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Concetti generali Storia delle dottrine politiche più che dare risposte fornisce delle domande.

Aiuta a
riflettere su domande del tipo”perché esiste lo stato?”. Serve ad analizzare la natura dell’uomo. Noi ci
occupiamo principalmente dell’occidente, in quanto solo questo è passato attraverso alcune tappe.
Dalla Grecia ai Romani.. Ogni autore va analizzato tenendo conto sempre il contesto storico nel quale è
vissuto. La Democrazia per la Grecia del V secolo non è quella di cui si parla oggi. La stessa parola nei
secoli ha avuto significati diversi.

Suggerimenti pratici per l’esame:

Studiare il testo a partire dall’indice. Molto spesso la domanda d’esame si richiama ai titoli dei paragrafi
presenti sull’indice. Quindi è bene ripassare seguendo l’indice.

Acquisizione della griglia concettuale. Ogni autore, più o meno, ha strutturato le proprie opere su
grandi e comuni argomenti:

o Analisi della natura umana (uomo cattivo, buono, crede nell’amicizia…) o Genesi dello Stato, ogni
autore si è chiesto come e perché è nato lo Stato (es. domanda: La

genesi dello stato per nome-autore”) o Rapporto fra Stato e individui che lo compongono (fino a dove
può spingersi un sovrano ? e

il popolo?) o Teorie delle forme di Governo. Molti artisti si chiederanno quale è la forma di Stato
migliore

in cui vivere. La Democrazia o la monarchia ? o Rapporto tra Religione e Politica. Se la mia fede dice
che devo fare qualcosa, quando io mi

occupo di politica, devo separare le mie idee religiose da quelle politiche ofarsi che essa incidi in quello
che faccio ?

Ripetere oralmente. Orario ricevimento dalle 9.30 alle 11.30 il mercoledì I Gruppi di studio sono
facoltativi. Leggere prima l’autore che verrà trattato nella lezione successiva. Il libro è un antologia. Ci
sono bravi tradotti dalle opere originali degli autori trattati.  Il periodo (secolo) in cui è vissuto
l’autore e il titolo delle opere è fondamentale per superare

l’esame

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Perché partiamo dal pensiero della Grecia Antica? Conserviamo scarse fonti su quello che è
successo nella politica precedente all’antica Grecia. Con la Grecia antica inizia veramente la riflessione
sulla politica. Qualcuno dice che i Greci hanno esaurito tutti gli argomenti sulla politica. La storia delle
Dottrine Politiche altro non è che la storia di come gli uomini si sono organizzati e domandati nei secoli
sulla convivenza.

Platone

Note biografiche e contesto storico.

Visse nel V secolo avanti Cristo, Nato nel 428 , muore nel 348 a.c. Siamo nel periodo delle “Polis”
Greche, “polis” è la città-stato, l’entità politica della antica Grecia. L’entità politica che verrà dopo sarà
quella della antica Roma, la Civitas (città). Nel medioevo ci saranno i regni feudali, dopo il medioevo, a
partire dal XVI secolo ci sarà lo Stato, quello moderno. La Polis era una entità politica, non grande
come uno Stato, una città che governava su un territorio, in Grecia le principali erano Atene e
Sparta.Platone visse ad Atene, di origine aristocratica, sembra di famiglia reale. Viaggiò molto,
soprattutto in Sicilia, dove divenne amico del tiranno locale, Dioniso. Fu allievo di Socrate, che è in
realtà il protagonista di tutti i dialoghi di Platone. Socrate non ha lasciato nulla di scritto direttamente.
Ne conosciamo l’esistenza attraverso fonti diverse. Platone fonda l’accademia filosofica, un luogo
dove i filosofi dell’epoca si incontravano e dove discutevano i diversi temi di attualità. Di Platone
studieremo due Testi: - La Repubblica - Le Leggi.

Cronologicamente viene prima “La Repubblica”. Quello che Platone scriverà poi ne “Le Leggi” andrà
parzialmente in contrasto con quanto scritto ne “La Repubblica”. Questo capiterà spesso. Non è
incoerenza, l’autore, essere umano, fa un percorso e modifica le proprie idee, quindi ciò è
spiegatissimo sempre in termini storici.

La repubblica.

Platone scrive la Repubblica, perché la Polis Greca vive in quel periodo una crisi molto grave. Siamo
alla fine delle guerre del Peloponneso, una serie di guerre che hanno interessato tutta la Grecia,
specialmente Atene e Sparta. Le guerre del Peloponneso, terminano con la sconfitta di Atene e la
vittoria di Sparta (è domanda di esame). Atene entra quindi in un momento di crisi politica e di
corruzione. Platone vive questo periodo e cerca di dare una risposta a questo momento di
disgregazione della Polis. La sua proposta politica ovviamente è una proposta di unità: Lo Stato
Ideale.

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Lo “Stato Ideale” di Platone, è uno Stato unito, un organismo totalizzante. Uno Stato forte nei quali i
cittadini siano coesi, siano parte del tutto. “La repubblica” è concepito come un dialogo, tra Socrate e i
sofisti, Il tema della discussione è la giustizia. Ci sono varie ipotesi. Platone ce l’ha soprattutto con
iSofisti, un gruppo di filosofi, una setta, che andava proponendo, nella Grecia di quel tempo, una
concezione completamente individualistica e utilitaristica della politica: infatti, Il Sofista (Trasimaco)
afferma che la giustizia è la legge del più forte e, quindi, semplicemente,ciò che dice il più forte è giusto
per definizione. Tutto il libro è un tentativo di Socrate di smontare questa tesi, adducendo che la
giustizia è qualcosa di superiore, di diverso.

Analisi della natura umana.

Anche Platone parla dell’uomo. La Grecia era fortemente interessata al problema della natura
dell’uomo, dell’uomo come parte del tutto, e del rapporto dell’uomo con le istituzioni da lui create. Nel
pensiero greco era molto in voga parlare di natura e delle leggi fatte dall’uomo, le quali spesso e
volentieri contrastano con la natura umana. Il pensiero greco è caratterizzato da una dimensione etica
della politica, diversamente dal pensiero romano. Vuol dire che i Greci non erano tanto interessati alle
leggi, al diritto, quanto piuttosto a capire la natura dell’uomo, a capire come l’uomo si deve comportare
nel rapporto con gli altri uomini. I romani, più pragmatici, incentrano tutto sul diritto, sulle leggi, sulla
politica. Per i Greci, quindi, il rapporto tra gli uomini deve essere regolato da criteri morali, mentre per i
romani secondo criteri giuridici. Anche per i romani le leggi avevano dietro la “Ratio Legis”, il motivo che
ha generato la legge. Ne “La Repubblica” Platone afferma che l’uomo è mosso dal bisogno e per
vivere deve e vuole soddisfare dei bisogni. Da quelli più elementari a quelli più complessi. Una
caratteristica del pensiero greco è quella che l’uomo da solo non riesce a soddisfare tutti i suoi bisogni,
si dice che: “l’uomo non basta a se stesso”. Per questo, si unisce agli altri uomini, si organizza, crea
delle associazioni. Si parte dalla famiglia per arrivare poi fino alla Polis. Secondo Platone ciascun uomo
è portato per natura a svolgere un solo compito all’interno dello Stato. Sarà obiettivo dei governanti
scoprire l’indole di ogni cittadino e fargli fare ciò per cui è portato.La Polis ideale descritta ne “La
repubblica”, è suddivisa in tre classi:
• I reggitori-filosofi, che hanno il compito di governare lo Stato; • I custodi-guerrieri, che hanno il
compito di difendere lo Stato, sia dall’esterno che da

attacchi interni; • I Lavoratori, che hanno il compito di provvedere al sostentamento e quindi alla


produzione

dei beni necessari alla Polis stessa.

A ciascuna di queste classi, corrisponde secondo Platone, una virtù che deve essere posseduta dai
membri di quella classe:

• i reggitori-filosofi godono della virtù della saggezza; • i custodi guerrieri godono della virtù
delcoraggio e della forza; • i lavoratori godono della virtù della temperanza.

Temperanza, saggezza e coraggio devono essere presenti per forza nella Polis. Ma, esiste
un’altra virtù che le comprende tutte: la giustizia. La giustizia, secondo Platone è quella virtù che si
realizza nella Polis quando ognuno compie l’occupazione per la quale è naturalmente portato. Una
Polis giusta sarà quella nella quale il cittadino svolge un solo compito, quello per il quale è
naturalmente portato.

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Ma chi è che sceglie quale è il compito che il cittadino deve svolgere all’interno della Polis? Chi
sceglie il compito per il quale il cittadino è certamente più portato, sono i reggitori-filosofi in quanto
sono coloro che godono della virtù della saggezza. Tra i loro compiti, c’è anche quello fondamentale di
regolare le unioni tra i cittadini. Famiglia e proprietà privata. Caratteristica del pensiero di Platone ne
“La repubblica” è il rifiuto di due istituzioni:

la famiglia e la proprietà privata. Platone sostiene che una Polis non può essere veramente unita,
coesa, se al suo interno esiste la famiglia e la proprietà privata, le quali vanno certamente abolite. Il
matrimonio è necessario unicamente per l’unione tra l’uomo e la donna, ma subito dopo va sciolto. E’
per questo che si parla di Comunismo Platonico. La critica della proprietà privata e la famiglia nasce
in quanto secondo lui, queste portano ad anteporre nell’uomo il pensiero di se stesso rispetto a tutti gli
altri membri della Polis. Ciò non può esistere in una Polis veramente coesa, unita. Infatti, secondo
Platone, lo Stato è come un individuo in grande, come un gigantesco corpo umano, nel quale le parti
sono attaccate una all’altra e se una soffre, tutto l’insieme soffre e ci rimette, per questo in realtà si
parla di Organicismo Platonico (domanda d’esame). La Polis non può essere unita se io posso fare
differenza tra ciò che è mio e ciò che è non mio. Tale differenza deve essere eliminata: tutto deve
essere di tutti. Uno dei sofisti, Adimanto , afferma : ”si, ma allora tu prima dici che sono i filosofi che
hanno il compito di governare lo Stato; poi aggiungi che i filosofi non devono possedere nulla e non
possono vivere in maniera lussuosa, altrettanto, non possono avere una famiglia” Platone
risponde :”sicuramente sì, in quanto a me non interessa che solo una parte della Polis sia felice, ma
che tutta la Polis sia felice.” Inoltre, se si ammettessero i due istituti della famiglia e della proprietà
privata, verrebbe violato il principio della giustizia, in quanto abbiamo detto che la giustizia si realizza
quando, all’interno della Polis, ciascuno compie ciò per cui è naturalmente portato, di conseguenza. se
esistessero questi due elementi, inevitabilmente, i reggitori-filosofi che hanno il compito di scegliere,
tenderebbero a privilegiare naturalmente i membri della loro famiglia o a loro vicini. Per esempio, è
evidente che, un filosofo che scoprisse la tendenza del figlio a fare il contadino, non lo accetterebbe e
lo ammetterebbe mai. Quindi, con la famiglia e la proprietà, la giustizia tende ad essere minata.

Teoria della Ragion di Stato. Un'altro aspetto importante nella Repubblica platonica è:


la metafora del medico e quella del capitano della nave. In questa metafora, Il politico è visto come
un medico che deve salvare la vita allo Stato, che è il paziente e, quindi deve somministrargli delle
medicine. La metafora della medicina, è utilizzata da molti autori, ma Platone introduce un aspetto
interessante quando afferma che il medico nel somministrare le cure, può anche dare del veleno al suo
paziente, il quale veleno, somministrato in piccole dosi tende a curare la malattia.

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Ciò che Platone vuole affermare è che i reggitori-filosofi possono dire piccole bugie, alcune menzogne,
nell’interesse dello Stato. Tutto a fin di bene, quindi già nella Grecia del V secolo Platone introduce un
tema di fondamentale importanza: E’ lecito per chi ha il potere politico mentire a fin di Bene ?
Esiste un interesse dello Stato che può essere differente dall’interesse di chi compone lo
Stato ? Posso, per salvare lo Stato tagliare una parte di esso, o mentirgli ? Secondo Platone si.
Come nel rapporto tra curatore e paziente, il governante può somministrare una menzogna al suo
popolo detta a fin di bene. Di conseguenza, a volte, c’è un conflitto tra l’interesse collettivo e l’interesse
di una parte sola della Polis, quella che viene chiamata la teoria della Ragion di Stato.

I Greci, inoltre, erano fissati con la musica e le arti, credevano quindi che la politica fosse connessa alla
forma di espressione artistica dell’uomo,soprattutto la musica e soprattutto per Pitagora, l’armonia dello
Stato è un po’ paragonabile all’equilibrio della Musica o della Poesia. E’ per questo che Platone spende
parte della sua opera a parlare della importanza della educazione artistica per il cittadino. Anche
l’educazione artistica e quella letteraria del cittadino devono essere indirizzate alla Polis. In pratica, i
reggitori-filosofi hanno un compito importante, quello di indirizzare i cittadini ai valori della Polis, non ad
altri valori, presenti in Polis diverse. Platone fa l’esempio di Sparta in cui essendo il valore militare
quello più importante, tutto l’insegnamento viene indirizzato alla ginnastica, all’onore, all’arte della
guerra. In Atene, differentemente da Sparta, prevale invece l’educazione alla libertà, l’educazione alla
libera espressione della filosofia. Però, affinché la polis sia veramente unita, l’educazione deve
essere unitaria. E’ per questa ragione che, con Platone, si parla diStato totalitario, secondo lui, i
filosofi devono insegnare ai cittadini solamente i valori della Polis. E fa un esempio :”se arrivasse in
Atene un grande Poeta, noi lo riceveremmo con grandi onori, però, poi verrebbe accompagnato alle
porte della città, in quanto non c’è nulla di quello che insegna che fa parte dei valori della nostra Polis.
Sei bravo, ma per favore vattene!”. Principio di Libertà, il mito di ER.Abbiamo detto che, non
possiamo scegliere la nostra occupazione, ce la danno i filosofi. Non possiamo avere famiglia , non
possiamo possedere cose private, possiamo avere una educazione solamente confacente ai valori
della Polis. Sembrerebbe uno stato totalitario, ristretto. Platone proprio alla fine della “repubblica”
introduce un Principio di Libertà. Viene quindi a mitigare questo senso di costrizione, di totalitarismo,
che emerge ne la repubblica. E’ Il cosiddetto: Mito di ER. E’ una favola, un racconto dove il
protagonista, ER, muore in battaglia e gli viene concesso l’onore di andare nell’aldilà dei Greci, che loro
chiamavano iper-uranio, che era il mondo dei morti. Qui ER potrà assistere alla scelta delle anime. I
Greci consideravano la vita ciclica: dopo la morte ci si reincarna, quindi si nasce, si vive, si muore, e poi
si nasce, si vive, si muore e così via. Durante la scelta delle anime, ER vede una fila lunga di anime
che si presentano davanti ad una sacerdotessa per scegliersi la vita successiva. ER, vede per primo un
uomo che ha vissuto una vita molto umile, il quale, preso dalla voglia di lusso nella prossima vita,
sceglie di essere un tiranno potentissimo. Così, nella sua nuova vita compirà talmente tante azioni
scellerate che sarà costretto a uccidere i suoi figli, e sarà poi ucciso dagli amici.

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Poi vede Ulisse, personaggio dell’Odissea, il quale, avendo vissuto una vita avventurosa, ultimo della
fila, si sceglie una vita moderata, di un onesto lavoratore con una vita normale. La morale di questa
favola è che Platone, alla fine della “repubblica”, nonostante quanto aveva affermato precedentemente,
afferma che noi siamo artefici della nostra fortuna, che possiamo scegliere la nostra vita e che i filosofi
scopriranno quali sono le nostre attitudini naturali, ma in parte è una scelta predeterminata nell’aldilà.

Le Leggi. Platone ha una età differente. “le leggi”, infatti, è un dialogo in cui Platone, più anziano,
assume toni più realistici. Nella “repubblica” aveva descritto quello che secondo lui è uno Stato
ideale,invece, in questa opera, da uno Stato come dovrebbe essere, passa a scrivere di uno stato
come potrebbe essere. Nascita dello Stato e origine delle società politiche. Nelle “leggi” Platone
parla dell’origine delle società politiche, argomento non presente sulla “repubblica”. Risponde alla
domanda sulla nascita dello Stato. Anticipa uno dei miti fondamentali del Cristianesimo: il mito del
diluvio. Egli afferma che le società si sono formate tutte dal grande diluvio, che ha fatto sopravvivere
solo alcuni popoli, quelli che vivevano sulle montagne, e successivamente questi popoli si sono uniti
per soddisfare altri bisogni e per difendersi da altre popolazioni. Da questi nuclei sono nate le prime
città, sulla cui formazione scrive in maniera sostanzialmente differente rispetto a quanto scritto nella
“repubblica”, ove non si faceva differenza tra le forme di governo, tra la monarchia e la democrazia. Ne
“le Leggi”, egli sottolinea la differenza tra le forme di governo che si instaurano nello Stato. Esamina
lamonarchia e la democrazia rispetto anche alle società del suo tempo. Nella Grecia del suo tempo,
quando si parla di monarchia si faceva riferimento soprattutto all’impero vicino, quello Persiano. Platone
afferma che, la monarchia e la democrazia, sono le due forme di governo che caratterizzano da un lato
i Persiani e dall’altro i Greci. Entrambe però hanno un difetto. La monarchia genera il dispotismo, c’è
troppa poca libertà per i cittadini, che sono sudditi e servi. Nella democrazia c’è libertà, ma si rischia
che ce ne sia troppa. Siamo tutti uguali, tutti facciamo parte della Polis, e questo inevitabilmente porta
all’anarchia. Per questo la migliore forma di governo per Platone è quella che unisce i lati positivi
delle due: una forma mista. Chi svilupperà molto questo discorso non sarà però Platone
ma Aristotele dando vita ad una teoria che avrà molta fortuna: quella della forma di governo
misto, cioè quella dottrina secondo la quale la migliore forma di stato è quella che unisce
elementi di Monarchia e di Democrazia.

Modifica dell’idea sulla famiglia e sulla proprietà privata. Platone in questa successiva opera,
modifica la sua idea sulla famiglia e sulla proprietà privata. Si rende conto che, abolire completamente
la proprietà è praticamente impossibile.

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Per cui nelle “Leggi”, ammette la proprietà privata, nei termini di ciò che il lavoratore riesce a
lavorare. Se un lavoratore riesce a fare fortuna, questo potrà andare bene alla Polis, fino al
raggiungimento del quadruplo, superato il quale, tutto l’eccedente deve essere dato agli dei e allo
Stato. Nel caso di rifiuto, tutti gli altri cittadini hanno il diritto di denunciare il fatto ai Governanti, e, in tal
caso, la metà dell’eccedenza va a chi ha denunciato, l’altra metà alla Polis.

Le Istituzioni, il consiglio notturno.

Nelle Leggi si parla anche di Istituzioni, cosa che non avviene ne “la repubblica”. Platone si rende
conto che deve dire qualcosa su come strutturare lo Stato. Nella Polis, che non è più ideale, ma
effettivamente flessibile, ci sarà un grande consiglio, di cui fanno parte tutti i capi famiglia, i quali
dovranno interrogarsi su come gestire lo Stato. Platone si rende conto che, però, l’idea di avere un
grande consiglio, è sicuramente utile in quanto rappresentativo della maggioranza, ma presenta il
problema di non poter essere costituito facilmente e che non può essere sempre attivo, ma bisogna
appositamente convocarlo. Per cui si rende conto della necessità di un organo molto più ristretto e che
possa agire molto più velocemente, e possibilmente in segreto. E’ quello che lui chiama ilconsiglio
notturno. “Notturno” in quanto sarebbe utile che si riunisse entro l’alba, in tal modo, al mattino le sue
direttive potranno entrare subito in vigore. E’ un consiglio costituito da 10 membri e che in pratica è
quello che dovrà poi governare la polis. Quindi anche Platone tratta un tema molto importante,
quello del Governo straordinario, un governo di necessità. È vero che nella Polis deve esistere un
Governo quanto più possibile rappresentativo di tutto il popolo, però c’è bisogno anche di un organo in
grado di prendere decisioni velocemente. E’ quindi, l’idea che la politica fosse una cosa non per tutti, in
quanto ha bisogno di conoscenze specifiche. Vari passi ne “le Leggi”, descrivono questo consiglio
notturno. Vedremo poi Aristotele, discepolo di Platone criticare la sua posizione sulla famiglia e sulla
proprietà privata. Aristotele avrà una posizione più realistica, sarà critico sul concetto di Stato Ideale di
Platone e su quello di Stato totalizzante.

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(Lezione 2 / 13-03-2006)

Aristotele Platone dipinge uno Stato perfetto che guarda al mondo ideale, Aristotele è più realistico,
si avvicina per certi versi al Platone delle Leggi, dove, infatti dipinge lo stato come “potrebbe” essere.
Aristotele guarda maggiormente alla natura umana e a quello che lo Stato potrebbe realizzare
effettivamente. Egli vuole conoscere le caratteristiche dell’uomo prima di parlare di
politica.Ineguaglianza naturale. Aristotele afferma che tutti gli uomini sono diversi: ineguaglianza
naturale. Per natura, tutto è diverso dal resto. Dire che gli uomini sono tutti diversi per natura ha delle
riflessioni politiche importanti. La più importante è che è giusto che: per natura c’è qualcuno che è
adatto a comandare, qualcuno adatto ad obbedire. Alcuni sono liberi ed altri schiavi, e per questi
essere schiavi è utile e giusto. Qualcuno ha la qualità di prevedere, qualcun altro ha la qualità del
corpo, e allora questo, naturalmente porta ad essere servo o padrone. Questo secondo Aristotele porta
benessere sia al padrone che a servo. Gli uomini sono per natura socievoli, esseri sociali, l’uomo
secondo Aristotele è un animale politico. Significa che, per sua natura è portato a vivere nella Polis.
Un aspetto importante della cultura greca è il dialogo, la parola unisce gli individui. Lo Stato, di
conseguenza, nasce in modo naturale e non per una scelta predeterminata. Lo stato nasce in
modo naturale attraverso delle tappe intermedie. Una di queste è la famiglia. Qui Aristotele considera
importante un elemento che Platone aveva rifiutato. Nella famiglia troviamo infatti i primi rapporti di
comando e di obbedienza. La famiglia nella cultura greca è una famiglia allargata, ne sono parte il
padre, la moglie, i figli, e anche gli schiavi. Ognuno di questi determina un rapporto di comando e di
obbedienza: del padre sul figlio, del marito sulla moglie, del padrone sullo schiavo. Aristotele, a
differenza del suo maestro, insisteva molto sulla gerarchia naturale, cioè sul fatto che per natura uno è
portato a comandare, un altro ad obbedire. Platone, invece era di idea diversa, riteneva che fra donna e
uomo ci dovesse essere una parità. Chiaramente, egli affermava, che la donna è inferiore all’uomo
sulla forza fisica, però non c’è motivo per cui la donna non possa fare le stesse cose dell’uomo
all’interno della Polis. La donna può essere anche un guerriero, sarà sicuramente un guerriero meno
forte, però dal punto di vista della ragione e dell’intelligenza, non c’è alcuna differenza. Aristotele,
invece, proprio per la teoria delle differenze naturali, occupa un ruolo inferiore.Aristotele, anche
se allievo di Platone non è ateniese, è nato nella Grecia ionica, quindi non ha assimilato tutta la cultura
della Polis ateniese, la polis greca più importante. Un fatto molto rilevante della vita di Aristotele fu che
egli ebbe l’incarico di fare da tutore al figlio di Alessandro magno, che diverrà Alessandro il Grande.
Egli, poi, ritornò ad Atene e dopo la morte del suo maestro, fondò una sua scuola, in parte differente da
quella di Platone che prese il nome di Liceo Aristotelico che spesso si trova contrapposta
all’Accademia Platonica. Nonostante lui insistette molto sulla differenza naturale tra padroni e schiavi,
nel suo testamento lasciò scritto di liberare tutti i suoi schiavi.
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Dalla politica Con quali argomenti Aristotele critica il suo maestro Platone? Nella sua opera
politica più importante che prede il nome di “Politica”, Aristotele polemizza con il suo maestro citandolo
proprio a proposito del suo scritto “repubblica”, sullo Stato ideale. Egli afferma che è impossibile che i
cittadini abbiamo in comune figli, donne e beni, così come affermato da Platone nel dialogo di Socrate.
Cerca quindi di smontare proprio il punto di vista di Platone sui due istituti che quest’ ultimo ha più di
tutti criticato: la famiglia e la proprietà privata. Aristotele era interessato alla polis concreta, quella
accessibile, quella visionabile, tanto è che ordinerà ai suoi allievi di girare per tutte le polis della Grecia
e raccogliere più notizie possibili sugli assetti politico- istituzionali. Questo lavoro porterà alla
compilazione di un grande catalogo di tutte le costituzioni, di cui, purtroppo, c’è pervenuta solo la
costituzione di Atene, considerando che erano più di cento quelle studiate. Aristotele non è convinto
dello stato totalitario, descritto da Platone, dell’organicismo Platonico. In quanto, lo stato, secondo
Aristotele è qualcosa di più dei singoli individui che lo compongono. La famiglia è la somma di individui,
lo stato è la somma di famiglie. Quindi lo Stato non è come un individuo, lo Stato deve superare
l’individuo. L’individuo da solo non è sufficiente, lo Stato quindi è quindi una unità articolata. Certo che
lo Stato è uno solo, però è formato da varie parti. Ci sono i ricchi, i poveri, le donne, i bambini, le
istituzioni. Non è possibile unificare ciò che è diverso. La famiglia deve essere
salvaguardata. Perché, ciò che si realizza nella famiglia, servirà poi allo stato stesso. L’uomo che nella
famiglia opera, sarà un uomo più invogliato a fare bene anche nello Stato, perché, secondo Aristotele di
ciò che appartiene a tutti, di ciò che è comune, non se ne cura nessuno. E’ la stessa cosa, secondo lui,
che accade in una casa che ha moltissimi servi, i quali, essendo portati a non lavorare, accade che
ognuno pensa che della specifica cosa se ne occuperà l’altro, e quindi non la fa nessuno. Di
conseguenza, un terreno senza proprietari non verrà lavorato da nessuno, in quanto nessuno riterrà
utile lavorarlo. Esiste secondo Aristotele quello che sia chiama un sano egoismo, che non è l’eccesso
di egoismo. Il desiderio di possedere è tipico della natura uomo, quindi quando Platone rifiuta la
proprietà privata, va contro uno degli aspetti naturali che caratterizzano l’essere umano. Cosa diversa è
dire che l’uso o i frutti della proprietà non possa essere messo in comune. Quindi i campi di
appezzamento possono essere di proprietà privata, ma l’uso che se ne fa, può essere messo in
comune. Nella famiglia esistono rapporti di comando e di obbedienza, i quali si trasferiscono allo
Stato, ma con una differenza. C’è un aspetto, secondo Aristotele, che distingue il comando del Padre
sulla moglie o del padre sul figlio, dal comando del padrone sullo schiavo. La differenza sta nel fatto
che l’ordine del marito sulla moglie o nei confronti del figlio è dato nell’interesse di chi lo riceve, la
moglie o il figlio; l’ordine dato allo schiavo, invece, questo è dato solamente nell’interesse del padrone.
Questa differenza verrà ripresa da Aristotele per spiegare cosa è che distingue le forme di governo
pure e corrette dalle forme di governo degenerate.

Teorida delle Forme di governo. Aristotele è noto nella Storia delle dottrine politiche per aver dato
una classificazione puntuale delle forme di Governo, la quale è ancora oggi utilizzata, pur essendo
cambiato molto il significato delle parole.

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Le forme di governo descrivono l’assetto politico e giuridico delle istituzioni di uno


stato. Secondo Aristotele le forme di Governo sono sei:

 tre rette, chiamate anche pure, che sono:

o monarchia o aristocrazia o democrazia

a queste tre forme rette, ne corrispondono tre degenerate, chiamate anche corrette, che sono:
o la tirannide o oligarchia o democrazia

Da qui il seguente schema (disegno del professore):

Ma cosa distingue la forma retta da quella degenerata? Cosa sono le forme rette e cosa quelle
degenerate ? Innanzitutto, la forma di governo si distingue in base a chi ha il potere politico
(concetto quantitativo) :

o la monarchia è il governo di uno solo; o l’ aristocrazia è il governo di un gruppo di uomini o la


democrazia è il governo della maggiorparte di uomini

Al distinguo delle forme rette da quelle degenerate si torna con il concetto dei rapporti d comando
all’interno della famiglia. Oltre al concetto quantitativo (uno, pochi, molti), bisogna tener presente il
criterio qualitativo se il potere politico è esercitato nell’interesse di tutti o nell’interesse di chi
governa. Se il potere politico è esercitato nell’interesse di tutti, si parlerà di forme rette, se,
invece, è esercitato solo nell’interesse di chi governa, allora si parla di forme degenerate:

La forma che Aristotele predilige è una forma di Governo mista che egli chiama la Politia. La Politia, si
avvicina molto alla Democrazia Retta, ma non completamente assimilabile a questa in quanto è una
forma mista di Democrazia e Aristocrazia. Anche questo concetto è un pochino ripreso da Platone nelle
leggi. Dietro a questa affermazione c’era un motivo sociale preciso: la polis del IV sec. a.c. (Aristotele è
leggermente più giovane di Platone), è una polis in crisi. C’erano dei conflitti sociali molto forti tra ricchi
e poveri, in particolare tra nobiltà e popolo. Ovviamente i ricchi rappresentano l’ aristocrazia, i poveri la
democrazia.

Forma Pura Monarchia Aristocrazia Democrazia Retta

Forma degenerata

Tirannia Oligarchia Democrazia degenerata

Forma Pura Monarchia Aristocrazia Democrazia Retta

= Potere esercitato nell’interesse di tutti

Forma degenerata

Tirannia Oligarchia Democrazia degenerata

= Potere esercitato nell’interesse di pochi

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Quindi, la scelta mista deriva proprio dal fatto che, secondo Aristotele, questa è l’unica che garantisce
la partecipazione sia dei ricchi che dei poveri all’interno dello Stato. Questo secondo Aristotele
contribuirà alla fine a diminuire il livello della ricchezza dei ricchi e ad aumentare il livello della
ricchezza dei poveri, arrivando ad una assenza di ricchissimi e di poverissimi. La teoria
delle forme di Governo di Aristotele verrà ripresa da molti pensatori politici.

Analisi dei Popoli. Aristotele è uno dei primi che cerca di analizzare le differenze sociali tra le classi e
tra i vari popoli. Alla fine dirà che il popolo greco è in un certo senso migliore degli altri. egli effettua un
paragone tra i popoli del nord (le regioni fredde), i popoli dell’Asia, e i Greci. I popoli del nord (è il
primo ad utilizzare la parola Europa) sono sicuramente forti e coraggiosi, però vivono ancora in uno
stadio simile alle bestie. I popoli dell’Asia, viceversa, sono molto evoluti, conoscono le arti e le scienze,
però sono poco coraggiosi, poco forti. I Greci, sono i migliori in quanto sono nel mezzo, dotati di
intelligenza e coraggio. Con questo si può dire che Aristotele anticipa alcune teorie successive, in
particolare la teoria dei climi, secondo la quale la natura del popolo dipende da fattori geografici, che
determina il fatto che il popolo sia più forte, più debole, più evoluto. Questa teoria è accreditata da
parecchi autori. Questa è una delle prime fonti dove compare la parola Europa.

Cause che portano la polis a sgretolarsi Il problema delle forme di governo secondo Aristotele è
che, realisticamente, non durano molto. Quindi egli esamina le cause che portano la Polis a sgretolarsi:

 La monarchia si sgretola in quanto il monarca perde di vista il benessere comune e diventa tiranno.
Oppure si lascia sopraffare dai suoi consiglieri, secondo Aristotele ci sono stati dei grandi monarchi, ma
non hanno saputo scegliersi gli aiutanti migliori;

 Un vizio dell’aristocrazia è l’eccessiva ricchezza, l’eccessivo lusso da parte dei pochi che

detengono il potere. Questo crea sicuramente un malessere del popolo, che sono i poveri, i quali prima
o poi insorgono contro il potere, ed il popolo, costituito da molti, è sicuramente più forte;

 Il vizio della democrazia è ovviamente l’eccesso di libertà, ognuno può fare un po’ quello che gli

pare, quindi, infine, la democrazia si trasforma in anarchia.

Sulla Tirannide. Aristotele ci parla della figura del tiranno in termini molto spassionati, addirittura a
volte dando dei consigli al tiranno stesso su come mantenere il potere. Molti critici, infatti hanno visto
che, l’opera sulla Politica di Aristotele è stato fonte di ispirazione per Machiavelli nello scrivere il
Principe. Aristotele parla al tiranno, ovviamente sottolineando che è la peggiore delle forme di governo,
tuttavia fornisce al tiranno dei consigli.

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Afferma che il tiranno deve far credere al popolo che opera nel suo bene, deve scegliere i
collaboratori persone come bravi esecutori ma non troppo geniali. Qui finisce la Politica di
Aristotele.

