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Filosofie

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Filosofie
Studi – 4
Patrizia Laspia
Studi di fonetica greca

Direttore: Andrea Le Moli

Comitato scientifico internazionale: Markus Gabriel (Universität


Bonn), Helen Lang (Villanova University), Jean-Marc Narbon-
ne (Université Laval), Dmitri Nikulin (New School for Social
Research), Luigi Ruggiu (Università Ca’ Foscari Venezia), Leo-
nardo Samonà (Università degli Studi di Palermo), Andreas
Urs Sommer (Albert-Ludwigs Universität Freiburg), Franco
Trabattoni (Università degli Studi di Milano)

ISBN (a stampa): 978-88-31919-06-7


ISBN (online): 978-88-31919-01-2

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Patrizia Laspia

STUDI DI FONETICA
GRECA
Indice

Introduzione 7

1 Tre modelli di produzione della voce 21

2 ‘Voce’ e ‘voce articolata’ 35

3 Il linguaggio degli uccelli 65

4 Cervello mente e linguaggio 83

5 Linguistic Pathologies in Ancient Greece 91

6 Principi della classificazione del suono nella Grecia antica 105

7 Chi dà le ali alle parole? 135

8 Perché la sillaba non è gli elementi? 149

9 L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica 163

10La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica? 191

11 La definizione di sillaba della Poetica di Aristotele 219

Bibliografia 235
Introduzione

Gli undici saggi contenuti in questo volume sono il frutto di circa un ven-
tennio di studi sulla fonetica greca. In realtà, la mia esperienza sul campo è
più che trentennale, dato che già nel 1987 sarei stata pronta a pubblicare ‘La
teoria della sillaba in Aristotele’, volume in gran parte ispirato alla mia tesi di
laurea (La fonologia di Aristotele, 1985). Ma per un giovanissimo esordiente
pubblicare un libro non è facile, specialmente se ha molto di nuovo da dire;
così per la pubblicazione del primo di questi saggi ho dovuto aspettare ad-
dirittura il 1995. Nel mondo antico, non è possibile una teoria della sillaba
senza una teoria della voce. ‘Voce’ e ‘sillaba’, che uno dei più grandi esperti
italiani di fonetica greca, Walter Belardi, 1 riteneva, alla luce dello strutturali-
smo saussuriano, concetti così antiquati da essere addirittura ‘preteorici’,
sono invece i grandi protagonisti della fonetica greca. Né potrebbe essere
diversamente: figlia di una cultura orale, la civiltà greca ha una consapevo-
lezza assai maggiore dell’importanza della voce e dei dispositivi prosodici
all’interno del linguaggio. Nella mia esperienza di tesista, ho appreso questo
dato anzitutto da Aristotele: anzi, da un Aristotele letto integralmente in
lingua originale. Nelle più recondite pagine delle opere biologiche come
nelle più note pagine della Metaphysica, Aristotele non si stanca mai di
riflettere sui dispositivi fonetici e sulla loro fenomenologia umana e animale,
così da guadagnarsi il posto – non la fama – di uno dei più grandi fonetisti
della storia. A differenza di quanto avvenga oggi, la fonetica, in Aristotele,
non è tuttavia avulsa da una teoria generale del linguaggio: anzi, è parte

1
Cfr. Belardi (1972).
Studi di fonetica greca

integrante di una visione olistica del mondo e della natura. Dal punto di
vista empirico, i fenomeni fonetici sono infatti osservati a tutto tondo, nel
mondo umano e animale, consegnandoci una messe straordinariamente
ricca di dati osservativi. Da un punto di vista teorico, la sillaba diventa il
modello osservativo di fenomeni ben più reconditi, come i dispositivi che
danno vita alla proposizione significativa e alla stessa vita biologica. È così
che la sillaba, in Metaph. Z ed H, diviene il modello dell’essenza sensibile e
individuale.
Tutto ciò era già a me noto nel lontano 1985, l’anno della mia laurea. Ma
comprendere un autore antico in isolamento non è possibile. Così, dopo
la laurea, ho impiegato i lunghi anni che mi separavano, ahimè, dal primo
impiego studiando a tappeto tutti gli autori della letteratura greca, soprat-
tutto dal punto di vista fonetico. Di questa fase, anteriore alle esperienze
maturate nel Dottorato, sono testimonianza i più antichi fra questi lavori:
Tre modelli di produzione della voce: Ippocrate, Aristotele e Galeno (1995),
il primo dei saggi qui pubblicati, e Cervello, mente e linguaggio: Ippocrate
contro il cognitivismo, frutto di una mia relazione al XXVIII Congresso della
Società di linguistica Italiana, ma pubblicato alcuni anni più tardi (1997),
oltre ad un saggio su ‘voce’ e ‘lingua’ in Erodoto purtroppo oggi ancora
inedito, e che forse non vedrà più la luce. I due studi sopra citati presentano
il modello di produzione della voce aristotelico a confronto con altri prece-
denti e successivi: rispettivamente quelli di Ippocrate e Galeno. Il confronto
con la letteratura medica non deve stupire. Come lui stesso riconosce in
conclusione dei Parva Naturalia, Aristotele fu infatti quel ‘miglior medico
che è anche filosofo’ che a distanza di secoli Galeno doveva teorizzare: infatti
«i migliori e più esperti fra i medici hanno qualcosa da dire a proposito della
natura e si occupano dei suoi principi; mentre fra coloro che si occupano
della natura i più dotati finiscono per occuparsi dei principi della medicina»
(De Iuv. et Sen. 480 b 25-30).
In quanto grande teorico della natura e figlio di medici, Aristotele appar-
tiene dunque di diritto alla tradizione medica. Ciò deve indurci a riflettere
sul fatto che, nel mondo greco, non valgono i nostri abituali cliché a pro-
posito della divisione dei saperi. È dunque perfettamente legittimo, se non

8
Introduzione

necessario, confrontare la teoria della voce di Aristotele con quella che si


evince dal Corpus Hippocraticum e Galenicum. I risultati sono sorprendenti:
si vede infatti come in tutti i modelli biologici monocentrici, prevalenti nella
biologia e nella medicina greca fino all’epoca degli Stoici, sia encefalocentrici
(De morbo sacro, De carnibus) che cardiocentrici (Aristotele), la voce sia
emessa sempre dall’organo della vita e dell’intelligenza: e ciò anche al prezzo
di produrre modelli controintuitivi, come nel caso di una voce immaginata
emessa dal cervello. Anche nel successivo modello policentrico di Galeno,
l’autore si premura di immaginare un collegamento immediato dell’organo
dell’intelligenza (il cervello) con l’organo della voce (la laringe), tramite i
nervi vocali. Ciò mostra come, nel mondo greco, la voce non sia presentata,
saussurianamente, come un «elemento esterno» al linguaggio, né come un
mero veicolo o strumento inerte, ma come un ricettacolo primo e proprio,
una sorta di corpo vivente della significazione: umana e animale, linguistica
e non. È questo il grande portato della riflessione fonetica greca, che tocca il
suo vertice in Aristotele, ma ha un suo importante precedente in Ippocrate.
Questo quadro, approfondito anche nel secondo dei miei libri, L’artico-
lazione linguistica. Origini biologiche di una metafora (NIS, Roma 1997),
si arricchisce anche di un saggio coevo, Il linguaggio degli uccelli (1996 b).
Qui affronto il tema, non inedito in letteratura, del linguaggio degli uccelli.
Era infatti noto anche a Walter Belardi 2 che Aristotele attribuisce insolite
abilità fonetiche agli uccelli, capaci con l’uomo, e a differenza di tutti gli altri
animali, di produrre una rudimentale forma di voce articolata. In queste
pagine mi soffermo sugli ambiti e i limiti delle abilità fonetiche degli uccelli,
in sé e per differenza dalle abilità fonetiche umane. La differenza fra fonetica
umana e animale non consiste solo, a mio avviso, nella relativa povertà di
suoni del linguaggio degli uccelli, capaci, secondo Aristotele, di articolare
solo ‘due o tre degli aphona’ – le nostre consonanti occlusive. Consiste inve-
ce soprattutto nell’impossibilità di progettare strategie fonetico-prosodiche
complesse, come quelle sottese alla costruzione della sillaba in una lingua
naturale umana. Queste strategie erano state studiate a fondo da Aristotele.

2
Cfr. W. Belardi (1975).

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Studi di fonetica greca

Il saggio successivo,‘Voce’ e ‘voce articolata’: Omero e le origini della


scienza greca, pubblicato anch’esso nel 1996 come il mio primo volume,
Omero linguista. ‘Voce’ e ‘voce articolata’ nell’enciclopedia omerica, riflette
invece l’esperienza specifica del dottorato. Le teorie greche della voce, così
come da me presentate nel saggio Tre modelli di produzione della voce e
nel volume L’articolazione linguistica, hanno la loro radice e prima origine
in Omero. Una simile idea era ai tempi altamente controintuitiva, e mi
ha causato non poche difficoltà. Circolava infatti allora ampiamente (e,
purtroppo, circola ancora) il cliché interpretativo snelliano secondo cui il
linguaggio omerico sarebbe privo di concetti. Secondo Snell, dunque, in
Omero ci sarebbero tanti termini diversi per designare ciò che, nel linguag-
gio scientifico successivo, sarebbe stato abbracciato da un unico termine e
concetto: ciò tanto per la terminologia della visione quanto per gli organi
interni all’uomo, e così via. Credo invece di aver dimostrato che il linguag-
gio omerico conosce termini fonetici di estensione generale, come phoné e
l’arcaico *ops, denominazioni omeriche della voce. Non manca neppure un
termine designante la voce articolata, che in Ippocrate e Aristotele è dialexis
e poi dialektos, in Omero è audé. Questo termine non indica infatti la ‘voce
umana’, come vogliono alcuni scoliasti, ma la voce articolata. A differenza
di phoné e *ops, emesse ‘dall’interno del petto’, l’audé infatti ‘scorre dalla
lingua’; e non è posseduta solo dagli uomini, ma anche da divinità e da ani-
mali parlanti, come Xanto, il cavallo di Achille. Ciò permette di attribuire
un’origine alle teorie fonetiche da me studiate, che giustifica la loro relativa
coerenza, stabilità e sopravvivenza nella tradizione.
Da questa esperienza nasce anche un saggio successivo, Chi dà le ali alle
parole? Il significato articolatorio di ‘epea pteroenta’, nato da una relazione
per il Convegno ‘Omero tremila anni dopo’ tenutosi a Genova nel luglio
del 2000 e poi pubblicato negli Atti apparsi nel 2002. In questo saggio
tratto la famosa formula delle ‘parole alate’ come un modello in miniatura
di attività fonetica completa: e ne svelo, credo, molti misteri. Si rivela
così illusorio uno dei più infelici cliché partoriti dall’omeristica di stampo
parryano: quello secondo cui le formule omeriche, in quanto ausilio per
la memoria, dovrebbero per forza essere prive di significato. Ma in una

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Introduzione

civiltà che si serve dell’epopea orale come unico veicolo di trasmissione della
sua memoria, nulla può essere privo di significato: tantomeno le formule,
ripetute migliaia di volte, ma non per questo da considerare alla stregua
di misere filastrocche. Credo che proprio il caso delle ‘parole alate’ (anzi
‘piumate’: perché emesse, come frecce, dall’interno del petto, e poi plasmate
da lingua e labbra e trasformate in audé) possa dimostrare brillantemente
questo assunto.
Linguistic Pathologies in Ancient Greece: Aristotle on Aphasia è l’ulti-
mo dei saggi che appartengono, idealmente, al periodo precedente alla mia
nomina a Professore Associato. In questo saggio illustro qualcosa che non
era noto nemmeno all’occhiuto Belardi: Aristotele è il primo teorico delle
patologie linguistiche, che ha osservato con occhio non dissimile a quello
di Roman Jakobson. Raccogliendo sparsi dati della tradizione precedente,
Aristotele teorizza infatti tre diverse patologie fonetiche: traulotes, psellotes
e ischnophonia. Mentre le prime due sono difetti specifici, che consistono
nell’incapacità di proferire uno o più fonemi (pare che lo stesso Aristotele
ne fosse affetto, e parlasse con voce blesa), l’ischnophonia è una patologia
linguistica più severa, che rende il discorso incomprensibile, e consiste ‘nel
non sapere rapidamente congiungere una sillaba con l’altra’, rendendo, con
ciò, il discorso incomprensibile. Ne deriva che l’ischnophonia, a differenza
della traulotes e della psellotes, non è un semplice deficit articolatorio, ma
un disturbo dell’organizzazione prosodica del linguaggio. Le regole proso-
diche sono dunque superordinate alle regole fonetiche nell’organizzazione
di una lingua. Questo dato, ignoto fino a pochi decenni fa, è riemerso solo
nella seconda metà del 1900, per merito dei pionieristici studi fonetici di
Philip Lieberman, di cui parlo anche nel volume L’articolazione linguistica.
Anche all’acquisizione del linguaggio infantile Aristotele dedica pagine illu-
minanti nei Problemata, mettendo in relazione le diverse fasi di acquisizione
del linguaggio nei bambini con parallele patologie linguistiche: di qui la
somiglianza con il Roman Jakobson del Farsi e disfarsi del linguaggio.
I saggi successivi sono figli degli anni del mio lavoro di Professore asso-
ciato di Filosofia del Linguaggio prima a Chieti e poi a Palermo. Di questi,
il primo, Principi di classificazione del suono nella Grecia antica. Le origini

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Studi di fonetica greca

della riflessione fonetica fra oralità e scrittura è forse uno dei più complessi. Il
saggio costituisce la rielaborazione scritta di un intervento tenuto al Quarto
Incontro Internazionale di Linguistica Greca (Chieti-Pescara, 30 settembre-
2 ottobre 1999), ed è stato poi pubblicato nel 2001. In esso affronto il tema,
non semplice, delle classificazioni fonetiche in Grecia. Partendo da un esame
sistematico di tutte le fonti letterarie, individuo tre grandi periodi nella clas-
sificazione greca dei suoni del linguaggio. Un primo periodo, rappresentato
dalle fonti letterarie arcaiche, come la tragedia eschilea e poi euripidea, classi-
fica i suoni del linguaggio in due grandi gruppi: ‘vocali’ (phoneenta) e ‘non
vocali’ (aphona). I primi, grosso modo equiparabili alle nostre vocali, sono
suoni autonomamente udibili e producibili. I secondi, che renderemmo
impropriamente con il nostro ‘consonanti’, sono immaginati non autonomi
dal punto di vista della produzione del suono. Si tratta di posizioni articola-
torie di per sé prive di suono, come le occlusive, che diventano udibili solo
se accompagnate dalle vocali. Il problema è che tutti i suoni della lingua
greca sono classificati in questa bipartizione esaustiva ed esclusiva. L’epoca
di Platone e Aristotele, anzi, più precisamente la testualità di questi autori, ci
mette di fronte a una grossa novità. I suoni della lingua sono ora rappresen-
tati mediante una classificazione tripartita; la testualità platonica introduce,
infatti, una classe intermedia, detta appunto dei suoni ‘intermedi’ (mesa) fra
phoneenta e aphona. L’introduzione di questa nuova classe sembra dovuta
alla consapevolezza, testimoniata ad esempio nel Cratilo o nel Filebo, che
esistono suoni che non sono ‘né vocali né non vocali’ (phoneenta men ou,
ou mentoi aphona). Si tratta di posizioni articolatorie autonomamente in
grado di produrre un rumore (psophos), non una voce, come il sibilo che si
produce quando pronunciamo una ‘s’. A questo tipo di suoni il Platone del
Filebo dà, appunto, il nome di mesa. Questa classificazione tripartita sembra
in Platone affiancarsi, non sostituire del tutto, la vecchia bipartizione dei
suoni linguistici in phoneenta e aphona. Il quadro si complica ulteriormente
quando arriviamo ad Aristotele. In tutti i contesti al di fuori della Poetica, il
filosofo sembra infatti tornare all’antica bipartizione. Nella Poetica adotta
invece una classificazione tripartita che prevede, fra phoneenta e aphona,
un’intermedia classe di hemiphona, definiti come posizioni articolatorie

12
Introduzione

autonomamente in grado di produrre un suono udibile (phoné akousté).


Ma se gli hemiphona sono pienamente autonomi dal punto di vista della
produzione del suono, perché sono definiti ‘mezze voci’? A mio avviso,
perché essi giocano solo la metà del ruolo di una vocale (phoneen) all’interno
della sillaba. All’interno della sillaba la vocale gioca infatti un duplice ruolo:
fonetico e prosodico. Autonomi solo dal punto di vista della produzione del
suono, ma privi di quantità prosodica – su cui, si badi bene, è basata tutta
la metrica greca – gli hemiphona sono per questo classificati come ‘mezze
voci’. Nelle classificazioni della grammatica tardoantica, in particolare in
Dioniso Trace, il virtuosismo teorico di Aristotele va del tutto perduto, e
gli hemiphona sono detti tali perché dotati di un suono sgradevole, come
attori dalla voce cattiva.
Parallelo a quello delle classificazioni fonetiche è il grosso problema del
nome con cui viene in greco designato il singolo suono linguistico. Il termine
più antico, presente già nella tragedia eschilea è gramma, che designerebbe
propriamente il grafema. Ciò ha creato la leggenda di una fonetica greca
fortemente influenzata dalla scrittura. In realtà già in Platone al termine
gramma si affianca un altro termine non così parlante dal punto di vista
etimologico: si tratta di stoicheion. In realtà, la derivazione di stoicheion
è chiara: si tratta infatti di un derivato di steicho, verbo omerico che gli
scoliasti parafrasano con metà taxeos poreuomai (‘incedo con ordine’). Da
steicho deriva stoichos, ‘allineamento’, ‘fila’, e da stoichos stoicheion, che indica
dunque il tassello di un ordinamento o di una fila. Il senso del termine non
è apparso del tutto chiaro, mentre la sua fortuna nella letteratura, soprat-
tutto filosofica e scientifica, è stata immensa. Stoicheion significa infatti sia
‘elemento del linguaggio’ che ‘elemento del cosmo’ e, in misura minoritaria,
‘elemento di una dimostrazione matematica’. Il problema è quale di questi
tre sensi sia quello originario. Una nutrita schiera di studiosi, capofila Her-
man Diels (1901), ha visto in stoicheion la lettera dell’alfabeto – si tratterebbe
dunque di un perfetto sinonimo di gramma. Un’altra schiera, capeggiata
da Walter Lagerkrantz (1904), opta per l’elemento del cosmo come signi-
ficato primario; ma non mancano neanche i fautori della dimostrazione
matematica. In questo mare magnum di interpretazioni ho optato per la

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Studi di fonetica greca

solida certezza dell’analisi delle fonti (dirette). Ho dunque analizzato a tap-


peto le svariate decine di attestazioni platoniche, le prime in letteratura, e
ho ricavato i seguenti dati: 1. L’accezione grammaticale è assolutamente
primaria; perché più numerosa, perché il termine è spesso usato in coppia
con syllabé e perché mai è introdotta da circonlocuzioni metaforiche. Le
rimanenti accezioni, compresa quella cosmologica sono evidenti metafore.
2. Stoicheion non è tuttavia sinonimo di gramma, ma sembra avere lo sta-
tuto di una sorta di prototipo del suono linguistico. In Aristotele il primo
dato non è più così evidente, ma diventa ancor più rimarchevole il secondo:
in un passo della Metaphysica Aristotele dice infatti che i grammata sono
infiniti (‘come questi scritti nella cera, o quelli che si disperdono nell’aria’),
gli stoicheia invece finiti. Gli stoicheia sono dunque, in Platone e ancor più
in Aristotele, una sorta di prototipi del suono linguistico: di qui la forte
tentazione, presente in Antonino Pagliaro, e poi in Walter Belardi, di rende-
re il termine con ‘fonema’. Io non credo invece che lo stoicheion platonico,
e ancor più aristotelico, possa rendersi con ‘fonema’. Appoggiandomi in
parte a un articolo di Walter Burkert (1959), che ricostruisce il significato
del termine a partire dal capostipite steicho e vede in stoicheion l’elemento
minimo del verso (stichos) credo di ricostruire per lo stoicheion platonico, e
ancor più aristotelico, il valore di elemento fonetico-prosodico minimo del
linguaggio. Rimane tuttavia il problema dell’intermedio stoichos. Basando-
mi sulla testimonianza degli scoliasti, sottolineo che stoichos non designa
mai, in greco, un ordinamento lineare di tipo orizzontale, come sarebbe
quello di una riga di scrittura alfabetica: il termine in questo caso è zygon. A
differenza di zygon, stoichos indica invece un ordinamento di tipo gerarchico
o verticale. Stoicheion non può dunque designare la lettera dell’alfabeto,
né il semplice elemento di una riga di scritto, e nemmeno un prototipo
della scrittura: ha invece una vocazione essenzialmente fonetica e designa il
prototipo fonetico-prosodico del suono linguistico.
Già la notevole lunghezza di questo riassunto fa comprendere l’ardua
complessità teorica del saggio, che cerca di risolvere numerosi e scottanti
problemi. Con il suo materiale molti avrebbero scritto più di un volume.
La medesima vocazione è posseduta dai successivi due saggi, Metaphysica Z

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Introduzione

17, 1041 b 11-33. Perché la sillaba non è gli elementi? e L’excursus fonologico
del Teeteto e la testualità platonica. A cosa pensiamo quando parliamo di
‘elementi’ e ‘sillabe’? Il primo deriva da una relazione tenuta a Lecce nel
luglio del 2008, il secondo da una relazione tenuta a Palermo per il Conve-
gno Internazionale ‘Platone: la teoria del sogno nel Teeteto’ organizzato dal
mio predecessore Giuseppe Mazzara per festeggiare il suo pensionamento e
successivamente pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Akademia Verlag.
I due saggi sono speculari, perché i passi che analizzano sono strettamente
intrecciati: il passo della Metaphysica costituisce infatti la risposta aristote-
lica all’aporia sollevata da Platone in conclusione del Teeteto e introdotta
dalla celebre prolusione (‘ascolta un sogno in cambio di un altro sogno’)
che diede il titolo al convegno. Si tratta di saggi entrambi scritti quando già
insegnavo a Palermo, e mi apprestavo a succedere a Peppino (Giuseppe Maz-
zara, appunto) sulla cattedra di Filosofia antica. L’aporia finale del Teeteto
suona così: se la sillaba è la somma dei suoi elementi, e l’elemento semplice
è inconoscibile e indefinibile, come somma di inconoscibili e indefinibili
la sillaba sarà anch’essa inconoscibile e indefinibile. Se invece la sillaba è
un’unità a sè stante, diversa da una semplice somma di elementi, a maggior
ragione essa sarà inconoscibile e indefinibile perché parteciperà della natura
semplice dell’elemento. Platone non dà soluzione al problema, ma mette
apertamente in ridicolo l’idea che la sillaba sia una semplice somma di ele-
menti. La questione mi dà la possibilità di ritornare al termine stoicheion,
aggiungendo un nuovo tassello. In un passo delle Storie di Erodoto, stoichos
designa il singolo strato nella costruzione di una piramide a terrazze. Divie-
ne così ancor più chiara l’allusione a un ordinamento gerarchico, verticale,
implicito nel termine e suffragato anche da un’isolata attestazione di Aristo-
fane. Implicito in Platone, ma segretamente alla base dell’aporia finale del
Teeteto, il problema troverà la sua definitiva chiarificazione e soluzione nella
conclusione del libro Z della Metaphysica – e passiamo così all’altro saggio.
In Metaph. Z 17 si dice esplicitamente che la sillaba non si riduce alla
somma dei suoi elementi – si tratta, come è evidente, di una ripresa letterale
dell’aporia finale del Teeteto – così come la carne non è solo fuoco e terra, ma
è anche ‘qualche altra cosa’) (alla kai heteron ti), e quest’altra cosa è l’essenza

15
Studi di fonetica greca

o forma, che fa essere questa sillaba una sillaba e questo pezzo di carne un
esempio di carne. «Questa natura è l’essenza, che non è elemento (stoicheion)
ma principio (arché)». A cosa allude Aristotele con queste enigmatiche
parole? E perché esse costituiscono una geniale soluzione all’aporia finale del
Teeteto? A mio parere, perché Aristotele, fonetista ben più esperto di Platone,
ha teorizzato la natura non solo fonetica, ma anche e soprattutto prosodica
della sillaba, e ha riconosciuto in essa una struttura gerarchica, che ha alla
base una quantità vocalica espressa nella misura di una sillaba greca (breve
o lunga). L’indicatore di durata non è elemento ma principio della sillaba,
e difatti non è della stessa natura degli elementi. L’indicatore di durata
dunque, e la gerarchia fonetico-prosodica di costruzione del suono cui esso
presiede, sono il quid che rende la sillaba un’essenza e una natura unitaria
(ousia kai physis tis hekaste), diversa da una semplice somma additiva di
elementi. Ciò troverà conferma nel saggio che chiude questa raccolta.
Occorre ora menzionare il penultimo saggio, La teoria secondo cui
la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica? Pubblicato solo nel 2011,
l’articolo è tuttavia basato su una traccia molto più antica, che deriva da una
relazione da me tenuta per un convegno del Centro Interuniversitario per
la storia della tradizione aristotelica, del cui Comitato esecutivo faccio parte,
nel dicembre del 2006. È opinione comune che la teoria secondo cui la voce
proviene dal cuore sia di derivazione stoica. Ci induce a crederlo Galeno,
che contro questa teoria, e contro gli Stoici che l’avrebbero sostenuta, si
scaglia nel De Placitis Hippocratis et Platonis. In realtà, e come a me era
noto già ai tempi della mia tesi di laurea (1984-1985), la teoria secondo cui
la voce proviene dal cuore è in realtà aristotelica. O meglio: Aristotele è
il suo primo e più coerente formulatore, mentre gli Stoici ne sono solo
pallidi epigoni. Eccellente conoscitore delle opere, biologiche e non, di
Aristotele, Galeno non può ignorarlo. Allora perché passa la cosa sotto
silenzio? A questo interrogativo, che rappresenta un vero e proprio giallo
nella storia delle teorie fonetiche, non è facile dare soluzione. Una possibilità
è che Galeno non intenda mettere sotto accusa l’auctoritas di Aristotele,
che idolatra in campo logico, assai meno in campo medico, ma che non
oserebbe comunque mai mettere alla berlina, come fa con gli Stoici. Un’altra

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Introduzione

possibile soluzione passa per il difficile rapporto che unisce, e insieme divide,
Aristotele e Galeno. Galeno conosce a menadito le opere di Aristotele e
ne riconosce, come abbiamo già detto, i meriti logici. Ma nel campo della
medicina preferisce spesso occultarlo, costruendo come propria auctoritas
un mostro bicefalo e inesistente, l’Ippocrate-Platone dei Placitis. Gelosia
per il maestro di color che sanno? Invidia per ‘il miglior medico che è anche
filosofo’ in una misura che Galeno non potrà mai eguagliare? Ai posteri
l’ardua sentenza. A me basta aver restaurato la paternità aristotelica della
teoria.
E andiamo ora, last but not least, al saggio che chiude questa raccol-
ta. Il titolo, semplice, suona così: La teoria della sillaba della Poetica di
Aristotele. Dietro questa semplicità si cela ormai più di un trentennio di
studi, e un libro dattiloscritto (1987) di più di quattrocento pagine. Posso
dunque ben dire di conoscere a fondo l’argomento. Motivo occasionale
dell’articolo è una relazione da me tenuta all’Università di Pescara nell’aprile
del 2013 su invito dell’amico e collega Domenico Russo, che avrebbe anche
dovuto curare un volume di Atti. Il volume, per quanto ne so, non è ancora
uscito. Ringrazio gli amici e colleghi Stefano Gensini e Giovanni Manet-
ti di averne pubblicato una versione rimaneggiata e ampliata nella rivista
«Blityri» (2013). La Poetica di Aristotele è notoriamente un testo difficile; il
suo xx capitolo un testo ai più incomprensibile; le definizioni di ‘sillaba’
(syllabé) e ‘articolazione’ (arthron) i suoi passaggi più ardui. Dell’arthron
aristotelico mi sono occupata a più riprese: nel già citato volume del 1997,
L’articolazione lingustica, e in un volume cui ho lavorato circa dieci anni,
From Biology to Linguistics: The Definition of Arthron in Aristotle’s Poetics,
che uscirà nel 2018 per i tipi della Springer. Della definizione di sillaba della
Poetica mi occupo invece da tutta la vita. Strano che in più di trent’anni
su questo tema monografico sia da me stato pubblicato solo questo breve
articolo. Breve ma denso, devo dire. Credo infatti, in esso, di aver risol-
to, nell’essenziale, non «tutti i problemi», come voleva Wittgenstein, ma
almeno i problemi principali legati alla definzione di sillaba della Poetica.
Come è noto, il suo problema principale, o almeno il più eclatante, è legato
a uno stranissimo esempio: «anche infatti gr è sillaba senza a, ma anche

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Studi di fonetica greca

con a, come in gra». Con buona pace di Walter Belardi, il problema non
si può risolvere attribuendo, semplicemente, ad Aristotele «l’intuizione
del possibile ruolo acrosillabico degli hemiphona». In questo curioso testo
Aristotele non dice infatti solo che gr è sillaba, ma dice che lo è sia con che
senza a, come in gra. Se ne ricava l’impressione che, secondo Aristotele, le
vocali si possono aggiungere e togliere dalla sillaba a piacimento. Com’è
ovvio non è così. Ma allora? Il problema si risolve, a mio avviso, in tre
passaggi: 1. mettendo in stretta relazione la definizione di ‘sillaba’ con quella,
precedente, di ‘elemento’, e con la classificazione tripartita in essa introdotta;
2. dando il giusto valore, in questa tripartizione, al sintagma ‘voce udibile’
(phoné akousté) che non è un semplice sinonimo del termine ‘voce’ (phoné);
3. ipotizzando due distinti valori del termine syllabé, uno (sillaba fonetica)
derivante dall’unione di un aphonon con un termine avente phoné akousté
(gr), e uno (sillaba prosodica) derivante dall’unione di uno o più aphona, o
elementi che come tali si comportano nel contesto della sillaba, con un pho-
neen dotato non solo di voce, ma di una struttura prosodica. Scompare così
ogni stranezza e contraddizione: e la geniale mente di Aristotele definisce la
sillaba come elemento unitario e finito, e al tempo stesso formato in base a
regole ricorsive (gr, gra).
Ho deciso di raccogliere questi saggi in un volume perché alcuni, so-
prattutto i primi, erano diventati di assai difficile reperimento. Spero di aver
reso, con ciò, un servizio alla comunità scientifica, oltre che a molti miei
laureandi, e di invogliare altri studiosi, magari più giovani, a studiare gli
stessi argomenti, oggi un tantino desueti. Certo, molti interrogativi, soprat-
tutto nella mia vita, rimangono aperti. Continuerò a occuparmi di fonetica
greca? Pubblicherò mai il libro sulla sillaba? Il tempo lo dirà. Intanto mi sia
consentito di ringraziare chi mi ha aiutato a scrivere e a pubblicare questo
volume. I Proff. Antonino Giuffrida e Andrea Le Moli, per aver accettato
di pubblicare il libro nella loro collana; il mio collaboratore e amico dott.
Marco Antonio Pignatone per il suo indefesso e preziosissimo lavoro di
revisione; i miei amici filosofi antichi e del linguaggio, come i Proff. Marco
Carapezza e Francesco (Ciccio) La Mantia, per le belle discussioni di questi
anni, gli amici e colleghi Prof. Federico Albano Leoni, Stefano Gensini,

18
Introduzione

Giovanni Manetti, per i suggerimenti e incoraggiamenti plurilustri, il com-


pianto, immenso linguista Tullio De Mauro, con cui tante volte ho discusso
questi temi, il Maestro Daniele Puglisi, che ha visto nascere solo l’ultimo
di questi, per il suo prezioso sostegno. Dedico questo libro al mio maestro
Franco Lo Piparo, in memoria del lungo tratto di vita percorso insieme,
e glielo offro come dono, spero gradito, a conclusione della sua lunga e
feconda carriera.

Palermo 8 gennaio 2018

19
Capitolo 1

Tre modelli di produzione della voce: Ip-


pocrate, Aristotele, Galeno

Il pensiero greco è l’unico ad aver, per così dire, estratto tutti i propri concetti da
un’analisi linguistica 1
La compresenza nel greco λόγος delle idee di linguaggio e di ragione esprime e
condiziona nello stesso tempo una concezione dei rapporti del linguaggio e del
pensiero che ispira più o meno coscientemente tutta la filosofia greca: non è il
linguaggio che è interpretato come espressione del pensiero, ma inversamente il
pensiero è inteso come un sistema analogo al linguaggio 2

1.1
A partire dagli anni Venti di questo secolo, molti dei più penetranti tentativi
di esegesi del mondo greco si incontrano sul seguente punto di vista: la
riflessione filosofica e scientifica nasce in Grecia come analisi linguistica. 3
I principali concetti non solo della cosidetta “filosofia”, ma anche della

1
Lanza (1972: 392).
2
Aubenque (1967: 24).
3
Cfr. Stenzel (1921: 89 sgg.); Snell (1929: 243-260); Hoffmann (1923), Hoffmann (1925).
Solo per fare alcuni esempi autorevoli. La tradizione di studi tedeschi rappresentata dagli
Studi di fonetica greca

fisica, della cosmologia, della medicina debbono molto ad una riflessione sul
significato delle parole in uso, e sugli strumenti sintattici, semantici e lessicali
a disposizione della lingua greca. 4 La considerazione del linguaggio, nella
sua indissolubilità dal pensiero e dalla stessa realtà fisica e fenomenologica,
sembra dunque essere stato il principale Leitmotiv nell’orchestrazione del
pensiero greco. Non resta ora che domandarsi: come nasce, in Grecia,
la riflessione sul linguaggio? Con quali strumenti teorici, e su quali dati
empirici ed induttivi, i Greci hanno costruito la loro visione della lingua?
Una linguistica autonoma, che consideri il linguaggio un oggetto al-
la stregua di altri oggetti, nasce in Grecia sorprendentemente tardi. 5 In
compenso, risulta impossibile parlare di cosmologia, di natura, di essere,
senza parlare di linguaggio. Vano sarà dunque, almeno fino ad epoca tarda,
ricercare equivalenti greci del nostro modo di fare linguistica. E ancor più
vano risulterà il tentativo di ritagliare, all’interno della riflessione greca sul
linguaggio, porzioni di saperi autonomi e tecnicizzati corrispondenti alla
nostra fonologia, lessicologia, sintassi e semantica.
Sarebbe tuttavia un errore credere che, prima della Stoa o di Dioni-
sio Trace, la riflessione linguistica in Grecia rimanga un nulla di fatto. La
considerazione teorica del linguaggio, visto come voce capace di significare,
accompagna al contrario il pensiero greco in tutte le sue fasi. Fino a questo
momento ciò è sfuggito all’osservazione per l’abitudine di proiettare su altre
epoche concetti e metodi propri della nostra scienza. Rispetto ad un’op-
zione teorica fondamentale, la riflessione greca e odierna sul linguaggio si
collocano infatti su opposti versanti. Per i padri della linguistica struttu-
rale, i concreti dispositivi di pronuncia della voce sono elementi esterni

autori sopra citati è stata in Italia ripresa da Calogero (1967); Calogero (1968); in Francia
da Aubenque (1962); in Germania da Wieland (1962).
4
Una coerente applicazione di questo principio in Wieland (1962). Il volume di Wieland
può essere considerato la migliore monografia mai dedicata alla Fisica di Aristotele, e
uno dei più penetranti contributi alla comprensione del suo pensiero in generale.
5
Non prima, cioè, della Τέχνη γραμματική di Dionisio Trace, solitamente fatta risalire
al II sec. a. C. e che forse è molto più tarda. Cfr. Di Benedetto (1958: 169-210; 28; 1959,
pp. 87-118); Di Benedetto (1973: 797-814); Di Benedetto (1990: 19-39).

22
Capitolo 1. Tre modelli di produzione della voce

alla lingua, 6 e la voce stessa una tra le tante possibili materie che rendono
manifestabile la forma linguistica. 7 Per autori come Ιppocrate o Aristotele,
il linguaggio è invece in prima istanza voce.

1.2
La riflessione sul linguaggio nasce in Grecia insieme con la definizione di
voce. Nei testi della tradizione scientifica greca, la voce non è tuttavia definita
per sé, ma sempre in relazione alla voce articolata. La voce non è dunque
oggetto di uno studio meramente fisico e fisiologico; essa è vista piuttosto
come via d’accesso al linguaggio considerato nella sua capacità di significare.
Ciò risulterà chiaro osservando le diverse formulazioni greche di “voce”
(φωνή) e “voce articolata” (διάλεκτος). 8
Le principali fonti per la definizione di voce e voce articolata sono quelle
in cui compaiono ipotesi sui dispositivi di produzione dell’una e dell’altra.
Si delineano così tre tappe fondamentali della sua storia: la trattatística
ippocratea, le opere biologiche di Aristotele e la medicina di Galeno.
La prima attestazione del binomio “voce/voce articolata” è nel De carni-
bus, un trattato minore del Corpus hippocraticum 9 databile intorno alla pri-
ma metà del IV sec. a. C.; 10 un confronto approfondito con il più antico De
morbo sacro permette tuttavia di attribuire ai due trattati un nucleo teorico
comune. Aristotele ha certamente presente la definizione ippocratea di voce

6
È la nota opinione di F. de Saussure. Cfr. Saussure (1922: 21, 36, 56, 164 et passim), ed
inoltre Saussure (1922: nn 45, 65, 76, 103 e 234 nella traduzione di De Mauro).
7
Cfr. Hjelmslev (1943: 110-1). Simili suggestioni hanno indubbiamente ispirato il para-
digma chomskiano, che vede nella sintassi un componente linguistico autonomo, in sé
indipendente dalle sue possibili interpretazioni sul piano fonologico e semantico; cfr.
Chomsky (1965: 56, 114 et passim).
8
Ampia documentazione sulla fortuna delle definizioni di “voce” e “voce articolata” nel
mondo greco e latino in Ax (1986).
9
Littré 8, pp. 606-8.
10
Cfr. Deichgräber (1935); Diller (1973); Joly (1978); Spoerri (1983).

23
Studi di fonetica greca

articolata, e la riprende nell’Historia animalium. 11 Nell’ottavo paragrafo


del libro Β del De anima 12 Aristotele definirà invece la voce, sottolineando
la sua differenza dal suono e centrando il problema dell’espressività e della
semanticità linguistica. Pertinenti alla ricostruzione della teoria aristotelica
della voce sono inoltre quasi tutti i trattati inclusi nelle opere biologiche. Il
De voce di Galeno è purtroppo perduto; da osservazioni contenute altrove
possiamo tuttavia ricostruire con buona approssimazione la sua teoria della
voce.
Individuate così le principali tappe della nostra ricostruzione, possiamo
ora esaminare le diverse definizioni di “voce” e “voce articolata”.

1.3
1. L’autore del De carnibus individua nella lingua il principale operatore di
formazione della voce articolata. I movimenti della lingua non producono
tuttavia autonomamente suono, ma modificano un suono prodotto con
il concorso dell’aria. Questo suono si chiama ‘voce’. Si dice dunque che la
lingua (γλῶσσα) articola la voce (φωνή): e il risultato di questo processo si
chiama “voce articolata” (διάλεκτος).13

11
Hist. an. Δ 535 a 27-536 b 23. Su questa definizione cfr. Ax (1978: 245-71); Zirin (1980:
325-47); Lo Piparo (1988: 83-101).
12
De an. 420 b 5-421 a 5.
13
De carn. § 18 (Littré 8, 608): ῾Η δὲ γλῶσσα ἀρθροῖ προσβάλλουσα· ἐν τῳ φάρυγ-
γι ἀποφράσσουσα καὶ προσβάλλουσα πρὸς τὴν ὑπερώην καὶ πρὸς τὰς ὀδόντας
ποιεῖ σαφηνίζειν· ἢν δὲ μὴ ἡ γλῶσσα ἁρθροῖ προσβάλλουσα ἐκάστωτε, οὐκ ἂν
σαφέως διαλέγοιτο, ἀλλ’ ᾗ ἕκαστα φύσει τὰ μονόφωνα. Τεκμήριον δέ ἐστι του-
τέῳ, οἱ κωφοὶ οἱ ἐκ γενεῆς οὐκ ἐπίστανται διαλέγεσθαι, ἀλλὰ τὰ μονόφωνα μό-
νον φωνέουσιν, οὐδ’ εἴ τις τὸ πνεῦμα ἐκπνεύσας πειρῷτο διαλέγεσθαι... Οὕτως
ἔχει περὶ φωνῆς ἴσως καὶ διαλέξιος. «La lingua articola accostandosi: ritirandosi
verso la gola ed accostandosi contro il palato, contro i denti fa sì che ci si esprima distin-
tamente; se la lingua non articolasse, accostandosi di volta in volta, non si parlerebbe
distintamente, se non per quanto attiene a ciascuno dei suoni di natura esclusivamente
vocale. Prova ne è che i sordi congeniti non imparano a parlare, ma emettono solo vocali;
né (riuscirebbe nel suo intento) chi cercasse di parlare solo espirando il fiato. ...Così
stanno probabilmente le cose a proposito di voce e voce articolata».

24
Capitolo 1. Tre modelli di produzione della voce

2. Anche per Aristotele la διάλεκτος è φωνή articolata per mezzo della


lingua (γλῶσσα). Pertinenti alla produzione dell’una sono lingua, labbra e
denti; dell’altra, in prima istanza, polmoni e laringe.14 La voce è pertanto pro-
dotta esclusivamente dall’apparato respiratorio. La cavità orale e le sue parti
articolano poi la voce, trasformandola in un prodotto fonico composito i
cui elementi minimi sono detti γράμματα.
3. Galeno, infine, si limita a riprendere la definizione di Aristotele;
l’unico elemento originale è rappresentato dalla menzione delle fosse nasali
tra gli operatori di formazione della διάλεκτος.15

14
Hist. an. Δ 535 a 27-535 b 1: Φωνὴ καὶ ψόφος ἕτερόν ἐστι, καὶ τρίτον διάλεκ-
τος. Φωνεῖ μὲν οὖν οὐδενὶ τῶν ἄλλων μορίων πλὴν τῷ φάρυγγι· διο ὅσα μὴ
ἔχει πλεύμονα οὐδὲ φθέγγεται· διάλεκτος δ’ ἡ τῆς φωνῆς ἐστι τῇ γλώττῃ διά-
ρθρωσις. Τὰ μὲν οὖν φωνήεντα ἡ φωνὴ καὶ ὁ λάρυγξ ἀφίησιν, τὰ δ’ ἄφωνα ἡ
γλῶττα καὶ τὰ χείλη· ἐξ ὧν ἡ διάλεκτος ἐστιν. Part. an. Β 660 a 14-25: ῾Υπὸ δὲ
τὸν οὐρανὸν ἐν τῷ στόματι ὴ γλῶττα τοῖς ζῷοις ἐστί ... ῾Ο μὲν οὖν ἄνθρωπος
ἀπολελυμένην τε καὶ μαλακωτάτην ἔχει τὴν γλῶτταν καὶ πλατεῖαν... πρὸς τὴν
τῶν γραμμάτων διάρθρωσις καὶ πρὸς τὸν λόγον ἡ μαλακὴ καὶ πλατεῖα χρήσι-
μος· συστέλλειν γὰρ καὶ προβάλλειν παντοδαπῆ τοιαύτη οὖσα καὶ ἀπολελυμέ-
νη μάλιστ’ ἂν δύναιτο. lb. Γ 661 b 13-5: Μάλιστα δὲ καὶ τούτοις (sc. τοῦ ἀνθρώπου
ὀδόντας) τοιούτοις καὶ τοσούτοις προς τὴν διάλεκτον· πολλὰ γὰρ προς τήν γέ-
νεσιν τῶν γραμμάτων οἱ πρόσθιοι τῶν ὀδόντων συμβάλλονται. «Voce e suono
sono due cose differenti, e una terza è la voce articolata. La voce si produce esclusiva-
mente per mezzo della laringe: per questo chi non ha polmoni non produce voce; la
voce articolata è invece articolazione della voce per mezzo della lingua. Voce e laringe
emettono dunque le vocali, lingua e labbra le non-vocali: e di. queste si compone la. voce
articolata». «Entro la cavità orale, sotto la volta del palato, gli animali hanno la lingua.
..Ora, l’uomo ha la lingua massimamente sciolta e morbida, oltre che piatta. ...La lingua
morbida e piatta è utile per il linguaggio e per l’articolazione delle sue unità minime;
essendo così conformata, ed inoltre sciolta, potrà infatti ritirarsi ed avanzare in tutte le
direzioni». «E anche i denti umani sono così conformati e in tal numero per la voce
articolata; i denti davanti concorrono infatti in larga misura alla produzione delle sue
unità minime».
15
De lociis affectiis (Kühn VIII, 266-7): οὑ ταύτόν ἐστι φωνὴ καὶ διάλεκτος, ἀλλ’ ἡ
μὲν φωνὴ τῶν φωνητικῶν ὀργάνων ἔργον, ἡ διάλεκτος δὲ τῶν διαλεκτικῶν, ὧν
τὸ μὲν κυριώτατόν ἐστι ἡ γλῶττα, συντελεῖ δ’ οὐ σμικρὸν ἥ τε ῥις καὶ τὰ χείλη
καὶ οἱ ὀδόντες. Ib. 272: ἡ δὲ γλῶττα, διαρθροῦσα τὴν φωνήν, εἰς τὸ διαλέγεσθαι
χρήσιμος ὑπάρχει, συντελούντων δ’ εις τοῦτο και τῶν ὀδόντων καὶ τῶν χειλῶν,
ἔτι τε τῶν κατὰ τὴν ῥίνα συντρήσεων. «Voce e voce articolata non sono lo stesso; la
25
Studi di fonetica greca

Ippocrate, Aristotele e Galeno concordano dunque, nell’essenziale, circa


la definizione di “voce articolata”: per ciascuno dei tre autori in questione,
la διάλεκτος è φωνή articolata per mezzo della lingua. La διάλεκτος è ot-
tenuta a partire dalla φωνή sottoponendo quest’ultima a un nuovo ciclo
di operazioni articolatorie svolte dagli organi della cavità orale. La φωνή
subisce così un processo di differenziazione interna (διάρθρωσις), che per-
mette la costruzione di unità dotate di fisionomia e potenzialità semantiche
autonome.
Una simile definizione di voce articolata ha notevoli conseguenze sulla
rappresentazione fonetica del linguaggio. Secondo questa definizione, le
operazioni articolatorie a livello della cavità orale possono essere eseguite
solo a partire dalla voce. 16 Gli elementi non vocali possono pertanto essere
realizzati solo a partire da una vocale.17 Da ciò si conclude che l’unità minima
di produzione della voce articolata non è il singolo fonema, ma la sillaba. 18

voce è infatti opera degli organi fonatori, mentre la voce articolata è opera degli organi
della parola, di cui il più importante è la lingua, ma concorrono non poco anche il
naso, le labbra ed i denti». «La lingua, articolando la voce, è utile per il linguaggio; ma
concorrono alla sua produzione anche i denti e le labbra, ed oltre a questi anche le fosse
nasali».
16
Per Aristotele infatti «materia prima del linguaggio è la voce» (Τοῦ δὲ λόγου ὕλην
εἶναι τὴν φωνήν; Gen. an. E 786 b 21).
17
Nel De carnibus sopra citato le vocali sono dette τὰ μονόφωνα. Ciò sembra suggerire
che l’unità minima del suono linguistico possa presentarsi in due varietà: elementi
vocali isolati (sillabe del tipo V); elementi vocali che fungono da supporto per strategie
articolatorie di altro tipo (sillabe di tipo CV, CCV, etc.). Per Platone le vocali differiscono
da tutti gli altri elementi perché costituiscono il presupposto della loro associazione (cfr.
Soph. 253 a). Aristotele infine afferma che, paragonati ai suoni del linguaggio, gli enti si
ridurrebbero a un numero limitato di unità minime (στοιχεῖα), e la loro comune unità
di misura sarebbe una vocale (cfr. Met. Ι 1054 a 1-2).
18
Per Platone, i bambini apprendono i γράμματα «quando percepiscono correttamente
ciascun elemento entro le sillabe più brevi e semplici» (Pol. 277 e). Ancor più categorico
Aristotele, per il quale la sillaba non si riduce agli elementi che la compongono (Met. Z
1041 b 11-32), ed è per questo modello della αἰσθητὴ οὐσία, ossia dell’organismo vivente:
perché solo l’organismo è autosufficiente, non le sue parti (cfr. Met. Ζ 1041 b 11 sgg., Η
1043 b 4-11). Su questo paragone si veda Lo Piparo (1989: 21-26).

26
Capitolo 1. Tre modelli di produzione della voce

Non si può non apprezzare l’acutezza di una simile analisi, che nelle sue
linee fondamentali concorda, tra l’altro, con un modello fonetico che ha
recentemente ricevuto conferme sperimentali. 19 Non si tratta però qui di
andare a caccia di precursori: si tratta piuttosto di comprendere qual è la
logica sottesa ad una simile definizione di voce articolata. Ciò sarà possibile
solo esaminando le corrispondenti definizioni di voce.

1.4
Per Ippocrate, Aristotele e Galeno, la voce è un suono prodotto con il
concorso dell’aria. Assolutamente diverso è tuttavia il modo in cui i tre
autori ricostruiscono la dinamica dei processi respiratori.
1. Per l’autore del De carnibus, la voce è un suono prodotto dall’ur-
to dell’aria inspirata contro le pareti della cavità cranica, che essendo cava
riecheggia; l’aria inspirata è spinta da laringe e polmoni in direzione del-
la testa. 20 Si tratta di una ricostruzione fortemente controintuitiva della
dinamica dei processi respiratori, che riceve una spiegazione soltanto tenen-
do conto dell’encefalocentrismo dominante nel V sec. a. C. Teorizzato da
Alcmeone,21 Anassagora 22 e Diogene di Apollonia,23 l’encefalocentrismo
riceverà la sua più compiuta formulazione nel trattato ippocrateo De morbo
sacro.
Per l’autore del De morbo sacro un organo collocato nell interno della
cavità cranica, l’ἐγκέφαλος, è sede del pensiero perché “primo interprete

19
Cfr. Lieberman (1975), e la bibliografia ivi riportata.
20
De carn. § 18. (Littré 8, 606-8): Διαλέγεται δὲ διὰ τὸ πνεῦμα ἕλκων ἔσω ἐς πᾶν τὸ
σῶμα, τὸ πλεῖστον δέ ἐς τὰ κοῖλα αὐτος ἑωυτῷ· ἡ κεφαλὴ γὰρ ἐπηχεῖ... Οὕτως
ἔχει περὶ φωνῆς ἴσως καὶ διαλέξιος. «Si produce voce articolata attraendo innanzi-
tutto il respiro entro tutto il corpo, ma soprattutto entro le parti cave del corpo stesso: è
la testa infatti che riecheggia ...Così stanno probabilmente le cose a proposito di voce e
voce articolata».
21
Cfr. 24 A 8 e B 4 DK.
22
Cfr. 59 A 92 e 108 DK.
23
Cfr. 64 A 19 e 21 DK.

27
Studi di fonetica greca

dell’intelligenza dell’aria”,24 che procura vita, movimento e intelletto all’in-


tero universo e ai singoli organismi che lo compongono. L’ἐγκέφαλος è
pertanto organo del pensiero, perché è organo della respirazione. Quando
esalazioni umide interrompono il flusso continuo dell’aria dall’ambiente
all’organismo e dall’organismo all’ambiente, insorge l’epilessia, e il colpito ca-
de a terra “privo di voce e intelligenza”.25 Già responsabile della respirazione
e del pensiero, l’ἐγκέφαλος è anche l’organo da cui proviene la voce.
L’ἐγκέφαλος del De morbo sacro svolge dunque nel processo di fona-
zione lo stesso ruolo che nel De carnibus era svolto dall’interno della cavità
cranica; e nell’interno della cavità cranica esso è infatti posto. Da ciò conclu-
diamo che un identico modello di produzione della voce sta alla base dei
due trattati. Secondo questo modello, la voce proviene dall’ἐγκέφαλος e
l’ἐγκέφαλος è l’organo che pensa.26

24
De morbo sacro § 16 (Littré 6, 392): Κατὰ ταῦτα νομίζω τὸν ἐγκέφαλον δύναμιν
ἔχειν πλείστην ἐν τῷ ἀνθρώπῳ· οὗτος γὰρ ἡμῖν ἐστι, τών ἀπὸ τοῦ ἠέρος γινό-
μενων ἑρμενεύς...τὴν δὲ φρόνησιν αὐτῷ ὁ ἄηρ παρέχεται. Οἱ δὲ ὀφθαλμοὶ καὶ τὰ
οὔατα καὶ ἡ γλῶσσα καὶ αἱ χεῖρες καὶ οἱ πόδες οἶα ἄν ὁ ἐγκέφαλος γινώσκῃ, το-
ιαῦτα πρήσσουσιν· γίνεται γὰρ παντὶ τῷ σώματι φρονήσιος, ὡς ἄν μετέχῃ τοῦ
ἠέρος. ᾿Ες δὲ τὴν ξύνησιν ὁ ἐγκέφαλός ἐστιν ὁ διαγέλλων· ὁκόταν γὰρ σπάσῃ
τὸ πνεῦμα ὥνθρωπος ἐς ἑωυτόν, ἐς τὸν ἐγκέφαλον πρῶτον ἀφικνέεται, καὶ οὕτ-
ως ἐς τὸ λοιπὸν σῶμα σκίδναται ὁ ἀήρ, καταλιπών ἐν τῷ ἐγκεφάλῳ ἑωυτοῦ τὴν
ἀκμὴν καὶ ὅ τι ἄν ᾖ φρόνιμόν τε καὶ γνώμην ἕχον. «Per queste ragioni ritengo che
il cervello abbia nell’uomo il massimo potere: esso è infatti per noi l’interprete di ciò
che proviene dall’aria... l’intelligenza è infatti procurata al cervello dall’aria. Occhi e
orecchie, lingua, mani e piedi, quel che il cervello intende, questo fanno: tutto il corpo
partecipa infatti di intelligenza, in quanto partecipa dell’aria. Ed il cervello è il messaggero
della comprensione: quando infatti l’uomo attira verso di sé il respiro, questo giunge
in primo luogo al cervello, ed è in questo modo che l’aria si indirizza verso le varie altre
parti del corpo, dopo aver lasciato al cervello la sua parte migliore, e quanto in essa vi è di
cognizione e intelletto».
25
De morbo sacro § 7 (Littré 6, 372-3): ὥστε, ἐπειδὰν ἀποκλειστῶσιν αἱ φλέβες τοῦ
ἠέρος ὑπὸ τοῦ φλέγματος καὶ μὴ παραδέχωνται, ἄφωνον καθιστᾶσι και ἄφρονα
τὸν ἄνθρωπον. «Dimodoché, quando a causa del flegma le vene si chiudono all’aria e
non la lasciano più passare, l’uomo cade a terra privo di voce e intelligenza».
26
Cfr. Laspia (1996), (1997).

28
Capitolo 1. Tre modelli di produzione della voce

2. Nella biologia aristotelica all’ἐγκέφαλος non è più assegnato alcun


primato cognitivo né alcun ruolo nei processi respiratori; vediamo ora quali
siano le conseguenze per la teoria della voce. Per Aristotele, la voce è un
suono prodotto dall’urto dell’aria inspirata contro la trachea-arteria. La
voce è dunque, in prima istanza, prodotta dall’azione congiunta di laringe
e polmoni.27 Né l’una né gli altri sono tuttavia organi capaci di movimen-
to autonomo, ma entrambi ricevono il loro movimento dal cuore.28 Ma
nella biologia cardiocentrica di Aristotele il cuore è primo artefice non solo
dell’ematopoiesi,29 della respirazione 30 e della riproduzione,31 ma anche del
movimento locale,32 della sensazione,33 della rappresentazione 34 e del pen-

27
De an. Β 420 b 27-30: ὥστε ἡ πληγὴ τοῦ ἀναπνεουμένου ἀέρος ὑπο τῆς ἐν τού-
τοις τοῖς μορίοις ψυχῆς προς τὴν καλουμένην ἀρτηρίαν φωνή ἐστιν. Ib. 420 b
13-24: φωνὴ δ’ ἐστὶ ζῴου ψόφος, καὶ οὐ τῷ τυχόντι μορίῳ,...ὄργανον δὲ τῇ ἀναπ-
νοῇ ὁ φάρυγξ· οὗ δ’ ἕνεκα τὸ μόριόν ἐστι τοῦτο, πνεύμων. Cfr. Part. an. Γ 664 a
35-664 b 2: ἡ δὲ καλουμένη φάρυγξ καὶ ἀρτηρία συνέστηκεν ἐξ χονδρώδους σώ-
ματος· οὐ γὰρ μόνον ἀναπνοῆς ἕνεκέν ἐστι, ἀλλὰ καὶ φωνῆς, δεῖ δὲ τὸ ψοφήσειν
μέλλον λεῖον εἶναι καὶ στερεότητα ἔχειν. «È dunque voce l’urto dell’aria inspirata
contro la cosiddetta trachea-arteria ad opera del principio vitale sito in quelle parti». «La
voce è suono prodotto da un animale, ma non con una qualunque parte del suo corpo...
Organo della respirazione è la laringe; ciò a cui quest’organo è finalizzato è il polmone».
«La cosiddetta laringe-e-arteria è fatta di materiale cartilaginoso: non è infatti finalizzata
solo alla respirazione, ma anche alla voce, e ciò che è destinato a risuonare dev’essere liscio
ed avere rigidezza».
28
In De an. Β 420 b 23-4 la laringe è detta dipendere dal polmone. I movimenti della laringe
sono dunque subordinati al principio dell’attività respiratoria. Neppure il polmone è
tuttavia capace di movimento autonomo; infatti «organo della respirazione è il polmone,
che riceve il principio di movimento dal cuore» (Τοῦ δ’ ἀναπνεῖν ὁ πλεῦμων ὄργανόν
ἐστι, τὴν μὲν ἀρχὴν τῆς κινήσεως ἔχων ἀπὸ της καρδίας; Part. an. Γ 669 a 13-4).
Il cuore è dunque agente primo di tutti i movimenti respiratori.
29
Cfr. Part. an. Γ 665 b 7-8.
30
Cfr. De resp. 479 b 17-9; Part. an. Γ 664 b 17.
31
Cfr. Gen. an. Δ 776 a 12-3.
32
Cfr. Part. an. Γ666 a 13-6; De motu, 702 b 14-6 et passim.
33
Cfr. Part. an. Γ 665 b 11-3; 666 a 36-666 b 1 et passim.
34
Numerosi sono, come si è visto, i passi che menzionano il cuore come sede del sensorium
commune (κοινὴ αἴσθησις). Ora, «tanto la rappresentazione quanto la sensazione
coincidono localmente con l’intelletto» (καὶ γὰρ ἡ φαντασία καὶ ἡ αἴσθησις τὴν
αὐτὴν τῷ νῷ χώραν ἔχουσιν; De motu 700 a 19-20). Questo passo, da cui risulta
29
Studi di fonetica greca

siero.35 Infine, il cuore è anche l’organo da cui proviene la voce: “lì infatti è
il principio della voce”.36
Questa ricostruzione è ottenuta integrando la definizione del De anima
con dati anatomici e fisiologici esposti in altre opere; alle medesime conclu-
sioni si arriva tuttavia anche da una più attenta rilettura del solo De anima.
Secondo la definizione del De anima, la voce è urto dell’aria inspirata contro
le pareti della trachea-arteria; e l’urto è provocato dall’“anima sita nelle regio-
ni del cuore”.37 Ora, l’anima non è per Aristotele, come per noi, un principio
spirituale, è lo svolgersi dei processi vitali negli esseri viventi: 38 nutrizione,
respirazione, riproduzione, sensazione, movimento locale e pensiero. Ma
l’origine prima di tutti questi processi è il cuore, “principio della natura per
gli esseri dotati di sangue”: 39 “il cuore è infatti come un vivente in coloro
che lo posseggono”.40 L’“anima sita nelle regioni del cuore”, che per il De
anima è il primo agente di formazione della voce, è dunque il principio
vitale insito nel cuore stesso.

esplicitamente che il cuore è principio della φαντασία, è di enorme importanza per la


teoria della voce.
35
Cfr. anche De an. Γ § 3, da cui risulta che la facoltà del pensare (νοεῖν) e del rappresentare
(φαντάζεσθαι) coincide localmente con la sede della κοινὴ αὄσθησις (ib. 427 a 3-5).
Almeno sul versante delle teorie psicofisiologiche e fonatorie, la frammentarietà del
pensiero aristotelico voluta da Jaeger (1923) si rivela dunque un mito: ci troviamo di
fronte a un’unica, coerente teoria.
36
Gen. an. Δ 776 a 12-7: Τούτου δ’ ἀρχὴ καὶ τῶν φλεβῶν ἡ καρδία... ἡ ἀρχὴ τῆς
φωνῆς ἐντεῦθεν. Cfr. ib. 787 b 27-8: ...ἐκ τῆς φλεβός, ἧς ἡ ἀρχὴ ἐκ τῆς καρδίας
πρὸς αὐτῷ τῷ κινοῦντι τὴν φωνήν. «Principio di questo (ossia del seme) e delle vene
è il cuore...dal suo interno proviene il principio della voce»; «dalla vena il cui principio
è nel cuore, proprio accanto a ciò che muove la voce».
37
De an. Β 420 b 25-30: δεῖται δὲ τῆς ἀναπνοῆς καὶ ὁ περὶ τὴν καρδίαν τόπος πρῶ-
τος...ὥστε ἡ πληγὴ τοῦ ἀναπνεουμένου ἀέρος ὑπὸ τῆς ἐν τούτοις τοῖς μορίοις
ψυχῆς πρὸς τὴν καλουμένην ἀρτηρίαν φωνή ἐστιν. «La respirazione è necessaria
anche alla regione del corpo che circonda più da vicino il cuore... è pertanto voce l’urto
dell’aria inspirata contro le pareti della trachea-arteria ad opera del principio vitale sito in
quelle parti».
38
Cfr. De an. Β 412 a 27-8 et passim.
39
ἀρχὴ τῆς φύσεως τοῖς ἑναίμοις οὖσα (Part. an. Γ 665 b 22).
40
ἡ δὲ καρδία... οἷον ζῷόν τι πέφυκεν ἐν τοῖς ἔχουσιν (Part. an. Γ 666 b 17).

30
Capitolo 1. Tre modelli di produzione della voce

Una simile conclusione ci permette di esplicitare fino in fondo la teoria


aristotelica della voce e del linguaggio. Nel De anima Aristotele sottoli-
nea che non ogni suono prodotto dall’attività respiratoria è voce: “ma chi
produce l’urto dev’essere animato (e deve produrlo), insieme con una rappre-
sentazione mentale; la voce è infatti un suono capace di significare”.41 Ora,
abbiamo visto che il cuore, “vivente nel vivente”, è l’ἔμψυχον responsabile
del processo di formazione della voce. Ma il cuore è anche principio della
sensazione, del pensiero e di ogni attività cognitiva: in particolare, esso è
responsabile della rappresentazione (φαντασία).42 In conclusione: il cuore è
organo di formazione della voce, perché può produrre un’anomalia dell’atti-
vità respiratoria in corrispondenza di una rappresentazione mentale. Tanto
la respirazione quanto la rappresentazione e il pensiero sono infatti funzioni
del cuore. Voce e significato sono pertanto rappresentati come i due versanti
di un unico processo fisiologico. Per Aristotele dunque (seguito dagli Stoici,
che passarono poi impropriamente per gli inventori della teoria), 43 la voce
proviene dal cuore, e il cuore è l’organo che pensa.

1.5
Fino a questo momento ci siamo occupati di modelli biologici monocen-
trici, il primo encefalocentrico, il secondo cardiocentrico. Vediamo ora che
cosa accade nel modello policentrico di Galeno. Secondo Galeno, organo
del pensiero è il cervello, terminazione ultima dei nervi..44 La voce è inve-

41
De an. Β 420 b 29-33: οὐ πᾶς ζῴου ψόφος φωνή, ...ἀλλὰ δεῖ ἔμψυχόν τε εἶναι τὸ
τύπτον καὶ μετὰ φαντασίας τινός· σημαντικὸς γὰρ δή τις ψόφος ἐστὶν ἡ φωνή.
42
Cfr. De motu 700 a 19-20, citato.
43
Il principale responsabile dell’attribuzione di questa teoria agli Stoici è Galeno, che la
discute criticandola nel secondo libro del De Placitis Hippocratis et Platonis (Kühn V,
225 sgg).
44
De usu part. (Kühn III, 243): αἰσθήσεως ἀρχὴ καὶ νευρῶν ἁπάντων ἐν ἐγκεφάλῳ.
Cfr. I 243, V 520 et passim. De usu part. (Kühn III, 700): τὴν λογιστικὴν ψυχὴν
οἰκεῖν ἐν ἐγκεφάλῳ. Cfr. V 288, 521 et passim. «II principio della sensazione e della
totalità dci nervi è nel cervello». «L’anima razionale dimora nel cervello».

31
Studi di fonetica greca

ce prodotta dagli organi dell’apparato respiratorio.45 Per la prima volta ci


troviamo di fronte ad un modello biologico in cui la voce non è direttamen-
te prodotta dall’organo del pensiero. Ma l’argomentazione si conclude in
modo inaspettato. Il principale organo fonatorio è per Galeno la laringe,46
che con le sue contrazioni accompagnate dai movimenti dell’epiglottide 47
produce la voce. Ora, una serie di nervi, detti “nervi vocali”, congiungono
direttamente la laringe al cervello; 48 e poiché la conduzione degli impulsi
nervosi è istantanea, altrettanto istantanea risulta la traduzione del pensiero
in stimoli vocali. Anche nell’unico modello fisiologico in cui voce e pen-
siero sono prodotti da organi differenti, la traduzione dell’uno nell’altra è
esplicitamente teorizzata.

1.6
Dall’esame dei modelli di produzione della voce di Ippocrate, Aristotele e
Galeno si evincono, a nostro giudizio, le seguenti conclusioni. Le defini-

45
Comm. in Hipp. de hum. (Kühn XVI, 175): οὔσης γὰρ τῆς φωνῆς κινήσεως τῶν
ἀναπνευστικῶν ὀργάνων. Cfr. Kühn III, 525 et passim «Essendo il movimento della
voce (opera) degli organi respiratori».
46
De usu part. (Kühn III, 525): οὗτος (scil. ὁ λάρυγξ)...αὑτὸ τὸ πρῶτόν τε καὶ κυ-
ριώτατόν ἐστι τῆς φωνῆς ὄργανον. Cfr. IV 278, V 231 et passim. «Questa (ossia la
laringe), è il primo e di gran lunga il più importante organo della voce».
47
Cfr. Kühn III, 553; VIII, 50. A detta di Galeno, maggiori particolari sul ruolo
dell’epiglottide nei processi di fonazione erano forniti nel perduto De voce.
48
De usu part. (Kühn IV, 277-8): ἡ φωνὴ δὲ ὅτι κυριώτατον ἁπάντων ἐστι τῶν ψυχι-
κῶν ἐνεργειῶν, ἀγγέλλουσα τὰς τοῦ λογισμοῦ νοήσεις, ἐχρῆν δήπου καὶ ταύ-
την δημιουργεῖσθαι δι’ ὀργάνων ἐξ ἐγκεφάλου νεῦρα δεχομένων... ὁ λάρυγξ
ἐστὶ τὸ πρῶτόν τε καὶ κυριώτατον ὄργανον φωνῆς. Comm. In Hipp. de hom.
(Kühn XVI, 204): ἡ μὲν φωνὴ ἔργον ἐστι τῶν φωνήτικὼν ὀργάνων...φωνητικὰ
δὲ ὄργανά ἐστι λάρυγξ καὶ οἱ κινοῦντες αὐτόν μύες καὶ νεῦρα, ὅσα τὴν ἐξ ἐγκε-
φάλου παρακομίσει τούτοις δύναμιν. Cfr. Kuhn VIII, 50 et passim. «La voce, che è
la più importante di tutte le facoltà psichiche perché manifesta i pensieri della facoltà
razionale, era certo necessario che venisse prodotta da organi collegati ai nervi cerebrali...
la laringe è il primo e di gran lunga il più importante organo della voce». «La voce è
opera degli organi fonatori... Organi della voce sono la laringe, i muscoli che la muovono
e i nervi che trasmettono a questi ultimi la potenzialità che procede dal cervello».
32
Capitolo 1. Tre modelli di produzione della voce

zioni greche di voce e voce articolata non sono di pertinenza fonetica in


senso stretto; il loro fine è piuttosto quello di spiegare i rapporti tra voce
e significato. Per Ippocrate, Aristotele e Galeno la voce articolata è infatti
inseparabile dalla voce, e la voce è o direttamente emessa dall’organo del pen-
siero o prodotta da un organo (la laringe) direttamente collegato all’organo
del pensiero. Dunque:
1. Il sapere linguistico nasce in Grecia come definizione dei rapporti tra
voce e significato.
2. Non esiste sapere fonetico che consideri la voce facendo astrazione dal-
la sua capacità di significare, né sapere linguistico che consideri il significato
come indipendente dalla sua realizzazione vocale.
3. Di conseguenza, tutte le teorie che trattano così della voce sono in
realtà ipotesi sulla natura globale della funzionalità linguistica. Non si tratta
pertanto di teorie fonetiche in senso stretto, ma di vere e proprie teorie del
linguaggio.
È pertanto inesistente la presunta “misera ingenuità” dei Greci in mate-
ria di teoria del linguaggio; 49 . e altrettanto errata si rivela la convinzione che
vede negli Stoici gli iniziatori della riflessione linguistica.50 Tanto Ippocrate
quanto Aristotele (e Galeno) hanno infatti elaborato teorie linguistiche di
tutto rilievo. Il paradigma unitario che governa i tre modelli biologici qui
esaminati, ed in particolare quello di Aristotele, è inoltre molto più anti-
co. La convinzione secondo cui la voce è prodotta dall’organo del pensiero
risale addirittura ad Omero, che pone anche gli elementi delle successive
definizioni di “voce” e “voce articolata”.51
Da Omero a Galeno dunque, dall’origine oscura alle più tarde attesta-
zioni della testualità scientifica greca, per i Greci il linguaggio è un oggetto
costante di riflessione teorica.
Orizzonte riconosciuto della filosofia e della metafisica, il linguaggio è,
almeno fino al IV sec., centrale anche nelle indagini della scienza. È l’osser-

49
L’accusa di dürftige Naivität è mossa ad Aristotele da Steinthal (1890: 189).
50
Cfr. per esempio Robins, A Short History of Linguistics, London 1967, tr. it. Storia
della linguistica, Bologna 1971, p. 49.
51
Cfr. Laspia (1993).
33
Studi di fonetica greca

vazione del linguaggio che orienta infatti l’indagine sulla natura: perché “la
natura è causa di ordine, e l’intero ordine è discorso”.52

52
ἡ δὲ φύσις αἰτία πᾶσιν τάξεως... τάξις δὲ πᾶσα λόγος (Arist. Phys. Θ 252 a 13-4).

34
Capitolo 2

‘Voce’ e ‘voce articolata’. Omero e le ori-


gini della scienza greca

Un atteggiamento comune a molti manuali di storia della linguistica consiste


nel trasferire ad altre epoche concetti e metodi propri del nostro modo di
fare scienza; il passato si riduce così ad una lista di precursori. Valga come
esempio la storia della fonetica. Nel corso di questo secolo e del precedente,
la fonetica ha guadagnato lo statuto di disciplina linguistica autonoma,
delegata in primo luogo alla classificazione e allo studio dei fonemi. La storia
di questa disciplina viene pertanto da molti identificata con la preistoria
delle odierne classificazioni fonetiche.
I limiti di questo atteggiamento divengono più che mai chiari nei tenta-
tivi di ricostruzione del sapere linguistico in Grecia. La prima classificazione
esaustiva dei suoni della lingua greca si trova nella Τέχνη γραμματική di
Dionisio Trace, solitamente fatta risalire al II sec. a. C., e che forse è assai
più tarda.1 Ma l’interesse per i suoni del linguaggio è molto più antico; anzi
affonda le sue radici nelle origini stesse della grecità.

1
Secondo V. Di Benedetto l’opera tramandata con il titolo di Τέχνη γραμματική è
spuria, e va datata nel V sec. d.C.: Di Benedetto (1958: 169-210); 28 (1958), pp. 87-118; Di
Benedetto (1973: 797-814); Di Benedetto (1990: 19-39).
Studi di fonetica greca

La riflessione fonetica nasce in Grecia insieme con la definizione di


‘voce’. Nei testi della tradizione scientifica greca, la definizione di ‘voce’ non
sta tuttavia per sé, ma fa parte di un irrescindibile binomio: il binomio
“voce/voce articolata” (φωνή/διάλεκτος).2 ‘Voce’ e ‘voce articolata’ sono
per la prima volta esplicitamente definite nel De carnibus, un trattato minore
del Corpus hippocraticum.3 Il De carnibus non appartiene sicuramente al
nucleo originale della trattatistica ippocratea: 4 la sua data di composizione
non può probabilmente esser fatta risalire oltre gli ultimi anni del V sec. a.
C. 5 Un confronto approfondito con il più antico De morbo sacro permette
tuttavia di attribuire ai due trattati un nucleo teorico comune. Lo stato
della tradizione non permette di trarre conclusioni certe circa i Presocratici:
molti di essi hanno tuttavia certamente trattato il problema della voce.6
Dopo la sua nascita precoce, la differenza tra voce e voce articolata torna
costantemente a riproporsi nella storia del pensiero scientifico greco. La sua
più nota ed importante formulazione è dovuta ad Aristotele, e si trova in

2
Su voce e voce articolata cfr. Ax (1986).
3
Littré (1839: 576-615 e 606-608).
4
Insieme con il De victu, anch’esso composto tra fine V e inizio IV sec. a.C. (cfr. Fredrich
(1899: 217 ss.), e più recentemente Joly, 1967: XIV), il De carnibus fa parte dei trattati
ippocratei massicciamente influenzati dalla tradizione naturalistica presocratica ed in
particolare da Eraclito.
5
Per la datazione del De carnibus seguiamo Deichgräber (1935). A favore di questa datazio-
ne, e contro la vecchia ipotesi di una redazione tarda, addirittura postaristotelica del De
carnibus (Littré 1839: 384), si esprimono inoltre H. Diller (1973: 377), Joly (1978: 180-183),
e infine, con argomenti assai convincenti, Spoerri (1983: 57-70), al quale rimandiamo per
informazioni più dettagliate.
6
Un’esplicita differenza “voce/voce articolata” può essere attribuita con certezza solo
a Democrito, autore tra l’altro, secondo la tradizione, di un trattato dal titolo Αἰτίαι
περὶ φωνῶν, e di un Περὶ ἀνθρώπου φύσιος ἢ περὶ σαρκός. Cfr. Democrito, 68
B 5 DK, da confrontare con Aristotele, Hist. an. Δ 536 b 8-13, 536 b 19-29; Probl. X
38-39. Una definizione di voce è inoltre formulata da Alcmeone, Parmenide, Empedocle,
Archelao, Cleidemo, Anassagora. Queste definizioni sono pervenute solo per tradizione
indiretta; il loro oggetto sembra inoltre essere non la voce, ma il suono in generale.
Sull’uso controverso di φωνή nella tradizione presocratica si veda Ax (1986: 60-77).

