di Mosè, uno stregone ebreo cui è associata una forte cari-
ca antigiudaica. L’analisi rivela che questo personaggio non si esprime in una va-
rietà giudeo-spagnola o giudeo-italiana propria di Livorno, ma in giudeo-roma-
nesco. Il saggio ricerca infine i possibili motivi di tale scelta in precedenti usi di
questa varietà per la maschera dell’ebreo, nei rapporti tra autorità granducali e
«Nazione Ebrea» ma anche nei conflitti interni al mondo ebraico livornese.
PAROLE CHIAVE. Studi italianistici; Studi ebraici; Dialetti italiani; Giudeo-italiano;
Ebrei di Roma; Ebrei di Livorno; Opera; Commedia dell’Arte; Seicento; Pietro
Susini; Antonio Cesti; Lorenzo Lippi; Firenze; Livorno; Roma.
TITLE. Judeo-Roman in Livorno: a Jewish sorcerer and multilingualism in the
opera Le nozze in sogno (1665).
ABSTRACT. The opera Le nozze in sogno (text by Pietro Susini; music by Antonio
Cesti, first performed in 1665 in Florence) takes place in the multilingual city
of Livorno. The opera’s characters use different languages, including stately
Italian, comic Tuscan, lingua ionadattica, cant, Sicilian, Calabrian, and Judeo-
Italian. This paper focuses on the character of Moses, a Jewish sorcerer, who is
associated with strong anti-Semitic sentiments. The analysis reveals that Moses
speaks neither the Judeo-Spanish nor the Judeo-Italian peculiar to Livorno;
rather, he speaks in Judeo-Roman. Why was this choice made? The final part of
the essay looks into possible reasons by examining previous uses of Judeo-Ro-
man for Jewish stock characters and by considering the relations between the
grand ducal government and the ‘Jewish Nation’. It also highlights the internal
conflicts within the Jewish world of Livorno.
KEYWORDS. Italian Studies; Jewish Studies; Italian Dialects; Judeo-Italian; Jews of
Rome; Jews of Livorno; Opera; Commedia dell’Arte; Seventeenth Century;
Pietro Susini; Antonio Cesti; Lorenzo Lippi; Florence; Livorno; Rome.
CORRESPONDING AUTHOR: Fabrizio Franceschini, Università di Pisa, Via Santa Maria
36, 56126 Pisa, Italy. Email: fabrizio.franceschini@unipi.it

* Ringrazio per gli stimoli e i suggerimenti Lorenzo Bianconi, Lucia Frattarelli Fischer, Mi-
chele Olivari, Franco Angiolini, Luca D’Onghia e i revisori anonimi. Nella trascrizione di voci
ebraiche uso il sistema adottato da «La Rassegna Mensile di Israel».

DOI: 10.4454/NRLI.V21I1.305 NRLI XXI, 1 (2018), pp. 47-68


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48 FABRIZIO FRANCESCHINI

1. L’opera, i Medici e Livorno

Il 6 maggio 1665 andava in scena a Firenze, come opera inaugurale del


Teatro degli Accademici Infocati alla Volta della Spina, Le nozze in sogno,
con musica dell’abate Antonio Cesti e testo di Pietro Susini, dedicato al car-
dinal Carlo de’ Medici, figlio di Ferdinando I e zio del granduca regnante
Ferdinando II1. Il Cesti aveva fatto parte della piccola corte medicea di Inn-
sbruck ove la sorella di Carlo Claudia – contessa e, dopo la morte del marito
Leopoldo V, reggente del Tirolo – aveva raccolto anche l’architetto Alfonso
Parigi, il pittore Giusto Sustermans e il pittore e letterato Lorenzo Lippi,
cognato del Susini. Dopo i trionfi in Tirolo e a Vienna, il Cesti si esibì a Fi-
renze nei teatri della Pergola e del Cocomero (1661) e fu chiamato a musica-
re le Nozze in sogno per gli Infocati. Alla sesta rappresentazione di quest’o-
pera, il 18 maggio 1665, si ebbe «la venuta alla Commedia del Ser.mo Prin-
cipe Leopoldo»2, fratello del granduca, che due anni dopo avrebbe vestito
la porpora cardinalizia, essendo nel frattempo defunto lo zio Carlo.
Il dramma si svolge in Livorno, divenuta città e porto di prima grandez-
za grazie a Ferdinando I, che aveva attirato popolazione da altre aree confi-
nanti con esenzioni fiscali, cancellazione dei debiti e immunità per i delitti
commessi3 mentre, con le Lettere Patenti o Privilegi de’ mercanti levantini e
ponentini del 1591 e 1593, si era rivolto ai «mercanti di qualsivoglia natio-
ne: Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Greci, Todeschi et Italiani,
Hebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani et altri»4. In particolare, agli ebrei
espulsi dalla penisola iberica e passati nell’impero ottomano, oppure rimasti

1 Le nozze in sogno, dramma civile, rappresentato in musica nell’Accademia de’ signori Infoca-
ti, dedicato al sereniss. e reverendiss. principe card.le Carlo de’ Medici, Firenze, all’Insegna della
Stella 1665, col nome dell’autore Pietro Susini alla fine della dedica; il dedicatario, nato nel 1596,
sarebbe morto nel giugno 1666. Cito il testo (anche nel sito https://archive.org) adeguando pun-
teggiatura, maiuscole e u/v all’uso moderno e indicando la scena e/o la pagina; salvo diversa in-
dicazione, le scene sono dell’Atto primo. Cfr. LORENZO BIANCONI, Cesti, Antonio, in Dizionario
Biografico degli Italiani, 24, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana 1980, pp. 281-98 (anche in
linea); SALOMÉ VUELTA GARCÍA, Il teatro di Pietro Susini. Un traduttore di Lope e Calderón alla
corte dei Medici, Firenze, Alinea 2013, specie pp. 113-16 (col censimento degli esemplari); NICO-
LA MICHELASSI, SALOMÉ VUELTA GARCÍA, Il teatro spagnolo a Firenze nel Seicento, I, Firenze, Ali-
nea 2013, pp. 151-85; ID., EAD., Antonio Cesti e la partitura delle «Nozze in Sogno» (Firenze
1665), «Il Saggiatore Musicale», XXII (2015), pp. 203-14.
2 Ivi, pp. 205-7, e vedi Ricordi [dell’Accademia degli] Infocati (1664-1682), Firenze, Biblio-
teca Nazionale Centrale, Panciatichi 213, pp. 39, 40, 41 (da cui la citazione) e sgg.
3 Cfr. ELENA FASANO GUARINI, Esenzioni e immigrazione a Livorno tra sedicesimo e dicias-
settesimo secolo, in Atti del Convegno «Livorno e il Mediterraneo nell’età medicea» (23-25 settem-
bre 1977), Livorno, Bastogi 1978, pp. 56-76.
4 Le due redazioni (integrate) si leggono in RENZO TOAFF, La nazione ebrea a Livorno e a
Pisa (1591-1700), Firenze, Olschki 1990, pp. 419-31; vedi ora LUCIA FRATTARELLI FISCHER, Le
leggi livornine 1591-1593, Livorno, Debatte 2016, pp. 42-58: 42.
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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 49

in Portogallo come Cristãos novos, le Lettere Patenti garantivano la libera


residenza a Pisa e Livorno, senza segregazione né contrassegni; il permesso
di erigere sinagoghe e la possibilità per i conversos di tornare all’ebraismo;
la facoltà di possedere (e praticamente pubblicare) «libri d’ogni sorte, stam-
pati et a penna, in hebraico et in altra lingua»5. A Livorno si intrecciano co-
sì presenze di mercanti europei, di ebrei e di marginali e delinquenti, come
sottolinea nell’opera la vecchia balia Filandra (tenore, sc. XVII, p. 30):
Cittadin’ di Livorno,
mercanti e galeotti:
quei da mattin e sera
vanno rubando,
e questi han la galera;
ma costumati e savi,
se salutan altrui,
son sempre schiavi6.

2. Il teatro delle lingue nelle Nozze in sogno: le componenti toscane

Il testo del Susini vuole appunto riprodurre questo intreccio di nazioni,


di lingue e di ceti sociali, che per i visitatori italiani e stranieri evocava l’im-
magine di Babele7. Anzitutto abbiamo due giovani inglesi8, Lelio (tenore) e
la sorella Lucinda (soprano), e l’altro giovane Flammiro (contralto) giunto
da Palermo, che si innamora di Lucinda mentre Lelio, respinto da Emilia,
s’invaghirà di Flammiro stesso, travestitosi da donna. Questi personaggi
usano comunque l’italiano aulico degli “amorosi” e a tale ruolo rinviano i
raffinati nomi e anzitutto quello di Lelio, reso celebre dal grande comico
Giovan Battista Andreini. A un mondo linguistico diverso appartengono i
mercanti, Teodoro (tenore) e Pancrazio (basso), e i servi Fronzo (di Pancra-
zio; baritono) e Scorbio (di Flammiro; soprano). Il loro linguaggio, come
suggeriscono gli stessi nomi dei servi9, rinvia alla tradizione comica fiorenti-

5 Ivi, p. 48 (art. 18 della red. 1591, 17 della red. 1593).


6 Dunque sono i mercanti a rubare, mentre i delinquenti, se condannati al remo o al carcere,
sono innocui; gli ultimi versi si basano sul doppio senso di schiavo sostantivo o formula di saluto.
7 Cfr. FABRIZIO FRANCESCHINI, Livorno, la Venezia e la letteratura dialettale. I. Incontri e
scontri di lingue e culture, Pisa, Felici 2008 (anche in linea), pp. 27-44.
8 Grazie alle Lettere Patenti, a Livorno si costituirono dal sec. XVII numerose “Nazioni” di
culto non cattolico tra cui quella inglese, come mostrano tombe monumentali risalenti già all’e-
poca del nostro testo (GIANGIACOMO PANESSA, MARIA TERESA LAZZERINI, La Livorno delle Na-
zioni. I luoghi della memoria, Livorno, Debatte 2006, pp. 25-26 e 35-36). Vedi inoltre STEFANO
VILLANI, I consoli della nazione inglese a Livorno tra il 1665 e il 1673: Joseph Kent, Thomas Clut-
terbuck e Ephraim Skinner, «Nuovi Studi Livornesi», XI (2004), pp. 11-34.
9 Il sostantivo fronzo è arcaismo toscano equivalente a fronzolo ossia, al plurale e per metafora,
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50 FABRIZIO FRANCESCHINI

na, ossia all’italiano toscaneggiante e ribobolaio dei testi rusticali, eroicomi-


ci o teatrali legati alla corte medicea, quali La Tancia (1611) e La Fiera
(1619) di Michelangelo Buonarroti il Giovane10, Il Potestà di Colognole di
Giovanni Andrea Moniglia (Dramma civile rusticale che, con musica di Ja-
copo Melani, inaugurò il 5 febbraio 1657 il Teatro della Pergola)11 e il Mal-
mantile racquistato di Lorenzo Lippi, iniziato alla corte tirolese di Claudia,
noto già prima di andare alle stampe12 e ricco di riferimenti a personaggi
dell’epoca, tra cui Pietro Susini (in anagramma Istrion Vespi: XI 55 3).
Nel continuum linguistico toscaneggiante, i mercanti tendono a collo-
carsi su un livello medio ma segnato da vari riboboli, come ad es. mostra
Pancrazio nella sc. IV: «Capaccio13, ancor tu brontoli? […] / Tant’è, t’hai
più riboboli / che non son fonti in Pratolino e ’n Boboli14. / Esser vo’ sem-
pre il zezzo15; / tu m’hai fradicio mezzo»16. I due servi si collocano verso