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S. Agostino (IV – V sec. D.c) Nato a Tagaste (Numidia)

Contesto storico e dati biografici Tra Aristotele e S. Agostino passano molti secoli. S.Agostino, uno
dei padri della chiesa, nacque nel 354 e morì nel 430 d.c. Ovviamente la storia ci ha dato tantissimi
eventi nei secoli trascorsi tra Aristotele e S.Agostino, tra i quali, i più importanti sono l’impero
romano e ilCristianesimo. Sono fattori fondamentali che hanno costituito l’occidente. Non era
italiano. Nato in Africa, a Tagaste, ovviamente provincia dell’impero romano. E’ interessante anche in
chiave odierna vedere come i romani riuscirono a conciliare una struttura politica istituzionale, che non
dipendeva da fattori unicamente etnici. Molti imperatori romani non erano italiani, alcuni spagnoli, alcuni
africani. Anche grandi personaggi come S.Agostino, Seneca, non erano italiani. La cittadinanza romana
andava oltre il luogo di appartenenza. Si diventava cittadino romano quando si poteva godere dei diritti
politici e quindi non si era più schiavi. S.Agostino all’inizio della sua vita non fu assolutamente Cristiano.
Fu fondamentale il suo incontro a Milano con S. Ambrogio, il quale lo convinse a battezzarsi, e da qui
passa al Cristianesimo, divenendo uno dei più importanti servitori della causa di Cristo, una dei padri
della chiesa. Uno dei libri più importanti scritto su S.Agostino l’ha scritto proprio J.Ratzingher nel
1954. Differenza tra pensiero romano e pensiero greco. Il pensiero romano si distingue dal pensiero
greco per aver messo in secondo piano la dimensione etica, la dimensione filosofica e morale della
politica, privilegiando invece, la dimensione giuridica, il diritto. Ai romani spetta il primato di aver creato
il diritto, una delle basi dell’occidente. Con il pensiero greco, i romani condividevano due cose: il
politeismo, culto di molti dei, ma anche l’idea della gerarchia naturale: alcuni comandano e altri
sono comandati e il fatto che per natura siamo tutti diversi. Il cristianesimo invece, tende a spazzar
via molte delle basi sulla quali si era appoggiato il pensiero greco-romano, soprattutto dal punto
di vista antropologico, dal punto di vista dell’individuo. Contesto Storico S. Agostino è vissuto in un
periodo chiave della storia d’Europa, durante il quale è avvenuto il declino dell’impero romano di
occidente. 476 d.c. è la data della caduta dell’impero romano d’occidente; 410 d.c. accadeva un
fatto senza precedenti in Europa: il sacco di Roma. E’ un fatto epocale, Roma, la città invincibile viene
attaccata e messa al sacco dai barbari, comandati da Alarico. E’ un fatto che scuote le menti di tutti, in
particolare il pensiero di S.Agostino.

De civitate Dei (la Città di Dio) S’Agostino ha scritto questa opera per difendere il Cristianesimo
dall’accusa che gli era stata posta dai pagani. L’accusa era quella di aver causato la caduta
dell’impero Romano. In particolare al Cristianesimo veniva attribuita la colpa di aver introdotto dei
valori talmente differenti da quelli dei romani, che alla fine ha prodotto un cambiamento che ha
determinato l’indebolimento dell’impero, portandolo alla rovina.

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Differenza tra Cristianesimo e pensiero Greco-Romano. Il cristianesimo sicuramente ha portato dei


valori molto differenti da quelli romani. L’epoca in cui S.Agostino visse, è quella dell’ Editto di
Costantino, del 313 d.c.; il Cristianesimo viene dapprima tollerato, poi diverrà addirittura la religione
ufficiale dell’impero romano. Il Cristianesimo predicava valori che andavano contro ad alcune
concezioni fondamentali del pensiero greco-romano:

- Innanzitutto sull’individuo, in particolare, non conta più l’idea dell’uomo come individuo che si
realizza pienamente solamente all’interno della Polis. Per il Cristianesimo l’uomo deve essere
considerato in quanto tale, gli individui singoli si realizzano non all’interno della p olis, ma nel rapporto
con Dio;

- altra differenza è sulla concezione della gerarchia naturale. Gli uomini sono tutti diversi per natura,

avevano detto i greci, per i Cristiani, invece, gli uomini sono tutti uguali, sono tutti figli di Dio e sono visti
tutti allo stesso modo. Un esempio tipico di questa concezione cristiana, è il sermone della montagna,
presente nel nuovo testamento, il quale rappresenta chiaramente un attacco diretto al mondo greco-
romano. Infatti, nel sermone, quando Gesù sale nella montagna dà dei messaggi tipo: ”..beati i poveri
perché entreranno nel regno dei cieli.” I romani rispondono :” come beati i poveri? I poveri sono tali
perché non hanno saputo guadagnare..”. Oppure frasi del tipo :” Amate il Vostro nemico” e il Romano :
“..il nemico va schiacciato in battaglia.”.

Tutto questo ha fatto affermare a qualcuno che il discorso sulla montagna è un messaggio
politico rivoluzionario. Tutto questo, indubbiamente ha minato le fondamenta dell’impero romano.
Non è della stessa opinione Agostino quando cerca di difendere il Cristianesimo ad aver causato la
caduta dell’impero Romano. Significato di De Civitate Dei, la Città di Dio. Secondo S.Agostino
esistono due città:  la città di Dio, città celeste  la città dell’uomo, città terrena

Cosa è che ha costruito le due città è l’amore. L’amore è un concetto fondamentale nella filosofia di
S.Agostino. Però è un amore differente quello che ha costruito queste due città. Egli afferma:

- “l’amore di Dio, fino al disprezzo di sé, fece la città celeste”. - “l’amore di sé, fino al disprezzo di
Dio, fece la città terrena”;
La città terrena è una città del peccato, nata dal peccato originale. Se non ci fosse stato il peccato
originale, saremmo tutti nella città celeste. Per definire la differenza tra la città terrena e la città celeste,
egli utilizza l’esempio di due fratricidi: l’uccisione di Abele da parte di Caino e l’omicidio di Remo da
parte di Romolo. In entrambi i casi un fratello che uccide un fratello. C’è una differenza, però, tra questi
due casi. Caino, quando uccide Abele, lo fa per una cattiveria naturale, per invidia, in quanto Abele
era il preferito di Dio. Romolo invece, uccide il fratello, unicamente per il potere, per il governo di
Roma. Aveva capito che in due non avrebbero potuto ottenere quello che avrebbe potuto uno solo.
Ovviamente si capisce come il potere politico possa corrompere l’uomo.

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Sulla natura umana La concezione della natura umana non è molto ottimistica, poiché S.Agostino
spinge agli estremi la natura peccaminosa dell’uomo, il peccato originale. Gli uomini nel mondo sono
tutti peccatori. Non è un caso che Martin Lutero studierà molto il pensiero di S.Agostino. S.Agostino
afferma che il mondo è come un gigantesco torchio che spreme gli uomini, allora esce un olio molto
buono, ma la maggior parte, sono scarti. Anche S. Agostino è caratterizzato da un certo realismo.

Dopo aver visto la differenza della città di Dio e la città terrena, a questo punto S. Agostino viene al
dunque e viene a smontare l’accusa secondo la quale il Cristianesimo sia la causa della caduta
dell’impero romano. Per farlo, utilizza gli stessi argomenti dei Pagani, i loro stessi scritti. In pratica
cerca di sconfiggerli sul loro stesso terreno, prendendo spunto dal loro massimo esponente:Cicerone.
In particolare quando S.Agostino parla dello Stato e del popolo critica Cicerone esattamente alcuni
bravi di un’opera che questo aveva scritto. Cicerone era un autore romano vissuto alla fine della
Repubblica, quindi nei primi anni precedenti all’impero, prima di Cesare. Critica alcuni brani dell’opera
“De Repubblica” – “Dello Stato”,- scritta da Cicerone. Praticamente S.Agostino prende la definizione di
Popolo data da Cicerone, la condivide in parte, in parte la critica e poi propone una sua concezione
differente. Anzitutto deve dimostrare che Roma non fu mai uno Stato, un vero popolo. Dimostrando
che, secondo la definizione di Cicerone la Repubblica romana non fu mai uno stato. Egli definì lo Stato
come la Cosa del Popolo, così come Cicerone affermò nel suo libro, per dire che non è la cosa del Re
o del Principe. Che cosa è il popolo però ? Cicerone e S.Agostino non la pensano nello stesso
modo. Per Cicerone il popolo era una moltitudine di individui unita insieme dalle leggi, dal diritto, e
dall’utilità comune. S. Agostino non la pensa così, in quanto nella sua visione di uomo cristiano, la
giustizia non è qualcosa di terreno, qualcosa di creato dagli uomini, ma qualcosa che appartiene a Dio.
Quindi non è la giustizia terrena che tiene unito il popolo. Gli uomini possono sbagliare, sono
peccatori. Il significato di giustizia per lui è quindi qualcosa di ultraterreno. E fa un esempio: “cosa
distingue lo Stato da un banda di briganti?” Anche una banda di briganti ha un capo, si spartisce un
bottino e si da delle regole. Basta questo quindi per formare uno Stato? S.Agostino ricorda qui
l’episodio di Alessandro Magno e del Pirata: “Alessandro Magno aveva finalmente acciuffato un
pirata e, portandolo al suo cospetto gli chiese: “con quale diritto tu ti sei messo a fare il pirata e a
tiranneggiare i mari ?” Il pirata rispose : “con lo stesso diritto con il quale tu tiranneggi in tutto il mondo,
grande Alessandro, solo che io lo faccio con una sola piccola nave e vengo chiamato pirata, mentre tu
che lo fai con un meraviglioso esercito vieni chiamato imperatore”. Con questo esempio S.Agostino
vuole dimostrare come non sono le leggi e la giustizia umana che può creare un popolo e uno stato,
proprio perché questa è soggettiva. E allora, lo Stato è sicuramente la cosa del popolo, ma il popolo
non è un gruppo di individui guidato dal diritto e dalla comune utilità madall’amore. Dall’amore verso
una cosa o una causa comune. Quindi l’amore è l’elemento che costituisce il popolo. In questo senso
se si abbandona l’idea di giustizia, introducendo il concetto di amore, il popolo romano è stato tale per
un certo periodo di tempo, perché Roma per molti secoli in effetti è stata grande, poi è crollata.
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Ma è crollata non per causa del Cristianesimo, ma proprio perché ha perso di vista l’amore verso la
causa comune. In pratica per S.Agostino i secoli della prosperità di Roma furono dovuti al fatto che i
romani amavano la loro patria, la grandezza di Roma era ciò che li univa, era il vincolo. Una madre si
sentiva orgogliosa nel mandare il figlio a combattere per la patria. L’amore comune per la grandezza di
Roma è quello che rese prospera Roma per alcuni secoli. Quando invece i romani persero di vista
l’amore comune per la patria e furono presi dall’individualismo, dall’egoismo, ecco che l’impero è
crollato, si è disciolto. Quindi, la caduta dell’impero romano è dovuto ad una causa interna
all’impero stesso, il Cristianesimo non c’entra.

Ruolo del o dei governanti all’interno di uno Stato; a cosa serve il potere politico. Ogni potere
deriva da Dio. E’ un frase che compare in quasi tutti i trattati politici del medioevo. Quindi, è Dio il vero
sovrano. Anche i sovrani terreni, i Re e gli Imperatori, devono rivolgersi sempre a lui. Ciò vuol dire che
questi non conservano un potere che deriva da un qualcosa che hanno fatto o detto, tutto il loro potere
gli deriva da Dio. Il potere politico, secondo S.Agostino, è semplicemente una funzione che i
sovrani devono esercitare nell’interesse di tutti. Egli afferma :” il sovrano è come un pastore di
un gregge”, nel senso che ha interesse che il suo gregge stia bene, che produca. Anche questa
metafora si troverà molto spesso nella storia del pensiero politico.

Il prossimo autore è Machiavelli. Anche qui, c’è un salto di parecchi secoli, siamo nel tredicesimo
secolo. Contesto molto diverso da quello in cui visse S.Agostino. Machiavelli, come il Cristianesimo
era venuto a scardinare il pensiero greco-romano, il pensiero cosiddetto dell’età moderna, che finisce
appunto con il tredicesimo secolo, verrà a scardinare le idee riportate nel cristianesimo medievale.

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Machiavelli Tra gli autori più importanti e più chiesti in sede di esame.

Contesto Storico Siamo nella Firenze tra la fine del 1400 ed inizio del 1500. Nato nel 1469 e morto
nel 1527. L’Italia perde l’egemonia diplomatica che aveva avuto nel corso del 1400. Il mondo
medioevale sta cambiando, c’è stata la scoperta l’America (1492) ma anche di altre terre, c’è stata
l’invenzione della stampa che ha reso possibile il moltiplicare dei libri, aumentando la cultura. Molto
importantela riforma protestante: l’unità della repubblica cristiana dello stato medioevale entra in crisi.
Lutero, Calvino e molti altri seguaci iniziarono a mettere in dubbio la centralità di Roma e del Pontefice
e quindi il fatto che la religione fosse una sola. E’ una crisi dei valori centrali dell’epoca e Machiavelli e
J. Bodin ne risentirono molto di questo clima culturale e politico. Machiavelli fece una discreta carriera
politica all’interno della Repubblica Fiorentina; non ebbe mai incarichi di primissima importanza, era
segretario alla cancelleria, una carica media; ebbe anche la possibilità di svolgere alcuni incarichi
diplomatici. Tutto questo fino al 1512 anno nel quale venne coinvolto in una congiura anti-medicea,
contro la signoria dei Medici e viene cacciato da Firenze in esilio. Arrivò in una località di nome San
Casciano dove in pochi mesi scriverà un piccolissimo ma famoso trattato: Il Principe. Aveva già
iniziato a scrivere in quel periodo un opera molto importante, che interruppe proprio in quel periodo per
scrivere il Principe, e che poi riprese: Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (Discorsi sopra i
primi dieci libri di Tito Livio).

Perché Machiavelli scrisse Il Principe ?

Poiché esiliato, egli scrive questo piccolo trattato dedicandolo proprio ad uno degli esponenti della
famiglia dei Medici: Lorenzo dei Medici, che non è Lorenzo il Magnifico. Il quale pare che non avesse
accolto questo libricino in modo particolarmente positivo, tanto che Machiavelli rimase in esilio e anche
successivamente non ebbe alcun posto di rilievo all’interno della struttura politica della Repubblica
Fiorentina. In questo trattato c’è in effetti la crisi del Medioevo, le novità della repubblica Cristiana e
l’inizio di una politica nuova, di un diverso modo di far politica. Poiché i trattati che venivano scritti dagli
intellettuali, indirizzati ai loro Principi, sul modo di governare lo Stato, ce ne erano stati durante il
Medioevo a bizzeffe. Erano diversi trattati in cui il consigliere di turno indicava al Principe in che modo
doveva governare lo Stato. Però i trattati medioevali erano caratterizzati da un forte spirito ottimistico, di
fiducia nelle possibilità della politica, dello Stato. Erano trattati di spirito cristiano, si pensava che il
Principe dovesse governare nell’interesse dei sudditi, che la salute del popolo fosse la prima legge. Il
trattato di Machiavelli anche se strutturato come i trattati dell’epoca, molto diverso nella sostanza. Per
questo si legge in qualsiasi libro di storia o di letteratura che Machiavelli è stato il “teorico della
autonomia della politica”. Cioè, la politica con Machiavelli si emancipa, si stacca dalle discipline che
nel Medioevo erano considerate superiori ad essa, la religione, la teologia, la morale e il Diritto. Per
Machiavelli la politica è una cosa a parte, è una cosa diversa, per lui è l’arte, non la scienza, di
acquisire e controllare il potere.

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Concezioni sulla natura umana. Machiavelli svolge le sue considerazioni a partire da una concezione
della natura umana, come del resto molti altri autori. Concezione decisamente negativa, pessimistica.
Per Machiavelli l’uomo è costantemente preso dai bisogni, dalle passioni, ma il problema è che il
numero dei bisogni che l’uomo può soddisfare è limitato. Soprattutto, gli uomini non si accontentano
mai, non sono mai appagati, appena ottengono qualcosa, non se la godono e già desiderano qualcosa
di altro. Questo li fa essere sempre in uno stato di agitazione e di inquietudine. Desiderano sempre
qualcosa, e il desiderio più grande che hanno è il potere, in particolare il potere politico, il potere di
comandare gli altri. Il potere per Machiavelli è una passione. Per rendere più chiaro questo concetto,
egli usa degli esempi storici. Machiavelli spesso usa esempi riprendendo la storia, alcune volte
modificandola, altre volte veritiera, ma sempre per chiarire un concetto che ha in mente. In questo
caso, parlando della passione per il potere politico, chiama in causa Caterina Sforza, signora di Forlì.
“Forlì era una signoria nella quale c’era stata una congiura: il marito di Caterina era stato assassinato e
i suoi tre figli rapiti. Lei, quindi, si rifugia con i suoi seguaci nella rocca. I rapitori inviano l’araldo con il
messaggio di invitare Caterina alla resa senza condizioni pena l’uccisione dei suoi figli. Caterina,
quindi, si presenta nel belvedere di questa rocca, e, rivolgendosi all’araldo inviato dai rapitori, mostrò gli
organi genitali dicendo :”vedete, io sono una donna nel fiore dell’età, posso avere ancora tanti figli,
quindi uccideteli pure, ma il potere politico è solo uno, e una volta perso non si recupera mai”.
Vediamo come Machiavelli parli di lato oscuro della politica, qualcuno ha parlato di volto demoniaco del
potere.

Il popolo. Questo pensiero negativo sulla natura dell’uomo, si riflette anche sull’opinione che


Machiavelli ha del popolo. Nel Principe, egli non usa mai la parola popolo, non esiste il popolo,
ma ilvolgo. I sudditi sono degli oggetti che il Principe deve lusingare, perché altrimenti non riesce a
controllare il suo potere. Deve far sembrare di fare dei favori al volgo, ma in realtà tutto viene fatto in
quanto al Principe gli interessa solo la conservazione del potere. Per controllare il potere, secondo
Machiavelli, il principe può fare qualsiasi cosa. Anche quelle cose che nella tradizione precedente
erano considerate non morali, ingiuste, non cristiane. Ma egli afferma che la politica con la morale,
così come con la religione, non c’entra. La politica è una cosa che ha le sue regole, una cosa a
parte.

Differenze tra il Principe e Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Machiavelli cambierà idea
nei Discorsi. Abbiamo detto che nel Principe Machiavelli esprime la concezione dello Stato forza, cioè
lo Stato racchiuso nella forza di chi lo governa: il Principe. Mentre nei discorsi, egli parla di stato-
comunità, cioè di uno stato in cui a governare non è più il principe, ma il popolo, e questo tipo
particolare di stato si chiama Repubblica. All’inizio del Principe, Machiavelli dice che tutti gli Stati sono
o Repubbliche o Principati.

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Quindi, egli rifiuta la tipica ripartizione delle forme di Governo in Monarchia, aristocrazia, democrazia.
Machiavelli dice, che gli stati sono semplicemente o Repubbliche o Principati, per cui, o governano in
molti, il popolo, oppure uno solo, il principe.

Il Principe Il Principe è ovviamente un trattato rivolto a chi governa nel principato, i Discorsi, è un
trattato molto più ampio, rivolto a chi governa nelle Repubbliche. Nel Principe Machiavelli manifesta
questo suo desiderio di svincolarsi da alcune linee guida del pensiero politico a lui precedente. In
quanto per lui il pensiero medioevale e questa tradizione Cristiana di S.Agostino e altri, erano stati
caratterizzati dall’idea di trovare lo Stato perfetto, lo Stato ideale, la migliore forma di Stato. Tutto
questo per lui è irrealistico. Egli afferma :”voglio andare dietro a ciò che è reale, e non alla
immaginazione, poiché, ho notato, esaminando la natura umana nella politica, che, colui che pensa a
quello che si dovrebbe fare invece di pensare a quello che si fa, cioè, la realtà, impara la moria
piuttosto che la preservazione sua”. In pratica, vuole dimostrare che i Principi che hanno voluto
cercare quella forma ottima di Stato, prima o poi sono caduti. Egli, invece, vuole trovare una
formula che consenta al principe di mantenere il potere politico più a lungo possibile. Virtù e
fortuna. Ci sono due elementi nella filosofia politica di Machiavelli che giocano un ruolo fondamentale:

- la virtù - la fortuna.

Virtù è un termine molto utilizzata nel linguaggio del ‘400 e del ‘500 italiano. Mentre virtù era sinonimo
di essere buoni, essere religiosi, ecc, per Machiavelli niente di tutto questo. Per lui virtù è
semplicemente l’insieme di quelle azioni che consentono al Principe di acquisire o mantenere il
potere. Qualsiasi azione volta al mantenimento del potere è una azione virtuosa. Fortuna. Si
contrappone alla virtù ed è quell’ insieme di elementi, di eventi, che vengono a favorire o a
sfavorire il tentativo del Principe ad ottenere o mantenere il potere. Possono essere favorevoli o
sfavorevoli. Anche per spiegare questo dualismo tra virtù e sfortuna, egli richiama eventi storici,
attraverso dei personaggi che giocano un ruolo molto importante all’interno del Principe. Il primo
è Cesare Borgia. Figlio di Papa Alessandro VI. Questo signorotto, egli dice, aveva acquisito questo
principato, non per meriti personali, ma per fortuna, avendo come padre un personaggio molto
influente. Però, lo seppe conservare con la virtù, cioè con le sue azioni. Una di queste, riguarda in
particolare L’eccidio di Senigallia: “a Senigallia c’era stata una rivolta. Allora Cesare Borgia ordina al
suo luogotenente più crudele e più forte di andare nella Romagna e di uccidere i tutti i rivoltosi, il quale,
molto forte e poco furbo, esegue l’ordine immediatamente. Quindi, Cesare Borgia si presenta a
Senigallia facendo finta di non sapere nulla di quanto accaduto. Sostiene di non aver mai impartito un
ordine di quel tipo e, in pubblico fa giustiziare il suo luogotenente”. Machiavelli sottolinea come Cesare
Borgia, abbia ottenuto due risultati: essere riuscito a sedare la ribellione e, contemporaneamente, ad
ingraziarsi il popolo, che ora lo vede come un salvatore. E’, per Machiavelli, un esempio di azione
virtuosa. Purtroppo, poi, Cesare Borgia non fu così virtuoso fino alla fine, poiché, la sfortuna volle
che, a breve distanza morì suo padre, il Papa, e anche lui si ammalò gravemente. Quindi non è servito
essere così abile, da influenzare il conclave ed impedire l’elezione di un papa nemico acerrimo della
sua famiglia Giulio II.

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Altro esempio per spiegare la virtù e la sfortuna è il Re di Francia, Luigi XII, che, con il suo esercito
decise di invadere l’Italia. All’inizio si è comportato in maniera virtuosa secondo Machiavelli, in quanto,
voleva dichiarare guerra al nemico e per farlo si è alleato con la Repubblica di Venezia. Ottimo principio
di strategia militare: fra nemici, bisogna sempre scegliere quello più vicino, alleandosi con il vicino del
vostro vicino per arrivare ad una sorta di accerchiamento. Ricordiamo che Machiavelli era molto
attento all’arte della guerra, al punto che scrisse un’opera molto importante: l’arte della guerra. Con
quella che fu chiamata la politica della scacchiera, Luigi XII, secondo Machiavelli, ha fatto molti
progressi. Il problema è nato quando, arrivato allo Stato della Chiesa, non ha voluto distruggerlo
completamente, chiedendo autorizzazione al Papa di passargli attraverso, senza invaderlo. Questo fu
secondo Machiavelli, un grave errore. Errore in quanto si è ritrovato lontano, dalla Francia che è suo
il quartier generale, spingendosi troppo in basso. Infatti, una volta arrivato a Napoli, rendendosi conto di
non poter ricevere rinforzi in tempo, fu costretto ad allearsi con la Spagna. Altro grave errore, perchè,
se devi fare una cosa, la devi fare da solo. Il problema vero secondo Machiavelli è che, una volta
commesso un errore, gli altri seguono a ruota. Per una azione fatta male, non si può recuperare, ne
seguono solo azioni errore.

Machiavelli dice al Principe come deve fare per mantenere il suo stato. Ci sono poi alcuni capitoli
dedicati ai consigli di Machiavelli al Principe. Il Principe deve essere amato e temuto dal suo volgo.
Ottenere sia di essere amato che di essere temuto contemporaneamente, è sicuramente la cosa
migliore, ma questo accade raramente, e quindi, poiché quasi impossibile, dovendo scegliere, è meglio
essere temuti piuttosto che amati. Il motivo è dato dal fatto che, seguendo sempre la sua teoria sulla
natura umana, l’amore è un sentimento molto più debole della paura, la paura è un sentimento molto
più forte. Questo si vede anche nella vita quotidiana: una persona amata, può essere anche lasciata,
mentre, se si ha paura di qualcosa o di qualcuno, questa paura ce la portiamo dietro tutta la vita.
Sul comportamento del Principe in politica. Qui Machiavelli racconta il famoso episodio della
volpe e del leone. Egli afferma che nell’uomo ci sono due forze, due modi di comportarsi, due nature:

- la natura animale, passionale, che esprime forza; - la natura razionale, l’intelligenza, l’astuzia -

Il principe deve essere allo stesso tempo forte e astuto. Come nel mondo animale, egli afferma che
il Principe deve prendere spunto dalla volpe e dal leone. Il primo è forte e abbatte tutti, la volpe, invece,
è astuta e si sa togliere dalle trappole dei cacciatori. Il Principe deve rispettare i patti, le promesse
fatte? Secondo Machiavelli, dipende. Se il rispetto delle promesse è una azione utile al mantenimento
del potere (l’obiettivo è sempre lo stesso), allora si, altrimenti, se il rispetto dei patti non è utile
all’obiettivo, allora il Principe può tranquillamente violarli.

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In effetti, per Machiavelli, non è che il Principe debba essere sempre un tiranno. Se il Principe si spinge
troppo oltre nel suo rapporto con il volgo, la storia insegna che questo si ribella e gli fa perdere il potere.
Questo è ciò che accadde al tiranno di Siracusa. Il quale uccise i suoi avversari politici. Questo andava
bene, se non fosse che, in un eccesso di tirannia, uccise anche i nobili con i quali si era alleato.
Questo, invece, generò un malcontento che portò alla sua rovina. Quindi, la morale è che il tiranno in
quanto tale non può fare quello che vuole e quando vuole. Il tiranno deve capire fino a che punto
può spingersi, e capire quali sono le azioni utili e non utili. Per questo Machiavelli afferma che non si
può essere buoni, mantenere i patti, essere religiosi. Bisogna cercare di esserlo, ma ciò che conta
non è l’essere ma l’apparire, il sembrare. La simulazione e la dissimulazione è un atto
fondamentale per il principe. Tutto questo per contrastare la fortuna, poiché questa gioca un ruolo
importante; la fortuna può essere la causa della caduta di un principe. Machiavelli dice che la fortuna
è come un fiume: “quando un fiume è in secca, il principe virtuoso costruisce gli argini, perché
quando il fiume sarà in piena, il Principe potrà dirigerlo dove vuole. Non può bloccarlo, ma può
indirizzarlo”. Nei “Discorsi”, egli sarà più pessimista su questo punto. Affermerà che per quanto gli
uomini possano cercare di contrastare la fortuna, di governarla, il caso e gli eventi sono sempre più
forti. Nel principe, invece, egli afferma che la fortuna e la virtù hanno il 50% ognuna.

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Se il protagonista del Principe era il principe, il
governante, il protagonista dei Discorsi è il popolo. In questa opera machiavelli dà fiducia al
governo dei molti.Questa opera è un commento ai primi dieci libri di un’opera fondamentale del
periodo Romano: la storia di Roma di Tito Livio. E’ un’opera scritta molti secoli prima di Machiavelli,
alla prima parte della quale lui fa un commento. Costituisce i suoi pensieri i suoi ragionamenti sulla
storia Romana e sulla Firenze del periodo in cui viveva. Qui Machiavelli si rivolge alle repubbliche,
mantenendo ferma la sua posizione sull’antropologia umana, sostanzialmente negativa. All’inizio dei
Discorsi, Machiavelli afferma che: “gli uomini per natura tendono sempre a rimpiangere il passato,
a disprezzare il presente e a sperare nel futuro”. Critica agli assunti tipici del periodo
medioevale e contemporaneo. Egli cerca di criticare alcuni assunti tipici del pensiero politico del
periodo medioevale e anche contemporaneo.Repubblica anziché monarchia. Uno di questi assunti
del periodo medioevale, afferma che la monarchia fosse una forma di governo migliore della
democrazia, oppure, come dice Machiavelli, che il Principato fosse una forma di governo migliore della
Repubblica. Le critiche erano sempre le stesse: il governo di uno è più efficiente, funziona meglio.

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Machiavelli è consapevole che sta dicendo qualcosa di inaudito ai suoi tempi. Secondo lui, tutti i difetti
sollevati al governo popolare appartengono anche al governo monarchico, anzi, i vizi del
governo di uno, sono superiore a quelli del governo di molti. Essendo la natura dell’uomo
corrotta, è facile che, chi ha il potere si corrompa, anzi, è inevitabile. Quindi se il re diventa un tiranno,
tutti i cittadini subiranno dei torti arbitrari. Nel governo popolare, invece, se uno si corrompe, ci saranno
sempre gli altri a tenerlo a freno. quindi, data la natura corrotta dell’essere umano, dare il potere a uno
solo è più rischioso. Un altro attacco al governo Repubblicano è che il popolo si sente più vicino alla
patria. In un principato il popolo si sente molto lontano dal suo Principe. Mentre in una repubblica, si
sente meno il divario fra lo Stato e i sudditi, poiché molti sono chiamati a partecipare alle cariche. Nella
Roma repubblicana esistevano tantissime cariche, e questo, permetteva al popolo di partecipare alla
vita dello stato. Ma la cosa fondamentale in una Repubblica è che il popolo rispetti le leggi che ha
contribuito a formare. Poiché dice Machiavelli, che una repubblica dove si rispettano le leggi può
durare a lungo quanto una monarchia, in contrapposizione a chi affermava che le Repubbliche durano
poco. La repubblica romana è durata diversi secoli, come anche la Repubblica di Venezia, al tempo di
Machiavelli era già molto antica. Qui Machiavelli fa la differenza tra la repubblica di tipo aristocratico
e di tipo democratico. Cioè la repubblica al cui governo ci sono un gruppo di nobili scelti non
per merito e una repubblica detta “larga”, dove il governo è affidato ad una larga parte del popolo. La
differenza tra Venezia di quel tempo e Atene. Machiavelli dimostra tutto il suopessimismo
filosofico quando afferma che il popolo che in tanti anni è stato governato da un principe, da un
tiranno, ed improvvisamente riacquista la libertà, non riesce a mantenerla a lungo. Il Popolo è per lui
come un animale domestico: se torna improvvisamente in libertà, diviene subito preda di un animale
più forte. Per questo bisogna fare molta attenzione a quei popoli che in rivolta scacciano il tiranno e
vogliono subito instaurare, credendolo facile, una repubblica.

La religione Altro argomento molto importante trattato ne i Discorsi è la religione. Machiavelli non è


ateo come qualche volta si è detto. Ha una posizione sulla religione diversa da quella di S. Agostino.
Quello che conta per lui è il valore politico della religione. Secondo Machiavelli, la religione è
necessaria allo Stato. In quanto è una specie di collante per il popolo, lo rende più forte. Per questo
egli afferma che è Numa Pompilio, secondo Re, il vero fondatore di Roma, in quanto ha introdotto il
culto degli Dei nella politica, ed è stato molto saggio in quanto questo aspetto ha reso Roma un popolo
fiero e unito. Stessa cosa, accaduta nella Firenze del ‘400 con Savonarola, il quale è riuscito ad unire il
popolo di Firenze, trasmettendo una serie di valori da un punto i vista religioso molto forti, anche se poi
è finito sul rogo. Machiavelli, si rende conto che la storia dimostra che i governi senza religione
durano poco. Perchè le leggi devono avere un vincolo più forte rispetto al valore che porta un singolo
uomo o un governo.

Potere temporale della chiesa. I Discorsi si chiudono con la celebre opinione che ha Machiavelli sullo
stato della chiesa, ossia sul potere temporale dei Papi. Egli ha un parere negativo. La religione va
mantenuta, gli ecclesiastici hanno un ruolo molto importante, ma il Papa non deve possedere uno
stato. Non tanto per motivi teorici, ma per un motivo molto pratico, poiché impedisce l’unificazione
dell’Italia. La spiegazione sta nel fatto che, lo Stato della chiesa è uno stato mediamente
potente:troppo debole per essere protagonista dell’unità d’Italia, ma è troppo forte per essere
sopraffatto.

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Jean Bodin Tra gli autori più importanti e più chiesti in sede di esame.

Dati Biografici e contesto storico Francese, contemporaneo (leggermente più giovane) di


Machiavelli, nato nel 1529, morto nel 1596, visse nella Francia del XVI secolo. Era un giurista di
professione, avvocato. Ebbe un ruolo all’interno della vita politica del paese. La Francia del 1500 era un
periodo di guerre civili: le guerre di religione. Oltre ad elementi di religione erano soprattutto guerre
politiche, tra partiti politici, nate dal tramonto dell’unità dell’Europa cristiana medioevale a seguito della
Riforma Protestante. Quando si vennero a creare numerose fratture della chiesa romana e le chiese
cosiddette d’oltralpe, del nord. Nella Francia di quel tempo, c’erano diversi partiti a contendersi il
potere: i cattolici, gli ugonotti e il partito dei “politici”. Quest’ ultimo era il partito al quale apparteneva
Bodin, il quale sosteneva la superiorità della politica sulla religione. Non voleva né uno Stato cattolico,
ma nemmeno uno stato Protestante. Uno stato che comprendesse al suo interno una pluralità di
religioni, sulle quali era sovrano e arbitro. Bodin scrive un capolavoro da un punto di vista politico: I
Sei libri dello Stato. Bodin non intende Repubblica come Machiavelli, governo di molti, per lui è
sinonimo di Stato. Perché Bodin scrive “I sei libri dello stato”. Egli è testimone dei dissidi religiosi,
che all’epoca non era una cosa delicata, la tortura e il rogo erano una cosa all’ordine del giorno. Evento
molto emblematico è il massacro di San Bartolomeo. Cioè la notte del 1572 nella quale, per ordine di
Caterina dei Medici, vengono assassinati centinaia di ugonotti. Il problema della Francia del ‘500 era
anche un problema monarchico, cioè mancava un Re forte. Il 1572 ha visto una serie di eventi che
portarono alla confusione, non si sapeva chi dovesse essere sovrano. Il potere fu quindi affidato a
Caterina de Medici, donna e italiana. Quindi Bodin vuole rispondere a questa situazione di debolezza
cronica della Francia, vuole proporre un modello di Stato forte. Ovviamente il problema era quello della
debolezza della monarchia, di conseguenza, nel suo libro troveremo che il Re deve avere molti poteri,
deve essere forte, deve vincere la resistenza dei suoi sudditi, fra le forme di governo la migliore è
certamente la monarchia, in risposta al contesto storico.

