Sei sulla pagina 1di 6

PARTE QUARTA.

LE TRADUZIONI

15. LA TRADUZIONE RELIGIOSA

La traduzione religiosa non è il genere più antico di traduzione: v’era la traduzione diplomatica. Ma con lo sviluppo
delle religioni divenne il genere più importante.
La Bibbia ne è l’esempio più stupefacente, ma non il solo: il libri buddisti furono tradotti in cinese, sanscrito,
tibetano, mongolo.
A partire dalla versione dei Settanta ve ne furono poi in tutte le lingue (ebraica, caldea, greca, ecc.) ma con
l’istituzione della Vulgata (san Gerolamo, V sec.) come unico testo autorizzato la traduzione latina si arrestò. In
compenso, le religioni protestanti ne diedero nuove traduzioni e continue revisioni (versione tedesca, calvinista,
anglicana), una vera e propria industria.
La traduzione della Bibbia è stata dunque un’attività di notevole portata perché è stata il banco di prova dei
problemi teorici sulla traduzione. Infatti, se inizialmente il rispetto della parola divina immobilizzava alla versione
letterale, con il Rinascimento la traduzione protestante ha imposto il punto di vista contrario, cioè che ogni
traduzione deve essere fedele tanto allo spirito quanto alla lettera del testo.
Questa preoccupazione di dare una traduzione fedele ma intellegibile al lettore di ogni epoca ha condotto a imporre
la revisione della Bibbia ogni min 20 max 50 anni (Congresso dei traduttori della Bibbia, 1947).
Altro importante aspetto è il carattere spesso collettivo dell’impresa che poneva come corollario il problema della
unità di tono, che in generale veniva salvaguardata dall’unità ideologica del gruppo, come bene aveva visto Lutero.
Occorre dire infine che ogni traduzione discende di qualche strato verso l’originale come in uno scavo
archeologico.

16. LA TRADUZIONE LETTERARIA

Occupa statisticamente il primo posto tra tutti i generi di traduzione. Il problema della traduzione letteraria nacque
dal conflitto, già in Cicerone, tra la tradizione sacra della versione letterale e l’abitudine profana del libero
adattamento (dal Medioevo al XVIII s.). È l’annoso problema della fedeltà opposto alla bellezza.
Quando Cary suggerisce che la traduzione letteraria è un’operazione letteraria e non linguistica, non afferma che
bisogna scegliere un’alternativa (fedeltà o bellezza) ma che bisogna associare le due cose: prima la fedeltà poi la
bellezza.
Ma cosa si deve rendere di un testo? La risposta è: il contesto. Ma se l’antica nozione di contesto era chiara
(l’insieme degli indizi) oggi la nozione di contesto richiede di farne un inventario, perché c’è il contesto linguistico,
geografico, storico, culturale, sociale e per stabilire distinzioni più precise di questi contesti la linguistica ha
proposto definizioni più esatte. Anzitutto la nozione di messaggio, cioè l’insieme di significati di un enunciato di
natura extralinguistica (storica, geografica, ecc.). Riservando alla nozione di contesto tutte le indicazioni fornite
esplicitamente dal testo la linguistica definisce situazione tutte le indicazioni (geografiche, storiche, culturali) non
presenti nell’enunciato ma implicite. È dunque priva di qualità la traduzione che non rispetti la fedeltà prima al
contesto poi alle situazioni. La linguistica ci ha dato anche l’analisi di tutte le diverse lingue di una lingua (volgare,
popolare, gergale, ecc.) definiti ‘registri di lingua’.
Dal tempo in cui la fedeltà di una traduzione letteraria significava tradurre ogni parola con una parola, ora sinonimo
di infedeltà del contesto e della situazione, l’analisi linguistica ha riportato qualità alla traduzione letteraria, perché
oggi tradurre significa nono solo rispettare il senso strutturale del testo, ma anche il senso globale del messaggio.
Ed ecco la nuovissima definizione di fedeltà di una traduzione. Vinay e Darbelnet distinguono sette modi leciti di
traduzione, la quale non è più solo rispetto della forma o del contenuto, ma trasmissione la più esatta possibile del
‘rapporto tra forma e contenuto dell’originale’. Anzitutto l’imprestito (parola straniera), il calco (copia della
forma), la traduzione letterale, la trasposizione (traduzione violando il preteso spirito della lingua), la modulazione
(cambio del punto di vista), l’adattamento (si traduce una situazione con una analoga).
E dunque merito della linguistica se questi modi di traduzione possano riapparire in una veste più scientifica.
Riguardo la bellezza, per tradurre i poeti bisogna essere poeti, un testo letterario occorre avere stile, ma ciò dipende
dal talento e non si può insegnare.
Possiamo dunque dire solo ciò che non si deve fare: evitare le disparità, ossia la mancanza di unità di linguaggio, e
tener conto del registro usato nell’originale.
Infine, occorre decidere tra i due registri di traduzione: ad es. un traduttore che traduce in italiano o si ‘italianizza’
il testo, perdendo però il colore della lingua originaria (condurre il testo verso il lettore), o si cerca di estraniare il
lettore italiano dal suo mondo senza permettergli di dimenticare che si trova di fronte a un’altra lingua (condurre il
lettore verso il testo).

