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TEORIA DELLA TRADUZIONE

La pratica del tradurre è affermata da molto tempo, ma la disciplina degli studi sulla
traduzione è nuova. In passato la traduzione è stata funzionale solamente a un’attività
mirata all’apprendimento linguistico. Essa era intesa come un utile mezzo
“grammatico-traduttivo” favorevole all’apprendimento di una nuova lingua.
Lo studio di questo campo si è tramutato in disciplina accademica soltanto nella
seconda metà del XX secolo. Esso è iniziato attraverso la letteratura comparata, i
“laboratori di traduzione” e l’analisi contrastiva.
L’approccio allo studio della traduzione più sistematico e più orientato cominciò ad
emergere negli anni Cinquanta e Sessanta, iniziando così a delineare il territorio della
ricerca accademica in traduzione. The name and nature of translation studies di
James Holmes è considerato lo statuto di una nuova disciplina che si è ampliata
enormemente nel corso del tempo, tanto da essere considerata una interdisciplina.

Volendo andare per gradi possiamo guardare agli studi relativi ai problemi della
traduzione da ben cinque punti di vista:

1. Punto di vista linguistico;


2. Punto di vista pragmatico-testuale;
3. Punto di vista descrittivista;
4. Punto di vista culturale;
5. Punto di vista filosofico-letterario.

1. Dal punto di vista linguistico la traduzione viene considerata come un’operazione


formale limitata essenzialmente alle strutture delle lingue. L’obiettivo è quello di
sfruttarne le corrispondenze e risolverne le differenze. Il problema diventa quindi
comprendere in cosa consiste una buona traduzione analizzando le questioni legate
alla fedeltà e correttezza. Per questo motivo si parla del concetto di equivalenza. Su
questo punto non si sono fatti grandi progressi a partire da Cicerone (nel De optimo
genere oratorum introduce la propria teoria riguardo alla traduzione, sostenendo una
produzione “a senso” in luogo di quella “letterale” ossia parola per parola). Più
recentemente, sulle linee di Cicerone, Roman Jakobson si interessa al problema
dell’equivalenza di significato. In un suo importante saggio egli definisce tre tipi di
traduzione: - la traduzione endolinguistica (riformulazione segni linguistici tramite
segni linguistici della stessa lingua); - traduzione interlinguistica (riformulazione
segni linguistici tramite s.l. di un’altra lingua); -traduzione intersemiotica
(riformulazione segni linguistici tramite segni non linguistici). Jakobson mette in
evidenza la difficoltà di assicurare l’equivalenza di significato mediante un
famosissimo esempio. Egli confronta le parole: formaggio, syr, tvorg. Tutti e tre i
termini esprimono lo stesso concetto, ma non c’è una perfetta equivalenza tra
l’italiano il russo, in quanto in russo si opera una differenza tra formaggio fermentato
e formaggio bianco. Ciò che vuole esprimere lo studioso, mediante questo esempio, è
il fatto che le lingue differiscono non per ciò che possono esprimere, ma per ciò che
devono esprimere.

(altri studiosi si sono interessati al problema dell’equivalenza come Mounin, Catford


etc.)