36
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

un trattato di anatomia comparata, l’Historia animalium. 7 Le posizioni


di Aristotele verranno poi riprese, senza notevoli variazioni, dagli Stoici.
Galeno, infine, sarà l’ultimo a dare il suo contributo a questo tema. Il
binomio “voce/voce articolata” accompagna dunque in ogni sua fase la
riflessione scientifica in Grecia. Esaminiamo ora più da vicino le sue diverse
formulazioni.
Le principali fonti per la definizione di ‘voce’ e ‘voce articolata’ sono
quelle in cui compaiono ipotesi sui dispositivi fisiologici di produzione
dell’una e dell’altra. Si delineano così tre tappe fondamentali della sua storia:
la trattatistica ippocratea, le opere biologiche di Aristotele e la medicina di
Galeno. Cerchiamo ora di esplicitare somiglianze e differenze tra queste tre
formulazioni.
La prima cosa da notare è che la definizione di ‘voce articolata’ è identica
nelle tre formulazioni. La διάλεκτος (voce articolata) è φωνή (voce) artico-
lata per mezzo della lingua.8 Voce e voce articolata non sono dunque due

7
Hist. an. Δ 535 a 27-536 b 23. Su questa definizione cfr. Ax (1978: 245-771); Zirin (1980:
325-347); Lo Piparo (1988: 83-101).
8
Cfr. Hipp. De carnibus § 8 (Littré 8, 608): ῾Η δὲ γλῶσσα ἀρθροῖ προσβαλλυυσσ’ ἐν
τῷ φάρυγγι ἀποφράσσουσα καὶ προσβάλλουσα πρὸς τὴν ὑπερώην καὶ πρὸς τὰς
ὀδόντας ποιεῖ σαφηνίζειν· ἢν δὲ μὴ ἡ γλῶσσα ἀρθροῖ προσβάλλουσα ἑκάστοτε,
οὐκ ἂν σαφέως διαλέγοιτο, ἀλλ’ ᾗ ἕκαστα φύσει τὰ μονόφωνα. Τεκμήριον δέ
ἐστι τουτέῳ, οἱ κωφοὶ οἱ ἐκ γενεῆς οὐκ ἐπίστανται διαλέγεσθαι, ἀλλὰ τὰ μονό-
φωνα μόνον φωνέουοιν, οὐδ’ εἴ τις τὸ πνεῦμα ἐκπνεύσας πειρῷτο διαλέγεσθαι.
[...] Οὕτως ἔχει περὶ φωνῆς ἴσως καὶ διαλέξιος. Ar. Hist. an. A 535 a 27-535 b 1:
Φωνὴ καὶ ψόφος ἕτερόν ἐστι καὶ τρίτον διάλεκτος. Φωνεῖ μὲν οὖν οὐδενί τῶν
ἄλλων μορίων πλὴν τῷ φάρυγγι· διὸ ὅσα μὴ ἔχει πλεύμονα οὐδὲ φθέγγεται·
διάλεκτος δ’ ἡ τῆς φωνῆς ἐστι τῇ γλώττῃ διάρθρωσις. Τὰ μὲν οὖν φωνήεντα ἡ
φωνὴ καὶ ὁ λάρυγξ ἀφίησιν, τὰ δ’ ἄφωνα ἡ γλῶττα καὶ τὰ χείλη· ἐξ ὧν ἡ διάλεκ-
τός ἐστιν. Part. an. Β 660 a 14-25: ῾Υπὸ δὲ τὸν οὐρανὸν ἐν τῷ στόματι ἡ γλῶττα
τοῖς ζώοις ἐστί [...] ῾Ο μὲν οὖν ἄνθρωπος ἀπολελυμένην τε καὶ μαλακωτάτην
ἔχει τὴν γλῶτταν καὶ πλατεῖαν [...] πρὸς τὴν τῶν γραμμάτων διάρθρωσις καὶ
πρὸς τὸν λόγον ἡ μαλακὴ καὶ πλατεῖα χρήσιμος· συστέλλειν γὰρ καὶ προβάλ-
λειν παντοδαπῇ τοιαύτη οὖσα καὶ ἀπολελυμένη μάλιστ’ ἄν δύναιτο. Gal. De lo-
cis affectis (Kühn VIII, 266-267): οὐ ταὑτόν ἐστι φωνὴ καὶ διάλεκτος, ἀλλ’ ἡ μέν
φωνὴ τῶν φωνητικῶν ὀργάνων ἔργον, ἡ διάλεκτος δὲ τῶν διαλεκτικῶν, ὧν τὸ
μὲν κυριώτατόν ἐστι ἡ γλῶττα, συντελεῖ δ’ οὐ σμικρὸν ἥ τε ῥὶς καὶ τὰ χείλη καὶ

37
Studi di fonetica greca

oggetti teorici distinti; sono due tipi di operazioni articolatorie da eseguirsi


in sequenza. In tutte e tre le definizioni, la voce è infatti un suono prodotto
da organi interni al corpo con il concorso dell’aria espirata. La voce articolata
è ottenuta sottoponendo la voce a un nuovo ciclo di operazioni articolatorie,
eseguite dalla lingua e dagli organi della cavità orale. Tali operazioni hanno
il fine di differenziare la voce, di per sé omogenea.
Una simile definizione di διάλεκτος ha fondamentali conseguenze per
la rappresentazione fonetica del linguaggio. Secondo questa definizione, le
operazioni articolatorie della cavità orale sono inseparabili dalla voce; tutti i
suoni non vocali sono pertanto necessariamente prodotti a partire da una
vocale.9 L’unità minima di produzione autonoma della διάλεκτος non è
dunque il singolo fonema, ma la sillaba.10 A partire da questi presupposti,
le più antiche classificazioni fonetiche greche, che distinguono, secondo pos-

οἱ ὀδόντες. Ibid., 272: ἡ δὲ γλῶττα, διαρθροῦσα τὴν φωνήν, εἰς τὸ διαλέγεσθαι


χρήσιμος ὑπάρχει, συντελούντων δ’ εἰς τοῦτο καὶ τῶν ὀδόντων καὶ τῶν χειλῶν,
ἔτι τε τῶν κατὰ τὴν ῥίνα συντρήσεων.
9
Nel De carnibus sopra citato le vocali sono dette τὰ μονόφωνα. Ciò sembra suggerire
che l’unità minima del suono linguistico possa presentarsi in due varietà: elementi vocali
isolati (sillabe del tipo V); elementi vocali che fungono da supporto per strategie arti-
colatorie di altro tipo (sillabe di tipo CV, CCV, etc.). Per Platone le vocali differiscono
da tutti gli altri elementi perché costituiscono il presupposto della loro associazione (So-
ph. 253 a: Τὰ δέ γε φωνήεντα διαφερόντως τῶν ἄλλων οἷον δεσμὸς διὰ πάντων
κεχώρηκεν, ὥστε ἄνευ τινὸς αὐτῶν ἀδύνατον ἁρμόττειν καὶ τῶν ἄλλων ἕτερον
ἑτέρῳ). Aristotele infine afferma che, se tutti gli enti fossero suoni linguistici, essi si
ridurrebbero a un numero limitato di στοιχεῖα; e l’elemento primo (nel senso di co-
mune unità di misura) sarebbe una vocale (Met. Ι 1054 a 1-2: ὁμοίως δὲ καὶ ἐπὶ τῶν
φθόγγων στοιχείων ἂν ἦν τὰ ὄντα ἀριθμός, καὶ τὸ ἓν στοιχεῖον φωνῆεν).
10
Che la sillaba, e non l’elemento o fonema, sia l’unità minima di produzione della voce
articolata, è convinzione sia di Platone che di Aristotele. Per Platone, i bambini ap-
prendono i γράμματα «quando percepiscono correttamente ciascun elemento entro le
sillabe più brevi e semplici» (῎Οτι τῶν στοιχείων ἔκαστον ἐν ταῖς βραχυτάταις καὶ
ῥᾴσταις τῶν συλλαβῶν ἱκανῶς διαισθάνονται; Pol. 277 e). Ancor più categorico
Aristotele, per il quale la sillaba non si riduce agli elementi che la compongono (Met. Ζ
1041 b 11-32), ed è per questo modello della αἰσθητὴ οὐσία, ossia dell’organismo vivente:
perché solo l’organismo è autosufficiente, non le sue parti (cfr. Met. Ζ 1041 b 11 ss., Η
1043 b 4-11). Su questo paragone si veda Lo Piparo (1989: 21-26).

38
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

sesso e privazione, i φωνήεντα dagli ἄφωνα,11 con l’eventuale aggiunta di


una classe intermedia di μέσα o ἡμίφωνα,12 perdono la loro enigmaticità.13
Esse hanno tutte a loro fondamento la differenza tra voce e voce articolata.
Si pone allora la seguente domanda: perché i Greci attribuirono tanta im-
portanza alla voce? Perché solo alla voce, e non ad altri tipi di suono, come
per esempio gli ἡμίφωνα, autonomamente pronunciabili senza il concorso
di voce laringea, è riconosciuto il privilegio di far da necessario supporto al
linguaggio? 14 Per rispondere a queste domande, interroghiamo ancora una
volta i tre autori sopra citati.
Tanto Ippocrate, quanto Aristotele, quanto Galeno concordano nei
seguenti punti:
1. Tra voce e voce articolata sussiste un rapporto non di esclusione, ma
di inclusione. La voce articolata (διάλεκτος) è ottenuta dalla voce (φωνή)
sottoponendo la φωνή ad un nuovo ciclo di operazioni articolatorie ad
opera della lingua e degli organi della cavità orale. La voce subisce così un
processo di differenziazione (διάρθρωσις), che permette la costruzione di
unità dotate di fisionomia e potenzialità semantiche autonome;
2. Mentre le operazioni articolatorie che trasformano la φωνή in διά-
λεκτος avvengono a livello della cavità orale, il cui movimento è diretta-
mente osservabile, la φωνή è prodotta da organi interni al corpo, il cui
movimento è inosservabile e può essere ricostruito solo mediante ipotesi.

11
Autori delle classificazioni tripartite citate nella nota che segue, tanto Platone quanto
Aristotele riconoscono tuttavia come fondamentale la semplice bipartizione φωνήεν-
τα/ἄφωνα. Ciò è evidente ad esempio in Thaet. 203 b, dove il σ, che secondo le classi-
ficazioni del Cratilo e del Filebo rientrerebbe nei μέσα, è detto ἄφωνον (τό τε σῖγμα
τῶν ἀφώνων ἐστί, ψόφος τις μόνον, οἷον συριττούσης τῆς γλώττης). Salvo che
nel xx cap. della Poetica, anche Aristotele classifica i suoni del linguaggio sempre e solo
in φωνήεντα e ἄφωνα (cfr. Hist. an. Δ 535 a 31-535 b 2, Met. Δ b 22, Ζ 1041 b 16-17).
12
Cfr. Plat. Crat. 424 c, Phil. 18 b-c; Arist. Poet. 1456 b 25-31.
13
Per una diversa interpretazione di queste classificazioni e dei problemi in esse impliciti
cfr. Belardi, (1972: 21-102), ripubblicato con alcune modifiche in Belardi (1985: 20-86).
14
Aristotele dice esplicitamente che la φωνή è materia prima del λόγος (τοῦ δὲ λόγου
ὕλη εἶναι τὴν φωνήν; Gen. an. Ε 786 b 21). Ogni porzione significativa di linguaggio
(nome, verbo, proposizione) è infatti da Aristotele definita innanzitutto φωνή; cfr. Lo
Piparo (1988: 86-87).
39
Studi di fonetica greca

Vediamo ora come ciascuno dei tre modelli ricostruisce il dispositivo di


formazione della voce.
1. Per l’autore del De carnibus, la voce è un suono prodotto dall’urto
di aria inspirata contro le pareti della cavità cranica, che essendo cava rie-
cheggia.15 Per l’autore del De morbo sacro l’ἐγκέφαλος è sede del pensiero 16
perché accoglie l’aria, principio di intelligenza per l’intero universo.17 Quan-
do esalazioni umide interrompono la comunicazione dell’aria dall’ambiente
all’organismo e dall’organismo all’ambiente, insorge l’epilessia, e il colpito
cade a terra «privo di voce e intelligenza».18 L’ἐγκέφαλος assomma dun-
que in sé tre funzioni: respirazione, fonazione e pensiero.19 Da tutto ciò
concludiamo che l’ἐγκέφαλος del De morbo sacro svolge nel processo di
fonazione lo stesso ruolo che nel De carnibus era svolto dall’interno della
cavità cranica. Il De carnibus descrive tuttavia la fonazione da un punto di
vista puramente meccanico, mentre il De morbo sacro ne esplicita i presup-

15
Hipp.De carn. § 18 (Littré 8, 606-608): Διαλέγεται δὲ διὰ τὸ πνεῦμα ἕλκων ἔσω
ἐς πᾶν τὸ οῶμα, τὸ πλεῖστον δέ ἐς τὰ κοῖλα αὑτὸς ἑωυτῷ· ἡ κεφαλὴ γὰρ ἐπηχεῖ
[...]. Οὕτως ἔχει περὶ φωνῆς ἴσως καὶ διαλέξιος.
16
Hipp. De morb. Sacr. § 14 (Littré 6, 386-388): Εἰδέναι δὲ χρὴ τοὺς ἀνθρώπους,
ὅτι ἐξ οὐδενὸς ἡμῖν αἱ ἠδοναὶ γίνονται καὶ αἱ εὐφροσύναι καὶ γέλωτες καὶ παι-
διαὶ ἢ ἐντεῦθεν, καὶ λύπαι καὶ ἀνίαι καὶ δυσφροσύναι καὶ κλαυθμοί. Καὶ τούτῳ
φρονεῦμεν μάλιστα καὶ νοεῦμεν καὶ βλέπομεν καὶ ἀκούομεν [...] Τῷ δὲ αὐτῷ
τούτῳ καὶ μαινόμεθα καὶ παραφρονέομεν [...] Καὶ ταῦτα πάσχομεν ἀπὸ τοῦ
ἐγκεφάλου πάντα.
17
Ibid. § 16 (Littré 6, 392): Κατὰ ταῦτα νομίζω τὸν ἐγκέφαλον δύναμιν ἔχειν πλεί-
στην ἐν τῷ ἀνθρώπῳ· οὗτος γὰρ ἡμῖν ἐστι τῶν ἀπὸ τοῦ ἠέρος γινόμενων ἑρμε-
νεύς [...] τὴν δὲ φρόνησιν αὐτῷ ὁ ἀὴρ παρέχεται. Οἱ δὲ ὀφθαλμοὶ καὶ τὰ οὔατα
καὶ ἡ γλῶσσα καί αἱ χεῖρες καὶ οἱ πόδες οἷα ἂν ὀ ἐγκέφαλος γινώσκῃ, τοιαῦτα
πρήσσουσιν· γίνεται γὰρ παντὶ τῷ σώματι φρονήσιος, ὡς ἂν μετέχῃ τοῦ ἠέρος.
᾿Ες δὲ τὴν ξύνησιν ὁ ἐγκέφαλός ἐστιν ὁ διαγέλλων· ὁκόταν γὰρ σπάσῃ τὸ πνεῦ-
μα ὤνθρωπος ἐς ἑωυτόν, ἐς τὸν ἐγκέφαλον πρῶτον ἀφικνέεται, καὶ οὕτως ἐς τὸ
λοιπὸν σῶμα σκίδναται ὁ ἀήρ, καταλιπὼν ἐν τῷ ἐγκεφάλῳ ἑωυτοῦ τήν ἀκμὴν
καὶ ὅ τι ἂν ᾖ φρόνιμόν τε καὶ γνώμην ἔχον.
18
Ibid. § 7 (Littré 6, 372-373): ὥστε, ἐπειδὰν ἀποκλειστῶσιν αἱ φλέβες τοῦ ἠέρος
ὑπὸ τοῦ φλέγματος καὶ μὴ παραδέχωνται, ἄφωνον καθιστᾶσι καὶ ἄφρονα τὸν
ἄνθρωπον.
19
Cfr. Laspia (1994).

40
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

posti cognitivi. Un identico modello di produzione della voce sta alla base
dei due trattati. Secondo questo modello la voce proviene dall’ἐγκέφαλος,
e l’ἐγκέφαλος è l’organo che pensa.
2. Per Aristotele, che non assegna più all’ἐγκέφαλος alcun primato
cognitivo, la voce è un suono prodotto dall’urto dell’aria inspirata contro
la trachea-arteria.20 Senza entrare in particolari, concludiamo che la voce è
prodotta, in prima istanza, dall’azione congiunta di laringe e polmoni.21 Né
l’una né gli altri sono tuttavia organi capaci di movimento autonomo, ma
entrambi sono messi in movimento dal cuore.22 Il cuore è dunque primo mo-
tore del dispositivo di produzione della voce; «lì infatti è il principio».23 Ma

20
De an. Β 420 b 27-30: ὥστε ἡ πληγὴ τοῦ ἀναπνεουμένου ἀέρος ὑπὸ τῆς ἐν
τούτοις τοῖς μορίοις ψυχῆς πρὸς τήν καλουμένην ἀρτηρίαν φωνή ἐστιν.
21
Ibid. 420 b 13-24: φωνὴ δ’ ἐστὶ ζῴου ψόφος, καί οὐ τῷ τυχόντι μορίῳ [...] ὄργα-
νον δὲ τῇ ἀναπνοῇ ὁ φάρυγξ· οὗ δ’ ἔνεκα τὸ μόριόν ἐστι τοῦτο, πνεύμων. Per la
comprensione del testo è necessario specificare che φάρυγξ ed ἀρτηρία sono rispetti-
vamente la parte superiore ed inferiore del tubo tracheale (Part. an. Γ 664 a 35-664
b 2), e che la parte chiamata φάρυγξ è capace di contrarsi fino a completa occlusione
dell’ἀρτηρία (Part. an. Γ 664 b 25-6, 665 a 4-5).
22
In De an. Β 420 b 23-4 la laringe è detta dipendere dal polmone. I movimenti della
laringe sono dunque subordinati al principio dell’attività respiratoria; organo della respi-
razione è il polmone. Neppure il polmone è tuttavia capace di movimento autonomo,
ma riceve il suo movimento dal cuore (Part. an. Γ 669 a 13-14: Τοῦ δ’ ἀναπνεῖν ὁ
πλεῦμων ὄργανόν ἐστι, τήν μὲν ἀρχὴν τῆς κινήσεως ἔχων ἀπό τῆς καρδίας). Il
cuore, d’altra parte, è «principio della vita e di tutti i movimenti e le sensazioni» (Part.
an. Γ 664 b 13-14 et passim), e in particolare della respirazione (cfr. Part. an. Γ 664 b 17).
23
Gen. an. Δ 776 a 12-7: Τούτου δ’ ἀρχὴ καὶ τῶν φλεβῶν ἡ καρδία [...] ἡ ἀρχὴ τῆς
φωνῆς ἐντεῦθεν. Cfr. Gen. an. Δ 787 b 27-8: [...] ἐκ τῆς φλεβὸς, ἧς ἡ ἀρχὴ ἐκ τῆς
καρδίας πρὸς αὐτῷ τῷ κινοῦντι τὴν φωνήν. Il principio qui esplicitato è sostenuto
anche nel capitolo sulla voce del De anima. Qui infatti si dice: Δεῖται δὲ τῆς ἀναπνοῆς
καὶ ὁ περὶ τὴν καρδίαν τόπος πρῶτος [...] ὥστε ἡ πληγὴ τοῦ ἀναπνεουμένου
ἀέρος ὑπὸ τῆς ἐν τούτοις τοῖς μορίοις ψυχῆς πρὸς τὴν καλουμένην ἀρτερίαν
φωνή ἐστιν (De an. Β 420 b 25-30). A provocare l’urto dell’aria inspirata contro la
trachea-arteria è dunque «l’anima sita nelle regioni del cuore». Ora, l’anima non è per
Aristotele un principio spirituale, è lo svolgersi dei processi vitali negli esseri viventi:
nutrizione, respirazione, riproduzione, sensazione e pensiero (De an. B 412 a 27-8 et
passim). Ma l’origine prima di tutti questi processi è nel cuore, «principio della natura
per gli esseri dotati di sangue» (ἀρχή τῆς φύσεως τοῖς ἐναίμοις οὗσα); Part. an.

41
Studi di fonetica greca

nella biologia aristotelica il cuore è principio non solo della respirazione,24


ma anche del sangue e della nutrizione,25 della riproduzione,26 della sensa-
zione,27 della rappresentazione 28 e del pensiero.29 Per Aristotele dunque
(seguito dagli Stoici, che passeranno poi impropriamente per gli inventori
della teoria) 30 la voce proviene dal cuore, e il cuore è l’organo che pensa.
3. In tutte le fasi della biologia monocentrica greca, l’organo della voce è
identificato con l’organo del pensiero. Vediamo ora cosa accade in Galeno,
uno dei principali revisori critici del più antico monocentrismo biologico. 31

Γ665 b 22. Cfr. De motu 702 b 14: ἡ ἀρχὴ [...] ἐν τῇ καρδίᾳ; il cuore infatti è «come un
vivente in coloro che lo posseggono» (οἷον ζῷόν τι πέφυκεν ἐν τοῖς ἔχουσιν; Part.
an. 666 b 17). L’anima sita nel τόπος del cuore che per De an. Β 421 b 29-30 è principio
della voce, è dunque l’ἀρχὴ τῆς φύσεως insita nel cuore stesso.
24
De resp. 479 b 17-9; Part. an. Γ 664 b 17.
25
De resp. 468 b 30-469 a 7; Part. an. Γ 665 b 5.
26
Gen. an. Δ 776 a 12-3.
27
Part. an. Γ 665 b 11-3; 666 a 36-666 b 1 et passim.
28
Cfr. De motu 700 a 19-20: καὶ γὰρ ἡ φαντασία καὶ ἡ αίσθησις τὴν αὐτὴν τῷ νῷ
χώραν ἔχουσιν. Quando nel capitolo sulla voce del De Anima si dice: οὐ πᾶς ζῴου
ψόφος φωνή, [...] ἀλλὰ δεῖ ἔμψυχόν τε εἶναι τὸ τύπτον καὶ μετὰ φαντασίας τι-
νός· σημαντικός γὰρ δή τις ψόφος ἐστίν ἡ φωνή (De an. Β 420 b 29-33), in primo
piano è, ancora una volta, il cuore. Il cuore è infatti οἶον ζῷον, dunque ἔμψυχον, ed è
tanto il primo motore della voce quanto il principio della cactvutala. Voce e significato
sono così per Aristotele le due risultanti di un unico processo fisiologico.
29
Ciò si desume, oltre che da De motu 700 a 19-20, anche da De an. Γ § 3, ove è detto che
la facoltà del pensare (νοεῖν) e del rappresentare (φαντάζεσθαι) coincide localmente
con la sede della κοινὴ αἴσθησις (De an. Γ 427 a 3-5).
30
Ιl principale responsabile dell’attribuzione di questa teoria agli Stoici è Galeno, che la
discute criticandola nel secondo libro del De Placitis Hippocratis et Platonis (Kühn V, p.
225 sgg). Delle due dunque una: o Galeno non ha capito bene Aristotele, oppure forse
non aveva sotto mano qualcuna delle sue opere. Un fatto è comunque certo. Per Gale-
no l’assioma fondamentale della teoria è il seguente: la voce proviene dal cuore perché
l’origine della voce significativa è il pensiero (ibid. 257: τὸ ὅθεν ἡ φωνὴ ἐκπέμπεται,
ἐκεῖθεν καὶ ἡ σημαίνουσα φωνή, τουτέστιν ὁ λόγος. ἐκ δὲ διανοίας ὁ λόγος ἐκ-
πέμπεται, ἀλλ’ οὐκ ἐκ τοῦ ἐγκεφάλου· οὐκ ἄρα ἐν ἐγκεφάλῳ ἐστὶν ἡ διάνοια).
Al di là del problema concernente l’attribuzione della teoria, il De Placitis Hippocratis
et Piatonis rappresenta pertanto un’importante conferma alla tesi di fondo di queste
pagine.
31
Per il concetto di “monocentrismo biologico” cfr. Manuli-Vegetti (1977).

42
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

Per Galeno il cervello, terminazione ultima dei nervi,32 è sede del pensiero.33
La voce è invece prodotta dagli organi delegati alla respirazione; 34 partico-
larmente sottolineato è il ruolo della laringe nei processi di fonazione.35 Ora,
una serie di nervi, detti “nervi vocali” congiungono la laringe al cervello; 36 e
poiché la conduzione degli impulsi nervosi è immediata, altrettanto imme-
diata risulta la traduzione del pensiero in stimoli vocali.37 Anche nell’unico
modello fisiologico in cui voce e pensiero siano prodotti da organi differen-
ti, la traduzione dell’uno nell’altra è esplicitamente teorizzata, e postulata
istantanea.
Il confronto tra i modelli di produzione della voce di Ippocrate, Ari-
stotele e Galeno suggerisce, a nostro giudizio, le seguenti conclusioni. La
definizione di ‘voce’ e ‘voce articolata’ non è di pertinenza fonetica in senso
stretto: il suo vero fine è quello di spiegare i rapporti tra voce e significato.
Per ciascuno dei formulatori della definizione, la voce articolata è infatti inse-
parabile dalla voce, e la voce è o emessa dall’organo del pensiero, o prodotta
da un organo (la laringe) direttamente governato dall’organo del pensiero.
La voce è dunque suono immediatamente e naturalmente significativo.

32
De usu part. (Kühn III 243): αἰσθήσεως ἀρκὴ καὶ νευρῶν ἀπάντων ἐν ἐγκεφάλῳ.
Cfr. Ι 243, V 520 et passim.
33
De usu part. (Kühn III 700): τὴν λογιστικὴν ψυχὴν οἰκεῖν ἐν ἐγκεφάλῳ. Cfr. V
288, 521 et passim.
34
Comm. in Hipp. de hum. (Kühn XVI 175): οὔσης γὰρ τῆς φωνῆς κινήσεως τῶν
ἀναπνευστικῶν ὀργάνων. Cfr. Kühn III 525 et passim.
35
De usu part. (Kühn III 525): οὗτος (scil. ὁ λάρυγξ) [...] αὐτὸ τό πρῶτόν τε καὶ
κυριώτατόν ἐστι τῆς φωνῆς ὄργανον. Cfr. IV 278, V 231 et passim.
36
Comm. in Hipp. de hum. (Kühn XVI 204): ἡ μὲν φωνὴ ἔργον ἐστι τῶν φωνητικῶν
ὀργάνων [...] φωνητικὰ δὲ ὄργανά ἐστι λάρυγξ καὶ οἱ κινοῦντες αὐτὸν μύες καὶ
νεῦρα, ὅσα τὴν ἐξ ἐγκεφάλου παρακομίσει τούτοις δύναμιν. Cfr. Kühn VIII 50
et passim.
37
De usu part. (Kühn IV 277-8): ἡ φωνὴ δὲ ὅτι κυριώτατον ἁπάντων ἐστὶ τῶν ψυχι-
κῶν ἐνεργειῶν, ἀγγέλλουσα τὰς τοῦ λογισμοῦ νοήσεις, ἐχρῆν δήπου καί ταύ-
την δημιουργεῖσθαι δι’ ὀργάνων ἐξ ἐγκεφάλου νεῦρα δεχομένων [...] ὁ λάρυ-
γξ ἐστὶ τὸ πρῶτόν τε καὶ κυριώτατον ὄργανον φωνῆς, ἐκ τριῶν μὲν συγκείμε-
νον χόνδρων, ἔχον δ’ ἐν αὐτῷ μέσῳ τὴν ἐπιγλωττίδα, καὶ μῦς εἴκοσί που σχε-
δὸν ὑπερετοῦντας εἰς τοῦτο, πάρεστί σοι σκοπεῖν, ὅπως αὐτοῖς ἅπασιν ἠ φύσις
ἔνειμεν ἐξ ἐγκεφάλου νεῦρα.
43
Studi di fonetica greca

Occorre ora domandarsi: dove affonda le sue radici un simile paradigma


scientifico? Qual è l’origine della differenza “voce/voce articolata”?

2.1 Omero e l’origine della scienza


I problemi legati all’origine di un particolare paradigma scientifico rappre-
sentano un’occasione per riproporre l’annosa questione dell’origine della
scienza in Grecia. Come è noto, tale problema sembra ammettere due op-
poste soluzioni. O la scienza greca è un prodotto autoctono, e nasce già
perfettamente matura e attrezzata per i suoi scopi, come Atena dalla testa
di Zeus: è la soluzione comunemente nota come “miracolo greco”; 38 o la
scienza greca è un prodotto di importazione orientale.39 Entrambe queste
soluzioni appaiono poco convincenti: la prima perché ignora il problema
piuttosto che risolverlo, la seconda perché difficilmente dimostrabile. Tra
miracolo greco e importazione orientale si situa però una terza via, ed è
quella che qui intendiamo percorrere.
Con la pubblicazione dell’opera più nota di E. Havelock vengono espli-
citate alcune importanti conseguenze della rivoluzione operata nel campo
degli studi omerici da M. Parry. Ecco, in sintesi, le note conclusioni dello stu-
dioso. Come testimonianza di una cultura dapprima esclusivamente orale,
e che fino all’epoca di Platone non risulta ancora capillarmente alfabetizzata,
i poemi omerici giocano in Grecia un ruolo differente rispetto a qualunque
altro testo. Omero è infatti un’autorità culturale che ancora Platone deve
affrontare in campo aperto, una fonte di diletto sì, ma anche e soprattutto
di istruzione. In una parola, i poemi omerici hanno un ruolo paragonabile a
quello di un’odierna enciclopedia: «La poesia non rappresentava ciò che noi
chiamiamo con questo nome, ma un sussidio dottrinale che oggi troverebbe
il suo posto in uno scaffale di manuali e di opere di consultazione».40

38
Per la storia di questo concetto cfr. Gernet (1983).
39
Cfr. Cornford (1912) e, dello stesso autore, Cornford (1958). Questa soluzione è stata di
recente e con più equilibrio riproposta da von Fritz (1971: 1-326).
40
Havelock (1973: 30).

44
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

Simili affermazioni sono penetrate così a fondo nella pratica interpre-


tativa, che l’“enciclopedia omerica” è divenuta ormai un luogo comune.
Gli ambiti di pertinenza di tale enciclopedia non sembrano tuttavia ancora
chiaramente delimitati. Che ancora all’epoca di Platone il magistero omerico
si eserciti in campo etico e pratico-politico è un fatto ormai riconosciuto.
Non altrettanto riconosciuto è invece il ruolo di Omero nei confronti della
scienza.41 Eppure gli antichi ritenenevano Omero maestro in ogni campo,42
non ultimo quello fisiologico e medico. Citato con ammirazione da Ari-
stotele,43 l’Omero fonte di conoscenze mediche è riguardato invece con il
consueto sospetto da Platone.44
Si pongono allora le seguenti domande: nell’enciclopedia omerica, che
oggi «troverebbe il suo posto in uno scaffale di manuali e di opere di con-
sultazione», c’è un capitolo dedicato alla voce? E se sì, chi lo ha consultato?

2.2 Delimitazione del campo semantico ‘voce’ in Ome-


ro
Il vocabolario omerico della voce comprende oltre un centinaio di lesse-
mi, che possono essere così ripartiti: 1. voce inarticolata animale; 2. voce
inarticolata umana: grido, lamento, denominazioni della voce collettiva; 3.
denominazioni del “dire” e del “parlare”.

41
Il ruolo di Omero nei confronti della tradizione scientifica greca è tuttavia innegabi-
le; cfr. Mugler (1963). L’autore dimostra che molti dei principali concetti della fisica e
della cosmologia posteriori hanno la loro origine in Omero: «on peut donc dire que
la pensée cosmologique et physique des grecs a été determinée pendant des siècles par
des aptitudes et des représentations relatives à la nature qui étaient pré-sentes déjà dans
l’humanité homérique et qui se sont conservées avec une singulière fidélité à travers l’hi-
stoire» (Mugler, 1963: 232). Sulla stessa linea, ma con ben diversa attendibilità critica e
filologica, si muove Onians (1954).
42
Ampia documentazione in Buffière (1956); Lo Schiavo (1983).
43
Cfr. Arist. Hist. an. Γ 513 b 24-28. Nel De anima Aristotele citerà Omero come
precursore di Empedocle (404 a 27-30) e di Democrito (427 a 19-26).
44
Cfr. Plat. Resp. Ι 599 c.

45
Studi di fonetica greca

Esiste tuttavia un quarto gruppo di lessemi, che non rientrano in nessu-


no dei tre gruppi così individuati. Essi sono caratterizzati dalle due seguenti
proprietà:
1. Si riferiscono ad una classe ampia, o addirittura potenzialmente
illimitata di fenomeni vocali;
2. Occorrono in descrizioni acustiche e/o articolatorie della voce e del
linguaggio.
Queste proprietà sono possedute in Omero solo dalle famiglie lessicali di
φθέγγομαι, αὐδή, *ὄψ e φωνή. Questi sono, dunque, tutti e soli i possibili
candidati omerici al significato di “voce”. Si tratta ora di stabilire il valore
di ciascuno di questi lessemi. Per far ciò, sarà opportuno partire da alcune
osservazioni preliminari.
A) Evoluzione storica. Non tutte le denominazioni qui studiate so-
pravvivono dopo Omero. Tanto αὐδή quanto *ὄψ sono ad esempio usati
soltanto in poesia. Mentre tuttavia αὐδή è comune nella lirica e nella trage-
dia, ed αὐδάω è attestato addirittura nella prosa di Erodoto,45 *ὄψ è, anche
dal punto di vista morfologico, un relitto.46 Φθέγγομαι e φωνή sono in-
vece comuni in prosa, e nel linguaggio della scienza. Φθέγγομαι mostra
però una progressiva tendenza a spostarsi verso l’area semantica ‘suono’; 47

45
Hdt. Hist. 1, 85; 2, 57. Particolarmente interessante dal nostro punto di vista è 2, 57,
ove αὐδάω indica il parlare degli ‘uomini’ (cioè delle popolazioni grecofone), in con-
trapposizione al parlare dei barbari, indicato da φθέγγομαι e paragonato per la sua
incomprensibilità al cinguettio degli uccelli.
46
«Le système des noms-racines à suffixe zero apparaît en grec comme une survivance en
voie de disparition», Chantraine (1933: 5).
47
Questa accezione di φθέγγομαι è comune a partire dal V sec. a. C., in poesia (Soph.
Oed. Col. 1609, Eur. Iph. Aul. 9, Ar. Av. 1198), ma soprattutto in prosa (Plat. Phil.
18 b-c; il confronto con Thaet. 203 prova che Platone usa già φθόγγος nel senso di
ψόφος, et passim). A partire dall’Inno ad Ermes (484), i derivati di φθέγγομαι sono
usati per indicare il suono degli strumenti musicali. Questa accezione diverrà tecnica
con Aristosseno, che chiama φθόγγος la nota musicale ( El. Harm. A 15). Φθέγγο-
μαι è inoltre regolarmente usato a proposito della voce non significativa, o considerata
facendo astrazione dai suoi contenuti significativi (cfr. Hdt. 2, 57; Plat. Crat. 434 ,e
Soph. 238 b; Arist. Met. Γ 1008 a 9-10; et passim).

46
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

mentre φωνή nel significato di ‘voce’ è il termine-chiave di tutte le teorie


fonetiche successive.
B) Possibile attribuzione del significato di ‘voce’. Solo φωνή ed *ὄψ, e
non αὐδή né i derivati di φθέγγομαι, occorrono in costruzioni del tipo
“chiamò con la voce”,48 “cantando con (bella) voce”.49 Tanto φωνή quanto
*ὄψ indicano dunque il tipo di fonazione che sta alla base delle capacità
espressive e comunicative particolari.
C) Rapporti con l’area semantica del ‘dire’. Mentre i sostantivi appar-
tenenti alle quattro famiglie qui prese in esame sono normalmente tutti
tradotti con ‘voce’, i verbi corrispondenti sono stati da alcuni considerati
sinonimi dei verbi di ‘dire’.50 Una più diretta osservazione del compor-
tamento semantico di questi verbi permette tuttavia di stabilire che una
sinonimia con i verbi di ‘dire’ è esclusa per φθέγγομαι e, in misura minore,
per i derivati verbali di φωνή, mentre risulta a pieno titolo sostenibile per
αὐδάω e derivati.
Φθέγγομαι è usato non solo a proposito del linguaggio, ma anche della
voce inarticolata; questo verbo non può aprire né chiudere il discorso diretto,
e non ha largo impiego formulare. Infine, φθέγγομαι non ammette le
denominazioni della parola come accusativi dell’oggetto interno: locuzioni
come *ἔπος φθέγξατο, *μῦθος φθέγξατο non sono attestate in Omero.
A differenza di φωνή, φωνέω e derivati sono usati in Omero solo a
proposito del linguaggio. Questi verbi compaiono nelle formule di collo-
quio e possono, sia pure con alcune restrizioni, aprire o chiudere il discorso
diretto. Neppure φωνέω ammette tuttavia ἔπος o μῦθος come accusativi
dell’oggetto interno.
Αὐδάω ed i suoi derivati sono usati solo a proposito del linguaggio. Fre-
quentissimi all’interno delle formule di colloquio e ad apertura di discorso

48
ἐκαλέσσατο φωνῇ (Il. Γ 161).
49
ἀοιδιάουσ’ ὀπὶ καλῇ (Od. ε 61; cfr. ibid. κ 221, ω 60, Il. Α 604).
50
Cfr. Fournier (1946a: 46).

47
Studi di fonetica greca

diretto, questi verbi reggono ἔπος come accusativo dell’oggetto interno.51


Solo αὐδάω e derivati sono pertanto possibili sinonimi dei verbi di ‘dire’.
D) Referente fonetico.
αὐδή: solo voce linguistica (di uomini, dei, animali parlanti); in Od. φ
411 è attribuita a un uccello.
φωνή: voce animale e umana inarticolata; voce come fondamento di
ulteriori capacità espressive (in locuzioni del tipo “chiamò con la voce”,
“privo di voce e parola”).
*ὄψ: voce animale e umana, linguistica e non.
φθέγγομαι: voce animale e umana, linguistica e non.
E) Incidenza dei parametri di descrizione acustico/articolatoria.
αὐδή: - acustico; +articolatorio.
φωνή: +acustico; + articolatorio.
*ὄψ: +acustico; +articolatorio.
φθέγγομαι: + acustico; - articolatorio.
A partire da queste informazioni passiamo ora esaminare più da vicino
i lessemi che ci interessano.

2.3 αὐδή
Ad αὐδή appartiene una controversa storia interpretativa. Secondo la mag-
gior parte degli scoliasti, αὐδή significherebbe “voce umana”, in esplicita

51
ἔπος ηὔδα: Il. Ζ 54, Κ 337, 461 et passim; ἔπεα πτερόεντα προσηύδα: Il. Α 201, Β 7,
Δ 312, 369 et passim.

48
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

contrapposizione alla voce degli dei.52 Una simile interpretazione, ancor


oggi da alcuni 53 accolta con favore,54 è secondo noi da accantonare.
Delle diciannove attestazioni di αὐδή, solo due riguardano normali
situazioni di colloquio tra esseri umani. Le rimanenti implicano tutte, più
o meno, l’intervento divino: si tratta infatti o di uomini a colloquio con
dei, o di animali resi parlanti da divinità, o di divinità in forma umana, o,
infine, di uomini esplicitamente paragonati agli dei. Questo dato di fatto è
giustificato dai sostenitori dell’interpretazione di αὐδή come “voce umana”,
ipotizzando che in questi casi gli dei parlino con la voce, e nella lingua, degli
uomini.
Una simile ipotesi non si fonda tuttavia su alcuna evidenza dimostrativa.
Ma c’è di più: quando un uomo (re saggio, messaggero-consigliere, o meglio
ancora poeta) viene esplicitamente paragonato agli dei per le sue abilità
linguistiche, ciò si esprime nella formula “simile agli dei per αὐδή”. 55 Questa
formula contraddice l’interpretazione di αὐδή come “voce umana” più
ancora delle situazioni in cui l’αὐδή è direttamente attribuita agli dei. Se
infatti alcuni uomini, solitamente detentori di saperi linguistici tecnicizzati-

52
Si tratta di un’ipotesi sorta soprattutto in relazione all’aggettivo ἀυδήεις. In quattro
delle sette occorrenze totali (Od. κ 136, λ 8, μ 150, 449) ἀυδήεις è infatti attestato nella
clausola δεινὴ θεὸς αὐδήεσσα (con la variante βροτὸς αὐδήεσσα in Od. ε 334). Si è
così ipotizzato che θεὸς αὐδήεσσα indichi “une déesse posséedant le langage hurnaine
par opposition à celui des dieux” (Chantraine, 1968, s.v. αὐδή). Tale formula è tuttavia
usata solo in relazione a Circe e Calipso, che non sono divinità olimpiche ma ninfe; e
in una ninfa delle acque, Leucotea, verrà trasformata Ino, la βροτὸς αὐδήεσσα di cui
in Od. ε 334. Ora, in Od. ζ 125 il genere degli uomini dotati di parola (ἀνθρώπων
αὐδήεντων) viene contrapposto al popolo delle Ninfe, che si esprimono solo per mezzo
di grida inarticolate (ibid., 122-123). L’opposizione marcata da ἀυδήεις (αὐδήεσσα) non
è dunque tra voce umana e voce divina, ma tra uomini dotati di linguaggio e ninfe che
ne sono generalmente prive. La conclusione è che ἀυδήεις non significa “dotato di voce
umana” ma “dotato di voce articolata”.
53
Cfr. Clay (1974: 129-134), seguita da Hainsworth (1982: 175).
54
Questa interpretazione è invece rifiutata da H. Ebeling (“deorum vox non differt ab
humana nisi gradibus”; Ebeling, 1885, s.v. ἀυδή), e da H. Schmidt, che la definisce
“phantastische Erklärung der Scholiasten” (Schmidt, H., 1886: 46).
55
θεῷ (θεοῖς) ἐναλίγκιος αὐδῇ: Il. Τ 250, Od. α 371, ι 4.

49
Studi di fonetica greca

, 56 sono “simili agli dei per αὐδή”, è evidente che αὐδή non può significare
“voce umana” in esplicita contrapposizione alla voce divina.
Infine: l’interpretazione di “voce umana” è proponibile solo a patto che
αὐδή non venga mai usato in situazioni di colloquio tra due divinità. Ma
nel quarto libro dell’Odissea Penelope supplica Atena di rivelarle le sorti di
Odisseo dicendo: «se sei dea, e ascolti (meglio: comprendi) l’αὐδή degli dei,
dimmi almeno la sorte di quel misero».57 A questo punto nessun dubbio:
αὐδή non significa “voce umana”.
Resta ora da stabilire quale sia il reale significato di αὐδή. La prima
cosa da osservare è che tanto il sostantivo quanto i suoi derivati indicano
esclusivamente il linguaggio 58 (di dei, uomini, animali parlanti). “Voce
linguistica” sembra dunque la più plausibile tra le interpretazioni finora
proposta per αὐδή. 59 Cercheremo ora di dimostrare che αὐδή significa, più
in particolare, voce articolata.

56
La formula è riferita in Il. Τ 250 all’araldo Taltibio, in Od. α 371, ι 4 a Fernio e De-
modoco, aedi di professione. Messaggeri, oratori, consiglieri e aedi sono in più luoghi e
formule detti “divini”. Sul ruolo del κῆρυξ nella società greca arcaica cfr. Mondi (1968).
Può essere interessante osservare che κῆρυξ, in greco ‘araldo’, deriva da una radice in-
doeuropea che ha dato in altre lingue esiti con il significato di ‘cantore’ (cfr. Chantraine,
1968, s.v. κῆρυξ).
57
εἰ μὲν δὴ θεὸς ἐσσι, θεοῖό τε ἔκλυες αὐδῆς / εἰ δ’ ἄγε μοι καὶ κεῖνον ὀϊζυρὸν
κατάλεξον, / ἤ που ἔτι ζώει καὶ ὀρᾷ φάος ἠελίοιο, / ἦ ἤδη τέθνηκε καὶ εἰν ᾿Αΐδαο
δόμοισι. (Od. δ 831-834).
58
Salvo che in Od. φ 411, in cui αὐδή indica la voce di un uccello, la rondine (χελιδών).
Questo apparente controesempio è in realtà la miglior prova che αὐδή significa “voce
articolata”, e che Omero è maestro della tradizione scientifica posteriore. Erodoto (2,
2) paragona infatti la voce articolata ma incomprensibile dei barbari al cinguettio degli
uccelli; e proprio alla rondine Eschilo paragona la straniera Cassandra (χελιδόνος δί-
κην / ἀγνῶτα φωνὴν βάρβαρον κεκτημένη; Agam. 1050-1). La tradizionale metafora
del linguaggio degli uccelli troverà infine la sua giustificazione scientifica con Aristotele,
che attribuisce voce articolata (διάλεκτος) non solo all’uomo, ma anche ad alcuni uc-
celli (cfr. Hist. an. Δ 536 a 20-32, Pan. an. Β 660 a 29-36). Αὐδή è pertanto usato in
Omero in tutte le accezioni che saranno poi proprie di διάλεκτος.
59
«αὐδή. Loquendi facultas quae inest in corpore [...] sermo, oratio» (Ebeling, 1885, s.
v.); «Rede, Fähigkeit zu sprechen» (Snell, 1955, s. v.). «αὐδή est aussi la parole articulée,
la voix douée de sens, le langage» (Fournier, 1946a: 29).

50
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

La miglior prova che αὐδή significa “voce linguistica” è data proprio


dal passo che contiene la sua descrizione articolatoria. Nel primo libro
dell’Iliade si descrive Nestore, eccellente nell’arte oratoria, come «il dolce
parlatore: dalla sua lingua anche più dolce del miele scorreva αὐδή» (Il. A
248-9: τοῖσι δὲ Νέστωρ / ἡδυεπὴς ἀνόρουσε, λιγὺς Πυλίων ἀγορήτη, /
τοῦ καὶ ἀπὸ γλώσσης μέλιτος γλυκίων ῥέεν αὐδή).
La prima cosa da osservare è che qui un aggettivo composto con ἔπος
(ἡδυεπής) viene parafrasato con un’espressione riferita ad αὐδή. È evidente
dunque che αὐδή è la voce linguistica. La seconda osservazione è che l’αὐδή
“sgorga dalla lingua” (γλώσσα). Un confronto con tutte le successive de-
finizioni di διάλεκτος, che vedono nella γλώσσα il principale agente di
produzione della voce articolata, permette di stabilire che αὐδή è l’antenato
omerico di διάλεκτος.
Nei modelli scientifici posteriori, tuttavia, la lingua non è considerata
autonoma per la produzione di διάλεκτος. La διάλεκτος è infatti διάρ-
θρωσις τῇ γλώσσῇ di una φωνή emessa dall’organo del pensiero, sia esso
cervello o cuore. Vediamo ora come stanno le cose in Omero. Nel quarto
libro dell’Iliade si parla dello sfilare di un esercito disciplinato dietro i suoi
capi: «gli altri andavano in silenzio: e non avresti mai detto una tal folla
seguire, avente in petto αὐδή» (Il. Δ 429-30: οἱ δ’ ἄλλοι δ’ ἀκὴν ἴσαν,
οὐδέ κε φαίης / τόσσον λαὸν ἔπεσθαι ἔχοντ’ ἐν στήθεσιν αὐδήν).
L’αὐδή effettivamente pronunciata, dunque, “scorre dalla lingua”; ma
l’αὐδή di chi rimane silenzioso è racchiusa “nel petto”. Ora, nel petto sono
posti, secondo Omero, cuore (κῆρ, ἦτορ, καρδία) 60 e φρένες. Più che due
organi distinti, cuore e φρένες vanno in Omero riguardati come il centro e
la periferia di un unico organo preposto a tutte le funzioni vitali.61 Questa è
dunque la sede del pensiero; e qui è contenuto anche il principio dell’αὐδή.
Un secondo passo ci permette di individuare meglio l’identità dell’orga-
no in questione. Nel diciottesimo libro dell’Iliade si descrivono le ancelle

60
Per l’equivalenza funzionale di queste tre denominazioni del cuore cfr. Böhme
(1929: 6, 63-65). Alle medesime conclusioni giunge Jahn (1987), che osserva tuttavia
correttamente come l’ἦτορ sia la parte più interna del cuore (pp. 16-18).
61
Cfr. Gli organi della vita secondo Omero, in Laspia (1993: 178-182).
51
Studi di fonetica greca

di Efesto, sorta di robots ante litteram. Queste fanciulle sono interamen-


te fatte d’oro; eppure «in esse è νόος nel mezzo delle φρένες, e lì dentro
anche αὐδή e anche σθένος: erano istruite nelle opere direttamente dagli
dei immortali» (Il. Σ 419-20: τῇς ἐν μὲν νόος ἐστὶ μετὰ φρεσίν, ἐν δὲ καὶ
αὐδὴ / καὶ σθένος, ἀθανάτων θεῶν ἄπο ἔργα ἴσασιν).
Questo passo contiene due indicazioni molto importanti: 1. la sede del
pensiero (νόος),62 della voce linguistica (αὐδή) e della forza vitale (σθένος)
è una e una sola; 2. tale sede è posta nel petto, e più precisamente “nel mezzo
delle φρένες”.
Ci troviamo dunque di fronte ad un modello fisiologico equivalente,
nelle linee fondamentali, a quello preposto a tutte le posteriori formulazioni
della coppia “voce/voce articolata”. 63 Come la postomerica διάλεκτος, an-
che l’omerica αὐδή non è autonoma dal punto di vista della sua produzione.
L’αὐδή infatti “scorre dalla lingua”; ma la sua vera sede è “nel petto”, anzi
“nel mezzo delle φρένες”, e coincide con la sede del pensiero (νόος) e della
forza vitale (σθένος).
Non resta ora che stabilire con più precisione l’identità della sede con-
giunta di σθένος, νόος e αὐδή). Le φρένες «circondano tutt’intorno il
cuore»; 64 il cuore è dunque l’organo posto nel mezzo delle φρένες. La
parte più interna dell’organo denominato κῆρ o καρδία si chiama ἦτορ.65
Se esiste traccia, in Omero, di una “voce” direttamente prodotta dall’ἦτορ,
avremo dunque ricostruito l’esatto equivalente della coppia “voce/voce
articolata”.

62
Questa deduzione è confortata dalla funzionalità dei verbi appartenenti alla famiglia di
αὐδή, in particolare da ἐξαυδάω. Cfr. la formula ἐξαύδα, μὴ κεῦθε νόῳ, ἵνα εἴδωμεν
ἄμφω (Il. Α 363, Ρ 19).
63
Questa conclusione è appoggiata da Od. ε 456, ove si descrive Odisseo, che dopo un
naufragio giace sulla riva ἄπνευστος καὶ ἄναυδος: l’αὐδή viene pertanto associata ai
processi respiratori. Primo responsabile di questi processi è, in Omero come in Aristo-
tele, il cuore. Odisseo si trova infatti in questo stato perché “il suo cuore era vinto dal
mare” (ἀλὶ γὰρ δέδμητο φίλον κῆρ; Od. ε 454).
64
φρένες ἔρχαται ἀμφ’ ἀδινὸν κῆρ (Il. Π 481).
65
ἐν δέ τέ οἱ κραδίῃ στένει ἄλκιμον ἦτορ. (Il. Y 169).

52
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

2.4 φωνή
Tra tutte le denominazioni omeriche della voce, φωνή è quella più marcata-
mente fisiologica. Φωνή è infatti l’unico tra i termini qui studiati che non
indichi mai la voce come percetto acustico. Al confronto con analoghi passi
formulari che utilizzano αὐδή o φθογγή, le formule con φωνή sembrano
porre il possesso di voce sullo stesso piano di quello di una parte del corpo.66
Gli attributi che si accompagnano più spesso a φωνή sono infine del tipo
di θαλερή,67 ἄρρεκτος 68 e ἀτειρής.69 Di questi, il primo ha un’esplicita
connotazione corporea, come indica il suo uso in ambito sessuale,70 mentre
gli altri due mettono l’accento sulla continuità della voce, proprietà che
dipende dall’organo delegato alla sua produzione.71
Già gli elementi fin qui esaminati inducono a sospettare una forte conti-
nuità di significato tra la φωνή omerica e la φωνή della tradizione scientifica
posteriore. La φωνή delle epoche successive non è tuttavia mai definita per
sé, ma sempre e solo in relazione alla διάλεκτος. Ora, in un passo formu-
lare che è anche l’atto di nascita del moderno termine ‘afasia’, l’ἀμφασίη
ἐπέων (“incapacità di proferir parola”) è messa in diretta dipendenza con

66
Si tratta delle formule in cui una divinità si finge un certo personaggio. Mentre le for-
mule con φθογγή non contengono menzione dell’aspetto visivo (Il. Β 791, Ν 216) ed
è pertanto presumibile che il personaggio venga identificato solo tramite il suono della
voce, le formule con αὐδή contengono δέμας (Od. β 268, 401, χ 206, ω 503, 548), ma
riguardano esclusivamente Atena che si finge Mentore, consigliere di Telemaco: esse ri-
guardano dunque non la voce ma le capacità linguistiche. Le formule con φωνή infine
sono le più numerose (Il. Ν 45, Ρ 555, Υ 81, Χ 227, Ψ 65-7, Od. τ 381), e contengono,
oltre a δέμας, nomi di parti del corpo come ὄμματα (Ψ 66) o πόδας (τ 381).
67
Solo nella formula θαλερή οἱ ἔσχετο φωνή (Il. Ρ 696, Ψ 397, Od. δ 705, τ 472).
Anche in questa formula φωνή è accompagnato dalla menzione di organi e processi
fisiologici (τὼ δέ οἱ ὄσσε δακρύοφι πλῆσθεν).
68
Il. Β 490.
69
Ν 45, Ρ 555, Χ 227.
70
“Il fiorente sposo”, “la fiorente sposa” (Il. Γ 53, Ζ 430 et passim). Θαλερός è anche
attributo di parti del corpo, come una chioma (Il. Ρ 439), il grasso (Od. θ 476), o le
cosce di Ares (Il.Ο 113), ed è formulare a proposito delle lacrime (Il. Β 266, Ζ 469 et
passim).
71
Cfr. Il. Β 490.
53
Studi di fonetica greca

lo “strozzarsi della fiorente voce” (θαλερὴ δέ οἱ ἔσχετο φωνή); 72 in una


variante della formula è menzionato anche l’organo chiamato ἦτορ.73 Per
Omero dunque, come per Ippocrate o per Aristotele, senza φωνή non ci
sono ἔπεα.74 Resta tuttavia ancora da chiarire quale sia il ruolo dell’ἦτορ
nei processi di fonazione.
L’invocazione alle Muse del secondo libro dell’Iliade, che introduce
il famoso Catalogo delle navi, si conclude con un’iperbole ai nostri fini
istruttiva. Il poeta dichiara infatti che non sarà in grado di nominare uno
per uno quanti vennero sotto Ilio, neppure se fosse dotato di «dieci lingue
e dieci bocche, e una voce infrangibile, e dentro un cuore di bronzo» (Il.
Β 489-490: οὐδ’ εἴ μοι δέκα μὲν γλῶσσαι, δέκα δὲ στοματ’εἶεν / φωνὴ
δ’ ἄρρηκτος, χάλκεον δέ μοι ἦτορ ἐνείη).
In questi due versi sono enumerati e raggruppati a coppie i quattro
fattori che porterebbero secondo il poeta ad un miracoloso incremento
delle sue capacità fonatorie. Essi sono: bocca, lingua, voce ed ἦτορ. Cia-
scuno di questi quattro fattori sarà dunque pertinente alla produzione di
voce linguistica. Il parametro di incremento delle capacità fonatorie varia
inoltre dal primo al secondo dei versi qui esaminati. Nel primo verso sono
menzionati esclusivamente organi posti a livello della cavità orale (bocca
e lingua); e il parametro è la moltiplicazione (per dieci) degli organi. Nel
secondo verso la correlazione si stabilisce invece tra un particolare tipo di
prodotto vocale, la φωνή, e un organo interno al corpo, l’ἦτορ. Anche il
parametro di incremento delle capacità fonatorie è qui mutato: a un’unica
“voce infrangibile” si affianca infatti un altrettanto unico “cuore di bronzo”.
Dal primo dei due versi sopra citati si desume che:

72
δὴν δέ μιν ἀμφασίη ἐπέων λάβε, τὼ δέ οἱ ὄσσε / δακρύοφι πλῆσθεν, θαλερή οἱ
ἔσχετο φωνή (Il. Ρ 695-696).
73
῞Ως φάτο, τῆς δ’αὐτοῦ λύτο γούνατα καὶ φίλον ἦτορ, / δὴν δέ ἀμφασίη ἐπέων
λάβε, τὼ δέ οἱ ὄσσε / δακρύοφι πλῆσθεν, θαλερή οἱ ἔσχετο φωνή (Od. δ 703-705).
Queste formule sono ampliamenti del nucleo formulare τὼ δέ οἱ ὄσσε / δακρύοφι
πλῆσθεν, θαλερή οἱ ἔσχετο φωνή (Od. τ 472).
74
Questo valore di φωνή è confermato dalla funzionalità dei verbi appartenenti alla fa-
miglia, e in particolare dalla formula οὐδὲ τί μιν προσεφώνεον οὐδ’ ἐρέοντο (Il. Α
333, Θ 445).
54
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

1. la lingua (γλώσσα) e l’intera cavità orale (στόμα) sono fattori essen-


ziali per la produzione del linguaggio;
2. bocca e lingua rappresentano un livello omogeneo del dispositivo
di formazione delle parole: essi sono infatti tutti e soli i fattori il cui po-
tenziamento è espresso attraverso un parametro di moltiplicazione degli
organi;
3. bocca e lingua rappresentano dunque l’intera sequenza delle opera-
zioni articolatorie svolte a livello della cavità orale. Dalle analisi preceden-
ti sappiamo che queste operazioni danno luogo alla produzione di voce
articolata (αὐδή).
Ma per potenziare le proprie capacità fonatorie non bastano dieci lingue
e dieci bocche; non ne basterebbero anzi neppure cento, se mancasse al
novero dei fattori di produzione del linguaggio un’ulteriore, fondamentale
coppia di elementi: φωνή ed ἦτορ. Dunque:
1. bocca e lingua non sono fattori autosufficienti per la produzione di
linguaggio. Perché essa abbia luogo devono intervenire altri due fattori: voce
(φωνή) e cuore (ἦτορ). L’αὐδή è pertanto realizzata a partire dalla φωνή;
2. se al parametro di moltiplicazione degli organi corrisponde un li-
vello omogeneo di operazioni articolatorie, anche al nesso “voce infran-
gibile/cuore di bronzo” corrisponde un livello omogeneo di operazioni
articolatorie; questo livello comprende esclusivamente organi interni al
corpo e corrisponde al dispositivo di formazione della φωνή;
3. per produrre una “voce infrangibile” (φωνὴ ἄρρηκτος) ci vuole
un “cuore di bronzo” (χάλκεον ἦτορ). L’ἦτορ è dunque l’organo da cui
proviene la φωνή. Come vestibolo interno del cuore (κῆρ, καρδία), l’ἦτορ
è inoltre sito proprio “nel mezzo delle φρένες”, e rappresenta dunque la
migliore approssimazione alla triplice sede di νόος, σθένος e αὐδή di cui
in Il. Σ 419-440. Da tutto ciò concludiamo che l’αὐδή è prodotta a partire
dalla φωνή perché quest’ultima proviene dall’ἦτορ, e l’ἦτορ è l’organo che
pensa;
4. la φωνή omerica non differisce, nell’essenziale, dalla φωνή delle epo-
che successive. Insieme con αὐδή, essa costituisce il primo e diretto antece-

55
Studi di fonetica greca

dente della posteriore coppia “voce/voce articolata”. Omero si rivela così


origine del sapere biologico e linguistico in Grecia.

2.5 *ὄψ
La più evidente differenza di *ὄψ rispetto ad αὐδή e φωνή consiste nell’enor-
me varietà dei suoi usi, che includono la voce animale e umana, linguistica
e inarticolata. È pertanto difficile delimitare il preciso ambito di significa-
to di questa parola: secondo la maggior parte degli studiosi, esso sarebbe
comunque da individuare in una particolare valenza emotiva di *ὄψ. 75
La tesi che fa di *ὄψ la voce degli affetti non è implausibile, ma andrebbe
forse più precisamente riformulata. Più che come intima espressione del
sé, la *ὄψ sembra infatti in Omero rappresentata come una forza che agisce
sull’animo dell’ascoltatore.76 La natura e i mezzi di quest’azione appaiono
tuttavia notevolmente diversi da caso a caso. Si va dal turbamento prodotto
da gemiti e grida inarticolate 77 alla comprensione del linguaggio, rappresen-
tata come un “tener dietro alla voce”.78 Da riguardare attentamente è infine
la gamma di attributi che si accompagnano ad *ὄψ. Tra di essi il più notevole
è καλή, formulare nella clausola ἀειδούσης (ἀοιδιάουσ’) ὀπὶ καλῇ.79 *῎Οψ
è dunque la “bella voce” per antonomasia: ed è la “voce che canta”. La voce

75
«*ὄψ, in eigentümlicher und wohl ursprünglichster Bedeutung, ist die (menschliche)
Stimme, die den inneren Affekt offenbart» (Schmidt, 1886: 41). Anche Fournier rende
*ὄψ con “voix émouvante” e ne sottolinea le “nuances affectives” (1886: 228).
76
Cfr. p. es. Il. Ξ 150-152 (τόσση ἐκ στήθεσφιν ὄπα κρείων ἐνοσίχθων / ἧκεν· ᾿Αχα-
ιοῖσιν δὲ μέγα σθένος ἔμβαλ’ ἑκάστῳ / καρδίῃ, ἄλληκτον πολεμίζειν ἠδὲ μάχε-
σθαι), Σ 222-223 (οἱ δ’ ὡς οὖν ἄϊον ὄπα χάλκεον Αἰακίδαο / πᾶσιν ὀρίνθη θυμός),
Χ 451-452 (αἰδοίης ἑκυρῆς ὀπὸς ἔκλυον, ἐν δ’ ἐμοὶ αὐτῇ / στήθεσι πάλλεται ἦτορ
ἀνὰ στόμα, νέρθε δὲ γοῦνα / πήγγυται· ἐγγὺς δή τι κακὸν Πριάμοιο τέκεσσιν).
77
Cfr. Il. Χ 451, Od. λ 421 et passim.
78
Nella formula ῞Ως φαθ’ ὁ δὲ ξυνέκε θεᾶς ὄπα φωνησάσης (Il. Β 182, Κ 512, Υ 380).
Cfr. Snell (1922: 40-46); e, dello stesso autore, Snell (1978a: 35-36).
79
Od. ε 61, κ 221.

56
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

delle Muse è infine in Omero sempre e solo indicata con *ὄψ.80 Occorre ora
interrogarsi sul reale significato dell’espressione “bella voce”.
Una “bella voce” non è per Omero tale solo perché gradevole all’orec-
chio: è bella per quello che dice. La voce delle Muse non è infatti espressione
di un piacere fine a se stesso, ma rappresenta l’istruzione e l’eternarsi della
memoria collettiva.81 Un simile riferimento ai contenuti comunicativi della
voce è presente anche in altri attributi di *ὄψ. Così è descritto ad esempio un
tentativo inutile di persuasione: «dissero con parole di miele; ma udirono
(in risposta) una *ὄψ senza miele».82
Tra tutte le parole omeriche qui studiate, *ὄψ è dunque quella che più
da vicino rappresenta la voce nella sua capacità di significare. Questa capacità
è rappresentata come un’azione della voce sull’animo dell’ascoltatore, 83 i cui
effetti spaziano tra turbamento emotivo e rappresentazione linguistica, così
come *ὄψ indica senza alcuna distinzione voce e linguaggio. *῎Οψ rappre-
senta pertanto un sincretismo dei valori veicolati dalla coppia φωνή/αὐδή .
Un’ipotesi plausibile è che in questa antichissima parola si esprima la prima
intuizione greca del concetto di “voce significativa”, anteriore alla distinzio-
ne “voce/voce articolata”. Questa ipotesi andrà ora verificata sul terreno
delle descrizioni articolatorie.
La produzione fisiologica di *ὄψ è descritta con un’espressione non for-
mulare in senso stretto, ma nondimeno ricorrente. Prescindendo da modi,

80
Il. Α 604, Od. ω 60.
81
Cfr. Havelock, Preface (1963: 90-94, 101 e note relative).
82
῞Ως τὼ γε κλαίοντε προσαυδήτην βασιλῆα / μελιχίοις ἐπέεσσιν- ἀμείλικτον δ’
ὄπ’ ἄκουσαν (Il. Λ 136-137); λισσόμενος ἐπέεσσιν, ἀμείλικτον δ’ ὄπ’ ἄκουσε (Il.
Φ 98).
83
Questa valenza di *ὄψ è alla base dei concetti greci di “persuasione” e “retorica”. Cfr.
Gorgia, Encomio di Elena (82 B 11 DK): λόγος γὰρ ψυκὴν ὁ πείσας, ἠνάγκασε καὶ
πιθέσθαι τοῖς λεγομένοις καὶ συναινέσαι τοῖς ποιουμένοις (II, 292). Ancor più
interessante ai nostri fini Aristotele, secondo cui la retorica si serve, per persuadere, pro-
prio dei tratti interni della voce: ἔστιν δὲ αὕτη (sc. ἡ ῥητορική) μὲν ἐν τῇ φωνῇ, πῶς
αὐτῇ δεῖ χρῆσθαι πρὸς ἕκαστον πάθος, οἷον πότε μεγάλῃ καὶ πότε μικρᾷ καὶ
μέσῃ, καὶ πῶς τοῖς τόνοις, οἷον ὀξείᾳ καὶ βαρείᾳ καὶ μέσῃ, καὶ ῥυθμοῖς τίσι πρὸς
ἕκαστα (Rhet. Γ 1403 b 26-30), e in particolare del ritmo e della prosodia (Rhet. Γ 1408
b 21-1409 a 21).
57
Studi di fonetica greca

tempi e persone verbali, essa suona così: ὄπα ἱέναι ἐκ στήθεος.84 Vediamo
ora più precisamente che cosa significa questa espressione. Frequentissimo
in Omero, ἵημι all’attivo ha significato transitivo, e significa ‘mandare’, ‘fare
andare’, e di qui ‘lanciare’, ‘scagliare’: 85 : questo verbo è formulare nelle
espressioni che descrivono la traiettoria delle frecce. 86 La *ὄψ viene dunque
scagliata, come una freccia, dall’interno del petto (ἐκ στήθεος); l’organo
produttore di *ὄψ deve essere pertanto in grado di esercitare una forza. Ma
nel petto è posto, come sappiamo, il principio stesso della forza vitale, così
come del linguaggio e del pensiero. Tale principio ha sede nell’ἦτορ. Dal
punto di vista fisiologico, *ὄψ è dunque la stessa cosa di φωνή.
Una sinonimia tra *ὄψ e φωνή è sostenibile anche sul piano puramente
lessicale. In Il. Σ 219-223 i due termini vengono liberamente sostituiti l’uno
all’altro; 87 mentre in Il. Γ 221-223 la descrizione delle abilità oratorie di
Odisseo, che scaglia dal petto “una voce possente, e parole fitte come fiocchi
di neve invernale”,88 richiama da vicino Il. Β 489-490.
Viene così ad evidenziarsi la principale aporia implicita nell’uso di *ὄψ.
In alcuni contesti *ὄψ è usato come αὐδή, in altri come φωνή; ma gli impie-
ghi di φωνή e di αὐδή non hanno nulla in comune fra loro.89 Una possibile
soluzione del problema è indicata dall’evidente arcaicità di *ὄψ. Certamen-
te più antico di αὐδή e di φωνή, *ὄψ potrebbe esprimere una primitiva

84
Il. Γ 152, 221, Ξ 150-151, Od. μ 192.
85
Usato in relazione a φωνή, (ἀφ)ιημι indicherà dopo Omero l’atto fisiologico di produ-
zione della voce, in sede tecnica (cfr. Ar. Hist. an. Δ 535 a 31-32, 535 a 20, et passim), e
nel linguaggio informale (cfr. Hdt. 2, 2; Aesch. Coeph. 563, et passim). *῎Οψ ricopre
dunque in Omero valenze che saranno poi proprie di φωνή.
86
Cfr. Il. Α 48, 382 et passim.
87
ὡς δ’ ὅτ’ ἀριζήλη φωνή, ὅτε τ’ἴαχε σάλπιξ / ἄστυ περιπλομένων δηΐων ὕπο θυ-
μοραϊστέων / ὡς τότ’ ἀριζήλη φωνὴ γένετ’ Αἰκίδαο. / οἱ δ’ὡς οὖν ἄϊον ὄπα
χαλκέον Αἰκίδαο, / πᾶσιν ὀρίνθη θυμός.
88
ἀλλ’ ὄτε δὴ ὄπα τε μεγάλη ἐκ στήθεος εἴη / καὶ ἔπεα νιφάδεσσιν ἐοικότα
χειμερίῃσιν / οὐκ ἂν ἔπειτ’ ᾿Οδυσῆΐ γ’ ἐρίσσειε βροτὸς ἄλλος.
89
La sinonimia tra αὐδή e φωνή è sostenuta in Bartonek (1959: 67-76). Più che dimostra-
ta, la tesi sembra dall’autore assunta a priori. Le uniche prove a suo favore riguardano le
formule apparentemente equivalenti con alternanza di αὐδή e φωνή; ma si è visto che
in esse i due sostantivi ricoprono valori diversi.

58
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

idea di “voce significativa”, anteriore alla distinzione “voce/voce articola-


ta”. Una simile ipotesi è giustificata anche dalle descrizioni articolatorie
dei tre sostantivi. Φωνή e αὐδή rappresentano infatti le due tappe di un
medesimo processo, che ha principio nella φωνή, e fine nell’αὐδή . *῎Οψ è
invece soltanto una “voce scagliata dall’interno del petto”; di un’eventuale
attività successiva della lingua e degli organi a livello della cavità orale non
c’è menzione. Sembra dunque confermata la tesi che vede in *ὄψ una rap-
presentazione globale della “voce significativa”, e individua in essa il primo
germe della successiva distinzione “voce/voce articolata”.

2.6 φθέγγομαι, φθόγγος, φθογγή


Rispetto alle famiglie di αὐδή, *ὄψ e φωνή, i derivati di φθέγγομαι appa-
iono di uso marginale. Ciò è suggerito già dalla frequenza delle rispettive
attestazioni: φθόγγος e φθογγή ricorrono in Omero rispettivamente sei e
cinque volte, contro le diciannove attestazioni di αὐδή, le ventisei di *ὄψ e
le venticinque di φωνή, che salgono ad oltre trenta se consideriamo anche
gli Inni omerici. Φθέγγομαι ricorre appena una ventina di volte, contro le
centinaia di attestazioni dei derivati verbali di αὐδή e φωνή.
Il principale uso dei derivati di φθέγγομαι consiste in una descrizione
degli aspetti acustici della voce. Ogni volta che una voce è descritta dal
punto di vista delle sue caratteristiche di intensità,90 direzione 91 e timbro,92
troviamo invariabilmente sostantivi o verbi appartenenti a questa famiglia.
Φθέγγομαι e φθόγγος (φθογγή scompare) subiscono inoltre in epoca
successiva uno slittamento di significato da ‘voce’ a ‘suono’. Proponiamo
dunque di tradurre φθόγγος, φθογγή e φθέγγομαι, con “suono della
voce”, “fare udire la propria voce”, ed affermiamo che si tratta di termini
specializzati nella descrizione acustica dei tratti vocali.

90
Cfr. Il. Ω 169-170, Od. Ξ 492.
91
Cfr. Il. Λ 602-603, Φ 212-213 et passim.
92
Cfr. Od. ι 256-257. Su questo passo si veda Kaimio (1977: 42).

59
Studi di fonetica greca

Φθέγγομαι e derivati sono però usati in Omero anche per descrivere la


voce non significativa, o riguardata facendo astrazione dai suoi contenuti
significativi.93 Nella sezione centrale delle Dolonie, Nestore risveglia alcuni
guerrieri con la voce, 94 altri scuotendoli col piede: 95 questa voce degradata
a mero stimolo sensoriale è indicata da φθέγγομαι. In Il. Φ 340-341 un
grido usato da Era come segnale convenzionale è indicato non, come di con-
sueto, dalle semplici denominazioni del ‘gridare’, ma con l’intero sintagma
φθέγξομ’ ἐγὼν ἰάχουσα. 96
Φθέγγομαι è dunque, in Omero, tanto la voce non-significativa quanto
la voce descritta dal punto di vista del suono. Se riusciremo a dimostrare
che i suoi derivati si oppongono ad *ὄψ, risulterà che il primo significato
è quello prioritario, e che l’opposizione è stabilita attraverso il tratto “voce
significativa/voce non significativa”.
Frequentissime sono le denominazioni della voce nel cosiddetto episo-
dio delle Sirene; 97 tra i sostantivi qui studiati, ricorrono tuttavia soltanto
*ὄψ 98 φθόγγος 99 e φθογγή. 100 Particolare rilevanza assume l’uso di φθόγ-
γος: la voce delle Sirene è infatti il referente di ben tre delle sei attestazioni
totali del sostantivo. È ora necessario stabilire cosa è chiamato *ὄψ, e cosa

93
Una simile accezione, mantenuta da φθέγγομαι in epoca classica, è attestata anche
per ψόφος, termine postomerico che a partire da Aristotele diventerà la designazione
tecnica del suono non-vocale (cfr. Ar. Ran. 492: ψόφος ῥημάτων; Plat. Crat. 434 e).
Ciò fa supporre che in Grecia il concetto di ‘suono’ si sia originato da quello di ‘voce’, e
non viceversa. Quest’ipotesi è suffragata dalla mancanza di una denominazione unitaria
del suono in Omero; cfr. Laspia, Il vocabolario del suono in Omero, in Laspia (1993:
189-251).
94
ἐξ ὕπνου ἀνέγειρε Γερήνιος ἱππότα Νέστωρ / φθεγξάμενος (Il. Κ 138-149).
95
ἀνέγειρε [. . .] ποσὶ κινήσας (ibid. 157-158).
96
μηδὲ πρὶν ἀπόπαυε τεὸν μένος, ἀλλ’ ὁποτ’ ἂν δὴ / φθέγξομ’ ἐγὼν ἰάχουσα, τότε
σχεῖν ἀκάματον πῦρ (Il. Φ 340-341).
97
Od. μ 39-54; 181-200; ψ 326 (narrazione dell’episodio a Penelope).
98
Od. μ 52, 160, 185, 187.
99
Od. μ 41, 159; ψ 326.
100
Od. μ 198. Φθογγή indica in questo passo la voce delle Sirene divenuta inudibile a
causa della distanza; si tratta dunque, come di consueto, di una descrizione degli aspetti
acustici della voce.

60
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

invece φθόγγος. Per far ciò occorre tener conto di un elemento importante:
l’episodio delle Sirene è prima preannunciato da Circe, poi vissuto in prima
persona da Odisseo, ed infine narrato da Odisseo a Penelope.
Quando le Sirene parlano in prima persona della loro voce, il sostantivo
usato è soltanto *ὄψ. Esse invitano Odisseo ad avvicinarsi, promettendo
che, dopo aver ascoltato la loro *ὄψ, egli si allontanerà «avendo goduto,
e sapendo più cose» (τερψάμενος καὶ πλείονα εἰδώς); 101 le Sirene infatti,
come le Muse, «vedono/sanno tutto ciò che accade sulla terra nutrice di
molti» (ἴδμεν δ’ ὅσσα γένηται ἐπὶ χθονὶ πολυβοτείρῃ). 102 Le Sirene pro-
mettono dunque ad Odisseo non soltanto piacere, ma anche e soprattutto
sapere. Circe invece chiama la voce delle Sirene di preferenza φθόγγος,103
e mette in guardia Odisseo circa i suoi effetti, chiamandoli ‘incantamento’
e ‘inganno’.104 Di eventuali contenuti conoscitivi della voce delle Sirene,
Circe non fa menzione; e nello stesso modo si comporta Odisseo nella sua
narrazione a Penelope.
Vero e proprio controcanto negativo delle Muse,105 le Sirene rappresen-
tano dunque il primo germe di quella sfiducia nei valori conoscitivi della
poesia che troverà compiuta espressione in Esiodo.106 Quel che le Sirene
vogliono far credere chiamando la propria voce *ὄψ, è che esse sono in grado
di dilettare e di istruire come le Muse. Nel ribattezzarla φθόγγος, Circe
rappresenta invece questa voce come un suono privo di significato. Tra *ὄψ
e φθόγγος sussiste pertanto un’opposizione basata sul tratto “voce signifi-

101
Od. μ 188.
102
Od. μ 191; cfr. Il. Β 485-486: “ ῎Εσπετε νῦν ποι, Μοῦσαι, ᾿Ολύμπια δώματ’ ἔχουσαι
/ ὑμεῖς γὰρ θεαί ἐστε, πάρεστέ τε ἴστέ τε πάντα”.
103
Circe usa *ὄψ solo in μ 52, dove la voce è descritta dal punto di vista dei suoi effetti
sull’ascoltatore (ὄφρα κε τερπόμενος ὄπ’ ἀκούσῃς Σειρήνοιϊν): e raccomanda ad
Odisseo di farsi legare alla nave, se non vuole che il fascino sprigionato dalla voce delle
Sirene porti alla perdizione lui e i suoi compagni.
104
Questi significati si esprimono in θέλγω, reso nell’Etymologicum Magnum (152, 40)
con ἀπατῶ καὶ σκοτίζω. Sul valore di questo verbo si veda più ampiamente Marsh
(1979).
105
Cfr. J. Pollard, Muses and Sirens, in «Classical Review», LXVI (1952), pp. 60-63.
106
ἴδμεν ψεύδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν ὁμοῖα / ἴδμεν δ’ εὖτ’ ἐθέλωμεν ἀληθέα
γηρύσασθαι dicono le Muse a Esiodo in Theog. 28-29.
61
Studi di fonetica greca

cativa/voce non significativa”. La *ὄψ è voce significativa perché proviene


dal cuore, organo delle emozioni e del pensiero. Mentre φθόγγος è puro
suono, voce non significativa; alla rappresentazione “suono della voce” si
arriva infatti facendo astrazione dalla vis insieme corporea e semantica della
*ὄψ.

2.7 Conclusioni
Un capitolo importante della riflessione greca sul linguaggio nasce insieme
al binomio “voce/voce articolata” (φωνή/διάλεκτος). Le principali tappe
della sua storia sono state individuate nei modelli biologici di Ippocrate,
Aristotele e Galeno. Per ciascuno di questi tre autori, la διάλεκτος è φωνή
articolata per mezzo della lingua. La διάλεκτος è dunque rappresentata
come un insieme di operazioni articolatorie il cui supporto necessario è la
φωνή. La φωνή è invece in diretta relazione con l’organo del pensiero: il
cervello (Ippocrate, Galeno) o il cuore (Aristotele). Poiché la voce proviene
dall’organo del pensiero, su di essa si fonda la possibilità del significare. La
distinzione “voce/voce articolata” non è dunque, strictu sensu, fonetica, ma
linguistica in senso lato.
La distinzione “voce/voce articolata” ha la sua origine in Omero. Una
prima ricognizione del lessico dei poemi omerici stabilisce infatti la presenza
di parole che: 1. individuano un ambito vasto, o addirittura potenzialmente
illimitato di fenomeni vocali; 2. sono usate in descrizioni acustiche e/o
articolatorie della voce e del linguaggio. Simili proprietà sono possedute in
Omero unicamente dalle famiglie di αὐδή, *ὄψ, φωνή e φθέγγομαι. Qui
sono dunque da cercare gli eventuali antenati dei concetti di “voce” e “voce
articolata”.
Un’analisi delle descrizioni articolatorie di αὐδή e φωνή permette di
evidenziare un perfetto parallelismo tra Omero e le posteriori definizioni di
voce e voce articolata. Αὐδή indica solo prodotti vocali articolati, e “scorre
dalla lingua”; la sua sede prima è tuttavia nel petto, che racchiude cuore
(ἦτορ-καρδία) e φρένες, organi in Omero delegati alle funzioni cognitive.
La φωνή è prodotta direttamente dall’ἦτορ; ma presuppone dopo di sé,

62
Capitolo 2. ‘Voce’ e ‘voce articolata’

per divenire linguaggio, operazioni articolatorie a livello dalla cavità orale.


La coppia omerica φωνή/αὐδή è dunque l’antenato diretto del binomio
“voce/voce articolata”.
*῎Οψ copre l’intero ambito delle possibili manifestazioni vocali, lingui-
stiche e inarticolate, e rappresenta pertanto una neutralizzazione dell’opposi-
zione φωνή/αὐδή. *῎Οψ è la voce significativa come capacità di azione sull’a-
nimo dell’ascoltatore; tanto l’emozione quanto la comprensione linguistica
sono a pari titolo effetti della *ὄψ. La *ὄψ è infine “scagliata dall’interno del
petto”. La descrizione fisiologica di *ὄψ è dunque del tutto analoga a quella
di φωνή non sono però qui menzionate eventuali operazioni articolatorie
necessarie per trasformare la voce in linguaggio.
Ad *ὄψ non si oppone né αὐδή né φωνή: si oppone invece φθόγγος
(“suono della voce”, “voce non significativa”). Si ottengono così le seguenti
coppie:
*ὄψ/φθόγγος: “voce significativa/voce non significativa”.
φωνή/αὐδή: “voce/voce articolata”.
Questi dati, uniti all’evidente arcaicità di *ὄψ e alla nota pluristratifica-
zione dei poemi omerici, suggeriscono la seguente conclusione: *ὄψ è più
antico sia di αὐδή, che di φωνή, ed indica la “voce significativa” come origi-
ne della successiva distinzione “voce/voce articolata”. Una simile ipotesi è
suffragata dalla pertinenza semantica del binomio “voce/voce articolata” in
tutto la storia della fonetica greca. Voce e significato si rivelano così parti di
un unico organismo, nodi intrecciati in unità indissolubile: «poiché tutti
in principio hanno imparato secondo Omero». 107

107
ἐξ ἀρχῆς καθ’ ῞Ομερον ἐπεὶ μεμαθήκασι πάντες (Senofane, 21 B 10 DK).