1
17. LA TRADUZIONE POETICA

La traduzione poetica ha le sue difficoltà peculiari, e a questo si pensa quando si dice che la traduzione è
impossibile. Riappare infatti la vecchia disputa tra i ‘professori’, per la fedeltà letterale, e gli ‘artisti’, preoccupati
più della fedeltà più profonda da raggiungere.
Ma cosa s’intende per fedeltà poetica? Tradurre esattamente il lessico? La grammatica? Lo stile? La musicalità? In
conclusione, lo spirito delle lingue consisterebbe nella loro fonetica? E allora il russo (ricco di sibilanti)
esprimerebbe una ‘mentalità sibilante’, l’inglese (ricco di monosillabi) una ‘mentalità monosillabica’? C’è il
rischio, in questo caso, di cadere nell’eufonia.

Fedeltà alla poesia


Dunque, per fedeltà poetica si intende la traduzione che sa scegliere le parole-chiave da mostrare, le forme
grammaticali e le allitterazioni significative e espressive, saper scegliere i silenzi, le pause o le frasi ellittiche.
Tuttavia, siccome ogni lingua ha le sue particolarità, le possibilità inerenti una data letteratura non saranno mai
interamente le medesime di un’altra.

Difficoltà della traduzione poetica


La ‘traduziante’, paura di non riuscire a tradurre il significato intero di un testo, spinge spesso ad aggiungere
qualcosa e quindi a supertradurre.
Torniamo dunque al vecchio adagio per cui ‘per tradurre una poesia bisogna essere poeti’ soprattutto per capire il
testo poetico, le vibrazioni emotive. Ma a ciò si aggiunga che il traduttore-poeta dev’essere anche conoscitore della
società da cui quel testo sorge e solo così può raggiungere la comprensione totale di quel testo che vuol tradurre.

18. LA TRADUZIONE DEI LIBRI PER BAMBINI

Genere particolare, presenta problemi specifici e insospettate difficoltà, soprattutto quella destinata alla prima età,
che pone problemi simili a quelli della traduzione poetica. Per l’importanza che vi hanno i dialoghi, si avvicina
invece alla traduzione teatrale, e per l’importanza che hanno le immagini, si avvicina alla traduzione
cinematografica.

19. LA TRADUZIONE TEATRALE

Abbiamo già accennato all’importanza dei diversi contesti di un enunciato e l’enunciato teatrale è concepito
proprio in vista di quei contesti perché scritto in funzione di un pubblico che in sé li riassume conoscendo le
situazioni in cui essi si esprimono.
Questo spiega perché la traduzione teatrale sia più rara perché bisogna conoscere a fondo tutti quei contesti che
solo chi vive il quotidiano della lingua originaria è possibile conoscere.
Ecco perché di una traduzione teatrale si parla spesso di adattamento, trasposizione o equivalenza.

20. LA TRADUZIONE PER IL CINEMA

Il doppiaggio
Nato con il cinema parlato, già nel cinema muto (in Francia) l’operatore commentava il film ricostruendone i
dialoghi. Ma subito sorse il problema dell’isocronia e la necessità di analizzare i diversi movimenti boccali degli
attori. Così la fonetica entrava nel cinema: si cominciarono a distinguere le vocali e le consonanti che fanno aprire
la bocca e si cercò l’isocronia delle sillabe, in modo che le battute corrispondessero almeno per il numero di sillabe.
Ben presto però tale metodo rivelò subito i suoi limiti: ora il ritmo della voce non quadrava più e a dispetto
dell’isocronia sillabica! In inglese infatti la sillaba è più lunga, in italiano le banderitmo recano un testo che è tre
volte più fitto di un’altra lingua per via della naturale precipitazione dell’eloquio italiano.
Infine, l’illusione parlata la si cercò attraverso l’isocronia delle sole articolazioni boccali visibili sullo schermo.
Anche questo, tuttavia, risultò insufficiente perché alcuni movimenti della bocca (quelli pre- e post-articolari) non
sono articolazione linguistica ma semplici smorfie.
Con il ‘sistema della banda’ attuale si elimina dunque la traduzione sillabica fatta senza seguire le immagini: uno
specialista mentre guarda il film trascrive su una banda (bandamadre) sincronizzata al film tutto il dialogo riga per
riga con tutti i movimenti boccali visibili.
Tuttavia, il doppiaggio presenta altre esigenze, a tal punto che Cary ha potuto affermare che il doppiaggio merita il
titolo di traduzione totale.