2. Per quanto riguarda il punto di vista pragmatico-testuale, dobbiamo ricordare come


all’inizio degli anni ’70 si avvia una riflessione sulla natura del testo che porta a
considerare il linguaggio nella sua funzione comunicativa entro i diversi contesti
culturali: dunque si assiste al passaggio dall’analisi dell’enunciato all’analisi del
testo.
Si sviluppa dunque la pragmatica, ossia quella disciplina che guarda al modo in cui il
linguaggio è utilizzato dai parlanti. In questo senso, la traduzione non si può porre
solo su un piano formale, come mera corrispondenza fra elementi strutturali del
linguaggio; in quanto il segno non indica semplicemente qualcosa ma ha una
funzione logica e comunicativa. Studioso importante di questo periodo è sicuramente
Richards, il quale sostiene che il significato è qualcosa di complesso che comporta
aspetti espliciti e impliciti di cui bisogna tener conto. Lo stesso Grice, quando un
individuo utilizza un enunciato per comunicare qualcosa, non sta semplicemente
codificando in suoni un messaggio presente nella sua testa (e che dovrà essere poi
decodificato dall’ascoltatore), ma sta facendo qualcosa di più complesso: l’enunciato
che viene proferito dal parlante è uno strumento che il parlante usa per manifestare la
sua intenzione di comunicare qualcosa; ciò che l’interlocutore dovrà quindi fare sarà
riconoscere l’intenzione comunicativa e non semplicemente decodificare un
messaggio. Da qui si sviluppa la famosa teoria della pertinenza secondo cui la
comunicazione consiste nel modificare stati mentali altrui (dicendo una frase, io
intendo produrre nel mio destinatario un certo effetto: modifico i suoi stati mentali).
In tali processi di comunicazione, il parlante utilizza diversi stimoli – verbali o non –
che servono a produrre quindi effetti nella mente del destinatario; e gli stimoli che
producono effetti positivi sono detti “pertinenti”. Successivamente il traduttologo
Gutt estende questa teoria alla traduzione stabilendo che come all’interno di una
comunicazione i parlanti forniscono indizi comunicativi al proprio interlocutore
affinchè venga colta l’inferenza, così i traduttori devono far fronte a una situazione
simile e hanno la responsabilità di decidere come comunicare l’intento informativo al
ricevente e quindi come procedere con la traduzione, se in maniera descrittiva o
interpretativa, etc.
Un altro studioso importante è sicuramente Neubert, egli stabilisce i concetti di
traduzione olistica e traduzione generica.
Nida invece ha presentato un modello lineare in cui il traduttore risulta essere
membro di più comunità linguistiche. Egli è ricevente nella lingua di partenza ed è
emissore nella lingua d’arrivo. Nel primo caso decodifica il messaggio, nel secondo
caso deve codificare un nuovo messaggio sulla base di quanto riceve nella fase
intermedia di trasferimento. Il messaggio è un’entità simile a un oggetto estraneo che
viene trasferito da un individuo a un altro. All’interno del suo modello Nida distingua
l’equivalenza formale dall’equivalenza dinamica, egli considera la prima meno fedele
della seconda in quanto quest’ultima si concentra maggiormente sulle corrispondenze
di senso e significato del testo di partenza piuttosto che sulle corrispondenze
linguistiche superficiali.

3. Dal punto di vista descrittivista dobbiamo menzionare una data importante: agosto
1972 quando il traduttore James Holmes con la sua relazione, intitolata The name
and nature of translation studies propose una nuova disciplina per lo studio della
traduzione. Egli traccia una vera e propria mappa sottoforma di diagramma per
spiegare la sua teoria. I translation studies constano di due parti: una pura e una
applicata. La parte pura si suddivide in un’area descrittiva, la quale illustra i fenomeni
traduttivi, e in un’area teorica. L’area descrittiva si suddivide a sua volta in tre parti:
product-oriented (destinata alla descrizione delle traduzioni e al confronto fra trad.
dello stesso testo); function-oriented (destinata alla descrizione della funzione della
trad. nel contesto di recezione); process-oriented (lo studio di ciò che avviene nel
processo traduttivo). Nel quadro proposto da Holmes si circoscrivono i vari tipi di
traduzione, ma il vero obiettivo non è quello di definire una teoria della traduzione
quanto studiarne i procedimenti.
Tuttavia i translation studies, hanno avuto un grande successo grazie al contributo
della scuola di Tel Aviv, con Itmar Even-Zohar e Gideon Toury, i quali hanno messo
in luce le condizoni storico culturali in cui avviene una traduzione.
In particolare Itmar Even Zohar ha introdotto la cosiddetta teoria dei polisistemi
secondo la quale la letteratura tradotta non va studiata in maniera isolata ma
all’interno del sistema storico-culturale-letterario della lingua d’arrivo. Lo studioso
parla di polisistema, intendendolo come un contesto dinamico, eterogeneo e
gerarchizzato in cui si assiste a una sorte di lotta di supremazia per raggiungere la
posizione principale all’interno del canone letterario.
Accanto a Zohar, ricordiamo Toury il cui obiettivo era la ricerca di una metodologia
nell’ambito degli studi descrittivi sulla traduzione, tentando di fornire delle norme
generali fondamentali nel processo traduttivo.