63
Capitolo 3

Il linguaggio degli uccelli. Aristotele e


lo specifico fonetico del linguaggio uma-
no

3.1
«Le parole e la melodia Alcmane trovò dopo aver ascoltato l’articolato canto
delle pernici».1 Con queste parole inizia la storia ufficiale di un fortunato
topos letterario greco: quello del linguaggio degli uccelli, accomunati agli
uomini per le loro speciali abilità fonatorie. L’atto di nascita di questo sin-
golare gemellaggio è in realtà ancor più antico. Già Omero infatti attribuiva
voce articolata non solo alle divinità e all’uomo, ma anche ad alcuni uccelli.2
La voce articolata è, in particolare, attribuita da Omero all’usignolo, ossia a
Procne, trasformata da Zeus in uccello dopo aver ucciso il figlio Itilo.3 E nel
canto dell’usignolo gli antichi, da Omero in poi, credettero di riconoscere

1
Alcm. 92 D: ἔπη δὲ γε καὶ μὲλος ᾿Αλκμάν/εὗρε γεγλωσσαμένον/κακκαβίζων
στόμα συνθέμενος. Sul passo si veda Lanata (1963: 41-2), la cui traduzione riportiamo.
Insostenibile ci sembra invece la posizione contraria di Marzullo 1955.
2
Cfr. Laspia 1996b.
3
Per un’analisi del mito cfr. Schroeder 1926 e Loraux 1990: 57-66.
Studi di fonetica greca

la monotona ripetizione del nome dell’ucciso,4 conforme alle tecniche del


lamento rituale.5
Maturato nel cuore dell’enciclopedia omerica, ed esplicitato già all’epoca
di Alcmane (VII sec. a.C), il topos del linguaggio degli uccelli si diffonde poi
ad ampio raggio nella letteratura dei secoli successivi. Secondo Democrito,
ispirato forse da Alcmane, verso e poesia cantata (ἀοιδή) sono ad esempio
appresi dagli uomini imitando gli uccelli.6 Restringere l’analogia fra abilità
fonatorie di uomini e uccelli al canto sarebbe tuttavia un errore. Al cinguet-
tio di uccelli viene infatti paragonato, in Erodoto, il linguaggio articolato
ma incomprensibile dei barbari; 7 e nell’Agamennone di Eschilo, Clitenne-
stra invita la straniera Cassandra a spiegarsi a gesti, per non servirsi “di una
barbara voce, al modo di una rondine”.8

4
Od. τ 518-22: ὡς δ’ ὅτε Πανδαρέου κούρη, χλωρηῒς ἁηδών/καλὸν ἁείδῃσιν ἔαρος
νέον ἱσταμένοιο/δένδρεον ἐν πεταλοῖσι καθεζομένη πυκινοῖσι/ἥ τε θαμὰ τρω-
πῶσα χέει πολυηχέα φωνήν,/παῖδ’ ὀλοφυρομένη ῎Ιτυλον φίλον [...]. Cfr. Aesch.
Agam. 1142-5: οἷά τις ξουοὰ/ἀκόρετος βοᾶς, φεῦ, φιλοίκτοις φρεσὶν/῎Ιτυν ῎Ιτυν
στένουσ’ ἀμφιθαλῆ κακοῖς/ἀηδὼν βίον . Soph. El. 147-9: ᾿Αλλ’ ἐμέ γ’ ἁ στο-
νόεσσ’ ἄραρεν φρένας,/ᾶ ῎Ιτυν, αἰὲν ῎Ιτυν ὁλοφύρεται,/ὅρνις ἀτυζόμενα, Διὸς
ἄγγελλος. Eur. fr. 773, 23-6 Nauck: μέλπει δ’ ἐν δένδρεσι λεπτὰν/ἀηδὼν ἁρμο-
νὶαν/ὀρθρευομένα γόοις/᾿Ιτυν ῎Ιτυν πολύθρηνον. Per un resoconto più completo
sulla tradizione postomerica rimandiamo a Spatafora 1995.
5
Cfr. De Martino 1975: 195-235 e Alexiou 1974.
6
Plut. De sollert. anim. 20 p. 974 A (68, 13, 154 DK): γελοῖοι δ’ ἰσως ἐσμὲν ἐπὶ τῶι
μανθάνειν τὰ ζῶια σεμνύνοντες, ὧν ὁ Δημόκριτος ἀποφαίνει μαθητὰς ἐν τοῖς
μεγίστοις γεγονότας ἡμᾶς· ἀράχνης ἐν ὑφαντικῆι καὶ ἀκεστικῆι, χελιδόνος ἐν
οἰκοδομίαι, καὶ λιγυρῶν, κύκνου καὶ ἀηδόνος, ἐν ὠιδῆι κατὰ μίμησιν.
7
Her. IΙ, 57: πελειάδες δέ μοι δοκέοσι κληθῆναι πρὸς Δωδωναίων ἐπὶ τοῦδε αἱ
γυναῖκες, διότι βάρβαροι ἦσαν, ἐδόκεων δέ σψι ὁμοίως ὄρνισι φθέγγεσθαι, με-
τὰ δὲ χρόνον τὴν πελειάδα ἀνθρωπίνῃ φωνῇ αὐδάξασθαι λέγουσι, ἐπείτε συνε-
τά σφι ηὔδα ἡ γυνή· ἕως δὲ ἐβαρβάριζε, ὄρνιθος τρόπον ἐδόκεέ σφι φθέγγεσθαι
. «Credo che le donne siano state chiamate dai Dodonei colombe, perché non greco-
fone, e sembrava loro che facessero udire voci simili a quelle degli uccelli. Dicono poi
che dopo un certo tempo la colomba parlasse con voce umana, per il fatto che la donna
parlò loro in maniera comprensibile; finché infatti parlava una lingua straniera, la sua
voce sembrava loro quella di un uccello».
8
Aesch. Agam. 1050-1: ἀλλ’ εἵπερ ἐστὶ μή χελιδόνος δίκην/ἀγνῶτα φωνὴν
βάρβαρον κεκτημένη .

66
Capitolo 3. Il linguaggio degli uccelli

La metafora del linguaggio degli uccelli è in Grecia qualcosa di più che


un topos letterario: in essa è già contenuta, in nuce, l’idea di ‘linguaggio
articolato’. Questa supposizione riceve definitiva conferma con Aristotele,
con cui il paragone tradizionale assurge a dignità di scienza. In sede di
anatomofisiologia comparata e di descrizione del comportamento animale,
Aristotele attribuisce infatti voce articolata non solo all’uomo, ma anche, in
una certa misura, agli uccelli. L’osservazione di Aristotele passa, infine, agli
Stoici, che la inseriscono a pieno titolo nella loro teoria del linguaggio.
Fin qui i Greci. Occorre ora stabilire come questo tema si inserisca nel
pensiero linguistico dell’antichità da una parte, nel dibattito contemporaneo
dall’altra.

3.2
L’attribuzione di voce articolata agli uccelli diviene tema centrale di dibat-
tito quando si tratta di individuare lo specifico del linguaggio umano e la
sua differenza dai sistemi di comunicazione animale. Una delle possibili
chiavi di lettura di questo assunto è infatti che il linguaggio umano non
sia essenzialmente contraddistinto dalla sua organizzazione fonetica, ma
da caratteristiche operanti ad altri livelli del sistema. Così è stata, in effetti,
quasi unanimemente interpretata la posizione di Aristotele; ed il primo
ad avvalersi di una simile interpretazione è stato Walter Belardi. Dopo
aver sottolineato che la voce articolata (διάλεκτος) non è propria solo della
specie umana, «trovandosi anche sul versante ferino, sia pure in misura
minoritaria», lo studioso conclude: «dunque, nella teoria biopsicologica di
Aristotele, viene negato alla voce umana ogni carattere di specificità assoluta
e tolto ogni privilegio esclusivistico, in quanto lo specifico del linguaggio
umano va cercato altrove che nella voce: non nella fonazione e nemmeno
nell’articolazione, ma nella funzione simbolica» (Belardi 1975: 49 e 51).
Quasi con le medesime parole si esprime, pochi anni dopo, Wolfram
Ax: «Artikulation wäre nichts ausschließlich Menschliches und könnte
daher auch nicht den menschlichen λόγος differenzieren [.. . ]. Nicht, daß
das ὄνομα artikuliert ist, sondern, daß es ein σύμβολον ist, macht hier den

67
Studi di fonetica greca

eigenlichen Unterschied [...]. Aristoteles kommt also nicht physiologisch,


wohl semantisch, besonders aber semiotisch, zu einer in Ansätzen spürbaren
Abgrenzung der menschlischen Sprache» (Ax 1978: 260, 263 e 269).9
Di opinione non dissimile anche Ronald Zirin (1980: 345), che non
vede, fra linguaggio umano e linguaggio degli uccelli, alcun discrimine da
Aristotele tracciato su base fisiologica.10 Le posizioni di Ax e Belardi saranno
infine, ancora una volta, riproposte da G. Sadun Bordoni: «È l’oggettivazio-
ne di un concetto che permea la phoné, elevandola a simbolo [.. . ]. Nomi e
verbi [.. . ] sono rappresentazioni, traduzioni, nel mezzo allotrio della voce,
dei concetti presenti nell’anima» (Sadun Bordoni 1994: 55 e 63).
Un simile declassamento della fonicità, e della sua fisiologia di produ-
zione, deriva alla cultura linguistica contemporanea dal suo padre spirituale,
Ferdinand de Saussure. Leggiamo infatti nel Cours de linguistique générale:
«l’essenziale della lingua [...] è estraneo al carattere fonico del segno lingui-
stico». E ancora: «la lingua è una convenzione, e la natura del segno sul
quale si conviene è indifferente. Il problema dell’apparato vocale è dunque
secondario nel problema del linguaggio». Infine: «gli organi vocali sono
estranei al sistema lingua tanto quanto lo sono all’alfabeto Morse gli appa-
recchi elettrici che servono a trasmetterlo; e la fonazione, ossia l’esecuzione
delle immagini acustiche, non tocca in niente il sistema stesso» (Saussure
1922: 16, 19-20 e 28).

9
Per spiegare la natura dei rapporti fra voce e significato in Aristotele, Ax (1978: 264)
rimanda all’alquanto invecchiata autorità di Steinthal (1890: 187): «jener (Aristoteles)
behauptet [. . .] daß die Laute nicht schon von sich selbst die Bedeutung, die Vorstel-
lung, in sich tragen, sondern dass erst das Denken sich die Laute als Zeichen anzueignen
hat. Ein Laut ist nicht durch sich selbst Wort, sondern wird es erst, wenn er von Men-
schen als Zeichen verwendet wird [...]. Dass aber und wie ein Laut zum Zeichen wird,
ist etwas ganz Subjektives, für den Laut Zufälliges».
10
«Since the function of the nervous system was not recognized in antiquity, the higher
cerebral functions could be thought as non physiological. It is in these features then that
we find man’s linguistic distinctiveness, a distinctiveness which goes beyond physiolo-
gical considerations and which, despite Aristotle’s view of a continuum among species,
separates man absolutely from the lower animals».

68
Capitolo 3. Il linguaggio degli uccelli

In una tradizione interpretativa così ben appoggiata e così concorde,


l’unica voce di dissenso è rappresentata da Franco Lo Piparo. Se infatti è
vero che la διάλεκτος degli uccelli rappresenta una «expressive revolution»
rispetto ai sistemi di comunicazione animale unicamente basati sulla φωνή,
non per questo la sua organizzazione fonetica è assimilabile con quella
delle lingue storico-naturali. La specificità del linguaggio umano si rivela
innanzitutto a livello fonetico; e un ruolo fondamentale è assegnato alla
voce laringea: «the voice is not an external signifier whose nature, in the
final analysis, is unessential to the formation of linguistic expressiveness [...].
In Aristotelian linguistics, the generative mechanisms of the voice are not
external but internal to the generative apparatus of λόγος-language» (Lo
Piparo 1988: 97 e 99).
Questi i termini del dibattito. Non resta ora che stabilire se Aristotele ha,
o no, assegnato una specificità fonetica al linguaggio umano. Per scoprirlo,
ricorreremo innanzitutto a un confronto con le successive posizioni degli
Stoici.

3.3
Il contributo degli Stoici al dibattito concernente i tratti distintivi del lin-
guaggio umano si riassume nella seguente testimonianza di Sesto Empirico:
E dicono che l’uomo non differisce dagli animali alinguistici per il lin-
guaggio esteriormente proferito (anche i corvi, e i pappagalli, e le gazze
proferiscono infatti voci articolate), ma per il linguaggio interiore; e non
per la sola capacità rappresentativa, ma per la rappresentazione transitiva
e compositiva. 11
Tramite questa testimonianza, la posizione stoica in merito al problema
che ci interessa è delineata in maniera chiara. L’uomo non differisce dagli ani-

11
Sextus, Adv. math. VIII, 275 (SVF II, 43): φασὶν ὅτι ἄνθρωπος οὐχὶ τῷ προφορικῷ
λόγῳ διαφέρει τῶν ἀλόγων ζῷων (καὶ γὰρ κόρακες καὶ ψιττακοὶ καὶ κίτται ἐνά-
ρθρους προφέρονται φωνάς) ἀλλὰ τῷ ἐνδιαθέτῳ, οὐδὲ τῇ ἁπλῇ μόνον φαντασίᾳ
(...) ἀλλὰ τῇ μεταβατικῇ καὶ συνθετικῇ.

69
Studi di fonetica greca

mali per il linguaggio esteriormente proferito (λόγος προφορικός): la voce


articolata è dunque posseduta, allo stesso titolo, dall’uomo e dagli uccelli.
Fra comunicazione umana ed animale, lo spartiacque si situa unicamente
a livello di «linguaggio interiore» (λόγος ἐνδιάθετος): 12 consiste, cioè,
nel tipo di operazioni mentali di volta in volta correlate alla fonazione. Dal
punto di vista fonetico, nessuna specificità è dunque assegnata dagli Stoici
al linguaggio umano. Una sequenza di sillabe come βλίτυρι può pertanto
non risultare significativa: in linea di principio, potrebbe anzi addirittura
trattarsi di una fonazione animale. La voce articolata umana si fa linguaggio
solo quando ad essa si aggiungono, dall’esterno, referenza e significato.13
Così come è esposta da Sesto Empirico, la posizione degli Stoici dà
senz’altro ragione a Belardi, Ax e Zirin: e, dietro di loro, a Saussure e a
Chomsky. Lo specifico del linguaggio umano consiste cioè «non nella
fonazione né nell’articolazione», ma nella pura dimensione simbolica e/o
cognitiva. Le opinioni degli Stoici in materia di linguaggio si accordano
così perfettamente con le vedute classiche dello strutturalismo linguistico
contemporaneo. Resta però ancora da stabilire quale sia, in merito, la
posizione di Aristotele.

3.4
Aristotele definisce voce e voce articolata nel quarto libro dell’Historia ani-
malium; altre osservazioni sul tema sono contenute nel De anima, nel De
partibus animalium, nei Problemata, e qua e là altrove. Di queste definizio-
ni ci siamo già occupati in altra sede (Laspia 1995); ci limiteremo dunque

12
Per il valore concettuale della coppia - λόγος ἐνδιάθετος/λόγος προφορικός, e per
le sue successive riformulazioni nel mondo latino-cristiano, cfr. Lo Piparo 1988: 83-85.
13
Cfr. Diocles Magnes apud Diog. Laert. VII, 56 (SVF III, 213): λέξις δέ ἐστι κατὰ
τοὺς Στοϊκούς, ὥς φησιν ὁ Διογένες, φωνὴ ἐγγράμματος, οἷον ἡμέρα (...) δια-
φέρει δὲ φωνὴ καὶ λέξις, ὅτι φωνὴ καὶ ὁ ἦχός ἐστι, λέξις δὲ τὸ ἔναρθρον μόνον
(...) λέξις δὲ λόγου διαφέρει, ὅτι λόγος ἀεὶ σημαντικός ἐστι, λέξις δὲ καὶ ἀσή-
μαντος, οἷον ἡ βλίτυρι, λόγος δὲ οὐδαμῶς. διαφέρει δὲ καὶ τὸ λέγειν τοῦ προφέ-
ρεσθαι· προφέρονται μὲν γὰρ αἱ φωναί, λέγεται δὲ τὰ πράγματα, ἃ δὴ καὶ λεκτὰ
τυγκάνει.
70
Capitolo 3. Il linguaggio degli uccelli

qui a riassumerle brevemente. La voce (φωνή) è per Aristotele un suono


prodotto solo mediante gli organi dell’apparato respiratorio: ossia, in prima
istanza, da polmoni e laringe.14 Poichè tuttavia il movimento dei polmoni è
governato dal cuore,15 e la respirazione è un’attività cardiaca,16 è dal cuore
che proviene la voce.17 Ma il cuore è, per Aristotele, sede della vita biologi-
ca,18 della sensazione 19 e del pensiero: 20 in particolare, esso è principio della
rappresentazione (phantasia), che per definizione si accompagna per natura
alla voce. Prodotta in uno con una rappresentazione mentale, la voce è un
suono per sua natura significativo. 21
La voce articolata è invece «articolazione della voce per mezzo della
lingua» (διάλεκτος δ’ ἡ τῆς φωνῆς ἐστι τῇ γλώττῃ διάρθρωσις). La
διάλεκτος è, cioè, ottenuta a partire dalla φωνή interrompendo momen-
taneamente il flusso sonoro proveniente dalla laringe, mediante una o più
occlusioni a livello del filtro vocale sopralaringeo.22 Nel processo di forma-
zione della διάλεκτος, il tessuto fonico è interamente prodotto a livello

14
Hist. an. 535 a 28-30: Φωνεῖ μὲν οὖν οὐδενὶ τῶν ἄλλων μορίων οὐδὲν πλὴν τῷ
φάρυγγι· διὸ ὅσα μὴ ἔχει πλεύμονα οὐδὲ φθέγγεται. Cfr. De an. B §8, 420 b 16
sgg.
15
Part. an. Γ 669 a 13-4: Τοῦ δ’ ἀναπνεῖν ὁ πλεῦμων ὄργανόν ἐστι, τὴν μὲν ἀρχὴν
τῆς κινήσεως ἔχων ἀπὸ τῆς καρδίας .
16
Cfr. De resp. 479 b 17-9: Τρία δ’ ἐστὶ τὰ συμβαίνοντα περὶ τὴν καρδίαν (...)
πήδησις καὶ σφυγμὸς καὶ ἀναπνοή.
17
Cfr. Gen. an. Δ 776 a 12-7: Τούτου δ’ ἀρχὴ καὶ τῶν φλεβῶν ἡ καρδία (...) ἡ ἀρχὴ
τῆς φωνῆς ἐντεῦθεν. ib. 787 b 27-8: (...) ἐκ τῆς φλεβὸς, ἧς ἡ ἀρχὴ ἐκ τῆς καρδίας
πρὸς αὐτῷ τῷ κινοῦντι τὴν φωνήν.
18
Cfr. Part. an. Γ 665 b 7-8 et passim.
19
Cfr. Part. an. Γ 665 b 11-3; 666 a 36-666 b 1 et passim.
20
Cfr. De motu 700 a 19-20: καὶ γὰρ ἡ φαντασία καὶ ἡ αἴσθησις τὴν αὐτὴν τῷ νῷ
χώραν ἔχουσιν.
21
Cfr. De an. Β 420 b 29-33: οὐ πᾶς ζῴου ψόφος φωνή, (...) ἀλλὰ δεῖ ἔμψυχόν τε
εἶναι τὸ τύπτον καὶ μετὰ φαντασίας τινός· σημαντικὸς γὰρ δή τις ψόφος ἐστὶν
ἡ φωνή.
22
Le descrizioni fonetiche di Aristotele presentano una singolare somiglianza con i prin-
cipi della cosiddetta ‘teoria sorgente-filtro sulla produzione del linguaggio’, la cui termi-
nologia ci sentiamo dunque qui giustificati ad utilizzare. Per un’esposizione di questa
teoria, cfr. Lieberman 1975: 66-77.

71
Studi di fonetica greca

dell’apparato respiratorio. Gli organi del tratto vocale sopralaringeo si limi-


tano unicamente a modificare il suono, di per sé uniforme, proveniente dai
polmoni e dalla laringe, introducendo in esso delle alterazioni qualitative 23
corrispondenti alle strategie articolatorie non-vocali (ἄφωνα).24 Per le lo-
ro stesse modalità di produzione,25 le strategie articolatorie occlusive sono
inseparabili dal sostrato vocale.26 Elemento minimo della voce articolata
non è dunque il singolo fonema, vocale o non vocale, ma un frammento
di voce preceduto e/o seguito da un’occlusione: ossia, l’equivalente di una
sillaba. Mentre la voce laringea è posseduta da tutte le specie animali dotate
di apparato respiratorio, la voce articolata è propria di due, e solo due, specie:
uomini e uccelli.
Le definizioni aristoteliche di voce e voce articolata sembrano dunque,
in prima istanza, dar ragione a chi non vede differenze sostanziali fra διάλεκ-
τος umana e διάλεκτος degli uccelli. Lo stesso inserimento delle definizioni
all’interno di un’opera come l’ Historia animalium parla, dapprima, a favore
di una simile ipotesi. Una lettura più attenta di questi e di altri passi mostra
tuttavia che le cose non stanno in questo modo. In primo luogo, il tratto
vocale sopralaringeo è conformato in maniera totalmente diversa nelle due
specie.27 Che Aristotele fosse cosciente di questa diversità, e intendesse sot-
tolinearla, è provato dal fatto che il becco degli uccelli è descritto facendo
esplicita differenza dall’anatomia del tratto vocale sopralaringeo umano.28

23
Cfr. Probl. Χ, 39: τὰ δὲ γράμματα πάθη ἐστὶ τῆς φωνῆς.
24
Cfr. Hist. an. Δ 535 a 31-535 b 1: τὰ μὲν οὖν φωνήεντα ἡ φωνὴ καὶ ὁ λάρυγξ ἀφίησιν,
τὰ δ’ἄφωνα ἡ γλῶττα καὶ τὰ χείλη· ἐξ ὧν ἡ διάλεκτός ἐστιν.
25
Cfr. Poet. 1456 b 28-31: ἄφωνον δὲ τὸ μετὰ προσβολῆς καθ’ αὑτὸ μὲν οὐδεμίαν
ἔχον φωνήν, μετὰ δὲ τῶν ἐχόντων τινὰ φωνὴν γιγνόμενον ἀκουστόν, οἷον τὸ
Γ καὶ τὸ Δ.
26
Cfr. Phys. A 188 a 6: τὰ γὰρ πάθη ἀχώριστα.
27
«Instead of teeth and lips, birds have a beak: this is a very rigid organ, which permits no
articulatory movernent at all [...]. Therefore, articulatory poverty of the διάλεκτος in
birds with respect so what the adult and not deaf-mute human being is able to produce,
has its correlate in the material anatomical organization of the respectives bodies» (Lo
Piparo 1988: 97).
28
Cfr. Part. an. 659 a 36-b 27: Οἱ δ’ ὄρνιθες (...) μυκτῆρας, εἰ μὴ διὰ τὸ ἔργον, οὐκ
ἔχουσι φανερὼς διηρθρωμένους· ἀλλ’ ἥ γε ὄρνις ὥστε μηθέν’ ἂν εἰπεῖν ἔχειν

72
Capitolo 3. Il linguaggio degli uccelli

In secondo luogo, agli uccelli non è mai riconosciuto il possesso pieno


di voce articolata, ma solo un possesso parziale, che si esprime secondo il
più e il meno.
Hist. an. Δ 536 a 20-4: «il genere degli uccelli produce voce: e soprattut-
to hanno voce articolata le specie a lingua piatta, e le specie che posseggono
lingua sottile [...]. Capaci di produrre più voci (πολύφωνα) e, per così dire,
più chiacchieroni (λαλίστερα), sono i piccoli, più dei grandi».29
Part. an. Β 660 a 29-b 1: «per questo, anche fra gli uccelli, quelli
maggiormente capaci di produrre suoni articolati hanno la lingua più piatta
degli altri. E si servono della lingua per la comunicazione reciproca tutti,
ma alcuni più ed altri meno, così che alcuni di essi sembrano addirittura
apprendere gli uni dagli altri».30
Ιl nome stesso di διάλεκτος può essere attribuito solo impropriamente,
e con un certo scetticismo, alle fonazioni degli uccelli.
Hist. an. Δ 536 b 7-13: «Differiscono secondo i luoghi tanto le fonazioni
semplici quanto le fonazioni articolate. La voce manifesta (le sue differenze)

ῥῖνας. Τοῦτο δὲ συμβέβηκεν, ὅτι ἀντὶ σιαγόνων ἔχει τὸ καλούμενον ῥύγκος


(...) Τοῖς γὰς ὄρνισι, καθάπερ εἴπομεν, διὰ τὴν τροφὴν καὶ τὴν ἀλκὴν τὸ ῥύ-
γκος ὀστῶδὲς ἐστι· συνῆκται γὰρ εἰς ἓν ἀντ’ ὀδόντων καὶ χειλῶν, ὥσπερ ἂν
εἴ τις ἀφελὼν ἀνθρώπου τὰ χείλη καὶ συμφύσας τοὺς ἄνωθεν ὀδόντας προα-
γάγοι μῆκος ποιήσας ἀμφοτέρωθεν εἰς στενόν· εἴη γὰρ ἂν τοῦτο ἤδη ῥύγκος
ὀρνιθώδες.
29
Τὸ δὲ τῶν ὀρνίθων γένος ἀφίησι φωνήν· καὶ μάλιστα ἔχει διάλεκτος ὅσοις
ὑπάρχει ἡ γλῶττα πλατεῖα, καὶ ὅσα ἔχουσι τὴν γλῶτταν αὐτῶν λεπτήν. (...)
Πολύφωνα δ’ ἐστὶ καὶ λαλίστερα τὰ ἔλαττω τῶν μεγάλων.
30
διὸ καὶ τῶν ὀρνίθων οἱ μάλιστα φθεγγόμενοι γράμματα πλατυγλωττότεροι
τῶν ἄλλων εἰσὶν (...). Καὶ χρῶνται τῇ γλώττῃ πρὸς τὴν ἑρμηνείαν ἀλλήλοις πάν-
τες μέν, ἕτεροι δὲ τῶν ἑτέρων μᾶλλον, ὥστ’ ἐπ’ ἐνίων καὶ μάθησιν εἶναι δοκεῖν
παρ’ ἀλλήλων . Cfr. Hist. an Δ 536 b 17-9: ῎Ηδη δ’ ὦπται καὶ ἀηδὼν νεοττὸν προ-
διδάσκουσα, ὡς οὺχ ὁμοίας φύσει τῆς διαλέκτου οὐσῆς καὶ τῆς φωνῆς, ἀλλ’
ἐνδεχόμενον πλάττεσθαι. Simili luoghi rendono molto problematica l’assunzione
della simbolícità o convenzionalità come specifico del linguaggio umano. Ciò è onesta-
mente riconosciuto da Ax (1978: 265-6), che giustifica tuttavia questa contraddizione
alle sue — ed altrui — tesi invocando le «gravierende Widerspruchlichkeiten» presenti
nel Corpus aristotelicum secondo la scuola di W. Jaeger. Per un’intelligente confutazione
di Jaeger e di altri ‘aporetici’ cfr. Wieland, 1970: 23-33.
73
Studi di fonetica greca

soprattutto attraverso l’acuto e il grave; ma la sua qualità non differisce


affatto negli animali della stessa specie; quella organizzata in giunti fonici (ἡ
δ’ ἐν τοῖς ἄρθροις), cui si potrebbe forse dare il nome di ‘voce articolata’
(ἣν ἂν τις ὥσπερ διάλεκτον εἴπειεν),31 differisce, oltre che da quella di altri
animali, anche fra animali delle stessa specie che abitano luoghi diversi: così,
fra le pernici, alcune chiocciano, altre trillano».32
Ben diversamente si esprime Aristotele a proposito della voce articolata
umana:
Hist. an. Δ 536 a 32-b 2: «Dei quadrupedi vivipari, ciascuno emette
una sua voce caratteristica, ma nessuno ha voce articolata: essa è invece tratto
proprio (ἴδιον) dell’uomo».33
Probl. XI, 1, 899 a 2-3:«Nessun altro animale parla (λαλεῖ), oltre l’uo-
mo».
A differenza di λέγω/λόγος, λαλέω individua il momento esteriore,
puramente fonico-articolatorio,34 della produzione linguistica.35 Quando è
riferito all’atto comunicativo nel suo complesso, λαλέω indica il parlare a

31
Secondo Zirin (1980: 342), recentemente seguito da Sadun Bordoni (1994: 21), «the
indefiniteness of potential optative and ὥσπερ» avrebbero la funzione di distingue-
re «between διάλεκτος as ἐν ἄρθροις φωνή and διάλεκτος in ordinary meaning of
conversation». Una simile ipotesi non sembra in alcun modo giustificata. Nei passi so-
pra citati, e soprattutto nel libro Δ dell’Historia animalium, che contiene la più esplicita
definizione di διάλεκτος, il termine è infatti usato esclusivamente nell’accezione tecnica
di ‘voce articolata’.
32
Διαφέρουσι δὲ κατὰ τοὺς τοποὺς καὶ αἱ φωναὶ καὶ αἱ διάλεκτοι. ῾Η μὲν οὖν
φωνὴ ὀξύτητι καὶ βαρύτητι μάλιστα ἐπίδηλος, τὸ δ’ εἶδος οὐδὲν διαφέρει τῶν
αὐτῶν γενῶν· ἡ δ’ ἐν τοῖς ἄρθροις, ἣν ἄν τις ὥσπερ διάλεκτον εἴπειεν, καὶ τῶν
ἄλλων ζῴων διαφέρει καὶ τῶν ἐν ταὐτῷ γένει ζῴων κατὰ τοὺς τόπους, οἷον τῶν
περδίκων οἱ μὲν κακκαβίζουσιν οἱ δὲ τρίζουσιν.
33
τὰ δὲ ζῳοτόκα καὶ τετράποδα ζῷα ἄλλο ἄλλην φωνὴν ἀφίησι, διάλεκτον δ’
οὐδὲν ἔχει, ἀλλ’ ἴδιον τοῦτ’ ἀνθρώπου ἐστίν.
34
Ciò è suggerito già dalla forma geminata della radice, con valore onomatopeico conte
nell’italiano lallazione: cfr. Chantraine 1968: 615-6.
35
Cfr. Thphr. Ch. 4.1: μεγάλῃ τῇ φωνῇ λαλεῖν. Antiph. 171 Koch: καινὴν διάλεκτον
λαλεῖν. Plat. Ax. 366 d: λαλῆσαι οὔπω δυνάμενος ἃ πάσχει.

74
Capitolo 3. Il linguaggio degli uccelli

vuoto, privo di significato, il ciarlare a vanvera.36 Del tutto escluso è, dunque,


il riferimento del verbo agli aspetti significativi della comunicazione. La
conclusione, a questo punto, è una sola: per Aristotele, lo specifico del
linguaggio umano è già presente a livello di forma fonico-articolatoria.37

3.5
Il tema della specificità fonico-articolatoria del linguaggio umano, in sé e
in relazione ai sistemi di comunicazione animale, è da Aristotele affrontato
soprattutto nei Problemata: 38
Perché l’uomo soprattutto emette molte voci, gli altri animali invece una,
invariabile per qualità fonica? O anche l’uomo ha un’unica voce, ma molte
articolazioni? Perché proprio quella umana presenta differenze, mentre
le altre no? O non è forse perché gli uomini sono capaci di pronunciare
molti suoni articolati, gli altri animali invece o nessuno, o al massimo due
o tre fra le non vocali? Queste infatti, insieme con le vocali, producono la
voce articolata. Ed è linguaggio (λόγος) il significare non con la voce, ma
mediante le sue alterazioni qualitative; e non semplicemente che si gode o
si soffre. I suoni articolati sono alterazioni qualitative della voce (Probl. X,
38-9). 39

36
Cfr. Eup. 116 Koch: λαλεῖν ἄριστος, ἀδυνατώτατος λέγειν. Plat. Euthyd. 287 d: λα-
λεῖς ἀμελήσας ἀποκρίνασθαι.. Ar. Eccl. 1058: ῞Επου (...) καὶ μὴ λάλει, et passim. So-
lo nel greco postclassico λαλέω verrà banalizzato a semplice sinonimo di λέγω; manten-
dendo tuttavia sempre una traccia dell’originario valore articolatorio (ποιεῖ ἀλάλους
λαλεῖν, riferito ai muti in NT, Mar. 7.37).
37
Come è noto, la presenza di uno specifico semantico proprio delle lingue naturali uma-
ne, e in grado di differenziarle dai sistemi di comunicazione animale, risulta da tutti gli
usi aristotelici di λόγος, e in particolare da Pol. Α 1253 a 6-18. Quel che si vuol qui rico-
noscere ad Aristotele è tuttavia altro: cioè, una specificità linguistica operante già a livello
di organizzazione del suono, e una sua diretta incidenza sulla dimensione significativa
del linguaggio.
38
Per la sostanziale autenticità della maggior parte dei Problemata physica, cfr. Moraux
(1951: 116-117) e Flaschar (1962: 306). Per la paternità aristolelica del X e XI libro in
particolare cfr. Marenghi 1962: 9-22 e Marenghi 1981.
39
Διὰ τί μᾶλλον ἄνθρωπος πολλὰς φωνὰς ἀφίησιν, τὰ δὲ ἄλλα μίαν, ἀδιάφορα ὄν-
τα τῷ εἴδει; ἢ καὶ τοῦ ἀνθρώπου μία φωνή, ἀλλὰ διάλεκτοι πολλαί; Διὰ τὶ δὲ αὕτη
75
Studi di fonetica greca

Il medesimo tema è ripreso in Probl. XI, 57:


Perché, fra gli animali capaci di produrre suoni, la voce matura per ultimo
nell’uomo? Non è forse perché la voce umana presenta il maggior numero
di specie e di differenze? Gli altri animali, infatti, articolano o nessun
suono o pochi. Ciò che è complicatissimo, e presenta il maggior numero
di differenze, è anche necessario che si compia in un tempo più lungo».40
Come si vede, lo spartiacque fra sistemi di comunicazione animale
e umana viene qui tracciato da un punto di vista esclusivamente fonico-
articolatorio; e la differenza vien fatta anche rispetto agli animali capaci di
articolare γράμματα. Vediamo dunque quali siano, secondo i testi sopra
citati, le differenze fra διάλεκτος umana e animale.
La prima differenza fra i due sistemi è di ordine quantitativo: gli uomini
possono pronunciare molti suoni articolati, gli animali – ossia gli uccelli –
solo «due o tre consonanti occlusive». Il Probl. XI, 57 permette tuttavia di
andare oltre: la διάλεκτος umana realizza non solo il maggior numero di
differenze, ma anche il maggior numero di specie (εἴδη) del suono. Dal xx
cap. della Poetica risulta infatti che la διάλεκτος umana comprende ben tre
specie di suoni: vocali (φωνήεντα), semivocali (ἡμίφωνα), ossia consonanti
continue, e non-vocali (ἄφωνα), cioè consonanti occlusive.41
Nelle lingue naturali umane dunque, anche la qualità percettiva della
voce subisce delle modificazioni ad opera del filtro vocale sopralaringeo: 42 e
viene così trasformata in una molteplicità di elementi vocalici. Sembrano
soprattutto queste le «molte voci» cui si fa riferimento in Probl. X, 38-9.
Una rivoluzione espressiva non meno grande è rappresentata dalla presenza

ἄλλη, τοῖς δὲ ἄλλοι οὑ; ἢ ὅτι οἱ μὲν ἄνθρωποι γράμματα πολλὰ φθέγγονται, τῶν
δὲ ἄλλων τὰ μὲν οὐδέν, ἔνια δὲ δύο ἢ τρία τῶν ἁφώνων; ταῦτα δὲ ποιεῖ μετὰ τῶν
φωνηέντων τὴν διάλεκτον, ἔστι δ’ ὁ λόγος οὐ τὸ τῇ φωνῇ σημαίνειν, ἀλλὰ τοῖς
πάθεσιν αὐτῆς, καὶ μὴ ὅτι ἀλγεῖ ἢ χαίρει. τὰ δὲ γράμματα πάθη ἐστὶ τῆς φωνῆς.
40
Διὰ τί ἡ φωνὴ ὕστατον τελειοῦται τοῖς ἀνθρώποις τῶν φθεγγομένων; ἢ διότι
πλείστας ἔχει διαφορὰς καὶ εἴδη; τὰ γὰρ ἄλλα ζῷα ἢ οὐθὲν γράμμα ἢ ὁλίγα δια-
λέγονται. τὸ δὲ ποικιλώτατον καὶ πλείστας ἔχον διαφορὰς ἀνάγκη ἐν πλείστῳ
χρόνῳ ἀποτελεῖσθαι.
41
Cfr. Poet. 1456 b 25-31.
42
ταῦτα δὲ διαφέρει σχήμασὶν τε τοῦ στόματος καὶ τόποις (ib. 3 1-2).

76
Capitolo 3. Il linguaggio degli uccelli

di consonanti continue, che richiedono una totale ristrutturazione proso-


dica delle componenti del suono all’interno della sillaba.43 L’interrogativo
che si pone, è ora il seguente. Nei testi fin qui esaminati (nonché in Probl.
XI, 1, che qui non riportiamo per brevità), la voce articolata umana viene
presentata come qualcosa di molto complicato: per questo motivo essa tarda
a maturare ed è soggetta a distruzione e a patologie. La complessità propria
del componente fonologico di una lingua sembra inoltre dipendere non
tanto dalla quantità o qualità dei suoni, ma piuttosto dalla loro organiz-
zazione strutturale.44 Non resta ora che domandarsi quali siano, secondo
Aristotele, i principi che strutturano la voce linguistica umana.

3.6
Nel capitolo delle Categorie dedicato alla quantità, viene, a un certo punto,
introdotta la distinzione fra quanti continui e discreti. Quanti continui
sono quelli in cui sussiste un contatto fra le parti, quanti discreti quelli in cui
un simile contatto non sussiste. Esempi di quantità continue sono la linea,
la superficie, il corpo; esempi di quantità discrete, il numero e il discorso.
Ed ecco le considerazioni che giustificano l’inserimento del discorso fra i
quanti:

Che il discorso sia una quantità, è evidente: esso è infatti misurato dalla
sillaba lunga e breve: dico tale il discorso realizzato con la voce. Ora, nel
discorso non vi è alcun limite comune rispetto a cui le parti si congiungono
(συνάπτειν): non vi è, infatti, un limite comune rispetto al quale le sillabe
si congiungono, ma ciascuna è delimitata in sé e per sé (Cat. 4 b 32-7). 45

43
In rapporto a simili fenomeni sarebbero, secondo noi, da spiegare molte oscurità della
definizione di sillaba della Poetica (1456 b 34-8).
44
Una simile ipotesi è suggerita da Lo Piparo 1988: 98.
45
ὅτι μὲν γάρ ποσόν ἐστιν ὁ λόγος φανερόν· καταμετρεῖται γὰρ συλλαβῇ μακρᾷ
καὶ βραχείᾳ· λέγω δὲ αὑτὸν τὸν μετὰ φωνῆς λόγον γιγνόμενον· πρὸς οὐδένα
γὰρ κοινὸν ὅρον αὑτοῦ τὰ μόρια συνάπτει· οὐ γὰρ ἔστι κοινὸς ὅρος πρὸς ὃν αἱ
συλλαβαὶ συνάπτουσιν, ἀλλ’ ἑκάστη διώρισται αὐτὴ καθ’ αὑτήν.

77
Studi di fonetica greca

Questo passo è fondamentale ai fini della nostra esposizione. In primo


luogo, esso prova che l’unità fonetica minima in cui si divide il discorso non
è il singolo fonema ma la sillaba: e alla sillaba è assegnata questa funzione
in virtù della sua quantità. Individuo fonico in sé compiuto, la sillaba è
l’unità di misura del λόγος,46 la cui struttura fonetica è scandita, in primo
luogo, dall’alternativa fra quantità sillabica breve e lunga. Questa alternanza
rappresenta il ritmo, e per così dire la melodia interna del parlato.47 Fra
atomo sillabico e atomo sillabico non c’è mediazione possibile: non c’è,
infatti, limite comune rispetto a cui le sillabe si congiungano, ma «ognuna
è delimitata in sé e per sé». Stando così le cose, l’enunciato dovrebbe ridursi
alla somma delle sillabe che lo compongono. Grazie al suo indicatore di
quantità, ciascuna sillaba infatti sta per sé, come un irriducibile atomo
temporale.
Torniamo ora all’XI libro dei Problemata. Come si è detto, l’organiz-
zazione fonetica di una lingua è per Aristotele qualcosa di enormemente
complicato, e per questo soggetta a patologie:
La blesità (τραυλότης) è il non dominare un particolare suono articolato,
non uno a caso; la scilinguatezza (ψελλότης) consiste nel tralasciare qual-
cosa, o sillaba o suono; “la debolezza di voce” (ἰσχνοφωνία) deriva infine
dal non riuscire rapidamente a congiungere (συνάπτειν) una sillaba con
l’altra. Tutti questi disturbi sono causati da impotenza: la lingua non
obbedisce infatti al pensiero (Probl. XI, 30). 48
La prima cosa da osservare è che le patologie elencate da Aristotele non
sono tutte della stessa natura, né della stessa gravità. Al livello più basso
troviamo la τραυλότης o incapacità di articolare un determinato suono. Il
danno che questa patologia apporta all’intelligibilità del discorso è molto
limitato, così come la porzione di competenza linguistica che risulta com-

46
Sulla sillaba in Aristotele, e sui suoi rapporti con il λόγος cfr. Lo Piparo 1989.
47
λεκτικὴ ἁρμονία Cfr. Rhet. Γ 1408 b 33 sgg.
48
ἡ μὲν οὖν τραυλότης τῷ γράμματὸς τινος μὴ κρατεῖν, καὶ τοῦτο οὺ τὸ τυχόν,
ἡ δὲ ψελλότης τῷ ἐξαιρεῖν τι, ἢ γράμμα ἢ συλλαβή, ἡ δὲ ἱσχνοῴωνία ἀπὸ τοῦ μὴ
δύνασθαι ταχὺ συνάψαι τὴν ἑτέραν συλλαβὴν πρὸς τὴν ἑτέραν. ἅπαντα δὲ δι’
ἀδυναμίαν· τῇ γὰρ διανοίᾳ οὐχ ὑπηρετεῖ ἡ γλῶττα.

78
Capitolo 3. Il linguaggio degli uccelli

promessa o disturbata. La ψελλότης (defective speech),49 consiste invece


in un’omissione sistematica di sillabe o fonemi nell’atto di produzione fo-
nica di un enunciato. Questo disturbo riguarda l’organizzazione fonetica
nel suo complesso, ed è più grave del precedente. Tanto la τραυλότης
quanto la ψελλότης riguardano comunque esclusivamente la produzione
articolatoria del suono linguistico. 50
Diverso è invece il discorso per l’ἰσχνοφωνία,51 che abbiamo preferito
non rendere, come di consueto, con balbuzie,52 ma con debolezza di voce, cal-
co fedele della parola greca. A differenza delle due precedenti, l’ἰσχνοφωνία
non è una patologia articolatoria: tanto i singoli suoni, quanto i loro rag-
gruppamenti vengono infatti realizzati correttamente. Ad essere disturbato
è piuttosto lo schema prosodico globale dell’enuciato: e il difetto consiste
«nel non saper rapidamente congiungere una sillaba all’altra».
Ora, questo è proprio il contrario di quanto si diceva in Cat. 4 b 32-7: ma
la contraddizione non è da ascrivere a debolezza o confusione del pensiero
di Aristotele. Ci troviamo, al contrario, in presenza di un’ipotesi sul funzio-
namento dei due principali livelli di organizzazione del sistema ‘lingua’, e sul
loro dispositivo di traduzione reciproca. Individuo fonetico compiuto, che
in quanto tale dovrebbe risultare «distinto in sé e per sé», la sillaba subisce
una totale ristrutturazione quando è realizzata come componente del nome
e della proposizione. Non solo, dunque, i singoli suoni vengono codificati
all’interno dell’unità sillabica 53 ; ma anche le sillabe vengono codificate, cioè

49
È l’ottima traduzione inglese di W. S. Ηett in Aristotle. Problems I (Books I-xxI),
London & Cambridge Mass., 1970, p. 275.
50
Per una trattazione attuale dell’afasia si veda, oltre al classico Jakobson 1968, anche
Pizzamiglio 1968 e Gainotti 1983.
51
A differenza della τραυλότης, che non è ulteriormente trattata, e della ψελλότης,
menzionata di sfuggita in Probl. XI, 1, l’ ἰσχνοφωνία costituisce un vero e proprio Leit-
motiv nell’XI libro dei Problemata. Ad essa sono infatti dedicate ben sette (cfr. Probl.
XI 30, 35, 36, 38, 54, 55, 60) delle sessantadue questioni dibattutte nel libro.
52
Cfr. Hett, op. cit. p. 275 (stammer, stammering); Marenghi 1981: 55-7 (balbettare,
balbettamento).
53
Per il concetto di ‘codificazione’ applicato al versante fonico della lingua cfr. Lieberman
1975: 19-20.

79
Studi di fonetica greca

rifuse in una nuova configurazíone prosodica, all’interno dell’enunciato. E


su questa gerarchia di operazioni prosodiche che si fonda l’organizzazione
del linguaggio umano. È questo, dunque, il tratto distintivo della voce
linguistica.54
Una simile conclusione è esplicitata in Probl. XI, 55:
Perché, fra tutti gli animali, l’uomo soltanto è soggetto a debolezza di voce?
Forse perché l’uomo soltanto partecipa di linguaggio (λόγος), mentre gli
altri di voce? Nei deboli di voce non è infatti compromessa la fonazione;
essi sono solo incapaci di produrre con continuità il discorso. 55
L’ἰσχνοφωνία viene qui presentata come una patologia propria del-
l’uomo, in quanto unico animale dotato di linguaggio. Tale disturbo, che
riguarda, come si è detto, l’organizzazione prosodica, la gerarchia temporale
dei ritmi del parlato, è da Aristotele denominato ἰσχνοφωνία, debolezza di
voce. Ciò significa che i tratti prosodici, e tutto quanto riguarda l’organiz-
zazione temporale delle sequenze linguistiche, è per Aristotele codificato
direttamente nella voce.56
Lo specifico del linguaggio umano riguarda dunque, in primo luogo, la
voce laringea. La voce linguistica è infatti dotata di un dispositivo prosodico
che trasforma alternativamente il molteplice in uno, e l’uno in molteplice:
l’unità enunciativa, attraverso i suoi costituenti strutturali, in una sequen-
za di sillabe, e viceversa. Il procedere dal molteplice all’uno e dall’uno al

54
«Alla base della percezione deve esservi un principio organizzatore; e così pure alla ba-
se della complessa coordinazione cronologica della produzione del linguaggio. Qual è
questo principio organizzatore generale? [...] Un fenomeno ritmico. [...] Possiamo eli-
minare variazioni relative al tono, all’intensità e al timbro, ma se alteriamo le relazioni
temporali interne [...] la melodia diventa immediatamente irriconoscibile. [...] L’es-
senza del linguaggio sono la sua struttura e la sua forma, e non qualche dettaglio fisico
studiabile isolatamente. Le dimensioni della forma del linguaggio sono tutte di natura
temporale» (Lenneberg 1982: 126-8 e 245).
55
Διὰ τί μόνον τῶν ἄλλων ζῴων ἄνθρωπος γίνεται ἰσχνόφωνον; ἢ ὅτι λόγου
κοινωνεῖ μόνον, τὰ δὲ ἄλλα φωνῆς; οἱ δὲ ἰσχνόφωνοι φωνοῦσι μέν, λόγον δὲ
οὐ δύνανται συνείρειν.
56
Una simile ipotesi oggi in Lieberman 1967; per una recente e aggiornata applicazione
all’italiano cfr. Voghera 1992, cui rimandiamo per ulteriore bibliografia sull’argomento.

80
Capitolo 3. Il linguaggio degli uccelli

molteplice è secondo Aristotele, buon discepolo di Platone,57 caratteristico


delle operazioni dell’intelligenza.58 La voce prosodicamente strutturata della
specie umana è dunque il ricettacolo proprio dell’intelligenza, naturalmente
capace di dispiegare tutte le differenze del significare linguistico. La voce
delle altre specie animali, ivi compresi gli uccelli, priva di una simile orga-
nizzazione prosodica è invece limitata all’espressione delle emozioni e alla
comunicazione elementare.
L’ipotesi di un’equivalenza fra voce linguistica umana e διάλεκτος degli
uccelli si rivela dunque, in ultima analisi, insostenibile. Specifico fonetico
del linguaggio umano non è infatti la capacità di modificare la voce attra-
verso strategie articolatorie occlusive, che come tale è propria anche degli
uccelli, o dei bambini molto piccoli.59 Lo specifico risiede piuttosto nel-
l’organizzazione temporale delle unità del parlato, da cui dipende l’enorme
varietà di tipi e strategie articolatorie caratteristici di una lingua. È per questo
che gli animali producono, in alcuni casi, γράμματα, ma non producono
sillabe. La sillaba è infatti un’unità prosodica, essenziale tanto a stabilire un
ordine fra le diverse articolazioni, quanto alla trasformazione del suono in
significato linguistico.
Per lo strutturalismo odierno, così come per gli Stoici, la forma linguisti-
ca promana dunque dal sistema, che di per sé è un’astrazione. Per Aristotele
invece la forma linguistica, che è innanzitutto prosodia e ritmo,60 è natu-

57
Cfr. Plat. Phdr. 265 d-266 c.
58
Cfr. De an. Γ § 6, Met. Γ 1004 b 33-4, Ι 1054 a 20 sgg, et passim.
59
«Il primo stadio del linguaggio infantile comincia con una netta distinzione e delimi-
tazione fra consonante e vocale, e lo stesso contrasto può venire ancora riconosciuto
negli afasici quando sono state abbandonate le altre distinzioni foniche. Dal punto di
vista motorio queste due classi fondamentali di suoni linguistici sono messe in oppo-
sizione come chiusura e apertura. Si potrebbe postulare che proprio questa opposi-
zione massima e semplicissima sia destinata a inaugurare la distinzione fra vocalismo e
consonantismo, e in effetti l’ipotesi è confermata dall’esperienza» (Jakobson 1968: 70-1).
60
Per uno studio della nozione greca di ‘ritmo’ (ῥυθμός), e per la sua equivalenza con
quella di ‘struttura’ e di ‘forma’, cfr. Benveniste 1951: 376-400.

81
Studi di fonetica greca

ralmente insita nella materia vocale: «la voce è infatti materia prima del
linguaggio».61

61
De gen. an. 786 b 19-22: μάλιστα γὰρ τούτοις (sc. τοῖς ἀνθρώποις) ταύτην τὴν
δύναμιν ἀποδέδωκεν ἡ φύσις διὰ τῷ λόγῳ χρῆσθαι μόνους τῶν ζῴων, τοῦ δὲ
λόγου ὕλην εἶναι τὴν φωνήν.

82
Capitolo 4

Cervello mente e linguaggio: Ippocrate


contro il cognitivismo

Una caratteristica fondamentale dell’approccio cognitivo alle scienze umane


consiste nel considerare le operazioni mentali e linguistiche come processi
per acquisire, elaborare, trasformare un certo tipo di informazione.1 Come
un computer opportunamente programmato diviene in grado di acquisire
e processare, trasformandola, l’informazione data, così la mente umana
è in grado di svolgere determinati compiti – quelli richiesti, ad esempio,
dall’acquisizione e dall’uso di una lingua – perché dotata di un certo tipo
di programma.2 Da questo punto di vista il cervello può essere rappresen-
tato come un computer programmato per lo svolgimento di operazioni
cognitive; ciò che interessa allo psicologo, e al linguista con opzioni teori-
che cognitiviste, è ricostruire quale tipo di programma sovraintenda allo
svolgimento delle operazioni linguistiche.3

1
Cfr. Neisser (1967: 10), e prima ancora Newell, Shaw e Simon (1958).
2
«Prendiamo in considerazione, in primo luogo, il parallelo che si suole istituire tra l’uo-
mo e il computer... Il compito di uno psicologo che cerca di comprendere i processi
cognitivi dell’uomo è analogo a quello di un tecnico che tenti di scoprire come è stato
programmato un computer» (Neisser 1967: 7).
3
«A questo punto, a lui non interesserà affatto se quel particolare computer immagaz-
zina l’informazione su nuclei magnetici o su sottili pellicole: egli cercherà di capire il
Studi di fonetica greca

Un simile modello di rappresentazione della competenza linguistica pre-


suppone un rapporto tra tre termini, cervello, mente o pensiero e linguaggio,
che può essere così rappresentato: il cervello nella sua datità biologica è il
calcolatore visto nella sua materialità, l’ hardware, la mente è l’insieme dei
programmi che possono essere fatti girare sulla macchina per processare
l’informazione, e il linguaggio è informazione processata dal cervello in base
a un determinato tipo di programma.4 Compito del linguista è ricostruire il
tipo di programma che rende possibile, in uscita, l’output linguistico.5 In
questo senso è stato possibile affermare che il compito del linguista coincide
al limite con quello dello psicologo,6 e che la linguistica non è che una branca
della psicologia.7

programma, non l’hardware [la struttura materiale del calcolatore]. ...Bisogna stare at-
tenti a non confondere il programma con il computer che lo applica. ...Un programma
non è una macchina: esso è una serie di istruzioni per trattare i seguenti simboli: «se
l’imput ha certe caratteristiche... allora esegue certe operazioni.., altrimenti esegue altre
operazioni ...». Lo psicologo cognitivista vorrebbe dare una spiegazione di questo ti-
po per tutti i modi in cui l’informazione viene elaborata all’interno dei sistema uomo»
(Neisser 1967: 7-10).
4
La validità euristica di questa metafora è stata con buoni argomenti messa in dubbio,
per esempio, da Lo Piparo (1989a).
5
«Per il linguista, come per il bambino che impara la lingua il problema consiste nel
determinare, partendo dai dati di esecuzione, il sistema sottostante di regole di cui il
parlante-ascoltatore sì è impadronito e che mette in uso nell’esecuzione effettiva. Quin-
di, in senso tecnico, la teoria linguistica è mentalistica, poiché il suo scopo è di scoprire
una realtà mentale sottostante ad un comportamento effettivo» (Chomsky 1965: 45).
6
«Il compito dello psicologo, quindi, si suddivide in parecchi compiti minori. Il primo
consiste nello scoprire lo schema innato che caratterizza la classe delle lingue potenzia-
li – cioè, che definisce l’essenza del linguaggio umano. Questo sottocompito rientra
in quella branca della psicologia umana conosciuta come linguistica» (Chomsky 1968:
233).
7
«Penso che ci siano sani fermenti in psicologia cognitiva – e in quella branca particolare
della psicologia cognitiva nota come linguistica – più di quanto non ce ne siano stati per
molti anni» (Chomsky 1968: 133). «Considererei piuttosto la linguistica come quella
parte delle psicologia che focalizza la propria attenzione su una specifica sfera cognitiva
e su di una facoltà della mente, la facoltà di linguaggio» (Chomsky 1980: 14). L’insen-
satezza di ogni sostanziale distinzione tra linguistica e psicologia è ribadita nella stessa
opera più avanti, pp. 190-1, e più recentemente anche in Chomsky (1985: 44-5).

84
Capitolo 4. Cervello mente e linguaggio

Un simile metodo di rappresentazione delle relazioni tra cervello, mente


e linguaggio sembra presentare le seguenti, notevoli conseguenze:
1. L’acquisizione ed elaborazione dell’informazione linguistica, con
conseguente produzione in output di enunciati ben formati, è un compito
cui sovraintende, essenzialmente, la singola mente; il ruolo dell’ambiente
rimane in secondo piano.
2. Il canale materiale di realizzazione dell’output non è da annoverare tra
le caratteristiche pertinenti del prodotto in uscita. Che il linguaggio abbia
o no una realizzazione vocale è in qualche modo da riguardare come un
accidente.
3. Altrettanto non pertinente alla definizione del linguaggio come
processo cognitivo è l’identità materiale dell’hardware. Ciò che il cervel-
lo può fare come elaboratore di informazione linguistica è relativamente
indipendente dal fatto che esso è una parte dell’organismo umano.
Scopo del presente capitolo è mostrare come un rapporto tra cervello,
mente e linguaggio altrettanto necessitato e fondante, ma stabilito tuttavia
su basi assolutamente diverse, e giungente a conclusioni opposte rispetto
ai punti 1., 2., e 3., sia stato elaborato in Grecia nell’ambito della medicina
ippocratea.
Motivo occasionale della redazione del trattato De Morbo sacro (Περὶ
ἱερῇς νούσου), redatto intorno alla fine del V sec. a. C., è un’analisi delle
cause fisiologiche dell’epilessia. Intento dichiarato dell’autore, è di sfatare il
mito che interpretava questa malattia come una sorta di possessione divina.8
La portata teorica del De Morbo sacro è tuttavia molto più ampia; inserito

8
Περὶ μὲν τῆς ἱερῆς νούσου καλεομένης ὧδ’ ἔχει· οὐδέν τί μοι δοκέει τῶν ἄλλ-
ων θειοτέρη εἶναι νούσων οὐδὲ ἱερωτέρη, ἀλλὰ φύσιν μὲν ἔχει ἣν καὶ τὰ λοιπὰ
νουσήματα, ὅθεν γίγνεται (De Morb. Sacr. § 1, Littré VI, 352). Αὕτη δὲ ἡ νοῦσος
ἡ ἱερὴ καλεομένη ἐκ τῶν αὐτῶν προφασίων γίνεται ἀφ’ ὧν καὶ αἱ λοιπαὶ, ἀπὸ
τῶν προσιόντων καὶ ἀπιόντων, καὶ ψύχεος, ἡλίου, πνευμάτων μεταβαλλομέν-
ων τε καὶ μηδέποτε ἀτρεμιζόντων. Ταῦτα δ’ ἐστὶ θεῖα, ὥστε μηδὲν διακρίνοντα
τὸ νοῦσημα θειότερον τῶν λοιπῶν νουσημάτων νομίζειν, ἀλλὰ πάντα θεῖα καὶ
ἀνθρωπίνα πάντα (ib. § 18, Littré VI, 394).

85
Studi di fonetica greca

nella tradizione della biologia monocentrica del V-IV sec. a. C.,9 esso giunge
alla conclusione secondo cui l’egemonia nell’organismo umano spetta al
cervello.10 L’analisi dell’epilessia conduce alla formulazione di ipotesi generali
sulla natura della vita e del pensiero, perché la sua sintomatologia consiste
in una improvvisa e radicale perdita della coscienza. Risalire alle cause di
una simile disfunzione equivale dunque, implicitamente, a stabilire quali
siano le condizioni dei processi biologici e cognitivi.
L’epilessia insorge quando esalazioni umide (φλέγμα) 11 si annidano
nell’interno della testa (ἐγκέφαλος) e nei condotti (φλέβες): 12 ad esso di-
rettamente collegati.13 Funzione precipua delle vene è infatti la conduzione
dell’aria dall’apparato respiratorio all’encefalo, e di lì alle varie parti del cor-
po.14 Quando nel sangue e nella cavità cefalica si insinuano esalazioni umide,
il sangue si raffredda e si condensa,15 ostruendo così il passaggio dell’aria in
direzione della cavità cefalica, che la distribuisce poi alle varie parti del corpo.

9
Per il concetto di “biologia monocentrica”, così come esso è inteso nella medicina greca,
cfr. Manuli e Vegetti (1977).
10
Εἰδέναι δὲ χρὴ τοὺς ἀνθρώπους, ὅτι ἑξ οὐδενὸς ἡμῖν αἱ ἡδοναὶ γίνονται καὶ αἱ
εὐφροσύναι καὶ γέλωτες καὶ παιδιαὶ ἢ ἐντεῦθεν, καὶ λῦπαι καὶ ἀνίαι καὶ δυσφρο-
σύναι καὶ κλαυθμοί. Καὶ τούτῳ φρονεῦμεν μάλιστα καὶ νοεῦμεν καὶ βλέπομεν
καὶ ἀκούομεν καὶ γινώσκομεν... Τῷ δὲ αὐτῷ τούτῳ καὶ μαινόμεθα καὶ παραφρο-
νέομεν... Καὶ ταῦτα πάσχομεν ἀπὸ τοῦ ἐγκεφάλου πάντα (ib. § 14, Littré VI, 386-
8). Κατὰ ταῦτα νομίζω τὸν ἐγκέφαλον δύναμιν πλείστην ἔχειν ἐν τῷ ἀνθρώπῳ
(ib. § 16, Littré VI, 390).
11
῾Η δὲ νοῦσος αὕτη γίνεται τοῖσι μὲν φλεγματίῃσι, τοῖσι δὲ χολώδεσιν οὕ (ib. §
5, Littré VI, 368).
12
Cfr. De Μorb. Sacr. § 3, 4 e 5 (Littré VI, 366-70).
13
Καὶ φλέβες δ’ ἐς αὐτὸν (sc. τὸν ἐγκέφαλον) τείνουσιν ἐξ ἅπαντος τοῦ σώματος,
πολλαὶ καὶ λεπταί, δύο δὲ παχεῖαι καὶ τὸ μὲν παχύτατον καὶ μέγιστον καὶ κοιλό-
τατον ἐς τὸν ἐγκέφαλον τελευτᾷ... Κατὰ ταύτας δὲ τὰς φλέβας καὶ ἐσαγόμεθα
τὸ πουλὺ τοῦ πνεύματος (ib. § 3-4, Littré VI, 366-8).
14
ὅταν γὰρ λάβῃ ἄνθρωπος κατὰ τὸ στόμα καὶ τοὺς μυκτῆρας τὸ πνεῦμα, πρῶτον
μὲν ἐς τὸν ἐγκέφαλον ἔρχεται, ἔπειτα δὲ ἐς τὴν κοιλίην τὸ πλεῖστον μέρος, τὸ
δὲ ἐπὶ τὸν πλεύμονα, τὸ δὲ ἐπὶ τὰς φλέβας, ᾿Εκ τουτέων δὲ σκίδναται ἐς τὰ λοιπὰ
μέρεα κατὰ τὰς φλέβας ..καὶ οὔτω τήν φρόνησιν καὶ τήν κίνησιν τοῖς μέλεσι
παρέχει (ib. § 7, Littré VI, 372).
15
Ταῦτα δὲ πάσχει πάντα, ὁκόταν τὸ φλέγμα ψυχρὸν παραῤῥυῇ ἐς τὸ αἷμα
θερμὸν ἐόν ἁποψύχει γὰρ καὶ ἵστησι τὸ αἷμα (ib. § 7, Littré VI, 374).
86
Capitolo 4. Cervello mente e linguaggio

Conseguenza di questa interruzione è l’immediata perdita della coscienza,


che si risolve in primo luogo in afonia ed afasia,16 e in secondo luogo in una
diffusa incapacità motoria.17
Da ciò si desume che il movimento dell’aria è vita 18 e intelligenza,19
tanto nel singolo organismo vivente quanto nel cosmo tutto.20 Quando
l’aria viene immessa nell’organismo, il singolo organismo partecipa della
vita e dell’intelligenza dell’universo.21 Egemoni sono dunque, per natura,
gli organi cavi e capaci di accogliere l’aria: 22 e tra essi soprattutto la cavità
cefalica, verso cui in primo luogo si indirizza l’aria inspirata.23

16
ὥστε, ἐπειδὰν ἀποκλεισθῶσιν αἱ φλέβες τοῦ ἠέρος ὑπὸ τοῦ φλέγματος καὶ μὴ
παραδέγωονται, ἄφωνον καθιστᾶσι καὶ ἄφρονα τὸν ἄνθρωπον (ib. § 7, Littré VI,
372-4).
17
Αἱ δὲ χεῖρες ἀκρατέες γίνονται καὶ σπῶνται, τοῦ αἵματος ἀτρεμίσαντος καὶ
οὐ διαχευομένου ὥσπερ εἰώθει. Καὶ οἱ οφθαλμοὶ διαστρέφονται, τῶν φλεβί-
ων ἀποκλειομένων τοῦ ἠέρος καὶ σφυζόντων. ᾿Αφρὸς δὲ ἐκ τοῦ στώματος
προέρχεται... ὥσπερ ἀποθνήσκων (ib. § 7, Littré VI, 374).
18
οὐ γὰρ οἷόν τε τὸ πνεῦμα στῆναι, ἀλλὰ χωρέεν ἄνω καὶ κάτω· ἢν γὰρ στῇ που
καὶ ἀποληφθῇ, ἀκρατὲς γίνεται ἐκεῖνο τὸ μέρος ὅπου ἂν στῇ (ib. § 4, Littré VI,
368).
19
καὶ οὕτω παραδέχονται αἱ φλέβες τὸν ἠέρα, καὶ τὸ φρόνημα ἐγγίνεται (ib. § 9).
In questo passo abbiamo ritenuto più plausibile la lezione riportata da Jones (1923, 64).
Littré (VI, 376) legge invece γίνεται al posto di ἐγγίγνεται.
20
I medesimi effetti prodotti nell’organismo umano dall’epilessia sarebbero prodotti nel-
l’ambiente dai venti di mezzogiorno, che contengono un’alta concentrazione di umidi-
tà. Il mare, i fiumi, le fonti, i pozzi e tutte le cose vie e umide percepiscono questi venti
(ἅπαντα δὲ ταῦτα αἰσθάνεται τοῦ πνεύματος τούτου); la medesima espressione è
usata, conte vedremo, a proposito del cervello, ricettivo dell’“intelligenza dell’aria”). Al
loro soffio i vasi di creta seppelliti o conservati nelle case si sformano, gli astri si appanna-
no, e negli organismi viventi si producono epilessia, flussioni ed ogni sorta di affezioni
maligne: (cfr. Littré VI, § 13, 384-6).
21
γίνεται γάρ παντὴ τῷ σώματι τῆς φρονήσιως, ὡς ἂν μετέχῃ τοῦ ἠέρος (ib. § 16,
Littre VI, 390).
22
ὁ δ’ ές τὸν πλεύμονά τε καὶ τὰς φλέβας ἀὴρ ξυμβάλλεται ἐς τὰς κοιλίας ἐσιὼν
καὶ ἐς τὸν ἐγκέφαλον, καὶ οὕτω τὴν φρόνησιν καὶ τὴν κίνησιν τοῖς μέλεσι
παρέχει (ib. § 7, Littré VI, 372).
23
᾿Ες δέ τὴν ξύνεσιν ὁ ἐγκέφαλός ἐστιν ὁ διαγγέλλων· ὁκόταν γάρ σπάσῃ τὸ
πνεῦμα ὥνθρωπος ἐς ἑωυτόν, ἐς τὸν ἐγκέφαλον πρῶτον ἀφικνέεται, καὶ οὕτως

87
Studi di fonetica greca

Di norma tradotto con “cervello”, l’ἐγκέφαλος sembra in questo mo-


dello biologico piuttosto rappresentato come “interno della testa”, ossia
come cavità vuota. La sua funzione consiste infatti unicamente nell’acco-
gliere l’aria, di per sé animata dallo stesso movimento che ordina ed anima
il cosmo. Questo moto si identifica con l’ordine stesso delle cose, ed è per
ciò intelligenza. L’ἐγκέφαλος è dunque organo dell’intelligenza perché
accoglie l’aria ed è una cavità di relativamente grandi dimensioni.24 Ciò
significa che l’aria può muoversi al suo interno dello stesso movimento che
anima il cosmo, senza venir deviata o disturbata nel suo corso: e questo
movimento è intelligenza, tanto nella natura quanto nell’uomo.
L’encefalo è dunque primo interprete dell’intelligenza dell’aria, perché
per primo accoglie in sé l’aria animata dal movimento dell’intelligenza co-
smica.25 Divenuto vita del singolo organismo e delle sue parti,26 il moto
dell’intelligenza universale si trasforma immediatamente in voce e linguag-
gio. Già sede dell’intelletto, l’ἐγκέφαλος è infatti anche l’organo da cui

ἐς τὸ λοιπὸν σῶμα σκίδναται ὁ ἀήρ, καταλιπὼν ἐν τῷ ἐγκεφάλῳ ἑωυτοῦ τὴν


ἀκμὴν καὶ ὅ τι ἂν ἔῃ φρόνιμόν τε καὶ γνώμην ἔχον (ib. § 16, Littré VI, 390).
24
Le φρένες, in Omero sede, insieme al cuore, delle facoltà cognitive (cfr. ad esempio
Il. Ι 600, Σ 419 per quanto attiene alle φρένες, Il. Φ 441 per quanto attiene al cuore),
non avrebbero invece affatto questo ruolo per l’autore del De morbo sacro. Soggette
a contrazioni dolorose “per la loro sottigliezza, e perché, nel corpo, sono dotate della
massima tensione”, le φρένες non sarebbero tuttavia capaci di pensare, perché “non
hanno cavità alcuna, entro la quale accogliere ciò che sopravviene di buono o di cattivo”
(αἱ δὲ φρένες ἄλλως οὔνομα ἔχουσι τῇ τύχῃ κεκτημένον καὶ τῷ νόμῳ, τῷ δ’
ἐόντι οὔκ, οὐδὲ τῇ φύσει, οὐδὲ οἶδα ἔγωγε τίνα δύναμιν ἔχουσιν αἱ φρένες ὥστε
φρονέειν τε καὶ νοέειν... πηδῶσι καὶ ἅλσιν παρέχουσιν ὑπὸ λεπτότητος καὶ ὅτι
ἀνατέτανται μάλιστα ἐν τῷ σώματι, καὶ κοιλίην οὐκ ἔχουσιν πρὸς ἣν δέξονται
ἣ ἀγαθὸν ἢ κακὸν προσπίπτον) (ib. § 17, Littré VI, 392).
25
Κατὰ ταῦτα νομίζω τὸν ἐγκέφαλον δύναμιν πλείστην ἔχειν ὲν τῷ ἀνθρώπῳ·
οὗτος γὰρ ἡμῖν ἐστι τῶν ἀπὸ τοῦ ἠέρος γινομένων ἑρμενεύς, ἢν ὑγιαίνων τυγ-
χάνῃ· τὴν δὲ φρόνησιν αὐτῷ ὁ ἀήρ παρέχεται... Διὸ φημὶ τὸν ἐγκέφαλον εἶναι
τὸν ἐρμηνεὺοντα τὴν ξύνεσιν... ὥσπερ οὖν καὶ τῆς φρονήσιος τοῦ ἠέρος πρῶτος
αἰσθάνεται τῶν ἐν τῷ σώματι ἐνεόντων (ib. § 16 e 17, Littré VI, 390-4).
26
Οἱ δὲ ὀφθαλμοὶ καὶ τὰ οὔατα καὶ ἡ γλῶσσα καὶ αἱ χεῖρες καί οἱ πόδες οἷα ἂν
ὁ ἐγκέφαλος γινώσκῃ, τοιαῦτα πρήσσουσι· γίνεται γὰρ παντὶ τῷ σώματι τῆς
φρονήσιος, ὡς ἂν μετέχῃ τοῦ ἠέρος (ib. § 16, Littré VI, 390).

88
Capitolo 4. Cervello mente e linguaggio

proviene la voce. Ecco perché l’epilessia, che consiste in un’interruzione


del flusso d’aria proveniente dall’esterno, si manifesta in primo luogo come
afonia ed afasia.27
Questi, dunque, i nodi teorici cruciali del modello biologico e cosmolo-
gico rappresentato nel De morbo sacro. Alla base di esso, come del moderno
approccio cognitivo alle scienze umane, sta un rapporto necessitato e fondan-
te tra tre termini: cervello, mente o intelligenza e linguaggio. Le conclusioni
cui il trattato giunge sono tuttavia assai diverse, anzi opposte, rispetto ai
taciti presupposti del cognitivismo odierno. Le differenze fondamentali si
riasssumono, per noi, nei seguenti tre punti:
1. L’acquisizione e l’elaborazione dell’informazione linguistica, con con-
seguente produzione in output di enunciati ben formati, è un compito
cui sovraintende essenzialmente l’ambiente, ossia, per i Greci il “cosmo” o
la “natura”. L’individuo umano è capace di linguaggio e comportamento
intelligente solo perché partecipa dell’intelligenza e della vita del cosmo.
2. Il canale materiale di realizzazione dell’output linguistico è da anno-
verarsi tra le caratteristiche pertinenti alla definizione del prodotto in uscita.
Ciò che definisce il linguaggio come processo cognitivo è il suo essere voce,
ossia prodotto dell’attività respiratoria.
3. Allo stesso modo, pertinente alla definizione del linguaggio come
attività cognitiva è l’identità materiale della parte dell’organismo umano ad
esso preposto. Ciò che definisce il cervello come organo dell’intelligenza,
ed insieme della voce e della parola, è la sua funzione anatomofisiologica di
ricettacolo dell’aria. Il cervello è dunque organo dell’intelligenza ed insieme
organo della voce, ed è organo dell’intelligenza solo in quanto è organo della
voce.
Al di là della sua concordanza o discordanza con i principi dell’anato-
mia odierna, che presuppone un ragionamento sul valore intrinseco dei

27
Secondo l’autore del De morbo sacro, nell’epilessia la voce viene a mancare perché il fleg-
ma intercetta l’aria inspirata e ne impedisce l’affluenza alle cavità e al cervello (ἄφωνος
μέν ἐστιν ὁκόταν ἐξαίφνης τὸ φλέγμα ἐπικατελθὸν ἐς τὰς φλέβας ἀποκλείσῃ
τὸν ἠέρα καὶ μὴ παραδέχηται μήτε ἐς τὸν ἐγκέφαλον μήτε ἐς τὰς φλέβας τὰς
κοίλας μήτε ἐς τὰς κοιλίας, ἀλλ’ ἐπιλάβῃ τὴν ἀναπονοήν) (ib. § 7, Littré VI, 372).

89
Studi di fonetica greca

paradigmi della scienza, e sul loro mutamento, che non può essere adegua-
tamente svolto in questa sede, il modello dei processi linguistici e cognitivi
rappresentato nel De morbo sacro può e deve farci riflettere. All’interno del
pensiero occidentale – e l’odierno approccio cognitivo alle scienze umane
ne è un esempio – vige la legge non scritta che una cosa sia il corpo, un’altra
lo spirito e l’intelligenza. Molta parte della nostra filosofia, ed ancor più
del nostro senso comune, sono basati sul presupposto di una radicale e
fondamentale eterogenetità di res cogitans e res extensa, e sul primato della
prima sulla seconda.28
Dal confronto con il modo di pensare di altre epoche e culture può veni-
re un contributo all’esplicitazione, ed eventualmente alla revisione critica, di
questo presupposto, con immediate conseguenze positive sulla definizione
teorica e sullo studio empirico ed applicato delle nozioni stesse di “pensiero”
e “linguaggio”.

28
È doveroso, a questo punto, sottolineare che almeno una corrente del pensiero con-
temporaneo si pronuncia vigorosamente contro questa dicotomia, ripercorrendo così
inconsapevolmente il cammino della scienza greca. Si tratta dell’epistemologia genetica
che, fondata alcuni decenni or sono da J. Piaget, ha oggi i suoi più acuti ed intelligenti
continuatori in H. Maturana e F. Varela. Sul superamento del dualismo mente-corpo,
e sull’identità tra vita biologica e cognizione cfr. Piaget (1967), Jacob (1970), Maturana
e Varela (1985). Un utile quadro riassuntivo, con ampia bibliografia, in Ceruti (1989).

90
Capitolo 5

Linguistic Pathologies in Ancient Gree-


ce. Aristotle on Aphasia

5.1 Aphasia and the Phonetic Structure of Language


The child provides the only opportunity that we have to observe language
in its nascent state [...]. Pathological speech disturbances of a central
nature provide the only opportunity that we have to observe language in
dissolution. For the linguist, who is concerned with the fully developed
structure of language, its acquisition and dissolution cannot fail to provide
much that is instructive (Jakobson [1944] 1968: 13).

With this statement, already expressed in 1944, Roman Jakobson (1896-


1982) for the first time related child language to aphasia, using both as
evidence to access the phonetic structure of human language. Thus, the
concept of aphasia emerged from the borders of medical and phrenological
treatises, obtaining status and legitimacy within linguistics.
The main points of Jakobson’s view of aphasia may be resumed as
follows:
1. Except for the borderline case of anarthria due to organic or physiological
causes, linguistic pathologies are never purely peripheral disorders: the
entire structural organization of language is affected.
Studi di fonetica greca

2. It is therefore possible to establish a comparison between language acqui-


sition phases in the child and various stages of dissolution of linguistic
competence in the aphasic.1

As has been recently observed (Pennisi 1994), the interest for aphasia
as a linguistic problem begins with Ferdinand de Saussure (1857-1913), who
may be taken as the starting point of Jakobson’s discussion of linguistic
disorders. More specifically, Jakobson’s dependence on Saussure consists in
an implicit assumption: aphasic disorders affect the whole linguistic form
(i. e. the ability to distinguish functionally significant sounds), not only
the phonic utterance of phonemes, syllables and sentences, that according
to Saussure is not central in linguistic competence.2 As for the phonic
perspective, linguistic form is represented firstly by the pattern of distinctive
features embodied in each phoneme. The material phonic substance does
not therefore participate in the definition of the linguistic system.
Now, it is precisely on this points that modern linguistic research has
embarked on a different route. There is increasing evidence that the phone-
tic manifestation of human language is not planned atomistically, starting
up from phonemes, but holistically, starting down from sentences. At the
basis of this production lie prosodic features, such as intonation, tone, stress
and rhythm, which directly involve respiration, and are therefore inscribed,
or “codified”, in the laryngeal voice.3
Another discovery of the last decades is that linguistic units are not per-
ceived in the same way as other acoustic signals. Every effort to reproduce
the linguistic voice artificially is bound to fail if phonematic qualities are

1
“Aphasias’ regressions have proved to be a mirror of the child’s acquisition of speech
sounds; it shows the child’s developement in reverse” (Jakobson 1971a: 231).
2
“The reduction in the ability to pronounce or to perceive sounds [...] is not essential
to the unlearning of the aphasic: only the ability to distinguish functionally significant
sounds is important” (Jakobson 1968: 32). “Les organes vocaux sont aussi extérieurs
à la langue que les appareils électriques qui servent à transcrire l’alphabet Morse sont
étrangers à cet alphabet; et la phonation [...] n’affecte en rien le systeme lui méme”
(Saussure 1922: 36).
3
See Lieberman (1967, 1975).

