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24 febbraio 2011 ore 15.00


aula magna del Barbarigo

il mendicante felice - la questione della felicità

con il prof. Giovanni Ponchio

Ouverture
Della felicità si parla sempre con imbarazzo. «Nei suoi confronti - diceva T. De Chardin -
siamo sempre propensi ad esitare». Anche nei momenti di luce, in cui ne sfioriamo il mistero, una
domanda ci incalza, crudele: che sarà del `dopo'?
Eppure, di qualunque cosa parliamo, in fondo, non parliamo d'altro che di lei: di come
l'abbiamo persa, di come la stiamo cercando, di come la sentiamo vicina o lontana, di dove l'abbiamo
intravista, di quando l'abbiamo assaggiata. Anche solo una goccia rimane indimenticabile
nonostante (o proprio per questo!) un torrente di amaro.
Essa è l'implicito dei nostri discorsi, il sottosuolo dei nostri dialoghi, l'amore profondo ma
indicibile che pervade ogni incontro e ogni racconto (come il Marco Polo veneziano, uscito dalla
penna di Calvino, parlava sempre - senza nominarla - della patria amata, narrando le meraviglie delle
tante città «invisibili»: «Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia»).
La felicità abita insomma, nel suo velarsi e disvelarsi, le pieghe e le insenature della nostra
esistenza, prendendola tutta, pur silenziosamente, in ogni sua tensione o aspirazione. La bellezza
stessa non trae il proprio fascino dall'essere una promessa di felicità? E l'amore, anche l'amore non è
forse inseguito come la patria della felicità?
Sorella dell'infinito, la felicità ci cattura, dunque, mentre ci spiazza e ci inquieta. Forse per
questo è possibile parlare senza disagio solo dei suoi dintorni, ovvero di ciò che circonda il fuoco
(perché di fuoco si tratta). Anche le terre apparentemente più distanti dal suo alito, anche le situazioni
più nemiche del suo ardore restano infatti per noi come comprese e misurate dalla regola e dal metro di
questo sogno inespresso e incontenibile che ci portiamo dentro: «introvabile ma irrinunciabile»,
secondo la parola del poeta.
E così i dintorni della felicità si dilatano nel tempo, nelle spazio e attraversano il corpo, la
casa, la città. Come se essa fosse una calamita capace di attrarre a sé la periferia più lontana,
anche quella abitata del suo contrario, che di lei inevitabilmente si nutre: l'in-felicità, ovvero il
territorio in cui il sogno sembra fare naufragio. Ma tutto questo non accade mai in astratto.
Le relazioni umane sono i dintorni, infatti, nei quali la felicità viene invocata e attesa, cercata
e smarrita, in un modo primario, fondativo. Là, cioè, dove il nostro approssimarsi si genera, dove
il desiderio si accende. Come le pietre che si strofinano in attesa che scocchi la scintilla, disposte a
ferirsi, a lacerarsi anche, se la scintilla non dovesse partire o dovesse spegnersi troppo presto, così le
nostre relazioni si sfregano nell'attesa e nella ricerca. Ancora Luzi: «Molte cose sono contro di noi
infatti. /Ma è nel fuoco che bisogna ardere».
La relazione è il luogo in cui la felicità mette in scena il proprio dramma. Un dramma come
un duello all'ultimo sangue, perché l'incontro con l'altro genera la vita e lambisce la felicità solo
quando (e se) attraversa il fuoco dello scontro, del pólemos che di tutte le cose grandi è re e padre.
Non si tratta soltanto della lotta per il riconoscimento dell'altro, ma anche del riconoscimento di
sé, della propria soggettività e del proprio corpo. In questi dintorni della felicità, i cammini per tes-
sere le fila e il racconto della propria identità sono impervi come quelli che portano a vedere il volto
dell'altro. O forse (meglio) sono intrecciati: la lotta per vedere sé stessi e quella per vedere l'altro
sono due varianti dello stesso travaglio.
Nell'orizzonte della soggettività si parte dal corpo, o meglio, dal respiro. Chi sente il proprio
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respiro rinasce. Ce lo ricorda la storia raccontata da Goodman: «Iniziò a respirare flebilmente la


