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La civiltà greca e politica

La civiltà greca ha espresso la dimensione del politico, ne ha indicato gli ideali e valori. Il greco
avverte che ciò che lo differenzia da altre popolazioni e da altri gruppi etnici e lo fa superiore è la
dimensione politica della sua vita. Politica corrisponde al neutro plurale dell’aggettivo politikos e
significa le cose che riguardano la polis, città, cioè comunità umana autosufficiente. Sempre da
polis deriva politeia (che in italiano è costituzione) che in greco comprende non solo il complesso
delle istituzioni politiche ma anche altre istituzioni mediante cui si realizza la vita nella polis, con
riferimento al costume, alle consuetudini, alla morale, alla religione e al sistema educativo. Politeia
significa modo di essere della polis considerata come un tutto organico. La politica è intesa come la
forma più alta di educazione dell’uomo, una pedagogia. La polis deve formare l’individuo per
renderlo capace di vivere la vita politica. La politica deve completarsi nel pensiero, nella
comprensione razionale della polis. La politica implica nella concezione greca il primato del logos
che significa parola e ragione. La parola che riesce a esprimere i nostri sentimenti e sensazioni si
essenzializza quando scopre la sua intima connessione con la ragione e quindi con il discorso e
infine con l’argomentazione logica e scientifica. La parola è la manifestazione del logos in quanto
ragione. La parola fonda il rapporto essenziale tra il noi e l’io. È la parola in quanto lingua che
consente agli uomini e alla collettività di riconoscersi. Il pensiero politico greco ha avvertito
l’essenziale rapporto che sussiste tra la lingua e le prime forme di aggregazione umana. Aristotele
indica queste forme con Koinonìa, comunità, ciò che è in comune. La caratteristica fondamentale
della polis consiste nell’essere una comunità che si estende su un territorio ristretto i cui fini
potevano essere per corsi in una giornata dall’uomo. La polis storica è il risultato di un lungo
processo storico che si conclude nel VII sec: nell’età omerica la polis è costituirà da una pluralità di
villaggi che gravitano intorno alla grande casa, castello del re dei re. La comunità omerica ha un
organizzazione politica fondata sul ghenos, sul gruppo di più famiglie che vanta un comune
progenitore. Il capo del gruppo gentilizio è riconosciuto come re, indice che il ghenos è una vera e
propria entità politica. L’alleanza di più gruppi gentilizi costituisce la polis omerica. Il re dei re è
sempre assistito dal consiglio degli altri re: il suo potere ha carattere sacrale in quanto interprete dei
voleri della divinità. La religione è il vincolo originario sul quale si fonda la polis. Ogni comunità
greca è nello stesso tempo una comunità religiosa. Le leggi sono tutte di origine divina; sono i
responsi, gli oracoli della divinità, esprimono la volontà di Giove, il primo degli dei, quale si
manifesta mediante i segni che sono interpretati dai sacerdoti. La giustizia è concepita come
Themis, figlia di Giove, e le norme che esprimono la regola del giusto vengono dette Themistes,
hanno un carattere sacro e sono eterne, immutabili. Solo gli individui appartenenti al Ghenos
godono di uno status politico e giuridico che si fonda sulla protezione del gruppo gentilizio. Gli altri
sono mercanti, artigiani e contadini la cui esistenza è sottomessa ai gruppi gentilizi. Il re è assistito
nel governo della polis dal consiglio, costituito dai gheronti, gli anziani, con i quali concorda le
decisioni più importanti, che debbono essere comunicati al popolo, al demos, cioè alla massa dei
liberi che non appartiene alle famiglie aristocratiche. La terza istituzione politica nella
polis è l’assemblea nella quale parlano solo i nobili. Il popolo ha il diritto di manifestare il suo
consenso/dissenso.
La polis omerica
La polis omerica ha una struttura aristocratico-gentilizia, è basata su un rigido patriarcalismo che
esclude la massa del popolo da ogni forma di tutela giuridica, da ogni diritto politico, tranne quello
di partecipare all’assemblea. Con la prima riforma della costituzione aristocratico-gentilizia fu
estesa la garanzia delle leggi anche a chi non apparteneva al gruppo gentilizio con la redazione delle
leggi scritte. La legge cessò di essere monopolio del ghenos e divenne atto pubblico della polis che
garantiva tutti i membri della comunità. Leggi e la giustizia furono sottratte al ghenos e divennero
di esclusiva competenza della polis. I reati persero il carattere sacrale e furono considerati sulla base
delle leggi. Si afferma così il principio e il valore del nomos cioè della legge fatta dal legislatore
della polis, di contro alle themistes, le leggi dettate dagli dei. Le nuove esigenze militari impongono
la formazione di un esercito che sia costituito non solo da cavalieri (aristocrazia) ma anche da fanti
dotati di armatura provenienti da altre classi, il cui reddito consente di acquistare armi. I diritti
politici vengono riconosciuti a coloro che fanno parte dell’esercito: tale riforma da vita al cosiddetto
stato politico. Alla fine del Vi secolo due comunità rappresentano il modello ai quali si ispireranno i
legislatori ed i teorici politici dei secoli seguenti: Sparta ed Atene. La prima rimane fedele agli
ideali dell’antica costituzione aristocratico-gentilizia fondata sul rispetto delle tradizioni patrie,
sull’ideale dedicata in tutto e per tutto alla polis; assume le caratteristiche di un ghenos: la polis
comprende 2 gruppi etnici: gli spartiati e gli iloti, che erano stati assoggettati e vengono mantenuti
in stato di servitù della gleba. Lo spartiate deve essere educato e vivere per la polis. Con una rigida
disciplina si crea un guerriero capace di sacrificare la propria vita per la polis. Nulla è concesso alla
vita privata dello spartiate: non deve preoccuparsi del suo sostentamento perché gli iloti lavorano
per lui; la sua quota di proprietà gli viene assegnata dalla comunità; non può svolgere attività
artigianali o commerciali; anche se ha una famiglia deve passare la maggior parte del tempo con i
suoi commilitoni. Sino a 60 anni ha l’obbligo del servizio militare e pasti in comune. Il potere
sovrano spettava all’assemblea (apella) alla quale partecipavano tutti i cittadini che facevano parte
dell’esercito. Essa eleggeva i magistrati e prendeva le decisioni più importanti. Il comando
dell’esercito era affidato ai re ch dovevano provenire da famiglie aristocratiche mentre il governo
era tenuto dal consiglio degli anziani, la Gherusìa, eletto dall’apella tra i cittadini che avevano
terminato il servizio militare con più di 60 anni. Poiché l’assemblea si riuniva una volta al mese, la
normale azione di governo era affidata a 5 efori che dovevano sorvegliare i magistrati compreso il
re che potevano essere arrestati e processati su giudizio degli efori. Queste le linee essenziali della
costituzione spartana attribuite a Licurgo.
Atene nell'epoca classica
Ad Atene la dinamica della vita economica è più articolata: finisce per contrapporre l’aristocrazia al
popolo. La ricchezza è concentrata nella classe aristocratica detentrice di vaste proprietà. Lo stato di
guerra in cui si trovano le città-stato l’una contro l’altra armata accentua questo fenomeno con un
progressivo indebitamento degli artigiani e contadini i cui campi finiscono per passare agli
aristocratici mentre i proprietari diventano servi. Dai conflitti nati da questa situazione nasce la
prima riforma della costituzione aristocratica di
Atene: fu promossa da Solone nella seconda metà del V secolo. Libera il popolo e vieta i prestiti in
cambio della libertà personale, stabilisce leggi e taglia i debiti pubblici e privati. C’erano 4 classi
distinte per censo: 1. pentacosiomedimmi 2. i cavalieri 3. gli zeugiti 4. i teti le classi più ricche
erano rappresentate da chi possedeva un reddito di 500 misure di prodotti solidi o liquidi, quella
media da 300, poi dai contadini che avevano una coppia di buoi per lavorare la terra e infine dai
lavoratori liberi che non potevano comprarsi le armi. Le cariche pubbliche erano attribuite alle
prime due classi. Ai teti era garantita la partecipazione all’assemblea e la possibilità di essere eletti
in tribunale. Ne “le opere e i giorni” esiodo aveva proclamato il valore centrale della giustizia, dike,
quale divina potenza tutrice che difende i diritti degli oppressi e dei deboli contro la sopraffazione,
la Hybris dei potenti: la prosperità della polis dipendeva dal rispetto della giustizia mentre la sua
violazione avrebbe portato lutti e rovine alla città come conseguenza della punizione divina. La
punizione non data tanto dalle pene previste dal legislatore che possono essere facilmente eluse da
parte dei ricchi e potenti ma le conseguenze negative cadranno sull’intera città coinvolgendo tutti
con l’avvertenza che chi più ha, ha più da perdere. Le lotte sociali rendono sempre più grave la
miseria del popolo e sono la conseguenza della violazione della giustizia e del diritto. Solone è
convinto che la giustizia, eunomia, punisce sempre chi l’ha violata. Il corso degli avvenimenti
umani è regolato da una legge di compensazione per cui a coloro che hanno avuto troppo verrà tolto
il più, che sarà dato a quanti hanno avuto meno. Il problema della giustizia si risolve per Solone
nella consapevolezza che esiste una misura che fissa ciò che è dovuto ad ogni membro della polis e
che indica nel contempo i limiti di tutte le cose. La misura e il limite sono i principi essenziali a cui
deve continuamente ispirarsi l’eunomia e sui quali si basa l’organizzazione politica della comunità.
La politica si riduce alla consapevolezza di questa ideale misura. È sulla base di questo principio
che Solone limita la potenza dell’aristocrazia e dei ricchi, libera i campi dei contadini dagli alti
interessi e vieta che la libertà personale del povero possa essere soppressa dalla ricchezza.
Conferisce alle classi meno abbienti tanto potere da impedire sopraffazioni dell’aristocrazia e
dispone la costituzione in modo le la proprietà sia garantita e gli aristocratici non siano distrutti
dalla hybris (lo spirito e la volonta della sopraffazione che rompe l’equilibrio della distribuzione dei
beni materiali e morali e la eunomia)
Riforme di Solone
Le riforme di Solone avevano sancito garanzie per le ultime due classi, gli zeugiti e i teti, ma non
avevano intaccato la sostanza del potere dei gruppi gentilizi che volevano monopolizzare il governo
della città: le tensioni e i conflitti sociali continuarono a caratterizzare la vita politica di Atene. Il
tentativo di dare una soluzione a queste lotte fu rappresentato dalla tirannide. Il tiranno assume il
significato di capo di un partito e di una grande famiglia aristocratica che conquistava il potere a
seguito di una rivolta promossa e sostenuta dalle classi meno abbienti. La politica dei tiranni fu
caratterizzata da provvedimenti per migliorare le condizioni delle classi più umili. Pisistrato
promosse una profonda trasformazione sociale all’interno della polis. Esaurito il loro programma i
tiranni scomparvero dalla scena politica greca e furono sostituiti dalle aristocrazie. Le riforme di
Solone furono la premessa per l’istituzione della democrazia. Fu introdotta ad Atene
con le riforme di Clistene: fu spezzata dal punto di vista politico la struttura gentilizia della società
ateniese ponendo al posto del ghenos, il demos, cioè la minima ripartizione territoriale in cui venne
suddiviso il territorio. Sul demos fu organizzato l’ordinamento politico con una rigorosa
applicazione dl sistema decimale. La popolazione ateniese fu divisa in 10 tribù che costituivano una
ripartizione di carattere amministrativo, comprendenti ciascuna 10 demi. Il territorio fu diviso in 3
parti: la città, la costa e l’interno e ciascuna parte in 10 distretti che furono attribuiti per sorteggio
alle tribù. Il consiglio, Bulé fu costituito da 500 membri, 50 per ciascuna tribù, e suddiviso in 10
sezioni, ognuna delle quali costituiva a turno il governo, per una decima parte dell’anno. L’esercito
fu diviso in 10 reggimenti, una per ogni tribù. Questo sistema garantiva la partecipazione di tutti i
cittadini all’amministrazione della cosa pubblica. Tutti i poteri furono concentrati nell’assemblea
generale, Ecclesìa, cui competevano le relazione esterne, il potere legislativo, potere giudiziario,
controllo del potere esecutivo. Questo sistema viene nominato più che democrazia, isonomia,
uguaglianza dinnanzi alla legge e isigora, uguaglianza nella libertà di parola.
Guerra persiana e sentimento di libertà delle poleis greche
Fu la guerra persiana che oppose le poleis al grande impero, a dare coscienza della Grecia del valore
essenziale sul quale si basa il suo mondo politico: la libertà, il sentimento della personale
partecipazione alla vita della polis. A Sparta questo sentimento porta l’individuo a identificarsi con
il kosmos, a realizzarsi in tutto e per tutto secondo le minute prescrizioni della comunità, nella
consapevole accettazione di una disciplina che lo fa libero di quella stessa libertà di cui gode la
comunità. Se la libertà di Sparta è la consapevole partecipazione alla vita della polis sino a
identificarsi con essa, la libertà ad Atene, propria della democrazia, è l possibilità che ha l’individuo
di realizzare la sua vita secondo quanto ritiene più giusto ed opportuno, è la libera espressione della
propria personalità, senza che la polis intervenga come a Sparta, a disciplinarla.
Socrate: la critica alla politica
Il dibattito tra Socrate e i sofisti è la premessa di una concezione sistematica della politica, di una
teoria della politeia quale ci viene proposta nell’opera di Platone: l’indagine socratica era
essenzialmente problematica, rivolta a risolvere criticamente le apparenti o false conoscenze, le
conclusioni ben argomentate, come quella dei Sofisti che della questione esaminata offrivano una
soluzione apparentemente esauriente. La critica socratica si concentra sull’aspetto etico-politico
dell’insegnamento dei sofisti sulla nuova paideia quale viene proposta dalla sofistica e si sofferma
sui rapporti che intercorrono tra virtù in quanto essenziale modo d’essere del cittadino e la politica
in cui si esprime la parte più importante dell’insegnamento dei sofisti. Con le sue indagini e le sue
domande Socrate richiama il suo interlocutore alla costatazione che il problema delle virtù ci rinvia
a quello della conoscenza cioè ad una scienza dei beni e dei mali che consente all’uomo di operare
per conseguire i primi ed evitare i secondi. Questa conoscenza non può essere conseguita con
l’educazione proposta dai sofisti che da all’allievo una vasta informazione per i cittadini che
aspirano a governare, per potere sostenere tesi davanti all’assemblea e i consigli per convincere.
Alla cultura enciclopedica Socrate contrappone il sapere specifico del competente, che deve essere
ricercato. Poichè il fine dell’educazione è la virtù si tratta di ricercare cos’è la virtù e in che cosa
consistano le singole virtù (fortezza temperanza religiosità e giustizia).
Dobbiamo acquisire la consapevolezza di ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo. La nuova
educazione per corrispondere alle esigenze di riforma e riordinamento della polis richiama una
conoscenza approfondita in cui il cittadino riscopra il sentimento etico-religioso. La polis deve
essere governata dal sapere competente e quindi da competenti. La politica deve essere una forma di
conoscenza che si fonda su un metodo di indagine e ricerca critico-razionale. La politica non può
essere ridotta a retorica, non può disinteressarsi dei valori supremi del bene e del male. La politica
deve essere concepita come una forma di conoscenza ma come arte regale che sovrintende non solo
l’arte militare ma tutte le altre arti particolari che attengono all’amministrazione e organizzazione
della polis.
Dialogo tra Protagora e Socrate
I rapporti tra l’insegnamento dei sofisti, la politica e l’ideale socratico di virtù sono riproposti in un
dialogo in cui Platone riferisce la discussione svoltasi tra Protagora e Socrate. Socrate si dichiara
scettico sul fatto che l’arte politica possa essere insegnata. Dice che i nostri migliori uomini politici
non riuscirono a trasmettere la loro virtù politica ai figli. L’affermazione di Socrate che la virtù è
conoscenza implica che il fondamento del potere, la legittimazione del comando come dell’ordine
politico risiedono nel sapere. La politica non può sottrarsi ad una indagine razionale dei suoi fini. I
sofisti nel Gorgia discutono con Socrate sull’essenza della politica. Gorgia aveva esaltato la
competenza della parola in quanto dominatrice degli affetti, delle passioni, in grado di determinare
quelle convinzioni e quell’assenso che consentono al politico di esercitare il potere. Per lui il potere
non è altro che il potere della parola. Gorgia poi tiene a precisare che la retorica ha un valore
strumentale, un’abilità come quella che si procurano gli atleti, che può essere bene o male usata,
senza che si possa attribuire la responsabilità alla stessa retorica o a chi l’ha insegnata. Ma secondo
Socrate proprio in questa affermazione si nasconde una radicale contraddizione: la retorica si
distingue dalle altre discipline che si svolgono mediante la parola perché la sue argomentazioni si
riferiscono sempre al criterio del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo, ma essa non è in
grado di pervenire al sapere, alla scienza, ma solo all’opinione, non a ciò che è ma a ciò che sembra.
Quindi il retore non parla di ciò che sa ma di ciò che crede di sapere. Non è quindi possibile far
buono o cattivo uso della retorica se il retore ignora che cosa sia il bene e il male, il giusto e
l’ingiusto. La retorica è l’arte dell’adulazione, la politica è l’arte rivolta allo spirito. Anche nella
politica devono distinguersi due specie minori, l’arte legislativa e la giustizia. La retorica non è altro
che un travestimento dell’arte politica. Polo non è convinto e chiede a Socrate come possiamo
esprimere un giudizio negativo sulla retorica se essa conferisce a chi la sa usare il potere, cioè la
possibilità di appagare qualsiasi nostro desiderio. Dice che è il potere che rende veramente felici gli
uomini. Socrate dice che è u’apparente felicità che nasconde la più grande sventura che possa
capitare all’uomo: vivere nel male e trascinare gli altri nel male. Poi interviene Callicle che
ripropone la distinzione tra natura e legge: il problema della politica deve essere affrontato alla luce
di questa distinzione, tra ciò che è giusto secondo natura e ciò che è giusto secondo le leggi. Queste
sono fatte dalla moltitudine costituita da pavidi, deboli, da quanti sono incapaci di compiere grandi
azioni per difendersi dai pochi, i forti, in grado di affermare la propria supremazia e di dominare i
molti. La legge condanna, dichiarando ingiuste le azioni con cui i forti si impadroniscono del
potere. La natura invece dimostra che solo i migliori, cioè i capaci, gli intraprendenti, i forti,
riescono sempre a dominare. Questa legge di natura si manifesta nei rapporti tra gli stati dove la
forza è l’unica fonte e la sola legittimazione dei diritti che rivendicano nei
confronti delle altre collettività politiche. La politica sancisce la supremazia e il dominio del più
forte che per legge di natura deve comandare la massa. Socrate non approva la riduzione della
politica al potere. Egli dimostra la contradditorietà della tesi sostenuta da Callicle. Basta rilevare
che la legge umana, proprio perché fatta dalla moltitudine che è certamente di gran lunga più forte
dei pochi o dell’uno, è una legge di natura e quindi esprime principi e valori giusti. La tesi di
Callicle serve a dimostrare esattamente il contrario delle sue affermazioni. Callicle precisa che la
vera essenza della politica si esprime nella volontà di potenza e nell’etica del superuomo: solo chi è
capace di immense passioni è in grado di darsi un carattere deciso e valoroso in modo da poter dare
piena soddisfazione alle sue brame. Questa capacità di vivere al livello delle forze primigenie è
riservata solo a nature eccezionali alle quali non può essere posto il limite della morale degli uomini
comuni che è quella dei deboli, di chi vuole nascondere la sua impotenza e cerca di rendere servili
le più vigorose nature. Socrate dice che la volontà di potenza e l’etica del superuomo procurano un
bene illusorio perché finiscono con identificare il bene con il piacere. Se seguiamo l’istinto del
piacere esso si tramuta a poco a poco in un male. Il bene rappresenta il criterio oggettivo in base al
quale l’anima può evitare il male oppure sopportando la giusta pena riscattarsi dal male. L’esistenza
del bene nella sua oggettività consente all’uomo di diventare consapevole di ciò che fa, così che sia
in grado di indirizzare le sue azioni alla giustizia e alla temperanza: solo così diventa amico del suo
simile e di Dio. Il Gorgia si conclude con una critica radicale della politica ateniese seguita nel
corso della guerra del Peloponneso.
Obiettivi di Socrate. Il Critone
La missione di Socrate era di rendere i propri cittadini consapevoli della gravità e della ragione
della crisi in modo da sollecitare in essi un profondo rinnovamento morale che costituisse il vero
titolo di legittimità delle leggi e delle istituzioni della polis. Socrate era un conservatore della polis,
delle sue leggi ed istituzioni in quanto esprimevano quella convivenza umana che rendeva possibile
la ricerca della verità. Le sue critiche nei confronti del demos, della folla, della moltitudine e quindi
dell’ordinamento democratico ateniese miravano a restaurare tra i suoi concittadini la coscienza
della sovranità delle leggi. Critica l’ordinamento democratico ateniese nel senso che la legittimità
delle decisioni delle assemblea come delle sentenze dei tribunali non riposa sulla maggioranza e sul
numero e sulla intrinseca razionalità delle decisioni stesse. La tesi centrale del suo insegnamento è
che la virtù è conoscenza e si commette il male per ignoranza. La democrazia deve essere concepita
come il governo della ragione. La crisi della democrazia non può essere risolta se l’ordine politico
non viene fondato sul sapere competente. Nel Critone gli argomenti sono la sacralità delle leggi e il
timore che l’individuo deve portare alle leggi. Nel Critone deve dimostrare all’amico che il
suggerimento di sottrarsi con la fuga alla condanna a morte significa rinnegare nel momento più
importante della sua vita il suo insegnamento. L’individuo deve tutto alle leggi; le leggi lo
proteggono sin dalla sua nascita, garantiscono la sua vita, il suo onore, il suo patrimonio, la sua
libertà. L’individui per il fatto stesso di vivere nella polis accetta le leggi. Le leggi non sono
impassibili e perfette. Sono ispirate al principio del continuo perfezionamento.
Platone: politica e filosofia
L’insegnamento di Socrate è per tanti aspetti il presupposto del pensiero filosofico e politico di
Platone che continuò il discorso del maestro. In Platone diventa centrale il problema del
fondamento oggettivo della conoscenza cioè dei rapporti che sussistono tra questa e la verità.
L’intimo e vitale rapporto tra politica e filosofia in Platone scaturisce dalla appassionata
partecipazione al dramma di Socrate che diventa quasi il simbolo della crisi profonda che travaglia
non solo Atene ma il mondo politico greco. La filosofia è l’impegno a cogliere al di la degli
avvenimenti, delle guerre, dei mutamenti di governo le ragioni, i motivi profondi della crisi, perché
solo la filosofia riesce ad individuare l’essenza della realtà. Nella reciproca conversione della
politica e della filosofia si fonda per Platone la politica come scienza, come una conoscenza
sistematica che riconduce ad un principio unitario i dati, gli elementi, come le attività più importanti
che si riferiscono alla comunità umana organizzata, la polis. L’idea, con riferimento al significato
etimologico della parola greca Eidon è il principio che ci consente di vedere intellettualmente e
quindi di gufarci riconoscere tutte le figure materialmente diverse l’una dalle altre ma tutte uguali
perche corrispondenti alla loro immagine ideale.
La Repubblica di Platone
E’ il dialogo in cui viene dimostrata l’essenza ideale della politica. Fu composta tra i 45 e i 50 anni,
quelli della sua piena maturità, dopo la fondazione dell’accademia avvenuta nel 87. È divisa in 10
libri e inizia con una discussione sulla giustizia in cui vengono ripresi gli argomenti del Gorgia e del
Menesseno e continua la polemica nei confronti dei sofisti. Il problema della politica si concentra
sul concetto di giustizia. Alla domanda che cos’è la giustizia?, Cefalo e Polemarco danno
definizioni che vengono dimostrate infondate da Socrate. Poi interviene Trasimaco che dice che la
giustizia è l’utile del più forte, è l’utile di chi o di coloro che governano. Dice che la giustizia non è
altro che la ragione per cui abbiamo e conserviamo il potere. Non esiste la giustizia ma tante
giustizie per quante sono le forme di governo, ognuna interessata a giudicare tutto e tutti in funzione
della propria conservazione. La giustizia si identifica con la politica cioè con gli interessi
consolidati intorno al potere. La critica socratica alla concezione della giustizia di Trasimaco si
svolge sul presupposto del fondamento scientifico della politica che deve essere considerata alla
stregua della scienza medica: come il medico persegue il suo interesse e quello dell’ammalato, il
politico non può che attuare il proprio interesse e quello dei governati: quindi il governo non può
non perseguire l’utile dei suoi governati. Chi sa quello che fa non può che fare il bene. Il male nella
politica è il risultato dell’ignoranza, cioè di non avere una conoscenza completa dei risultati ultimi
delle nostre azioni nell’ambito della polis, dell’ignoranza dei principi secondo cui la politica si
esprime in un tutto ordinato e sistematico. L’insidia peggiore nella politica è rappresentata nel fatto
che si è convinti di conoscerla sin nei minimi particolari pur non essendoci mai chiesto che cosa sia
e quale sia il fine cui tende.
La discussione sulla giustizia acquista ormai un preciso contenuto politico con riferimento alla
politica intesa come scienza, in senso cioè che il concetto di giustizia non è più ricercato nella
prospettiva dell’individuo singolo ma in quella della comunità politica, dello stato.
La società per Platone
Con l’analogia tra l’individuo e lo stato Platone introduce la concezione organicistica della
comunità politica. La società si costituisce perché l’uomo non basta a se stesso e ha bisogno per la
sua sopravvivenza fisica dell’aiuto dei suoi simili, per ottenere quei beni che gli altri producono e
che da solo non riuscirebbe mai ad avere. La società si forma sul principio della divisione del lavoro
e della necessaria interdipendenza che si istituisce tra le varie attività che hanno come scopo di
produrre i beni necessari alla collettività: produzione e commercio sono fra loro connessi ed
esprimono le diverse categorie sociali in corrispondenza delle attività che vengono svolte: i
contadini, gli artigiani, gli operai, i commercianti. Il principio della specializzazione delle attività
esige che accanto alla classe che ha come compito specifico quello di procurare i beni necessari alla
collettività debba esserci un’altra categoria di persone che si occupa esclusivamente della difesa dei
beni e della comunità dagli attacchi dei nemici. Questa seconda categoria è la classe dei CUSTODI
e nel suo ambito Platone distingue altre 2 categorie di persone: i custodi-guerrieri assolvono
all’esigenza della difesa della comunità; i custodi-reggitori cioè i politici che governano lo stato.
Uno dei problemi politici più importanti è sapere quali persone devono appartenere alla prima, alla
seconda e alla terza dato che l’ufficio dei custodi è massimo e quindi richiede libertà dalle altre
occupazioni, arte e cura e natura idonea a questa occupazione. Questo problema può essere risolto
solo con una riorganizzazione della polis fondata sull’eliminazione delle due istituzioni sulle quali
si fonda l’ordinamento politico sociale che non consentono di governare secondo i principi di una
politica scientifica: la famiglia e la proprietà. Queste due istituzioni si frappongono tra l’individuo e
lo stato rinchiudendo l’individuo in gruppi fra loro ostili ognuno preoccupato di ampliare la propria
influenza, il proprio potere, a danno di quello dello stato. La famiglia costringe l’individuo a
svolgere un’attività contrastante con le sue vere attitudini, unicamente per il rispetto del prestigio,
delle tradizioni famigliari e per la difesa delle posizioni di privilegio che ha conquistato. Questo
ruolo politico della famiglia trova sostegno nella proprietà privata che istituzionalizza e rende
immodificabili le posizioni di potere che la famiglia è riuscita a conquistare. Quindi i nemici della
stato e dell’individuo sono la famiglia e la proprietà che sostituiscono lo stato nell’attività politica.
La proprietà privata è la causa del male più grave della società: a distinzione tra ricchi e poveri, in
lotta tra loro che ha stremato la polis e la porterà alla distruzione. Eliminando la proprietà e la
famiglia si potrà attuare un ordinamento collettivistico e comunistico che consentirà di riconoscere
la natura degli individui e collocarli in quella classe cui sono destinati dalle loro predisposizioni.
Ogni individuo avrà un’educazione comune affinché i custodi possano rendersi conto delle loro
attitudini e indirizzarli verso quelle attività cui sono destinati dalla stessa natura. L’educazione
diventa lo strumento più efficace per formare la personalità degli uomini. La politica si presenta
come una paideia cioè un’ideologia.