92
Capitolo 5. Linguistic Pathologies in Ancient Greece

simply arranged one after another as “beads on a string” (Lieberman 1975:


7). The result is unintelligible because the production-reception rhythms
of sound within speech are much faster. The basic unit in the production-
reception of language is not, therefore, the individual phoneme, but the
syllable. The acoustic signals that correspond to non-vocalic phonems are
usually produced, and perceived, as modulations on the vowel.4 Conse-
quently, laryngeal voice as well as prosodic structuration emerge as intrinsic
and fundamental aspects of human language, and essential conditions for
its intelligibility.
These hypotheses are nowadays supported by a large body of experi-
mental results. Research has been done on the extraordinary precocity of
the auditory organ in the embryo (Tomatis 1981), and on the sophisticated
auditory discriminations of the babies, who recognize prosodic features
much sooner than phonemic ones; 5 the peculiar conformation of the supra-
laringeal vocal tract in humans compared to other primates has also received
attention.6
Thus, phonicity as a characteristic and indispensable trait of linguistic
organization, and as an essential prerequisite of human cognitivity, has
become one of the central issues in the modern debate, making the study of
the past linguistic views on this subject of particular interest.7

5.2 Voice and Aphasia before Aristotle


In Greece, the study of language was born along with the concept of “voice”
(Laspia 1996a). In Homeric poems, the earliest extant Greek work, there is
already outlined the difference between “voice” (phoné) and “language” or
“articulated voice” (audé, later diàlektos). Voice comes form the heart, that
is origin of all biological functions and of thought. Language as articulated

4
See Lieberman (1975: 8-9).
5
See Mehler et al., (1978); Bertoncini et al. (1988); Mehler/Dupoux (1990).
6
Lieberman (1991: 53-77); see also Lieberman (1975).
7
See Lo Piparo (1991), Pennisi (1994): reservations on this thesis are voiced by Tullio De
Mauro in his introduction to Pennisi (1994).
93
Studi di fonetica greca

voice, instead, “flows from the tongue” (Il. A, 249), but its true seat is
in the breast, where is also, according to Homer, the origin of life and
of cognition (Il. XVII, 419-420). As naturally significant sound, because
produced in combination with thought, voice is at the core of all following
Greek theories of language (Laspia 1995).
In the Iliad and the Odissey, many cases of aphasia are described. Among
them, it will suffice to examine one, which inaugurates the use of the term
“aphasia”, which has survived to the present day:

So he spoke, and her knees were loosened where she sat, and her heart
melted. Long time she was speechless [dé min amphasìe epéon làbe], and
both her eyes were filled with tears, and the flow of her voice was checked
(Od. IV, 703-705; transl. Murray 1919, 1: 159).

The inability to utter word (amphasìe epéon) is here represented as


a direct consequence of the lack of voice (phoné). We observe the same
thing in Od. V, 456-457, where Odysseus, exhausted after a shipwreck,
lies “without breath or word” (ápneustos kái ánaudos), because “his heart
was won by the sea”. As the absolute center of biological life, the heart
presides over respiration, and, therefore, over phonation. If respiration
stops, language, which is a kind of voice, must cease, too. Aphasia, however,
is not confused with aphonia: for the word for “dumb” is ánaudos, that is
“lacking articulated voice” (see Od. X, 378).
The description of other linguistic pathologies besides the complete
loss of speech is found exclusively in the following passage:

[...] and Dolon, stood still, seized with terror, stammering (bambáidon)
and pale with fear, and the teeth clattered in his mouth (Il. X, 374-375;
transl. Murray 1924, 1: 463).

This is the first description of a form of aphasia that does not entail the
total loss of phonation. Now, if, as it seems, the disorder is to be identified
with stammering, it concerns the global rhythmic pattern of sentences, i.
e. a prosodic competence, rather than a purely phonemic one. Prosodic

94
Capitolo 5. Linguistic Pathologies in Ancient Greece

disorders are therefore observed and identified, in Greece, before disorders


affecting the articulatory production of phonemes.
After Homer, the privileged status assigned to voice within the most
ancient reflection on language leads to an apparent juxtaposition of the two
concepts. In Herodotus (circa 485-425 BC) the recovery of a dumb man is
described as following:
I will now tell what befell Croesus himself. He had a son [...], a likely
youth enough save he was dumb (áphonos) [...]. But this dumb son [...]
in his fear and his grief broke into speech (phoné) and said [...] (Herodotus
I, 85; transl. Godley 1920, 1: 107-108).

In this passage, phoné stands for the entire set of linguistic aspects,8 and
the word used for “dumb” is áphonos. Let us now consider other forms of
aphasia besides dumbness. In Herodotus IV, 155 there is mention of Battus,
son of Polydamantis, who “weak and stammering in speech” (ischnóphonos
kái traulós) “went to Delphi to enquire concerning his voice” (phoné transl.
Godley 1920, 11: 359). In fact, Herodotus does not say exactly what ails
Battus of the various disorders, which shall later on be extensively discussed
by Aristotle; it seems, however, that it must be stammering.9 Once again,
the disorders dealt with in this very early age are those affecting rhythm. It
is also true, however, that Battus, suffering from elocution disorders, goes
to the Pythian priestess to enquire after his voice. Thus we are left with
two alternatives: either Herodotus does not distinguish between “voice”
and “language” – yet, this is unlikely, insofar as the two concepts are already
clearly distinct in Homer – or voice is considered an essential feature of
language.
The same situation is found in the treatises belonging to the Corpus
hippocraticum, where áphonos is used, like ánaudos, to describe a complete

8
In the same direction goes the use of phoné for language, “idiom”, that occurs in Homer
only in the derived forms agrióphonos, barbaróphonos, and seems to be stabilized in
Herodotus; see Gambarara (1984).
9
The name Battus is connected to the verb battarízein “to stammer”; see Plato Theaetetus
175 d.

95
Studi di fonetica greca

halt of the “voice-word” circuit.10 Only in the treatise on Epidemies (III


§ 17) the two adjectives are found in the same passage, and in reference to
the same person, as if they represented two separate symptoms, namely
aphonia and aphasia. Also in the books of the Epidemies, and in a few
other cases, there is passing mention of the language disorders that Aristotle
will later define precisely: traulótes, psellótes and ischnophonía. The words
are almost always used in the adjective form.11 Now, who is traulós can
also be tachyglossos, i. e. “quick of tongue” (see Epid. II, 6, 1): in any case,
the disorder appears to affect the activity of the supraglottal respiratory
system.12 In turn, psellós (psellé) is used at times in reference to the voice
(phoné) of a woman suffering from paralysis (see Epid. VII, 8), at times for
a person suffering from excessively dry tongue (see Epid. VII, 105). In this
case, too, then, we are dealing with a disorder that affects the activity of
the articulatory organs. The case of ischnóphonos (literally “thin-voiced”),
which may coincide with trachyphonos (“raucous-voiced”; see Epid. I, 3, 19)
is different; the symptom is produced by cough (Pror. II, 10). Unlike the
two precedent pathologies, ischnophonía seems thus to affect exclusively
larynx and voice.
Such was then what was known about aphasia in Greece up to the
fourth century BC. This is Aristotle’s starting point.

5.3 Voice and Language in Aristotle


Aristotle (384-322 BC), the greatest scientist of antiquity, repeatedly di-
scusses the theme of human and animal expressive abilities.13 “Voice” and
“language” (i. e., “articulated voice”) are defined in the IV book of the Histo-

10
See Gourevič (1983).
11
See Epid. II, 5, 1 (ischnophonìa);Epid. I, 3, 19; II, 5, 1; Pror. II, 10 (ischnóphonos); I, 3,
19; II, 5, 1; II, 6, I; Aphor. 6, 32 (traulós);Epid. IL 6, 14; VII, 8; VII, 105 (psellós). We
refraine from examining the letters traditionally attribued to Hippocrates, but actually
spurious.
12
In other cases, who is traulós is also said to be ischnóphonos; see Epid. I, 3, 19; II, 5, 1.
13
See Ax (1978), Zirin (1980). Lo Piparo (1988).

96
Capitolo 5. Linguistic Pathologies in Ancient Greece

ria animalium (535 a 27 ff.). Voice (phoné) is produced exclusively through


the breathing apparatus, that is, first of all, lungs and larynx. The movement
of these organs, however, is controlled by the heart, which is, according
to Aristotle, the origin of both biological life and cognition.14 As already
in Homer, the voice comes, in Aristotle’s opinion, from the physical seat
of thought, i. e., from heart. This creates a natural connection between
phonation and cognition, which, as we shall see, is at the root of linguistic
organization.
The articulated voice (diálektos) is the ability to modify voice using
the tongue and the whole supralaryngeal vocal tract. The vocal filtering
activity of the supralaryngeal vocal tract may in no way be separated from
phonation: “speech is impossible once the windpipe has been severed and
no motion is forthcoming from the lung” (Part. an. III, 673 a 23-24; transl.
Peck 1937: 283). Occlusive articulatory positions do not become audible
without voice.15 Basically, Aristotle’s conclusion is that “the letters” – that
is, acoustic-perceptive differences relatable to an alphabetic writing system –
“are affections of the voice”.16
These statements do not appear compatible with a view of voice as
external to the linguistic system, nor with a model of phonetic structure
where the basic units are produced and perceived “as pearls on a string”.
Let us examine now, how all this intersects with Aristotle’s description of
aphasia.

5.4 Language and Aphasia in Aristotle


Language disorders are dealt with for the most in book XI of the Problemata,
which is entirely dedicated to voice, of which Aristotle’s authorship is nowa-
days unquestioned.17 The book opens with a discussion of the acquisition
and loss of language, and of hearing as a connected sensorial modality:

14
See Gen. an. IV, 776 b 13-17: a detailed discussion is found in Laspia (1995; 1996a).
15
See Poet. 1456 b 26-31.
16
Tá dé grámmata páthe estì tês phonés, Probl. X, 39, 895 a 13-14; transl. Hett 1936, 1: 229.
17
See Marenghi (1981).
97
Studi di fonetica greca

Why those who suffer from birth from any defective sense mostly have
bad hearing? It is because both hearing and the voice may be held to arise
from the same source? Now language (diálektos), which is a kind of voice
(phoné), seems the easiest thing to destroy and the most difficult to bring
to perfection. There is evidence for this in the fact that after birth we are
unable to speak (eneói) for a long time, for at first we cannot talk at all,
and then later for a time we falter in speech (psellízomen). But because
language is easily destroyed, and the source is the same both of language
(for it is a kind of voice) and of hearing, hearing is therefore the most easily
destroyed of all the senses, not of itself but incidentally (ek symbebekótos).
We can find proof of this also from the other animals, that the origin of
the language is quite easily destroyed, for none of the other animals except
man speaks, and man only does so atter a time, as we have said (Aristotle,
Probl. XI, 1; transl. Hett 1936, I: 253).

This passage is an important document for the history of linguistics.


For the first time, the acquisition of language is seen as a gradual process,
which goes through various development stages.18 Furthermore, each stage
in development of language is related to a specific articulatory disorder and
corresponds, from a philogenetic point of view, to the expressive capability
of one or more animal species. The first phase, the neo-natal one, corre-
sponds, according to Aristotle, to the level of linguistic expressivity proper
to people who are deaf and dumb (eneói), or of anirnals endowed only
with voice (phoné). 19 The following stages correspond, as we shall see, to
various articulatory disorders, and have their philogenetic equivalent in
expressive capabilities of birds, who are endowed which a rudimental form
of articulated voice (diálektos).20
The adjective eneòs, not attested before Plato (427-347 BC, Theaetetus
175 d), replace in Aristotle the traditional áphonos and ánaudos; it indicates

18
See Probl. XI, 57.
19
“Children and beasts show their meanings in the same way, for children cannot yet
pronounce the letters” (Probl. X, 39, 895 a 15).
20
See Hist. an. IV, 536 a 20 ff.; Part. an. II, 660 a 29 ff., etc., see also Lo Piparo (1988),
Laspia (1996b).

98
Capitolo 5. Linguistic Pathologies in Ancient Greece

dumbness as a consequence of auditory deprivation. Let us examine the


passage in Historia animalium:
All persons who are deaf (kophói) from birth are dumb (eneói) as well:
though they can utter a sort of voice (phoné), but they cannot talk (diá-
lekton oudemían aphiâsi) (Hist. an. IV, 536 b 3-5; transl. Peck 1970, 11:
81).

Dumbness does not compromise phonation; as newborns, dumb peo-


ple are capable of uttering voice, but are not capable of integrating pho-
nation with the articulatory activity of the supraglottal respiratory system.
Voice (phoné), therefore, is not transformed in articulated voice (diálektos).
Aphonia and aphasia are here accurately distinguished, and for this reason
Aristotle avoids using the adjective áphonos (litterally “lacking voice”). As
underlined by the choice of eneós, dumbness follows upon a loss of hearing.
Articulated voice (diálektos) cannot be produced without a continuous
auditory feedback. Thus human language is presented as a specific product
of the hearing-voice synergy, so that it is possible to evaluate the cognitive
status of hearing, in itself and in relation to other senses:
Of these faculties, for the mere necessity of life and in itself, sight is the
most important, but for the mind and indirectly (kata symbebekós) hea-
ring is the most important. [...] Indirectly, hearing makes the largest
contribution to wisdom. For discourse, which is the cause of learning,
is so because it is audible; but it is audible not in itself but indirectly,
because speech is composed of words [...]. Consequently, of those who
have been deprived of one sense or the other from birth, the blind are
more intelligent than the deaf (eneói) and dumb (kophói) (Sens. 437 a 4
ff.; transl. Hett 1936: 219).

Hearing is cognitively superior to sight, but only “indirectly”, or accor-


ding to a more literal translation of katá symbebekòs, “because it accompa-
nies (something else)”, i. e., it is the perceptive modality associated with
language.21 If isolated in a community of hearing people, a deaf person is

21
“The organ of hearing is intellectually superior not in itself or for itself [...] buy only
if the capacity of hearing is exercised upon language” (Lo Piparo 1988: 101).

99
Studi di fonetica greca

denied all access to language, and suffers a cognitive handicap. However,


Aristotle may also be referring to something else. In Probl. XI, hearing is pre-
sented as the sense most liable to pathologies “not of itself but accidentally”
(ek symbebekekótos), insofar as it is associated with the complex organiza-
tion of language. This suggests that the auditory decodifying mechanism of
the linguistic sound works according to modalities different from the ones
presiding over the ordinary perception of sound. The question becomes,
then, if and how do these different modalities interact with the structural
and/or cognitive dimension of language.
The process of linguistic acquisition and its phases are discussed also in
the Historia animalium:

Children, just as they have not proper control over their limbs in general,
so cannot at first control their tongue, which is imperfect and attains
complete freedom of motion later on; until they mumble (psellízousi) and
lisp (traulízousi) the most part (Hist. an. IV, 536 b 5 ff.; transl. Peck 1970,
11: 81-83)

Now, the verbs used in the above passage to describe imprecise phonetic
acquisitions denote in fact specific disorders in the articulatory production
of language. This is attested by Probl. XI, 30, which contains the most
ancient classification of the various types of aphasia:

Lisping (traulótes) is an inability to control a certain letter, not any letter,


but deftective speech (psellótes) consists of omitting some letta or syllable,
while stammering (ischnophonía) is an inability to add (synáptein) quickly
one syllable to another. But all these disabilities are due to a failure of
power; for the tongue does not serve the intention (diánoia) (Probl. XI,
30; transl. Hett 1936, 1: 75).

The translation of diánoia with “intention” does not seem adeguate,


in this instance; “mind” or “discursive intelligence” would be closer to the
original. In any case, what is at issue here is not only the movements of
articulatory organs, but the conversion of thought into words. Yet, the
pathologies named are not all of the same nature, nor of the same gravity.

100
Capitolo 5. Linguistic Pathologies in Ancient Greece

The less harmful disorder is undoubtedly the one described by the word
traulótes, which consists in the inability to articulate a specific phoneme. The
damage causated to the intelligibility of discourse by this pathology is very
little, and so is the portion of linguistic competence that is compromised.
This disorder is tied to the last phases of linguistic acquisition, since, in
all languages, certain continuous consonant phonems, for example the
so-called “liquids”, are only acquired at the end of the development process.
Psellótes, instead, consists in a systematic omission of syllables or sounds
during the phonic utterance of a sentence. This disorder affects the entire
phonetic organization, and can be considered a true form of aphasia, similar
perhaps to the “phonetic disintegration syndrome” described by Alajouani-
ne/Ombredane/Durand in 1939.22 A similar phenomenon is found in the
first phases of linguistic acquisition, when the articulatory strategies that
the child is able to consistingly enact are still very limited.
The third and last pathology discussed by Aristotle is the only one
that does not have an equivalent in a specific phase in the development of
infantile language. Ischnophonía is truly a crucial issue in the eleventh book
of the Problemata: out of sixty-two quons debated in this book, no less than
seven are dedicated to it.23 We are also forced to admit that, for Aristotle,
this is the main and the most severe pathology of language. Unlike traulótes
and psellótes, ischnophonía is not a disorder of the phonic production: both
individual phonems as well as their grouping are correctly uttered. What is
undetermined is rather the global prosodic pattern of the sentence: thus
ischnophonía “is an inability of adding quickly one syllable to the other”.
Let us now examine what Aristotle observes in the Categories concer-
ning the structural characteristics of spoken language (ho metà phonês lógos
gignómenos):
The same may be said about speech, if by speech the spoken word is
intended. Being measured in long and short syllables, speech is an evident

22
See the description in Pizzamiglio (1983: 53-71), who points out how “a speech riddled
with phonologie errors, with frequent halting in the beginnings of words” necessarily
leads to a “disprosodic intonation”; the same conclusion is reached by Lenneberg (1982).
23
See Probl. XI, 30, 35, 36, 38, 54, 55, 60.
101
Studi di fonetica greca

quantity, whose parts possess no common boundary. No common limit


exists, where those parts, that is, syllables, join (sunáptei). Each, indeed, is
distinct from the rest (Cat. 4 b 32-37; transl. Cooke 1938: 37).

This passage proves that, according to Aristotle, the basic phonetic units
of discourse are syllables rather than individual phonerns (see Lo Piparo
1989). As self-contained phonetic unit, the sillable is the unit of measure
of the lógos, the phonetic structure of which is scanned by the alternation
between long and short syllable. This alternation constitues the rhythm,
that is, according to Aristotle, the internal “melody of the speech” (lektikè
harmonía, Rhetorica III, 1408 b 33 ff.). Thanks to its internal principle of
temporal scanning, each syllable is clearly distinguished from the other: “no
common limit exists, where syllables join. Each, indeed, is distinct from the
rest”.
Yet, in Probl. XI, 30, the most serious disorder of linguistic production,
ischnophonía, is presented as the inability of rapidly connecting one syllable
to the other, which is precisely what Cat. 4 b 32-37 would seem to exclude.
This apparent contradiction, in our opinion, leads to an extremely alluring
hypothesis on the internal organization of language. Even as a self-contained
phonetic unit, which as such should be distinct from the context, the syllable
is completely recast when produced within a sentence, thus becoming part
of a new prosodic configuration. Not only, then, are individual phonemes
produced and perceived inside the syllabic unit: syllables, too, are recast in a
new, unitarian rhythmic and intonative configuration, within sentences. It
is on this hierarchy of prosodic operations that the structural organization of
human language is based. It is also on this that its intellegibility is founded.
A similar conclusion is advanced in Problemata:

Why is man the only living creature which stammers? Is it because he alone
has a share of speech, but the other animals of voice? But stammerers
produce voice but cannot connect their words (lógos dè ou dynantai
suneírein) (Probl. XI, 55; transl. Hett 1936, 1: 289).

Ischnophonía is here described as a specifically human pathology, inso-


far as humans are the only animals endowed whith language (lógos). This

102
Capitolo 5. Linguistic Pathologies in Ancient Greece

disorder affects, as we have noted, prosodic organization, i. e. the temporal


hierarchy of speech rhythm. Prosodic organization is therefore a funda-
mental intrinsic trait of human language. This disorder lacks a specific
equivalent in the phases of linguistic acquisition, because rhythmic compe-
tence preceeds the ability of producing and perceiving phonemes. In fact,
newborns perceive and reproduce only prosodic differences: it is on this
first imprinting that the following linguistic development is based.

5.5 The Centrality of Prosodic Features


One last observation must be made, and it concerns the status and the loca-
lization of the disorder named ischnophonía. The term is usually translated
as stammer, stammering, which is not incorrect if one refers exclusively
to the symptom. Yet, one should note that ischnophonía means, literally,
“weakness of voice”, and this is the meaning in which the term appears to be
used in Hippocrates’ Epidemies (above, § 2.). Ischnophonía is thus, first of
all, a disorder of phonation.24 This suggests that, for Aristotle, prosodic fea-
tures and everything that concerns the temporal organization of linguistic
sequences is inscribed in the laryngeal voice.
The structural organization of human language, wherein lies the prin-
ciple of its intelligibility, is therefore, for Aristotle, necessarily connected
with voice. The linguistic voice is constructed through a combination of
prosodic strategies that alternatively transform the one into the many and
the many into the one, i. e., the prosodic unit, through its components,
into syllables, and viceversa. Now, the transition from the many to the
one, and from the one to the many, is for Aristotle,25 and for his mentor
Plato before him,26 the main feature of cognitive processes. For Aristotle,
the cognitive dimension of speech is, therefore, strictly dependent on its
phonetic organization.

24
The same conclusion has been reached by the current research on stammering; see
Massa/Lucchin (1968).
25
See De an. III, § 6, Met. IV, 1004 b 33-34; XI, 1054 a 20 ff., etc.
26
See Phaedrus 265 d-266 c.
103
Studi di fonetica greca

The natural inherence of phonation and cognition, which, from Homer


onward, is at the basis of all Greek representations of voice and language,
becomes, with Aristotle, an hypothesis on the centrality of prosodic features
in the structural organization of human language: and the terrain where this
hypothesis is worked out is, to a great extent, that of linguistic pathologies.

104
Capitolo 6

Principi della classificazione del suono


nella Grecia antica. Le origini della ri-
flessione fonetica fra oralità e scrittura

6.1
Nella storia del pensiero linguistico occidentale, un capitolo centrale è rap-
presentato dai principi di classificazione fonetica. L’argomento ha una storia
illustre, che si snoda attraverso le fasi più significative della filosofia greca.
Nella letteratura a noi tramandata, le prime classificazioni sistematiche del
suono linguistico si trovano in Platone e Aristotele; in Platone la travaglia-
ta evoluzione della dottrina delle idee, in Aristotele lo statuto ontologico
della sostanza sensibile, sono costantemente illustrati sulla base di esem-
pi fonologici.1 La struttura del suono linguistico diventa così strumento
privilegiato di conoscenza del reale; e si evidenzia, al contempo, una forte
vocazione teorica della fonetica greca. Proprio per questo loro forte spessore
teoretico le classificazioni fonetiche greche non risultano immediatamente
comprensibili allo studioso di oggi; ed il senso stesso dei termini impiegati

1
Sulla sillaba come modello della sostanza sensibile (αἰσθητὴ οὐσία) e della definizione
(λόγος ὁρισμός) si veda il notevole studio di Lo Piparo (1989).
Studi di fonetica greca

non è sempre chiaro. Crediamo pertanto opportuno ripercorrerne la storia


attraverso le sue varie fasi, che sulla base delle fonti fissiamo in numero di
quattro: 2 I) Prima fase (preplatonica): i suoni linguistici sono ripartiti in due
classi: φωνήεντα e ἄφωνα; e i termini che descrivono le strutture minimali
del suono articolato sono anch’essi due: γράμμα e συλλαβή. II) Seconda
fase (platonica): i suoni linguistici sono ora ripartiti in tre classi: le due
precedenti ed una terza intermedia (φωνήεντα/μέσα/ἄφωνα); i criteri di
classificazione riguardano il tipo e/o l’udibilità del suono; anche sul versante
delle strutture fonetiche la terminologia si arricchisce di un nuovo conio
lessicale: στοιχεῖον. III) Terza fase (aristotelica): la classificazione resta tri-
partita, ma cambia la denominazione della classe intermedia, definita ora
delle “semivocali” (φωνήεντα/ἡμίφωνα/ἄφωνα); i criteri di classificazione
non sono più puramente percettivi, ma includono un fattore articolatorio.
È da osservare che, nelle fasi 2 e 3, una classificazione tripartita del suono
linguistico non si sostituisce, ma si affianca, alla precedente classificazione
esaustiva in φωνήεντα e ἄφωνα, che ritroviamo sia in Platone che in Ari-
stotele. IV) Quarta fase (dionisiana): la tripartizione aristotelica rimane
invariata, ma solo in apparenza: le tre classi sono infatti qui differenziate
sulla base di una gerarchia di udibilità di fatto estranea alle fasi aristotelica e
platonica. Anche qui a una classificazione tripartita del suono linguistico si
affianca una parallela classificazione bipartita; ma muta il nome della classe di
elementi complessivamente opposti ai φωνήεντα, che sono ora denominati
σύμφωνα, non più ἄφωνα. Ciò è, si vedrà, coerente con una ridefinizione
degli ἄφωνα che ristruttura, di fatto, i valori dell’intera classificazione.
Nel presente lavoro ci occuperemo soprattutto della prima fase di que-
ste classificazioni, finalizzando ad una sua comprensione i riferimenti alle
fasi successive. Solo attraverso un ripensamento radicale delle origini sarà
infatti possibile interpretare nella giusta luce le fasi più mature, e dare, nel
contempo, risposta a un interrogativo scottante. Come è noto, l’alfabeto

2
Una più articolata periodizzazione in cinque fasi, con ulteriori sottodivisioni interme-
die, si trova in Belardi (1972: 97-9), (1985: 85-8). Le ragioni che spingono lo studio-
so a congetturare due momenti distinti all’interno della fase documentata dai dialoghi
platonici, dipendono dalla sua interpretazione della fase aristotelica, di cui si dirà oltre.

106
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

greco è il primo sistema di scrittura che funzioni su base rigorosamente


fonematica: con grafemi, cioè, distinti per vocali e consonanti.3 Si tratta
di una rivoluzione tecnologica della massima portata, le cui conseguenze
sociali, culturali e cognitive possono difficilmente venire sopravvalutate.4
Ora, la parola che in greco indica la lettera dell’alfabeto è γράμμα, nomen rei
actae da γράφω, “incido”, “scrivo”.5 Ma fin dalle origini γράμμα sembra
designare anche un’unità del suono; si è pensato così che la fonetica greca
concepisse il suono pronunciato come un doppione del segno scritto.6 È
venuto ora il momento di domandarsi: le descrizioni fonetiche in Grecia
sono, o no, influenzate dal modello della scrittura? E se no, perché?

6.2
Il testo più antico che prenderemo in esame non contiene ancora una classi-
ficazione dei suoni del linguaggio, ma descrive implicitamente la loro orga-
nizzazione. Il passo è per noi di fondamentale importanza, perché qui per
la prima volta γράμμα presenta una possibile accezione fonetica. In Eschilo,
Sette contro Tebe 465 ss., si descrive uno scudo effigiato con didascalia; è
l’immagine di un oplita in atto di espugnare una fortificazione. Vediamo
ora più da vicino cosa dice il personaggio:

3
Per inquadrare la nozione di ‘scrittura alfabetica’, in sé e per differenza da altri sistemi di
scrittura, fondamentale è ancora Gelb (1952); per le implicazioni teoriche, sociologiche
e cognitive legate all’adozione dell’alfabeto cfr. Havelock (1963), (1973), (1986).
4
Il passaggio dall’oralità all’alfabetizzazione è uno dei temi emergenti del dibattito cultu-
rale contemporaneo. Due riferimenti ormai classici sono Ong (1982) e, fra le numerose
opere dallo studioso dedicate all’argomento, Havelock (1982); per ulteriore bibliografia
cfr. Gentili (1983); aggiornamenti in Olson, Torrance (1991).
5
Sul valore originario di γράφω, e sulle sue implicazioni. cfr. Gelb (1952: 8-9), Rapallo
(1994: 161), Harris (1998: 33, 37, 97 ss.).
6
Tale posizione, sostenuta con vigore, ad esempio, da Robins (1951: 13-4), (1967: 43), è an-
cor oggi diffusa: cfr. ad esempio Harris (1998); per una diversa prospettiva cfr. Havelock
(1976), di cui più avanti.

107
Studi di fonetica greca

βοᾷ δὲ χοὖτος γραμμάτων ἐν συλλαβαῖς ὡς οὐδ’ ἂν ῎Αρες σφ’ ἐκβά-


λοι πυργωμάτων. E grida anch’egli, in vincoli di lettere, che neanche Ares
potrebbe buttarlo giù dalle torri (Sept. 468-9).
Siamo qui di fronte ad un’ardita figurazione, che gioca sul confronto
fra lingua orale e lingua scritta. Il personaggio effigiato si esprime con una
didascalia, fissata in una serie di segni grafici (γράμματα). E nondimeno, egli
è rappresentato come vivente e parlante: come se, cioè, i γράμματα sgorgas-
sero dalla sua viva voce.7 Ciò si esprime nella locuzione βοᾷ ... γραμμάτων
ἐν συλλαβαῖς, “grida (...) in vincoli di lettere”, che rivela una profonda
differenza di organizzazione fra segno grafico e pronuncia. Nel momento
in cui non sono più morti segni di scrittura, ma emanazioni della viva vo-
ce dell’oplita, i γράμματα non stanno più da sé soli, ma si organizzano in
gruppi fonici, in “vincoli” (συλλαβαί). Qui γράμμα indica ancora propria-
mente il carattere scritto: è solo la cooccorrenza con βοάω, e ancor più con
συλλαβή, che determina la sua possibile interpretazione fonetica. Solo se
integrato nella struttura globale denominata συλλαβή, il γράμμα si presta a
rappresentare una componente, non autonoma, dell’atto di pronuncia.8 Se
da una parte gioca un ruolo determinante nell’analisi del parlato, la scrittura
devia dunque profondamenente dalle leggi dell’oralità: 9 chi si esprime a
voce non produce infatti γράμματα isolati, ma li organizza ἐν συλλαβαῖς
γραμμάτων.

7
Si tratta di un espediente retorico non nuovo all’autore, e che ricorre altre volte nella
stessa opera; cfr. Sept. 434: χρυσοῖς δὲ φωνεῖ γράμμασιν πρήσω πόλιν. Qui il pas-
saggio metaforico da scrittura (didascalia) a oralità (viva voce) è operato da φωνέω, per
il cui valore, in sé e per differenza dai veri e propri verbi di ‘dire’, cfr. Laspia (1996: 65-72).
8
La centralità della sillaba, e non del fonema, nei meccanismi di produzione e ricezione
del linguaggio è oggi dimostrata fin dai primi mesi di vita; cfr. Bertoncini, Mehler (1981),
Fernald (1984), Hawkins (1999), per una visione d’insieme degli studi contemporanei
sulla sillaba; cfr. van der Hulst, Ritter (1999) cui rimandiamo per ulteriore bibliografia.
Ciò ha provocato una rivoluzione nel campo degli studi fonetici, segnando il passag-
gio dalla fonologia segmentale, incentrata sul fonema, alla fonologia autosegmentale,
incentrata sull’organizzazione prosodica; cfr. Nespor (1993: 103-128).
9
Per l’eteronomia di organizzazione fra il parlato e la sua rappresentazione alfabetica cfr.
Albano Leoni, Maturi (1995: 16-22).

108
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

Anche συλλαβή, nomen actionis da συλλαμβάνω, “prendo insieme”,10


è qui per la prima volta usato in accezione fοnetica; un confronto con un
contesto in cui il termine è impiegato in senso letterale aiuterà a chiarire il suo
valore metafοrico. In Suppl. 456 leggiamo: “ho nastri e cinture, vincoli dei
pepli” (ἔχω στροφοὺς ζωνάς τε, συλλαβὰς πέπλων). Come è evidente,
συλλαβή indica qui il “vincolo”, “ciò che tiene insieme”; ed è proprio questo
valore attivo che trapassa nell’accezione fonetica.11 Come nastri e cinture
sono “vincoli dei pepli”, senza cui i singoli tessuti non potrebbero piegarsi
alla funzionalità del vestire, così le sillabe fonetiche sono “vincoli di lettere”,
senza cui le singole posizioni articolatorie (e i grafemi, che idealmente le
rappresentano) non potrebbero piegarsi alla funzionalità del parlare. A
ciò che la scrittura rappresenta come una serie di segni grafici (“lettere”),
dotati ciascuno di esistenza propria, corrisponde, nel parlato effettivo, un
intreccio di “vincoli” i cui costituenti, astraibili, non estraibili dall’unità
della struttura sillabica, non esistono per sé.12
Da tutto ciò deduciamo che mentre γράμμα da solo mantiene il suo
legame etimologico con la grafica, e con quel suo particolare sottoinsieme
che è la scrittura, la coppia γράμμα/συλλαβή descrive essenzialmente l’or-
ganizzazione fonica del parlato. L’uso di γράμμα in relazione ai suoni della
lingua non rivela dunque una pedissequa dipendenza della fonetica greca
dal modello della scrittura, ma traduce se mai l’intuizione, oggi confermata

10
Sul valore di nomina actionis dei femminili in -a cfr. Chantraine (1933: 18-26).
11
In Liddell, Scott (1940: 1672), si elencano invece due distinte accezioni di συλλαβή,
l’una attiva (“that which holds together”), propria del senso letterale (ad esempio Suppl.
456), e l’altra passiva (“that which is held together, esp. of several letters taken together
as to form one sound”), propria specificamente del valore fonetico (ad esempio Sept.
468); una simile ipotesi si rivelerà, come vedremo, insostenibile.
12
Cfr. Ryle (1960), di cui oltre. Tale interpretazione è suffragata anche dalle altre accezioni
di συλλαβή, che sono quella musicale di “accordo (di ottava)”, inaugurata da Filolao
(44 B 6 DK), e quella biologica di “concepimento” (cfr. Men. fr. 939 h Koerte: ἄνευ
μητρὸς οὐκ ἔστι συλλαβὴ τέκνου); quest’ultima rappresenta un trait d’union fra
linguaggio e vita caratteristico del pensiero greco; cfr. Laspia (1997).

109
Studi di fonetica greca

da dati sperimentali,13 secondo cui un’analisi dei nessi sillabici in fonemi è


impensabile senza la guida dell’alfabeto. La scrittura alfabetica mette in rilie-
vo i tratti che si ripetono identici in sillabe diverse come l’attacco nelle due
sillabe sa e so, e li rappresenta come entità indipendenti, come oggetti dotati
ciascuno di esistenza propria. In questa sua analisi, per così dire microscopi-
ca, delle componenti minimali dell’atto di pronuncia, la scrittura è di ausilio
prezioso all’indagine fonetica: 14 ma il prezzo da pagare può essere rovinoso,
se le leggi che governano la rappresentazione scritta vengono ipostatizzate,
ed acriticamente attribuite al parlato. Ora, questo prezzo non è stato pagato
dalla fonetica greca, che nasce dalla consapevolezza della differenza, non
dell’identità, fra segno grafico e pronuncia. Per capire le implicazioni di
questo assunto, dobbiamo ora esaminare la più antica classificazione greca
dei suoni del linguaggio.

6.3
In un frammento (578 Nauck) di tragedia a noi purtroppo non pervenuta
nella sua interezza, il Palamede, Euripide mette in bocca al suo protagonista:

ἄφωνα φωνήεντα* συλλαβὰς τιθεὶς ἐξηῦρον ἀνθρωποῖσι γράμματ’


εἰδέναι *Codd. (ἄφωνα καὶ φωνοῦντα); corr. Nauck.
(testo Nauck): Non-vocali, vocali, sillabe ponendo ho ritrovato per gli
uomini la conoscenza delle lettere.
(testo tradito): “Mute” e “produttrici di voce” rendendo sillabe ho ritro-
vato per gli uomini la conoscenza delle lettere.

13
Cfr. Morais et al. (1979): soggetti portoghesi illetterati, e bambini in età prescolare,
dividono il parlato in sillabe, non in fonemi; per ulteriori e più recenti approfondimenti
cfr. Albano Leoni, Cutugno, Laudanna (1999).
14
Il primo a dimostrare, in epoca moderna, consapevolezza del ruolo essenziale dell’alfa-
beto per l’individuazione dei fonemi, è, strano a dirsi, Giacomo Leopardi, che si rivela in
ciò un linguista sorprendentemente attuale. Cfr. Gensini (1998: 48-54) in cui sono pub-
blicate le straordinarie osservazioni fonetiche contenute nello Zibaldone. Devo questa
informazione a Federico Albano Leoni, che ringrazio.

110
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

Prima di tutto, alcune osservazioni sul testo. La forma φωνοῦντα per


indicare le vocali (φωνήεντα), possessivo cui fa linearmente da pendant il
privativo ἄφωνα, non occorre altrove nella letteratura greca; ciò ha indotto
l’editore a ritoccare il testo sostituendo alla forma desueta quella usuale, e
abolendo la congiunzione diventata metricamente implausibile.15 E tuttavia,
sia la forma φωνοῦντα che il καί si leggono in tutti i codici. Per restaurare il
senso del passo senza alterarne la lettera basta però ricordare che ἄφωνον
prima di Platone è usato solo in riferimento ad esseri viventi, e significa
“muto”; mentre φωνοῦντα, participio presente di φωνέω, significa alla
lettera “parlanti”, “produttori di voce”. Siamo dunque qui in presenza di
una personificazione degli elementi del linguaggio, che oppone i “muti”
ai “produttori di voce”. La presenza della congiunzione fra i due attributi
impone però di dare al participio τιθείς un valore diverso nel testo tradito
e nella versione Nauck. In quest’ultima, Palamede perviene alla conoscenza
delle lettere ponendo “non-vocali, vocali, sillabe”, quasi che si trattasse
di entità sullo stesso piano. Il testo tradito presenta invece τίθημι in una
costruzione col doppio accusativo: Palamede intreccia cioè gli elementi
“muti” ai “parlanti” e li rende sillabe: e solo così procura all’umanità la
conoscenza delle “lettere”. Ciò che allora Palamede qui rivendica non è
la semplice invenzione dell’alfabeto: è la messa a punto di un criterio che
ritraduca il segno scritto in voce. Questa impresa, che noi oggi tendiamo a
sottovalutare, appariva ancora, e giustamente, titanica all’epoca di Euripide.
Bisogna ora indagare più da vicino i modi di questa intertraduzione. Per
potere servire come “segni della voce umana” 16 i γράμματα vanno reinter-
pretati come intreccio di ἄφωνα e φωνήεντα: ossia come componenti delle

15
Nauck giustifica così il suo intervento: “Statt φωνοῦντα v. 2 hat Hemsterhuys φω-
νήεντα vermutet, dem Sinne nach richtig da es sich um Konsonanten und Vokale han-
delt, nicht um Sprachloses und Redendes; nur halte ich es für undenkbar, daß eine con-
trahirte Form wie φωνήεντα im tragischen oder komischen Trimeter jemals gebraucht
worden sei. Dann möchte Ich ἄφωνα φωνήεντα verziehen mit einem Asyndeton wie
es sich bei entgegengesetzen Begriffe nicht schen findet” (1884: 214-5). È comunque
da osservare che Nauck riconosce quale sia l’interpretazione letterale del testo, quando
sottolinea che si tratta qui di concetti fonetici, e non “di muti e di parlanti”.
16
Cfr. Hipp, De Victu, di cui oltre al paragrafo 4.

111
Studi di fonetica greca

συλλαβαί. Un dato è a questo punto evidente: la coppia ἄφωνα/φωνήεντα


descrive i suoni linguistici come non dati in sé, ma come possibili costituenti
di sillaba. Essa rappresenta un’ipotesi implicita sulla natura del vincolo
sillabico. Per ricostruire questa ipotesi, dobbiamo ora stabilire il significato
di φωνῆεν e ἄφωνον: il che non è semplice, perché da sempre l’interpreta-
zione oscilla fra diverse alternative (“vocale”/”non vocale”: “sonante”/”non
sonante”, “sonora”/”non sonora”, o “muta” etc.), che dipendono in primo
luogo dal valore attribuito alla loro radice comune, φωνή.
Il primo significato attestato storicamente per φωνή è quello di “voce”,
come minimo comun denominatore di tutte le possibili manifestazioni
vocali, umane e animali, linguistiche e non.17 Proveniente dall’organo del
pensiero, la φωνή è radice insieme del significato linguistico e delle operazio-
ni articolatorie necessarie a produrlo: 18 ed è per questo che φωνέω ricopre
in Omero alcune funzioni dei verbi “dire”.19 In Erodoto φωνή presenta il
duplice significato di “voce” (animale e umana) e “lingua”: la differenza,
non sempre facile da tracciare, con γλῶσσα è che il secondo termine sem-
bra indicare ciò che è variabile, il primo ciò che è invariante nella gamma
delle lingue naturali umane.20 Coerentemente, l’aggettivo ἄφωνος è fino
a Erodoto usato in relazione ad esseri viventi, e significa “muto”, “privo
di voce (e dunque di linguaggio)”.21 Va tuttavia sottolineato che, in epoca
postomerica, φωνή allarga il suo significato fino ad esprimere, in alcuni
casi, il senso generale di “suono”.22 La coppia φωνῆεν\ἄφωνον oppone
dunque costituenti sillabici “dotati di voce” e “non dotati di voce”. Ma
“non dotati di voce” vale qui “muti”: privi cioè, non solo di voce, ma anche
di suono. Nell’alternativa φωνῆεν\ἄφωνον, φωνή vale dunque sia “voce”
che “suono”: per capire meglio cosa ciò comporti, è opportuno confrontare

17
Cfr. Lo Piparo (1988). Laspia (1995), (1996), (1997).
18
In quanto prodotta dall’organo del pensiero la voce è, per i Greci, ricettacolo della
potenza del significare; cfr. Laspia (1995), (1996), (1997: 54-6, 67-8), (1997b).
19
Cfr. Laspia (1996: 53-72).
20
Questi dati sono tratti da una mia ricerca, ancora in fieri, su γλῶσσα e φωνή in
Erodoto.
21
Cfr. Laspia (1999: 19-20).
22
Cfr. Beare (1906: 101), Kaimio (1977: 218-26), Ax (1986: 45-50).
112
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

questa posizione con la più articolata classificazione platonica (Crat. 424


b-c):

Crat. 424 b-c: ἀρα οὖν ἐπείπερ συλλαβαῖς τε καὶ γράμμασιν ἡ μίμησις
τυγχάνει οὖσα τῆς οὐσίας. ὀρθότατόν ἐστι διελέσθαι τὰ στοιχεῖα
πρώτων, ὥσπερ οἱ ἐπιχειροῦντες τοῖς ῥυθμοῖς τών στοιχείων πρῶ-
τον τὰς δυνάμεις διείλοντο, ἔπειτα τῶν συλλαβῶν, καὶ οὓτως ἤδη
ἔρχονται ἐπὶ τοὺς ῥυθμοὺς σκεψόμενοι, πρότερον δ’ οὔ (...) ἆρ’ οὖν
καί ἡμᾶς οὔτω δεῖ πρῶτον μὲν τὰ φωνήεντα διελέσθαι, ἔπειτα τῶν
ἑτέρων κατὰ εἴδη τά τε ἄφωνα καὶ ἄφθογγα – οὑτωσὶ γάρ που λέ-
γουσι οἱ δεινοὶ περὶ τούτων – καὶ τὰ αὖ φωνήεντα μὲν οὗ, οὐ μέν-
τοι γε ἄφθογγα; καὶ αὐτῶν τῶν φωνηέντων ὅσα διάφορα εἴδη ἔχει
ἁλλήλων;
E dunque, dato che l’imitazione della realtà avviene per mezzo di lettere
e di sillabe la cosa più corretta non sarà distinguere prima gli elementi
(στοιχεῖα), come chi si occupa di ritmi distingue in primo luogo le pro-
prietà degli elementi, poi delle sillabe, e in questo modo giunge infine
a considerare i ritmi, prima no? (...) Così dunque anche noi dobbiamo
distinguere prima gli elementi vocali, poi (...) gli elementi non vocali e
non sonori – così infatti, credo, dicono gli esperti di queste cose – ed
infine quelli che vocali non sono, ma neppur privi di suono? E le vocali
stesse, quali siano le loro differenti specie?

Qui i φωνήεντα sono opposti da una parte agli “elementi” (στοιχεῖα,


di cui più avanti) “privi di voce e suono” (ἄφωνα καὶ ἄφθογγα), dall’altra
ad elementi che “vocali non sono, ma nemmeno privi di suono” (φωνήεν-
τα μὲν οὔ, οὐ μέντοι ἄφθογγα); questi elementi sono nel Filebo (18 b-e)
denominati “intermedi” (μέσα), e di essi si dice che “partecipano di voce
no, ma di un certo qual suono”:

Phil. 18 b-c: ἐπειδὴ φωνὴν ἅπειρον κατενόησεν εἴτε τις θεὸς εἴτε
καὶ θεῖος ἂνθρωπος – ὡς λόγος ἐν Αἰγύπτῳ Θεῦθ τινα τοῦτον γε-
νέσθαι λέγων, ὅς πρώτως τὰ φωνήεντα ἐν τῷ ἀπείρῳ κατενόησεν
οὐχ ‘ἐν ὂντα ἀλλὰ πλείω, καὶ πάλιν ἕτερα φωνῆς μὲν οὗ, φθόγγου
δὲ μέτεχοντά τινος, ἀριθμὸν δὲ τινα καὶ τούτων εἶναι, τρίτον δὲ εἶ-
δος γραμμάτων διεστήσατο τὰ νῦν λεγόμενα ἄφωνα ἡμῖν· τὸ μετὰ
τοῦτο διῄρει τά τε ἄφθογγα καὶ ἄφωνα μέχρι ἑνὸς ἐκάστου, καὶ τὰ

113
Studi di fonetica greca

φωνήεντα καὶ τὰ μέσα κατὰ τὸν αὐτὸν τρόπον, ἕως ἀριθμὸν αὐτῶν
λαβὼν ἐνὶ τε ἑκάστῳ καὶ σύμπασι στοιχεῖον ἐπωνόμασε· καθορῶν
δὲ ὡς οὐδεὶς ἡμῶν οὐδ ἂν ἓν αὐτὸ καθ’ αὐτὸ ἄνευ πάντων αὐτῶν μά-
θοι, τοῦτον τὸν δεσμὸν αὖ λογισάμενος ὡς ὄντα ἕνα καὶ πάντα ταῦ-
τα ἓν πως ποιοῦντα μίαν ἐπ’αὐτοῖς ὡς οὖσαν γραμματικήν τέχνην
ἐφθέγξατο προσειπών.
Poiché o un dio, o anche un uomo divino, scoprì che la voce è infinitamen-
te molteplice – e una leggenda in Egitto narra che fosse un certo Theuth
colui che, per primo, nell’infinitamente molteplice individuò le vocali
come non una ma molte, e ancora altri (elementi) partecipi di voce no,
ma di un certo qual suono, anche questi esistenti in numero determinato,
e come terza specie di lettere differenziò quelle da noi oggi chiamate “non
vocali (mute)” (ἄφωνα): e dopo ciò distinse le non vocali e non sonore
fino alle singole unità, e allo stesso modo le vocali e le intermedie fino a
quando, avendo afferrato il loro numero complessivo, dette a ciascuna e a
tutte il nome di “elemento” (στοιχεῖον): e rendendosi conto che nessu-
no di noi potrebbe imparare neppure uno (di questi elementi) preso per
sé solo, senza tutti gli altri, stimando questo legame come uno, e come
facente di tutti in qualche modo un’unità, una dichiarò essere l’arte che li
governa, e la chiamò ‘grammatica’.

Il confronto con Platone, in cui per la prima volta il sincretismo dei


due valori “dotato di voce” e “dotato di suono” appare sciolto, ci porta a
concludere che la partizione originaria, precedente all’individuazione dei
μέσα, oppone le vocali (φωνήεντα), come unici elementi dotati di suono,
a tutti gli altri tipi di elementi, come non dotati né di voce né di suono
(ἄφωνα).
Ma in che senso si può affermare l’esistenza di elementi fonici privi di
suono? Non si tratta forse di una contraddizione in termini? 23 Per risolvere
il problema non giova il confronto con le classificazioni platoniche: occorre

23
Questo problema era già stato sollevato da Steinthal (1890: 255-9), che proprio per ciò
giudicava il complesso della terminologia fonetica greca come un groviglio di insana-
bili aporie. Da questo esempio si può giudicare quanto fuorviante risulti una lettura
degli antichi condotta secondo criteri allotri, come appunto fa Steinthal, pesantemente
influenzato dai dogmi della linguistica ottocentesca.

114
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

invece chiamare in causa Aristotele. Nella Poetica Aristotele definisce la vo-


cale (φωνῆεν) come “avente voce udibile (cioè suono) senza accostamento”
(delle diverse parti dell’apparato fonatorio esterno), la semivocale (ἡμίφ-
ωνον), riformulazione del platonico μέσον, come “avente voce udibile in
conseguenza di un accostamento”, la non-vocale, o muta (ἄφωνον) come
“conseguenza di un accostamento che di per sé non ha voce alcuna, ma divie-
ne udibile se si accompagna con (posizioni articolatorie) capaci di produrre
un qualche tipo di voce”:
Poet. 20, 1456 b 22-7: στοιχεῖον μὲν οὗν ἐστιν φωνὴ ἀδιαίρετος, οὐ πᾶ-
σα δὲ ἀλλ’ἧς πέφυκε συνθετὴ γίγνεσθαι φωνή· καί γὰρ τῶν θηρίων
εἰσὶν ἀδιαίρετοι φωναί, ὧν οὐδεμίαν λέγω στοιχεῖον. ταύτης δὲ μέρη
τό τε φωνῆεν καὶ τὸ ἡμίφωνον καὶ ἄφωνον. ἔστιν δὲ ταῦτα φωνῆεν
μὲν τὸ ἄνευ προσβολῆς ἔχον φωνὴν ἀκουστήν, ἡμίφωνον δὲ τὸ με-
τὰ προσβολῆς ἔχον φωνὴν ἀκουστήν, οἷον τὸ Σ καὶ τὸ Ρ, ἄφωνον
δὲ τὸ μετὰ προσβολῆς καθ’ αὑτὸ μὲν οὐδεμίαν ἔχον φωνήν, μετὰ δὲ
τῶν ἐχόντων τινὰ φωνὴν γιγνόμενον ἀκουστόν, οἷον τὸ Γ καὶ τὸ Δ.
ταῦτα δὲ διαφέρει σχήμασίν τε τοῦ στόματος καί τόποις καί δασύ-
τητι καὶ ψιλότητι καὶ μήκει καὶ βραχύτητι ἔτι δὲ ὀξύτητι καὶ βαρύ-
τητι καί τῷ μέσῳ· περὶ ὧν καθ’ ἕκαστον ἐν τοῖς μετρικοῖς προσήκει
θεωρεῖν.
‘Elemento’, dunque, è voce indivisibile: non una qualunque, ma quella
a partire da cui per natura si genera voce composta; anche (quelle) degli
animali sono voci indivisibili, ma nessuna di queste io la definisco ‘ele-
mento’. Parti di questa (sc. voce composta) sono la vocale, e la semivocale
e non vocale. E queste sono: vocale, <quella> che senza accostamento (di
lingua o labbra) ha voce udibile, semivocale, quella che con accostamento
ha voce udibile, come ‘s’ ed ‘r’, non vocale, quella che con accostamento
di per sé non ha voce alcuna, ma che diviene udibile (se prodotta) insieme
con quelle (articolazioni) dotate di un qualche tipo di voce, come ‘g’ e ‘d’.
Queste differiscono per le forme assunte dalla cavità orale e per i luoghi
(di articolazione); ed inoltre per presenza o assenza di aspirazione, per
lunghezza o brevità, e ancora per accentuazione acuta, grave o intermedia:
occuparsi delle quali cose in dettaglio è compito dei trattati di metrica.

Si tratta di una fοrmulazione assai complessa, di cui è impossibile discu-


tere qui in dettaglio, ma che ci permette di concludere quanto segue: nelle

115
Studi di fonetica greca

definizioni fonetiche fino a Platone è presente un sincretismo fra risultato


acustico e posizione articolatoria che verrà risolto solo con Aristotele. Gli
ἄφωνα non sono dunque suoni linguistici privi di suono, ma articolazioni,
le occlusive, cui non corrisponde di per sé suono alcuno; per produrre risul-
tati udibili esse devono accompagnarsi con altri tipi di strategie articolatorie.
Il suono risultante sarà a questo punto non più semplice, ma complesso,
non un fonema, ma un’intera sillaba: è questa, in sintesi, l’idea che sta alla
base del concetto greco di “articolazione (della voce)”.24
La prima cosa da concludere, a questo punto, è che le classificazioni
fonetiche greche, dalle origini fino ad Aristotele, non sono sostanzialmente
influenzate dal modello della scrittura. Ciò che infatti la scrittura rappre-
senta come grafema a sé stante è qui definito come parte di una manovra
articolatoria complessa, il cui risultato non è la lettera, né il fonema isolato,
ma la sillaba. La seconda è che nella fase preplatonica gli unici possibili
supporti articolatori per la produzione degli ἄφωνα sono i φωνήεντα, cioè
le vocali. In questa fase viene dunque elaborato un modello semplice ma
efficace dei meccanismi base di produzione del linguaggio, che ne individua
i due ingredienti fondamentali 25 : la voce, e le sue successive modificazioni
ad opera del tratto vocale sopralaringeo.26 Inconcepibile alla luce tanto della

24
Cfr. Laspia (1997: 55-8, 60-9).
25
Questa dualità è spiegata molto bene da Havelock: “Se fissiamo dinanzi alla nostra
mente il fatto che una lingua è composta di suoni e non di simboli o di lettere, e poi
riflettiamo sul modo in cui questi suoni sono realmente emessi, possiamo osservare che
gli elementi di base del linguaggio, così come viene articolato (...) sono formati dalla
combinazione di due operazioni fisiche. C’è, per un verso, la vibrazione di una colonna
d’aria nella laringe (...); e ci sono le interruzioni, le limitazioni e le aperture imposte a
questa vibrazione dall’azione congiunta della lingua, dei denti, del palato, delle labbra
e del naso. La vibrazione da sola può produrre un suono continuo che è suscettibi-
le di essere modificato con il semplice mutamento della forma della bocca. A queste
vibrazioni modificate diamo il nome di vocali. Il resto dell’apparato può essere utiliz-
zato per introdurre la vibrazione, per bloccarla o per compiere entrambe le operazioni.
Quando questo avviene, diamo alla rappresentazione dell’avvio o del blocco il nome di
consonante” (1976: 32-3).
26
Per un’interpretazione della coppia φωνήεντα/ἄφωνα in linea con la nostra cfr. Ha-
velock (1976: 33, 48-9), che non sembra però consapevole delle difficoltà legate all’inse-

116
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

fonetica ottocentesca – e di qui le incomprensioni di Steinthal – quanto


della fonologia strutturale di derivazione saussuriana, un simile modo di
rappresentare i dispositivi fonetici elementari è stato di recente riformu-
lato all’interno della cosiddetta “teoria sorgente-filtro di produzione del
linguaggio”.27
Possiamo a questo punto avanzare un’interpretazione conclusiva per la
triade ἄφωνα/φωνήεντα/συλλαβαί. Unità minima della voce linguistica,
la sillaba (συλλαβή) è un intreccio di posizioni articolatorie autonomamen-
te udibili e producibili, e posizioni articolatorie – le occlusive – che non
producono di per sé suono. Le prime sono prodotte dagli organi dell’ap-
parato respiratorio (polmoni e laringe); in esse si attua la versione umana,
linguistica della voce animale (φωνήεντα). Il secondo tipo di posizioni
articolatorie si produce a livello dell’apparato fonatorio esterno, che viene
pertanto, diremmo oggi, utilizzato come un filtro dell’energia acustica (voce)
proveniente dai polmoni. Tali posizioni articolatorie non producono di
per sé suono, e sono pertanto dette “mute” (ἄφωνα): esse possono essere

rimento degli ἡμίφωνα in questo schema; la sua traduzione di ἡμίφωνον come “semi-
pronunziabile” è infatti incompatibile con la definizione di Aristotele (cfr. Poet. 1456 b
27-8); su questa definizione, e sui problemi da essa posti, cfr. oltre, § 6.
27
Formulata per la prima volta nel secolo scorso da Johannes Müller (1848), ma già im-
plicita nei principi di costruzione della macchina parlante di Wolfgang von Kempe-
len (1791: cfr. Pennisi 1994: 100-19), e ripresa in questo secolo da Chiba e Kajiyama
(1958), Fant (1960), e soprattutto da Philip Lieberman (1967), (1975), (1991) etc., la “teo-
ria sorgente-filtro” rappresenta la produzione del linguaggio come sinergia di due fatto-
ri. In primo luogo viene attivata una sorgente di energia acustica, che è l’aria proveniente
dai polmoni, successivamente messa in vibrazione dalla laringe. La vibrazione laringea
viene poi sottoposta all’azione di filtri rappresentati dalle varie configurazioni assunte
dalla cavità orale durante la fonazione. Tali configurazioni non producono di per sé
suono, ma diversificano la vibrazione laringea trasformandola prima di tutto in voce, e
successivamente in una sequenza di sillabe con nucleo vocalico diversificato, e con at-
tacco e/o coda consonantica. Per un’esposizione divulgativa di questi principi cfr. Lie-
berman (1975: 66-77, 101-24); maggiori dettagli tecnici in Lieberman, Blumtstein (1981);
per i medesimi principi in atto nella fonetica greca cfr. Laspia (1997: 51-69).

117
Studi di fonetica greca

realizzate solo in “vincolo” con altre posizioni e all’interno della struttura


denominata “sillaba”.28

6.4
È qui che si inaugura la forte vocazione teorica della fonetica greca, che si
intreccia con la nota dicotomia fra “occhi del corpo” e “occhi della mente”.
L’alternativa φωνῆεν/ἄφωνον, e la loro sinergia all’interno della συλλαβή,
permette di vedere con gli occhi della mente la struttura fonica del linguag-
gio: la fonetica si salda così, alle sue radici, con la filosofia. Ampiamente
documentato in Platone ed Arislotele, questo singolare matrimonio co-
mincia già con Eraclito, se è da considerare fededegna la testimonianza di
Aristotele nel De mundo, che nell’edizione Diels-Kranz costituisce l’intro-
duzione al frammento 10 della stessa raccolta. Ecco come Aristotele enuncia,
ed illustra, il celebre principio eraclitico della contrarietà come origine della
vita e della natura:
Arist. De mundo 5, 396 b 7 sgg. (22 B 10 DK): ἴσως δὲ τῶν ἐναντίων
ἡ φύσις γλίχεται καὶ ἐκ τούτων ἀποτελεῖ τὸ σύμφωνον, οὐκ ἐκ τῶν
ὁμοίων (. .. ) ἔοικε δὲ καὶ ἡ τέχωη τὴν φύσιν μιμουμένη τοῦτο ποιεῖν
(...) γραμματικὴ δὲ ἐκ φωνηέντων καὶ ἀφώνων γραμμάτων κρᾶσιν
ποιησαμένη τὴν ὅλην τέχνην ἀπ’ αὐτῶν συνηστήσατο. Certo la na-
tura tende verso i contrari, e da questi produce il consonante, non dai
simili (...) e anche l’arte, imitando la natura, sembra far questo (...) e la
grammatica producendo una mescolanza fra lettere vocali e non vocali,
compone l’intera arte a partire da queste.

28
Simili posizioni sono state sostenute, limitatamente a Platone, da Ryle: “ ‘Syllable’ is
regularly used as a phonetic term by Plato, Aristotle and Sestus Empiricus as the mini-
mum pronounceable. (...) Most separately inscribable characters of the written alpha-
bet do not stand for separately proununceable noises, and these were known to Plato
by the technical terms aphona and aphthogga, that is, mutes. (...) We cannot speak of the
vowel as linking some components that could exist without that linkage. A spoken mo-
nosyllable is not a phonetic molecule or which its consonants and vowels are the atoms.
In short, while characters are graphic atoms, phonems are not phonetic atoms” (1960:
433-5).

118
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

È difficile non riconoscere, dietro la sinergia dei contrari (ἐκ τῶν ἐναν-
τίων) che genera il “consonante” (σύμφωνον), la diade ἄφωνα/φωνήεντα
come principio generativo della συλλαβή. Il modo in cui dall’originaria
contarietà fonetica vocale/non vocale si origina il consonante corrisponde
al principio base di formazione della sillaba, che combina l’emissione di
voce con una o più restrizioni a livello dell’apparato vocale sopralaringeo.
Il passo è altresì significativo perché permette di svolgere alcune considera-
zioni sul significato originario del termine “grammatica” (γραμματική). È
stato giustamente osservato che il termine non ha, in origine, il significato
odierno, ma si identifica piuttosto con la capacità di leggere e scrivere.29
Occorre però anche rilevare che l’“arte di leggere e scrivere” implica, di fat-
to, una trasposizione dalle modalità sequenziali dello scritto alle modalità
simultanee del parlato che, per chi ne sia consapevole, si identifica con un
vero e proprio sapere teorico. Ancora legato a questa consapevolezza, che si
perde totalmente solo in epoca alessandrina, Aristotele chiamerà per questo
la γραμματική non “arte” (τέχνη) ma “scienza” (ἐπιστήμη), e descriverà
il suo rapporto con l’oggetto come un “vedere con gli occhi della mente”
(θεωρεῖν).30
Questa nostra interpretazione del termine γραμματική è confermata
da quanto leggiamo nel primo libro del De Victu, un trattato ippocratico,
anch’esso di ispirazione eraclitea, databile fra la fine del V e l’inizio del IV
sec, a.C.: 31

29
Cfr. ad esempio Joly (1960: 60), Pecorella (1962: 59), Matthews (1990: 187-8). Sza-
bò (1973: 327), osserva invece, e meglio: “Unter ‘Grammatik’ verstand man jedoch oft
(und zwar auch schon im 5. Jh. v.u.Z.) auch die wissenschaftliche Betrachtung der Laute,
die sowohl die physiologische Seite der Sprache wie auch die Akzentlehre – im Zusam-
menhang mit Metrik und Musik – umfaßte”. Sulla rilevanza di metrica e musica per le
origini della fonetica greca cfr. oltre, § 6.
30
Cfr. Met. Γ 2, 1003 b 19-21: ἅπαντος δὲ γένους καὶ αἴσθησις μία ἐνὸς καὶ ἐπιστή-
μη. οἷον ἡ γραμματικὴ μία οὐσα πάσας θεωρεῖ τὰς φωνάς. Cfr. anche Top. A 5, 126
a 19-20 (per γραμματική come ἐπιστήμη), Met. Μ 10, 1087 a 20 (per θεωρεῖν come
sua attività propria).
31
Cfr. Joly (1960: 203-9), (1967: 14-6): “tout le désigne comme une oeuvre éclectique de
la fin du V siècle”.

119
Studi di fonetica greca

De Victu I, 23 (Joly): Γραμματικὴ τοιόνδε· σχημάτων σύνθεσις, ση-


μεῖα φωνῆς ἀνθρωπίνες, δύναμις τὰ παροιχόμενα μνημονεῦσαι, τὰ
ποιητέα δηλόωαι· δι’ ἑπτά σχημάτων ἡ γνῶσις· ταῦτα πάντα ἄνθρ-
ωπος διαπρήσσεται, καὶ ὁ ἐπιστάμενος γράμματα καὶ ὁ μὴ ἐπιστά-
μενος. Tale è la grammatica: sintesi di figure, segni della voce umana,
capacità di ricordare eventi passati, di chiarire le cose da fare. Attraver-
so sette schemi avviene la conoscenza: tutte queste cose l’uomo compie:
tanto chi sia conoscitore delle lettere, quanto chi non lo sia.

La prima cosa da evidenziare, è che il leggere e scrivere non sembra qui


identificarsi con la conoscenza che si esprime nel possesso della γραμματική;
non avrebbe altrimenti senso l’affermazione: “tutte queste cose l’uomo com-
pie; tanto chi sia conoscitore delle lettere, quanto chi non lo sia”. La seconda
è la forte consapevolezza del carattere derivato, imitativo delle lettere scritte,
non a caso dette “segni della voce umana”. Proprio questa consapevolezza
distingue chi è veramente conoscitore delle lettere (ὁ ἐπιστάμενος γράμ-
ματα) da chi non lo è: e la conoscenza consiste nel leggere dietro le modalità
sequenziali dello scritto, le cui unità sono i γράμματα, le modalità olistiche,
simultanee del parlato, le cui unità sono le συλλαβαί, derivate dall’intreccio
di ἄφωνα e φωνήεντα. La terza è la criptica quanto fondamentale afferma-
zione: “attraverso sette figure avviene la conoscenza” (δι’ ἐπτὰ σχημάτων
ἡ γνῶσιν). Come è evidente, le figure di cui qui si parla sono i grafemi
corrispondenti alle sette vocali della lingua greca: 32 ora, se si postula una
corrispondenza biunivoca fra lingua parlata e lingua scritta, non si capi-
sce davvero perché le vocali siano dotate di un simile statuto privilegiato.
Ben diversamente stanno le cose se si parte da principi come quelli sopra
ricostruiti: le articolazioni vocaliche sono infatti qui il necessario supporto
articolatorio per la produzione di qualunque altro tipo di suono linguistico.
Ricapitolando: il primo modello greco di produzione del linguaggio
ha come sua unità minima non la lettera ma la sillaba. A differenza della
rappresentazione grafica, che appiattisce tutti gli elementi sullo stesso piano,

32
Cfr. Joly (1960: 60), Jones (1979: 259). Qui l’anonimo autore del trattato si rivela a sua
volta, in qualche modo, dipendente dalla scrittura. Non ci sarebbe altrimenti ragione
di classificare le vocali del greco come sette: cfr. Lejeune (1955: 183-4).

120
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

l’analisi fonetica riconosce infatti nel parlato la sinergia di due tipi di strategie
articolatorie: le une autonomamente udibili e producibili (φωνήεντα), e
le altre che per produrre un risultato percepibile debbono essere prodotte
in “vincolo” (συλλαβή) con le vocali, e che sono pertanto dette “mute”
(ἄφωνα). Le posizioni articolatorie non vocaliche possono dunque essere
prodotte solo nel contesto della sillaba. Da ciò consegue che i γράμματα
– termine che individua prima le unità della lingua scritta, poi le singole
posizioni articolatorie derivate dall’analisi del nesso – svolgono il loro ruolo
solo all’interno delle συλλαβαί.
Questo modello teorico è perfettamente bilanciato come principio di
spiegazione della genesi del suono linguistico. Ai primordi della scienza
greca, le vocali sono viste come soli possibili nuclei di sillaba, perché sono
ritenute le uniche posizioni articolatorie autonomamente udibili e produci-
bili. L’individuazione e la descrizione, da parte dei metricisti contemporanei
o poco precedenti a Platone, di posizioni articolatorie non vocaliche, e
nondimeno in grado di produrre suono (si tratta delle nostre consonanti
continue, la cui tenuta può essere arbitrariamente prolungata: Platone chia-
mava questo tipo di articolazioni μέσα, Aristotele ἡμίφωνα) rappresenterà
un gravissimo problema teorico per questo paradigma. Tale rivoluzionaria
scoperta mostra che le regole di formazione della sillaba sono molto più
complesse di quanto può essere previsto in base a un modello che oppone
le posizioni articolatorie vocaliche alle posizioni articolatorie non vocaliche
(consonanti occlusive), e genera la sillaba in base a questa semplice alternati-
va. Non a caso, è proprio nel momento dell’inaugurarsi delle classificazioni
tripartite che γράμμα è affiancato, e in parte sostituito, da un nuovo e ben
più controverso conio lessicale: στοιχεῖον.33

33
Il dibattito intorno all’etimologia e al significato primo di στοιχεῖον è uno dei più vi-
vaci svolti in questo secolo intorno a un termine teorico dell’antichità. Per ricapitolare le
sue tappe fondamentali cfr. Diels (1899), Lagercrantz (1911), Dornseiff (1922), Vollgraff
(1949), Koller (1955), Burkert (1959), Lumpe (1962), Balasz (1965), Lohmann (1970), Sch-
wabe (1980), e, per quanto concerne specificamente Platone, cfr. Ryle (1960), Gallop
(1963), Druart (1968), (1975).

121
Studi di fonetica greca

6.5
Attestato non prima dell’inizio del IV sec. a.C., στοιχεῖον non è, a diffe-
renza di γράμμα, un termine specificamente legato alla voce umana e/o alla
sua rappresentazione grafica, ma presenta fin dall’origine un’ampia gamma
di accezioni. La più antica attestazione è in Aristofane, e indica l’ombra,
crescente o decrescente, proiettata da un corpo nelle varie ore del giorno e
assunta come rudimentale sistema di misurazione del tempo: 34 si tratta di
un’accezione marginale, strettamente circoscritta al teatro comico. La vera
storia di στοιχεῖον si inaugura con Platone ed Aristotele, ove il termine
presenta le seguenti principali accezioni: 1. suono linguistico elementare; 2.
principio materiale ed elementare di costruzione del cosmo (come fuoco,
acqua, terra ed aria, che dai Presocratici non sono comunque mai denomi-
nati στοιχεῖα); 3. nota musicale, come principio materiale ed elementare
della progressione costituita dalle note della scala musicale; 4. proporzione
matematica, come costituente semplice della sequenza progressiva dei vari
passaggi nella dimostrazione di un teorema, procedura che proprio in quel
periodo veniva messa a punto in geometria, e di lì trasferita ad altri campi
del sapere.35
Non resta a questo punto che domandarsi: qual è il minimo comun
denominatore che lega tutte queste accezioni? E quale l’accezione prima
e fondamentale di στοιχεῖον? Intorno a questi argomenti è in atto una
controversia che, inaugurata con un fortunato lavoro di H. Diels alla fine del
secolo scorso, non è giunta ancora ad una conclusione definitiva, nonostante
che chiari appaiano ormai i dati relativi all’etimologia. Dal punto di vista
etimologico, στοιχεῖον è derivato dal grado forte di στείχω, verbo omerico
successivamente limitato al linguaggio della poesia, riferito all’incedere delle

34
Cfr. Aristoph. Eccl., 650-1. Per un elenco completo delle occorrenze di questa accezione
di στοιχεῖον nella commedia antica e nuova, e per la letteratura critica al riguardo, cfr.
Diels (1899: 60).
35
La storia di στοιχεῖον come proposizione matematica è molto ben ricostruita in
Burkert (1959), che non a caso considera questa l’accezione prima e fondamentale del
termine.

122
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

schiere (στοῖχοι) e che già gli antichi commentatori parafrasavano con


μετὰ τάξεως πορεύομαι (“procedo ordinatamente”),36 e da un suffisso –
ειον (ηϊον) di funzionalità varia, una delle cui possibili valenze è quella
strumentale.,37 Dal punto di vista etimologico, στοιχεῖον si rivela dunque
il “mezzo per costruire una progressione”. Ma di quale progressione si
tratta? Qual è il referente primo di στοιχεῖον, e quale il procedimento
metaforico che individua questo oggetto come “mezzo per costruire una
progressione”?
Tacendo di soluzioni più fantasiose,38 i possibili candidati a rappresenta-
re il significato primo di στοιχεῖον sono le quattro sopraindicate accezioni
(“elemento fonico o grafico”, “elemento cosmico”, “nota musicale” e “prin-
cipio della dimostrazione”), ciascuna delle quali ha infatti trovato i suoi
sostenitori.39 Rispetto a questa alternativa, lasciamo che a decidere sia lo

36
Cfr. Conon. Melampodis seu Diomedis in art. Dion § 6 (Hilgard 35, 24 ss.): Καὶ ἐτυ-
μολογεῖ αὐτὰ ἀπὸ τοὺς στείχω, ὅ ἐστι μετὰ τάξεως πορεύομαι· οὐ γὰρ ἀτάκτως
καὶ ὡς ἔτυχεν ἐπιπλέκεται ἀλλήλοις τὰ στοιχεῖα. Cfr. ancora Schol. More. in arr.
Dion. § 6 (Hilgard 318, 8 ss.): Πόθεν εἴρηται στοιχεῖον; ἀπὸ τοὺ στείχω, ὃ δηλοῖ
τὸ ἐν τάξει πορεύομαι <ἐξ οὒ γίνεται στοῖχος> τάξιν γὰρ ἔχουσί τινα, ὅτι τὰ
φθάσαντα προταγῆναι οὐδέποτε ὑποτάσσονται· οὐ γὰρ ἀτάκτως καὶ ὡς ἔτυχεν
ἐπιηλέκυνται ἀλλήλοις τὰ στοιχεῖα, ἀλλ’ ἀρμονίᾳ τινὶ φυσικῇ.
37
Per maggiori particolari sull’etimologia, cfr. Diels (1899: 57-68), Schwabe (1980: 83-91).
38
Cfr. Lagercranz (1911), per cui στοῖχος è - in via puramente congetturale – il suolo
su cui si cammina, e στοιχεῖον il passo di chi lo percorre, e mediante cui si effettua
la misurazione dell’ora del giorno; di qui il termine avrebbe assunto la valenza astratta
di “elemento di misurazione”. Altrettanto fantasiosa la soluzione di Vollgraff (1949),
per cui il termine designa il singolo elemento di qualunque insieme di oggetti concreti
disposti in serie: anche questa congettura non trova il minimo appiglio nella letteratura
a noi tramandata.
39
Per Diels (1899) e Schwabe (1980) στοιχεῖον è la lettera dell’alfabeto, o il grafema come
singolo costituente di una riga di scritto, per Dornseiff (1922) e Lumpe (1962), smenti-
ti tuttavia dalla testimonianza di Eudemo di Rodi (fr. 31 Wehrli = Simpl. in phys. p.
7, 10 ss. Diels) che designa esplicitamente come iniziatore di quest’uso Platone (il qua-
le in Crat. 424 e rimanda invece, per l’uso grammaticale, ad “esperti sull’argomento”,
che in Phil. 18 b-c sono addirittura sostituiti da un πρῶτος εὐρετῆς nella figura del
mitico Theuth) è l’accezione cosmologica quella primitiva, mentre Koller (1955) e Loh-
mann (1970) optano per la nota musicale, e Burkert (1959) per il principio matematico.
Un’accezione fonetico-metrica è considerata, strictu sensu, primitiva solo in Balasz (1965).
123
Studi di fonetica greca

stesso Platone e osserviamo che: 1. l’accezione matematica di στοιχεῖον è


ancora platonica,40 quella musicale ricorre una sola volta nei dialoghi (cfr.
Thaet. 206 b), mentre l’accezione più comune in Platone è quella gram-
maticale, e da questa nasce il parallelo fra elemento fonico ed elemento
del cosmo; 41 2. solo gli elementi fonici sono definiti senz’altro στοιχεῖα; il
riferimento del termine a qualunque altro oggetto è accompagnato da locu-
zioni come ὡσπερεὶ στοιχεῖα e consimili, che ne rivelano la chiara origine
metaforica.42 3. Ma c’è di più: in un passo fondamentale del Timeo Platone
afferma che gli elementi cosmici non sono semplici ma complessi, “in modo

40
Già questa sola osservazione smentisce l’ipotesi di Burket, che non a caso retrodata la
fioritura del matematico Menaichmos, presunto inventore del termine στοιχεῖον, e da
Burkert definito “contemporaneo di Platone” (1959: 191). Di contro Schwabe (1980: 117)
osserva giustamente: “Wird man einen Schüler von Eudoxos und Platon doch richtiger
alt Zeitgenossen des Aristoteles betrachnen”.
41
Delle 68 attestazioni platoniche di στοιχεῖον, solo le ultime sei del Timeo (54 d 6, 55
a 8, b 4, 56 b 5, 57 c 9, 61 a 7) riguardano senz’altro gli elementi del cosmo. Per la pri-
ma attestazione del Timeo (48 b-c), che riporta anche le altre alla metafora “elemento
fonico/elemento del cosmo”, cfr. oltre, la nota 43. Anche nelle tre attestazioni del Po-
litico (277 e 6, 278 b 5, d ) si parla dapprima di στοιχεῖα τῶν γραμμάτων, percepiti
nel contesto delle “sillabe più brevi semplici” (τῶν στοιχείων ἔκαστον ἐν ταῖς βρα-
χυτάταις καὶ ῥᾴσταις τῶν συλλαβῶν ἱκανῶς διαισθάνονται), per poi arrivare per
metafora agli elementi e alle sillabe “del tutto” (τὰ τῶν πάντων στοιχεῖα (...) εἰς τὰς
τῶν πραγμάτων μακρὰς καὶ μὴ ῥᾳδίους συλλαβάς: ib. 278 d 1-5). Tutte le rima-
nenti attestazioni oscillano fra senso grammaticale esplicito (cfr. ad es. Resp. Γ 402 a
7 ss., che è forse la più antica: γραμμάτων πέρι τότε ἱκανῶς εἴχομεν, ὅτε τὰ στοι-
χεῖα μὴ λανθάνοι ἡμᾶς ὀλίγα ὄντα ἐν ἅπασιν οἷς ἔστιν περιφερόμενα), e il senso
generico-definitorio di “primo ingrediente di un processo di sintesi o costruzione”, co-
munque ricavato dal senso grammaticale (cfr. ad es. Soph. 252 b 3, Crat. 434 b 7: ἔστι
δέ, ἐξ ὧν συνθετέον, στοιχεῖα). Sottolineiamo inoltre che la quasi totalità (45) del-
le attestazioni del termine sono ripartite fra il Cratilo, cosiddetto “dialogo linguistico”
di Platone, e il finale del Teeteto, che tratta aporeticamente dei rapporti fra “sillaba” ed
“elemento”: e concludiamo che il senso primo di στοιχεῖον è “ingrediente primo del
suono linguistico”.
42
Cfr.Crat. 422 a 2-3: (...) ἐπ’ἐκείνοις γένηται τοῖς ὀνόμασιν, ἃ ὡσπερεὶ στοιχεῖα
τῶν ἄλλων ἐστὶ καὶ λόγων καὶ ὀνόματων, Thaet. 206 b 1-3: (...)τὸ τῷ φθόγγῳ
ἑκάστῳ δύνασθαι ἐπακολουθεῖν, ποίας χορδῆς εἴη· ἃ δὴ στοιχιεῖα πᾶς ἂν ὁμο-
λογήσειε μουσικῆς λέγεσθαι.. Si vedano inoltre Pol. 278 d sopra citato, ed infine
Tim. 48 b-c, citato sotto alla nota successiva.
124
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

tale che chiunque avesse intelligenza non li considererebbe raffigurazione


degli elementi, e anzi neppure delle sillabe”.43 Ora, a differenza di στοιχεῖον
isolato, la coppia στοιχεῖον/συλλαβή non ha diritto di cittadinanza al di
fuori dall’ambito linguistico. Resta dunque dimostrato che στοιχεῖον è, in
senso primo e proprio, l’elemento del linguaggio.44
Con ciò il nostro problema è risolto solo a metà, perché non è anco-
ra chiaro se στοιχεῖον rappresenti l’elemento minimo della voce o della
scrittura. Rispondere a questa domanda è di estrema importanza per la
nostra ricerca. In quest’ultimo caso στοιχεῖον si trasformerebbe infatti in
un inutile doppione di γράμμα: priva di una denominazione propria per
l’elemento vocale, la riflessione fonetica si svilupperebbe così in pedissequa
dipendenza dal modello della scrittura. Nel caso contrario le posizioni si
rovesciano: l’analisi fonetica si sviluppa iuxta propria principia, e da essa
consegue la stessa invenzione della scrittura.
Fra le due alternative la prima è purtroppo quella che ha suscitato i
maggiori consensi. Per Diels, στοιχεῖον è la lettera dell’alfabeto “weil und
insofern die einzelne Buchstaben eine Reihe (στοιχεῖον) bilden” (1899: 58).
E tuttavia mai, nella letteratura a noi tramandata, la sequenza dell’alfabeto
è denominata στοῖχος; 45 e per indicare l’apprendimento scolare dell’abc,
le espressioni usate sono γράμματα μανθάνειν, ἐπίστασθαι etc., e non gli
inesistenti corrispettivi con στοιχεῖα.46 In una recente e ponderosa mo-
nografia, Schwabe (1980) crede di riconoscere nello στοιχεῖον la lettera

43
Cfr. Plat. Tim. 48 b-c: νῦν γὰρ οὐδεῖς πω γένεσιν αὐτῶν μεμνήνυκεν, ἀλλ’ ὡς
εἰδόσιν πῦρ ὅτι ποτέ ἐστιν καὶ ἔκαστον αὐτῶν λέγομεν ἀρχὰς αὐτὰ τιθέμενοι
στοιχεῖα τοῦ παντός, προσῆκον αὐτοῖς οὐδ’ἂν ὡς ἐν συλλαβῆς εἴδεσιν μόνον
εἰκότως ὑπὸ τοῦ βραχὺ φρονοῦντος ἀπεικασθῆναι.
44
Ciò è affermato a chiare lettere da Platone stesso in Thaet. 202 e 3 ss.: ΣΩ. ᾿Ιστέον
δὲ· ὥσπερ γὰρ ὁμήρους ἔχομεν τοῦ λόγου τὰ παραδείγματα οἷς χρώμενος εἶπε
πάντα ταῦτα. ΘΕΑΙ. Ποιζα δή; ΣΩ. Τὰ τῶν γραμμάτων στοιχεῖα καὶ συλλαβάς.
῍Η οἴει ἄλλοσέ ποι βλέποντα ταῦτα εἰπεῖν τὸν εἰπόντα ἃ λέγομενς; ΘΕΑΙ. Οὔκ,
ἀλλ’ εἰς ταῦτα.
45
Questo aspetto è colto molto bene da Lagercranz (1911: 8): “Denn das Alphabet war
der griechischen Anschauung nach kein στοῖχος”.
46
Cfr. Burkert (1959: 170-1, 176).