I Sei libri dello Stato Dice Bodin all’inizio del libro:”la Francia è come una nave in una tempesta alla
quale manca il capitano, quindi rischia di rovesciarsi”. Il Grande problema era la politica estera,
c’erano due grandi potenze che premevano: Spagna e l’Inghilterra. Bodin cerca di dettare un
soluzione a questi problemi. Egli afferma che non ci sono molti autori che parlano di Politica e fa anche
una riflessione su Machiavelli. Afferma che in Italia è in voga questo autore, il quale, però non è stato
un bravo politico, in quanto non aveva considerato nei suoi libri di politica un aspetto importante: il
diritto, l’aspetto giuridico. Sicuramente

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Machiavelli ha parlato della natura umana e di tante cose filosofiche, ma la politica è fatta di leggi, di
istituzioni, di concetti giuridici. Cosa è lo Stato La definizione è semplice, e da questa definizione
emergono i suoi elementi fondamentali: Lo Stato è un governo giusto che si esercita col potere
sovrano sulle famiglie e sulle cose a loro comuni. Ne emergono gli elementi fondamentali:

- il governo giusto; - la sovranità; - la famiglia (per Bodin fondamentale); - le cose comuni alle
famiglie(le strade, gli edifici, i beni pubblici, diremmo oggi).

I greci non avevano distinzione tra cose pubbliche e private, sono stati i romani ad introdurre questo
concetto. La famiglia, secondo Bodin è una cosa fondamentale. Lo Stato è composto dalle famiglie, la
quale è un’aggregazione che viene prima dello Stato. Nascita dello Stato Gli individui si sono prima
uniti in famiglie, poi in tribù, poi hanno dato vita allo Stato. Lo Stato secondo Bodin nasce da una lotta
tra famiglie. La famiglia più forte vince sulle altre, le assoggetta e si crea lo Stato. Quindi, lo Stato
nasce:

- da un atto di violenza, non nasce attraverso il consenso dei cittadini; - dalle famiglie, non da
individui singoli

Questo schema, in voga per molti secoli, verrà stravolto da correnti successive a Bodin. In particolare
igiusnaturalisti, per i quali invece, lo Stato nasce, da un contratto, da un accordo volontario di
individui, non famiglie, titolari di diritti soggettivi. Le Cose comuni. Quindi, le cose private (la proprietà
privata) sarà molto importante per Bodin. Perché la proprietà delle famiglie sarà uno dei limiti
all’esercizio del potere sovrano. Il Governo Giusto. E’ l’idea che il governo delle cose politiche terrene
debba ispirarsi a criteri di giustizia oggettivi. La giustizia deve ispirarsi a valori
superiori. Sovranità.Forse il più importanti degli attributi dello Stato. E’ il primissimo autore a parlare di
questo concetto. E’ secondo Bodin, il potere assoluto e perpetuo di uno Stato:

- Potere assoluto significa potere che non incontra alcun potere al di sopra di sé, se non quello di Dio.
Se ad essere portatore della sovranità è uno, pochi o molti, non incontrerà in tutti i casi alcun altro
potere;

- Potere perpetuo vuol dire ovviamente che non incontra limiti temporali.

Oltre ad essere assoluta e perpetua, la sovranità ha altre caratteristiche:

- inalienabile, chi ha la sovranità non può cederla; - imprescrittibile, quindi non decade, non è


soggetta a prescrizione se non la utilizzo - indivisibile, non può essere divisa anche se gestita da più
persone

Con questo Bodin voleva criticare i teorici della costituzione mista. Questi erano coloro che avevano
detto che la forma migliore dello stato è quella in cui il potere viene diviso tra diverse istituzioni o organi.
Tra questi c’è anche Machiavelli e altri autori che si rifacevano all’esempio della Repubblica Romana,
dove il potere era diviso tra i consoli (elemento monarchico), senato (elemento aristocratico), tribuni
della plebe (elemento democratico). Bodin è molto critico, il suo scopo è quello di avere uno stato
forte, unito, dotato di un potere assoluto. E questo, ovviamente, non poteva essere condiviso con la
teoria di una costituzione mista. Fra le diverse forme di governo che possono esistere, la migliore per
Bodin, per la Francia è la monarchia. Una volta definita la sovranità, Bodin ci dice quale è la prima
funzione di chi ha il potere sovrano. La prima e principale funzione della sovranità è quella di
fare le leggi. Qui Bodin rompe con la tradizione del pensiero politico medioevale. Perché per il
pensiero politico medioevale, la prima funzione del Re era quella di giudice. Perché le leggi, secondo la
concezione medioevale, non dovevano essere fatte, ce le dava Dio, il sovrano doveva solo giudicare i
comportamenti dei sudditi. Ma il sovrano, nel nome della sovranità, è vincolato o no al rispetto
dalle leggi? Sicuramente, il sovrano non è vincolato dalle leggi che lui stesso fa. Il sovrano crea le
leggi e può anche tranquillamente revocarle, ma , il problema nasce per quelle leggi di natura diversa
da quelle che lui fa. Ci sono alcune leggi, che il sovrano deve assolutamente rispettare:

- le leggi divine, nel ’500 si intendeva con queste un gruppo di regole (diritto divino) che più o meno
erano considerate la base del potere politico, era un concetto molto vago, utilizzato soprattutto per fini
propagandistici

- le leggi naturali, più o meno come le precedenti, molto vaghe, le leggi date dalla natura dell’uomo e
che non hanno origine dalla volontà (norme generalistiche)

- le leggi fondamentali del regno. Leggi che sono opera dell’uomo e che affondavano la loro origine
nella notte dei tempi. Come per esempio la legge che regolava la successione al primogenito maschile
del Regno in Francia. Questa è una legge importantissima che non può essere cambiata neanche dal
sovrano.

Problema delle tasse. Il tema importante del periodo è quello della tassazione, c’è il problema delle
tasse arbitrarie. Il principe, in qualsiasi momento poteva inserire una tassa nuova, magari per fare una
guerra. Bodin afferma di fare molta attenzione con le tasse: è uno degli argomenti più sentiti dai sudditi,
e la storia insegna che molte rivoluzioni hanno preso spunto proprio da questo. Rapporto tra Monarca
e Stati Generali Molto importante è il rapporto tra il Monarca e gli stati generali: il parlamento
dell’epoca, cioè l’assemblea che regolava i rapporti tra il popolo e il re. Agli Stati generali francesi
appartenevano tre classi di persone:

 la nobiltà;  il clero; il cosiddetto terzo stato, i borghesi, il ceto medio.

Il popolo comunque non partecipava. Gli stati generali hanno solo un ruolo di consigliere per il
sovrano, la loro posizione non è vincolante per il sovrano, è lui che prende le decisioni. Per Bodin sono
comunque importanti perché creano un rapporto tra il popolo ed il sovrano, ma, comunque, questo può
far ciò che vuole.

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Distinzione fra regime e governo. Bodin propone una sua forma di governo. Egli afferma che,
sicuramente il potere è a volte di uno, a volte di pochi, a volte di molti, però, chi ha parlato di forme di
governo, non è riuscito a vedere la distinzione che c’è tra regime e governo. Il regime. E’ la forma di
governo che dipende dalla titolarità della sovranità, cioè da chi ha la sovranità. Se la sovranità è di uno,
il regime è monarchico, se la sovranità ce l’hanno in pochi è aristocratico, se l sovranità è di molti, il
regime è democratico. Il governo. Dipende da come la sovranità viene esercitata, non da chi la
possiede, ma da come viene esercitata. Chi la esercita ha due possibilità:

la può esercitare in pieno, accentrando tutto su se stesso; lasciando l’esercizio del potere ad una
quantità di cittadini quanto più ampia possibile.

E’ per questi motivi che, secondo Bodin, possiamo avere un regime monarchico con governo
democratico, nel quale la sovranità appartiene al re, che però la esercita attraverso il popolo.
Allo stesso modo potremmo avere un regime aristocratico con governo democratico, oppure un
regime democratico con governo monarchico, nel caso in cui i poteri all’interno della grande
assemblea venissero accentrati in una sola persona. Diritto di resistenza. Tema fondamentale nella
storia delle dottrine politiche. Vale a dire la possibilità di un diritto del popolo o dei sudditi di
ribellarsi contro il governo. Ha diritto il popolo di ribellarsi ai soprusi? In certe costituzioni
moderne, è ancora previsto. Anche nella nostra Costituzione del 1948, doveva essere presente un
articolo di questo tipo, che all’ultimo momento venne tagliato. Su questo tema, Bodin distingue tra due
tipologie di tiranno:

- il tiranno senza titolo è il tiranno che ha ottenuto il potere in maniera illegittima, senza accordo con i
sudditi o senza successione, ha preso il potere con la forza;

- il tiranno con titolo è quello che è legittimamente al potere e che poi è divenuto tiranno abusando

del suo potere. Nel primo caso, tiranno senza titolo, c’è sicuramente il diritto del popolo di ribellarsi
contro l’usurpatore. Più delicato è il secondo caso, dove il tiranno è al potere legittimamente, anche se
ne ha abusato. In tal caso i sudditi non hanno il diritto di ribellarsi. Chi, invece, può venire in
soccorso è il Principe straniero, il quale, invocato dal popolo che non può ribellarsi può venire in aiuto,
in quanto il principe straniero non ha alcun vincolo. Questo anticipa una questione ancora oggi molto
delicata del diritto di intervento, ossia il diritto di un popolo di intervenire su un altro popolo sottoposto
alla tirannia.

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4° lezione (27-03-2006)

Giusnaturalismo Gruppo di pensatori/autori, chiamati giusnaturalisti. Il Giusnaturalismo è una corrente


filosofica politica, che inizia nel XVII secolo. Ha come concetto fondamentale il diritto naturale. In
pratica, consiste nell l’idea che esistano delle leggi che sono precedenti allo stato e superiori ad esso
qualora nasca un conflitto. L’idea che la natura abbia le sue leggi e che esse siano differenti dalle leggi
dell’uomo, apparteneva al pensiero greco, sono stati poi i romani a codificarla nel diritto. Infatti il diritto
viene diviso in diritto naturale e diritto delle genti, il diritto civile. Il diritto naturale è composto da regole
generalissime, adottate in ogni luogo della terra che spettano agli individui. Questa dei diritti naturali
sarà poi ripresa dal Cristianesimo, ma sarà soprattutto la scuola del diritto naturale moderno, dei
Giusnaturalisti che a partire dal ‘600 con Hobbes, Locke e Spinoza viene ad avere una
sistematizzazione. Perché? Cosa c’era di differente rispetto ai teorici del diritto naturale
medioevali?. Il pensatore più moderno a partire dal ‘600 in un certo senso si svincola dall’idea che
questi diritti naturali siano legati ad una divinità trascendente, perché normalmente, si sosteneva, che i
diritti naturali trovassero la loro fonte in Dio, in quanto Dio è il creatore della natura. I Giusnaturalisti,
quindi, non erano d’accordo sul fatto che le leggi naturali fossero leggi divine, semplicemente
affermavano che le leggi naturali sono cose umane, indipendentemente dalla volontà di Dio. Il
capostipite di questa scuola fu Ugo Grozio, che visse fra il ‘500 e il ‘600 (non ce ne occuperemo). Il
Giusnaturalismo moderno raffigura la sua filosofia politica in alcuni concetti chiave:

- lo Stato di Natura, ossia la condizione degli uomini prima che nasca lo Stato. Quale è la condizione
in cui si trovavano gli uomini prima della nascita della società politica? E’ una domanda a cui
cercano di dare risposta tutti i Giusnaturalisti. Questi cercavano sempre di capire la politica partendo
dalla ragione, cercando di individuare se ci sono delle leggi costanti nella politica.

- nascita dello Stato (patto sociale), tutti i Giusnaturalisti assumono la nascita dello Stato attraverso
un patto o un contratto, comunque attraverso un accordo consensuale tra individui. Quindi per i
Giusnaturalisti lo Stato non nasce spontaneamente in maniera naturale (come per Aristotele), e non
nasce per volontà divina, si parla quindi di concezioni naturalistiche contro concezioni volontaristiche.
- Rapporto tra stato (creato per contratto) e autorità sovrana. Con il Giusnaturalismo per molti
nasce la filosofia moderna. Cartesio è uno dei padri fondatori della filosofia moderna, il quale era in
corrispondenza con Hobbes. E’una epoca nella quale gli uomini iniziano a prendere coscienza che non
esiste più il mondo diviso in impero e papato, esistono diversi stati, gli stati moderni e che la teologia e
Dio non è più la lettura di tutte le cose, ma le cose iniziano ad essere viste dalla parte dell’uomo.
Chiaramente il passaggio è progressivo.

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Thomas Hobbes.

Vita. Nacque nel 1588, morì nel 1669. Vissuto quasi per tutto l’arco del XVII secolo. E’ Inglese, uno
dei grandi maestri della storia della filosofia occidentale, si è occupato non solo di politica, era un ottimo
matematico, insegnò al futuro Re d’Inghilterra, Carlo II Stuart. Quasi tutta la vita fu precettore,
insegnante dei rampolli di una delle più importanti famiglie inglesi. Fu per un lungo periodo in Francia,
poiché in Inghilterra c’era la guerra civile, la prima Rivoluzione inglese del ‘600. In Francia incontrò
Cartesio, conobbe Galileo, e conobbe il futuro Re d’Inghilterra Carlo II. Scrisse numerose opere
politiche, delle quali a noi interessa il “Elementa philosophica de cive”, “Elementi filosofici sul
cittadino” del 1642, scritto in latino, e poi nel 1651 pubblicò il suo capolavoro : “Leviathan”, “il
Leviatano”, scritto in inglese. Il Leviatano è un mostro tratto dal libro di Giobbe della Bibbia. Hobbes è
molto interessato al tema del conflitto e delle guerre civili, proprio perché le ha vissute. Nel 1640,
scoppia la prima rivoluzione inglese, il conflitto che oppone la corona al Parlamento, che terminerà
nel 1649 con la prima esecuzione di un Re nella storia dell’Europa moderna, per la prima volta infatti,
dopo la nascita degli stati moderni, dopo il periodo medioevale, i sudditi pongono sotto giudizio in un
tribunale il loro Re, lo condannano e lo giustiziano. Nel 1789 accadrà la stessa cosa a Parigi con la
rivoluzione francese, durante la quale, il Re di Francia verrà giustiziato nel 1792. La seconda
rivoluzione inglese arriva nel 1688-1689, Hobbes non fece in tempo a vederla. Fu un evento molto
importante, chi la visse fu Locke, un altro dei giusnaturalisti.

Elementa philosophica de cive (Elementi filosofici sul cittadino) Lo stato di Natura. Come abbiamo


detto, tutti i giusnaturalisti partono dalla concezione dell’uomo allo Stato di Natura. Secondo Hobbes
gli individui prima della nascita dello Stato sono in una condizione di uguaglianza e libertà assoluta, tutti
gli individui sono uguali e liberi per natura. Non esiste prima dello Stato alcuna legge civile, ognuno si
modella secondo le leggi della natura. La prima legge naturale secondo Hobbes è la legge di auto-
conservazione: ciascuno tende assolutamente a preservarsi, a conservare la propria esistenza, tutto
quello che ognuno fa durante la giornata è volto alla conservazione della propria esistenza, dalle cose
più grandi alle cose più piccole. Gli individui allo stato di natura non sono assolutamente socievoli.
Hobbes, quindi, critica la visione greca espressa da Aristotele, secondo la quale l’uomo è unanimale
politico. Non è assolutamente vero, gli uomini tendono semplicemente per natura al loro utile, alla loro
auto-conservazione, a procacciarsi i mezzi per la loro conservazione. Gli uomini per natura vogliono o
un bene maggiore o un male minore. Gli uomini allo stato di natura hanno il diritto a tutte le cose, tutto
ciò che giudicano utile alla loro conservazione, hanno il diritto di ottenerlo. Una concezione che si
chiama “il diritto di tutti a tutto” (ius in omnia). Per descrivere questa condizione di inimicizia
reciproca, in quanto per Hobbes ciascuno vuole ottenere la stessa cosa dell’altro, egli dice che gli
uomini sono come i lupi allo stato di natura, in quanto la stessa amicizia è un sentimento mistificato,
un sentimento che non esiste, poiché dagli stessi amici noi tendiamo ad ottenere qualcosa, un
vantaggio (visione negativa della natura umana). Se gli uomini fossero tutti animali socievoli, come
dice Aristotele, perché noi siamo amici di alcuni più che di altri? La risposta è semplice secondo
Hobbes: le persone che noi scegliamo come nostri amici, sono persone o un po’ inferiori a noi, quindi ci
fanno sentire meglio, ci fanno sentire più importanti, oppure persone più importanti che noi possiamo
sfruttare per ottenere qualcosa. Questa è l’amicizia.

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L’uguaglianza naturale di cui parla Hobbes, è basata sulla paura. Non è l’uguaglianza come la
intendeva il Cristianesimo: siamo tutti uguali in quanto tutti figli di Dio. L’uguaglianza è basata sulla
paura reciproca: ciascuno può causare un danno o eliminare fisicamente l’altro. Anche una persona
debole, unita ad altre, può eliminare quello forte,. Sulla paura reciproca si basa l’idea di uguaglianza
naturale. Nello stato di natura, tuttavia, secondo Hobbes, ci sono delle regole, dettate dalla ragione, in
quanto l’uomo ha anche una parte razionale. Nascita dello Stato La prima di queste leggi di natura è
che gli uomini devono cercare quanto più possibile la pace, in quanto questa è quella che più di ogni
altra cosa garantisce l’auto-conservazione. Il problema però è che, queste leggi di natura, non hanno
un arbitro, ciascuno può affermare se sono state violate oppure no. Non c’è nessuna autorità che viene
a punire chi non rispetta le leggi naturali, questo è il motivo per cui l’uomo deciderà di uscire dallo stato
di natura e formare lo Stato. Quindi, lo Stato di natura è uno Stato di insicurezza totale, tutti hanno
diritto a tutto, tutto è di tutti, il che equivale a dire che nessuno ha diritto a niente: non esiste il diritto.
Quindi gli uomini rendendosi conto di questa situazione di insicurezza totale, dello stato di natura e
decidono razionalmente di unirsi e di formare una associazione politica attraverso un patto, con il
quale, l’associazione politica, autorizzerà il sovrano ad esercitare i diritti di natura che, quindi,
gli vengono completamente ceduti al sovrano stesso. Il sovrano di Hobbes è quindi un sovrano al
quale gli individui hanno ceduto tutti i loro diritti, è uno Stato molto forte, molto accentrato, che Hobbes
ovviamente propone come conseguenza della guerra civile inglese, come proposta per uscire dallo
Stato di Governo civile, incerto, insicuro che lui viveva nella sua epoca. Quindi gli individui creano lo
Stato attraverso un patto, non un contratto. Hobbes sottolinea la differenza tra i due. Fra sovrano e
sudditi non c’è alcun obbligo reciproco, in quanto in ogni contratto esistono tra le parti obblighi reciproci.
Qui avviene un patto, gli individui tra di loro formano un contratto, ma nei confronti del sovrano non
esistono obblighi reciproci, al sovrano vengono trasferiti tutti i diritti naturali, ma il sovrano non deve
nulla ai suoi sudditi. Per Hobbes, esiste quindi un contratto tra gli individui, ma tra sudditi e
sovrano esiste solo un patto: gli individui cedono incondizionatamente i loro diritti. Il sovrano
può essere una singola persona ma anche unaassemblea, un organo composto da un certo numero di
individui. Hobbes tra le due soluzioni preferisce la monarchia. Il potere è assoluto, come era per
Bodin, non trova nulla di superiore. Il Monarca, come per Bodin, non è obbligato al rispetto delle leggi
che egli stesso fa. Se noi diciamo che in certe cose il popolo è superiore al Re, questo non è più Re, gli
individui hanno ceduto tutti i loro diritti al sovrano e non possono più riprenderseli. C’è un solo caso in
realtà per il quale gli individui possono chiedere la dissoluzione dello Stato. Poiché il fine ultimo degli
individui è la pace e la loro conservazione, allora, quando il Sovrano non riesce più a garantire
l’incolumità fisica del popolo, questo non ha il diritto di resistere al sovrano (non c’è alcun diritto di
resistenza in Hobbes), ma di fatto ci sarà una rivolta, una rivoluzione o una guerra civile. Quando il
popolo si rende conto che il sovrano non ha più la capacità di garantire la vita ai suoi cittadini, la
sicurezza, normalmente c’è una guerra civile, ma questo non vuol dire che i sudditi hanno il diritto
di ribellarsi o resistere al sovrano. Infatti l’opinione secondo cui è diritto del popolo di usare violenza
nei confronti del sovrano, è un’opinione da condannare. Nel momento in cui si crea lo Stato, cessano le
leggi di natura, perché i diritti naturali vengono trasferiti allo Stato e nascono le leggi civili, il diritto dello
Stato. Lo Stato di natura non esiste più. In questa concezione si manifesta una dicotomia molto
importante nella storia delle dottrine politiche : tra giusnaturalismo e positivismo giuridico. Cioè tra
diritto naturale e diritto civile.

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Quando Hobbes dice che il diritto naturale cessa, non esiste più al momento del patto, quindi al
momento della nascita dello Stato, per cui esiste solo il diritto civile, le uniche cose che regolano le
nostre azioni non sono più dei principi superiori alle leggi dello Stato, ma esiste solo il diritto dello
Stato. I Teorici del positivismo politico, invece, sostengono che i diritti naturali rimangono all’interno
di ognuno di noi anche successivamente alla nascita dello Stato. E’ un tema su cui i giuristi dibattono
molto. La concezione di Hobbes prevede che, se allo stato di natura, ciascuno era giudice di se stesso,
nel dire ciò che era giusto e ciò che era sbagliato, quando si è creato lo Stato, trasferendo tutti i diritti al
Sovrano, è lui il sommo arbitro, il sommo giudice del bene e del male. Gli individui non sono più giudici,
lo è solo il Sovrano con le sue leggi. Forme di Stato Come gran parte dei Giusnaturalisti, Hobbes, ha
la sua teoria sulle forme di Stato, egli critica la concezione aristotelica, come gran parte degli autori
dell’era moderna perché la considera non scientifica, non razionale. Tornando sulla ripartizione
tra forme pure e forme degenerate, Hobbes afferma che non è una ripartizione corretta, in quanto il
criterio con cui Aristotele effettua la ripartizione è se chi governa lo fa nel suo interesse (forme
degenerate) oppure nell’interesse dello stato (forme rette), ma allora, chi è che giudica se il governo
viene fatto solo nell’interesse di chi governa oppure nell’interesse di tutti? Una parte dei cittadini
la vedrà in un modo, un’altra parte, in modo diverso. Gli amici del Re lo giudicheranno un giusto
sovrano, i suoi nemici un tiranno. Vale a dire che le forme corrotte o degenerate, come la tirannide,
sono semplicemente un modo diverso di chiamare la forma retta o corretta, la monarchia, in
opposizione al potere vigente. Sostanzialmente, egli afferma che, non esistono le forme corrotte o
degenerate perché gli individui non sono più giudici, non sono più arbitri, avendo ceduto tutto al
sovrano. Il diritto naturale non c’è più, solo ciò che dice il sovrano è giusto. Il popolo non può più
decidere se il sovrano sta operando nella maniera giusta. Certo, il primo potere è sempre quello
della auto-conservazione, quindi gli individui hanno autorità sul sovrano non ad obbedirgli in qualsiasi
cosa, ma a garantirgli il diritto a comandare su qualsiasi cosa. C’è un caso,ad esempio, nel quale il
suddito può disubbidire al sovrano, nel caso in cui il sovrano ordini al cittadino di suicidarsi. In
questo caso, il primo potere, quello di auto-conservazione, gli dà il diritto di opporsi e di rifiutare il
comando. Però questo non diminuisce il suo potere, in quanto il sovrano può ordinare a qualcuno
l’ordine di uccidere lo stesso cittadino. Troverà sempre qualcuno disposto a farlo. Pertanto, secondo
Hobbes, questo unico caso dove è prevista la disubbidienza, non diminuisce il potere assoluto del
sovrano.Hobbes non crede che la sovranità possa essere ripartita fra diversi organi, il sovrano è
uno e uno solo. Altra critica di Hobbes va verso i Repubblicani, i difensori della forma di governo
popolare. Cerca quindi di dimostrare la superiorità della Monarchia, il governo di uno. Ci sono dei difetti
che sono molto superiori nei governi repubblicani piuttosto che i governi monarchici:

- lo sperpero di denaro pubblico. Nella monarchia è comunque uno solo a sperperare la ricchezza
per pagare i suoi consiglieri, nel governo popolare, ognuno in assemblea, per farsi eleggere ha
necessità di corrompere, con sommo spreco di denaro pubblico.

- le condanne a morte. Nella monarchia il Re ha comunque pochi avversari. In una repubblica,
ciascun membro dell’assemblea ha i suoi nemici, di conseguenza il rischio di arrivare a sentenze
arbitrarie di condanne a morte è molto elevato;

- la natura umana porta a degenerazioni dell’assemblea. Il Re prende le decisioni da solo o con
l’aiuto di pochi consiglieri. In assemblea si generano alcuni effetti psicologici per i quali, quando
qualcuno prende la parola per parlare, secondo Hobbes, tende a perdere di vista la verità, ma
automaticamente cerca di convincere il proprio o il partito avversario. Quindi chi parla in assemblea
tende unicamente a cercare di trovare il parere favorevole dell’assemblea, perdendo di vista l’obiettivo
di tutti, dello Stato.
Le fazioni, sono quelle che hanno dato il via alla guerra civile. Hobbes diffida delle fazioni.

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Proprietà privata. Ricordiamo che per Bodin la sovranità trovava un limite nel diritto di proprietà
privata. Per Hobbes, invece, tutto appartiene allo Stato, non esiste la proprietà privata. O meglio, lo
stato garantisce l’uso, l’usufrutto delle cose, ma mantiene la proprietà ed in qualsiasi momento può
espropriare la cosa al singolo. Nello stato di natura il singolo poteva possedere le cose, ma anche
questo diritto viene ceduto al momento del patto. E’ una concezione molto forte del potere assoluto del
sovrano, costruito sul periodo delle guerre civili dell’ Inghilterra del ‘600. Numerosissimi saranno i critici
di Hobbes. La maggior parte riconcentra sulla sua analisi dello Stato di Natura, viene criticata la
concezione dell’uomo cattivo, dell’uomo lupo, del diritto di tutti a tutto. Fra i critici di Hobbes c’è
Spinoza.

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Benedetto Spinoza.

Dati biografici Nacque ad Amsterdam nel 1632 e morì nel 1677. Viveva in Olanda, proveniente da
una famigliari ebrei portoghesi. Pur avendo studiato nella comunità ebraico-portoghese con risultati che
facevano sperare in un futuro rabbino,egli da giovane aveva manifestato idee filosoficamente proibite
sia dalla comunità Cristina che da quella Ebraica della quale faceva parte. Quindi, ad un certo punto
della sua vita venne espulso dalla sinagoga che frequentava. Non si sa bene per quale motivo, il
decreto di espulsione parlava di dottrine blasfeme. Spinoza aveva studiato la filosofia greca, latina ed
ebraica, e alla luce della ragione, aveva cercato di sgombrare il campo dalle pesantezze e da quelle
che a lui apparivano come cose non logiche ad esempio delle Sacre Scritture. L’Antico testamento
secondo Spinoza andava studiato come libro storico, cercando di analizzare gli eventi raccontati
dalle sacre scritture dal punto di vista della ragione. Per cui, ad esempio, quando Giosuè nell’Antico
Testamento afferma : “fermati o sole…”, questo, dice Spinoza, non vuol dire che il sole ruota attorno
alla terra, ma, come è stato dimostrato, è la terra che ruota attorno al sole. Queste sono tutte metafore,
quindi dobbiamo prendere ciò che è stato scritto in questi testi innanzitutto contestualizzandole,
utilizzando la ragione. Questo aveva creato molto sconcerto, tanto è che le opera di Spinoza finivano
subito nell’indice dei libri proibiti compilato dalla Chiesa Cattolica Romana, che durò fino al 1949.
Spinoza nella vita faceva l’ottico, però spendeva la maggior parte del suo tempo a rispondere a lettere
che gli venivano dai filosofi, fu anche in corrispondenza con Newton e criticò Hobbes. Contesto
Storico in cui Spinoza visse (molto importante). Spinoza era un cittadino non di uno stato qualsiasi
del ‘600, ma visse durante quella che venne chiamata la grande anomalia del XII secolo in Europa,
la Repubblica Olandese o Repubblica delle Province unite. Questa è stata un laboratorio vero e
proprio per la nascita non solo della filosofia moderna, ma proprio dello Stato moderno. All’epoca era
uno stato particolare visto con grande diffidenza dai monarchi degli stati che lo circondavano. La
Repubblica Olandese, era una Repubblica popolare, governata dagli aristocratici,comunque molto
ampia, tollerante, dove convivevano ebrei, cristiani, etc etc, era una repubblica che aveva visto
abbandonare l’esercito per sviluppare il commercio. Aveva capito che la ricchezza di uno Stato non
era nello Stato, ma nel commercio. Così era uno stato nel quale si rifugiarono molti pensatori
nell’epoca che nei loro paesi di origine venivano censurati o addirittura condannati. Cartesio e Locke ne
sono esempi. Era una Repubblica in cui si potevano esprimere e pubblicare opinioni più o meno
liberamente, anche opinioni compromettenti, comunque con alcuni limiti.Cartesio, racconta ad esempio
in una lettera : “io posso scendere liberamente dal macellaio sotto casa il quale mi fornisce dei pezzi di
carne sui quali io posso fare i miei esperimenti di medicina. Prima, in Francia, non potevo farlo, se non
chiedendo autorizzazioni”. La stessa cosa viene espressa da Spinoza nella sua opera “Trattato
teologico politico” pubblicato nel 1670. Già il titolo era abbastanza scabroso per il ‘600.

Trattato Teologico Politico Pubblicato nel 1670. Se l’obiettivo di Hobbes era quello di porre fine alle
guerre civili proponendo uno Stato forte, una monarchia assoluta, l’obiettivo di Spinoza era quello di
rispondere a coloro che pensano che per porre fine alle guerre civili sia necessario impedire la libertà di
religione e la libertà di pensiero. Io invece sostengo, dice Spinoza, che il fine di uno Stato non è la
tranquillità e la pace, ma la libertà dei suoi cittadini. Il fine dello Stato è la libertà. Alla fine del suo
trattato Spinoza giungerà alla conclusione che la stabilità di uno Stato non è data dal punire ogni
opinione differente da quella del Sovrano, sia in materia di

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religione che di politica, perché, la storia insegna che quei sovrani che hanno cerato di reprimere le
libertà di pensiero, prima o poi sono stati oggetto di ribellione. Uno Stato che vuole durare a lungo,
invece, secondo Spinoza, è quello in cui vengono garantite le differenti opinioni sia in materia di
religione che politica. Semplicemente, la punizione delle dottrine non confacenti all’ortodossia, è
deleteria, non è utile allo Stato. E’ la concezione dei paesi bassi del tempo e quella attuale. Con leggi
troppo severe avremo un risultato negativo opposto a quello raggiungibile con una politica più flessibile,
ma entro certi limiti, ovviamente. E’ una concezione utilitaristica, la tolleranza, egli dice, non è giusta,
ma utile. La natura dell’uomo e forma di stato. All’inizio Spinoza parla della superstizione e dice che
gli uomini sono creduloni per natura, sono facili preda del timore e facili preda dei desideri e delle
passioni. Spinoza aveva letto Machiavelli molto attentamente, questo è uno dei due autori che egli cita
esplicitamente. Egli, quindi, afferma che gli uomini sono creduloni, sono facile preda della passione e
anche della superstizione, non riescono a sviluppare la ragione. Sono facile preda di ciò che gli dice il
sovrano di turno in quanto non sono abituati a ragionare. La monarchia inganna gli individui.
Spinoza, quindi, condanna, contrariamente da Hobbes, la monarchia, egli è un sostenitore della
Democrazia repubblicana, del governo del popolo, attraverso la camera dei deputati. La monarchia
inganna gli individui, si allea con il potere religioso e costringe gli individui ad accettare quello che la
monarchia stessa pensa essere la cosa giusta. Camuffa nel nome e per conto della religione, la paura,
per mezzo della quale si tengono sotto controllo i cittadini. All’inizio egli scrive una frase emblematica :
“(1.08.30) mentre nella legislazione dello stato condannasse solo le azioni e lasciasse immune le
parole, i conflitti non potrebbero in alcun modo..” Spinoza, quindi, distingue nettamente la libertà di
parola dalla libertà di azione. Lo stato di natura e nascita dello Stato. L’uomo allo stato di natura non
è per forza un lupo nei confronti degli altri uomini, come per Hobbes, potrebbe esserlo, ma non lo è per
forza. Nello stato di natura ciascuno ha il diritto di fare tutto quello che la sua natura gli concede di fare.
Quindi il diritto naturale è l’insieme di regole che descrivono la natura di ciascun individuo e di ogni
essere vivente. Nello stato di natura esiste una equiparazione tra diritto e potenza: quello che possiamo
fare, abbiamo il diritto di farlo. Allora nello stato di natura, la prima regola è sempre quella
di conservare la nostra esistenza. Qualcuno lo farà utilizzando la ragione, altri la forza, quindi non è
come per Hobbes che l’uomo è per forza cattivo nei confronti dell’altro, qualcuno può esserlo, altri no.
Però, anche per Spinoza, si va verso un inconveniente, ciascuno si muove per la sua auto-
conservazione. Così, anche per lui, lo stato di natura porta allo stato di guerra. Per Hobbes, avevamo
visto, che lo stato di natura porta a tutti contro tutti. Quindi per uscire dallo Stato di natura si va
attraverso un contratto. Contratto che, però, presenta degli aspetti differenti rispetto a quello di Hobbes.
Gli individui si associano e cedono i loro diritti, ma non tutti. Mantengono il diritto a ragionare e gli altri
diritti vengono ceduti non al sovrano, ma alla comunità stessa. Gli individui quindi, si associano, creano
la comunità, lo Stato, un entità astratta, alla quale cedono i loro diritti. Ecco quindi che non si crea un
sovrano superiore a tutti. Sicuramente, poi, lo Stato va guidato, e quindi si creerà un governo, ma la
sovranità rimane al popolo. Spinoza è quindi un teorico della sovranità popolare. Rapporto tra
sudditi e sovrano. Spinoza vuole porre fine ad un dilemma che aveva caratterizzato molti filosofi del
suo tempo: quello di trovare una soluzione al problema di rapporto tra sovrano e sudditi. Bisogna fare in
modo che i sudditi ed il sovrano coincidano, quindi che i sudditi siano allo stesso tempo anche
sovrani. La soluzione è la Democrazia, in quanto nella democrazia viene maggiormente garantita la
libertà che è il fine dello Stato.