‘ornamenti di stile minuti e vani’ (Dizionario della lingua italiana, nuovamente compilato da NI-
COLÒ TOMMASEO e BERNARDO BELLINI, Torino, Unione Tipografico-Editrice 1861-1879, s.vv.);
scorbio, qui anche come sostantivo («un scorbio», p. 55), è variante fiorentina di sgorbio, usata da
Michelangelo Buonarroti il Giovane e Giovan Battista Fagiuoli (vedi Grande dizionario della lin-
gua italiano, diretto da SALVATORE BATTAGLIA e quindi da GIORGIO BÀRBERI SQUAROTTI, Torino,
UTET 1961-2004, d’ora in poi GDLI, s.v. sgorbio).
10 La Tancia. Commedia rusticale, Firenze, Cosimo Giunti 1612; ed. moderna in Teatro del

Seicento, a c. di LUIGI FASSÒ, Milano-Napoli, Ricciardi 1956, pp. 855-1004; cfr. TERESA POGGI
SALANI, Il lessico della «Tancia» di Michelangelo Buonarroti il Giovane, Firenze, La Nuova Italia
1969. La Fiera si legge in MICHELANGELO BUONARROTI IL GIOVANE, Opere, a c. di PIETRO FANFA-
NI, I, Firenze, Felice Le Monnier 1860, e vedi ID., La Fiera. Redazione originaria (1619), a c. di
UBERTO LIMENTANI, Firenze, Olschki 1984.
11 Il testo si legge in GIO. ANDREA MONIGLIA, Delle poesie drammatiche, III, Firenze, Stam-

peria di S.A.S. alla Condotta 1689, pp. 1-79.


12 L’opera sarebbe uscita postuma, a c. di Giovanni Cinelli, col titolo Malmantile racquistato.

Poema di Perlone Zipoli, Finaro 1676 (ma probabilmente Firenze, gennaio 1677), e quindi con le
annotazioni di Paolo Minucci e il titolo Malmantile racquistato. Poema di Perlone Zipoli, con le
note di Puccio Lamoni, dedicato alla gloriosa memoria del sereniss. e reverendiss. sig. principe cardi-
nale Leopoldo de’ Medici e risegnato alla protezione del sereniss. e reverendiss. sig. principe cardina-
le Francesco Maria, nipote di Sua Altezza Reale, Firenze, Stamperia di S.A.S. alla Condotta 1688
(che cito per il testo e, come MINUCCI, ed. 1688, per le relative note). Per tali edizioni e le succes-
sive, annotate da Anton Maria Salvini e Antonio Maria Biscioni, cfr. CHIARA D’AFFLITTO, CINZIA
CARMINATI, Lippi, Lorenzo, in Dizionario Biografico…, 65, 2005, pp. 216-24 (anche in linea); per
le testualità implicate vedi MARIA CRISTINA CABANI, Testo e commento nel «Malmantile racquista-
to», in EAD., Eroi comici. Saggi su un genere seicentesco, Lecce-Brescia, Pensa 2010, pp. 115-51.
13 Toscanismo della tradizione comica per ‘cocciuto, ostinato’: GDLI, s.v. (primo es. G. B.

Fagiuoli); PIETRO FANFANI, Vocabolario dell’uso toscano, Firenze, Barbèra 1863, s.v.
14 Cfr. già «e più ribobol hai ch’un ciurmadore» in BUONARROTI IL GIOVANE, La Tancia, A. I,

sc. I, ed. cit., p. 865.


15 ‘Il sezzo, l’ultimo’: il senso è ‘vuoi sempre avere l’ultima parola’. La variante zezzo è nel

Malmantile (II 2 1, IV 72 5, XII 39 1) ed è detta dal MINUCCI, ed. 1688, p. 220, «poco usata, fuor
che nel contado» toscano, ov’era diffuso il passaggio antifiorentino dell’esse postconsonantica ad
affricata (il sezzo > il zezzo).
16 Fradicio mezzo vale ‘bagnato zuppo’ (Malmantile VII 26 4), quindi ‘tu mi hai sommerso’

(con questo continuo replicare).


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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 51

registri più bassi e demotici, inanellando detti proverbiali noti alla tradizio-
ne comica, talora ancor vivi e comunque presenti nel Malmantile: bastino
ad esempio le battute di Scorbio nelle sc. II e III («e già di servitor fatto
bastiere / vo battendo la borra a più potere17 / […] n’abbiam fatto la zup-
pa nel paniere»)18, oppure nell’A. II sc. XV, «Se costei d’ingegno gioca, /
bell’è fatto il becco all’oca19. / Con la donna ch’ha cervello / il politico e ’l
monello / l’arte perdono e ’l sentiero». I due servi attingono inoltre ai ger-
ghi storici, come mostrano in Scorbio il citato «monello»20 e «amic[o] di
calca» ‘furfante’ (A. III, sc. II)21 o in Fronzo «batter il taccone» (A. I, sc.
XIV)22 e «pigliate il puleggio» (A. II, sc. V)23. Lo stesso Fronzo fa infine
uso della cosiddetta lingua ionadattica, basata sulla sostituzione di certe
parole con altre di identica sillaba iniziale, come mostrano nella sc. XI (pp.
25-26) rama invece di rabbia («Che gli venga la rama!»)24, incette invece di
inchieste ‘richieste’ («O ve’ che incette»)25 e uria ‘augurio’ invece di ubbia

17 Battere la borra è un’espressione legata alla lavorazione dei cascami della lana (con cui si

imbottivano basti e selle) e vale per metafora, dato il caratteristico rumore dell’operazione, «bat-
tere i denti per causa del freddo» (MINUCCI, ed. 1688, p. 384, a Malmantile VIII 6 3-4: «Le Nin-
fe, ch’il vedean batter la borra / tutte gli son co’ panni caldi attorno»).
18 Modo ancor vivo per ‘fare una cosa inutile, assurda’, già in Cecchi, Buonarroti il Giovane,

Redi (esempi in GDLI) e, naturalmente, nel Malmantile, II 7 6.


19 Modo ancor vivo per ‘è fatta’, di origine novellistica e di larga diffusione, presente anche

nel Malmantile, II 13 5.
20 ‘Furfante, birbone’, voce gergale: cfr. Malmantile, III 67 5 «maestro de’ bianti e de’ mo-

nelli» (ove pure bianti «bricconi e vagabondi»: MINUCCI, ed. 1688, p. 179); SALVATOR ROSA, Le
Satire, Milano, Istituto Editoriale Italiano s. i. d., La Pittura, p. 130 «e facchini e monelli e taglia-
borse». Per la discussione sul lemma, con contributi di Gianfranco Folena, Ottavio Lurati ecc.,
rinvio per brevità a FRANCESCHINI, Livorno, la Venezia…, pp. 124-26 e note.
21 Cfr. PULCI, Morgante, XVIII 122 7, «in furba o in calca o in béstrica» e Malmantile, I 37

7, «son di calca e borsaiuoli»; per più ampi confronti ANGELICO PRATI, Voci di gerganti, vagabon-
di e malviventi studiate nell’origine e nella storia, Pisa, Cursi 1940, ed ERNESTO FERRERO, Dizio-
nario storico dei gerghi italiani. Dal Quattrocento a oggi, Milano, Mondadori 1991, s.v. calca ‘ac-
cattonaggio, compagnia di ladri’ (con anche calcosa ‘via’, per quanto segue).
22 A. I, sc. XIV: «voglio battere il taccone»; in Malmantile, III 70 6 «fa di mestieri battere il

taccone», con MINUCCI, ed. 1688, pp. 181-82: «batter il taccone è lo stesso che batter la calcosa
[…] cioè ‘camminar via, andarsene’. Si dice anche battersela. E taccone si dice il suolo della scar-
pa, cioè quella parte che posa in terra».
23 Cfr. Malmantile, I 80 3, annotato dal MINUCCI, ed. 1688, p. 61, «pigliar il puleggio, ‘andar

via, pigliar il cammino’. È frase marinaresca»; l’espressione, che include un lemma dantesco (Pd.
XXIII 67, secondo certi mss. e con variazione della prima vocale), è già in PULCI, Morgante, XX-
VII 261 5, trova ampi riscontri nella tradizione comica toscana (GDLI, s.v. pileggio, n° 6) e torna
in FANFANI, Vocabolario dell’uso…, s.v. puleggio.
24 Cfr. Malmantile, IV 69 7, «pensa s’allor mi venne la rapina», con MINUCCI, ed. 1688, p.

219: «mi venne la rapina ‘mi venne rabbia’ […]. Rapina vuol dire ‘rubamento violento’ […], ma
dalle nostre donne è presa in cambio di rabbia».
25 Analogamente il Panciatichi, amico del Susini, mostra incettare ‘far incetta’ invece di rac-

cettare ‘dar ricetto’: LORENZO PANCIATICHI, Contraccicalata alla cicalata dell’Imperfetto [Orazio
Rucellai] sopra la lingua ionadattica [1662], in ID., Scritti vari, a c. di CESARE GUASTI, Firenze,
Felice Le Monnier 1856, pp. 89-112: 93.
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52 FABRIZIO FRANCESCHINI

‘fisima’ («quest’uria in testa non mi metterete»)26. Questa complessa di-


mensione toscana basterebbe da sola a reggere il confronto col Podestà di
Colognole del Moniglia, anch’esso «dramma civile» giocato sui registri au-
lico, toscano medio, rusticale (Ciapo, Tancia) e gergale (vedi, per Moro e
Bruscolo, «monello» e «di calca anco questo»: A. III, sc. 3)27.