125
Studi di fonetica greca

dell’alfabeto, come singolo costituente di un’arbitraria riga (στοῖχος) di


scritto.47 Pur salutata con favore,48 questa soluzione è in realtà non me-
no problematica di quella di Diels: la riga di scritto non è infatti, neppur
essa, mai chiamata στοῖχος; 49 e inoltre la scelta non dà ragione dell’uso
aristotelico e platonico di γράμμα e στοιχεῖον.
Fin qui στοιχεῖον si identifica dunque con il carattere scritto; e στοῖ-
χος allude all’ordinamento lineare delle lettere. Balasz (1965) sottolinea
invece il valore dinamico dei derivati di στείχω (μετὰ τάξεως πορεύομαι)
e sottoscrive il carattere fonico, anzi soprattutto metrico, dello στοιχεῖον.
Balasz identifica infatti lo στοιχεῖον con l’elemento metrico (sillaba lunga
o breve, piede etc.), visto come singola tappa di una progressione dinamica
che porta alla costruzione del verso (στίχος).50 Tra quelli finora citati, il
contributo di Balasz appare il più convincente: e tuttavia due punti, uno
formale ed uno concettuale, rimangono oscuri. Non è in primo luogo chiara
l’identità fonetica dello στοιχεῖον, che da Platone in poi è sempre il costi-
tuente fonico elementare, visto come specifico pendant della sillaba, e non
la sillaba o il piede in quanto tali. In secondo luogo la progressione etimolo-
gica da στίχος a στοιχεῖον senza passare per στοῖχος appare un tantino
artificiosa. In definitiva, la letteratura sull’argomento non offre soluzioni
convincenti né rispetto all’identità dello στοιχεῖον, né rispetto alla natura
della progressione (στοῖχος) costruita per suo mezzo. Per venire in chiaro
della questione, togliamo ora la parola ai moderni, e diamola agli antichi.

47
“Wie wir oben vermutet haben, sind die Rhythmiker bei dieser Wortprägung vom op-
tischen Phänomen der geschriebenen Buchstabenreihe ausgegangen” (Schwabe 1980:
144). Questa soluzione è adottata, per Platone, anche da Gallop (1963), Druart (1975),
mentre Ryle (1960) sottolinea giustamente il primato fonetico dello στοιχεῖον; per una
chiarificazione di questo punto cruciale si veda oltre.
48
Per esempio da Vegetti (1989: 205), che rimanda a Schwabe (1980): “il gramma è dunque
stoicheion, elemento primo, semplice e invariante della scrittura”.
49
Cfr. Liddell, Scott (1940) s.v. diverso è il senso del lemma quando riferito alla
costruzione del verso poetico; cfr. Balasz (1965: 233).
50
“Accordingly, the word στοιχεῖον was originally non a mathematical or geometri-
cal but a rhythmical-metrical and still later a grammatical term, denoting the smallest,
further unanalyzable element of a vers στίχος” (Balasz 1965: 233).

126
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

Per i commentatori di Dionisio Trace, στοιχεῖον si oppone a γράμμα


come costituente fonico a segno scritto.51 Questa affermazione è di altissi-
mo valore documentario; e tuttavia essa non rispecchia fedelmente l’uso
aristotelico e platonico dei due termini. In Aristotele e Platone non c’è un
riferimento rigido e costante di στοιχεῖον all’elemento fonico e di γράμμα
al grafema che idealmente lo rappresenta; 52 il rapporto che intercorre fra
i due termini è più in generale quello che sussiste fra tipo (στοιχεῖον) e
replica (γράμμα). I γράμματα sono dunque entità empiriche, percepibili
con i sensi: gli στοιχεῖα sono invece entità teoriche, che si vedono solo con
gli occhi della mente.53 Detto in termini platonici: gli στοιχεῖα sono “spe-
cie intelligibili delle lettere” (εἴδη τῶν γραμμάτων). Ai singoli γράμματα
può dunque essere applicato il nome di στοιχεῖον solo in quanto ciascuno
realizza, a suo modo, l’alternativa fra vocale, semivocale e non vocale, e ognu-
na di queste tre classi è vista come una tappa del procedimento ordinato
(στοῖχος) di costruzione della sillaba. Ecco perché il termine στοιχεῖον si
inaugura con le classificazioni tripartite dei suoni del linguaggio e solo nel
momento in cui ci si rende conto, secondo le parole del platonico Filebo (18

51
Cfr. Comm. Melampodis seu Diomedis in art. Dion. § 6 (=Hilgard 32, 16 sgg.): Καὶ
ἔστι μὲν εἰπεῖν, ὡς καὶ αὐτὸς μετ’ ὀλίγον ἐρεῖ ἐπειδὴ ταὐτόν ἐστι στοιχεῖον καὶ
γράμμα· φησὶ γὰρ ὑποκατιὼν ὁ τεχνικὸς τὰ δὲ αὐτὰ καὶ στοιχεῖα καλεῖται· τὸ
δὲ ἀληθές, ὅτι στοιχεῖον μέν ἐστι ἡ ἑκφώνησις, γράμματα δὲ αἱ εἰκόνες καὶ οἱ
καραχτῆρες. Schol. Marc. in art. Dion. § 6 (=Hilgard 323, 33 ss.): Διαφέρει δέ πά-
λιν στοιχεῖον γράμματος, ὅτι τό μὲν στοιχεῖον ὄνομά ἐστιν τῆς ἐκφωνήσεως,
τὸ δὲ γράμμα ὄνομά ἐστι τοῦ καραχτῆρος. La soluzione è ripresa da Prisciano, for-
temente dipendente da fonti greche. Inst. 1, 2: “Litera igitur est nota elementi et velut
imago quaedam vocis literatae, quae cognoscitur ex qualitate et quantitate figurae linea-
rum, hoc ergo interest inter elementa et literas, quod elementa proprie dicantur ipsae
pronuntiationes, notae autem earum literae”.
52
Per un elenco completo dei controesempi cfr. Burkert (1959: 173).
53
“Jedenfalls gehört zu στοιχεῖον immer das verstandesmäßige Analysieren: beim Ler-
nen der γράμματα kommt es darauf an, τῶν στοιχείων ἕκαστον διαισθάνεσθαι
(Polit. 277 e), διὰγιγνώσκειν (Tht. 206 a), διαιρεῖν (Phil. 18 b ff.), διελέσθαι (Krat.
424 b) und συντιθέναι (Krat. 434 ab) - wo diese Begriffe auftreten, da tritt an Stelle
von γράμμα στοιχεῖον (...). Was στοιχεῖον von γράμμα unterscheidet, ist eben die
Beziehung aufs rationale Analysieren, ist eben die Bedeutung ‘Element’ ” (Burkert 1959:
173).

127
Studi di fonetica greca

e), che “è impossibile imparare anche solo uno di questi elementi da solo,
senza tutti gli altri”.54
Possiamo a questo punto concludere che i derivati di στείχω non allu-
dono affatto ad un ordine statico lineare, quello delle lettere nell’alfabeto
o dei grafemi in un testo a stampa. Oltre a passar sopra all’originario va-
lore dinamico di στείχω e στοῖχος, una simile interpretazione non tiene
neppur conto della testimonianza degli antichi commentatori, secondo
i quali στοῖχος e ζυγόν individuano due diversi tipi di ordinamento.55
L’ordine lineare (orizzontale) di oggetti disposti “uno accanto all’altro” è
infatti per gli antichi indicato dal solo ζυγόν; ed è questo l’ordine presente
nella rappresentazione scritta del parlato, e poi ipostatizzato nel saussuriano
principio di linearità del significante. Στοῖχος si riferisce invece all’ordine
gerarchico (verticale) di oggetti o entità originariamente in movimento:
come le schiere (στοῖχοι) dei soldati in marcia, la progressione crescente e
decrescente dell’ombra assunta come sistema di misurazione temporale, la
progressione delle note come successivo accrescimento di toni nella scala
musicale, i singoli passaggi nello sviluppo di un teorema o di una dimostra-
zione geometrica, gli “elementi” visti come ingredienti della cosmopoiesi:
tutti, cioè, gli elementi extrafonici di στοιχεῖον.
In definitiva: γράμμα è il singolo costituente fonico, scritto o pronun-
ziato, acriticamente avulso dal nesso sillabico; στοιχεῖον è, al contrario,
l’ingrediente primo e semplice di un procedimento ordinato di costruzione
(στοῖχος), che attraverso una serie successiva di tappe genera la sillaba.56

54
Cfr. Phil. 18 c-d: καθορῶν δὲ ὡς οὐδεὶς ἡμῶν οὐδ’ ἂν ἓν αὐτὸ καθ’αὐτὸ ἄνευ
πάντων αυτῶν μάθοι, τοῦτον τὸν δεσμὸν αὖ λογισάμενος ὡς ὄντα ἕνα καὶ πάν-
τα ταῦτα ἓν πως ποιοῦντα μίαν ἐπ’αὐτοῖς ὡς οὖσαν γραμματικὴν τέχνην εφθέγ-
ξατο προσειπῶν. Il passo è inserito subito dopo la tripartizione degli elementi dei lin-
guaggio in φωνήεντα, μέσα ed ἄφωνα, e dimostra fra l’altro che ai singoli γράμματα
pertiene il nome di στοιχεῖα solo in quanto membri di questa tripartizione.
55
Cfr. Suid. s.v. ζυγεῖν: Ζυγεῖν ἐστι τὸ ἐπ’ εὐθεῑας τῷ κατὰ μῆκος στίχῳ κεῖσθαι,
ἤτοι παραλλήλως ἔχειν. Στοιχεῖν ἐστι τὸ ἐπ’ εὐθείας κεῖσθαι τῷ κατὰ βάθος
στίχῳ· τοῦτο γὰρ κυρίως λέγεται.
56
In una simile prospettiva non appare più problematica l’espressione τὰ στοιχεῖα τῶν
γραμμάτων, a torto assunta come prova a favore degli avversari del primato linguistico

128
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

Ora, questa è precisamente la spiegazione che gli antichi davano del termi-
ne στοιχεῖον, quando ne individuavano correttamente la derivazione da
στείχω, “procedo ordinatamente”, e στοῖχος, “progressione”: 57
Schol. In Arat. 91, 12 Maas: E anche in grammatica chiamiamo i ‘gram-
mata’ ‘stoicheia’ perché le sillabe si generano da essi secondo una certa
progressione e un certo ordine.

6.6
Torniamo ora, in conclusione, al problema rappresentato dalle classifica-
zioni tripartite, e in particolare dalla scoperta di posizioni articolatorie non
vocaliche, e tuttavia autonomamente udibili e producibili. Rispetto a questo
problema, tre soluzioni erano possibili: o riconoscere anche agli ἡμίφωνα
oltre che ai φωνηέντα, lo statuto di possibili nuclei di sillaba, o stabilire
fra le tre classi una gerarchia di udibilità che riconoscesse solo alle vocali la
chiarezza percettiva sufficiente per fungere da supporto agli altri tipi di artico-
lazione, o definire infine la sillaba su basi differenti da quelle semplicemente
acustico-articolatorie.
La prima soluzione non sembra essere stata adottata in nessuna fase
della riflessione fonetica greca.58 Abbiamo infatti visto che a una classifica-

dello στοιχεῖον. Non si tratta però, come parafrasa Lagercranz, di “Grundformen der
Schrift” (1911: 20): a meno di non intendere con questa espressione i prototipi fonetico-
metrici dei γράμματα. È altresì da rilevare che l’espressione στοιχεῖα φωνῆς - questa
sì, secondo la nostra interpretazione ridondante, e inspiegabile fino a che στοιχεῖον
non diviene di uso corrente in ambito non linguistico - non compare prima delle spurie
Definizioni platoniche.
57
Cfr. anche le attestazioni riportate sopra alla nota 35. La medesima spiegazione ricorre
anche in Apollonio Discolo; cfr. Synt. § 2: ῎Ηδη γὰρ ἡ πρώτη ῥηθεῖσα ἀμερὴς ὕλη
τῶν στοιχεῖων τοῦτο πολὺ πρότερον κατέπηγγείλατο, οὐχ ὡς ἔτυχεν ἐπιπλο-
κὰς ποιησαμένη τῶν στοιχείων, ἀλλ’ ἐν τῇ κατὰ τὸ δέον συντάξει, ἐξ ἧς σχεδὸν
καὶ τὴν ὀνομασίαν εἴληχεν.
58
Di diverso avviso è W. Belardi, che attribuisce ad Aristotele “l’intuizione del possibile
ruolo acrosillabico degli ἡμίφωνα” (1985: 65). La dottrina aristotelica della sillaba è il
punto più alto, ma anche più difficile, della riflessione fonetica greca.

129
Studi di fonetica greca

zione tripartita dei suoni del linguaggio si affianca, in tutte le epoche della
grecità, una parallela classificazione bipartita, che oppone i φωνηέντα a una
classe comprendente tutti gli altri tipi di suono (ἄφωνα, poi σύμφωνα).59
Ciò pone il problema di stabilire il valore reciproco di queste classificazio-
ni. A nostro parere, mentre le classificazioni tripartite sono essenzialmente
finalizzate alla descrizione acustico-articolatoria, le classificazioni bipartite
obbediscono invece a una logica funzionale; esse individuano cioè, i co-
stituenti fondamentali all’interno della sillaba. Se così stanno le cose, la
riflessione fonetica greca in tutte le sue fasi riconosce alle vocali, e solo alle
vocali, il ruolo di possibili nuclei di sillaba.60 Ciò è documentato da esplicite

59
Cfr. per Platone, Crat. 393 e, Thaet. 203 b: καὶ γὰρ δή, ὦ Σώκρατες, τό τε σῖγμα
τῶν ἀφώνων ἐστί, ψόφος τις μόνον, οἷον συριττούσης τῆς γλώττης· τοῦ δ’ αὖ
βῆτα οὔτε φωνὴ οὔτε ψόφος, οὐδὲ τῶν πλείστων στοιχείων. Per Aristotele, cfr.
Hist. an. Δ 9, 535 a 30-b 1: διάλεκτος δ’ ἡ τῆς φωνῆς ἐστι τῇ γλώττῃ διάρθρωσις.
τὰ μὲν οὖν φωνήεντα ἡ φωνὴ καὶ ὁ λάρυγξ ἀφίησιν, τὰ δ’ ἄφωνα ἡ γλῶττα καὶ
τὰ χείλη· ἐξ ὧν ἡ διάλεκτός ἑστιν. Una classificazione bipartita si legge anche, assai
finemente, fra le righe in Poet. 20, 1456 b 25-6: (ταύτης δὲ μέρη τό τε φωνῆεν καὶ τὸ
ἡμίφωνον καὶ ἄφωνον) . Qui, mentre la lettera del testo enuncia una tripartizione, la
mancanza del determinantivo τό prima di ἄφωνον lo fa rientrare, di fatto, in un’unica
classe con l’ἡμίφωνον.
60
Sulla stessa linea si collocherà, fra i grammatici latini, Prisciano. Cfr. Inst. I, 18: “Mul-
ta enim est differentia inter consonantes, ut diximus, et vocales, tantum fere interest
inter vocales et consonantes, quantum inter animas et corporas. animae enim per se
moventur, ut philosophis videtur, et corpora movent, corpora vero nec per se sine ani-
ma moveri possunt nec animas movent, ed ab illis moventur, vocalis similiter et per se
moventur ad perficiendam syllabam et consonantes movent secum, consonantes vero
sine vocalibus immobiles sunt”. Greche sono, ancora una volta, le fonti di Prisciano;
cfr. Scol. Vat. in art. Dyon. § 6: ὅτι τὰ μὲν φωνήεντα τῇ ψυχῇ ἐοίκασι, τὰ δὲ
σύμφωνα τῷ σώματι· καὶ ὥσπερ ἡ ψυχή, εἰ καὶ χωρὶς τοῦ σώματος δύναται εἶ-
ναι, ἀλλὰ δεῖται τοῦ σώματος εἰς τὸ ἀποτελέσαι τὴν σύστασιν τοῦ ζῴου, τὸν
αὐτὸν τρόπον καὶ τὰ φωνήεντα, εἰ καὶ καθ’ἑαυτὰ δύναται παραλαμβάνεσθαι καὶ
ἀφ’ἐαυτῶν ἐκφωνεῖσθαι, ἀλλὰ δέονται τῆς τῶν συμφώνων συντάξεως εἰς τὸ
ἀποτελέσαι τὴν ἐγγράμματον φωνήν. I medesimi concetti ricorrono ancora negli
Scolia Londinensia, nel commento al § 6 della Τέχνη: ᾿Ιστέον δὲ ὅτι τὰ μὲν φωνήεν-
τα τῇ ψυχῇ ἐοίκασι, τὰ δὲ σύμφωνα τῷ σώματι· ὥσπερ γὰρ ἡ ψυχὴ χωρὶς τοῦ
σώματος δύναται εἶναι, τὸ δὲ σῶμα χωρὶς τῆς ψυχῆς οὐ δύναται συστῆναι, τὸν
αὐτὸν τρόπον τὰ μὲν φωνήεντα καὶ χωρὶς τῶν συμφώνων δύνανται συστῆναι,
τὰ δὲ σύμφωνα ἄνευ τῶν φωνηέντων οὺ δύνανται συστῆναι.
130
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

affermazioni, sia di Platone che di Aristotele: per Platone le vocali scorrono


attraverso gli altri tipi di elementi “come un legame”; 61 e Aristotele definisce
addirittura la vocale ἓν στοιχεῖον, ingrediente primo e unità di misura del
suono linguistico.62
Ora, come conciliare queste posizioni con la scoperta dell’autonomia
di produzione dei μέσα? E qual è la proprietà, insieme connettiva e misu-
rante, caratteristica delle vocali? In Platone, il problema è semplicemente
posto, non risolto. Le due possibili, e contrapposte, soluzioni si delineano
in Aristotele e in Dionisio Trace. Come si è visto, la fonetica greca delle
origini considera gli ἄφωνα impronunciabili senza i φωνήεντα e fuori dal-
la συλλαβή. Il riproporsi, in Platone ed Aristotele, di una classificazione
esaustiva dei suoni linguistici in φωνήεντα/ἄφωνα, unita a una definizio-
ne secondo cui gli ἄφωνα non possono essere articolati da soli, suggerisce
che nella sillaba gli ἡμίφωνα si comportino come ἄφωνα: ma non è chiaro
perché. La sostituzione del neologismo ἡμίφωνον al platonico μέσον fa
inoltre pensare che Aristotele concepisca gli ἡμίφωνα come “mezze voca-
li”: e tuttavia, nella sua definizione φωνήεντα ed ἡμίφωνα sono entrambi
autonomamente udibili e producibili. Non è dunque dal punto di vista
materiale della produzione del suono che gli ἡμίφωνα sono da considerarsi
“vocali dimidiate”: la sola conclusione possibile è che lo scarto si situi sul pia-
no funzionale. Equiparabili ai φωνήεντα per quanto attiene all’autonomia
di produzione del suono, gli ἡμίφωνα sarebbero invece incapaci di svolgere
una particolare funzione, specifica invece dei φωνήεντα: dobbiamo ora
stabilire quale.
Nelle Categorie Aristotele definisce la frase (λόγος) “quanto discreto”
perché “esaustivamente misurata dalla sillaba breve e lunga”: 63 e la quantità

61
Plat.Soph. 253 a: τὰ δὲ γε φωνήεντα διαφερόντως τῶν ἄλλων οἶον δεσμὸς διὰ
πάντων κεχώρηκεν, ὥστε ἄνευ τινὸς αὐτῶν ἀδύνατον ἁρμόττειν καὶ τῶν ἄλλων
ἕτερον ἑτέρῳ.
62
Met. I 2 1054 a 1-2: ὁμοίως δὲ καὶ ἐπὶ τῶν φθόγγων στοιχείων ἂν ἦν τὰ ὄντα
ἀριθμός, καὶ τὸ ἓν στοιχεῖον φωνῆεν.
63
Cat. 6, 4 b 32-7: ὅτι μὲν γὰρ ποσόν ἐστιν ὁ λόγος φανερόν· καταμετρεῖται γὰρ
συλλαβῇ μακρᾷ καὶ βραχείᾳ· λέγω δὲ αὐτὸν τὸν μετὰ φωνῆς λόγον γιγνόμε-
νον· πρὸς οὐδένα γὰρ κοινὸν ὅρον αὐτοῦ τὰ μόρια συνάπτει· οὐ γὰρ ἔστι κοι-
131
Studi di fonetica greca

è propria, fra gli elementi, solo delle vocali.64 Aristotele sembra dunque
aver concepito la sillaba come unità ritmica, non più puramente fonetica.65
Le vocali sono i soli possibili nuclei di sillaba, perché esse, e solo esse, sono
portatrici dei principi prosodici di organizzazione del parlato, che fanno
della sillaba, non del singolo suono, l’unità minima in cui si scompone l’e-
nunciato fonetico. Le cosiddette “semivocali” si chiamano così perché, per
quanto autonomamente udibili e producibili, non sono equivalenti alle
vocali in quanto non possono svolgere la funzione di nucleo di sillaba.66
Aristotele si rivela così promotore di una teorizzazione fonetica molto ma-
tura, che classifica i suoni del linguaggio su base ritmico-prosodica, prima
che fonetico-articolatoria. Sviluppata compiutamente da Aristosseno, ma
già implicita nella competenza ritmica degli aedi all’alba della civiltà greca,
questa posizione segna il punto di massima divergenza dell’analisi fonetica
dal paradigma lineare della scrittura.

νὸς ὅρος πρὸς ὃν αἱ συλλαβαὶ συνάπτουσιν, ἀλλ’ ἑκάστη διώρισται αὐτὴ καθ’
αὐτήν. “Che il discorso sia un quanto, è evidente: è infatti interamente misurato (κα-
ταμετρέω) dalla sillaba breve e lunga; dico, questo, il discorso che si produce attraverso
la voce. Rispetto a nessun limite comune le sue parti si congiungono: non esiste, infatti,
un limite comune rispetto a cui le sillabe si congiungano, ma ciascuna si distingue in sé
e per sé”.
64
Così almeno intendevano gli antichi, e in primo luogo Aristotele; cfr. Poet. 1456 b 32-33.
Anche per Dionisio Trace e i suoi commentatori la quantità è un tratto intrinseco delle
vocali in quanto elementi; cfr. Ars § 6 e scolii relativi. Pur non disconoscendo il fenome-
no della quantità consonantica, che la scrittura registra con l’artificio delle consonanti
doppie, osserviamo che metricamente le consonanti doppie si redistribuiscono in silla-
be diverse: segno che la quantità, intesa come principio di organizzazione prosodica, è
effettivamente propria solo delle vocali, o comunque dei segmenti usati in funzione di
nuclei di sillaba.
65
Cfr. Laspia (1996b), (1999).
66
Una simile affermazione è esplicita in Donato che, se la nostra tesi è corretta, potrebbe
essere la fonte prima di Aristotele. Cfr. Ars Gramm. I, 2: “Littera est pars minima vocis
articulatae. litterarum aliae sunt vocales, aliae sunt semivocales, aliae mutae, vocales sunt
quae per se proferentur, et per se syllabam faciunt. (...) semivocales sunt quae per se
quidem proferentur, sed per se syllabam non faciunt (...) mutae sunt quae nec per se
proferentur nec per se syllaba faciunt”.

132
Capitolo 6. Principi della classificazione del suono nella Grecia antica

Dionisio Trace considera invece tutti gli elementi graficamente indi-


viduati dall’alfabeto autonomamente udibili e producibili. Sulla base di
questo assunto egli ridefinisce le tre classi aristoteliche, ordinandole secondo
una gerarchia di udibilità, piena nei φωνήεντα, intermedia negli ἡμίφω-
να, minima (e pessima) negli ἄφωνα, che tuttavia sono qui definiti come
articolazioni autonomamente in grado di produrre suono: 67
Dion. Thr. Ars. § 6: γράμματά ἐστιν εἰκοσιτέσσαρα ἀπὸ τοῦ α μέχρι
τοῦ ω (...) τούτων φωνήεντα μὲν ἐστιν ἑπτά (...) φωνήεντα δὲ λέγε-
ται, ὅτι φωνὴν ἀπ’ἑαυτῶν ἀποτελεῖ. (...) σύμφωνα δὲ τά λοιπὰ ἑπτα-
καίδεκα (...) σύμφωνα δὲ λέγονται, ὅτι αὐτὰ μὲν καθ’ ἑαυτὰ φωνὴν
οὐκ ἔχει, συντασσόμενα δὲ μετὰ τών φωνηέντων φωνὴν ἀποτελεῖ.
(...) τούτων ἡμίφωνα μέν ἐστιν οκτώ (...) ἡμίφωνα δὲ λέγεται, ὅτι παρ’
ὅσον ἧττον τῶν φωνηέντων εὔφωνα καθέστηκεν ἔν τε τοῖς μυγμοὶς
καὶ σιγμοῖς. ἄφωνα δέ ἐστιν ἐννέα (...) ἄφωνα δὲ λέγεται, ὅτι μᾶλλον
τῶν ἄλλων ἐστὶν κακόφωνα, ὥσπερ ἄφωνον λέγομεν τὸν τραγῳδὸν
τὸν κακόφωνον.
Le lettere sono ventiquattro, da ‘alfa’ a ‘omega’. Di queste, sette sono
vocali (..). Si dicono ‘vocali’, perché da sé sole producono voce (...). Con-
sonanti sono le rimanenti diciassette (...). Si dicono ‘consonanti’ perché
da sé sole non producono voce: ma producono voce combinate con le
vocali (... ). Di queste, otto sono semivocali (. ..). Si dicono ‘semivocali’,
in quanto risultano meno eufoniche delle vocali nei mugolii e nei sibili.
Non vocali (=senza voce) sono invece nove (...). Si dicono ‘senza voce’
perché più delle altre sono cacofoniche: così come ‘senza voce’ diciamo
l’attore che abbia una voce sgradevole.

67
Cfr. Comm. Melampodis seu Diomedis in art. Dion. § 6 (=Hilgard 42, 17 ss.): Τὸ α
σημαίνει τέσσαρα, στέρησιν, ἐπίτασιν, ὄμους, κακόν (...) κακὸν δέ, ὡς ἐν τῲ “ὁ
δεῖν’ ἄμορφός ἐστιν”, ἀντὶ τοῦ κακόμορφος· οὐ γὰρ ἐστέρηται τῆς οἰασδήποτε,
μορφῆς ὁ δεῖνα· “ὁ τραγῳδὸς ἄφωνός ἐστι” τουτέστι κακόφωνος· οὐ γὰρ ἔστι
τραγῳδὸς φωνὴν μὴ ἔχων. Οὕτως οὖν ἐνταῦθα ἄφωνα λέγεται ταῦτα τὰ ἐννέα
γράμματα ὼς κακόφωνα, καὶ οὐχ ὡς τελείως φωνῆς ἐστερημένα. Il medesimo
concetto ritorna negli Scholia Vaticana (=Hilgard 201, 22 ss.), e ancor più chiaramente
negli Scholia Marciana (=Hilgard 336, 11 ss.): ᾿Απὸ τοῦ α τοῦ σημαίνοντος τὸ κακὸν
γίνονται καὶ τὰ ἄφωνα, ἤτοι δύσφωνα, ἤγουν κακόφωνα, καὶ οὐχ ὡς τελείως
φωνῆς ἐστερημένα.

133
Studi di fonetica greca

Come si vede, le vocali svolgono qui un ruolo egemone all’interno della


sillaba per la loro eufonia: gli altri elementi sono detti σύμφωνα perché,
dotati di un suono troppo debole e/o sgradevole, “suonano” pienamente
solo con le vocali. La sostituzione dei σύμφωνα agli ἄφωνα come correlati
sillabici dei φωνήεντα non è dunque una mera questione di terminologia.
Questo evento segna, al contrario, una frattura epistemologica ben mag-
giore di quella rappresentata dall’avvento delle classificazioni tripartite. Il
mutamento di paradigma è rappresentato dal fatto che qui a ogni grafe-
ma corrisponde un singolo suono e una singola posizione articolatoria. Si
inaugura così la “tirannia dell’alfabeto”: 68 che cancella, come un colpo di
spugna, secoli di riflessione fonetica in Grecia.

68
Cfr. Harris (1990).

134
Capitolo 7

Chi dà le ali alle parole? Il significato


articolatorio di ἔπεα πτερόεντα

Fra le centinaia di formule che occorrono nell’Iliade e nell’Odissea, forse


nessuna è stata tanto sviscerata quanto quella costruita intorno all’espres-
sione ἔπεα πτερόεντα. Nonostante gli autorevoli interventi che negano
di principio ogni significato al patrimonio formulare omerico, 1 credo che
questa espressione possa dirci molto sulle origini della riflessione linguistica

1
È questa, come è noto, l’opinione di M. Parry; cfr. Parry (1928), (1928a), (1930), (1932),
ora tutti raccolti in Parry (1971). Tale giudizio coinvolge anche l’espressione ἔπεα πτε-
ροέντα, che Omero avrebbe usato “just because it is useful, and without thought for
any particular meaning which the epithet ’winged’ might have” (1937: p. 59 = 1971: p.
414). Già in precedenza lo studioso aveva menzionato ἔπεα πτερόεντα come esempio
di metafora usata senza riguardo alcuno al suo significato (1933: pp. 38-9 = 1971: pp.
372-3); contro questo svuotamento di significato della metafora omerica cfr. Moulton
(1979). Notando la regolare omissione, nel contesto della formula, del nome di chi parla,
Parry vedeva in essa solo un modo per introdurre il discorso diretto “when the character
who is to speak has been the subject of the last verses, so that the use of his name would
be clumsy” (1933: p. 38 = 1971: p. 372). Tale opinione è combattuta con forza da P. Vi-
vante, che osserva: “That is surely begging the question. What has to be explained is in
the very fact adduced as a proof [...]. Rather, the question should be put thus: why the
moment of the utterance should be so emphasized as to occupy a whole line?” (1975:
pp. 4-5).
Studi di fonetica greca

nel mondo greco. Vale dunque la pena di tornare sull’argomento, dando


risposta agli interrogativi che seguono: qual è il significato dell’epiteto πτε-
ρόεντα quando riferito ad ἔπεα? Quale la metafora soggiacente a questa
espressione? Con quali termini essa risulta più spesso associata, e come
questi contribuiscono a determinare il significato dell’intera espressione
formulare? Come questa formula si rapporta ad altre espressioni, omeriche
e postomeriche, palesemente costruite sul suo modello? E come conciliare,
infine, l’interpretazione da noi proposta con le funzioni proprie, in generale,
del patrimonio formulare omerico?
Per rispondere a questi interrogativi, dobbiamo anzitutto considerare
alcuni dati. L’espressione ἔπεα πτερόεντα ricorre più di 120 volte fra Iliade
e Odissea,2 in una formula di apertura del discorso diretto 3 che occupa da
sola un intero esametro. Nella stragrande maggioranza dei casi 4 il secon-
do emistichio del verso è completato dal verbo προσαυδάω (προσηύδα,
o meno spesso προσηύδων). La variante meno diffusa con ἀγορεύω si
qualifica come derivata non solo per la sua limitata frequenza (circa dieci oc-
correnze), ma anche perché qui si registrano gli unici casi in cui l’espressione
non apre il discorso diretto: 5 la formula è utilizzata, cioè, in una funzione
diversa da quella originaria. Il primo emistichio dell’esametro è composto
in maniera varia; nel caso più diffuso 6 esso è occupato dall’espressione καί
μιν (σφεας) φωνήσας (φωνήσασ’). Nella sua forma più tipica (più di un
terzo delle occorrenze totali) la formula completa suona dunque: καί μιν
(σφεας) φωνήσας (φωνήσασ’) ἔπεα πτεροέντα προσηύδα (προσηύδων);

2
Secondo Tebben (1994), (1998), le occorrenze di ἔπεα πτερόεντα sarebbero 126, così
ripartite: 62 nell’Iliade e 64 nell’Odissea. Dati i dubbi che sussitono circa l’autenticità di
alcune di queste lezioni, abbiamo preferito evitare, nel testo, riferimenti così precisi.
3
Per uno studio esaustivo e attento di queste formule, che non entra tuttavia nel merito
dei contenuti, in una implicita adesione al «Parryism», cfr. Edwards (1970).
4
Ben 116 occorrenze (56 Iliade, 60 Odissea) sulle 126 totali secondo Tebben (1994), (1998).
5
Il. Γ 155, Ω 142; più complesso il caso di Od. v. 165, in cui il discorso diretto è di fatto
introdotto, tre versi più avanti, da un’altra formula che include un verbo di “dire”.
6
50 occorrenze (21 Iliade, 29 Odissea) secondo i dati riportati in Tebben (1994), (1998).

136
Capitolo 7. Chi dà le ali alle parole?

l’espressione ἔπεα πτερόεντα si trova così circondata da verbi che alludono


direttamente al carattere vocale dell’enunciazione.7
Chiariti questi preliminari, una brevissima panoramica sullo status quae-
stionis interpretativo. Come è noto, le posizioni dominanti sono due: il
paragone istituito è fra parole e uccelli,8 o fra parole e frecce.9 Contro la
prima interpretazione parla immediatamente il fatto che πτερόεις non è
in Omero epiteto degli uccelli,10 bensì delle parole e delle frecce.11 Ciò crea
un’associazione fra parole e frecce che non può essere casuale,12 anche se non
basta a chiarire appieno il senso del comune epiteto πτερόεις. Vero è, infatti,
che nell’estremità posteriore le frecce solevano essere piumate (πτεροέν-

7
Sul valore dei verbi imparentati con φωνή, αὐδή, e sulle loro differenze con i veri e
propri verbi di “dire”, cfr. Laspia (1996); di diverso avviso H. Fournier (1946) che, en-
fatizzando in maniera forse eccessiva la funzionalità metrica delle formule che si accom-
pagnano al discorso diretto, sostiene in questi contesti il livellamento di senso dei verbi
di “dire” non solo fra di loro, ma anche rispetto ai verbi originariamente appartenenti
all’ambito semantico della voce. Discordiamo, del resto, anche dalle interpretazioni che
per φωνέω, αὐδάω e φθέγγομαι Fournier propone nella sua monografia (1946a: pp.
46, 227-31); per una discussione cfr. Laspia (1996: pp. 27, 46-52, 66-72, 92-101).
8
Sulla scia di una fortunata monografia di Wackernagel (1874), questa interpretazione
è rimasta prevalente fino alla metà del nostro secolo; cfr. ad esempio Fränkel (1921: p.
80), Stanford (1936: pp. 136-8), Onians (1954: p. 67). Essa è stata recentemente ripresa
in D’Avino (1980); su questo studio cfr. oltre, il commento a Il. Γ 221-3.
9
Proposta inizialmente da J. A. K. Thomson (1936), questa interpretazione è stata poi
sostenuta con ottimi argomenti da Durante (1958), Latacz (1968).
10
Ciò è opportunamente sottolineato da Durante (1958 = 1976: p. 126), Latacz (1968: pp.
27-8).
11
ἰὸν [. . . ] πτερόεντα: Δ 116-7; πτερόεντες ὀϊστοί: Ε 171; ἰοὶ πτερόεντες: Π 773;
ἰὰ πτερόεντα: Υ 68. L’unico altro oggetto di cui sia predicato, in Omero, l’attributo
πτερόεντα, è una sorta di scudo leggero menzionato solo due volte nell’Iliade (λαισήϊα
πτερόεντα: Il. E 453, M 426). Il senso dell’epiteto in questo contesto non è chiaro:
Ebeling (Lex. hom. II, p. 245) intende: alatus, subligaculo quasi ali munitus e spiega così
l’intera espressione: scala minora quae non totus corpus tegunt, sed a quorum infima
parte subligaculum dependet ad defendendum corpus. Lorimer (1950: p. 194) crede invece
che si tratti di scudi ornati da penne o frange; il senso dell’espressione rimane pertanto
oscuro.
12
Durante (1976: p. 126) osserva che “la metafora della parola scagliata qual freccia è
oltremodo cara alla grecità”, e adduce numerosi esempi, ai quali rimandiamo.

137
Studi di fonetica greca

τα) per indirizzarne meglio la traiettoria.13 Ma è altresì vero che, secondo


un’immagine cara ad Aristotele,14 e documentata dalle espressioni ἔπτατο
[...] ὀϊστός (Il. Ε 99, Ν 587, 592), ἰθὺ βέλος πέτεται (Il. Υ 99), le frecce
in Omero volano; nulla vieta dunque di rappresentarle alate, cosi come alati
sono i calzari di Perseo (πτερόεντα πέδιλα) in Hes. Scut. 220.
È possibile che questa duplice valenza – “alato” e “piumato” – presente
già nelle più antiche attestazioni di πτερόεις, abbia giocato un ruolo nel-
la creazione della metafora, prestandole un’animazione che non si ricava
dalla semplice immagine della freccia (e della parola) piumata. Nell’asso-
ciazione parole/frecce il fattore essenziale è la dinamicità: le parole sono
rappresentate come dardi scagliati, come oggetti animati da un impulso
proprio di movimento. Ciò appare efficacemente, ad esempio, in Il. 773,
dove le “frecce piumate” – ma qui preferiremmo certo tradurle “alate” –
sono rappresentate in atto di balzar via, come vive, dalla corda dell’arco
(ἰοί τε πτερόεντες ἀπὸ νευρῆι θορόντες). Lasciamo dunque alle parole le
loro ali: ma ricordiamoci che esse volano non come uccelli, ma come frecce.
Resta ora da stabilire da dove deriva l’accostamento metaforico tra parole
e frecce. Anche qui, le interpretazioni si divaricano: 1. Le parole sono simili
a frecce perché sono veloci; 15 la formula introdurrebbe pertanto discorsi

13
Oltre che da quanto sappiamo sulla tecnica antica di fabbricazione delle frecce (cfr. Lo-
rimer 1950: p. 302), il senso di πτερόεις come “piumato” è attestato dall’espressione
erodotea ὀϊστοὺς ἀπτέρους (VII 92), riferita a un tipo di frecce senza piume in uso fra
i Lici; l’espressione più antica dopo Omero è però l’esiodeo πτερόεντα πέδιλα. Non si
può pertanto escludere il valore di “alato” anche per le espressioni omeriche; una simile
ipotesi ha, fra l’altro, il vantaggio di mettere d’accordo l’accostamento parole-frecce con
l’interpretazione di πτερόεντα fornita dagli scoliasti; cfr. oltre, nota 16.
14
Come è noto, Aristotele apprezzava l’immagine omerica delle frecce in volo, e la
considerava un bell’esempio di metafora capace di rappresentare come vivi gli oggetti
inanimati, caratteristica peculiare dello stile omerico; cfr. Rhet. Γ 1411 b 31-1412 a l.
15
È una delle interpretazioni di πτερόεις data dagli scoliasti: cfr. sch. br a E 171: πτε-
ρόεντες ὀϊστοί τὰ ταχέα ἤτοι ἐπτερωμένα βέλη; cfr. Eust. 451, 36: πτερόεις ὁ τα-
χύς; Suid. 2, 2: ταχέα, κοῦφα; Ap. 136, 31: εὐάρμοστα οὐδὲν γὰρ πτερῶν εὐαρμο-
στότερον ἐὰν γοῦν μικρὸν παρατραπῇ, ἄχρηστον βέλτιον δέ, τρόπον πτερῶν,
τουτέστι ταχέα.

138
Capitolo 7. Chi dà le ali alle parole?

concitati per effetto delle emozioni.16 2. Le parole sono simili a frecce


perché, grazie al loro essere “piumate”, “volano diritte”.17 Esse sono pertanto
“efficaci”, “ben indirizzate”: 18 la formula riguarderebbe, in questo caso, solo
discorsi che colpiscono nel segno. Entrambe queste posizioni hanno il torto
di riferire ἔπεα πτερόεντα a situazioni particolari: il che è inammissibile
per un’espressione usata decine e decine di volte in Omero.19 In definitiva:
ciò che rende le parole simili a frecce deve essere un tratto inerente non a
questo o a quel discorso, ma all’espressione linguistica in quanto tale.20
Resta a questo punto da discutere un’ultima interpretazione, che vuole
le parole simili a frecce semplicemente perché sono udibili: come le frecce
infatti, anche le parole percorrono nell’aria una traiettoria per indirizzarsi
all’orecchio dell’ascoltatore.21 Questa spiegazione sfugge alle critiche in cui

16
È questa l’interpretazione di Calhoun (1935), avanzata in polemica con Parry (1933), e
contro cui Parry (1937) tornerà a polemizzare. Una simile interpretazione non regge
perché il tono dei dialoghi omerici è naturalmente, e sempre, carico di emozioni: “il
discorso omerico non suole svolgersi in un clima idilliaco” (Durante 1976: p. 125).
17
L’osservazione si deve a Thomson (1936: 1): “The feathers of an arrow do not help it to
fly far; they help it to fly straight”.
18
“πτερόεντα sono dunque le parole che volano ben dirette, che sono adeguate alla
situazione, ben imbroccate, εὔστοχα” (Durante 1976: p. 127).
19
“Wenn die Formel 125 Reden verschiedensten Inhalts und verschiedensten Länge ein-
leitet, also immer paßt, so kann das nur bedeuten, daß zwischen ihr und dem Inhalt oder
Eigenart der folgenden Rede keine innere, sondern nur eine funktionale Beziehung
bestand: die Formel war neutral” (Latacz 1968: p. 29).
20
Oltre che da Latacz (1968: p. 30), questa posizione è sostenuta da Vivante (1975: p. 1),
che considera “the rendering of acts in their own right” come caratteristica essenziale,
e peculiare, del linguaggio omerico; cfr. anche Vivante (1982), (1985). Si tratta di un
sostanziale mutamento di prospettiva rispetto alle posizioni precedenti: mentre infatti
Parry negava significato ad epiteti e formule per la loro generalità d’uso, il ridimensiona-
re le posizioni di Parry costringe Calhoun, Thomson e Durante a restringere in maniera
implausibile il significato della nostra formula; e tuttavia già gli scoliasti antichi aveva-
no, come vedremo, riconosciuto a una classe di epiteti omerici la capacità di descrivere
le cose “secondo la loro natura”; cfr. oltre, nota 54.
21
È questa la tesi di J. Latacz, secondo cui la proprietà essenziale degli ἔπεα che si espri-
me nell’epiteto πτερόεντα sarebbe da ravvisare nell’udibilità della parola: “Ein ἔπος
ist also grundsätzlich immer hörbar – darin besteht sein Wesen –, und es ist irreversi-
bel; überschritt es einmal die Lippen, so fliegt es dahin. πτερόεντα gibt also nicht eine

139
Studi di fonetica greca

incorrono le precedenti; e tuttavia: è davvero l’essere udibile la proprietà


essenziale della parola evocata dall’espressione ἔπεα πτερόεντα? Per rispon-
dere a questa domanda dobbiamo saperne di più sugli ἔπεα; e a questo
proposito assai istruttivo si rivela Il. Γ 221-3, in cui si dice a proposito di
Odisseo:
ἀλλ’ ὅτε δὴ ὄπα τε μεγάλην ἐκ στήθεος εἵη καὶ ἔπεα νιφάδεσσιν ἐοι-
κότα χειμερίῃσιν, οὐκ ἂν ἔπειτ’ ᾿Οδυσῆΐ γ’ ἐρίσσειε βροτὸς ἄλλος.

Anche se è consuetudine il tradurre ἔπεα con “parole”, in Omero non


troviamo traccia alcuna di una precisa nozione di analizzabilità dell’enun-
ciato in sottocomponenti lessicali: 22 più che “parole” nel senso odierno del
termine, ἔπεα sono “i discorsi pronunciati”, le “enunciazioni”, i “detti”,
indefinitamente molteplici e moltiplicabili, in virtù della varietà delle loro
funzioni e del loro significato. Ma anche se i “detti” di un abile oratore sono
numerosi “come fiocchi di neve in inverno”,23 essi sono tuttavia ritagliati da
un’unica “voce possente”. In Omero, dunque, le parole (ἔπεα), o meglio le
enunciazioni, rimandano alla voce (*ὄψ), rappresentata come vis significa-
tiva come originaria capacità di esprimersi e di significare.24 I due termini

bestimmte Eigenschaft bestimmter Wörte an, sondern [...] die wesenhafte Eigenschaft
der ἔπεα als solcher” (1968: p. 30). Condividiamo in toto queste osservazioni; cerchere-
mo però qui di dimostrare che la proprietà essenziale della parola cui allude l’espressione
ἔπεα πτερόεντα non è di natura acustica, ma di natura articolatoria.
22
Per l’assenza, all’interno del lessico omerico, di una vera e propria denominazione del-
l’unità lessicale, cfr. Gambarara (1984: p. 24); questo dato di fatto rende particolarmen-
te implausibile l’ipotesi della D’Avino (1980: pp. 111-2), secondo cui l’espressione ἔπεα
πτερόεντα, attraverso il riferimento metaforico all’immagine di uno stormo di uccelli
in volo, alluderebbe direttamente all’analizzabilità dell’enunciato in parole.
23
Stanford (1967: p. 37) insiste invece sulla velocità di eloquio propria di un abile oratore:
“thick and as the winter’s snow – a superb simile for overwhelming, relentness eloquen-
ce”. Va così perduta l’opposizione fra la singolarità della *ὄψ e la molteplicità degli ἔπεα,
cui Omero allude implicitamente anche in Il. Β 489-90 (cfr. Laspia 1996: pp. 60-2), e
in cui consiste, per noi, il vero perno della metafora.
24
Su questo valore di *ὄψ, cfr. Laspia (1996: pp. 73-89); per le sue origini sacrali, cfr.
Fournier (1946: pp. 3-5, 227-8), Gambarara (1984: p. 43); anche Vivante riconosce in
*ὄψ “the sense of a divine power inherent in speech”, e conclude: “such must also have
been *ὄψ, which is akin to ἔπος. Here was a force both misterious and real”.

140
Capitolo 7. Chi dà le ali alle parole?

sono anche etimologicamente imparentati, e il passo che abbiamo appena


letto gioca consapevolmente sulla loro assonanza. La prima ed essenziale
caratteristica assegnata nel mondo omerico agli ἔπεα è dunque la fonicità,
non l’udibilità. Il linguaggio in Omero è rappresentato nel suo farsi, ossia
dal punto di vista della produzione: e il suo prerequisito essenziale è la
voce.25
Se ora ci domandiamo come sia descritto, in Omero, il processo arti-
colatorio di produzione della voce, il perno metaforico dell’associazione
parole-frecce diviene immediatamente chiaro. La risposta, documentata,
fra l’altro, anche dal passo sopra citato, è la seguente: la voce (*ὄψ) è sca-
gliata (ἵημι) dall’interno del petto (ἐκ σθήτεος). Ora, il verbo che descrive
l’emissione vocale, ἵημι, è quello più frequentemente usato in espressioni
come “lanciare, scagliare una freccia”. Il lancio delle frecce diviene dunque,
in Omero, modello metaforico dell’atto di fonazione: 26 le due dinamiche
sono descritte in maniera identica, come si evince dal confronto fra i passi
che seguono:
Il. Γ 152: ὄπα λειριόεσσαν ἰεῖσι
Ξ 150-1: τόσσην ἐκ στήθεσφιν ὄπα [. . . ] ἧκεν
Od. μ 192: ὣς φάσαν ἱεῖσαι ὄπα κάλλιμον
Il. Α 48: μετὰ δ’ ἰὸν ἕηκε
Α 382: ἧκε δ’ ἐπ’ ᾿Αρεγείοισι κακὸν βέλος
Δ 498: ὁ δ’ οὐχ ἅλιον βέλος ἧκεν, et passim.

25
Sul riferimento fonetico di ἔπεα πτερόεντα insiste anche Vivante, in uno dei migliori
contributi finora apparsi sull’argomento. La nostra posizione differisce tuttavia dalla
sua, perché Vivante non riconosce alcuna associazione metaforica fra parole e frecce: “I
think that ἔπεα πτερόεντα is no more a metaphor than, say, μῄδεα πυκνά. What we
consider an abstract entity is for Homer a concrete self-existing thing, and it does not
need figurative treatment” (1975: p. 2). L’alternativa “concreto-astratto” non è tuttavia
un argomento stringente contro l’esistenza della metafora, data l’estrema concretezza
delle metafore omeriche, e in particolare di questa: anzi, è proprio attraverso il paragone
con le frecce che si guadagna l’immagine della parola nel suo fonico materializzarsi che
Vivante vuole giustamente, in Omero, legata all’espressione ἔπεα πτερόεντα.
26
Ciò è stato opportunamente osservato da Mugler (1963: p. 110): “Les étres vivants
‘lancent’ done leur voix comme ils lanceraient un projectile”.
141
Studi di fonetica greca

Oltre ad essere ricorrente nella lingua greca, sia in prosa che in poesia,27
una simile locuzione avrà fortuna anche nel linguaggio della scienza; φωνὴν
(ἀφ)ιέναι diviene infatti, con Aristotele, termine tecnico per indicare l’atto
di fonazione.28 La metafora parole-frecce condensata nell’espressione ἔπεα
πτερόεντα è pertanto istituita attraverso un tertium comparationis di natura
articolatoria: le parole sono simili a frecce perché fatte di voce, e la voce
è scagliata, come una freccia, dall’interno del petto. Ora, per la biologia
omerica nel petto hanno sede gli organi (cuore e φρένες) 29 da cui dipendono
tutte le funzioni vitali,30 cioè insieme vita vegetativa, movimento locale,
emozioni e pensiero.31 Ciò istituisce un interessante parallelo fra Omero e la

27
Cfr. gli esempi citati in Laspia (1996: p. 87).
28
Cfr. Arist. Hist. an. 9, 536 a 20: τὸ δὲ τῶν ὀρνιτῶν γένος ἀφίησι φωνήν; Probl. Χ,
38: διὰ τί μᾶλλον ἄνθρωπος πολλὰς φωνὰς ἀφίησι, et passim.
29
Resa famosa da Onians (1954: pp. 23-31), l’identificazione delle φρένες omeriche con i
polmoni gode ancor oggi di largo credito: cfr., ad esempio, Vegetti (1985: p. 202). Come
abbiamo cercato di chiarire in altra sede (cfr. Laspia 1996: pp. 110-1), per noi l’accosta-
mento è valido in sede anatomica, ma non fisiologica: mentre infatti i polmoni servono
solo a respirare, le φρένες svolgono, insieme al cuore, l’intera gamma delle funzioni vi-
tali, e giocano un ruolo centrale all’interno dei processi cognitivi: per una spiegazione
di questo ruolo che non separa le φρένες dal cuore, cfr. Laspia (1978: p. 59).
30
Curiosamente, l’unità funzionale di cuore, φρένες e θυμός, è constatata proprio da
chi meno dovrebbe riconoscerla, e cioè da B. Snell; osserva infatti l’autore “daß eine und
derselbe Erfahrung nicht nur die phrenes, sondern auch das Herz (ἦτορ, κραδίη, κῆρ),
also eine anderes Körperorgan treffen kann, und oft auch der thymos eine Rolle dabei
spielt, der ein Organ, sondern eine Funktion ist” (1978: p. 127).
31
Contro l’ipotesi, oggi prevalente e sostenuta, ad esempio, in Jahn (1987), che vede nel-
le denominazioni quali κῆρ, ἦτορ e κραδίη e simili un comodo ventaglio di sinonimi
scelti esclusivamente in base a ragioni metriche, abbiamo altrove sostenuto (cfr. Laspia
1996: pp. 107-113) che gli organi interni al petto concorrono in maniera integrata allo
svolgimento di tutte le funzioni vitali; ciò giustifica l’accostamento tra Omero e la suc-
cessiva tradizione biologica monocentrica. A conclusioni simili giunge anche Vivante
nel suo bel lavoro sulla designazione omerica delle realtà psichiche. Dopo aver osser-
vato che “v’è nel linguaggio omerico una singolare coerenza di espressione di cui le de-
signazioni della psiche non sono che un indizio” (1956: p. 115 – osservazione, questa,
che vorremmo far valere contro l’attuale tendenza allo svuotamento di significato del
vocabolario di Omero – lo studioso conclude che vocaboli quali κραδίη, ἦτορ, φρέ-
νες, θυμός “vengono nel linguaggio omerico adattati a rappresentare i vari punti ed
elementi in forza dei quali si svolge l’attività psichica. Infatti tale attività è spesso riferita
142
Capitolo 7. Chi dà le ali alle parole?

successiva tradizione biologica monocentrica,32 per cui la voce è in ogni caso


emessa da un organo centrale (cuore o cervello),33 e in particolare fra Omero
e Aristotele, in cui la voce è prodotta dalla sinergia di cuore (sede della vita e
del pensiero, e origine di tutte le funzioni vitali) e polmoni (concepiti quasi
come una periferia cardiaca, e specializzati nell’attività respiratoria).34
Una simile interpretazione è confermata anche dalle altre espressioni
che, da Omero fino ad Eschilo, appaiono palesemente connesse ad ἔπεα
πτερόεντα. Si tratta anzitutto della formula ὡς ἄρ’ ἐφώνησεν τῇ ἄπτερος
ἔπλετο μῦθος, che occorre quattro volte nell’Odissea (ρ 57, τ 29, φ 386, χ

all’organo o principio sensitivo-intellettivo inerente all’individuo anziché all’individuo


stesso. I nomi omerici della psiche non sono, in fondo, che i nomi di questo organo o
principio” (1956 p. 127).
32
L’accostamento con la biologia monocentrica è implausibile alla luce della fortunata
concezione snelliana che vuole, in Omero, il corpo concepito come un conglomerato di
parti (cfr. Snell 1946, e, per riproposizioni recenti, Vegetti 1985: p. 201, Belardi 1985: pp.
16-8). Contro questa concezione cfr. Laspia (1996: pp. 107-13); ma già Fränkel (1962: p.
85) aveva a ragione osservato: “Der homerische Mensch ist nicht eine Summe von Leib
und Seele, sondern ein Ganzes”. Anche Vivante (1985) parte dalla concezione snellia-
na di una mancanza di denominazione unitaria per il corpo vivente, ma va oltre. Egli
conclude infatti: “in Omero non manca il concetto di corpo; ma è sentito ed espresso
in maniera diversa dalla nostra”; cioè secondo “la mancanza di distinzione fra l’uomo e
il suo corpo; fra la persona e il suo aspetto” (1955: p. 47). Termini come μέλεα, γυῖα,
χρώς e simili sono così visti come designazioni complessive della persona: il che è ben
in linea con quanto Vivante (1956) dirà sulla denominazione delle realtà psichiche. Da
sottolineare è che, per lo studioso, σῶμα non designa tanto il cadavere, quanto il corpo
considerato come forma inerte: “ché in Omero, il corpo vivente tende ad identificarsi
con la persona; ed essendo strettamente connesso con i vari atti della vita, si presenta
in una grande varietà di aspetti” (1955: p. 43). In Omero il corpo vivo è dunque visto
come unità polifunzionale: di qui, e solo di qui, le sue molteplici denominazioni. Ma a
questa molteplicità fa sempre da cantus firmus, in Omero come in Aristotele, l’unità del
complesso organico centrale, ossia l’unità della vita.
33
Per il concetto di “biologia monocentrica” in Grecia, cfr. Manuli-Vegetti (1977); per i
legami di questa tradizione con le teorie della voce e del linguaggio, cfr. Laspia (1994),
(1995), (1997), (1999); per le sue origini omeriche, cfr. Laspia (1996), (1996a).
34
È da notare che, per Aristotele, i polmoni circondano il cuore (Part. an. 664 b 15-
6); il plesso cuore-polmoni è considerato quasi un unico organo, e, coerentemente, la
respirazione è annoverata fra le funzioni cardiache (cfr. De resp. §§ 20-1, 479 b 17-480 b
30); tutte eredità che la biologia aristotelica mutua direttamente da Omero.
143
Studi di fonetica greca

398), sempre a chiusura di un discorso diretto in cui un personaggio ma-


schile (di solito Telemaco; in un solo caso Eumeo) impartisce un ordine, o
un insieme di istruzioni, a un personaggio femminile che non ribatte, ma
esegue prontamente quanto richiesto.35 Gli scoliasti antichi attribuivano
all’α di ἄπτερος un valore intensivo,36 in linea con la loro interpretazio-
ne di πτερόεντα come ταχέα nella locuzione ἔπεα (o ἰά) πτερόεντα; ma
l’interpretazione più intuitiva è certo quella che riconosce ad ἄπτερος un
valore privativo, e riferisce μῦθος non al personaggio che parla, ma a quello
che rimane in silenzio.37 La parola, intesa questa volta come contenuto
enunciativo (μῦθος) 38 della donna rimane dunque “senz’ali” (o “senza piu-

35
Ciò è ben in linea con lo status della donna greca, imago dell’uomo e virtuosa nel suo
silenzio, come la rappresenta anche la documentazione epigrafica; cfr. Bitto (1998).
36
Cfr. Sch. Θ a ρ 57: ἤτοι ἰσόπτερος, ταχύς ἢ οὐκ ἀπέπτε ὁ λόγος, ἀλλ’ ἐπέμεινε
μὴ ἔχον πτερόν. λέγει δὲ ὄτι ταχέως προσήκατο τὸν λόγον. ῾Ηρωδιανὸς δὲ
ἔτοιμος λέγει. Simili spiegazioni ricorrono anche nell’Etymologicum Magnum (133,
26-60): ταχὺς πρὸς τὸ πεισθῆναι καὶ ἰσόπτερος. ἡ γὰρ ἀ στέρησιν δηλοῖ καὶ τὸ
ὅμοιον, καὶ τὸ ἴσον. ἔνιοι δὲ οὐ παραπτὰς ἀλλ’ ἔμμονος. ἔνιοι δὲ ἄπτερον τὸ ἡδύ,
ἄσμενον, ὀρθόν. Per l’aleatorietà di queste interpretazioni cfr. Van der Valk (1966: pp.
59-60), che conclude: “If one read the expression without any prejudice, one cannot
but think at first sight that the ἄπτερος is privative. For ‘wingless, unfledged’ is an
interpretation which is satisfactory and which seems to be evident. On the other hand,
the first interpretation (‘swift’) seems to be an artificial one”.
37
Diversamente, per quanto in linea con il valore privativo di ἄπτερος, interpretano
Jacks (1922), Thomson (1936), che riferiscono μῦθος al personaggio che parla, e inten-
dono: “la parola (di lui) restò priva di ali per lei” (non fu cioè da lei compresa). Una
simile interpretazione non regge: perché il personaggio femminile esegue, dunque com-
prende, quanto richiesto. L’impossibilità di riferire μῦθος al personaggio che ascolta è
stata sostenuta, in particolare, da Mazon (1950), che opta per l’interpretazione tradizio-
nale perché, in tutte le formule di apertura del discorso diretto in cui compare, μῦθος
è sempre riferito al personaggio che parla. Questo tuttavia non prova nulla, in base
a quanto sappiamo sulla flessibilità della formula omerica – cfr. ad esempio Hoekstra
(1964), Hainsworth (1968); al massimo può indurci ad attribuire l’espressione a uno stra-
to recenziore della lingua omerica, cosa del resto già nota: cfr. Van der Valk (1966: p. 59),
Durante (1976: p. 127). Altresì, a favore dell’interpretazione tradizionale, fino a nega-
re ogni connessione fra ἄπτερος, μῦθος ed ἔπεα πτεροέντα, si dichiara Hainsworth
(1960), contro cui cfr. Van der Valk (1966: p. 63), D’Avino (1980: p. 114).
38
“μῦθος dont on verra in fine le sens duratif de ‘pensée qui s’exprime’, ‘langage’, bien
opposé à ἔπεα ‘paroles, expressions’ ” (Fournier 1946a: p. 49). Un simile valore di μῦ-
144
Capitolo 7. Chi dà le ali alle parole?

me”) perché non è fisicamente pronunciata.39 Di qui deriva l’esiodeo οἱ δ’


ἀπτερέως ἐπίνονθο (Fr. 204-84 M.-W.), che può essere reso con “essi ob-
bedirono senza replica”.40 Per venire infine ad una tradizionalmente oscura
espressione eschilea,41 ἄπτερος φάτις (Agam. 276), essa allude a una segna-
lazione mediante fiaccole: 42 si tratta dunque di un messaggio che si esprime
con mezzi alternativi rispetto a quelli vocali, e che per questo è rappresen-
tabile come “dire silenzioso”.43 In tutti i casi, le espressioni si riferiscono
alla produzione fonica dell’enunciato, o addirittura alla sua natura vocale. E
il riferimento alla fonicità nel suo farsi, alla produzione articolatoria della
voce e del linguaggio è proprio ciò che è comunicato dall’espressione ἔπεα
πτερόεντα; come è, del resto, anche dimostrato dal suo legame con verbi
che alludono direttamente alle attività di fonazione.
Da tutto ciò si desume che:
1. L’espressione ἔπεα πτερόεντα è costruita intorno al parallelo parole-
frecce; 2. il tertium comparationis è di natura articolatoria: le parole (ἔπεα)
sono fatte di voce (*ὄψ) e la voce è scagliata, come una freccia, dall’interno
del petto (ὄπα ἱέναι ἐκ στήθεος); 3. nella sua variante più comune, καί

θος è giustamente sottolineato, nel contesto della nostra formula, da Latacz (1968: p.
31).
39
“Wird der Gedanke nicht ausgesprochen, so bleibt er ungeflüget” (Fränkel 1921: p. 80);
interpretano così anche Stanford (1936: pp. 136-8), Onians (1954: p. 67), Van der Valk
(1966: pp. 61-4), Latacz (1968: pp. 31-8), Vivante (1975 p. 3).
40
“They obey without comment”: è l’ottima traduzione di Van der Valk (1966: p. 62),
accolta da Durante (1976: p. 127). Latacz (1968: p. 46) crede invece di dover rifiutare
questa interpretazione per il fatto che ad ἀπτερέως ἐπίνονθο segue immediatamente,
in Esiodo, un giuramento; l’obiezione cade se si intende la formula nell’ovvio senso di
“senza dire una parola (in contrario)”, come del resto si userebbe il nostro “senza fiata-
re”. Il fatto che l’espressione sia usata con valore intensivo nella tradizione posteriore,
da Parmenide (fr. 1, 15), fino ad Apollonio Rodio (4, 1765), non prova nulla, data l’estra-
neità di questi autori alla genuina tradizione dell’epos arcaico; cfr. Van der Valk (1966:
p. 61).
41
“It is probably impossíble to say with certainty what the poet here meant”, osserva
Fraenkel (1950: p. 152) nel suo commento a Aesch. Agam. 276; cfr. Latacz (1968: p. 27).
42
Sulla ἄπτερος φάτις come segnalazione visiva cfr. Longo (1976).
43
Una simile interpretazione è sostenuta con ottimi argomenti in Latacz (1968: pp. 39-
47).
145
Studi di fonetica greca

μιν (σφεας) φωνήσας (φωνήσασ’) ἔπεα πτεροέντα προσηύδα, la formu-


la rappresenta quasi un modello in miniatura del processo articolatorio
di produzione del linguaggio. In essa si allude infatti dapprima al puro e
semplice atto di fonazione 44 (φωνέω da φωνή, “voce”, in tutta la tradi-
zione biologica successiva; 45 in Omero il significato di “voce” è diviso fra
φωνή e *ὄψ),46 che coinvolge gli organi interni al petto; successivamente
interviene la lingua (προσαυδάω come derivato di αὐδή, tradizionalmente
“voce umana”, in realtà “voce articolata”; 47 a differenza dalla *ὄψ, scagliata
dall’interno del petto, e dalla φωνή messa in sistematica correlazione con
l’ἦτορ,48 l’αὐδή omerica “scorre dalla lingua”.49 La “voce” (*ὄψ) viene così
trasformata in “parole” o meglio in “detti” (ἔπεα), che grazie alla forza di
propulsione vocale 50 vengono “scagliati”, come frecce, in direzione di un
ascoltatore (ἔπεα πτεροέντα προσηύδα).

44
L’importanza di φωνέω all’interno della nostra formula è stata sostenuta per la prima
volta da Classen (1879: pp. 115-20). L’argomento è ripreso da Vivante, che osserva assai
acutamente: “in more than one third of the instances we have καί μιν (σφεας) φωνή-
σας (φωνήσασ’) ἔπεα πτεροέντα προσηύδα which would translate: ‘and breaking
into voice he (or she) spoke winged words’. We have the pure emission of sound and
the articulation into words. The moment of the utterance is thus given full evidence”
(1975: p. 9).
45
Su φωνή dopo Omero cfr. Ax (1978), (1986), Zirin (1980), Lo Piparo (1988).
46
Per la delimitazione/sovrapposizione degli ambiti di significato dei due sostantivi, cfr.
Laspia (1996: pp. 75-80).
47
Per αὐδή come “voce articolata” cfr. Laspia (1996: pp. 30-40), e i riferimenti ivi citati;
già in Pohlenz (1959: p. 65) il sostantivo era inteso in riferimento non alla voce umana,
ma alla voce linguistica. Tale interpretazione è sostentuta anche in LdfgE, s.v.: “αὐδή:
Rede, Fähigkeit zu sprechen [...] von einzelnen Menschen, Göttern”.
48
Per il nesso φωνή - ἦτορ, che si evince soprattutto da Il. a 489-90, cfr. Laspia (1996:
pp. 59-62); per l’identificazione di ἦτορ con “cuore”, contro le dubbie interpretazioni
avanzate, ad esempio, in Bolelli (1948), cfr. Wilamowitz (1927), Vivante (1956), Laspia
(1996: pp. 107-21).
49
Il. A 249: τοῦ καὶ ἀπὸ γλώσσης μέλιτος γλυκίων ῥέεν αὐδή; la lingua, organo
della parola, non è mai menzionata in Omero a proposito di *ὄψ o φωνή; cfr. Laspia
(1996: pp. 36-9).
50
Per il dispositivo di produzione della voce in Omero cfr. Laspia (1996: pp. 59-62, 86-9).

146
Capitolo 7. Chi dà le ali alle parole?

Propria in generale del linguaggio omerico, la capacità di rappresentare


ciò che la successiva tradizione filosofica chiamerebbe “l’universale” 51 sot-
to forma di evento dinamico, concreto, le cui tappe sono singolarmente
scandite e plasticamente rappresentate,52 trova un esempio particolarmente
felice nell’espressione ἔπεα πτεροέντα. Che questa capacità sussista anche
all’interno del patrimonio formulare non deve sorprenderci, anche se ci im-
pone di riconoscere che le espressioni ricorrenti non hanno, in Omero, una
funzionalità esclusivamente mnemonica o metrica.53 Come cornice inva-
riante nel multiforme tessuto narrativo dell’Iliade e dell’Odissea, formule ed
epiteti contribuiscono a mettere in luce l’essenza delle cose,54 rappresentan-

51
Sulle radici omeriche della filosofia cfr. Lo Schiavo (1983); per la metafora omerica come
precedente della rappresentazione filosofica dell’universale cfr. Riezler (1936).
52
Sulla plasticità e analiticità del linguaggio omerico si sofferma, a più riprese, Vivan-
te; cfr. Vivante (1982), (1985), e, per quanto attiene alla nostra formula, (1975); ciò la-
scia un’eco nella successiva tradizione scientifica, in particolare per quanto attiene alle
descrizioni fonetiche; cfr. Laspia (1996: p. 8), (1997: p. 53).
53
Un simile dato di fatto è assai lucidamente evidenziato da H. Fränkel (1962: p.30): “Der
praktische Nutzen kann die Existenz der Formeln nicht erklären sondern nur oberflä-
chlich entschuldigen; [...] Der alte Epiker sah keine Anlaß originell zu sein, wenn eine
Änderung den Ausdruck nur verschlechten würde; oder Situationen durch künstliche
Schnörkel zu differenzieren, wenn sie ihren Wesen nach identisch waren. Im Gegen-
teil wollte er neben dem Wechselnden und Einmaligen das Bleihende und Typische zur
Geltung bringen, wie in der Sache so auch in der Form”.
54
Questa funzione rappresentativa delle proprietà essenziali di una persona o cosa era ri-
conosciuta all’epiteto omerico già dagli antichi scoliasti, che in questo senso parlavano
di epiteti “universali”, o “per natura”. Cfr. Sch. A a Θ 555: ὠς δ’ ὅτ’ ἐν οὐρανῷ ἄστρα
φαεινὴν ἀμφὶ σελήνην· οὕτως οὐ τὴν τότε οὖσαν φαεινήν, ἀλλὰ τὴν καθόλου
(sch. B φύσει) φαεινήν. Cfr. anche Scol. EHPV ad loc. Eustazio ed Apollonio So-
fista facevano risalire questa definizione ad Aristarco: cfr. Scol. L: ᾿Αρίσταρχος τὴν
κατὰ φύσιν λαμπρὰν λέγει, κἂν μὴ πλήθους ᾖ· εἰ γὰρ πληροσέληνος ἦν, ἐκέ-
κρυπτο μᾶλλον τὰ ἄστρα; Apoll. Lex. 161, 20: λαμπρά· ἐν δὲ τῇ Θ τῆς ᾿Ιλιάδος
φαεινὴν ἀμφὶ σελήνην. ᾿Εζήτεσαν πῶς τότε ἡ σελήνη δύναται φαεινὴν εἶναι ὅτε
τὰ ἄστρα λαμπρὰ φαίνεται. ὅθεν ὁ ᾿Αρίσταρχος λύων φησὶ φαεινὴν οὐ τὴν τότε
λαμπρὰν τὴν φύσει λάμπραν. Dall’ἐπίθετον φύσει (o ἐπὶ φύσεως) derivano, oltre
all’epitheton perpetuum della tradizione latina (cfr. Vivante 1982: pp. 156-7), anche le
distinzioni moderne tra “hebende” e “wesentliche Beiwörter” (cfr. Düntzer 1872: pp.
509-13), o fra “fixed (generic) epithets” e “particularized (distinctive) epithets” (cfr. Par-

147
Studi di fonetica greca

dole nella loro tipicità,55 mentre la metafora, mettendo in connessione fatti


per loro natura diversi, ne permette una prima forma di modellizzazione
esplicativa.56 Attraverso formule, epiteti e metafore si acquisisce quella capa-
cità di “vedere il simile” (θεωρεῖν τὸ ὅμοιον) che secondo Aristotele (Rhet.
Γ 11, 1412 a 11-3) sta alla base del pensiero inteso come capacità metaforica.
Non è dunque da stupirsi se proprio all’interno del patrimonio formulare
ritroviamo condensati, e vividamente rappresentati, contenuti sapienziali
che pongono Omero all’origine della civiltà e della scienza greca.

ry 1923), e simili; per maggiori particolari sull’epiteto “per natura”, cfr. Parry (1928=1571:
pp. 120-4), Vivante (1982: pp. 162-3).
55
Su formule, epiteti e metafore come principi di invarianza nel multiforme tessuto della
narrazione omerica ha insistito Theo Reucher nella sua monografia dedicata all’Iliade;
cfr. (1983: pp. 450-61) per la metafora, (1983: pp. 462-8) per gli epiteti e per la loro ca-
pacità di rappresentazione sensibile dell’universale. A simili conclusioni era già arrivato
H. Fränkel: cfr. (1962: p. 37) per gli epiteti, (1962: pp. 45-9) per le metafore. Anche
Vivante (1982: p. 48) riconosce all’epiteto ornerico la capacità di rappresentare il tipico,
e lo considera valido strumento di una “self-coherent world-representation”.
56
Sulla pregnanza cognitiva e sulle valenze prefilosofiche della metafora omerica, si veda,
oltre al già citato Riezler (1936), anche Kranz (1938).

148
Capitolo 8

Metaphysica Ζ 17, 1041 b 11-33. Perché la


sillaba non è gli elementi?

Questo capitolo ha per tema l’esempio conclusivo di Metaph. Z, 17.


Come è noto, il libro Z fa parte della sezione centrale della Metafisica,
che comprende i libri dedicati alla sostanza (οὐσία).1 Ribaltando, in modo
a prima vista paradossale, la gerarchia fra sostanza prima (l’individuo, τόδε
τι) e seconda (la specie, εἶδος) 2 delineata nelle Categorie, Aristotele nel libro
Ζ individua come prima la sostanza non sensibile, ossia l’εἶδος, e la specifica
ulteriormente come τὸ τί ἦν εἶναι e in principio della definizione. 3 Oltre
all’apparente virata di prospettive rispetto alle Categorie,4 il libro Ζ della

1
La traduzione di οὐσία con “sostanza” non appare perfettamente adeguata, perché
oscura il legame fra οὐσία ed εἷναι; cfr. Kahn (1973: 451-462). Qui la manteniamo in os-
sequio a una tradizione ormai consolidata, ma sottolineando che l’οὐσία, per Aristotele,
è precisamente ciò che fa essere una determinata cosa ciò che è.
2
Cfr. Aristot. Metaph. Ζ 1-3; in particolare, Ζ 3, 1029 a 30-33.
3
Cfr. Aristot. Metaph. Ζ 4-6; in particolare, Ζ 4, 1030 a 2-7.
4
Per spiegare questa apparente discrepanza, alcuni interpreti hanno cercato di negare
l’autenticità delle Categorie, mentre altri hanno invocato una Geistesentwicklung di jae-
geriana memoria, se non addirittura la compresenza di due sistemi incompatibili di pen-
siero, come fa, ad esempio, Graham (1987); un’ampia disamina del problema in Fonfara
(2003). Nei loro numerosi contributi sul tema, supportati da evidenze testuali difficil-
Studi di fonetica greca

Metafisica contiene non pochi elementi che potrebbero apparire criptici


al lettore di oggi; non ultimo fra questi, forse, l’esempio conclusivo. Al
termine di una trattazione che potrebbe sembrare assai poco lineare,5 che
alterna temi apparentemente metafisici, come quello della sostanza, a temi
apparentemente logici, come quello della definizione, il libro Ζ si conclude,
a sorpresa, con un esempio che riguarda la sillaba e gli elementi. Si tratta
di uno stratagemma teorico non nuovo ad Aristotele, soprattutto nella
Metafisica. Molte delle aporie del libro Beta sono infatti introdotte da
esempi fonetici, che vengono poi temarizzati soprattutto nei libri Zeta, Eta
e Lambda.
A conclusione di una serrata indagine su un’eventuale accezione di
sostanza diversa dall’individuo, qui accantonato in quanto posteriore ed
evidente (ivi, 1029 a 30-2), l’esistenza stessa, e lo statuto, del nuovo tipo di
sostanza è, in Ζ 17, esemplificato dal caso della sillaba:
Metaph. Ζ 17, 1041 b 11-33: ἐπεὶ δὲ τὸ ἔκ τινος σύνθετον οὕτως ὥστε
ἓν εἶναι τὸ πᾶν, [ἂν] μὴ ὡς σωρὸς ἀλλ’ ὡς ἡ συλλαβή – ἡ δὲ συλλα-
βὴ οὐκ ἐστι τὰ στοιχεῖα, οὐδὲ τῷ βα ταὐτὸ τὸ β καὶ α, οὐδ’ ἡ σὰρξ
πῦρ καὶ γῆ (διαλυθέντων γὰρ τὰ μὲν οὐκέτι ἔστιν, οἶον ἡ σάρξ καὶ
ἡ συλλαβή, τὰ δὲ στοιχεῖα ἔστι, καὶ τὸ πῦρ καὶ ἡ γῆ) ἔστιν ἄρα τι ἡ
συλλαβή, οὐ μόνον τὰ στοιχεῖα τὸ φωνῆεν καὶ ἄφωνον ἀλλὰ καὶ ἕτε-
ρον τι, καὶ ἡ σὰρξ οὐ μόνον πῦρ καὶ γῆ ἢ τὸ θερμὸν καὶ ψυχρὸν ἀλλὰ
καὶ ἕτερόν τι [...] - ἐπεὶ δ’ ἔνια οὐκ οὐσίαι τῶν πραγμάτων, ἀλλ’ ὅσαι
οὐσίαι, κατὰ φύσιν καὶ φύσει συνεστήκασι, φανείη ἂν [καὶ] αὕτη ἡ
φύσις οὐσία, ἥ ἐστιν οὐ στοιχεῖον ἀλλ’ ἀρχή – στοιχεῖον δ’ ἐστιν εἰς
ὃ διαιρεῖται ἐνυπάρχον ὡς ὕλην, οἶον τῆς συλλαβῆς τὸ α καὶ τὸ β.

mente confutabili, L. M. De Rijk e R. Bodéüs hanno invece ripetutamente insistito


sull’autenticità delle Categorie, sottolineando come il mutamento di prospettive, nella
Metafisica, sia soltanto apparente. In realtà, Metaph. Z non contraddice, ma presuppo-
ne, le Categorie, perché spiega ciò che nelle Categorie resta un dato di fatto. Cfr. Bodéüs
(2002) e, sul tema, Laspia (2005).
5
Anche in questo caso, l’apparenza non corrisponde affatto alla realtà. Purché si pre-
scinda dai moderni criteri di divisione del sapere, la trattazione di Metaph. Z appare,
al contrario, molto unitaria, e si rivela perfettamente al suo posto nel contesto generale
della Metafisica. Lo sottolinea in maniera particolarmente efficace M. Burnyeat (2001).