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Quindi, quale è il rapporto tra il governo creato e gli individui stessi che lo hanno
creato? Abbiamo detto, che gli individui creano la comunità cedendo i loro diritti naturali, la comunità
crea un meccanismo di governo, verranno nominati i governanti, e, di conseguenza, verranno create le
leggi. Quando Spinoza riflette sulla liceità del diritto di resistenza contro l’autorità pubblica, egli dice
che non è il diritto del popolo di ribellarsi contro il sovrano, perché gli uomini mantengono il diritto a
ragionare. Hobbes ha detto che dopo la nascita dello Stato gli individui non sono più arbitri di ciò che è
giusto e ciò che è sbagliato. Ciò non è vero per Spinoza, gli uomini mantengono la loro capacità di
giudicare il potere, la loro libertà di religione e di parola. Ma, una cosa è giudicare, criticando
pubblicamente, magari scrivendo un libro, ed una cosa è usare violenza contro i propri sovrani. Quello
che Spinoza dice è che si può usare il pensiero ma bisogna obbedire alle leggi senza ribellarsi. Cioè, si
può riformare dall’interno uno Stato ma non si può fare la rivoluzione. Quindi c’è una grande distinzione
tra la possibilità di criticare il potere, possibilità mantenuta in quanto è mantenuta la libertà di pensiero,
di parola, di religione, e possibilità di azione contro il proprio sovrano, questo diritto non c’è. Bisogna
quindi convincere la gente che una legge è sbagliata, ma senza rivoluzione. Questa concezione è
molto vicina alla visione moderna. Spinoza in questo è molto “moderno”. La grande differenza con
Hobbes è che la coscienza di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non dipende dal sovrano, ma
ancora da noi, dal popolo, il quale può ancora giudicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il
modello che Spinoza descrive è quindi il modello della Repubblica delle province unite del ‘600,
nella quale era già presente questa tolleranza e libertà dal punto di vista utilitaristico. Partendo quindi
da una concezione di stato di natura molto vicino a quello di Hobbes (tutti contro tutti), vediamo che
però l’esito di questo stato è completamente differente: è una repubblica nella quale si gode molto
del diritto di usare la propria ragione. Vedremo che Locke avrà sia uno stato di natura differente a
quello di Hobbes sia un esito, nel rapporto individui-potere politico, differente da quello sia di Hobbes
che di Spinoza.

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John Locke Altro grande teorico del giusnaturalismo. Massimo teorico del liberalismo moderno,


considerato il filosofo della libertà. Nato nel 1632, (come Spinoza), morì nel 1704. Visse nel
contesto della II rivoluzione inglese, che portò alla cacciata del tiranno Stuart, Giacomo II a seguito
della venuta in Inghilterra del Principe Olandese (D’Orange) al quale viene chiesto da alcuni nobili
inglesi di venire in Inghilterra e di insediarsi come Re. Siamo nel 1688-1689. Per la prima volta un
esercito straniero invade l’Inghilterra, arrivando fino a Londra e oltre. Locke non fu un politico fin da
giovane, la sua carriera politica fu dovuta a cause accidentali. Studiò ad Oxford ed era interessato alla
medicina. Ad un certo momento della sua vita ebbe l’onore di conoscere uno dei grandi politici
dell’Inghilterra del tempo: Lord Ashley, in seguito Conte di Shaftesbury, fondatore del partito Whig , gli
odierni laburisti inglesi, la sinistra del Parlamento inglese. Egli lo prese accanto a sé come confidente.
Un aneddoto molto importante tra i due, si riferisce ad una operazione chirurgica che coinvolge Lord
Ashley. Una operazione al fegato, molto delicata per quel periodo, presieduta da Locke. L’operazione
riesce brillantemente e Lord Ashley da quel momento pensa di dover la vita a quel giovane medico,
introducendolo nella vita politica, insegnandogli l’arte politica ed introducendolo nel Parlamento Inglese.
Cambia quindi la sua vita. Nel 1683 entrambi vengono coinvolti in una congiura di palazzo, mirata a
cacciare il Re. La congiura però viene scoperta e i due sono costretti a fuggire in esilio in Olanda. Dal
1683 a 1689 Locke visse nella Repubblica delle Nazioni Unite, una realtà molto libera e tollerante. In
questo ambiente egli concepisce l’opera politica di cui parleremo, i due trattati sul Governo, che
furono pubblicati nel 1690, subito dopo la rivoluzione inglese, quando Giacomo II venne rimosso e
sostituito con Guglielmo D’Orange che prese il nome di Guglielmo III. Si tratta di un trattato dal
tenore giusnaturalistico che prende spunto dal contesto storico. Soprattutto dal contesto di contrasto
politico istituzionale di due importanti organi: la Corona, titolare del potere esecutivo ed il Parlamento,
titolare del potere legislativo. Questa, almeno in teoria, era la suddivisione dei poteri in Inghilterra, in
realtà suddivisione molto criticata da entrambe le parti che volevano possedere entrambi i
poteri. Locke è il padre del Liberalismo. Il liberalismo è una dottrina politica che nasce nel XVII
secolo e che trova in Locke, Montesquie eTockeville i suoi massimi esponenti. Il liberalismo è la
dottrina politica che pone al centro, la libertà come valore principale. Per i socialisti, questo valore
sarà invece l’uguaglianza.

I due trattati sul Governo Hanno uno scopo ben preciso, in particolare di criticare e confutare l’opera
di Robert Filmer, scritta nel 1680: il Patriarca. In questo trattato Filmer difendeva il potere assoluto dei
Re in quanto ricevuto direttamente da Dio attraverso Adamo, da Adamo ai padri delle famiglie, per
arrivare fino ai Re attuali, quelli del ‘600. Primo trattato. Locke impiega tutto il primo trattato sul
governo per confutare questa opera. Secondo Locke non esiste questo diritto divino dei Re, il potere
deriva da una concessione fatta dal popolo. Secondo trattato. Il secondo trattato sul Governo,
invece, si occupa più diffusamente della politica, dello stato di natura, del contratto sociale e del
rapporto tra l’individuo e lo Stato. Innanzitutto Locke sostiene che il potere nasce da un atto
volontario, non nasce per diritto divino. Egli si chiede come si possa dimostrare che il potere degli
attuali Re d’Europa deriva dal potere dei primi patriarchi

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della storia. Ci sono stati tantissimi passaggi di consegne nella storia. Molto semplicemente è
impossibile risalire così addietro nella storia dal poter stabilire una discendenza diretta per esempio tra
Abramo e i suoi figli e Luigi XIV. Bisogna invece analizzare da un punto di vista della ragione l’origine e
lo sviluppo delle società politiche. Lo Stato di Natura. Lo stato di natura di Locke è assai differente da
quello di Hobbes. Secondo quanto affermato da Hobbes, gli uomini allo stato di natura erano in uno
stato di inimicizia perpetua, in uno stato di assenza del diritto, tutti avevano diritto a tutto, dove, in
pratica, ad un qualsiasi diritto, ogni altro individuo può opporre un diritto identico e opposto. Nello stato
di natura di Locke, invece è possibile parlare di diritti naturali, ai quali ogni individuo ha diritto più di
altri e che un uomo può opporre a tutti gli altri. Lo Stato di Natura è uno stato di perfetta libertà e
perfetta uguaglianza (questo anche per Hobbes). Nello stato di natura, ognuno è in grado di agire come
vuole. Di sicuro, esiste un diritto inalienabile alla auto-conservazione, a preservare la propria vita, che
è uno dei principi fondamentali dei Giusnaturalisti. Il fondamento del diritto alla auto-conservazione si
trova, secondo Locke, in Dio. Essendo tutte creature di Dio, la vita non ci appartiene, la nostra vita
appartiene a Dio, per cui noi non possiamo disporne. Questo sarà un argomento che servirà a criticare
la concezione di Hobbes della trasmissione di tutti i diritti naturali al sovrano. Da questo diritto assoluto
e incedibile alla auto-conservazione, Locke fa derivare il diritto alla auto-tutela: il diritto di difendersi
dalle aggressioni di altri individui. Poiché ciascuno ha il diritto di conservare la propria vita, di
conseguenza, ogni qual volta questa è in pericolo, egli acquisisce il diritto a difenderla con la forza.
Bisogna però distinguere questo diritto con il diritto alla riparazione del danno subito. Ciò significa
che, se ad esempio io desidero la cosa di un altro e cerco con la forza di appropriarmene, si tratta di
una violazione del diritto di proprietà. In questo caso, nello stato di natura chiunque può unirsi alla parte
offesa per difenderlo dal violatore, però, solamente la persona offesa ha il diritto di richiedere
successivamente la riparazione del danno subito. Diritto di proprietà Molto importante nello stato di
natura è il Diritto di Proprietà. Mentre per Hobbes, qualsiasi atto di forza nello stato di natura è
sempre giusto visto dagli occhi di chi lo commetteva, invece, in considerazione del fatto che, per Locke,
esistono i diritti naturali, esiste nello stato di natura una forza giusta e una forza ingiusta. La forza
ingiusta è quella che viene commessa in violazione del diritto di proprietà o del diritto alla auto-
conservazione. Il diritto di proprietà è per Locke il diritto fondamentale. Locke è il teorico che, in
maniera più sistematica di altri, ha iniziato a teorizzare l’idea del diritto alla proprietà privata. L’uomo ha
un diritto assoluto sulle cose che lavora. Infatti il pensiero di Locke è stato interpretato come la difesa
del ceto medio inglese, la borghesia, che nel ‘600 stava cercando di far valere questo diritto proprio
contro la nobiltà e contro il sovrano. Riguardo il diritto di proprietà egli fa il seguente ragionamento:
certamente l’uomo possiede il diritto di proprietà. Ma come si compra questo diritto di proprietà ?

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Per rispondere a questa domanda, Locke fa l’esempio del fiume : “è chiaro che l’acqua presente in un
fiume che scorre è di tutti, invece la stessa, raccolta da un uomo che la porta in una brocca verso casa,
è sua. Questo è evidente. Ma quale è il momento in cui l’uomo che porta l’acqua ne diviene
proprietario ?” Locke, in risposta a queste domande, afferma che ciò che legittima la proprietà è il
lavoro che l’uomo trasmette in queste cose. Ovvero, con il suo lavoro, l’uomo trasferisce una parte di se
stesso, una parte della sua energia nella cosa che sta lavorando. Per cui il frutto del suo lavoro sarà
oggetto di proprietà privata, in quanto il lavoro genera un diritto superiore a quello degli altri, quindi, è
evidente che su un pezzo di terreno che un uomo ha lavorato per mesi, egli ha un diritto più importante
degli altri, anche nello stato di natura. Quindi non è assolutamente vero che nello stato di natura tutti
hanno lo stesso diritto. Il lavoro legittima il diritto di proprietà. Questo è anche il motivo per cui, la
volontà di un soggetto di appropriarsi di qualcosa di altri, genera una forza ingiusta: la persona che ha
lavorato il campo ha un diritto superiore rispetto a tutti gli altri. Locke descrivel’evoluzione del diritto
di proprietà e delle relazioni economiche tra gli individui. La prima forma di commercio fu il baratto,
scambio di merce contro altra merce. Il baratto però aveva alcuni inconvenienti, primo fra tutti il fatto
che molti beni si deteriorano o decompongono. E’ ovvio che nello scambio tra carne e noci, per
esempio, la carne ha una durata inferiore. Altro inconveniente è laindivisibilità di alcuni beni, come nel
caso di uno scambio tra noci e una pecora, questa è indivisibile viva. Tutta una serie di inconvenienti,
quindi, che hanno portato alla cessazione del baratto e alla creazione di una merce che potesse durare
nel tempo, ampiamente divisibile e una merce di cui tutti dovrebbero avere necessità: il denaro. Il
problema però è che la moneta ha generato il fenomeno dell’accumulo di capitali. Quindi, è
accaduto che, se prima l’uomo, secondo Locke, aveva diritto di proprietà sull’oggetto del proprio lavoro,
quindi, ad esempio, un uomo aveva diritto a quella parte di terra che nella giornata riusciva a lavorare,
e questo dava la possibilità a tutti di avere una propria parte di terra, proprio per il fatto che la parte che
ognuno riusciva a lavorare era chiaramente limitata, ora, con l’introduzione della moneta, si generano
grandi capitali, e di conseguenza la possibilità di acquisto di grandi proprietà di terre.
Conseguentemente, l’idea che il diritto di proprietà sia legato al frutto del proprio lavoro giornaliero,
comincia a creare dei problemi. Si creano, di conseguenza, le grandi ricchezze, che generano i ricchi e
i poveri. Locke è abbastanza critico sul concetto di ricchezza e di terra. E’ proprio per questo che egli
non è propriamente un difensore del liberalismo più sfrenato come alcuni critici hanno voluto far
vedere. Nascita dello Stato, passaggio dallo stato di natura allo stato civile. Successivamente allo
stato di natura, si passa allo stato civile mediante un contratto.Perché gli uomini allo stato di
natura si mettono a creare lo stato, la società politica o civile ? Perché anche per Locke, come per
Hobbes, lo stato di natura, ad un certo momento non regge più: diviene uno stato di guerra. Il problema
secondo Locke, riguarda proprio il diritto alla auto-tutela e alla punizione delle violazioni del diritto
naturale alla proprietà. Abbiamo detto che ciascuno può punire le violazioni che avvengono a questi
due diritti. Quindi ciascuno nello stato di natura è giudice di se stesso, allora il rischio è quello di
abusare del diritto di punire chi, secondo me, ha violato i miei diritti. Il problema, quindi, secondo Locke,
è che ognuno dovrebbe punire l’altro in proporzione al danno subito, e così dovrebbe essere, nel caso
in cui gli uomini fossero razionali. Il fatto di essere ciascuno giudice di se stesso, dice Locke, porta allo
stato di guerra e di conflitto, in quanto manca proprio quella razionalità che fa si che il danno
procurato venga punito con la giusta proporzione. Si arriva proprio allo stato di guerra in quanto il
diritto di natura è “certo”, ma il godimento di questo diritto è “incerto”, proprio perché non c’è
nessun arbitro, nessun giudice tra le parti: ognuno è giudice di se

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stesso. Per questo è necessario che gli individui cedano la facoltà di essere giudici di se stessi ad
un’altra autorità, lo Stato o il sovrano, creando una associazione che possa meglio garantire i loro diritti
naturali che possedevano nello Stato di natura. Si crea quindi un contratto attraverso il quale gli uomini
escono dallo Stato di Natura. Però, secondo Locke, diversamente da Hobbes, gli uomini non cedono
tutti i loro diritti al sovrano. Assolutamente. Al contrario, lo Stato nasce proprio per garantire quei diritti
che c’erano nello stato di natura: la proprietà e l’auto-conservazione. Quindi l’individuo tiene
questi diritti e non li cede allo Stato, egli cede unicamente la facoltà di essere giudice di se
stesso. Quindi, vediamo che, siccome l’uomo conserva alcuni diritti, è ovvio che conserva anche la
facoltà di giudicare se il sovrano li ha violati oppure no. Lo stato nasce quindi, secondo Locke, non per
garantire la pace, ma per garantire il godimento di quei diritti naturali che allo Stato di Natura è incerto.
Per questo, attraverso il contratto si crea l’autorità politica. Il contratto è di questo tipo: gli individui
cedono al sovrano la facoltà di garantire attraverso l’esecuzione delle leggi i diritti naturali, ma si
riservano sempre la possibilità di revocare il mandato al sovrano nel momento in cui si rendono conto
che il sovrano ha violato in modo palese questi diritti. Quindi, di fatto, il contratto tra popolo e sovrano è
un mandato: il popolo demanda al sovrano alcune funzioni, ma come nel rapporto tra mandante e
mandatario, il popolo può revocare il mandato qualora giudicasse che il sovrano ha abusato di questo
potere. Questa una grande differenza tra Locke e Hobbes. Come per tutti i giusnaturalisti lo Stato
nasce quindi per atto volontario, un atto di consenso, non è un atto naturale e spontaneo. Divisione
dei Poteri A Locke si deve anche la prima teoria compiuta delladivisione dei poteri. Egli distingue tre
poteri:

 il potere legislativo, il potere di fare le leggi;  il potere esecutivo, che è il potere di fare eseguire le
leggi,  potere federativo, ossia quello relativo alla politica estera, come dichiarare guerra, la pace, il
potere

di fare accordi commerciali con altre nazioni. Il potere federativo, secondo Locke è una branca del
potere esecutivo, quindi Locke va concentrarsi proprio sul rapporto tra potere legislativo e potere
esecutivo. L’interesse sul rapporto tra questi due poteri nasceva dal fatto che, nell’Inghilterra del ‘600,
voleva dire parlare del rapporto tra il Re ed il Parlamento. Affermare la supremazia dell’uno o dell’altro,
significava fare una precisa scelta politica. Certamente, dice Locke, il potere legislativo deve essere
considerato il poter supremo, proprio perché questo deriva direttamente dalla volontà del popolo, il
quale è sovrano fin dall’origine, quando facendo un contratto è uscito volontariamente dallo stato di
natura. Quindi il potere legislativo spetta ai rappresentanti del popolo. Forma di Governo Qualora
il popolo percepisse i propri diritti naturali in pericolo, il popolo stesso può riprendersi la sovranità che
ha ceduto e determinare una mutazione di governo. Questo principio è molto importante, al punto che
si troverà anche nella Dichiarazione d’ Indipendenza Americana del 1776, ma, allo stesso modo, era
considerato nell’Inghilterra dell’epoca un principio blasfemo, eretico, sia dal partito dei Tori (i
conservatori), sia da quello dei Whig. E’ una affermazione molto forte,in quanto egli non si limita ad
affermare che il popolo può mettere in discussione il Monarca e sostituirlo, ma addirittura, egli afferma
che il popolo ha il diritto di modificare la

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forma di governo, da Monarchia a Democrazia. Il Popolo che è sovrano può decidere lui il


mutamento costituzionale. Il legislativo è quindi il potere supremo, proprio perché trova la sua
legittimazione direttamente nel contratto sociale. Il potere esecutivo non è meno importante, perché,
dice Locke, il potere legislativo non è sempre in funzione. I rappresentanti del potere legislativo, il
Parlamento di Londra, si riunivano solo in determinate occasioni. Invece il potere esecutivo è sempre in
funzione. Questo è importantissimo nei casi di urgenza, nei casi di governo straordinario, quando, per
riunire il legislativo occorre uno sforzo importante di tempo e di denaro, mentre invece tocca al potere
esecutivo svolgere le funzioni del legislativo, finché questo non si sia riunito. Locke chiama questo
potere il potere di prerogativa. Anche se il legislativo benché potere supremo, deve trovare dei limiti.
In primo luogo, il potere legislativo non può essere un potere arbitrario sul diritto alla proprietà e alla
vita. Quindi Locke sta dicendo che il diritto di resistenza del popolo può essere attuato non solo nei
confronti del Re, ma anche nei confronti del potere legislativo. Anche il Parlamento può abusare del
proprio potere. Il problema vero è che tra i due poteri (Corona e Parlamento) possono avvenire dei
contrasti. Tali contrasti nell’Inghilterra del ‘600, derivavano soprattutto dall’esercizio della
prerogativa. La prerogativa era la possibilità per il titolare dell’esecutivo, il Re, in certi casi, di svolgere
funzioni che normalmente sono di competenza del potere legislativo. Quindi l’esecutivo diventa anche
legislativo, e può porre dei provvedimenti che possono anche andare contro le leggi poste dal potere
legislativo. Ma quali sono i casi in cui il potere esecutivo può svolgere funzioni legislative?
Secondo Locke, in casi straordinari di necessità e di urgenza. Si tratta di un diritto che si ritrova in
quasi tutte le costituzioni: la decretazione d’urgenza, il Decreto Legge (art. 77 nella nostra
costituzione, di cui l’origine, è proprio negli scontri tra i poteri nell’Inghilterra del ‘600). Il problema è che
l’esercizio di questa prerogativa molto spesso è giudicato dal Parlamento come un abuso. In questo
caso l’esecutivo può dare ragione al Parlamento e riconoscere il proprio abuso, oppure negare. Questo
è tipico nell’Inghilterra del ‘600, e il contrasto può raggiungere livelli tali da portare alla guerra civile.Chi
è allora che può decidere sul conflitto tra Legislativo (Parlamento) e esecutivo (il Re) ? Secondo
Locke esiste un arbitro: il popolo. Il popolo è una entità diversa sia dal Parlamento che dal Monarca,
che rientra in gioco in politica proprio nel caso di conflitto e può fare da arbitro ed esercitare il suodiritto
di resistenza sia nei confronti dell’esecutivo che del legislativo, ma secondo Locke, addirittura, nei
confronti di entrambi, nel caso in cui a sbagliare siano veramente entrambi. Questo diritto di intervento
del popolo è di fatto il diritto alla Rivoluzione. Quindi Locke afferma chiaramente che, nel caso in cui i
diritti naturali siano in discussione, il popolo può fare la rivoluzione. In pratica, sta sostenendo di essere
con il popolo nello scontro con il tiranno Stuart, per deporlo e mettere sul trono d’Inghilterra Guglielmo
III. Ma si spinge ancora più avanti. Nello stesso partito Whig, non tutti furono d’accordo con Lui, in
quanto giudicato un filosofo troppo radicale. Una cosa è attribuire al popolo il diritto di resistenza al
Sovrano, un’altra è attribuire il diritto di resistenza nei confronti del Parlamento stesso, e di
conseguenza dell’aristocrazia inglese. Il Popolo. Quando Locke parla di popolo, egli non intende il
popolo come lo intendiamo noi, egli lo vede con gli occhi dell’uomo del ‘600: certamente egli era
favorevole all’allargamento dei diritti civili e politici, ma per quanto riguarda la massa vera e propria, lo
strato più povero della società, anche Locke, in altri scritti dice che queste ultime non hanno alcun
diritto politico. Al tempo si credeva che si avevano dei diritti politici unicamente se si avevano delle
proprietà di una certa consistenza. Il lavoratore dipendente, colui che percepiva uno stipendio da un
altro, non era considerato autosufficiente e quindi privo di diritti politici. Facendo quindi il giusto
distinguo, si può però affermare con certezza che la posizione di Locke era, per l’epoca, una posizione
abbastanza radicale, di sovranità popolare e di suffragio abbastanza allargato. Per questo ebbe
critiche dal suo stesso partito, non solo dai Tori. Si può dire che Locke fu uno dei filosofi maggiormente
letti dai rivoluzionari americani alla fine del ‘700, nel contesto della rivoluzione americana che portò alla
nascita degli Stati Uniti d’America.

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Gianbattista Vico (5, 59.50) Ci spostiamo in Italia. Visse tra il ‘600 e il ‘700 Nacque nel 1658, morì
nel 1744. E’ il momento dell’età barocca italiana. Napoletano, Napoli in quel tempo era il Regno di
Napoli, un reame, che aveva visto numerosi sovrani passare sul proprio territorio: francesi, spagnoli. Il
Regno aveva in quel periodo una vita intellettuale e culturale molto fervida. Di per sé Vico non era un
grande personaggio. Suo padre era un modesto libraio. Il suo massimo traguardo fu quello di ottenere
una cattedra all’università di Napoli. Ai suoi tempi, però, era abbastanza letto, sia in Italia che in altri
paesi. Ha un linguaggio abbastanza complicato, un italiano non troppo facile. La sua opera principale
è : “La scienza nuova”.

La scienza Nuova La scienza nuova, secondo Vico è la storia. La storia, che, secondo la sua
opinione, non era stata studiata fino a quel momento, in maniera scientifica, alla luce della ragione, ma
studiata unicamente come fatti accaduti. Egli dice : “la storia, fino alla mia epoca è studiata solo come
lista di avvenimenti, cose accadute. Invece, io voglio trattare la storia come una scienza.”. Perché per
Vico unicamente la storia è una scienza ? Egli sostiene che l’uomo può raggiungere la verità
solamente nelle cose di cui egli ha esperienza, che egli stesso ha creato. Quindi, in tutte le cose che
egli non ha creato, l’uomo non arriverà mai alla verità, non avrà mai una conoscenza vera. E questo
riguarda tutte le scienze naturali. Poiché la natura è opera di Dio e non dell’uomo, questo non potrà mai
conoscerla alla perfezione. L’uomo, invece, ha fatto la storia, e quindi in questo campo e solo in questo,
egli può raggiungere una verità scientifica. Vico critica alcuni pensieri del Giusnaturalismo, viene quindi
definitoanti-giusnaturalista. Egli, ai teorici del giusnaturalismo critica soprattutto la loro analisi
del concetto di ragione. I giusnaturalisti affermano che l’uomo fin dal principio, fin dallo stato di natura,
usava la ragione, era un essere razionale, per ottenere il massimo possibile dagli altri individui. Per
Vico questa è una affermazione che non trova risposta nella storia. L’uomo non è stato da subito
razionale. La ragione è un qualcosa che è andato ad affermarsi e svilupparsi progressivamente nella
storia. All’inizio, nella prima era (lui parla di ere), gli uomini erano molto simili agli animali, agivano
d’istinto. Solo poi, si è andato a sviluppare il principio della ragione. L’uomo è divenuto razionale solo
alla fine del percorso che porta alla civiltà. Vico, poi, la prende con due tipi di superbie, che chiama
boria:

 La boria dei dotti (che sarebbero poi i giusnaturalisti, i filosofi);  la boria delle nazioni.

La boria dei dotti, è quella superbia che fa dire ai dotti, agli intellettuali, che quello che loro pensano, le
loro idee, siano sempre state valide, fin dall’inizio della storia dell’uomo. La boria delle nazioni, è invece
quella superbia, che fa dire ad una nazione di essere stata lei la culla della civiltà, la nazione portatrice
dei valori migliori della civiltà.

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Questa nuova scienza, la scienza storica, ci fa dire che tra tutte le civiltà ci sono dei tratti comuni, in
ogni tempo ed in ogni luogo. Fra questi, tre sono i più importanti:
la religione; le nozze; le sepolture.

In ogni nazione, a distanza di moltissimi chilometri e moltissimi anni, si riconosce che gli uomini hanno
sempre creduto in qualche principio trascendente, quindi una forma di religione, hanno sempre
considerato molto importante l’unione fra la donna e l’uomo (matrimonio o altro), e hanno quasi sempre
seppellito i propri morti. Questo sta ad indicare che, il cammino delle civiltà ha dei tratti in comune. Il
percorso delle civiltà è anche il percorso della ragione. Il percorso della civiltà passa attraverso 3 tappe,
3 ere:

- l’età degli dei - l’età degli eroi - l’età degli uomini

Nella prima era, gli uomini vivevano nello stato felino, come gli animali. Gli istinti prevalgono sulla
ragione. Gli uomini vivono all’esterno, non ci sono aggregazioni sociali. Piano piano, invece, gli individui
iniziano ad avvertire che esiste qualcosa sopra di loro, a loro misteriosa. Questo fa nascere il senso del
pudore. L’uomo inizia a rinchiudersi all’interno, nelle grotte, a cercare una sola compagna. E’ questo il
momento in cui secondo Vico si comincia a sviluppare la famiglia e a svilupparsi la ragione. L’uomo
inizia a sfruttare la terra, il fuoco, a fare le prime innovazioni tecnologiche. Non tutti però lo fanno nello
stesso modo. Ci sono alcuni che riescono meglio degli altri, pertanto, nella prima era, nasce la
distinzione molto importante tra “le genti maggiori” e “le genti minori”. Le genti maggiori sono coloro
che per primi hanno sviluppato la ragione, mentre le genti minori sono coloro che vivono ancora allo
stato animale. Questo porta, secondo Vico, al fatto che, le genti maggiori dominano le genti minori.
Queste cercheranno di ribellarsi ma escono sconfitte, in quanto le genti maggiori sono maggiormente
organizzate. Quindi le genti minori si rendono schiave e si sottomettono alle genti maggiori. A questo
punto si passa alla seconda età. Nell’età degli eroi, c’è chiaro questo contrasto perenne tra le genti
maggiori e le genti minori. Vico fa l’esempio storico dell’antica Roma e del contrasto tra Patrizi e Plebei,
ricchi e poveri. Ma cosa vogliono le genti maggiori e le genti minori ? Esiste secondo Vico quella
che lui chiama “l’eterna legge dei Feudi”. L’eterna legge dei Feudi è, secondo lui, la legge del
potere, secondo la quale chi ha il potere cerca sempre di conservarlo, e chi non ha il potere
cerca sempre di conquistarlo. Questo significa che le genti minori cercano sempre di riconquistare il
potere che, invece, le genti maggiori cercano di resistere e conservare la situazione di supremazia. Alla
fine, però, le genti minori, avranno la meglio. In quanto, nel processo di sviluppo, la ragione arriverà
anche alle genti minori. Quindi alla fine le genti minori arriveranno alla parità con le genti maggiori.
Questo, però arriverà per gradi. La prima cosa che vogliono le genti minori, è la proprietà della terra
che lavorano. Si tenga presente che le genti maggiori, non lavorano la terra, ma la fanno lavorare alle
genti minori. All’inizio verrà concesso solo il possesso. Lo scontro porta inevitabilmente all’acquisizione
del diritto alla proprietà della terra. Dopo aver acquisito la proprietà, le genti minori vogliono poter
trasferire questo diritto ai loro discendenti. Le genti minori, non avevano il diritto di fare testamento,
come non avevano il diritto di contrarre matrimonio. Progressivamente questa è un’altra cosa che le
genti minori ottengono, la possibilità di fare testamento e fare matrimonio.

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Ovviamente ognuna di queste acquisizioni è il frutto di rivolte e guerre civili. Nel momento in cui le genti
minori acquisiscono questi diritti, diventano pari con le genti maggiori: siamo nella terza era.Nella terza
era, l’età dell’uomo, è quella in cui tutti sono uguali, la ragione è sviluppata in tutti gli individui. Si è
passati per quanto riguarda le forme di governo, dalla monarchia patriarcale della prima era, alla
aristocrazia delle genti maggiori, tipica della seconda era, al Governo Repubblicano della terza era.
Tutti sono uguali, non c’è più guerra civile, gli uomini vivono in pace. Il ricorso storico.Non è finita,
secondo Vico, dopo la terza era, c’è la possibilità di un ritorno alla prima età, e questo lui lo chiama
il ricorso storico. Purtroppo, l’uomo è fatto in modo tale che, una volta in cui egli ha raggiunto la terza
era, quella dell’ uguaglianza, la fine delle guerre, in cui si gode di grande libertà, ma egli rischia di
trasformare la libertà di cui gode in anarchia, in libertà di fare ciò che vuole. La terza era, dice Vico, è
l’epoca in cui gli uomini depongono le armi, smettono di combattere, ed iniziano a dialogare. E’ l’ epoca
della filosofia, del dialogo, ma anche questi portano però alla supremazia di una verità su un'altra. In
pratica, ciascuno dice la propria e alla fine, nell’età del dialogo, il rischio è quello di considerare la
propria verità come la verità in assoluto. Quindi questa eccessiva libertà di pensiero potrebbe portare
ad uno scontro di opinioni, in cui ciascuno è convinto di portare l’unica opinione vera. E questo scontro
di opinioni porta alla creazione di fazioni e può arrivare a diventare violento. Dalle opinioni si passa ai
fatti. Ogni partito cerca quindi di imporre la propria opinione sull’altro portando alla condizione di guerra
civile, che altro non è che un imbarbarimento dell’uomo che lo porta ad uno stadio molto simile a quello
della prima età. In realtà questa condizione di guerra civile di questa epoca può avere diversi esiti: - il
primo esito è quello che porta ad un nuovo tiranno, una persona che, in questa situazione si propone

di riportare la pace; - il secondo esito è l’invasione straniera. Cioè uno stato civile, che, accortosi della
nostra debolezza, ci

invade. E’ l’invasione di uno stato forte su una nazione in declino; - il terzo esito è proprio quello di
unricorso storico. Cioè gli individui in questo stadio di guerra civile,

ritornano alla condizione della prima era e, in un progressivo recupero della ragione, cercano di
ritornare di nuovo ad una terza era non più corrotta ma più pura.

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(6,00) Oggi : Montesquie e Rousseau. Siamo nel ‘700, età dell’illuminismo, è il crocevia che separa il
liberalismo dalla democrazia. Montesquie è considerato il fondatore del moderno liberalismo o
della moderna teoria liberale, mentre Rousseau è unanimemente riconosciuto come il capostipite
della Democrazia moderna, o teoria democratica moderna.

Montesquieu Nato nel 1689, morto nel 1755. Vive a cavallo tra l’epoca di Luigi XIV, il Re sole, fino ad
arrivare alla proclamazione di Luigi XV, è testimone del periodo della grande monarchia di Francia.
Eredita dal Padre una carica in magistratura, presidente di sessione del Parlamento di Bordeaux.
Successivamente riveste altre cariche. Ha una ottima corrispondenza con tutti gli intellettuali dell’epoca.
Di lui leggeremo dei brani, alcuni tratti dalla sua opera “Mes Pensees” (“i miei pensieri”), ma la maggior
parte dalla sua opera principale “L’esprit des Lois” (“Lo spirito delle leggi”), un grande volume
pubblicato nel 1748, nel quale egli affronta gran parte dei problemi della politica dal punto di vista
storico-giuridico, abbastanza tipico per i pensatori liberali come anche Tocqueville. Quale è lo scopo
delle opere politiche di Montesquie ? Egli è il caposcuola del liberalismo moderno, quella corrente di
filosofia politica che pone come valore primario la libertà. Libertà innanzitutto contro il dispotismo,
l’antica tirannia, che Montesquie chiama dispotismo o governo arbitrario, un governo al di fuori delle
leggi, che per Montesquie è uno degli aspetti principali, essendo lui un giurista. La Francia di Luigi XIV
è un momento in cui il sovrano gode di alcuni privilegi che, in un certo senso vanno anche al di sopra
delle leggi. Ad esempio può emettere dei erano dei provvedimenti con i quali il sovrano chiedeva
l’arresto senza motivazione di un privato, oppure una cerimonia che metteva fine in genere alle
discussioni tra il Parlamento di Francia e il Re in materia di approvazione delle leggi regie. Il Re si
presentava in Parlamento e ordina la registrazione della legge, che il Parlamento è costretto a
registrare. Attraverso l’analisi di questi stratagemmi che vanno al di fuori delle leggi, Montesquie cerca
di rivalutare il concetto di libertà del cittadino, della libertà dell’uomo, all’interno di una cornice di
Governo Monarchico fortemente bilanciata da quelli che MONTESQUIE chiama “corpi intermedi”. Il
concetto di libertà è importantissimo per comprendere la filosofia di Montesquie, ed un altro concetto
importante per lui è il “relativismo” in materia politica: come quasi tutti i filosofi liberali, Montesquie è
molto scettico sulla possibilità di realizzare la migliore forma di governo. Non esiste la migliore forma di
governo in assoluto, può esistere unicamente la migliore forma di governo per un determinato popolo.
Per esempio Montesquie è convinto che per i Turchi del ‘700, è preferibile avere un dispotismo
(Monarchia Dispotica). Per altri sarà preferibile la Democrazia, per altri la Monarchia. L’idea del
Relativismo porta alla concezione tipicamente liberale, che, il potere politico porti all’abuso dello stesso.
L’idea quindi che, la politica sia sempre uno scontro di interessi. Quindi per comprendere bene la
politica, bisogna andare profondamente a vedere gli interessi delle parti in gioco.