sensazione di sentirsi smarrito. Assaporò l'elisir di sentirsi smarrito: tutto ciò che capita deve
essere necessariamente una sorpresa. Egli non poteva più dare senso alle cose per lui essenziali
(che non lo avevano mai fatto felice); le sentiva fuggire lontano da sé; eppure non si aggrappò ad
esse come un disperato. Invece toccò il suo corpo, si guardò attorno, e sentì `qui sono io e adesso' e
non fu preda del panico». Il respiro porta a sé stessi e all'altro: scoprire il proprio respiro significa
aprirsi al respiro dell'altro, a quello degli alberi, a quello della vita. La parola costruisce trame
relazionali, quando nasce dal mio respiro e raggiunge il respiro dell'altro. Il respiro parla e la
parola respira. Anche se in lingue differenti, gli umani si incontrano quando si donano parole
piene del loro respiro e capaci di raggiungere le vibrazioni dell'altro. Il punto è accordarsi, trovare
il ritmo giusto, perché le parole che vanno e vengono da me all'altro diventino n-ielodia.
Corpo e parola, soggettività e relazioni rimandano sempre al tempo. In questo senso, parlare
del colpo e col corpo è una questione musicale, un problema pitagorico di tempo e di tempi.. Perché
abitare il corpo significa apprendere il senso del tempo (tempo come ritmo del nutrimento e del
riposo, tempo come ritmo di fecondità e di stasi, tempo come ciclo dell'esistenza in relazione).
Perché ogni parola è ritmata dal mio tempo e interviene sul ritmo dell'altro. Il tempo dell'espirare
che apre l'inspirare, dell'ascolto che precede il parlare, dell'attesa che prepara il rispondere: in
questo spartito si gioca la metamorfosi del kronos che diventa kairòs. Il dolore diventa infelicità
quando rompe il ritmo del corpo e della parola. Sono i respiri trattenuti per secoli e le parole non
dette e non ascoltate che bloccano il flusso delle vita. In questi dintorni, forse, andrebbe cercata la
felicità.
Adam, quattordici anni, presentava grandi difficoltà, a casa come a scuola. Disadattato,
sempre fuori tempo e fuori luogo, chiuso e continuamente arrabbiato. In una seduta familiare ci
accorgemmo con Valeria che Adam viveva la temporalità con un ritmo decisamente differente dagli
altri. Era vilmente in contatto con la propria musica interiore che non riusciva ad interagire con i
ritmi esterni, ed in particolare con i repentini passaggi da un'esperienza all'altra. Quando anche la
famiglia prese consapevolezza di questa sfasatura di ritmo, migliorò l'attenzione per i bisogni di
tutti. Lentamente Adam cominciò ad uscire dalla sua fortezza e a gustare una melodia nuova, che
risultava dal suo ritmo affiancato a quello degli altri.
Forse i dintorni nei quali cercare la felicità sono un corpo ferito che riprende a respirare, una
parola bloccata che ritorna a fluire, una melodia che riesce a vibrare in ogni corpo e in ogni incontro...
Il viaggio, a questo punto, (ri)comincia.
(tratto da G. Salonia, Sulla felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Trapani 2011)

Un mendicante felice (Confessioni VI)

6. 9. Cercavo avidamente onori, guadagni, nozze, e tu ne ridevi. Per colpa di queste passioni
soffrivo disagi amarissimi, ma la tua benignità era tanto più grande, quanto meno dolce mi facevi
apparire ciò che tu non eri. Guarda il mio cuore, Signore, per il cui volere rievoco e ti confesso
questi fatti. Si unisca ora a te la mia anima, che hai estratta dal vischio tenacissimo della morte.
Quanto era misera! E tu stuzzicavi il bruciore della piaga perché, lasciando tutto, si rivolgesse a te,
che sei sopra tutto e senza di cui tutto sarebbe nulla; perché si volgesse a te e fosse guarita. Quanto
ero misero, dunque, e tu come hai operato per farmi sentire la mia miseria! Quel giorno mi
preparavo a recitare un elogio dell'imperatore, infarcito di menzogne, ma capace di conciliare al
mentitore i favori di altre persone, ben consapevoli. Il cuore ansimante di preoccupazioni e riarso
dalle febbri di rovinosi pensieri, nel percorrere un vicolo milanese scorsi un povero mendicante,
che, credo, oramai saturo di vino, scherzava allegramente. Sospirando feci rilevare agli amici che
mi accompagnavano le molte pene derivanti dalle nostre follie: tutti i nostri sforzi, quali quelli che
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proprio allora sostenevo traendo sotto il pungolo dell'ambizione il fardello della mia
insoddisfazione e ingrossandolo per via, a che altro miravano, se non al traguardo di una gioia
sicura, ove quel povero mendico ci aveva già preceduti e noi, forse, non saremmo mai arrivati? Il
risultato che egli aveva ottenuto con ben pochi e accattati soldarelli, ossia il godimento di una
felicità temporale, io inseguivo attraverso anfratti e tortuosità penosissime. Egli non possedeva,
evidentemente, la vera gioia; ma anch'io con le mie ambizioni ne cercavo una più fallace ancora, e
ad ogni modo egli era allegro, io angosciato, egli sicuro, io ansioso. Richiesto di dire se preferivo
l'esultanza o il timore, avrei risposto: "L'esultanza"; ma se poi mi fosse stato chiesto: "Preferiresti
essere come costui, o come sei tu ora?", avrei scelto di essere com'ero, stremato d'affanni e timori.
Quale perversione! Infatti secondo ragione non avrei dovuto anteporre al mendico la mia più vasta
cultura, se non ne ricavavo motivi di gioia, bensì la impiegavo per piacere agli uomini, non
ammaestrandoli, ma solo dilettandoli. Perciò tu col bastone della tua scuola spezzavi le mie ossa

6. 10. Si allontani dunque dalla mia anima chi le dice: "Bisogna considerare la fonte del godimento
in un uomo. Il mendico lo traeva dall'ebbrezza, tu lo cercavi nella gloria". Quale gloria, Signore?
Una gloria estranea a te. Se non era vera gioia quella del mendico, neppure la mia gloria era vera, e
contribuiva a traviare la mia mente. Inoltre il mendico avrebbe smaltito la sua ebbrezza nel giro
della notte seguente; io con la mia mi ero addormentato e destato, mi sarei addormentato e destato,
guarda quanti giorni! Certo bisogna considerare la fonte del godimento in un uomo, lo so. Il
godimento di una speranza pia è incomparabilmente distante dalla gioia vana del mendico. Però
allora c'era un'altra distanza fra noi due: egli era certamente il più felice non solo perché inondato
dall'ilarità, mentre io ero disseccato dagli affanni, ma anche perché egli si era procurato il vino con
auguri di bene, mentre io ricercavo la vana gloria con menzogne. In questo senso parlai allora
lungamente con i miei amici, e spesso poi osservai le mie reazioni in circostanze analoghe,
constatando che mi sentivo a disagio e soffrivo, così raddoppiando il disagio stesso. Se poi a volte
la fortuna mi arrideva, riluttavo a coglierla, poiché se ne volava via quasi prima che potessi
afferrarla.