150
Capitolo 8. Perché la sillaba non è gli elementi?

La sillaba funge qui da rappresentante per ogni tipo di composto i cui


elementi stiano insieme non come un mucchio (ὡς σωρός), ma come un
tutto organico (ὡς ἡ συλλαβή).6 Per Aristotele, la sillaba non è gli elementi,
e ΒΑ non si riduce a Β più Α; così come la carne non è solo fuoco e terra,
ma è “anche qualche altra cosa”. Questo quid, per cui la sillaba è qualcosa
in più della somma dei suoi elementi fonici, proprio come la viva carne è
qualcosa in più che una somma di elementi fisici, è da Aristotele invocato
come rappresentante del suo nuovo concetto di sostanza non sensibile. Si
tratta dunque di un esempio, a dir poco, cruciale. Vale quindi la pena di
domandarsi: che cosa, nella sillaba, gioca il ruolo di principio organizzatore,
ossia di sostanza non sensibile? O, più semplicemente: perché la sillaba,
secondo Aristotele, non si riduce agli elementi?
Cominciamo con alcune precisazioni sullo statuto degli esempi fonetici
nella filosofia greca. Sia in Platone che in Aristotele, gli esempi fonetici
giocano un ruolo teorico di primissimo piano. In Platone, Resp. III, 402
a-b, gli στοιχεῖα stanno ai γράμματα come le Idee agli enti sensibili; in Phil.
18 b-d il rapporto fra la voce, che è una, e i suoni della lingua effettivamente
scritti o pronunciati, che sono infiniti, esemplifica il rapporto fra limite e
illimitato; in Pol. 277 e - 278 c, il rapporto fra sillabe ed elementi introduce,
infine, la cruciale nozione di “modello” (παράδειγμα). Per valutare l’esem-
pio conclusivo di Metaph. Ζ 17, il confronto con Platone risulta inoltre
particolarmente illuminante. Il medesimo interrogativo che trova soluzione
nelle battute finali del libro Ζ è, infatti, alla base della famosa aporia che
conclude il Teeteto. Nella sezione finale del dialogo (ivi, 201 d sgg.), Socrate
espone a Teeteto un “sogno”, che è, in realtà, un’aporia concernente lo sta-
tuto reciproco di elementi e sillabe. Se gli elementi primi sono indefinibili e
inconoscibili, mentre i composti non lo sono, perché definibili come som-
ma dei propri elementi, qualcosa di definibile e conoscibile risulterà da una
somma di indefinibili e inconoscibili (ivi, 201 d - 203 d). Se invece la sillaba è
intesa come un’unica forma semplice, derivata dalla sintesi degli elementi,
essa sarà indefinibile e inconoscibile al pari degli elementi (ivi, 203 d - 206 e).

6
Cfr. oltre, a proposito del significato fondamentale e degli usi di συλλαμβάνω.

151
Studi di fonetica greca

Ora, è evidente che Metaph. Ζ 17, in cui Aristotele afferma così recisamente
che la sillaba non si riduce agli elementi, rappresenta una diretta soluzione
dell’aporia finale del Teeteto.7 Ma qual è la soluzione proposta da Aristotele?
Del rapporto fra il Metaph. Z 17 e la sezione finale del Teeteto mi sono
occupata già altrove; 8 e in quella sede ho fatto riferimento alla preistoria
degli usi di στοιχεῖον, γράμμα e συλλαβή. Per evidenti ragioni di spazio,
non posso fare qui altrettanto.9 Mi limito solo a ricordare che συλλαβή
è nomen actionis da συλλαμβάνω, che non significa “mettere insieme”,
nel senso di “ammucchiare”, o “comporre artificialmente”; ma “prendere
insieme”, “comprendere” o, in senso fisico, “concepire”. Quest’ultima
accezione è frequente nelle opere biologiche di Aristotele.10 Che la sillaba
non sia un’accozzaglia di elementi, dunque, lo dice già il nome. Ma c’è di più:
in Metaph. Z 17 la sillaba funge da modello dei principi di organizzazione
dell’organismo vivente. Il paragone con la carne, da questo punto di vista,
non appare scelto a caso. Urge ora dar risposta ai seguenti interrogativi: in
che senso la sillaba esemplifica i principi di organizzazione del vivente? Qual
è l’οὐσία, εἶδος o τὸ τί ἦν εἶναι della sillaba?
Per rispondere a questi interrogativi, seguirò due vie, una lunga e una
breve. Nella “via lunga” cercherò di vedere se, nel passo, Aristotele si limiti
a liquidarci con un esempio, o fornisca, fra le righe, qualche ulteriore indi-
cazione, che è finora sfuggita agli interpreti. Nella “via breve” affronterò
direttamente l’identità del τὸ τί ἦν εἶναι della sillaba; e sosterrò che esso,
se sfugge, forse, ai lettori moderni, era invece immediatamente chiaro agli
uditori di Aristotele.
Vediamo, anzitutto, se il passo non contenga qualche ulteriore indi-
cazione. Metaph. Ζ 17 si conclude nel modo seguente (ivi 1041 b 28-33):

7
Cfr. Centrone (2002: 139-155). Cfr. anche Centrone (2005, pp. 109-114).
8
Ho affrontato questo tema nel convegno “La teoria del sogno e la terza sezione del
Teeteto. Prospettive di lettura”, tenutosi a Palermo l’11 e 12 aprile 2008. La relazione, dal
titolo L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica. A che cosa pensiamo
quando parliamo di ‘elementi’ e sillabe’?, è stata pubblicata negli Atti (Laspia 2010).
9
Per maggiori particolari, cfr. Laspia (2001: 189-211).
10
Cfr., ad esempio, Aristot. Hist. An. 582 a 19, 20; 582 b 15, 17, 18, et passim; Gen. An. 727
b 8, 17-8, 25, et passim.
152
Capitolo 8. Perché la sillaba non è gli elementi?

«perché alcune, fra le cose, non sono sostanze, ma quelle che lo sono si
costituiscono secondo natura e per natura, sembra che (per queste cose)
sostanza sia la natura stessa, che è non elemento ma principio. “Elemento”
è, invece, ciò in cui si divide (il composto) ed è insito in esso come materia,
come nella sillaba A o B».
Per spiegare la nozione di “sostanza” (οὐσία), e, indirettamente, di τὸ
τί ἦν εἶναι, qui Aristotele evoca tre capisaldi del suo lessico teorico: i termini
“natura” (φύσις), “elemento” (στοιχεῖον) e “principio” (ἀρχή). Non è
dunque superfluo interrogarci su di essi; e lo faremo soprattutto affidandoci
al grande lessico teorico di Metaph. Δ.
Dall’incipit di Metaph. Δ 3 apprendiamo che στοιχεῖον è qualunque
costituente materiale di un composto che risulti da un processo di divisione,
ma non sia, a sua volta, ulteriormente scomponibile in parti differenziate.11
Non è altro, a ben vedere, che una formulazione più precisa di quanto detto
a conclusione di Metaph. Ζ. Una simile definizione doveva essere corrente,
ed è quella presupposta, ad esempio, nel finale del Teeteto. In base ad essa,
gli στοιχεῖα sono necessariamente molti e diversi, e stanno tutti sullo stesso
piano.12 Della serie degli στοιχεῖα, insomma, non ci sarebbe un capostipite,
proprio come nell’alfabeto non c’è una lettera prima o fondamentale. L’alfa-
beto, però, è un costrutto artificiale, un’imitazione della viva voce; e non
è detto che ne sia una rappresentazione fedele. La conclusione di Metaph.
Δ 3 ci dice intanto che, in generale, lo στοιχεῖον è «il primo costituente
insito in ciascuna cosa».13 Questa definizione equivale in tutto e per tutto
alla precedente? O non prelude, piuttosto, a una sostanziale innovazione di
Aristotele?

11
Aristot. Metaph. Δ 3, 1014 a 26-31: Στοιχεῖον λέγεται ἐξ οὗ σύγχειται πρώτου ἐνυ-
πάρχοντος ἀδιαιρέτου τῷ εἴδει εἰς εἶδος, οἶον φωνῆς στοιχεῖα ἐξ ὧν σύγχειται
ἡ φωνὴ καὶ εἰς ἃ διαιρεῖται ἔσχατα, ἐκεῖνα δὲ μηκέτ’ εἰς ἄλλας φωνὰς ἑτερας τῷ
εἴδει αὐτῶν, ἀλλὰ κἂν διαιρῆται, τὰ μόρια ὁμοειδῆ, οἶον ὕδατος τὸ μόριον ὕδωρ,
ἀλλ’ οὐ τῆς συλλαβῆς.
12
Così, ad esempio, Diels (1899); Schwabe (1980); Vegetti (1989: 201-227).
13
Aristot. Metaph. Δ 3, 1014 b 14-15: ἁπάντων δὲ κοινὸν τὸ εἶναι στοιχεῖον ἑκάστου
τὸ πρῶτον ἑκάστῳ.

153
Studi di fonetica greca

Lo scopriremo, forse, occupandoci di ἀρχή. In Metaph. Δ 1, 1013 a


17-20, Aristotele conclude la sua trattazione osservando che «comune a
tutti i principi è di essere il primo da cui la cosa è, si genera o si conosce; di
questi poi alcuni sono interni, altri esterni».14 A noi, però, i principi esterni
non interessano; ci interessano i principi insiti nella cosa stessa, quali sono,
appunto, l’elemento (στοιχεῖον) e, come vedremo, la natura (φύσις).15
Delle sei accezioni di “principio” menzionate in Metaph. Δ 1, una sola, la
terza, rispetta questa clausola (ivi, 1013 a 4-7): «Principio si dice [...] il primo
costituente, insito nella cosa, da cui la cosa stessa si genera, come nella nave
la chiglia, nella casa le fondamenta, e negli animali, alcuni ritengono sia il
cuore, altri il cervello, altri qualunque altro organo del genere».16
Anche lo στοιχεῖον è, d’altra parte, definito come un «primo costi-
tuente insito in ciascuna cosa». Esso si trasforma in un principio, purché
aggiungiamo: «primo costituente insito da cui la cosa stessa si genera». Un
principio interno, o insito nella cosa, non è dunque altro che un elemento
che sta all’origine di un processo di generazione o fabbricazione. C’è, però,
una bella differenza fra il costituente primo di una nave, o di un’abitazione, e
il costituente primo di un organismo vivente. Per rendercene meglio conto,
esaminiamo ora i significati di φύσις.
Dalla celebre definizione di φύσις formulata in Phys. Β 1, 192 b 8-33, e
riassunta in Metaph. Δ 4, 1015 a 17-19, sappiamo che “natura” è «il principio

14
Aristot. Metaph. Δ 1, 1013 a 17-20: πασῶν μὲν οὗν κοινὸν τῶν ἀρχῶν τὸ πρῶτον
εἶναι ὅθεν ἢ ἔστιν ἢ γίγνεται ἢ γιγνώσκεται τούτων δὲ αἱ μὲν ἐνυπάρχουσαί
εἰσιν αἱ δὲ ἐκτός.
15
Aristot. Metaph. Δ 1, 1013 a 20: διὸ ἤ τε φύσις ἀρχὴ καὶ τὸ στοιχεῖον [...].
16
Aristot. Metaph. Δ 1, 1012 a 34 - 1013 a 4-7: ῾Αρχὴ λέγεται [...] ἡ δὲ ὅθεν πρῶτον γί-
γνεται ἐνυπάρχοντος, οἷον ὡς πλοίου τρόπις καὶ οἰκίας θεμέλιος, καὶ τῶν ζῴων
οἱ μὲν καρδίαν οἱ δὲ ἐγκέφαλον οἱ δ’ ὅ τι ἂν τύχωσι τοιοῦτον ὑπολαμβάνουσι.
Il medesimo riferimento a un costituente primo dell’organismo in Metaph. Z 10, 1035
b 25-27. Inserito nel contesto di Z 10, il passo è, ai nostri fini, molto indicativo. Anche
qui occorre infatti il medesimo riferimento alla sillaba e alle sue parti di Z 17; e risulta
che il costituente primo dell’organismo, a differenza delle sue parti materiali ottenute
per divisione, è anteriore all’individuo perché insito nella sua definizione. Cfr. ivi, 1034
b 25-28; ivi, 1035 a 10-17; e, soprattutto, 1035 b 4-27, con il riferimento alle parti prime,
come il cuore o il cervello.
154
Capitolo 8. Perché la sillaba non è gli elementi?

del movimento insito, in potenza o in atto, negli enti naturali».17 Come


più chiaramente specificato in Phys. Β 1, la natura è un principio di movi-
mento insito in ciascuno degli enti naturali, cioè viventi, proprio in quanto
viventi.18 Un simile principio è poi analizzato in tutte le sue componenti in
Metaph. A 4, 1014 b 16-20. «Natura si dice, in un senso la generazione di
ciò che nasce [...], in un altro il primo, insito in ciò che nasce, da cui ciò che
nasce si origina, e poi ancora ciò da cui proviene il movimento primo insito,
di per sé, in ciascuno degli enti naturali».19
Ricapitoliamo. L’elemento è il «primo costituente insito in ciascuna
cosa» (ivi, 1014 b 14-5); il principio, se interno, è un «primo costituente,
insito nella cosa, da cui la cosa stessa si genera» (ivi, 1013 a 4-7); la natura
infine, in una delle sue fondamentali accezioni, è «il primo, insito in ciò che
nasce, da cui ciò che nasce si origina» (ivi, 1014 b 17-18). Le tre definizioni
sono dunque strettamente intrecciate; è possibile passare dall’una all’altra
con la semplice aggiunta di un tratto. L’elemento si trasforma in principio
immanente se è all’origine di un processo di movimento; se il movimento è,
a sua volta, insito nella cosa, esso è natura, e il principio immanente è un
principio naturale.
La distinzione fra φύσις, ἀρχή e στοιχεῖον, nella sua accezione banale
e manualistica, rischia dunque di rivelarsi fuorviante. L’elemento – siamo
abituati a pensare – è materia inerte; il principio è un’origine, quasi sempre
l’origine di un movimento; la natura, infine, è un principio di movimento
insito nella cosa stessa. Ma Aristotele, forse, non ragiona come i manuali.
Soprattutto, non quando parla di “natura”. Se la natura, infatti, è un prin-
cipio di movimento insito negli organismi naturali, il movimento naturale
procede, per definizione, da un «primo insito nella cosa stessa». La natura

17
Aristot. Metaph. Δ 4, 1015 a 14-5: καὶ ἡ ἀρχὴ τῆς κινήσεως τῶν φύσει ὄντων αὕτη
ἐστίν, ἐνυπάρχουσά πως ἢ δυνάμει ἢ ἐντελεχείᾳ.
18
Cfr. Aristot. Phys. Β 1, 192 b 8-15: Τῶν ὄντων τὰ μέν ἐστί φύσει, τὰ δέ δι’ ἄλλας αἰ-
τίας [...] τούτων μὲν γὰρ ἕκαστον ἐν ἑαυτῷ ἀρχὴν ἔχει κινήσεως καὶ στάσεως,
τὰ μὲν κατὰ τόπον, τὰ δὲ κατ’ αὔξησιν καὶ φθίσιν, τὰ δὲ κατ’ἀλλοίωσιν.
19
Aristot. Metaph. Δ 4, 1014 b 16-20: Φύσις λέγεται ἕνα μὲν τρόπον ἡ τῶν φυο-
μένων γένεσις [...] ἕνα δὲ ἐξ οὗ φύεται πρώτου τὸ φυόμενον ἐνυπάρχοντος ἔτι
ὅθεν ἡ κίνησις ἡ πρώτη ἐν ἑκάστῳ τῶν φύσει ὄντων ἐν αὐτῷ ᾗ αὐτὸ ὑπάρχει.
155
Studi di fonetica greca

è quindi un principio di movimento necessariamente incarnato in una mate-


ria.20 “Natura” è da una parte la materia viva, dall’altra la vita incarnata nella
materia. Come il concavo e il convesso, o il “recto” e il “verso” di un foglio,
materia e vita, elemento e principio, esistono solo insieme; sono funzioni
differenti di un’unica identità.
La vita, o in termini aristotelici la natura, si definisce dunque come
sinergia, anzi come necessaria intrinsecità, fra principio motore ed elemento.
Questo dato essenziale trova, forse, la sua espressione più forte nella teoria
aristotelica del cuore. Il cuore è, per Aristotele, una parte del corpo; ma è, al
contempo, il principio stesso della vita.21 Come primo costituente insito nel
corpo, il cuore obbedisce alla definizione di στοιχεῖον; ma come origine
del movimento, esso è soprattutto ἀρχή, anzi ἀρχὴ τῆς φύσεως. Il cuore
infatti, è primum vivens, ultimum moriens, origine della vita e sede di tutte
le funzioni vitali.22 Insomma, il cuore «è come un principio della natura per
gli esseri dotati di sangue».23 «Il cuore è come un vivente negli organismi
che lo posseggono».24
È ora venuto il momento di sottolineare una singolare, e assai significati-
va, coincidenza. Il medesimo riferimento alla natura, che è il fulcro attorno
a cui si organizza l’esempio conclusivo di Metaph. Ζ, è anche alla base della
definizione di στοιχεῖον del ventesimo capitolo della Poetica.

20
Cfr. Aristot. Phys. Β 1, 192 b 32-33. φύσις μὲν οὖν ἐστὶ τὸ ῥηθέν· φύσιν δὲ ἔχει
ὅσα τοιαύτην ἔχει ἀρχήν. καὶ ἔστιν πάντα ταῦτα οὐσία ὑποκείμενον γάρ τι, καὶ
ἐν ὑποκειμένῳ ἐστὶν ἡ φύσις ἀεί. Utile risulta anche il confronto con Part. An. Α 1,
640 b 33 - 641 a 5.
21
Su questa duplice natura del cuore, Aristotele, nel De partibus animalium, si sofferma
con quasi ossessiva insistenza. Il cuore è, insieme, parte (μόριον) e principio (ἀρχή)
delle vene (ivi, 665 b 33); è insieme principio o fonte e ricettacolo primo del sangue (ivi,
666 a 7-8). Il cuore, infine, è insieme parte omeomera e anomeomera (ivi, 647 a - 647 b
9); e in ciò, soprattutto, si rivela la sua natura di στοιχεῖον che è anche ἀρχή.
22
Cfr., ad esempio, Aristot. Part. An. 665 b 10 - 667 a 10; ed inoltre luv. et Sen. 1-6, 467 b
15 - 470 b 5; 22-27, 478 a 26 - 480 b 12; Motu 703 a 9 sgg; Gen. An. 741 b 15-24; et passim.
23
Aristot. Part. An. Γ 4, 666 a 22-23: ὡς ἀρχὴ τῆς φύσεως τοῖς ἐναίμοις οὖσα.
24
Aristot. Part. An. Γ 4 666 b 16-17: ῾Η δὲ καρδία, καθάπερ εἴπομεν καὶ πρότερον,
οἷον ζῷόν τι πέφυκεν ἐν τοῖς ἔχουσιν.

156
Capitolo 8. Perché la sillaba non è gli elementi?

Poet. 20, 1456 b 22-24: στοιχεῖον μὲν οὗν ἐστιν φωνὴ ἀδιαίρετος, οὐ
πᾶσα δὲ ἀλλ’ἧς πέφυκε συνθετὴ γίγνεσθαι φωνή καί γὰρ τῶν θηρί-
ων εἰσὶν ἀδιαίρετοι φωναί, ὧν οὐδεμίαν λέγω στοιχεῖον. «Elemento
è, dunque, voce indivisibile: non una qualunque, ma quella da cui per na-
tura si genera voce composta.25 Voci indivisibili sono infatti anche quelle
degli animali, ma nessuna di queste io la chiamo “elemento”».

Il ventesimo capitolo della Poetica è il luogo dove Aristotele più esplicita-


mente definisce lo στοιχεῖον come costituente fonico, ossia come elemento
materiale dell’enunciazione (λέξις). Dopo quanto abbiamo finora osservato
è difficile sopravvalutare l’importanza di questo passo. Lo στοιχεῖον della
λέξις non è infatti il risultato di un arbitrario processo di scomposizione
fonica, come in Δ 3, 1014 a 26-31. Esso è invece definito come origine prima
di un processo naturale, il cui compimento è la λέξις, cioé la produzione
dì un discorso significativo (λόγος). Lo στοιχεῖον della λέξις è, con ciò,
definito come un primo costituente materiale che è, insieme, un principio
motore. Esso è dunque, in tutto e per tutto, un principio organico, co-
me il “principio della natura” insito negli organismi viventi. Occorre ora
domandarsi: che rapporto c’è fra lo στοιχεῖον della λέξις, definito come
principio generativo dell’enunciazione, e gli στοιχεῖα che non sono ἀρχή
di Metaph. Ζ 17? Uno στοιχεῖον fonico, che sia anche ἀρχή, non è forse
un controsenso?
La risposta a una tale domanda non può che venire da Aristotele stesso;
in particolare, dall’uso che egli fa del termine στοιχεῖον. Se, infatti, la
dizione στοιχεῖα occorresse solo al plurale, questo dato smentirebbe la
nostra ipotesi. Ma se, invece, Aristotele riconosce un πρῶτον στοιχεῖον
o ἓν στοιχεῖον, sia in riferimento al mondo naturale, sia in riferimento ai
suoni della lingua, saremmo di fronte a uno στοιχεῖον che è anche, anzi in

25
La lezione συνθετή, preferita da molti editori fra cui Kassel, da cui citiamo, è in una
traduzione araba; l’intera tradizione bizantina, e in particolare i codd. Parisinus 1741
e Ricciardianus 46, hanno al suo posto συνετή, ossia “comprensibile”. Quest’ultima
è, probabilmente, la lezione da preferire; ma non è il caso di discuterne in questa sede.
Il senso comunque, ai nostri fini, non cambia: la voce linguistica è infatti significativa
(συνετή) proprio in quanto composta (συνθετή).

157
Studi di fonetica greca

primo luogo, ἀρχή. Ora, che Aristotele usi πρῶτον στοιχεῖον a proposito
del corpo immortale degli astri, che i latini impropriamente denominavano
quinta essentia, ogni lettore del De Caelo lo sa.26 Meno noto è che esista
un’analoga dizione a proposito dei suoni della lingua.
In Metaph. Ι 2 si tratta dell’uno, in particolare nella sua accezione di
unità di misura. In tutte le cose che si riducono a un numero determinato
di elementi – argomenta Aristotele – esiste un elemento primo, che genera
la serie degli elementi, proprio come dall’unità si generano i numeri. Le cose
stanno così, ad esempio, per le note musicali; e stanno così anche per i suoni
del linguaggio:
Metaph. Ι 2, 1054 a 1-2: [...] ὁμοίως δὲ καὶ τῶν φθόγγων στοιχεῖων
ἂν ἧν τἀ ὄντα ἀριθμός, καὶ ἓν στοιχεῖον φωνῆεν. «[...] Lo stesso vale
anche per i suoni: gli enti si ridurrebbero a un numero determinato di
elementi; e l’elemento uno sarebbe una vocale».

Esiste, dunque, un perfetto parallelo fra usi cosmologici e fonetici di


στοιχεῖον. In entrambi i casi c’è un πρῶτον στοιχεῖον, o ἓν στοιχεῖον,
che funge da principio generatore di una serie di elementi, perché rappre-
senta la loro unità di misura. Quali implicazioni abbia tutto ciò in sede
cosmologica, non può essere qui approfondito. Limitiamoci a trarre le
importanti conclusioni che ne derivano per i suoni della lingua. Come ab-
biamo visto, il τὸ τί ἦν εἶναι della sillaba è una φύσις che, in quanto tale,
non è elemento (στοιχεῖον) ma principio (ἀρχή). Non si tratta, dunque, di
una semplice qualità fonica, come A o B, ma di un principio di movimento
incarnato nel primo e più fondamentale degli elementi: la vocale. Altrimen-
ti, perché mai una vocale, che nella scrittura non si differenzia affatto dagli
altri grafemi, sarebbe definita da Aristotele ἓν στοιχεῖον?
Se ora ci domandiamo, fuor di metafora, cosa sia questo principio che
funge da unità di misura del suono, e insieme da principio organizzativo

26
Cfr. Aristot. De Caelo Γ 1, 298 b 6-7: Περὶ μὲν οὖν τοῦ πρώτου τῶν στοιχεῖων
εἴρηται, καὶ ποὶόν τι τὴν φύσιν, καὶ ὅτι ἄφθαρτον καὶ ἀγένητον. Altrove il mede-
simo principio è detto πρῶτον σῶμα (270 b 21 - 284 a 30 - 291 b 32, et passim); o τὸ
πρῶτον τῶν σωμάτων (270 b 3 - 271 b 26).

158
Capitolo 8. Perché la sillaba non è gli elementi?

della sillaba, dobbiamo passare alla “via breve” della nostra esposizione; e
domandarci se l’esempio finale di Metaph. Z 17 non risultasse, forse, più
chiaro agli uditori di Aristotele. Agli uditori, e non ai lettori, era infatti
originariamente destinato il contenuto della Metafisica. Lo dimostra, fra
l’altro, il numero di esempi in seconda persona singolare, più numerosi qui
che in qualunque altra opera aristotelica. Riflettiamo: la sillaba non è uguale
alla somma dei suoi elementi rappresentati per iscritto, perché la sillaba è
foneticamente una, e solo graficamente rappresentabile come una somma
di elementi irrelati. Prima che una pluralità di suoni, la sillaba greca è infatti
un’unità metrica e prosodica, realizzabile nelle varianti “breve” e “lunga”.
Gli uditori di Aristotele potevano percepire l’unità prosodica della sillaba,
per così dire, con le loro orecchie; o, fuor di metafora, con il loro senso del
ritmo.
Non a caso è proprio Aristotele, in Rhet. Γ 8 (1408 b 33) a parlare per
primo di una λεκτικὴ ἁρμονία, ossia di una struttura prosodica del parlato,
modulata dagli accenti e dall’alterna quantità delle sillabe; e nelle Categorie il
discorso fonico è definito una quantità discontinua in base ad una cruciale
argomentazione, che conviene qui riportare:

Cat. 6, 4 b 32-37: ὡσαύτος δὲ καὶ ὁ λόγος τῶν διωρισμένων ἔστιν· ὅτι


μὲν γὰρ ποσὸν ὁ λόγος φανερόν· καταμετρεῖται γὰρ συλλαβῇ μακρᾷ
καὶ βραχείᾳ· λέγω δὲ αὑτὸν τὸν μετὰ φωνῆς λόγον γιγνόμενον·πρὸς
οὐδένα γὰρ κοινὸν ὅρον αὐτοῦ τὰ μόρια συνάπτει· οὐ γὰρ ἵστι κοι-
νὸς ὅρος πρὸς ὄν αἱ συλλαβαί συνάπτουσιν, ἀλλ’ ἐκάστη διώρισται
αὐτὴ καθ’αὐτήν. «Allo stesso modo, anche il discorso rientra fra le quan-
tità discontinue. Che il discorso sia una quantità, è evidente: infatti esso è
esaustivamente misurato dalla sillaba breve e lunga; dico tale il discorso
che si genera insieme con la voce. Non vi è un limite comune rispetto a
cui le sue parti si congiungono: non vi è infatti un limite comune rispetto
a cui le sillabe si congiungono, ma ciascuna si distingue in sé e per sé».

In base a questo argomento, la sillaba risulta definita come indissolubile


unità; i suoi elementi sono infatti connaturati e rifusi nell’unità rappresen-

159
Studi di fonetica greca

tata dalla sua quantità metrica.27 La sillaba si configura così come esempio
privilegiato di un organismo naturale; come una natura individua (φύσις
τις ἑκάστη),28 al pari di quelle trattate nei libri aristotelici sulla sostanza.
L’esempio conclusivo di Metaph. Ζ 17 è stato dunque davvero ben
scelto da Aristotele. Esso era evidente ai suoi uditori, più che a noi lettori
di oggi, perché fa riferimento alle caratteristiche prosodiche e metriche
della sillaba greca. Queste caratteristiche rendono la sillaba un’unità, che
va al di là della molteplicità degli elementi enfatizzata dalla scrittura. La
scrittura alfabetica, infatti, se mette in piena luce i fonemi, nasconde però
il ritmo e la prosodia del parlato. Ecco perché la sillaba è un intero, e non
un mucchio o un’accozzaglia di elementi. Grazie all’unità del suo principio
prosodico, che non è semplice qualità fonica, come A o B, ma misura ritmica.
Questo principio fa della sillaba ciò che è (ούσία), ne rappresenta la forma
(εἶδος), ed è alla base della sua definizione (τὸ τί ἦν εἶναι). Esso risulta
spontaneamente connaturato al sostrato materiale della voce umana, che
diviene in questo modo voce articolata e significativa. La voce inarticolata
si trasforma così in vocale, cuore prosodico della sillaba; e la sillaba non
è, a sua volta, che un frammento della scansione ritmica del parlato. Ma
il primo germe della significazione, il ritmo, è già naturalmente inscritto
nella voce umana. Nella sua duplice unità, materiale e sostanziale, fonica e
ritmica, lo στοιχεῖον della λέξις si rivela così non solo elemento, ma anche
principio dell’enunciazione. Esso permette di generare la sillaba, e l’intera
enunciazione, come un organismo vivente.29
L’esempio di Metaph. Ζ 17 riacquista così, al di là dei secoli, la sua nitida
evidenza; e ci consegna, al contempo, il ritratto di un Aristotele inedito.
Non inventore del trattato specialistico e, in qualità di “lettore”, individuo
compiutamente alfabetizzato: ma abile retore, metricista provetto, inse-
gnante aduso a discutere a voce, e a fare esempi che solo a voce si possono

27
Su questo procedimento unificatore, che è ciò che rende le parti di un organismo na-
turale qualcosa di diverso da un mucchio (σωρός), cfr. Aristot. Metaph. Z 16, 1040 b
5-10.
28
Cfr. Aristot. Metaph. Η 3, 1044 a 9.
29
Cfr. Laspia (1997: 79-83).

160
Capitolo 8. Perché la sillaba non è gli elementi?

pienamente comprendere. Un Aristotele insomma, figlio della Musa; e,


forse, ultimo paladino dell’oralità.

161
Capitolo 9

L’excursus fonologico del Teeteto e la te-


stualità platonica. A che cosa pensiamo
quando parliamo di ‘elementi’ e ‘silla-
be’?

La sezione finale del Teeteto si apre con la narrazione di un ‘sogno’.1 Non si


tratta del tema di una seduta di psicanalisi, ma di un dilemma 2 che, comun-
que sviluppato, rischia di trasformarsi in uno spinoso paradosso. L’assunto

1
Come opposizione fra ‘desti’ e dormienti’, il motivo è già in Eraclito (22B1, 73, 75, 89
DK); Platone lo riprende, ad esempio, in R. 476c, Tht. 158d, Sph. 266c. Il riferimento è
a ipotesi o esperienze dubbie, non verificate, o addirittura inverificabili (Burnyeat 1970:
103-106).
2
Si è spesso cercato di stabilire chi stia dietro la sua formulazione (un’ampia rassegna delle
attribuzioni in Oksemberger Rorty 1972). In una celebre conferenza tenuta nel 1952,
ma pubblicata solo molti anni più tardi, Ryle (1990) lascia il problema aperto, perché
gli argomenti del Teeteto valgono, in realtà, contro ogni versione, antica o moderna,
dell’atomismo logico (29-42). Corollario non banale della tesi è che essi valgono anche
contro le Idee, se queste sono definite come oggetti semplici (44). Il saggio di Ryle ha
suscitato un vivace dibattito, soprattutto in lingua inglese (cfr. Burnyeat 1970: 156-164;
Chappell 2004: 202-222). Alcuni aspetti possono forse oggi apparire datati; ma poche
interpretazioni si sono rivelate altrettanto stimolanti.
Studi di fonetica greca

è che i costituenti primi di ogni cosa, terminali di ogni processo di analisi e di


sintesi, siano inesprimibili e indefinibili, dunque inconoscibili; i complessi 3
invece conoscibili, e definibili come somma dei propri elementi. Ma questo
è assurdo: da una somma di indefinibili e inconoscibili non può infatti
derivare qualcosa di definibile e conoscibile. Se i complessi sono, d’altra
parte, irriducibili ai loro elementi, lo saranno grazie al possesso di una forma
unica e indivisibile; 4 ma in questo caso saranno anch’essi indefinibili e inco-
noscibili, al pari degli elementi. Il paradosso è poi esemplificato in base al
modello dei suoni della lingua, che Socrate, esplicitamente, riconosce come
paradigma ispiratore del dilemma di carattere generale (202e). Gli ‘elementi’
sarebbero, in questo caso, i fonemi, o le lettere dell’alfabeto, i ‘complessi’
le sillabe. Credo che non si possa intendere a fondo il senso del dilemma,
né la natura del suo modello esplicativo, se non si interpretano in manie-
ra corretta i tre termini intorno a cui ruota l’intera argomentazione: cioè
λόγος, στοιχεῖον, συλλαβή. In particolare, λόγος non significa ‘ragione’,
στοιχεῖον non significa ‘lettera’, e συλλαβή non significa semplicemente
‘sillaba’.

3
Traduciamo συλλαβή, in senso ampio, con ‘complesso’, e non con ‘composto’, per
evitare di suggerire l’idea di un’estrinseca composizione additiva; si veda oltre, l’analisi
di συλλαβή.
4
È in questo passaggio che sembra soprattutto evocata la teoria platonica delle Idee; la
forma unitaria della sillaba è infatti definita εἶδος e ἰδέα (203e, 205d), e al pari degli ele-
menti qualificata come ἀμέριστον, ἀσύνθετον e μονοειδής; questi due ultimi sono
attributi dell’Idea in Phd. 78c (ἀσύνθετον); Phd 78d, 80a, Smp. 211d (μονοειδής);
cfr. McDowell (1973), 246. La confutazione della teoria del sogno potrebbe dunque
essere il preludio della svolta rappresentata dal Sofista; l’ipotesi è sostenuta, con ottimi
argomenti, in Centrone (2002), (2005), (2008): XLIII-XLV.

164
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

9.1 λόγος non significa ‘ragione’


Il sogno narrato da Socrate si apre così: «Mi sembrava di udire 5 da alcuni che
i primi, per così dire, elementi (στοιχεῖα), a partire da cui siamo composti
noi e le altre cose, non hanno λόγος» (201d-e). Lasciamo per ora da parte
gli ‘elementi’, e domandiamoci invece: che significa qui logos?
Il passo contiene molte indicazioni che consentono di rispondere al-
la domanda. Se non hanno λόγος, gli elementi primi si potranno solo
«nominare» (201e: ὀνομάσαι μόνον εἴη) «ma di essi non si potrà dire, in
aggiunta, nient’altro: né che sono, né che non sono» (προσειπεῖν δὲ οὐ-
δὲν ἄλλο δυνατόν, οὔθ’ ὡς ἔστιν, οὔθ’ ὡς οὐκ ἔστιν). Come primitivi,
gli elementi non possono essere espressi con un discorso (202a-b: νῦν δ’
ἀδύνατον εἶναι ὁτιοῦν τῶν πρώτων ῥηθῆναι λόγῳ). Essi possono solo
essere nominati (202b: ὀνομάζεσθαι μόνον); hanno, infatti, solo un no-
me (ὄνομα γὰρ μόνον ἔχειν). «Non avere logos» (201e) equivale dunque,
per gli elementi primi, ad «avere solo un nome» (2024 L’opposizione fra
‘dire’ 6 e ‘nominare’ si rivela alla base dell’intera argomentazione; e difatti
ricorre con frequenza quasi ossessiva nelle linee che vanno da 201e a 202c.
Da qui deriva una prima, importante conclusione. In questo passo, λόγος
va inteso anzitutto come derivato di λέγω (‘dire’) 7 ; il primo significato di

5
Per questa traduzione cfr. Burnyeat (1970: 103); come mostra anche l’oscillazione
fra singolare e plurale (gli ‘alcuni’ si trasformano in ‘colui’ in 202e), il riferimento è
volutamente indeterminato.
6
‘Dire’ è reso con προσειπεῖν (201e), ἐρεῖν (202a), λέγεσθαι (202a7, 8), ῥηθῆναι
λόγῳ (202b).
7
Ryle (1990: 29) rende λέγω con ‘to tell’; cfr. McDowell (1973), Fine (1979), Bostock
(1988).

165
Studi di fonetica greca

λόγος è dunque: ‘discorso’,8 ‘enunciazione’.9 In secondo luogo, λόγος va


inteso come correlato/opposto di ὄνομα, ὀνομάζειν (‘nome’, ‘nominare’),
e assume - forse qui per la prima volta – il valore di ‘unità discorsiva mini-
ma’, ossia di ‘proposizione’. Parallelamente ὄνομα, che in Omero vale solo
‘nome proprio’, può ormai significare ‘parola’.10 Come nel Cratilo (385c),
ὄνομα indica qui la più piccola parte significativa del λόγος. Il nome è il
costituente minimo e, per così dire, l’elemento primo del discorso. Il λόγος
è infatti essenzialmente definito come «intreccio di nomi» (202b: ὀνομά-
των γὰρ συμπλοκὴν εἶναι λόγου οὐσὶαν).11 ‘Nome’ (ὄνομα), dunque, sta
a ‘discorso/proposizione’ (λόγος) come ‘semplice’ sta a ‘complesso’. Nel
modello teorico qui delineato, gli ὀνόματα componenti del λόγος sembra-
no tutti sullo stesso piano. Non è ancora evidenziata alcuna asimmetria fra
i costituenti della proposizione, centrale invece nella definizione di λόγος
del Sofista (261d sqq.).
Già in queste prime battute si delinea però un’ulteriore specificazione
nella sfera dei valori enunciativi di λόγος. Se potesse essere detto/espresso/e-
nunciato (202a: εἴπερ ἦν δυνατὸν αὐτὸ λέγεσθαι), l’elemento «avrebbe
un suo proprio discorso» (εἶχεν οἰκεῖον αὑτοῦ λόγον); ma «è impossibile
esprimere con un discorso una qualunque delle cose prime» (202b: ἀδύ-
νατον εἶναι ὁτιοῦν τῶν πρώτων ῥηθῆναι λόγῳ). L’espressione οἰκεῖος

8
M. Burnyeat (1990: 134), insiste invece sulla pluralità dei significati di λόγος, e in par-
ticolare su reason; ma fra le “functions that reason can perform” vi sono “articolate sta-
tement” e “definition” (1990: 240), che rientrano, a nostro avviso, nei valori di λόγος
come ‘discorso’. È infatti da osservare che «Plato and Aristotle put speech before ratio-
nality in important ways, a fact that is often missed or underemphasized. Reasoning, for
Plato, [...] is the silent debate of the soul within itself, and belief is the silent conclusion
to a question posed in the inner debate» (Heath 2005: 9).
9
Ildefonse (1997: 46 sqq.) traduce in tutti i contesti qui citati λόγος con ‘énoncé’.
10
Prime attestazioni in Eraclito (22B48DK) e Parmenide (28B8-9DK); sul valore di ὄνο-
μα cfr. Gambarara (1984), Kraus (1987), Desbordes (1989), Lallot (1992), Gianvittorio
(2009). In Omero, e in genere nelle culture orali, non c’è una parola per ‘parola’; cfr.
Lord (1960: 26), Martin (1989: 10), Laspia (2002: 476).
11
La metafora dell’intreccio è centrale a partire dal Sofista; nella teoria dei sogno non sem-
bra al suo posto (cfr. Burnyeat 1990: 189), perché i nomi (e gli elementi) appaiono come
atomi irrelati.

166
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

λόγος è centrale nella riflessione sul linguaggio di Antistene; il ‘discorso


proprio’ di ciascuna cosa è infatti la sua definizione.12 Oltre a ‘enuncia-
zione’ e ‘proposizione’, λόγος vale dunque qui anche ‘definizione’.13 Il
termine esprime il sincretismo, spesso indiscernibile, di questi valori. Così,
nell’incipit della teoria del sogno (201e), dire che gli στοιχεῖα non hanno
λόγος significa che è «impossibile esprimerli con un discorso» (ῥηθῆναι
λόγῳ). Ma il ‘discorso proprio’ (οἰκεῖον λόγον), che esprime la cosa, è
appunto la sua definizione. Gli στοιχεῖα sono inesprimibili, e insieme inde-
finibili.14 Nella definizione di λόγος come ὀνομάτων συμπλοκή (202b5) il
sincretismo è invece fra i valori di ‘enunciazione’ e ‘proposizione’. Tradurre
λόγος con ‘ragione’,15 o con ‘spiegazione’ 16 (account,17 Erklärung 18 ), in
simili contesti risulta fuorviante. Non è infatti evidenziata né l’associazio-
ne fra λόγος e λέγειν (e i verba dicendi usati come loro parafrasi), né la
contrapposizione fra λόγος e ὄνομα.19

12
Cfr. Brancacci (1990: 240-261). L’ambiguità fra ‘enunciare’ e ‘definire’ nella teoria del
sogno richiama Metaph. Δ 29 1024 a32-33, in cui Aristotele attribuisce ad Antistene
l’opinione secondo cui «nulla può essere detto se non per mezzo del discorso proprio»
(μητὲν ἀξιῶν λέγεσυαι πλὴν τῷ οῖκείῳ λόγῳ). Rivedendo le sue precedenti posi-
zioni (1970), Burnyeat (1990: 166) opta «for the more likely possibility that Socrates is
making creative use of some Antisthenean materials».
13
Così Narcy (1994: 276 sqq.), che a partire da 201c traduce λόγος con ‘définition’.
14
Lo stesso vale per τὰ μέν στοιχεῖα ἄλογα καὶ ἄγνωτας, opposto a τὰς συλλαβὰς
γνώστας καὶ ῥητάς in 202b6-7. Secondo Polansky (1993: 213-214) e Narcy (1994: 366,
n. 420), si alluderebbe qui alle grandezze ‘irrazionali’ (ἄλογα) studiate dal Teeteto
storico. Va però sottolineato che gli ἄλογα matematici erano anche detti ἄρρητα il
riferimento al dicibile resta dunque fondamentale.
15
È la soluzione scelta da molti traduttori, in particolare francesi ed italiani; cfr. Diès
(1955: 248); Cambiano (1981: 311), Valgimigli in Ioppolo (1999: 171).
16
Così, ad esempio, Antonelli in Natoli (1994: 207); Mazzarelli in Reale (2000: 247).
17
È la più comune traduzione inglese di λόγος nei contesti qui analizzati; cfr., ad esem-
pio, McDowell (1973: 228); Levett in Burnyeat (1990: 338); Chappell (2004: 202).
Contro gli equivalenti inglesi di tutte le traduzioni qui citate, cfr. Ryle (1990: 29).
18
Così, ad esempio, Heitsch (1988: 151-159, 173); Hardy (2001: 217).
19
«It is pretty clear that our theory aims to contrast a logos with a nαme [...]. Logos
certainly can mean ‘statement’ and certainly can mean ‘definition’, and thought it can
mean lots of other things too, no other meaning gives us such a plausibile contrast with
names» (Bostock 1988: 204).
167
Studi di fonetica greca

Del dire (λέγειν) e del discorso (λόγος) sono enucleati i dispositivi


minimali, predicazione e definizione; e ci si interroga poi sul modo in cui
tali dispositivi producono – o non producono – conoscenza. Siamo così in
grado di comprendere meglio le tre definizioni di λόγος che occorrono nel
finale del Teeteto. La prima riguarda il λόγος nel suo valore fondamentale di
‘discorso’; λόγος è infatti «la capacità di rendere manifesto il proprio pen-
siero attraverso nomi e verbi» (206a: τὴν αὑτοῦ διάνοιαν ἐμφανῆ ποιεῖν
διὰ ῥημάτων καὶ ὀνομάτων). Qui sono in gioco i valori di ‘enunciazione’,
‘predicazione’ e ‘proposizione’, con un’aggiunta – la differenza fra nomi
(ὀνόματα) e verbi (ῥήματα) – di cui non troviamo traccia nella teoria del
sogno,20 e che risulterà cruciale nel Sofista 21 . Le altre due esprimono un’al-
ternativa cruciale a proposito del λόγος come definizione.22 Definire un
oggetto significa essere in grado di enumerare i suoi elementi costitutivi, co-
me i cento pezzi del carro di esiodea memoria (207a-208c), o poter esprimere
un segno per cui la cosa differisce da ogni altra (208c-209a)? In ciascuna
delle due alternative è in gioco la capacità di esprimere verbalmente qualcosa
(ἔχειν τι εἰπεῖν); nel primo caso la lista degli elementi (207a), nel secondo la
differenza (208c). Il λόγος come definizione, come risposta alla domanda
‘che cos’è?’ (τί ἐστι), non sorge dunque sul terreno della logica astratta, ma
su quello, ben più concreto, delle pratiche discorsive.23
Nel momento inaugurale di riflessione sul linguaggio rappresentato
dalla teoria del sogno, il valore fondamentale di λόγος come ‘discorso’ si
precisa articolandosi in tre accezioni solo parzialmente distinte: ‘enuncia-

20
Cfr. Bostock (1988: 208); Burnyeat (1990: 198).
21
Per McDowell (1973: 251), Narcy (1994: 369 n. 442, prima del Sofista ῥῆμα non va
tradotto con ‘verbo’, ma con ‘espressione’ (cfr. Cra. 399b) o ‘detto’ (cfr. Desbordes
1989: 160-161). Anche per Ildefonse (1997: 42), in Cra. 425a ὀνόματα e ῥήματα non
vanno intesi «dans le sens tecnique que leur donnera le Sophíste». Ma in contesti come il
Cratilo e il Teeteto, è difficile stabilire se Platone guardi indietro, verso gli usi preesistenti,
o avanti, verso i sensi da lui stesso in seguito esplicitati.
22
La definizione non è altro che il discorso che risponde alta domanda socratica ‘che
cos’è?’, a cui si fa implicito riferimento nel testo in 207a; cfr. Ioppolo (1999: 256, n.
200).
23
Cfr. Brancacci (1990: 213); Kahn (1996: 203-207); Vegettí (2003: 175-178); Giannantoni
(2005: 313-346).
168
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

zione’ (come manifestazione vocale del pensiero), ‘proposizione’ (come


unità minima dell’enunciazione) e ‘definizione’ (come discorso proprio di
ciascuna cosa, che risponde alla domanda ‘che cos’è?’). Le ultime due sono
specificazioni del valore fondamentale di λόγος come ‘discorso’. Sembra,
a questo punto, presentarsi una grossa difficoltà. Come proposizione, il
discorso è un’unità composta, e deriva da nomi; come definizione, il discor-
so dovrebbe invece esprimere il significatodi un nome. Ma come può un
discorso, unità complessa, descrivere qualcosa di semplice 24 ? Come può
esprimere il significato delle unità da cui esso stesso deriva 25 ? Questa aporia
– che è il circolo vizioso entro cui si avvita la teoria del sogno – è destinata
a rimanere senza soluzione, se uno e molti, semplice e complesso, nome e
discorso, non entrano in relazione reciproca, e fra essi non si stabilisce una
sorta di circolarità virtuosa.26 In questa direzione vanno, come vedremo, gli
ultimi dialoghi di Platone; e ancor più la Metafisica di Aristotele.
La teoria del sogno – e con essa ogni programma di ricerca riduzionista
– va invece nella direzione opposta. A conclusione di essa leggiamo infatti:
«Così gli elementi sono inesprimibili/indefinibili (ἄλογα) e inconoscibili,
ma percepibili; i complessi invece conoscibili, dicibili (ῥητάς) e opinabili
con vera opinione» (202b: οὕτω τὰ μὲν στοιχεῖα ἄλογοι καὶ ἄγνωστα
εἶναι, αἰσθητὰ δέ’ τὰς δὲ συλλαβὰς γνωστὰς καὶ ῥητὰς καὶ ἀληθεῖ δόξῃ
δοξαστάς).

24
Per questa difficoltà, estendibile anche alle Idee, cfr. Centrone (2005: 105-7); (2008:
XLIII- XLIV).
25
Per il problema, e le soluzioni, nella teoria aristotelica della definizione, cfr. Laspia
(2005: 35 sqq); (2018a).
26
È la soluzione proposta in Fine (1979: 386): «understanding any system consists in un-
derstanding how its elements are interrelated»; «no description of an isolated entity
ever amounts to knowledge» (392). Fra semplice e complesso, elemento e sistema, le
definizioni procedono quindi necessariamente «in a circular fashion» (386). Ma que-
sta circolarità non va vista come un problema: «rather, it is one of Plato’s significant
contributions to epistemology to have seen that we do not possess bits of knowledge
in isolated, fragmented segments» (396). La tesi è discussa in Bostock (1988: 243-250);
Burnyeat (1990: 198-201); Dorter (1994: 112, n. 53).

169
Studi di fonetica greca

In questo assunto, che vale come vero e proprio manifesto program-


matico della teoria, ‘conoscibile’ (ed esprimibile/definibile) è solo ciò che è
scomponibile in un numero finito di parti; il manifesto è fortemente solidale
con la seconda definizione di λόγος, quella in base a cui definire un oggetto
significa limitarsi ad enunciare la lista dei suoi elementi.27 La teoria del sogno
è, in questo senso, espressione di un programma di ricerca ríduzionista.
Nell’affermazione conclusiva della ‘teoria del sogno’ compare un termi-
ne nuovo, συλλαβή, e una nuova caratterizzazione degli στοιχεῖα, non più
solo nominabili ma ‘percepibili’ (opposto a ‘conoscibili’). Come mai? Cosa
significano, più precisamente, στοιχεῖον e συλλαβή?

9.2 συλλαβή non significa soltanto ‘sillaba’


Συλλαβή è nomen actionis 28 da συλλαμβάνω, che significa ‘prendere in-
sieme’, e di qui ‘comprendere’, ‘concepire’. Fra nome e verbo esiste un
collegamento evidente; come accade, del resto, anche nel caso di λέγω e λό-
γος. Συλλαβή ha quindi, in prima istanza, il generico significato di ‘nesso’,
‘vincolo’. In Eschilo, Suppl. 456, συλλαβαὶ πέπλων sono nastri e cinture,
‘vincoli dei pepli’; evidente è qui il valore attivo di συλλαβή. Nella teoria
musicale, συλλαβή indica l’accordo di quarta.29 In un hapax menandreo (fr.
939h Koerte = 1085 Koch), συλλαβή è riferito infine all’atto del concepimen-

27
La confutazione della teoria del sogno è, in primo luogo, indirizzata contro la tesi per
cui il tutto equivale alla somma delle parti (Centrone 2002: 142-152; 2005, 107 sqq.);
gli argomenti contro l’intero visto come εἶδος unitario valgono infatti solo se questo
è definito come semplice (non composto e non ulteriormente analizzabile), al pari de-
gli στοιχεῖα (e degli εἴδη nel Fedone). Lo stesso vale anche per la terza definizione di
λόγος; la sua confutazione è a dir poco sommaria, e basata solo sull’impossibilità di
definire individui singoli, come Socrate e Teeteto (209a-210d).
28
Per il valore di nomina actionis dei derivati in -ή cfr. Chantraine (1933: 18-20).
29
La prima attestazione sembra essere in Filolao, 44B6DK.

170
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

to.30 Quest’ultimo esempio è notevole: dà infatti la misura di quanto gli usi


di συλλαβή si discostino dall’idea di un’inerte composizione additiva.
Ma l’accezione più diffusa di συλλαβή è senz’altro quella relativa ai
suoni della lingua. L’uso è antico quanto quello neutro di ‘vincolo’; la
prima attestazione è infatti in Eschilo (Sept. 468). Il contesto merita di
essere esaminato più da vicino. Si descrive un personaggio effigiato su uno
scudo, ma rappresentato come vivente e parlante: una sorta di fumetto
ante litteram. Il suo minaccioso messaggio, egli lo «grida in vincoli di
lettere» (βοᾳ... γραμμάτων ἐν συλλαβαῖς). Qui γράμμα, nomen rei actae
da γράφω, ‘incido’, ‘scrivo’, è, sì, la lettera scritta; ma osservata nell’atto
in cui si traduce in enunciazione.31 Il passaggio dal grafema inerte alla viva
voce è rappresentato dall’organizzazione dei γράμματα in συλλαβαί. In
coppia con συλλαβή, γράμμα è dunque, in primo luogo, da interpretare
come unità del suono 32 ; è, anzi, il più antico termine usato per individuare
i costituenti fonici della sillaba.33 Il che non stupisce: i fonemi sono infatti
astrazioni derivate da una scrittura alfabetica.34 Il loro contesto minimo di
produzione è quindi la συλλαβή.35
Anche in accezione fonetica, συλλαβή mantiene quindi saldamente
il suo statuto di nomen actionis 36 . La συλλαβή è anzitutto un’unità, un

30
Nella letteratura scientifica, συλλαμβάνω occorre spesso nel significato di ‘concepire’;
cfr. Arist. HA 582a19, 20; b15, 17, 18; GA 727b8, 17, 18, 25, passim; Hp. Aph. V, 46
(Littré IV, 548), Epid. II. 57 (Littré V, 90), passim.
31
Per una più approfondita analisi di questo passo, cfr. Laspia (2001: 191-195).
32
Per il valore fonetico di γράμμα cfr. Ax (1986: 38); per γράμμα/συλλαβή, Laspia
(2001: 192).
33
In accezione fonetica, γράμμα è usato spesso in Platone e Aristotele; cfr. Cra. 394c
(φθέγγεσθαι), 427a; Arist. PA 660a2, 5, 27, 30; Pr. X 39, 895a8 sqq. (τὰ δὲ γράμματα
πάθη ἐστιν τῆς φωνῆς). Un’analisi dei passi aristotelici qui citati in P. Laspia (1997),
61-63; (1999), 21.
34
Havelock (1987: 32-34); per i dati sperimentali, cfr. Scholes, Willis (1995: 228-232).
35
«Syllable is regularly used as a phonetic term by Plato and Aristotle for the minimum
pronunceable [...] and when letters are mentioned in association with syllables, they
are in these contexts phonetic elements and not characters» (Ryle 1960: 433, 442).
36
In LSJ (1996, 1672), si elencano invece due distinti significati di συλλαβή l’uno attivo
(«that which holds toghether»), l’altro passivo («that which is held toghether, esp.

171
Studi di fonetica greca

principio di organizzazione fonica e ritmica. Radicata nel ritmo e nella pro-


sodia orale, la sillaba non ha alcuna evidenza in una scrittura alfabetica. Ciò
che nel suono è movimento, indissolubile unità, si trasforma, nello scritto,
in un’immobile, morta sequenza di atomi irrelati. La conclusione è ancor
più evidente se pensiamo all’allineamento senza soluzione di continuità dei
caratteri nella scriptio continuua. Per ‘riconoscere’ (ἀναγιγνώσκειν) 37 il
senso e le sue articolazioni (frasi, sintagmi, parole) nella scriptio continua,
è necessario un qualche tipo di ricorso alla voce.38 È necessario, insomma,
che i γράμματα si organizzino in ‘vincoli’ (συλλαβαί). Lo straordinario
attaccamento che i Greci, nei secoli, hanno dimostrato alla scriptio continua
si spiega solo perché la cultura greca è una cultura della voce.39 Questo è
un dato essenziale da cui partire, per intendere il senso della loro riflessione
fonetica.
In definitiva γράμμα, che in sé indica qualcosa di scritto, inciso o dise-
gnato,40 in coppia con συλλαβή è un suono della lingua, o, in subordine, il
grafema che lo rappresenta. Lo stesso vale per la coppia στοιχεῖον-συλλαβή.
Ecco perché, in Tht. 202b, gli στοιχεῖα, non appena accostati alle συλλαβαί,
non sono più ‘quasi fossero’ (o ‘per così dire’), e divengono ‘percepibili’.41
Il problematico riferimento ai τὰ πρῶτα οἱοωπερεῖ στοιχεῖα (201e) lascia

of several letters taken toghether as to form one sound»), che serve solo per spiegare
l’accezione fonetica di ‘sillaba’.
37
Per un’interpretazione simile di ἀναγιγνώσκειν, cfr. Svenbro (1991: 166-167); (1995).
38
Cfr. Stanford (1967: 1-6); Saenger (1995: 214-219).
39
«Nell’antichità greca, la voce non abdicherà mai» (J. Svenbro 1995: 35). Da Omero ad
Aristotele, la voce (φωνή) resta alla base della riflessione linguistica; cfr. P. Laspia (1996),
1997
40
Per limitarsi alle sole attestazioni platoniche, γράμμα al singolare può significare ‘dise-
gno’, ‘ritratto’ (R. 472 d, Cra. 430e), (Phdr. 229e, Lg. 923a), ‘opera scritta’ (Prm. 128a,
d); al plurale ‘scritti’ (Lg. 922a, 946d, 957c; cfr. Prm. 128c, ove γράμματα è riferito a un
solo scritto; così in Her. V, 16; Eur. IT 594,745) o ‘scrittura’ (Euthd. 277a, R. 402a, Lg.
680a, passim).
41
Guthrie (1978: 117) suppone, a ragione, che il riferimento sia ispirato agli στοιχεῖα
fonetici. ‘Sigma’ infatti «è solo un rumore (ψόφος τις μόνον), come di lingua che
sibila»: e gli στοιχεῖα sono detti ἄλογα perché «anche i sette più chiari hanno solo
voce (φωνή) ma λόγος nessuno» (203b).

172
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

trasparire, in filigrana, il modello che lo ha ispirato; e gli ‘elementi’ astratti,


accanto alle sillabe (202b), si traducono in ingredienti percepibili del suono.
Poco dopo (202e), Socrate scopre infatti le sue carte, e dice: «Come ostaggi
del discorso abbiamo i modelli (παραδείγματα) ai quali si è ispirato colui
che ha detto tutte queste cose». E a Teeteto, che domanda quali siano,
risponde: «Gli elementi e i composti dei suoni» (o degli scritti)? (τὰ τῶν
γραμμάτων στοιχεῖά τε καὶ συλλαβάς).42
Quest’ultimo passaggio ci permette di aggiungere un tassello importan-
te alla nostra ricostruzione. La teoria discussa nelle battute finali del Teeteto è
interamente ricavata sul terreno dell’analisi linguistica. Essa si rivela fondata
sulla seguente proporzione: στοιχεῖον sta a συλλαβή come ὄνομα sta a
λόγος. I quattro termini della proporzione indicano, rispettivamente, il
semplice e il complesso sul duplice versante, fonico e semantico, della lingua.
Da questo punto di vista, il finale del Teeteto presenta notevoli analogie con il
Cratilo.43 Entrambi i dialoghi si concludono in maniera aporetica. Entrambi
segnano il fallimento di un programma riduzionista.44 Fra i due sono, non
a caso, concentrate la stragrande maggioranza delle attestazioni platoniche
di στοιχεῖον e συλλαβή. I rapporti fra semplice e complesso, istituiti nel
finale del Teeteto a partire dal piano del contenuto (ὄνομα/λόγος), sono
rispecchiati sul piano dell’espressione (στοιχεῖον/συλλαβή), e possono es-
sere osservati a partire da quest’ultimo. Ma il piano dell’espressione è qui
rappresentato dal suono o dalla scrittura? E il paradigma ispiratore della

42
L’espressione τὰ τῶν γραμμάτων στοιχεῖά τε καὶ συλλαβάς è ambigua: può infatti
riferirsi tanto ai suoni della lingua, quanto alla loro rappresentazione grafica; cfr. Levett
in Burnyeat (1990: 340, n. 54). Nelle traduzioni italiane questa sfumatura non è resa
(Cambiano 1981: 313: «gli elementi delle lettere dell’alfabeto e le sillabe»; cfr. Valgimiglì
in loppolo 1999. Mazzarelli in Reale 2000).
43
Le analogie sono state più volte sottolineate; cfr., ad esempio, Ryle (1991: 211-213), (1990:
31); Annas (1982); Gaudin (1990: 156-157); Ildefonse (1996: 52-57, 70-72).
44
La confutazione della tesi di Cratilo parte dall’assunzione che, se il λόγος è vero, anche
le sue parti sono vere. Dunque, lo sarà anche l’ὄνομα, che è la più piccola parte del
λόγος (385c; cfr. Tht. 202b). Il ragionamento è poi ripetuto per i nomi primi; se questi
sono veri, lo saranno anche i loro costituenti fonici (426c sqq.). Di qui la bizzarra tesi
della mimesi articolatoria degli elementi.

173
Studi di fonetica greca

teoria è fonico o grafico? La risposta, qualunque essa sia, è crucialmente


intrecciata con l’interpretazione di στοιχεῖον.

9.3 στοιχεῖον non significa ‘lettera’


Fra i lessemi qui esaminati, στοιχεῖον è senz’altro quello che ha posto i mag-
giori problemi interpretativi.45 Da un punto di vista lessicale, στοιχεῖον
deriva da στείχω/στοῖχος e da un suffisso -εῖον di funzionalità varia; l’i-
potesi più probabile è che si tratti un nomen instrumenti 46 . Per il grado
vocalico, στοιχεῖον richiama soprattutto στοῖχος, solitamente tradotto
con ‘linea’, ‘fila’. Ma i termini appartenenti alla famiglia di στείχω non
sembrano buoni candidati per esprimere uno statico ordine lineare. Στείχω
è infatti un verbo di movimento, riferito in Omero all’incedere ordinato
degli eserciti, e parafrasato dagli scoliasti con l’espressione μετὰ τάξεως πο-
ρεύομαι (‘incedo con ordine’).47 Da στείχω derivano, come formazioni
nominali, *στίξ e poi στίχος e στοῖχος.48 Il primo,in Omero usato sempre
al plurale, indica ‘le schiere’ di uomini in marcia; un simile uso è attesta-

45
Su στοιχεῖον in generale cfr. Diels (1899), Lagercranz (1911), Vollgraff (1949), Koller
(1955), Burkert (1959), Lumpe (1962), Balàsz (1965), Schwabe (1980), Crowley (2005);
per Platone in particolare cfr. Ryle (1960), Gallop (1963), Trevaskis (1966), Druart (1968
e 1975), Joly (1986), Vegetti (1989), Gaudin (1990).
46
Cfr. Chantraine (1933: 60-61) per il suffisso in generale; Diels (1899: 66-68), Lagercranz
(1911: 97-99), Burkert (959: 185-186), Schwabe (1980: 86-89), per στοιχεῖον in partico-
lare. Secondo Diels (1899: 68), di questo gruppo farebbe parte un insieme di termini
metrici (ἰαμβεῖον, ἐλεγεῖον). Chantraine (1933: 53) li considera invece formazioni ag-
gettivali, con μέτρον sottinteso; così anche Lagercranz (1911: 99), Schwabe (1980: 89).
L’uso di ἰαμβεῖα in Arìstofane (Ra. 1203) sembra però dar ragione a Diels.
47
Schol. in Dion, Thr. (Hilgard 35, 24).
48
In Omero, στοῖχος non è attestato; ma sono presenti le costruzioni aggettivali τρί-
στοιχος, τριστοιχί e ὁμόστοιχος. W. Burkert (1959: 180) vede in esse una prova del
valore arcaico di στοῖχος come ‘allineamento’. Ma non è cosi; τρίστοιχος si riferisce
infatti all’effetto stratificato di una triplice fila di denti (Scilla); questo valore è ancora
più evidente per le armi, ammucchiate ‘in triplice strato’ (τριστοιχί) in Il. K 473. Det-
to di ballerini in una figura di danza (Il. Ψ358, 757) μεταστοιχί presenta invece il valore
dinamico proprio, in generale, dei derivati di στείχω.

174
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

to successivamente anche per στίχος e στοῖχος. Dopo Omero, στίχος


diviene termine tecnico per indicare la progressione ritmica del verso,49
e in Platone, Phd. 104b, l’espressione ὁ στίχος τοῦ ἀριθμοῦ allude alla
progressione crescente dei numeri (pari). L’idea è quella di ‘progressione
ordinata’, o, in astratto, di ‘ordine dinamico’. Andiamo ora a στοῖχος,
che secondo alcuni segnerebbe la rottura con i valori dinamici espressi da
στείχω.50 In uno dei contesti d’uso più antichi, Erodoto (II, 125) impiega,
ben quattro volte, στοῖχος per descrivere una serie progressiva di livelli
nel processo di costruzione di un edificio.51 In questo senso, στοῖχος era
termine tecnico nel lessico dell’edilizia, e permetteva di effettuare una stima
rudimentale dell’altezza degli edifici e/o delle loro componenti architettoni-
che.52 Se dunque στοῖχος allude a un ordine - e difatti in fonti più tarde
στοῖχος è parafrasato con τάξις 53 – è evidente che si tratta di un ordine non
lineare, ma gerarchico,54 rappresentabile in astratto come una progressione
di livelli. L”incedere ordinato’ (στείχω) si trasforma nella costruzione di
un ordine progressivo”.55 In base alla derivazione morfologica, στοιχεῖον è
dunque il ‘mezzo per costruire una progressione’.
Questa ricostruzione può, forse, far luce sull’uso più antico e discusso
di στοιχεῖον. Nelle Ecclesiazusae di Aristofane, un personaggio è invitato

49
Ar. Ran.1239, Pl. Lg. 959a.
50
Così Burkert (1959: 189); Schwabe (1980: 86).
51
In Hdt. 11, 125 si descrive in dettaglio il processo di costruzione di una piramide a gra-
dini. Le espressioni ὁ πρῶτος στοῖχος, δεύτερος στοῖχος τῶν ἀναβαθμῶν indi-
cano l’ordine o livello dei gradini, in progressione ascendente (dalla base alla sommità).
Proprio in relazione a questo contesto LSJ (1996, 1648) dà come primo significato di
στοῖχος «row in an ascending series».
52
Cfr. IG 22 , 463.58. Un simile uso è attestato pure per στίχος; cfr. LSJ (1996), 1646.
53
Schol. in Dion. Thr. (Hilgard 192, 23): στοῖχος γὰρ ἡ τάξις.
54
4 Nel lessico della Suida ζυγεῖν indica l’ordinamento lineare (orizzontale), στοιχεῖν
l’ordinamento gerarchico (verticale); cfr. Laspia (2001: 204 n. 55.
55
Che l’idea di ‘progressione’ stia alla base degli usi di στοῖχος come ‘allineamento’, è
chiaro in Eschilo, Prs. 366 (νεῶν στῖφος ἐν στοίχοις τρισίν), e ancor più in Aristo-
fane, Ec. 756-757, in cui, di una sfilza di oggetti, si chiede: «perché così uno dietro
l’altro?» (ἐπὶ στοίχου); e poi: «state forse facendo una processione (πομπή) in onore
dell’araldo Ierone?»; sul passo, cfr. LSJ (1996), 1648.

175
Studi di fonetica greca

a correre a pranzo «quando lo στοιχεῖον misura dieci piedi».56 Secondo


l’interpretazione degli scoliasti, στοιχεῖον indica qui l’ombra - del proprio
corpo,57 o di un qualche tipo di meridiana solare - usata come rudimentale
sistema di misurazione del tempo. Da chi, o cosa, sia proiettato lo στοιχεῖον,
ai nostri fini non importa. In ogni caso, l’ombra è qualcosa che cresce e
decresce, in progressione, col trascorrere delle ore.
Le successive attestazioni di στοιχεῖον si trovano in Platone; ed è qui
che si inaugura la sua grande fortuna come termine teorico. In Platone,
στοιχεῖον è usato nelle seguenti accezioni: ‘elemento fonico’, interpretato
ora come fonema,58 ora come lettera dell’alfabeto 59 ; ‘elemento fisico’ (fuoco,
acqua, terra, aria) 60 ; in un solo caso, ‘elemento del tono e della melodia’.61
Non è invece ancora attestato il senso di ‘elemento di una dimostrazione’,62
di cui parla per primo Aristotele in Metaph. Δ 3. Un esame, anche rapido,

56
Ec. 652. Un simile uso di στοιχεῖον è attestato solo nella Commedia antica e nuova;
una dettagliata descrizione di fonti e interpretazioni in Burkert (1959: 186-189); Schwabe
(1980: 91-103).
57
Come suggerisce l’hapax eurípideo σκιὰ ἀντίστοιχος (Andr. 745); cfr. Burkert (1959:
188).
58
Balàsz (1965: 233). Per Platone cfr. Ryle (1960), di cui oltre; Druart (1975: 245): «l’im-
portant est le phonème et non le caractére d’écriture»; Gaudin (1990: 74): «l’alphabéti-
sme de Platon rest très phonétique». Anche W. Burkert (1959: 271) sottolinea la priorità
del suono sul carattere scritto.
59
È l’interpretazione che gode oggi di maggior fortuna, Secondo Diels, i γράμματα sono
detti στοιχεῖα «weil und insofern die einzelne Buchstaben eine Reihe bilden» (1899,
58). Secondo Schwabe l’immagine degli στοιχεῖα (“Reihenglieder”), è suggerita «im
Hinblick auf den sinnlichoptischen Eindruck der Schriftzeile» (1980: 123). Per Vegetti,
infine, «il gramma è dunque stoicheion, elemento semplice, primo e invariante della
scrittura» (1989: 205).
60
Fra gli interpreti, solo Lagercranz (1911) considera l’accezione cosmologica anteriore a
quella grammaticale.
61
È il caso della corrispondenza fra un suono e una corda, «che tutti sarebbero d’accordo
nel definire elementi della musica» (Tht. 206b). In Sph. 253b, Phlb. 26a, si allude a
processi simili, ma non compare la parola στοιχεῖον; gli esempi musicali sono inoltre
sempre preceduti da esempi fonetici. In origine, στοιχεῖον non significa quindi ‘nota
musicale’ (Koller 1955: 174).
62
Non sembra dunque che στοιχεῖον si origini in ambito matematico (Burkert 1959:
189-196).
176
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

delle 65 attestazioni nei dialoghi platonici mostra che la prima è alla base
di tutte le altre. Infatti: 1. Nella maggior parte delle attestazioni platoni-
che, στοιχεῖον è inequivocamente riferito al linguaggio; 2. In almeno metà
delle occorrenze, il termine è usato con συλλαβή, meno spesso con γράμ-
μα, a volte con tutti e due. 3. Le attestazioni di στοιχεῖον e συλλαβή si
concentrano soprattutto nel Cratilo e nel finale del Teeteto, dove un procedi-
mento di analisi e sintesi fonetica è esteso all’intero linguaggio significativo,
o addirittura alla realtà tutta; 4. Nel Teeteto, nel Politico e nel Timeo 63 la
generalizzazione agli elementi della realtà avviene esplicitamente a partire
dal modello fonico; 5. Infine, gli usi generalizzati o impropri di στοιχεῖον
sono di regola preceduti,64 o più raramente seguiti,65 da un’allusione al mo-
dello delle sillabe e dei costituenti fonici, o da espressioni dubitative come
ὡσπερεί o οἱονπερεί.66
Che l’uso fonetico/grafico stia alla base di tutti gli altri, sulla base delle
attestazioni platoniche sembra dunque indubitabile. Resta però ora da
domandarsi: στοιχεῖον è l’elemento minimo del suono o della scrittura?
Qui è necessaria una precisazione. Prima che un referente, στοιχεῖον indi-
vidua una procedura, un procedimento di scoperta. In Platone, στοιχεῖον
è infatti, in primo luogo, definito come terminale di un processo di analisi e
di sintesi.67 Il referente di στοιχεῖον può quindi essere individuato solo a
partire dal suo procedimento di scoperta.
In Platone, le attestazioni di στοιχεῖον sono 65, così ripartite: R. (1),
Cra. (16), Tht. (35), Sph. (1), Plt. (3), Phlb. (1), Ti. (7), Lg. (1). Poco meno

63
Tht. 201 e, Plt. 278d, Ti. 48B-c.
64
Cfr. Cra. 422a-c; PII. 278d, Ti. 48b-c.
65
Cfr. Tht. 201e-202e; è questo il caso anche di Sph. 252b; στοιχεῖον è qui usato in senso
fisico (‘ingrediente del tutto’), ma segue poco dopo l’esempio delle vocali (253a).
66
Un tentativo di interpretare altrimenti queste espressioni in Crowley (2005: 386 sqq). Si
tratta, a nostro avviso, di una forzatura: in Tht. 202e Socrate dice infatti esplicitamente
che gli elementi e le sillabe fonetiche costituiscono il modello dell’uso allargato in 201e
(οἱονπερεὶ στοιχεῖα).
67
Cra. 422a-b, 424a-d, 424e-425a, 434b; Tht. 201e; Sph. 252b. «Für Platon ist στοιχεῖον
ein Funktionsbegriff für das Unableitbare» (Burkert 1959: 197); cfr. Crowley (2005:
369).

177
Studi di fonetica greca

numerose le attestazioni di συλλαβή (53): Hp.Ma. (1), Cra. (18), Tht. (30),
Plt. (3), Ti. (1). Le attestazioni di γράμμα sono invece quasi duecento, più
o meno equamente distribuite in tutti i dialoghi. Γράμμα è dunque una
parola comune, appartenente alla lingua di tutti i giorni, mentre στοιχεῖον
e συλλαβή sembrano usati da Platone come termini tecnici.68 Le attesta-
zioni di στοιχεῖον e συλλαβή sono numerose nel Cratilo, e ancor più nel
Teeteto. A partire dal Teeteto si fa sempre più sporadica la cooccorrenza con
γράμμα,69 mentre στοιχεῖον, quasi sempre con συλλαβή, è una sorta di
Leitmotiv negli ultimi dialoghi di Platone.70 Nel Timeo (48b-c), il fortunato
uso cosmologico, che Eudemo di Rodi 71 dice inaugurato da Platone, è in-
trodotto più o meno così: «li chiamano principi, ponendoli come elementi
del tutto (fuoco acqua terra e aria), quando, per chi avesse un minimo di
senno, non sarebbe adeguato paragonarli neppure al genere delle sillabe».72
Questi dati meriterebbero un’analisi più dettagliata; ma, già a prima vista, è
chiaro che qui è in gioco qualcosa di importante.
Esaminiamo ora più da vicino alcune attestazioni, cominciando da
quelle presumibilmente anteriori al Teeteto. Nell’unica attestazione della

68
Per συλλαβή come termine tecnico, cfr. Cra. 424e: ποιοῦντες ὃ δὴ συλλαβὰς κα-
λοῦσιν. Il riferimento è alla terminologia degli esperti di ritmica. Che στοιχεῖον sia
un termine tecnico è suggerito già dalla forma lessicale; cfr. Koller (1955: 173); Burkert
(1959: 178); Schwabe (1980: 91).
69
Στοιχεῖον e γράμμα insieme, senza συλλαβή, solo in R. 402a, Phlb. 18c. Due contesti
fondamentali, ma di segno opposto; lo spartiacque è dato dalla presenza, nel Filebo, di
una classificazione fonetica tripartita (come in Cra. 424c-d, Tht. 203b). Sono gli unici
due casi in cui è esplicito il raffronto fra στοιχεῖον ed εἶδος. Γράμμα è invece usato
con συλλαβή, senza στοιχεῖον, in Hp. Ma. 285d, Cra. 390e, 394c, 423e, 424a-b, 425d,
427c, 431d, 433b; non più dopo. Στοιχεῖον e συλλαβή insieme, senza γράμμα, in Cra.
424c-e, Tht. 203c-d, e, 205b (bis), d, e (bis), 206b (tris), Plt. 277e. 278b-d, Ti. 48b-e; con
γράμμα: Tht. 202e, 204a.
70
Il dato è così evidente che alcuni interpreti hanno addirittura definito ‘stoicheiologíci’
gli ultimi dialoghi di Platone; cfr. Druart (1968), (1975).
71
Fr. 31 Wehrli = Símpl. In Arist. Phys., Diels 7, 12 sqq.; cfr. Diog. Laert. III, 24.
72
Seguono le sei accezioni relative ai triangoli elementari: Ti. 54d, 55a, 55b, 56b. 57c, 61a.
Quest’uso del Timeo è importante, perché inaugura l’equazione fra στοιχεῖον e ἀρχή,
attestata in Platone, Lg. 790c, in Senofonte (Meno. 2, 1, 1) e poi Aristotele, su cui cfr.
Laspia (2008: 222-225).
178
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

Repubblica, στοιχεῖον è usato con γράμμα, e la relazione è palesemente


istituita fra i caratteri di scrittura (o gli scritti in generale) e i loro prototipi.
Gli στοιχεῖα infatti sono pochi (e ricorrenti), i γράμματα potenzialmente
infiniti.73 Il paragone fra γράμματα e στοιχεῖα esemplifica il rapporto fra le
virtù e i loro εἴδη.74 L’allusione alla grandezza visiva delle lettere,75 suggerisce
che qui sia in gioco solo l’occhio, non l’orecchio: caso, come vedremo, più
unico che raro in Platone. Gli στοιχεῖα paiono così ricavati dai γράμματα
in base a un puro procedimento astrattivo; lo stesso sembra valere per gli
εἴδη platonici nei loro primi contesti di occorrenza.76 Nella Repubblica, gli
στοιχεῖα sono dunque i prototipi ideali dei caratteri grafici. Nel passo non è
detto però nulla di preciso circa il loro effettivo procedimento di scoperta.77
Andiamo ora al Cratilo. Quando viene introdotta la problematica tesi
di Cratilo, secondo cui il nome è una mimesis 78 fonica della cosa, anzi del
suo εἶδος, (390e), i termini usati sono dapprima solo γράμματα e συλλα-

73
R. 402a-b: γραμμάτων πέρι τότε ἱκανῶς εἴχομεν, ὅτε τὰ στοιχεῖα μὴ λανθάνοι
ἡμᾶς ὀλίγα ὄντα ἐν ἅπασιν οἷς ἔστιν περιφερόμενα...; cfr. Arist. Metaph. 13 4,
1000a1-4. Il passo meriterebbe un’analisi attenta, perché è l’unico in cui στοιχεῖα sem-
bra davvero riferito ai prototipi dei caratteri grafici. Ma l’ipotesi non regge al confronto
con il Cratilo, e poi con i dialoghi tardi.
74
Cfr. 402c (τὰ τῆς σωφροσύνης εἴδη). Secondo alcuni interpreti (Adam 1965: 168;
Vegetti 1998: 119) εἴδη non andrebbe qui riferito alle Idee. L’allusione, altrimenti in-
spiegabile, alle immagini delle lettere (402b-c), sembra tuttavia richiamare il paragone
della linea divisa (509e sqq.).
75
Non bisogna infatti trascurare i caratteri ‘né in piccolo né in grande’. Il riferimento, di
per sé non inequivoco, alla grandezza visiva, è suffragato dal confronto con R. 368d; cfr.
Vegetti (1989: 205).
76
Ad esempio il bello in sé in HpMa. 289d sqq. Il procedimento astrattivo di scoperta
degli στοιχεῖα é più diffusamente descritto nella Repubblica e nel Fedone. Come esempi
valgano Phd. 66a, 74a, 78c-d (ove l’ εἶδος è definito ἀσύνθετον e μονοειδὲς ὂν αὐτὸ
καθ’αὐτό).
77
Da notare la somiglianza di R. 402a con Cra. 424d (εἰς ἃ ἀναφέρεται πάντα ὥσπερ τὰ
στοιχεῖα); il procedimento di scoperta degli στοιχεῖα della Repubblica è forse chiarito
nel Cratilo?
78
Sul concetto greco di mimesis cfr. Havelock (1973: 23-33), PaIumbo (2008: 154-236).