L’Esprit des Lois (Lo spirito delle Leggi) Perché Montesquieu dà questo titolo alla sua opera? Di
leggi, secondo lui, si può parlare sotto diversi punti di vista. La natura ha le sue leggi, l’uomo ha le
proprie, le leggi civili, diverse a loro volta dalle leggi divine. Ciò che interessa a Montesquie è trovare lo
spirito delle Leggi civili, quelle dell’uomo. In realtà ci sono tre tipi di leggi dal punto di vista politico:

le leggi che regolano i rapporti tra gli individui, che lui chiama diritto civile; le leggi che regolano il
rapporto tra il cittadino e il potere politico, che lui chiama diritto politico; le leggi che regolano i rapporti
tra le nazioni, che lui chiama diritto delle genti

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Le leggi dice Montesquieu sono i rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose.
Indubbiamente una definizione molto generica. Non c’è quindi nessun principio trascendente che
determina le varie leggi. Ogni Stato, dice Montesquie ha un particolare tipo di ordinamento giuridico. Le
leggi di un popolo sono determinate da una pluralità di fattori. Si va quindi oltre ciò che è legge scritta,
ciò che è scritto sul codice. Le leggi di un popolo, secondo lui, sono determinate da fattori di ogni tipo:
geografici, culturali, dai valori che nel tempo si sono instaurate, di religione. Ogni nazione ha un
proprio sistema di leggi e un proprio spirito delle leggi. Per questo egli afferma che è molto difficile
esportare le leggi di un popolo all’interno di un altro popolo. Anche la libertà, come tutti i grandi valori, è
un concetto relativo. Ad esempio, all’epoca di Montesquie la Repubblica di Venezia era considerato lo
stato più libero, tuttavia, un suddito Turco, si sarebbe sentito schiavo all’interno della Repubblica di
Venezia, perché è per lui uno stato alieno. Sia che si tratti di Monarchia, sia di Repubblica, dipende
dove siamo, possiamo sentirci tutti liberi: relativismo. Teoria delle Forme di Governo Montesquie
prende un po’ dalla teoria di governo aristotelica, un po’ da quella di Machiavelli e attua una fusione tra
queste due. Ci sono tre forme di Governo:

 Monarchia  Repubblica, che può essere

o Aristocratica o Democratica

 Dispotismo La Monarchia è il governo di uno, ma con leggi fisse e stabilite, differentemente


dalDispotismo nel quale uno solo governa ma senza leggi e senza regola, trascinando tutto con la sua
volontà e i suoi capricci. Il governo Repubblicano è quello nel quale il popolo tutto, o soltanto una
parte di esso ha il potere sovrano. Nel caso della Repubblica Aristocratica, una assemblea di poche
persone, nel caso della repubblica democratica, una assemblea comporta dalla maggioranza dei
cittadini. Ogni forma di governo ha una natura ed un principio:

 la natura è quella cosa che fa definire la forma di governo per quello che è;  il principio (più
interessante) è la molla che fa vivere la determinata forma di governo. Quella cosa

che impedisce alla forma di governo di corrompersi e dissolversi. Ognuna delle forme di governo ha
una natura e un principio.
 La natura della Monarchia è quella delle leggi fisse e stabilite;  la natura del dispotismo è quella
della volontà esclusiva del despota  la natura della Repubblica, è invece, il numero dei cittadini che
costituisce l’assemblea.

Il principio che invece la cosa che fa vivere la forma di governo, è diverso e importante:

il principio della Monarchia è l’onore il principio della Repubblica è la virtù, ma varia tra repubblica
aristocratica e democratica. Nella

repubblica aristocratica è la virtù , intesa come moderazione, nella repubblica democratica la virtù è
autorizzazione, partecipazione, governo delle leggi

la natura del dispotismo, è la paura Vediamo perché. Abbiamo detto che il principio della forma di
governo è la cosa che garantisce la sua vitalità, che la fa vivere. Dispotismo. Quando crolla il
dispotismo ? Quando il despota cade e viene detronizzato ?

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Montesquie dice, quando non è più in grado di far presa sul suo popolo e soprattutto sui suoi
condottieri. Il despota ha necessità della paura, quando non la garantisce più, egli cade. I cittadini
prendono coraggio e la fanno cadere. Per questo è la paura la cosa che fa vivere il
dispotismo.Repubblica Aristocratica. L’elemento che garantisce la vita alla repubblica aristocratica è
la virtù intesa come moderazione. Quale è il tradizionale nemico della aristocrazia? Il Popolo. In quanto
gli aristocratici sono i ricchi e, normalmente il popolo decide di subentrare alla aristocrazia quando il
divario tra popolo e aristocratici diviene troppo ampio. L’elemento che tiene quindi in piedi la repubblica
aristocratica è la moderazione. Cioè vivere senza esagerazione, il più possibile vicino al popolo,
tenendo basso il livello di malcontento. Un cosa importante, dice Montesquie, che dà molto fastidio al
popolo, è il fatto che gli aristocratici paghino le tasse. Quindi, per evitare una caduta dell’aristocrazia, è
bene che tutti paghino le tasse. Repubblica Democratica. Ciò che tiene in vita la repubblica
democratica è la virtù intesa come governo delle leggi. Normalmente la tradizionale critica rivolta alla
democrazia è quello che la troppa libertà tende a scadere nell’anarchia. Quindi, secondo Montesquie,
l’elemento che impedisce alla democrazia di scadere nell’anarchia è il governo delle leggi, la cornice
delle leggi. In una Repubblica democratica, leggi che dovrebbero essere più sentite in quanto il popolo
partecipa direttamente alla stesura delle leggi. Monarchia Il principio che garantisce la vita alla
monarchia è l’onore. La tradizionale critica che viene fatta alla monarchia è che il tiranno prima o poi
diviene monarca. E allora, cosa è che impedisce questo passaggio, è l’onore. Montesquie non crede
molto nell’etica del Re stesso, però, se i condottieri che si trovano intorno al Re, si sono dotati di un
codice di onore, un codice di comportamento, che non è qualcosa di scritto, non deriva dalle leggi del
popolo, ma è qualcosa di insito nei nobili, che sono coloro vicino a Re, allora, essi stessi pongono dei
limiti allo stato del Re monarca. Qui Montesquie fa l’esempio di un personaggio francese, guardia
personale del Re Enrico III di Francia, al quale il Re chiede di assassinare il suo avversario politico. E la
guardia personale gli risponde che non lo assassinerà mai. Ecco il freno al monarca da parte di un
nobile a lui vicino, che gli impedisce di divenire tiranno. Ognuno di queste forme di governo ha una
particolare educazione, nel senso che poi i cittadini devono essere educati di conseguenza a certi valori
e modi che variano. Nella monarchia, che nella sua forma moderata e temperata, è la forma di governo
che Montesquie preferisce, sono essenziali secondo lui i corpi intermedi, che sono:

quelle associazioni spontanee dei cittadini che si frappongono tra gli individui singoli e lo Stato. Un
esempio è la nobiltà, gli ecclesiastici, le corporazioni di lavoratori dell’epoca. Tutte queste “associazioni
particolari” che non sono individui singoli e non sono Re, sono essenziali in quanto costituiscono un
freno al Monarca. I privilegi degli ecclesiastici, dice Montesquie, che in una Repubblica sarebbero da
condannare, nella monarchia sono tuttavia molto utili in quanto costituiscono un Re, evitando l’abuso
da parte del potere. Quindi la stessa cosa può essere buona o cattiva a seconda della situazione in cui
ci si trova. In una repubblica democratica cosa è importante, ovviamente: che il suffragio sia allargato
alla maggior parte dei cittadini. Questo è il pane della democrazia, l’idea che il popolo possa esprimere
il proprio voto, partecipando alla vita politica. Ma, se il suffragio, è importante che sia allargato in una
democrazia, invece, in una monarchia deve essere più ristretto possibile. Quindi, vediamo come
Montesquie non sia favorevole al suffragio universale, dipende sempre dalla situazione. Sempre nella
Repubblica democratica è fondamentale l’amore della patria, per unire il più possibile i cittadini ai
valori della propria nazione. L’uguaglianza di fronte alla legge, un altro aspetto importante. Nel corso
della rivoluzione francese, a questa si affiancherà anche l’uguaglianza economica. Nel dispotismo,
ovviamente, ci sono pochissime leggi. Se i corpi intermedi sono molto importanti nella democrazia.
Montesquie invece, consiglia al despota di abolire completamente i corpi intermedi. Nel dispotismo
secondo lui, deve esserci un pastore e le sue pecore. I corpi intermedi minano il despota. Il despota
non deve avere tanti ministri, è necessario un amministratore degli affari di stato, come avviene in
Turchia, e lasciare al despota la possibilità di godere della sua posizione di despota. La libertà.

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Quale è il valore che Montesquieu da alla libertà ? In generale, di libertà si può parlare in due modi
differenti. Si può parlare di libertà negativa e libertà positiva. La libertà negativa quando non si hanno
impedimenti. La libertà positiva, invece quando c’è partecipazione, ovvero quando c’è godimento dei
diritti politici, quando posso veramente esercitarli. Questa concezione risale all’antica Roma, il cittadino
era differente dallo schiavo in quanto poteva godere dei diritti politici. La libertà negativa, invece,
quando si è liberi al di fuor dallo stato, su tutto ciò in cui lo Stato non comanda. Montesquieu è più
vicino al concetto di libertà positiva, quando c’è partecipazione alla vita politica. Divisione dei
Poteri. Teoria molto importante per Montesquie. La divisione dei poteri, sulla quale ancora oggi si basa
una parte del Diritto Costituzionale, deriva da una analisi molto profonda che egli conduce sulla
costituzione inglese. L’Inghilterra era il modello costituzionale al quale Montesquie fa
riferimento(domanda d’esame!). Era l’ Inghilterra del ‘700, non certo la Francia assolutista di Luigi XIV.
I poteri sono:

Legislativo; Esecutivo Giudiziario

(per la prima volta compaiono i tre poteri). Come Locke, ma più chiaramente, Montesquie insiste sul
pericolo che uno stesso soggetto politico possa avere il potere legislativo ed esecutivo insieme. Si attua
la più dispotica tirannide quando, secondo lui, lo stesso soggetto politico è responsabile sia di fare le
leggi che eseguirle. Anche Il potere giudiziario è importante che sia separato dagli altri due. In un certo
senso, questo non è un potere, dice Montesquie, in quanto ha il compito di applicare le leggi. Non crea
un nuovo diritto, applica unicamente quello vigente. E’ importante in quanto deve garantire le libertà del
cittadino. Ad esempio, si evitano gli arresti arbitrari, si applica l’idea della giustizia certa. Montesquie è
contro l’idea della rapidità della giustizia. Egli dice che sicuramente è una bella cosa, ma anche in
Turchia è molto rapida, ma non è questa il tipo di rapidità di cui si ha bisogno. Soprattutto i primi due,
legislativo ed esecutivo, devono essere separati. Nell’idea di Montesquie, però, non è che i due poteri
devono essere due blocchi indipendenti uno dall’altro che non devono mai interferire l’uno sull’altro. La
sua idea è invece di un controllo reciproco. Egli afferma : “che il potere controlli il potere”, meccanismo
dei pesi e contrappesi, dove ogni potere può fare qualcosa nei confronti dell’altro, per evitare l’abuso
del potere. Il potere legislativo è per lui ovviamente affidato ad un Parlamento. Il modello è quello
dell’Inghilterra e quindi sarà un Parlamento bicamerale, con una camera bassa, rappresentante del
popolo, e una camera alta, di nomina regia, con la nobiltà del Re. Questo meccanismo bicamerale è
molto interessante e importante in quanto mantiene fermo il principio che dal basso devono venire le
leggi, in quanto ciò che riguarda tutti, deve avvenire da tutti, quindi, dalla camera bassa deve partire
l’iniziativa legislativa, però, (consideriamo anche che Montesquie è aristocratico, proviene da una
famiglia nobile), siccome il popolo spesso non vede realmente quale è il bene per lo Stato e decide più
seguendo la passione, piuttosto che la ragione, spetta alla camera alta, i nobili, vagliare, criticare ed
eventualmente modificare la legge allo scopo di partorire la legge migliore per lo Stato. Poi, spetta al
Re (l’esecutivo), la funzione di convocare il Parlamento e di sciogliere le camere. Il legislativo controlla
la legittimità degli atti dell’esecutivo (del Re) e dei suoi ministri. Il potere giudiziario, indipendente dagli
altri poteri quanto più possibile, deve applicare la legge in modo severo. Differenza tra democrazia
diretta e democrazia rappresentativa.Montesquie è il primo che pone questo tipo di problema.
Essendo un tipo molto realista, sostiene che l’idea che il cittadino è veramente individualmente
chiamato al voto, sia una idea inapplicabile, è una favola, un sogno, soprattutto in uno stato come la
Francia dell’epoca. Inoltre, egli afferma che, è giusto che l’iniziativa parta dal popolo, però da parte
degli intellettuali, di persone alfabetizzate, persone con una certa cultura. Contro questo atteggiamento
si scaglierà Rousseau, il quale, invece è proprio per la Democrazia Diretta.

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Jean-Jacques Rousseau (6,50.00) Nasce nel 1712, muore nel 1778, vive in pieno illuminismo


francese. E’ sostanzialmente un autodidatta, non ha fatto grandi studi. Non è francese, ma svizzero di
Ginevra, repubblica popolare con una forte ascendenza di tipo calvinista. Questa influenzerà molto la
sua idea di Democrazia. Viaggiò molto, fu ospite per parecchi anni della signora di Varenne (sua
amante ?), che gli fornì la sua biblioteca, dalla quale Rousseau assorbì la cultura dei classici
dell’illuminismo e della cultura romana, la cultura greca. In parte egli critica l’illuminismo da un punto di
vista dell’illuminismo. Partecipò al grande progetto dell’enciclopedia che voleva spazzare via tutta la
coscienza medioevale, rimpiazzandola con “i nuovi lumi”, le nuove conoscenze e interpretazioni su ogni
ambito della vita. Rousseau, stranamente, non scrisse nessuna voce su questo grande dizionario di
politica, scrisse invece di musica. Le sue opere principali sono : “il discorso sull’origine della
disuguaglianza tra gli uomini e “il contratto sociale”. Le sue opere possono essere distinte in due
gruppi: opere distruttive e opere costruttive (cronologicamente). Cioè opere di critica ad alcuni
assunti dell’illuminismo e alla società politica del suo tempo, e opere invece, in cui egli propone le sue
idee, una sua alternativa, una sua visione. Il “discorso sull’origine della disuguaglianza” è una opera
distruttiva; “il contratto sociale” è la sua opera costruttiva. Problema Rousseau. Rousseau, è uno degli
autori sui quali la critica è molto concentrata. Da alcuni è stato definito il padre dei totalitarismi, della
concezione totalitaria della politica. Perché la sua concezione prevede che il cittadino sia un tutt’uno
all’interno dello stato, che debba essere totalmente assuefatto alla volontà generale. E’ un cittadino,
quello di Rousseau, che deve sottomettersi in tutto e per tutto alle leggi dello stato. Non c’è il problema
della disobbedienza alle leggi dello stato, lo Stato ha sempre ragione e deve costringere gli uomini
ad essere liberi. E’ questo il compito dello Stato. La maggioranza ha sempre ragione. La minoranza è
un errore, deve riconoscere il proprio errore e deve rientrare nella maggioranza. Ovviamente la sua
concezione è una concezione fortemente etica: non si può capire Rousseau, se non si parte da questa
idea che lui ha del filo esistente tra gli interessi individuali e l’interesse generale. Per questo lui afferma
che la maggioranza ha sempre ragione però quando gli individui che compongono la maggioranza, si
sono spogliati dei loro interessi individuali prima di emettere la loro decisione e si sono espressi
unicamente tenendo presente il bene pubblico e non quello individuale. Se tutti i cittadini hanno fatto
questo, allora la decisione della maggioranza è per forza la decisione corretta. La minoranza sono
coloro che non hanno saputo fare questa cosa e hanno continuato a vedere i loro interessi di parte e
pertanto sono da considerare un errore.
Discorso sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini Opera distruttiva. Perché Rousseau, lo ha
scritto. Non solo per vincere il concorso letterario (arrivò 2°). L’obiettivo del testo è quello di determinare
in che modo si è arrivati al dominio del più forte, il più ricco, sul più debole e sul più povero. E’ certo che
vincono i ricchi sui poveri, ma come si è arrivati a questa situazione? Egli parla facendo un
capovolgimento provocatorio di alcuni elementi fondamentali di cui aveva parlato l’illuminismo
settecentesco: la ragione, il progresso, la proprietà privata. Questi elementi erano considerati dagli
illuministi gli elementi fondamentali positivi della società. Per lui, invece, questi sono i fattori che hanno
portato alla nascita della disuguaglianza e della supremazia dei ricchi e i forti sui deboli e poveri.
Individui che invece in origine in natura erano tutti liberi e tutti uguali. Rousseau parla dell’uomo allo
stato di natura e poi della nascita dello stato, però diversamente da Hobbes e Spinosa. Sostiene
Rousseau, che l’uomo allo stato di natura, non era assolutamente l’uomo cattivo nei confronti dell’altro,
l’uomo utilitarista, l’uomo che usa gli altri. L’uomo in natura è un essere pacifico, che nei confronti degli
altri uomini è socievole e compassionevole, sente le stesse emozioni dell’altro. Non è vero ciò che

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afferma Hobbes. L’uomo è un animale che allo stato di natura gode delle tante cose a disposizione e
non è detto che egli voglia proprio ciò che ha l’altro (come afferma Hobbes). Rousseau, fa l’esempio
dell’uomo in gabbia che vede il bambino sbranato dal leone : “mettiamo un uomo in gabbia che vede al
di fuori un leone che sbrana un neonato, se fosse l’uomo calcolatore e freddo come dice Hobbes, egli
non farebbe niente, in quanto sa di essere protetto dalla gabbia. Mentre l’uomo prova orrore e pietà,
quindi l’uomo prova compassione. Il problema però, secondo lui, è che questo stato naturale viene,
attraverso alcune tappe a corrompersi. E’ proprio lo sviluppo della ragione e dei rapporti sociali che
inevitabilmente determina un meccanismo perverso, per cui, gli uomini cominciano a mettersi insieme,
formano le prime società, i primi villaggi, e quindi, iniziano a crearsi le prime disuguaglianze, proprio
perché iniziano a prendere coscienza delle diversità, innanzitutto fisiche (alti, bassi, belli, brutti, forti,
deboli…). Questa coscienza, insieme con lo sviluppo della tecnologia, di cui ne beneficia chi per primo
la sviluppa aumenta le disuguaglianze, emerge l’invidia, il desiderio di prevalere e di potere, che è insito
nella natura dell’uomo quando accade questo sviluppo sociale. Ecco quindi che i proprio i rapporti
sociali sviluppano le disuguaglianze che alimentano un sentimento di odio reciproco. Però la cosa
fondamentale che determina questo squilibrio è proprio la creazione deldiritto di proprietà.: ad un
certo punto, l’individuo inizia a sentire l’esigenza di godere del bene in modo esclusivo. Egli afferma, :
“il primo uomo che recintò il campo e disse : “questo è mio”, fu lui che generò veramente la
società moderna in cui viviamo adesso.” Se ci fosse stato qualcuno che avesse strappato via la
recinzione affermando che la terra di tutti, avrebbe evitato questa situazione. La proprietà privata ha
generato l’inizio della società moderna e il dominio dei più forti e dei più ricchi sui più deboli e sui più
forti. Questo stato di disuguaglianza a seguito della creazione della proprietà ha portato ad una lotta dei
deboli con i ricchi che si è conclusa, secondo Rousseau, con un contratto fraudolento. Cioè non con
un contratto sociale vero e proprio del quale invece Rousseau, parlerà nella seconda opera (contratto
sociale), ma un contratto imposto con l’inganno dai ricchi sui poveri. In che modo: ad un certo punto di
questa guerra molto violenta, i ricchi hanno attuato uno stratagemma. Mascherati da persone perbene,
propongono ai poveri un contratto per sottomettersi tutti ad un potere superiore: lo Stato e le leggi. Il
problema è che questo contratto non fa altro che istituzionalizzare la supremazia dei ricchi sui poveri.
Nasce così la società moderna, alla quale bisogna rispondere con un diverso tipo di società, che lui va
a proporre nella sua opera costruttiva che è il Contratto Sociale.

Il Contratto Sociale In questa opera, Rousseau, determina la sua proposta politica. E’ una proposta
democratica, quindi Rousseau è padre della Democrazia, è una proposta favorevole alla sovranità
popolare, quindi Rousseau, teorico della sovranità popolare e quindi di un governo repubblicano
democratico contro la Monarchia, ed è un proposta che predilige l’idea di democrazia diretta:
partecipazione di tutti i cittadini alla politica. All’inizio dell’opera egli parla del problema
dellalegittimazione del potere. Si chiede quale è il fondamento del potere politico. Perché dobbiamo
obbedire allo Stato ? “L’uomo è nato libero, eppure deve vivere in catene”, così inizia “il contratto
sociale”. Come è avvenuto questo cambiamento ? Lo ignoro! Cosa può renderlo legittimo ? Credo di
poter risolvere questo problema. Egli esamina alcune teorie che avevano giustificato l’esercizio del
potere del sovrano sui sudditi.

La prima teoria che non gli piace è quella del diritto del più forte: dobbiamo obbedire allo Stato perché
è più forte di noi, oppure è giusto che il più forte governi sul più debole. Egli non accetta questa teoria
proprio perché tra forte e diritto non c’è alcun nesso, anzi, il diritto è qualcosa che può essere fatto
valere anche contro chi è più forte di noi.

Continua alla lezione successiva….

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… dalla lezione 7° … Come abbiamo visto Rousseau, nelle sue opere critica alcuni assunti chiave del
Giusnaturalismo, proponendo una doppia versione del contratto sociale. Nel primo discorso (Discorso
sull’origine della disuguaglianza), egli, ci parla di un contratto viziato, chiamato il “contratto
fraudolento”, che i ricchi propongono subdolamente ai poveri, facendogli accettare e quindi
istituzionalizzando una situazione a loro conveniente; Nel secondo discorso (il Contratto sociale), egli,
parla del contratto sociale che lui propone, qui ci parla del suo stato ideale. E’ uno stato repubblicano,
egli rifiuta qualsiasi opzione monarchica, e propone un tipo di stato nel quale la sovranità spetta al
popolo, il quale, non la esercita attraverso dei rappresentanti, come voleva Montesquie, bensì
direttamente. Per quanto anche lui si rende conto che ci dovrebbe essere comunque un organo dotato
del potere di eseguire le leggi fatte dal popolo: il potere esecutivo. Potere esecutivo che secondo lui,
rispetto a quello legislativo è in subordinazione, che rappresenta unicamente un mandato. Cioè il
legislativo demanda all’esecutivo l’esecuzione delle leggi, ma in qualsiasi momento il popolo può
riprendersi il mandato e revocare le cariche all’esecutivo. Cariche che fra l’altro, secondo Rousseau,
per garantire meglio la virtù repubblicana e per impedire la corruzione tipica del potere politico,
qualsiasi carica deve essere temporanea e molto breve. Difatti, vedremo, come nell’esperienza della
rivoluzione francese, specialmente i giacobini, presero alla lettera le indicazioni di Rousseau, facendo
delle cariche a durata molto breve, anche se creando dei problemi molti seri che oggi diremo di
governabilità. Ciò che è importante è l’analisi di Rousseau, della volontà generale. La volontà
generale, secondo lui, non è la somma delle volontà particolari, individuali, degli individui che
compongono il legislativo, è la volontà che scaturisce dalla decisione dimaggioranza, però la
maggioranza degli individui che tendono al bene comune, all’interesse generale. Se la decisione viene
presa in maniera corretta, nell’interesse generale, allora, è la decisione giusta. Egli è convinto che la
decisione presa dalla maggioranza composta dalle persone che tendono al bene comune sia per forza
nel giusto. La minoranza, invece, è semplicemente un errore, è costituita da quelle persone che
stanno pensando all’interesse proprio, pertanto chi è in minoranza dovrebbe riconoscere che è
nell’errore, e rientrare nella maggioranza. Su questo Tocqueville dissentirà completamente. La volontà
generale è quella che esprime la legge. La legge è l’espressione per Rousseau, della volontà
generale. Lo afferma chiaramente nel “contratto sociale”, che difatti, nella “Dichiarazione dell’uomo e
del cittadino” del 1789, Rousseau era già morto, troviamo un articolo che esprime esattamente questo
concetto.

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Adam Smith (7,07.00) Autore molto importante in quanto con lui il liberalismo viene a coniugarsi con
l’altro filone di pensiero che si suole denominare liberismo economico. Da Smith in poi, in effetti il
liberalismo politico e il liberismo economico vanno spesso a braccetto. Smith è vissuto nel XVIII sec., il
‘700, ed era di professione professore, insegnava filosofia in Scozia. E’ molto importante in quanto
aveva una serie di allievi che costituirono un vero e proprio gruppo di filosofi che incisero attivamente
nella politica inglese del ‘700. Siamo nel secolo della nascita dell’economia politica come scienza. Fino
a questo momento i filosofi politici non è che avessero attribuito un grande peso all’economia. Nei
trattati sullo Stato, fino al ‘700, non si trovano capitoli dove si parla di economia, al legame del potere
politico con il potere economico. Si pensava che la ricchezza di una nazione dipendesse
sostanzialmente o dalla potenza dell’esercito, oppure dall’ estensione della nazione stessa sul territorio.
Più una nazione era grande e più era ricca; più aveva un esercito potente e più era ricca. Si, tutto era
legato al meccanismo delle tasse, ma non si era ancora sviluppata l’economia come scienza. Smith
vive nel ‘700, che è il periodo della grande espansione commerciale e coloniale di vari paesi europei,
prima fra tutti l’Inghilterra, ma anche la Repubblica delle nazioni unite (l’Olanda), la Spagna e il
Portogallo e la Francia. Ognuno di questi paesi aveva delle zone di influenza, che spesso, andando a
coincidere, generavano dei conflitti. Smith scrive un’opera che si intitola : “Ricerca sulle cause della
Ricchezza delle nazioni”.

Ricerca sulle cause della Ricchezza delle nazioni Egli si pone la domanda : “quando una Nazione è
ricca?, Quando riteniamo poter definire uno Stato Ricco?” Secondo Smith, la ricchezza viene
determinata da fattori economici, non determinata dall’esercito o dall’ampiezza geografica dello Stato.
L’Olanda, per esempio era uno stato molto piccolo. L’elemento sul quale i teorici della politica non
avevano ancora riflettuto, era proprio il capitale, inteso come ricchezza mobile. Per Smith, dunque, la
ricchezza di una nazione deriva sostanzialmente dalla quantità di beni che circolano in quella stessa
nazione. E la moneta anche è un bene. Quindi, maggiore è il numero di beni che ricolano in una
nazione, e più questa nazione è ricca. Come si fa allora ad aumentare il numero dei beni che circolano
in una nazione ? Ovviamente, aumentando la produzione. Per Smith, tutti gli uomini sono portato
naturalmente al commercio, ad avviare rapporti economici con altri individui. Egli infatti parla di “Homo
Economicus”, l’uomo economico che, anche prima di formare lo Stato, in quella che Smith chiama la
società naturale, ha l’impulso a produrre e a mercanteggiare. E’ un uomo che mira sostanzialmente al
suo utile, al profitto. Questo concetto sarà molto importante per la sua teoria della “mano invisibile”
per la quale è ancora oggi molto famoso. Quindi, la ricchezza di una nazione dipende dalla circolazione
dei beni. La quantità dei beni che circolano dipende dalla produzione. E, “come si fa ad aumentare la
produzione di beni ?” La produzione di beni di pende dal lavoro, ed in particolare dal principio della
divisione del lavoro. Nei paesi dove, l’industria si basa sul principio della divisione del lavoro, ci sarà
una produzione dei beni più elevata, e di conseguenza una ricchezza maggiore. Egli fa l’esempio
della fabbrica di spilli: “io ho visitato una fabbrica di spilli, e ho visto, come, nelle fabbriche lo stesso
individuo, segue tutte le fasi di produzione dello spillo, alla fine della giornata si produrranno non più di
una certa quantità di spilli. In quelle fabbriche in cui, ciascuna fase di produzione è affidata ad una
persona diversa, alla fine si producono centinaia di spilli in più rispetto alla fabbrica precedente.”
Secondo lui, quindi, il principio della divisione del lavoro porta ad un produzione maggiore di beni che
possono essere venduti, aumentando quindi la ricchezza stessa della nazione.

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Come anche Locke, Smith si sofferma molto sulla descrizione della nascita dell’evoluzione dei
rapporti economici fra gli individui. Così come Locke, anche lui parte dal baratto, lo scambio di
merce su merce. Sappiamo che il baratto aveva degli inconvenienti, gli stessi che aveva già citato
Locke, l’indivisibilità, deteriorabilità, e quindi anche Smith dice che si è voluta creare quella che lui
chiama “l’equivalente generale” : la moneta. E’ più o meno la stessa descrizione che fa Locke.
Dopodichè, si sofferma sul tema del “valore delle merci”. Smith è interessato a scoprire cosa è i valore
delle merci e come si crea il valore di una merce. Quando si parla di valore di un bene, dice Smith, se
ne parla in due accezioni:

- valore di scambio di una merce; - valore d’uso di una merce

Valore di Scambio di una merce è il potere che una merce ha di acquistare altri beni. L’attitudine che
una merce ha ad acquisire una certe quantità di un altro bene; Valore d’uso, è invece, il potere che
una merce ha a soddisfare un determinato bisogno. Ovviamente, valore di scambio e valore d’uso sono
differenti a seconda dei beni. L’acqua ha un altissimo valore d’uso e un bassissimo valore di scambi,
non ci compriamo niente, viceversa un diamante ha un basso valore d’uso e un altissimo valore di
scambio. Quale è la misura di un valore di scambio di una merce ? Da cosa dipende questo potere di
scambio di acquistare altre merci? Secondo Smith, all’inizio, nelle società poco civilizzate, la misura del
valore di una merce era data esclusivamente dalla quantità di lavoro necessaria a produrre quella
determinata merce. In una società di cacciatori, fa l’esempio Smith, se un cacciatore impiegava due ore
per cacciare un castoro, e un’ora per cacciare un cervo, determinando un cambio di un castoro contro
due cervi. Ovviamente questo non è più così nelle società dove c’è la moneta e il lavoro come minimo
comune denominatore del valore di scambio di una merce, si è trasformata nelprezzo. Infatti, quello
che è importante per capire la quantità di un bene che noi possiamo comprare, è il suo prezzo. Il
prezzo che deriva da vari fattori: i costi di produzione, il lavoro per produrlo, etc. etc., su questo Smith
spende numerose pagine del suo testo. Ciò che è interessante nelle sua analisi da un punto di vista
politico è la distinzione che egli fa tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Lavoro produttivo, è
quel lavoro attraverso il quale si produce un bene, o una quantità di beni che possono essere rivenduti,
accrescendo il valore del bene prodotto. Il lavoro produttivo aumenta quindi in un certo senso il valore
del bene stesso in quanto rivendendolo si fa un ulteriore guadagno; Lavoro improduttivo è invece
quel lavoro che non produce nulla, si esaurisce con il lavoro stesso. C’è un tipo di lavoro che aggiunge
valore al bene lavorato, e un altro che invece non ha lo stesso effetto. Così, il lavoro di un operaio
aggiunge al valore dei materiali che egli lavora il valore del suo lavoro, al contrario, il lavoro del
servitore, che pulisce in casa, non aggiunge nulla, si esaurisce da solo. L’operaio produce un bene che
poi venendo venduto produce un ulteriore valore. Ci sono molte persone in società che svolgono un
lavoro improduttivo. Smith, comunque lo considera molto utile, non è che lui lo denigra, vuole
unicamente fare una distinzione. Per esempio, tutti i servizi pubblici, secondo Smith, sono di per sé tutti
improduttivi, come anche i militari. Tutti questi lavori, normalmente a carico dello Stato, sono pagati con
la produttività degli altri lavori dei cittadini. Questo discorso porta Smith a descrivere il principio della
mano invisibile, per il quale Smith conserva un ruolo importante nella storia. Il principio è spesso anche
citato dai nostri politici. Principio della “Mano invisibile”. E’ un principio per il quale, all’interno di uno
stato, di una società, gli individui, non sapendolo e non volendolo, cercando semplicemente il loro
tornaconto, il loro interesse individuale, realizzano invece il bene della collettività, l’interesse di tutti.