4. Con Susan Bassnett e André Lefevere si da avvio alla cosiddetta “svolta culturale”.
I due studiosi infatti, furono i primi a concentrarsi sull’interazione tra traduzione e
cultura andando oltre il piano linguistico. In questo modo i translation studies sono
sfociati nei noti cultural studies.
Lefevere sostiene che la traduzione è la forma di riscrittura più evidente e influente,
in quanto capace di proiettare in un’altra cultura l’immagine di un autore, l’ideologia,
superando il confine della cultura d’origine. Lefevere vede il sistema letterario nel
quale la traduzione opera, sotto il controllo del cosiddetto patronato ossia centri di
potere, in grado di favorire o ostacolare la produzione, diffusione, riscrittura di opere
letterarie. Ogni riscrittura è pertanto una manipolazione testuale che si pone al
servizio del potere.
Un approccio alla traduzione che sia decisamente indirizzato verso gli studi culturali
è quello adottato da Lawrence Venuti. Secondo venuti un testo non è semplicemente
uno strumento di comunicazione utilizzato dagli individui. Chiaramente la traduzione
è una delle funzioni che la lingua può svolgere ma non è quella esclusiva. Venuti
considera ogni uso della lingua come un luogo di rapporti di potere, dato che una
lingua è una specifica realizzazione di forma dominante che esercita la propria
supremazia sulle variabili minori. Venuti chiama questa potenzialità remainder. Esso
mette in discussione la forma dominante in quanto ne mette in luce le contraddizioni
all’interno di un contesto sociale e storico. Dunque, un testo letterario non può
esprimere solo il significato voluto dall’autore in uno stile personale, ma mette in
moto forme collettive.
Venuti inoltre descrive due diversi atteggiamenti traduttivi: “domesticating
translation” e “foreignizing translation”. Con la prima si cerca di evitare ai lettori la
sensazione di stare leggendo un testo letterario, con la seconda ci cerca di evidenziare
proprio la diversità linguistica e culturale del testo.

6. Dal punto di vista filosofico possiamo considerare invece lo studioso Berman.


Lo studioso promuove in concetto di traduzione pensante. Infatti, secondo
Berman nella traduzione occidentale c’è una cosiddetta figura. In questa figura
la traduzione risulta: -culturalmente etnocentrica; -letteralmente ipertestuale;
-filosoficamente platonica. Questi tre tratti a loro volta nascondono un’essenza
più profonda propria della traduzione che è simultaneamente etica, poetica e
pensante. Berman condanna la tendenza generale a negare l’elemento straniero
in traduzion, in quanto il fine propriamente etico dell’atto traduttivo è quello di
ricevere l’elemento straniero come tale. Tuttavia sostiene che esiste un sistema
di deformazione testuale che impedisce all’elemento straniero di trasparire.
Berman vede il traduttore come esposto a forze etnocentriche le quali
determinano il desiderio di tradurre. L’atteggiamento etnocentrico conduce a
una posizione “ipertestuale”, ossia tutti quei testi che vengono prodotti da un
testo già esistente.
Le TENDENZE DEFORMANTI di Berman sono:
- Razionalizzazione
- Chiarificazione
- Espansione
- Innobilimento
- Impoverimento qualitativo
- Impoverimento quantitativo
- Distruzione del ritmo
- Distruzione delle reti signidicanti soggiacenti
- Distruzione dei pattern linguistici
- Distruzione delle reti vernacolari
- Distruzione di modi di dire ed espr. idiomatiche
- Cancellazoone della sovrapposizione delle lingue
L’individuazione di tali tendenze non serve a proporre una metodologia
alternativa. Esse corrispondono a precise scelte culturali, ideologiche e comuni
di qualunque traduttore occidentale. Il senso è qualcosa che resta invariato pur
passando di lingua in lingua, mantiene il proprio nucleo centrale intatto.