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La Terra è formata da tre strati principali: all’esterno ha una crosta di roccia molto rigida (che sotto gli

oceani ha una composizione diversa rispetto alle terre emerse); poi c’è uno strato spesso di rocce più
morbide, ricche di silicio, ferro e magnesio, che si chiama “mantello”; al centro della Terra c’è infine un
nucleo molto denso, presumibilmente di ferro e nichel.

la Terra in tre strati, ma in realtà ognuno di essi è a sua volta diviso in altri strati, dalle caratteristiche diverse.
Il nucleo è formato da uno strato interno e uno esterno. Il nucleo interno è solido, ha una densità 13 volte più
alta di quella dell’acqua e un raggio di 1.200 chilometri: è quindi poco più grande della Luna. Il nucleo
esterno ha le caratteristiche di un liquido e uno spessore di 2.200 chilometri.

Il mantello sta fra il nucleo e la crosta terrestre ed è spesso circa 2.900 chilometri. La parte del mantello tra i
70 e i 400 chilometri di profondità è chiamata “astenosfera”, dal greco asthenés che significa “debole”.
Infatti, pur essendo fatta di rocce, l’astenosfera si comporta come un fluido ed è malleabile come la plastilina
(forse per la presenza di piccole porzioni di roccia fusa).

Più all’esterno, l’ultima porzione di mantello e la soprastante crosta terrestre prendono il nome di “litosfera”
(dal greco lithos che significa “pietra”) perché sono dure... come la roccia. Lo spessore della litosfera varia di
luogo in luogo, proprio come la crosta terrestre, che è la parte più esterna del nostro pianeta. La crosta è
spessa 30- 40 chilometri sotto i continenti ma a volte anche meno di 10 sotto i fondali oceanici.

Importante è anche il fatto che il nucleo al centro della Terra sia molto caldo: oltre 6.000 gradi. Forse per
colpa del contatto con un nucleo così arroventato, o grazie al calore liberato da reazioni nucleari all’interno
della Terra, il mantello si riscalda e in molti punti fonde. Il materiale fuso tende a salire verso l’alto,
spingendo in basso quello più freddo: si hanno così dei “moti convettivi” che provocano la rottura della
litosfera e la formazione delle placche che, soggette a forze di spinta e trascinamento, si muovono
lentissimamente allontanandosi o scontrandosi tra loro o si staccano galleggiando sulla parte fluida del
mantello.

Da alcuni decenni la teoria della tettonica a placche, o tettonica a zolle, fornisce il principale riferimento per
interpretare i fenomeni sismici.

L’idea che i continenti non fossero immobili si fece strada nella prima metà del Novecento, grazie al tedesco
Alfred Wegener e alla sua teoria della “deriva dei continenti”. Wegener pensava che 200 milioni di anni fa
esistesse un solo blocco di terra emersa, che lui chiamò Pangea. Questo super-continente si sarebbe spezzato
dando origine ai continenti odierni, che poco alla volta sono “andati alla deriva” scivolando nei posti che
occupano oggi. Non hanno mai smesso di muoversi però, e tra altri milioni di anni la Terra avrà ancora un
altro aspetto.

Il movimento continuo delle placche su cui poggiano i continenti è apparso evidente negli anni Sessanta, con
la scoperta dell’espansione dei fondali oceanici. Oggi la maggior parte degli scienziati ritiene che la “teoria
delle placche” o “tettonica globale” sia la spiegazione migliore di molti fenomeni del nostro pianeta.

Le placche in movimento possono allontanarsi, scontrarsi o sfregarsi tra loro. Nel punto in cui le placche si
scontrano, la crosta si alza formando catene montuose come le Alpi o l’Himalaya; il bordo di una placca può
anche finire sotto un’altra, e andare a fondersi in zone dell’astenosfera dette “di subduzione”, come in
Giappone. A volte, invece, le placche si muovono strisciando l’una contro l’altra, come in California e in
Turchia.