2
In realtà l’isocronia delle articolazioni visibili della bocca non basta a un buon doppiaggio: serve anche l’isocronia
fra le espressioni mimiche e il testo, fra i gesti e il testo tradotto e ottenere l’isocronia del testo tradotto con tutti gli
altri elementi corporei della situazione.

La tecnica delle didascalie


Problema fondamentalmente tecnico, le didascalie non devono superare le 8 lettere e spazi al secondo e ogni
didascalia non può superare i 72 segni (9 secondi) e poiché il dialogo originale non è mai così breve, il lavoro del
traduttore consiste nel ridurre il testo senza tuttavia allontanarsi dal senso.

La didascalia sonora
È quella usata dagli interpreti quando, in una conferenza, l’applicano come ‘traduzione sussurrata’ utilizzando gli
spazi di silenzio del dialogo originale.

21. LE TRADUZIONI TECNICHE

La traduzione tecnica, ossia tutto ciò che non è traduzione letteraria (poesia, teatro, cinema), è la più vecchia del
mondo.

La traduzione diplomatica
Risale ai primi imperi (Egitto, ittiti e assiri). Per secoli in Europa si ebbe il latino come lingua diplomatica (soltanto
nel 1672 la Francia dichiarò la preminenza del francese), e conobbe sviluppi grazie alle relazioni che la Francia
cominciò ad avere con i turchi (1535) e il mondo arabo, creando corpi appositi di interpreti (gli ‘enfants de
langue’) e i dragomanni.
Nello stesso periodo Pietro il Grande creò a Pechino (1727) un seminario di lingue orientali, dove venivano inviati
giovani russi detti ‘allievi di lingue’. È tuttavia con il Congresso di Vienna (1815) che la figura dell’interprete
prende rilievo. Così Friedrich von Gentz, segretario di Metternich, fu il primo modello dei grandi interpreti e
traduttori diplomatici (traduceva indifferentemente per l’Inghilterra, la Francia, la Russia), fra cui citiamo Jean
Herbert, poi creatore del corpo di interpreti dell’Onu, e Hans Jacob, interprete capo all’Unesco.

Le traduzioni amministrative
La traduzione amministrativa è vecchia quanto quella diplomatica.
La traduzione giudiziaria è oggi completamente meccanizzata: gli atti vengono tradotti secondo formule stereotipe
e tutte uguali.
Quanto alla traduzione militare, in Francia gli interpeti militari sono sorti come erano sorti i dragomanni, cioè con
il contatto con le popolazioni arabe al momento della conquista d’Algeria (1930).

La traduzione commerciale
Enorme quanto a volume, presenta anch’essa formule stereotipe e meccanizzate.

La traduzione tecnico-scientifica
Ma a livello non-commerciale e tecnico-scientifico le cose vanno diversamente. Primo problema è che il loro
numero è enorme; secondo che non essendovi traduttori specializzati si tende spesso a intraprendere una ricerca
piuttosto che tradurre il materiale pubblicato.
Inoltre, anche la traduzione tecnico-scientifica ha i suoi problemi di senso e contenuto. Infatti, se un traduttore
letterario commette un errore grossolano, si copre di ridicolo ma nuoce poco all’autore. Il traduttore tecnico invece
è ossessionato dagli errori di significato che provocano conseguenze materiali drammatiche se si tratta, ad esempio,
di un brevetto d’invenzione.
Per questo, mentre il traduttore letterario diffida del dizionario, il traduttore scientifico lo considera il proprio
strumento di lavoro, e ciò ha provocato un’industria dei dizionari specializzati. Col patrocinio dell’Onu è stata
all’uopo redatta una bibliografia dei dizionari tecnico-scientifici, aggiornata costantemente dal 1955 dalla rivista
“Babel”. Non sono rari i glossari multilingue.
Ma questa massa di strumenti non basta ancora al lavoro dei traduttori scientifici. Perciò i più abili sono giunti alla
convinzione che il miglior dizionario tecnico è un’opera sull’argomento, un buon manuale su cui apprendere
rapidamente il lessico necessario.
È stata infine creata un’organizzazione con l’incarico di ‘normalizzare’ e standardizzare il linguaggio scientifico: la
International Standards Organizations (ISO), con la sua commissione di unificazione del vocabolario, l’ISO-TC37.