La giustizia e le 3 funzioni dello stato secondo Platone
La giustizia si realizza allorché ciascun individuo nello stato svolge solo l’attività che corrisponde
alle sue predisposizioni naturali. L’individuo può svolgere bene un solo compito ed occorre bandire
dallo stato l’abitudine di svolgere due o più attività a volte contrastanti tra loro. Le tre funzioni
principali dello stato che si riferiscono alla produzione dei beni necessari alla vita della città, alla
sua difesa e al suo governo trovano un’analogia nell’interna struttura dell’uomo in cui coesistono
principi di azione: l’anima incupisci bile che presiede la vita biologica; quella irascibile in cui si
esprime la forza dell’individuo; l’anima razionale che deve sovrintendere l’attività dell’uomo e
governare le altre due anime. Alle tre anime dell’individuo corrispondono le
tre classi della società: l’anima razionale sono i reggitori-filosofi ai quali è demandato il governo
dello stato. Ogni anima e ogni classe deve avere una forma e disciplina cui corrisponde una
determinata virtù: l’anima razionale la saggezza, quella irascibile la fortezza, quella concupiscibile
la temperanza. Quest’ultima è importante perché rende possibile i rapporti tra governanti e
governati. La giustizia è il principio in base al quale ogni individuo compie l’attività che gli è
propria, attua e perfeziona la sua natura. La giustizia si realizza in ciascun individuo come ordine
interiore che informa e sostiene le attività del soggetto e le coordina con quelle degli altri membri
della comunità. La giustizia è il principio ideale, l’anima dello stato. La ricerca del fondamento e
del principio della giustizia e della sua funzione è compito della filosofia. La conoscenza filosofica
attiene all’intelligenza, alla facoltà che secondo la formula platonica raggiunge le idee attraverso
alle idee e finisce alle idee. Platone perviene ad indicare il nesso indissolubile tra politica e
filosofia: infatti il problema di intendere l’unità reale della polis e l’ordinamento che vi corrisponde
è connesso con il problema della conoscenza e con la fondazione metafisica dell’intelligenza. Lo
stato platonico è uno stato di ragione perché governato dalla razionalità: la politica è attività volta a
garantire il comando del razionale cui l’irrazionale deve essere sottomesso. Questo stato che
somiglia a una persona si fonda su un ordinamento collettivistico ed è governato dai custodi filosofi
che ispirano i loro provvedimenti al modello dello stato perfetto. Prima cura dei governanti sarà
sorvegliare che il sistema educativo non incorra in deviazioni. La politica demografica deve
mantenere la popolazione costante con riferimento al numero di 5.350. La città deve avere tanti
abitanti quanti sono necessari alla difesa e alle altre attività che forniscono beni e servizi
indispensabili. Non numero inferiore perché lo stato sarebbe preda dei nemici, non superiore perché
si costituirebbe la divisione tra ricchi e poveri. Ci deve essere un severo controllo delle nascite con
unioni predeterminate dai custodi che dovranno informarsi sui criteri dell’eugenetica. I nati deformi
e con difetti devono essere abbandonati. Abolizione della famiglia e della proprietà. A un
matrimonio privato è sostituito un matrimonio di stato. L’unione dell’uomo con la donna sin che
sono in grado di procreare può essere consentita solo dai custodi. Passata tale età le unioni sono
libere.
Il processo di trasformazione della polis per Platone
Anche la polis per Platone non si sottrae al processo di trasformazione e corruzione: è opera
dell’uomo e partecipa al ciclo cui sono soggette tutte le cose naturali: nascita sviluppo e morte. Il
processo di decadenza inizierà quando i custodi sbaglieranno i calcoli che presiedono alle
generazioni umane delle classi: individui appartenenti alla prima classe si troveranno nella seconda
o nella terza o viceversa. Verrà intaccata l’armonia fondamentale e comincerà a trasformarsi la
classe dei custodi o la classe di governo. La polis passerà attraverso le forme di governo che
corrispondono alle fasi degenerative: dall’aristocrazia che è la forma di governo propria della città
ideale dei reggitori filosofi, alla timocrazia il governo dei forti, degli animosi, dei guerrieri che
allontanano i saggi dal potere; all’oligarchia, il governo che si fonda sulla sola ricchezza con
l’esclusione dei poveri; alla democrazia, il governo che si basa sulla maggioranza dei non abbienti
con l’esclusione dei ricchi; infine alla tirannide, la pessima tra le forme corrotte di governo. Questo
processo rappresenta la crisi razionale e l’emergere dell’irrazionale.
La forma di governo si corrompe e si trasforma quando viene assolutizzato il principio che ne
costituisce il fondamento cioè quando diventa unico oggetto dei desideri degli uomini lo scopo che
essa si prefigge: la libertà. La libertà diventa principio che legittima ogni forma di arbitrio e che a
poco a poco determina una forma di latente anarchia. La crisi della democrazia coinvolge l’intera
società in quanto provocata dal dominio che il concupiscibile esercita sulle altre due facoltà, in
particolare sulla razionalità. La repubblica si conclude con un richiamo al problema religioso: ala
sopravvivenza dell’anima; al giudizio cui tutti gli uomini saranno sottoposti dopo la morte; alla
metempsicosi, alla continua reincarnazione delle anime fin chè non riescono a purificarsi; alla scelta
che ogni anima fa della sua futura vita. La libertà dell’individuo è affermata sul piano religioso: la
vita che viviamo è il risultato di una libera scelta della nostra anima.
Le forme di governo secondo Platone
La politica come scienza si compone di 2 parti: 1. una teorica che riguarda la conoscenza
sistematica dell’organizzazione della polis 2. e una pratica che si riferisce all’attività di governo e
che viene trattato nel dialogo Il politico Il politico è un dialogo sull’arte di governo in cui c’è la
ricerca e descrizione. Con riferimento al re filosofo parla dell’animo del governante. L’attività di
governo è definita arte regia: arte in cui acquista rilevanza la conoscenza, è l’arte di guidare il
popolo. Il re-filosofo è superiore perché ha l’arte regia e conosce il bene della città. La politica
come arte di governo può essere paragonata all’architetture e il politico all’architetto. L’arte regia
può essere paragonata all’arte del tessitore. Nel tessere la tela della società il politico deve servirsi
del filo d’oro della giustizia al quale devono essere annodate le relazioni degli individui nella polis.
Lo scopo fondamentale dell’arte regia : stabilire i vincoli saldi tra quanti vivono nella polis, di
annodare nel tessuto sociale i forti, i saggi e temperanti componendo questi caratteri in modo che ne
risulti un tutto armonico. L’arte regia produce un ordine politico. Quando in uno stato non c’è il re
filosofo perché è difficile trovarlo, abbiamo 3 forme di governo 1. monarchia 2. aristocrazia 3.
democrazia queste forme di governo non sono perfette ma comunque buone. Se degenerano si
trasformano in 1. tirannide 2. oligarchia 3. democrazia degenerata
l’elemento che distingue le forme buone di governo da quelle degenerate è la legge unita al
consenso, mentre in quelle degenerate il potere è imposto con la forza la democrazia se degenera
può sfociare in anarchia. Platone dice che l’arte regia, purchè esercitata da un re-filosofo cioè da un
uomo che sia pervenuto al grado supremo della virtù e della sapienza, alla visione dell’idea del
sommo bene, può sostituirsi alle leggi e può assumere provvedimenti che violano le leggi stesse.
L’arte regia legittima un governo senza leggi
Le leggi di Platone
Le leggi è un dialogo tra alcuni personaggi greci che devono dare una costituzione alla città e
discutono sulle leggi da darle. Cosa sono le leggi per Platone? Sono il giudizio della ragione su ciò
che è bene e su ciò che è male. Il giudizio della ragione diventa un pubblico decreto; diventa norma
positiva approvata dall’organo apposito. La legge è espressione della ragione e se non si segue la
legge si fa il male. I governanti soggetti alla legge non dovrebbero cambiarle se non in casi
eccezionali Le leggi sono importanti affinchè le forme politiche non degenerino. In questo dialogo
si descrive anche una forma di governo mista che unisce i caratteri di 2 forme di governo: la
monarchia che tocca il massimo dell’autorità presso i persiani e la democrazia che tocca il vertice
presso i greci. Per evitare la degenerazione di queste 2 forme ci deve essere libertà e concordia +
contemperamento delle due forme di governo e dei loro 2 principi (autorità e libertà). Quindi della
due costituzioni, una dispotica (persiani) e una liberale (greci), se arrivano agli estremi degenerano,
se rimangono equilibrate nasce una buona forma di governo mista
Aristotele: il pensiero politico
384-322. Era macedone. La politica è una delle 4 discipline in cui si articola la scienza dell’uomo:
le altre 3 sono la psicologia, l’etica e la retorica. Platone le trattava tutte insieme in una prospettiva
filsofico-politica, mentre lui le distingue. L’opera di Aristotele si intitola Politica. Appartiene al
terzo gruppo degli scritti aristotelici, quelli di carattere scientifico, redatti dalla scuola istituita da lui
ad Atene, il liceo. La polis è connaturata all’uomo. L’uomo è uno zoon politicon, yun essere
politico. La sua umanità si esprime nella sua politicità. Per realizzarsi e raggiungere la felicità
l’uomo deve vivere nella polis. L’uomo è la forma della koinonia politica (la comunità politica). La
prima forma di koinonia è la famiglia che continua la specie umana. Viene poi il gruppo parentale
che riconosce un progenitore comune; la tribù che comprende più gruppi gentilizi; il villaggio che
comprende più tribù; la polis che comprende più villaggi. Nella famiglia ci sono 3 tipi di comando
ed obbedienza sui quali si fonda la costituzione della polis che per Aristotele è un sistema di
comandi ed obbedienze. Sono quelli tra padre e figlio, marito e moglie, padrone e schiavo e si
distinguono secondo la gerarchia naturale delle intelligenze: il figlio l’ha in potenza, la moglie
attenuata, lo schiavo ha poche capacità intellettuali. Ci sono 3 tipi di autorità: 1. nei confronti dei
figli è simile a quella del re sui sudditi, 2. nei confronti della moglie è come quella del magistrato
sui cittadini 3. nei confronti dello schiavo è quella del despota.
Divergenze di Aristotele con il pensiero di Platone
La giustificazione della schiavitù è data dalla gerarchia naturale delle intelligenze. Il governo della
famiglia è definito da Aristotele con il termini economia (oikos=famiglia, nomos=regola) nel cui
ambito sono precisati i criteri da seguire nell’attività volta a procacciare i beni materiali necessari.
La produzione della ricchezza è indicata con il termina crematistica. La prima trova un limite nelle
necessità della comunità, la seconda non incontra limiti.
La comunità politica per lui si caratterizza per l’affermazione relativa alla pluralità delle forme
secondarie di socialità poste dalla natura che lo stato deve mantenere in sé rispettandone
l’autonomia. È in contrasto con la tesi platonica secondo cui tra l’individuo e lo stato non deve
esserci alcun diaframma ma una immedesimazione di tipo organico. Dice che il collettivismo
proposto da Platone è irrealizzabile perché contrasta con la naturale struttura della società politica la
quale si articola in una pluralità di forme secondarie di socialità ed è costituita da individui tutti
diversi l’uno dall’altro per il diverso grado di partecipazione alla virtù. La famiglia e la proprietà
sono i due istituti fondamentali dello stato, presupposto del processo di articolazione da cui s
origina la società politica. Abolire la proprietà sarebbe abolire l’unico criterio per fissare la giusta
ricompensa per il lavoro svolto dai singoli. La società collettivistica non riesce neanche a realizzare
l’unità: uno stato del genere si scinde in due classi contrapposte: i guerrieri che hanno la forza
militare e i lavoratori che sono sottoposti ai primi. Aristotele non è fautore di una concezione
privatistica della proprietà: ritiene che la migliore proprietà sia quella privata integrata dalla
comunanza dell’uso. Una proprietà in cui venga posto in risalto il fine sociale, che non sia
considerata nell’unica prospettiva del singolo ma con riferimento anche alle esigenze della
collettività.
Lo studio della politica per Aristotele
Lo studio della politica è distinto in 4 grandi parti: 1. la prima tratta della costituzione migliore, che
corrisponde ai principi assoluti in sede filosofica 2. studia come realizzare tale costituzione 3. si
occupa della costituzione vigente per studiare i provvedimenti che consentono di renderla stabile 4.
analizza la costituzione più adatta a tutte le città per individuare i principi comuni a tutte le
costituzioni reali.
La costituzione migliore è quella in cui ogni cittadino possa meglio provvedere alla sua prosperità
materiale e alla sua felicità. L’ordinamento politico della città deve essere informato che tra gli
eguali ci deve essere compartecipazione dei diritti e dei beni tranne il caso in cui ci sia qualcuno che
emerge per virtù e capacità pratica alla cui volontà è giusto obbedire. Se la felicità è inscindibile
dalla virtù, la potenza e il dominio non sono il fine della polis ma devono essere dei mezzi per
assicurare la difesa della polis. La guerra deve essere combattuta avendo sempre di mira la pace. Il
comando è legittimo solo se esercitato nei confronti di quelli che la natura destina ad obbedire.
Estendere il potere al di la dei limiti fissati dalla gerarchia naturale è un atto di sopraffazione.
La struttura sociale della polis per Aristotele
La struttura sociale della polis e la suddivisione in classi sociali si fonda sui compiti che devono
essere assolti dalla comunità: l’alimentazione, le arti per le merci necessarie alla vita associata, la
difesa militare, la finanza pubblica, il culto divino, la decisione sugli interessi generali e i diritti
reciproci. A questi compiti corrispondono 6 classi: agricoltori, artigiani, guerrieri, benestanti,
sacerdoti e magistrati.
Deve sussistere un rapporto di proporzione tra le parti che formano la polis in modo da armonizzare
gli individui e le loro attività con il tutto e conseguire l’ordine. Il Senso del limite delle presiedere
alle attività che si svolgono nella polis: la proporzione, la misura, l’armonia sono i principi sui quali
si fonda l’ordine. Il territorio deve essere scelto in modo da garantire alla città l’indipendenza
economica e la difesa: deve essere fertile ed avere uno sbocco al mare che faciliti i commerci. Deve
essere praticabile per i suoi abitanti e difficilmente accessibile per i nemici. La collocazione ideale
della città è tra terra e mare in modo che possa essere aiutata da tutte le parti. Il legislatore deve
preoccuparsi della sanità della stirpe tramite leggi matrimoniali che devono essere informate ai
criteri dell’eugenetica, sia per prevenire malattie o deformità, sia per esercitare un controllo sulle
nascite. La popolazione deve essere proporzionata alle esigenze della città, né troppo piccola né
troppo grande, in modo da consentire a tutti i cittadini di conoscersi e di comprendere in una visione
sintetica tutta la popolazione. La popolazione deve avere un limite: devono conoscersi
reciprocamente; devono condurre una vita politica autosufficiente. I popoli possono essere divisi in
3 razze le cui caratteristiche sono determinate dal clima: 1. clima freddo: i popoli dei paesi del nord
sono di temperamento vivace ma non molto intelligenti. 2. clima caldo: i popoli del sud (Asia e
Africa), sono intelligenti e abili nelle arti ma non hanno forza morale il che li predispone alla servitù
politica 3. clima temperato: solo la stirpe greca che vive in una zona mediana compone i caratteri
nordici e quelli asiatici e ha quindi intelligenza e forza morale. Infatti ha ordinamenti politici liberi.
La classificazione delle istituzioni per Aristotele
Se l’animale è mosso dagli istinti. L’uomo invece si governa tramite la ragione che gli consente di
disciplinare ed educare la sua natura. Il nesso tra comando e obbedienza è la virtù, propria
dell’uomo dotato di ragione, dell’uomo probo. Il legislatore deve far si che i cittadini diventino
uomini probi. Il mezzo più importante per formare un cittadino virtuoso è l’educazione.
L’educazione dei giovani deve essere informata alla costituzione vigente. L’istruzione dei giovani
deve essere affidata allo stato perché la preparazione per il raggiungimento di un fine comune deve
essere comune a tutti quelli che si propongono quel fine. La città ha una formazione complessa ed è
composta da diversi elementi: l’elemento più importante è il cittadini, cioè chi può partecipare al
governo della polis. La virtù del cittadino consiste nel saper comandare e nel saper obbedire. La
costituzione (politeia) ha per oggetto l’ordine delle magistrature, il modo con cui vengono
assegnate, l’attribuzione della sovranità, la determinazione del fine di ciascuna associazione: essa va
tenuta distinta dalle leggi che fissano le norme in base a cui i magistrati esercitano il loro potere. La
classificazione delle istituzioni si basa sul fatto che il governo è il potere sovrano e può essere
detenuto da uno, da pochi o da molti, che possono esercitarlo nel rispetto della comune utilità o nel
proprio interesse: nel primo caso ci sono le 3 costituzioni perfette, monarchia, aristocrazia e politica
o democrazia dei liberi; nel secondo la tirannide, l’oligarchia e la democrazia della moltitudine. La
politica è la costituzione per antonomasia: la cittadinanza è riconosciuta sono a quelli che per
condizioni sociali possono conseguire la virtù del cittadino e sono liberi. I liberi hanno tutti la stessa
dignità e diritti e tra loro vige il principio d’uguaglianza e tutti devono esercitare il potere
alternandosi al governo. All’interno di ognuna delle 6 costituzioni ci sono 3 altre sottospecie.
Aristotele fa una distinzione tra costituzione materiale e formale.
È convinto che solo in una categoria ristretta di persone altamente selezionata dal punto di vista
delle tradizioni e dell’educazione (l’accademia platonica), sia possibile esprimere quell’armonia e
concordia di intenti e quelle capacità intellettuali che sono le premesse perché il governo operi nel
rispetto delle leggi.
Il potere della maggioranza per Aristotele
Nella democrazia i molti non hanno alcun sentimento di rispetto e obbediscono solo se obbligati
dalla paura che impedisce loro di commettere malvagità. Tra la politica e la democrazia ci possono
essere tante composizioni intermedie a seconda delle diverse composizioni sociali della polis. Nella
città ci sono le seguenti categorie: agricoltori, operai, commercianti, guerrieri e politici. La
costituzione assume caratteristiche diverse a seconda della prevalenza di questa o quella categoria. I
molti possono esprimere una opinione più valida e giusta dei pochi: questa è la giustificazione al
principio della maggioranza, norma fondamentale per ogni ordinamento democratico. Accetta la
tetrocrazia che Platone rifiutava: come il pubblico giudica meglio degli esperti l’opera che è stata
rappresentata, così la maggioranza dell’assemblea esprime sui provvedimenti che riguardano il
governo un giudizio più affidabile di quello dei singoli. Sarebbe però pericoloso ammettere i molti
alle magistrature più importanti che detengono la guida politica della città: essa invece può
deliberare sui normali affari pubblici e partecipare alle elezioni dei magistrati. Così sia attua un
contemperamento tra l’aristocrazia o oligarchia e la democrazia e si realizza una costituzione che è
un giusto mezzo tra gli estremi. Il principio fondamentale cui deve ispirarsi l’ordinamento politico è
la sovranità della legge, che deve essere superiore a qualsiasi cittadino e tutti i magistrati devono
essere guardiani e servi della legge. La costituzione deve sottomettere la volontà dell’uomo a quella
della legge. Il principio della sovranità della legge trova la sua attuazione solo in una costituzione
che si basi sulla classe media che è veramente libera in quanto non è corrotta u fuorviata dagli
interessi delle grandi ricchezze né condizionata dalle necessità giornaliere. È in grado di mantenere
l’equilibrio tra ricchi e poveri. Solo una forte classe media può assicurare l’equilibrio sociale
necessario per la democrazia.
Il metodo cui si serve per analizzare i diversi tipi di costituzione è confermato nel libro V della
politica dedicato allo studio delle cause delle tensioni e dei conflitti sociali che sboccano nella
trasformazione violenta delle costituzioni. Il presupposto di fondo è che l’ordine deve essere
considerato come il fine ultimo della politica in quanto scienza dei mezzi più idonei a conservare il
potere. Tutti i tipi di costituzione si equivalgono in quanto garantiscono una certa misura di ordine e
stabilità politica. Si tratta di rendersi conto delle cause che determinano la trasformazione di una
costituzione per individuare le massime per conservarla. Le tensioni, i conflitti e le trasformazioni
violente appartengono alla patologia della polis. Stasis = sedizione, ribellione, rivolta Metabolè =
mutamento cambiamento, trasformazione della costituzione I conflitti sociali e politici sono
determinati dall’ineguaglianza e dal desiderio di attuare l’eguaglianza. Possono essere finalizzati
alla deposizione dei governanti per sostituirli con coloro che hanno promosso la rivolta o cambiare
del tutto la costituzione. I fattori che provocano l’insorgere della rivolta sono 3: 1. morale-
ideologico, le condizioni che giustificano l’insurrezione 2. lo scopo che si intende conseguire 3. le
occasioni che consentono di iniziare la rivolta
Aristotele - Lotta per il potere
Il governo deve porre una cura costante nella difesa dell’ordine politico, in quanto le rivoluzioni
sono la conseguenza di una serie di atti che considerati isolatamente sono deboli ma nel loro
insieme determineranno una situazione che non potrà più essere controllata. Chi detiene una certa
potenza alla fine cercherà di organizzare una rivolta per avere l’intero controllo del potere o perché
non sopporta che venga detenuto da altri. Le aristocrazie e le oligarchie finiscono per le lotte e le
divisioni interne: vengono promosse da parte dei ricchi che non hanno parte del potere e con l’aiuto
del popolo riescono ad abbattere il governo oligarchico. Ma può accadere anche che gli esclusi
organizzino una rivolta per riconquistare il potere. Nei regimi monarchici le ingiustizie, la
requisizione dei beni privati e il disprezzo con cui sono trattati i sudditi sono la causa delle rivolte.
Occorre distinguere il regno dalla monarchia: il primo si fonda sul consenso dei sudditi, la seconda
esercita un potere indipendente dal consenso. La tirannide può essere conservata con due politiche
diametralmente opposte: 1. applicare i principi e le massime di governo del potere tirannico:
controllo totale sui cittadini con spie e delatori e sorveglianza. Conviene dividere i cittadini
sfruttando e alimentando il contrasto tra ricchi e poveri, soprattutto il sentimento d’invidia delle
masse nei confronti dei primi. Poi eliminare e ridurre all’impotenza le personalità più eminenti tra i
cittadini, vietare ogni forma di associazione, ridurre i redditi e il patrimonio degli abbienti e della
classe media, impegnare le energie della città nella guerra. 2. conservare la sostanza del potere
imitando nella forma il governo monarchico: il tiranno deve far mostra di perseguire la pubblica
utilità soprattutto in piano finanziario; deve avere un comportamento nobile e seguire una vita
morigerata per ispirare rispetto e non paura; onorare i cittadini più eminenti ma evitare che
qualcuno diventi troppo potente; ridurre l’influenza dei personaggi più rappresentativi ma con
cautela e non in modo drastico; governare in modo che i ricchi e i poveri si convincano che possano
sopravvivere solo grazie al suo potere.
Le trasformazioni della politica e della democrazia sono provocate dalla mancata osservanza del
diritto Nelle democrazie occorre impedire che il cittadino acquisti una potenza tale da mettere in
pericolo la stessa costituzione. Sono necessarie norme che consentano all’assemblea di allontanare
dalla polis coloro che possono assumere per la loro autorità, l’iniziativa di una modifica radicale
della costituzione.
L’esperienza politica romana
Gli elementi costitutivi della civica romana erano: - la gens: gruppi di famiglie che riconoscevano
un progenitore comune - i loro capi (patres familiarum) - il rex - il populus: l’insieme degli armati
forniti dai gruppi gentilizi la famiglia e la gens erano comunità sovrane: il pater familias aveva la
signoria assoluta su tutti i suoi soggetti, parenti e clienti e diritto di vita e morte sugli stessi. Il rex
aveva l’imperium: era comandante militare, sacerdote e giudice. Era assistito da un consiglio di
anziani e per le pratiche del culto da un consiglio di auguri e poi di pontefici che avevano il compito
di custodire e interpretare le tradizioni religiose
Il popolo era formato unicamente da guerrieri partecipava alla creazione del re mediante
l’acclamazione espressa nei comizi curiati. La plebe, costituita da piccoli proprietari, cittadini liberi,
artigiani, che non appartenevano a nessun gruppo era esclusa dalla civica e sottoposta al dominio
delle gentes. La contrapposizione tra patrizi e plebei caratterizza la storia della costituzione del
diritto romano. La necessità di difesa e di espansione del dominio imposero la trasformazione
dell’esercito gentilizio basato sulla cavalleria in esercito oplitico fondato sulla fanteria pesante che
richiedeva un reclutamento che finì per coinvolgere anche la plebe. Il territorio cittadino fu diviso in
31 circoscrizioni (tribù) che erano la base per il reclutamento e per il pagamento dei tributi. A tal
fine il popolo era distinto in 6 classi sulla base del censo in 193 centurie che fornivano i diversi
contingenti dell’esercito. Ai comizi centuriati furono demandate le dicisioni sulla pace e sulla
guerra, l’elezione dei magistrati, l’approvazione delle leggi. Intorno al 509 l’oligarchia gentilizia
sostituì al rex una magistratura annuale, prima il magister populi, poi due pretori e infine due
consoli. L’imperium trovava dei limiti sia nella breve durata dell’incarico sia nella collegialità in
quanto uno dei due poteva bloccare le iniziative del collega. L’esigenza della sempre più complessa
organizzazione della civica portarono all’istituzione delle altre magistrature della repubblica: i
censori (ex consoli) che avevano il compito di iscrivere i cittadini nelle liste censuarie e
sottintendevano la morale pubblica i questori ai quali fu affidata l’amministrazione dell’erario i
pretori che sovrintendevano la giustizia gli edili curuli competenti per la polizia urbana
Dittatura nell'antica Roma
Magistratura straordinaria è la dittatura, deliberata dal senato in caso di grave pericolo della civica.
Nella costituzione repubblicana si distinguevano le magistrature cum imperio (dittatori, consoli e
pretori) e quelle cum potestate che avevano dei compiti definiti dalla legge. Dopo l’instaurazione
dell’ordinamento repubblicano e l’esercito cittadino l’esclusione della plebe dai benefici della
civica non poteva più essere mantenuta a lungo. L’aristocrazia rappresentata dal senato accolse le
richieste di un primo riconoscimento della plebe nella civica repubblicana, con l’istituzione di una
nuova magistratura ed organi propri della plebe. Furono istituiti 10 tribuni della plebe con la facoltà
di esercitare lo ius auxili e lo ius intercessionis contro giudizi penali o arresti illegali e
provvedimenti arbitrari a danni dei plebei e imporre il veto agli atti pubblici
Diritto e costituzione nell'antica Roma
Il diritto è l’anima della civica, è la sua ragion d’essere. È la logica giuridica che consente di
organizzare la civica. Il diritto è connesso con le norme di carattere sacrale e religioso e per molto la
sua regolazione rimase prerogativa del collegio dei pontefici. Ma si cominciò dal periodo
monarchico a distinguere ciò che si riferisce direttamente al sacro, il fas, e ciò che invece è
manifestazione dell’imperium del rex. La giurisprudenza è la fonte più importante delle norme
giuridiche che riguardano la disciplina dei rapporti e degli interessi dei singoli. Si pone così la
distinzione tra privato e pubblico. Il privato
trova la sua disciplina sulla base dell’iniziativa dei singoli. Il diritto pubblico trova la sua fonte nella
lex, approvata dai comizi curiati. La costituzione è il modo per trasformare la civica in una
repubblica il cui fondamento è dato dal diritto.
Tre posizioni tipiche del comando nell'antica Roma
imperium: è un potere originario nel senso che non promana dall’ordinamento giuridico-politico
della res publica ma attiene all’esistenza stessa della civitas, alla sua unità reale. È illimitato e si
estende su tutto e su tutti. auctoritas: questa forma di comando scaturisce dalla preminenza e dal
prestigio che una persona, un ordine, un’istituzione hanno nella società, indicata con il termine
autorità. L’ordinamento repubblicano riconosce un ruolo importante per l’auctoritas del senato, per
la quale le proposte di legge dovevano ricevere l’assenso del senato potestas (il potere): la volontà è
l’energia che dà vita all’azione, distinta dalla ragione. Una volta scoperta l’autonomia della volontà,
per portare a compimento l’azione non basta volerla, si richiede che il soggetto abbia un potere
adeguato per realizzarla. Il diritto fa sussistere il potere degli associati, del singolo, dei magistrati,
del popolo. La ragion d’essere del potere sta nell’organizzazione della società attuata con il diritto.
