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Capitolo 1

REATO: ogni fatto illecito al quale l’ordinamento giuridico fa conseguire una


pena. I reati si distinguono in delitti (gravi, puniti con ergastolo, reclusione o
multa) e contravvenzioni ( meno gravi, puniti con arresto o ammenda).
Sono costituenti del reato l’oggetto, i soggetti attivo e passivo ed il
danneggiato.
Gli elementi essenziali del reato sono distinti in piscologici (la capacità di
intendere e volere, laddove la capacità di intendere è l’attitudine dell'individuo
a comprendere il significato delle proprie azioni nel contesto in cui agisce,
mentre la capacità di volere è intesa come potere di controllo dei propri
stimoli e impulsi ad agire, scopo) e materiali (condotta ed evento).

CAUSA: condizione necessaria e sufficiente alla produzione dell’evento

CONCAUSA: condizione necessaria ma non sufficiente alla produzione


dell’evento.

ART. 40 C.P. (rapporto di causalità): “Nessuno può essere punito per un


fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da
cui dipende l’esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od
omissione. Non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico (non
etico/morale) di impedire, equivale a cagionarlo”.

CONSEGUENZA: perché quel determinato fatto sia punito, occorre


dimostrare che esso è stato effettivamente prodotto, cioè causato, dalla
condotta del soggetto imputato.

ART 41 C.P. (concorso di cause): Il concorso di cause (preesistenti,


simultanee o sopravvenute), anche se indipendenti dall’azione od omissione
del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l’azione od omissione e
l’evento.
Le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state
da sole sufficienti a determinare l’evento. In tal caso, se l’azione od omissione
precedentemente commessa costituisce per sé un reato, si applica la pena
per questo stabilità. Le disposizioni precedenti si applicano anche quando la
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causa preesistente o simultanea o sopravvenuta consiste nel fatto illecito


altrui”.
Esempio concause preesistenti: un calcio sferrato ai quadranti inferiori di una
donna gravida e che produca un aborto (una donna con una gravidanza
patologica, come per distacco di placenta, in questo caso la gravidanza
assume significato concausale)

Esempio concause simultanee: ferita inferta con uno strumento contaminato.

Esempio concause sopravvenute: persona ferita in modo non grave che


muore per una successiva complicanza della ferita stessa

OCCASIONE: circostanza che favorisce la messa in azione della causa.


esempio di occasione: è la scena del crimine o il luogo e la mansione di
lavoro (occasione di lavoro nell'ambito dell'infortunio sul lavoro)

COINCIDENZA: circostanza di luogo o di tempo indifferente alla messa in


azione della causa ed alla produzione dell’evento.

DIAGNOSI DI MORTE: è necessaria per la diagnosi di morte la prove della


perdita di tutte le funzioni dell’encefalo, indipendentemente dalle funzioni
residue di qualsiasi organo. Per questo motivo in un soggetto deceduto in
condizioni di morte cosiddetta “encefalica”, se si mantiene una ventilazione
meccanica, il cuore può battere per alcune ore. La donazione di organi può
essere effettuata solo in questi casi.
La condizione di morte cerebrale implica:
- stato di incoscienza
- assenza di riflesso corneale (ammiccamento della palpebra in seguito a
stimolazione da contatto con la cornea), fotomotore (miosi in seguito a
stimolazione luminosa), oculo-cefalico (consente di tenere fisso lo sguardo
mentre si ruota il capo, operando una deviazione coniugata laterale dei globi
oculari in senso opposto alla rotazione del capo), oculo-vestibolare
(nistagmo in seguito all’inserimento di liquido freddo in orecchio), carenale
(assenza di tosse in seguito a stimolazione bronchiale), respirazione
spontanea
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- silenzio elettrico cerebrale documentato da EEG (tracciato senza


potenziali elettrici al di sopra di 2mV, registrato continuamente per 30 minuti).
Gli accertamenti della morte devono essere effettuati da un Collegio Medico
composto da 3 specialisti (un neurologo, un medico legale, un anestesista-
rianimatore), registrati e ripetuti per tutto il periodo dell’osservazione (6 ore
per adulti e bambini).
La diagnosi di morte per arresto cardiaco deve essere effettuata mediante il
rilievo continuo all’ECG per non meno di 20 minuti di un tracciato piatto.

MEDICO NECROSCOPO: è un medico incaricato dall’ASL per certificare il


decesso di una persona, la cui visita deve essere effettuata non prima di 15
ore dal decesso e non dopo le 30 ore.

ESAME DEL CADAVERE: si compone dell’esame esterno e dell’esame degli


organi interni.
Con l’esame esterno si accerta l’identità del cadavere, si stabilisce l’epoca
della morte e la causa del decesso. Per tale esame si andranno a valutare i
dati generali (statura, peso, sesso, età, capelli, cicatrici, ecc) e quelli specifici
(lesioni, materiali presenti sul corpo, ecc). se i dati raccolti non sono sufficienti
si procede alla richiesta di autopsia.

AUTOPSIA: è ordinata dal magistrato, se ritenuta necessaria per


l’identificazione del cadavere o per stabilire causa, epoca e modalità della
morte.

VITALITà DELLA LESIONE: i segni che depongono per il carattere vitale


delle lesioni sono:
- reazione flogistica a carico dei margini della ferita
-infiltrazione leucocitaria (che può verificarsi anche come lesione post-
mortale)
- infiltrazione emorragica dei margini
- emostasi e formazione del reticolo di fibrina
- trombosi vasale con abbondante fibrina (gli pseudo-coaguli post-mortali
sono costituiti da leucociti ed emazie)
- comparsa di monociti nell’essudato
- fenomeni di necrosi e degenerazione
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- reazione fibroblastica del tessuto circostante la ferita


- formazione di crosta sierosa o ematica

FENOMENI CADAVERICI: si intendono le modificazioni a cui un corpo va


incontro nel periodo successivo al decesso.
Classicamente vengono distinti due gruppi principali: i "fenomeni abiotici" ed i
"fenomeni trasformativi". A loro volta questi possono essere suddivisi in:
fenomeni abiotici immediati e consecutivi e fenomeni trasformativi distruttivi e
conservativi.
I fenomeni abiotici immediati comprendono quelli che un tempo era
denominata "triade del Bichat":
- la perdita di coscienza e di tutte le funzioni neurologiche;
- l'arresto della circolazione;
- l'arresto della respirazione.

I fenomeni abiotici consecutivi comprendono:


- la disidratazione;
- il raffreddamento;
- le ipostasi;
- la rigidità cadaverica;
- l'acidificazione dei tessuti.

Successivamente, col passare delle ore, cominciano a manifestarsi i


cosiddetti segni trasformativi. Quelli distruttivi comprendono:
- l'autolisi;
- l'autodigestione;
- la putrefazione (divisa a sua volta in stadio cromatico, enfisematoso e
scheletrico).

Se il cadavere è ubicato in ambienti con particolari caratteristiche fisico-


climatiche, si manifestano i segni trasformativi conservativi:
- la macerazione (in acqua o comunque in ambienti umidi);
- la saponificazione (in ambienti umidi e in presenza di sali di Ca si ha la
formazione di adipocera a partire dagli acidi grassi del corpo);
- la mummificazione (in ambienti asciutti e ventilati);
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Raffreddamento: (algor mortis) avviene perché dopo la morte,


interrompendosi la produzione di calore da parte dell'organismo, la
temperatura corporea tende all'equilibrio con la temperatura ambientale
circostante.
Tuttavia, siccome anche dopo la morte si verificano processi biochimici in
grado di produrre calorie (più intensi nell’immediato post-mortem, per poi
ridursi gradualmente col trascorrere del tempo), si possono riconoscere
diverse fasi di raffreddamento:
- di discesa lenta (1-4 ore la temperatura (si intende sempre la rettale)
diminuisce di mezzo grado all'ora
- di discesa rapida (4-14 ore), decresce di un grado all'ora
- di nuova discesa lenta (14-24 ore), in ultimo, e fino ad equilibrio con la
temperatura ambiente, si abbia una discesa da 3/4 di grado a 1/3 di grado
all'ora, e sempre più lenta.

Rigidità cadaverica: (rigor mortis) consiste nell’irrigidimento dei muscoli


volontari ed involontari che si manifesta dopo una fase iniziale di flaccidità
post-mortale.
Si tratta, in sostanza, di una modifica della struttura muscolare causata dalla
degradazione di adenosintrifosfato (ATP) in ADP+P (fosforo), che dopo la
morte non può essere rigenerato in ATP poiché sono cessate tutte le attività
vitali.
Tutti i muscoli del corpo cominciano a irrigidirsi più o meno
contemporaneamente dopo la morte. Tuttavia, l'irrigidimento sembra avvenire
prima nei muscoli più piccoli, dando l'apparenza che la rigidità cadaverica
non si presenti contemporaneamente su tutto il corpo. Possiamo, infatti,
osservare l’irrigidirsi delle palpebre 2-3 ore dopo il decesso, con il processo
che poi si estende ai muscoli mimici del volto, poi quelli della testa e del collo,
e ancora a quelli del tronco, addome, arti inferiori e piedi, con il processo che
si completa in 8-12 ore, raggiungendo un massimo in 36-48 ore dopo la
morte e inizia a regredire man mano che l’autolisi distrugge le proteine
muscolari.
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Ipostasi: (livor mortis) è la decolorazione del corpo dopo la morte a causa


della stasi del sangue non più pompato dal cuore, che per gravità filtra
lentamente verso il basso attraverso i tessuti. Quando il sangue raggiunge la
pelle, nella parte inferiore del cadavere si formano delle macchie di colore
variabile dal rosa al rosso, al marrone violaceo fino al nero, dette macchie
ipostatiche, che indicano la posizione in cui si è trovato il cadavere dopo la
morte.
Il livor mortis è solitamente visibile a partire approssimativamente da un'ora
dopo la morte, con il fenomeno cresce di intensità fino a fissarsi in 8-10 ore.
Nella formazione delle ipostasi possiamo distinguere tre fasi:
- migrazione (assoluta o parziale, entro le prime 12 ore dal decesso, ed è
una fase in cui le ipostasi possono spostarsi completamente o parzialmente
dalla prima sede)
- fissità relativa (dalle 12 alle 72 ore, in cui la macchia è ancora spostabile
ma solo esercitando un’azione pressoria)
- fissità assoluta (dopo le 72 ore, in cui la macchia non è più spostabile).

Disidratazione: consiste nell’evaporazione ed il conseguente disseccamento


post-mortale.
In questo fenomeno si possono notare aspetti particolarmente evidenti a
livello oculare, come l’opacamento corneale (dovuto a desquamazione delle
cellule corneali), le macchie sclerali (da essiccamento della sclera) ed il
cosiddetto segno di Louis (che consiste in un infossamento del bulbo). Si può
notare anche l’essiccamento cutaneo e la retrazione dei polmoni.

Acidificazione: Nel cadavere la reazione dei liquidi e dei tessuti diviene


nettamente acida per l'accumulo dei cataboliti acidi nei tessuti (acido lattico e
fosforico). L'acidità cessa col sopraggiungere della putrefazione, la quale dà
luogo ad un'alcalinità dei tessuti per formazione di basi ammoniacali.

Autolisi ed autodigestione: L'autolisi consiste nell'autodistruzione dei tessuti


ad opera di enzimi proteolitici lisosomiali che si liberano dopo la morte della
cellula.
L'Autodigestione è dovuta ai fermenti litici dei succhi digestivi.

Putrefazione: è' il più importante processo di distruzione cadaverica. Avviene


ad opera dei fermenti elaborati da germi, prevalentemente anaerobi, ospiti
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abituali dell'intestino (clostridium perfrigens, butirrico, tetanii) e da germi


esterni.
In questo fenomeno è possibile seguire la cosiddetta regola dell’1.2.8 ( il
grado di putrefazione di un cadavere esposto all’aria per 1 settimana
corrisponde a quello raggiunto da un annegato in 2 settimane e da un
cadavere seppellito in 8).
Nella putrefazione possiamo riconoscere diversi stadi:
- cromatico, è caratterizzato da una macchia verde, localizzata in fossa iliaca
destra, in corrispondenza del cieco, dove inizia lo sviluppo dei germi. Nei
neonati è localizzata agli orifizi respiratori. E' dovuta al combinarsi del
pigmento ematico con l'idrogeno solforato dell'intestino e produzione di
solfoemoglobina. Compare 18-36 ore dopo la morte e si diffonde a tutto
l'ambito cutaneo colorando di verde i vasi superficiali della radice degli arti,
del tronco (rete venosa putrefattiva) e degli organi interni.
- enfisematoso, inizia 3-6 giorni dopo la morte in ambiente caldo, più
tardivamente in ambiente freddo. L'idrogeno solforato prodotto da anaerobi
gasogeni si diffonde all'intestino, al sottocutaneo, alle cavità interne ed ai
visceri gonfiando il cadavere che assume un aspetto gigantesco. La
pressione del gas provoca lo spostamento del sangue (circolazione post-
morte passiva) con sanguinamento delle ferite, fuoriuscita dagli orifizi,
prolasso del retto e della vagina, espulsione del feto in donne gravide.
- colliquativo, i germi anaerobi si diffondono fino alla cute, scollando lo strato
corneo. Cessando la produzione di gas il cadavere perde l'aspetto
gigantesco, il colore da verdastro vira al bruno per trasformazione di
emoglobina in ematina, gli organi parenchimatosi fluidificano trasformandosi
in una poltiglia informe, fluente e maleodorante che filtra nelle cavità interne.
La prostata e l'utero a riposo, per la loro compatta struttura fibro-muscolare,
si conservano a lungo costituendo un utile elemento per l'identificazione di
sesso. Questo stadio dura da qualche mese ad alcuni anni a seconda delle
condizioni climatiche.
- scheletrizzazione, la riduzione scheletrica del cadavere si completa in 3-5
anni con il contributo di flora e fauna cadaveriche.

Saponificazione: è un processo trasformativo che si verifica in cadaveri


esposti ad un’elevata umidità ambientale ed a scarsa ventilazione o che
restano molto tempo in acqua.
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Consiste nella formazione di adipocera, un sapone insolubile, di aspetto


lardaceo e untuoso e di odore sgradevole.
La saponificazione si rende evidente dopo alcune settimane e si completa in
12-18 mesi.

Mummificazione: è dovuta ad una disidratazione intensa dei tessuti per


evaporazione molto rapida di liquidi, nei cadaveri che soggiornano in
ambiente secco e caldo (deserti) o secco e freddo (sotterranei). La rapida
evaporazione priva i tessuti dell'acqua necessaria per lo sviluppo dei germi
della putrefazione. I cadaveri mummificati sono leggeri, la cute è dura, giallo-
bruna e permanganacea. La mummificazione propria del cadavere richiede
almeno un anno.

Macerazione: Il processo di macerazione tipico è quello del feto morto in


cavità uterina, immerso nel liquido amniotico sterile, a sacco integro, ed è
dovuto prevalentemente ad azione di enzimi autolitici e del liquido amniotico
stesso. Iniziando alle palme ed alle piante dove la cute è più spessa, il
processo si diffonde a tutto il corpo nell'arco di 6-12 mesi.

Capitolo 2 traumatologia

MALATTIA: per il codice penale è una lesione anatomica, o meglio una


qualsiasi alterazione anatomica o funzionale dell’organismo, ancorché
localizzata e non impegnativa delle condizioni organiche generali.
Tale concezione, però, è dal punto di vista medico francamente errata, in
quanto la malattia deve essere definita come una modificazione peggiorativa
dello stato anteriore, avente carattere dinamico, evoluta in un disordine
funzionale apprezzabile di una parte o di tutto l’organismo, che si ripercuote
sulla vita organica e soprattutto di relazione e che necessita di un intervento
terapeutico, per quanto modesto.
(Un esempio di lesione anatomica e non funzionale è un pizzico o uno
schiaffo).
In base alla tipologia dell’agente lesivo, possiamo distinguere lesioni da
energia:
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- meccanica (corpi contundenti, arma da fuoco, sforzo)


- elettrica (fulminazione)
- termica (ustioni, congelamento, assideramento, colpo di calore)
- radiante ( rumore)
- barica (baropatie)
- stress (traumi psichici)

Oltre agli effetti diretti e locali, vi sono manifestazioni generali collegate


all’insulto traumatico:
- emorragia
- shock traumatico
- embolie
- sindromi commotive (caratterizzate da una temporanea perturbazione
funzionale, che determina depressione sino all’arreso dell’attività fisiologica,
come la commozione cerebrale)
- sindromi inibitorie (rappresentate dalla comparsa di riflessi di inibizione
determinati da uno stimolo meccanico esercitato su aree particolarmente
recettive con esito potenzialmente fatale (come la s. del seno carotideo o
quella oculo-cardiaca).

LESIONI DA CORPI CONTUNDENTI: si determinano per azione di corpi non


dotati di caratteristiche individuali specifiche (quali punte o taglienti), come
mani, bastoni, spranghe, sassi, martelli, chiavi.
Gli effetti lesivi provocati possono essere:
- irritazione, è una lesiona cutanea prodotta quando l’azione esercitata dal
mezzo lesivo non supera la resistenza specifica del tessuto
- escoriazione, è data dalla combinazione della compressione (unghiatura) +
strisciamento (graffiatura) e si classifica in tre tipologie a seconda della
profondità della lesione (asportazione di epidermide, corion superficiale e
corion profondo):
-1° grado, distacco superficiale dell’epidermide con formazione di crosta
sierosa giallo-bruna
- 2° grado, interessamento delle papille dermiche, sangue che fuoriesce dai
capillari e formazione di crosta siero-ematica.
- 3° grado, interessamento profondo del derma, lacerazione dei vasi,
emorragia con formazione di crosta ematica.
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Inoltre, nel cadavere c'è sempre una macchia gialla anche se l'escoriazione è
più profonda, perché non c'è sangue circolante.
- ecchimosi, è uno stravaso di sangue in seno ai tessuti, prodotto dalla
rottura dei vasi sanguigni, senza lacerazione dei tessuti sovrastanti (per
schiacciamento, trazione, sforzo). Presentano variazioni cromatiche in
rapporto al tempo trascorso dalla loro produzione. Quelle post-mortali non
presentano il reticolo di fibrina.
A differenza delle ipostasi indicano sempre lesioni vitali, di colore rossastro e
non completamente asportabili con il lavaggio.
- ferite lacere e lacero-contuse, sono lesioni contusive che si determinano
quando la compressione esercitata sulla cute è particolarmente violenta sì da
determinare una discontinuazione dei tessuti. Nelle ferite lacero-contuse vi è
una prevalente azione di compressione ed una coesistente azione di trazione
(nelle ferite lacere, invece, prevale il meccanismo di stiramento). Le ferite
lacero-contuse presentano margini irregolari, finemente sfrangiati ed
ecchimotici e non riflettono la morfologia dello strumento che le ha prodotte.
Inoltre tra i margini della ferita si interpongono sottili ponti di tessuto fibroso, il
che consente di effettuare un’agevole diagnosi differenziale con le lesioni da
taglio.
Le ferite lacero-contuse possono essere suddivise in:
- lineari, rappresentano le più classiche lesioni lacero-contusive e si
realizzano, ad esempio, per azione di un mezzo contusivo (manganello,
bastone) contro il cuoio capelluto.
- su cresta ossea, si realizzano a livello delle salienze ossee (spina tibiale,
mento, arcata sopracciliare) dove la cute è più sottile ed il margine osseo
sottostante è acuto; possono essere scambiate per ferite da taglio ma in
questo caso si producono dall’interno verso l’esterno. Rientrano in questa
categoria le ferite al mento da impatto al suolo o all'arcata sopracciliare nei
pugili nel corso di un combattimento.
- da fratture esposte, a seguito della frattura con esposizione di monconi
ossei e della conseguente lacerazione dei tessuti dall'interno verso la cute;
non hanno in genere bordi ecchimotici.
- da morso, sono determinate per strappamento della cute, con la forma della
lesione che corrisponde a quella delle arcate dentarie.
- fratture ossee, possono essere dirette (dovuta all’applicazione della forza
sul punto di rottura dell’osso) o indirette (quando la frattura si verifica per
flessione o trazione di un segmento osseo, o per trasmissione di forza, come
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ad esempio la rottura del collo del femore, con rima obliqua, per urto sul
piede).
Le fratture del cranio si possono determinare per urti su superfici estese
(come nelle cadute) o per azione di corpi.
In questo contesto possiamo distinguere fratture da violenza diffusa (come
nella caduta al suolo, caratterizzate da più linee che si dipartono dal punto
colpito ed assumono una disposizione a raggiera, corrispondenti ai cedimenti
dei tavolati ossei, prima quello interno e poi quello esterno. Possiamo
osservare anche rime di frattura irradiate, rappresentate da anelli, o fratture
equatoriali, nelle quali il tavolato esterno è il primo a rompersi, e che
nell’insieme producono un tipico aspetto a mappamondo), da violenza
circoscritta (conseguenti ad azione di corpi contundenti), indirette, bipolari
(tipiche dello schiacciamento, in cui vi sono due forze opposte, di cui una
agisce da potenza e una da resistenza) e spontanee (per piccoli traumatismi,
come in caso di osteoporosi).
- rottura dei visceri, causate dall’applicazione di energia meccanica con
modalità di pressione, trazione o scoppio, tipicamente in caso di grandi
traumatismi (investimenti, precipitazioni).