3. Maschere napoletane, ottave siciliane, briganti calabresi


La tavolozza linguistica delle Nozze in sogno trae però altri colori dal
mondo della Commedia dell’Arte, ben noto a Susini e ai suoi amici. Loren-
zo Lippi «in gioventù frequentò le accademie e recitò più volte all’improvvi-
so la parte di Zanni»28, ossia il servo furbo. Lo stesso Pietro Susini o Istrion
Vespi faceva la parte del secondo Zanni o Pedrolino29 e il Malmantile, XI
55, lo mostra infatti «col coltel da Pedrolin di legno». Il loro compare Salvo
Rosata ossia il pittore e poeta Salvator Rosa, infine, era così bravo nella ma-
schera napoletana di Coviello «che sempre ch’ei si muove o ch’ei favella / fa
proprio sgangherarti le mascella»30. Ecco dunque che Fronzo, dovendo or-
ganizzare per conto di Pancrazio una serenata alla giovane Emilia e vedendo
giungere «maschere diverse», chiede appunto al «signor Coviello» di canta-
re «qualche Napoletana / o pur una graziosa Siciliana». Allora Coviello, con
voce di soprano, intona questa ottava siciliana (sc. XIII, p. 27):
Chiangiu lu iurnu e poi la notti quandu
hannu riposu l’omini e li feri;
sulu iu, senza riposu lacrimandu,
misuru l’uri e passu notti interi.
Si dormu mai, vannu cu l’umbri errandu
pallidi sonni e immagini severi.

26 Cfr. Malmantile, III 71 4, «un segno, che le ha data cattiv’uria» ‘cattivo augurio’, e

MINUCCI, ed. 1688, p. 182: «questa voce uria, corrotta da augurio […], s’intende […] che sia
usata invece di uggia […], o forse invece d’ubbia, che suona lo stesso».
27 Arricchiscono i valori espressivi del Podestà di Colognole il tartagliare di Desso e i finti in-

cantesimi di Bruscolo, e tali espedienti tornano, non a caso, nei personaggi di Tartaglia (con forti
effetti di doppio senso) e del Mago in [FILIPPO ACCIAIUOLI], Girello. Dramma musicale burlescho
del signor N. N., Ronciglione, In Navona all’insegna della Pace 1668 (anche in linea), musica del-
lo stesso Jacopo Melani e, per il prologo, di Alessandro Stradella, nuova ed. a c. di ALESSIO BAC-
CI, CARLO IPATA, Pisa, Fondazione Teatro di Pisa-Pacini 2017. Per un confronto tra Podestà di
Colognole e Nozze in sogno, ma sotto il profilo artistico e musicale, cfr. JAMES S. LEVE, Humor
and Intrigue. A Comparative Study of Comic Opera in Florence and Rome during the Late Seven-
teenth Century, Ph, D. Dissertation, Yale University 1998, pp. 138-71, cit. da MICHELASSI, VUEL-
TA GARCÍA, Antonio Cesti…, pp. 213-14.
28 Così GIOVANNI CINELLI, Vita dell’autore, in Malmantile racquistato…, ed. 1676.
29 MINUCCI, ed. 1688, p. 520.
30 Malmantile, IV 14 6-8
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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 53

Cu’ mia è sempri, dormendu e vegghiandu,


l’umbra e l’urruri di li mei pinseri.

A questo punto Filandra, la vecchia nutrice d’Emilia, comincia a tempe-


stare la compagnia cantante di sassate, sicché Fronzo batte il taccone. Emi-
lia, d’altra parte, si duole di aver disdegnato Lelio e per attirarlo di nuovo
a sé chiede a Filandra di adoperare ogni mezzo, compresa la magia («gli in-
canti adopra / […], sforza l’inferno a racquistarm’un cielo»: sc. XIX). In-
tanto Fronzo, ancora alla ricerca di un rifugio da quella «pioggia maladet-
ta» di pietre (sc. XXI), si imbatte in un tipaccio che gli dice di unirsi a lui
(«accucchiate cu’ mia. /[…] Te faiu crepantare / de morte spantiusa»: sc.
XXII, da cui il prosieguo), usando un dialetto calabrese ora ipercaratteriz-
zato ora mascherato da «parlar tuscanoso»31. Il personaggio (voce di bas-
so) si presenta infatti come «Iangurgolo Impetazza da Cutrona»32, masche-
ra forse di origine settentrionale33 ma fissatasi sin dagli inizi del Seicento
come «il “Calabrese” o “Giangurgolo”»34, ed è seguito appunto da «una
truppa di Calavresi» che, da bravi briganti, «annu le cortedazze […] e
quarche ’ncacafoco»35. Ed ecco la missione di questa poco raccomandabile
compagnia, cui Fronzo è invitato a unirsi attivamente (pp. 34-35):
FRONZO
E chi s’ha da burlar?
GIANGURGOLO
Mannaia toia,
li malincristignani,
che vinnunu cauzari stantiusi36.

31 ‘Unisciti a me. Ti faccio crepare di morte spaventosa’ o, più probabilmente, ‘sbalorditiva’.

Acchucchiare, -i vale ‘accoppiare, mettere insieme’ < ADCOPULARE (GERHARD ROHLFS, Nuovo di-
zionario dialettale della Calabria, Ravenna, Longo 1977, s.v.). Faiu, invece di cal. fazzu, pare co-
niato su aju ‘ho’, come il toscano fò su ho. Spantiusa, modellato sui maschili in -usu (ID., Gram-
matica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino, Einaudi 1966-69, § 1125), rinvia a
spantu ‘stupore’ o a spanticare ‘spaventare’, ‘sbalordire’ (ID., Nuovo dizionario…, s.vv.).
32 Cutrona pare un incrocio tra il dialettale Cutronu, Cutruni ‘Crotone’ (ID., Dizionario topo-

nomastico e onomastico della Calabria, Ravenna, Longo 1974, s.v.) e Cortona, sempre in omaggio
al «parlar tuscanoso» di Giangurgolo.
33 Zan richiama il settentrionale Zanni e Gurgolo il lat. curculio ‘gorgozzule’, sicché «Zan

Gurgolo rispecchia […] una raffigurazione realistica del contadino bergamasco […] dal volumi-
noso gozzo»: PAOLO TOSCHI, Le origini del teatro italiano. Origini rituali della rappresentazione
popolare in Italia, Torino, Boringhieri 1976², p. 212.
34 Cfr. BENEDETTO CROCE, I teatri di Napoli, dal Rinascimento alla fine del secolo decimotta-

vo, Napoli, Pierro 1891, quindi Milano, Adelphi 1992, p. 46 e vedi pp. 51, 81, 117.
35 Cortedazze ‘coltellacci’ mostra il rotacismo di l preconsonantica, la realizzazione invertita

di -LL- rappresentata da d e un plurale in -e che continua l’antico neutro (ROHLFS, Grammatica


storica…, § 369); cacafocu come voce scherzosa per ‘schioppo’ è attestata per il catanzarese e il
cosentino in ID., Nuovo dizionario…, p. 111.
36 ‘Mannaggia a te: i cattivi cristiani che vendono calzature usate per nuove’. In cauzari si nota
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54 FABRIZIO FRANCESCHINI

FRONZO
Forse gl’Ebrei? […]
Appunto han le Capanne;
sarebbe cosa spanta37.
GIANGURGOLO
Tuozzola l’amparanta38.
dincele che n’ voi far lo mormorizo
con iddi39, e nui pe’ dintu ce schiaffamo
e le trotoleiamo40.

Questo incontro avviene infatti nel «campo dove si sotterrano gl’Ebrei,


con veduta sul Ghetto»41:
Appunto quest’è il campo
ove ser Iacodino42

la velarizzazione di l preconson., complementare al rotacismo (ID., Grammatica storica…, § 243).


Stantiusi corrisponde a stantivu ‘stantio, non fresco’ (ID., Nuovo dizionario…, s.v.), con estensio-
ne del suffisso -usu (ID., Grammatica storica…, § 1125).
37 Spanta vale ‘mirabile, straordinaria’: v. LORENZO PANCIATICHI, Ditirambo d’uno che per

febbre delira (1659), in Scritti vari…, p. 80: «per aver qualcosa spanta / […] egli in villa i pini
pianta / colla barba volta in su»; analogamente Malmantile, VI 55 1, «si maraviglia, si stupisce e
spanta», in serie sinonimica, su cui MINUCCI, ed. 1688, p. 290.
38 ‘Bussa alla capanna’, cioè, secondo il termine ebraico, alla sukkà costruita ritualmente

presso la sinagoga, ove gli ebrei sono riuniti per la detta festa. Cfr. ROHLFS, Nuovo dizionario…,
s.vv. tozzulïare ‘bussare’ e parata ‘capanna del pastore’ (a Serrastretta e Filadelfia nel catanzare-
se), qui con doppio infisso nasale (mparanta) a fini espressionistici.
39 ‘Diglielo che vuoi fare due chiacchere con loro’. In dìncele si ha nci < *HINCE per ‘gli o ‘ci’

(ROHLFS Grammatica storica…, §§ 458, 460, 464). Murmurizzu ‘mormorio’ è in ID., Nuovo dizio-
nario…, p. 443; iddi muove da ILLI con sviluppo in retroflessa di -LL-.
40 ‘E noi ci precipitiamo dentro e li bastoniamo’: trottoleare sembra incrocio burlesco tra il

toscano trottola e il citato tozzulïare, ‘bussare (alla porta)’ ma anche ‘bussare, bastonare’.
41 Questa organizzazione dello spazio, funzionale alle esigenze sceniche, non corrisponde però

a quella reale, dato che Livorno non aveva ghetto e gli ebrei abitavano in città, mentre il loro cimi-
tero (l’«abitazione / ch’alla morta Giudea Livorno alloga») all’epoca era fuori delle mura e senza
recinti: cfr. STEFANO VILLANI, Alcune note sulle recinzioni dei cimiteri acattolici livornesi, «Nuovi
Studi Livornesi», XI (2004), pp. 35-51; PANESSA, LAZZERINI, La Livorno delle Nazioni…, p. 7.
42 Vedi già Malmantile, IV 23 5, «o ser Isac, o Abramo, o Iacodino», col commento di MI-

NUCCI, ed. 1688, p. 202. Iacodino è un apparente nome proprio costruito sul pl. ebraico yehudìm
‘ebrei’. Nei testi di ambiente romano la forma figura in effetti al plurale: cfr. «tra li altri Iacodim-
mi» in Li strapazzati. Farsa di norcini e giudiata, commedia nova di Giovanni Briccio romano, Ro-
ma, Guglielmo Facciotti 1627, A. II sc. 3, su cui BARBARA SANTAMBROGIO, Il giudeo-italiano nelle
fonti esterne: «Li Strapazzati» di Giovanni Briccio, «ACME», L, 1 (1997), pp. 245-57: 247; «o Iac-
codimmi, / dateci qualche aiuto!» in GIUSEPPE BERNERI, Il Meo Patacca ovvero Roma in Feste nei
Trionfi di Vienna, XII 19 7-8, nell’ed. a c. di BARTOLOMEO ROSSETTI, Roma, Avanzini e Torraca
1966, p. 413; Raccolta di voci romane e marchiane riprodotta secondo la stampa del 1768, con pre-
fazione di CLEMENTE MERLO, Roma, Società Filologica Romana 1932, p. 40. L’estensione al sin-
golare («il più ruvinato Hiecodì che sia fra tutti li Hiecodì») è già in Lo Schiavetto, comedia di
Gio. Battista Andreini, comico fedele detto Lelio, Milano, P. Malatesta 6 ottobre 1612, ora in
Commedie dei Comici dell’Arte, a c. di LAURA FALAVOLTI, Torino, UTET 1982, pp. 57-213: 110
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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 55

va conciando le quoia
per rifar i calcetti43 a Tentennino.
L’immagine di ‘ser Iacodino che concia e tira le cuoia per rifare gli scar-
pini a Tentennino’ riprende il riferimento alle attività di conciatori e cia-
battini degli ebrei (vedi sopra causari ‘calzari’), allude a comuni metafore
toscane per ‘morire’44, appropriate al paesaggio cimiteriale, ma indica so-
prattutto uno stretto rapporto tra l’ebreo e Tentennino cioè il diavolo45,
anticipando gli sviluppi successivi. A questo punto arriva gente e Giangur-
golo, allarmato, grida «Ieh, cumpagnuni, / ’ncafognamoce dintu all’infra-
scuni»46, mentre Fronzo, si nasconde in una «sepoltura» e «scend[e] pian
pian dal popol d’Isdraelle» (sc. XXII).