179
Studi di fonetica greca

βαί.79 Che questi termini, usati come correlativi, siano più antichi della
terminologia fonetica greca, ci risulta già da Eschilo. Στοιχεῖα è introdotto
per la prima volta in 383d, a proposito dei nomi di ciò che noi, da non spe-
cialisti, chiameremmo ‘lettere dell’alfabeto’.80 È una delle poche attestazioni
platoniche in cui il termine sia introdotto, per così dire, ex abrupto. Se
dunque un significato di στοιχεῖον poteva essere familiare ad una vasta
cerchia di uditori-lettori di Platone, è proprio quello qui menzionato. Ma si
tratta davvero della lettera, del segno scritto? C’è da dubitarne. Subito dopo
(393e), degli στοιχεῖα si dice infatti ‘vocali e non vocali’ (φωνήεσί τε καὶ
ἀφώνοις). In questa alternativa si esprime la più antica classificazione greca
dei suoni linguistici, cui si allude già in un frammento di Euripide.81 La
potenza (δύναμις) o natura (φύσις) dello στοιχεῖον è inoltre espressa nella
pronuncia del suono. Più che alla lettera scritta, στοιχεῖον sembra dunque
legato al suono e alla pronuncia; e, in particolare, alle loro classificazioni.
Le successive attestazioni di στοιχεῖον sono in 422a-b. Qui, come in
Tht. 201e, στοιχεῖον è il terminale ultimo di un processo di (s)composizione;
i nomi primi, infatti, è «come fossero στοιχεῖα di tutti gli altri nomi e di-
scorsi» (ἃ ὡσπερεὶ στοιχεῖα τῶν ἄλλων ἐστὶ καὶ λόγων καὶ ὀνομάτων).
Quando si giunge ad un nome che non abbia altri nomi come proprie sot-
tocomponenti significative «potremmo dire giustamente di essere ormai di
fronte a uno στοιχεῖον» (δικαίως ἂν φαῖμεν ἐπὶ στοιχείῳ). I nomi primi
sono dunque ingredienti semplici del senso, ottenuti come risultato finale di
un processo di analisi delle unità significative del λόγος (discorsi, nomi com-
posti, nomi primi). La singolarità di questo procedimento di decostruzione
del senso, e le numerose formule dubitative (‘come fossero’, ‘potremmo

79
Solo nella prima occorrenza, 389d, l’espressione usata è εῖς τοὺς φθόγγους καὶ τὰς
συλλαβάς. Da 390e in poi, si trova sempre τὰ γράμματα καὶ τὰς συλλαβάς . I tratti
prosodici, come l’accento, sono propri della sillaba; cfr. 399b (ἀντὶ ὀξείας τῆς μέσης
συλλαβῆς βαρεῖαν ἐφθεγξάμεθα).
80
Cra. 393d: ἀλλ’ ὥσπερ τῶν στοιχείων... τὰ ὀνόματα λέγομεν ἀλλ’ οὐκ αὐτὰ τὰ
στοιχεῖα, πλὴν τεττάρων, τοῦ Ε καὶ τοῦ Υ καὶ τοῦ Ο καὶ τοῦ Ω. Τοῖς δ’ἄλλοις
φωνήεσί τε καὶ ἀφώνοις κτλ.
81
Eur. fr. 578 Nauck; sui testo e l’interpretazione del frammento cfr. P. Laspia (2001:
192-193).

180
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

dire’), che richiamano da vicino Tht. 20 le, mostrano chiaramente che non
si tratta di un uso proprio, ma metaforico; o meglio, di un’estensione deri-
vata dalla generalizzazione di un modello. Se così stanno le cose, στοιχεῖον
non è un termine neutro,82 ma un termine teorico in uso in uno specifico
ambito del sapere o disciplina. Occorre ora domandarsi: qual è il modello
ispiratore dei processi di analisi? In quale ambito è esperito? Attraverso
quale procedimento di scoperta sono individuati gli στοιχεῖα?
Cra. 424c: ἐπείπερ συλλαβαῖς τε καὶ γράμμασι ἡ μίμησις τυγχάνει οὖ-
σα τῆς οὐσίας, ὀρθότατόν ἐστι διελέσθαι τὰ στοιχεῖα πρῶτον, ὥσπερ
οἱ ἐπιχειροῦντες τοῖς ῥυθμοῖς τῶν στοιχείων πρῶτον τὰς δυνάμεις
διείλοντο, ἔπειτα τῶν συλλαβῶν, καὶ οὕτως ἤδη ἔρχονται ἐπὶ τοὺς
ῥυθμοὺς σκεψόμενοι, πρότερον δ’ οὕ; ... . ῟Αρ οὖν καὶ ἡμᾶς οὕτω
δεῖ πρῶτον μὲν τὰ φωνήεντα διελέσθαι. ἔπειτα τῶν ἐτέρων κατὰ εἴ-
δη τά τε ἄφωνα καὶ ἄφθογγα - οὑτωσί γάρ που λέγουσι οἱ δεινοὶ πε-
ρὶ τούτων - καὶ τὰ αὖ φωνήεντα μὲν οὕ, οὐ μέντοι γε ἅφθογγας καὶ
αὐτῶν τῶν φωνηέντων ὅσα διάφορα εἴδη ‘έχει ἁλλήλων; «Poiché l’i-
mitazione dell’essenza avviene per mezzo di sillabe e lettere, la cosa più
corretta è distinguere in primo luogo gli elementi, proprio come coloro
che si occupano di ritmi distinguono in primo luogo le proprietà degli
elementi,83 poi quelle delle sillabe e, a questo modo indagando, giungono
infine ai ritmi, prima no? [...]. Allo stesso modo anche noi dobbiamo
distinguere in primo luogo le vocali, poi fra gli altri, secondo la specie,
quelli senza voce né suono - proprio così, infatti, dicono gli esperti di
queste cose - e infine quelli vocali no, ma non privi di suono? E, delle
vocali stesse, quante differenti specie vi siano?» 84

82
Vollgraff (1949: 90-91) ritiene invece στοιχεῖον un qualunque esemplare di una serie
di oggetti allineati (come nel fr. rang des perles, o nel ted. Kettenglieder); Crowley (2005:
369) lo ritiene il generico ingrediente in un processo di analisi e di sintesi.
83
Il passo presenta spiccate somiglianze con Hp.Ma. 285d, in cui però sono detti γράμ-
ματα quelli che qui si chiamano στοιχεῖα. Vegetti (1989: 212) vede in ciò una prova
della sinonimia dei due termini. I due termini non sono, in realtà, sinonimi ma corefe-
renziali; in coppia con συλλαβή, γράμμα è infatti, in primo luogo, da intendere come
(il più antico) termine riferito al fonema.
84
Qui il riferimento è non solo alla qualità fonica delle vocali, ma anche alla loro quantità
metrica, essenziale per costituire la sillaba come unità prosodica. Per questa ragione le

181
Studi di fonetica greca

Si tratta di un passo di inestimabile valore documentario: risulta infatti


evidente lo sforzo di riportare fedelmente la terminologia degli “esperti”.
Da esso si desume che στοιχεῖον è un termine tecnico della teoria metrica
e ritmica 85 ; o meglio, di quell’unità di ritmo, armonia e parola 86 che gli
antichi chiamavano μουσική.87 Il termine individua un ingrediente mini-
male, non ulteriormente analizzabile, nella progressione fonica e ritmica del
verso.88 Al livello ultimo, l’analisi conduce a una classificazione tripartita dei
suoni della lingua, che dirime i suoni, e le posizioni articolatorie, in base agli
effetti realizzati all’interno della sillaba. La classificazione del Cratilo oppone
infatti le vocali in primo luogo ad una classe di elementi «senza voce né
suono». Si tratta di posizioni articolatorie non autonomamente in grado
di produrre suono: le nostre consonanti occlusive. Gli ἄφωνα non hanno
esistenza separata; sono producibili e percepibili solo all’interno della sillaba;
astraibili, non estraibili dal contesto entro cui sono prodotti.89 Gli elementi
«non vocali, ma non privi di suono» (la doppia connotazione negativa
rende conto della difficoltà della loro classificazione) individuano posizio-

vocali, in tutta la tradizione greca, e in particolare in Platone (Sph. 253a) e Aristotele


(Metaph. I 2, 1054a1-2), sono unità di misura dei suono e principi di ogni sintesi fonica;
cfr. Laspia (2001: 206); (2008: 225-228).
85
La distinzione sarà posta solo in seguito (Burkert 1959: 178). Anche per Aristotele, PA
B 17, 660a6-7, Po. 20, 1456b34 per i dettagli di fonetica bisogna chiedere «agli specialisti
di metrica».
86
Pl. R. 376e, 398b-d.
87
Cfr. Stanford (1967: 27); Szabò (1973: 327); Desbordes (1989: 156-158); D’Angour (2007:
293-294).
88
Una simile ipotesi è fomulata per la prima volta in un pregevole studio (Balasz 1965),
in cui στοιχεῖον è però derivato da στίχος (‘verso’). Quest’ultima conclusione non è
necessaria, se con στοῖχος si intende ‘ordine’, ‘progressione’. Così intendono le fonti
antiche. Schol. in Dion. Thr. (Hilgard 35, 24-7): καὶ ἐτυμολογεῖ αὐτά (τὰ στοι-
χεῖα) ἀπὸ τοῦ στείχω, ὅ ἐστι μετὰ τάξεως πορεύομαι· οὐ γὰρ ἀτάκτως καὶ ὡς
ἔτυχεν ἑπιπλέκεται ἀλλήλοις τὰ στοιχεῖα... ἐπιπλοκὴ δέ ἐστιν ἐν μίᾳ συλλαβῇ
ἐκφώνησις. Cfr. Hilgard 186, 5-6; 191, 21-23; Schol. in Arat. (Maas 91, 12).
89
Così Havelock (1987: 48); per Platone, cfr. Ryle (1960: 435).

182
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

ni articolatorie in grado di produrre suono, ma non voce; dunque non


autonome dal punto di vista metrico: si tratta delle consonanti continue.90
Il contesto in cui queste tre specie sono realizzate, è la sillaba, unità
prosodica che funziona come principio organizzativo del suono e del ritmo;
ed il ritmo è alla base dei processi di significazione. La sillaba è sempre co-
struita a partire da una vocale, breve o lunga 91 ; è un frammento ritagliato
dal progetto unitario dell’enunciato fonetico.92 Non a caso, le classifica-
zioni platoniche (e aristoteliche) cominciano sempre dalle vocali. E non a
caso, una complessa classificazione tripartita (424a-b) si affianca alla coppia
‘vocali/non vocali’ (393e) senza mai eliminarla. In conclusione: στοιχεῖον
indica un’unità fonico-articolatoria ricavata da un processo di analisi fonica
e ritmica. Si tratta dell’ingrediente minimo della pronuncia, astraibile, non
estraibile, dal suo contesto minimo di produzione, la sillaba.
Se così stanno le cose, è impossibile che στοιχεῖον abbia significato in
origine ‘lettera dell’alfabeto’; o che gli esperti del ritmo, coniando il termine,
si siano ispirati all’impressione visiva delle lettere allineate.93 Il ritmo è
infatti governato dall’orecchio, non dall’occhio; e alla base dei processi qui
individuati non sta l’idea dell’allineamento, ma l’idea di una progressione
delle forme metriche (στοιχεῖον: “mezzo per costruire una progressione”).
Gli στοιχεῖα non sono dunque, sic et simpliciter, i prototipi dei caratteri
grafici 94 ; sono i prototipi fonico-articolatori, e metrici, dei caratteri grafici.95

90
Tht. 203b: τό τε σῖγμα τῶν ἀφώνων ἐστἰ, ψόφος τις μόνον, οἷον συριττούσης
τῆς γλώττης· τοῦ δ’ αὖ βῆτα οὔτε φωνὴ οὔτε ψόφος, οὐδὲ τῶν πλεῖστων στοι-
χείων... ὧν γε τὰ ἐναργέστατα αὐτὰ τὰ ἐπτὰ φωνὴν μόνον ἔχει, λόγος δὲ οὐδ’
ὁντινοῦν ; cfr. Arist. Po. 20, 1465b22-7.
91
I grammatici greci non distinguevano fra lunghezza delle vocali e quantità delle sillabe,
ma parlavano di sillabe, e di vocali, brevi o lunghe; cfr. Allen (1987: 89-105), e soprattutto
114.
92
Arist. Cat.. 4b32-7; cfr. Laspia (2001: 206); (2008: 227-228).
93
Così Schwabe (1980: 123), che implausibilmente lo deduce proprio dall’analisi di Cra.
424a-b.
94
«Grundformen der Schrift» (Lagercranz 1911: 20); cfr. Vegetti (1989: 205).
95
Per i commentatori di Dionisio Trace στοιχεῖον è, non a caso, l’ἐκφώνησις, γράμμα
il χαρακτήρ; cfr. Schol. in Dion Ti. (Hilgard 32, 16; 323, 33-4).

183
Studi di fonetica greca

Ci spieghiamo così come possano esser definiti ‘muti’,96 o ‘impronunciabili’


(ἄφωνα), elementi fonici che, graficamente, non hanno nulla in meno degli
altri. Gli atomi della scrittura alfabetica sono tutti equivalenti. Non così le
posizioni articolatorie; e le unità foniche, e metriche, cui esse danno vita. In
Grecia, l’analisi fonetica nasce sotto il patrocinio della Musa; il che, fuor di
metafora, significa: ispirata a un modello orale. Lo στοιχεῖον è figlio della
μουσική.
È opportuno seguire ancora un poco le argomentazioni del Cratilo,
per capire quale sia l’idea che entra in crisi alla fine di questo dialogo; c’è
infatti una notevole somiglianza col finale del Teeteto. Il modello di analisi
ritmica elaborato dagli “esperti” viene successivamente esteso alle strutture
significative dell’enunciato (424e), ma con una cruciale precisazione: che il
procedimento ricalca da vicino quello della produzione di immagini, e il
λόγος vi è effigiato come la figura dipinta di un vivente (425a). Il discorso
scritto è nel Fedro (275d sqq.) rappresentato come un’immagine dipinta
(ζωγραφία), un esangue fantasma (εἴδωλον) del discorso orale, vivente e
animato. Ora, non a caso forse, nell’esperimento del Cratilo le componenti
minime della pronuncia sono rappresentate quasi fossero grafemi, atomi
della scrittura. A ciascuna posizione articolatoria isolata corrisponde infat-
ti, o dovrebbe corrispondere, una potenza minima di significazione; così
la ‘rho’ è immagine del movimento, perché nella sua pronuncia la lingua
‘moltissimo vibra’ (426d-e), al contrario di quanto avviene in ‘delta’, ‘ tau’
e altre articolazioni occlusive, che richiamano invece la stasi (427b).97 E
tuttavia, simili articolazioni, nonché significative, di per sé sono addirittura

96
In Erodoto I, 85, ἄφωνος significa ‘muto’ (Laspia 1999: 20); da cui il nostro ‘consonanti
mute’. Se si parte da un’idea astratta di fonema, questo ‘suono senza suono’ diventa un
enigma: «Denn was soll, ein φωνῆς μέρος οὐδεμίαν ἔχον φωνήν?» (Steinthal 1890:
255).
97
Non si tratta di fonosimbolismo, né tantomeno di simbolismo grafico, ma di mimesi
articolatoria (Belardi 1985: 24-43). Non crediamo si possa affermare, con Vegetti (1989:
211 -213), che qui siano impliciti due distinti modelli mimetici, uno fonico e l’altro grafico.
Il dubbio, infatti, si porrebbe solo per ‘omicron’, ma, contro questa supposizione, cfr.
Méridier (1961: 25-26).

184
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

impronunciabili. Come potrebbe mai, a ciascuna di esse, corrispondere un


significato?
Condotta alle sue estreme conseguenze, l’ipotesi di Cratilo si rivela dun-
que, oltre che falsa, «temeraria e ridicola».98 È improbabile che, in questa
forma, essa sia mai stata storicamente sostenuta. Ma allora, chi aveva di mira
Platone? Davvero Cratilo, di cui così poco sappiamo? Forse Eraclito e le sue
suggestioni fonosimboliche 99 ? O non, piuttosto, anche l’idea che l’intero
scibile si riduca ai γράμμματα,100 perché «dalle stesse lettere derivano e
commedia e tragedia» 101 ?
In un momento storico come quello della fine del V sec. a.C., in cui
l’alfabetizzazione sembra ormai capillarmente assimilata, personaggi come
gli Atomisti, Eutidemo o l’autore della ‘teoria del sogno’ 102 sembrano inclini
ad applicare all’universo fisico il modello ‘riduzionista’ dei γράμμματα, e ad
estendere ad essi, impropriamente, il nome di στοιχεῖα.103 Nei suoi ultimi
dialoghi Platone lo combatte, contrapponendo ad esso la metafora dell”in-
treccio’ (συμπλοκή),104 ed elaborando, in parallelo, un modello valido per
le strutture significative del λόγος.
Questo è, ancor più chiaramente, il punto in discussione nella ‘teoria
del sogno’, in cui gli στοιχεῖα sono, di fatto, equiparati ai γράμμματα.105

98
Cra. 425d (γελοῖα); 426b (ὑβριστικὰ καὶ γελοῖα).
99
Per un’analisi dei Wortspiele basati sulle assonanze in Eraclito, cfr. Kraus (1987: 114-120).
100
È il celebre paradosso di Eutidemo; cfr. Pl. Euth. 276e-277b.
101
Secondo la testimonianza di Aristotele su Leucippo (GC 314 a 21 = 67A9DK).
102
Che il Cratilo sia, in parte, indirizzato contro Antistene è stato da più parti sostenuto,
soprattutto fra la fine del XIX e gli inizi del xx secolo; cfr. Méridier (1961: 44-46).
103
Fra questi, l’unico ad usare il termine στοιχεῖον è, forse, proprio l’autore della ‘teoria
del sogno’. Non sembra invece che lo abbiano adoperato gli Atomisti (H. Diels 1899,
14; W. Burkert 1959, 179). Quanto a Eutidemo, è significativo che Platone esponga il suo
paradosso usando γράμματα; mentre Aristotele, Rh. Β 24, 1401a30, lo cita così: τὸν τὰ
στοιχεῖα ἐπιστάμενον ὅτι τὸ ἔπος οἶδεν.
104
Come ben sottolinea Druart (1975: 247), l’uso insistito di στοιχεῖον negli ultimi dialo-
ghi di Platone non è riconducibile alla Buchstabengleichniss (come vuole invece Vegetti
1989: 207-209).
105
Koller (1955: 162) definisce l’uso di στοιχεῖον per γράμμα «leienhaften Mißge-
brauch».

185
Studi di fonetica greca

Solo in base al modello lineare della scrittura si può pensare che le sillabe si
definiscano come somma dei loro elementi. Nello scritto infatti, ma non
nella voce, la sillaba è uguale a una successione di atomi grafici. Se io scrivo
Σω, ho la somma dei caratteri σ più ω ma nella voce la sillaba costituisce
un’indissolubile unità prosodica.106
Di ciò si mostra ben consapevole Aristotele, che affronta più volte il
rapporto fra sillaba ed elementi. Per Aristotele, lo στοιχεῖον è un’unità
della voce 107 Metaph. Δ 4, 10 l 4a26-31; Po. 20, 456b22-27. e la sillaba funge
da modello per ogni tipo di unità vivente e organica, le cui parti non stanno
insieme come un mucchio: «La sillaba infatti non è gli elementi, e BA non
è uguale a B più A, ma è anche qualche altra cosa [...]».108
Aristotele aveva dunque una soluzione per l’aporia finale del Teeteto.
Ma l’aveva anche Platone? Il dialogo, in effetti, non mostra al suo interno
alcuna soluzione positiva. Ma il Teeteto non è una monade; esso si continua
nell’avventura del Sofista, e poi del Politico.109 Ora, è proprio qui che emer-

106
«In short, while characters are graphic atoms, phonemes are not phonetic atoms» (Ry-
le 1960: 435). Le obiezioni di Gallop (1963), in seguito accolte da Trevaskis (1966), e poi
in generale dalla critica, non sembrano, in realtà, molto perspicue. Se vero è, infatti, che
Platone parla di processi insieme acustici e visivi (Tht. 206a: ἔν τε τῇ ὄψει διαγιγνώ-
σκειν καὶ ἐν τῇ ἀκοῇ αὐτὸ καθ’ αὐτὸ ἕκαστον), è anche vero che le leggi dell’orto-
grafia seguono quelle della pronuncia, e non viceversa. È, se mai, da osservare che, nel
processo di riconoscimento, è l’occhio che guida l’orecchio. Nella pronuncia, infatti, gli
στοιχεῖα non sussistono isolati (αὐτὸ καθ’ αὐτὸ ἕκαστον). I due procedimenti, acu-
stico e visivo, non sono dunque da intendere come alternativi, ma come integrati; come
suggeriscono, del resto, le pratiche di lettura in una scriptio continua.
107
;
108
Metaph. Z 17, 1041b11 sqq.: ἡ δὲ συλλαβὴ οὐκ ἔστι τὰ στοιχεῖα, οὐδὲ τὸ βα ταὺτὸ
τῷ β καὶ α... ἔστιν ἄρα τι ἡ συλλαβή, οὐ μόνον τὰ στοιχεῖα τὸ φωνῆεν καὶ ἄφω-
νον, ἀλλὰ καὶ ἕτερόν τι... .
Una dettagliata analisi del passo, e dei problemi implicati, in P. Laspia (2008).
109
Per la continuità fra í tre dialoghi, e in generale, per una prospettiva unitaria nei dia-
loghi dell’ultimo Platone, cfr. Ryle (1991: 213-220). L’unità di ispirazione dei cosiddetti
‘eleatic dialogues’ è sottolineata in Dorter (1994), che vi include anche il Parmenide, e
più recentemente in Blondell (2002: 314-317) e Cerri (2007: 59), cui rimandiamo per ul-
teriori riferimenti. Per il legame fra Sofista e Teeteto, anche in vista dei temi qui trattati,
cfr. Centrone (2008: XLIII-V).

186
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

gono soluzioni interessanti per il nostro problema. Nel Sofista, l’intreccio


reciproco dei cinque generi sommi è infatti esemplificato attraverso due casi
cruciali: l’intreccio reciproco di nomi e verbi – ma non di nomi con nomi, o
verbi con verbi – che danno vita al λόγος come enunciazione/proposizione,
e il ruolo guida delle vocali nell’accordo dei suoni della lingua:
Sph. 253a: τὰ δέ γε φωνήεντα διαφερόντως τῶν ἄλλων οἷον δεσμὸς
διὰ πάντων κεχώρηκεν, ὥστε ἄνευ τινὸς αὐτῶν ἀδύνατον ἁρμόττειν
καὶ τῶν ἄλλων ἕτερον ἑτέρῳ. «Le vocali, a differenza di tutti gli altri
(suoni) scorrono attraverso tutti come un legame; così che, senza qualcuna
di esse, non è possibile accordare 110 reciprocamente nessuno degli altri».

Ora, vero è che qui non si parla di elementi, né di sillabe. Ma è lecito


domandarsi: che cosa si origina dall’accordo reciproco dei suoni della lingua?
La sillaba, com’è evidente; proprio come dall’intreccio fra nomi e verbi
deriva il λόγος. Se dunque il Platone del Sofista volesse definire cos’è una
sillaba, non direbbe affatto che è la somma dei suoi elementi; ma direbbe
che è il risultato di un intreccio in cui il ruolo coesivo è svolto dalle vocali.
Allo stesso modo, se volesse definire gli elementi, li distinguerebbe anzitutto
in vocali (φωνήεντα) e non vocali (ἄφωνα); e direbbe che le vocali sono
gli elementi che tengono insieme gli altri all’interno della sillaba, e che le
non vocali sono gli elementi che, nella sillaba, sono tenuti insieme dalle
vocali. Come si vede, in queste definizioni ‘elemento’ e sillaba’ sono definiti
reciprocamente, e tuttavia senza circolarità. Gli elementi sono infatti definiti
in base al ruolo che giocano all’interno della sillaba, mentre la sillaba è
definita in base alle sue modalità di costruzione a partire dagli elementi. Fra
semplice e complesso, elemento e sillaba, nome e discorso, si stabilisce una
circolarità virtuosa, spesso esemplificata da modelli fonetici, che costituisce
una sorta di Leitmotiv nel pensiero dell’ultimo Platone.111

110
Per il significato dei termini appartenenti alla famiglia di ἀραρίσκω, (ἄρθτρον, ἅρμα,
ἁρμόζω, ἁρμονία), e per l’idea di ‘unità articolata’ che ne risulta, cfr. Laspia (1997:
15-31).
111
È qui, dunque, che si realizza compiutamente la «interrelationship view of kno-
wledge» giustamente rivendicata per Platone in Fine (1978); cfr. Bostock (1988:
243-250).

187
Studi di fonetica greca

Un esempio ancor più evidente della ‘circolarità virtuosa’ fra sillaba


ed elementi, si trova nel Politico (277e-278d), Qui si afferma che i bambini
cominciano a imparare a leggere (277e: τοὺς παίδας ὅταν ἄρτι γραμμάτων
ἔμπειροι γίγνωνται) «quando percepiscono come diverso ciascuno degli
elementi nelle sillabe più brevi e semplici, e divengono capaci di dire il vero
intorno ad essi» (277e: ὅτι τῶν στοιχείων ἕκαστον ἐν ταῖς βραχυτάταις
καὶ ῥᾴσταις τῶν συλλαβῶν ἱκανῶς διαισθάνονται, καὶ τἀληθῆ φράζειν
περὶ ἐκείνα δυνατοὶ γίγνονται). La stessa operazione va poi effettuata in
contesti via via più complessi; di fronte a due esempi di sillaba, uno semplice
(per esempio σω) e uno più complesso (per esempio στρω), bisogna essere
in grado di dire che «la stessa somiglianza e natura è presente in entrambi
gli intrecci» (278b:τὴν αὐτὴν ὁμοιότητα καὶ φύσιν ὲν ἀμφοτέραις οὖσαν
ταῖς συμπλοκαῖς ). Solo quando avranno imparato a riconoscere gli ele-
menti, discriminati dapprima nelle sillabe semplici, anche «nelle sillabe
grandi e non semplici» (278d: εἰς τὰς μακρὰς καὶ μὴ ῥᾳδίους συλλαβάς),
i bambini avranno imparato a leggere. Come si vede, il riconoscimento degli
στοιχεῖα avviene sempre su basi contestuali. E solo all’interno del pattern
fonetico e prosodico della sillaba che è possibile produrre e, inversamente,
riconoscere l’elemento.112 Ed è così che si genera la nozione stessa di ‘modello’
(παράδειγμα): riconoscendo l’identico nel diverso (278d). Delineata inizial-
mente in ambito fonetico, la nozione di ‘modello’ può, successivamente,
essere estesa agli ‘elementi e alle sillabe del tutto’.
È il caso di concludere ricordando il Filebo (18b-d), che contiene la più
sofisticata versione platonica di una classificazione fonetica tripartita, e co-
stituisce una radicale alternativa – o forse solo una cruciale integrazione 113 –

112
Lo stesso risulta da Tht. 207d-208a. L’esempio concerne la prima lettera dei nomi Thee-
teto e Theodoro. Se uno scrive il primo con ‘theta’ e il secondo con ‘tau’, vuol dire che
non conosce la prima sillaba del nome Theeteto, anche se l’aveva scritta giusta. in ogni
caso, il processo concerne l’intera sillaba, non la lettera isolata; non si capisce perché, vi-
sto che all’iniziale dei due nomi corrisponde uno e un solo grafema. L’esempio ha senso
solo se la sillaba è vista come unità fonetica minima: per individuare i suoi ingredienti
minimi l’orecchio deve essere guidato dall’occhio.
113
In questa alternativa si esprime il problema legato alla teoria degli εἴδη, e alla sua ri-
formulazione fra i dialoghi di mezzo e i dialoghi tardi. La teoria dell’εἶδος come unità

188
Capitolo 9. L’excursus fonologico del Teeteto e la testualità platonica

al già citato passo della Repubblica. Sono infatti le sole due occorrenze in
cui στοιχεῖον occorre con γράμμα (ed εἴδη), senza συλλαβή. Ma Filebo va
oltre, molto oltre la Repubblica. La definizione di στοιχεῖον è infatti enun-
ciata dopo una classificazione fonetica tripartita, e in termini che ricordano
molto da vicino le formulazioni del Sofista.
Phlb. 18b-d: ᾿Επειδὴ φωνὴν ἄπειρον κατενόησεν εἴτε τις θεὸς εἴτε καὶ
θεῖος ἄνθρωπος ὃς πρῶτος τὰ φωνήεντα ἐν τῷ ἀπείρῳ κατενόησεν
οὐχ ἓν ὄντα ἀλλὰ πλείω, καὶ πάλιν ἕτερα φωνῆς μὲν οὕ, φθόγγου δὲ
μετέχοντά τινος, ἀριθμὸν δέ τινα καὶ τούτων εἶναι, τρίτον δὲ εἶδος
γραμμάτων τὰ νῦν λεγόμενα ἄφωνα ἡμῖν· τὸ μετὰ τοῦτο διῄρει τά
τε ἄφωνα καὶ ἄφθογγα μέχρι ἐνὸς ἑκάστου, καὶ τὰ φωνήεντα καὶ τὰ
μέσα κατὰ τὸν αὑτὸν τρόπον, ἕως ἀριθμὸν αὐτῶν λαβὼν ὲνὶ τε καὶ
σύμπασι στοιχεῖον ἐπωνόμασε· καθορῶν δὲ ὡς οὐδεὶς ἡμῶν οὐδ’ ἂν
ἓν αὐτὸ καθ’ αὐτὸ ἄνευ πάντων αὐτῶν μάθοι, τοῦτον τὸν δεσμὸν αὖ
λογισάμενος ὡς ὄντα ἕνα καὶ πάντα ταῦτα ἓν πως ποιοῦντα μίαν ἐπ’
αὐτοῖς ὡς οὖσαν γραμματικὴν τέχνην ἐφθέγξατο προσειπών.. «Poi-
ché un dio, o un uomo divino, concepì la voce come una e indefinitamente
molteplice [...] colui che per primo concepì nell’indefinito le vocali come
non una ma molte, e ancora altri (elementi) partecipi di voce no, ma di un
certo qual suono, anch’essi in numero determinato, e come terza specie di
suoni quelli da noi ora detti ‘muti’ (non vocali); poi distinse le non vocali
e non sonore fino a individuarle una per una, e le vocali e le medie allo
stesso modo, fino a che, avendo determinato il loro numero, a ciascuno e
a tutti pose il nome di ‘elemento’ (στοιχεῖον); considerando che nessuno
di noi potrebbe mai imparare uno di questi in sé e per sé, senza tutti gli
altri, e concludendo che questo legame è uno, e li rende tutti, in qualche
modo, un’unità, una proclamò essere l’arte che se ne occupa, e la chiamò
‘arte del leggere e dello scrivere’».

È da sottolineare che la denominazione di στοιχεῖον non è attribuita


ai γράμματα se non in quanto ciascuno di essi incarna un’alternativa fon-

articolata, che emerge soprattutto a partire dal Sofista, è una radicale trasformazione, o
un’integrazione – sia pur cruciale – di quanto emerge dal Fedone e dalla Repubblica?
Il problema non può essere qui risolto; e forse non è neanche possibile risolverlo. Ma
è importante sottolineare che esso può essere posto ed indagato a partire dagli esempi
fonetici.

189
Studi di fonetica greca

damentale: φωνῆεν, μέσον o ἄφωνον. Gli στοιχεῖα non sono γράμματα,


ma εἴδη τῶν γραμμάτων. Sono tutte e sole le entità che, nel sistema fo-
netico, incarnano la tripartizione, che distingue non suoni in astratto, ma
ruoli all’interno della sillaba. Il nome di στοιχεῖον pertiene ai membri della
classe, «a ciascuno e a tutti» non in quanto essi vengano isolati in sé e per
sé, (αὐτὸ καθ’ αὑτό) ma proprio in quanto «nessuno di noi potrebbe im-
parare uno solo di essi in sé e per sé, senza tutti gli altri». Non si può parlare,
in senso proprio, di στοιχεῖον senza teorizzare questo “legame” (δεσμός)
«che è uno, e li rende tutti, in qualche modo, un’unità». Ora, è difficile
non pensare qui alle vocali del Sofista, che scorrono attraverso tutti gli altri
suoni “come un legame” (δεσμός). Il ‘legame’ del Filebo non dà dunque
vita a un sistema fonetico astrattο,114 ma si realizza compiutamente solo
nell’enunciazione vocale.
In conclusione, non sembra che Theuth, “dio o uomo divino”, abbia
inventato qui semplicemente l’alfabeto; ha, se mai, scoperto i principi di
classificazione della voce (φωνή), individuandone i dispositivi minimali di
produzione. Sono questi dispositivi che permettono di evocare la voce a
partire dal segno scritto, e viceversa, come impone la lettura di un testo in
scriptio continua. Senza voce, il sema non diventa noesis; 115 la decifrazione
non si trasforma in ‘riconoscimento’, in comprensione. Nel Filebo, Platone
ha compiutamente teorizzato le radici orali dell’alfabetizzazione.116

114
Per questo aspetto sistematico del Filebo cfr. Jakobson, Waugh (1984: 11-12).
115
Cfr. Nagy (1983).
116
Sull’invenzione dell’alfabeto greco, con notazione separata delle vocali, come sistema
ideale di trascrizione dell’esametro omerico, cfr. Robb (1992: 39-50).

190
Capitolo 10

La teoria secondo cui la voce proviene


dal cuore è stoica o aristotelica?

10.1
Nel secondo libro del De placitis Hippocratis et Platonis,1 Galeno riporta in
dettaglio, e confuta, tre formulazioni stoiche della teoria secondo cui la voce
proviene dal cuore. La prima è da Galeno attribuita a Zenone, la seconda a
Diogene di Babilonia, l’ultima a Crisippo. Le citazioni di Galeno appaiono
testuali, e sono la nostra principale fonte per una ricostruzione delle teorie
stoiche sulla voce:
Φωνὴ διὰ φάρυγγος χωρεῖ. Εἰ δὲ ἦν άπο τοῦ ἐγκεφάλου χωροῦσα,
οὐκ ἂν διὰ φάρυγγος ἐχώρει. ῞Οθεν δὲ λόγος, καὶ φωνὴ ἐκεῖθεν χω-

1
L’edizione di riferimento del De placitis, da cui citiamo, è Galeni De placitιs Hippocratis
et Platonis, edidit, in linguam anglicam vertit, commentatus est Ph. de Lacy, in Corpus
Medicorum Graecorum, ediderunt Academiae Berolinensis Hauniensis Lipsiensis, Be-
rolini 1980 (vol. Ι), 1981 (vol. ΙΙ), 1984 (commentario), cfr. V 4, 1, 2. Per le altre opere
di Galeno l’edizione di riferimento è Claudii Galeni Opera Omnia, editionem curavit
C.G. Kühn, Leipzig 1821-1833 (Hildesheim 1964-1965). Ringrazio la collega e amica Sa-
brina Grimaudo per i molti utili suggerimenti, e le stimοlanti discussioni, su Galeno e
la medicina di età imperiale.
Studi di fonetica greca

ρεῖ. Λόγος δὲ ἀπο διανοίας χωρεῖ, ὣστ’ οὐκ ἐν τῷ ἐγκεφάλῳ ἐστὶν ἡ


διάνοια. «La voce procede attraverso la trachea.2 Ora, se fosse provenien-
te dal cervello, non procederebbe attraverso la trachea. Donde procede il
linguaggio (logos),3 da lì procede anche la voce (phone) 4 . Ma il linguaggio
procede dal pensiero: quindi, il pensiero non si trova nel cervello».5

2
Che φάρυγξ sia qui da tradurre con “trachea”, non con “gola”, o, come altrove, con
“faringe”, si evince chiaramente da De plac. II 4 (CMG V 4, 1, 2, p. 126): Τῆς τραχείας
ἀρτηρίας, ἥνπερ δὴ καὶ φάρυγγα προσαγορεύομεν.... . Cfr. anche CMG V 4, 1,
2, p. 118: πρὸς τὴν φάρυγγα, δι’ἦς ἀναπνέομεν. .... Sulle difficoltà di traduzione di
φάρυγξ in questi contesti cfr. de Lacy, in CMG V 4, 1, 2, p. 627; Durling (1993: 300, s.
v. φάρυγξ). Come è noto, Galeno è il primo a introdurre una distinzione fra φάρυγξ
(“gola”, “faringe”, “trachea”) e λάρυγξ (“laringe”, intesa come organo della voce); cfr.
Baumgarten (1962: 113-116). Aristotele fa un uso ancora indifferenziato dei due termini,
come si evince, in particolare, da Arist. Hist. an. IV 9, 535 a 29 (φάρυγξ); 32 (λάρυγξ).
Cfr., al proposito, Lours (1956: 184); Louis (1964: 179); Barbotin (1966: 103).
3
In questi contesti abbiamo preferito rendere λόγος con “linguaggio”, anziché con “di-
scorso”, perché in questione è qui la facoltà di parlare, non la singola enunciazione. Nel
greco i due significati sono tuttavia indiscernibili. de Lacy, ad loc., traduce λόγος con
discourse; mentre Manuli (1986: 245-265), rende il termine con “parola” (Manuli (1986:
259)).
4
Non condividiamo qui la scelta di de Lacy, che traduce φωνή ora con speech (cfr. CMG
v 4, 1, 2, pp. 130; 131; passim), ora con voice (cfr. CMG V 4, 1, 2, pp. 119; 123; passim),
a volte persino nello stesso contesto (cfr., ad esempio, CMG V 4, 1, 2, p. 123). In linea
con tutta la tradizione medica precedente, Galeno usa invece φωνή nel senso tecnico
di “voce”, prodotta «dalla laringe (λάρυγξ), dai muscoli che la muovono e dai nervi
che collegano quei muscoli al cervello»; mentre διάλεκτος (come in Aristotele) o διά-
λεξις (come in Ippocrate) è la voce articolata, prodotta anche per mezzo della lingua
(γλῶττα); cfr. Gal. De plac. II 4 (CMG V 4, 1, 2, p. 124): ...ὑποδείξομέν σοι τὸ τῆς
φωνῆς ἴδιον ὄργανον, τὸν λάρυγγα, καὶ τοὺς κινοῦντας αὐτὸν μῦς καὶ τὰ τῶν
μυῶν ἐκείνων νεῦρα τὰ ἐξ ἐγκεφάλου καθήκοντα καὶ μετὰ ταῦτα τήν γλῶτταν,
ἕτερον ὄργανον οὐ φωνῆς, ἀλλὰ ἒξ διαλέκτου τε καὶ διαλέξεως. Cfr. Gal. De loc.
aff. VIII 266-272 Kühn; Arist. Hist. an. IV 9, 535 a 28-30; Hippocratis De carnibus 18,
in Œuvres complètes d’Hippocrate, traduction nouvelle avec le texte en regard, accompa-
gnée d’une introduction par É. Littré, Paris 1839-1861 (Amsterdam 1961-1962), cfr. VIII
606-608.
5
GAL De plac. II 5 (CMG V 4, 1, 2, p. 130 = V 241 Kühn). Il passo è tradotto e brevemente
commentato in Manuli 1986: 259-260).

192
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

Lo stesso argomento – continua Galeno – Diogene non lo sviluppa


con le stesse parole, ma a questo modo:
῞Οθεν ἐκπέμπεται ἡ φωνῆ, καὶ ἡ ἔναρθρος, οὐκοῦν καὶ ἡ σημαίνουσα
ἔναρθρος φωνὴ ἐκεῖθεν, τοῦτο δὲ λόγος. Καὶ λόγος ἄρα ἐκεῖθεν ἐκ-
πέμπεται ὅθεν καὶ ἡ φωνή. ῾Η δὲ φωνὴ οὐκ ἐκ τῶν κατὰ τὴν κεφαλὴν
τόπον ἐκπέμπεται ἀλλὰ φανερῶς ἐκ τῶν κάτωθεν μᾶλλον. ᾿Εκφανὴς
γοῦν ἐστι διὰ τῆς ἀρτηρίας διεξιοῦσα. Καὶ ὁ λόγος ἄρα οὐκ ἐκ τῆς
κεφαλῆς ἐκπέμπεται, ἀλλὰ κάτωθεν μᾶλλον. ᾿Αλλὰ μήν γε κἀκεῖνο
ἀληθές, τὸ τὸν λόγον ἐκ τῆς διανοίας ἐκπέμπεσθαι. ῎Ενιοι γοῦν καὶ
ὁριζόμενοι αὐτόν φασιν εἶναι φωνὴν σημαίνουσαν ἀπὸ διανοίας ἐκ-
πεμπομένην...καὶ ἡ διάνοια ἄρα οὐκ ἔστιν ἐν τῇ κεφαλῇ, αλλ’ ἐν τοῖς
κατωτέρω τόποις, μάλιστά πως περί τὴν καρδίαν. «Da dove è emessa
la voce, da lì anche la voce articolata; sicché anche la voce articolata e si-
gnificativa proviene dallo stesso luogo. Ma questa è linguaggio. Anche il
linguaggio, dunque, è emesso di lì donde è emessa anche la voce. Ora, la
voce non è emessa dalle regioni della testa, ma manifestamente da quelle
più in basso. È manifesto, infatti, che essa passa attraverso il condotto
tracheale. Anche il linguaggio, dunque, non è emesso dal cervello, ma da
più in basso. Ma certo è vero anche questo, che il linguaggio è emesso dal
pensiero. E infatti alcuni, anche definendolo, dicono che (il linguaggio)
è voce significativa emessa dal pensiero [...]. Anche il pensiero, dunque,
non si trova nella testa, ma nelle regioni più in basso, e soprattutto intorno
al cuore».6

Galeno rimprovera quindi al discorso di Zenone di essere troppo strin-


gato, a quello di Diogene di essere troppo prolisso: «così, se a quello ven-
gono a mancare alcune delle premesse necessarie, qui, invece, ce ne sono di
troppo».7 Ancor più prolisso è, invero, il discorso da Galeno attribuito a
Crisippo, che riportiamo qui solo in parte, per quello che ci interessa:
Εὔλογον δὲ εἰς ὃ γίγνονται αἱ ἐν τούτῳ σημασίαι καὶ ἐξ οὗ λόγος,
ἐκεῖνο εἶναι το κυριεῦον τῆς ψυχῆς μέρος. Οὐ γὰρ ἄλλη μὲν ἡ πη-
γὴ λόγου ἐστὶν ἄλλη δὲ διανοίας, οὐδὲ ἄλλη μὲν φωνῆς πηγὴ ἄλλη

6
Gal. De plac. II 5 (CMG v 4, 1, 2, p. 130 = v 241-242 Kühn).
7
Cfr. CMG v 4, 1, 2, p. 130.

193
Studi di fonetica greca

δὲ λόγου, οὐδὲ τὸ ὅλον ἁπλὼς ἄλλη φωνῆς πηγή ἐστιν ἄλλο δὲ τὸ


κυριεῦον τῆς ψυχῆς μέρος... τὸ γὰρ ὅλον ὅθεν ὁ λόγος ἐκπέμπε-
ται ἐκεῖσε δεῖ καὶ τὸν διαλογισμὸν γίγνεσθαι καὶ τὰς διανοήσεις καὶ
τὰς μελέτας τῶν ῥήσεων, καθάπερ ἔφην. Ταῦτα δὲ ἐκφανῶς περὶ
τὴν καρδίαν γίγνεται, ἐκ τῆς καρδίας διὰ φάρυγγος καὶ τῆς φωνῆς
καὶ τοῦ λόγου ἐκπεμπομένων. È ben detto 8 ciò da cui proviene il lin-
guaggio, e verso cui si indirizzano le significazioni in esso 9 quella sia la
parte dominante dell’anima. Non altra, infatti, è la fonte del linguaggio,
quella del pensiero, né altra è la fonte della voce, altra quella del linguag-
gio; insomma, la fonte della voce non è assolutamente altro che la parte
dominante dell’anima [...]. In generale, da dove proviene il linguaggio,
proprio lì devono prodursi anche il ragionamento, gli atti di pensiero e
le pratiche verbali, come ho affermato. Ora, queste cose si producono
evidentemente intorno al cuore; sono infatti emesse dal cuore attraverso
la trachea, la voce e il linguaggio 10 » .

Non potrebbero immaginarsi formulazioni più estreme della teoria


che concentra in u n unico organo tutte le funzioni vitali, oggi nota come
“monocentrsmo biologico”,11 né una più recisa affermazione della comune
origine di voce, linguaggio e pensiero.12 Ma il monocentrismo biologico
non nasce certo in Grecia con gli Stoici; né tantomeno inizia con loro la

8
Qui e nel seguito, traduciamo sempre εὔλογον con “ben detto” (e non con “ragione-
vole”), al fine di evidenziare che il significato primo di λόγος e derivati è “linguaggio”,
“discorso”, e non “ragione”.
9
Il passo è di difficile interpretazione, e sembra quasi dar ragione alle accuse di solecismo
tante volte mosse a Crisippo da Galeno (cfr., ad esempio, CMG V 4, 1, 2, pp. 138-140).
Con de Lacy (cfr. CMG v 4, 2, 1, p. 130 e relativo commento, p. 630), intendiamo
ἐν τούτῳ come riferito a λόγος, che occorre poco più avanti; per ragioni di senso, lo
abbiamo anteposto a ἐν τούτῳ nella traduzione.
10
Gal. De plac. II 5 (CMG v 4, 1, 2, p. 130 = v 242-243 Kühn).
11
Per i concetti di “monocentrismo biologico”, “cardiocentrismo”, “encefalocentrismo”,
e per il particolare ruolo che in quest’ambito riveste la teoria policentrica di Galeno, cfr.
Manuli, Vegetti (1977).
12
Per le ricadute che il monocentrismo biologico ha sulle teorie della voce e del linguaggio,
cfr. Laspia (1995: 89-1O1); Laspia (1996: spec. pp. 5-17); Laspia (1997: 51-69).

194
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

riflessione sulla voce.13 È dunque lecito domandarsi: la teoria secondo cui


la voce proviene dal cuore è davvero un’invenzione stoica? O gli Stoici se
ne sono, in realtà, appropriati, e l’hanno poi fatta circolare tradotta nei
loro termini? In questo caso, chi è il vero inventore della teoria? Galeno lo
conosce? E, se sì, perché tace?
Per rispondere adeguatamente a questi interrogativi, e per valutare il
ruolo che Galeno ha in questo giallo, conviene spendere qualche parola in
più sul De placitis. A dispetto del titolo, il Deplacitis Hippocratis et Platonis
è tutt’altro che un’opera di neutrale dossografia.14 Il suo argomento prin-
cipale è il grande tema comune alla medicina e alla filosofia. Si tratta, per
usare le parole di Mario Vegetti, «dello hegemonikon, cioè della struttura
gerarchica del complesso psicosomatico».15 Contro il cardiocentrismo dei
filosofi, e in particolare contro la sua versione stoica, ancora autorevolmente
circolante in età imperiale, Galeno propone un modello tripartito delle
facoltà corporee.16 La scelta è resa quasi obbligata dalle grandi scoperte della
biologia alessandrina: la differenza fra vene e arterie, la scoperta dei nervi,
prima confusi con tendini e legamenti, e la loro dipendenza dal cervello.17
Ma non sono I meri argomenti anatomici ad essere decisivi nella strategia

13
Tanto il cardiocentrismo, quanto la teoria della voce ad esso correlata, che han no la
loro akme scientifica in Aristotele, affondano le loro radici nella tradizione omerica. Cfr.
Laspia (1996); (1996a: 115-138); (2002: 471-488).
14
Il merito di averlo sottolineato va a Paola Manuli e Mario Vegetti. Cfr. Vegetti (1986:
227-244); Manuli (1986). La compianta Paola Manuli era la massima esperta italiana del
De placitis; ne stava curando la traduzione, quando è stata purtroppo interrotta da una
morte prematura.
15
Vegetti (1986: 227). Il saggio offre un ottimo quadro di insieme dei contenuti, delle
strategie e dei metodi argomentativi del trattato. Cfr. anche de Lacy, in CMG V 4, 1, 2,
pp. 49-52.
16
Cfr. ad esempio Gal. De plac. VI 1 (CMG v 4, 2, l, p. 360). Sui tre principi cfr. Vegetti,
Introduzione a Garofalo, Vegetti (1978: 9-50, spec. 43-45).
17
Su queste scoperte della medicina ellenistica, e sulla conseguente crisi della biologia mo-
nocentrica, cfr. Viano (1984: 299- 352, spec. 330). Bibliografia più recente in Manzoni
(2007).

195
Studi di fonetica greca

argomentativa del De placitis.18 Il trattato si impegna programmaticamente


a ricostruire una concordanza fra le due massime auctoritates da Galeno
riconosciute nell’ambito della medicina e della filosofia. Le autorità sono
Ippocrate, principe dei medici, e Platone, principe dei filosofi, e significativa-
mente rappresentato come suo seguace.19 Secondo Galeno, la verità emerge
proprio dalla concordanza fra queste due autorevoli fonti.20
Che la concordanza sia in massima parte fittizia, e dia luogo a una figura
ibrida e mitologica al pari della Chimera, non occorre più sottolinearlo.21
Anche il suo Ippocrate preso da solo, del resto, non è molto più credibile.22
Ma perché Galeno si inventa simili personaggi improbabili? La risposta non
è univoca. Si tratta, da una parte, di accreditare autorevolmente il modello
policentrico del corpo umano che Galeno fa valere contro il monocentrismo
dominante nelle epoche precedenti, e ai suoi tempi sostenuto soprattut-
to dagli epigoni della scuola stoica.23 Ma si tratta anche, e soprattutto, di
promuovere una rinnovata unità del sapere, che si esprime in un motto

18
È quindi verosimile che il trattato non si rivolga a un pubblico di specialisti, ma a una
sorta di élite intellettuale in senso lato. Su questo punto cfr., ancora una volta, Vegetti
(1986: 227-229).
19
9 È un ulteriore esempio del modo di argomentare di Galeno: la subordinazione della
filosofia alla medicina è incarnata in una dipendenza di Platone da Ippocrate. Per Pla-
tone seguace di Ippocrate cfr. Manuli (1977: 157-204); Vegetti, Introduzione a Garofalo,
Vegetti (1978: 23).
20
«La historia non è più soltanto chiamata a render testimonianza della theoria; essa ne
fornisce anche una prova, una legittimazione importante, perché la sottrae al tempo
[...], alla mutevolezza della soggettività. Il compito del presente può così venir pensato
come quello della conservazione e del restauro, non del progetto di un futuro», Vegetti
(1986: 241).
21
«Il De placitis Hippocratis et Platonis è un’opera in cui Galeno si propone di documen-
tare un’ipotesi storiografica per molti versi insostenibile [...]. La sostanziale omogeneità
di Ippocrate e di Platone a proposito del principio egemone e della tripartizione dell’a-
nima, sebbene argomentata in modo estremamente abile e raffinato nel ritaglio dei testi
e delle citazioni, rimane infatti una più o meno consapevole opera di falsificazione»,
Manuli (1986: 245).
22
Come è stato più volte, e con ragione, sottolineato, soprattutto da Vegetti e dalla sua
scuola: cfr. Vegetti (1983a: 113-137); ManuIi (1983: 471-481).
23
Cfr. ManuIi (1977). Ai sostenitori antichi (Aristotele) e nuovi (gli Stoici) del cardio-
centrismo Galeno riserva tuttavia, anche in sede di confutazione, un ben diverso tratta-
196
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

eloquente: «il miglior medico è anche filosofo».24 Il motto è icasticamente


rappresentato nella mitica figura di Ippocrate, e l’ordine, fra medicina e
filosofìa, non appare secondario. Assegnare alla medicina il ruolo di scienza
pilota, far rivivere in essa un’unità del sapere che la filosofia non è ormai più
in grado di incarnare, è infatti uno dei massimi obiettivi teorici di Galeno.25
Gli avversari contro cui si indirizza la pars destruens del De placitis non sono
quindi solo i sostenitori, amichi e nuovi, della teoria cardiocentrica 26 Come
invece ritengono Manuli e Vegetti nei loro già citati contributi specialistici
sul De placitis. ma anche i medici che non sono filosofi, e soprattutto i
filosofi che non sono medici: come chi, del tutto digiuno di anatomia, si
azzardi però a parlare di organi e di facoltà corporee.27 Il progetto scientifico
unificato che Galeno promuove ha inoltre una lingua ufficiale, il greco 28 ; ma
quello buono parlato dagli antichi, non quello ormai imbarbarito dell’impe-
ro.29 È praticabile solo in una civiltà ormai capillarmente alfabetizzata, che

mento, come qui ci sforziamo di dimostrare. E forse questo ha un ruolo non secondario
in un equivoco secola re nella storia delle teorie fonetiche.
24
È il programmatico titolo di una celebre opera di Galeno (Quod optimus medìcus sit
quoque philosophus): cfr. Gal. De opt. med. I 53-63 Kühn (trad. it. di I. Garofalo, in
Garofalo, Vegetti (1978: 91-101).
25
Il rovesciamento dei ruoli fra technai e philosophia in epoca tardoantica è stato evidenzia-
to da Isnardi Parente (1961: 257-296). Questo aspetto è ritenuto centrale da Vegetti, che
lo sottolinea spesso nei suoi numerosi contributi su Galeno. Sotto questo profilo, il con-
fronto con Aristotele si fa particolarmente delicato. Anche di qui, forse, l’“amore-odio”
che Galeno manifesta nei suoi confronti (così ManuIi, 1977: 174).
26
;
27
Secondo Galeno, questo è precisamente il caso di Crisippo. Pur pretendendo di di-
mostrare che il cuore è sede dell’ἡγημονικόν, e addentrandosi addirittura in fantasiosi
dettagli anatomici, Crìsippo ammette infatti di essere totalmente digiuno di anatomia
(cfr. Gal. De plac. I 6; CMG V 4, 2, 1, p. 80). Ben diverso, invece, il caso di Aristotele;
per una discussione più approfondita, cfr. oltre, § 3.
28
Utili ossevazioni in Edlow (1977). Per la diversa valutazione da Galeno data, in sede
linguistica, su Aristotele e gli Stoici, sì vedano, rispettivamente, le pp. 17-23 e 56-68. Per
il debito di Galeno nei confronti di Aristotele cfr. anche le pp. 32-48. Sul tema si veda
anche Vegetti (1986: 229; 243 nota 7); Manuli (1986: 262-263).
29
Fra le molte arcaizzazioni messe in atto da Galeno, questa non è secondaria; cfr. Manetti
(2003: 171-220).

197
Studi di fonetica greca

pratica la lettura dei testi antichi come fonte non secondaria di istruzione.30
Questo progetto ha infine un metodo e un’epistemologia di riferimento:
il metodo ipotetico-deduttivo che, se giunge a perfezione negli Elementi
di Euclide,31 affonda però le radici nella logica di Aristotele.32 Non a caso,
Galeno scrive nel De placitis: «dico infatti che sulla dimostrazione i migliori
scritti sono quelli dei fìlosofì antichi, ossia Teofrasto e Aristotele nei Secondi
Analitici» 33 .
Le carenze più gravi, su tutti e quattro i punti del suo programma di
ricerca, sono da Galeno nel De placitis imputate agli Stoici: in particolare,
come vedremo, a Crisippo. Non a caso, la polemica antistoica si estende
ininterrotta per i due terzi dell’opera (libri II-VI) ,34 e raggiunge contro

30
Cfr. Del Corso (2005: 49-61). Del resto, Galeno stesso scrive, nel De usu partium:
«Con le sue mani, tuttavia, l’uomo, animale politico e pacifico, scrisse leggi e costruì
altari e statue agli dèi [...], e lasciò scritti su di essi [...]. Per mezzo degli scritti e delle
mani ancor oggi ti è possibile avere rapporti con Platone, Aristotele, Ippocrate e gli altri
antichi» (Gal. De usu part. I 2; III 4-5 Kühn; trad. it. di L. Garofalo, in Garofalo,
Vegetti (1978:321). Secondo Anassagora (59 A 102 DK), l’uomo è intelligente perché ha
le mani; secondo Aristotele (Arist. De part. an. IV 10, 687 a 8 - b 5), al contrario, l’uomo
ha le mani perché è intelligente (sulla questione cfr. Lanza (1966: 175-185); Lanza, Vegetti
(1971: 532-533). Secondo Galeno, che appartiene ormai a una cultu ra compiutamente
alfabetizzata, l’uomo è intelligente, e ha le mani, perché (legge e) scrive.
31
Cfr. Vegetti (1985a:427-470), (anche in Vegetti (1983:151-191)). Per Vegetti, lo “stile eu-
clideo” trova il suo supporto teorico in una “metafisica influente”, in cui platonismo
e aristotelismo risultano fusi inestricabilmente; cfr. Vegetti (1985a: 481-487); Vegetti
(1983: 154-156); (1985a: 481- 487).
32
La venerazione quasi fanatica per gli scritti logici di Aristotele a cui Galeno dedica una
minuziosa opera di commento, come risulta dal De libris propriis - era del resto nell’aria
a quel tempo, come dimostra l’intera opera di Alessandro di Afrodisia. Sui rapporti fra
Alessandro di Afrodisia e Galeno, e sulla diversa valutazione che Galeno dà della logica
stoica e aristotelica, pur attingendo a piene mani da entrambe, cfr. Barnes (1989: 33-52);
per l’uso delle diverse tradizioni logiche cfr. anche Barnes (2003: 1-29).
33
Gal. De plac. II 1 (CMG v 4, I , 2, p. 104).
34
Per la polemica antistoica nel De placitis, cfr. Manuli (1988: 185-214 (soprattutto p. 214
nota 111)). Per u n diverso atteggiamento loro riservato in altre opere di Galeno, cfr.
Manuli (1993: 53-62).

198
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

Crisippo toni di asprezza inaudita.35 Quanto alle auctoritates, sarebbe in-


genuo pensare che queste siano limitate alle due figure a cui si intitola il
trattato. Perché, fra Ippocrate e Platone,36 in Galeno, c’è spesso di mezzo
Aristotele.37 Aristotele dunque, nel De placitis, è una figura ambigua e,
in un certo senso, scomoda. Come cardiocentrico, anzi, come padre del
cardiocentrismo, si situa fra gli avversari teorici. Come chi ha subordinato la
techne alla philosophia, lo è, forse, ancor di più. Ma Aristotele è, con Platone
- anzi, indiscernibilmente da Platone - una delle grandi autorità del passato.
E, come padre della logica, come «colui che ci ha insegnato a considerare
38
: la funzione e l’uso di ciascun organo», come inventore, insomma, di
una biologia filosofica - e di una filosofia biologica, come a volte si tende a
dimenticare 39 – Aristotele è, per Galeno, non di rado, la più diretta fonte di

35
«Tu, Crisippo, combatti contro te stesso, e Aristotele, e Platone, contro le opinioni di
tutti gli uomini e, quel che più conta, contro la natura stessa delle cose» (CMG V 4, 2,
I , p. 260). Si noti che qui Crisippo non combatte solo contro Platone, gli uomini tutti
e la verità, ma anche contro Aristotele.
36
Come è stato più volte sottolineato, il Platone di Galeno è indiscernibile da Aristotele;
cfr. Donini (1985: 353-374, spec. p. 359); Vegetti (1985a: 427-470, soprattutto pp. 435-
437). C. A. Viano attribuisce, per parte sua, a Galeno «il tentativo di ricostruire una
tradizione aristotelico-ippocratica unitaria», Viano (1984: 329).
37
Come hanno dimostrato Manuli e Vegetti l’esempio più eclatante di questa mediazione
sì trova proprio nel De placitis. Galeno individua infatti «Ìn un testo del De partibus
aristotelico il codice di compatibilità fra Natura dell’uomo e Timeo», Vegetti (1986: 234).
Il testo del De partibus è II 1, 646a 12- b 10, che nell’ottavo libro del De placitis funge da
codice di intertraduzione fra la teoria platonica degli elementi e la teoria ippocratea degli
umori. Per un resoconto dettagliato di questa spregiudicata opera di contaminazione,
cfr. Manuli (1986: 255-258).
38
Cfr. Gal. De plac. I 8 (CMG v 4, 1, 2, p. 92).
39
Oggi però, per fortuna, le cose stanno cambiando. Come “segno dei tempi” ci limite-
remo qui a citare due volumi miscellanei di grande interesse: Devereux-Pellegrin, 1990
(che contiene fra l’altro, alle pp. 494-511, un prestigioso contributo di René Thom), e
Kullmann, Föllinger (1997), con numerosi contributi pregevoli, fra cui quello di Ph. J.
van der Eijk.

199
Studi di fonetica greca

ispirazione.40 Questa premessa è necessaria, se si vuole intendere non solo


quanto Galeno dice, ma anche, e soprattutto, quanto non dice.

10.2
Sulla base dell’auctoritas di Galeno, gli studiosi moderni attribuiscono di
solito agli Stoici la teoria secondo cui la voce proviene dal cuore.41 Ma il suo
vero inventore è, in realtà, Aristotele, come ora cercheremo di dimostrare.
Nei suoi scritti, Aristotele afferma a più riprese che il cuore è principio
della voce. Le affermazioni più esplicite si trovano però là dove meno ce le
aspetteremmo, ossia nel De generatione animalium, il cui tema principale è
la riproduzione degli esseri viventi. Non meno decisivo è, in realtà, il celebre
excursus sulla voce di De anima II 8. Ma perché questo dato emerga, occorre
mettere a confronto il De anima con l’intero Corpus aristotelicum, e in
particolare con il complesso delle opere biologiche.
Cominciamo, intanto, dalle affermazioni esplicite. Nel quarto libro del
De generatione animalium si discute della natura dello sperma, e del suo
analogo femminile, le mestruazioni. Entrambi derivano, per Aristotele, dal
sangue; la loro origine è dunque nel cuore, principio del sangue e delle vene.
Ma il cuore è anche principio della voce. Da un cambiamento strutturale
del cuore, conseguente alla maturazione dello sperma, dipendono infatti le
alterazioni vocali caratteristiche della pubertà.
῎Εστι δὲ τό τε τῶν ἀρρένων περίττωμα καὶ τὰ καταμήνια τοῖς θή-
λεσιν αἱματικῆς φύσεως. Τούτου δ’ἀρχὴ καὶ τῶν φλεβῶν ἡ καρδία...
Διόπερ αἵ τε φωναὶ μεταβάλλουσι καὶ τῶν ἀρρένων καὶ τῶν θηλειῶν,

40
Come avviene, ad esempio, nel De usu partium, palesemente ispirato al De partibus ani-
malium. Per somiglianze - ma anche differenze - fra le due opere, cfr. Garofalo, Vegetti,
in Galeno (1973: 293-318). Sui rapporti fra Aristotele e Galeno, e sui debiti che il medico
di Pergamo contrae nei confronti dello Stagirira, la più dotta ed esaustiva disamina è in
Moraux (1984: 253-368). Un resoconto inedito delle convergenze fra Aristotele e Galeno
è acutamente tracciato da Viano (1985: 195-215).
41
Così, ad esempio, Ax (1986: in particolare, pp. 141-151).

200
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

ὅταν ἄρχωνται σπέρμα φέρειν (ἡ γὰρ ἀρχὴ τῆς φωνῆς ἐντεῦθεν· ἀλ-
λοῖα δὲ γίνεται ἀλλοίου γινομένου τοῦ κινοῦντος)... «Il residuo ma-
schile, e le mestruazioni femminili, sono di natura sanguigna. L’origine
del sangue e delle vene è il cuore [...]. Perciò anche le voci, sia dei maschi
che delle femmine, cambiano quando incominciano a produrre sperma.
Lì, infatti, è il principio della voce: essa si trasforma col trasformarsi di ciò
che la muove».42

Sull’argomento si torna più volte nel libro quinto, in cui è detto, a


proposito dei testicoli:

Οὕτω γὰρ καὶ ἡ τῶν ὀρχέων φύσις προσήρτηται πρὸς τοὺς σπερ-
ματικοὺς πόρους, οὗτοι δ’ἐκ τῆς φλεβός, ἧς ἡ ἀρχὴ ἐκ τῆς καρδίας
πρὸς αὐτῷ τῷ κινοῦντι τὴν φωνήν...«Allo stesso modo dunque anche
la natura dei testicoli è attaccata ai vasi spermatici, e questi si dipartono
dalla vena che ha origine nel cuore, accanto a ciò che muove la voce [...]».43

Al cuore come principio della voce si allude spesso in De generatione


animalium V 7, sia prima che dopo.44 Ma possibile che Aristotele ne parli
solo qui di passaggio, e passi invece la cosa sotto silenzio proprio là dove
invece definisce la voce?
Come è noto, il suono e la voce sono da Aristotele definiti in De anima
II 8. Prescindiamo in questa sede dal suono, e andiamo alla voce. Come
è stato più volte sottolineato, e come risulta chiaramente dall’incipit della
definizione, la voce, secondo Aristotele, è il suono prodotto da un essere
vivente per mezzo degli organi del suo apparato respiratorio: polmoni,
laringe e trachea-arteria.45

42
Arist. De gen. an. IV 8,776 b 10-18.
43
De gen. an. IV 7, 787 b 26-28.
44
Cfr. De gen. an. IV 787 b 17; 788 a 5-6; 15- 7; passim.
45
Il nostro termine “trachea” deriva dall’espressione greca τραχεῖα ἀρτηρία, che signi-
fica, letteralmente, “condotto ruvido”. L’espressione è in uso in tutta la tradizione
medico-biologica; per una descrizione dettagliata dell’organo in Aristotele cfr. Arist.
De part. an. III 3, 664 a 35 sgg. Come risulta da Arist. De an. II 8, oltre che dal De
partibus animalium, dall’Historia animalium e dal De respiratione, Aristotele usa spesso

201
Studi di fonetica greca

᾿Η δὲ φωνὴ ψόφος τίς ἐστιν ἐμψύχου· ...φωνὴ δ’ ἐστὶ ζῴου ψόφος,


καὶ οὐ τῷ τυχόντι μορίῳ. ᾿Αλλ’ ἐπεί πᾶν ψοφεῖ τυπτόντός τινος καί
τι καὶ ἔν τινι, τοῦτο δ’ ἐστὶν ἀήρ, εὐλόγως ἂν φωνοίη ταῦτα μόνα
ὅσα μόνα δέχεται τὸν ὰέρα. ...ὄργανον δὲ τῇ ἀναπνοῇ ὁ φάρυγξ· οὗ
δ’ ἕνεκα τὸ μόριόν ἐστι τοῦτο, πνεῦμων· ...«La voce è suono prodotto
da un essere vivente [...]: la voce, dunque, è suono prodotto da un ani-
male, e non con una parte qualunque del corpo. Ma, dato che il suono
si produce sempre urtando qualcosa contro qualcosa ed in qualcosa, e
quest’ultima cosa è l’aria, è ben detto che producano voce solo gli ani-
mali che respirano [...]. Organo della respirazione è la laringe; ciò a cui
quest’organo è finalizzato, è il polmone [...]».46

Sulla base di questo passo, e della sua concordanza con Historia anima-
lium IV 9,47 in cui Aristotele torna brevemente sulla definizione di “voce”,
i commentatori del De anima,48 e gli specialisti di fonetica aristotelica,49
hanno creduto di poter dedurre che gli organi produttori di voce sono per

come sinonimo il semplice ἀρτηρία (“condotto”). Più raro quest’uso in Galeno; dopo
Erasistrato, infatti, ἀρτηρίαι è ormai diventato il termine tecnico per “arterie”. Sulle
arterie nella medicina ellenistica, cfr. l’eccellente contributo di Viano (1984).
46
Arist. De an. II 8, 420 b 5-24.
47
Cfr. Arist. Hist. anim. IV 9, 535 a 27 sgg.: φωνὴ καὶ ψόφος ἕτερον ἐστι, καὶ τρίτον
διάλεκτος. Φωνεῖ μὲν οὖν οὐδενὶ τῶν ἄλλων μορίων οὐδὲν πλὴν τῷ φάρυγγι·
διὸ ὅσα μή ἔχει πλεύμονα, οὐδὲ φθέγγεται· διάλεκτος δ’ ἡ τῆς φωνῆς ἐστι τῇ
γλώττῃ διάρθρωσις. Τὰ μὲν οὖν φωνήεντα ἡ φωνὴ καὶ ὁ λάρυγξ ἀφίησιν, τὰ
δ’ἄφωνα ἡ γλῶττα καὶ τὰ χείλη· ἐξ ὧν ἡ διάλεκτος ἐστιν. «La voce e il suono
sono due cose diverse, e una terza è la voce articolata. Si produce voce per mezzo di
nessun’altra arte del corpo se non della laringe; per questo, se gli animali non hanno il
polmone, non fanno udir voce. La voce articolata è invece articolazione della voce per
mezzo della lingua. Le vocali le emettono voce e laringe, le non-vocali lingua e labbra;
e da queste (due componenti) deriva la voce articolata». Su questa definizione, cfr. i
nostri già citati lavori, e quelli altrui citati per esteso alla nota 49.
48
Almeno tutti quelli a noi noti, salvo Movia, che in una nota a De an. II 8, 420 b 28
(ὑπὸ τῆς ἐν τούτοις τοῖς μορίοις ψυχῆς) precisa: «negli organi fonatori e respira-
tori, e principalmente nel cuore», Movia (2001: 275 nota 198). Da questa opportuna
precisazione l’autore non trae, però, esplicite conclusioni sul dispositivo di produzione
della voce.
49
Così Paconcelli Calza (1942); Belardi (1975: 49-63); Ax (1978: 245-271); Ax (1986: 119-137);
Zirin (1980: 325-347); e, più recentemente, Labarriere (2004: 19-59).

202
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

lui esclusivamente polmoni, trachea e laringe. Ora, questa è solo una mez-
za verità. Polmoni, trachea e laringe sono, sì, gli organi di cui si compone
l’apparato respiratorio; e quest’ultimo è responsabile, come si è visto, della
produzione di voce. Ma, secondo Aristotele, l’apparato respiratorio ha il
suo principio di movimento nel cuore; 50 e la respirazione è, di conseguenza,
un fenomeno cardiaco.51
Se è principio assoluto di tutti i movimenti respiratori, e governa la
respirazione stessa, il cuore, per Aristotele, dev’essere anche principio della
voce. E difatti, è proprio quanto si afferma nel De generatione animalium.
Ma perché simili affermazioni non si ritrovano anche nell’Historia anima-
lium? E soprattutto, perché Aristotele non lo dice – ammesso che non lo
dica – nel De anima?
Che Aristotele non alluda al principio della fonazione nell’Historia ani-
malium è naturale; stupirebbe, se mai, il contrario. L’Historia animalium è
infatti un “inventario”, una “collezione di fatti”, la cui spiegazione si trova
in primo luogo nel De partibus animalium 52 ; e più latamente nel comples-
so delle opere biologiche. Ma il De anima, il grande trattato sulla vita, è,
di fatto, un’introduzione teorica alla biologia aristotelica 53 ; e proprio qui
Aristotele definisce la voce. Ci aspetteremmo dunque nel De anima, più
che altrove, una definizione di “voce” carica di teoria: che chiarisca, magari,
i termini del rapporto fra fonazione e significato.
Forse non siamo poi troppo lontani dal vero. La definizione di voce del
De anima, infatti, non si esaurisce con la citazione precedente; ma continua
nel modo che segue:

50
Cfr. Arist. De part. an. III 3, 664 b 15-20, citato sotto a proposito del cuore.
51
Cfr. Arist.. Iuv. et sen. 26, 479 b 17-19: τρία δ’ ἐστὶ τὰ συμβαίνοντα περὶ τὴν καρ-
δίαν, ...πήδησις καὶ σφυγμὸς καὶ ἀναπνοή («tre sono i fenomeni relativi al cuore, ...
palpitazione, battito e respirazione»).
52
Cfr. Arist. De part. an. I 1,639 b 7-10. Su questo punto c’è ampio accordo fra gli
studiosi; per una discussione dettagliata, cfr. Lanza, Vegetti (1971: 80).
53
Su questo aspetto insiste opportunamente Movia (2001: 7-11). Anche Lanza, Vegetti
(1977) includono nel volume un prospetto del De anima (pp. 1239-1275).

203
Studi di fonetica greca

δεῖται δὲ τῆς ἀναπνοῆς καὶ ὁ περὶ τήν καρδίαν τόπος πρῶτος. διὸ
ἀναγκαῖον εἴσω ἀναπνεόμενον εἰσιέναι τὸν ἀέρα. ὥστε ἡ πληγὴ τοῦ
ἁναπνεομένου ἀέρος ὑπο τῆς ἐν τούτοις τοῖς μορίοις ψυχῆς πρὸς
την καλουμένην ἀρτηρίαν φωνή ἐστιν. οὐ γαρ πᾶς ζῴου ψόφος φω-
νή, καθάπερ εἴπομεν (ἔστι γὰρ τῇ γλώττῃ ψοφεῖν καὶ ὡς οἱ βήττον-
τες) ἀλλὰ δεῖ ἔμψυχόν τε εἶναι τὸ τύπτον καὶ μετὰ φαντασίας τινος·
σημαντικός γὰρ δή τις ψόφος ἐστὶν ἡ φωνή... «Ha dunque bisogno
della respirazione anche la regione che circonda il cuore.54 Per questo
è necessario che penetri dentro il corpo l’aria inspirata. Pertanto, l’urto
dell’aria inspirata contro le pareti della trachea-arteria, ad opera dell’anima
che ha sede in quelle parti, è voce. Non ogni suono emesso da un animale è
voce, secondo quanto affermiamo – è infatti possibile produrre suono con
la lingua, o come chi tossisce – ma chi produce l’urto dev’essere animato,55
e deve produrlo insieme con una certa immagine mentale: la voce, infatti,
è propriamente un suono significativo».56

54
La fisiologia dei processi respiratori, e la loro finalità, è diffusamente descritta da Ari-
stotele nel trattato De iuventute et senectute, de vita et morte, de respiratione. Nono-
stante il tradizionale statuto di opera minore, si tratta di uno dei trattati teoricamente
più impegnativi di Aristotele: vi si tratta infatti del “calore vitale”, ossia dei processi me-
tabolici che stanno a fondamento della vita. In sintesi, il cuore è fonte della συμφυὴς
θερμότης, che per sua natura tenderebbe ad aumentare indefinitamente, provocan-
do l’autocombustione dell’organismo. La respirazione limita questa tendenza tramite
l’immissione di aria fredda dall’esterno. Si tratta di una vera e propria reazione di au-
tobilanciamento, che permette di mantenere in larga misura costante l’equilibrio ter-
mico dell’organismo. Non a caso, il plesso cuore-polmoni viene qui presentato come
un unico organo (Arist. Iuv. et sen. 7, 480 a 15 sgg.). Nella descrizione di questi “cir-
coli virtuosi”, la biologia aristotelica mostra una sorprendente analogia con i processi
descritti da Maturana, Varela (1980). Un quadro convincente dei processi respiratori, e
di queste analogie, in Quarantotto (2005: 310-322). Sul tema cfr., inoltre, Preus (1975);
Freudenthal (1995); King (2001).
55
Leggiamo qui ἔμψυχον con i mss., non ἔμψοφον in base alla congettura di Torstrik
poi accolta da Ross. Così Iannone, in Barbotin – Iannone (1966: 57); Hamlyn (1993:
33), e molti traduttori italiani, come Laurenti (1973: 515), e Movia (2001: 165).
56
Arist. De an., II 8,420 b 25 - 421 a 1. Molto opportunamente Hamlyn, nel rigettare
la congettura di Torstrik-Ross, e restaurando la lezione tradita ἔμψυχον, sottolinea la
connessione del requisito dell’agente animato (δεῖ ἔμψυχόν τε εἶναι τὸ τύπτον) con
il requisito di sernanticità della voce (σημαντικὸς γὰρ δή τις ψόφος ἐστὶν ἡ φω-

204
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

Le linee immediatamente successive non sono, ai nostri fini, prive di


interesse, ma riguardano la dinamica, non gli agenti di produzione della
voce.57 È in primo e
luogo da sottolineare la coincidenza letterale fra questo passo e le defi-
nizioni di voce da Galeno atribuite a Diogene di Babilonia e a Crisippo. In
entrambi ricorre infatti, proprio come nel De anima, l’espressione «intorno
al cuore» (περὶ τὴν καρδίαν).58 Si tratta di un caso? Se poi gli agenti di
produzione della voce sono polmoni, trachea e laringe, che c’entra qui il
cuore? Aristotele, come è noto, non è autore prolisso, né solito parlare a
sproposito. Che cosa sta cercando di dirci?
Per risolvere il problema, è cruciale rispondere alle seguenti domande:
chi è «l’anima che ha sede in quelle parti», che Aristotele qui identifica con
il primo motore della voce? E in che modo la voce, suono significativo, può
prodursi unitamente a una rappresentazione mentale (φαντασία) 59 ?
Giova anzitutto ricordare che, nell’incipit del libro li del De anima,
l”’anima” (ψυχή) è definita «atto primo di un corpo naturale avente la vita
in potenza».60 Secondo questa definizione, l’anima non è altro che la vita,
in atto, del vivente. Non esistono di conseguenza, per Aristotele, anime o
spiriti disincarnati. Qualunque anima è atto di un corpo; e il suo principio
si incarna in un organo corporeo.61

νή), eliminando, come anche noi qui, le parentesi uncinate apposte da Ross intorno
all’espressione σημαντικός γὰρ ... ἡ φωνή.
57
Cfr. Arist. De an. II 8,421 a 1-6, in cui si dice che la fonazione avviene non inspirando
né espirando, ma trattenendo l’aria. Si tratta di un’osservazione non secondaria per la
ricostruzione di una teoria aristotelica della voce, e di essa restano echi nel anche De usu
partium; non è il caso però di trattarne qui in dettaglio.
58
Per questa locuzione in Aristotele, cfr. anche Arist. De motu an. 7, 701 b 28.
59
Un recente e particolarmente apprezzabile contributo sulla φαντασία è quello di Frede
(1992: 279-296); cfr. anche Schofield (1992: 249-277). Sul ruolo della φαντασία nella
definizione di voce del De anima cfr. Lo Piparo (1988: pp. 83-101).
60
Arist. De an. 1, 412 a 27-28: διὸ ἡ ψυχή ἐστιν ἐντελέχεια ἡ πρώτη σώματος
φυσικοῦ δυνάμει ζωὴν ἔχοντος. τοιοῦτον δὲ ὃ ἂν ᾗ ὀργανικόν.
61
Sulla fisicità dell”’anima” aristotelica un vero e proprio apripista è stato l’epocale studio
di Kahn (1966: 43-81, ripubblicato in Barnes, Schofield, Soabji (1979: 1-31); cfr. anche,
nello stesso volume, i contributi di J. Barnes e di R. Sorabji. Fra i contributi piò recenti

205
Studi di fonetica greca

Ora, quale sia, per gli animali dotati di sangue, questo principio, che
è l’origine stessa della loro natura, è detto esplicitamente in De partibus
animalium III 3 e 4. Il trattato presenta infatti una serie di descrizioni del
cuore di crescente forza ed impatto, scientifico e retorico.
A proposito della localizzazione del cuore:
῾Η μὲν γὰρ καρδία ἐν τοῖς ἔμπροσθεν καὶ ἐν μέσῳ κεῖται, ἐν ᾗ τὴν ἀρ-
χήν φαμεν τῆς ζωῆς καὶ πάσης κινήσεώς τε καὶ αἰσθήσεως ..., ὁ δὲ
πλεύμων κεῖται οὗ ἡ καρδία καὶ περὶ ταύτην· ἡ δ’ἀναπνοὴ διὰ τε τοῦ-
το καὶ διὰ τὴν ἀρχὴν τήν ἐν τῇ καρδίᾳ ἐνυπάρχουσαν. ῾Η δ’ ἀναπνοή
γίνεται τοῖς ζῴοις διὰ τῆς ἀρτηρίας· ὥστ’ ἐπεὶ τὴν καρδίαν ἐν τοῖς
ἔμπροσθεν πρώτην ἀναγκαῖον κεῖσθαι, καὶ τὸν φάρυγγα καί τὴν ἀρ-
τηρίαν πρότερον ἀναγκαῖον κεῖσθαι τοῦ οἰσοφάγου. «Il cuore, nel
quale affermiamo essere il principio della vita e di ogni movimento e sensa-
zione, giace anteriormente e in mezzo [...]. Il polmone giace proprio dove
sta il cuore, e lo circonda; la respirazione è causata da esso [sc. il polmone]
e dal principio insito nel cuore. La respirazione si produce negli animali
attraverso la trachea. Quindi, dato che il cuore è, per necessità, il primo
organo che si trova sul davanti, anche la laringe e la trachea si trovano per
necessità in posizione anteriore rispetto all’esofago».62

Il passo è ai nostri fini cruciale, per più ragioni. In primo luogo, esso
afferma
che il cuore è sede della vita, della sensazione e del movimento locale; gli
ultimi due requisiti sono proprio quelli richiesti da Galeno perché un organo

è da segnalare il dotto e circostanziato studio di Van der Eijk (1997: 231-258). Non con-
cordiamo però con l’Autore quando afferma: «although in later doxographic literature
Aristotle is always credited with holding a cardiocentristic view on the seat of the in-
tellect, there is surprisingly little in his work so confirm this interpretation» (248 nota
65). Che Aristotele non parli di un νοερὸς τόπος se non nei Problemata, forse non
suoi, non stupisce, perché questo non è il suo vocabolario. Ma la sede dell’intelligenza
corporea può essere nondimeno localizzata, perché coincide con la sede della sensazione
e dell’immaginazione (cfr. Arist. De motu an. 6, 700 a 19-20: καὶ γὰρ ἡ φαντασία καὶ
ἡ αἴσθησις τὴν αὐτὴν τῷ νῷ χώραν ἔχουσιν). La questione del νοῦς θύρατεν non
può essere qui, ovviamente, neanche sfiorata. Sulla vexata quaestio interessante ci pare
la posizione di Kahn (1992: 359-379).
62
Arist. De part. an. III 3, 665 a 10-13.