LESIONI DA ARMA BIANCA: per arma bianca si intende convenzionalmente


qualsiasi strumento (eccetto le armi da sparo), la cui destinazione naturale è
l’offesa alla persona, e di cui la legge vieti il porto.
Sono armi bianche, quindi, quelle che provocano ferite per mezzo di punte
(come pugnali), forme contundenti (come martelli), lame di metallo (spade),
che lanciano oggetti bellici (come archi, balestre).
Agiscono attraverso meccanismi di pressione e strisciamento, producendo,
pertanto, lesioni differenti.
Quindi si distinguono:
- ferite da punta, procurate da mezzi appuntiti (come chiodi, aghi, punte di
ombrello o bastone) con un meccanismo pressorio da cuneo, cosicché il
mezzo, una volta vinta la resistenza cutanea, divarica e dissocia i tessuti. In
questo tipo di ferite prevale la profondità sulle altre dimensioni e l’orifizio
d’entrata assume, in genere, una forma più o meno ovalare. I margini cutanei
della lesione sono quindi netti, regolari e, eccezionalmente, contornati da un
sottilissimo orletto escoriativo-ecchimotico dovuto allo strisciamento del
fianco della lama sui bordi laterali della ferita.
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Riscontrabili frequentemente in caso di accidente, di suicidio (tipicamente alle


sedi autoaggredibili) e di omicidio (con ferite solitamente molteplici nelle sedi
degli organi vitali, possono associarsi a lesioni da difesa)
- ferite da taglio, sono rappresentate da soluzioni di continuo della cute e dei
tessuti molli prodotte da mezzi taglienti (bisturi, rasoi, coltelli, lamiere
metalliche, pezzi di vetro). Si caratterizzano per l’estensione in superficie, la
regolarità e nettezza dei margini e la forma lineare.
Possono essere ferite da difesa (che sono indicative di omicidio, e si
producono sul palmo della mano della vittima per resistere all’aggressione,
solitamente presentano margine libero fluttuante), da svenamento (indicative
di suicidio, soprattutto alle zone autoaggredibili come polsi, inguine, ecc, e
sono solitamente multiple e ravvicinate tra loro), da sgozzamento (osservabili
nella regione cervicale e sono inferte mediante rasoi, coltelli, falci. Risultano
rapidamente mortali in caso di sezione della carotide), da sventramento, da
fendente (provocate da strumenti dotati di lama pesante, come mannaie, ed
agiscono con un meccanismo combinato contundente e recidente. Possono
essere lineari, a lembo o mutilanti).
- ferite da punta e taglio, rappresentate da soluzioni di continuo della cute e
dei tessuti circostanti provocate da strumenti dotati di estremità acuminata e
di almeno un filo tagliente (spade, pugnali, schegge di vetro, frammenti ossei,
forbici), che agiscono tramite un’azione penetrante della punta e recidente del
filo tagliente.
Presentano nettezza ed irregolarità dei margini, prevalenza della profondità
rispetto alla lunghezza, di forma ovalare (ma può essere a stampo, con
codette, con incisura laterale o con più incisure).

GRANDI TRAUMATISMI: eventi causati da azioni di notevole intensità che


agiscono con meccanismi molteplici e complessi, determinando effetti lesivi
quasi sempre mortali. Sono caratterizzati da lesioni contusive multiple,
multiformi e multipolari per la contemporanea presenza di differenti tipi di
lesività localizzate in differenti sedi corporee.
I grandi traumatismi comprendono:
- Precipitazione.
- Schiacciamento.
- Esplosione.
- Incidenti del traffico stradale, aereo, marittimo e ferroviario.
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Precipitazione: è lo spostamento rapido verso il basso di un corpo che si


abbatte rovinosamente al suolo per effetto della forza di gravità; talora,
tuttavia, la velocità con la quale il corpo raggiunge il suolo dipende
dall’interazione di più fattori (gravità, massa corporea, resistenza all'aria,
spinta di lancio, ecc).
La precipitazione va distinta dalla caduta, volendo indicare con la seconda lo
spostamento del corpo verso il basso senza perdita del contatto con il suolo
(ad esempio, caduta dalle scale o da una sedia); è possibile inoltre
distinguere la precipitazione da grande e da media altezza, a seconda che
avvenga rispettivamente da oltre o meno di 10 metri.
Si distinguono due meccanismi lesivi: l'uno da urto diretto del corpo contro il
suolo e l'altro da improvvisa decelerazione. L'arresto immediato del corpo
nella sede d’impatto non è accompagnato da un simultaneo arresto degli
organi interni che procedono per inerzia nella direzione del moto, provocando
trazioni e lacerazioni a livello degli apparati o legamenti di sostegno.
Nei precipitati la lesività esterna è minima, eccezion fatta per l'eventuale
ricorrenza di traumi contusivi con oggetti incontrati lungo la precipitazione o
per deformazioni e fratture anche esposte nelle sedi di impatto al suolo. Nelle
precipitazioni prevalgono le lesività interne ovvero le fratture e soprattutto le
lesioni degli organi interni da immediata decelerazione.
Le lesioni cutanee sono piuttosto scarse e, come accennato, per lo più di tipo
contusivo per impatto contro strutture interposte durante la precipitazione.
Ben più rappresentate sono invece le lesioni scheletriche, tra le quali si
distinguono le fratture craniche a "mappamondo”, che si associano quasi
sempre a deformazione cranica con ampie lacerazioni encefaliche ed
emorragie.
Le fratture ad anello attorno al forame magno sono invece espressione di un
trauma indiretto per caduta sul podice, dovute alla trasmissione della energia
cinetica dalla regione sacrale attraverso la colonna vertebrale all'atlante che,
a mo’ di stantuffo, frattura l'occipite, tipicamente secondo una linea circolare
attorno al forame magno. Le lesioni viscerali si riscontrano frequentemente a
livello di fegato, polmoni, encefalo, milza ed aorta ovvero a livello di tutti gli
organi dotati di un ilo che ne consenta una parziale mobilità all'interno del
corpo.
Nei casi di precipitazione risulta spesso impossibile stabilire la natura
omicidiaria, accidentale o suicidiaria del decesso; solo alcuni elementi
possono orientare tale diagnosi differenziale. Ad esempio, la presenza di
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chiari segni di colluttazione estranei alle lesioni da precipitazione potrebbe


farne sospettare la natura omicidiaria, dolosa o eventualmente
preterintenzionale.

Schiacciamento: È costituito dalla compressione del corpo tra una forza di


pressione ed un piano fisso.
Si è soliti distinguere lo schiacciamento propriamente detto nel quale il corpo
resta compresso tra un piano orizzontale ed una forza che agisca dall'alto,
come può accadere nei crolli di un edificio.
Nel tamponamento, invece, il corpo viene compresso tra due superfici con
direzione antero-posteriore ovvero contro due superfici verticali (muro e
mezzo pesante).
Infine il seppellimento si realizza quando il corpo viene ad essere sormontato
da un cumulo di macerie a seguito di una frana, terremoti o altre calamità
naturali.

Esplosione: è rappresentata da una violenta e repentina espansione di gas o


di fluidi che induce un brusco aumento di pressione nell’ambiente circostante
con trasmissione di onde urto e creazione di uno spostamento d’aria
denominato vento di scoppio.
Gli effetti lesivi dipendono non solo dalle caratteristiche intrinseche
dell’esplosione, ma anche dall’ambiente in cui essa si verifica, ad esempio in
ambiente chiuso i danni sono maggiori poiché la dispersione di energia è
inefficace (effetto Mach).
I maggiori danni per l’organismo si verificano a livello dei tessuti caratterizzati
da variazioni di densità all’interno della loro struttura, come i polmoni, a carico
dei quali si osservano quadri di gravità variabile che vanno da emorragie
sottopleuriche ad emopneumotorace fino alla rottura delle pareti alveolari.
Frequenti sono le lesioni uditive, oculari, la commozione e la contusione
cerebrale.
La lesività cutanea non dipende solo dall’onda d’urto in sé e per sé, ma
anche dalla proiezione di oggetti solidi da questa provocata.
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Agli effetti meccanici possono aggiungersi inoltre effetti termici, dovuti alla
combustione delle miscele esplosive, ed effetti tossici, derivanti dai fumi
venefici sviluppati dagli incendi.

Incidenti del traffico stradale


- Investimento del pedone: l ’investimento è il complesso delle lesioni
contusive direttamente o indirettamente prodotte su una persona da un
veicolo in movimento.
Nell'investimento di pedone tipico, ovvero quello del pedone investito da
un'autovettura in movimento, si distinguono 5 fasi:
1) urto, in cui prevalgono le lesioni contusive a livello delle regioni di impatto
del mezzo con la superficie corporea (escoriazioni, ecchimosi, fratture di
bacino ed arti).
La fase d'urto può mancare quando il pedone è investito da un'auto con
assetto particolarmente ribassato, sì da determinare direttamente il
caricamento (o imbarcamento) del pedone sull’autovettura con eventuale
successiva proiezione al suolo posteriore; in questi casi le lesioni si
realizzano prevalentemente a livello del capo, tronco, bacino ed arti superiori.

2) proiezione con abbattimento al suolo, si realizza alle basse velocità, per


trasmissione dell'energia cinetica dal mezzo al corpo che viene proiettato in
avanti abbattendosi al suolo. Alle lesioni prodotte dall'urto, si aggiungono
quindi le lesioni contusive dovute all'impatto diretto con il suolo nonché allo
strisciamento.

3) propulsione (o accostamento), si realizza per l’azione di spinta in avanti


che il veicolo esercita sul corpo sbattuto al suolo.
Tale fase precede l'arrotamento ed è caratterizzata da lesioni contusive varie
(ecchimosi, escoriazioni, ferite lacere e lacero-contuse) a livello delle strutture
corporee accostate dall’autovettura.
4) arrotamento (o sormontamento), è in genere immediatamente successiva
all'accostamento ed è indotta dal veicolo che transita con le ruote sul corpo
steso al suolo.
A tale fase possono essere ascritte estese fratture scheletriche da
schiacciamento associate a profondi spandimenti emorragici e lesioni
viscerali degli organi interni.
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5) trascinamento (rara), si realizza qualora parti del corpo o degli indumenti,


impigliandosi nelle parti meccaniche del mezzo, ne favoriscono il
trascinamento, inducendo vaste aree ecchimotico-escoriate sino
all’esposizione e all’usura dei piani ossei sottostanti.

Lesioni degli occupanti di un autoveicolo: La lesività in questi casi è


dovuta all’urto contro le strutture interne dell’abitacolo o a fattori di
decelerazione.
Le tipologie lesive sono condizionate dalle modalità dell’incidente, ma anche
influenzate dalle caratteristiche costruttive del mezzo.
Particolare interesse medico legale assumono i traumi indiretti del rachide
cervicale (da “colpo di frusta”), in cui la decelerazione provoca infatti una
repentina escursione del capo che può condurre a conseguenze di grave
entità.
L’uso obbligatorio delle cinture di sicurezza, che indubbiamente ha effetti
positivi nel ridurre gli urti contro le pareti interne dell’abitacolo, ha introdotto la
possibilità di riscontro di lesività specificamente correlata (ecchimosi della
regione cervicale, trombosi carotidee, rottura dell’arco dell’aorta, fratture
clavicolari e costali, pneumotorace).
Il conducente dell’automezzo presenta elettivo interessamento del torace e
del capo, per urto rispettivamente contro il volante e il parabrezza.
È inoltre possibile osservare lesioni delle ginocchia e delle anche per urto
contro il cruscotto, delle caviglie e dei piedi ad opera della pedaliera.
Tali lesioni sono state significativamente ridotte dall’impiego degli air-bag.
Il passeggero anteriore presenta spesso lesioni cranio facciali per l’impatto
contro il parabrezza, il tetto, il montante di pertinenza.
Talora, in caso di notevole decelerazione a cosce flesse e gambe estese, si
realizza una lussazione bilaterale dell’anca.
I passeggeri posteriori sono di norma più protetti in caso di urti di lieve e
media entità; quando l’impatto è violento si osservano lesioni del volto per
urto contro gli schienali dei sedili anteriori, lussazione del gomiti per
trasmissione di energia agli arti superiori protesi in avanti a protezione, lesioni
cranio encefaliche per urto contro il tetto dell’abitacolo.

Lesioni dei motociclisti e dei ciclisti: I meccanismi lesivi sono condizionati


dalla caduta dal mezzo o dall’urto contro ostacoli resistenti (il suolo o un altro
veicolo).
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Si evidenziano pertanto lesioni cutanee da strisciamento, da percussione,


fratture scheletriche del cranio, del rachide, degli arti e del tronco, lesioni di
nervi periferici e degli organi interni.
L’uso obbligatorio del casco ha effettivamente ridotto numero e gravità delle
lesioni della volta cranica e delle porzioni latero superiori del volto.

Lesioni da arma da fuoco: per la legge penale, sono armi quelle da sparo e
tutte le altre la cui destinazione è l’offesa della persona. Per questi strumenti
è vietato il porto in modo assoluto, senza giustificato motivo.
Genericamente le armi sono definite come "congegni meccanici capaci di
lanciare a distanza masse più o meno pesanti (definite proiettili) grazie
all'energia sviluppata dall'espansione dei gas generati dalla combustione di
miscugli esplosivi (polveri da sparo)".
Le armi possono essere a canna liscia o rigata e, indipendentemente dalle
munizioni, si distinguono in: armi a canna corta (pistole, rivoltelle,
mitragliatrici) ed armi a canna lunga (fucili, carabine); altro elemento
distintivo è il calibro dell'arma che è rappresentato dal diametro della canna.
A seconda del tipo di armi possono essere caricate munizioni differenti: nelle
armi a carica singola, le munizioni sono rappresentate da cartucce dotate di
un bossolo metallico di forma cilindrica, alla cui base è presente il fondello di
ottone e nel cui centro è presente una "nicchia metallica" in comunicazione
all'interno con l'innesco costituito da una miscela esplosiva di sali di piombo
e da tetrazene. L'innesco, a sua volta, comunica con la carica di lancio
all'interno della quale sono contenute le polveri da sparo (o altri tipi di
cariche). Parzialmente contenuta nel bossolo, ed a contatto con le polveri
presenti nella camera di lancio, è presente il proiettile (ogiva).
Nella armi a carica multipla e canna liscia, in aggiunta agli elementi già citati,
vi è la borra posta sulla carica di lancio; si tratta di un dispositivo che ha il
compito di distribuire omogeneamente la forza propulsiva generata
dall’esplosione delle polveri e ritardare l'apertura della rosata (forma a
"bicchierino") o anticiparla (forma a "Y").
I proiettili esplosi da un'arma sono animati da un movimento di rotazione sul
proprio asse, dovuto alle rigature della canna ove presenti, e da un
movimento di traslazione per la propulsione determinata dalla spinta
esercitata dai gas generati dalla esplosione delle polveri. Per effetto delle
forze di attrito dell'aria, un proiettile lanciato nel vuoto, subisce una
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progressiva decelerazione che lo porta a descrivere una traiettoria a


"parabola" che va dalla bocca dell'arma sino al bersaglio.
Per quel che riguarda gli effetti, raggiunto il bersaglio il proiettile vi esercita
un’azione contundente (azione di martello), percuotendo ed introflettendo la
cute; quindi la divarica con un’azione di cuneo. Può, poi, avere un’azione
perforante nel caso in cui il proiettile abbia un’elevata velocità.
Gli effetti sul bersaglio vengono valutati anche in termini di “potere
d’arresto”.
Esso è definito come la massima quantità di moto che un proiettile può
cedere al bersaglio animato, quando l’impatto avvenga alla distanza di 25
metri per le armi a canna corta e di 100 metri per quelle a canna lunga.
Il potere d’arresto dipende dalla velocità, dal modo in cui la pallottola perfora
il corpo, dalla capacità di deformarsi.

ferite d’arma da fuoco a proiettile singolo: (come una pistola) si


distinguono in:
- contundenti, quando si produce una semplice ecchimosi o escoriazione sul
corpo-bersaglio; ciò accade quando il proiettile non possiede forza sufficiente
per perforare la cute
- a doccia (o a semicanale o di striscio), quando la superficie cutanea sia
interessata solo tangenzialmente dal proiettile.
- penetranti, quando il proiettile supera la resistenza offerta dalla cute e
penetra all'interno del corpo; in questi casi si distinguono ferite a fondo cieco
(qualora il proiettile resti nei tessuti all'interno del corpo), trapassanti
(qualora il proiettile attraversi il corpo, ed è presente, quindi, anche un foro di
uscita), a setone (sono ferite trapassanti in cui si osserva esclusivamente un
breve tramite intracorporeo superficiale, in genere sottocutaneo).
- da scoppio, quando il proiettile non si limita alla perforazione del bersaglio,
ma ne provoca lo scoppio; è una ferita che interessa tipicamente gli organi
cavi.
Caratteri del foro d’entrata: le caratteristiche del foro d’entrata variano in
funzione della distanza dalla quale stato esploso il colpo.
Se esso è esploso da lontano o comunque da distanza non ravvicinata il foro
ha caratteri propri, legati cioè alla sola azione meccanica del proiettile; se è
invece esploso da vicino (a 40-50 centimetri) o a contatto della cute si
aggiungono ulteriori effetti dovuti alla deflagrazione della carica di lancio,
all’azione meccanica dei gas, a quella della fiamma.
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Si può stabilire la distanza di sparo entro certi limiti in rapporto agli effetti
lesivi intorno al foro d'entrata. Questi dipendono da 3 elementi:
1)pistola
2)polvere
3)proiettile.

Per quanto riguarda i colpi da lontano (>50 cm), il proiettile perfora la cute e
da luogo ad una ferita circolare/ovalare, con margini più o meno regolari e
diametro del foro di poco inferiore a quello del proiettile.

Nei colpi sparati da vicino si può osservare l'effetto dei componenti del ciclo
dello sparo. In particolare si possono rilevare:
- l’alone di ustione (osservabile nei colpi a bruciapelo, con distanza <10 cm),
determinato dall'azione della fiammata e dei gas ad alta temperatura liberati
dalla canna dell'arma e caratterizzata da un’ustione cutanea che conferisce
un aspetto di cute secca attorno al foro di ingresso.
- l'alone di affumicatura, di colorito grigiastro, che si deposita sulla cute per
effetto dell’espulsione dalla canna di finissime particelle combuste delle
polveri da sparo ed è facilmente asportabile con un panno bagnato; si
osserva meno rispetto al passato per il maggiore raffinamento delle polveri da
sparo.
- il tatuaggio, che si produce per effetto delle polveri incombuste che si
infiggono sotto forma di granuli a livello cutaneo e sottocutaneo.
Questi effetti secondari dello sparo sono osservabili fino a distanza intorno ai
5 cm, in quanto a 5-10 cm non c’è ustione, a 15-20 cm non c’è affumicatura
ed è apprezzabile solo il tatuaggio fino a 50 cm.