Sia i vulcani che i terremoti sono conseguenze di questi allontanamenti, scontri e strofinamenti. I terremoti
avvengono infatti quasi tutti lungo i bordi delle placche. Di solito hanno luogo all’interno della crosta
terrestre, a una profondità massima di 30 chilometri: si chiamano allora “terremoti superficiali” e possono
essere i più dannosi. Nelle zone di subduzione si possono avere anche “terremoti profondi”, fino a 700
chilometri sotto la superficie. Questi fanno meno danni ma si sentono su aree molto più ampie.
Perciò, i terremoti sono vibrazioni del terreno causate essenzialmente da fratture che si producono nelle
rocce della crosta terrestre a seguito di un accumulo di energia di deformazione causato da movimenti
tettonici a grande scala. Tale energia in parte viene liberata sotto forma di calore prodotto dall'attrito e in
parte convertita in energia cinetica e propagata a distanza sotto forma di onde sismiche.

La crosta terrestre è formata da rocce che a volte si rompono all’improvviso liberando un sacco di energia.
L’energia si diffonde, dal punto della rottura, sotto forma di onde e vanno a scuotere il terreno, provocando
spesso gravi danni -> onde sismiche

Sotto queste spinte, le rocce possono avere un “comportamento elastico” e tornare alla forma originaria,
quando non sono più soggette a pressione. Oppure, se le forze sono meno potenti ma durano moltissimo
tempo, gli strati di roccia possono avere un “comportamento plastico” e deformarsi, con piegamenti e
corrugamenti spettacolari come se ne vedono nelle regioni montuose. Infine, se la forza subita è
insopportabile, le rocce possono spezzarsi all’improvviso rilasciando di colpo tutta l’energia accumulata. È
lo scatenamento di questa energia che dà origine ai terremoti.

Il fattore principale all’origine dell’evento sismico è lo sforzo cui sono sottoposte alcune zone della crosta
terrestre e il fenomeno è fortemente legato alle caratteristiche fisico chimiche dei materiali coinvolti e alla
condizione di equilibrio tra le forze in gioco. Lo stato di aggregazione dei minerali che compongono le rocce
condiziona il tipo di reazione alla sollecitazione applicata, in funzione della direzione e dell'intensità. La
roccia, in determinate condizioni di temperatura e pressione, è in grado di reagire allo sforzo cui è sottoposta
deformandosi elasticamente finché la struttura che la costituisce è in grado di sostenerlo. Superato un certo
valore di soglia, la roccia rilascia l'energia elastica accumulata creando una frattura. Sotto quest’ottica, il
terremoto è il risultato di una instabilità locale, che trasforma il lento movimento quasi statico di
deformazione, in una situazione di alta dinamicità. L’instabilità si produce in un punto chiamato ipocentro, la
frattura si propaga su un piano, detto piano di faglia, le cui superfici subiscono uno spostamento relativo
(‘dislocazione’).

la frattura che si crea viene chiamata “faglia” e può essere lunghissima. La frattura avviene sottoterra, ma a
volte può essere visibile anche in superficie. Quando questo accade possiamo vedere che le rocce ai lati della
frattura si muovono di parecchi metri.

Nei terremoti profondi la zona di rottura non è visibile in superficie. Se la zona di rottura è visibile in
superficie, siamo in presenza di una rottura di faglia superficiale.

Lo spostamento delle rocce può anche essere orizzontale: nel terremoto di San Francisco del 1906 i due
blocchi si sono spostati di 6 metri, scorrendo in due direzioni opposte. La faglia che si è creata era di 480
chilometri: poco meno della distanza in linea d’aria fra Trieste e Ventimiglia, ai due estremi delle coste
italiane.

Le faglie rappresentano le superficie di discontinuità lungo le quali avviene uno scorrimento fra due
formazioni rocciose. Le faglie possono essere di vari tipi. Se i due blocchi di roccia che si formano con la
spaccatura scorrono orizzontalmente, in direzioni opposte, si parla di una “faglia trascorrente”. Ma il
movimento può essere anche verticale. Immaginate la faglia come un taglio diagonale nello strato di roccia:
un blocco sarà in parte sovrapposto all’altro. Se il blocco che sta sopra tende a scendere, allontanandosi
dall’altro, si parla di “faglia normale” o “diretta”. Se invece tende a salire contro l’altro, si parla di “faglia
inversa” o “di sovrascorrimento”.