Polibio: la costituzione
Dopo la vittoria definitiva su Cartagine che la potenza romana era destinata a dare attuazione al
programma di Alessandro Magno di unificazione del mondo abitato. Dice che la costituzione è
connessa con la vita della città. Le comunità si costituiscono per un istinto proprio di tutti gli esseri
viventi che si uniscono per difendersi dai comuni pericoli: il gruppo riconosce come guida l’essere
più dotato e forte. La ragione, che distingue l’uomo dalle bestie è nella consapevolezza dei benefici
che la vita sociale procura. La comunità promuove la formazione di sentimenti e di convinzioni
comuni circa il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Ciò consente agli uomini di intendere il
vantaggio che loro deriva dal conseguire le norme della virtù. La prima costituzione è la monarchia,
dalla sua degenerazione deriva la tirannide. A questa subentra il governo dei ricchi e dei potenti
contro la quale insorge il popolo per instaurare la democrazia. Ma anche questa degenera in
oclocrazia (dominio della moltitudine) che determina una situazione di lotte di partiti e fazioni alle
quali pone termine la monarchia. Questo è il compimento del ciclo delle costituzioni. Ogni
costituzione ha in se stessa i principi, le cause della sua corruzione-degenerazione e della decadenza
e dissolvimento. Nelle costituzioni rette il potere si fonda sul consenso dei governati, in quelle
degenerate sulla forza e sulla paura. Nella monarchia e nell’aristocrazia chi governa si avvale della
persuasione e rispetta i limiti che gli sono posti dai valori etico-religiosi, dalla giustizia. Ogni
costituzione si fonda su un accordo tra chi detiene il potere e la maggioranza degli associati.
Quando questo rapporto di fiducia viene meno la costituzione comincia a corrompersi. La crisi di
questo patto di governo deve essere imputata a chi detiene il potere. Il governo richiede una sana
virtù civile, ma questa virtù si consuma con il tempo e già nella seconda generazione comincia a
subentrare nei governanti l’orgoglio e il desiderio di primeggiare che suscita risentimento e odio del
popolo. Descrive il passaggio dalla democrazia all’oclocrazia: Con il passare delle generazioni si
modificano i sentimenti e le convinzioni e il popolo decade a livello della plebe, della moltitudine e
si confonde con essa. Il potere passa così dal popolo alla moltitudine, che diventa il dispotico
signore dello stato.
Polibio dice che si possono studiare degli accorgimenti per rendere la costituzione più duratura
possibile per garantirne la stabilità. Occorre predisporre un limite al potere e cioè un altro potere
che lo freni, che gli impedisca di diventare assoluto e mutarsi nella forma di governo imperfetto. Per
garantire la stabilità, le costituzioni perfette devono limitarsi a controllarsi a vicenda: la migliore
forma di governo deve essere riconosciuta nella costituzione mista, che riesce a comporre in un
armonico sistema i principi delle 3 costituzioni perfette: monarchia, aristocrazia e democrazia.
(Questa costituzione fu realizzata per la prima volta da Licurgo) a Roma il principio monarchico è
rappresentato dal potere dei consoli che hanno il potere esecutivo comprendente il comando della
forza militare e il governo della repubblica; il senato rappresenta il principio aristocratico essendo
formato dai capi dei gruppi gentilizi con un incarico a vita: la sua competenza si riferisce al potere
amministrativo, cioè al controllo elle entrate e delle uscite, alla politica estera, alla soluzione delle
controversie che possono nascere nell’ambito delle relazioni con altri stati. Il potere giudiziario e
legislativo sono attribuiti ai comizi, cioè al popolo che fa così valere il principio democratico. In tal
modo la costituzione romana è formata da organi che si controllano a vicenda bilanciandosi l’uno
con l’altro, realizzando quella costituzione che era nei voti di Aristotele. Ma anche la costituzione
romana non si sarebbe potuta sottrarre al processo di decadenza che caratterizza tutti gli stati. Le
pressanti richieste della plebe per una più equa distribuzione delle terre pubbliche furono all’origine
del pessimismo dell’aristocratico Polibio.
Cicerone - De re publica, De legiis, De officii
(106-43) - Gli scritti politici più importanti sono De re publica, De legiis, De officiis. Fu il teorico
della libertà repubblicana di contro agli orientamenti politici che ritenevano essere possibile
garantire l’ordine, la pace sociale, il dominio e la potenza di Roma con una radicale riforma della
costituzione. Ritiene che la politica rappresenti il culmine dell’attività dell’uomo. Riconosce un
nesso tra teoria e pratica nel senso che l’opera dell’uomo di stato non è altro che l’attuazione di quei
principi, di quei valori che vengono professati in sede teorica: c’è quindi nella politica una riposta
filosofia che si deve riconoscere al fine di migliorare la nostra preparazione. Rifiuta l’idea
utilitaristica e pattizia della società; ritiene che ci sia una naturale predisposizione degli uomini a
vivere in società. La prima vera causa di aggregazione non è la necessità ma il bisogno, il fatto che
L’uomo a differenza degli altri animali può sopravvivere solo se viene allevato, aiutato dai suoi
simili. L’uomo non ama vivere in solitudine ma con gli altri uomini perché solo nella società può
esprimere la sua natura razionale. L’uomo è portato per natura a conoscere la verità e a far
conoscere la verità; a volere la giustizia e farla rispettare; ad essere benevolenti e generosi. Sono
questi i 3 aspetti dell’onesto. Esistono tanti tipi di società per quanti sono i tipi di solidarietà umana:
la famiglia, il gruppo parentale, le associazioni e le aggregazioni e associazioni particolari.
Lo stato è fondato sulla società degli uomini ma nello stesso tempo se ne distingue per una specifica
autonomia: ciò che consente allo stato di partecipare alla società ma di esserne distinto è il diritto. Il
diritto promana dalla natura dell’uomo ed è connesso ai valori oggettivi che formano l’onesto. Il
diritto trova il suo più valido collegamento con la giustizia che garantisce la sua efficacia di vincolo
sociale che fa di una pluralità di uomini e cose una unità reale, il popolo, la res publica. Il diritto
diventa potere cioè l’attività che fa sussistere ogni forma di vita associata. Senza di esso né la
famiglia, né lo stato, né la nazione, né il genere umano, ne la natura né il mondo potrebbero
sussistere. Cicerone non usa il termine polis che corrisponde in latino a civitas ma si serve del
termine res publica per indicare l’organizzazione politica in quanto tale, connessa con il diritto. La
parola status significa condizione, modo d’essere dove status-republicae indica la costituzione con
un significato giuridico-politico. Lo stato per Cicerone è la cosa pubblica cioè la cosa che
appartiene al popolo. Il popolo non è qualsiasi insieme di individui ma è quella moltitudine che si è
associata per una comune utilità e mediante il vincolo del diritto. I singoli costituiscono una unità e
possono diventare popolo solo grazie al diritto. Il diritto può rimanere come vincolo fondamentale
nella società politica solamente se nello stato, per quanto riguarda l’organizzazione politica si
afferma il principio di libertà. Per Cicerone la libertà è essenzialmente repubblicana. Si riferisce al
ruolo che viene riconosciuto al popolo nella costituzione romana, al fatto che il popolo sia titolare
della summa potestas che corrisponde alla sovranità popolare degli stati contemporanei.
S. Agostino - De civitate dei
354-430. La politica è valutata nella prospettiva di una concezione teorico-filosofica della storia
universale ed ha un preciso riferimento alla concezione ciceroniana della repubblica, ai rapporti tra
l’impero e la chiesa ed alle questioni più complesse poste dai quei rapporti all’etica cristiana. Scrive
l’opera in occasione della conquista e del sacco di Roma da parte dei Visigoti. Sembrava aver
trovato fondamento l’accusa rivolta ai cristiani dagli ambienti politici che erano rimasti fedeli alla
religione degli antichi dei di Roma, di aver promosso la decadenze della potenza militare
dell’impero con la diffusione dei loro ideali avversi all’etica civile romana. Voleva dimostrare
l’inconsistenza di questa accusa valutando i rapporti tra Cristianesimo e Impero. Ci sono 2 modi di
vivere, due mondi umani, due popoli, due città che risalgono alle origini della storia del genere
umano e sono il costante punto di riferimento della storia universale. Le due città sono la Civitas
Dei e la Civitas terrena: civitas indica l’unità degli intenti che ispira tutti i comportamenti di coloro
che la costituiscono, quindi la concordia e l’affinità tra i suoi componenti. La Civitas dei è composta
da coloro la cui vita è ispirata all’amor dei. La Civitas terrena è formata da coloro che ispirano le
loro azioni all’amor sui. L’amor di sé, portato sino al disprezzo di Dio generò la città terrena,
l’amore di Dio, portato sino al disprezzo di sé generò la cità celeste.
Il vincolo che unisce gli uomini delle due città è l’amore: amor sui e amor Dei. L’amore è il
principio dinamico della volontà, ciò che spinge a volere. L’amore è un’energia che tende a
conseguire una serie di beni secondo un determinato ordine. L’amore di se stesso esprime un
proprio ordine che si realizza nella città terrena. Amare se stessi significa conseguire tutti i beni
terreni che possono darci piena soddisfazione, in modo che il nostro animo non sia più turbato e
rattristato. La soddisfazione è lo stato di pace con se stesso. È il desiderio di pace che spinge l’uomo
ad uscire da se stesso e stabilire rapporti sociali con gli altri. Iul desiderio della pace è una
caratteristica della natura dell’uomo. La pace è la ragion d’essere della società umana.
Il fine della politica è di conseguire e mantenere la pace: la repubblica, l’autorità, il potere, le
istituzioni, le leggi debbono essere predisposte in vista della pace. Per avere la pace gli uomini
devono avere desideri e comportamenti che siano in essa corrispondenti. La pace si riflette nella
società degli uomini, nella famiglia e nello stato. Ci sono 2 paci: della città celeste e della città
terrena. La prima è eterna perché ha il suo fondamento in Dio, la seconda è insidiata dalle passioni
sempre mutevoli degli uomini, è incerta, provvisoria e può essere infranta dagli odi e dalla lotte. La
pace è l’unione dell’ordine. L’ordine è la disposizione che assegna ogni cosa al suo posto. Questa
disposizione ritrova la sua fonte e legittimità in Dio, nella sua legge, la legge eterna ch corrisponde
alla ragione e alla volontà di Dio e comanda di conservare l’ordine naturale. Questa legge è
costitutiva della coscienza dell’uomo e le consente di percepire i principi primi dei comportamenti
umani cioè le evidenze morali che sono comuni a tutti gli uomini e che formano la legge naturale.
Differenze tra Cicerone e Agostino
Mentre Cicerone trovava la giustizia nel diritto, Agostino dice che la vera giustizia è quella che si
fonda sulla legge eterna, che si esprime nella volontà di Dio e si attua solo nella città di Dio. Nella
città terrena esiste solo una giustizia terrena. Lo stato deve essere definito come la cosa del popolo
ma il popolo deve essere definito come l’unione degli individui fondata sulla concorde comunione
delle cose che essi amano. Lo stato e l’ordinamento politico sono l’amore di tutti i consociati per
determinate cose. Solo l’amore può stabilire un reale rapporto di unione, di comunione dei
sentimenti e di fare della moltitudine un’unità che sia il fondamento dello stato. Lo stato è costituito
dai seguenti elementi: 1. un’associazione di individui 2. un capo che comanda 3. un patto sociale 4.
una serie di convenzioni precedentemente concordate
il potere si esercita sulle creature razionali, il dominio su quelle irrazionali. Il potere rispetta i diritti
dei suoi sottoposti, il dominio asservisce in tutto e per tutto le persone ai fini di chi lo esercita.
Corrispondenza tra l’oggetto dell’amore e l’ordine della società politica: questo muta col mutare di
quello. Quanto più l’oggetto dell’amore corrisponde alla virtù tanto più l’ordine politico sarà stabile
e lo stato sarà in grado di garantire la sicurezza. Le tradizionali virtù terrene: temperanza, prudenza,
fortezza, saggezza, anche se non illuminate dalla fede, se perseguite con costanza possono far
sussistere un ordine terreno e quindi un ordinamento politico ben costituito. Se l’oggetto dell’amore
non è consono alla virtù perché si vogliono soddisfare i desideri dettati dalla passioni si inizia un
processo di disarticolazione dell’unità degli intenti, entra in crisi la concordia tra i consociati e le
divisioni degenerano in contrapposizioni. Così il popolo non sarà più in grado di autogovernarsi, le
scelte de magistrate sono dettate dalla corruzione di quanti aspirano al potere. Diviene necessario
che il governo venga assunto su iniziativa di una persona dotata di virtù e autorità o da una ristretta
aristocrazia o da uno solo.
Motivi di crisi e corruzione secondo S. Agostino
Il motivo della crisi e della corruzione è nella natura dell’uomo che è contradditoria. È questa la
ragione della tendenza al disordine di ogni società politica. L’uomo, perché ama se stesso aspira alla
pace e vuole l’ordine che corrisponde, ma le cose che desidera e i suoi fini spesso contraddicono
questa aspirazione. Vuol l’ordine e la pace ma quello che fa provoca il disordine e la guerra.
L’amore dei beni temporali, come l’amore per il sapere e per la verità scaturisce nell’uomo da un
sentimento indefinito del bene assoluto cioè Dio: l’uomo che vive per la città terrena senza alcun
pensiero per la città celeste non riesce a riconoscere il ero oggetto di questo desiderio indefinito e
persegue una serie di verità e beni terreni che per essere finiti non riescono mai a soddisfare il suo
desiderio di felicità e di verità che in effetti aspira al sommo bene e alla verità assoluta. Di qui,
l’insoddisfazione e l’inquietudine che spingono l’uomo alla continua ricerca di nuovi beni e nuove
verità. Bisogna distinguere l’amore per la gloria dall’amore della potenza e del dominio che spesso
si tramuta in libidine di dominio.
La città di Dio vive come pellegrina nel mondo ma si serve della pace terrena come di un bene che
appartiene all’ordine della creazione divina ed è impegnata a promuoverla ed a mantenerla. Il
precetto fondamentale della legge eterna è che sia conservato l’ordine naturale, vale a dire, per
quanto riguarda la città terrena che sia conseguita e conservata la pace: la guerra è il rimedio
estremo con cui lo stato assicura e difende la pace terrena contro le insidie e le violenze dei
malvagi. La guerra giusta deve essere sempre finalizzata alla pace e deve essere intrapresa solo per
la difesa.
S. Tommaso - Commento alla Politica di Aristotele
1226-74 Accoglie l’eredita aristotelica e la ripensa alla luce dei valori propri della tradizione
cristiana. Coglie le nuove esigenze maturate nella società del suo tempo. Nel Commento alla
Politica di Aristotele, Tommaso dice che la politica deve essere considerata come scienza
autonoma. Il campo della filosofia si estende a ciò che può essere conosciuto con la ragione e fra i
vari oggetti che la ragione conosce vi è la città che viene considerata come un tutto. La disciplina
che studia la città come un tutto è la scienza politica. La politica non appartiene al genere delle
scienze speculative che riguardano il momento della comprensione, ma a quello delle scienze
pratiche che si riferiscono all’operare. Ma la politica non può essere concepita come scienza pratica
come le arti meccaniche. Va considerata come scienza che si riferisce all’azione degli uomini e che
ha come oggetto i comandi, le disposizioni e gli ordini. È la scienza dell’agire. La politica deve
essere intesa come scienza architettonica che presiede al coordinamento di tutte le altre discipline
che riguardano le attività che si svolgono nella società. La città, cioè l’oggetto della scienza politica
alla stessa guisa delle cose fatte dagli uomini mediante le arti meccaniche, è realizzata dagli uomini
mediante la ragione. La politica è considerata anche nella prospettiva cristiana dell’ordine come
insieme di rapporti istituiti dalla ragione dell’uomo. La società politica non corrisponde alla
gerarchia fissata dalla natura ma è considerata come l’ordine voluto dalla ragione dell’uomo per
raggiungere i fini propri
della sua natura. L’ordine politico è voluto e realizzato dall’uomo mentre l’ordine naturale esiste
indipendentemente dalla volontà umana.
La Civitas secondo S. Tommaso
L’uomo è l’autore della comunità politica e non solo per conseguire le cose essenziali che gli sono
necessarie per sopravvivere ma anche per conseguire quei beni morali che solo la società gli può
offrire e che gli sono necessari per raggiungere la perfetta sufficienza della vita, non solo per vivere
ma per vivere bene. Tommaso definisce l’uomo un animale sociale anziché un animale politico: la
prima è la formula usata da Seneca per sottolineare che il problema della felicità e quindi del
sommo bene riguarda solo l’individuo e non ha alcun riferimento allo stato; mentre la seconda
adoperata da Aristotele significa che la perfezione dell’uomo, la sua felicità, consiste di partecipare
come libero alla vita della polis. Se l’uomo è un animale sociale, la civitas non ha un valore solo un
valore strumentale ma è fatta dall’uomo per realizzare la sua natura. La civitas ha un fondamento
nella natura dell’uomo. Non esiste una connessione organica tra l’individuo e la società ma una
connessione d’ordine fondata sulla natura sociale dell’uomo e resa operante dalla sua ragione e
dalla sua volontà. Il movimento dell’individuo non è determinato dalla società ma al contrario il
movimento della società è prodotto da quello degli individui che la compongono. La libertà è la
caratteristica essenziale dell’uomo in quanto capacità di autodeterminazione razionale che è il vero
principio delle sue azioni e comportamenti. La civitas ha un suo specifico fine : il bene comune, a
sua volta distinto dai beni particolari dei singoli. Tommaso usa come equivalente di civitas e
respublica il termine communitas per porre l’accento sul fine della società, il bene comune che è
definito l’ordine nella pace. L’unità d’ordine e la pace possono essere conseguiti se esistono nella
comunità una o più persone che dirigono i comportamenti dei singoli verso il bene comune,
altrimenti la società si disarticola in gruppi e fazioni contrapposte, dato che i singoli hanno sempre
di mira il loro bene particolare.
La legge per S. Tommaso
Riconosce nella ragione una reminenza sulla volontà. L’obbligatorietà della legge scaturisce dalla
sua razionalità, non risiede nella volontà e nel comando del principe. I comandi del principe devono
essere intrinsecamente razionali cioè conformi ai principi posti dalla ragione umana: se li violassero
non sarebbero manifestazioni della volontà ma dell’arbitrio del principe. La legge è un ordinamento
della ragione in vista del bene comune, promulgata da colui cui spetta il governo della comunità. La
legge ha il compito di disciplinare il comportamento degli individui in vista del bene comune.
Poiché riguarda il bene comune, deve essere deliberata dalla comunità o dal suo legittimo
rappresentante. La legge positiva in quanto ordinamento della ragione in vista del bene comune ha
come presupposto l’ordine che regna nell’universo della creazione. Precedono la legge umana, - la
legge eterna che si identifica con la ragione di Dio - la legge divina manifestata agli uomini per il
tramite della Rivelazione - la legge di natura che si manifesta nella spontanea inclinazione
dell’uomo ai fini razionali
Per la legge di natura l’uomo è in grado di distinguere il bene dal male. Sancisce i diritti della
personalità dell’uomo, il diritto alla conservazione della vita, alla formazione della famiglia,
educazione dei figli e vivere nella società.
La legge umana si distingue in diritto delle genti e diritto civile. Entrambe derivano dal diritto
naturale ma il primo riguarda la convivenza degli uomini in generale ed è ricavato soprattutto dal
diritto naturale, mentre il secondo comprende le disposizioni che si rendono necessarie per la vita
comune nell’ambito della società politica e dipendono da particolari esigenze dei singoli stati. La
legge umana è caratterizzata dalla mutabilità, per essere corrispondente a particolari problemi che si
presentano di volta in volta nella società. È caratterizzata anche dalla generalità in quanto deve
rivolgersi a determinate categorie di persone, avendo sempre di mira il bene comune. La legge
umana è necessaria perché gli uomini non si adeguano spontaneamente ai precetti della ragione.
Può essere facilmente distolto a causa delle passioni e dei vizi. La legge umana ha la funzione di
costringere l’uomo a seguire le norme.
Tommaso si pone il problema di indicare la forma di governo che consenta di far valere nei
confronti dei governanti precisi limiti giuridici, affinché il potere non violi la legge, non diventi
oppressivo trasformandosi in tirannide. Tiranno non è solo chi governa anteponendo il suo interesse
a quello generale ma anche chi ha conquistato il potere con la violenza. La tirannide è il trionfo
della passione sulla ragione. La rivolta nei confronti del tiranno più che un diritto è un fatto.
L’oppressione diventa talmente intollerabile che determina una reazione da parte dei sudditi. Ma
questo fatto è comunque un episodio gravissimo per il turbamento che arreca all’ordine e alla pace
nella società. In base a quale principio usare la forza contro chi detiene il potere? Questo problema
può essere risolto solo se il diritto di resistenza al tiranno viene sottoposto ad una procedura
giuridico-costituzionale, se cioè viene trasformato in un legittimo intervento degli organismi che
rappresentano la società. La forma di governo che assolve questa esigenza è la costituzione mista,
fondata sull’armonico contemperamento della monarchia, dell’aristocrazia e della democrazia che
assicura l’unità di comando, la partecipazione dei migliori al governo e l’elezione dei governanti da
parte del popolo. È la costituzione per eccellenza della quale aveva già parlato Aristotele. Il potere è
disciplinato dalle leggi della comunità. Questa disciplina cui il potere è sottoposto può essere fatta
valere nei confronti del re che si comporti da tiranno da parte degli organi che rappresentano la
comunità e in ultima istanza dal popolo.
Visione politica di Dante
1265 - 1321. L’impero e la chiesa sono due costanti punti di riferimento affinchè l’uomo possa
pervenire alla sua salvezza eterna. La crisi politica che travaglia la civiltà dipende dalla corruzione
della chiesa che aspira a controllare il potere politico. È una chiesa istituzione, una chiesa-stato che
si è sovrapposta alla chiesa spirituale. Scrive la Monarchia in cui sono individuate le ragioni che
giustificano l’autonomia dell’impero nei confronti della chiesa. La politica è lo studio sistematico
dell’attività pratica per cui tutto ciò che è politica dipende da noi. È necessaria la collaborazione tra
tutti gli uomini, il desiderio di conoscere è il vincolo che fa di tutti gli uomini una unità. La
conoscenza richiede la collaborazione di tutti. Questo fine può essere
conseguito se tra gli uomini regna la pace. La pace universale è possibile solo se gli uomini
riconoscono un superiore ordine politico che la garantisca e che ha il suo centro unitario
nell’impero. L’uomo a motivo di conoscere è portato a superare la cerchia della propria particolare
società in forme sempre più ampie di associazione con altri uomini: l’impero è il termine ultimo
delle forme di società perché corrisponde all’istituzione politica a carattere universale che realizza il
principio dell’unità del genere umano. L’impero è la coordinazione di tutti i tipi di comunità minori,
ognuna autonoma e indipendente ma subordinata all’autorità dell’imperatore. La legittimità della
monarchia universale si basano sulla giustizia e sulla libertà. Sogna l’avvento di un papa angelico
che riporti la chiesa alla sua dimensione spirituale e la risurrezione dell’impero. L’imperatore, il
monarca universale voluto da Dante deve essere super partes e deve solo vegliare perché regni la
pace. Tesi dell’indipendenza della chiesa dallo stato. i due soli. Era stato interpretato politicamente
l’episodio della genesi per quanto riguarda la creazione del sole e della luna. Il sole
rappresenterebbe la chiesa e la luna l’impero. Ma Dante dice che la luna non dipende dal sole ma
dall’ordine che regola il movimento degli astri, voluto da Dio. Quindi il monarca temporale non
riceve la sua autorità dal potere spirituale ma solo una maggiore capacità ad operare a seguito della
consacrazione. È più giusto parlare di due soli.
Marsilio Da Padova - Defensor Pacis
1275 – 1343 - Enuncia la grande polemica tra impero e chiesa che sarà poi ripreso dalla riforma
Luterana. Considera la pace con riferimento alla prosperità dei popoli e al benessere dei cittadini.
La pace è insidiata dalla discordia che può generarsi tra gli uomini. La causa in Italia è
rappresentata dalla chiesa e dalla sua pretesa di esercitare una giurisdizione suprema nell’ambito
dell’ordine temporale.
All’imperatore spetta il compito di garantire e assicurare la pace. È proprio l’imperatore il defensor
pacis contro la pretesa ecclesiastica di dominio temporale che è la costante insidia alla pace.
Bisogna riportare i due ordini, spirituale e temporale ai propri confini. L’unità che fa sussistere lo
stato come entità reale deve essere riferita alla coordinazione di tutte le parti che costituiscono il
corpo politico a un unico fine. È il governo che realizza l’unità della società politica. La forma
migliore di governo è la monarchia elettiva che governa nel rispetto della volontà dei cittadini. Si
riferisce alla politeia come costituzione fondata sul consenso dei liberi che si alternano al potere. I
principi fondamentali di un giusto governo devono essere: l’elezione del governante da parte dei
governati, l’esercizio del potere secondo la volontà dei cittadini. Il tiranno è chi governa contro la
volontà dei suoi sudditi. La legge è il risultato della collaborazione di un gran numero di individui
che formano le norme che devono regolare il comportamento dei singoli della società finalizzandolo
all’utile della comunità. La legge è la regola mediante cui deve essere realizzata la giustizia civile.
La legge trova la sua causa efficiente nella volontà del legislatore umano che la definisce secondo
le esigenze dello stato. La libertà consiste nel non essere costretti a sottostare al comando altrui. Il
cittadini sarà libero quando dovrà obbedire al comando di una legge la cui approvazione ha
partecipato. Il comando della legge non è l’espressione di un’autorità che sovrasta tutto e tutti ma si
riduce al comando che i cittadini rivolgono a se stessi. Fonda la giuridicità della legge su due
presupposti: che venga obbedita dalla maggioranza dei cittadini e che sia munita di una sanzione
che obbliga all’obbedienza. La forza fa valere il comando contenuto nella norma. La forza deriva
dalla coesione di tutte le parti che costituiscono la comunità politica. La forza si esprime come
istituzione nel governo che è il principio attivo del movimento di tutto il corpo politico. La forza, il
potere, il governo sono principi e istituzioni temporali, umani che trovano la loro giustificazione
solo in questa dimensione e non in coloro che si definiscono sul piano soprannaturale della
religione. L’organizzazione politica della città è predeterminata dalle leggi e il potere è esercitato
nell’ambito delle leggi.
Religione e politica per Marsilio Da Padova
La religione deve essere considerata solo dal punto di vista dottrinale cioè come l’insegnamento di
Gesù che consente all’uomo di potere conseguire la salvezza eterna. La chiesa-istituzione non ha
alcuna ragion d’essere: viene privata di ogni potere disciplinare in quanto l’unico giudice dei meriti
e delle colpe degli uomini è Gesù. L’insegnamento non può essere assistito dalla sanzione in quanto
la fede non può essere coercita per essere efficace deve essere spontanea e libera. La coazione, la
forza sono attribuiti alla società politica e non possono essere riconosciuti all’organizzazione
ecclesiastica. La chiesa si riduce a un’associazione dei fedeli.
Pensiero politico di Macchiavelli
1469-27 - Il suo pensiero politico è connesso all’amara e sofferta esperienza della profonda crisi
politica che investe alla fine del 400 gli stati italiani il cui sistema di alleanze grazie a Lorenzo il
Magnifico aveva garantito l’indipendenza dell’Italia dal dominio straniero. Con la discesa di Carlo
VIII si scoprì che le alleanze degli stati italiani non erano più in grado di fronteggiare le potenze
militari di Francia e Spagna. La politica italiana era caratterizzata da una profonda crisi dell’etica
civile e dalla corruzione degli ordini politici che vanificava qualsiasi tentativo di dare stabilità e
sicurezza agli stati. Il disordine della sostanziale anarchia politica dell’Italia devono essere
ricondotte alla natura dell’uomo. L’animo umano permane identico nella storia, l’umanità
dell’uomo è in trasformabile. La situazione umana nel cui ambito si esprime la politica è
caratterizzata dalla dialettica ordine- disordine, nel senso che l’ordine è continuamente insidiato dal
disordine, per il quale l’uomo sembra avere una vocazione e nel contempo l’ordine nasce dal
disordine. Il fatto che la politica sia caratterizzata dal continuo mutamento dipendono dalla natura
dell’uomo. L’uomo è strutturato in
modo da aspirare costantemente a volere tutto, mentre dispone di mezzi limitati che gli consentono
di conseguire poco. Motivo per cui l’uomo vive in uno stato di perenne incontentabilità che lo
spinge a volere sempre di più e modificare le situazioni nelle quali si trova. L’incontentabilità che
caratterizza l’animo umano porta l’uomo ad oscillare tra la noia e il dolore. La natura umana fa si
che l’uomo si tormenti nel male; così l’uomo si toglie dal male e dal tormento e ricerca il bene, ma
quando è stato conseguito non soddisfa più l’uomo, anzi gli riesce del tutto insopportabile così che
si toglie dal bene per tornare nel male.