Rispetto al foro di entrata, il foro di uscita può presentare caratteri differenti,


risultando piuttosto difficile una fine distinzione tra i due sulla base dei soli
caratteri morfologici; talvolta i margini possono apparire estroflessi, e dagli
stessi può fuoriuscire tessuto adiposo e/o fibroso per effetto del
"trascinamento" esercitato dal proiettile. Certamente più indicativa, invece, è
l'assenza di un orletto di escoriazione, dell'affumicatura o degli effetti dei
componenti del ciclo dello sparo.
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Lesioni da armi da fuoco a carica multipla: (come un fucile da caccia), si


osservano ferite multiple prodotte dai pallini contenuti nelle cartucce. Per
effetto della resistenza dell'aria, dopo 2 metri i pallini tendono a perdere
energia cinetica e ad allontanarsi progressivamente dal "nucleo" centrale,
formando la cosiddetta rosata; quanto maggiore è la distanza, tanto
maggiore sarà il diametro della rosata, sino alla possibilità di produrre ferite
da pallini singoli per distanze elevate.
È possibile distinguere tre tipi di lesività:
- a breccia unica, quando il colpo è esploso da distanza ravvicinata o a
contatto ed i pallini sono ancora raggruppati con effetto palla; in questi casi è
possibile rinvenire all'interno del corpo anche la borra al seguito dei pallini (la
borra serve a trasmettere in modo uniforme la forza di spinta), che potrà
fornire utili indicazioni sul calibro dell'arma; infatti potendo caricare una
stessa cartuccia con pallini di dimensioni differenti, non è possibile risalire al
calibro dell'arma dall'analisi dei pallini.
- a breccia unica contornata da fori di ingresso singoli, si realizza quando
il colpo è esploso da distanza medio-ravvicinata ovvero quando inizia a
formarsi la rosata ed i pallini tendono ad allontanarsi l'uno dall'altro, pur
sussistendo ancora una massa centrale di pallini raggruppati; in tali casi è
spesso possibile osservare sulla cute limitrofa al foro di ingresso principale,
un'area escoriata-ecchimotica, spesso figurata dovuta all'impatto cutaneo
della borra che, essendo dotata di minore energia cinetica, tende a separarsi
e quindi progressivamente a distanziarsi dalla massa dei pallini;
- a brecce multiple, quando la rosata si è già formata ed i pallini sono ormai
distanziati l'uno dall'altro.

Come per le lesioni da proiettili a carica singola, anche in questi casi è


possibile fornire indicazioni orientative circa la direzione di sparo: se la
morfologia della ferita/rosata è circolare, il colpo sarà stato esploso
perpendicolarmente alla superficie cutanea, se invece è eccentrica sarà stato
esploso obliquamente. Analogamente è possibile rinvenire per i colpi esplosi
a contatto l'impronta ecchimotica cutanea lasciata dal vivo di volata della
canna concentrica al foro di ingresso ovvero per i colpi esplosi da distanza
ravvicinata un alone di ustione, l'affumicatura ed il tatuaggio con
caratteristiche sostanzialmente sovrapponibili a quelle per le lesioni prodotte
da proiettili a carica singola.
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Inoltre per effetto del notevole rallentamento determinato dai tessuti, è difficile
osservare fori di uscita.

Capitolo 3

SINDORMI ASFITTICHE VIOLENTE: quelle forme di insufficienza


respiratoria in cui si realizza un impedimento alla penetrazione dell’area
nell’albero respiratorio in conseguenza dell’azione di una causa
generalmente esterna all’organismo, di natura meccanica.
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In base alle modalità d’azione è possibile operare la seguente classificazione


delle forme asfittiche meccaniche:
1. da un occlusione degli orifizi respiratori: soffocamento;
2. da compressione delle vie respiratorie: strozzamento, strangolamento,
impiccamento;
3. da ostruzione delle vie respiratorie dall’interno: annegamento, asfissie da
respirazione (intasamento da terriccio, pezzi di stoffa, bolo alimentare,
ecc…), sommersione interna (vomito, sangue, pus, ecc…);
4. da impedimento degli atti respiratori per immobilizzazione del torace: morte
nella folla, seppellimento, sospensione o crocifissione;
5. da carenza di ossigeno nell’aria ispirata: sconfinamento.

L’organismo umano è in grado di resistere per breve tempo e senza


particolari inconvenienti alla sospensione dell’attività respiratoria.
In ogni caso, il progressivo aumento dell’ipossiemia e dell’ipercapnia
determina, in tempi diversi a seconda delle condizioni di resistenza
individuale, la cessazione dell’apnea volontaria per stimolo diretto dei centri
nervosi.
Il processo asfittico viene comunque suddiviso in quattro fasi:
1. fase della dispnea inspiratoria, con perdita di coscienza;
2. fase della dispnea espiratoria, con areflessia;
3. fase della pausa respiratoria, con arresto respiratorio;
4. fare del boccheggiamento, con arresto cardiaco.
Essi hanno una durata media di circa un minuto ciascuna per cui la morte del
soggetto dovrebbe generalmente verificarsi dopo circa 4-5 minuti dall’inizio
dell’azione asfittica meccanica.
Il quadro anatomo-patologico è caratterizzato da una serie di reperti esterni e
interni caratteristici.
I segni esterni della morte asfittica sono rappresentate dalla cianosi del volto,
del collo e talora del terzo superiore del torace, associata o meno alla
protrusione dei globi oculari, dalle petecchie emorragiche.
La schiuma che fuoriesce dagli orifizi respiratori, fenomeno detto anche del
“fungo schiumoso”, ha colorito bianco-rosaceo ed aspetto cotonoso specie
dopo l’essiccamento.
Si produce nelle vie respiratorie a causa del miscuglio di aria, secrezione
mucosa e sangue.
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È più evidente nell’annegamento, essendo favorito dalla penetrazione di


acqua nell’albero respiratorio.
I segni interni sono rappresentati dall’enfisema polmonare acuto, dalle
petecchie emorragiche sierose, dalla iperemia viscerale diffusa, dalla stasi
circolatoria e dilatazione delle sezioni destre del cuore, dalla fluidità e dal
colore rosso scuro del sangue.

Soffocamento: è una tipica forma di asfissia meccanica provocata dalla


chiusura simultanea degli orifici respiratori dall'esterno. Può essere prodotta
direttamente con la mano o con altri mezzi idonei allo scopo.

Impiccamento: rappresenta una forma di asfissia provocata dalla


compressione del collo da un laccio fissato ad una estremità e stirato verso il
basso dal peso del corpo, completamente o incompletamente sospeso.
L'impiccamento si dice completo se il corpo è interamente sospeso nel vuoto,
incompleto quando una parte è in contatto con il suolo. Se il nodo è posto in
corrispondenza della nuca è detto tipico, al contrario atipico se si trova in
posizione laterale o anteriore.
La morte da impiccamento è legata a tre fattori:
- asfittico, in cui il laccio, trovandosi a livello del margine inferiore della
mandibola (spazio tiro-joideo), sposta indietro ed in alto l'osso joide e la base
della lingua che premendo contro il palato ed il faringe occlude le vie aeree.
- circolatorio, l'occlusione dei grossi vasi sanguigni del collo (arterie carotidi e
vene giugulari) provoca il blocco di buona parte della circolazione di sangue
nel territorio cefalico, causando una condizione di ipossia del tessuto nervoso
accompagnata da perdita rapida di coscienza;
- nervoso, la stimolazione del vago e dei recettori seno-carotidei può produrre
l'arresto immediato del cuore con morte da inibizione riflessa.

Il quadro sintomatologico terminale è in genere tumultuoso con morte rapida


in pochi minuti.
I segni dell’impiccamento possono essere esterni ed interni.
Tra i segni esterni, il più caratteristico dell’impiccamento è il solco cutaneo,
dovuto alla compressione del laccio sul collo, che persiste nel cadavere
anche dopo la rimozione del laccio stesso. Tale solco è obliquo dal basso in
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alto, di ineguale profondità perché maggiore a livello dell'ansa e degradante


verso il nodo.
- disposizione di macchie ipostatiche "a calzino" (piedi) e a "guanto" (mani)
per effetto della forza di gravità;
- Intensa cianosi del viso.
- Emorragie sottocongiuntivali, epicardiche e polmonari.
- Protrusione della lingua.
- Spermatorrea con inturgidimento del pene.

Sono segni interni dell’impiccamento:


- Emorragie nel derma, nel sottocutaneo e nel connettivo interstiziale in
corrispondenza del solco del collo.
- Lacerazione ed emorragia delle fibre dei muscoli del collo
- Frattura-lussazione dell'osso joide e dei corni ioidei della cartilagine tiroidea.
- Lacerazione delle fibre nervose del vago (segno di Dotto).
- Emorragie nei linfonodi cervicali che si trovano al di sotto ed al di sopra
della corda (segno di Jankovich e Incze).

Nella diagnosi medico-legale è importante la distinzione tra gli impiccamenti


accidentali, quelli a scopo suicidario (scelta più frequente) o omicidiario; ma
ancora più importante è la diagnosi differenziale tra l'impiccamento e
l'impiccagione (che è l'esecuzione di un giustiziato e non un suicidio).
Nell’impiccagione si può procurare la rottura del dente dell'epistrofeo e,
quindi, far morire il soggetto per compressione bulbare e non per
soffocamento, perché il giustiziato ha sotto i piedi una botola, e viene
calcolato che se sprofonda di 4 metri ha questa lesione.
Importante (ai fini della diagnosi differenziale tra un suicidio e un omicidio) è
verificare, durante il sopralluogo, se la lunghezza del laccio è tale da
permettere un'autosospensione, se sono rimaste serrate la mani della vittima
nel laccio, segno dell'estremo tentativo di difesa; inoltre se superfici prossime
al cadavere (ad esempio, muri) possono aver provocato lesioni per effetto di
oscillazioni o convulsioni asfittiche.
La sospensione del cadavere è realizzata per simulare un suicidio di vittime
uccise con altri mezzi. La diagnosi differenziale si basa sul reperimento di
lesioni vitali in corrispondenza del solco e dei tessuti profondi (segno di morte
per impiccamento), quali ecchimosi ed emorragie, sulla disposizione delle
ipostasi, qualora la sospensione sia stata attuata dopo alcune ore dalla morte
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e dall'assenza o presenza eventuale di tracce indicative di un altra modalità


di morte.

Strangolamento: si determina per compressione del collo mediante un laccio


o altro mezzo idoneo (spesso avvolto con più giri) mediante una forza esterna
(diversa da quella del peso corporeo) applicata generalmente secondo un
piano perpendicolare rispetto all'asse maggiore del collo.
Di solito la forza estranea che effettua la trazione del laccio è quella
muscolare delle braccia dell'aggressore che si pone o al davanti o, più
spesso, alle spalle della vittima.
Lo strangolamento quindi si differenzia dallo strozzamento per l’utilizzazione
di un qualsiasi mezzo meccanico; dall’impiccamento in quanto non vi è
sospensione totale o parziale del corpo.
I tre meccanismi fisiopatologici che intervengono nello strangolamento sono
gli stessi dell’impiccamento ma con modalità differenti:
- asfittico, riveste un ruolo marginale, in quanto la trazione trasversale agendo
direttamente sulla cartilagine laringea e tracheale (che oppongono un'ottima
resistenza) avrebbe bisogno di una forza notevole per poterne determinare
l'occlusione completa.
- circolatorio, riveste il ruolo principale nel determinare la morte per
strangolamento. Infatti la trazione, in questo caso, è sufficiente per occludere
completamente giugulari e carotidi, impedendo così la circolazione nel
distretto cefalico.
- nervoso, gli effetti sul nervo vago sono gli stessi dell'impiccamento, con
conseguente inibizione riflessa a livello cardiaco;

per quanto riguarda i segni dello strangolamento, il reperto più tipico è il solco
del collo, che è orizzontale, senza interruzioni, di uniforme profondità ed è
situato nella regione mediana del collo, cioè più in basso rispetto al solco
dell'impiccamento.
Nei tessuti profondi del collo sono presenti ecchimosi, lacerazioni muscolari,
rottura dell'intima delle carotidi e lesioni traumatiche dell'apparato
osteocartilagineo della laringe, emorragie estese con diffusione anche alla
base della lingua. Molto evidenti sono la cianosi del viso e le ecchimosi
congiuntivali.
È più frequente il riscontro di tale modalità nei casi di omicidio. In tale
evenienza, però, lo strangolamento si attua in persone adulte colte di
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sorpresa, la cui reazione determina in genere segni di colluttazione sulle vesti


(lacerazioni dei tessuti) e sul corpo della vittima (unghiature o ecchimosi a
livello del collo).
Infine, un metodo di esecuzione giudiziaria è il garrottamento, che si esegue
utilizzando un collare d'acciaio serrato con una vite attorno al collo della
vittima.

Strozzamento: è provocato dalla compressione violenta del collo


direttamente con le mani.
Lo strozzamento si dice manuale quando trachea e laringe vengono
schiacciate contro la colonna vertebrale con una o entrambe le mani aperte
avvolte anteriormente al collo; digitale quando le dita comprimono
lateralmente le vie respiratorie, afferrando e stringendo il tubo laringo-
tracheale con il pollice in opponenza, come una "morsa", occludendone il
lume ed impedendo così la respirazione.
Può essere, infine, anche atipico quando lo schiacciamento avviene tramite
l'avambraccio o la pianta del piede.
Nello strozzamento prevale sugli altri il fattore asfittico, poiché la manovra è
effettuata per serrare ed occludere il tubo laringo-tracheale; più difficile è,
invece, riuscire a comprimere efficacemente ed in maniera duratura i fasci
vascolari del collo, per cui il fattore circolatorio assume un valore secondario
e la perdita di coscienza non è immediata, permettendo così alla vittima di
dimenarsi prima di soccombere sotto la "morsa" dell'aggressore.
Il fattore nervoso, invece, è in grado di provocare, da solo, una morte
istantanea, se la stretta violenta del collo scatena una stimolazione
meccanica dei nervi laringei, del vago o del seno carotideo, tale da provocare
un'inibizione riflessa sia sul cuore che sulla respirazione.
Ai segni generici dell'asfissia (in particolar modo la cianosi del volto, le
ecchimosi puntiformi sottocongiuntivali, la congestione polmonare) si
associano lesioni caratteristiche dello strozzamento. Sul collo si trovano
ecchimosi digitali provocate dalla pressione del polpastrello (su un lato
un'ecchimosi più ampia data dal pollice, sull'altro lato ecchimosi più piccole
date dalle altre dita), e le unghiature, sotto forma di escoriazioni arcuate.
I reperti interni sono rappresentati da ecchimosi del sottocutaneo, emorragie
e lacerazioni muscolari, infiltrazioni emorragiche della tiroide e del connettivo
latero-cervicale.
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Frequenti sono le fratture delle cartilagini laringee e tracheali e dell'osso


joide.
Lo strozzamento è dovuto ad omicidio ed è reso possibile solo da una
sproporzione di forza tra l'aggressore e la vittima (bambini, anziani, defedati).

Annegamento: è un tipo di asfissia prodotta dall'ingresso nei polmoni di fluidi


che si sostituiscono all'aria provocando l'insufficienza respiratoria acuta.
L’annegamento prevede cinque fasi:
1) di sorpresa, consiste in una profonda, ma rapida, inspirazione riflessa (in
seguito a stimoli termici e meccanici scaturiti dal contatto con il mezzo
annegante) che compie l'individuo appena caduto nell'acqua.
2) di resistenza, durante l'immersione le prime "boccate" d'acqua provocano
uno spasmo serrato della glottide che impedisce la penetrazione di altra
acqua nei polmoni. Questa fase di apnea iniziale durante la quale l'individuo
si agita e cerca di riemergere, dura circa un minuto.
3) dispnoica, quando non è più possibile trattenere il respiro il soggetto inizia
affannose respirazioni disordinate sott'acqua che durano un minuto e
provocano l'introduzione di grande quantità di liquido nei polmoni e nello
stomaco.
4) apnoica, si ha perdita di coscienza, abolizione dei riflessi e coma profondo
con arresto del respiro (stato di morte apparente). Anche questa fase dura
circa un minuto.
5) terminale, boccheggiamento ed arresto cardiaco.

Si distingue un annegamento in acqua dolce e un annegamento in acqua


salata.
L’annegamento in acqua dolce causa la morte in 3-5 minuti. L'acqua dolce
(penetrata negli alveoli) essendo ipotonica rispetto al sangue, viene
rapidamente assorbita dal sistema dei capillari polmonari e in pochi istanti
penetra nel torrente circolatorio in grande quantità, fino al raddoppio del
volume totale del sangue. Ciò determina ipervolemia, emodiluizione, emolisi,
iperpotassiemia (da liberazione del potassio eritrocitario) e anemia.
L'anossia, lo squilibrio plasmatico e l'eccesso di potassio causano gravi
alterazioni miocardiche per cui insorge la fibrillazione ventricolare pochi
minuti dopo l'immersione, con rapido arresto del cuore.
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L’annegamento in acqua salata causa la morte in 7-8 minuti. Contrariamente


all'acqua dolce, l'acqua di mare, ipertonica, provoca il passaggio di plasma e
di proteine dai capillari sanguigni verso gli alveoli. Si ha ipovolemia,
emoconcentrazione senza emolisi e senza iperpotassiemia, per cui non si
stabilisce la fibrillazione ventricolare, ma un graduale indebolimento
dell'attività cardiaca con collasso cardiovascolare e asistolia irreversibile,
dovuti all'anossia del miocardio ed all'ipovolemia.
I fenomeni cadaverici di un annegato sono:
Le ipostasi sono accentuate e diffuse per la fluidità del sangue, di colorito
rosso chiaro e disposte al viso, alle spalle ed anteriormente sul torace per
effetto della posizione prona (testa in basso, arti semiflessi ed addome
sollevato dai gas intestinali) assunta dal cadavere nell'acqua.
La rigidità cadaverica può fissare il cadavere nella posizione da lottatore.
La putrefazione è ritardata finché il cadavere è immerso.
La prolungata permanenza in acqua determina la macerazione della cute,
cioè il rigonfiamento dello strato corneo, che fa assumere alla cute stessa un
aspetto rugoso, raggrinzito, sbiancato ed è ovviamente più evidente nelle
sedi dove lo strato corneo è più spesso (mani, piedi); qui con il passare del
tempo la cute può venir via come un "guanto" o un "calzino".
Tra i segni esterni dell’annegamento, il più importante, ma non esclusivo, è la
presenza del "fungo schiumoso" che emerge dalla bocca e dalle narici.
Questa schiuma bianco-rosea si forma a livello bronchiale per commistione
del muco con l'aria residua ed il liquido annegante durante la fase dispnoica,
viene poi espulsa per l'aumento della pressione del diaframma, spinto in alto
dai gas intestinali putrefattivi, dopo l'estrazione del cadavere dall'acqua.
Questo segno non è patognomonico, però, di annegamento potendosi
riscontrare anche in caso di overdose da eroina a cui segue un edema
polmonare acuto che riproduce tale situazione.
Altri segni esterni sono la cianosi, soprattutto dei letti ungueali, la piloerezione
e cute anserina ("pelle d'oca"), la presenza di sabbia sotto le unghie, nella
bocca e tra gli abiti, la trasparenza di cornea e congiuntiva, perché l'acqua ne
impedisce la disidratazione, e le lesioni da fauna marina.