Una parte dell’energia liberata dalla rottura delle rocce viaggia dall’ipocentro sotto forma di onde che
scuotono la superficie della Terra e la fanno tremare, causando danni più o meno gravi: questi scrolloni sono
detti “scosse sismiche”. Ci sono vari tipi di onde, più o meno pericolose. Le più veloci sono le onde
“longitudinali”, che fanno oscillare la materia nella stessa direzione in cui si propaga l’energia: come un
organetto, rocce e liquidi si comprimono e si dilatano. Sono le prime a essere avvertite e per questo sono
dette “onde P”.

Le onde “trasversali” invece fanno ballare il terreno perpendicolarmente alla loro direzione. Si trasmettono
solo nei solidi e si chiamano “onde S” perché arrivano per seconde. Sono infatti più lente ma possono fare
molti più danni delle altre perché più ampie ed energetiche.

Le onde “superficiali” si generano all’epicentro e si propagano solo sulla superficie terrestre: arrivano per
ultime perché sono le più lente. A seconda del tipo di movimento che producono si chiamano “onde L” o
“onde R” dai nomi dei loro scopritori A.E.H. Love e Lord J.W.S. Rayleigh.

Onde di Love (L)

Le particelle si muovono perpendicolarmente alla direzione di propagazione dell'onda; queste onde, con
movimento tipo onde di taglio, nascono sulla superficie di separazione degli strati con proprietà elastiche
diverse e si propagano circa con la stessa velocità delle onde R.

Nelle stazioni sismiche i vari tipi di onde giungono in tempi diversi e si sovrappongono le une alle altre.
Dall'analisi dei sismogrammi registrati in almeno tre stazioni diverse si può determinare la posizione
dell'epicentro.

Onde di Rayleigh (R)

Interessano i primi metri della superficie terrestre (4-5 m). Le particelle si muovono sia nella direzione di
propagazione dell'onda sia in senso verticale, descrivendo un'ellisse sul piano verticale; il moto ellittico
antiorario si smorza molto rapidamente. La velocità con cui viaggiano è di circa 2,7-3 km/s.

Teoria della reazione elastica

L'intero processo può essere schematizzato nel CICLO SISMICO, diviso in quattro stadi:

Stadio intersismico - inizia l'accumulo di energia dovuto alle forze endogene, e varia a seconda della natura
delle rocce.

Stadio presismico - la deformazione delle rocce si accentua progressivamente, avvicinandosi al momento del
terremoto.

Stadio cosismico - l'energia potenziale elastica si libera sotto forma di calore e di movimento: avviene il
sisma, i due blocchi di roccia scorrono e, se non ancora presente, si genera la faglia.

Stadio postsismico (periodo di ritorno) - i due blocchi di roccia 'rimbalzano', alla ricerca di un nuovo
equilibrio, attraverso una serie di scosse successive; le rocce riacquistano la loro forma precedente alle
deformazioni dovute alle forze endogene.

Si dice ipocentro il punto, nella crosta terrestre, dove avviene lo scorrimento (nel sottosuolo); epicentro la
sua proiezione sulla superficie terrestre. Gli epicentri dei terremoti sono localizzati su dorsali medio-
oceaniche, archi insulari del pacifico occidentale (Giappone), Crosta occidentale delle Americhe e Sistema
alpino-himalaiano. Gli ipocentri poco profondi sono situati principalmente sulle dorsali medio oceaniche,
quelli mediamente profondi e molto profondi sui bordi del pacifico. Inoltre, si è notato che terremoti medio-
profondi e profondi tendono a essere localizzati su di un piano di inclinazione variabile fra i 15 e i 75 gradi,
detto Piano di Benioff. Secondo la teoria della tettonica, i terremoti di questo genere si dovrebbero generare
in una zona di subduzione tra due placche: due parti della crosta terrestre si scontrano, una sprofonda
(subduce) sotto l'altra; il piano di Benioff viene visto come prova di questa teoria, a rappresentazione del
piano sul quale si muovono i margini a contatto delle due placche in questione.
I terremoti di maggior magnitudo sono accompagnati da eventi secondari chiamati repliche (o aftershocks o
scosse di assestamento) e avvengono o nello stesso fianco o nelle mediate vicinanze del terremoto principale.

Per sciame sismico si intende una sequenza di scosse sismiche di lieve e media intensità che si sviluppano in
una determinata zona e in un arco di tempo piuttosto dilatato: le scosse di uno sciame sismico, in particolare,
si sviluppano in assenza di un evento principale più intenso.