4. «s’è Sciabà non pigliamo zaù»

Nella successiva sc. XXIII Filandra, incaricata di «far fare ad un Ebreo


l’impiastro» per recuperare alla sua pupilla Emilia il perduto amore di Le-
lio, giunge alle residenze ebraiche e comincia a «chiamar l’Ebreo a dirittu-
ra: – Ser Mosè, ser Mosè! –». Questi (tenore) entra in scena, ed ecco le sue
parole (sc. XXIV- inizio sc. XXVI, pp. 36-38)47:
MOSÈ
Chi domanna? chi ’nc’è? […]
Annati, annati via,

(e vedi l’ed. Venezia, Gio. Battista Ciotti 1620, p. 64, consultabile anche in linea nel sito
https://archive.org): cfr. MARIA MAYER MODENA, A proposito di una scena «all’ebraica» nello
«Schiavetto» dell’Andreini, «ACME», XLIII, 3 (1990), pp. 73-81: 75, e UMBERTO FORTIS, La vita
quotidiana nel ghetto. Storia e società nella rappresentazione letteraria (sec. XIII-XX), Livorno, S.
Belforte 2012, pp. 171-80: 176.
43 Calcetti, anche in Malmantile, X 6 3, vale «scarpini di panno lino […] e […] ancora quel-

le scarpe di quojo sottile […] che usano i ballerini» (MINUCCI, ed. 1688, p. 465).
44 Vedi Malmantile, IV 20 1-4, e MINUCCI, ed. 1688, p. 200: «Tirar le quoia […] come fanno

i ciabattini e i calzolai, che tirano i quoi per condurgli a quella misura, che vogliono […]. Lo
scherzo dell’equivoco nasce da tirar le quoia, che vuol dir ‘morire’». Analogo senso ha l’espres-
sione tirare i calcetti o il calzino.
45 Vedi Malmantile, III 69 1-2, «Costei è quella strega maliarda, / che manda i cavallucci a

Tentennino», cioè evoca il diavolo, col commento di MINUCCI, ed. 1688, pp. 180-81: mandare i
cavallucci vale ‘inviare citazioni del giudice criminale’ («in Firenze […] cavallucci»), mentre
«Tentennino [è] nome dato dalle nostre donne al Demonio per non lo chiamare Diavolo, quasi
tentatore», voce con cui Tentennino, secondo il principio ionadattico, condivide le lettere iniziali.
Analogamente FANFANI, Vocabolario dell’uso…, s.v. Tentennino.
46 ‘Su, compagni, infogniamoci tra le frasche’; ieh o ia’ è tipico intercalare calabrese per

‘andiamo!’.
47 La numerazione dei versi è mia; gli interventi di Filandra citati sono tra quadre, quelli

omessi sono indicati con […].


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56 FABRIZIO FRANCESCHINI

non diam robi né panni,


ch’avimo li Capanni.
Simo tutti alli loghi 5
dintro alli Sinagoghi […].
Giura ’n Dio, s’è Sciabà
non pigliamo zaù. […]
Mi rompeti li capi.
È qualche goi insolenti; Beniamin, 10
mannate giù l’Ancona
a veder chi ragiona;
presto, misser Abràm,
che le nostri callà
van facendo doglienzi 15
de tanti impertinenzi
ai rabbin, ai cacam. […]
Che pozz’essere argato;
voglio scennere e poi
tutti li Ghetti sta sempri per noi. […] 20
È qualchi cotti
che si’, che vado agl’otti;
simo figli ancor noi del padre Adàm,
e io di quanti goi
ce scacazzan il Ghett, 25
giura ’n Dio non darìa ’na camiciàm.
[FILANDRA: Come ben vi ravviso;
buongiorno, ser Mosè.]
Buona maccà sul viso;
a dir, siete Filandra? […] 30
Ve domanno perdono,
che né manco alla voce ve conobbi.
Voliti ser Isac o ser Iacobbi?
[FILANDRA: Sol voi bramo.] Parlàti,
voliti far chiluf? [FILANDRA: Io non v’intendo.] 35
Se barattar voliti. […]
Voliti forse bottoncini o frangi?
Si ’ncè robi all’usanza?
V’imbattesti nel bono;
e là tutto se trovi, 40
e de seta e de panno.
Se novi non saranno,
saranno come novi.
[FILANDRA: O che sia maladetto!] Non annate in dispetto.
Susini ripropone così il tema degli ebrei che gabbano i gentili, venden-
do per nuove «robi […] come novi» ossia usate, e quello del loro rispetto
(in realtà inosservato) per il sabato, già nell’Amfiparnaso del Vecchi: «o
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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 57

Samuel Samuel / venit a bess, venit a bess /Adanai che l’è lo Goi / ch’è ve-
nut con lo moscogn [‘pegno’] […]. L’è sabbà cha no podem»48.
Dal punto di vista lessicale, l’impronta giudeo-italiana è garantita da nu-
merosi ebraismi, alcuni assai noti e diffusi (Sciabà < ebr. Shabbat ‘sabato,
festa’49; goi < ebr. goy ‘gentile, cristiano’50) e molti altri, invece, dall’aria
esotica e dal senso criptico, che il contesto e talora le stesse parole di Mosè
aiutano però a chiarire:
zaù ‘quattrini, denari’ (8), dall’ebr. postbiblico zahuv ‘moneta d’oro’; vedi nelle
Novantanove disgrazie di Pulcinella del Mancinelli, zacù («li cinquanta mengoti
[…] li cinquanta zacù») o zagù («li cinquanta zagù […] li cinquanta scudi»)51; za-
gurri ‘quattrini’, passato dal giudeo-romanesco ai non ebrei52; zevvin ‘quattrini’,
dal pl. ebraico zehuvim, in Andreini, Lo Schiavetto, a. II, sc. VI53;
callà ‘sposa, fidanzata’, qui f. pl. (14), dall’ebr. kallà, ‘id.’, praticamente di tutte
le varietà giudeo-italiana (Roma, Livorno, Firenze e, come calà per degeminazione,
Modena, Mantova, Venezia, Trieste, ecc.)54;
cacam, ‘sapiente, saggio’, qui m. pl. (17), dall’ ebr. chakhàm, ‘rabbino’ o ‘perso-
na importante della comunità’55;
argato ‘ucciso’ (18), dall’ebr. haràg ‘uccidere’ integrato nella coniugazione. in -
are, già in Briccio, Li Strapazzati, A. II sc. III, «Oh che singa achargato»’, e nelle
parlate di Roma, Pitigliano, Livorno56, Verona e del Piemonte57;

48 L’Amfiparnaso. Comedia harmonica d’Horatio Vecchi da Modona, Venetia, Angelo Garda-

no 1597, p. 32; vedi, anche per altri confronti, FORTIS, La vita quotidiana…, pp. 139-53: 146;
ERICA BARICCI, La scena «all’ebraica» nel teatro del Rinascimento, «ACME», LXIII, 1 (2010), pp.
135-63: 141-49.
49 Cfr., per la Toscana, FANFANI, Vocabolario dell’uso… s.v. sciabà, ‘giorno di festa, allegria’, e

analogamente GIUSEPPE MALAGOLI, Vocabolario pisano, Firenze, Accademia della Crusca 1939, s.v.
50 Cfr. FABRIZIO FRANCESCHINI, Tre voci di origine giudeo-italiana dal primo Ottocento a oggi:

«bagitto» ‘giudeo-livornese’, «gambero» ‘ladro’, «goio» ‘sciocco’, «Lingua Nostra», LXXII, 3-4
(2011), pp. 106-15.
51 Le novantanove disgrazie di Pulcinella, commedia sesta presa dall’improvviso, composta, ac-

cresciuta ed abbellita […] da Gregorio Mancinelli romano, Roma 1769 e quindi ivi, Gio. Battista
Cannetti 1807 (anche in linea), da cui cito, pp. 57-58.
52 GIGGI ZANAZZO, Parole del gergo ebraico-vernacolo usate anche dal popolo di Roma, in ID.,

Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, Torino, Società tipografico-editrice nazionale 1908,
pp. 467-70: 470 (altra ipotesi in MARCELLO APRILE, Grammatica storica delle parlate giudeo-italia-
ne, Galatina, Congedo 2012, p. 246).
53 FALAVOLTI, Commedie dei Comici…, p. 110; cfr. MAYER MODENA, A proposito di una

scena…, p. 75, e FORTIS, La vita quotidiana…, p. 172 e n. 81; APRILE, Grammatica…, p. 245.
54 UMBERTO FORTIS, La parlata degli ebrei di Venezia e le parlate giudeo-italiane, Firenze,

Giuntina 2006, pp. 162-63; APRILE, Grammatica storica…, p. 230.


55 Ivi, p. 267; FORTIS, La parlata…, pp. 241-43.
56 Ma piuttosto per ‘picchiare’: vedi ad es. «argàvi, ha’ detto» ‘hai detto che avresti picchia-

to’, in GUIDO BEDARIDA, Ebrei di Livorno. Tradizioni e gergo in 180 sonetti giudaico-livornesi, Fi-
renze, Le Monnier 1956, p. 165 e n. 1.
57 APRILE, Grammatica storica…, p. 171.
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58 FABRIZIO FRANCESCHINI

camiciàm ‘moneta di poco valore’ (26), dall’ebr. chamishà ‘cinque’, passato al


gergo romano come camìcia ‘cinque’58;
maccà ‘colpo’ (29, «maccà sul viso»), ‘disgrazia’, ‘danno economico’, dall’ebr.
makkà ‘id.’, presente a Roma, Livorno, Firenze, Ferrara, Modena, Mantova, Tori-
no, Moncalvo, Venezia, Trieste59;
chiluf ‘scambio, baratto’ (35 «voliti far chiluf?», tradotto dallo stesso Mosè, 36,
«se barattar voliti»); dall’ebr. postbiblico chillùf ‘scambio’, in giudeo-romanesco
come chullùf, con assimilazione della vocale protonica60.