Segni interni dell’annegamento


- corpi estranei (fango e sabbia) commisti alla schiuma nelle vie aeree
superiori ed inferiori.
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- enfisema acuto, riconducibile alla fase dispnoica per cui assume significato
di carattere vitale.
- diluizione del sangue.
- milza pallida per splenocontrazione.
- presenza di liquido annegante nell’intestino (che permette la diagnosi
differenziale con la sommersione di cadavere, in cui il liquido annegante non
supera la valvola pilorica).
Per la diagnosi di annegamento si può ricorrere al rilievo dell'indice
refrattometrico, del punto crioscopico e della conducibilità elettrica.
Eseguendo il test dell'emodiluizione è possibile dimostrare la presenza di
sangue diluito nel ventricolo sinistro nell'annegamento in acqua dolce; invece,
nei casi di annegamento in acqua salata, la diluizione sarà presente nel
sangue del ventricolo destro.
Infine, la ricerca della diatomee (particelle di fitoplancton dotate di guscio
calcareo) nelle vie aeree e nei tessuti corporei: se presenti significa che c’è
stato annegamento; se assenti significa che il corpo è entrato in acqua dopo
che il soggetto è deceduto.
La diagnosi differenziale si pone con:

- Morte nell'acqua, in cui un soggetto muore improvvisamente appena entrato


in acqua senza essere annegato. Questa può essere causata verosimilmente
da diversi fattori, quali possono essere un arresto cardiaco riflesso da
stimolazione di acque fredde della mucosa nasale o faringea; oppure un
fenomeno scatenato dal freddo soprattutto se l'immersione è a breve
distanza dai pasti (crioallergia).
In questo caso mancano i reperti dell'asfissia; il viso è pallido e non cianotico.
La bassa temperatura dell'acqua determina un rapido raffreddamento del
corpo e dei vari organi, salvaguardandoli in parte dalle lesioni anossiche.
- Sommersione del cadavere. In questo caso oltre alla presenza dei reperti
dovuti alla permanenza nell'acqua (il deposito di sabbia o di alghe su abiti e
corpo, le lesioni traumatiche post-mortali provocate dal trascinamento della
corrente, i morsi degli animali acquatici, la macerazione e la saponificazione);
solitamente manca il fungo schiumoso.

L'annegamento è più frequente negli eventi accidentali in seguito a disgrazie


durante i bagni nel mare (soprattutto soggetti inesperti o colti da improvviso
malore) o per caduta improvvisa nell'acqua.
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L'omicidio è raro e si verifica solo nel caso in cui la vittima è colta di sorpresa
o è debole, in questo caso infatti spesso è possibile osservare sul cadavere
segni che testimoniano una colluttazione o un'aggressione.
Il suicidio è piuttosto frequente ed è realizzato spesso dopo "autolegatura" dei
polsi o mediante apposizione di pesi al collo o ai piedi. Talvolta aiutano a
porre diagnosi di suicidio alcune "accortezze" che il suicida stesso ha prima
di compiere l'atto; si possono ritrovare, infatti, piegati e riposti in ordine sulla
riva i suoi indumenti comprese le scarpe e le calze.

L'asfissia da confinamento: si manifesta allorchè l'ossigeno dell'aria


ambientale scende sotto al 7%, perchè consumato senza possibilità di
ricambio; affinchè sopraggiunga la morte il tasso di ossigeno deve calare
sotto al 3%.
Questa forma di asfissia è lenta e non si distinguono le varie fasi schematiche
delle asfissie acute, pure il quadro anatomo-patologico è povero dei reperti
classici: le ecchimosi puntiformi viscerali sono scarse, la cute è cianotica e
bagnata di sudore, frequente è il reperto di edema polmonare.
Causale del confinamento. E' spesso accidentale, ne sono vittime bambini
che si chiudono per gioco in bauli, casse, frigoriferi, gli adulti bloccati nei
sotterranei di stabili crollati, nei sommergibili affondati, nelle miniere
parzialmente crollate.
Spesso l'infanticidio è commesso nascondendo il neonato in sacchetti,
scatole, bauli ecc.

Sommersione interna: È costituita dalla inondazione delle vie respiratorie


da parte di un fluido proveniente dall’interno dell’organismo.
Il fluido più frequentemente interessato è il sangue proveniente da ferite che
interessano contemporaneamente i grossi vasi del collo e le vie respiratorie,
come nello scannamento o nelle lesioni d’arma da fuoco.
Anche altri fluidi possono tuttavia produrre lo stesso meccanismo asfittico:
pus proveniente dall’apertura di sacche ascessuali, liquido idatideo per
rottura di cisti, vomito che risale l’esofago.

Capitolo 4
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IMPUTABILITà
L’imputabilità fisica di un certo fatto richiede la prova del nesso di causalità
giuridico-materiale fra una certa condotta e l’evento di danno.
L’imputabilità psichica di quello stesso fatto richiede in ogni caso la prova
della colpevolezza del reo, che richiede a sua volta l’effettiva capacità di
discernere il significato antigiuridico del comportamento tenuto.
L’articolo 85 del Codice Penale sancisce che nessuno può essere punito
per un fatto previsto dalla legge come reato se, al momento in cui lo ha
commesso, non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità di intendere e
di volere. L'imputabilità è quindi la verifica dell’esistenza in colui che ha
commesso un delitto della capacità di intendere e di volere al momento della
commissione del fatto.
La locuzione “capace d’intendere e volere” deve essere intesa come
l'attitudine del soggetto a rendersi conto del valore sociale dell'atto che
compie, a discernere e valutarne le conseguenze, ad autodeterminarsi nella
selezione dei molteplici motivi che esercitano nella sua coscienza una
particolare attrattiva.
La capacità di intendere è l'attitudine a:
- Valutare le circostanze in maniera realistica.
- Comprendere o valutare le proprie azioni od omissioni (nel contesto della
società).
- Sottoporre ad esame critico.
- Prevederne le conseguenze materiale e morali.
- Valutarle dal punto di vista del ricevente.
La capacità di volere è l'attitudine a:
- Determinarsi in modo autonomo in vista di uno scopo di cui si è
consapevoli.
- Saper individuare le alternative comportamentali attuabili.
- Sceglierne una con realismo, cognizione di causa e consapevolezza delle
conseguenze.

L’imputabilità è soggettiva e a partire dall'età di 18 anni si dà per scontata.


Il soggetto che ha un’età inferiore ai 14 anni è sempre ritenuto non
imputabile.
Per quanto concerne i soggetti di età compresa tra i 14 e i 18 anni
l'imputabilità deve essere valutata singolarmente caso per caso, in quanto
non può esser data per scontata ma può sussistere.
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Cause di esclusione dell’imputabilità


L’ordinamento prevede delle cause di esclusione dell’imputabilità, oltre che
per il minore di anni 14 e per i casi selezionati di minori con età compresa tra
14 e 18 anni.

1) Patologie psichiatriche, possono giustificare una non imputabilità. Una


malattia mentale non postula automaticamente un vizio di mente, non
significa in altri termini che un individuo non sia in grado di comprendere il
significato degli atti che compie o non sia in grado di scegliere. Il difetto di
imputabilità va ricercato caso per caso, verificando se l'infermità fosse
presente al momento della commissione del reato e quale ruolo abbia svolto
in concreto.
L'articolo 88 del Codice Penale introduce la condizione giuridica (quindi non
clinica) di infermità di mente, definendo questa come una situazione per la
quale condizioni patologiche possono determinare l'esclusione
(annullamento) della capacità di intendere e volere al momento in cui il
soggetto ha commesso il reato.

2) Soggetti che utilizzano sostanze alcoliche e stupefacenti; vanno


distinti diversi casi:
- Intossicazione cronica da alcool e da sostanze stupefacenti, è una delle
due situazioni in cui colui che commette un reato potrà esser non imputabile,
sarà cioè necessario valutare, previa perizia medico-legale, se il soggetto ha
un vizio totale o parziale di mente determinato dall'intossicazione cronica, la
quale deve essere dimostrata. Ad esempio, si deve valutare se c’è atrofia
corticale negli alcolisti cronici o lesioni puntiformi della corteccia nei
consumatori di cocaina.
- Ubriachezza abituale, in questo caso se il soggetto commette un reato la
pena deve essere aumentata rispetto a quanto previsto dalle disposizione del
Codice Penale; questo tipo di trattamento trova giustificazione nella capacità
di intendere e di volere che il soggetto possedeva quando ha iniziato a bere
(il soggetto sapeva perfettamente che bere poteva causare delle
conseguenze e quindi se ne assume le responsabilità).
- Ubriachezza volontaria o colposa ovvero preordinata, il soggetto si pone
in uno stato di incapacità d’intendere e volere al fine di commettere un reato o
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di procurarsi una scusa; l'imputabilità non viene né aumentata né diminuita


nell’ubriachezza volontaria o colposa (per le stesse ragioni di cui sopra)
mentre è aumentata in caso di ubriachezza preordinata.

- Ubriachezza derivata da caso fortuito o di forza maggiore, in questa


situazione l’ordinamento prevede la non imputabilità per colui che si trova in
stato di vizio totale di mente causato da ubriachezza non da lui desiderata
(ad esempio una persona che costringe a bere il futuro reo).
- Fatto commesso sotto l'azione di sostanze stupefacenti, questa
situazione viene messa sullo stesso piano dell'ubriachezza rimandando alle
disposizioni degli articoli in merito.

L’imputabilità nel soggetto adulto è presunta e può essere esclusa solo


quando ricorrono determinate situazioni patologiche.
La colpevolezza del reo non è mai presunta, va dimostrata in ogni caso e
può essere diversamente fondata (dolo, colpa, preterintenzione).

Articolo 43: Elemento psicologico del reato

Fanno parte dell'elemento oggettivo del reato:


- l'azione/omissione (la condotta);
- l'evento;
- il nesso di causalità;
- l'antigiuridicità;

Su questa base oggettiva si fonda la colpevolezza nella triplice forma del


delitto:
- è doloso, o secondo l'intenzione, quando l'evento è preveduto e voluto
come conseguenza della propria azione od omissione;
- è preterintenzionale, o oltre l'intenzione, quando dall'azione od omissione
deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall'agente;
- è colposo, o contro l'intenzione, quando l'evento, non è voluto dall'agente e
si verifica a causa di negligenza o imprudenza, ovvero per inosservanza di
leggi, regolamenti, ordini o discipline.
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Le cause di non punibilità, nel diritto penale italiano, sono le cause che
neutralizzano o rendono non applicabile la sanzione associata a un precetto
o norma penale.

Cause di esclusione della suitas (coscienza e volontà del fatto)


- forza maggiore;
- caso fortuito;
- costringimento fisico.

Cause di giustificazione generali e speciali


Tali cause di non punibilità escludono l'offesa ovvero l'antigiuridicità, e tolgono
tipicità al fatto scriminato, sicché il reato non è integrato sul piano oggettivo.
Si tratta di cause che rendono il fatto non conforme alla fattispecie
incriminatrice sulla base di una valutazione che tiene conto anche dei principi
che ispirano l'ordinamento. Esse sono:
- consenso dell'avente diritto
- esercizio del diritto
- adempimento del dovere
- stato di necessità
- legittima difesa
- uso legittimo delle armi

Pericolosità sociale: si intende la notevole probabilità che il soggetto, anche


se non imputabile, commetta nel futuro altri reati, che pongano in pericolo le
esigenze di sicurezza della collettività.
La pericolosità va sempre accertata dal magistrato e mai presunta.
Le misure di sicurezza possono essere applicate soltanto alle persone
socialmente pericolose, che abbiano commesso un fatto preveduto dalla
legge come reato. La legge penale determina i casi in cui a persone
socialmente pericolose possono essere applicate misure di sicurezza, per un
fatto non preveduto come reato. Le misure di sicurezza possono essere
diverse ed avere diversa durata, inoltre sono revocabili in ogni momento se la
pericolosità viene a cessare.
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Capitolo 5
OMICIDIO: l’articolo 575 del codice penale stabilisce che chiunque cagiona la
morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni 21.
Esistono cause specifiche di non punibilità, contemplate dal codice, come:
- Articolo 51. Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere.
L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma
giuridica o da un ordine legittimo della pubblica Autorità, esclude la punibilità.
Se un fatto costituente reato è commesso per ordine dell’Autorità, del reato
risponde il pubblico ufficiale che ha dato l’ordine.
- Articolo 52. Difesa legittima. Non è punibile chi ha commesso il fatto per
esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui
contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia
proporzionata all’offesa.
- Articolo 53. Uso legittimo delle armi. Non è punibile il pubblico ufficiale
che, al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, fa uso delle armi o di
un altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla necessità di
respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità e comunque
di impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione,
disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano
armata e sequestro di persona.
- Articolo 54. Stato di necessità. Non è punibile chi ha commesso il fatto
per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sè od altri dal pericolo
attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente
causato, nè altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al
pericolo.

Si parla di omicidio volontario (o doloso) quando la morte consegue a


un’azione od omissione voluta dall’agente, cioè tese con coscienza e volontà
a sopprimere il soggetto passivo.
La volontà omicida attiene un fenomeno soggettivo interno; la prova di essa
deve essere necessariamente affidata, in mancanza di confessione esplicita,
ad elementi di natura oggettiva che abbiamo caratteri sintomatico.
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Ne deriva l’importanza dell’indagine medico legale: la prova della volontà


omicida può essere fornita soprattutto dalla considerazione di alcuni dati
come:

a. natura dei mezzi impiegati;


b. natura di gravità delle lesioni responsabili della morte;
c. particolari circostanze ambientali in cui il delitto è avvenuto;
d. concrete possibilità di difesa o di reazione della vittima;
e. condizioni di inferiorità e di incapacità di resistere della vittima.

Si parla di omicidio doloso circostanziato quando dicono particolare


circostanza aggravanti:
i. l’aver adoperato sevizie o agito con crudeltà;
ii. l’aver adoperato un mezzo venefico ovvero un altro mezzo insidioso;
iii. aver ucciso nell’atto di commettere violenza sessuale o atti di libidine
violenti;
iv. la premeditazione.

L'omicidio preterintenzionale è un reato previsto dall’articolo 584 del


Codice Penale che sancisce che chiunque, con atti diretti a commettere
percosse o lesioni personali, cagiona la morte di un uomo, è punito con la
reclusione da 10 a 18 anni. La pena è inferiore a quella dell’omicidio doloso
poiché non è compiuto con dolo.
Le condizioni necessarie ai fini del riconoscimento del reato sono:
1) una condotta diretta, con atti e mezzi, a commettere il delitto di percossa o
di lesione personale;
2) il rapporto di causalità fra la morte della persona e gli atti precedentemente
identificati.
Un classico esempio è quello relativo alla persona inseguita da un
aggressore che nel fuggire, precipiti da rilevante altezza e trovi la morte:
nessun dubbio sulla imputazione al reo del delitto di omicidio
preterintenzionale.

L'omicidio colposo è un reato previsto dall’articolo 589 del Codice Penale


che sancisce che chiunque cagioni per colpa la morte di una persona è
punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni. Se il fatto è commesso con
violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle
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per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, la pena è la reclusione da 1 a 5


anni.
L'elemento psicologico del reato è la volontarietà di una condotta colposa,
essendo così definibile l'azione o l'omissione dell'agente segnata da
imprudenza, negligenza. In rapporto causale con tale azione/omissione
deriva la morte, evento quindi non voluto sebbene prevedibile ed evitabile
con una condotta alternativa.
Le fattispecie processuali che più frequentemente giungono alla valutazione
medico legale riguardano morti successive a incidenti della strada, infortuni
sul lavoro e malattie professionali (con possibile responsabilità del datore di
lavoro), morti correlate a errori nel corso dell'attività sanitaria.
SUICIDIO: Con i termini “suicidio” e “tentativo di suicidio”, ci si riferisce a
quelle condotte, pregiudizievoli per la vita, che l’individuo compie su se
stesso con l’intenzione di cagionarsi la morte.
Le modalità di più frequente attuazione sono: la precipitazione,
l’avvelenamento, i colpi d’arma da fuoco, l’impiccamento, il dissanguamento,
l’annegamento, le ustioni, ecc…
Quando la morte è dovuta a colpi d’arma da fuoco la direzione del proiettile
può essere importante ai fini della diagnosi medico legale, poiché se si tratta
di un destrimane che abbia impugnato l’arma con la mano destra e che si sia
sparato alle tempie, il colpo sarà diretto generalmente dal basso verso l’altro
e interesserà la regione temporo-parietale destra.
L’esame della mano consentirà di evidenziare i segni di affumicatura del
dorso, dell’indice e del medio della mano che ha impugnato l’arma.
La posizione dell’arma rispetto al cadavere può essere indicativa, poiché nel
suicidio viene trovata nelle vicinanze del corpo.
Perciò che riguarda l’annegamento, sul corpo del cadavere si riscontrano più
o meno complicati sistemi di legatura.
Tipici del suicidio possono essere nelle ferite d’arma da taglio: il parallelismo
a serie delle lesioni e la concentrazione delle stesse su una stessa sede
(solitamente si verificano diversi tentativi di ferimento che precedono la
lesione mortale).
L'istigazione al suicidio è un reato previsto dall'articolo 580 del Codice
Penale che sancisce che chiunque determina altri al suicidio o rafforza l'altrui
proposito di suicidio, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da 5 a
12 anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da 1 a 5 anni
sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o
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gravissima. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni 14 o


comunque è priva della capacità d'intendere o di volere, si applicano le
disposizioni relative all'omicidio.

Capitolo 6

VIOLENZA SESSUALE: l’articolo 609 bis del Codice Penale sancisce che
chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringa
taluno a compiere o subire atti sessuali, è punito con la reclusione da 5 a 10
anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti
sessuali:
1) Abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona
offesa al momento del fatto.
2) Traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad
altra persona.
L'articolo esordisce con il "chiunque" (rappresentante il soggetto attivo):
questo è un dato importante perché determina il fatto che nessuno può
esimersi da questo reato nel caso si ottengano atti sessuali senza il consenso
altrui.
Riguardo la locuzione "atto sessuale", poiché il legislatore non dichiara
specifiche condizioni o tipologie di atti, se ne deduce che con questa formula
s’intende qualsiasi atto che attenga alla sfera sessuale (congiunzione
carnale, bacio, carezza, molestie).

L’accertamento medico-legale di violenza sessuale sul soggetto passivo del


reato va attuato con particolare delicatezza e sensibilità, ma anche con
meticolosità, facendolo sempre precedere da un dialogo sereno e
rassicurante, ma nello stesso tempo che informi l'esaminando sullo scopo
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della visita. Anche per tale atto medico infatti sussiste l'obbligo di ottenere il
consenso prima di procedervi.
L'accertamento medico-legale deve prevedere due distinte fasi che
ubbidiscono ai due criteri di punibilità del reato e cioè l'esame fisico, tendente
ad individuare gli elementi obiettivabili a causa della violenza materiale subita
dalla vittima e l'esame psichico, avente lo scopo di accertare eventuali risvolti
psicopatologici residuati alla violenza morale.
Per quel che riguarda la violenza fisica, bisogna procedere all'ispezione
corporale del soggetto quanto più precocemente possibile rispetto al
momento della presunta patita violenza.
L'esame degli indumenti prevede, ove possibile, l'attenta descrizione degli
abiti indossati dal soggetto passivo, accertandosi che gli stessi siano quelli
realmente indossati al momento dell'aggressione.

Utile è la ricerca di eventuali peli, capelli, macchie ed imbrattamenti.


Tra le macchie è bene saper riconoscere da parte dell'esaminatore, quelle di
sperma (utile a tale scopo è la luce di Wood).
Vanno anche identificati e descritti segni caratteristici di colluttazione o altri
collegabili all'azione di un'arma con la quale l'aggressore possa aver
minacciato o ferito la vittima.
Altro elemento da prendere in considerazione è la compatibilità fra le
caratteristiche delle lesioni presentate e descritte con quelle proprie della
tipologia e modalità di aggressione, così come viene dichiarato dalla vittima.
Eseguita la visita medica generale, è bene effettuare un accertamento più
approfondito che preveda lo studio dell'apparato genitale.
Nel caso di violenza su donna vergine e pubere bisognerà ricercare, oltre ai
segni generali, quegli elementi che consentano di individuare l'avvenuta
congiunzione carnale. Per le caratteristiche del soggetto (vergine e pubere)
che verrà sottoposto ad esame, occorrerà valutare l'avvenuta deflorazione e
cioè la lacerazione dell'imene.
Gli elementi caratterizzanti l'avvenuta deflorazione recente sono costituiti
dall'effetto traumatico proprio della penetrazione, per cui sarà possibile
riscontrare l'esistenza di una incisura traumatica con margini infiltrati di
sangue, effetto che perdura per qualche giorno, scomparendo ben presto in
rapporto alla umidità della sede in cui la lesione ebbe a realizzarsi.
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Violenza sessuale presunta


Comprende chiunque compia atti sessuali con persona che:
- non ha compiuto gli anni 14;
- non ha compiuto gli anni 16, quando il colpevole sia l’ascendente, il genitore
anche adottivo, il tutore o persona cui il minore è affidato.
In tutti questi casi si dà per scontato che non vi sia consenso valido da parte
della vittima (anche se esso è stato prestato), con la conseguenza che in ogni
caso l’atto sessuale sarà qualificato come violento e dunque non vi è
necessità di provare l’esistenza dei segni obiettivi della violenza subita.
Ove questi vengano evidenziati costituiranno circostanza aggravante del
delitto di violenza sessuale.