206
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

sia riconosciuto come sede dell’ἡγεμονικόν. Galeno, dunque, attinge a


piene mani da Aristotele, e proprio per una teoria della voce. In secondo
luogo, la respirazione - e quindi, implicitamente, tutti i fenomeni ad essa
conseguenti, come la voce - sono fatti dipendere, non solo dai polmoni, ma
anche «dal principio della respirazione insito nel cuore». In terzo luogo,
che polmoni, trachea e laringe siano tutti contigui fra loro e con il cuore,
è qui presentato come un fatto necessario (ἀναγκαῖον). Per quale ragione
ciò sia necessario, Aristotele non lo dice. Ma in base alla sua teoria della
respirazione – e soprattutto della fonazione – non è difficile intenderlo.
Ma andiamo avanti. Il cuore è principio delle vene:

Καρδία μὲν οὖν ἅπασιν ὑπάρχει τοῖς ἐναίμοις·... ὑγροῦ δ’ ὄντος τοῦ
αἵματος ἀναγκαῖον ἀγγεῖον ὑπάρχειν, ἐφ’ ὃ δὴ καὶ φαίνεται μεμηχα-
νῆσθαι τὰς φλέβας ἡ φύσις. ᾿Αρχὴν δὲ τούτων ἀναγκαῖον εἶναι μίαν·
ὅπου γὰρ ἐνδέχεται, μίαν βέλτιον ἢ πολλάς. ῾Η δὲ καρδία τῶν φλε-
βῶν ἀρχή. «Il cuore è presente in tutti i viventi dotati di sangue [...].
Dato che il sangue è liquido, è necessario che stia in un recipiente; ed è
proprio a tal fine che sembra sia stata architettata la natura delle vene. Il
principio di queste è necessario che sia unico: ove possibile, uno è infatti
meglio che molti. Il cuore è principio delle vene».63

Si noti che la formulazione riprende da vicino la celebre chiusa del libro


Λ della Metafisica, a proposito dell’unicità del principio dell’universo 64 : e
l’argomento, ad Aristotele, era caro non poco.
E ancora, il cuore è sia fonte che ricettacolo primo del sangue:

αὕτη γάρ [sc. ἡ καρδία] ἐστιν ἀρχὴ ἢ πληγὴ τοῦ αἴματος καὶ ὑποδοχὴ
πρώτη. «Esso [sc. il cuore] è sia fonte o principio del sangue, sia suo primo
ricettacolo».65

63
Arist. De part. an. III 4, 665 b 9-16.
64
Arist. Metaph. A 10, 1076 a 4: οὐκ ἀγαθὸν πολυκοιρανίη· εἷς κοίρανος. Cfr. Hom.
Il. II v. 204.
65
ARISTOT. De part. an. III 4, 666 a 7-8.

207
Studi di fonetica greca

Il cuore si dimostra così “l’alfa e l’omega”, il principio e la fine, di tut-


ti i processi metabolici nei viventi dotati di sangue, realizzando la tipica
circolarità (virtuosa) propria di questi processi.
Il cuore, quindi, «è come un principio della natura per gli esseri dotati
di sangue»:
ἡ καρδία φαίνεται... ὡς ἀρχὴ τῆς φύσεως τοῖς ἐναίμοις οὖσα.66

Infine, secondo la formulazione più forte, e ai nostri fini conclusiva, del


trattato:
῾Η δὲ καρδία, καθάπερ εἴπομεν καὶ πρότερον, οἷον ζῷόν τι πέφυκεν
ἐν τοῖς ἔχουσιν. «Il cuore, come dicevamo anche prima, è come un
vivente negli organismi che lo possiedono».67

È dunque chiaro ormai chi, o che cosa, sia da intendere con la bizzarra
locuzione «l’anima sita in quelle parti» (De anima II 8, 420 b 28). Bizzarra
per noi, ma non per Aristotele. Si tratta del cuore, “vivente nel vivente”. In
esso è posto infatti il principio motore, ossia l”’anima”, di tutto il corpo, e, a
fortiori, delle regioni pericardiali. Il principio di movimento insito nel cuore
è, quindi, il primo agente di produzione della voce. Ma è anche il respon-
sabile primo della sua semanticità. La φαντασία infatti, che è capacità di
riprodurre, in absentia, le unità sensibili: elaborate dal sensorium commune
e, negli uomini, funge anche da codice di intertraduzione fra sensibilità
e pensiero,68 è un prodotto del κοινὸν αἰσθητήριον.69 Ma questo, a sua

66
Arist. De part. an. III 4, 666 a 20-22.
67
Arist. De part. an. III 4, 666 b 16-17. Ulteriori, cruciali precisazioni sull’argomento, che
vanno in questa direzione, in Arist. De motu an. 9-10, ove egli afferma che l’anima non
si identifica con la parte del corpo in cui ha sede, perché un’estensione non può essere
insieme uno e molti, come accade invece a un principio (cfr. Arist. De motu an. 10, 703
a 2-3). Ecco perché Aristotele, nel De anima, non parla del cuore, ma dell’«anima sita
in quelle parti».
68
Cfr. Arist. De an. III 3,428 a I sgg.; 8, 432 a 10 sgg.; 10,433 a 9 sgg.; 11; e i Parva naturaila,
per intero (in particolare il De memoria et reminiscentia e il De somno et vigilia).
69
Cfr. Arist. Mem. et rem. 1, 450 a 10-12: καὶ τὸ φάντασμα τῆς κοινῆς αἰσθήσεως
πάθος ἐστὶν· ὥστε φανερὸν ὅτι τῷ πρώτῳ αἰσθητικῷ τούτων ἡ γνῶσίς ἐστιν.

208
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

volta, è localizzato nel cuore, principio della sensazione.70 L’«anima sita


in quelle parti», che come ogni principio, per Aristotele, è insieme uno e
molti,71 produce dunque, simultaneamente e indiscernibilmente, fonicità
e semanticità; è, insieme, origine della φαντασία e primo impulso di pro-
duzione della voce.72 Ecco perché la voce non è solo un rumore occasionale
degli organi respiratori, come un colpo di tosse, ma è invece “un suono
significativo”.73
L’autore della teoria secondo cui la voce proviene dal cuore si rivela
ormai, senza alcun dubbio, Aristotele.74 In questo campo, gli Stoici non
hanno inventato un bel nulla. Si sono limitati a riformulare nei loro ter-
mini una teoria già esistente; fornendone, fra l’altro, una versione molto
banalizzata. A questa conclusione, però, si giunge solo facendo interagire il
De anima con il De generatione animalium, con il complesso delle opere
biologiche, e più latamente con l’intero Corpus aristotelicum.
Da questo esempio possono esser tratte, a nostro avviso, conclusioni
di natura più generale, che riguardano la natura della testualità aristotelica,
e il modo in cui affrontarla. Aristotele va letto o tutto, o niente. I suoi

Sulla localizzazione del κοινὸν αἰσθητήριον nel cuore, cfr., oltre che il più volte cita-
to Manuli, Vegetti (1977), anche Manzoni (2007: 70-85). Sul cuore come principio di
movimento, cfr. Manzoni (2007: 86-91).
70
Oltre ai numerosi passi già citati, cfr. anche Arist. De somno et vig. 2, 455 b 15 sgg., in
particolare 456 a 20-21.
71
Cfr. Arist. De motu an. 1, 698 a 18-20; 8, 702 b 22-24; passim. Cruciale, ai nostri fini,
la formulazione in 9, 702 b 25-26: τὸ δὲ μέσον τοῦ σώματος μέρος δυνάμει μὲν ἕν,
ἐνεργείᾳ δ’ ἀνάγκη γίνεσθαι πλείω («la parte mediana del corpo, in potenza è uno,
ma in atto è necessario che divenga molti»). Il riferimento è al cuore. Cfr. Arist. De
motu an. 10, 703 a 14-15: ἡ δ’ ἀρχὴ τοῖς μὲν ἐν τῇ καρδίᾳ τοῖς δὲ ἐν τῷ ἀναλόγῳ
(«il principio, per alcuni [sc. i viventi che hanno sangue] è nel cuore; per altri è nel suo
analogo»).
72
Cfr. Laspia (1995); (1996: 5-17); (1997: 51-69).
73
Cfr. Arist. De an. II 8, 420 b 32-33.
74
Sulla base, soprattutto, dei passi del De generatione animalium, lo studioso latinoame-
ricano Eduardo Sinnott, unico, con noi, fra gli interpreti moderni, ha riconosciuto nel
cuore il primo agente di produzione della voce. Cfr. Simmott (1989: 61-64 e note rela-
tive). La medesima ipotesi è stata da noi formulata in una tesi di laurea rimasta inedita
(La fonologia in Aristotele, 1985), e poi nelle pubblicazioni già citate.

209
Studi di fonetica greca

criteri di testualità, e di specializzazione delle scienze, non coincidono con i


nostri. Aristotele non è, a nostro avviso, l’inventore del moderno trattato
specialistico, ma l’ultimo grande pensatore totale dell’antichità.75 L’unica
opera che egli abbia scritto, anche se non pubblicato nel senso moderno del
termine, è il suo intero Corpus. Il Corpus aristotelicum si configura così come
un vero e proprio universo di discorso. Le singole opere che lo compongono
non possono essere lette ciascuna per sé, né tantomeno considerate come
testi in sé conclusi e autosufficienti.
Non va inoltre dimenticato che di Aristotele ci sono giunte quasi esclu-
sivamente le opere esoteriche, cioè appunti di lezioni destinate alla scuola.76
Anche per questo, Aristotele, a differenza degli Stoici, non enuncia quasi
mai in modoesplicito tutti i termini del problema che sta esaminando, né
tantomeno fornisce la sua soluzione. Di qui, molte oscurità che noi mo-
derni incontriamo nella sua lettura.77 Un esempio cruciale è, in tal senso,
la conclusione di Metafisica Z 17 . È il famoso passo in cui si dice che la
sillaba non è uguale alla somma degli elementi che la compongono, ma è
anche “qualche altra cosa”: ma non si dice, appunto, che cosa.78 Il fatto è
che Aristotele, come Socrate e Platone è, a suo modo, maieutico. Nella mag-
gior parte dei casi, dunque, si limita ad enunciare i termini di un problema,
perché l’allievo possa poi trarre da sé le sue conclusioni.
In definitiva, Aristotele è, a nostro avviso, un autore in cui pesa ancora
molto la tradizione dell’insegnamento orale.79 E, se anche è stato un “letto-
re”,80 non per questo va considerato un topo di biblioteca o un letterato.

75
Ho argomentato questa tesi in Laspia (1997: soprattutto 79-80), e più recentemente in
Laspia (2005), (2018), (2018a).
76
Cfr. Düring (1966: 43-60).
77
Secondo una colorita formulazione di Barnes (2002: 7), leggere i trattati aristotelici sa-
rebbe «come ascoltare Aristotele che bisbiglia fra sé e sé». Cfr. anche Manzoni (2007:
73-74).
78
Cfr. Arist. Metaph. Z 17, 1041 b 16 sgg; nonché, sul tema, Laspia (2008: 219-228).
79
Anche se l’opinione opposta sembra oggi prevalente, cfr., ad esempio, M. Vegetti (1992:
177-218); e, più recentemente, Trabattoni (2005: 139-151); Sbardella (2005: 67-68).
80
᾿Αναγνωστής era infatti soprannominato Aristotele nel Peripato, per la strana abi-
tudine di leggere da sé, piuttosto che farsi fare lettura da un schiavo. Per la tradizione

210
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

Da qui, derivano, forse, alcune delle difficoltà che noi abbiamo a capirlo;
attribuendo, magari, ad altri teorie che, in realtà, sono sue.

10.3
Resta ancora da stabilire perché Galeno attribuisca agli Stoici, e non ad
Aristotele, la teoria secondo cui la voce proviene dal cuore. Formuliamo,
qui di seguito, alcune ipotesi:
(a) Come è noto, il Περὶ φωνής, ossia il trattato da Galeno dedicato
alla voce, è andato perduto. Nulla vieta, dunque, che in quella sede Galeno
attribuisse ad Aristotele la paternità della teoria.81
(b) È altresì da tener presente che lo stesso De placitis Hippocratis et
Platonis, ci è giunto acefalo. Al principio del libro I, proprio prima della
parte mancante, Galeno confuta appunto Aristotele, e la sua teoria secondo
cui il cuore è principio dei nervi. Non è dunque da escludere che il perduto
incipit del De placitis contenesse un accenno alla teoria aristotelica della
voce.82
(c) La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore non è introdotta
da Galeno in De placitis II 5 contestualmente alle citazioni degi Stoici, ma
prima, in forma anonima, nel capitolo precedente. È in quel contesto che,
pur confutandola, Galeno sembra prendere la teoria più sul serio; ed è lì
che egli descrive, in contrapposizione, la propria teoria della voce. Galeno,
quindi, non attribuisce affatto agli Stoici la paternità della teoria. Anzi,
dal contesto di De placitis. II 4 sembra addirittura di poter dedurre che
Galeno si rivolga qui a interlocutori più validi, e soprattutto più informati
in materia di anatomia.

dell’aneddoto cfr. Düring (1966:15-17); per la sua interpretazione cfr. Vegetti (1992: 180);
Trabattoni (2005: 139-142); Laspia (1997: 133).
81
Per una ricostruzione dei contenuti del De voce di Galeno, cfr. Baumgarten (1962), che
non può tuttavia aiutarci molto su questo punto.
82
Tale ipotesi non è tuttavia suffragata dalla dettagliata ricostruzione che de Lacy tenta dei
capitoli mancanti del De placitis, soprattutto sulla base di traduzioni arabe; cfr. CMG
V 4, 2, 1, pp. 44-46, 64-77.

211
Studi di fonetica greca

(d) Le tre formulazioni da Galeno letteralmente riportate, e poi confu-


tate con minuziosa ferocia, in De placitis II 5, sono criticate non solo dal
punto di vista dei contenuti, ma assai di più per la forma logica delle argo-
mentazioni e per le improprietà di linguaggio. Ora, se molto, nei contenuti
delle teorie stoiche della voce, risale proprio ad Aristotele, proprio nulla di
lui rimane nella veste linguistica e argomentativa delle loro formulazioni;
né Galeno, su questi punti, avrebbe criticato Aristotele.
(e) Infine, Galeno afferma esplicitamente che Aristotele è il padre della
teoria cardiocentrica. Ora, la teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è,
appunto, un corollario del cardiocentrismo. Galeno sapeva quindi benissi-
mo chi era l’inventore della teoria. Se tace il nome di Aristotele è, da una
parte, per non fare di tutta l’erba un fascio - nel panorama teorico di Gale-
no, e in particolare nel De placitis, Aristotele e gli Stoici ricoprono infatti
posizioni ben diverse -, dall’altra, forse, per quella sorta di “amore-odio” 83
che lo porta, in tante occasioni, ad essere reticente nei confronti del filosofo
di Stagira.
Per illustrare questi punti, è ora opportuno ricostruire brevemente il filo
delle argomentazioni del De placitis. Come si è detto il De placitis ci è giunto
acefalo. Mancano totalmente i primi quattro capitoli del primo libro,84 e il
quinto ci è giunto in forma lacunosa. In quel che ci è rimasto, la discussione
si apre sui seguenti interrogativi: il cuore contiene solo sangue (come ritiene
Galeno), o anche pneuma (come credono Erasistrato e Crisippo)? Ed è vero
che il cuore sia principio dei nervi? Questo però non è il caso di domandarlo
a Crisippo, anche se lui lo afferma. Crisippo, infatti – osserva Galeno con
sufficienza, e con un pizzico di malignità – ammette lui stesso di essere del
tutto digiuno di anatomia (De placitis I 6).85 È se mai, con Aristotele e con
Prassagora che bisogna prendersela: perché loro lo sostengono sulla base di
argomenti anatomici. Fino alla conclusione del libro I, la discussione verte
sul cuore come principio dei nervi. Nel capitolo 7 è discussa la posizione

83
Così Manuli (1977:174).
84
Almeno nella tradizione bizantina; de Lacy ha però ricostruito il testo sulla base di
quella araba.
85
Cfr. CMG v4, 2, 1, p. 80.

212
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

di Prassagora,86 nei capitoli 8-10 quella di Aristotele.87 Non solo lo spazio,


ma anche il trattamento riservato ai due autori è molto diverso. Prassagora,
infatti, avrebbe volutamente occultato la verità dei fatti, facendo uso di
“spudorati sofismi”.88 Ad Aristotele, citato con impressionante esattezza,89
anche durante la confutazione è riservato un trattamento di favore. Nel
dire che il cuore è principio dei nervi, Aristotele sosterrebbe infatti una tesi
“indegna di lui”; 90 «l’uomo, infatti, non è amante del falso, né del tutto
inesperto di anatomia, per cui si può ritenere che anche lui vada dietro agli
errori di altri, come fa Crisippo».91 Anche se sbaglia, Aristotele va inoltre
giustificato; al tempo suo non si distingueva infatti ancora fra nervi, tendini
e legamenti (I 9).92 Insomma, le argomentazioni di Aristotele risultano,
per Galeno, corrette. Solo, una delle sue premesse è falsa, perché i tendini
presenti nel cuore non sono nervi; ma lui, ancora, non poteva saperlo (I
10).93
Così si conclude il primo libro, e con esso la parte iniziale del De piacitis
che chiama direttamente in causa Aristotele. All’inizio del libro secondo,
dopo una breve ricapitolazione dei propositi del trattato, Galeno chiari-
sce che, se finora si è occupato di argomenti cardiocentrici con premesse
false – come quello, appunto, di Aristotele –, ora si occuperà di premesse
ancor più scorrette, perché estranee all’argomento. Come esempio di queste
premesse viene tendenziosamente citato un ragionamento particolarmente
debole di Crisippo. Secondo Crisippo, gli uomini, quando dicono “io”,
indicano il proprio petto: e da questo, per lui, si desumerebbe che li ha sede
l’ἡγεμονικόν.94 Ora, dire questo significa, per Galeno, fondare le dimo-

86
Cfr. CMG v4, 2, 1, pp. 83-91.
87
7 Cfr. CMG v4, 2, 1, pp. 91 sgg.
88
Cfr. CMG v4, 2, 1, p. 90.
89
Cfr. Arist. De part. an. III 4, 666 b 13 - 15.
90
Cfr. CMG V 4, 2,1, p. 92.
91
CMG v4, 2, 1, p. 96.
92
Cfr. CMG v4, 2, 1, pp. 94-96.
93
Cfr. CMG v4, 2, 1, pp. 97-101.
94
Cfr. Gal. De plac. II 2 (CMG v 4, 2, 1, pp. 104-108); sull’argomento cfr. Manuli (1986:
262).

213
Studi di fonetica greca

strazioni della medicina su gesticolazioni da donnette; se infatti qualcuno,


dicendo “io”, indica il proprio naso, non per questo l’anima avrà sede nel
naso. Insomma, i sostenitori della teoria cardiocentrica per Galeno non
sono tutti sullo stesso piano. Le cose migliori, in materia di teoria della
dimostrazione, sono infatti state scritte «dai filosofi antichi, Teofrasto e
Aristotele nei Secondi Analitici».95 Persuadere Aristotele, Teofrasto o i loro
seguaci non è dunque difficile: basta far uso dei ragionamenti che Galeno
stesso ha appreso da loro.96 Ben diversamente stanno le cose con gli Stoici.
Sono infatti «uomini sufficientemente capaci nelle parti inutili della logica,
del tutto incapaci in quelle utili; ed inoltre infarciti di pessime strategie
argomentative».97 A costoro non bisogna solo insegnare ciò che è utile, ma
anche farli desistere da ciò che è male; sempre ammesso che loro vi siano
disposti.
Alla confutazione degli Stoici, e dei pessimi ragionamenti da loro for-
mulati a proposito della voce, Galeno si dedicherà in De placitis II 5. Prima,
però (in II 4), apre una digressione; e dice di voler convincere «non solo
gli Stoici», si badi bene, «ma anche chi, pur avendo l’abitudine ai cattivi
ragionamenti, non abbia però l’animo inguaribilmente pervertito».98 A
costoro, Galeno ricorda che il cuore può essere definito sede della parte
egemone dell’anima solo se si dimostra che esso è origine della sensazione
e del movimento volontario. E questo non si può dedurre né dalla sola
posizione centrale del cuore, né dal fatto che esso sia contiguo agli organi
fonatori. Che il cuore sia contiguo agli organi fonatori non significa infatti,
di per sé, che da esso abbia origine la voce. Organo proprio della voce è la
laringe, i cui muscoli motori sono governati da nervi direttamente collegati
al cervello; è nel cervello dunque, non nel cuore, l’origine della voce.99

95
Cfr. Gal. De plac. n 2 (CMG V 4, 2, 1, p. 104).
96
Cfr. Gal. De plac. n 3 (CMG V 4, 2, 1, p. 114).
97
Ivi: πρὸς μέντοι τοὺς Στωϊκοὺς ἀναγκαῖόν ἐστι μακρὸν ἀνύεσθαι λόγον, ἀν-
θρώπους ἐν μὲν τοῖς ἀχρήστοις τῆς λογικῆς θεωρίας ἱκανῶς γεγυμνασμέ-
νους, ἐν δὲ τοῖς χρησίμοις αγυμναστοτάτους τε ἅμα καὶ μοχθηραῖς ὁδοῖς
ἐπιχειρημάτων ἐντεθραμμένους.
98
Cfr. Gal. De plac. II 4 (CMG V 4, 2,1, p. 116).
99
Cfr. Gal. De plac. II 4 (CMG V 4, 2, l, pp. 116-128).
214
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

È, questo, uno dei passi in cui Galeno descrive più da vicino la sua teoria
della fonazione,100 rimandando inoltre al perduto De voce 101 . Da notare
è che, nonostante Galeno sia ormai al di fuori dell’ambito del monocen-
trismo biologico, la sua teoria della voce è pur sempre basata sul diretto
collegamento fra intelligenza e organi vocali; requisito su cui si fonda, in
tutta la tradizione scientifica greca, la semanticità della voce.102 È da notare
altresì che in De placitis II 4 la confutazione della teoria cardiocentrica della
voce avviene in base ad argomenti “seri”, cioè anatomici e fisiologici; che la
confutazione dell’avversario avviene da pari a pari, contrapponendo teoria
a teoria; che questo avversario, secondo l’esplicita affermazione di Galeno,
non è da identificare con gli Stoici; e che tutti gli argomenti a cui Galeno
qui si oppone (centralità del cuore, sua contiguità con la laringe e gli or-
gani vocali, il cuore come origine prima della sensibilità e del movimento
locale) sono di Aristotele. Non è dunque difficile immaginare chi sia qui
l’avversario, di tutto rispetto, a cui Galeno si contrappone.
In De placitis II 5 sono invece riportate, discusse e confutate le teorie
stoiche della voce citate in apertura di queste pagine. Ecco come si conclude
l’excursus che contiene le citazioni:
«Basta ormai, per quanto mi riguarda, con i discorsi degli Stoici intorno
alla voce. Se infatti dovessi scrivere qui di seguito anche tutti quelli degli
altri, questo scritto raggiungerebbe una lunghezza infinita. Anzi, i discorsi
formulati da Crisippo e da Diogene non li avrei neanche ricordati, limitan-
domi a esaminare solo quello di Zenone, se una volta non avessi avuto con
uno degli Stoici una disputa sull’espressione ‘procede’ (χωρεῖ), che Zeno-
ne usa nel suo discorso scrivendo: “la voce procede attraverso la trachea”.
Ora, questa parola, ‘procede’, io pensavo che bisognasse intenderla come
un equivalente di ‘viene da’ (ἐξέρχεται) o ‘è emessa da’ (ἐκπέμπεται),
mentre lui sosteneva che non significasse nessuna delle due cose, ma non
aveva da dirne una terza differente. Fui dunque costretto a fare un parago-

100
Sulla funzionalità degli organi respiratori – ma non sulla voce – in Galeno, cfr. Debru
(1996).
101
Cfr. Gal. De plac. II 4 (CMG V 4, 2, 1, p. 122); così anche in De usu partium VI e VII;
cfr., in particolare, GAL. De usu part. VII 5 (III 525 sgg. Kühn).
102
Cfr. Laspia (1995), (1996: 15-17).

215
Studi di fonetica greca

ne con gli scritti degli altri Stoici, che trasformano l’espressione o in ‘viene
da’ (ἐξέρχεται) o in ‘è emessa da’ (ἐκπέμπεται), come ho mostrato che
fanno Crisippo e Diogene. Dopo questi non ritengo necessario riportare i
detti di altri, ma mi volgerò ormai alla loro confutazione, cominciando da
Zenone, che è padre sia di questo discorso sulla voce che dell’intera scuola
stoica».103

Questa conclusione è ai nostri fini interessante. In primo luogo, essa


mostra che il tema della voce era fin troppo dibattuto dagli epigoni della
scuola stoica; a tal punto da offuscare, forse, la memoria degli eventuali pre-
cedenti. In secondo luogo, costituisce un primo esempio dell’improprietà
linguistica di cui Galeno accusa gli Stoici, oltre che della sua acribia filologica.
Infine, fornisce un buon indizio che le citazioni stoiche di Galeno sono,
con buona probabilità, testuali. Il seguito di De placitis II 5 è interamente
occupato dalla confutazione di questi argomenti, che offrono numerosi
esempi di un modo scorretto di ragionare. Non possiamo riportare qui
tutti i dettagli della confutazione, altrimenti questo scritto diventerebbe
anch’esso di lunghezza infinita. In sintesi estrema, tre sono gli argomenti
fatti valere da Galeno contro gli Stoici, e in particolare contro Zenone, che
pure è considerato il primo ed il migliore fra loro. In primo luogo, come si
è già detto, Zenone usa un termine ambiguo, “procede”, mentre avrebbe
dovuto più propriamente usare “proviene da”, o “è emessa da”.104 Così
fanno appunto Crisippo e Diogene; i cui ragionamenti sono, però, ancor
peggiori, in quanto prolissi e pieni di premesse estranee all’argomento 105 ;
quando non addirittura inintelligibili, perché espressi in un greco barbaro e
sgrammaticato.106 In secondo luogo, il sillogismo è scorretto perché manca
una delle premesse principali. Dal fatto che fuoriesce dalla trachea, Zenone
conclude immediatamente che la voce non può essere emessa a partire dal
cervello. Ma, per concludere questo, bisognava precisare: «se fuoriesce

103
Cfr. Gal. De plac. II 5 (CMG v 4, 1, 2, p. 132); e, sul passo, Manuli (1986: 260).
104
Cfr. CMG V 4, 1, 2, p. 132.
105
Cfr. CMG V 4, 1, 2, p. 142.
106
Quest’accusa è mossa soprattutto a Crisippo; cfr. CMG V 4, 1, 2, p. p. 136-138.

216
Capitolo 10. La teoria secondo cui la voce proviene dal cuore è stoica o aristotelica?

dalla trachea, dev’essere emessa da un organo contiguo alla trachea».107 Ora,


questo è falso; ma l’omissione della premessa rende il ragionamento non
solo falso, ma anche mal formulato. Infine, tutti questi argomenti danno
prova di scarsa competenza della lingua greca. Essi confondono infatti la
provenienza (ἐκ, ἀπό), o la concausa generica (διά), con l’agente (ὑπό).108
Quanto poi a Crisippo, il suo ragionamento è pressoché incomprensibile,
perché pieno di solecismi; per renderlo comprensibile, bisogna addirittura
tradurglielo in buona lingua greca”.109
Quel che Galeno qui critica non sono dunque tanto i contenuti car-
diocentrici delle (pseudo-) dimostrazioni stoiche - l’intero De placitis, lo
abbiamo visto, ha infatti come fine la confutazione del monocentrismo
biologico, e in particolare della sua versione cardiocentrica -, ma soprattutto
la forma logica delle argomentazioni, anzi, addirittura la lingua stessa di cui
fanno uso i “barbari” epigoni della scuola stoica. Tutte queste accuse non
sono certo estendibili ad Aristotele. Anzi, se Galeno – come certamente
Crisippo Diogene di Babilonia – avesse avuto in mente il passo aristotelico
del De anima, avrebbe potuto facilmente constatare che lì il primo agente
di produzione della voce è correttamente indicato dalla preposizione ὑπό
seguita dal genitivo.110 Aristotele non poteva dunque essere menzionato in
De placitis II 5; mentre a lui, probabimente, si allude in De placitis II 4.
Infine Galeno cita esplicitamente Aristotele. come capostipite della
teoria cardiocentrica. Il passo occorre nell’incipit del libro VI del De placitis;
ma l’editore de Lacy, giustamente, lo include anche fra le testimonianze
relative ai capitoli perduti del libro I.111
Προὔκειτο μὲν ἐξ ἀρχῆς ἐπισκέψασθαι περὶ τῶν διοικουσῶν ἡμᾶς
δυνάμεων, εἴτ’ ἐκ τῆς καρδίας μόνης ὁρμῶνται σύμπασαι, καθάπερ
᾿Αριστοτέλης τε καὶ Θεόφραστος ὑπελάμβανον, εἴτε τρεῖς ἀρχὰς αὐ-
τῶν τίθεσθαι βέλτιον, ὡς ῾Ιπποκράτης τε καὶ Πλάτων ἐδόξαζον. «Era

107
Cfr. CMG V 4, 1, 2, p. p. 142-144.
108
Cfr. CMG V 4, 1, 2, p. p. 128; 132-134; p. 146; passim.
109
Cfr. CMG V 4, 1, 2, p. p. 138-140.
110
Arist. De an. II 8, 420 b 28: ὑπὸ τῆς ἐν τούτοις τοῖς μορίοις ψυχῆς.
111
Cfr. CMG V 4, 1, 2, p. 62.

217
Studi di fonetica greca

mio proposito, all’inizio, indagare sulle potenze che ci governano: se sca-


turiscano tutte solo dal cuore, come ritenevano Aristotele e Teofrasto, o
se sia invece meglio stabilire per esse tre principi, secondo l’opinione di
Ippocrate e Platone».112

Ora, se Galeno è convinto che per Aristotele «tutte le potenze che ci


governano scaturiscono solo dal cuore», è evidente che dal cuore scaturirà
anche la voce; purché Aristotele abbia detto qualcosa in proposito. E, che
Aristotele si sia espresso a proposito della voce, Galeno non può ignorarlo.
Non è infatti credibile che gli siano sfuggite le affermazioni del De generatio-
ne animalium, come invece è avvenuto a noi, sulla base della sua auctoritas.
Il De generatione animalium è una delle opere aristoteliche meglio cono-
sciute e più citate da Galeno.113 La teoria secondo cui il cuore è principio dei
nervi, contro cui Galeno si scaglia in De placitis I 8-10, è inoltre sostenuta
da Aristotele anche in De generatione animalium V 7 114 Cfr. Arist. De gen.
an. V 7, 787 b 10 sgg.; oltre che Arist. De part. an. III 4, 666 b 13-5, citato in
Gal. De plac. I 8. poco dopo Aristotele dichiara che il cuore è il principio
della voce.
Galeno è, verosimilmente, immune dall’errore che egli stesso ha indotto
in noi moderni. Aristotele è l’inventore della teoria secondo cui la voce
proviene dal cuore. Galeno lo sa bene, ma tace su questo punto, per le
ragioni fin qui argomentate. Spetta a noi moderni restaurare la verità storica
e restituire ad Aristotele la paternità alla sua teoria.

112
Gal., De plac. VI I (CMG V 4, 1,2, p. 360 = V 505 Kühn).
113
Cfr. Galeni De semine, edidit, in linguam anglicam vertit, commentatus est Ph. de
Lacy, Berolini 1992, in CMG V 3, l, pp. 47-51, 252.
114
;

218
Capitolo 11

La definizione di sillaba della Poetica di


Aristotele

συλλαβὴ δέ ἐστιν φωνὴ ἄσημος συνθετὴ ἐξ ἀφώνου καὶ φωνὴν ἔχοντος·


καὶ γὰρ τὸ ΓΡ ἄνευ τοῦ Α 1 συλλαβὴ καὶ μετὰ τοῦ Α, οἷον τὸ ΓΡΑ. ἀλλὰ καὶ
τούτων θεωρῆσαι τὰς διαφορὰς τῆς μετρικῆς ἐστιν.
Poet. 1456 b 34-38

Nella storia delle esegesi aristoteliche, la definizione di sillaba della Poe-


tica ha avuto un destino non certo invidiabile. La stranezza della dizione,
e soprattutto degli esempi, hanno messo a dura prova la pazienza degli in-
terpreti. In essa leggiamo infatti: «‘sillaba’ è una voce non significativa
composta da qualcosa che non ha voce e da qualcosa che ha voce. Anche γρ
senza α è sillaba, ma pure con α, come in γρα». È impossibile non accorgersi
che il dettato di questa definizione è eccentrico fino alla stravaganza. Da essa
si desume infatti non solo che un gruppo consonantico complesso come γρ
è sillaba senza α, ma che lo è anche con α, come in γρα. In una parola, da
questa definizione si deduce non solo che i gruppi consonantici come γρ
sono sillabe, ma anche – e soprattutto – che le sillabe sono tali con o senza
vocale. Se questo è vero, secondo Aristotele le vocali sarebbero elementi che
nella sillaba si possono mettere e togliere a piacimento.
Studi di fonetica greca

Non stupisce dunque che fino a pochi anni fa la nostra definizione fosse
considerata corrotta, e di conseguenza in vario modo emendata. Ancora nel
1965, ossia nell’ultima edizione della Poetica uscita per i tipi della Oxford
Classical Texts, Rudolf Kassel vi appose le cruces, aggiungendo poi in ap-
parato critico: «ex Arabicus sic fere emendaveris: οὐ συλλαβή, συλλαβὴ
δέ...».1
Il traduttore arabo vorrebbe far dire al testo di Aristotele quel che non
dice: ossia che «γρ non è sillaba senza α, ma solo con α, come in γρα». Una
simile soluzione sembra mettere d’accordo tutti: sia quelli che considerano
spuria la nostra definizione, sia quelli che vogliono costringerla nel letto di
Procuste della tassonomia linguistica posteriore. Ma Aristotele non si lascia
violentare così facilmente. Consideriamo infatti lo stato del testo. I due
codici bizantini principali (Parisinus 1741, sec. X/XI, Riccardianus 46, sec.
XIV) riportano la definizione così com’è, e la riportano concordemente. La
stessa lezione risulta anche dalla traduzione latina di Guglielmo di Moerbeka.
Solo il testo arabo della Poetica riporta una versione diversa, emendando il
καὶ γὰρ τὸ γρ ἄνευ τοῦ α συλλαβὴ καὶ μετὰ τοῦ α κτλ. in καὶ γὰρ τὸ γρ
ἄνευ τοῦ α οὐ συλλαβή, ἀλλὰ μετὰ τοῦ α, κτλ.2
L’evidente imbarazzo del traduttore arabo esemplifica un modo di pro-
cedere purtroppo ancor oggi molto praticato. La definizione di sillaba non
è infatti l’unico luogo, nel xx capitolo della Poetica, che sia stato addomesti-
cato inserendo una negazione in un punto cruciale. Si pensi, ad esempio,
agli innumerevoli tentativi di emendamento della disgraziata definizione di
ἄρθον – ma questa è un’altra storia.3 Torniamo invece alla definizione di

1
Kassel 1965: 31, ad loc. Probabilmente seguendo la sua suggestione, Halliwell (1989: 54)
traduce: «A syllable is a non significant articulate sound, combining a stob and a vowel;
gr, for example, only makes a syllable with the addition of a-(gra)».
2
Sull’edizione araba della Poetica possono vedersi ora le ottime note di Gutas, in Taran-
Gutas (2012: XI-XII, 77-114, 307-474), in particolare 283, da cui citiamo: «The Arabic
translation cannot in this case be used to correct the Greek text, as some scholars ha-
ve proposed, for it is here contaminated by glosses incorporated into the text which,
moreover, reflect a later conception of what constitues a syllable». Peccato che il testo
stabilito da Taran spesso non sia altrettanto buono.
3
A questo proposito, mi permetto di rimandare a Laspia (2018).

220
Capitolo 11. La definizione di sillaba della Poetica di Aristotele

sillaba, e vediamo perché tutti i tentativi di emendamento finora proposti


sono inaccettabili. La lezione bizantina è prevalente, e ci giunge da rami
della tradizione indipendenti fra di loro. Tali sono infatti il Parisinus 1741 e
il Riccardianus 46; mentre la traduzione latina di Guglielmo di Moerbeka
non deriva dal Parisinus, ma entrambi da un gemellus codex graecus deperdi-
tus. Ma, quel che più conta: la definizione di sillaba, così come la leggiamo
nel testo bizantino, è una lectio difficilior e va difesa; mentre la stranezza
del dettato, e soprattutto degli esempi, costituisce un perfetto movente per
l’eventuale emendamento arabo.
Se la filologia non è un’opinione, la definizione di sillaba della Poetica
va dunque accettata così com’è; e non va emendata. In questa direzione si
orientano del resto i contributi più recenti, che cercano di capire il suo senso
rispettandone l’integrità testuale. Nella recente edizione della Poetica di
Arbogast Schmitt (2008) leggiamo infatti: «Aristotele will genau das sagen,
was im Text steht».4 Peccato che manchi poi una spiegazione di quello che
Aristotele voleva precisamente dire. L’unica giustificazione plausibile è in-
somma quella avanzata da Walter Belardi nel 1972, e poi più volte riproposta
dall’Autore. Secondo lui, «Aristotele avrebbe intuito il possibile ruolo acro-
sillabico degli ἡμίφωνα»,5 e per questo avrebbe proposto γρ come possibile
esempio di sillaba.6
Ma una simile spiegazione regge? Secondo me, no. Essa non solo è con-
traria alle regole fonetiche del greco: è anche - anzi, soprattutto - contraria
alle sue strutture metriche. Il greco ha infatti una versificazione basata sulla
quantità delle sillabe, la quale, a sua volta, dipende dalla lunghezza delle
vocali. Nella Grecia arcaica, e ancora ai tempi di Aristotele, la poesia non
era un bene voluttuario com’è oggi: era una fonte di diletto e insieme di
istruzione.7 Nella scuola elementare ateniese (fine V secolo a.C.), i bambini

4
Schmitt (2008: 602).
5
Belardi (1972: 113 n. 59), ripreso in Belardi (1985: 53-89); cfr. 53 n. 61.
6
Anche Gutas (2012: 283-4) cita la soluzione di Belardi come l’unica plausibile fra quelle
finora proposte, evidentemente non consapevole dei paradossi che da essa si generano.
7
La felice espressione è tratta da Havelock (1963: 152): «The Muse, the voice of
instruction, was also the voice of pleasure».

221
Studi di fonetica greca

imparavano i γράμματα: ‘riconoscendoli’ (ἀναγιγνώσκειν è la più comune


parola greca per ‘leggere’) 8 nel testo di Omero - o meglio, nell’eco interio-
rizzata del loro Omero imparato a memoria. Ancora: quando vuol dare
una coerente descrizione del sistema vascolare, o spiegare i fenomeni della
cognizione, Aristotele premette alle proprie parole una o più citazioni di
Omero.9 Da Aristotele, Omero è sempre chiamato a testimone, o al con-
trario tirato in ballo come temibile avversario teorico: perché “tutti hanno
imparato da Omero”.10 Aristotele cita certamente Omero a memoria. Prova
ne sia la non perfetta conformità del dettato aristotelico al testo omerico
così come oggi ci è noto.11 A ciò si aggiunga che l’unica ode in metri lirici che
ci sia pervenuta integra dal IV sec. a.C. è l’Inno a Hermias, il cui autore è
proprio il nostro Aristotele.12 Ora io chiedo: siamo ancora disposti a credere
che l’autore dell’Inno a Hermias ignorasse le regole della metrica greca, o le
sovvertisse così facilmente?
Gli enigmi della nostra definizione sono inoltre ben più oscuri di quel
che non paia. Da essa deriva infatti non solo che γρ è una sillaba 13 – questo
ancora sarebbe niente – ma soprattutto che non lo è ρα; mentre di sillabe
come γρα, il secondo esempio addotto da Aristotele, non si sa francamente
che pensare. Si tratta infatti di una sola sillaba o di due? E se di una sola
perché, visto che γρ è già di per sé autonomamente udibile e producibile?
Paradossi ancor maggiori emergerebbero prendendo la nostra definizione
per buona e usandola come una regola per generare le sillabe della lingua

8
Su queste espressioni il riferimento più completo è Svenbro (1988).
9
Su questo punto, cfr. Laspia (1996: 1-4), in particolare 3.
10
Senofane, 21B10 DK; cfr. Laspia (1996: 121).
11
L’esempio più celebre è probabilmente la conclusione del libro Λ della Metaphysica
(10, 1076 a 4). La citazione suona: οὐκ ἀγαθὸν πολυκοιρανίη· εἷς κοίρανος. Ma
nell’originale (Il. Β 204) si legge... εἷς κοίρανος ἔστω. Il particolare non è irrilevante,
perché prova la predilezione di Aristotele per le frasi senza verbo; cfr. “La definizione di
arthron...” , in corso di pubblicazione.
12
Sull’Inno ad Hermias si veda l’ottima monografia di Ford (2011).
13
In Met. Ν 6, 1093 a 22 si dice invero che γρ potrebbe notarsi con un unico segno grafico
(τῷ γὰρ Γ καὶ Ρ εἴη ἄν ἓν σημεῖον); il che non incoraggia a pensare che Aristotele lo
ritenesse sillaba.

222
Capitolo 11. La definizione di sillaba della Poetica di Aristotele

greca. Ciò che ne risulterebbe sarebbe infatti, non il greco, ma l’ostrogoto


(γρ sì, ρα no, e così via).
Come risolvere questi problemi? La soluzione, fino ad ora, non è stata
trovata. Non regge infatti l’idea belardiana del «possibile ruolo acrosilla-
bico degli ἡμίφωνα»; e nemmeno ci possiamo acquietare pensando che
«Aristotele vuol dire precisamente quel che è scritto nel testo».
Non ci resta dunque che cercare una nuova soluzione. È evidente che
non ha senso leggere o interpretare questa o quella definizione isolata. Oc-
corre invece un nuovo punto di partenza per l’indagine, che si esprime
nei seguenti interrogativi: che cos’è il xx capitolo della Poetica? Da quali
presupposti parte? Come leggerlo nella sua interezza? 14
È opinione comune che il xx capitolo della Poetica sia una classificazione
delle parti del discorso. Ma proprio se si parte da questo punto di vista le
sue definizioni, e la nostra in particolare, sono destinate a rimanere per
sempre un enigma.15 In un mondo in cui la linguistica si chiede ancora se
il componente fonetico sia, o no cruciale,16 in cui il concetto di sillaba è
rimasto a lungo ai margini della scienza, e il concetto di frase, o addirittura
di enunciato, restano disincarnati come spiriti privi di corpo (fonico), è
difficile capire Aristotele. Potrebbe forse risultare più facile a partire dalla
seguente constatazione: tutto ciò di cui si tratta nel xx capitolo della Poetica
(elemento, sillaba, nome, verbo, discorso) è in primo luogo definito ‘voce’
(φωνή).17 Tutto ciò che è linguistico, e in particolare tutto ciò che nella
lingua è significativo, è pertanto per Aristotele realizzato con la voce e nella

14
A queste domande ho cercato di rispondere nel mio saggio sull’articolazione linguistica,
il cui ottavo capitolo è interamente dedicato alle definizioni di σύνδεσμος ed ἄρθρον
nella Poetica; cfr. Laspia (1997: 79-116), in particolare (79-83). Non essendo soddisfat-
ta della soluzione ivi proposta per l’interpretazione di ἄρθρον, ho ritenuto necessario
tornarci in Laspia (2018).
15
Cfr. Laspia (1997: 79-83).
16
Cfr. Chomsky, Halle (1968), su cui Albano Leoni (2009: 26 n. 25, 110-118).
17
Al concetto greco di voce (φωνή) è dedicata la maggior parte delle mie attuali pubbli-
cazioni, dalla più antica (Laspia 1995) alla più recente (Laspia 2011a); cfr. anche Laspia
(1996), (1997: 49-69).

223
Studi di fonetica greca

voce.18 Lungi dall’essere ‘elemento esterno alla lingua’ come poi leggeremo
nel Cours de linguistique générale di Saussure, la voce è per Aristotele un
tratto intrinseco ed essenziale del linguaggio. Il xx capitolo della Poetica non
è dunque una classificazione astratta delle parti del discorso. Esso è invece
rappresentabile come un insieme di istruzioni per generare (far nascere,
produrre naturalmente) l’unita linguistica di senso compiuto (λόγος) a
partire dalla voce (φωνή).19 L’intersezione fra questi due punti terminali
(suono e senso) è la λέξις 20 : il corpo vivente del λόγος, in cui il verbo si fa
carne e il suono diviene senso.
A partire da questo essenziale presupposto, cerchiamo ora di contestua-
lizzare la definizione di sillaba all’interno del xx capitolo della Poetica. Ci
accorgeremo che essa non nasce così dal nulla, ma è preceduta da un’altra
cruciale definizione, quella di στοιχεῖον; e questa, a sua volta, include la
definizione delle tre classi denominate φωνήεντα, ἡμίφωνα, ἄφωνα.
Ecco allora il testo completo di quella che potrebbe chiamarsi la ‘sezione
fonetica’ del xx capitolo della Poetica, a conclusione della quale si legge la
definizione di sillaba sopra citata. Essa è preceduta da un incipit che elenca
le vere o presunte ‘parti del discorso’, su cui si è molto discusso, perché
l’ordine enunciato delle parti non corrisponde a quello in cui saranno poi
effettivamente trattate. Subito dopo si legge la definizione di στοιχεῖον,
che include in sé, non è ancora ben chiaro a che titolo, la tripartizione in
φωνήεντα, ἡμίφωνα, ἄφωνα. Leggiamo:
Poet. xx 1456 b 22-34: στοιχεῖον μὲν οὗν ἐστιν φωνὴ ἀδιαίρετος, οὐ
πᾶσα δὲ ἀλλ’ἧς πέφυκε συνθετὴ (v.l. συνετή) γίγνεσθαι φωνή· καί γὰρ
τῶν θηρίων εἰσὶν ἀδιαίρετοι φωναί, ὧν οὐδεμίαν λέγω στοιχεῖον. ταύ-
της δὲ μέρη τό τε φωνῆεν καὶ τὸ ἡμίφωνον καὶ ἄφωνον. ἔστιν δὲ ταῦτα
φωνῆεν μὲν τὸ ἄνευ προσβολῆς ἔχον φωνὴν ἀκουστήν, ἡμίφωνον δὲ
τὸ μετὰ προσβολῆς ἔχον φωνὴν ἀκουστήν, οἷον τὸ Σ καὶ τὸ Ρ, ἄφω-
νον δὲ τὸ μετὰ προσβολῆς καθ’ αὑτὸ μὲν οὐδεμίαν ἔχον φωνήν, μετὰ

18
Cfr. Laspia (1996: 5-17) Laspia (1997:51-69), e più in particolare (71-83).
19
Laspia (1997: 81).
20
Sul concetto di λέξις, cfr. le ottime note di commento nella Poetica edita da Dupont-
Roc e Lallot (1980: 314-317, n.1 e 2). Per il mio punto di vista, cfr. Laspia (1997: 81).
224
Capitolo 11. La definizione di sillaba della Poetica di Aristotele

δὲ τῶν ἐχόντων τινὰ φωνὴν γιγνόμενον ἀκουστόν, οἷον τὸ Γ καὶ τὸ Δ.


ταῦτα δὲ διαφέρει σχήμασίν τε τοῦ στόματος καί τόποις καί δασύτητι
καὶ ψιλότητι καὶ μήκει καὶ βραχύτητι ἔτι δὲ ὀξύτητι καὶ βαρύτητι καί
τῷ μέσῳ· περὶ ὧν καθ’ ἕκαστον ἐν τοῖς μετρικοῖς προσήκει θεωρεῖν.
«‘Elemento’ dunque è una voce indivisibile: non una qualunque certo, ma
quella da cui per sua natura si generi una voce composta (v.l. comprensibile);
voci indivisibili sono infatti anche quelle degli animali, ma nessuna di queste
io la chiamo ‘elemento’. Parti di questa 21 sono la vocale, la semivocale e non
vocale. E queste sono: ‘vocale’ ciò che senza accostamento 22 possiede voce
udibile, semivocale ciò che con accostamento produce voce udibile, come
il Σ e il Ρ, ‘non vocale’ ciò che con accostamento di per sé non possiede
voce alcuna, ma insieme a ciò che possiede una qualche voce diviene udibile,
come il Γ e il Δ. Questi poi differiscono per conformazioni del cavo orale e
per luoghi (di articolazione), per asprezza e lenità, per lunghezza e brevità, e
ancora per accento acuto, grave e circonflesso: intorno alle quali cose, prese
singolarmente, è opportuno occuparsi nei trattati di metrica 23 ».
Prima di puntualizzare i tratti salienti della definizione di στοιχεῖον,
occorre ora domandarsi: φωνήεντα, ἡμίφωνα, ἄφωνα sono classi di fone-

21
In questo punto la mia traduzione si discosta da tutti i tentativi precedenti, che riferi-
scono ταύτης δὲ μέρη al semplice φωνή. Cfr., ad esempio, Halliwell (1987: 45): «Its
types are: vowel, continuants and stops»; gli esempi si potrebbero moltiplicare.
22
Con la parola ‘accostamento’ non deve intendersi una giustapposizione di ‘lettere’ co-
me volevano i commentatori umanisti, e come erroneamente traduce Barnes (1984:
2332). Il termine si riferisce alla posizione reciproca assunta dalle varie parti del cavo
orale (la lingua soprattutto; ma anche labbra, denti etc). Questa posizione è unanime-
mente sostenuta tanto dagli specialisti di fonetica greca citati sotto alla nota 24, sia dalla
maggior parte degli editori, da Bywater (1909) e Gudeman (1934) in poi. Solo Barnes
(1984: 2331), sorprendentemente, traduce: «A vowel is a letter having a sound without
the addiction of another letter, etc.».
23
Su questo passo, e più in generale sulla storia delle classificazioni fonetiche in Grecia, mi
permetto di rinviare ai miei precedenti lavori sul tema: Laspia (1999; 2001; 2010). In que-
sti lavori, e contro la posizione ancor oggi dominante, cerco di mostrare che στοιχεῖον
non si riferisce al grafema (come vogliono Diels 1899, Vegetti 1989 e, a proposito del
nostro passo, Morpurgo-Tagliabue 1968: 74 e nella sua traduzione Barnes 1984: 2331)
e neppure al fonema (vedi oltre, nota 24) ma all”elemento’ come costituente minimo
della sillaba.
225
Studi di fonetica greca

mi, suoni della lingua che si possano produrre e percepire di per sé? A mio
avviso, no. Il ταύτης δὲ μέρη che introduce la nostra tripartizione ci obbli-
ga infatti a considerarle ‘parti’ (μέρη) di qualcosa che, nel testo, è espresso
da un sostantivo femminile singolare: φωνή. Il sostantivo φωνή non oc-
corre tuttavia mai da solo, ma sempre accompagnato da un aggettivo: o
ἀδιαίρετος o συνθετή. Ora, ἀδιαίρετος occorre nel testo in apertura della
definizione di στοιχεῖον (1456 b 22: στοιχεῖον... ἐστιν φωνὴ ἀδιαίρετος),
e anche dopo, ma al plurale (ἀδιαίρετοι φωναί). Φωνήεντα, ἡμίφωνα, ἄφ-
ωνα sarebbero quindi definiti come ‘parti di una voce indivisibile’ (μέρη
τῆς ἀδιαιρέτου φωνῆς). Così intende, ad esempio, il caro Steinthal - quello,
per intenderci, che alla lettura di Aristotele ora inclinava al tedio, ora era
preso dall’insofferenza («bald zum Taedium geneigt, bald von Überdruss
erfüllt»).24 In questo modo si ottiene un nonsenso - e lui, perfidamente,
lo sottolinea: perché una ‘voce indivisibile’ per definizione non ha parti.25
La soluzione evidentemente non è questa, con buona pace di Steinthal.
Ma le tre classi non sono neppure introdotte come generiche ‘parti di una
voce’ (μέρη τῆς φωνῆς), come vogliono i più: φωνή infatti non occorre
mai da solo. Viene così invalidata l’interpretazione corrente, che considera
φωνήεντα, ἡμίφωνα, ἄφωνα come possibili attualizzazioni del concetto di
‘fonema’.26 Necessità vuole allora che il riferimento sia a συνθετὴ φωνή
(1456 b 23); le tre classi sono pertanto introdotte da Aristotele come ‘parti di
una voce composta’ (μέρη τῆς συνθετῆς φωνῆς).27 Φωνήεντα, ἡμίφωνα,
ἄφωνα non sono dunque classi di fonemi, ma possibili costituenti di sillaba.

24
Steinthal (1890: 185).
25
Cfr. Steinthal (1890: 253-259), in particolare (255).
26
Questa è la vulgata circolante a proposito dell’interpretazione di questo passo. Sen-
za stare a menzionare le singole edizioni, mi limiterò qui a citare alcuni noti contributi
critici, il primo dei quali è quello di Antonino Pagliaro (La fonologia di Aristolele, in
Pagliaro 1956: 140-145), il cui estremismo è ricalcato e, se possibile, acuito da Belardi
(1985: 91-7). Nella precedente edizione del saggio (1972: 119-140) il paragrafo si intitolava
addirittura ‘la concezione aristotelica del fonema’, e i suoi presunti tratti definitori era-
no quelli scelti dalla moderna fonologia strutturale. Cfr. anche Ax (1978; 1986), Zirin
(1980), Simmott (1989), più vicino invece alle mie posizioni.
27
Come ho, del resto, già argomentato nei miei precedenti e sopra citati lavori.

226
Capitolo 11. La definizione di sillaba della Poetica di Aristotele

La loro definizione è strettamente finalizzata alla definizione di sillaba, che


segue.
A questo punto, i confini di ciò che potremmo chiamare la ‘sezione
fonetica’ del xx capitolo della Poetica sono ormai più chiari. Ma conte-
stualizzare la definizione di sillaba nel capitolo ove essa occorre non basta.
Bisogna andare oltre: e avere il coraggio di inserirla nel contesto dell’intero
Corpus aristotelico. Le opere di Aristotele a noi pervenute sono le cosid-
dette ‘opere acroamatiche’ o ‘esoteriche’: ossia un insieme di lezioni che
perseguiva l’audace progetto di dar risposta a ogni possibile interrogativo,
di esaurire l’intero scibile. Senza l’interezza del progetto, nessun singolo
dettaglio ha senso. Gli scritti di Aristotele non sono dunque un insieme di
trattati specialistici, ma un vero e proprio universo: interrogativi posti, ad
esempio, nel libro Α della Metaphysica trovano la loro risposta solo nel De
motu animalium.28
Per comprendere la definizione di sillaba della Poetica bisogna dunque
tener conto dell’intero Corpus: e in particolare di due passi della Metaphysi-
ca: Ζ 17, b 11-32 e Ι 2, 1054 a 1-2. Nel primo (Ζ 17, 1041 b 11-33) si afferma: «la
sillaba non si identifica con (la somma de)gli elementi, e βα non è lo stesso
che ‘β più α’, ma è anche qualche altra cosa... perché alcune, fra le cose (del
mondo), non sono essenze: ma quelle che lo sono sussistono per natura e
secondo natura. Per queste cose, ‘essenza’ pare (essere) la stessa natura, che
non è elemento, ma principio».
Su questo passo ci sarebbe indubbiamente molto da dire. Esso è infatti
interamente intessuto di termini teorici per Aristotele cruciali, e da lui ap-
punto definiti nel libro Δ della Metafisica, come ‘natura’ (φύσις), ‘essenza’
(οὐσία), ‘elemento’ (στοιχεῖον), ‘principio’ (ἀρχή). Ma questo l’ho già
osservato in altra sede.29 Procediamo dunque oltre; senza però dimenticare

28
Cfr. Laspia (1997: 79-80); (2005: 7-14), (2018).
29
Cioè in un mio breve articolo sull’esempio di sillaba fornito da Aristotele in Met. Ζ 17:
cfr. Laspia (2008: 222-225), in particolare per quanto riguarda le definizioni di φύσις,
οὐσία e στοιχεῖον in Met. Α. Nel seguito dell’articolo è invece analizzata la definizione
di στοιχεῖον della Poetica, in se e in relazione a Met. Ι 2, 1054 a 1-2 e Cat. 6,4 b 32-37
(225-228).

227
Studi di fonetica greca

che, per Aristotele, la sillaba non si riduce alla somma dei suoi elementi, ma
è anche ‘qualche altra cosa’.
Andiamo ora al secondo passo (Ι 2, 1054 a 1-2), in cui viene sviluppata
una curiosa metafora, nel contesto di una digressione sulle unità di misura.
Le unità di misura sono diverse in ciascun genere (suoni, colori etc.), ma
svolgono ovunque la medesima funzione. Se, ad esempio, tutti gli enti fos-
sero colori, i prototipi (dei colori, e con ciò degli enti) sarebbero in numero
finito, e la loro unità di misura sarebbe il bianco; allo stesso modo, se tutti
gli enti fossero melodie, essi si ridurrebbero a un numero finito di intervalli,
e l’unità di misura sarebbe la diesis. Lo stesso avviene anche per i suoni
della lingua; in questo caso, «gli enti si ridurrebbero a un numero finito di
elementi (ἀριθμὸς στοιχείων), e l’unità di misura sarebbe una vocale (καὶ
τὸ ἓν στοιχείον φωνῆεν) 30 ».
Da Met. Ζ 17 apprendiamo che la sillaba non è la somma degli elementi:
siano essi βα o γρ poco importa. Da Met. Ι 2 sappiamo in più che le vocali
svolgono un ruolo peculiare ed essenziale nella lingua. Le vocali scorrono
attraverso i suoni della lingua ‘come un legame’ (οἷον δεσμός); rendono
così possibile ogni altro adattamento reciproco fra gli elementi. Ma fin qui
era arrivato già Platone nel Sofista (253 a). Aristotele va oltre, e dice: «...e
l’elemento primo è (sarebbe) una vocale». Si pone ora una domanda: perché
1”elemento primo’ è una vocale (τὸ ἓν στοιχείον φωνῆεν)?
Le vocali scorrono attraverso tutti gli altri suoni della lingua ‘come
un legame’. I φωνήεντα: svolgono infatti un ruolo di supporto fonico-
articolatorio nei confronti degli ἄφωνα, posizioni articolatorie ‘mute’ (le
nostre ‘consonanti occlusive’) che, essendo inaudibili e impronunciabili
per sé (Poet. 1456 b 28-30), non si danno mai da sole. Questo lo sapeva già
Platone, e altri ancora prima di lui.31 Ma ora Aristotele sembra implicita-
mente aggiungere: tale ruolo è svolto dai φωνήεντα anche nei confronti
degli ἡμίφωνα. Non ci spiegheremmo altrimenti la strana affermazione

30
Su questa capitale affermazione della fonetica aristotelica, in sé e in relazione alle
precedenti classificazioni fonetiche, ivi compreso Platone, cfr. Laspia (2001; 2008; 2010).
31
Come ho cercato di dimostrare in Laspia (2001; 2008) e, anche riguardo a Platone
(2008).
228
Capitolo 11. La definizione di sillaba della Poetica di Aristotele

sull’elemento unità (vocale) di Met. Ι 2. In definitiva: nel nesso γρ (Poet.


1456 b 27), l’ἡμίφωνον sembra comportarsi come un φωνῆεν, mentre in
Met. Ι si afferma che la vocale è una sorta di unità di misura dei suoni della
lingua. Che vuol dire tutto ciò?
La chiave del mistero è a mio avviso offerta da un interessante passo
delle Categoriae. In questo passo l’argomento è la quantità, e in particolare
la differenza fra quanto continuo (come lo spazio o una linea) e discreto, fra
cui secondo Aristotele è da annoverare il λόγος: Cat. 6, 4 b 33-5: ὅτι μὲν
γὰρ ποσὸν ὁ λόγος φανερόν· καταμετρεῖται γὰρ συλλαβῇ μακρᾷ καὶ
βραχείᾳ· λέγω δὲ αὑτὸν τὸν μετὰ φωνῆς λόγον γιγνόμενον.32 «Che il
discorso sia un quanto, è evidente: è infatti esaustivamente misurato (κα-
ταμετρεῖται) dalla sillaba lunga e breve; dico essere tale il discorso generato
attraverso la voce».
Il λόγος è un quanto discreto (ποσὸν διωρισμένον) perché ‘esausti-
vamente misurato dalla sillaba breve e lunga’. Ciò significa che il λόγος è
anzitutto rappresentato nella sua espressione vocale; e questa appare, a sua
volta, in primo luogo definita come una precisa configurazione prosodica,
determinata dall’alternanza delle sillabe: lunga e breve. Il λόγος vocale si
configura così come λεκτικὴ ἁρμονία, come una sorta di melodia del parla-
to, dotata di una propria configurazione ritmica, che a sua volta costituisce
la base della metrica greca (Rhet. Γ 8, 1408 b 26-35).
Per Aristotele la sillaba, dunque - non il fonema - è l’unità di misura del
parlato: e la sua identità è in primo luogo metrica, non fonetica o fonologica.
La sillaba non è dunque, per Aristotele, un’entità definibile sul piano acusti-
co e/o articolatorio; è un’individualità metrica, e la sua lunghezza dipende
crucialmente dalla presenza, e dalla lunghezza, del nucleo vocalico.33
Mettiamo insieme tutti gli elementi del mosaico, o piuttosto del giallo.
Γρ è da Aristotele definito ‘sillaba’, e così pure γρα. Γρ e γρα sono dunque
entrambi esempi aristotelici di sillaba: ma è impossibile che lo siano nella
stessa accezione. A differenza di γρα – o di βα che in Met. Ζ 17 funge da

32
Nel riportare il passo, ho omesso la parentesi in cui lo inserisce Minio-Paluello (1949:
13).
33
Cfr. Laspia (2008: 226-228).
229
Studi di fonetica greca

modello della cosiddetta ‘sostanza sensibile’ che, fuor dal gergo tecnico, è
l’organizzazione di un corpo vivente - γρ è un gruppo consonantico com-
plesso, a cui non può essere assegnata alcuna quantità metrica. All’interno
dei metri, nessi come γρ possono, sì, influire sulla quantità della sillaba
precedente: e per questo Aristotele conclude la nostra definizione dicendo
che la differenza fra γρ e γρα è cosa che riguarda la metrica (1456 b 37-8). Ma,
a differenza di γρα, γρ non è una sillaba metricamente compiuta. Dunque
γρ non è ‘sillaba’ nel senso forte, pregnante del termine.
Nella prospettiva biolinguistica di Aristotele, la sillaba γρ è dunque
‘viva’ solo in potenza, ma in atto no: perché i requisiti fonetici di una lingua
sono anche, anzi soprattutto, requisiti prosodici. La ‘sillaba’ γρ diventa
‘viva’ (ossia foneticamente e metricamente ben strutturata) solo se il gruppo
γρ viene istanziato sul supporto prosodico giusto. Questo supporto è una
vocale. Unità di misura del parlato, la vocale (φωνῆεν) è il vero, primo e
unico στοιχεῖον della λέξις. Anche la sequenza degli στοιχεῖα materiali nel
mondo sublunare è del resto preceduta (o generata?) da un solo elemento,
la cosiddetta quinta essentia. Aristotele la chiama invece ‘elemento primo’
(πρῶτον στοιχεῖον) 34 : è la divina, sempiterna, semovente, intelligente (e
felice) materia degli astri. La sequenza degli στοιχεῖα, nell’universo fisico
come nella voce, presuppone un ἓν στοιχεῖον che, in quanto principio
incarnato di movimento e unità di misura, non è più solo στοιχεῖον, ma
anche ἀρχή.35
Da ciò derivano alcune importanti conclusioni:
1. Da un punto di vista fonetico (acustico, ma soprattutto articolatorio)
γρ è costruito come γρα. Da ciò deriva che le regole fonetiche di produzione
della sillaba sono ricorsive: ossia reiterabili n volte, per n indeterminato. Ciò
che mette un limite alla sequenza delle operazioni fonetiche, è solo l’innesto
di queste posizioni articolatorie su un supporto prosodico corretto, che si
realizza esclusivamente nella vocale. La vocale diventa così nucleo di sillaba,
lunga o breve, la cui alternanza misura esaustivamente il parlato (Cat. 4 b 32-

34
Cfr., ad esempio, De Caelo Γ, 298 b 6, passim.
35
Cfr. Laspia (2008: 225-228).

230
Capitolo 11. La definizione di sillaba della Poetica di Aristotele

37). La vocale, e con ciò la sillaba prosodica (γρα, non γρ), incarnano nella
lingua greca ciò che Guido Calogero chiamava «il senso greco del finito».36
Senza le quantità sillabiche, ossia senza le vocali, come pronunciare il primo
esametro dell’Iliade, dell’Odissea?
2. La definizione aristotelica di συλλαβή dipende crucialmente da quel-
la di στοιχεῖον, e questa, a sua volta, da tutto ciò che di voci e sillabe si dice
nell’intero Corpus aristotelico. L’opera di Aristotele è un universo coeso, in
sé compiuto, che non ammette divisioni. O, se si preferisce una metafora
informatica, non è che un immenso ipertesto. Ogni nodo dell’ipertesto -
fuor di metafora: ogni passo nel Corpus - non è legato agli altri da un ordine
lineare (prima o dopo, in quell’opera o in quell’altra), ma è simultaneamen-
te attivato da tutti gli altri possibili contesti - e non solo da quelli in cui
apparentemente si parli della stessa cosa.
3. La definizione aristotelica di συλλαβή non si limita a dipendere dalla
precedente definizione di στοιχεῖον ma retroagisce su di essa: influenza,
cioè, la sua interpretazione. Senza i paradossali, assurdi, provocatori esempi
di sillaba della Poetica mai e poi mai avremmo capito che nella precedente
definizione di στοιχεῖον non si parla delle ventiquattro lettere dell’alfabe-
to greco (τὰ στοιχεῖα τῶν γραμμάτων τὰ τέτταρα καὶ εἴκοσι, come poi
dirà Dionisio Trace). O meglio: si parla delle lettere dell’alfabeto, solo in
quanto esse sono tracce grafiche, riproduzioni - insomma, imitazioni 37 - dei
suoni elementari della lingua, i cosiddetti ‘fonemi’. Ma questi, a loro volta,
sono tali solo perché svolgono un ruolo all’interno della sillaba. Il ruolo
dell’elemento all’interno della sillaba si realizza in tre possibili varianti, indi-
cate dai termini φωνῆεν, ἡμίφωνον, ἄφωνον. L’ἄφωνον (‘senza voce’, nel
senso di ‘muto’) è una posizione articolatoria non autonomamente udibile
e producibile, e pertanto in sé priva di valore, sia fonetico che prosodico.
Esso acquisisce valore, ossia udibilità e funzionalità linguistica, solo se ac-
compagnato da altri elementi. L’ἡμίφωνον è una posizione articolatoria
autonomamente udibile e producibile, ma priva di valore prosodico, perché

36
Calogero (1968: 55-58).
37
Su μίμησις cfr. Palumbo (2008): in riferimento al linguaggio, a partire dal Fedro,
Laspia (2011).
231
Studi di fonetica greca

non può accogliere la quantità della sillaba; di qui il nome di ἡμίφωνον


(‘semivocale’), che tanto ha fatto scervellare gli interpreti. L’ἡμίφωνον può
svolgere solo metà del ruolo di una vocale nella lingua greca: assolve, cioè,
solo alla possibile funzione di supporto fonetico (γρ) ma non prosodico
(come α in γρα). Il φωνῆεν è invece capace di svolgere un ruolo sia fonetico
che prosodico all’interno della sillaba. Il nucleo di una sillaba ben formata,
breve o lunga, può pertanto realizzarsi solo a partire da una vocale (φωνῆεν).
Ecco perché γρ, che potremmo definire ‘sillaba fonetica’, non è ‘sillaba’ nello
stesso senso di βα, γρα: (sillabe prosodiche).38
Ora si capisce finalmente perché τὰ στοιχεῖα τῶν γραμμάτων τὰ τέτ-
ταρα καὶ εἴκοσι sono tutti e soli i suoni elementari della lingua, cui gli altri si
riducono, come a un insieme numericamente determinato (ἀριθμὸς στοι-
χείων); ma solo il φωνῆεν è ἓν στοιχείον, l’unità di misura di tutti gli altri.
I ventiquattro suoni elementari individuati dalle lettere dell’alfabeto sono
tutti e soli i suoni che, in greco, attualizzano le tre classi di possibili costi-
tuenti sillabici: φωνήεντα, ἡμίφωνα, ἄφωνα. Queste classi sono definite
in base al ruolo che ciascun elemento può giocare all’interno della sillaba.
Si risolve così l’aporia finale del Teeteto, che qui di seguito riassumo (201 d
sgg.): se si dà definizione solo di ciò che è composto, la sillaba, mentre il
semplice, l’elemento, è per sua natura inconoscibile e indefinibile, non ci
sarà definizione neppure del composto: il composto è infatti riducibile alla
somma dei suoi elementi, di per sé indefinibili e inconoscibili. Ma come po-
trà, da una somma di elementi inconoscibili e indefinibili, derivare qualcosa
di conoscibile e definibile? Zero più zero da sempre zero. Da ciò consegue
che non è possibile conoscere né definire nulla.39
Aristotele confuta l’aporia del Teeteto in Met. Ζ 17, 1041 b 11- 33; ma a
prima vista, e da quel solo contesto, non è chiaro perché. Solo leggendo le
definizioni di ‘elemento’ e ‘sillaba’ della Poetica – e non il solo Metaphysica
Ζ 17 – si capisce che il problema del Teeteto non sussiste, perché è mal posto.
Gli elementi non sono indefinibili e inconoscibili; possono essere definiti in

38
La dimostrazione di un simile assunto richiederebbe un respiro maggiore di quello
possibile in queste pagine. A questo tema ho dedicato una monografia.
39
Per un’esposizione dettagliata dell’argomento, cfr. Laspia (2010: 181-182).
232
Capitolo 11. La definizione di sillaba della Poetica di Aristotele

base al ruolo che svolgono all’interno della sillaba. Ora, la vocale è, in greco,
l’unico possibile nucleo di sillaba perché svolge un ruolo non solo fonetico,
ma anche prosodico: è infatti breve o lunga. È per questo che, in Met. Ζ 17, la
sillaba è qualcosa in più degli elementi. La misura prosodica della sillaba, che
contiene la forma (εἷδος) della sillaba stessa, da cui dipende crucialmente la
sua definizione, non si identifica infatti con la qualità fonica degli elementi,
o con il modo della loro articolazione. La misura prosodica è, per così dire,
una proprietà logica di tipo superiore a quello degli elementi, che definisce
la sillaba nel suo insieme, non i singoli componenti, ivi compresa la vocale.40
Insomma: dire che ‘il tutto è più della somma delle parti’ a Saussure
bastava, ad Aristotele no. Per Aristotele, la sillaba non si riduce agli elementi,
e βα è qualcosa in più di β+α, perché la sillaba ha anzitutto una struttura
prosodica, e ciò che dal punto di vista fonetico è molti (γρ, γρα) dal punto
di vista prosodico è uno. Questa misura dell’uno, che fa sì che gli στοιχεῖα
siano un numero determinato (ἀριθμός), ma tutti generati da una medesi-
ma unita di misura, il φωνῆεν, è la lunghezza della sillaba, che secondo Cat.
6, 4 b 32-37 misura esaustivamente il parlato.
Questa configurazione prosodica è, a sua volta, alla base della signifi-
cazione linguistica. Per questo l’ἓν στοιχείον φωνῆεν, è, secondo la de-
finizione della Poetica (1456 b 22 sgg.), una «voce indivisibile, da cui per
sua natura si genera (ἐξ ἧς πέφυκε γίγνεσθαι) voce comprensibile» (o
composta: συνετή, v. l. συνθετή)’. Solo da un germe vivente, che è in
sé materia e forma, sostrato e principio primo del movimento (non solo
στοιχείον dunque, ma anche ἀρχή), può naturalmente generarsi la λέξις,
il corpo fonico del λόγος. Il processo che realizza il λόγος a partire dalla
voce è pertanto assimilabile al processo di generazione di un vivente; e il suo
germe primo è una vocale.
La biolinguistica aristotelica, culminante nelle definizioni del xx capito-
lo della Poetica, asserisce che nel vivente non c’è forma senza materia; ossia,
fuor di metafora, nel λόγος non c’è significazione senza voce. Lo στοι-
χεῖον della λέξις, voce prodotta nell’unità metrica della sillaba, non è infatti

40
Cfr. Laspia (2008), in particolare nelle conclusioni.

233
Studi di fonetica greca

solo voce, materia prima del λόγος (De gen. an. Ε 7, 786 b 19-22), ma è
anche forma, in quanto privazione determinata (στέρεσις) della sua intera
configurazione prosodica. Un’unica sillaba, breve o lunga, non è infatti il
λόγος, l’intero significativo; è un suo embrione, fatto per essere continuato
- nato per farsi nome, proposizione, frase; e, aldilà della frase, discorso, testo.
Come mai potremmo comprendere il primo distico dell’Iliade, che in una
brutta traduzione italiana suona: ‘cantami o Diva, del Pelide Achille/l’ira
funesta...’, se ci si fermasse alla sola sillaba ‘ca’?
In conclusione: il λόγος è per Aristotele un’unità vivente, fatta di voce
e significazione, come un animale è fatto di corpo (carne e sangue) e anima
(che è l’organizzazione funzionale del corpo). Tale è il messaggio che ci
proviene dal xx capitolo della Poetica. Questa unità vivente, che i Greci –
Aristotele, ma anche Platone (Phdr. 264 c) – vedevano, udivano e per così
dire toccavano con mano nel λόγος, può diventare visibile e tangibile anche
per noi, purché interroghiamo i Greci nel modo giusto. Purché li leggiamo
come loro stessi vorrebbero essere letti.
Così, a distanza di più di due millenni, i Greci ci sono vicini: «perché
le medesime opinioni ritornano a circolare infinite volte fra gli uomini»
(Meteor. Α 3, 339 b-27-30).

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262
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