Politica come intesa da Machiavelli
La politica non è costruita sulla teoria ma diventa analisi e descrizione del comportamento politico
quale effettivamente si realizza. Diventa criterio di interpretazione della storia e questa indica in
concreto come si determinano le situazioni politiche tipiche da cui è possibile ricavare le regole cui
deve informarsi l’azione politica. La politica consiste nello studio dei mezzi e accorgimenti
mediante cui l’uomo viene sottratto al disordine, verso cui tende naturalmente, per essere mantenuto
nell’ordine. Usa la parola Stato per indicare che la comunità politica ha una sua autonoma ragion
d’essere, cioè ritrova in se stessa la giustificazione della sua esistenza: perciò lo stato è definito
come dominio che ha impero sopra gli uomini. Stato si identifica con la forza e si realizza nel
comando che esercita su coloro che sono assoggettati al suo potere. Lo stato è concepito come forza
perché è solo grazie a quest’ultimo l’uomo è sottratto al suo egoismo, alla dispersione e al disordine
generati in lui dalla sua malvagità. Solo la forza mantiene gli uomini uniti nella società. La
dinamica della politica si esprime nella lotta per la conquista e la difesa del potere. Distingue due
tipi di stato: il principato: è quello stato e ordine politico caratterizzato dalla unità di comando,
realizzata da un solo individuo (ma non inteso automaticamente come governo assoluto) la
repubblica: è quella forma di stato in cui assume rilievo determinante l’autorità del popolo, che
gode di un’ampia libertà in quanto può partecipare al governo della cosa pubblica.
Macchiavelli è deciso assertore della costituzione mista a modello di quella romana, fondata sulla
compartecipazione al potere politico del principe dell’aristocrazia (ottimati) e del popolo. I
principati vengono distinti in ereditari e nuovi. I principati nuovi possono essere conquistati con le
armi proprie o altrui, con la fortuna o con la virtù.
I veri problemi politici nascono con i principati nuovi perché si tratta di procedere ad una accurata
analisi che tenga conto di tutti gli elementi della situazione e delle diverse reazioni che la politica
del nuovo principe suscita nei sudditi. Ogni atto politico con cui si modifica una precedente
situazione per conquistare o mantenere il potere ne determina una nuova nel senso che offre diverse
possibilità di scelta e consente di optare per l’una o per l’altra azione politica. L’azione politica è
necessitata dalla situazione in cui si trova chi opera, e necessitante in quanto crea una nuova
situazione che ritorna sull’uomo politico, costringendolo ad agire, cioè ad adoperare delle scelte:
una volta attuate queste scelte il politico diventa prigioniero degli avvenimenti politici che lui stesso
ha determinato. Gli stati partecipano alla stessa natura degli uomini: tendono, per conservarsi a
estendere il loro dominio.
Le qualità del principe di Machiavelli
Nel Principe vuole individuare le qualità che il principe deve avere per essere lodato e non
disprezzato dai sudditi dato che il principe deve far tutto al fine di evitare il loro odio. La politica è
lo studio dei mezzi con cui conquistare e conservare lo stato. Occorre chi e il principe ponga
attenzione ai vizi che gli tolgono lo stato. È meglio essre giudicato parsimonioso anziché liberale
dato che la libertà lo costringe ad attingere in misura eccessiva ai patrimoni dei sudditi
determinando un sentimento di odio per la sua rapacità. È meglio essere considerato pietoso che
crudele: però bisogna prestare attenzione al fatto che possono verificarsi situazioni in cui essere
pietoso si rivela controproducente per la tranquillità e la pace dei sudditi mentre un atto di fermezza
e crudeltà evita mali di gran lunga maggiori. Meglio essere amato che temuto ma data la natura
degli uomini è più prudente fondare il potere su un salutare timore. La prima preoccupazione del
principe deve essere di evitare l’odio e il disprezzo, perché la prima passione vince il timore che il
potere incute ai sudditi e li induce a combattere il principe, la seconda spezza il vincolo che unisce i
sudditi al principe e in caso di necessità non potrà contare su di loro. Solamente la forza e
l’accortezza sono i principi fondamentali cui deve ispirarsi l’azione del principe, in quanto solo con
questi mezzi le passioni possono essere disciplinate. Ci sono due modi di governare: il primo con le
leggi e il secondo con la forza: questo proprio delle bestie, quello proprio degli uomini. Poiché il
primo a volte non è sufficiente, bisogna ricorrere se necessario al secondo. Un principe deve saper
bene usare la bestia e l’uomo, la volpe e il leone. Il principe deve saper dissimulare, saper colorire,
cioè trovare le giustificazioni convincenti della mancata osservanza dei patti sottoscritti. Sono
affermazioni che operano una distinzione tra gli interessi politici e i principi fondamentali della
morale e sembrano implicare la riduzione della morale alla politica. Ai fini politici non c’è bisogno
che il principe sia pietoso, umano, religioso, sincero, leale, fedele: l’importante è che sembri essere
tale e che sembri essere attento osservante della religione. In politica l’essere non corrisponde al
sembrare: noi non sembriamo quello che siamo. Due sono le sfere nel cui ambito deve essere
valutata l’azione: quella privata e quella pubblica, sociale, politica, nella quale l’azione ha una
risonanza più ampia. Mentre nell’ambito della sfera del privato sussiste l’uguaglianza tra l’essere e
il sembrare, nella sfera pubblica tale corrispondenza viene meno: accade che azioni che hanno come
fine il bene dei consociati sembrano per questi ultimi perseguire fini opposti. Per questo il principe
deve sembrare umano, fedele, religioso, nel senso che deve comportarsi in modo tale da ingenerare
in chi considera i suoi atti il convincimento che questi ultimi sono ispirati a quei valori. La società
politica non può esistere senza che questi valori vengano affermati e quindi riconosciuti.
La storia per Machiavelli
Macchiavelli propende per una concezione naturalistica della storia, nel senso che il corso degli
avvenimenti umani segue il ciclo naturale degli esseri viventi onde gli stati nascono, diventano
potenti, decadono e poi muoiono per rinascere e ripercorrere le stesse fasi. Questo stesso
movimento ciclico quale passaggio dall’una all’altra forma di governo, compiono le istituzioni. La
storia sovrasta gli uomini nel senso che gli uomini non riescono ad orientarla secondo i loro
propositi. L’uomo e cioè il politico può inserirsi nel corso degli avvenimenti sfruttando le occasioni
favorevoli e predisponendo gli opportuni mezzi per eliminare e ridurre al minimo i danni provocati
dalle situazioni sfavorevoli. Per inserirsi quale forza autonoma e determinante della storia il
principe deve essere dotato di virtù: la virtù di Macchiavelli non indica la capacità dell’individuo di
saper regolare i suoi comportamenti secondo le norme della morale ma l’assoluta concentrazione di
tutte le sue energie sul fine proprio della politica, la conquista e la difesa del potere. Da tale
concentrazione scaturisce la prudenza cioè la capacità di razionalizzare i propri comportamenti per
indirizzarli al conseguimento del fine. La virtù si contrappone alla fortuna che indica
l’indeterminatezza propria del corso degli avvenimenti umani, che si sono sottratti al controllo degli
uomini. La fortuna è connessa con la tendenza alla dispersione e al disordine che è una delle
caratteristiche fondamentali della natura umana. La fortuna viene paragonata a un fiume il cui
corso, non essendo regolato da opere di sistemazione degli argini distrugge le campagne e le città
che attraversa. Se in tempo utile fossero stati eseguiti i lavori idonei tanta rovina sarebbe stata
evitata. La virtù costituisce l’argine più efficace nei confronti del fiume impetuoso che scorre nella
storia e che alla fine dilaga in quei paesi che per essere sforniti di virtù rappresentano lo sfogo di
questa piena. Ciò è quello che accade all’Italia che al momento della piena si è trovata sprovvista
degli argini efficaci. La virtù può sempre contrastare la fortuna e a volte sottometterla. La politica è
la possibilità dell’uomo virtuoso di farsi artefice della storia.
Nell’analisi macchiavellica la dinamica politica scaturisce dalla contrapposizione politica-morale,
politica-religione, fortuna-virtù, necessità-libertà. Il Principe è il codice dei tiranni, lo scritto che
insegna come fondare e mantenere un governo assoluto.
I Discorsi di Machiavelli
I discorsi svelano l’anima repubblicana di Macchiavelli. La preoccupazione fondamentale è di
dimostrare sulla base di quali ordini politici e mediante quale precettistica sia possibile fondare e
conservare uno stato che abbia come principio primo il suo ordine politico e la libertà del popolo. Il
pessimismo che caratterizza il principe nei confronti dell’umanità si converte in una concezione
positiva in quanto i molti diventano un soggetto attivo e sono considerati come popolo. La cacciata
di Piero de Medici, la repubblica Savonarola, quella oligarchica di Pier Soderini e il ritorno dei
Medici del 1512 dopo al sconfitta dei francesi a Pavia sono le vicende che fanno sfondo
all’elaborazione delle sue tesi. I discorsi vogliono studiare i motivi per cui il contrasto tra nobili e
plebei, tra senato e popolo, che caratterizzò la storia di Roma, invece di condurre come Firenze lo
stato alla rovina, fu la causa determinante della sua grandezza. Al popolo bisogna affidare i poteri
necessari per difendere la libertà contro i tentativi dei grandi ci instaurare un regime oligarchico. Il
vivere libero è l’ideale politico supremo che deve immedesimarsi col popolo. Il popolo è in grado di
garantire una stabilità politica superiore a quella del principato. Il popolo è meno diffidente del
principe nei confronti dei cittadini che con la loro attività politica hanno acquistato grandi meriti nei
confronti dello stato. È anche meno ingrato. La repubblica rispetto al principato offre più garanzie
di fedeltà ai patti sottoscritti. Se il Principe studia i problemi che si pongono intorno allo stato
potere, allo stato-forza, i Discorsi trattano problemi inerenti allo stato comunità: la forza politica
non è più lo strumento di cui si serve il principe per conquistare e mantenere lo stato ma viene vista
in questo caso nella sua genesi: si cerca di capire cosa sia la forza per individuare il rapporto tra
questa e lo stato-comunità, come la forza si genera nella società politica: promana dalla virtù di cui
sono capaci tutti i componenti della
stessa comunità. Il concetto di virtù nei discorsi non solo implica la capacità di saper agire con
prudenza e fermezza sul piano politico ma indica anche la capacità di saper disciplinare i propri
comportamento nell’ambito della comunità ai fini del bene dello stato. Nel Principe lo stato è
formato per opera del principe che lo forma a sua immagine e somiglianza e il popolo è soggetto
puramente passivo. Nei Discorsi lo stato si genera da se stesso, nasce e si forma nella storia.
L’organizzazione dello stato-comunità si struttura in 3 livelli tra loro connessi: costumi, leggi e
ordini. Gli ordini sono le fondamentali istituzioni politiche sul quale si basa la costituzione dello
stato. Ordine si riferisce al modo in cui viene esercitato il potere cioè al diverso grado di
partecipazione del popolo e dei nobili all’amministrazione del potere e il modo in cui venivano
assegnate le cariche pubbliche. Il popolo come anche il principe devono essere costantemente
disciplinati e raffrenati dalle leggi. È il sistema delle leggi che garantisce la libertà e soprattutto la
sicurtà. Il potere del principe incontra limiti precisi nel sistema delle leggi. I costumi sono il vero
fondamento dell’organizzazione statale in quanto è in essi che si esprime quella virtù che consente a
tutti i consociati di partecipare alla vita della collettività con consapevolezza dei fini comuni. Il
senso della comunità si radica e si esprime nella religione, nelle forze con cui si realizza il culto
divino. La religione è essenzialmente timore di Dio, quel timore che è il presupposto
dell’obbedienza alla legge e al comando dei magistrati, il fondamento della fede sia privata che
pubblica. Con la religione gli uomini passano dal piano della ferocia a quello dell’umanità civile
che sola consente una vera società politica. L’ordine politico insieme come insieme di ordini e leggi
si fondano sul sentimento religioso della collettività. L’autorità di Dio è il principio di
legittimazione di tutte le leggi umane e fi tutte le altre attività umane. Man mano che la religione si
depotezia nella società, la forza che si esprime nel potere deve crescere e aumentare la pressione sui
soggetti sino a diventare assoluta. Quando si sostituisce al timore di Dio il timore degli uomini, i
governi hanno una breve durata. La virtù politica di cui fu capace Roma scaturisce dalla religiosità
di cui fu capace il popolo romano. Essa consente all’uomo il massimo della concentrazione, è il
presupposto di ogni forma di autodisciplina e pertanto della costanza di saper mantenere l’impegno
di anteporre il bene della comunità a quello privato. La religiosità toglie l’uomo alla sua naturale
inclinazione alla dispersione, al disordine, incertezza, egoismo. Preserva il popolo dalla corruzione
che si determina allorchè non si avverte più l’importanza dei valori etico-civili e diventano invece
preminenti gli egoistici interessi dei singoli. La cura principale delle repubbliche e dei principi
consiste nel mantenere incorrotta la religione in quanto dalla sincerità, dalla purezza, dipendono le
virtù politiche del popolo, i buoni costumi, ordini, leggi. La corruzione che caratterizza la politica
italiana dipende dalla corruzione della religione, conseguenza del comportamento scandaloso del
clero e della chiesa romana, che essendosi allontanata dai valori cristiani ha provocato un diffuso
scetticismo e irreligiosità, causa di quella totale assenza di valori etico-civili della società italiana
che è il presupposto della corruzione che ha reso gli italiani servi dello straniero.
Bodin 1529-96
La riforma aveva infranto il principio di unità di fede sulla quale si fondava la respublica cristiana e
aveva riconosciuto la piena legittimità delle nuove comunità cristiane, nate dopo la diffusione del
messaggio riformato. Si tentarono nuove forme di organizzazione politica mentre all’interno
dell’impero germanico si modificarono i rapporti fra i principati, i ducati, le città libere.
Occorrevano nuovi principi per regolare la nuova attività politica della Riforma. C’era l’esigenza di
una concezione sistematica dello stato che ne chiarisse i principi costitutivi che lo avrebbero distinto
dagli altri enti sociali. L’opera politica di Bodin è una sintesi del pensiero politico del 500 e riflette i
problemi della vita politica francese nel periodo delle guerre di religione. Le guerre di religione
avevano suscitato il problema dell’unità dello stato francese. Si affermava sia da parte ugonotta che
cattolica il primato e la sovranità degli stati generali contro il poter della monarchia. Primato che
significava primato della religione sulla politica. Le opere più importanti sono i Methodus ad
facilem historiarum cognitionem e Les six livres de la Republique. Rivendicano e dimostrano
l’autonomia dello stato contro le confessioni religiose.
Il Methodus di Bodin
E’ il punto di partenza del pensiero politico di Bodin che può essere individuato nel rapporto tra
storia e politica. La storia umana non è predeterminata dalla natura né diretta dalla volontà di Dio.
Nelle sue scelte l’uomo è libero. La libertà dell’uomo è il principio che ci consente di concepire la
storia come risultato dell’attività dell’uomo che esprime a sua volta i principi sui quali si fonda
l’ordine civile e politico. Lo stato è il risultato di un lungo processo storico che ebbe inizio in uno
stadio primitivo degli uomini, la cui vita era dominata dagli istinti, dalla paura, dai bisogni e dalla
lotta per la sopravvivenza. La società di natura fu caratterizzata da una vita umana ferina. Gli
uomini riuscirono a togliersi dalla vita ferina e a stabilire una vita umana e civile sottraendosi al
dominio degli istinti per diventare esseri razionali. L’uomo cominciò ad essere razionale solo
quando riuscì a mantenere costante la sua volontà per conseguire determinati fini. La volontà pone
da se stessa dei limiti alla sua assoluta libertà e vuole i fini che le sono indicati dalla ragione. Gli
uomini solo in virtù di una lunga esperienza storica, si rendono conto che libertà ragione e volontà
coincidono nel senso che l’uomo attua la sua vera umanità quando vuole i fini che gli sono indicati
dalla ragione. La forma di disciplina della volontà è la religione: il timore di Dio consentì agli
uomini primitivi di esprimere i primi principi di una convivenza umana e di togliersi dalle
condizioni della vita ferina. Si formarono così le famiglie, i gruppi parentali, gentilizi, le tribù. La
religione e le forme di culto sono il vincolo originario delle società politiche. Queste forme
elementari di aggregazione sociale, a seguito delle lotte tra diverse tribù e gruppi gentilizi
costituirono le prime vere formazioni politiche denominate stato o repubblica la cui caratteristica
fondamentale è di esprimere la forza comune e una volontà comune. La politicità di un organismo
sociale che è il suo essere stato dipende dal fatto che si esprime innanzitutto con la forza. Ma la
forza non è altro che volontà in quanto energia che tende a realizzare il fine. Nell’ordine politico
questa volontà si esprime a sua volta nel comando delle leggi. Allo stato, dopo Dio l’uomo deve
tutto, la sua umanità, razionalità, libertà. Senza lo stato l’uomo tornerebbe alla primitiva vita ferina.
Lo stato si forma dalla storia. Con le sue leggi, istituzioni, la forma di civiltà che esprime è la
struttura portante della storia. È il vero centro di unificazione delle attività degli uomini. Il principio
che fa sussistere lo stato è la sovranità.
I sei libri della repubblica di Bodin
La trattazione organica dei problemi che attengono allo stato venne ripresa nei 6 libri della
repubblica. Per stato si intende il governo giusto che si esercita con potere sovrano su diverse
famiglie e su tutto ciò che esse hanno in comune tra loro. Gli elementi dello stato sono: la famiglia,
le cose comuni, il giusto governo, la sovranità. La famiglia e non l’individuo è il soggetto attivo
della comunità statale. L’individuo è un animale sociale (coma anche per Aristotele): non può
essere considerato dal punto di vista individuale ma organicamente inserito nel gruppo sociale in
grado di esprimersi come autonoma unità, che è la famiglia. È proprio nella famiglia che si
esprimono i tipi di comando e obbedienza sui quali si fonda il sistema di comandi e obbedienze che
caratterizza la società politica. La prima distinzione tra i tipi di potere è tra potere pubblico e
privato. Il primo si esercita dal sovrano tramite la legge e i magistrati, il secondo viene esercitato
dai capi delle famiglie. Il potere del capo famiglia si riferisce alla moglie, ai figli, agli schiavi, ai
servi. Il potere si fonda sull’originaria autorità naturale propria di ogni uomo per cui egli non
riconosce al di sopra di sé alcun superiore se non Dio. L’uomo non riconosce altra autorità se non
quella della propria ragione. Il dominio che la ragione esercita sulle passioni è la prima forma di
autorità. La prima forma di potere è quella che l’uomo esercita nei confronti di se stesso. Il potere si
esprime nell’individuo inserito organicamente in un gruppo. La famiglia è il gruppo sociale naturale
originario in cui si esprimono le prime relazioni tra gli individui. La famiglia precede storicamente
lo stato che si costituisce solo quando si uniscono più famiglie sotto un unico potere sovrano: in
questo caso i padri di famiglia si spogliano del loro potere e diventano cittadini. Secondo elemento
dello stato è ciò che è comune alle famiglie e a quanti vivono nello stato, ed è costituito dai beni,
servizi, disposizioni senza le quali non si può realizzare un’organizzazione che possa servire a tutti.
Lo stato implica necessariamente la sfera del pubblico. Ma la sfera del pubblico per essere
individuata nei suoi esatti confini deve essere riferita alla sfera del privato. La distinzione tra
pubblico e privato è richiesta nella concezione dello stato. Bodin è critico contro la concezione
comunistica e collettivistica dello stato. Terzo elemento dello stato è la sovranità che unifica le
persone e le cose e le fa sussistere in una unità reale che si esprime nello stato. È la sovranità il vero
fondamento su cui poggia tutta la struttura dello stato e da cui dipendono i magistrati, le leggi, le
ordinanze. È il legame e la sola unione che fa di famiglie, corpi collegi, privati, un unico corpo
perfetto. Il quarto elemento è il governo giusto. Sovranità e governo giusto sono connessi tra loro
perché il governo giusto presuppone un potere sovrano e la sovranità è inscindibile dal governo
giusto.
La sovranità è definita come il potere assoluto che non riconosce al di sopra di sé alcun altro potere
se non quello di dio. L’assolutezza significa che la sovranità trova in se stessa le ragioni della sua
determinazione e che non risponde a nessuna di queste ragioni tranne che a Dio. La sovranità che
non riconosce sopra di sé alcun potere se non quello di Dio non è altro che la forza che attua il
comando formulato dal diritto. Stato, potere sovrano, forza in Bodin si identificano. La forza è tale
perché esprime in se stessa il principio che la limita per cui non sconfina nella violenza,
nell’arbitrio, nella licenza. Il diritto è la regola con cui la forza deve autodisciplinarsi per
determinare l’ordine che consente a una pluralità di individui di coesistere in una armonica unità, lo
stato.
Lo stato ha un’origine storica in quanto si fonda sul processo di depurazione della violenza sino a
che non si esprima la forza a seguito delle lotte tra i gruppi gentilizi ed etnici: chi detiene la forza
deve affermare il principio di giustizia e ordine secondo i quali vengono regolati i rapporti tra
vincitori e vinti. Il potere sovrano si genera dal potere del pater familias allorchè i gruppi familiari
danno vita ad una superiore comunità che è governata da un unico potere sovrano. Il principio che
la forza debba essere assunta come energia-potere è ulteriormente precisato nella distinzione dei tipi
di potere che sono 3. sono assoluti ma i primi 2 sono giusti mentre il terzo è ingiusto e legittima la
resistenza attiva. 1. sovranità: è la forza che si manifesta tramite il diritto. 2. dominato: è il potere
che ritrova nell’etica e nella religione i principi che lo limitano: si modella sul potere sovrano dei
padri nei nuclei gentilizi delle società primitive. 3. tirannia: è il potere che non esprime alcuna
regola o valore che lo limiti e lo disciplini. Non si fonda sulla forza ma si genera e si mantiene con
la violenza. Tutto e tutti sono sottoposti all’arbitrio del potere.
La sovranità per Bodin
La sovranità è un potere assoluto, perpetuo: non può essere limitato nel tempo indivisibile: consiste
nell’unità dei poteri in cui si esplica intrasferibile: perché delegarne ad altri l’esercizio significa
spogliarsene imprescrittibile: attiene all’unità dello stato e alla sua esistenza e non può essere
perduta per il mancato esercizio di alcune prerogative per un certo periodo di tempo. I poteri della
sovranità sono la potestà di fare leggi, modificarle e interpretarle. La potestà legislativa è il nucleo
della sovranità e ad essa si connettono gli altri poteri che si riferiscono alle attività che sono
determinanti per l’esistenza dello stato: dichiarazione di guerra e pace; esame dei giudizi dei
magistrati; nomina e destituzione dei più alti ufficiali dello stato; imposizione o esenzione dei
tributi; fissare il valore legale delle monete; imposizione ai sudditi del giuramento di fedeltà. La
teoria della sovranità e l’individuazione della sua vera essenza consente di dimostrare che gli Stati
Generali non possono rivendicare alcun potere autonomo nei confronti della monarchia in quanto
detentrice della stessa sovranità. Gli Stati Generali hanno il compito di informare e ragguagliare il
re della situazione del paese; hanno il diritto di essere informati e informare per quanto riguarda i
provvedimenti richiesti dal paese e di formulare proposte; sono il necessario momento istruttorio
per quanto riguarda la definizione dei provvedimenti legislativi che debbono essere presi, ma la
decisione spetta a chi detiene il potere sovrano. Il diritto divino e il diritto naturale sono la premessa
fondamentale per intendere in quale modo il potere assoluto, in quanto sovrano debba considerarsi
delimitato: lo stato sovrano deve essere considerato uno stato costituzionale nel senso che la
gestione del potere politico è sottoposto ad una serie di limiti che fanno parte della struttura dello
stato. Sussistono delle leggi fondamentali che si riferiscono all’organizzazione politica dello stato
francese, definite nel corso della storia, che non possono essere modificate dal re (esempio la legge
salica). L’altro limite è la proprietà: il re non può privare il suddito della proprietà se non nei casi
previsti dalla legge. La proprietà è un diritto assoluto sottoposto all’impero dalle leggi che si fonda
sul diritto divino e naturale. La proprietà è una forma di garanzia costituzionale della libertà civile
dei cittadini. Il monarca ha una posizione di supremazia nell’ambito pubblico ma è sottoposto alle
leggi
e al giudizio dei magistrati quando le sue azioni attengono alla sfera dei diritti della proprietà
privata.
Il principio della indivisibilità della sovranità non consente di accogliere la concezione dello stato
misto teorizzata da Polibio. Non ha alcuna possibilità di attuazione in quanto la sovranità non può
che appartenere o a una persona (monarchia) o ai pochi (aristocrazia) o al popolo (democrazia). Lo
stato sussiste solo se viene assicurata l’unità della decisone e del comando. Il conflitto di attuare
uno stato misto determinerebbe un conflitto inevitabile tra i diversi centri di potere che
degenererebbe in guerra civile per decidere con le armi a chi deve appartenere la sovranità. Il
principio della costituzione mista può essere attuata solo nell’attività di governo e riguarda i criteri
cui deve essere informata: si riferisce alla ratio gubernandi e non allo status civitatis.
La giustizia per Bodin
La giustizia può ispirarsi a 3 criteri: 1. aritmetico: si fonda sulla mera uguaglianza numerica ed è la
norma di tutte le democrazie. La costituzione democratica finisce col misconoscere la diversità delle
posizioni sociali che sono il risultato dei diversi meriti degli individui. Con la sua politica
livellatrice determina un conflitto di interessi che esplode in lotte civili. 2. geometrico: si riferisce al
concetto di proporzione al quale richiamano le aristocrazie. Questo finisce, in una costituzione
aristocratica, per sancire l’oppressione dei pochi sui molti, che vengono esclusi dagli uffici e dagli
incarichi dello stato e non ottengono riconoscimento politico dal ruolo che svolgono nella società.
Ha una gerarchia sociale molto rigida che crea tensione con le categorie che cercano di affermare i
propri diritti. 3. armonico: è il contemperamento del primo e del secondo e informa la costituzione
monarchica. La costituzione monarchica assicura il massimo di stabilità allo stato, riconoscendo ad
ogni individuo quanto gli spetta per il suo status sociale e per i suoi meriti. La monarchia è la forma
di governo che più si avvicina all’ordine naturale (per il quale i prudenti, i forti e i saggi devono
comandare i prudenti, gli ignoranti e gli inetti) perché solo la monarchia può fare da arbitro tra le
due forze sociali che sono rappresentate dall’aristocrazia e dal popolo.
Il monarca deve occuparsi delle questioni che attengono all’esistenza dello stato. Non può
parteggiare per nessuno, partito o confessione religiosa perché lo stato è al di sopra di ogni
confessione. Bodin come Macchiavelli dice che la religione è il fondamento dello stato. Il monarca
deve mantenere incorrotta la religione ed evitare che l’unità di fede e culto venga spezzata dalla
pluralità delle confessioni. La superstizione non equivale ala religione. Raccomanda al monarca di
evitare sia la prima che l’ateismo. Le confessioni nate dalla riforma sono le cause delle lotte che
minacciano di distruggere il regno di Francia. Il Cattolicesimo è invece l’ispirazione religiosa che
ha ispirato il processo di unificazione della Francia intorno alla monarchia e quest’ultima deve
difenderlo. L’unità religiosa può essere ricostituita dal monarca solo tramite una sincera professione
della vera religione tramandata dalla tradizione del suo regno. Con la forza dell’esempio porterà i
suoi sudditi all’unità e alla pace religiosa.
Suarez 1548 – 1617
Difende l’autonomia del potere politico sia contro le concezioni libertarie degli anabattisti che
contro la concezione luterana e calvinista che aveva riportato lo stato nella manifestazione della
volontà divina. Sostiene la distinzione tra temporale e spirituale. Il diritto di natura è il fondamento
dell’autonomia dello stato e il presupposto per la costituzionalizzazione del potere politico.