Violenza sessuale abusiva nel codice penale


Si parla più propriamente di abuso quando il soggetto compie l’atto sessuale
abusando o della propria autorità oppure delle condizioni di inferiorità fisica o
psichica della vittima.
In questi casi il consenso della vittima, pure se esistente, non è ritenuto
valido, poiché viziato da fattori estrinseci, e cioè dalla condotta abusante del
colpevole e da fattori intrinseci, e cioè dalle eventuali condizioni di inferiorità
fisica o psichica esistenti al momento del fatto.

Circostanze aggravanti
Il codice dispone un innalzamento della pena se la violenza sessuale è
compiuta:
- ai danni di persona che non ha compiuto ancora i 14 anni, o che non ha
compiuto i 16 anni qualora il colpevole sia l’ascendente, il genitore o il tutore;
- mediante l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti;
- da persona “travisata” o che simuli la qualità di pubblico ufficiale o di
incaricato di pubblico servizio;
- su persona comunque sottoposta a limitazioni della libertà personale.
La pena è ancora più grave (da 7 a 14 anni) se il fatto è commesso nei
confronti di persona che non ha compiuto i 10 anni.

Infanticidio: L'infanticidio è un reato previsto dall'articolo 578 del Codice


Penale che sancisce che la madre che cagiona la morte del proprio neonato
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immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto, quando il fatto è da


condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con
la reclusione da 4 a 12 anni.
L'infanticidio è una forma di delitto attenuato rispetto all'omicidio. È molto
importante capire che non tutte le uccisioni di bambini sono infanticidi. Per
esser tale, infatti, innanzitutto il soggetto attivo deve essere la madre (è
quindi un reato esclusivo) perché chiunque altro uccida un neonato incorre
nel reato di omicidio doloso. Inoltre, ci sono altri punti che vanno analizzati
per comprendere quando anche la madre non commetta un infanticidio ma
un vero omicidio doloso: deve sussistere la morte del neonato per una
condizione di abbandono morale e materiale (e quindi non perché la
mamma prenda una pistola e spari al figlio), come in condizioni di estrema
povertà, di abbandono completo della donna incinta da parte di parenti e
amici, una donna in condizioni di disagio psichico.
Inoltre, un altro elemento che secondo la dottrina corrente va considerato è
che l'omicidio avvenga in stretto rapporto cronologico con il parto a causa del
"turbamento" legato alla nascita e alle condizioni di abbandono.
Al fine di escludere, che quello che è inteso come infanticidio sia sostenuto
dall'espulsione di un semplice prodotto abortivo, con esclusione dunque di
manovre criminose eseguite durante o dopo il parto, è essenziale accertare il
grado di sviluppo fetale. Si deve cioè affermare che il feto sarebbe stato in
grado di iniziare una sua vita autonoma (ad esempio, un neonato anencefalo
morirebbe dopo i primi atti respiratori).
Forniscono informazioni preziose sullo sviluppo del feto le sue dimensioni,
complessive e segmentarie, il peso, lo sviluppo degli annessi fetali, i nuclei di
ossificazione.
La manifestazione di vita autonoma del neonato si identifica con l'avvenuta
respirazione polmonare, tant'è che le più importanti prove sono quelle
respiratorie (idrostatica, radiologica, ottica, istologica).
La prova idrostatica si basa su un requisito fondamentale del tessuto
polmonare: se contiene aria galleggia nell'acqua per il minor speso specifico;
il polmone fetale che non ha respirato, invece, va a fondo.

Omissione di soccorso: l'articolo 593 del Codice Penale sancisce che


chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni 10,
o un'altra persona incapace di provvedere a se stessa, ometta di darne
immediato avviso all'autorità è punito con la reclusione fino a 1 anno o con la
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multa fino a 2.500 euro. Alla stessa pena soggiace chi, trovando una persona
ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l'assistenza occorrente o di
darne immediato avviso all'autorità. Se da questa condotta del colpevole ne
deriva una lesione personale, la pena è aumentata; se ne deriva la morte la
pena è raddoppiata.
Nell'ambito dell'omissione di soccorso rientra anche la situazione del medico
che viene chiamato telefonicamente e non si reca a prestare soccorso, o a
chiamare il 118 oppure consigliare al soggetto di recarsi al pronto soccorso.
L'omissione di soccorso è un reato di pericolo, cioè affinché si configuri il
reato non è necessario che vi sia un danno e, nel caso in cui questo accada
si configurerebbe come seguente ad un altro delitto, in questo caso
l'omissione di soccorso.
La legge 72/2003, in considerazione dei cosiddetti "pirati della strada" che,
dopo aver investito non prestano soccorso, ha apportato modifiche per
l'omissione di soccorso: sono state aggravate le pene con la reclusione da 3
mesi a 3 anni.

Percosse: chiunque percuota taluno, se dal fatto non deriva una malattia nel
corpo o della mente è punito, a querela della persona offesa, con la
reclusione fino a 6 mesi o con la multa fina a euro 309.
È questo un reato caratterizzato da una condotta di violenza fisica su parti
corporee altrui, atto diretto a ledere l'integrità fisica (un calcio, uno schiaffo,
ecc. sono tutti atti diretti a ledere) ma che non deve provocare una malattia
nel corpo o della mente; in caso contrario si configura il reato di lesione
personale.
Per la medicina una malattia è un processo morboso a carattere evolutivo
che è accompagnato da disturbi locali o generali obiettivamente rilevabili.
Giuridicamente, invece, una malattia è una qualsiasi alterazione anatomica o
funzionale localizzata e non impegnativa delle condizioni organiche generali.
Questa definizione, quindi, comprende nella "malattia" anche condizioni che
in medicina tradizionalmente non vengono considerate tali perché non ne
consegue un processo morboso. Ad esempio, un'ecchimosi a seguito di uno
schiaffo o un “occhio blu” conseguente ad un pugno non vengono considerati
come malattie dalla medicina; tuttavia, ai sensi della legge, poiché ne deriva
un’alterazione anatomica localizzata si deve parlare di malattia e, pertanto, si
configura il delitto di lesioni personali. In pratica, la percossa si deve ridurre
ad una reazione dolorosa che non lasci residui di tracce organiche.
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La percossa è sempre di natura dolosa, non essendo prevista l'ipotesi


colposa o preterintenzionale.

Lesione personale: chiunque cagioni ad alcuno una lesione personale, dalla


quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione
(la durata dipende dal tipo di lesione personale).
Il fatto che dall'azione derivi una malattia nel corpo o nella mente differenzia
questo reato da quello di percosse per il quale, per definizione, non deve
derivare una malattia (al più si deve ridurre ad una reazione dolorosa che non
lasci residui funzionali).
Le lesioni personali dolose sono sempre perseguibili d'ufficio tranne quella
lievissima che è perseguibile a querela di parte offesa.
Le lesioni personali colpose si differenziano nettamente da quelle dolose in
quanto manca la volontà di produrre l’evento (cioè la malattia).
Dunque, questo si verifica a causa di negligenza o di imprudenza o di
imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.
Le lesioni colpose sono perseguibili solo a querela di parte offesa (derivando
da ciò l’esenzione dall’obbligo del referto), tranne le lesioni gravi e gravissime
che derivino da inosservanza delle norme sugli infortuni del lavoro o da
malattia professionale che, invece, sono perseguibili d'ufficio.

Una lesione personale dolosa può essere:


- Lievissima: quando è produttiva di malattia che si risolve entro 20 giorni
(non c'è obbligo di refertazione da parte del medico che dovrà comunque
farlo nel caso il paziente richieda il certificato).
- Lieve: quando è produttiva di malattia che si risolve entro 40 giorni: la pena
è da 3 mesi a 3 anni di arresto.
- Grave: quando è produttiva di malattia che si risolve in più di 40 giorni: la
pena è da 3 a 6 anni di reclusione.
- Gravissima: quando è produttiva di malattia che certamente o
probabilmente sarà insanabile: la pena è da 6 a 12 anni di reclusione.

Una lesione personale colposa è generalmente punita con una multa e può
essere:
- Semplice: quando è produttiva di malattia che si risolve entro 40 giorni.
- Grave: quando è produttiva di malattia che si risolve in più di 40 giorni.
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- Gravissima: quando è produttiva di malattia che certamente o


probabilmente sarà insanabile

Esistono delle aggravanti che fanno rientrare una lesione personale, dolosa
o colposa, tra le lesioni gravi o gravissime a prescindere dalla durata della
malattia.
Una lesione personale sarà sempre grave se determina:
- Pericolo di vita, in cui si richiede che venga gravemente perturbata una
delle tre funzioni vitali (cardiaca, respiratoria, nervosa), in modo tale che vi sia
il giustificato timore di una morte imminente.
- Indebolimento di un organo o di un senso, con perdita di almeno il 10%
della funzione dell'apparato di cui quell’organo fa parte (mentre la perdita è
un deficit di oltre il 90%)
- Incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore a
40 giorni.

Una lesione personale sarà sempre gravissima se determina:


- Perdita di un senso
- Perdita dell'uso di un organo
- Perdita dell'uso di un arto o mutilazione che renda l'arto inservibile
- Deformazione del viso e sfregio (lo sfregio è considerato al pari della
deformazione, nonostante una menomazione estetica certamente di minor
gravità rispetto alla deformazione del volto. Il termine indica, seppur in
maniera alquanto impropria, “il colpo di rasoio dato a tradimento sul volto,
solitamente a scopo di vendetta amorosa”. È implicito, dunque, il fine non
soltanto di ledere l’integrità o l’incolumità fisica della vittima, ma di sfregiarla,
lasciandole sul viso il marchio indelebile dell’onta subita, come succede con
le prostitute , quando si ribellano al loro "magnaccio".)
- Permanente e grave difficoltà nella parola
- Perdita della capacità di procreare
- Impotenza

Lesione personale e gravidanza nel codice penale


Reclusione da 4 a 8 anni per chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza
senza il consenso della donna; e la stessa pena si applica a chiunque
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provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni


alla donna.
Detta pena è diminuita fino alla metà se da tali lesioni deriva l’acceleramento
del parto.

Capacità civile: è l’insieme della capacità giuridica e della capacità d’agire.


Definizione di capacità giuridica

Capacità giuridica: significa diventare “persona”, cioè soggetto di diritto e


quindi destinatario delle norme stabilite dall’ordinamento giuridico, titolare di
diritti e di doveri.
Per le persone fisiche si acquista con la nascita e si perde con la morte.

Concetto giuridico di nascita: Per nascita si intende la completa fuoriuscita


dal corpo materno di un feto vivo e cronologicamente vitale che abbia
respirato.
Quindi, se il nato muore nella fase apnoica della vita extra-uterina, pur
essendo ormai completamente fuoriuscito, non avrà acquistato capacità
giuridica.
L’avvenuta respirazione può essere documentata mediante le prove
docimasiche (può avvenire che dopo qualche atto respiratorio il neonato
muoia: nondimeno gli si riconoscerà l’acquisto della capacità giuridica;
diversamente si concluderà nel caso di insufflazione passiva di aria nei
polmoni).
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Concetto di persona: bisogna distinguere la diversa concezione in campo


civile e penale:

- campo civile: perché il prodotto del concepimento acquisti capacità


giuridica occorre dimostrare che sia cronologicamente vitale (raggiungimento
del 180° giorno di vita), completamente fuoriuscito dall’alveo materno, che
abbia respirato autonomamente.

- campo penale: la tutela si estende anche al parto o alla vita extra-uterina


prima della respirazione.

Docimasie: Il termine significa accertare se il prodotto del concepimento


abbia o no respirato e, quindi, vissuto di vita autonoma.

Le prove docimasiche

Docimasie polmonari
- docimasia metrica, consiste nel verificare l’espansione del torace,
misurandone la circonferenza e confrontando i valori con quelli teorici
- docimasia radiologica, il polmone che ha respirato si osserverà la maggior
trasparenza dei campi polmonari;
- docimasia diaframmatici, si esamina la posizione della cupola
diaframmatica: questa, se la respirazione è normalmente avvenuta, apparirà
abbassata; se la respirazione non è avvenuta, apparirà sollevata
- docimasia ottica, esaminando le superfici polmonari a occhio nudo
(polmoni espansi, margini arrotondati, ricoprono l’aia cardiaca e sono rosa)
- docimasia idrostatica galenica
- docimasia polmonare istologica, per la prova più importante per il giudizio
sull’avvenuta respirazione: il segno più evidente dell’avvenuta respirazione è
la distensione dell’alveolo, che nei quadri più tipici apparirà ampio, contornato
da setti sottili e pieni di sangue
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Docimasie extrapolmonari
- docimasia gastro-intestinale, con la respirazione, il feto deglutisce anche
aria: perciò nello stomaco del neonato che ha respirato si trova aria in
quantità diversa a seconda della durata della vita del bambino
- docimasia alimentare, si tratta della ricerca dei residui alimentari della
digestione nel canale gastro-intestinale, residui che se presenti
confermeranno la vita autonoma del prodotto del concepimento;
- docimasia auricolare, nel polmone che non ha respirato l’orecchio medio
contiene una massa gelatinosa costituita da un residuo di tessuto mucoso
fetale o di liquido amniotico, sostanze che vengono eliminate con gli atti
respiratori e sostituite con l’aria;
- docimasia renale, consiste nella ricerca di cristalli di acido urico nei tubuli
renali, che compaiono nei primi giorni della vita extra-uterina
- docimasia batterica, consiste nella ricerca dei bacilli coliformi nel
contenuto intestinale: la loro presenza conferma la vita autonoma del
prodotto del concepimento.

Capacità d’agire: indica l'idoneità del soggetto a porre validamente in essere


atti idonei a incidere sulle situazioni giuridiche di cui è titolare, senza
l'interposizione di altri soggetti di diritto.
Con la maggiore età si acquista la capacità di compiere tutti gli atti per i quali
non sia stabilita una età diversa.
Sono salve le leggi speciali che stabiliscono un'età inferiore in materia di
capacità a prestare il proprio lavoro. In tal caso il minore è abilitato
all'esercizio dei diritti e delle azioni che dipendono dal contratto di lavoro.
La capacità d’agire presuppone il possesso di capacità mentali tali da
consentire la conoscenza delle norme giuridiche, e quindi:
- capacità di saper applicare tali norme nella situazione concreta
- capacità di saper valutare le conseguenze
- capacità di saper adeguare la propria condotta

Atti di disposizione del proprio corpo e interdizione: articolo 5 codice


civile
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Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una
diminuzione permanente dell’integrità fisica, o quando siano contrari alla
legge, all’ordine pubblico o al buon costume.
La donazione di organi tra viventi, alla quale consegue certamente una
diminuzione permanente dell’integrità fisica del donante, intanto è
considerata lecita in quanto è espressamente stabilità ed ammessa la leggi
speciali (così, ad esempio, la donazione del rene, del sangue, ecc…).

Interdizione
La persone interdetta non può contrarre matrimonio, non può stipulare
contratti, non può prestare consenso valido al trattamento medico, non può
più gestire il proprio patrimonio, ecc…; una capacità di esercitare i propri
diritti verrà trasferita alla persona del tutore.
I presupposti clinici dell’interdizione sono sostanzialmente tre:
- l’infermità di mente
- l’abitualità dell’infermità mentale: occorre naturalmente che l’infermità
psichica accertata sia cronologicamente definibile come abituale
- la gravità dell’infermità mentale: il giudizio definitivo in materia di
interdizione dipenderà in ogni caso da un confronto fra la gravità dell’infermità
mentale obiettivata e quindi dal grado del deficit psichico e la rilevanza
effettiva degli interessi (soprattutto patrimoniali) cui la persona deve
provvedere.
Esistono due tipi di interdizione:
- giudiziaria, è dichiarata con sentenza da parte del giudice sulla base di una
consulenza tecnica d’ufficio
- legale, costituisce la pena accessoria per il condannato, per delitto non
colposo, alla reclusione da 5 anni all’ergastolo (restano integre la capacità di
gestire il patrimonio, riconoscere e legittimare figli).

Inabilitazione:
I presupposti dell’inabilitazione sono:
- l’infermità di mente abituale: di minore gravità rispetto a quella necessaria
per l’interdizione;
- il sordomutismo o la cecità dalla nascita o dalla prima infanzia, in assenza
di sufficienti provvedimenti riabilitativi
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- l’abuso abituale di bevande alcoliche o di stupefacenti: l’abuso deve


essere non solo abituale, ma deve tradursi in un’alterazione psichica tale da
compromettere le capacità del soggetto di provvedere ai propri interessi;
- la prodigalità: consiste nella tendenza a spendere eccessivamente oppure
a regalare i propri beni agli altri, con il conseguente grave pregiudizio
economico per il soggetto e per la sua famiglia.
L’inabilitato può contrarre matrimonio, può redigere testamento e può
svolgere anche tutti quegli atti della vita civile che non eccedano l’ordinaria
amministrazione.
Possono essere invece annullati su istanza dell’inabilitato e dei suoi eredi o
aventi causa, gli atti eccedenti la semplice amministrazione fatti senza
l’osservanza delle prescritte formalità dopo la sentenza di inabilitazione.
All’inabilitato viene assegnato un curatore che lo deve guidare nel
compimento di tutti quegli atti giuridici (eccedenti l’ordinaria amministrazione)
che egli non può compiere da solo.
L’inabilitazione come l’interdizione costituisce un provvedimento revocabile se
è cessata la causa per la quale essa è stata pronunziata.

Incapacità naturale: persona che, sebbene legalmente capace e quindi


maggiore di età e non interdetta, si trovi in situazioni cliniche tali che la
rendono in un dato momento incapace di fatto a comprendere il significato
giuridico e le conseguenze della atto che compie.
L’annullamento dei contratti non può essere pronunciato se non quando
risulta la malafede dell’altro contraente.
Incapacità a testare: sono capaci di testare tutti coloro che abbiamo
raggiunto la maggiore età.
Raggiunta questa età, in alcuni casi, il testatore può trovarsi in situazioni di
grave bisogno, con perdita della propria autonomia, necessità di essere
assistito, ecc…, con la conseguente costrizione della libertà del proprio
volere.
In altri casi, gli stessi presupposti psicologici della capacità di testare
mancano assolutamente, ad esempio perché il paziente è in coma o perché
presenta grave disorientamento o confusione mentale, ecc…
Il testamento redatto o fatto redarre in queste condizioni può essere sempre
impugnato ed essere giudicato non valido.
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Tutore: è il rappresentante legale di una persona che esercita una funzione


di tutela, è nominato nei casi di interdizione. Il tutore deve tenere una
regolare contabilità della sua amministrazione e deve renderne conto ogni
anno al giudice tutelare.

Curatore: Il curatore è un istituto previsto dall'ordinamento giuridico italiano


di assistenza di una persona fisica o giuridica inabilitata.
A differenza del tutore, il curatore non ha funzioni di rappresentanza ma di
assistenza, cioè non sostituisce ma integra la volontà dell'emancipato e
dell'inabilitato e cura solo interessi di natura patrimoniale.

amministratore di sostegno: L’amministratore di sostegno è una figura


istituita per quelle persone che, per effetto di un’infermità o di una
menomazione fisica o psichica, si trovano nell’impossibilità, anche parziale o
temporanea, di provvedere ai propri interessi. Quindi, affianca il soggetto con
minore limitazione possibile della capacità di agire.