Il brano considerato trova dunque corrispondenze lessicali nel giudeo-li-


vornese o bagitto e in altre varietà giudeo-italiane, ma specialmente nel giu-
deo-romanesco61, alle cui condizioni dell’epoca rinvia in ogni caso la veste
fonomorfologica62. Certo anche il bagitto, come attestato nel Sette-Ottocen-
to, condivide col giudeo-romanesco e con altre varietà giudeo-italiane i tipici
femminili plurali in -i invece che in -e (robi 3, li Capanni 4; alli Sinagoghi 6,
ecc.)63, i clitici in -e invece che in -i (de tanti 16, ce scacazzan 25, ve domanno
31, ecc.), l’articolo det. m. plur. li invece di i (alli loghi 5, li capi 9, ecc.) e le
desinenze -amo, -emo, -imo invece di -iamo (avemo o come qui avimo 4: v.
sotto)64. Sono però ignoti al giudeo-livornese e presenti invece nel giudeo-
romanesco medievale e rinascimentale l’assimilazione centro-meridionale

58 Ivi, p. 287; ZANAZZO, Gergo dei numeri dei «Bagarini», in ID., Usi e costumi…, p. 465.
59 FORTIS, La parlata…, pp. 303-4; APRILE, Grammatica storica…, p. 249.
60 CRESCENZO DEL MONTE, ATTILIO MILANO [1955, 1964], Glossario del dialetto giudaico-ro-

manesco, ora in DEL MONTE, Sonetti giudaico-romaneschi, sonetti romaneschi, prose e versioni, a
c. di MICAELA PROCACCIA, MARCELLO TEODONIO, Firenze, La Giuntina 2007, pp. 615-71: 643;
APRILE, Grammatica storica…, p. 247.
61 Vedi anche, dal veneziano geto e quindi ghetto (Marin Sanudo, ante 1536), ghetti (sing.:

20, forse, e più oltre) vicino al giudeo-romanesco ghette, alternante con ghett (25), giudeo-anco-
netano oltre che nord-italiano: APRILE, Grammatica storica…, p. 253.
62 Vedi MARCO MANCINI, Sulla formazione dell’identità linguistica giudeo-romanesca fra tardo

Medioevo e Rinascimento, «Roma nel Rinascimento», 1992, pp. 53-122: 96-104.


63 Per BENVENUTO TERRACINI, rec. a MAX BERENBLUT, A comparative Study of Judeo-Italian

Translations of Isaiah, «Romance Philology», X (1957), p. 254, «la più costante caratteristica del
giudeo-italiano», presente a Roma, Firenze, Livorno, Mantova ecc., e già nel testo studiato da
UMBERTO CASSUTO, Un’antichissima elegia in dialetto giudeo-italiano, «Archivio Glottologico Ita-
liano», XXII-XXIII (1929), pp. 349-408: 380-83, e in antichi testi giudeo-romaneschi. Manca in-
vece dai coevi testi romani (MANCINI, Sulla formazione…, pp. 101 e 122, ma vedi anche LUISA
FERRETTI CUOMO, Una traduzione giudeo-romanesca del libro di Giona, Tübingen, Niemeyer
1988, pp. 46-47).
64 Vedi in generale GIOVANNA MASSARIELLO MERZAGORA, Giudeo-Italiano. Dialetti italiani

parlati dagli Ebrei d’Italia, Pisa, Pacini 1977, con FRANCESCHINI, Livorno, la Venezia…, pp. 201-
10. Anche l’estensione di -i a singolari quali Iacobbi 33, e più oltre, un incanti, un corpi, ecc. trova
confronti giudeo-livornesi in un’imbasciati, un’urtonati della Betulia liberata in dialetto ebraico e
in santa paci, roba tareffi del Guarducci (FABRIZIO FRANCESCHINI, Giovanni Guarducci, il bagitto
e il Risorgimento. Testi giudeo-livornesi 1842-1863 e Glossario, Livorno, S. Belforte 2013, p. 201).
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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 59

ND > nn (domanna 1, annati, annati 2, mannate 11, scennere 19 ecc.)65 e trat-


ti più meridionali, ma in parte noti al romanesco antico, come lo sviluppo
metafonetico di e chiusa in i (avimo 4; simo 5 e 23, dintro 6; voliti 33, 35, 36;
follitti più oltre, ecc.), l’esito j- di J-/DJ- in Iacobbi 33 e Iacodin più oltre <
yehudìm (ma giù 11, giura 26), il clitico ’nc’ < *HINCE (chi ’nc’è ‘chi c’è’? 1, si
’nc’è ‘se c’è’ 38) e il tipo pozzo ‘posso’ e sim. (pozz’essere, 18; pozzon più ol-
tre). Decisiva è infine la desinenza in -ti delle II plurali, che «accomuna giu-
deo-romanesco antico e giudeo-romanesco moderno, ma non è condivis[a]
dal romanesco di “prima fase”»66, qui attestata al presente indicativo (rom-
peti 9; voliti cit., ma siete 30), all’imperativo (annati 2bis, parlati 34, ecc.), al
perfetto indicativo e al condizionale (v’imbattesti ‘v’imbatteste’ 39; ci faresti
‘ci fareste’ più oltre).
Accertata così l’identità linguistica di ser Mosè, possiamo concludere che
il repertorio linguistico offerto dalle Nozze in sogno comprende italiano auli-
co, toscano comico, gergo, lingua ionadattica, siciliano, calabrese e giudeo-
romanesco, sicché risulta più ricco di quelli della Vedova del Cini (1569)67 o
del citato Podestà di Colognole del Moniglia, per ricordare due esempi to-
scani, e trova piuttosto confronto negli Strapazzati del Briccio (1627)68, pur
senza eguagliare Li diversi linguaggi del Verucci (1609, 1627)69 o certe com-
medie dell’Andreini70. Al di là del computo delle varietà, interessa piuttosto

65 Giunta però sino al giudeo-ferrarese: MICHAEL RYZHIK, Il dialetto giudeo-ferrarese e il giu-


deo-italiano antico, «Medioevo Romanzo», XXXVIII, 1 (2014), pp. 152-69: 157-59.
66 MANCINI, Sulla formazione…, p. 101 tratto 26 e vedi p. 98. Anche in MANCINELLI, Le no-

vantanove disgrazie…, p. 56, «spendereti poco e stareti bene»; p. 58 «non dubitati […] veniti
[…] sentiti» ecc.
67 Cfr. La Vedova, commedia di M. Giovambattista Cini, rappresentata in onore del Serenissi-

mo Arciduca Carlo d’Austria nella venuta sua in Fiorenza l’anno MDLXIX, Firenze, Giunti 1569,
e quindi, con introduzione di BENEDETTO CROCE, Napoli, Philobiblon 1953: qui, in contesto to-
scano, compaiono napoletano, siciliano, veneziano e bergamasco.
68 Ove abbiamo il «villano delle montagne di Norcia» padre di Violetta l’amorosa, Zanni il

facchino, «Pantalone veneziano, Babbione villano goffo, Pasquarello napoletano […], un Giudio
ed alcuni compagni» (SANTAMBROGIO, Il giudeo-italiano…, p. 246).
69 Li diversi linguaggi, comedia del sig. Vergilio Verucci, Gentil’huomo romano Dottor di legge

ecc., Venezia, Spineda 1627 (anche in linea nel sito https://archive.org) e già ivi, Alessandro Vec-
chi 1609, mostra «questo romano» e altre nove varietà, indicate nel Prologo da Giorgetto: «un
Franzese, un Venetiano, un Bergamasco, un Napolitano, o un parlar Fiorentino, o Matricciano, o
Ceciliano, o Perugino, o Bolognese» (ed. Spineda 1627, p. 4, e vedine ora l’edizione in LUCIANO
MARITI, Commedia ridicolosa. Comici di professione, dilettanti, editoria teatrale nel Seicento. Sto-
ria e testi, Roma, Bulzoni 1978, pp. 109-206: 110). Su questo testo e più in generale sull’ambiente
teatrale romano vedi CLAUDIO GIOVANARDI, Roma e le sue lingue nelle commedie del Rinascimen-
to, in Scrivere il volgare fra Medioevo e Rinascimento, a c. di NADIA CANNATA, MARIA ANTONIET-
TA GRIGNANI, Pisa, Pacini 2009, pp. 199-211, e ID., Sulla lingua delle commedie “ridicolose” ro-
mane del Seicento, «La lingua italiana», VI (2010), pp. 101-21.
70 LUCA D’ONGHIA, Aspetti della lingua comica di Giovan Battista Andreini, «La lingua ita-

liana», VII (2011), pp. 57-80: 68-69. Alcune composizioni, benché di altro genere, di Giulio
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60 FABRIZIO FRANCESCHINI

notare che il tipico schema a coppie della Commedia dell’Arte (gli amorosi
Flammiro-Lucinda e Lelio-Emilia, i due mercanti, i due servi) e l’assegna-
zione stereotipa dei registri linguistici ai personaggi qui sono integrati o
meglio superati, come nello Schiavetto dell’Andreini (1612)71, tramite l’in-
serimento di varietà eccentriche o molto marcate quali, nel nostro caso, il
calabrese e il giudeo-romanesco, tanto più stravagante dato il contesto to-
scano (ma di questo più oltre).

5. L’ebreo stregone

Vediamo ora, senza commentarne gli aspetti fonomorfologici, la parte più


significativa della sc. XXVI, posta alla fine dell’Atto I, nell’esatto centro del-
l’intero dramma (pp. 38-40):
FILANDRA: Mal gradito il suo amore,
saper desia per opra d’incantesimo
chi ’l bell’idolo suo rapito gl’ha.
MOSÈ: Voliti fare da maccacefà72?
FILANDRA: Che nomi stravaganti!
MOSÈ: Se vuol far un incanti. […]
Or via,
cavatemi d’impacci;
dite cha73 ve bisogna,
li caraffi o li stacci?
De ceri le figuri?
O con paroli scuri,
nelli scoli di Ghetti,
voliti, adosso alli rabbini nostri
in forma di gazzir74,

Cesare Croce giungono a impiegare sino a «diecisette linguaggi», come detta il titolo delle sue
Disgratie del Zane ecc., Bologna, Heredi di Bartol. Cochi 1621: cfr. FABIO FORESTI, Per una lettu-
ra critica dell’opera di Giulio Cesare Croce, «Rivista Italiana di Dialettologia. Lingue dialetti so-
cietà», XXXVI (2012), pp. 193-234, e FEDERICO BARICCI, Sogno del Zambù in lingua bergamasca,
descritto in un soneto di molti linguaggi, in Giulio Cesare Croce autore plurilingue, a c. di LUCA
D’ONGHIA, Alessandria, Edizioni dell’Orso 2017, pp. 7-37.
71 Ove troviamo in particolare «il fiorentino demotico dell’albergatrice Succiola, il furbesco

dei malandrini […], il giudeo-italiano dei mercanti ebrei»: vedi D’ONGHIA, Aspetti della lingua
comica…, p. 68.
72 ‘Strega’, da ebr. mekhashefà ‘id.’; cfr. mahhasefà: ‘id.’ a Torino, machascèffe ‘stregone’ a Ro-

ma (APRILE, Grammatica storica…, p. 261) e mehascefà ‘strega’ in BEDARIDA, Ebrei di Livorno…, p.