La mano invisibile spinge i cittadini, gli appartenenti ad una società, a trovare il bene della società
stessa, pur non accorgendosene. Ciascun uomo, essendo un “uomo economico”, tende a migliorare se
stesso, e, soprattutto, secondo Smith da buon scozzese, è un miglioramento economico suo e della
sua famiglia. Quindi, se ognuno determina un aumento della propria ricchezza, si determina un
aumento della ricchezza della nazione, dello Stato. Smith spenderà molte pagine del suo testo, diversi
grafici e diverse equazioni per spiegare il suo concetto. E’ chiaro che è una visione molto ottimistica,
abbastanza grossolana, una visione del ‘700. Comunque, in certi casi è possibile che dal benessere
individuale, partendo dagli egoismi individuali, si può realizzare il benessere collettivo.Servono
naturalmente dei correttivi. Chi potrebbe dare i correttivi? Potrebbe essere lo Stato, lo Stato che
però, secondo Smith, non deve assolutamente intromettersi nel libero svolgimento delle attività
economiche degli individui. Questa è la concezione del liberismo economico di Smith. La mano
invisibile si attiva unicamente se ci sono determinate condizioni, prima fra tutte che lo Stato non si
intrometta nelle attività commerciali nei cittadini. Oggi diremmo non si intrometta nella politica
economica dei cittadini. Secondo Smith, quindi, lo Stato ha un altro compito, e non rivolgersi al libero
commercio. Lo Stato deve esistere, e quali sono i compiti dello Stato secondo lui e secondo tutta
la scuola liberale e liberista ? Molto pochi. Lo stato sostanzialmente serve proprio a garantire la
libertà di commercio dei cittadini; e quindi l’individuo- imprenditore, l’uomo economico, cosa cerca dallo
Stato? Cerca sicuramente protezione della sua azienda. Cerca la giustizia, vuole un tribunale al quale
appellarsi nel caso di ingiustizia. Vuole essere protetto dalle invasioni straniere, e quindi vuole un
esercito. Vuole che esistano dei servizi, quelle che lui chiama opere pubbliche: ospedali, ponti, scuole,
etc. etc. Quindi per la scuola liberale-liberista che nasce proprio nel XVIII secolo, lo Stato dovrebbe
avere pochissimi ministeri, è la dottrina del cosiddetto “stato minimo”, ancora presente in alcuni testi di
economia politica. Smith non è comunque fautore di un liberismo sfrenato e senza regole, come alcuni
affermano. Smith non va letto sotto una sola ottica, a noi interessa l’ampio spettro. Uno come Smith, a
cui sta a cuore l’economia, è chiaramente molto attento al problema delle tasse. Le tasse.Anche nel
‘700 era un grosso problema, quasi tutte le rivoluzioni avute nel ‘600 e che si avranno anche nell’epoca
di Smith e successivamente, come motivazione avevano sempre alla base il problema delle tasse
eccessive: la rivoluzione americana, la rivoluzione francese. Il problema era quello di chi pagava troppe
tasse e chi non pagava affatto. Smith afferma che dovrebbero essere quanto più proporzionali al
reddito, alla necessità, e soprattutto devono essere fatte ”certe e non arbitrarie”. Se lo Stato mette
troppe tasse di cui non si capisce l’utilità, l’uomo tenderà ad evaderle. Lo Stato dovrebbe subito
spiegare al popolo il significato e il motivo di quella nuova tassa o perché l’ha aumentata, cercando di
incidere su quella parte del reddito particolare dei cittadini che dai cittadini stessi è più facilmente
trasferibile allo stato. Il tempo del pagamento, il modo del pagamento, la somma da pagare, tutto
questo dovrebbe essere chiaro e semplice per il contribuente e per ogni altra persona. L’incertezza
dell’imposta incoraggia l’evasione e la corruzione, come anche un’imposta irrazionale. Per Smith,
quindi, sarebbe meglio, invece che mettere tante tasse basse, metterne solo alcune, ma importanti
anche per i cittadini, magari elevandole un poco di più.

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Alexis de Tocqueville (7; 40.30) Autore molto affascinante è uno dei grandi teorici del pensiero
liberale, così come Smith. Di un liberalismo diverso da quello di Smith, e diverso anche da quello di
Montesquie che comunque rimane uno dei suoi autori di riferimento. Visse tra ‘700 e ‘800, la sua
opera principale “La democrazia in America” è pubblica in due volumi nel 1835 e 1840. Egli vive
proprio all’indomani della rivoluzione francese, vive il periodo napoleonico, e poi la cosiddetta seconda
repubblica e poi il secondo impero, quello di Napoleone III. Di nobili origini, di professione giurista
partecipò, anche se non per molto, alla vita politica francese, arrivando ad occupare la carica di
Ministro degli esteri per un breve periodo. Un evento importante nella vita di Tocqueville, fu il suo
viaggio in America. Si recò negli Stati Uniti per studiare il sistema penitenziario americano. Non studiò
solo quello, da curioso osservatore che era, e quando tornò scrisse appunto “La Democrazia in
America”, che rappresenta un delle più penetranti analisi mai prodotti sulla genesi della democrazia
degli Stati Unti d’America.

La Democrazia in America. Egli è quindi interessato soprattutto a questo nuovo sistema politico che
aveva trovato radici negli Stati Uniti: La Democrazia. La prima vera grande repubblica democratica. Ma
perché proprio il popolo americano ? Per Tocqueville, è più interessante studiarlo rispetto ai popoli
europei, in quanto, mentre l’origine dei popoli europei si perde nella notte dei tempi, gli USA sono una
nazione relativamente recente. Per lui, studiare l’origine di un popolo è l’unico modo che abbiamo per
dare certezza alle nostre analisi politiche. In pratica, parlare di politica è più facile se noi parliamo di
una nazione di cui conosciamo le sue origini, conosciamo i valori su cui si è fondata. Gli Usa erano una
nazione recente, nati dopo la rivoluzione americana, alla fine del ‘700, con la Dichiarazione d’
Indipendenza di Filadelfia del 1776 e la successiva Costituzione Repubblicana approvata
definitivamente nel 1787. (la data di nascita degli usa è domanda d’esame!) Alla quale, nel 1791,
sono stati aggiunti i famosi emendamenti, che rappresentano una specie di dichiarazione dei diritti. E’
interessante (per il professore!) notare che la Costituzione Americana, non presenta nel preambolo la
dichiarazione dei diritti, differentemente dalle Dichiarazioni della rivoluzione francese li riportavano
sempre. Quindi un paese giovane e per questo molto interessante. Una Repubblica Democratica
Federale. La Democrazia appare a Tocqueville come la forma di governo del futuro, anche se egli
individua subito dei terribili rischi nel governo democratico. Tocqueville, come quasi tutti i liberali, non
crede nelle esagerazioni e nei facili entusiasmi. Non è né un partigiano sfegatato della Democrazia, ma
nemmeno un acerrimo critico. La Democrazia gli sembra la forma di governo più razionale, più giusta,
la forma di governo del futuro, al punto che avvertirà i governi europei di prepararsi in quanto questa
sarà la loro futura forma di governo. Tuttavia la Democrazia non è esente dai rischi, presenta dei rischi
molto gravi. Il rischio maggiore è quello della tirannia della maggioranza, cioè, che anche il governo
su cui si basa la maggioranza può abusare del proprio potere. Egli si chiede : “perché se ammettiamo
che un monarca può diventare un tiranno, non ammettiamo la stessa cosa per un’assemblea di un
governo democratico?” Anche un governo può abusare del proprio potere. E allora ciò che è importante
veramente è la libertà dei cittadini, che deve essere mantenuto all’interno di una cornice costituzionale
che possa quanto più possibile limitare gli abusi e gli eccessi. E che possa stabilire dei freni, dei
meccanismi di pesi e contrappesi (suggerimenti di Montesquie), che si trovano in qualche misura
all’interno della struttura costituzionale americana.

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All’interno dello Stato americano, Tocqueville, vede sia il rischio della tirannide della maggioranza, ma
anche meccanismi che possano arginarla. Occorre quindi soffermarsi sull’analisi dei primi popoli che
hanno conolizzato dall’Europa gli Stati Uniti. In quanto è quello il punto originario degli Stati Uniti
D’America. Bisogna analizzare la struttura sociale e politica dei primi gruppi colonizzatori. Questi gruppi
avevano alcune caratteristiche in comune. La prima è che a loro interessavano due valori:libertà e
uguaglianza. Essi scappavano dall’Inghilterra in quanto perseguitati per motivi religiosi. Scelsero
quindi di intraprendere questo viaggio proprio per la libertà. Un altro aspetto interessante era che tutti i
coloni appartenevano più o meno alla stessa classe sociale, sicuramente non c’erano tra loro dei
nobili di sangue. Più o meno erano tutti appartenenti allo stesso status sociale, rappresentanti del ceto
medio, con un reddito più o meno comune, e sicuramente erano tutte persone istruite, alfabetizzate,
tutti avevano come testo chiave le sacre scritture, antico e nuovo testamento. Date queste
caratteristiche, naturalmente, la prima forma di governo che si diedero, non fu certo la Monarchia,
eleggendo un Re, ma una forma di governo democratica, basata sull’uguaglianza, una forma di
governo contrattuale, basata su un contratto consensuale tra persone più o meno uguali da un punto di
vista sociale. Sono tutti fattori fondamentali per i successivi sviluppi, soprattutto quei due fattori che
Tocqueville chiama :

- Lo spirito di religione - Lo spirito di Libertà

Che sono i due fattori fondamentali per cui sono nati gli Stati Uniti D’America. Tuttavia, disse
Tocqueville, questi popoli, ovviamente, erano anche loro figli del loro retaggio culturale, provenivano
dall’Inghilterra, di conseguenza, portarono qualcosa del loro mondo e del loro assetto sociale e politico.
Proprio nel sistema penitenziario americano si percepisce la presenza di questo mix, la compresenza di
elementi inglesi ed elementi nuovi. Ad esempio, l’istituzione della cauzione, la forma della possibilità di
essere scarcerati dietro pagamento di una somma di denaro. Tocqueville per primo comprende che
proprio in questo nuovo mondo ci sono alcune contraddizioni. Sempre sulla cauzione, egli afferma che
è un mezzo poco democratico, in quanto favorisce il ricco e penalizza il povero, che certamente non
avrà la possibilità di pagare. Tocqueville, evidenzia quindi dei difetti evidenti del sistema americano.
Siamo agli inizi dell’800 prima della guerra civile americana, egli è ben conscio della grande differenza
che esiste tra il nord e il sud degli Stati Uniti: una cosa sono il nord con le sue importanti industrie,
un’altra il sud con i suoi latifondi e la schiavitù. Tocqueville individua una frattura tra i valori degli stati
uniti e i valori delle colonie del nord. Questi valori, lo scontro tra queste due differenti posizioni, porterà
alla nascita degli stati uniti d’america. Sull’uguaglianza. Da buon liberale Tocqueville ha fiducia
dell’uguaglianza ma non nell’eccesso di uguaglianza. Esistono due passioni per l’uguaglianza:

- una passione che lui chiama “maschia e legittima”, che è quella che porta i poveri e chi ha di meno
ad elevarsi e a cercare di migliorare e a progredire per avere di più, questa porta ad un miglioramento
della società;

- una passione deleteria per l’uguaglianza, basata sull’invidia e sulla rabbia. E’ quella che porta chi ha
di meno ad abbassare la ricchezza di chi ha di più, portandola al proprio livello. Questa porta ad un
evidente peggioramento della società.

Infatti, quando si parla di uguaglianza, bisogna capire bene cosa si intende, se miglioramento di chi sta
peggio, oppure peggioramento di chi sta meglio. Sono due cose molto diverse. Tocqueville, era anche
molto acuto nel determinare il contrasto che può esistere tra i due grandi valori della libertà e
dell’uguaglianza. Spesso, egli dice, dai grandi rivoluzionari, queste due parole sono state messe
insieme, ma, se andiamo a vedere bene, queste due sorelle possono essere sorelle nemiche.

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Perché, se prendiamo sul serio la libertà, andiamo per forza ad incidere sull’uguaglianza. Se invece
prendiamo in maniera radicale l’uguaglianza, finiremo per forza a diminuire la libertà. E’ chiaro che se io
voglio mantenere l’uguaglianza, ad esempio sociale, è chiaro che devo intervenire per forza sulla libertà
di chi, invece, potrebbe accumulare molto di più. Dove invece c’è la libertà assoluta, si creano per forza
situazioni di disuguaglianza, perché gli uomini sono differenti tra di loro. Quindi l’equilibrio tra libertà ed
uguaglianza e una delle cose più difficili da mantenere in politica. Abbiamo detto quindi, dei rischi della
maggioranza e della democrazia americana. Questi sono molto importanti perché sono di stretta
attualità. Abbiamo detto che Tocqueville chiama il rischio principale “Tirannia della Maggioranza”. Egli
afferma che tutto il potere politico, laddove è accentrato in un solo individuo o in un solo
organo senza controlli, tende all’abuso. Se non ci sono pesi e contrappesi, prima o poi ci sono
abusi. La maggioranza può essere ingiusta, tirannica, soprattutto nel senso di opprimere la minoranza,
opprimere la diversità di opinione, che per Tocqueville è il sale della Democrazia. Perché proprio nella
democrazia deve essere garantito il pluralismo. Il rischio del governo americano è quello di
eliminare proprio il pluralismo. In che modo. Non attraverso gli strumenti delle antiche tirannie, la
tirannide della maggioranza è una tirannide diversa. Non ci sono il carnefice o i carnefici, non agisce su
chi non si conforma attraverso la ghigliottina o arresti arbitrari, non è così, questo è il funzionamento
antico. Invece, funziona in maniera molto più subdola, attraverso quello che lui chiama il
“conformismo”. Cioè la tirannide della maggioranza agisce semplicemente attraverso l’esclusione
tacita, ma per questo non meno violenta di tutte le opinioni divergenti. Attraverso il controllo capillare di
tutti i meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e del partito dell’opposizione. Egli si chiede :”a
chi posso rivolgermi per andare contro la maggioranza? “ All’opinione pubblica? Ma se è questa che ha
eletto la maggioranza ! Al Legislativo ? Il Legislativo è espressione della maggioranza! All’esecutivo?
L’esecutivo è nominato dalla maggioranza! Ai giudici ? Spesso anche loro sono vittime della
maggioranza, oltretutto in alcuni stati sono nominati dalla maggioranza! Quindi vediamo come, chi la
pensa in modo differente, trovi numerosi ostacoli. Egli afferma :”la maggioranza crea come un cerchio
interno al pensiero di chi la vuole pensare in modo differente”. Questo fa sì che ci si possa muovere
liberamente all’interno del cerchio, ma se cerchi di uscire, sei isolato, la carriera politica ti è preclusa, e
non solo quella, ogni tentativo di scalata sociale. Perché è la maggioranza che distribuisce il potere, è
la maggioranza che assegna le cariche, ed è per questo che tutti tendono ad allinearsi alla
maggioranza. Quindi si crea una situazione che costringe chi si trova all’opposizione a rientrare
passivamente nell’opinione di maggioranza, se non altro perché gli conviene. Ci sono troppi rischi, e la
vita all’opposizione è troppo difficile. E’ il rischio del conformismo. Tanto più vasto è lo stato e tanto più
elevato è il rischio del conformismo. Tuttavia, anche negli USA esistono dei freni, dei meccanismi, che
influiscono a mitigare la tirannia della maggioranza. Si sono creati spontaneamente o no, dei pesi e
contrappesi che mitigano il rischio. Ce ne sono vari. Freni alla tirannide. 1. Assenza di
accentramento amministrativo. Innanzitutto la struttura federale stessa, quello che lui chiama
il decentramento amministrativo. Tocqueville fa una differenza tra accentramento politico,
accentramento amministrativo e decentramento amministrativo. Vediamo come. Alcuni interessi sono
comuni alla nazione intera, come la formazione delle leggi generali e i rapporti internazionali. Altri
interessi sono propri di alcune parti della nazione, come per esempio, gli affari riguardanti i singoli
comuni.

- Si ha accentramento politico, quando si concentrano in uno stesso luogo o in una stessa mano il
potere di dirigere gli interessi comuni a tutta la nazione;

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- Si ha accentramento amministrativo quando si concentrano in uno stesso luogo o stessa mano il


potere di dirigere gli interessi di alcune parti della nazione

In America esiste solo l’accentramento politico ed è quasi sconosciuto l’accentramento amministrativo


c’è un regime di decentramento amministrativo, che è considerato da Tocqueville un fatto positivo,
un freno alla tirannia, un freno allo strapotere della maggioranza dato dai governi locali, che sono in
continuo conflitto con il governo centrale. 2. Spirito legista. Altro freno alla tirannia della maggioranza
è lo spirito legista. Si tratta essenzialmente dell’ espressione della carta dei giudici. E’ lo spirito che
proviene dalla amministrazione della giustizia. Non solo i giudici, ma anche avvocati e tutti gli operatori
del diritto. Questi rappresentano un freno in quanto dipende dal carattere particolare dal potere
giudiziario presente negli Stati Uniti. In America, i giudici rappresentano una sorta di carta e si sentano
come facenti farti di un gruppo con dei valori precisi. La sentenza dei giudici americani è una sentenza
conservatrice. Normalmente i giudici non tendono a portare innovazioni. In generale si diffida della
novità, e questo tende ad essere un freno alla tirannide, a leggi strane, non confacenti con la tradizione
giuridica. Un'altra grande differenza tra il diritto statunitense e il diritto europeo è proprio nella natura
della sentenza. La sentenza americana si basa sui fatti precedenti, sulle sentenze dei loro
predecessori, non sul codice civile, che non esiste neppure. Ed è per questo che il giudice americano è
portato alla tradizione, a cercare nella storia e nel passato, quindi a guardare con sospetto a qualsiasi
novità che la maggioranza potrebbe mettere in atto in un momento di abuso. 3. Il giurì come
istituzione politica. Altro freno alla tirannia della maggioranza è l’istituzione del giurì. Il giurì è quello
che noi chiamiamo oggi la giuria popolare, ossia quel gruppo di persone che viene scelta attraverso
alcuni criteri per emettere la sentenza su un certo caso. Per Tocqueville, l’istituzione di una giuria del
popolo, chiamata a giudicare un determinato fatto, è un freno alla tirannia della maggioranza. Perché è
un meccanismo di tipo pedagogico. L’essere parte per un momento della vita giudiziaria della nostra
nazione, porta il cittadino normale ad avvicinarsi al diritto, sono costretti a studiare e a porsi domande,
formandosi una coscienza critica. Partecipano alle cose dello Stato. Quindi la giuria popolare secondo
Tocqueville è un istituto pedagogicamente positivo. 4. La libertà di stampa Costituisce un altro freno,
anche se Tocqueville non la vede in maniera estremamente positiva, tuttavia, egli afferma che, è
importante garantire in Democrazia la libertà di stampa, più per i rischi che evita piuttosto che per i
benefici che apporta. In Democrazia è importante che ci siano, attraverso la libertà di parola, di stampa,
degli scontri di opinioni divergenti, creare diverse fazioni, diversi partiti. Il pluralismo è
importantissimo per la tutela delle minoranze. Vediamo quindi come Tocqueville sia in una
posizione di scontro con Rousseau, per Rousseau la minoranza era un errore, quello che contava era
l’espressione della maggioranza, per Tocqueville, è invece importante la minoranza, il pluralismo, solo
dallo scontro di opinioni diverse può nascere la legge migliore per la nazione. La pluralità religiosa è
importante proprio per questo. Gi usa sono nati da persone perseguitate in Inghilterra per le opinioni
religiose. Egli, poi si sofferma su alcuni tratti caratteristici che ancora oggi si vedono nella società
americana. L’attitudine degli americana alla pratica piuttosto che alla teoria, Tocqueville, si
accorge che anche gli studi sono più orientati alla pratica piuttosto che alla teoria. In un certo senso
Tocqueville, annuncia alla guerra fredda. Sostiene infatti che (siamo alla fine dell’800) Stati Uniti e
Russia saranno i popoli del futuro in quanto sono popoli nati da poco, mentre l’Europa, secondo lui è un
po’ in decadenza e deve prendere spunto da questi.

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Cercheremo di finire l’elenco degli autori presenti nel I libro, nelle prossime lezioni, vedremo Gaetano
Mosca, alle quali è dedicato il II Libro, che è stato il primo docente di Storia delle dottrine politiche
in Italia.

Antonio Rosmini Ci spostiamo in Italia. Nato alla fine del ‘700, nel 1797, morto nel 1855. E’ vissuto
proprio in un periodo fondamentale per l’Europa intera, il periodo post rivoluzione francese, il periodo
nel quale gli autori si interrogavano su le miserie e gli splendori di questa esperienza rivoluzionaria
francese che aveva dato la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, ma anchela
ghigliottina in quella che oggi è Place de La Concorde. Quindi, lo scontro tra gli autori rivoluzionari e
gli autori contro-rivoluzionari. Di professione era un sacerdote che fondò un suo ordine e si interrogò sui
problemi politici posti dall’esperienza rivoluzionaria francese e dal periodo napoleonico. Vale a dire
l’idea del pensiero politico illuminista sulla politica. Se e quanto sia accettabile di quello che è frutto
della rivoluzione francese e soprattutto era interessato al rapporto tra Stato e Chiesa, religione e
politica. Partecipò ad un progetto di Costituzione per l’Italia, che ovviamente non era ancora unificata.
L’unità d’ Italia avvenne nel 1860-61, dopo la spedizione dei mille e nel 1870 con la presa di Roma,
Porta Pia. Però già all’inizio dell’800, le famose guerre d’indipendenza, emblemi di quel periodo che si
suole chiamare Risorgimento Italiano, avevano cominciato a porre nei filosofi politici, la possibilità di
unificazione italiana. Egli elaborò questo progetto costituzionale che vedeva il Papa a capo di una
federazioni di stati che dovevano rappresentare l’Italia, progetto che poi non trovò seguito per una serie
di motivi. Fatto è che Rosmini è una delle personalità che più a lungo ha riflettuto sul problema della
politica nell’Italia del primo risorgimento. Di impostazione era un filosofo, ma con i piedi molto ben
puntati per terra, che guardava alla realtà dei fatti, era un grande diplomatico, sfruttato in numerose
ambasciate dal Papa, anche se in seguito, i rapporti con il vaticano divennero più burrascosi per la
pubblicazione di un suo libro che tratta solo marginalmente di politica e che venne criticato dalla Santa
Chiesa. Anche Rosmini appartiene a quella grande corrente che è il liberalismo. Potremmo definirlo
un cattolico- liberale, o meglio un liberale di ispirazione cattolica. Cattolicesimo liberale era quella
corrente di pensiero di autori, filosofi, intellettuali, che si definivano cattolici, che però non rifiutavano
completamente le novità che venivano da Parigi, le novità dell’illuminismo francese. Come sappiamo
poi, la chiesa, dopo un periodo iniziale tentativi di conciliazione con il partito liberale, che chiedeva
riforme importanti, fatti da Pio IX, si ebbe un deciso ripiegamento della posizione della Chiesa
sull’ortodossia e sulla condanna dei principali temi dell’ illuminismo e più in generale del liberalismo. Ma
c’era un gruppo di autori italiani che invece credeva possibile conciliare religione e illuminismo, la
corrente appunto cattolico-liberale. Rosmini scrisse qualche opera politica, delle quali a noi interessa
soprattutto : “della filosofia della politica”, divisa in due parti:

la prima si intitola : “della sommaria cagione per la quale stanno o rovinano le umane società”, che
significa “della ragione principale per la quale le società si conservano o decadono”

la seconda parte si intitola “la società e il suo fine”, nella quale Rosmini cerca di delineare quale è
secondo lui il fine della società.

Della sommaria cagione per la quale stanno o rovinano le umane società (I parte
dell’opera) Quale è il criterio da seguire in politica secondo Rosmini ? Il primo criterio da seguire è
quello che distingue il sostanziale dall’accidentale:

 Il sostanziale, è tutto ciò che fa vivere e fa mantenere una società, uno stato;  L’accidentale, invece,
è tutto ciò che abbellisce, che orna, che rende più grande una

nazione, ma non è appunto sostanziale.

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Vale a dire che, senza l’elemento sostanziale, una società crolla; senza l’elemento l’accidentale,
comunque riamane in vita. Bisogna quindi distinguere in una società ciò che permanente serve da ciò
che è in più. Rosmini fa l’esempio di un edificio. Le mura sono sostanziale, l’arredamento è accidentale.
Gli uomini politici per prima cosa devono capire cosa è il sostanziale e devono mantenerlo e
perseguirlo. Gli errori in politica secondo Rosmini sono spesso errori di capire ciò che è sostanziale e
ciò che è accidentale, e questo determina la rovina delle società. Tali società, secondo lui, hanno un
corso storico, che prosegue per 4 tappe, o 4 età sociali:

I. nella prima età sociale, gli individui hanno di mira il sostanziale, e creano quindi la società a partire
da ciò che è sostanziale, non curandosi ancora di ciò che è accidentale;

II. nella seconda età sociale, la società così costruita, viene ad essere abbellita, ingrandita, ornata, in
questa età, gli individui non perdono mai di vista però il sostanziale ma iniziano a curarsi
dell’accidentale, è l’età di maggior splendore per la società;

III. nella terza età sociale accade che inizia a prevalere l’accidentale, gli individui iniziano a perdere di
vista la sostanza preferendo l’accidentale. Qui la società inizia a traballare, inizia la corruzione

IV. nella quarta età, gli uomini perdono completamente di vista la sostanza, si curano unicamente di
ciò che è accidentale e questo porta alla corruzione, al declino e alla distruzione della società stessa.

La distinzione tra sostanziale e accidentale, Rosmini la utilizza soprattutto quando parla del rapporto
tra la classe politica e la massa, che proprio all’inizio dell’ 800, cominciavano a divenire partecipi della
vita politica. Prima dell’ 800, della rivoluzione francese, in un certo senso era escluso dalla vita politica.
Tutto si giocava fra i nobili e i Re. Invece proprio nell’800, con l’ingresso dei diritti naturali, la prima
rivoluzione industriale in Europa, la massa acquista una certa importanza, anche per la classe politica e
anche per Rosmini, il quale, quando parla del rapporto tra le masse e la classe politica, egli applica il
suo criterio di distinzione tra sostanziale e accidentale. Quindi, afferma che le masse e i politici arrivano
a determinare ciò che è sostanziale per la società, in maniera differente, purtroppo. Alla fine, infatti dirà
che non c’è comunicazione tra la classe politica e le masse. Le masse hanno infatti quelle che lui
chiama una “ragion pratica”; mentre, la classe politica ha quella che lui chiama “ragion speculativa”.
Vediamo cosa significa. La ragion pratica delle masse è la capacità delle masse individuare ciò che è
sostanziale per uno Stato. Le masse hanno una capacità di individuare il sostanziale di tipo istintiva e si
perde molto velocemente nel tempo, perché le masse sono volubili e instabili. I politici, invece, hanno
anche loro la capacità di distinguere il sostanziale dall’accidentale, ma tale capacità, si sviluppa nel
tempo, non è quindi di tipo istintivo ma di tipo razionale. Quindi accade che, quando le masse hanno
subito, per istinto, individuato ciò che è sostanziale, la classe politica sta ancora ragionando; quando
questa arriva a capire il sostanziale, la massa, volubile, ha perso ciò che aveva individuato. Questo
spiega per quale motivo per Rosmini non c’è comunicazione tra le masse e la classe politica. Abbiamo
detto Rosmini liberale. Anche lui, quindi, come tutti i liberali, critica ogni idea di potere assoluto. In
realtà, in maniera più generale, egli critica l’idea stessa che la perfezione sia possibile nelle cose
umane, non solo politica ma in ogni attività dell’uomo. E’ quello che lui chiama: il perfettismo, cioè
quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane.Questo è da criticare, non esistono
nelle attività umana e quindi anche in politica le cose perfette, quindi non esiste la forma di stato
perfetta, la forma di stato ideale, esiste invece un principio, quello che lui chiama : “il gran principio
della limitazione delle cose”.

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Cioè che, ogni scelta non è mai una scelta di bene assoluto, in quanto ogni scelta presuppone sempre
qualcosa di negativo. Non esistono le scelte che mettono d’accordo tutti. Ci sono beni la cui esistenza
sarebbe del tutto impossibile senza l’esistenza di alcuni mali. Questo, i politici lo devono capire. Quindi,
vediamo questa critica che nella politica lo porta ed essere molto scettico, a parte la forma di stato
ideale, anche sulla attribuzione di poteri assoluti ad un individuo o ad una istituzione. “Il gran principio
della limitazione delle cose” e “la critica al perfettismo” sono tipici elementi del pensiero liberale.

La società e il suo fine (II Parte dell’opera) Qui Rosmini, prende di mira alcune idee dell’illuminismo
italiano, una corrente in particolare. Questa parte dell’opera ha un tono polemico. Rosmini non è
d’accordo su ciò che pensano alcuni scrittori dell’illuminismo italiano, in realtà nominandone uno solo:
Melchiorre Gioia. La critica è se il progresso sia utile o no alla società e cosa si intenda veramente per
progresso. E’ un tema tipicamente illuministico, ricordiamo per esempio l’enciclopedia o tutta la
corrente del riformismo o dispotismo illuminato, che credeva proprio che la società, una volta liberatasi
dall’invadenza dei sacerdoti e della teologia, finalmente libera da tutto questo, sarebbe riuscita a
sviluppare l’idea dei diritti dell’uomo, e dare alla luce una società perfetta. Questo era, detto in maniera
grossolana, il tentativo di alcuni illuministi. Quale è il fine della società secondo Rosmini ? E’ quello che
lui chiama l’ appagamento degli individui. L’appagamento degli individui è una sensazione di
soddisfazione di bisogni. Ci sono tre condizioni possibili nella posizione umana rispetto ai bisogni
dell’uomo:

stato piacevole stato appagato stato felice

lo stato piacevole, dice Rosmini, è una condizione di tipo sensoriale di soddisfazione di un bisogno, è


uno stato che può provare anche un animale, perché riguarda l’istinto; lo stato appagato, invece, è
una condizione non istintiva, ma meditata, ragionata. Si tratta non dell’appagamento di un singolo
bisogno, ma una soddisfazione complessiva di una serie di bisogni in quel momento sentiti e percepiti
dall’individuo. Lo stato di appagamento non si può raggiungere se non si ha coscienza di essere
appagato (non riguarda quindi gli animali ma appartiene solo agli esseri umani). E’ una condizione
complessiva; lo stato felice, è qualcosa ancora di più, non solo lo stato di appagamento, ma è un
appagamento che riguarda anche l’anima. Ciò vuol dire, per Rosmini che è sacerdote, vuol dire che lo
stato di felicità riguarda il rapporto dell’uomo con Dio, quindi, oltre ad avere un stato di felicità in terra lo
ha anche nell’anima. Secondo Rosmini, l’obiettivo della società che si deve perseguire da parte della
parte è proprio questo stato di appagamento dei bisogni. Cosa volevano invece gli illuministi con cui
Rosmini tanto ce l’ha ? Per loro, invece, il fine della società è il progresso. Ma il progresso, significa un
continuo movimento della società, e quindi la nascita sempre di continui e nuovi bisogni. Solo
attraverso il continuo volere di più si realizza il progresso di una società. Questo è esattamente il
contrario dell’appagamento di cui parlava Rosmini. Quello che Rosmini dice, è proprio che se si creano
bisogni artificiali, da parte della società, si crea uno stato non di felicità ma di infelicità. Il rischio della
società del tempo, secondo lui, è quello di credere proprio che il progresso e la moltiplicazione continua
di bisogni possano creare una società felice. Questo, invece, crea l’uomo infelice proprio perché lo
allontana dall’appagamento.

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Si rende conto che, la società rischia di essere lei a produrre i bisogni, non è più l’uomo con la sua
coscienza, che decide ciò di cui ha bisogno: la società con i suoi modelli ci impone dei bisogni che lui
definisce appunto “artificiali”. E’ il voler sempre di più che determina infelicità. E’ una critica importante
a questo tipo di pensiero illuminista. Ci sono molti rischi per questa società che tende sempre al
progresso inteso come moltiplicazione di bisogni artificiali. Bisogna quindi fare in modo che i bisogni
vengano dall’uomo e non dalla società. Questo è quello che lui chiama “il sistema del movimento”,
cioè la corrente di pensiero che crede che la felicità dell’uomo risieda nella continua soddisfazione di
bisogni nuovi. Quindi, abbiamo detto Rosmini cattolico, liberale, critico dei sistemi assoluti di libertà,
critico dell’idea di progresso come sviluppo incontrollato di passione, critico dell’idea che la felicità
consista nel miglioramento senza fine della società. Partiti politici. Fa delle riflessioni interessanti,
come ultimo argomento, sui partiti politici. Rosmini è critico dell’idea di partito. Perché il parito è già di
per sé qualcosa si parte, di fazioso. La stessa parola indica infatti che non si ha presente il bene
comune, il bene di una parte. Anche i partiti più grandi, secondo lui, in realtà poi non sono che
espressione di alcuni gruppi, e quindi non esiste un partito che abbia veramente di mira il bene
comune. Ci sono tre tipi di partiti: i primi sono quelli che nascono intorno a degli interessi materiali
concreti; i secondi nascono interno alle idee di un gruppo di intellettuali; i terzi sono quelli che nascono
dalle azioni popolari. Da idee di breve durata che ha il popolo eccitato dai

demagoghi che si muovono con interessi naturali. Quindi, anche questi partiti che sembrano nascere
da delle idee, in realtà nascondono interessi materiali di alcune parti della società.

I partiti del primo tipo, sono spesso i più forti. I partiti che, invece, nascono dalle passioni popolari, dice
Rosmini, sono quelli che abbracciano una larga maggioranza, però per un brevissimo tempo, poi
cambiano le passioni popolari e quindi muoiono. Quali sono secondo Rosmini i modi per evitare i rischi
delle generazioni di un sistema partitico, cioè di un sistema fazioso per sua stessa natura ? 40.23 Ci
sono due modi:

- il primo è il sistema dell’equilibrio, quindi cercare di equilibrare i diversi partiti, facendo in modo che
nessuno sia superiore ad un altro. E’ una condizione difficilissima da realizzare e sostanzialmente
siamo abbastanza scettici su questa soluzione;

- il sistema dell’assolutismo: quello di eliminare completamente la possibilità che esistano diversi
partiti e fare un partito unico.

Rosmini preferisce quello dell’equilibrio, anche se questo può portare a tensioni fra classi sociali.
Secondo Rosmini è la provvidenza che non ci ha ancora fatto cadere nella guerra civile. La cosa per lui
importante per evitare i rischi del sistema partitico è andare alla base della cultura politica, cioè
all’educazione dei giovani alle cose politiche. Educare giòà dai primi anni di vita alla giustizia e
all’equità.