Capitolo 7

Articolo 2043 del codice civile

“Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto,


obbliga a colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.
Un danno è la conseguenza di un'azione o di un evento che causa la
riduzione quantitativa o funzionale di un bene o qualsiasi altra cosa abbia un
valore economico, affettivo, morale.
I determinanti del danno fondamentali per la sua produzione sono: la causa
lesiva, la lesione e la menomazione.
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La causa lesiva è un fatto esterno che costituisce il primum movens del


danno
La lesione è l’alterazione dello stato fisico e psichico che consegue alla
causa lesiva. La menomazione è la compromissione, dovuta alla lesione,
dell'efficienza fisica e psichica utilizzabile per le esigenze della vita vegetativa
e di relazione. (Non bisogna confondere lesione e menomazione, come talora
accade. Per restare all'esempio del pedone investito, la lesione è la frattura
del femore, la menomazione è l'impedimento che ne deriva alla
deambulazione).

Il danno ingiusto, quindi risarcibile, giuridicamente può appartenere a tre


distinte categorie:
- Danno biologico: questo tipo di danno intende esprimere un concetto
esclusivamente medico, qual è quello della lesione o menomazione
(permamente o temporanea) all’integrità psico-fisica preesistente di una
persona, indipendentemente da qualsiasi riferimento e ripercussione sulla
capacità di produrre reddito.
Ai fini risarcitori, quel che conta è stabilire non solo la compromissione
anatomo-funzionale, ma anche le conseguenze che, da quella menomazione
biologica, derivano sulla capacità di relazione sociale della persona
considerata.
- Danno patrimoniale, suddiviso a sua volta in:
- Danno emergente: si tratta della perdita economica sofferta dal
danneggiato. (comprende ogni diminuzione che si determina nel patrimonio
della persona considerata )
- Danno da lucro cessante: consiste nella diminuita produttività e,
quindi, nel mancato guadagno che la persona subisce in conseguenza del
danno subito.
- Danno futuro: è quel danno che pur non essendosi ancora verificato
al momento dell'esame obiettivo, con ogni probabilità, se non proprio con
certezza assoluta, verrà a determinarsi nel futuro.
- Danno morale: deve essere risarcito solo quando il fatto che lo
produce costituisce reato. Esso consiste nel dolore e nella sofferenza morale
e spirituale che derivano alla vittima dal prodursi del danno, e la sua
definizione è di esclusiva competenza del magistrato.

Permanenza del danno alla salute: tabelle di valutazione


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Il danno risarcibile può essere transitorio o permanente: si considera


danno transitorio quello i cui effetti sono solo temporanei, mentre si considera
danno permanente quello in cui non è possibile il ripristino dell’integrità
psicofisica o comunque non è prevedibile il recupero od il ritorno allo stato
precedente in un ragionevole limite di tempo.
Trattandosi di un giudizio pronostico presso soffre di tutte le incertezze di
pareri del genere; a maggior ragione pertanto dovrà fondarsi non su
presunzioni ma su criteri almeno di grande probabilità.
Dal punto di vista valutativo occorre tener conto che vi sono funzioni che
sono indispensabili alla stessa prosecuzione della vita biologica e per le quali
non è configurabile una perdita completa, e altre che sono soprattutto
necessarie ai fini della vita di relazione, perciò assai importanti nei rispetti
“della qualità della vita” (fra le prime: la funzione nervosa, psichica,
respiratoria, cardiocircolatoria, ecc…; fra le seconde: la funzione visiva,
uditiva, fonatoria, prensile, estetica, sessuale, gustativa, ecc…).

Liquidazione del danno biologico


Ma il risarcimento secondo la formula equitativa (che tiene conto di equità e
buon senso del giudice) è oggetto di molte critiche e perplessità; perché può
comportare il rischio di decisioni arbitrarie e determinare ingiustificate
disparità di trattamento.
Per superare queste difficoltà la maggior parte dei giudici hanno fatto
riferimento a due criteri:
- il metodo del triplo della pensione sociale, che considera come base
l’importo corrispondente al triplo della pensione sociale, lo moltiplica per la
percentuale di invalidità residuata e per un coefficiente relativo all’età
dell’infortunato, ottenendo in tal modo il corrispettivo del risarcimento del
danno biologico;
- il metodo del punto elastico secondo la Scuola Pisana, in cui si
stabilisce un importo per ogni punto d’invalidità e lo si moltiplica per il grado di
invalidità residuata; l’importo per ogni punto viene determinato in base ad una
rilevazione statistica delle liquidazioni effettuate negli anni precedenti.
La nozione di “punto” deve essere quella del punto articolato flessibile; infatti,
per non irrigidire il sistema, fu prevista una flessibilità fino al 50% del valore
punto, così da permettere l’adeguamento del risarcimento alla peculiarità
della fattispecie.
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- Sistema del punto tabellare o variabile, deriva dal metodo del punto
elastico ed è attualmente il metodo preferito per la liquidazione del danno
biologico.
Esso mantiene l’idea della liquidazione per mezzo del valore punto, ma ne
predetermina le oscillazioni in base a due funzioni fondamentali:
la funzione crescente, rappresentata dalla percentuale di invalidità che fa
alzare il valore punto in relazione all’aggravarsi della patologia, e la funzione
decrescente costituita dall’età del danneggiato, che lo fa decrescere in
proporzione all’anzianità.
La tabella di riferimento più costante è quella del Tribunale di Milano: ad
ogni punto d’invalidità viene attribuito un valore monetario crescente; ad ogni
fascia di età (con intervalli di cinque o dieci anni, per un totale di 13) è
assegnato un demoltiplicatore (da 1 per minori di dieci anni sino a 0,40 per i
maggiori di ottanta).

Incapacità lavorativa specifica in giurisprudenza


Per capacità lavorativa generica si intende la capacità di espletare una
qualsiasi attività lavorativa, cioè una attività che non richieda una particolare
specializzazione o preparazione o speciali attitudini.
Ma ci si deve chiedere se esista davvero tale attività: è chiaro che nella realtà
un lavoro generico non esiste, sì che non ha nemmeno senso parlare di
capacità lavorativa generica.
Dunque, quando si parla di incapacità lavorativa si intende parlare
esclusivamente di incapacità lavorativa specifica: con tale dizione ci si
riferisce pertanto all’incapacità che quella persona ha di espletare una ben
precisa attività lavorativa.
Si potrà allora realizzare una delle seguenti ipotesi:
- l’invalidità (danno biologico) non ha alcuna ripercussione sull’attività
lavorativa esercitata;
- l’invalidità ha ripercussioni sull’attività lavorativa ma non vi è incompatibilità
assoluta, bensì solo parziale;
- l’invalidità è incompatibile con l’attività professionale esercitata ma è
compatibile con professioni della stessa categoria;
- l’invalidità è incompatibile con l’attività professionale esercitata e con
professioni della stessa categoria ma è compatibile con altre categorie
professionali
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- l’invalidità è incompatibile con lo svolgimento di una qualsiasi attività


lavorativa.
In conclusione, occorre tenere distinte le due valutazioni: quella dell’invalidità
e quella dell’incapacità lavorativa, lasciando al magistrato di fissare per
quest’ultima la cifra percentuale.

Incapacità di guadagno
Capacità di guadagno significa capacità di utilizzare o sfruttare
economicamente la propria “forza” lavoro.
Il ruolo più significativo nel condizionare la diversa capacità individuale di
conseguire reddito è svolto dallo stato di salute di cui l’individuo gode
Dunqua, la valutazione della capacità di guadagno è sempre preceduta dalla
definizione della invalidità e della validità residua.

Danno estetico
- danno fisionomico, riguarda il volto ed ha rilevanza penale (sfregio)
- danno fisiognomico, si riferisce al complesso estetico della persona, cioè
alla funzione svolta non solo dai tratti estetici del volto, ma anche alle
proprietà estetiche del corpo tutto.
Il danno alla funzione fisiognomica, proprio perché visibile, è rimesso, quanto
a valutazione, al diretto apprezzamento del magistrato.

Capitolo 8
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Fecondazione assistita: con procreazione medicalmente assistita si intende


il ricorso a tecniche e procedure (inseminazione, fecondazione) aventi la
finalità di rispondere alle richieste di coppie sterili di essere medicalmente
assistite nell'esercizio del diritto alla procreazione.
Le tecniche attualmente disponibili sono: GIFT, ICSI, FIVET.
La legge stabilisce i principi in base ai quali devono applicarsi le tecniche di
procreazione medicalmente assistita e che sono:
- Gradualità, garantita dal ricorso preferenziale ad interventi di minore
invasività rispetto a quelli "aventi un grado di invasività tecnico-psicologico
più gravoso per i destinatari".
- Consenso informato.

È fatto divieto al medico, anche nell’interesse del nascituro, di attuare


pratiche:
- di maternità surrogata
- al di fuori di coppie eterosessuali stabili
- in donne in menopausa non precoce
- dopo la morte del partner

È proibita ogni pratica ispirata a pregiudizi razziali, così come non è


consentita la selezione dei gameti ed è proibito ogni sfruttamento
commerciale di gameti, embrioni o tessuti embrionali, nonché la produzione
di embrioni ai fini di ricerca.

Interruzione di gravidanza
Secondo una definizione ostetrica, l'interruzione della gravidanza si
definisce come la cessazione del processo fisiologico della procreazione
prima del termine naturale. Si parla di aborto se avviene durante i primi 6
mesi; dal 180° al 260°giorno si parla di parto prematuro, mentre dal 261° al
275° giorno si parla di parto precoce.
Secondo la nozione penalistica, invece, si parla di aborto per definire
l'interruzione volontaria e violenta del processo fisiologico della gravidanza
che abbia come conseguenza la morte del prodotto del concepimento in
qualsiasi momento essa si verifichi.
La legge 194/1978 distingue innanzitutto i casi in cui la gravidanza possa
essere interrotta nei primi 90 giorni da quelli in cui l’interruzione possa essere
effettuata dopo il 90° giorno.
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Interruzione volontaria di gravidanza nei primi 90 giorni


Secondo l’articolo 4 della legge 194/1978, per l'interruzione volontaria della
gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per
le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità
comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in
relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali
o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni
di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio
pubblico a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un
medico di sua fiducia.
Ad essi la donna dovrà comunicare la sussistenza di "circostanze"
comportanti un serio pericolo per la sua salute psico-fisica.
L’articolo 5 prevede che il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a
dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso
di esaminare con la donna e con il padre del concepito le possibili soluzioni
dei problemi proposti.
Quando il medico del consultorio o della struttura sociosanitaria, o il medico
di fiducia, riscontra l'esistenza di condizioni tali da rendere urgente
l'intervento, rilascia immediatamente alla donna un certificato attestante
l'urgenza (ad esempio, la gravidanza può accelerare di molto l’evoluzione di
alcuni carcinomi).
Se non viene riscontrato il caso di urgenza, al termine dell'incontro il medico
la invita a soprassedere per sette giorni, che hanno il senso di una vera e
propria "pausa di riflessione" atta a consentire alla donna di riflettere
adeguatamente su tutto quanto ha costituito oggetto di discussione.

Interruzione volontaria di gravidanza dopo il 90° giorno


Per quanto riguarda l'interruzione di gravidanza nel periodo successivo ai
primi 90 giorni, le condizioni che la rendono lecitamente praticabile sono
previste nell’articolo 6:
- Quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita
della donna.
- Quando siano accertati processi patologici (Ipertensione arteriosa grave,
obesità, cardiopatia congenita, abusi di alcol o droghe, cancro dell’utero,
gastrico, della mammella), tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o
malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute
fisica o psichica della donna.
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Un'altra differenza sostanziale fra primi novanta giorni e periodo successivo


risiede nel fatto che a differenza dei primi (nei quali qualsiasi condizione,
anche socio-economica o familiare, è ritenuta idonea a comportare pericolo
serio per la salute della donna), nel secondo le sole condizioni ritenute
legittimanti una richiesta di interruzione di gravidanza sono quelle
strettamente "cliniche”.
L’articolo 7 fornisce ulteriori indicazioni procedurali ed anche limitazioni. I
processi patologici che configurino i casi previsti dall’articolo 6 vengono
accertati da un medico del servizio ostetrico-ginecologico dell'ente
ospedaliero in cui deve praticarsi l'intervento, che ne certifica l'esistenza.
Il medico è tenuto a fornire la documentazione sul caso e a comunicare la
sua certificazione al direttore sanitario dell'ospedale per l'intervento da
praticarsi immediatamente. Qualora l'interruzione della gravidanza si rende
necessaria per imminente pericolo per la vita della donna, l'intervento può
essere praticato anche senza lo svolgimento della procedure previste dal
comma precedente e al di fuori delle sedi di cui all’art. 8.
Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della
gravidanza può essere praticata solo nel caso in cui la gravidanza o il parto
comportino un grave pericolo per la vita della donna e il medico che esegue
l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.

Donna minorenne
Ai fini dell’interruzione della gravidanza è richiesto (Articolo 12) l'assenso
dell'esercente la potestà o la tutela.
In caso di rifiuto dell'assenso (o di pareri difformi dell'esercente la potestà o la
tutela) od anche in caso di ricorrenza di "seri motivi" che impediscano o
sconsiglino di interpellarli, le strutture e i medici preposti devono inviare una
relazione ed un parere, entro 7 giorni, al giudice tutelare che a sua volta entro
5 giorni, sentita la donna, può autorizzare la donna a decidere di interrompere
la gravidanza. L'urgenza dell'intervento consente di ovviare a tali procedure.

Donna interdetta per infermità di mente


L’articolo 13 prevede la possibilità che la richiesta di intervento, oltre che
dalla stessa, sia presentata dal tutore o dal marito non tutore purché non
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separato. In ogni caso deve essere sentito il tutore ed in ogni caso la donna
deve dare conferma della sua volontà di procedere all’interruzione.

Oltre alle modalità legali per abortire oltre i 90 giorni, ci sono le condizioni di
aborto illegale (delitti d’interruzione della gravidanza), disciplinati dagli
articoli 17, 18 e 19.
L’articolo 17 disciplina l’aborto colposo e sancisce che chiunque cagiona
ad una donna per colpa l'interruzione della gravidanza è punito con la
reclusione da tre mesi a due anni (per la provocazione di parto pre-maturo la
pena è dimezzata).
L’articolo 18 disciplina l’aborto criminoso e sancisce che chiunque cagiona
l'interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la
reclusione da quattro a otto anni.
L’articolo 19 disciplina l’aborto doloso della donna consenziente e sancisce
che chiunque cagiona l'interruzione volontaria della gravidanza senza
l'osservanza delle modalità indicate negli artt.5 o 8, è punito con la reclusione
sino a tre anni. La donna è punita con la multa fino a euro 51,65. Se
l'interruzione volontaria della gravidanza avviene senza l'accertamento
medico, chi la cagiona è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La
donna è punita con la reclusione sino a sei mesi.
L’articolo 20 prevede che le pene previste dagli articoli 18 e 19 sono
aumentate quando il reato è commesso da chi ha sollevato obiezione di
coscienza ai sensi dell’art. 9.

Obiezione di coscienza
Secondo l’articolo 9, il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie
non è tenuto a prendere parte alle procedure per l'interruzione della
gravidanza quando sollevi obiezioni di coscienza, con preventiva
dichiarazione.
La dichiarazione dell'obiettore deve essere comunicata al medico provinciale
e, nel caso di personale dipendente dell'ospedale o della casa di cura, anche
al direttore sanitario, entro un mese dall'entrata in vigore della presente legge
o dal conseguimento dell'abilitazione o dall'assunzione presso un ente tenuto
a fornire prestazioni dirette all'interruzione della gravidanza o dalla
stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti
l'esecuzione di tali prestazioni. L'obiezione può sempre essere revocata o
venire proposta anche al di fuori dei termini di cui al precedente comma, ma
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in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua


presentazione al medico provinciale.

Capitolo 9
INVALIDITà CIVILE: è una forma di assistenza sociale erogata dallo Stato
che prevede benefici economici e non economici e che non è subordinata al
versamento di contributi previdenziali; è quindi valida per tutti i cittadini.
È considerato invalido civile il cittadino di età compresa fra 18 e 65 anni che
presenta infermità fisiche e/o psichiche e sensoriali che comportano un
danno funzionale permanente con riduzione, quindi, della capacità lavorativa
generica di almeno il 33%, ovvero con capacità lavorativa generica residua
almeno del 67%. La capacità lavorativa generica è considerata come una
media capacità di lavoro di manodopera non specializzata.
Particolare tutela è accordata ai minori di anni 18 che abbiano difficoltà
persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età; tali soggetti
ricevono l'indennità di frequenza nel caso in cui siano costretti a frequenta-
re centri di riabilitazione.
Agli ultrasessantacinquenni, prescindendo da eventuali infermità, ed in
mancanza di reddito o con reddito inferiore ai limiti stabiliti per legge, è
accordato l'assegno sociale.
Se il cittadino è portatore di invalidità superiore al 45%, che gli rendono
difficile l'inserimento nel mondo del lavoro, lo Stato interviene inserendolo in
speciali elenchi e prevedendo l'obbligatorietà per l’assunzione al lavoro
(collocamento obbligatorio); qualora le infermità siano di reale ostacolo allo
svolgimento di un qualsivoglia lavoro (ossia configurino una invalidità di oltre
il 74%), il cittadino ha diritto all’assegno mensile come invalido parziale (e
non paga i ticket sanitari), mentre nel caso di invalidità totale (100%) ha diritto
alla pensione di inabilità come invalido totale (e non paga neanche la
ricetta).
Una particolare circostanza si verifica allorquando il soggetto, oltre ad aver
perso ogni capacità lavorativa, non sia autonomo (non sa lavarsi, mangiare,
chiedere aiuto, non può deambulare, affetto da schizofrenia) perché in questo
caso viene erogata l’indennità di accompagnamento.
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Le categorie per la collocazione nelle liste protette e lavoro protetto sono:


- Invalidi di guerra, civili e militari.
- Invalidi del lavoro per infortunio o malattia professionale.
- Soggetti ciechi o riduzione della vista fino a 1/10 con correzione.
- Sordomuti.
- Orfani e vedove dei caduti in guerra o nel lavoro o per causa di servizio.
- Ex tubercolotici.
Capitolo 10

INAIL ED ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI NEL LAVORO E LE


MALATTIE PROFESISONALI

L’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL)
è un ente pubblico che agisce da soggetto assicurante per quel che riguarda
le assicurazioni sociali (mentre nelle assicurazioni private il soggetto è una
compagnia assicuratrice, sottoposta alla vigilanza dell’ISVAP), e che prevede
un ristoro per coloro che ricevono un danno (infortunio o malattia
professionale) sul lavoro e dal lavoro.
Nelle assicurazioni sociali l’assicurante è il datore di lavoro, che deve
denunciare l’inizio del rapporto di lavoro del dipendente e deve assicurare
quest’ultimo (l’assicurazione è obbligatoria).
A seguito d’infortunio sul lavoro, o di infortunio in itinere (cioè quello che il
lavoratore subisce nell’andare dalla propria abitazione verso il luogo di lavoro
o viceversa), il lavoratore subisce un’inabilità lavorativa (danno biologico) e
pertanto gli spettano dei benefici economici. L’inabilità lavorativa può essere:
- Inabilità permanente assoluta: toglie per tutta la vita l'attitudine lavorativa
(è la cosiddetta "morte" lavorativa del soggetto).
- Inabilità permanente parziale: diminuisce solo in parte l'attitudine al lavoro
ma in modo essenziale e per tutta la vita.
- Inabilità temporanea assoluta: diminuisce completamente l'attitudine
lavorativa ma solo per un periodo di tempo determinato (i cosiddetti giorni di
malattia).