3
22. IL LAVORO DELL’INTERPRETE

Per secoli i profani hanno sempre confuso tra interprete e traduttore, ponendo il primo a un livello più basso del
secondo. Oggi non è più così.

Interprete e traduttore
Oggi l’interprete ha un rango molto più elevato: non è più un anonimo subalterno. D’altronde si tratta di un’attività
totalmente diversa dalla traduzione: è una forma orale e istantanea di traduzione.
Il traduttore, infatti, ha tempo (tornare indietro, correggere, rivedere), mentre l’interprete attua una traduzione a
prima vista o traduzione a libro aperto; inoltre, dev’essere anche oratore e persino attore, un artista.

Le qualità dell’interprete
Secondo Jean Herbert la qualità fondamentale di un interprete è quella d’essere passivamente recettivo. Al tempo
stesso deve avere ‘vivacità di spirito’, avere una memoria eccellente e immediata, diversa da quella dell’attore.
Inoltre, deve avere rapidità di intuizione, senso dello sfumature, un orecchio fine, padronanza della lingua anche se
parlata da stranieri, avere un’elocuzione disinvolta e in grado di rendere l’emozione di un certo passaggio. Nel
complesso, dev’essere un’artista, ma dev’esserlo in modo invisibile.
Ciò spiega perché i più grandi interpreti non siano stati interpreti di mestiere, ma forti individualità che riunivano in
sé un insieme di doti tanto eterogenee da non trovarsi che raramente congiunte: Montoux era uno storico, Herbert
un filosofo, Bergery un politico, Jacob scrittore e, soprattutto, un esiliato, costretto a imparare le lingue.
Ciò spiega anche come siano nate scuole per interpreti, come quella dell’università di Ginevra fondata nel 1940, e
la loro importanza.

La traduzione in consecutiva
È la vecchia formula usata nei congressi: l’interprete ascolta e annota riproducendo subito dopo il discorso in un
tempo ridotto a tre/quarti di quello originale.
In questo tipo di traduzione, tuttavia, è il modo di prendere appunti che ne determina la qualità, basato su un codice
simbolico fatto di parole chiave, abbreviazioni, disegni e simboli grafici.
Ed ecco alcune leggi generalissime: 1) prendere appunti nella lingua in cui farà la traduzione; 2) servirsi di un
sistema reso visuale al massimo per potersi rileggere a vista; 3) l’annotazione deve fondarsi su un’analisi logica del
contenuto della frase e su un’analisi delle idee, e più che simboleggiare le parole deve mirare a tradurre in simbolo
le idee e il loro concatenarsi.

Il metodo Rozan
Rozan ha dato veste a tali indicazioni di Herbert, proponendo un sistema di annotazione basato su sette principi:
a) trasporre l’idea più che la parola;
b) servirsi di abbreviazioni molto evidenti per le parole importanti (es. non scrivere Stat per statuto che
potrebbe suggerire statistica, ma STut (statuto) e STics (statistica) scrivendo le prime e le ultime lettere;
c) curare la visualizzazione dei simboli che indicano l’articolazione del testo, cioè le parole cerniera (es. se
l’oratore dice de meme (ugualmente) la meme chose, la meme situation l’interprete annoterà (=) e per tutte
le allocuzioni inverse (d’autre part, contrairement à, à la différence de) con (≠);
d) la negazione, importante elemento del discorso, si deve simbolizzare in modo economico. Così se OK sta
per approvazione, OK starà per negazione;
e) stessa attenzione per simbolizzare l’accentuazione o il suo contrario. Se ad esempio inte simbolizza
interessante, inte simbolizzerà molto interessante e inte interessantissimo. Viceversa, poco interessante sarà
inte e senza interesse sarà inte.
Ma i due grandi principi dell’annotazione che realizzano il massimo di visualizzazione grafica sono:
f) il verticalismo, ossia prendere appunti in ‘altezza’;
g) la scrittura scalata, che consiste nel rappresentare, nella stessa impaginazione verticale, le idee subordinate,
che è la vecchia tecnica delle tavole sinottiche.