L’assolutismo fondato dal diritto divino dei re non ha riscontro nel diritto di natura. Il sovrano è
responsabile dinnanzi alla sua comunità. La comunità è costituita e posta in essere dagli individui,
ma il potere, non scaturisce dagli individui ma dalla comunità. La sovranità si fonda sul diritto di
natura. L’essenza del potere politico risiede nel comando, nella possibilità di imporre ai consociati
un determinato comportamento. L’uomo non possiede tale potere: ogni uomo è libero e in quanto
razionale, ha diritto di autogovernarsi. Egli non può governare un suo simile. Il potere non deriva
dai singoli individui che lo delegano ai governanti ma promana dalla comunità in quanto unità reale.
Non bisogna confondere il potere del pater familias con il potere politico. Il primo è un potere di
direzione mentre il secondo si esprime nel comando. Il potere politico inerisce la comunità
concepita come unità reale e costituisce il principio dell’indipendenza e della libertà della stessa
comunità. La comunità politica è costituita da un insieme di individui che esprime volontà comune.
La sovranità non è attribuita da Dio ai monarchia ma è concessa dalla comunità al monarca. Il
potere deve quindi essere finalizzato al bene comune e da ciò derivano delle regole di condotta
precise. Quindi la comunità ha sempre diritto di resistere con la forza al re che si comporti da
tiranno. Nel costituire la società, ogni uomo non ha trasferito alla comunità il diritto di tutela dei
propri beni e della propria vita che quindi legittima i singoli a restaurare con la forza l’ordine
politico che garantisce loro la vita e i beni. La monarchia, l’aristocrazia e la democrazia vengono
scelte dalla comunità quali costituzioni che corrispondono meglio alle loro particolari esigenze. La
democrazia corrisponde all’essenza della comunità in quanto il potere politico per diritto di natura
appartiene alla comunità. Mentre l’aristocrazia e la monarchia trovano il loro fondamento solo nel
diritto positivo umano. La democrazia si fonda sul diritto naturale e poi su quello positivo umano.
La legittimazione della monarchia risiede nell’atto del conferimento del potere da parte della
comunità. Ma ciò non significa che tale potere debba essere considerato assoluto e che la comunità
sia assoggettata al monarca. Il potere è affidato al monarca sotto determinate condizioni che devono
essere rispettate dal sovrano e che se fossero violate legittimerebbero la resistenza attiva del popolo
nei suoi confronti. Il potere risulta così costituzionalizzato nel senso che deve agire nell’ambito di
norme che hanno un valore superiore alla volontà di chi detiene lo stesso potere politico, in quanto
si fondano sul diritto di natura e perciò attengono ai principi fondamentali della persona e della
comunità politica. Il diritto di natura diventa la fonte delle norme del diritto positivo. La sovranità
trova dei limiti non solo nel diritto naturale e nel diritto divino ma deve rispettare anche le norme
che regolano i rapporti tra le singole comunità, i diritti delle genti (diritto internazionale)
È lecita solo una guerra giusta, combattuta per difendersi o per riparare a un danno subito. L’esito
vittorioso della guerra non esprime criteri di giustizia. La ragione deve governare i rapporti tra gli
stati.
Lo Stato Leviatano di Hobbes 1588-1679
Fu testimone e partecipe delle drammatiche vicende che caratterizzano quel periodo della storia
inglese: il conflitto tra Corona e Parlamento che culminò con la condanna a morte del re, la guerra
civile ecc. Il sentimento della sua vita fu la paura, insicurezza, timore delle avversità, rappresentato
dalla guerra. Il vero problema era capire cosa provoca la guerra, che sembra connessa alla società e
alle sue istituzioni. Anche per lui la politica presuppone un riferimento al diritto o alla legge di
natura con l’avvertenza che il concetto di natura deve essere definito con il metodo delle scienze
fisico-matematiche. Queste sono pervenute a conclusioni sancite dall’unanime consenso dei dotti.
Secondo questi criteri l’uomo al quale si riferisce la politica, deve essere concepito alla stessa
stregua dei corpi studiati dalla fisica, sicchè come per i corpi fisici il movimento è la loro
sostanziale determinazione, anche per l’uomo in quanto corpo il movimento è la sua essenza.
L’uomo è un corpo dotato di moto vitale che inizia con la nascita e cessa con la morte, denominato
moto volontario. Il moto volontario si genera nella tendenza di ogni uomo che si esprime nel
desiderio e nell’avversione, il primo ci sospinge verso determinate cose, la seconda ce ne allontana.
Il sentimento dell’amore si riferisce alle cose che noi desideriamo e il male a quelle che noi
avversiamo. Il desiderio e l’avversione mantengono l’uomo in continuo movimento. Mentre per
Aristotele la virtù si ottiene eliminando desiderio e avversione, per Hobbes la felicità consiste da un
continuo movimento, dal passare da un desiderio all’altro, in quanto la soddisfazione del primo è la
premessa per passare al secondo. Il desiderio dell’uomo comprende tutte le possibilità di godimento
che potranno verificarsi in futuro. Le capacità dell’uomo hanno il solo scopo di procurargli i mezzi
necessari per appagare i suoi desideri: esse sono il potere dell’uomo. Poter naturale si riferisce alle
attitudini del corpo e della mente e strumentale quando acquisito grazie al continuo esercizio delle
stesse facoltà.
Lo stato di natura secondo Hobbes
La vita dell’uomo e tutti i movimenti che la esprimono non è altro che potere, perché l’uomo ritrova
la sua caratterizzazione essenziale in un continuo desiderio di aver sempre maggior potere. Gli
uomini nello stato di natura, perché tutti uguali, ritengono di essere tutti in grado di raggiungere i
fini che si sono proposti. Finiscono col volere le stesse cose. L’uomo allo stato di natura ha un
potere assoluto su tutte le cose, mosso dall’istinto di autoconservazione, dalla volontà di poter avere
i beni necessari alla sopravvivenza. Questi poteri non possono che entrare in conflitto tra loro. Lo
stato di natura è caratterizzato dalla guerra di tutti contro tutti. Nello stato di natura l’individuo è
libero di usare il proprio potere per fare ciò che ritiene più opportuno per la conservazione della sua
vita. La libertà è l’essenza di impedimenti esterni al potere dell’uomo. Nello stato di natura la
libertà è assoluta, mentre la legge di natura, distinta dal diritto che si riconnette al potere, deve
essere considerata come una regola scoperta dalla ragione che vieta all’uomo di fare ciò che è
contrario alla conservazione della vita. Questa è la fondamentale legge di natura. È molto più
conveniente per la conservazione della vita, ricercare un sistema di convivenza con i propri simili
che garantisca pace, stabilità, sicurezza, benessere e godimento di quei beni che consentono di
appagare i nostri desideri. L’unico modo per stabilire la pace tra gli uomini è cedere la potestà
assoluta e la libertà ad un individuo o a un gruppo di individui con l’incarico di governare: si
costituisce così un corpo artificiale, politico, che è dotato del più assoluto dei poteri in quanto è
costituito dall’unificazione dei poteri assoluti dei singoli. La pace è il fine ultimo della politica, il
bene supremo. (Questo è il contratto sociale.) Lo stato è l’assoluto dell’uomo, il potere che sottrae
alla dispersione. È la forza che costringe la natura lupesca dell’uomo a diventare socievole mediante
il timore che deve incutere agli uomini affinchè sia mantenuta la pace. Il potere sovrano è
insindacabile e la persona del sovrano è sottratta a ogni tipo di controllo. Al sovrano appartiene
anche di valutare il pieno diritto di pace e di guerra; è l’unico giudice di ciò che viene insegnato ai
suoi sudditi; appartiene al potere sovrano l’emanazione delle leggi, per disciplinare ed evitare
conflitti; e l’amministrazione della giustizia. L’assolutezza del potere sovrano richiede che venga
considerato indivisibile. Hobbes come Bodin, ritiene che i tipi di costituzione siano solo 3:
monarchia, aristocrazia e democrazia. La costituzione mista è una mera costituzione intellettuale
senza corrispondenza con la realtà, in quanto il potere è assoluto e indivisibile. Le forme di governo
devono essere giudicate con riferimento alla loro funzionalità, in relazione alla loro capacità di
mantenere la pace. L’unità della condotta politica può essere assicurata solo dalla monarchia che è
la migliore forma di governo. La garanzia di un governo efficiente è data dalla coincidenza
dell’interessa di chi governa con quello pubblico. La coincidenza tra interesse privato e pubblico
non si verifica invece nelle assemblee: per la diversità delle opinioni che si manifestano e per la
presenza di più partiti, i problemi politici non sono trattati sul piano di considerazioni realistiche e
positive ma mediante argomentazioni che riescano a suscitare il consenso della maggioranza e
quindi a livello della retorica. Le deliberazione riflettono l’interesse della parte che le ha sostenute e
fatte valere e non della collettività. Mentre il monarca è in grado di sollecitare e di avvalersi
dell’opera di consiglieri esperti che possono valutare le singole questioni politiche con serenità. Il
consiglio svolge la stessa funzione che la memoria e la ragione esercita sull’uomo. L’unica
accortezza da seguire è di sentire i consiglieri uno alla volta e di non riunirli mai in una riunione
plenaria poiché si verificherebbe lo stesso inconveniente delle assemblee, cioè si determinerebbe
nei partecipanti uno stato d’animo che disporrebbe al discorso retorico, proprio perché il confronto
con i propri simili risveglia nell’uomo l’interesse e le passioni. Le grandi assemblee politiche non
sono costitutivamente idonee ad esprimere una condotta politica che corrisponda ai reali interessi
della comunità.
Stato di natura e leggi secondo Hobbes
I rapporti che si istituiscono tra cittadini devono essere definiti tendendo conto che nello stato di
natura non sussistono leggi che regolano l’attività degli individui. Leggi di natura sono le qualità, i
modi di essere della natura umana che predispongono gli uomini a costituire e conservare la società.
Nello stato di natura non ci sono criteri per stabilire ciò che è giusto e ingiusto dato che l’uomo ha il
pieno di diritto di utilizzare i mezzi più idonei a difendere la sua vita. Solo con la costituzione dello
stato si possono individuare i criteri con cui distinguere il male e il bene. Questi criteri sono
contenuti nelle leggi positive cioè nei comandi che il potere rivolge ai sudditi. La legge di natura si
risolve nelle leggi positive. Nello stato di natura tutti i beni sono comuni onde ciascuno possiede
solo ciò di cui si è appropriato e che riesce a conservare con la forza. La proprietà privata ritrova il
suo fondamento solo nella
legge positiva che dipende dalla volontà del potere sovrano. La proprietà non può essere concepita
come un diritto opposto allo stato dato che lo stato può far valere nei confronti del suddito il diritto
su tutte le cose. Le leggi positive sono la misura della libertà dell’individuo. Il singolo può rifiutarsi
al comando del sovrano che gli imponga di attentare alla sua vita o all’integrità del suo corpo a
seguito di una giusta condanna.
Posizione della religione secondo Hobbes
Non può essere riconosciuta alla religione un fondamento ed una posizione autonoma che si
esprime in una organizzazione ecclesiastica indipendente dallo stato. L’unità dello stato richiede
che anche la religione e la chiesa vengano subordinate alla volontà sovrana che ha il diritto di
fissare le norme che riguardano sia la dottrina che il culto. La religione è ricondotta ad una
predisposizione naturale al senso del timore, di angoscia avvertito dall’uomo allorchè si trova di
fronte a fenomeni naturali che non riesce a spiegare. Oppure all’ansietà che lo turba allorchè
considera l’insicurezza del suo futuro. Essendo questo il fondamento della religione, l’uomo è
continuamente soggetto a cadere nella superstizione,a scambiare le sue credenze fantastiche con la
vera religione. È solo l’uso della ragione che salva l’uomo dalle superstizioni. La ragione è il
criterio con cui dobbiamo interpretare la parola di dio. Il potere sovrano ha il diritto di sovrintendere
alle questioni ch riguardano la religione e Hobbes lo sostiene con 2 argomentazioni: 1. la prima si
fonda sulla natura del contratto sociale mediante cui viene costituita la società politica. I singoli
diventano nello stato una sola persona pubblica che deve avere un solo culto al fine di rendere a Dio
la dovuta rivelazione. La pluralità delle opinioni in tema di religione costituisce una delle cause
delle tensioni che possono distruggere lo stato.
Occorre mantenere distinte le questioni spirituali da quelle temporali, che devono essere attribuite
all’esclusivo giudizio dello stato. Stato e chiesa sono due nomi che indicano lo stesso corpo
politico, la stessa istituzione sovrana, stato costituito da uomini, chiesa costituita da cristiani,
cosicchè tra l’uomo cittadino e il cristiano non ci può essere nessuna opposizione in quanto la
distinzione è formale.
Spinoza 1632 – 1677 Era un filosofo olandese. Concentrò i suoi interessi nei rapporti tra filosofia,
religione e politica per individuare i principi sui quali fondare l’ordine politico in modo da risolvere
i conflitti religiosi che dividevano le società politiche. Il suo pensiero politico è sollecitato dalla
situazione politica olandese caratterizzata dai contrasti tra i calvinisti ortodossi e quelli che
aderivano all’umanesimo erasmiano. Dice che l’insidia più pericolosa per la ragione è la
superstizione: la situazione di insicurezza e paura in cui si trova l’uomo, spiega come mai sia
portato a dare sempre una spiegazione fantastica ai fenomeni naturali e ritenere che le vicende della
sua vita siano determinate da entità da venerare. Le divisioni e i conflitti dipendono dall’influenza
che i teologi e gli ecclesiasti hanno acquistato sul popolo: animati dall’ambizione si comportano più
da retori che da dottori della chiesa, preoccupati di salvaguardare il proprio prestigio e scalzare gli
avversari. Questo ha svuotato la religione
cristiana del suo contenuto per ridurla ad un insieme di pratiche. La religione è degenerata in
superstizione.
Trattato teologico-politico di Spinoza
Bisogna procedere ad un esame del fondamento della religione cristiana che si riferisce alle sacre
scritture e al vecchio testamento. Il Trattato teologico-politico è il primo moderno tentativo di
esegesi del testo biblico. La bibbia deve essere considerata alla stregua di un documento storico ed
interpretata con lo stesso metodo di cui ci serviamo per gli altri documenti storici. Ritiene come
Hobbes, che non ci sia differenza tra ragione, lume naturale quale è data a tutti gli uomini e la
ragione quale risulta dalla rivelazione dei profeti. La società politica è la condizione necessaria
affinchè gli uomini possano provvedere ai bisogni materiali e a conseguire il perfezionamento della
loro natura. Poiché la maggior parte degli uomini cerca di perseguire il proprio utile, per fondare e
mantenere la società è necessaria l’istituzione di un potere coattivo che con le leggi riesca a
controllare le passioni e le cupidigie degli uomini. Dato che la natura umana non sopporta la
costrizione assoluta, occorre studiare i modi per temperare il potere. La religione ha il compito di
far si che gli uomini obbediscano più per devozione che per timore. La religione interviene in
ausilio delle leggi dello stato affinchè il comportamento della massa si adegui alle prescrizioni delle
leggi. La ragione e la filosofia hanno come oggetto la verità, la conoscenza intellettuale dell’identità
di Dio e natura. La religione e la teologia hanno come oggetto la pietà e l’obbedienza che debbono
essere ispirate alla massa degli uomini.
Istinto di autoconservazione per Spinoza
Considera l’uomo come un dato della natura che ritrova nella sua potenza, nel suo istinto di
autoconservazione, nella volontà di vita, la causa di tutti i suoi comportamenti. Nello stato di natura
l’essere dell’uomo si identifica con la sua potenza. Gli uomini sono tutti uguali in quanto tutti si
determinano sulla base del puro istinto e non può esistere distinzione tra bene e male, giusto o
sbagliato. Gli uomini dominati da un solo istinto di autoconservazione, vivono in uno stato di guerra
continua, in balia della sorte, senza possibilità di garantire il proprio futuro. Questa situazione
convinse gli uomini che l’unico modo per sottrarsi a questa situazione era di associarsi per
provvedere collettivamente a ciò che è necessario alla sopravvivenza. La differenza tra la
concezione del contratto sociale di Hobbes e quello di Spinoza sta nel fatto che per Spinoza la
formazione della società civile avviene mediante la costituzione di un potere comune che deve
essere esercitato sulla base della volontà di tutti. La natura della società politica è essenzialmente
democratica in quanto gli uomini costituiscono la società in vista della utilità di ciascuno e di tutti e
per sottoporre il proprio comportamento alla guida della ragione. Se la società si fonda sulla ragione
non si può affermare che gli uomini si determinino nel loro com’portamento solo mediante la
ragione: nell’uomo permangono gli istinti e le passioni che sono i veri moventi delle azioni. Se
potessero manifestarsi con piena libertà provocherebbero la distruzione della società.
Spinoza: il patto sociale
Il patto sociale attua un unione tra individui che collegialmente hanno il diritto di disporre di ciò che
appartiene alla società. Il potere sovrano non di distacca e si contrappone come in Hobbes alla
totalità dei cittadini, ma inerisce alla stessa collettività, cioè al popolo. Occorre trovare un tipo di
ordinamento politico che possa moderare gli animi e frenare sia i governanti che i governati in
modo che né questi si trasformino in ribelli, né quelli in tiranni. Le difficoltà di un ordinamento
politico a base democratica nascono dal fatto che gli uomini non regolano i propri comportamenti
nella società secondo i precetti della ragione, anzi, spesso si lasciano guidare dal proprio istinto che
consiste nella ricerca del piacere e nel sottrarsi ad ogni impegno che comporti sacrificio e fatica. La
prima esigenza dello stato è di resistere alla dispersione e disgregazione che sono generate dalle
passioni. Ribadisce il principio dell’assoluta obbedienza alla potestà sovrana perché la fedeltà dei
sudditi è la condizione indispensabile affinchè possa sussistere la società politica come garanzia di
pace. L’individuo con il patto sociale ha conferito tutto il suo potere alla collettività.
Non riconosce la legittimità della resistenza attiva nei confronti del potere tirannico. Il suddito non
può contrastare con la forza il tiranno ingiusto in quanto la sua azione avrebbe come conseguenza la
fine dello stato. Per Spinoza utile e ragione coincidono. Il potere dello stato sovrano è l’unificazione
dei poteri dei singoli individui. La democrazia è al forma di governo che più delle altre rappresenta
l’essenza della società politica in quanto realizza la coincidenza dell’utile di chi detiene il potere
con l’utile della collettività.
Spinoza: libertà come fine dello stato
Il fine dello stato è la libertà dell’individuo, l’organizzazione politica deve consentire all’uomo di
vivere in pace e sicurezza affinchè possa mediante la ragione affrancarsi dal dominio delle passioni
e cooperare con i suoi simili alla realizzazione di una sempre più compiuta vita sociale. Ogni
individuo conserva il diritto di giudicare e la libertà di pensiero che aveva allo stato di natura. È
assurda la pretesa del potere politico di imporre ai sudditi determinate convinzioni e di metter al
bando questa o quella filosofia in omaggio al credo filosofico di chi comanda. Lo stato che lo fa
nega la sua ragion d’essere.
La libertà di pensiero deve essere connessa alla libertà religiosa. Se la religione è autonoma, se il
sommo bene è l’amore intellettuale di Dio. La chiesa dipende dallo stato perché essa esiste
nell’ambito della società politica e la sua azione è possibile solo se la legge statale la riconosce. La
religione è importante ai fini della salvezza del vincolo sociale, dell’armonia e della disciplina, dato
che in essa si esprimono i valori e i sentimenti che ispirano i comportamenti della maggioranza. È la
religione che ispira l’etica civile su cui si fonda l’ordine politico. Lo stato si fonda sul’autonomia
della ragione e il suo fine ultimo è la libertà di pensiero e religiosa, che è la caratteristica
indispensabile affinchè lo stato possa essere autonomo e indipendente, possa porsi come autorità
sovrana nei confronti dei singoli e delle confessioni religiose. Lo stato trova
così la sua legittimazione e non ha più bisogno di ricorrere al diritto divino per giustificare il suo
potere di fronte ai sudditi.
Locke 1632 – 1704: trattati sul governo
La prima parte dei due trattati sul governo è dedicata alla confutazione di Filmer che in uno scritto
aveva riformulato la dottrina della istituzione divina del potere del re, ricollegandolo alla signoria
che Adamo aveva su tutte le cose e soprattutto sui suoi figli in quanto da lui generati. Il potere
divino dei re ha un riscontro con il potere che il padre esercita sui figli: come l’unità della famiglia
si fonda sul potere del padre, così la società politica si fonda sul potere del monarca. La critica di
Locke al pensiero di Filmer dice che è impossibile giustificare il potere sovrano sulla base del
diritto paterno di Adamo alla luce della Sacra Scrittura in quanto sono tanti e tali i fatti che
caratterizzano la storia di Israele che non si riesce a vedere come possa sussistere una continuità di
potere tra Adamo e tutti gli altri re di cui parla l’antico testamento. È impossibile trovare linee
sicure per ricostruire la linea primogenita della discendenza di Adamo alla quale possa essere
riconosciuto il diritto di succedere nel potere assoluto al progenitore. Se non vogliamo affermare
che il governo è espressione della forza e che gli uomini vivono come animali tra i quali il potere è
detenuto dal più forte dobbiamo ritrovare un fondamento umano al potere politico. Il potere politico
deve essere distinto dalle altre forme di potere. Il potere politico deve essere definito come il diritto
di far leggi con penalità, per il regolamento della proprietà, nella difesa della società politica da
offese straniere per il bene pubblico. Il potere politico è la conseguenza della costituzione della
società politica. Lo stato di natura è la condizione prima alla quale dobbiamo riportare l’individuo
per rendersi conto di ciò che è effettivamente. Nello stato di natura l’individuo si comporta secondo
le sue facoltà costitutive ed uniformandosi alle regole che derivano dalla legge di natura la quale
non può che coincidere con la ragione dell’uomo. Lo stato di natura è caratterizzato dalla libertà di
ciascuno nel rispetto della regola che ogni individuo esprime un potere uguale a quello degli altri e
che questo potere è finalizzato alla conservazione di ciascun individuo. Libertà e uguaglianza sono i
principi dello stato di natura. Il principio di libertà e uguaglianza nello stato di natura sancisce
l’obbligo per ciascuno di non violare la sfera dell’autonomia e dell’indipendenza dell’altro e non
arrecare danno ai beni che ineriscono l’individuo: vita, salute, libertà, possesso di cose. Ogni
individuo nello stato di natura può respingere l’offesa dell’altro con la forza. Distinzione tra forza e
violenza: la forza è volta alla difesa e alla restaurazione della legge di natura che sancisce la
coesistenza dei singoli nel rispetto della libertà dell’uguaglianza. La violenza è diretta a offendere e
comprimere l’autonomia dei singoli. Mentre per Locke lo scontro tra individui implica la difesa e la
restaurazione del diritto di natura, per Hobbes lo stato di natura è la manifestazione di un assoluta
volontà di potenza degli individui, senza la possibilità di individuare alcun criterio di giustizia.
Hobbes dice che non sempre nello stato di natura vince chi resiste a un ingiusta aggressione per cui
la vittoria non può essere assunta come criterio di giustizia. Ma Locke considera solo il caso in cui
l’aggredito sia riuscito a sconfiggere il suo aggressore e ritiene che i conflitti allo stato di natura non
possono che terminare con la vittoria della forza sulla violenza. La schiavitù, il potere che il signore
esercita sul servo si fonda sulla forza giusta: nello stato di natura è lecito uccidere l’aggressore che
abbia attentato alla nostra vita oppure conservarlo in vita in
cambio di servizi che deve prestarci. Il rapporto servo-padrone appartiene alla società naturale e non
può essere considerato come presupposto del potere politico.
Locke: la proprietà e il lavoro produttivo
Il diritto alla vita implica il pieno godimento dei beni acquisiti. La proprietà è l’ambito materiale nel
quale si attua la libertà e l’autonomia dell’individuo nello stato di natura: è il diritto naturale che
garantisce l’attività che l’individuo svolge per mantenersi in vita. La terra e i suoi prodotti sono di
tutti gli uomini che per diritto di natura hanno l’esclusiva proprietà di se stessi. Gli uomini sono
proprietari del loro lavoro cioè delle loro energie fisiche. In conseguenza di take diritto l’uomo fa
sue tutte le cose che ha trasformato con il suo lavoro. Solo con il lavoro le cose naturali vengono
trasformate in beni atti a soddisfare i bisogni. La proprietà diventa la misura della capacità,
dell’industriosità, dell’abilità, dell’energia che l’individuo è in grado di esprimere.
La società naturale si attua spontaneamente allorchè ciascun individuo svolge la sua attività per
procacciarsi i beni che gli sono necessari e perciò stabilisce con i suoi simili dei rapporti di
collaborazione. Il lavoro produttivo è la ragion d’essere della società di natura. La tutela della
libertà, della proprietà privata e dell’indipendenza è affidata al singolo il quale se assalito ha il
diritto di respingere l’offensore infliggendogli la pena: l’individuo diventa giudice e parte in causa il
che è un inconveniente perché non può garantire la giustizia obiettiva che è il principio
fondamentale della legge di natura.
Locke: scopi della società politica
Al fine di stabilire un’autorità al di sopra delle parti che possa amministrare la giustizia, i singoli si
accordano per fondare la società politica la quale ha come scopo tutelare la libertà, l’indipendenza e
l’autonomia dei singoli e le loro proprietà private. L’individuo preesiste con i suoi diritti naturali
alla società politica la quale trova la sua ragion d’essere nel consenso di coloro che l’hanno
costituita. Nessun vincolo può essere imposto all’individuo se non viene da lui accettato.
L’individuo in tal modo si spoglia a favore della società politica del suo potere esecutivo cioè del
suo diritto di difendere con la forza la sua vita, libertà, proprietà e costituisce un potere pubblico per
la difesa dei suoi diritti. Conseguenza diretta è che le deliberazioni della maggioranza vincolano la
minoranza. La costituzione che meglio corrisponde al fondamento consensuale della comunità
politica è quella che si fonda su 3 poteri: 1. legislativo: è il potere supremo che formula le leggi
mediante cui deve essere regolata l’attività dell’individuo e che devono avere di mira la
conservazione della società. Ma deve prestare obbedienza ai limiti posti dalla legge di natura che
non si identifica come diceva Hobbes, con il diritto positivo dello stato ma sussiste come sistema di
principi che disciplinano l’attività legislativa. Non può emanare disposizioni arbitrarie sulla vita e
sulla proprietà dei cittadini, né può privare il cittadino di parte della sua proprietà senza il suo
consenso. 2. esecutivo: ha il compito di eseguire o fare eseguire le leggi. La libertà politica è
garantita quando il potere di fare le leggi e quello di eseguirle sono affidati a due gruppi distinti di
persone: se chi fa le leggi le fa anche eseguire ha la possibilità di sottrarsi alle leggi e di volgerle a
suo vantaggio. 3. federativo: si occupa dei rapporti con le altre comunità politiche e che implica il
potere di guerra e pace e di stipulare trattati di alleanza. Il potere esecutivo e federativo non possono
essere affidati
a due diversi gruppi di persone in quanto ambedue richiedono l’uso coordinato della forza politica.
L’esecutivo-federativo è subordinato al legislativo che è il potere supremo.
Vico 1668 – 1744: I metodi degli studi del nostro tempo
Scrive I metodi degli studi del nostro tempo in cui la politica come scienza e arte di governo è
riferita alla prudenza, all’accortezza con la quale cerchiamo di renderci conto della particolarità
degli eventi e ci sforziamo di individuare i principi e le regole che si adattano a un determinato
fatto. La prudenza e la saggezza politica consiste nella capacità di saper valutare le situazioni in
quel che hanno di peculiare onde saper usare i mezzi adeguati ad esse. Ma le situazioni non sono
altro che il risultato dell’attività umana determinata dall’arbitrio dell’uomo e caratterizzate
dall’incertezza e dal presentarsi con caratteristiche sempre differenti ed essere sempre nuove. La
scienza della natura tende a una conoscenza unitaria che si esprime mediante un principio che ci
consente di spiegare la realtà mentre la politica cerca di conoscere le cose per individuare le
possibili cause di esse e scegliere poi la più probabile. Va riconosciuto un valore positivo non solo
al principio razionale della mente ma anche alle passioni che dominano il campo del concreto agire
umano e della politica: passioni che devono essere comprese e indirizzate verso i fini che la mente
definisce sul piano del vero. Il che è possibile colo con l’eloquenza che sa commuovere e
entusiasmare gli animi.