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Karl Marx, Friedrich Engels (8;44.30) Trattati come un unico autore. Collaborarono tutta la vita alla
redazione dei loro testi politici. Marx, nato nel 1818, morto nel 1883; Engels, due anni più giovane, nato
nel 1820, morì nel 1895; dopo la morte di Marx, spese molti anni a sistemare tutta la produzione di
opere e analisi che aveva caratterizzato il periodo insieme. Marx è uno degli autori più studiati in Storia
delle Dottrine Politiche, ha influenzato molto sul pensiero politico di fine 800 e soprattutto dell’ 900,
anche se, bisogna fare una distinzione tra Marx ed il Marxismo. In effetti, la prima cosa che bisogna
chiedersi quando si parla di Marx, è di quale Marx stiamo parlando, cioè, il primo Marx ? Del Marx con
Engels ? Del Marx di Stalin ? Del Marx di Lenin ? Del Marx di Fidel Castro ? Del Marx di Berlinguer ?
Ognuno di questi personaggi ha interpretato il Marxismo in modo differente. Qualsiasi fonte può essere
interpretata in modo differente, a seconda del periodo storico nel quale viene interpretata, per quanto lo
storico vada ad interpretarla in modo oggettivo. Per cui proprio sul Marxismo è importante concentrarsi
per capire le idee quanto più possibile tratte dalle fonti di Marx ed Engels. Marx ha svolto differenti
professioni, non era molto ricco pur avendo sposato una donna ricca, di religione ebrea,
economicamente se la passò abbastanza male, però era aiutato dal suo amico Engels il quale era un
industriale. Formazione di tipo filosofico, partecipò attivamente alla nascita della lega dei comunisti,
quindi è un autore intellettuale militante, che non rimase solo sul piedistallo a scrivere di cose politiche,
ma si buttò in prima persona in politica. Il contesto nel quale vive Marx è quello della rivoluzione
industriale. Marx è il grande teorico delle conseguenze di questo nuovo assetto sociale che viene
definito rivoluzione industriale. Qualcuno ha infatti definito Marx il teorico non del comunismo ma
del capitalismo. Vediamo in che senso. Perché Marx ci ha detto quasi tutto di come funziona il
capitalismo. Di come si debba in concreto realizzare la società comunista, Marx non lo ha detto, tanto
che, all’indomani della rivoluzione Russa, Lenin ricevette una lettera da un altro grande esponente del
comunismo europeo, il quale disse a Lenin di stare molto calmo, perché il nostro maestro Marx, non ci
ha detto nulla su cosa verrà adesso. Per questo qualcuno ha affermato che Marx ha detto molto su
come funziona la società capitalista, ma sul comunismo ben poco. Il percorso che segue il libro è un
percorso cronologico, cioè parte dalle prime opere e arriva alle ultime. 53.00

L’Ideologia Tedesca. Ne “L’ideologia Tedesca”, Marx viene a precisare alcune sue idee in merito
alrapporto tra la natura umana e la religione. Egli critica la concezione cristiana dell’uomo e del
mondo in generale. E’ nota la frase Marx “La Religione è l’oppio dei popoli”. Che, in pratica, significa
che la religione è una cosa che ci fa perdere il contatto con la realtà. Utilizza questa frase quando parla
di alienazione religiosa. Marx afferma che la morale cristiana separa l’uomo da se stesso. Significa
che i concetti su cui si fonda il cristianesimo erano tutti a negare la natura umana. Il cristianesimo non è
mai riuscito a liberarci dal dominio dei desideri. Ci sono due lati negativi della concezione cristiana e
della concezione religiosa dell’uomo e della natura umana. Innanzitutto l’idea che il Cristianesimo
ha dei peccati, il quale dice che sono peccati, cose sbagliate, i desideri, i bisogni che fanno invece
parte della natura umana. Cose innate nell’uomo, la morale sessuale, il desiderio di ricchezza; il
Cristianesimo ci fa sentire in colpa di cose che fanno parte dell’uomo, e che questi non potrà mai
abolire. Da un punto di vista politico e sociale, il cristianesimo ha poi avuto il grande demerito di aver
giustificato le ingiustizie sociali. Con questo suo insistere sul fatto che la vera vita non è questa, ma
quella

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ultraterrena, e che noi siamo qui temporaneamente, di fatto, il messaggio che viene dato all’uomo è
sostanzialmente di obbedire a tutti i poteri perché tanto poi ne avrai nella tua vera vita che è quella
successiva ultraterrena. In più, con l’esaltazione dei martiri, il messaggio che il Cristianesimo ci dà è
quello di soffrire, perché più soffri e più ti avvicini a Dio. Marx, invece, dice che bisogna altro che
soffrire, bisogna invece cercare la felicità. Veniamo ora alla lotta di classe, argomento molto
importante nel pensiero politico di Marx.

Manifesto del partito comunista (57.30) Opera molto importante per gli studiosi di Storia delle
dottrine politiche. Opera rivoluzionaria, da un punto di vista teorico-filosofico non è un testo di grande
spessore, però è un’opera di grande vigore politico, molto polemica. Pur essendo un’opera molto
piccola, ha influito molto sulla nascita e sugli sviluppi di idee politiche. Nel manifesto si parla della lotta
di classe. Cosa è la lotta di classe ? E’ la lotta fra le classi sociali. Ma cosa è una classe
sociale ? Una classe per Marx è un gruppo di individui che hanno una seri di valori condivisi,
appartengono più o meno, da un punto di vista sociale alla stessa stratificazione, hanno più o meno lo
stesso salario, hanno lo stesso obiettivo, ma soprattutto hanno la coscienza di essere una
classe. E’ vero che gli individui si costituiscono in tantissimi gruppi, ma non tutti i gruppi, dice Marx,
costituiscono una classe. In questo momento storico, le veri classi sono solamente due:

- la borghesia; - il proletariato

In realtà, parlerà anche del ceto medio, e del sottoproletariato, ma non sono delle vere e proprie classi.
Il proletario sa di essere proletario e il capitalista sa di essere capitalista. Costituisce proprio l’incipit del
“Manifesto del partito comunista”: “la storia dell’uomo fino a questo momento è storia di lotte di
classe. Vale a dire che la storia è la storia dei conflitti fra classi, non è per lui la storia dei progressi o di
alleanze. Lo storia per Marx è la storia di conflitti fra classi. Sempre c’è stata lotta tra chi ha e chi non
ha. Nell’antica Roma c‘erano i patrizi e i plebei, nel medioevo c’erano i nobili contro i servi della gleba,
oggi c’è il proletario contro la borghesia. Oppressori e oppressi sono sempre stati in lotta tra loro, una
lotta alcune volte aperta, altre volte latente e che è finita sempre con una trasformazione rivoluzionaria
di tutta la società. La storia quindi per Marx è in realtà una successioni di rivoluzioni, in quanto la
continua lotta di classe prima o poi determina una rivoluzione che cambia non solo l’assetto politico ma
anche l’assetto sociale, istituzionale, e culturale di un certo popolo in un dato momento storico. Dice
Marx : “in questo momento vi parlerò della lotta fra borghesia e proletariato.” Di come il
proletariato dovrà arrivare e arriverà per forza a scalzare la borghesia dal suo ruolo di oppressore. Alla
luce di questa opera, bisogna ricordare che la concezione della storia di Marx è una concezione quasi
idealistica, quello che viene chiamato “il materialismo storico di Marx”. Il materialismo storico. Il
maestro di Marx, Hegel, aveva detto che la storia la fanno soprattutto le idee, lo spirito. Sono lo spirito,
le grandi idee che spingono l’uomo a modificare la società, attraverso una serie di rivoluzioni. Per
Hegel, la storia è una serie di conflitti “composti”. Per Marx è l’esatto contrario, difatti si dice che ha
completamente capovolto le idee del suo maestro. Per lui, ciò che conta non sono le idee, lo spirito
dell’uomo ma la materia, le cose, la condizione economica della società, quelli che lui chiama “i
rapporti di produzione”.

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Per Marx sono proprio “i rapporti di produzione” che determinano la coscienza degli individui e non la
coscienza degli individui che determina la società. In pratica,gli individui sono determinati dalla
società che li circonda, non sono loro che determinano la società. Vale a dire che, la storia
dell’uomo deve fare i conti innanzitutto con la struttura economica della società, con i “i rapporti di
produzione” concreti, materiali, di una società. Sono questi rapporti, quindi le condizioni sociali degli
individui, che, a loro volta determinano la sovrastruttura politica e religiosa. Quindi questa sovrastruttura
religiosa e politica, anche giuridica, viene dopo la prima cosa è la struttura economica. Considerando
questo, il compito del proletariato è quello di abbattere il dominio borghese. Perché il sistema
capitalistico borghese ha dei grandi inconvenienti, afferma Marx. Il primo è quello di spossessare
l’individuo, l’operaio, dal prodotto del suo lavoro, perché questi produce beni per il capitalista, non per
se stesso. Il bene prodotto, non rimane nelle mani dell’operaio, ma viene rivenduto. Marx determina
tutta una serie di grandi inconvenienti del sistema capitalistico borghese, e, soprattutto, la nozione
diplusvalore, vale a dire che nel sistema capitalistico, il lavoratore produce più di quello che ha come
salario. E’ questa la grande forza su cui si muove capitalista borghese. Il quale sfrutta il lavoratore
perché il prodotto che il lavoratore gli da a fine giornata, non gli viene dato tutto sotto forma di salario,
altrimenti il capitalista non avrebbe profitto, ma gli viene dato solo in parte. Di conseguenza, il
lavoratore, alla fine della giornata di lavoro, ha prodotto sicuramente una parte di ricchezza per se
stesso, però c’è stato tutto un eccesso di ricchezza che pur avendo prodotto direttamente, torna al
borghese. L’analisi che fa Marx è ovviamente molto dettagliata. La borghesia quindi, ha prodotto
soprattutto questa alienazione, quello che Marx chiama “il lavoro alienante”, cioè l’individuo
spossessato dal prodotto che crea. Marx se la prende quindi con Locke, che in un certo senso dice
che è stato un ingenuo nel dire che il lavoro aumenta il valore del bene in quanto noi trasferiamo
energia nel prodotto che lavoriamo e queste ci appartengono e fanne parte di noi stessi. In un modo di
produzione capitalistico, tutte le cose che produciamo ci vengono completamente tolte dal borghese. Il
quale borghese capitalista per produrre di più ha inventato la divisione del lavoro. Ricordiamo che Marx
è stato un attento lettore di Adam Smith. Ed è stata proprio la divisione del lavoro che non ha fatto
altro che far aumentare l’alienazione dell’individuo. Perché nelle fabbriche, l’operaio, altro non fa che
un’operazione piccolissima, che presa da sola è senza significato, e lo fa per tutta la giornata. Il
capitalista ha anche voluto esportare questo suo modello pieno di ingiustizie anche ad altri paesi,
colonizzando un po’ tutto il mondo e applicando le proprie ingiustizie anche ad altri paesi lontani. Il
crollo della borghesia gli sembra assolutamente inevitabile: il proletariato è in continuo aumento, i ricchi
sono sempre di meno, i poveri diventano sempre di più. Il manifesto si conclude con la dittatura del
proletariato. (9.00.00) Abbiamo quindi detto che il “manifesto del partito comunista” è un’opera di
propaganda politica che tratta della lotta di classe tra borghesia e proletariato. La classe sociale che
deve essere protagonista del proprio riscatto, è il proletariato. Proletariato che come classe presenta
quindi una coscienza di classe, ovviamente non si sviluppa improvvisamente e tutta insieme. L’unione
del proletariato avviene in modo progressivo. Inizialmente è composta da un nucleo di operai, poi man
mano che cresce la coscienza di classe, questi operai creano una associazione di classe sempre più
vasta e il manifesto porta l’appello ai proletari di tutto il mondo ad unirsi. Per Marx è importante la
concorrenza non solo tra i capitalisti, ma soprattutto tra i lavoratori, in quanto è questa che spinge i
salari al ribasso. In questa opera Marx parla anche di altre due classi sociali: il ceto medio e
ilsottoproletariato. Non ha parole molto benevole per queste due classi sociali. Del ceto medio, Marx
dice, che si tratta di una classe sociale sostanzialmente conservatrice, in quanto il ceto medio non ha
alcun interesse nella rivoluzione, non ha alcun interesse al cambiamento, al ceto medio

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sta bene stare dove si trova. In un certo senso se ne infischia delle lotte tra capitalisti e proletariato,
addirittura cerca di stemperare le lotte tra queste classi. E’ una classe sociale anti-rivoluzionaria. Egli
infatti dice che i ceti medi come ad esempio il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il
contadino, combattono tutti la borghesia per conservare il loro status di ceti medi. Pertanto non sono
rivoluzionari, ma conservatori. Il sottoproletariato, la plebe di più basso livello, coloro che si trovano al
di sotto dei contadini e degli operai, per Marx è una classe completamente inattiva politicamente e
quindi ha un giudizio molto duro. Egli infatti afferma che ogni tanto vengono gettati nel movimento da
una rivoluzione proletaria, però, data la sua condizione di vita, questa classe sarà più disposta a farsi
comprare. Il sottoproletariato quindi non ha alcuna coscienza politica secondo Marx. Quanto si dice che
Marx è il teorico della rigenerazione del popolo fino ai suoi strati più bassi, bisogna quindi farlo con
molta attenzione, in quanto egli fa una grande differenza tra proletariato e strati più bassi. Il tramonto
della borghesia appare a Marx inevitabile, per vati motivi. Sono insiti in genere nella struttura stessa
del sistema capitalista: il modo con il quale il capitalista cerca di agire nella società, porta il capitalismo
a restringere sempre di più le proprie fila, mente il proletariato si allarga sempre di più divenendo una
classe sempre più forte. La rivoluzione proletaria, non fa altro che accelerare quindi, un processo
inevitabile. Il proletariato, una volta assunto il potere con la violenza, deve mettere in pratica una serie
di provvedimenti, che Marx enuclea in maniera molto sintetica:

- innanzitutto il proletariato il potere sulla borghesia non attraverso trattati o accordi, ma con la violenza,
attraverso uno rivoluzione;

- abolire la proprietà privata, che a Marx sembra assolutamente necessario, chiamato “esproprio
proletario”, che si attua attraverso la violenza;

- imposta ovviamente progressiva; - abrogazione dell’esercito, sul quale si fondano poi in definitiva tutte
le rivoluzioni; - introduzione dell’istruzione obbligatoria e gratuita, ovviamente ai principi del comunismo.

Il manifesto si ferma qui, oltre non si va, non c’è una proposta di come organizzare lo Stato dopo la
rivoluzione. Ovviamente, si ipotizza uno Stato più giusto, uno Stato senza classi, e soprattutto
unasocietà senza Stato in quanto per lui lo Stato è semplicemente il comitato di affari della
borghesia.

“I manoscritti economico-filosofici” e “il Capitale” Sono le opere di natura più tecnico-economica,


nelle quali, Marx teorizza il funzionamento anche dal punto di vista economico del capitale. Inizia con
alcuni grandi assiomi, alcune grandi generalizzazioni. Ecco alcuni esempi: 1) Non necessariamente il
lavoratore deve guadagnare se guadagna il capitalista, ma certamente perde quando costui perde. 2) I
salari dei lavoratori tendono sempre al minimo della sussistenza. Quindi cerca di analizzare semmai
possa esistere nel sistema capitalista una posizione favorevole all’operaio. Inizia parlando di una
società molto povera, poi, di una società molto ricca, tuttavia, in ognuno di questi casi non c’è mai una
posizione favorevole all’operaio. Perché lo sfruttamento del capitalista sull’operaio, avviene sempre
attraverso lo stesso modo, con la creazione di plus-lavoro che genera plus- valore. Il plus-lavoro è
tutta quella parte di lavoro che svolge in una giornata l’operaio che però non gli da indietro nulla, va
solamente a creare profitto per il datore di lavoro, creando plus-valore unicamente alle merci lavorate.
Secondo Marx infatti il salario giornaliero di un lavoratore non corrisponde certamente al profitto che si
trae dalle merci vendute da una intera giornata. In pratica, se il lavoratore vendesse direttamente al
termine della sua giornata di lavoro quello che ha prodotto, avrebbe un introito molto superiore a quello
del suo salario corrisposto dal datore di lavoro. Quindi, Marx dice, sarebbe sufficiente lavorare solo
mezza giornata per avere il nostro salario giornaliero. Invece no, noi lavoriamo tutto il giorno e il
guadagno della seconda metà della giornata va tutto al datore di lavoro. Questo lavoro in più è visto da
Marx come un ingiustizia.

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Ricordiamo anche nei meccanismi del capitalismo il lavoro alienante: l’industriale per guadagnare
sempre di più, deve aumentare la produzione; per aumentare la produzione deve aumentare la
divisione del lavoro, generando sempre di più un lavoro alienante, cioè l’allontanamento sempre
maggiore del lavoratore dal bene che produce. C’è poi un meccanismo perverso per il quale il
capitalista mira ad aumentare il profitto. E per guadagnare di più, l’industriale ha due possibilità: può
abbassare i salari oppure aumentare i prezzi. Però, se taglia i salari, il lavoratore avrà una quantità
minore di denaro, e se questa cosa la vediamo su scala globale, allora, non ci sarà più nessuno in
grado di comprare le merci prodotte. Si creerà quindi una crisi di sovrapproduzione che porterà il
capitalista a fallire, e il fallimento del capitalista, lo porta nel rango del proletario. Stessa cosa se il
capitalista per aumentare il profitto, aumenta i prezzi, mantenendo i salari costanti. E’ ovvio che anche
in questo caso il lavoratore non potrà più compare le merci aumentate di prezzo, e di nuovo, si arriverà
alla stessa crisi. Marx descrive tutti questi punti in maniera molto puntuale ne “il Capitale”.Critica a
Locke Marx critica molto l’idea di Locke, l’idea dello stretto legame tra lavoro e diritto di proprietà. Il
problema è che con il sistema capitalistico, il lavoratore non è assolutamente proprietario dei beni che
produce. Anzi spesso è costretto a lavorare in modo alienante, quindi questo legame di energia tra il
lavoratore e il campo che lavora, forse è vero allo stato di natura, certamente no nel sistema
capitalista. Denaro come fine e non mezzo Il capitalismo crea poi una perversione del rapporto tra
l’uomo e le merci, perché il denaro che dovrebbe essere il mezzo, lo strumento per acquistare le merci
che servono per soddisfare i nostri bisogni, viene trasformato dal sistema in fine. Il denaro diventa il
fine. Per cui all’iniziale rapporto merce-denaro-merce (vendere per ricomprare), il sistema capitalistico
trasforma questo rapporto: si parte dal capitale (denaro accumulato), sfruttamento del lavoratore che
produce beni, tali beni vengono vendute dal capitalista per accumulare altro denaro, per cui denaro-
merce-denaro. Il denaro diviene il fine. Analisi sul valore delle merci. Marx riprende Adam Smith che
distingue il valore di scambio dal valore d’uso. Marx si concentra sul valore di scambio, che è quello
che a lui interessa e, in una certa fase, il lavoro necessario per produrre una merce come valore di
scambio della stessa, cioè il valore di una merce è data dalla quantità di ore necessarie per
produrla. Sulla creazione del denaro egli dice, che è stato utile creare una merce che fosse un
equivalente generale. Cioè un bene al quale la quantità di tutti gli altri beni può essere facilmente
rapportata. Le ultime pagine sono dedicate al materialismo storico, cioè alla concezione che vede la
natura dell’uomo come determinata dalla società. Cioè non sono gli uomini a fare la società, ma è la
società che in un certo senso determina la nostra coscienza. E’ come per dire che gli uomini sono
dei burattini nelle mani della società.

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(9; 27.00)

Gaetano Mosca. E’ una antologia di testi di Gaetano Mosca. E’ presente una introduzione scritta dal
prof. Gambino. Ci sono brani tratti da bue opere principali di Gaetano Mosca.

La Vita. Gaetano Mosca è stata una figura importante nel panorama politico e accademico italiano fra
‘800 e ‘900, il suo nome è legato molto all’università di Roma, in particolare alla cattedra di Storia delle
dottrine Politiche. Egli fu infatti tra i promotori della nascita della facoltà di scienze politiche in Italia. E’
stato il primo professore della materia che stiamo studiando, siamo nel 1924. In realtà in questa facoltà
Mosca insegnò solo un anno, si trasferì poi a Giurisprudenza, fino al 1933. Nato nel 1858 a Palermo,
laureato in Giurisprudenza, partecipò ad alcuni concorsi per l’università, vinse invece un concorso
come revisore della Camera dei Deputati. Qui conobbe il Marchese di Ludinì, un importante figura
politica, ex presidente del consiglio. Alla fine dell’800 con la pubblicazione della sua opera principale
“Elementi di scienza politica”, riuscì a vincere una cattedre di Diritto Costituzionale a Torino, e lì rimase
fino al 1923, anno in cui fu chaiamto a Roma. Insegnò fino al 1933, morì nel 1941. Fece una brillante
carriera politica, eletto alla Camera dei Deputati, fu sottosegretario alle colonie, poi fu
senatore. Opere La sua opera principale è “elementi di scienza politica”, con la quale, in un certo
senso, nasce anche la disciplina della scienza politica. La sua prima opera, presente nel libro, è del
1884, è un giovane Mosca, opera dal titolo :”Sulla teorica dei governi e sul governo
parlamentare” ed è una dura critica al sistema della Monarchia Parlamentare quale si era
affermato nell’ Italia della seconda metà dell’ 800. Nel 1896 scrive “Elementi di scienza politica”,
la cui seconda edizione esce nel 1923, che è una data fondamentale in quanto è una anno dopo la
marcia su Roma. Vedremo poi cosa cambia in queste opere. Si può dire, innanzitutto, ad esempio,
che c’è una grande differenza fra “la teorica dei Governi” del 1884 e la seconda edizione di “Elementi di
scienza politica”, per quanto riguarda la critica al sistema rappresentativo, molto netta nella prima opera
del 1884, e, invece, molto affievolita nell’opera del 1923, in quanto Mosca aveva capito che il sistema
rappresentativo poteva essere pieno di difetti, ma che indubbiamente era un baluardo contro
mali peggiori, quale era secondo lui il fascismo. L’elaborazione della teoria per la quale Mosca
rimase famoso in molte discipline è la cosiddetta “Teoria della Classe politica “, o classe dirigente.
Mosca fa parte infatti di quel gruppo di pensatori, che più o meno nello stesso periodo hanno elaborato
la teoria delle èlite, gruppo di pensatori denominati elitisti: Mosca, Pareto, Michel. Contesto
Storico L’unità d’Italia si realizzò tra il 1861 e il 1870, la forma di governo, all’inizio dello stato italiano,
era la monarchia costituzionale pura. Questa prevedeva l’esecutivo nelle mani del Re, e il legislativo
nelle mani del Parlamento. Non esisteva quindi la figura del presidente del Consiglio, non prevista nello
statuto Albertino, così come non prevedeva l’istituto della fiducia del parlamento al governo. A partire
dagli anni 50, c’era stata una evoluzione costituzionale verso la Monarchia Parlamentare, che si verifica
quando l’esecutivo non è più affidato al Re solo, che nomina e revoca i suoi ministri. Ma l’esecutiva
spetta al governo presieduto dal Presidente del Consiglio, il quale è determinato dalla maggioranza. Il
Re, in pratica da attore, diviene una

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specie di arbitro super partes. Anche se, questa sua dipendenza dal governo verrà a giocare un ruolo
fondamentale, alla fine della II guerra mondiale, con la caduta del fascismo. (vedere la Caduta di
Mussolini – 39.00) Il sistema parlamentare in Italia diede però dei gravi inconvenienti, soprattutto
l’altissimo livello di corruzione politica, il favoritismo, l’eccessivo distacco della classe politica dal
popolo. Per cui molte voci si levarono contro questa situazione, non solo quella di Gaetano mosca,
tanto è che molti chiesero di tornare allo Statuto Albertino. Mosca può essere considerato un liberale,
un uomo che crede nel valore della libertà come valore supremo da salvaguardare in una struttura
politica che deve essere esaminata con profondo realismo. Il tratto fondamentale di Gaetano Mosca
è quello del realismo. Per lui la politica deve essere esaminata da un punto di vista scientifico
attraverso il metodo storico e deve essere esaminata spassionatamente, senza passione, capendo
cosa è possibile e cosa non lo è. Soprattutto andando a calcolare gli interessi degli attori politici al di là
delle loro promesse, dei valori che essi esprimono, valori comunque importanti. Ad esempio Mosca se
la prende con le posizioni eccessivamente democratiche o troppo umanitarie, secondo lui queste
nascondono interessi diversi. Se la prende con la sovranità popolare, connessa con la teoria della
classe politica, per lui la sovranità non è mai appartenuta al popolo, il potere politico è sempre nelle
mani di una minoranza (teoria elitaria). L’idea del principio maggioritario, la maggioranza dei cittadini
non è mai quella che governa, anzi la maggioranza non è mai più forte della minoranza, in quanto
questa è sempre più organizzata. Mosca è stato definito un conservatore. Non è completamente
corretto, un conservatore è una persona che vuole che le cose restino così come sono, mentre Mosca
molto realisticamente dice che il progresso sociale è assolutamente necessario. La sua teoria della
classe politica, dice che è sempre una minoranza che è al potere, non implica una teoria della
conservazione. Egli si definisce non un anti-democratico, ma un a-democratico. Per lui il problema
non è quello che il potere è nella mani di una minoranza, questo sarà sempre così, il problema è di
far in modo che nella minoranza che ha il potere, che c’è sempre stata non si può fare altrimenti, possa
comunque accedere chiunque, anche a chi arriva dagli strati sociali inferiori di riuscire a far parte della
classe politica.

Sulla teorica dei governi e sul governo parlamentare E’ una dura critica alla crisi del sistema
parlamentare. In questa opera Mosca sottolinea come lo studio della politica debba avvenire in maniera
scientifica, cioè cercando delle leggi costanti e utilizzando il metodo storico-comparativo. Cioè il metodo
che analizza quante più esperienze storiche possibile da un punto di vista scientifico. Cioè analizzando
quante più fonti disponibili su queste varie esperienze. La storia, secondo Mosca, fino all’ 800 era una
disciplina che vagava nelle nebbie, invece nell’800 studi importanti ci hanno fatto conoscere una
grande quantità di fonti che ci permettono di giungere ad una conoscenza quanto più possibile
scientifica della politica. La scienza politica si era basata molto sulla teoria delle forme di governo di
Aristotele, che però viene criticata da Mosca proprio all’inizio. Cioè, dall’analisi scientifica della politica
riemerge come non è vero che il potere è nelle mani di uno, oppure di pochi, oppure di molti. Perché a
ben guardare, in ogni esperienza storica il potere politico in un dato territorio è sempre stato
esercitato da una minoranza. Nel caso del Re, comunque il potere viene esercitato dai i suoi ministri
(la minoranza); nel caso di governo del popolo, come in Atene, anche qui, in realtà il governo
apparteneva all’assemblea, non era esercitato dal popolo, che, di fatto non aveva assolutamente voce
in capitolo. Quindi, si deve trovare il criterio che sostituisca la concezione aristotelica. Questo criterio è
per Mosca “La teoria della classe politica”: in tutti gli stati a governare è sempre una minoranza
organizzata che domina sulla maggioranza. Questa è la prima legge dello studio della politica.

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Enunciata questa teoria Mosca verrà a parlare dei meccanismi di reclutamento, centrale è quindi la
classe politica per poter studiare la politica, e non fermarsi alla classificazione delle forme di governo,
oppure alla teoria della divisione dei poteri. Sono tutti stratagemmi per Mosca inconcludenti, bisogna
invece andare a studiare quella minoranza di persone che esercita il potere. E a vedere in che modo è
stata reclutata questa classe politica nella storia. Sono ovviamente cambiati i modi di reclutamento
della classe politica, nel medioevo, si era reclutati in base alla capacità militare, bisognava essere
guerrieri, oggi è più importante è la ricchezza, in un altro momento storico sono stati importanti i
rapporti con la divinità, e quindi i sacerdoti facevano parte della classe politica. Quindi il modo di
reclutamento varia nella storia a seconda dei valori dominanti in quel momento. E’ però altresì
importante capire come le classi politiche muoiono e in che modo la classe politica può essere
rinnovata, e quindi il problema della “circolazione delle èlite”. Quelle che Pareto chiama èlite, che
Mosca chiama “La classe politica”, in realtà Mosca accusò Pareto di plagio, il quale si difese dicendo
che le cose che li aveva detto già facevano parte del pensiero greco che aveva già individuato per ogni
società politica il rapporto tra governati e governanti. 53.00 Quando la classe politica declina ?
Secondo Mosca quando perde l’abitudine a comandare. Perché ovviamente una classe politica
tende sempre a conservare se stessa. Questa è una regola fondamentale della politica: chi ha il
potere non è disposto a cederlo. Il problema è che questa volontà di non cedere il potere si scontra
con il rispettivo cambiamento della società. Gli anni passano, la società cambia, le esigenze sono
diverse, la classe politica però cerca sempre di mantenere se stessa e di conseguenza perde quella
che lui chiama “l’abitudine a comandare”, ossia perde il contatto con le classi inferiori. Questo
determina la perdita della possibilità di ricambiarsi. Gli uomini facenti parte della classe politica
dovrebbero invece capire quando è il momento di cambiare. Il problema è quindi della perdita di
contatto con le classi inferiori, ciò che lui chiama “mancanza di senso della realtà”. Inoltre di
eccessivo fervore verso le teorie “eccessivamente sentimentali” sulla bontà innata del genere umana,
sono tutte teorie del socialismo, che in quel momento andava per la maggiore, che fanno leva su questi
sentimenti di giustizia sociale o di sovranità del popolo. Tutto questo secondo Mosca non ha senso. In
realtà secondo anche per Pareto, i partiti socialisti nascondono interessi di parte e inoltre spesso le
teorie eccessivamente democratiche sono state manipolate da avidi demagoghi che organizzano il
consenso. Mosca aveva studiato molto la rivoluzione francese e si era reso conto quanto la demagogia
era importante per il potere politico. Quindi, una classe che non sa aprirsi alle classi inferiori, morirà
sopraffatta dalle forze più fresche della società. Abbiamo quindi detto che la formazione della classe
politica era in un primo momento fondata sul valore militare, successivamente, il valore militare ha fatto
posto alla ricchezza o all’istruzione, una parte rilevante di potere ce l’hanno anche gli ecclesiastici. La
religione è una parte fondamentale delle cose politiche. Alla fine dell’800 è anche importante per far
parte della classe politica la preparazione burocratico- amministrativo. La Formula politica Oltre che
su elementi materiali e sociali, ogni classe politica fonda se stessa su alcuni valori, utili per legittimare
se stessa e farsi legittimare dalla maggioranza. Ogni classe politica ha detto alla maggioranza che
bisogna obbedire a lei per certi determinati valori, come ad es., libertà, uguaglianza, etc. . In pratica,
ogni classe politica si fonda su quella che Mosca chiama “la formula politica”: quel insieme di
formule, di idee, di valori, che servono alla classe politica per farsi legittimare e per legittimare se
stessa. E’ la forma interiore che viene assunta dalla classe politica per legittimare il suo potere.
Generalmente non è mai effettivamente vera, non sono per forza valori che poi sono veramente portati
avanti dalla classe politica, tuttavia assumono importanza in quanto utili per giustificare il potere di
alcuni uomini su altri uomini. Bisogna dare una spiegazione al dovere di obbedire, chji comanda deve
presentarsi alla maggioranza come legittimato a comandare. Anche la formula politica nel tempo,
nella storia è stata differente. Qualche classe politica ha legittimato se stessa attraverso il ricorso alla
forza soprannaturale, si presentava quindi come legittima depositaria del volere di Dio. Più di recente,
invece, la classe politica fa leva su altri sentimenti, come ad esempio, nello Stato Parlamentare
moderno, sulla sovranità popolare: cioè la classe politica dice di essere legittimata a governare in
quanto eletta dal popolo, il quale è sovrano. La sovranità popolare è quindi solo una formula
politica.

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Come si è arrivati al sistema della Monarchia Parlamentare ? Un evento chiave è La rivoluzione
francese. Durante la Rivoluzione Francese, si sono scontrate diverse idee di gestione del potere,
all’inizio si pensava ad una monarchia, nel 1789, poi si è pensato bene di creare una Repubblica, si è
proceduto quindi con una condanna a morte del Re, che all’inizio non era certo prevista. Nessuno
pensava di tagliargli la testa. Successivamente, invece, le ingiustizie e i valori portati avanti dai partiti
più forti, hanno portato a credere che una Repubblica fosse migliore di un assetto monarchico. Alla fine,
a porre fine a questo periodo di disordine è stato Napoleone, che da primo console quale era, primo fra
pari, diviene imperatore. Il sistema napoleonico, dice Mosca, era sicuramente dispotico, ma aveva
anche dei lati positivi, per esempio aveva promulgato il codice civile, il codice napoleonico che
garantiva alcune libertà. Però era un sistema fondato essenzialmente sulla dinastia, Napoleone aveva
messo a capo di tutti i suoi stati dei parenti o comunque stretti collaboratori. E quindi, aveva anche
questo stato napoleonico, dei gran difetti. Alla fine avevano prevalso, con la restaurazione, dopo il
congresso di Vienna, le teorie parlamentari. Nasceva anche il socialismo, e quindi l’idea che la
sovranità appartenesse al popolo era una idea che era penetrata negli strati più ampi della
popolazione. Dalle monarchie costituzionali, ovunque, così come in Inghilterra anche in Italia, si è
passati al sistema della monarchia parlamentare. Il sistema parlamentare ha i suoi principi, le sue
idee, che però, secondo Mosca si devono analizzare da un punto di vista realistico. Sul concetto
di libertà, egli dice, va visto in quale senso. Per esempio, i greci intendevano per libertà, la possibilità
di partecipazione alla vita politica, però in realtà non tutti i cittadini greci partecipavano alla vita politica,
che spettava invece ad una minoranza. Sul concetto di uguaglianza, anche qui, una cosa è
l’uguaglianza giuridica, tutti uguali di fronte alla legge, altra cosa l’uguaglianza economica, cioè che tutti
dobbiamo avere le stesse proprietà, come credono i socialisti; Sul concetto di fratellanza, egli dice
che lo vede come un concetto astratto da applicare in politica e quindi ne parla pochissimo. In che
modo Mosca critica il sistema parlamentare rappresentativo ? Si fonda secondo Mosca su alcune
mistificazioni, dei miti:  il primo è che la sovranità appartiene al popolo. Si afferma che la sovranità
appartiene al popolo in

quanto ci sono le elezioni, che stabiliscono un legame tra il popolo e i suoi elettori. In realtà, dice
Mosca, le elezioni si dicono libere, ma non lo sono assolutamente. Perché, ciascun elettore, in teoria,
avrebbe la più ampia libertà di scegliere chi vuole per essere rappresentato in Parlamento. Però,
guarda caso, la scelta si ferma a pochi candidati, non è veramente libera. In pratica, è il sistema dei
partiti che sceglie i suoi candidati. Vale a dire che è il sistema politico che impone i candidati, e
l’elettore deve scegliere quindi tra coloro già scelti dalla classe politica stessa. Il cittadino quindi non è
veramente libero, è già costretto dalla classe politica. Chi può influire veramente sulla scelta dei
candidati sono tre categorie di persone:

o i prefetti, all’epoca una figura chiave dell’amministrazione, più in generale, tutti i grandi dirigenti
pubblici, i quali, manipola un grande quantità di voti, voti di scambio, in cambio di certi favori
determinano dei voti. Questo sistema, crea dei legami con la malavita organizzata. Quindi, i dirigenti
pubblici, che dovrebbero vigilare, danno l’immunità in cambio di voti;

o i grandi industriali, o in generale tutti coloro che possono muovere un numero consistente di voti,
come ad esempio il capo di un grande fabbrica. Oppure i grandi latifondisti che hanno innumerevoli
persone al loro servizio;

o i sindacati, in quanto rappresentando grandi categorie di lavoratori, hanno la possibilità di muovere
voti.