132 e n. 6.
73 La stampa ha ch’a, ma sarà il ca meridionale, congiunzione e pronome (ROHLFS, Gramma-

tica storica…, § 486).


74 ‘Porco’, da ebr. chazìr, di tutte le parlate giudeo-italiane e, come gazzir, del romanesco:

APRILE, Grammatica storica…, p. 151.


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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 61

io ve faccia parlar dalli follitti?


FILANDRA: Tutto vi dirò poi:
quel gazzir non intendo.
MOSÈ: È quel che porco addimannate voi.
A fare quest’incanti
ce vuol un cor umano,
funi, chiodi, capelli e ’l tutto assetti75
se bruci dentro a un cantero di Ghetti. […]
In questa sepoltura
vogl’ire intanto a procacciare il core. […]
Non abbiati paura,
che quest’è un corpi di casa Calò. […]
Non moriti, di grazia,
ci faresti gran torti,
che, se prima non siete circuncisa
non pozzon alloggiarvi i nostri morti.
Mosè cava Fronzo dalla sepoltura
Piglio adesso il zacchin76 e gli apro il petto.
Qui Fronzo dà un pugno all’Ebreo.
FRONZO: O tu abbachi al certo,
o perfido Giudeo e maladetto!
MOSÈ: Scuro me77,
Salomon,
ser Aron,
Iacodin,
Beniamin,
Adonai,
Badanai
soccorritimi, Mordacai.
[FRONZO: Venghin, salvadanai,
sù sù, compagni, in tuono:
meniam dolce all’Ebreo, facciam di buono!
E con l’abbattimento d’Ebrei e Giangurgoli termina l’Atto primo.

75 Così la stampa, ma si potrebbe emendare in a ffetti, con plur. in -i di fetta: ‘il tutto, fatto a
pezzetti, si bruci’.
76 ‘Coltello’, da ebr. sakìn ‘id.’, in giudeo-romanesco come zachìmme (ZANAZZO, Parole del

gergo…, p. 470) o zachinìmme, pl. con valore di sing. (DEL MONTE, MILANO, Glossario del dialet-
to…, p. 670). Per la possibile, ma discussa, derivazione da questa voce del gergale saccagno, zac-
cagno ‘id.’ vedi FERRERO, Dizionario storico dei gerghi…, p. 291.
77 ‘Povero me’: vedi scuri iornati, scuro Satan in GIOVANNI BRICCIO, Li Strapazzati, Roma,

Facciotti 1627, A. II, sc. III; scuri Sciabadai ‘poveri noi Ebrei’ in BERNERI, Il Meo Patacca…, XII
19 4; DEL MONTE, MILANO, Glossario del dialetto…, s.v. scurore ‘tristezza’; il bagitto ha invece
negro de me (BEDARIDA, Ebrei di Livorno…, p. 15), modellato sul portoghese negro de mim.
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Il Susini dunque, come gli autori degli Strapazzati, dello Schiavetto e già di
certe rappresentazioni quattrocentesche78, sciorina una serie di nomi ebrai-
ci e chiude con la bastonatura degli ebrei; l’episodio però si incentra sul
più scabroso e originale tema magico.
Prima troviamo riferimenti alle più diffuse tecniche di divinazione o fat-
tura, citate anche nel Malmantile colle note del Minucci («fare lo staccio, o
il pentolino, o la caraffa»)79 e descritte in dettaglio, perché in odore d’ere-
sia, nei manuali per inquisitori80. In questi riti si invocano santi e angeli81,
ma la magia più potente si lega al mondo ebraico, al suo alfabeto e ai suoi
teonimi82: ad esempio, gli atti di un processo celebrato a Pisa nel 165683
mostrano, in un disegno, le forbici usate per il rituale dello staccio dal fio-
rentino Francesco Palandri, con la scritta «adonai i(n) principiu(m)» e quat-

78 Cfr. La rappresentazione d’uno miracolo del corpo di Cristo, in NERIDA NEWBIGIN (a c. di),

Dieci sacre rappresentazioni fra Quattro e Cinquecento, «Letteratura Italiana Antica», 10 (2009),
pp. 74-97: 96: «El Podestà dice al Cavaliere e a’ Birri: Chiamate […] questi giudei […]: Abràm,
Davìd, Jacòb e Salamone / Sabbato, Isaac, Jacòb ed Abramino / e Samuel, Josefe quel ghiotto-
ne, / Natàl e Giubba e quel Manovellino, / e quell’altro Josefe Quadroballa, / Amicca, Acadde
e Rechilla e Jacalla. Ora va el Cavaliere a trovare e Giudei e bastonangli quanto possono». Questo
dramma, conservato da stampe del 1495 ca., fu rappresentato da attori fiorentini a Roma, l’8
giugno 1473, nelle feste per Eleonora d’Aragona organizzate dal cardinal Riario: cfr. NERIDA
NEWBIGIN, Feste d’Oltrarno: plays in churches in fifteenth-century Florence, I, Firenze, Olschki
1996, pp. 140-41; PIETRO DELCORNO, The Roles of Jews in the Florentine «Sacre Rappresentazio-
ni»: Loyal Citizens, People to Be Converted, Enemies in the Faith, in JONATHAN ADAMS, JUSSI
HANSKA (eds.), The Jewish-Christian Encounter in Medieval Preaching, New York, Routledge
2015, pp. 253-81: 258-59. Riferimenti a questa rappresentazione, in un ampio quadro europeo,
in ENRICO GIACCHERINI, L’“ebreo” nella letteratura inglese medievale, Pisa, University Press
2016, pp. 79-123.
79 MINUCCI, ed. 1688, p. 181.
80 Cfr. UMBERTO LOCATI, Opus quod iudiciale inquisitorum dicitur, Roma 1570, cit. da ADRIA-

NO PROSPERI, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi 1996,
p. 396 n. 77; Prattica per provedere nelle cause del tribunale del Sant’Officio, redatta in volgare nel
primo Seicento ed edita da GIAN LUCA D’ERRICO, I sortilegi, in Sortilegi amorosi, materassi a nolo
e pignattini. Processi inquisitoriali del XVII secolo fra Bologna e il Salento, a c. di UMBERTO MAZ-
ZONE, CLAUDIA PANCINO, Roma, Carocci 2008, pp. 119-70: 169 per la caraffa e 167 per lo staccio
con le forbici e le «statue di cera, trafiggendole con aghi e facendole a poco a poco dileguare al
fuoco».
81 Vedi D’ERRICO, I sortilegi…, p. 139, per la testimonianza di Elena Dall’Aglio (Bologna,

28 novembre 1662), con la formula magica «per San Pietro per San Paolo, se il tale ha avuto …
[si nominava l’oggetto rubato], il Setaccio si mova», e cfr. MARINA CAFFIERO, Legami pericolosi.
Ebrei e cristiani tra eresia, libri proibiti e stregoneria, Torino, Einaudi 2012, p. 107, per l’editto
del gennaio 1692 che condanna «l’esperimento della caraffa, del crivello, per trovar […] tesori,
cose nascoste o rubbate o perdute […], massime con abuso de’ sacramenti, o di cose sacre o
benedette».
82 Ivi, pp. 97, 122-33 e passim.
83 PAOLO CASTIGNOLI, Filtri d’amore e malie. Appunti sulle fattucchiere a Livorno nel Seicento,

in Sul filo della scrittura. Fonti e temi per la storia delle donne a Livorno, a c. di LUCIA FRATTARELLI
FISCHER, OLIMPIA VACCARI, Pisa, PLUS 2005, pp. 177-91: 180-81.
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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 63

tro segni ebraici interpretabili come eloì 84, mentre alla caraffa divinatoria è
associata la scritta «(eloi) adonatos», forse incrocio tra adonai e il greco
athánatos ‘immortale’.
Il nostro stregone ebreo però va ben oltre queste pratiche della magia
popolare e non si accontenta nemmeno delle formule magiche ebraizzanti
già note al teatro toscano di argomento sacro85, ma passa alle magie di
massima potenza, cui non a caso si associa una carica antigiudaica assai più
forte. Ecco dunque l’identificazione degli ebrei col maiale, presente anche
nelle giudiate romane del Sei-Settecento86, e l’immagine del sabba in Sina-
goga, con follitti e donne cristiane a cavalcioni dei «rabbini nostri / in for-
ma di gazzir»87. L’operazione estrema è il prelievo del «cor umano» di un
ebreo morto, da bruciare con «funi, chiodi, capelli» in modo da legare e
inchiodare il cuore dell’amato alla donna che ordina la malia. Simili opera-
zioni magiche su cadaveri potevano esser suggerite da Apuleio, tradotto
dal Firenzuola88, o dal Basile che, in una novella rifatta dal Lippi, parla di
una magia con «lo core de no drago marino»89. Difficile però non vedere,

84 Attorno al manico circolare delle forbici sono disposti, da destra a sinistra, i caratteri ‫א‬

aleph in forma corsiva, ‫ ל‬lamed, ‫ ו‬waw (invece di ‫)ה‬, ‫ י‬yod, sicché la scritta imita in malo modo
l’ebraico ‫אלהי‬.
85 Nella Rappresentazione di Costantino Imperatore, San Silvestro Papa e Sant’Elena, Firenze