Vico: il vero e il fatto
Il criterio sul quale fondare la ragione deve essere individuato tenendo conto della distinzione tra il
vero e il fatto della successiva reciproca conversione del vero e del fatto: si può avere una vera
scienza solo dalle cose che noi facciamo: la scienza deve preoccuparsi di trovare il modo onde le
cose che intendiamo conoscere si generano. Da questo punto di vista solo Dio ha una vera scienza
della natura in quanto creatore dell’universo. L’uomo può avere di essa solo una conoscenza
limitata. La matematica e la geometria sono scienze vere in quanto i principi sono formulati dalla
mente umana. La vera conoscenza scientifica si riferisce alla storia in quanto è fatta dagli uomini.
Tutte le manifestazioni del fare degli uomini sono collegate tra di loro e si compongono in una
sistematica connessione nelle società politiche. Intimo nesso tra storia e politica. Afferma il primato
della politica come scienza del mondo umano delle nazioni sulle scienze della natura in quanto
perviene ad una conoscenza esaustiva del suo oggetto di studio. La politica deve considerare la
reciproca conversione del vero e del fatto, resa possibile dalla mediazione del certo che è una parte
della verità, che può essere conosciuta dall’uomo nelle particolari condizioni storiche in cui si trova.
La certificazione del vero avviene mediante l’autorità che consente al fare dell’uomo di consistere
come mondo umano e di costituire e far sussistere lo stato.
L’autorità come certificazione del vero è connessa al fare dell’uomo, come principio costitutivo
della sua umanità e personalità. L’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio: Dio è sapienza,
volontà e potenza. Anche l’uomo è sapienza, volontà e potenza ma a motivo della sua originaria
corruzione queste tre facoltà divergono tra loro nel senso che la volontà pretende di dominare la
ragione. Da questa pretesa si genera la cupidigia da cui scaturisce l’amore di se stessi. La cupidigia
è eccitata dalle cose finite e corporee di cui sentiamo la mancanza, che si compongono agli uomini
tramite i sensi. I sensi che sono stati dati all’uomo per la difesa della vita, vengono assunti come
arbitri in grado di giudicare il vero delle cose. La ragione sottomessa ai sensi non può conoscere il
vero. La corruzione dell’uomo significa il dominio della volontà che dovrebbe essere suddita alla
ragione. La stoltezza dell’uomo consiste nella sapienza dei sensi che è la causa dell’ignoranza del
vero da cui scaturisce l’infelicità dell’uomo. L’uomo è costituito da mente e corpo: la prima è
spirituale, la seconda è finita e materiale. Le tre facoltà dell’uomo, la ragione, volontà e potenza,
sono connesse tra loro nel senso che in ognuna di esse sussistono le altre. Una di esse può attuarsi
solo se realizza le altre due. Le tre facoltà si esprimono nel fare dell’uomo: come dominio, in
quanto diritto di usare le cose secondo ragione; come tutela in quanto diritto di difendere la nostra
vita e di provvedervi; come libertà in quanto diritto di determinare le nostre azioni. L’autorità è
costituita dal dominio, tutela e libertà. Il primo modo in cui si manifesta l’autorità è la forza cioè
l’energia con cui l’uomo si realizza come unità sussistente. La forza è l’inalienabile diritto
dell’uomo alla vita e come dominio delle cose necessarie alla sua vita, come tutela alla sua vita,
come libertà contro ogni forma di asservimento. La forza non è un dato fisico ma si genera
nell’interiorità dell’uomo che sola può disciplinare e indirizzare il movimento del corpo. L’uomo si
distingue dagli animali e dai bruti in quanto si muove e non subisce con passività gli impulsi che
riceve dall’esterno. Distinzione tra forza e violenza: la forza è l’energia umana con cui si fa valere
la ragione, la giustizia, il diritto; La violenza promana dal predominio della volontà sulla ragione,
dalla cupidigia, dal dominio dei sensi sulla ragione, è negazione della ragione, della giustizia e del
diritto, non fonda la società ma la strumentalizza e la sfrutta. La società si costituisce in quanto
esprime una forma di partecipazione degli uomini alla verità alla giustizia, all’equità.
Vico: l’uomo e il ciclo della società
L’essenza della società politica si esprime nella sua genesi storica: occorre quindi analizzare il
processo di formazione della società con riferimento all’uomo primitivo che vive allo stato di
nature. L’uomo primitivo non è diverso dalle bestie: conduce una vita errabonda e ferina vivendo
nella promiscuità. Nell’uomo primitivo la ragione è sprofondata nel corpo, rinchiusa nell’istinto.
Tali nature non riescono a stabilire alcun rapporto tra loro. La genesi del movimento attivo
dell’uomo che gli consente di uscire dalla vita bestiale è connessa a due fondamentali modi di
avvertire e conoscere la realtà che si fondano sulla religione e sulla fantasia, sulla capacità che ha
l’uomo di vivere una particolare esperienza e di raffigurarsi questa stessa esperienza. La prima
esperienza religiosa di uomo primitivo deve essere commisurata alla sua immane natura. Si esprime
nel terrore religioso che l’uomo prova in occasione di un fenomeno naturale, il fulmine. Il terrore
religioso rinserra gli uomini primitivi nelle grotte e li sottrae alla loro libertà bestiale. Li induce a
cercare di interpretare le manifestazioni del cielo, i fulmini, il volo degli uccelli, per conformarsi al
volere della divinità. Il primo rapporto da cui si origina la sua umanità è quello che l’uomo
stabilisce con Dio. Al terrore religioso è connesso un altro sentimento da cui si generano tutte le
regole che disciplinano il comportamento dell’uomo: il pudore per cui l’uomo non si accoppia più
con la donna davanti ai suoi simili ma poiché teme Dio si nasconde nelle grotte trattenendo con sé
la sua compagna. Si esprime così il vero rapporto umano. L’unione dell’uomo con la donna. Lo
scopo del matrimonio è di certificare la prole: la certificazione dei rapporti tra genitori e figli è il
presupposto di ogni tipo di società. Il timore di Dio e il pudore generano un altro sentimento in virtù
del quale l’uomo si riconosce nel suo simile e lo riconosce come uomo: la pietà verso i defunti: per
questo l’uomo non abbandona il morto ma lo seppellisce. Il timore di Dio, il pudore e la pietà verso
i defunti si manifestano nelle prime 3 istituzioni dell’umanità: la divinazione, i matrimoni e le
sepolture. Il processo di evoluzione del gruppo familiare è promosso dall’esigenza di procurare i
mezzi di sussistenza e coltivano la terra: nasce così la prima delle arti umane: l’agricoltura a cui si
dedicano quei gruppi umani che per aver espresso una forma di culto, per contrarre nozze, per
osservare il rito delle sepolture, costituiscono le genti maggiori. A queste si contrappongono le genti
minori che sono formate da gruppi umani che continuano nella vita ferina propria dell’orda
primitiva. Questi uomini invadono i campi coltivati dalle genti maggiori che parte ne uccidono e
parte ne conservano in vita a patto di coltivare la terra: il rapporto servo-padrone esprime la genesi
della società politica e si fonda sulla forza. Con la tutela si costituisce la famiglia vera e propria che
è formata dai genitori, dai figli e dai famoli, cioè dai clienti che in cambio della protezione lavorano
i campi e prestano i servizi per la famiglia e per il gruppo gentilizio cui appartengono. Si forma il
primo nucleo politico composto da individui non uniti dal vincolo di sangue ma sono assoggettati al
dominio dell’assoluto potere sovrano del pater familias. Si esprime così la seconda forma di
autorità, quella del pater familias. Il rapporto tra genti maggiori e minori, tra nobili e clienti è la
premessa per intendere il processo storico-politico che portò alla costituzione della società politica e
alla terza forma di autorità, quella che si esprime nello stato. Le società primitive del periodo delle
cosiddette monarchie familiari sono caratterizzate da ammutinamenti di famoli contro i nobili. Dal
conflitto tra genti maggiori e minori nasce la prima forma di comunità statale: i gruppi gentilizi: i
padri di famiglia si riunirono in ordini cioè misero in comune le loro forze e i loro averi e
nominarono un capo comune per guidarli nella lotta contro i famoli ammutinati. Si costituì la prima
comunità politica mediante l’unione di più gruppi gentilizi: terza forma di autorità, quella dello
stato. Le prime città furono costituite dai soli eroi, la classe aristocratica.
Dominio e stato secondo Vico
La rivolta delle genti minori è risolta con una prima concessione da parte delle genti maggiori: il
cosiddetto dominio bonitario dei campi che è consentito alle genti minori sulla base di una
concessione del gruppo gentilizio: è questa la prima legge agraria che regola i rapporto tra
aristocrazia e plebe. L’emanazione della legge delle XII tavole è la seconda importante vittoria della
plebe conto l’aristocrazia. Il motivo ispiratore della famosa legge fu di garantita alla plebe il
dominio quiritario, proprio dei nobili, la proprietà piene. Ma la proprietà delle genti minori, alla
morte del proprietario ritornavano all’originario concedente aristocratico in quanto la plebe non
aveva diritto di disporre per testamento il patrimonio. A tal fine la plebe pretese e ottenne il diritto
di contrarre a nozze solenni, partecipando agli auspici dei nobili e conquistando la piena
cittadinanza. Ottenuta la ragion privata degli auspici, cioè quanto attiene al dominio, alla libertà ,
alla tutela, i plebei conseguirono la ragion pubblica cioè furono ammessi al consolato, ai sacerdozi e
al pontificato. Venne poi concesso la parificazione della plebe alla nobiltà. Il dominio, la tutela e la
libertà sono le fasi del processo storico di formazione e svilupo delle
società politiche. Il dominio è caratteristico delle monarchie familiari, la tutela è la ragion politica
delle aristocrazie, la libertà è il risultato di un processo storico in cui la ragione eroica delle classi
dominanti si venne umanizzando sotto pressione delle richieste delle genti minori. Punto più alto
cui perviene lo stato si realizza quando si perviene ad una reale compartecipazione tra politica, leggi
e ragione quale si esplica nella filosofia e nelle discipline scientifiche. Lo stato può essere concepito
come un uomo in grande in quanto non è altro che l’originaria autorità naturale dell’uomo. Lo stato
deve essere concepito come un entità che consiste nel diritto. La prima legge universale è l’uomo, la
seconda è quella del pater famiglia, che precedono lo stato e in esso si integrano. Lo stato di Vico è
o stato-sovranità di Bodin: è l’autorità verso cui convergono tutte le altre autorità che sussistono
nell’ordine civile.
Società politiche per Vico
Le società politiche nascono, crescono, maturano e decadono sino alla distruzione (sviluppo ciclico
delle costituzioni – Polibio). La religione è il fondamento della società politica: l’uomo si toglie dal
suo stato errabondo quando riconosce un’entità superiore che lo domina e lo governa. La ragione
ritrova la sua energia nella religiosità, nella fantasia che la alimentano e che le consentono una presa
vitale sulla realtà. La crisi dell’ordine politico si determina allorchè la libertà ha perso l’avvertenza
del suo fondamento etico-religioso, dei principi oggettivi che segnano un confine sicuro tra libertà,
licenza e arbitrio ed è vista in funzione dell’utilità dei singoli individui o delle fazioni che riescono
a impadronirsi del potere. Tra la ragione e l’ordine politico c’è un nesso vitale: come la ragione è
promossa dall’ordine politico in quanto ne costituisce la sua più vera legittimazione, perché la
ragione riconosce quella verità che è a fondamento della società politica, la ragione è coinvolta nel
processo di decadenza e disarticolazione della società e ne diventa una delle cause principali in
quanto impedisce che gli individui possano comunicare tra loro il vero e l’equo che fanno consistere
la società politica. A situazione di anarchia che si determina può avere 3 soluzioni: 1. il popolo può
consentire che tutti i poteri vengano concentrati nelle mani di uno solo che con la forza delle armi
garantisca pace e sicurezza. Il monarca rende tutti uguali nei suoi confronti, difende il popolo dai
potenti e garantisce al popolo la libertà naturale. 2. quando i popoli non consentono che un monarca
concentri in sé tutti i poteri, è destinato a essere governato da altre nazioni che l’hanno sottomesso.
Chi non è in grado di governare deve essere governato da chi ne è capace. 3. crisi dell’ordine
politico e della civiltà che investe la società umana che è dominata dalla cupidigia dei beni
materiali. Questo genera nella società la violenza, la ferocia, la crudeltà che scatena gli uomini gli
uni contro gli altri in lotte che hanno fine solo quando tutto viene distrutto e l’uomo viene riprtato
alle condizioni iniziali tipiche dello stato di natura.
Montesquieu: Lo spirito delle leggi
La Francia di Richelieu, Luigi XIV voleva una monarchia di diritto divino Montesquieu trova
ispirazione nella polemica nei confronti della monarchia assoluta di Luigi XIV come forma di
governo che contrasta le tradizioni politiche della Francia e degli stati europei.
La libertà è il bene che ci fa godere di tutti gli altri beni. Scrive lo spirito delle leggi. Le leggi sono
analizzati con riferimento alle manifestazioni della vita sociale. Sono 32 libri distinti in 6 parti. Le
prime due trattano temi politici come le forme di governo e la monarchia costituzionale fondata
sulla divisione dei e poteri e sulla libertà politica del cittadino. La parte terza illustra i rapporti tra la
legge e il clima, l’ambiente e lo spirito generale della nazione. La quarta si riferisce alle leggi che
attengono al commercio, alla moneta alla popolazione. La quinta esamina i rapporti tra legge e
religione. La sesta studia le origini e la formazione delle leggi. Il concetto di legge deve essere
fondato sul principio che ci consente di intendere il diverso, il particolare e il generale. Le leggi
sono la manifestazione di un ordine articolato che si fonda sulla natura delle cose. Sono i rapporti
necessari derivanti dalla natura delle cose. Le leggi positive, poste dalla ragione dell’uomo che a
differenza del mondo fisico e degli animali è capace di formulare le regole per il suo
comportamento. L’uomo è sottoposto alle leggi divine e a quelle della natura. La società è un fatto
naturale e l’uomo deve costituirla. Nello stato di natura l’uomo non ha una ragione attiva ma solo la
facoltà di ragionare: è dominato dall’istinto di conservazione, consapevole della propria debolezza,
dell’avvertenza dei bisogni, del desiderio di comunicare con i suoi simili. Dalla famiglia si generano
i gruppi sociali primari: le genti, tribù, villaggi. Il gruppo implica la coordinazione delle attività di
più individui per il perseguimento di scopi che non possono essere raggiunti dai singoli. La
formazione di gruppi sociali distinti, la necessità di provvedere ai conflitti pongono le premesse da
cui scaturiscono i 3 tipi di diritto: 1. diritto delle genti: regola i rapporti tra le diverse società 2.
diritto politico: disciplina i rapporti tra governanti e governati. 3. diritto civile che regola i rapporti
tra gli individui
Montesquieu: legge e ragione umana
Il diritto è formato dalle situazioni in cui vengono a trovarsi gli uomini. L’area della politica che si
riferisce allo stato è determinata dal confluire delle forze particolari nella forza generale, dei
rapporti tra le forze particolari cioè gruppi sociali minori nei quali è inserito l’individuo. L’unione
delle forze particolari richiede anche l’unione della volontà dei singoli che determina la formazione
dello stato civile, della società civile, distinta dallo stato, che è il presupposto del diritto civile,
distinto da quello politico. Questo si fonda sulle forze particolari cioè su gruppi sociali minori, il
diritto civile sulla volontà degli individui. La legge è la ragione umana in quanto governa tutti i
popoli della terra. E le leggi politiche e civili sono casi particolari in cui questa ragione umana si
applica. Cogliere il nesso che unifica tutte le leggi rispettandone le particolarità, stabilire le relazioni
fra esse e quelle con l’ambiente, con i popoli, la storia, significa intendere lo spirito delle leggi. Le
leggi devono essere adatte al popolo per il quale sono fatte; devono essere in rapporto con la natura
e con il principio di governo costituito; devono essere in relazione col carattere fisico del paese;
devono essere in rapporto col grado di libertà che la costituzione è capace di sopportare, con la
religione degli abitanti, le loro disposizioni, la loro ricchezza, il loro numero. Finalmente esse hanno
relazioni reciproche tra loro. Esse nel loro insieme formano lo spirito delle leggi.
Nella prima parte l’analisi viene finalizzata al problema della libertà politica che è definita con
riferimento alla sfera di autonomia e indipendenza di cui può godere l’individuo. La libertà coincide
con le leggi positive nel senso che il diritto delimita la sfera di azione dell’individuo nella società.
La libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono. Se un cittadino potesse fare ciò che le leggi
proibiscono non sarebbe più libero perché tutti gli altri avrebbero anch’essi lo stesso potere. Noi
siamo liberi perché viviamo sotto leggi civili. La libertà deve essere riferita alla sfera patrimoniale
che diventa la pietra angolare sulla quale si basano tutti i rapporti della società civile. Acquistano
importanza le leggi che disciplinano la sfera patrimoniale. Devono consentire a ogni individuo di
accedere alla proprietà. La proprietà appartiene alla sfera del diritto civile e quindi non può essere
regolata dal diritto politico. Nessuno può essere privato dei suoi beni sulla base della legge politica.
La libertà implica anche la sicurezza dei cittadini, assicurati dalle leggi con cui vengono tutelati i
beni personali fondamentali: la vita, l’onore, il patrimonio.
Tre tipi di governo per Montesquieu
Esistono 3 tipi di governo e quindi 3 costituzioni: 1. repubblica: si ha quando il potere sovrano
appartiene al popolo e può essere aristocratico (sovranità ai nobili) o democratico (sovranità a tutto
il popolo). 2. monarchia: il potere è di uno solo, che però governa secondo leggi fondamentali che
disciplinano e delimitano il suo potere 3. dispotismo: il potere appartiene ad uno solo che governa a
suo arbitrio.
La natura del potere sovrano deve essere distinta dal principio di ciascuna delle tre costituzioni. I
principi sono: la virtù: come amore della patria per il governo repubblicano democratico o come
etica della moderazione di quello aristocratico; l’onore per il governo monarchico come rifiuto di
compiere alcun atto che possa ledere la dignità, l’indipendenza; la paura per il governo dispotico.
La monarchia è la forma di governo basata sulle leggi fondamentali che riflettono una società
gerarchizzata e articolata e strutturata in una molteplicità di ordini. I poteri intermedi costituiscono
la natura del governo monarchico. Lo stato è più saldo, la costituzione più incrollabile, la persona
dei governanti più sicura. La monarchia è caratterizzata dall’esistenza dei corpi intermedi che si
pongono tra i cittadini e chi detiene il potere impedendo a quest’ultimo di raggiungere il cittadino
dove il comando deve essere mediato da una molteplicità di istituzioni che garantiscono
all’individuo la libertà. Tra i poteri intermedi il più importante è la nobiltà formata dall’aristocrazia
di sangue e dall’aristocrazia minore cui apparteneva la nobiltà minore.
La politica si propone fini che possono essere conseguiti con la coordinazione di una molteplicità di
provvedimenti e azioni i cui risultati impegnano più generazioni. La vita degli stati e dei popoli
deve svolgersi in una unità. La politica non è fatta dagli individui ma dalle istituzioni cioè dagli
individui connessi agli interessi generali e permanenti di una determinata collettività che sono in
grado di esprimere le caratteristiche peculiari di un popolo. Gli interessi dello stato possono essere
garantiti solo salvaguardando i principi informatori delle leggi fondamentali. Ma perché ciò sia
possibile occorre che ci sia nello stato un deposito delle leggi che le conservi e le faccia valere.
Questa funzione non può essere assolta da un monarca perché è un individuo e quindi una volontà
mutevole che può diventare arbitraria. Deve essere assolta da un potere intermedio, la magistratura.
Affinché il poter non esca dalla sfera che gli è propria deve essere mantenuto nei limiti da u altro
potere che gli si contrapponga. La forma di governo che offre maggior libertà è la monarchia
moderata, temperata dalle leggi fondamentali. La sovranità deve essere distinta in 3 poteri:
esecutivo, legislativo, giudiziario. Questi poteri sono tali in quanto sono attribuiti a tre distinti ordini
sociali. Possono controllarsi a vicenda contrapponendosi a chi tenti di sopraffare l’altro. Il
dispotismo si attua quando nello stesso organo si concentra il potere di fare le leggi, eseguirle e
giudicare. Nello stato costituzionale alla monarchia viene attribuito il potere esecutivo,
all’aristocrazia e al popolo quello legislativo, all’aristocrazia di toga il giudiziario. Il potere
legislativo deve essere organizzato in due camere sul modello inglese: la prima rappresenta il
popolo, la seconda l’aristocrazia. Montesquieu sostiene la monarchia costituzionale.
La religione è un freno per il potere politico alla sua tendenza di diventare assoluto. Il Cristianesimo
ha ispirato i principi del diritto pubblico europeo dal quale trae fondamento la monarchia
costituzionale. Un territorio ristretto favorisce la costituzione repubblicana, un territorio medio
quella monarchica costituzionale, uno vasto quello dispotico. La costituzione politica, il sistema
delle leggi positive che v corrisponde e i principi delle forme di governo sono il risultato di un
lungo processo storico.
Pensiero politico di Rousseau 1712 – 1778
Ha il suo centro ispiratore negli ideali della libertà e dell’uguaglianza che devono essere fatti valere
con un rinnovamento totale della società, delle tradizioni, delle leggi, delle istituzioni. Tale
rinnovamento trova esito nella democrazia. Conclude il giusnaturalismo. L’uomo civilizzato nella
società nega i principi, i valori, l’ordine della natura. Scrive “il discorso sulle scienze e sulle arti” in
cui è esaminato il concetto di progresso e si tratta di capire se ha reso l’uomo più civile. Dice che
non ha portato alcun miglioramento. Il progresso delle scienze e delle arti si traduce in un aumento
di ricchezza che determina l’amore per gli agi, il lusso… l’amore per la ricchezza fa perdere di vista
alla società gli scopi della sua costituzione, il valore della virtù civica, il sacrificio per il bene della
comunità. Contrappone i costumi rozzi ma naturali, spontanei, sinceri a quelli civili ma corrotti: la
civiltà promossa dalle arti e le scienze nasconde l’artificiosità dei sentimenti. La scienza tiene a
diventare uno strumento politico nelle mani dei governanti e si fa portatrice non tanto di verità
quanto di opinioni che avalla con il prestigio della sua autorità. La diffusione dei lumi promossa
dall’enciclopedia non promuove una crescita culturale ma si fonda sul nozionismo e nasconde le
difficoltà reali connesse all’acquisizione di autentica cultura. È sostenitore della primitiva
ignoranza, della semplicità e spontaneità dell’uomo primitivo. La ragione e la scienza sono svuotate
da qualsiasi contenuto etico e umano.
La contrapposizione tra l’uomo come è nella natura e la società civile quale risulta dal progresso è
approfondita nel “discorso sull’origine della ineguaglianza. Vuole individuare le cause in cui
l’uomo originariamente libero e felice perviene ad una situazione opposta. L’uomo vero e autentico
era quello dello stato di natura quando non c’erta la società civile. Nello stato di natura l’uomo è
libero ed uguale, è sollecitato dall’istinto e dai bisogni e conduce una vita semplice e tranquilla. Al
contrario di Hobbes, per Rousseau l’uomo primitivo è pacifico. La natura umana si esprime
nell’amor di se stesso che è temperato da un altro sentimento: la pietà che l’uomo avverte nei
confronti dei suoi simili. La civiltà tende ad attenuare il sentimento fondamentale dell’uomo perché
la ragione dissolve la compassione. La ragione educa il sentimento contrapposto all’amor di se
stesso, l’amor proprio per cui l’uomo diventa individuo cioè si chiude in se stesso e riporta tutto a se
stesso cercando l’esaltazione di sé per primeggiare sugli altri.
La scoperta delle arti, la lavorazione della pietra, ferro, bronzo, l’agricoltura, consentono all’uomo
di formare associazioni naturali: la famiglia, la tribù, il villaggio, in cui si esprime la socialità
primitiva dell’uomo. Si pongono le prime differenze tra gli uomini connesse alle attività che si
svolgono in quelle prime società naturali. Queste disuguaglianze vengono istituzionalizzate e
riconosciute con l’istituzione della proprietà privata che è il moltiplicatore delle ineguaglianze e la
loro legittimazione. La ineguaglianza genera nella convivenza umana le passioni e la primitiva etica
comunitaria si corrompe. Il contrasto tra ricchi e poveri determina uno stato di guerra permanente di
tutti contro tutti. Questa situazione indusse i ricchi che vedevano in pericolo i loro patrimoni a
proporre una nuova forma di associazione che garantisse la pace per tutti e i beni di tutti con la
costituzione di un potere supremo che imponesse a tutti il rispetto di comuni norme di convivenza.
È questa l’origine della società politica fondata su un contratto sociale proposta dall’intelligenza dei
ricchi che raggirarono i più deboli. Il progresso delle società politiche ha rafforzato sempre più il
predominio dei pochi sui molti. Più la società progredisce più l’uomo diventa schiavo di essa. Il
termine finale di questo processo è il dispotismo che riproduce rovesciata, l’originaria situazione
della società di natura. Tutti si trovano alla mercè del potere dispotico. La storia è un progresso
degenerativo che svuota l’uomo della sua vera umanità.
Rousseau: famiglia e stato
Il governo della famiglia deve essere distinto da quello dello stato. Il potere politico non può
derivare da quello paterno come aveva sostenuto Filmer. L’economia privata deve essere indirizzata
alla famiglia e deve informarsi ai criteri che sono propri dell’ordine familiare mentre l’economia
pubblica deve essere finalizzata allo stato. La società può essere considerata come un corpo
organico vivente simile a quello dell’uomo. L’io comune si esprime come volontà generale che ha
come scopo la vita del corpo politico e dispone in viste della difesa e della conservazione del corpo
politico. La volontà generale esprime la regola del giusto e dell’ingiusto ed è la fonte della moralità
pubblica e privata. Il bene della collettività deve essere il fine della volontà di tutti. Per poter
esprimere la volontà generale si richiede che gli individui siano liberi, che abbiano la possibilità di
ricercare i fini della collettività in modo da poter conciliare la libertà dei singoli con l’autorità, il
bene individuale con quello della società. Ciò è possibile grazie alla legge che è il comando
oggettivo in quanto espressione della volontà generale. Afferma il primato delle leggi come
l’insieme delle regole che consentono agli uomini di essere liberi e uguali. Il compito di chi governa
è di mantenersi fedele alle leggi perché sarà di esempio. L’arte di governo è il saper orientare le
coscienze dei cittadini affinchè il loro comportamento si adegui alle leggi. Il governo saggio riesce a
nascondere il suo potere.
La virtù civile e repubblicana si esprime nella libertà e nell’uguaglianza che è possibile quando le
leggi impediscono la formazione di disparità sociali, favorendo la redistribuzione della ricchezza tra
il maggior numero di cittadini in modo da creare una generale situazione media. Il sistema politico
sociale che propone non rifiuta la proprietà privata, che riconosce come la base dell’edificio
politico. La proprietà però incontra un limite preciso nell’etica civile, nella virtù repubblicana, che
sancisce il principio dell’uguaglianza tra i cittadini. La proprietà deve essere finalizzata ai bisogni e
alla capacità di lavoro del singolo. Il sistema tributario deve impedire l’eccessivo accumularsi della
ricchezza. L’ordine politico è finalizzato all’esclusivo tornaconto dei ricchi. L’ordine politico
delineato da Rousseau è fondato sulla piccola e media proprietà ed è riferito alle esigenze della
famiglia o al massimo del gruppo parentale caratterizzato da attività artigianali e manifatturiere e
commerciali che devono essere armonizzate con l’agricoltura considerata come l’attività economica
primaria. È critico della concentrazione della popolazione contadina nei grandi agglomerati urbani
che sono la causa della corruzione dell’etica comunitaria: occorre ridistribuire la popolazione sul
territorio riportandola al lavoro dei campi. L’economia pubblica non ha tanto come scopo la
produzione di ricchezza, compito dell’economia privata, quanto quello di amministrare la ricchezza
prodotta per i fini propri della collettività per consentire ai cittadini di conseguire la felicità.
Il contratto sociale per Russeau
Pretendere di vivere nella società civile cercando di appagare le naturali aspirazioni è impossibile.