Le prestazioni assicurative previste per il lavoratore infortunato possono


essere divise in:
- Prestazioni economiche, tra cui:
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- Indennità giornaliera: è tipicamente per i soggetti con inabilità


temporanea assoluta; decorre dal 4° giorno successivo all'infortunio ed è pari
al 60% della retribuzione; i primi 3 giorni sono a carico del datore di lavoro.
- Franchigia: si costituisce quando l'attitudine al lavoro è ridotta fino al
5%.
- Indennizzo in conto capitale: si costituisce quando l'attitudine al
lavoro è ridotta tra il 6 e il 15%.
- Rendita per inabilità permanente: si costituisce quando l'attitudine
al lavoro è ridotta di più del 15%; il valore della rendita è calcolato in relazione
al salario ed ha aliquote crescenti al crescere della percentuale di inabilità.
- Assegno per assistenza personale e continuativa: è erogata
solamente ai cosiddetti grandi invalidi del lavoro (80% almeno di inabilità) che
hanno necessità di questa ulteriore integrazione alla rendita poiché
gravemente menomati e compromessi nella vita.
- Rendita ai superstiti dell'assicurato: viene conferita qualora
dall'infortunio esiti la morte del lavoratore ed è integrato dall'assegno
funerario quale sussidio per le spese occorse.
- Assegno mensile permanente: è concesso alla vedova e agli orfani
di un grande invalido del lavoro deceduto per cause non concernenti il lavoro.

- Prestazioni sanitarie, tra cui:


- Cure mediche e chirurgiche.
- Fornitura e rinnovo protesi.
- Prestazioni integrative.
- Disposizioni speciali per l'ernia addominale.

L’infortunio sul lavoro viene inteso come avvenimento sfortunato e


improvviso, indipendente dalla volontà di chi lo subisce ed anormale rispetto
al regolare andamento del lavoro. I suoi elementi costitutivi sono: la causa
violenta, l'occasione di lavoro e il danno all'integrità psicofisica del lavoratore.
- La causa violenta rappresenta un evento di qualsiasi natura che abbia i
requisiti di esteriorità, di idoneità lesiva e di concentrazione cronologica. Ciò
differenzia l’infortunio dalla malattia professionale che, invece, si sviluppa nel
corso di molto tempo (anche anni).
L’esteriorità è propria delle azioni nocive estranee all'organismo
dell'infortunato, che operano "ab estrinseco". Tali sono le energie meccaniche
e i traumatismi in genere, l'energia elettrica, elettromagnetica, radiante e
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termica, le sostanze tossiche, le asfissie meccaniche, i microrganismi


patogeni e i traumi psichici.
L’idoneità lesiva va intesa nel senso che la capacità di provocare l'infortunio
è ammessa per tutte quelle azioni anormali rispetto al regolare andamento
del lavoro, capaci di produrre lesioni corporali da cui derivi la morte o
un'inabilità. Pertanto non costituiscono infortunio le lesioni di lieve entità (ad
esempio la semplice ecchimosi o l'escoriazione circoscritta) che non danno
luogo a un'inabilità né impediscono la normale ripresa del lavoro.
La concentrazione cronologica si riferisce alla durata del contatto tra
l'agente esterno e l'organismo del lavoratore.
- L’occasione di lavoro esprime il rapporto esistente tra il lavoro e
l'infortunio ed è il requisito che differenzia l'infortunio lavorativo dalla disgrazia
accidentale. L'occasione di lavoro presuppone che l'infortunio sia avvenuto
sul posto di lavoro e durante l'orario di lavoro, ma soprattutto necessario è il
rapporto eziologico col lavoro che presuppone il rischio professionale e la
finalità di lavoro.
- L'evento dannoso è rappresentato dalla morte oppure da una lesione
personale da cui derivi un’inabilità permanente al lavoro (assoluta o parziale),
o un’inabilità temporanea al lavoro assoluta (che comporti l'astensione dal
lavoro per più di tre giorni).
- Rischio generico: è rappresentato da un situazione di pericolo che grava in
eguale misura sul lavoratore intento alla propria opera come su ogni altro
individuo (ad esempio rischio che ci sia un terremoto).
- Rischio generico aggravato: è quello che incombe su ogni cittadino ma
grava in misura maggiore, per frequenza o entità, su coloro che
disimpegnano determinate attività lavorative (ad esempio, il muratore che si
trova su una passerella durante un terremoto).
- Rischio specifico: è quello strettamente inerente alle condizioni fisiche di
determinate attività lavorative e incombe in modo esclusivo o nettamente
preponderante su coloro che esplicano mansioni peculiari.

Circostanze che escludono l'indennizzo di un evento infortunistico sono il


dolo o la colpa grave del lavoratore: salire su di un'impalcatura dopo aver
assunto alcolici o stupefacenti, configura una colpa grave così, come
nell'infortunio in itinere, l'inosservanza delle norme del codice della strada.
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Malattie professionali: In senso medico sono malattie professionali i


processi morbosi che derivano da un’esposizione protratta agli effetti nocivi
del lavoro, cioè quelle manifestazioni cliniche dovute all’azione lenta e
ripetuta nel tempo di agenti patogeni legati al lavoro stesso.
Attualmente, l’assicurazione obbligatoria viene estesa a ogni malattia non
compresa nelle tabelle allegate, causata da lavorazioni o da agenti patogeni
diversi da quelli indicati nelle tabelle stesse, anche se manifestatasi oltre il
periodo massimo di indennizzabilità dalla cessazione del lavoro, purché ne
sia provata la causa di lavoro. In definitiva, oggi il vecchio sistema tabellare
chiuso (costituito da una tabella con tre colonne che riportavano,
rispettivamente, tipo di lavorazione – malattia – periodo massimo di
indennizzabilità) è stato sostituito da un sistema tabellare misto (con
possibilità di ammettere altre patologie al di fuori delle tabellari seppur con
onere della prova a carico del lavoratore, le cosiddette malattie “non
tabellate”).
NB: Le malattie professionali “tabellate” sono attualmente 60 (comprese
silicosi, causata dalla silice e che risulta essere molto diffusa tra i minatori ed i
lavoratori di ceramica e vetro e l’asbestosi, causata dall’amianto) per
l’industria e 27 per l’agricoltura.

- a quali rischi è maggiormente sottoposto il medico? rischio biologico,


chimico e infettivo

- esempio d'infortunio e malattia professionale nel medico: infezione dopo


taglio con bisturi, tumori per utilizzo di prodotti radiodiagnostici

- Differenza tra risarcimento e indennizzo = In generale l'INDENNIZZO è il


pagamento dovuto ad un soggetto per un danno da lui subìto che, però, non
consegue ad un atto illecito e, quindi, a responsabilità civile. In ciò
l'indennizzo si differenzia dal RISARCIMENTO, che è invece dovuto per un
danno, ossia un pregiudizio conseguente ad atto illecito e come tale fonte di
responsabilità civile.
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Capitolo 11
INPS ED INVALIDITà ED INABILITà PENSIONABILI

L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS) è il principale ente


previdenziale del sistema pensionistico pubblico italiano, presso cui debbono
essere obbligatoriamente iscritti tutti i lavoratori dipendenti pubblici o privati e
la maggior parte dei lavoratori autonomi, che non abbiano una propria cassa
previdenziale autonoma. Copre i danni subiti e derivati da rischi non lavorativi
come la vecchiaia e la disoccupazione involontaria (a differenza dell’INAIL, la
cui copertura è per eventi non certi, come infortunio e malattia professionale).
L'INPS svolge funzioni sia di natura previdenziale che di natura assistenziale.
La funzione previdenziale è fondata su rapporti assicurativi e previo
versamento di contributi, ed è rappresentata da:
- pensione di vecchiaia;
- pensione di anzianità;
- pensione ai superstiti
- assegno di invalidità;
- pensione di inabilità;
- pensione in convenzione internazionale per il lavoro svolto all'estero;
- fondi speciali;
- fondi sostitutivi;
- causa di servizio (o pensionistica privilegiata).

La funzione assistenziale è attribuita all'INPS soprattutto per motivi


gestionali:
- integrazione delle pensioni al trattamento minimo;
- assegno sociale;
- invalidità civile.
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Gestisce anche prestazioni a sostegno del reddito come indennità di:


- disoccupazione;
- malattia;
- maternità;
- cassa integrazione;
- trattamento di fine rapporto;
- indennità antitubercolare.

Le forme di pensionamento erogate dall'INPS possono essere divise in:


- Forme da accertamento amministrativo (il vitalizio erogato è proporzionale
alla contribuzione del periodo lavorativo), tra cui:

- Pensione di vecchiaia, che spetta al compimento di una determinata


età (65 anni per gli uomini e 60 per le donne) possedendo almeno i minimi
requisiti contributivi (20 anni); la pensione di vecchiaia spetta anche quale
conversione dell'assegno di invalidità per coloro che hanno un invalidità di
almeno l'80% al compimento del 60° anno per gli uomini e del 55° anno per le
donne (pensione di vecchiaia anticipata).
- Pensione di anzianità, che spetta al raggiungimento di un requisito
contributivo non inferiore al massimo computabile (35-40 anni di effettiva
contribuzione).

- Forme da accertamento medico-legale, tra cui:

- Assegno di invalidità, che spetta a qualunque età, in caso di


sopraggiunta invalidità che determini la perdita di almeno il 67% della
capacità lavorativa in occupazioni confacenti le proprie attitudini (a differenza
dell’assegno per l’invalidità civile che viene riconosciuto con la perdita di
capacità lavorativa generica superiore al 33%), purché sussistano requisiti
assicurativi e contributivi fissati per legge.
L'assegno ordinario di invalidità non ha carattere definitivo ma ha una durata
massima di tre anni ed è rinnovabile su domanda del beneficiario, che viene
quindi sottoposto ad una nuova visita medico-legale. Dopo due conferme
consecutive l'assegno diventa definitivo mentre al compimento dell'età
pensionabile l'assegno viene trasformato in pensione di vecchiaia, ricorrendo
i relativi requisiti.
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L’assegno ordinario di invalidità è INCOMPATIBILE Con l’indennità di mobilità


(rimane la facoltà di opzione del trattamento più favorevole), e i trattamenti di
disoccupazione.
- Pensione di inabilità, che spetta a qualunque età, in caso di
sopraggiunta inabilità (invalidità del 100%), purché sussistano i requisiti
assicurativi e contributivi fissati per legge.
Oltre l'assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro, è
necessaria una anzianità assicurativa e contributiva pari a 5 anni di
assicurazione (260 contributi settimanali), dei quali almeno 3 anni (156
settimane) versati nei cinque anni precedenti la domanda di pensione di
inabilità. La richiesta di questi requisiti minimi è dettata dalla necessità di
impedire speculazioni da parte di soggetti che, ad esempio, già ammalati,
inizino a versare contributi per poter ricevere le prestazioni previdenziali.
I pensionati per inabilità possono chiedere l'assegno per l'assistenza
personale e continuativa, se si trovano nell'impossibilità di camminare senza
l'aiuto permanente di un accompagnatore oppure hanno bisogno di
assistenza continua in quanto non sono in grado di condurre da soli la vita
quotidiana.
La pensione può essere soggetta a REVISIONE. Se viene accertato il
recupero della capacità lavorativa, la pensione può essere REVOCATA.
La differenza tra INAIL e INPS sulla valutazione della capacità di lavoro sta
nel fatto che l'INAIL vede quella specifica, l'INPS quella confacente alle
proprie attitudini.
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Capitolo 12
MEDICO E PROFESSIONI SANITARIE

TSO: I trattamenti sanitari obbligatori sono previsti dall’articolo 32 della


costituzione come eventi residuali, essendo gli accertamenti ed i trattamenti
sanitari di regola volontari. Essi possono essere effettuati soltanto se vi è una
precisa legge che li prevede. I trattamenti sanitari obbligatori previsti per
legge sono quelli relativi a:
- Malattia mentale.
- Vaccinazioni obbligatorie (antipoliomielite, antidifterite, antitetano, antitifo-
paratifo, antitubercolosi, antiepatite B).
- Isolamento per malattie infettive.
- Trattamento delle malattie veneree in fase contagiosa.
- Accertamento sanitario obbligatorio per l'imputato di delitto sessuale

Disposizioni comuni a qualsiasi trattamento sanitario obbligatorio riguardano:


- L’effettiva necessità, dettata da esigenze di tutela della salute della
collettività o dell'incolumità dell'interessato.
- L’autorità che li dispone, rappresentata dal Sindaco, su proposta motivata
di un medico.
- L’obbligo di rispettare la dignità e la libera scelta del paziente relativamente
a medico e luogo di cura.
- Il ricorso alla degenza soltanto nei casi in cui non sia possibile il trattamento
nelle strutture territoriali.
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- La possibilità dell'infermo di comunicare e di ricorso da parte di chiunque


contro il provvedimento con il quale è stato disposto o prolungato il
trattamento sanitario obbligatorio.

Per quanto attiene ai malati di mente, il ricovero è possibile soltanto qualora


coesistano specifiche condizioni.
Le condizioni che devono sussistere contemporaneamente per il ricovero
coatto per malattia mentale sono:
- Esistenza di alterazioni psichiche (deliri, allucinazioni, minaccia di uccidersi).
- Necessità di urgenti interventi terapeutici e che gli stessi non vengano
accettati dall'infermo.
- Che non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare
tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere.
Consenso: l consenso è il presupposto dell’essere lecito dell'atto medico ed
è soggetto all'obbligo di informare il paziente. È un prerequisito del principio
dell'autodeterminazione: il paziente è l'unico titolare ed interprete, ai fini
giuridici, dell'inalienabile diritto alla propria salute.
I fondamenti giuridici del consenso si ritrovano:
- Nell’articolo 32 della Costituzione: nessuno può essere obbligato ad un
determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge (ad
esempio le vaccinazioni obbligatorie).
- Nell’articolo 50 del codice penale: non è punibile chi lede o pone in
pericolo un diritto con il consenso della persona che può validamente
disporne.
- Nell’articolo 39 del Codice di Deontologia Medica: il sanitario non deve
intraprendere alcun atto medico che comporti un rischio per il paziente senza
il consenso valido del malato o delle persone da cui questi è rappresentato se
minorenne o incapace, salvo lo stato di necessità e sempre che il paziente
non sia in grado di dare un valido consenso.

Se s’interviene senza il consenso si viene accusati di lesioni volontarie ed,


eventualmente, qualora si verifichi la morte, di omicidio preterintenzionale
(perché le lesioni sono volute ma la morte è una conseguenza non voluta).
Affinché un consenso sia valido:
- Deve essere prestato dal soggetto stesso, cosciente dell'atto che compie.
- Deve essere prestato "ante factum" cioè deve sussistere ed essere valido
nel momento in cui ha inizio il trattamento.
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- Deve essersi formato liberamente ed essere immune da vizi.


- Deve seguire un’informazione chiara e completa
- Libertà decisionale del paziente

Se il paziente preferisce non essere informato: si tratta di una situazione di


legittima rinuncia ad un diritto. In questo caso necessita la delega a qualcuno
affinché possa decidere per lui. L’informazione, anche di prognosi infausta,
deve essere data e non può essere omessa; si può adottare (o circoscrivere)
l'informazione solo quando la sua divulgazione possa comportare grave
sconvolgimento allora l'informazione corretta è un ragionevole equilibro tra
diverse esigenze.

L’articolo 32 del Codice di Deontologia Medica sancisce che


l’informazione a terzi è ammessa solo con il consenso esplicitamente
espresso dal paziente, fatto salvo i casi in cui sia in grave pericolo la salute o
la vita di altri.
Esimenti del consenso

Sono esimenti del consenso:


- Adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica (ad esempio, i
trattamenti sanitari obbligatori).
- Ordine legittimo della Autorità pubblica (ad esempio, l'ispezione corporale).
- Stato di necessità
- Obbligo di prestare soccorso (art. 593 c.p.).

Forme di consenso
- Consenso implicito: nei casi comuni della pratica corrente, quando il
consenso si considera compreso o sottinteso nella semplice richiesta
fiduciaria della visita medica da parte del paziente e nel rilascio della ricetta
contenente le prescrizioni terapeutiche.
- Consenso esplicito: quando aumenta il rischio delle indagini cliniche e degli
atti terapeutici.
- Consenso limitato (o specifico): quando l'intendimento del paziente è quello
di essere sottoposto ad un determinato tipo di intervento (trasfusione del
sangue, intervento chirurgico, ecc.) in base alla diagnosi formulata. Questo
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principio ha valore quando la diagnosi di malattia è indubbia e l'intervento è


noto al paziente.
- Consenso allargato: può trovare applicazione nel caso di interventi chirurgici
che spesso presentano sorprese operatorie o situazioni patologiche non
previste.
- Consenso completo: è l'orientamento attuale della giurisprudenza di
Cassazione, la quale ha stabilito che il paziente deve essere bene informato
sui rischi di ciascuna fase dell'operazione chirurgica (dall'anestesia al
risveglio).
- Consenso obbligatorio: va dato per iscritto ed è necessario per le persone
sottoposte a radiazioni ionizzanti, anche a scopo di ricerca scientifica clinica,
previa informazione. Vale anche nei casi di trasfusioni del sangue, di
emocomponenti o di emoderivati; nel trapianto di rene e parti di fegato da
vivente; nell’interruzione volontaria di gravidanza e nelle sperimentazione
farmacologica sull’uomo, nella fecondazione artificiale.

Capitolo 13
CONSIDERAZIONI ML SULL’OPERATO DEL MEDICO

Negligenza:, sta ad indicare una condotta caratterizzata da superficialità,


disattenzione e distrazione.
Superficiale si rivelerà quel medico che incorrerà in errore per non aver
approfondito un dato anamnestico; distratto sarà il medico che riporta in
ricetta il nome di un farmaco al posto di un altro; trascurato e disattento il
chirurgo che abbandonerà corpi estranei all'interno di un campo operatorio, e
così via.
Imprudenza: si riferisce ad una condotta improntata ad avventatezza e si
concretizza, in particolare, quando pur conoscendo i rischi che si corrono si
decide comunque di procedere oltre i limiti del lecito.
Imperizia: consiste nella scarsa preparazione professionale quale deriva da
insufficienti conoscenze tecniche, da un inadeguato bagaglio di esperienza
specifica od ancora da un difetto di capacità.

Responsabilità civile: fa obbligo al medico di risarcire il danno arrecato al


proprio assistito in tutti i casi in cui siano ravvisabili gli estremi dell'illecito e
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sempre che venga accertato il rapporto causale fra condotta ed evento di


danno. All'interno della responsabilità civile è necessario distinguere:
- responsabilità contrattuale: dato che il rapporto medico-assistito è inteso
come un rapporto contrattuale, il professionista che non esegue esattamente
la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che
l'inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della
prestazione derivante da causa a lui non imputabile.
- responsabilità extracontrattuale: quando il medico agisce al di fuori di un
accordo specifico con l’assistito (come in un evento imprevisto, tipo trauma
della strada o prestazione d’urgenza). In questi casi il medico è chiamato a
rispondere dei danni solo quando si dimostri che è stata tenuta una condotta
illecita da cui deriva un danno ingiusto.

Referto: è un atto scritto con il quale un medico in veste di Esercente un


Servizio di Pubblica riferisce all’Autorità Giudiziaria di aver prestato la propria
assistenza in casi che possono presentare i caratteri di un delitto procedibile
d'ufficio.
I delitti che richiedono la presentazione di un referto (che quindi hanno la
caratteristica della procedibilità d'ufficio, cioè quando la giustizia procede
direttamente) sono:
- Delitti contro la vita: omicidio doloso, omicidio preterintenzionale, omicidio
colposo, omicidio del consenziente, istigazione al suicidio, suicidio (questo,
pur non essendo un reato perseguito ai sensi del codice Penale, richiede
questa obbligatorietà perché occorre valutare la possibilità di un’istigazione al
suicidio o un aiuto nel compimento dello stesso che, invece, sono reati puniti
penalmente), abbandono di minore o incapace.
- Delitti contro l'incolumità individuale: lesioni personali dolose lievi, gravi
e gravissime, lesioni personali colpose gravi e gravissime, infortuni sul lavoro
(che, pur non essendo procedibili di ufficio, lo diventano qualora si sospetti
l'inosservanza delle leggi per la tutela della salute del lavoratore; se la
procedibilità fosse per querela si rischierebbe che il lavoratore non
denunciasse il proprio datore di lavoro).
- Delitti contro l’incolumità pubblica: tutte le attività pericolose per la salute
pubblica, che espongono al pericolo di epidemie, intossicazioni e, in genere,
di danni provocati da alimenti, bevande o medicinali alterati.
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- Delitti sessuali: solo nei confronti del minore di anni 14 e dei reati sessuali
commessi da un genitore, da un tutore, dal responsabile del minore o da un
Pubblico Ufficiale.
- Delitti di interruzione volontaria di gravidanza: aborto doloso,
preterintenzionale e colposo.
- Delitti di manomissione del cadavere: vilipendio, distruzione,
occultamento, uso illegittimo di cadavere.
- Delitti contro la famiglia: abuso dei mezzi di correzione o di disciplina,
maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli.
- Delitti contro la libertà personale: sequestro di persona, violenza privata,
minaccia aggravata, incapacità procurata mediante violenza, riduzione in
schiavitù.