La traduzione simultanea
Forma moderna dell’interpretariato, nata a Ginevra nel 1927, fu adottata per abbreviare i tempi della traduzione
consecutiva. In compenso, richiede personale ottimo, sia per la traduzione ‘bisbigliata’ (l’interprete traduce
all’ascoltatore il discorso sussurrando), sia per la traduzione a vista (per telefono quando il testo del discorso è stato
anticipatamente distribuito), sia per la traduzione simultanea vera e propria (sempre per telefono mentre si ascolta il
discorso originale).
Tuttavia, se questo tipo di traduzione elimina il problema del prendere appunti, l’interprete è alla mercé dell’oratore
e dei suoi errori senza alcuna possibilità di riformulare la frase. In questo caso solo l’allenamento può dare risultati.
4
23. LE MACCHINE PER TRADURRE

Sin dal 1933 in Russia (Trojansky) e nel 1946 nei paesi anglosassoni (Booth e Weaver) si crearono macchine
sperimentali per tradurre (MT). Certo, si negava la possibilità di tradurre tutte le accezioni di un vocabolo, le
sfumature, le forme idiomatiche. Conclusione: non si tradurranno mai romanzi; ma testi scientifici sì.

Il traduttore elettronico
Il calcolatore elettronico è uno strumento formidabile (il testo di Mounin è del 1965). La sua potenza di calcolo può
applicarsi anche a quella ‘cosa’ in apparenza così differente da un calcolo che è la lingua. Due, i punti cruciali: il
dizionario automatico e la velocità delle operazioni.

Il dizionario automatico
Come l’uomo, anche la MT ha il suo dizionario. I vocaboli sono codificati, e corrispondono a un numero. Ricevuto
questo numero, la macchina lo confronta con quelli della sua memoria fino a trovare quello giusto, che le darà il
numero di codice della parola corrispondente nella nuova lingua (Booth, ha elaborato a tal fine una soluzione
logaritmica).
Attualmente (1965!)1 sono sufficienti 2000-3000 parole per soddisfare la nomenclatura di una materia scientifica
(matematica, fisica, ecc.).

Le operazioni logiche
Qui Mounin parla di algoritmo di traduzione, un astruso meccanismo con lui la macchina verifica tutte le
possibilità con cui si possono tradurre certi vocaboli. Ma sempre per ragioni di scarsità di memoria, consiglia infine
i micro-glossari.

I micro-glossari
La linguistica statistica aveva già dimostrato che il vocabolario di un corpus linguistico possiede interessanti
proprietà numeriche. Così è ora allo studio un Indice del vocabolario classico, con cui è possibile sapere, a
proposito di Racine, che le sue opere hanno un certo numero di parole e un lessico con un determinato numero di
vocaboli. Considerato che articoli, preposizioni e vocaboli strumentali occupano circa l’80% del testo, si può
costruire con le parole ad altissima frequenza il micro-glossario tipico di Racine, costituito dalle parole che, nelle
sue tragedie, hanno una frequenza maggiore a 10.
Tali analisi compiute per i linguaggi tecnici hanno tuttavia maggior possibilità di successo.

I vocaboli a più forme


Per economizzare la memoria, le parole che presentano più forme (quelle declinabili e quelle coniugabili) sono
registrate nel dizionario secondo il loro tema linguistico, che non è la radice, ma il minor numero di lettere che ne
permette l’identificazione automatica, o meglio la parte invariabile grafica comune a tutti questi vocaboli. Il
vocabolo è trattato per identificazione della sua desinenza-macchina (diversa da quella grammaticale: es. erò) e
questo meccanismo di suddivisione è chiamato splitting.

Gli omografi
Il 25-30% delle parole contenute in una pagina ha più di un significato: come lo sceglie la macchina? La macchina
non fa paragoni fra i significati ma solo tra forme grafiche e per ogni vocabolo forniva tutte le possibili traduzioni e
un revisore cancellava quelle che non interessavano.
Soluzione più seria è però quella del micro-glossario, che nella lingua scientifica e tecnica consente di restringere
il significato di una parola a uno solo. Ciò è possibile grazie al suo contesto, o meglio esplorando il micro-contesto,
cioè sia i due vocaboli che precedono sia i due che seguono, e bastano a identificare il significato esatto di un certo
vocabolo.