Questo meccanismo di creazione del consenso intorno a certe figure, non è di per sé moralmente
giusto o moralmente sbagliato, afferma Mosca. Il problema è che tutte queste figure alal fine

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gestiscono voti in base all’interesse di classe e di parte. Quindi i deputati eletti, difendono unicamente
gli interessi di coloro che hanno reso possibile la loro elezione.

Come si può rimediare a questa situazione di estrema corruzione del sistema politico?

Secondo alcuni, riorganizzare i partiti, che invece per Mosca non è possibile e inoltre il sistema del
partito è un sistema che si fonda sull’idea della rappresentanza attraverso la volontà popolare, che è
proprio un’idea che lui critica. C’è poi il tentativo del pensiero liberista, che dice che, gli errori del
sistema politico verranno automaticamente equilibrati dalla sola ingerenza dello Stato nelle cose
dell’economia, una teoria di Adam Smith. Questo a Mosca sembra non realistico perché la non
ingerenza dello Stato tanto da permettere lo sviluppo indefinito della società civile, porta indubbiamente
all’arricchimento di alcuni e impoverimento di altri e alla sopraffazione del più forte sul più debole. Il
tentativo dei socialisti più estremi (il comunismo), che propongono la rivoluzione proletaria contro
la classe politica. Ma anche qui, Mosca dice, che generalmente coloro che fomentano la plebe non lo
fanno ponendogli davanti la speranza di una vita migliore ma la semplice vendetta sperando di ricevere
un vantaggio personale dal caos e ciò porterebbe alla fine della società e alla totale anarchia. L’unica
soluzione veramente possibile, secondo Mosca è il miglioramento morale della classe politica.
La quale può migliorare moralmente a partire dall’educazione, occorre cioè che ne facciano parte solo
persone di grande spessore intellettuale, che riescano ad avere una visione d’insieme, riuscendo a
vedere gli interessi di tutti, ma trovare queste persone non è facile. Per questo, per Mosca, il potere
politico deve essere dato ad una minoranza, ma una minoranza dalle grandi vedute. Il segreto è aprirsi
al ricambio sociale, quindi la classe politica deve aprirsi a tutte le classi, ma questo si scontra con il
desiderio dell’uomo a conservare il proprio potere, tuttavia la menti elette dovrebbero essere così elette
da rendersi conto quando è il caso di modificare e fare largo a forze più fresche. Ora, se sull’importanza
del metodo storico e sulla teoria della classe politica “la teorica dei Governi”, la sua prima opera, si
trova in piena consonanza con “elementi di scienza politica”, sua seconda opera, invece per quanto
riguarda la critica al sistema rappresentativo, le sue idee cambiano tra le due opere. Vedremo infatti
come Mosca nell’opera “elementi di scienze politica”, sempre dal suo profondo realismo, sempre con
una concezione di tipo “conservatrice illuminata”, da questo punto di vista giungerà a dire che il sistema
rappresentativo tutto sommato è migliore di tante altre cose. Infatti nel 1925 egli dirà apertamente che
il sistema rappresentativo è criticabile sotto tanti aspetti, ma è meglio del fascismo. In un
discorso al senato, egli contestò nel 1925 l’attribuzione dei pieni poteri a Mussolini, e, alzandosi in
piedi, dicendo :”mi duole che sono stato per quaranta anni il critico severo della formula
parlamentare, adesso sia l’unico ad alzarmi in favore di essa”. Il rapporto con il fascismo, fu quindi
di antipatia sostanziale, gli permisero comunque di insegnare, ma rimase solo un anno alla facoltà di
scienze politiche e fu trasferito a Giurisprudenza, fino al 1941 anno della sua morte.

Elementi di scienza politica. (10;4.13) E’ questa l’opera più corposa di Mosca, uscita in due
successive edizioni, 1896 e 1923, la seconda edizione è arricchita di una ulteriore parte importante, in
quanto Mosca analizza e commenta alcuni grandi eventi accaduti tra le due edizioni: la grande guerra,
prima guerra mondiale e la rivoluzione Russa del 1917. Alcune parti di questa opera coincidono con
quelle analoghe della “Teorica dei governi”, in particolare sulla formazione e reclutamento della classe
politica e alla descrizione di formula politica, altri capitoli, idee e analisi sono completamente nuove.
Mosca all’inizio della sua opera si pone la domanda “cosa è la scienza politica”. L’idea di guardare la
politica in maniera scientifica, c’era sempre nella testa dell’uomo. Anche Aristotele cerca di guardare
alla politica in modo scientifico. Il problema, però, secondo Mosca, è che molto spesso i

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teorici della politica hanno preso la scienza politica come la descrizione di come un signore sovrano
debba acquistare e mantenere il potere, e questo è un riferimento diretto a Machiavelli, autore con il
quale Mosca ha un rapporto di amore e odio, in quanto vive in un secolo nel quale la scienza storica
non si è sviluppata al punto da poter citare, dice Mosca, delle leggi costanti. Questa piuttosto, secondo
Mosca, è l’arte di governare, non scienza politica. Non è quello che Mosca intende per scienza
politica: l’individuazione delle leggi costanti della politica che deve essere attuata mediante una
analisi storica di tipo comparativo, cioè comparando certe epoche e diverse situazioni
territoriali. In altre parole: l’individuazione di leggi costanti che determinano la nascita e lo sviluppo
degli organismi politici in contesti e epoche diverse. La teoria della classe politica, parte proprio da
questo principio che in tutte le epoche e in tutti gli stati, è individuabile una minoranza organizzata che
detiene veramente il potere politico sopra una maggioranza che però non è organizzata e più o meno
accetta che questa minoranza li governi. Dice Mosca che ai nostri tempi, l’unica scienza che ha
raggiunto un grado di scientificità notevole è l’economia politica. Era ovviamente il secolo dei grandi
economisti. Tuttavia, l’economia non riesce ad avere una visione d’insieme perché spesso gli
economisti accettano una visione parziale, credono infatti che l’interesse economico degli individui sia
l’unico movente delle loro azioni. Per Mosca questo è vero solo in parte, in quanto l’interesse
economico non è il solo che determina l’agire quotidiano degli individui. Inoltre Mosca afferma che la
scienza politica e la scienza in generale, deve essere studiata attraverso il recupero del metodo
storico. Perché fino a quel momento gli autori avevano esaminato la politica però non avevano una
visibilità delle epoche e dei periodi storici così vasta e completa. Fra le varie teorie che erano state
elaborate per dare scientificità alla politica, due hanno raggiunto secondo Mosca, un grado di esattezza
e di condivisione maggiore delle altre:

• teoria dei climi: la teoria che attribuisce la diversità degli organismi politici al clima e alla posizione
geografica di certi popoli

• teoria razziale: la teoria secondo la quale, la nascita, la civiltà, il progresso, il decadimento delle
società politiche dipenderebbero da elementi biologico-razziali dell’uomo.

Entrambe queste teorie però, secondo Mosca, devono essere criticate, non è in queste due teorie che
si trova l’analisi corretta della politica. L’analisi della teoria dei climi era stata portata avanti da
Montesquie, il quale aveva dato una grande importanza al clima, il quale influenza la forma di governo,
per cui aveva detto che al sud, nel meridione, vi è scarsa moralità degli uomini, ciò è dovuto al clima
caldo, ciò comporta anche un certo ozio da parte degli individui, che allontanava dalla dinamica politica
e quindi dalla libertà. In un certo senso, Montesquie dice che gli uomini del sud sono più propensi ad
essere dominati e quindi ad essere sottoposti ad un governo arbitrario. Per contro, gli uomini del nord
sono più pronti, più forti e meno pronti a cedere i propri diritti. Certo, dice Mosca, che il clima ha
senz’altro importanza nel progresso delle civiltà e nel determinarne il tipo. Però, se ci si pensa, con il
passare dei secoli, l’uomo si è emancipato dall’influenza geografica. Non è più così importante il posto
dove sorge la comunità e lo stato, ai fini della struttura dello stato stesso. Si tratta di una idea molto
relativa, quella di Montesquie, secondo Mosca, inoltre, ci sono stati dei popoli di montagna che sono
spesso stati dominati e governati da uomini della pianura, sicuramente meno forti. Dire che solo al nord
vi è la libertà, è assolutamente falso, ed è sufficiente uno sguardo anche poco profondo alla storia per
rendersene conto. Ad esempio la Russia zarista, popolo del nord e popolo freddo, era un popolo non
libero. Viceversa, Atene era uno stato più o meno democratico, ma certamente dove si godeva la
libertà. Quindi, non è la posizione geografica che influenza da sola il progresso e la decadenza delle
civiltà, è solo un fattore. Stessa cosa riguarda l’idea della superiorità di razza. Ci sono due scuole che si
rifanno all’epoca di Mosca alla concezione che la struttura politica dei diversi popoli e quindi anche la
superiorità di un popolo su un altro, sia determinata da fattori genetici e razziali:

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• la prima scuola, ritiene che la razza bianca sia stata sempre superiore. Ritiene che la moralità e la
superiorità dell’analisi politica si siano evolute con l’evolversi della razza bianca, cosiddetta ariana.
L’epoca in cui scrive Mosca era l’epoca in cui le teorie razziali avevano un certo vigore. Avevano
assunto una certa rilevanza opere di autori che avevano definito la razza come elemento determinante
per il progresso e la decadenza dei popoli;

• la seconda scuola, invece, è quella del Darwinismo sociale. Il Darwinismo è una teoria che si riferisce
non solo allo sviluppo dell’uomo, ma allo sviluppo di tutto il creato. E’ il darwinismo applicato alla
politica, si può dire. E’ l’idea che nella storia sopravvivono sempre le civiltà più adatte i nquel
determinato momento.

Quindi, secondo la prima teoria, la superiorità politica è da sempre insita in una razza, che è quella
bianca. Secondo il Darwinismo, invece, tale superiorità varia di civiltà in civiltà a seconda del momento
storico. E si ha l morte del meno adatto e, invece, la sopravvivenza del più adatto. Anche questo è
criticato da Mosca. Certamente la razza è importante, ma non è l’unico fattore. Ad esempio, dice
Mosca, vi sono state delle razze non bianco che hanno primeggiato. Per esempio, gli Egiziani,
comandavano quando la razza ariana nel nord Europa, era ancora ad un livello primitivo di vita. Inoltre,
si vede come dal comportamento sociale, da una serie di consuetudini, dall’educazione di un popolo, si
possano trarre elementi fondamentali della civiltà. Non tanto da fattori biologici, insiti nella nostra
natura. Anche il Darwinismo sociale viene criticato da Mosca, perché, non funziona la politica così
come funziona la catena di Darwin. Perché, la dinamica storica dei vari popoli, non ha mai comportato
l’annullamento di una civiltà e la sopravvivenza di un’altra. Normalmente in politica, il vincitore non è
mai interessato ad annullare l’altro, ma solo a sottometterlo, ad utilizzarlo. Inoltre, se ci fosse sempre
questa catena che ci rimanda alla sopravvivenza del migliore, non si spiegherebbe come mai alcuni
popoli hanno avuto per alcuni secoli la decadenza, ma poi una improvvisa resurrezione. La storia ci
insegna che non ci sono civiltà che muoiono e civiltà che sopravvivono, ma civiltà che hanno dei
momenti negativi ed altri positivi. Civiltà che decadono e poi risorgono ma non c’è questa catena
naturale che invece, dice Mosca, può riguardare gli esseri viventi. Quindi, il progresso e il regresso di
una società sono determinati da molteplici fattori, e questo è il motivo per cui Mosca afferma che la
politica è la scienza più difficile, perché deve prendere coscienza da molteplici punti di vista. La spinta
verso il progresso, sempre presente nell’uomo, può essere ostacolata o avvantaggiata da determinate
condizioni. Per trovare queste condizioni Mosca individua l’unico metodo possibile che secondo lui è
il metodo storico. Metodo storico che non si basa più come era stato per Machiavelli o Aristotele, su
delle grandi intuizioni, ma sull’analisi del maggior numero di fonti possibili. Da parte dello storico,
ovviamente, ci dovrebbe essere, quanto più possibile, la soppressione di ogni pregiudizio. Qui Mosca
dimostra uno dei suoi lati più “positivisti”. Mosca fa parte di quella corrente delpositivismo, di cui fanno
parte per esempio anche Saint Simon e Comte, che credeva che l’analisi della politica dovesse
prevedere l’abbandono di punto di vista e pregiudizi: la neutralità dello storico. Poi, in “elementi di
scienza politica” verrà a mitigare questa concezione sempre dal punto d i vista realistico, dicendo che è
impossibile per chiunque, quindi anche per lo storico che analizza un certo argomento, eliminare la
propria educazione. Un'altra teoria che viene criticata è quella di tipoantropologico, secondo la quale,
per capire le leggi generali della politica, bisogna andare a studiare i piccoli gruppi che vivono ancora
allo stato tribale, in situazioni ancora vergini. Per capire come funziona all’inizio la struttura politica.
Mosca afferma che questo non è assolutamente un criterio giusto, in quanto la politica si è evoluta,
quindi nel mondo occidentale gli stati non funzionano come funzionano in questi posti. Poi, nello stato
tribale, è sufficiente una sola caratteristica (saper cacciare meglio, oppure la forza fisica) più elevata
per divenire capo. Mentre nella civiltà occidentale, che è molto più complessa, un elemento non è
sufficiente. Lasciando da parte le pagine che Mosca dedica alla classe politica, alla formula politica,
nelle quali dice più o meno le stesse cose che aveva detto ne “la teorica dei governi”, andiamo quindi a
vedere la classificazione degli organismi politici secondo Mosca, la sua teoria dei tipi di
organizzazione politica (non è corretto dire delle forme di governo), e poi dei tre grandi problemi
che secondo lui affliggono la società odierna: il problema religioso, il problema politico e
il problema sociale.

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Per quanto riguarda però, la classe politica e la formula politica, rimangono elementi fondamentali nella
analisi di Mosca anche nella seconda opera “la scienza politica”: quindi esiste la maggioranza
organizzata che governa, pertanto non bisogna credere a chi dice che la sovranità appartiene al
popolo, non bisogna credere anche a chi ci dice che la sovranità appartiene al Re, perché il potere è
sempre in una minoranza che tra il popolo ed il Re. Quindi, secondo Mosca, bisogna andare a
studiare proprio questa classe, la classe che ha in mano le redini dello Stato. Ci sono
diversi gruppi sociali, secondo Mosca, per gruppo sociale egli intende più o meno il popolo. L’umanità
si divide in diversi popoli, diversi gruppi sociali, ognuno dei quali ha diverse consuetudini, concezioni
religiose, norme giuridiche, si dotano di un proprio apparato giuridico. Crescono interno a dei valori
comuni e all’inizio, ovviamente, era molto importante il fattore religioso. La religione infatti era parte
integrante della società, della politica e della formula politica. Piano piano però con i secoli, hanno
cercato di allontanare la politica dal vincolo divino, dal concetto che la politica fosse una cosa che
veniva dal soprannaturale. E quindi, hanno cercato di dare una spiegazione umana alla politica, e
hanno fatto come punto centrale dell’applicazione dell’universo, non Dio, ma l’uomo. Tutto questo, è
stato raggiunto grazie all’applicazione della ragione, che nel corso dei secoli si è sempre più sviluppata.
Dai conflitti fra i primi popoli, per i quali la religione era molto importante, sono nate le religioni
universali, che sono, secondo Mosca, il Cristianesimo, l’Islam, il Buddismo. L’Ebraismo non è una
religione universale perché secondo Mosca, gli Ebrei non vogliono che sia una religione che venga
trasmessa a tutti. Invece, le altre, secondo lui, hanno questa vocazione universale. Proprio questa
vocazione universale, le porta ad andare in conflitto con gli Stati nazionali e si riferisce infatti, ad
esempio, ai conflitti che ci sono stati fra il Cristianesimo e gli stati dell’Europa moderna, ciò accadeva
circa nel 1500 quando sono nati gli stati moderni, e il popolo era costretto a chiedersi se il suo sovrano
fosse il Re oppure il Papa. Più o meno, comunque, secondo Mosca, il razionalismo, quindi la
concezione critica delle religioni, ha vinto sull’idea sovra-nazionale della religione. Il periodo in cui
scrive Mosca è proprio il periodo della nascita del principio politico della separazione tra Stato e
Chiesa. E’ un periodo in cui era molto sentito questo problema, che ancora oggi è tornato molto attuale
che è quello della laicità dello Stato e quindi della ingerenza o non ingerenza del diritto delle persone
della Chiesa a sostenere o meno le proposte di leggi. Gli organismi politici per Mosca, vengono
classificati in due grandi aree:

• lo Stato Feudale, nato prima, che è quello stato nel quale l’esercizio di tutte le funzioni politiche,
quella legislativa, militare, religiosa, era in mano ad un ristrettissimo numero di individui. Poche persone
esercitavano tutte le funzioni interne allo Stato stesso. Ovviamente, scopo del sovrano o del principe, in
questi periodi storici, soprattutto il Medioevo, era quello di vincere i particolarismi delle diverse
autonomie locali che cercavano invece di arginare il potere del sovrano; L’evoluzione delle civiltà ha
però determinato il passaggio da questo tipo di stato a quello burocratico;

• lo Stato burocratico, invece è quel tipo di Stato nel quale, una forte tassazione sui sudditi, ha
generato il moltiplicarsi degli uffici e delle cariche amministrative. Nello Stato burocratico non ci sono
più pochi individui che esercitano tutte le funzioni. Esiste una burocrazia sempre più elevata di numero
e di specializzazione. Le cariche si sono moltiplicate, prima erano poche, ora sono moltissime, affidate
ad un sempre maggior numero di persone. Non per forza, sostiene Mosca, uno stato burocratico deve
essere centralizzato. Cioè, burocrazia e centralizzazione possono convivere e lui fa l’esempio della
Cina del suo tempo. Anche lo Stato burocratico ha avuto una evoluzione storica, all’inizio si parla
di Stato assoluto burocratico, siamo all’inizio del ‘600 e Mosca ha in mente la Francia di Luigi XIV,
poi, si è passati allo stato burocratico rappresentativo, attraverso l’abolizione della Monarchia,
l’introduzione del suffragio. Ma soprattutto con il cambiamento di classe politica. Un cambiamento
di forma di governo corrisponde sempre ad un cambiamento della classe politica. Al tempo di Luigi XIV
le cariche erano tutte in mano alla nobiltà; piano piano si è iniziato ad affidare l’amministrazione dello
Stato a personale tecnico competente. Quindi personale che non proveniva più dalla nobiltà ma dalla
borghesia nascente, dal ceto medio, dalle nuove classi sociali che si stavano arricchendo nell’Europa
del 500 e del 600. Quindi, attraverso l’introduzione del suffragio, l’istruzione sempre più estesa dal
punto di vista sociale, attraverso l’abolizione dei privilegi della nobiltà. C’è stato un cambiamento di
classe politica e, tutto questo ha portato ad un cambiamento del tipo di stato dallo Stato Assoluto allo
Stato burocratico rappresentativo, che significa che la classe politica viene ad essere eletta da un corpo
rappresentativo (ricordiamo che esiste un meccanismo che Mosca indica

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ne “La teorica dei Governi” per il quale in realtà gli elettori non sono veramente liberi di scegliere i propri
rappresentanti, ma è sempre la classe politica che decide lei le modalità di elezione..).

Oltre a questa classificazione, ci sono due principi e due tendenze che agiscono nella classe
politica. I due principi corrispondono al modo con il quale si genera il potere politico in una
determinata società, al modo con il quale si legittima il potere. I Due principi sono:

• il principio autocratico, ereditario o elettivo • il principio liberale

Le due tendenze, invece, riguardano la tendenza a rinnovare oppure a conservare la classe politica.
Le due tendenze sono:

• la tendenza democratica, che è la tendenza al rinnovamento della classe politica; • la tendenza
aristocratica, che è invece la tendenza alla conservazione della classe politica

attuale I due principi, secondo Mosca, corrispondono più o meno quello che aveva detto Platone nelle
leggi, cioè che l politica poteva essere divisa in due grandi forme: la monarchia o la democrazia. Vale a
dire che il potere o nasce dall’alto e preme verso il basso, oppure parte dal basso, il popolo, e sale
verso l’alto. Quindi, il principio autocratico è quel principio che dice che la politica si genera dall’alto
verso il basso, da chi ha il potere a chi lo subisce. Il principio liberale, invece, è quel principio secondo il
quale il potere nasce dal basso e prosegue verso l’alto, verso la formazione della classe politica.
Ovviamente questi due principi, si susseguono nel corso della storia. Analisi del principio
autocratico. L’autocrate, che più o meno corrisponde al Monarca, ma non è proprio il Monarca, è chi
possiede il potere politico, è ereditario oppure elettivo:

• Nel primo caso, se ereditario, ovviamente, il principio autocratico sarà puro; • se invece si ha
unautocrate eletto, allora il principio autocratico si avvicina al potere liberale, nel

quale il potere nasce dal basso.

Sono possibili anche delle forme miste tra i due principi e le due tendenze. Anzi, le forme miste, sono
quelle che Mosca auspica in quanto è il tipo di forma politica più equilibrata per garantire la libertà, e
per evitare il rischio di abuso del potere. Negli stati governati dal principio autocratico, attorno
all’autocrate circola sempre un numero ristretto di persone, la corte, la quale tende sempre a
perpetuare il proprio potere e quindi a trasferirlo di padre in figlio. Inizialmente la corte era solo formata
da nobili, poi, l’autocrate si circonda anche e soprattutto di persone competenti, indipendentemente
dalla classe sociale, competenti in diverse materie. Qui, Mosca fa riferimento alla Francia di Luigi XIV,
del ‘600, nella quale il Re sole, iniziò a dare cariche non solo ai nobili. Per quanto riguarda il modo di
reclutamento della classe politica nello Stato governato da principio autocratico, Mosca afferma che ci
sono due modi:

• la meritocrazia, che sicuramente è quella che lui predilige, anche se questa rischia di essere
relativizzata. La meritocrazia va bene quando si ha un criterio oggettivo di merito. Anche affidare
cariche in base alla meritocrazia può comportare dei rischi, in quanto anche i giudici che devono
giudicare il candidato, rischiano di premiare di più quelli che maggiormente sono affini alle proprie
caratteristiche e idee;

• l’anzianità, cioè il modo di assegnare le cariche politiche in base all’anzianità, presenta però,


secondo Mosca dei difetti. Le persone anziane, non hanno secondo lui quella voglia di rinnovare che è
invece parte dei giovani

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Analisi del principio liberale. Gli Stati dominati dal principio liberale, sono quelli in cui la politica nasce
dal basso e si muove verso l’alto. La classe politica è reclutata attraverso elezioni. I cittadini di questi
paesi godono di libertà politiche (diritto di voto, diritto di associazione, libertà di opinione e parola), di
libertà civili quali il diritto di proprietà, la tutela della privacy. Molto dipende in questi paesi
dallaestensione del suffragio:

se è molto esteso, ossia può votare la stragrande maggioranza del popolo, allora si ha un tipo di stato
che si avvicinerà alla tendenza democratica;

altrimenti, se il suffragio riguarda un numero ristretto di persone, allora, il principio liberale si avvicina
molto al principio autocratico.

Di nuovo, Mosca, anche in queste pagine, se la prende con l’eccessiva demagogia. Infatti, egli non è
d’accordo con l’ opinione secondo la quale l’estensione del suffragio, cioè dare il voto a tutti, è
considerata sicuramente una miglioria della classe politica. Per Mosca infatti non è così, in quanto
secondo la sua analisi, c’è una grande differenza tra un membro della plebe e un intellettuale, il quale è
molto più adatto a votare, per scegliere i candidati c’è necessità comunque di avere una certa
preparazione culturale. Analisi della tendenza democratica. La tendenza democratica è quella
tendenza al rinnovamento della classe politica. Può essere più o meno forte. Se è più forte, allora si
sentirà nella società l’esigenza di una rivoluzione, in quanto i grandi cambiamenti della classe politica si
attuano attraverso la rivoluzione. Se è meno forte, allora, si avrà una esigenza di riforme, che a
Mosca, sembrano la soluzione migliore, non essendo certo un rivoluzionario ma un conservatore di tipo
liberale. Quindi, riforme da un lato, rivoluzione dall’altro. Analisi della tendenza aristocratica La
tendenza aristocratica comporta dei gravi rischi, così come quella democratica. Il rischio di un eccesso
della tendenza democratica è la rivoluzione, spinta da quel gruppo di persone che non vedono l’ora che
il popolo si rivolti, per prendere loro il potere. Il rischio della tendenza aristocratica è esattamente il
contrario: la stasi, l’asfissia della classe politica. Poiché il rischio è proprio quello facente parte la natura
umana di voler a tutti i costo conservare il potere o, al massimo, trasferirlo a persone a noi vicine.
Questa stasi eccessiva, derivante dalla voglia della classe politica aristocratica a mantenersi, crea un
distacco incolmabile tra la società reale e la classe politica che ormai è sorda ai cambiamenti e ai nuovi
bisogni della società. Inoltre, la classe politica eccessivamente aristocratica, quindi di tendenza a
conservarsi, è portata alla inattività, poiché, l’impunità che deriva dalla posizione di potere, fa sì che
essi entrino nell’ozio. Quale è allora, una volta determinati questi due principi e le due tendenze,
la forma migliore di governo ? Per Mosca è proprio quella che equilibra le due tendenze e i due
principi. Soprattutto, tutto dipende, da chi fa parte della classe politica. Qui Mosca riprende quanto già
detto ne “la teorica dei governi”, che della classe politica devono far parte persone equilibrate,
moderate, provenienti da tutte le classi sociali, che abbiano una visione quanto più ampia della politica
e che sappiano vedere quale è l’interesse dei ricchi e quello dei poveri, cercando di mediare tra questi
due interessi, partendo dal presupposto che ci sarà sempre qualcuno scontento, non esiste lo stato
ideale. Sono le migliori energie, che in un dato momento storico, esprime la società. Questa è una
visione di Mosca più ottimista del solito, il quale afferma che in ogni momento storico ci sono delle
grandi energie nel popolo, ci sono degli elementi in ogni classe sociale che hanno raggiunto la maturità
giusta per far parte della classe politica. Sono queste le persone che devono andare al governo, al
potere, cosa molto molto difficile. Quali sono secondo Mosca i problemi della società
contemporanea ? Sono tre: il problema religioso, il problema politico e il problema sociale.

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Il problema religioso. E’ proprio quello della lotta fra ragione e fede. Il razionalismo tende a criticare la
fede: non accetta il fatto che esistano verità assolute, ma solo verità da verificare e di cui si può
discutere. Mosca si chiede se potranno sopravvivere le religioni a questo prevalere del razionalismo
nella politica occidentale. Secondo lui certamente, poiché la politica non è fatta solo di ragione, così
come in tutte le attività umane, ci sono metà passioni e metà ragione. Quindi gli elementi irrazionali,
primo fra tutti, la religione dà la speranza che aiuta l’uomo contro la paura della morte, ecco, questi
elementi irrazionali, sono ineliminabili ed è naturale che si condensino attorno ad un sistema di valori
che è la fede. Allora la politica, lo Stato, dovrebbe cercare non di farsi nemica la religione, ma di venire
a patti con essa. Mosca dice, combattere insieme il nemico comune, che è appunto il potere arbitrario.Il
problema politico. E’ legato alla crisi del sistema rappresentativo di cui già si parlava ne “la teorica dei
governi”. La critica del parlamentarismo. Ci sono diversi tipi di critiche che vengono mosse al
parlamentarismo:

- una prima critica è quella che dice che nel parlamento non si discute se non di cose di scarsa
importanza. Egli liquida facilmente questa critica affermando che ciò è sicuramente vero ma queste
sono tendenze psicologiche costanti che derivano proprio dalla natura assembleare del governo, non
gli sembra una critica importante.

- Una seconda critica dice che il parlamento non è rappresentativo se non di interessi particolaristici e
non del bene comune. Anche qui, dice Mosca, certamente questo è vero, però anche questa è una
tendenza abbastanza ineliminabile. E’ un difetto però se non altro, il sistema rappresentativo è migliore
di altri che c’erano prima, come lo stato assoluto.

- Una critica che lui chiama più genuina e reale, è quella della ingerenza di singoli deputati e di
consorterie che tendono ad accaparrarsi ogni forma di potere politico in modo da rendere onnipotente
la classe politica. Qui le analisi di Mosca, in un certo senso, convergono con quello che aveva detto
Tocqueville sulla tirannide della maggioranza. Parlando dei governi democratici rappresentativi, Mosca
sostiene che il rischio è quello che proprio l’affermare che la classe politica si senta legittimata dal
popolo, può portare al fatto che la stessa classe politica si senta legittimata a fare qualsiasi cosa.
Questa è la grande illusione di Rousseau, infatti, se dovessimo individuare un autore veramente
bersaglio delle teorie di Mosca, è certamente Rousseau. Anche quando parla, ad esempio,
degli anarchici, delle tendenze comuniste ed anarchiche, Mosca dice, che gli anarchici seguendo il
loro maestro Rousseau, vorrebbero un ritorno allo stato di natura, in quanto era Rousseau che ha detto
che la civiltà porta alla disuguaglianza e quindi all’ingiustizia. Quindi, poveri anarchici, non vogliono
altro che un ritorno allo stato di natura, senza capire che l’uomo per sua natura, afferma Mosca, è
portato alle relazioni e quindi dallo stato di anarchia più totale, non potrà che emergere realisticamente
una nuova entità politica in quanto ci sarà sempre un rapporto di comando e di obbedienza, quindi una
società di tipo anarchico è semplicemente impossibile in quanto vorrebbe dire isolare gli
individui l’uno dall’altro. Invece, nel momento in cui gli individui sono vicini l’uno all’altro, si creano dei
rapporti, e di conseguenza c’è sempre qualcuno che prende le decisioni e si arriva quindi sempre ad
uno stato di obbedienza e potere. Non è eliminabile dalla vita dell’uomo.

Quindi, la riforma del sistema rappresentativo deve avvenire a livello di classe politica. Una
classe politica migliore, che si possa rinnovare al rinnovarsi delle esigenze della società. Aspetto però
fondamentale è che ci siano dei poteri che rimangano autonomi dalla classe politica stessa.
Perché il rischio è appunto che nel governo rappresentativo, coloro che sono al potere occupino tutti i
posti di potere. E’ importantissimo per Mosca, che la magistratura resti fuori dal potere politico, è
importantissimo che gli organi di controllo finanziario, come ad esempio l corte dei conti,
rimangano indipendenti ed autonomi. Il sistema invece di dare più potere all’esecutivo (ipotesi
che era stata avanzata in quel momento), e quindi di dare più potere al Re (quando Mosca scrive,
siamo ancora in una Monarchia Parlamentare), per bilanciare il potere del parlamento, non gli sembra
fattibile in quanto comporta il rischio del ritorno allo Stato Assoluto di tipo autocratico, in cui il Re si
sente arbitro della politica. Mancherebbe inoltre quell’ istituto che a Mosca appare fondamentale nel
costituzionalismo odierno, l’istituto della fiducia fra governo e parlamento.

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Il problema sociale. E’ il problema eterno della politica, è il problema del rapporto tra i ricchi e i
poveri, dei deboli e dei forti, quello cioè dare una giustizia che sia equamente distribuita, la giustizia
sociale. Le teorie che hanno cercato di dare una risposta al problema sociale sono variamente criticate
da Mosca.

- Una è il collettivismo, cioè l’idea dell’abolizione della proprietà privata e dell’accentramento di tutte le
funzioni politiche nello Stato, comprese quelle dell’economia, quindi l’accentramento anche di tutti i
mezzi di produzione dello stato. Appare a Mosca, assolutamente rischiosa, in quanto egli dice, che è
ovvio che se noi facciamo gestire tutta la nostra vita allo Stato, in realtà facciamo gestire tutta la nostra
vita al solito gruppo ristretto di persone. Se la libertà economica degli individui viene regolata e gestita
dallo stato, per la nostra sopravvivenza quotidiana, dipendiamo da qualcuno che si trova nei palazzi nel
potere. Questo secondo Mosca comporta una forma di governo ancora più assoluto dello Stato
Assoluto, della monarchia assoluta.

- La dittatura del proletariato è anch’essa criticata. Non è eliminando la classe dei capitalisti che si
genera la giustizia sociale, ma si raggiunge cercando di equilibrare gli interessi dei capitalisti e dei
proletari.

Pertanto, alla fine della sua indagine politica, Mosca giunge a criticare oltre al sistema collettivistico il
sistema che lui chiama autoritario-burocratico-militare. In un certo senso, qui, aveva in mente il
fascismo (ricordiamo che “elementi di scienza politica” nella sua 2° edizione è del ’23, un anno dopo la
marcia su Roma), cioè tutti quei regimi che accentravano il potere nella burocrazia e nell’esercito,
attraverso i quali governare ogni singolo elemento della vita dei cittadini, sia pure con dei valori, come
ad esempio qullo di Patria. C’è troppo potere nella classe politica, quindi nell’esercito e nella
burocrazia. Alla fine di tutto, il sistema rappresentativo, che era stato aspramente criticato
nell’opera precedente, “la teorica dei governi”, gli appare il migliore dei modi possibili Mosca
afferma :”fra i rischi del sistema collettivistico quale è sorto in Russia dopo la rivoluzione del 1917 e i
rischi dell’autoritarismo burocratico-militare, che vogliono i fascisti, tutto sommato, il sistema
rappresentativo, pur con i suoi difetti, mi sembra ancora la cosa migliore, in attesa di un cambiamento
della classe politica.”. Abbiamo ricordato infatti il discorso del 1925, con il quale il Mosca
senatore, si schierava contro l’attribuzione dei pieni poteri a Mussolini.