L'articolo 365 del Codice Penale stabilisce l'obbligo di referto e ne punisce


l'omissione che è sempre un reato doloso (con dolo generico).
Tuttavia esistono due condizioni esplicite che prevedono l’esimente del
referto (per le quali, quindi, non vi è l'obbligo di referto):

1) La presentazione del referto espone la persona assistita a procedimento


penale, ad esempio:
- Uso di armi in duello.
- Infanticidio (se è assistita la madre).
- Rissa.
- Mutilazione fraudolenta della propria persona.
- Percosse.
- Lesione personale colposa lieve semplice o lievissima.
- Lesione personale dolosa lievissima.

La ragione che sottende a questo punto è ricercabile nel fatto che la


Repubblica preferisce desistere dal procedere penalmente nei confronti del
soggetto a tutela della sua salute; se così non fosse il soggetto non si farebbe
curare onde evitare il procedimento.

2) Qualora il medico abbia omesso di presentare il referto per esservi stato


costretto dalla necessità di salvare se medesimo o un prossimo congiunto da
un grave ed inevitabile nocumento della libertà e dell'onore.
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Il referto, quindi, in casi d’obbligo rappresenta una causa giusta imperativa di


rivelazione del segreto professionale, ma se viene redatto in quelle
circostanze ove non ci sia l’obbligo, l’esercente compie reato di rivelazione di
segreto professionale (articolo 622 c.p.).
REFERTO RAPPORTO

Soggetti tenuti alla Esercente servizio di pubblica Pubblico ufficiale


compilazione necessità Incaricato di pubblico servizio

Fatto procedibile d'ufficio per il


Fatto procedibile d'ufficio per il
quale si è prestata la propria
Fatti denunciati quale si è prestata la propria
attività professionale o della
attività professionale
quale se n’è avuta notizia

Si limita a descrivere il fatto


Implica un giudizio tecnico di
Contenuto del documento indicando il reo, la vittima e gli
natura diagnostica e prognostica
elementi di prova raccolti

Esimenti 2 possibilità Nessuno

48 ore
Termine per la presentazione (immediata se c'è pericolo di Immediata
ritardo)

Cartella clinica: è un atto pubblico di fede privilegiata ("fede privilegiata"


significa che il contenuto è confutabile solo con la prova contraria);
La cartella clinica ha funzione di diario dell'intervento medico e dei relativi fatti
clinici che caratterizzano il ricovero di un paziente fino alla sua dimissione; i
fatti devono essere annotati conformemente al loro verificarsi (onde evitare il
reato di falso ideologico).
La cartella clinica deve contenere:
- generalità del paziente
- Data d'ingresso in ospedale ed ora del ricovero.
- Nominativi delle persone dal paziente autorizzate a ricevere comunicazione
dei dati sensibili (l'informazione ai familiari non è prevista senza il consenso
esplicito del paziente).
- Diagnosi di ammissione e status all'ingresso.
- Anamnesi
- Esame obiettivo
- Risultati degli esami di laboratorio, strumentali e degli accertamenti
specialistici.
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- Orientamento diagnostico.
- Terapie praticate e descrizione degli interventi chirurgici eventualmente
eseguiti.
- Decorso della malattia durante la degenza (diario clinico).
- Dichiarazioni esplicite di consenso per ogni atto medico o chirurgico che
eccede la normale routine ed il contenuto dell'informazione fornita dal
sanitario.

La cartella clinica è l'unico strumento legalmente utile e valido per potervi


inserire eventuali dissensi sulle procedure rispetto ad un collega (se il
primario vuole procedere in un modo e si è in dissenso con tale procedura
occorre precisarlo: la responsabilità non è solo del primario nel caso qualcosa
andasse male); inoltre, la cartella clinica deve essere scritta in modo leggibile
affinché tutti gli interessati ne possano fruire.
La responsabilità della regolare compilazione, della tenuta e della custodia
della cartella clinica fino alla consegna nell'archivio centrale dell'azienda
spetta al primario del reparto.
Negli ospedali, dopo che il paziente è stato dimesso, le cartelle cliniche,
ciascuna con un numero progressivo, sono conservate sotto controllo del
direttore sanitario. Esse devono essere conservate illimitatamente perché
rappresentano un atto ufficiale indispensabile a garantire la certezza del
diritto, oltre a costituire preziosa fonte documentaria per le ricerche di
carattere storico-sanitario.
La conservazione va effettuata dapprima in un archivio corrente e
successivamente, trascorso un quarantennio, in una separata sezione di
archivio, istituita dalla struttura sanitaria; per le radiografie, non rivestendo
esse il carattere di atti ufficiali, basta un ventennio.
È diritto del paziente prendere visione o avere copia integrale di quanto
contenuto nella cartella clinica. Tale rilascio è eseguito anche su richiesta dei
familiari aventi diritto, dell’Autorità giudiziaria e di altri enti pubblici autorizzati.
Falso materiale: si realizza quando il documento è stato redatto da persona
diversa da quella di competenza (cartella contraffatta) o quando il
documento contiene modifiche successive alla sua stesura (cartella
alterata).
Falso ideologico: si realizza quando l’atto, pur essendo materialmente
coretto, contiene affermazioni non corrispondenti al vero (nei certificati medici
riguarda la diagnosi), ed è punibile con la reclusione da 3 mesi a 2 anni.
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Certificato medico: è un atto scritto che dichiara conformi a verità fatti di


natura tecnica, dei quali il certificato è destinato a provare l'esistenza.
L’articolo 24 del codice deontologico sottolinea che il medico è tenuto a
rilasciare al cittadino certificazioni relative al suo stato di salute che attestino
dati clinici direttamente constatati (altrimenti s’incorre nel reato di falso
ideologico) ed oggettivamente documentati.
Il medico non può rifiutarsi dal rilasciare un certificato che attesti fatti da lui
direttamente obiettivati sul richiedente nell’esercizio della sua professione,
qualunque sia l’uso per il quale il certificato è richiesto:
Caratteri fondamentali del certificato redatto da un medico sono:
- Natura tecnica.
- Forma scritta nel trasferimento di quanto osservato.
- Diretta e personale constatazione
- Riscontrabilità, compatibilmente con l’evoluzione dell’alterazione, anche da
un altro medico nel corso di un controllo tecnico promosso da terzi (datore di
lavoro, magistrato, INPS, INAIL, ecc.) a cui il certificato è stato esibito.
- Rilevanza giuridica dell'atto.

I requisiti del certificato sono di carattere formale e sostanziale.


I requisiti formali sono:
- Generalità del medico
- Indicazione chiara ed inequivoca del soggetto cui è rivolta la certificazione.
- Oggetto della certificazione, cioè la motivazione che spinge il professionista
a redigere il documento (assenza dal lavoro, assenza a scuola, ecc.).
- Data, ora e luogo di compilazione (mai rilasciare certificati predatati o
postdatati!).
- Sottoscrizione con timbro e firma leggibile per esteso.

I requisiti sostanziali, direttamente ricollegabili ai caratteri fondamentali, si


estrinsecano in:
- Chiarezza
- Precisione
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- Completezza del dato osservato.


- Veridicità, ossia attestare fatti per i quali vi sia corrispondenza veritiera
(possibile, reale e correlata) fra il dato osservato e quanto asserito. Non è
quindi richiesta verità (certezza assoluta) ma veridicità (concreta e reale
possibilità).

I certificati possono essere distinti in obbligatori e facoltativi.


I certificati obbligatori sono quelli in carenza dei quali il cittadino non può
accedere a determinate prestazioni di sicurezza o assicurazione sociale o a
benefici economici, come:
- vaccinazione.
- esenzione di vaccinazione.
- gravidanza.
- assistenza al parto.
- morte.
- infortunio in agricoltura.
- cessata contagiosità e riammissione in collettività.
- cremazione-imbalsamazione.

I certificati facoltativi sono tali perché redatti a richiesta dell'interessato a


proprio vantaggio, ma in pratica sono obbligatori per il medico.
Quando tali certificati, che integrano l'accertamento clinico e ne
rappresentano la sintesi conclusiva, sono finalizzati alla semplice rilevazione
di un’obiettività clinica generale o locale, dovrebbero essere anch'essi
rilasciati a titolo gratuito. Ne sono esempi:
- Certificato di malattia per i lavoratori dipendenti.
- Certificato di riammissione agli asili e alle scuole dopo una malattia.
- Certificato di idoneità allo svolgimento di attività sportive scolastiche.

A titolo oneroso, per il paziente, sarà la redazione di moduli o schede


anamnestico-cliniche che il paziente intenda produrre, ad esempio,
preliminarmente alla stipula di un contratto assicurativo (polizza vita o
malattia), come:
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- Certificato di buona salute.


- Certificato per le assicurazioni.
- Certificati di guarigione degli addetti alle industrie alimentari.
- Richieste di invalidità.
- Certificati per attività ricreative, ginniche o ludico-sportive non scolastiche.
- Certificati di idoneità allo svolgimento di attività sportive non agonistiche.

Infine, il certificato è un atto pubblico se redatto da un Pubblico Ufficiale o un


Incaricato di Pubblico Servizio; è una scrittura privata se redatto da un
Esercente di un Servizio di Pubblica Necessità.

Denunce sanitarie: sono atti obbligatori con i quali il sanitario informa una
pubblica autorità relativamente a fatti, persone o notizie conosciute
nell'esercizio della professione di cui è obbligato a riferire per legge.
L'aspetto più importante di queste segnalazioni è l’obbligatorietà che deriva
da una precisa disposizione di legge ed è inderogabile: l'obbligo non dipende
dall'aver avuto notizia indiretta del fatto, cioè per sentito dire, ma occorre che
egli ne sia venuto a conoscenza per diretta acquisizione. L'obbligatorietà di
legge costituisce la giusta causa di trasmissione di quello che è un segreto
professionale, a patto che il medico si limiti a segnalare i soli fatti riguardanti
l'oggetto della denuncia.

Le segnalazioni obbligatorie si distinguono in:


- Amministrative, tra cui:
- Dichiarazione di nascita, che dev’essere fatta dal medico entro 10
giorni ed è tenuto a fare questa dichiarazione personalmente se ha assistito
al parto.
- Dichiarazione di morte, che va fatta entro 24 ore dal decesso
compilando gli appositi moduli ISTAT.

- Sanitarie, tra cui:


- Denuncia della causa di morte (tramite scheda di morte) che deve
essere compilata entro 24 ore e presentata presso l'Ufficiale di Stato Civile
del Comune.
- Denuncia di nascita di infanti deformi
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- Denuncia dei casi di lesione invalidante


- Denuncia di nascita di infanti immaturi
- Denuncia di malattie infettive
- Denuncia di malattie veneree
- Denuncia di casi di intossicazione da antiparassitari.
- Denuncia di interruzione di gravidanza
- Denuncia delle vaccinazioni
- Denuncia dei casi di AIDS conclamato
- Denuncia delle reazioni avverse ai farmaci
- Denuncia di infortunio sul lavoro
- Denuncia delle malattie professionali,

- Giudiziarie, tra cui:


- referto
- rapporto

Segreto professionale: riguarda la custodia, da parte del professionista


sanitario, di tutto quanto questi venga a conoscenza del proprio paziente nel
corso del rapporto che si è instaurato tra medico e paziente.
L’articolo 10 (Segreto professionale) del Codice di Deontologia Medica
sancisce che il medico deve mantenere il segreto su tutto ciò che gli è
confidato o di cui venga a conoscenza nell'esercizio della professione. La
morte del paziente non esime il medico dall'obbligo del segreto.
Il segreto professionale è regolamentato anche dall'articolo 622 del Codice
Penale che sancisce che chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio
stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela,
senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se
dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino ad un anno o con la
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multa da euro 30,99 a euro 516,47. Il delitto è punibile a querela della


persona offesa.
Se a compiere questo delitto è un Pubblico Ufficiale o un Incaricato di
Pubblico Servizio la pena è aumentata (reclusione da 6 mesi a 3 anni).
Se la violazione è colposa (negligenza, imprudenza, inosservanza delle leggi,
regolamenti, ordini, discipline) la reclusione è fino ad 1 anno.
Di fronte ad una giusta causa di rivelazione si può o a volte si deve rivelare il
segreto professionale.
La dottrina medico-legale divide le giuste cause di rivelazione in imperative e
permissive.
Sono cause imperative tutte le condizioni in cui vi sia un obbligo tassativo,
previsto dal legislatore, di rivelare il segreto: si fa riferimento al referto, alle
denunce sanitarie obbligatorie, ai certificati obbligatori, alle denunce
giudiziarie, alla perizia ed alla consulenza tecnica, alle visite fiscali, alle visite
medico-legali effettuate per conto della magistratura o di compagnie di
assicurazione, agli arbitrati o alle ispezioni corporali ordinate dal giudice. In
tutti questi casi il medico ha l'obbligo della rivelazione dell'obiettività
apprezzata in quanto vengono a prevalere gli interessi della collettività su
quelli del singolo individuo.
Sono cause permissive quelle che escludono la colpa di chi rende nota la
notizia. Ci si riferisce a quando il segreto viene ad essere rivelato con il
consenso dell'avente diritto, oppure quando chi rivela deve farlo per legittima
difesa, o perché costretto fisicamente o con minacce, che possono
interessare anche persone a lui vicine, o perché si è verificato un caso
fortuito (furto dello schedario) ecc., situazioni tutte che hanno alla base la non
volontà di mettere in circolo notizie riguardanti il paziente, errore determinato
dall’altrui inganno, stato di necessità.
Il medico non è tenuto a rivelare ai genitori un segreto del minore, a meno
che la rivelazione non venga fatta nell’interesse del minore stesso (ad
esempio, nel caso in cui si voglia consentire ai genitori di esercitare il diritto di
querela che al minore non compete).
Di fronte ad una richiesta di testimonianza e quindi di rivelazione di un
segreto professionale non si può prescindere dal sottolineare come la
testimonianza sia un obbligo, giuridicamente previsto, che grava su ogni
cittadino. Peraltro il medico, proprio in considerazione della sua professione
ha la facoltà di rispondere proprio perché è venuto a conoscenza di certi fatti
nel corso della sua professione che è coperta dal segreto professionale.
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Trapianti d’organo: I problemi medico legali che riguardano l’argomento in


esame sono diversi: basti pensare a quelli relativi al prelievo di organi da
viventi, all’espianto di organi da cadavere, ai problemi connessi alla selezione
del donatore, alla valutazione della necessità terapeutica del trapianto, e così
via.

Prelievo da viventi
Non sono consentiti i prelievi d’organi da viventi quando cagionino una
diminuzione permanente dell’integrità psicofisica del donatore. È consentita
per espressa deroga di legge la donazione di un rene, purché essa avvenga
nel rispetto delle norme vigenti.
Entro i limiti di questo articolo sono consentiti la donazione di sangue, i
prelievi di lembi di pelle, di frammenti di osso, di capelli, ecc.

Prelievo di parti di cadavere a scopo di trapianto terapeutico


In un primo tempo fu autorizzato il prelievo dal cadavere del bulbo oculare e
della cornea; poi l’autorizzazione venne estesa al prelievo di ossa e superfici
articolari, minuscoli, tendini, vasi sanguigni e sangue, nervi, cute, midollo
osseo, ecc…; successivamente furono emanate nuove disposizioni e l’elenco
degli organi prelevabili dal cadavere sono ampliato con l’aggiunta di reni,
cuore, polmoni, vescica, ureteri, segmenti del canale digerente, fegato,
pancreas, intestino.
Sussiste attualmente il divieto oltre che per l’encefalo, anche per le ghiandole
della sfera genitale e della procreazione (perché il trapianto mira a salvare la
vita di una persona e non semplicemente a curare l’organo o a trattare
l’infertilità, dal che la ragione del divieto).
Prelievi e trapianti sono consentiti solo a scopo terapeutico e non, per
esempio, a scopo di sperimentazione.
È fondamentale accertare che il donatore sia esente da malattie virali,
tumorali o infettive.
Consenso alla donazione d’organo
Le nuove regole introducono il principio del silenzio-assenso informato.
È la persona in vita ad essere chiamata a decidere (e non i familiari dopo la
morte) se mettere a disposizione a scopo terapeutico i propri organi in caso di
decesso.
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A tal fine, ogni cittadino, compiuto il 16º anno di vita, verrà informato
sull’argomento e sarà chiamato ad esprimere la propria volontà.
In caso di rifiuto, dovrà rendere nota la sua decisione con l’obbligo da parte
della competente autorità sanitaria di trascriverla sul libretto sanitario
individuale; se la persona si astiene dal manifestare la sua volontà entro un
termine prestabilito che la legge fissa in 90 giorni, non verrà riportata sul
documento alcuna dicitura e quindi si darà per scontato l’assenso
all’eventuale prelievo di organi il caso di morte (in tali casi, perché possa
valere il principio del silenzio-assenso occorre fornire la prova dell’avvenuta
informazione in vita).
Al di sotto del 16º anno, qualsiasi decisione verrà presa dai genitori o
rappresentanti legali.
Sono previste sanzioni per la violazione del divieto di prelevare organi e
tessuti senza il rispetto delle disposizioni appena viste: reclusione fino a due
anni e interdizione dall’esercizio della professione sanitaria fino a due anni.

Selezione del ricevente


Occorrerà effettuare il prelievo di un linfonodo e inviarlo ad un centro di
riferimento per accertare la compatibilità tra donatore e ricevente.
Il centro di riferimento avvisa il centro trapianti che provvederà a scegliere
dalla lista d’attesa da due a cinque malati.
Il ricevente dovrà avere un età preferibilmente inferiore ai 65 anni, dovrà
essere stato preparato all’intervento e deve trovarsi in condizioni cliniche tali
da tollerare le cure immunosoppressive.
Nel frattempo l’organo viene asportato e trasportato a destinazione.
Sanzioni penali Il codice penale punisce sia il trapianto a scopo di lucro
(reclusione da 2 anni a 5 anni e con una multa elevata) che il trapianto
abusivo (reclusione fino a 2 anni).
Sono, inoltre, puniti sia l’uso illegittimo di cadavere che la distruzione di
cadavere.
Eutanasia
Condotta diretta a produrre o accelerare o a non far nulla per evitare o
ritardare la morte della persona assistita, allorché questo sia affetta da una
malattia:
a. inguaribile,
b. caratterizzata da una sintomatologia dolorosa grave,
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c. giunta allo stadio terminale e perciò con previsione di evento mortale a


breve scadenza.
In realtà, per il nostro ordinamento il medico non è mai legittimato, quali che
siano la diagnosi e la prognosi, ad attivarsi per accelerare l’evento mortale.
Si è soliti distinguere dalla eutanasia attiva la cosiddetta eutanasia passiva: la
prima si verifica per commissione e consiste nell’intervenire attivamente
somministrando al paziente sostanze letali; la seconda si basa su una
condotta omissiva o astensionistica nella quale, di fronte a pazienti in fase
terminale, si sospendono intenzionalmente cure essenziale al mantenimento
della vita del paziente (anche questo comportamento è di regola penalmente
sanzionabile, a meno che esso assuma il significato di rifiuto
dell’accanimento terapeutico e vengano contestualmente attuate cure
palliative a tutela della dignità della vita del morente).