L’uomo naturale è un intero assoluto che non ha altro rapporto se non con se stesso o con il suo
simile. L’uomo civile è invece una unità frazionaria il cui valore è il rapporto con l’intero che è il
corpo sociale. Il vero problema politico è fare in modo che l’uomo non si consideri più un assoluto
ma una parte di un tutto. Scrive poi il “Contratto sociale”. La società e le istituzioni negano la
naturale libertà dell’uomo. L’uomo è nato libero e ovunque è in catene. Il diritto del più forte è una
contraddizione in termini, in quanto la forza è un fatto dal quale non può scaturire il principio di
moralità e legittimità. Poiché non può essere riconosciuto né il diritto del più forte né ogni altro tipo
di autorità fondato sulla tradizione e dato che in natura nessun uomo dispone di un potere sul suo
simile, l’unico principio di legittimità delle istituzioni è nel consenso degli individui. La libertà
dell’individuo si realizza nell’atto di volontà con cui gli individui fondano la società politica. Il
contratto sociale è la condizione indispensabile da riconoscere se vogliamo affermare la libertà
dell’uomo nella società politica. Solo quando l’unità della società politica è espressa dal contratto
cui partecipano tutti gli associati, la volontà dell’individuo e la volontà della legge si identificano.
Ubbidendo alla legge l’individuo ubbidisce a se stesso e il governo non è altro che un autogoverno
dei cittadini. Il contratto sociale impegna ciascuno ad alienare tutti i diritti di cui gode alla comunità
per costruire l’uguaglianza naturale fra tutti i contraenti. Così l’individuo si spoglia della sua
personalità storica e riceve la personalità di cittadino. L’individuo diventa parte indivisibile del
tutto. Il contratto sociale libera l’individuo dal condizionamento dell’istinto della società di natura,
per farne un essere morale che informa i suoi comportamenti alla razionalità. Le precedenti
istituzioni vengono rinnovare e prima fra tutte quella che garantisce il possesso dei beni: la
proprietà privata. La proprietà tradizionale è una usurpazione dei beni che appartengono alla
collettività, resa possibile dal sistema politico fondato sulla forza. Il possesso e il godimento dei
beni è legittimo
solo nei limiti del soddisfacimento dei bisogni necessari. In virtù del contratto sociale gli individui
conferiscono alla società tutti i loro possessi e la società glieli restituisce legittimando il possesso e
trasformando il godimento in proprietà privata. Questa si fonda sulla legge della comunità che ha un
diritto sovrano su tutti i beni dei componenti.
Il contratto sociale fa di una moltitudine di individui una unità, un corpo politico, lo stato. L’unione
degli associati forma il popolo. Gli associati sono cittadini in quanto partecipi dell’autorità sovrana
o sudditi in quanto sottoposti alle leggi dello stato. Il sovrano è il corpo politico nella sua unità e la
sovranità appartiene all’attività di questo corpo. La sovranità è inalienabile e indivisibile, è la
volontà generale in atto che , in quanto principio dell’unità del corpo politico, non può essere
concessa e delegata dal popolo ad alcun individuo. Se il contratto sociale fonda lo stato, le leggi lo
fanno agire. La legislazione deve essere informata ai due principi dell’uguaglianza e la libertà. Lo
stato è un ente morale che deve trasformare l’uomo da essere naturale a essere morale. Lo stato
deve liberare l’uomo dagli impulsi della sua natura che tendono a farne un assoluto cioè un essere
che riporta tutta la realtà che lo circonda a se stesso. Distingue 4 tipi di leggi: 1. le politiche che
definiscono i rapporti tra corpo politico e stato 2. le leggi civili che trattano i rapporti tra i singoli e
tra i singoli e lo stato 3. le leggi penali che fissano le sanzioni per chi disubbidisce alle leggi 4. le
leggi scritte nel cuore, nell’animo di ognuno cioè i costumi, le usanze e l’opinione pubblica che
formano la vera costituzione dello stato.
Il governo è il corpo intermedio posto tra i sudditi e lo stato, incaricato dell’esecuzione delle leggi e
il mantenimento della libertà politica e civile. Le forme di governo sono 3: monarchia, aristocrazia e
democrazia. Rousseau è critico della monarchia, riconosce gli aspetti positivi dell’aristocrazia
elettiva e giudica pessimo il governo fondato sull’aristocrazia ereditaria.
La forma di governo ideale secondo Russeau
La migliore forma di governo è la democrazia pura nella quale il popolo riunito in un’assemblea
formula le leggi, le fa eseguire e le interpreta. Ma questa democrazia non è mai esistita né potrà
esistere. Ci vorrebbe un popolo di dei e non di uomini. I principi fondamentali della democrazia
reale. Occorre distinguere l’attività legislativa da quella esecutiva: la prima si riferisce al bene
pubblico, la seconda agli interessi e ai beni particolari. L’attività legislativa è l’espressione della
sovranità e della volontà generale. Deve essere esercitata dall’intero corpo politico cioè dal popolo
riunito nell’assemblea dei cittadini. Rousseau sostiene la democrazia diretta. La legge deve essere
approvata dalla totalità dei cittadini che non possono essere rappresentati perché la volontà generale
è intrasferibile. l’attività esecutiva è affidata al governo che è istituito con una legge che gli
conferisce i poteri necessari per svolgere la sua attività. Rifiuta la concezione giusnaturalistica che
riteneva il sussistere tra il popolo e il governo un contratto che determina i rispettivi obblighi e
diritti e conferiva un autonoma posizione al governo. I membri dell’esecutivo sono nominati
dall’assemblea dei cittadini e devono essere considerati dei commissari, degli incaricati, dei
funzionari del popolo. Il governo non ha autonomia nei confronti dell’assemblea. Afferma il
primato del legislativo sull’esecutivo. In una costituzione democratica la volontà generale ha come
oggetto il bene comune. I partiti devono essere banditi dall’ordinamento democratico.
La legge è una dichiarazione della volontà generale. La maggioranza esprime una decisione e
quindi una volontà che si identifica con la volontà generale e quindi con il bene comune. La
minoranza non ha alcuna posizione autonoma da rivendicare e la sua opinione è un errore che deve
essere riconosciuto come tale dalla stessa minoranza.
Pensiero politico di Hume 1711 – 1776
È illuminista. Dobbiamo interessarci solo di ciò che rientra nel campo della nostra esperienza
empirica fondata sulle nostre sensazioni e non bisogna lasciarsi ingannare dall’illimitata libertà che
faratetrizza il nostro pensiero. Bisogna stabilire un nesso tra esperienza sensibile e intelletto e
analizzare i principi su cui si fonda la conoscenza. Le idee sono il riflesso delle nostre sensazioni.
L’intelletto è la facoltà dell’uomo di descrivere i risultati della sua esperienza in quanto la nostra
conoscenza è fondata sul materiale fornitoci dalle sensazioni. I nostri giudizi sono il risultato di atti
e avvenimenti che accadono. Il compito della filosofia è definire l’ambito dell’intelletto per non
esprimere giudizi che non trovino riscontro nell’esperienza. Nell’uomo oltre alla facoltà razionale
esiste l’immaginazione che può comporre a suo piacere tutte le idee che si trasformano sulla base
delle sensazioni per creare enti che non hanno riscontro nella realtà.
La politica deve essere ricondotta nell’ambito delle considerazioni che si basano sull’esperienza
empirica dei fatti sociali. Non è fondata su principi eterni e immutabili. Questa ragione, il principio
di giustizia e i diritti che ne derivano non hanno valore intrinseco: la loro giustificazione ha un puro
valore strumentale, si riduce a una ideologia in quanto servono a giustificare determinate posizioni
politiche. Il rapporto tra storia e politica: la prima ci fa scoprire i principi costanti della natura
umana mostrandoci gli uomini in tutte le circostanze e fornendoci materiale da cui sia possibile
ricavare le osservazioni e informarci sulle sorgenti dell’azione e del comportamento umano. C’è
una natura umana che permane identica nella storia il che ci consente di confrontare fra le diverse e
esperienze politiche per individuare gli avvenimenti e i fati ricorrenti cioè le uniformità sociali che
sono i presupposti per poter individuare i principi su cui si fondano le società politiche e le regole
che tendono a seguire. La storia è un gabinetto di sperimentazione così lo studioso della politica può
fissare i principi della sua scienza. La giustizia è il principio sul quale si organizza la società
politica. È giusto ciò che è socialmente utile. L’idea dell’utile è anche il principio della morale
individuale e civile in quanto è connessa alla capacità di autocontrollo, di disciplina degli stimoli e
desideri. La conservazione di una parte dei beni disponibili alla loro stabile destinazione, alla
produzione dei beni futuri è il fatto su cui si fonda la proprietà privata che non si legittima su un
originario diritto di natura ma sull’utilità individuale e sociale. Le relazioni tra gli uomini finalizzate
alla loro reciproca collaborazione sono possibili solo se vengono fissate le regole che garantiscono
la proprietà privata. La giustizia ha come scopo la tutela della proprietà privata dato che senza di
essa la società permarrebbe nello stato di miseria e indigenza che caratterizza le società primitive. Il
secondo scopo è garantire le promesse e gli accordi senza la cui osservanza non è possibile di nuovo
alcuna
forma di collaborazione sociale in vista dell’incremento dei beni necessari agli individui. Dice che è
irrealizzabile l’idea di una società egualitaria e comunistica: anche se si rendessero eguali le
proprietà e si livellassero le condizioni sociali, i gradi diversi di arte, attività e sollecitudine spiegati
dagli uomini tornerebbero immediatamente a rompere tale uguaglianza.
Hume: opinione e potere
La società politica si forma in un lungo periodo storico nel corso del quale gli uomini acquisiscono
una serie di principi, istituzioni, leggi che sono il frutto di esperienze individuali e collettive. Al
razionalismo illuministico Hume contrappone l’esperienza delle generazioni. La società politica non
si fonda sul contratto. L’uomo primitivo incolto e con una lingua appena articolata, dominato dagli
istinti non era in grado di stipulare convenzioni e contratti sociali. Le guerre e le lotte delle fazioni
caratterizzano la vita delle società politiche, che non furono costituite mediante accordi.
L’imposizione, il dominio di una minoranza guidata da un capo fondano la società politica
imponendo comuni regole di comportamento alla maggioranza. L’origine della società politica deve
essere collegata a alcuni fatti: la conquista, l’usurpazione, l’autorità del comandante militare. La
società politica si costituisce mediante la forza. Il governo è formato da una ristretta categoria di
persone che esprime comando che vengono eseguiti dalla maggioranza. La forza in questo caso non
spiega il rapporto comando-obbedienza perché i molti sono più forti dei pochi. La sottomissione
della maggioranza alla minoranza si fonda sull’opinione cioè sulla convinzione della opportunità di
ubbidire ai poteri costituiti. Ci sono 4 tipi di opinione: di interesse: si intende il senso di vantaggio
generale che deriva dal governo insieme con la persuasione che il governo stabilito è vantaggioso di
diritto di diritto alla proprietà di diritto al potere.
L’opinione di diritto al potere, di diritto alla proprietà insieme al diritto d’interesse sono il
fondamento dell’autorità che i pochi esercitano sui molti. Il governo, la costituzione, il sistema delle
leggi di diritto positivo sono il risultato delle esperienze di molte generazioni. Le innovazioni
radicali sono pericolose perché spezzano la continuità delle generazioni che è la vera struttura
portante di ogni ordinamento politico.
Una volta affermata l’esigenza della continuità della tradizione e l’importanza di conservare ciò che
garantisce tale continuità si tratta di individuare la dinamica della società, di ciò che promuove il
suo sviluppo. La dinamica della società è ricondotta allo sviluppo della razionalità. La ragione inizia
a manifestarsi con le prime forme di attività empirica che sottraggono l’uomo dal dominio delle
passioni, l’immaginazione e la superstizione: l’invenzione delle arti e i primi tentativi di un pensiero
scientifico diffondono i lumi della ragione. Il progresso delle scienze e delle arti è la premessa al
diffondersi della civiltà e per la trasformazione dei governi da assoluti e dispotici a costituzionali e
liberali. Le facoltà razionali sono connesse agli stati psicologici per cui l’uomo può sentirsi e
dichiararsi felice: la felicità richiede che nell’uomo si compongano armonicamente l’azione, il
piacere e l’indolenza. Le arti impegnano l’uomo nell’azione. Dalle arti l’uomo può ricavare i beni il
cui uso gli procura piacere. Il lavoro fa nascere l’esigenza del riposo. Il progresso promosso
dall’attività economica diventa fautore di libertà politica.
Adam Smith 1723 – 1790: La ricchezza delle nazioni
Pone il problema dei rapporti tra l’attività economica, l’organizzazione produttiva e la società
politica. L’attività economica per potersi realizzare deve porre in essere un insieme sistematico di
rapporti tra gli individui. È indispensabile tenere presente il nesso economia-società. Fa la
distinzione tra società naturale e società artificiale per le quali usa i termini: società civile e società
politica. La prima scaturisce dall’attività economica e corrisponde ai rapporti e alle istituzioni che si
riferiscono all’organizzazione del lavoro produttivo; la seconda comprende i rapporti e le istituzioni
che sono posti in essere dagli uomini per difendere l’ordine e per garantire la giustizia. La ricchezza
di una nazione deriva dal lavoro della collettività. Il primo dato dell’economia è il lavoro che è
l’attività in cui si esplica la natura dell’uomo in quanto egli si determina all’azione sotto lo stimolo
dei bisogni. La ragione dell’uomo si manifesta in occasione del lavoro nel senso che la razionalità si
forma a poco a poco a seguito dei tentativi che l’uomo fa per rendere sempre più produttivo il suo
lavoro. Con il lavoro si manifesta la personalità dell’uomo. Il lavoro è l’espressione degli impulsi
fondamentali che caratterizzano la natura umana: l’egoismo, la simpatia, il sentimento di libertà,
desiderio di proprietà, propensione allo scambio. L’attività economica corrisponde alla natura
dell’uomo. Il lavoro è la causa delle relazioni che si istituiscono tra gli individui. Il principio
dell’organizzazione e del perfezionamento dell’attività lavorativa è quello della divisione del lavoro
per il quale ogni individuo svolge solo l’attività nella quale dimostra maggiore destrezza. In tal
modo non solo diminuiscono in costi in termini di fatica ma aumenta anche la produzione. Il
principio della divisione del lavoro è la conseguenza della tendenza naturale allo scambio. La
divisione del lavoro consente di aumentare la quantità di lavoro di uno stesso numero di persone. Il
principio della divisione del lavoro ha una coerente applicazione purchè gli individui possano
scambiare i prodotti del lavoro per ottenere quegli altri beni di cui hanno bisogno. Lo scambio è
possibile mediante l’istituzione del mercato.
L’organizzazione produttiva di cui Smith studia le leggi si fonda sulla manifattura e industria. Le
categorie economiche con le quali possiamo individuare le leggi che governano il sistema
produttivo sono date da 3 fattori di produzione: il lavoro, il capitale e la terra. Il capitale è formato
dai beni che sono sottratti al consumo e che sono destinati alla produzione di altri beni. È distinto in
capitale variabile e capitale fisso: il primo è quello impiegato nelle operazioni commerciali per
l’acquisto di merci che vengono poi vendute. Il secondo viene immobilizzato nel miglioramento
della terra, acquisto di macchinari e strumenti. La funzione del capitale è di predisporre i mezzi
necessari alla produzione e di organizzare la produzione.
La produzione annuale è ripartita tra i 3 fattori mediante le rispettive remunerazioni: il salario per il
lavoro, il profitto per il capitale e la rendita per la terra. I tre fattori di produzione indicano anche i
tre grandi ordini naturali su cui si fonda la società, cioè le tre classi: i lavoratori, i proprietari di
capitali, i proprietari di terra. Lo status sociale di un individuo è definito sulla base del ruolo svolto
nell’organizzazione produttiva del lavoro. Il prezzo è la traduzione in termini monetari del valore
della merce. Il prezzo indica la quantità di
lavoro necessaria per produrre una determinata merce. Il sistema economico è governato dalla legge
della sua produzione.
Società civile per Smith
La società naturale o civile non si fonda sul contratto sociale ma è il risultato spontaneo e necessario
dell’organizzazione del lavoro produttivo e corrisponde al tipo di divisione del lavoro che riesce ad
attuare. La formazione e conservazione del capitale è la condizione indispensabile perché possa
avviarsi il processo di sviluppo economico. 3 tappe fondamentali del processo di formazione della
società naturale che corrispondono ai 3 tipi di attività economica organizzata per procurarsi i beni
necessari alla vita del gruppo: la caccia, la pastorizia e l’agricoltura che esprimono i primi 3 tipi di
società naturali, quella dei pastori, gli agricoltori e dei cacciatori. È solo con l’agricoltura che si
costituisce un capitale consistente e può avviarsi il processo di accumulazione mentre il processo
della divisione del lavoro trova una prima organica applicazione. La società naturale nasce dal
lavoro della terra. I rapporti che si istituiscono tra gli individui nella società naturale sono regolati
secondo forme di subordinazione naturali, determinate dalle esigenze della organizzazione del
lavoro produttivo. Le forme di subordinazione sono 4: 1. la prima si riferisce alla superiorità delle
qualità personali che pone un individuo su un piano di preminenza rispetto ai suoi simili 2. la
seconda scaturisce dalla superiorità dell’età 3. deriva dal possesso stabile della ricchezza e proprietà
4. discendere da una famiglia che per generazioni ha occupato una posizione preminente in società.
L’autorità è la fonte legittima di comandi che vengono obbediti grazie al rapporto di subordinazione
che si istituisce tra i destinatari e l’autorità. La società naturale rispetto a quella artificiale esprime
da se stessa in modo spontaneo le preminenze che regolano il comportamento degli individui. Il
potere invece si rifonda sull’organizzazione burocratica della società artificiale e trova la sua
legittimazione in una delle 3 forme di autorità. La causa delle circostanze che determinano le forme
di superiorità risiede in primis nella proprietà. La proprietà è la pietra angolare della società naturale
e quindi di quella artificiale.
Società politica per Smith
La società politica non ha nessun rapporto diretto con la società naturale. La società artificiale è la
sovrastruttura della società naturale, che corrisponde alla organizzazione produttiva del lavoro. La
distinzione tra società naturale e artificiale si fonda sul fatto che la prima corrisponde al lavoro
produttivo cioè all’atticità che è in grado di produrre le forze produttive mentre la seconda è
costituita da quell’organizzazione e da quei servizi che con la loro attività non sono in grado di
produrre i beni necessari alla loro conservazione e innovamento. Le istituzioni e organizzazioni
della società politica possono essere attuate solo quando la società naturale fornisce una quantità di
beni eccedenti quelli necessari. Lo stato è l’insieme dei servizi e degli uffici che deve garantire la
pace e l’ordine della società
naturale. Ha una funzione strumentale e non può rivendicare una posizione autonoma nei confronti
della società civile. I fini dello stato sono determinati dalle esigenze della società naturale: la difesa
per mezzo della forza militare, l’amministrazione della giustizia, l’istruzione pubblica, i lavori di
utilità pubblica. L’apparato burocratico – organizzativo devono essere finanziati dalla collettività
mediante le imposte. La funzione preminente dello stato è l’amministrazione della giustizia. Il
principio cui deve ispirarsi l’ordinamento politico dello stato deve sancire l’indipendenza,
l’autonomia del potere giudiziario dall’esecutivo. Solo a questa condizione viene garantita la libertà
del cittadino.
Ogni individuo deve essere riconosciuto libero di esplicare la sua attività al fine di migliorare la sua
condizione purchè non arrechi danno agli altri. La giustizia è il principio secondo cui l’attività dei
singoli coesistono e si armonizzano tra loro per attuare i propri fini nella società. La società è un
vero sistema in cui le attività dei singoli individui tendono a collegarsi spontaneamente tra loro
realizzando uno stato di equilibrio che corrisponde alla migliore utilizzazione delle risorse, alla
maggiore produzione di ricchezza e alla sua migliore e più giusta distribuzione. Smith parla di una
mano invisibile che guida l’individuo a realizzare il comportamento economico volto al
conseguimento del suo interesse privato. Sulla base del principio della libera concorrenza devono
essere abolite tutte le leggi che impediscono o limitano le attività del lavoro produttivo. Smith
sostiene la liberalizzazione del commercio internazionale in quanto la ricchezza di uno stato
dipende anche da quella degli altri.
Hamilton, Madisone e Jay: Il Federalista
In occasione del dibattito che si svolse per le elezioni delle assemblee che avrebbero dovuto
approvare o no il testo costituzionale, comparvero su alcuni giornali di New York 85 articoli in
difesa della federazione che furono raccolti da uno degli autori, Hamilton (gli altri due sono
Madison e Jay) in volume del 1788 con il titolo il Federalista. Lo stato federale è presentato come
un progetto che consente di costruire una grande democrazia repubblicana. Il federalista svolge una
esposizione compiuta del nuovo sistema federale sulla base di una critica delle considerazioni degli
avversari dell’Unione. Può essere divisa in 4 parti: 1. illustra la necessità dell’unione come garanzia
della prosperità politica; della difesa di interventi delle potenze straniere; stabilità degli ordinamenti
dei singoli stati; difesa dell’incremento del commercio; istituzione di un adeguato sistema tributario.
2. tratta dell’improrogabile esigenza di stabilire un governo nazionale per garantire la difesa
comune; per realizzare un potere generale di tassazione e reperire i mezzi necessari per conseguire i
fini comuni. 3. sono esaminati i principi sul quale si fonda il nuovo ordinamento costituzionale e i
poteri conferiti all’unione; i limiti imposti ai singoli stati 4. c’è un’analisi dell’organizzazione e dei
reciproci rapporti tra i tre poteri sui quali si struttura la costituzione federale: legislativo distinto in
camera dei rappresentanti e senato, l’esecutivo cioè il presidente USA, il giudiziario cioè la corte
suprema.
Il campo della politica è l’individuazione degli interessi permanenti della comunità e lo studio dei
mezzi più idonei a garantirli. Gli interessi permanenti ella comunità devono essere mantenuti e
distinti da quelli temporanei per i quali si richiedono provvedimenti singoli che non hanno alcun
rapporto tra di loro e che rientrano nell’ambito della buona amministrazione. Per i primi invece
occorre fissare e mantenere una precisa condotta politica per il conseguimento di un unico fine.
Il sistema federale e la sua costituzione hanno come fine ultimo il governo della ragione che deve
essere garantito contro all’insorgere e al prevaricare delle passioni e degli interessi di parte che
possono attenuare o anche travolgere il buon senso del popolo che potrebbe reclamare
provvedimenti contrari ai suoi interessi e a quelli della comunità. La democrazia repubblicana
espressa nella costituzione federale deve essere concepita in modo da realizzare un regime politico
che non solo si basi sui fondamentali principi di libertà ma che ripartisca e riequilibri i poteri in
modo che nessuno di essi possa varcare i limiti costituzionali. Riconoscono che il potere più forte è
i legislativo, interprete tramite la camera dei rappresentanti delle istanze e richieste delle masse
popolari. Gli organi deliberati devono essere costituiti da un numero ristretto di membri qualificati.
Tanto più grande sarà l’assemblea, tanto maggiore sarà l’ascendente della passione sulla ragione. La
politica deve essere unita a uno studio attento della natura umana e del ruolo che le passioni hanno
nel comportamento degli uomini. Non bisogna illudersi che il regime repubblicano solleciti un tale
impegno etico-civile da parte del popolo da spegnere qualsiasi spirito di parte o da far tacere la voce
degli interessi particolari impedendo il formarsi di fazioni: è la libertà che favorisce la diversità
degli interessi e delle opinioni e non si può certo eliminare la libertà per impedire il sorgere delle
fazioni cioè un gruppo di cittadini che siano spinti da un comune impulso di passioni e interessi in
contrasto con i diritti di altri cittadini o della comunità.
Non si tratta più di considerare la democrazia come un regime politico in cui acquista un valore
preponderante il principio dell’uguaglianza, della partecipazione diretta dei cittadini al legislativo,
del controllo esercitato dagli stessi sul governo. Una democrazia, un governo repubblicano
presuppongono uno stato con un territorio molto limitato. La nuova democrazia americana che
opera su un vasto territorio deve essere fondata su una sistematica articolazione dei diversi centri di
potere che consentono l’attuazione del principio della sovranità popolare. Sia il governo nazionale-
federale che quello dei singoli stati come le amministrazioni locali debbono fondarsi sull’elezione
popolare. Dal presidente degli Stati Uniti sino al sindaco sel più sperduto villaggio, tutti devono
ricevere il loro potere dalla volontà dei loro cittadini. La democrazia ha il suo vero fondamento
nello spirito di autonomia, di indipendenza, di libera iniziativa che si attua nel sistema delle ampie
autonomie locali. L’ordinamento federale consente di formare un governo nazionale stabile e forte e
di limitarlo e controllarlo mediante il governo dei singoli stati che a loro volta sono sindacati dalle
rispettive amministrazioni locali.
Il Federalista sottolinea l’importanza dell’esecutivo ai fini dell’unità e stabilità dell’Unione. I poteri
del presidente sono amplissimi ma devono essere esercitati nell’ambito della costituzione e delle
leggi. Il legislativo mantiene sotto un continuo controllo l’esecutivo. Il legislativo tende ad
estendere la sua influenza e a concentrare in sé la sostanza degli altri 2 poteri: ecco perché il
legislativo deve essere contenuto e frenato dall’indipendenza e dall’autonomia dell’esecutivo e del
giudiziario. Una delle preoccupazione degli autori del federalista è di evitare lo strapotere
dell’assemblea legislativa. La volontà popolare in quanto sovrana trova nel legislativo la sua diretta
espressione: essa quindi tende a farne il centro di tutte le decisioni e in tal modo il principio della
divisione e distinzione dei poteri è svuotato di contenuto. Occorre contenere la tendenza della
democrazia a radicalizzarsi per rendere il sistema costituzionale stabile. A tal fine il legislativo è
strutturato in due diverse assemblee con caratteristiche diverse: la Camera dei rappresentanti e il
Senato. L’una rappresenta il popolo americano nella sua unità, l’altro i singoli stati su un piano di
parità. I loro membri sono scelti con procedure elettorali diverse. Grazie al bicameralismo il
legislativo si mantiene nei limiti prefissati dalla costituzione assicurando il corretto funzionamento
del sistema. Un altro impedimento a che il legislativo invada a sfera degli altri due poteri sono le
norme che prevedono una particolare procedura per la modifica della costituzione: si sancisce così il
principio che l’attività legislativa deve svolgersi nell’ambito dei limiti fissati dalla costituzione: il
ricorso alla Corte Suprema cui è affidato il giudizio di costituzionalità delle leggi rende operante
questa essenziale tutela.
Pensiero politico di Burke 1729-97
È lo scrittore politico di maggior rilievo della storia inglese del 700 Il parlamento inglese deve
prendere atto che le colonie, pur ritrovando nella tradizione giuridico- politica inglese i principi
ispiratori dei propri ordinamento sono ormai delle società politiche autonome. Gli americani non
possono più essere considerati sudditi della corona britannica. Le colonie non sono più un paese
assoggettato alla madrepatria. Sono pervenute a un livello tale di organizzazione statale e sociale,
sorrette da una propria tradizione sia sul piano culturale che politico che devono essere considerate
comunità politiche autonome. L’Inghilterra non deve assumere un ruolo imperialistico ma deve
svolgere verso le colonie una funzione di guida, orientamento e coordinamento. Burke propone la
trasformazione dell’impero in un Commonwealth.
Il diritto di conquista non giustifica il dominio tirannico, pretendendo di imporre ai popoli dell’India
le leggi e gli usi inglesi in nome di una pretesa superiore civiltà.
I conflitti politici devono essere considerati in una prospettiva storico-politica in grado di intendere i
rapporti sussistenti tra i veri attori della situazione politica da comprenderne la interna dinamica e il
suo esito finale. La prevalenza che la corona fa valere nei confronti del parlamento porta ad una
commistione di due attività che nel sistema costituzionale devono rimanere distinte: l’attività
politica e quella amministrativa. La politica e l’amministrazione non possono rifluire l’una nell’altra
in occasione della formulazione del programma di governo e della formulazione della maggioranza
che tale programma sostiene. L’intervento della corona nella politica inglese e la tutela che
esercitava sul parlamento aveva avuto come conseguenza la riduzione dei problemi politici a
semplici problemi amministrativi: si era così perduto il senso dell’insieme, della visione unitaria. La
distinzione tra politica e amministrazione si fonda sul fatto che la prima deve individuare i fini della
collettività e i mezzi adeguati per conseguirli mentre la seconda s riferisce alla realizzazione dei fni
indicati mediante i mezzi decisi in sede politica. La politica seguita dalla corona si fondava su un
empirismo che non riusciva a concepire una visione sistematica degli interessi in gioco. La
politica inglese può essere paragonata ad un mosaico le cui tessere sono tutte sconnesse. I partiti
non devono più essere considerati alla stregua delle fazioni, che perseguono fini in contrasto con il
bene della collettività, ma come associazioni di individui che hanno una comune concezione
politica e che sulla base di questa concezione propongono una serie di provvedimenti tra loro
coordinati al fine di realizzare i principi che derivano dalle loro convinzioni. Grazie al dibattito di
idee sollecitato dai partiti, si esprimono nel parlamento degli orientamenti politici ce devono trovare
riscontro negli elettori che esprimono a loro volta un proprio orientamento politico. L’opinione
pubblica è insieme ai partiti una componente essenziale del sistema costituzionale britannico che fa
del parlamento un vero organo rappresentativo dell’intera nazione.