1510 ca., ristampata a Firenze, Siena e, ancora nel 1618, a Orvieto, un negromante cerca vana-
mente di salvare dalla morte il crudele Quirino, colpevole del martirio di San Timoteo, con for-
mule come «Berith: Charith: Surith»; più oltre il mago ebreo Zambrì opera un prodigio (vedi ol-
tre) «con parola che nessuno intende» ma che contiene «el nome santo e pio / del vero creator e
magno Dio»: cfr. ALESSANDRO D’ANCONA, Sacre rappresentazioni dei secoli XIV, XV, XVI, Firen-
ze, Le Monnier 1872, II, pp. 187-234: 201 e 217-18, e ora GIANNI CICALI, L’«Inventio crucis» nel
teatro rinascimentale fiorentino. Una leggenda tra spettacolo, antisemitismo e propaganda, Firenze,
Società Editrice Fiorentina 2012, pp. 85-88 e sgg.
86 Secondo le proteste inviate dall’Università ebraica alle autorità di Roma, nei cortei di carri

con scene antigiudaiche organizzati nel carnevale del 1711 si fingeva «di scorticare un Hebreo,
ferendolo a guisa di un porco», mentre nel 1715 si derideva «il pane azzimo e altri riti della detta
Legge Mosaica, facendo comparire Moisè e i Rabbini in figura di mezzo uomo e mezzo porco»:
CAFFIERO, Legami pericolosi…, pp. 363-64 e cfr. p. 116.
87 Di presunte orge di cristiane ed ebrei, nella festa del sabato, si parla nel 1756 a Landskron

in Carinzia: vedi CHARLES NOVAK, Jakob Frank le faux messie. Déviance de la kabbale ou théorie
du complot, Paris, l’Harmattan 2012, p. 50.
88 Vedi Metamorfosi, III, cap. 18, così reso: «Quivi era […] piastre di metallo piene di non

conosciute lettere […]; quivi si trovavan de’ sepolti corpi infinite membra […]; più là un’ampol-
la di sangue di morti da omicida coltello […]. E avendo dette molte parole sopra tutte quelle co-
se […], e avviluppando que’ capelli insieme con molti odori, gli gettò ad abbruciare» (APULEIO,
Dell’Asino d’oro, tradotto per m. Agnolo Firenzuola fiorentino, Firenze, Filippo Giunti 1598,
quindi L’Asino d’Oro di Lucio Apuleio volgarizzato da Agnolo Firenzuola, Milano, G. Daelli e
Comp. 1863, pp. 114-15 dell’edizione in linea nel sito liberliber.it).
89 Cfr. GIOVAN BATTISTA BASILE, Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de’ peccerille

[I. 9], a c. di CAROLINA STROMBOLI, Roma, Salerno 2013, I, p. 184. L’episodio (ripreso anche nel
film di Matteo Garrone) è degradato nel Malmantile, II 12 8, con l’espressione «cuor […] d’asi-
no marino», giocata anche sull’effettiva esistenza del bue marino.
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64 FABRIZIO FRANCESCHINI

in questa scena, l’immagine dei perfidi ebrei che con forbici e zacchin infie-
riscono sui corpi umani, come nelle narrazioni e nelle xilografie del «beato
Simonino martire dela cità di Trento»90.

6. La magia, l’eresia e lo scherzo

Le Nozze in sogno riflettono insomma l’equivoco intreccio di mercanti,


schiavi e lingue proprio di Livorno, la larga diffusione di pratiche magiche
e il fatto che, se gli ebrei erano considerati ostilmente in quanto «maghi e
negromanti per eccellenza», «proprio in conseguenza di questa fama i cri-
stiani si rivolgevano a loro in caso di bisogno di esperti e mediatori di ma-
gia»91. D’altra parte l’opera è dedicata a un Medici amante del teatro e non
estraneo alla religiosità popolare92, ma pur sempre cardinale, in un mo-
mento in cui «sortilegi e medicine “superstiziose” occupano in pratica tut-
to l’orizzonte dell’Inquisizione»93 ed ebrei convertiti quali Giulio Morosini
degradano la religiosità ebraica a superstizione e magia, connessa con le
potenze diaboliche94. La stessa messa in scena di tale materia poteva pro-
curare seri problemi, tanto che nel 1579, a Pisa, i comici di Giovanni Scar-
petta furono accusati di vilipendio alla religione per scenari quali La com-
media degli spiriti e Il Negromante95.
Certo Le nozze in sogno si rivolgono non a un pubblico comune, ma a
un’Accademia di distinti «cavalieri», eppure la questione non poteva esse-
re ignorata, come mostra l’avvertenza Al Lettore:
la scena vigesimasesta ed ultima dell’Atto primo si è messa per scherzo, che del

90 Cfr. ARIEL TOAFF, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Bologna, il Mulino

2008², pp. 197-204 e tav. 16, con la riproduzione di una di tali incisioni (Italia settentrionale,
1475-1485).
91 CAFFIERO, Legami pericolosi…, p. 112. Lo stesso figlio spurio di Cosimo de’ Medici don

Giovanni aveva coltivato qabbalà e magia con Benedetto de Blanis e col rabbino Samuel Hagès:
cfr. EDWARD L. GOLDBERG, Jews and Magic in Medici Florence. The Secret World of Benedetto
Blanis, Toronto-Buffalo-London, University of Toronto Press 2011; ARIEL TOAFF, Storie fiorenti-
ne. Alba e tramonto dell’ebreo nel ghetto, Bologna, il Mulino 2013, pp. 169-77.
92 Vedi i suoi pellegrinaggi al santuario di S. Domenico di Soriano in Calabria e la richiesta

ai parenti del Tirolo, il 27 settembre 1639, di «alcune trecce che hanno toccato la reliquia di San
Bastiano, in questi sospetti di peste»: GAETANO PIERACCINI, La stirpe de’ Medici di Cafaggiolo, Fi-
renze, Vallecchi 1947², II, parte seconda, pp. 92-118: 98.
93 PROSPERI, Tribunali della coscienza…, p. 397.
94 Vedi CAFFIERO, Legami pericolosi…, pp. 78-143, e ad indicem per il Morosini e Paolo Se-

bastiano Medici.
95 VALENTINA NIDER, La censura del «Disparate»: l’«Entremés de la Infanta Palancona» (Pisa

1616) e la commedia burlesca «Durandarte y Belerma», in Leyendas negras e leggende auree, a c. di


MARIA GRAZIA PROFETI, DONATELLA PINI, Firenze, Alinea 2011, pp. 153-84: 173.
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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 65

resto non s’intende volere esercitare incantesimi o fattucchierie, che sono contra-
rie alla nostra Santa Fede ed a’ buoni costumi. Vivi felice.

Questo accenno allo «scherzo» va forse preso sul serio. Davanti alle pra-
tiche magiche che l’Inquisizione riconduce all’eresia, il nostro testo non
può rispondere nei termini di rappresentazioni cinquecentesche come
quella di San Silvestro Papa e Sant’Elena, citata sopra (nota 85). Qui la ma-
dre di Costantino, fattosi ormai cristiano, propende invece per l’ebraismo
e l’altercatio tra le due fedi, svolta inizialmente in punto di dottrina, si ri-
solve nel confronto diretto tra il mago ebreo Zambrì e San Silvestro (come
già negli Actus Silvestri e nella Legenda Aurea). Il mago, per provare il pri-
mato dell’ebraismo, fa venire un focoso toro e dice «Senza timor suo’ lega-
mi sciogliete / ché presto morto in terra lo vedrete. Sciolto el toro Zambri
gli parla nell’orecchio [con l’impronunciabile teonimo] e il toro casca mor-
to». San Silvestro però, assai più potente, lo risuscita dicendo, ad alta voce,
«per la virtù di quel che morì in croce / levati vivo su, toro feroce», e il
prodigio determina la conversione degli ebrei96. Anche nelle Nozze in so-
gno lo stregone ebreo è sconfitto da una sorta di resurrezione, operata
però non da un papa ma dal servo scaltro Fronzo, dominus dei registri lin-
guistici e delle situazioni: mentre lo stregone ne «cava […] dalla sepoltu-
ra» il corpo e sta per estrargli il cuore, egli salta su, grida «o perfido Giu-
deo e maladetto» e «dà un pugno all’Ebreo», dando il via all’«abbattimen-
to d’Ebrei». Questo formidabile colpo di teatro poteva forse dissolvere,
nella risata degli spettatori, i dubbi che la scena evidentemente suscitava.

7. «Colla loro ingrata favella…»

Ci si deve chiedere, tuttavia, perché l’ebreo stregone di Livorno parli in


giudeo-romanesco. La risposta più semplice, e comunque non priva di
fondamento, è che il Briccio, Gian Lorenzo Bernini e altri teatranti aveva-
no fatto del giudeo-romanesco una lingua associata alla maschera dell’e-
breo97, come il bergamasco agli Zanni e il napoletano a Coviello. Questa

96 D’ANCONA, Sacre rappresentazioni…, II, pp. 217-18.


97 Del Briccio vedi, oltre a Li strapazzati, La zingara giudia, con un norcino che la beffeggia.
Zingarata nova, piacevole e bella di Giovanni Briccio romano, Viterbo (ca. 1675, ma il testo è cer-
tamente anteriore), mentre allo stesso filone appartiene L’Ebreo finto Conte, overo Tognino im-
pazzito. Contrasto di giudiata redicolosa, recitato dalla Conversatione di Trastevere alla Botticella,
Todi 1697. La commedia di GIAN LORENZO BERNINI, Fontana di Trevi, risalente al 1644 e conser-
vata manoscritta, ma anepigrafa, a Parigi, Bibliothèque nationale de France, mss. Italiens n°
2084, si legge nell’edizione a c. di CESARE D’ONOFRIO (cui si deve il titolo), Roma, Staderini
1963, da cui cito di seguito (per edizioni successive cfr. GIOVANARDI, Sulla lingua delle commedie
“ridicolose”…, p. 107 n. 1). Qui compare il personaggio del Giudeo, con battute come «scuseti li
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66 FABRIZIO FRANCESCHINI

tradizione, inoltre, doveva essere nota al (o riconoscibile da parte del) car-


dinale dedicatario, che da un lato aveva studiato ebraico98 e dall’altro in-
tratteneva rapporti con gli ebrei romani, anche rispetto alle sue prestigiose
residenze nell’Urbe99.
La domanda può esser però formulata in altro modo: come mai il Susini
non usa, per questa satira antiebraica ambientata a Livorno, una varietà
giudaizzante associata a tale città? Ammettendo pure che il bagitto sia nato,
tra fine XVII e XVIII secolo, dall’interferenza tra lingue sefardite e varietà
centromeridionali degli ebrei italiani100, dovevano esserci comunque giu-
deo-lingue di base italiana suscettibili di parodia, come mostra l’Andreini
nello Schiavetto, col suo «più ruvinato Hiecodì»101, e conferma il convertito

nostri ignoranzi» (p. 39), ove si notano la II plurale in -ti e l’estensione di -i nei femminili plurali
(se non si tratta di singolari, come negli esempi citati sopra, n. 64). Le forme giudeo-romanesche
più caratteristiche sono però attribuite al pittore romano Iacaccia che, tra altre espressioni dialet-
tali e gergali, presenta tavarre (pp. 49, 70-71) col plur. tavarimme (p. 52), dall’ebr. davar ‘azione,
parola, cosa’ giunto a significare ‘nulla, cosa da nulla’, e de monà dall’ebr. emunà ‘fede, fiducia’:
cfr. SANDRA DEBENEDETTI, Parole in giudaico-romanesco in una commedia del Bernini, «Lingua
Nostra», XXXI (1970), pp. 87-89; MARCO MANCINI, Su tre prestiti giudaici nel romanesco comu-
ne, «Studi Linguistici Italiani», XIII (1987), pp. 85-101.
98 Carlo fu creato cardinale il 2 dicembre 1615 mentre, diciannovenne, aveva iniziato a stu-

diare la lingua ebraica (GIAMPIERO BRUNELLI, Medici, Carlo de’, in Dizionario Biografico…, 73,
2009, s.v.). All’epoca il più famoso insegnante della «lingua santa» era Cosimo Svetonio, nato a Fi-
renze da padre ebreo, docente nell’Università di Pisa e protetto da Cosimo II e da Ferdinando II
(«Giornale de’ Letterati», XCVIII, 1795, p. 100). Con lui studiarono l’ebraico altri giovani nobili
di Firenze: vedi MARIA PIA PAOLI, Ricasoli, Pandolfo, in Dizionario Biografico…, 87, 2016, s.v.
99 Cioè il palazzo in Campo Marzio o Palazzo Firenze, il palazzo alla Trinità de’ Monti ossia