Gli idiotismi
Così temuti dai traduttori che spesso tendono a evitarli, gli idiotismi si possono tradurre attraverso dei dizionari di
idiotismi, ma chiaramente soltanto per quanto riguarda le materie scientifiche.

1
Mounin lamenta qui le scarse capacità di memoria della MT, oggi abbondantemente superate.

5
La sintassi
È il più grande problema della MT, al punto che al primo Congresso sulla traduzione automatica (Londra 1961)
molti proposero una ‘MT senza sintassi’, vale a dire la traduzione parola per parola, e questa soluzione ha avuto il
suo merito perché in grado di raggiungere comunque un alto grado di comprensibilità del testo scientifico.
Tra le altre soluzioni proposte, quella di munire la macchina di istruzioni che, nel tradurre dal russo all’inglese,
invertano il posto dell’aggettivo (in inglese quasi sempre anteposto al nome).
Ricerche più ambiziose si sono occupate della creazione delle interlingue (o lingue intermedie), una specie di
codici logici che permettano di tradurre in cifre le strutture sintattiche di una lingua qualsiasi. Infine, si è cercato di
estrarre dalle diverse lingue una lingua intermedia, o di linguaperno (composta solo di simboli matematici), che
dovrebbe servire a tradurre una lingua qualsiasi in un’altra.

PARTE QUINTA. IL TRADUTTORE

24. IL TRADUTTORE COME SCRITTORE

Sin dal Medioevo e fino alla fine del XVIII secolo, chi esercitava la traduzione (letteraria) si arrogava il titolo di
autore, di scrittore. L’uomo che ‘romanizzava’ (cioè metteva in lingua romanza) si attribuiva tutte le libertà di un
autore: toglieva personaggi, trasformava la conclusione e cambiava l’opera secondo il gusto dell’epoca. Spesso,
infine, non venivano citati né l’autore né la lingua originali. Unica eccezione, erano le opere in greco e latino, ed
era la sola attività degna del nome ‘traduzione’.

Il traduttore nel secolo XIX


Con l’introduzione della nozione di proprietà artistica, il traduttore, da stimato scrittore, divenne così il ‘povero’
traduttore cottimista.

La convenzione di Berna
Finalmente con la convenzione di Berna (1886) si ammise il diritto del traduttore a rivendicare il titolo di autore,
ma creava anche la nozione di ‘traduzioni lecite’, ossia solo quelle autorizzate dall’autore stesso per un periodo di
dieci anni.
La revisione della convenzione (Berlino, 1908), tuttavia, modificò totalmente tale concezione. All’art. 2, infatti, si
legge: «sono protetti come opere originali, senza pregiudizio dei diritti dell’autore dell’opera originale, le
traduzioni, gli adattamenti, gli arrangiamenti musicali di un’opera artistica».
La convenzione di Ginevra (1955), infine, non cita il traduttore come autore. Ciò riflette una sorta di volontà degli
autori di opere ‘originali’ a riservare a se stessi questo titolo, senza negare ai traduttori i diritti che competono loro.
In realtà la convenzione garantisce implicitamente i diritti del traduttore con una disposizione che rimanda alla
convenzione di Berna.

I diritti del traduttore


Dunque, il traduttore oggi è riconosciuto come scrittore sul piano morale e giuridico. La traduzione infatti è
divenuta opera intellettuale e protetta come tale: opera di creazione quindi, benché derivata da un’altra opera,
chiamata ora ‘opera prima’ e non più ‘opera originale’, poiché anche la traduzione è creazione originale.
Da questa nuova situazione morale e giuridica deriva dunque un insieme di diritti che spettano alla qualità di autore
del traduttore:
- diritto di paternità totale sulla sua opera;
- diritto di continuità di retribuzione su tutte le ulteriori edizioni del suo testo;
- diritto di protezione post mortem (come per gli autori) variabile da 15 a 80 anni (legislazioni nazionali);
- diritto di riprendere il testo se l’editore non pubblica la traduzione acquistata o non la ristampa;
- diritto assoluto di essere citato in copertina e nelle bibliografie in cui è citata l’opera tradotta;
- diritto ad essere considerato autore dalla critica letteraria;
- diritto di controllo sulle riedizioni della sua traduzione;
- diritto di controllo sulle ‘correzioni’ effettuate dall’editore sulle riedizioni.
Purtroppo, questi diritti riconosciuti nei testi internazionali e nelle legislazioni nazionali restano lettera morta in un
ambiente in cui la concorrenza è spesso molto forte.

25. Il traduttore come salariato (capitolo privo di interesse)