Ecco perché lo sciame sismico non è da confondersi con le cosiddette "scosse di assestamento" che,
solitamente, seguono una scossa iniziale di più forte intensità.

quando avviene un terremoto, parte della crosta terrestre si rilassa scaricando energia. Può accadere che
quest'energia appena rilasciata vada ad intaccare volumi di roccia adiacenti, volumi che potrebbero a loro
volta trovarsi in equilibrio precario, scatenando a loro volta un evento sismico.

È questo il meccanismo che dà vita un vero e proprio contagio sismico; Uno sciame sismico non è
prevedibile poiché non è altrettanto prevedibile capire in che modo avvenga il contagio e quanto tempo ci
mette l'energia a passare da un'area ad un'altra.

Come vengono studiati i terremoti? Il sismografo è il primo strumento usato per la rivelazione, lo studio e
successivamente la misurazione delle onde sismiche, il cui progenitore risale alla Cina del primo secolo dopo
cristo. Esso è fondamentalmente costituito da una massa collegata ad un supporto solidale con il terreno, in
modo che questa rimanga ferma nello spazio, mentre il supporto si muove assieme al suolo. Questo sistema
sfrutta il principio di inerzia della massa, e quindi la massa in questione è anche detta massa inerziale.
Fissando alla massa inerziale un pennino scrivente, questo potrà registrare su di un rotolo di carta che scorre
a velocità fissa tutti i movimenti che compie il terreno. Il grafico prodotto da un sismografo si chiama
sismogramma, ed è uno dei dati fondamentali nello studio dei terremoti. Normalmente una stazione
sismografica possiede più gruppi di tre sismografi: ogni sismografo del gruppo si muove lungo una delle tre
direzioni dello spazio, e quindi registrerà i movimenti del terreno lungo quella direzione; ogni gruppo ha una
sensibilità diversa, così da poter registrare ogni dato possibile. In un sismogramma registrato durante un
terremoto si nota facilmente la differenza di ampiezza e di velocità di propagazione fra un'onda P e un'onda
S. Avendo più sismografi sulla superficie terrestre è possibile calcolare sia epicentro che ipocentro di un
terremoto. L'epicentro si ottiene con una semplice triangolazione, quindi sono sufficienti tre stazioni
sismografiche per determinarlo. Per ogni stazione si misura la sua distanza dall'epicentro, calcolo che viene
fatto attraverso delle curve sperimentali (dette d’omocrome) che descrivono il ritardo dell'onda S sull'onda P
al variare della distanza. L'ipocentro, invece, si ottiene valutando da vari sismogrammi le onde giunte
direttamente al sismografo e quelle che invece sono onde riflesse. Questo procedimento è complicato, e
richiede un minimo di 10 stazioni sismografiche per poter essere applicato.

L’intensità è un altro modo per misurare l’importanza di un terremoto. Se la magnitudo di un certo terremoto
è solo una, l’intensità invece può cambiare dà luogo a luogo, secondo quel che è successo a cose e persone;
in genere, più ci si allontana dall’epicentro e più diminuisce.

L’intensità di un terremoto stabilisce, infatti, gli effetti che il terremoto ha causato in una determinata area
geografica. In primis vengono considerati gli effetti prodotti su persone, cose, manufatti, e quindi le
modificazioni alla topografia del territorio.

L'intensità dei terremoti viene misurata mediante due scale che corrispondono agli effetti del terremoto sul
territorio (scala Mercalli) e all'energia liberata dal sisma (magnitudo Richter). Le due scale sono talvolta
confuse ma misurano grandezze molto diverse.
La scala Mercalli, originariamente proposta da Giuseppe Mercalli nel 1902 è stata successivamente
modificata e prende il nome di scala MCS (Mercalli, Cancani, Sieberg). Come indicato nella tabella che
segue, si basa sugli effetti macroscopici sulle cose e sul territorio e dai fenomeni avvertiti dalle persone.

La magnitudo di un terremoto.

La magnitudo misura quanto è stato forte un terremoto, stima infatti la quantità di energia elastica che il
terremoto ha sprigionato. Quanto più alta è la magnitudo, tanto più grande è il terremoto. La magnitudo è
strettamente vincolata con l’energia liberata: quanto più grande sarà la magnitudo, tanto più grande sarà
l’energia sprigionata all’ipocentro dal terremoto. La massima magnitudo mai misurata, pari a 9.5, è quella
del terremoto del Cile nel 1960. I più piccoli terremoti percepiti dall’uomo hanno magnitudo molto basse
(intorno a 2.0), mentre quelli che possono provocare danni hanno in genere una magnitudo superiore a 5.5.