Villa Medici e il palazzo Madama oggi sede del Senato, preferito da Carlo come residenza, dei
quali si occupavano Antonio Quaratesi e, dal febbraio 1638, Monanno Monanni: Il Cardinale
Carlo, Maria Maddalena, Don Lorenzo, Ferdinando II, Vittoria della Rovere, a c. di PAOLA BAROC-
CHI, GIOVANNA GAETA BERTELÀ, Firenze, Studio per edizioni scelte 2005 (Collezionismo mediceo
e storia artistica, II, 1), p. 483 e nn. 2 e 3. Agostino Monanni, occupandosi più tardi delle colle-
zioni medicee e dell’addobbo dei palazzi, l’8 novembre 1664 scrive da Roma al cardinale circa
l’«apparato fattosi da’ Signori Principe e Principessa di Bransvich in questo Palazzo di Vostra Al-
tezza Reverendissima»: «la prima camera […] si è parata dagl’Ebrei con arazzi ben ordinati»,
mentre «le camere di sopra l’hanno fatte accomodar pure dagl’Ebrei semplicemente e servono
per le donne e gentiluomini»: ivi (Collezionismo mediceo e storia artistica, II, 2), pp. 1060-61.
100 FRANCESCHINI, Livorno, la Venezia…, pp. 198-211, e vedi LUCIA FRATTARELLI FISCHER, Vi-

vere fuori dal ghetto. Ebrei a Pisa e Livorno (secoli XVI-XVIII), Torino, Zamorani 2008, pp. 135 e
183, per «l’italianizzazione delle Nazioni sefardite […] a partire dalla fine del Seicento».
101 In una lunga battuta di questo personaggio, di professione sensale, si intrecciano tratti an-

titoscani di ampia diffusione giudeo-italiana (ad es «me bece[ri]» invece di mi b-), modi toscani
paragonabili a quelli dei servi delle Nozze in sogno (ad es. «fare un bel tiro, tor molta roba, legare
il paletto» o «sarà fatto il becco alla papera») ed ebraismi come ganavar ‘rubare’, mamon ‘dena-
ro’, ecc. (FALAVOLTI, Commedie dei Comici…, pp. 110-12, su cui FORTIS, La vita quotidiana…,
pp. 176-79). Sul tema, più complesso, tornerò in un contributo dal titolo Le lingue degli ebrei nel
teatro italiano dei secoli XVI-XVII, presentato nel seminario Shem nelle tende di Yafet. Ebrei ed
ebraismo nei luoghi, nelle lingue e nelle culture degli altri (Pisa,14 febbraio 2018) e destinato alla
pubblicazione negli atti del convegno conclusivo dell’omonimo Progetto di Ricerca di Ateneo.
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GIUDEO-ROMANESCO A LIVORNO 67

livornese Paolo Sebastiano Medici, già Moisè di Alessandro Leon:


hanno essi [Ebrei] una disgrazia […] ed è che in qualsivoglia città ove stanno, cor-
rompono quella lingua che per altro è ben parlata da’ Cristani oriundi [‘nativi’] e
abitanti com’essi in quel paese, e colla loro ingrata favella si fanno conoscere per
Ebrei, conforme […] che averà ciascuno osservato qui in Firenze e in tutte le altre
città102.

C’erano inoltre le lingue dei sefarditi di Pisa e Livorno, ossia il giudeo-


portoghese dei documenti ufficiali, il giudeo-spagnolo delle omelie o dei
canti popolari e lo stesso castigliano di composizioni poetiche, commedie
alla moda e persino intermezzi comici che giovani ebrei pisani «vestiti da
zanni» inserivano nelle rappresentazioni dei drammi di Lope de Vega103.
Per il Susini, capace di simulare diverse lingue e di tradurre o adattare Lo-
pe e Calderón per metterli in scena104, sarebbe stato facile colorire in tal
senso la parlata del mago Mosè che invece, pur ricca di ebraismi, è priva di
iberismi capaci di alludere specificamente ai sefarditi, come ad es. negro de
me invece di scuro me da lui impiegato.
Conviene a questo punto citare l’art. 21 dei Privilegi del 1591, 20 nella
redazione del 1593:
Vi concediamo che possiate tenere in detta città di Pisa et terra di Livorno una si-
nagoga per loco, nella quale possiate usar tutte le vostre cerimonie, precetti et ordini
hebraici et servare in essa et fuori tutti li riti, nelle quali non vogliamo che alcuno sia
ardito farvi alcuno insulto, oltraggio o violenza, sotto pena della disgratia nostra.

Certo qui si vogliono tutelare anzitutto le sinagoghe e i riti ebraici da in-


sulti o disturbi, ma le autorità granducali punivano anche le molestie recate
in pubblico agli ebrei da adulti o minori105 e gli stessi oltraggi di tipo cultu-
rale106. A Pisa e a Livorno però, dalla fine del Cinquecento a tutto il Seicen-
to, «Nazione ebrea», ebrei residenti ed ebrei migranti costituivano realtà isti-

102 Riti e costumi degli ebrei descritti e confutati dal dottore Paolo Medici, sacerdote e lettor

pubblico fiorentino, Firenze, Pietro Gaetano Viviani 1736, p. 34.


103 FRATTARELLI FISCHER, Vivere fuori dal ghetto…, pp. 131-34, e NIDER, La censura del «Di-

sparate»…, p. 165 e ssg.: a proposito dell’Entremés de la Infanta Palancona il delatore Sebastiano


di Alberto Reali, in data 21 gennaio 1616, usa appunto il termine «zanni» e denuncia l’irrisione
di «cose sante o della Chiesa», poi rivelatasi processualmente infondata.
104 VUELTA GARCÍA, Il teatro di Pietro Susini…, pp. 24-60.
105 Nel 1655, su istruzione del granduca Ferdinando II, il Commissario di Pisa pubblicava «un

bando col quale si proibiva, con multa di 50 ducati o due tratti di corda agli insolventi e frustate ai
minori, di molestare gli ebrei, i loro servi e i loro schiavi» (TOAFF, La nazione ebrea…, p. 108).
106 Ancora nella prima metà dell’Ottocento le satire antiebraiche in giudeo-livornese veniva-

no stampate non a Livorno ma in Corsica, per evitare problemi con le autorità granducali: cfr.
ELIO TOAFF, Giovanni Guarducci: un poeta livornese antisemita, «La Rassegna Mensile di Israel»,
XXXVI (1970), pp. 453-63: 458.
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68 FABRIZIO FRANCESCHINI

tuzionali diverse e in conflitto. Se già, all’arrivo dei primi «mercanti levantini


e ponentini», gli ebrei pisani d’antica data si trovarono discriminati107, i se-
farditi si opposero poi all’estensione dei privilegi loro riservati agli altri im-
migrati ebrei, specie romani, usando da un lato la «ballottazione», ossia il
controllo selettivo degli accessi alla Nazione, e dall’altro le espulsioni, la cui
esecuzione spettava alle autorità granducali. Nel 1596 i Parnassim o Massari
della Nazione di Pisa, allora titolari della ballottazione anche per Livorno,
chiedevano al granduca Ferdinando I che nemmeno lì fossero accolti certi
ebrei «Romani et altri non accettati da loro per cattiva informatione», e nel
1599 respingevano di nuovo ebrei «di Roma et altri luoghi» in quanto «non
sono mercanti» ma «gente di fare poco bene»108. Alla metà del Seicento era-
no i Massari di Livorno, ormai del tutto autonomi da Pisa, che inviavano alle
autorità granducali richieste di carcerazione ed espulsione di ebrei romani,
mentre questi accusavano «detti Massari» di non far «gastigare quelli che
commettevano errori gravissimi con sverginar fanciulle» e contestavano l’esi-
lio loro comminato in quanto ritorsione del «Massaro Aron Mercado, sen-
tendosi cimentare come quello che ha errato in sverginare fanciulle»109.
In tale quadro, l’assegnazione all’ebreo stregone delle Nozze in sogno di
un’«ingrata favella» tipica degli ebrei romani, e non certo di quelli tutelati
dal granduca, poteva avere diverse finalità e funzioni. Anzitutto, in tal mo-
do, si prevenivano eventuali proteste che i sefarditi livornesi avrebbero ri-
volto ai granduchi, se si fossero sentiti oltraggiati da quest’opera. Inoltre si
indicava, al cospetto del cardinale di casa Medici, che i pericoli per il buon
ordine dello stato provenivano non dai sudditi toscani, tra i quali erano an-
noverati gli ebrei “ballottati” di Pisa e Livorno, né dalle “nazioni” stranie-
re (rappresentate nell’opera dai due “amorosi” inglesi), ma da elementi di
altri stati italiani, come appunto gli ebrei romani e i «giangurgoli» calabre-
si, col cui comune «abbattimento», non a caso, termina l’Atto primo. Infi-
ne si poteva, addirittura, proiettare sulla scena quell’ostilità contro gli ebrei
romani immigrati a Livorno che gli atti coevi delle stesse autorità sefardite
dimostrano, il che non avrebbe certo reso la carica antiebraica meno grave,
dato che alla bastonatura finale dei giudei si sarebbe aggiunta una più sot-
tile derisione delle divisioni interne al mondo ebraico.

107 MICHELE LUZZATI, La casa dell’ebreo. Saggi sugli Ebrei a Pisa e in Toscana nel Medioevo e
nel Rinascimento, Pisa, Nistri-Lischi 1985, p. 293.
108 TOAFF, La nazione ebrea…, pp. 233-34 e 533-37.
109 Ivi, pp. 661-83: 666, Memoriale al Governatore di Livorno di Leone Treves, settembre

1647. Aron Mercado fu effettivamente Massaro nel 1647 e in anni successivi (ivi, pp. 455-57); le
fanciulle cui si riferiscono i supposti abusi erano probabilmente le ebree orfane o povere assistite
dalla Chevrà o Confraternita costituita nel 1644 dal fior fiore dei “portoghesi” e detta in ebraico
mohar ha-betulot ‘dote per le vergini’, in giudeo-portoghese Hebrà de Cazar Orfas e Donzelas e in
italiano Maritar Donzelle (ivi, pp. 263-68).
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