Come di misura la magnitudo? La magnitudo di un terremoto si definisce utilizzando la scala Richter, un


sistema di misurazione basato sul calcolo dell’ampiezza delle oscillazioni del suolo rilevate dai sismografi;
ciò mostra quanta forza è stata sprigionata dal terremoto.

La magnitudo Richter (Ml) e' misurata a partire dallo spostamento del terreno registrato dai sismografi
(media degli spostamenti N-S e E-W),comparato allo spostamento prodotto da un terremoto campione in
scala logaritmica cosicché' tra un grado Richter e il successivo lo spostamento del terreno aumenta di 10
volte mentre l'energia rilasciata dal sisma aumenta di circa 32 volte.
La magnitudo Richter non è direttamente correlabile alla scala Mercalli poiché gli effetti al suolo di un
terremoto non dipendono solo dalla energia liberata ma dalla profondità del sisma e dalla struttura dei suoli e
dei manufatti. Nella tabella in fondo alla pagina è comunque riportata una equivalenza a grandi linee tra le
due scale e il valore dell'energia liberata espresso in tonnellate di tritolo equivalenti supponendo una
profondità dell'epicentro attorno ai 10 Km

Per i terremoti più intensi si utilizza la magnitudo del momento sismico (MW) che si esprime in scala
logaritmica a partire dal momento sismico (cioè il prodotto dell'area della frattura x spostamento della faglia
x resistenza massima alla rottura della roccia). La scala MW è stata definita in maniera tale da coincidere con
la scala Richter per i terremoti inferiori a magnitudo 6-7.

La pericolosità sismica

Per valutare la pericolosità sismica di un posto, cioè la probabilità che in futuro venga colpito da un
terremoto, occorre esaminare tutte le informazioni disponibili. Serve innanzitutto conoscere la “storia
sismica” di quel luogo, o almeno avere una lista, più completa ed estesa nel tempo possibile, dei terremoti
che vi si sono verificati in passato. Poi occorre associare quei terremoti alle informazioni geologiche
disponibili, cosa generalmente fatta dalla zonazione sismogenica di cui abbiamo già parlato. Così si ha uno
schema delle sorgenti sismogenetiche nella nostra località: più o meno come fa un idraulico disegnando lo
schema di tubazioni e termosifoni per il riscaldamento di una casa. Infine, si simula come si propagano i
terremoti, come cioè l’energia si irradia dalle sorgenti dei sismi: come quando il solito idraulico studia il
modo in cui il calore diminuisce man mano che ci si allontana dalla caldaia. Questi dati ci danno i valori
degli scuotimenti del terreno che si possono avere a causa di possibili terremoti più o meno lontani ma
abbastanza forti da farsi sentire nel luogo esaminato. I valori sono di solito espressi in termini di
accelerazione del suolo, o come intensità macrosismica secondo le scale che abbiamo già visto. Non si tratta
di eventi sicuri ma soltanto possibili, perciò nel caso della pericolosità si parla di stima probabilistica. Per
questo non si indica solo quanto dovrebbe essere forte il terremoto che ci si può aspettare, ma anche la
probabilità che quel livello di scuotimento possa venire superato in un certo periodo di tempo.
Abbiamo detto che il rischio sismico dipende da tre cose: pericolosità del posto, esposizione al terremoto e
vulnerabilità sismica di case, edifici ecc. Per diminuire il rischio occorre dunque ridurre uno o più di questi
tre fattori.

La pericolosità non dipende dall’uomo, ma dalla probabilità che avvengano terremoti e dalle caratteristiche
geologiche locali: è impossibile ridurla.

Quindi il rischio dipende da:

 pericolosità: "scuotibilità del sito".


 vulnerabilità: suscettibilità di ciò che esiste sul territorio a subire danni per causa di un certo
terremoto.
 esposizione: è il valore di ciò che esiste sul territorio: presenza di vita umana, di patrimonio edilizio,
di attività produttive, di patrimonio storico-artistico, ecc.