Burke: Riflessioni sulla rivoluzione francese
Nelle “riflessioni sulla rivoluzione francese” manifesta il timore che il nuovo governo francese
avrebbe svolto una politica in contrasto con gli interessi inglesi e questo avrebbe finito per
provocare un conflitto. Parla dell’ingenua affermazione di chi ritiene che la rivoluzione francese sia
la ripetizione dopo un secolo della gloriosa rivoluzione inglese del 1689. per Burke sono due
avvenimenti diversi: la rivoluzione inglse voleva difendere l’antico sistema costituzionale
assicurando il trono d’inghilterra alla discendenza protestante. Il parlamento inglese si sentiva
inserito in una tradizione e vincolato a una serie di norme non scritte che delimitavano e regolavano
il potere sovrano. Essi non intesero ricostituire ex novo la costituzione inglese ma solo conservarla e
migliorarla. La rivoluzione francese è ispirata ad un principio opposto: la società deve essere
ricostituita ex novo mediante la ragione: la tradizione in quanto fondata sul timore, sull’errore, deve
essere cancellata. La rivoluzione accoglie il presupposto che sussista una equivalenza tra realtà e
ragione e che la politica si realizza sul piano della ragione. Si pensava che l’ordine politico fondato
sulla ragione corrisponde alle vere esigenze dell’uomo. La rivoluzione è la conclusione
dell’affermazione illuministica dell’assoluto primato della ragione quale unica misura cui debbono
essere riportate istituzioni, leggi, costumi tradizioni. Burke dice che la politica non può fondarsi su
questo tipo di ragione. La politica è una scienza sperimentale e come tale non si può insegnare a
priori. La politica deve riferirsi a un tipo di ragione che si sia plasmata sull’esperienza che si genera
dalla stessa esperienza. La realtà politica è complessa e non può essere compresa con i criteri
dell’intelletto analitico. L’esperienza della vita di un solo individuo non basta. Occorre l’esperienza
di più individui e più generazioni quale si acquisisce tramite le istituzioni, le leggi, i costumi, le
tradizioni, che contengono in sé la vera ragione politica. La ragione su cui si basa la politica si
identifica con la storia. La ragione deve sì considerare gli stati, le istituzioni, le leggi, i costumi
nella prospettiva storica quali risultati di una attività ininterrotta, ciascuno avente la sua fisionomia
e caratteristica.
Burke: istituzioni, mutamento e fondamento del potere
Le istituzioni della società proprio perché sono il risultato di una lunga esperienza storica, hanno
una loro precisa ragion d’essere: contengono in sé ed attuano la ragione nella storia. Il presente in
cui viviamo è connesso al passato. Il presente sussiste solo in quanto è continuamente sorretto e
alimentato dal passato. Il passato non è morto ma vive nel presente in quanto testimonia la
personalità del popolo, fonda la sua identità, fa del popolo, della società, dello stato, una unità reale
e vivente. La società politica sussiste in quanto mantiene sempre viva la continuità tra passato e
presente: solo a questa condizione essa può essere aperta al futuro e orientare le sue esigenza nella
prospettiva del nuovo. Le società che rifiutano il passato si tolgono dalla storia: credono di
rinnovarsi. La costituzione deve essere concepita come l’espressione dell’esperienza politica di un
popolo quel si è attuata nella storia. Non può essere formulata secondo puri principi di ragione in
quanto si ridurrebbe a una mera astrazione senza possibilità di essere operante, in grado di garantire
diritti e libertà ai cittadini. La costituzione deve essere invece fondata su una tradizione storica, su
principi, ideali, valori che sussistono nel presente.
Uno stato privo di ogni possibilità di mutamento non ha neanche modo di conservarsi. La tradizione
deve essere considerata alla luce della dialettica conservazione-innovazione per cui conservare
significa innovare e innovare significa conservare. Perché al società sussista nella sua unità reale
bisogna conservare ciò che fonda la società nella sua individuale fisionomia storica, ciò che fa
sussistere la società nella sua unità reale cioè come stato, mentre bisogna mutare tutto ciò che sulla
base dell’esperienza ha dato risultati negativi. Bisogna combinare con un sapiente dosaggio il
vecchio e il nuovo.
La nuova classe politica crede che sia possibile governare il paese con leggi che dovrebbero essere
obbedite per la loro razionalità. Ma il rapporto tra chi comanda e chi obbedisce non si fonda sulla
mera ragione. Il potere si fonda sulla forza che trova la sua disciplina in ideali, valori, principi che
appartengono alla sfera dei nostri più nobili sentimenti. Essi si esprimono nella società con forme
efficaci solo se si basano sulla tradizione. Il poter che si basa sulla nuda ragione finisce con
l’identificarsi con la verità della ragione sicura di se stessa e pretende di agire in nome di questa
verità che non ammette errori e reclama una totale adesione ai suoi precetti ponendo le premesse per
un nuovo assolutismo. Il potere si manifesta prima come dominio della ricchezza : la nuova classe
politica di tipo oligarchico che ha distrutto gli ideali e i valori che delimitavano il potere e ne
temperavano l’uso può perseguire i suoi interessi solo con l’uso della forza. Ma essendo stata
vanificata la forza politica che si fonda sull’opinione convalidata da una lunga tradizione, rimane
solo quella militare. L’armata francese è una forza autonoma sulla quale il governo esercita un
controllo nominale. L’esercito è l’unico padrone della Francia e quando troverà un generale che
sulla base dei suoi successi riscuoterà la fiducia dell’intera armata, quel generale sarà il padrone
della Francia.
Kant 1724 – 1804 - Metafisica dei costumi
Intende indicare i principi e valori ai quali informare l’opera di riforma delle monarchie tedesche
fondate su un ordinamento aristocratico-feudale. Lo scritto è la “metafisica dei costumi” La
filosofia indica le premesse e i principi per conoscere la politica cioè di concepire i comportamenti
degli individui. La politica è intrinsecamente connessa alla ragione. La conoscenza si fonda
sull’esperienza empirica ma le sensazioni sono un materiale grezzo che viene plasmato e ordinato
dalla ragione.
Ci sono forme a priori dell’intuizione sensibile, concetti e idee dell’intelletto e della ragione che non
si possono ricavare dall’esperienza empirica ma sono connesse con il processo mediante cui si
realizza la conoscenza e sono le uniche condizioni che rendono intellegibile l’esperienza. Queste
forme a priori dell’intuizione sensibile non ci consentono di conoscere ciò che è al di fuori
dell’esperienza: essi hanno un valore trascendentale e non trascendente, che si riferisce ad una realtà
metafisica. Gli oggetti della conoscenza sono i prodotti della nostra facoltà razionale. È la ragione
che crea gli oggetti nella loro dimensione fenomenica. La filosofia ha il compito di precisare poteri
e limiti della ragione. La conoscenza scientifica fondata sui giudizi sintetici a priori è possibile a
patto che la ragione non registri passivamente i dati che riceve dall’esperienza empirica. la ragione
si toglie dal determinismo della natura ed è costitutivamente libera: l’atto del conoscere è libertà. La
libertà in quanto fenomeno teorico della ragione deve trovare un riscontro sul piano politico come
diritto di discussione e critica riconosciuto a tutti.
Kant: La legge morale e il diritto
Deve considerarsi pratico tutto ciò che è possibile per mezzo della libertà. Questa deve essere intesa
come l’assoluta possibilità di determinarsi indipendentemente da qualsiasi movente di carattere
empirico, sensibile, materiale. La libertà si riferisce alla volontà che deve essere distinta dai desideri
e dall’arbitrio. La volontà ha per oggetto un’azione avente valore oggettivo. In essa forma e
contenuto si identificano. L’oggetto della volontà è la legge morale avente valore oggettivo e
universale. La razionalità è il presupposto di ogni decisione della volontà libera, cioè che si
determina indipendentemente dal condizionamento degli impulsi, desideri, interessi. La legge
morale conferisce all’individuo la personalità cioè lo rende autonomo e indipendente dal
meccanismo della natura. La caratteristica della legge morale è la sua purezza dato che nella sua
determinazione non può intervenire alcun elemento che appartenga al mondo della sensibilità. La
legge morale non può essere assunta in vista del perseguimento di alcun interesse e quindi non deve
avere alcun rapporto con i nostri impulsi, desideri, sentimenti. L’unico sentimento che corrisponde
alla legge morale è quello del dovere che ci innalza al di sopra di tutto il mondo sensibile e ci libera
dal meccanismo della natura.
La legge morale è il fondamento dell’agire pratico, ciò che lo rende intellegibile come un tutto
coerente e sistematico e funge da premessa delle considerazioni che attengono al comportamento
dell’individuo volto a conseguire la felicità. Distingue il bene morale dalla felicità e il primo deve
avere l’assoluto primato sulla seconda. La felicità è il godimento durevole delle vere gioie della
vita. Quello che dobbiamo fare per conseguire la felicità ci viene indicato solo dalla personale
esperienza e non può essere determinato a priori. I precetti di prudenza che sono finalizzati al
conseguimento della felicità sono ricavati dall’esperienza ed hanno un valore di regola generale ma
non di principi universali e quindi consentono eccezioni. I precetti si riferiscono al comportamento
degli individui volti al conseguimento della felicità, ai costumi intesi come maniera e modo di
vivere. La metafisica dei costumi è quella disciplina che,
sulla base dei principi della legge morale studia i rapporti che intercorrono tra la morale e il diritto
in quanto regola le azioni esterne degli individui. La distinzione tra la morale e il diritto si fionda
sul principio che la prima si riferisce alla determinazione interiore mentre il secondo riguarda la
disciplina dell’azione esterna. Nella legge sussistono due elementi: il primo è l’obbligo in quanto si
presenta come dovere, il secondo è l’impulso che determina l’individuo a compiere il dovere.
Quando l’impulso si identifica con il dovere ci troviamo di fronte alla legge morale, quando
scaturisce da un principio diverso dal dovere abbiamo una legge giuridica. Alla morale e il diritto
corrispondono la volontà e il libero arbitrio. La volontà è la determinazione che si riferisce al
principio che regola l’azione, mentre l’arbitrio alla possibilità di attuare l’azione. La volontà è libera
in quanto si adegua al principio secondo cui deve determinarsi. La volontà dinnanzi alla legge
morale non ha possibilità di scelta: deve seguire la legge morale. L’arbitrio invece può essere detto
libero in quanto si riferisce alla possibilità di compiere o non compiere l’azione ad opera delle vere
e proprie scelte. L’arbitrio è la facoltà che corrisponde alla legislazione esterna, al diritto, e deve
essere considerato libero. Il diritto si riferisce alle azioni esterne degli individui e tra gli stessi
individui e consente la coesistenza di più individui. Il diritto è l’insieme delle condizioni per mezzo
delle quali l’arbitrio di uno può accordarsi con l’arbitrio di un altro secondo una legge universale di
libertà. Il principio di libertà consente di individuare l’altro elemento fondamentale del diritto, cioè
la coazione che si presenta come l’uso della forza, della costrizione, per impedire la libertà esterna
che non si accordi con la legge universale di libertà. Il diritto stretto cioè quello che si riferisce alle
azioni esterne si fonda sulla possibilità di costrizione esterna che possa coesistere con la libertà di
ognuno secondo leggi generali. la grande divisione del diritto è quella tra diritto naturale (che riposa
su principi a priori) e diritto positivo (che promana dalla volontà del legislatore). Il diritto naturale è
uno solo, la libertà dalla quale deriva l’uguaglianza (io posso essere costretto a fare solo ciò che a
mia volta posso costringere l’altro a fare).
Kant: La società politica
La società politica è l’unione degli individui mediante le leggi giuridiche che trova nel contratto
sociale il principio grazie al quale è possibile comprendere i rapporti che si istituiscono tra gli stessi
individui nell’ambito della società. Il contratto sociale deve essere concepito come l’ipotesi che
dobbiamo formulare per comprendere l’organizzazione politica conformemente al concetto di
diritto. Solo l’ipotesi del contratto sociale permette di garantire la libertà e l’uguaglianza degli
individui in quanto al comune volontà giuridica sulla quale si fonda la società e la coercizione
generalizzata che fa capo allo stato scaturiscono dal consenso degli stessi individui che
compongono la società. Con il contratto sociale tutti nel popolo depongono la propria naturale
libertà esterna per riprenderla di nuovo subito come membri di un corpo comune. La collettività
politica può essere considerata come: stato civile che è dato dal rapporto degli individui riunito nel
popolo; stato che è il tutto in rapporto con ogni suo membro; cosa pubblica in virtù dell’interesse
che lega tutti gli individui a vivere nello stato giuridico. Il diritto pubblico si distingue nel diritto dei
popoli, nel diritto dello stato e nel diritto politico dei popoli o diritto cosmopolitico. Lo stato è la
riunione di un certo numero di uomini sotto leggi giuridiche. Come Montesquieu dice che la volontà
generale si articola in 3 poteri: il potere sovrano che risiede nel legislativo; il potere esecutivo nel
governo; il potere giudiziario nel corpo dei giudici.
Il potere legislativo promana dalla volontà collettiva del popolo dato che solo in questo caso
vengono garantite la libertà, l’uguaglianza, l’indipendenza dei singoli che concorrono con il loro
consenso alla formazione della legge. La partecipazione degli individui al potere legislativo avviene
tramite un organo rappresentativo alle cui elezioni sono ammessi solo i cittadini attivi cioè che non
si trovano sottoposti a chi può influire sulle loro scelte politiche. Le forme di governo per Kant sono
tre: autocrazia, aristocrazia e democrazia. La forma più semplice è la prima, la più complessa è
l’ultima in quanto implica la volontà di tutti per formare un popolo, la volontà del popolo per dar
vita a una repubblica e la volontà collettiva per attribuire il potere sovrano a un determinato corpo
politico.
Kant: Lo stato
Lo stato ha il fine di garantire la libertà, l’uguaglianza, l’indipendenza degli individui che lo
costituiscono. Lo stato non può arrogarsi il compito di rendere felici i sudditi. La felicità deve essere
ricercata e conseguita da ciascun individuo. Il principio di libertà significa che i cittadini devono
essere considerati capaci di vivere la propria vita in modo autonomo e in grado di dare un proprio
contributo al governo della società. Bisogna riconoscere ad ogni cittadino l’uso pubblico della
propria ragione cioè la possibilità di far conoscere le proprie idee, le proprie considerazioni critiche
nei confronti dei provvedimenti del governo mediante la stampa. Non può essere ammesso invece
l’uso privato della ragione cioè la facoltà di critica del funzionario nei confronti degli atti pubblici
che devono essere eseguiti per il conseguimento di fini di interesse generale. Questa distinzione tra
uso pubblico e privato della ragione deve essere applicato anche in materia religiosa. La
costituzione della chiesa non può essere considerata immutabile, essa deve adeguarsi alle esigenze
di una ragione veramente illuminata. Lo stato non ha alcun potere sulla dottrina e sul culto della
chiesa, può solo richiedere che i doveri derivanti dall’appartenenza alla chiesa non contrastino con
le leggi. Lo stato deve garantire la piena libertà religiosa.
Lo stato oltre alla libertà del singolo deve garantire l’uguaglianza: tutti sono sottoposti al comando
delle leggi, tutti sono sudditi dello stato e nessuno può imporre niente agli altri se non tramite le
leggi. Tutti i cittadini hanno il diritto di conseguire la posizione sociale che corrisponde alla propria
capacità, al proprio lavoro, senza che quella venga riservata ad alcune categorie sociali.
L’aristocrazia non può più vantare alcun esclusivo diritto agli incarichi più importanti dello stato.
Deve invece concorrere con altre classi sociali, in particolare la borghesia, per quanto riguarda gli
uffici e le attività pubbliche. In vista di questo fine occorre predisporre una politica di radicale
riforma della grande proprietà feudale ed ecclesiastica che sancisce privilegi politici
dell’aristocrazia e dell’ordine ecclesiastico. Questi provvedimenti sono legittimi in quanto o stato,
espressione della volontà generale è la fonte del diritto di proprietà privata dei singoli cittadini. Allo
stato appartiene tutto il territorio sul quale esercita la sua sovranità. Tale relazione non deve essere
concepita come se avessimo un governo dispotico, ma come premessa indispensabile perché i
singoli possano avere un dominio esclusivo di una parte limitata del territorio dello stato.
Kant aderisce agli ideali di rinnovamento culturale e politico della rivoluzione francese. Nonostante
tutti gli errori e dolori che sono connessi con avvenimenti del genere, la rivoluzione ha suscitato nei
popoli entusiasmo e fiducia nella possibilità del progresso dell’umanità. Ma il principio sul quale si
fonda la rivoluzione, il diritto di resistenza attiva al governo non può essere accolto in uno stato di
diritto. Il popolo non può ergersi a giudice del suo sovrano né può usare forza contro di lui in
quanto automaticamente distruggerebbe l’autorità sovrana e riporta la società civile alla società di
natura e si annulla come popolo cioè come entità fondata sul diritto. Le riforme possono essere
promosse solo dal sovrano. Può essere ammessa una sola forma di resistenza, quella che può
esercitarsi nei confronti del potere esecutivo e non contro quello legislativo
Kant: La rivoluzione
La rivoluzione in quanto trasformazione violenta dell’ordine politico pone il problema di intendere
la funzione che hanno le lotte politiche, i conflitti, le guerre, nel processo di formazione della
società e quindi nell’affermazione del principio del diritto. La natura ha dotato l’uomo di ragione e
volontà affinchè egli possa perfezionarsi continuamente. Il fine della natura è che l’uomo si elevi
tanto da rendersi degno della vita e della felicità. Questo fine può essere conseguito dall’uomo solo
stabilendo e mantenendo rapporti con gli altri uomini, condizione necessaria per lo sviluppo delle
sue attitudini. Queste sono promosse da due tendenze: la socievolezza: il desiderio che ha l’uomo di
unirsi con il suo simile per esprimere la sua personalità, che si forma grazie alla partecipazione di
quanto viene fatto. La insocievolezza: la tendenza a esaltare se stesso sugli altri, a concentrare su di
sé i benefici della vita sociale.
L’uomo è costretto dalla natura a entrare in società con i suoi simili sotto la spinta dei bisogni più
elementari e urgenti, per una esigenza di difesa e tutela della vita e nello stesso tempo è proprio la
società che sviluppa nell’uomo l’inclinazione all’antagonismo col favorire della passioni, desideri,
sentimenti che contrappongono gli uomini tra loro. Se non ci fossero le contrapposizioni tra gli
uomini non sarebbero state possibili le conquiste della ragione e dell’ingegno umani. Il progresso si
realizza con un meccanismo per cui l’uomo è tenuto a freno dai suoi stessi impulsi, passioni che
creano le situazioni che costringono l’uomo a fondare la società civile.
Hegel 1779 – 1831: rapporto religione e politica
Primi interessi si riferiscono ai problemi dei rapporti tra religione e ordine politico. Scrive
“religione popolare e cristianesimo”, “la vita di Gesù”, “la positività della religione cristiana”.
Considera il Cristianesimo come religione positiva cioè come formula di fede e regole di vita che il
credente accetta in quanto dettate dall’autorità della chiesa. Al Cristianesimo come religione
positiva contrappone un Cristianesimo che si esprime sul piano della pura morale quale può essere
individuata e riconosciuta dalla coscienza e dalla ragione dell’uomo. La tendenza a considerare la
religione, i costumi, il popolo, la società, lo stato come una totalità ha il suo centro unificatore nella
religione. La religione è il modo d’essere originario dello stato nel quale si fonda ciò che
caratterizza e distingue la comunità, ciò che fa l’unità vivente che è il popolo. La religione contiene
in sé tutti i modi d’essere del popolo i quali si realizzeranno nella storia. La religione è il destino del
popolo.
La storia del popolo ebraico è l’esplicazione della sua religiosità che fa tutt’uno con i suoi costumi e
tradizioni che è la ragion d’essere della comunità. Dio è venerato come il dio di Israele che istituisce
con il popolo un rapporto unico per mezzo del quale lo stesso popolo riconosce la sua identità.
Israele in tal modo si isola da tutti gli altri popoli e il mondo che lo circonda è visto come qualcosa
di estraneo e ostile. Dio è considerato come l’assoluto da cui dipende tutto. Le vicende politiche di
israele sono connesse al suo rapporto con Dio. La perdita dell’indipendenze e la sua virtù politica
dipendono dal fatto che Israele si è allontanato da Dio con la conseguenza giusta della sua colpa. Il
popolo di Israele è soggetto in tutto alla legge del signore. Tale rapporto produce una totale
separazione tra Dio e il popolo e tra il popolo di Israele e tutti gli altri popoli. Il messaggio di Gesù
deve essere visto come il momento in cui la scissione e la statica contrapposizione tra infinito, Dio e
finito, popolo, viene superata. Sono così poste le premesse per il superamento della distinzione
kantiana tra religione e ragione, morale e diritto, per intendere la religione come esperienza vitale in
cui si pone il rapporto dialettico tra infinito e finito. La religione è il modo d’essere originario su cui
si fonda l’identità della comunità. La religione fa di una molteplicità di individui e cose una unità
vivente, il popolo.
Hegel: La costituzione della Germania
Lo scontro con le armate francesi aveva dimostrato l’inconsistenza politica dell’impero,
l’inefficienza della sua struttura confederale, incapace di esprimere una vera forza politica. La
confederazione germanica è lontana dall’essere un vero stato. La sua costituzione, istituzioni,
tradizioni non corrispondono alla vita della comunità germanica. La struttura confederale nasconde
una scissione tra l’organizzazione giuridico costituzionale e le autentiche esigenze della collettività
tedesca che non riesce ad attuare quell’unità reale che si esprime nello stato. L’impero è uno stato
solo nel pensiero e non nella realtà. L’attività dello stato si realizza solo nelle forme proprie del
diritto privato, dato che i singoli stati godono di un particolare status di indipendenza e autonomia
garantito dalla costituzione dell’impero. Lo stato germanico è un’associazione di comunità sovrane
ciascuna rivendicante la propria autonomia e indipendenza. L’essenza dello stato consiste
nell’unione di una moltitudine di persone per la comune difesa di tutto ciò che è sua proprietà.
L’impero tedesco non è riuscito a organizzare una forza militare efficiente anche perché non aveva
il potere di procurarsi i mezzi finanziari necessari per un esercito moderno,. Il sistema dei
contingenti ha bloccato tutti i tentativi volti a realizzare una politica unitaria in grado di provvedere
alla difesa dell’indipendenza e dell’integrità territoriale. La confederazione germanica è
un’associazione in cui i singoli stati costituiscono ciascuno una parte a sé senza alcun organico
collegamento o vincolo con l’Intero. Si può paragonare la confederazione tedesca a un mucchio di
pietre rotonde che non appena riceve un colpo si disfa e le pietre rotolano. Lo stato invece deve
essere un muro le cui pietre si incastrano le une con le altre. Hegel contrappone la politica al diritto.
Critica la riduzione giusnaturalistico-illuministica dell’essenza dello stato al diritto, che ha
disarticolato lo stato per ridurlo a un mero aggregato di parti che coesistono l’una accanto all’altra
senza integrarsi in un organismo unitario. Occorre che in Germania venga finalmente fondato lo
stato moderno come è successo in Francia, Inghilterra e Spagna. Il Principe appare a Hegel come la
grande opera politica in cui è stata concepita l’idea di stato come forza, come potenza che salva un
popolo, una nazione, dalla disgregazione che si genera dal particolarismo, garantendogli l’unità e
l’indipendenza.
Esamina l’impotenza dell’impero e la sua incapacità di attirare una valida politica di difesa
dell’unità della nazione germanica. Rileva l’inesistenza di un vincolo che unisca le singole parti
della confederazione germanica allo stato considerato come Intero. l’Intero non è la somma delle
parti che lo costituiscono ma è ciò che risulta dalla loro reale unità e quindi ciò che fa sussistere le
parti nella loro specifica funzione, che le armonizza in modo che la loro attività pervenga a un
risultato unitario. Il compito della filosofia è indicare come deve essere pensato l’intero per
comprendere la sua articolazione in una molteplicità di parti che si organizzano in un tutto
sistematico. L’intero quando si riferisce alla politica si esprime come eticità, come la totalità dei
principi, dei valori sui quali si fonda il comportamento degli individui nella comunità. Lo stato è un
organismo compiuto, una unità-totalità che ha nell’etica il suo vero centro unificatore. La realtà
dell’individuo come vivente unità di particolare e universale può essere compresa con il concetto di
eticità: questa si identifica con il popolo. L’individuo considerato come Io è una vuota attrazione
così come sono del tutto attratti i diritti naturali che costituirebbero la sua vera essenza. L’individuo
invece esiste nel popolo cioè in una totalità etica. Il popolo è una individualità e come tale esprime
il suo proprio carattere, una propria personalità che costituiscono il vero fondamento del sistema
politico cioè del fatto che tutti gli ordinamenti positivi, le leggi, le istituzioni sono le une alle altre
collegate in modo da realizzare gli scopi che sono propri dell’Intero cioè dello stato.
Hegel: La politica
La dialettica è il procedimento logico che coglie l’essenza del divenire, del movimento reale per cui
l’intero si articola e si determina in tutti i suoi aspetti mediante un processo di scissione. Essa si
fonda sulla convinzione che il movimento scaturisce dalla contrapposizione di due termini che si
negano a vicenda e tramite questa negazione si ricostituisce una superiore unità che li comprende
entrambi. I tre momenti del processo: affermazione; negazione dell’affermazione; negazione della
negazione che ripropone la prima affermazione arricchita delle determinazioni necessarie per
ricostituire l’unità dei due termini. In virtù di questo processo la virtù si esprime nella reale e quindi
vivente unità di tutte le sue determinazioni. Il movimento, il divenire si attua nella storia: di qui la
connessione tra storia filosofia e politica. Lo stato è il risultato di un lungo processo storico nel
corso del quale si sono formati i suoi elementi costitutivi. Lo stato costituzionale è connesso con la
cultura e la civiltà occidentale fondate sulla tradizione greco-romana e su quella cristiana medievale
e moderna. La politica deve essere concepita come attività ma non può essere ricondotta al diritto o
alla morale perché è la sintesi dialettica di diritto e morale, appartiene quindi all’eticità che diventa
consapevole di sé mediante la società e lo stato. se la politica è attività pratica essa deve essere
riferita al principio stesso dell’attività cioè la volontà. La politica è un indagine del sistema delle
determinazioni della volontà. L’essenza della volontà è la libertà. La libertà diventa il valore
centrale al quale deve informarsi l’organizzazione della società e dello stato. La libertà e l’essenza
dell’uomo e quindi l’uomo è l’idea vivente della libertà. Il diritto è la forma di autodeterminazione
della volontà che si manifesta dall’esterno. Esso è anche la forma con cui si esprime la libertà, e il
sistema del diritto è la garanzia di libertà dell’individuo in quanto definisce gli specifici contenuti
della stessa libertà. In virtù del diritto il soggetto sussiste come persona cioè soggetto titolare dei
diritti e manifesta la sua volontà nelle 3 fondamentali sfere giuridiche la cui disciplina forma il
sistema del diritto: La proprietà: che è il riconoscimento della volontà singola, della persona
particolare Il contratto: che è la negazione di questa particolarità mediante il riconoscimento
dell’altro come
persona e dell’unica volontà che unifica quella dei contraenti L’illecito è la negazione del contratto
nella forma dell’illecito semplice e della frode, e del diritto mediante il delitto.
Con questa negazione si manifesta il male e la volontà esteriore dell’individuo viene ricondotta alla
sua interiorità, alla volontà soggettiva cioè alla volontà morale. La moralità è la sfera propria delle
azioni che vengono indirizzate al conseguimento del bene. Ma la moralità è anche la
consapevolezza dell’assoluta libertà della propria interiorità cioè della capacità che ha il soggetto di
giudicare ciò che è bene e ciò che è male. L’eticità esprime la sfera del dovere che contiene in sé le
due precedenti sfere: quella del diritto e quella della moralità.
Hegel: Il concetto di società civile
Hegel rifiuta la concezione giusnaturalistica e contrattualistica della società e dello stato che
fondano l’organizzazione politica sul consenso dell’individuo. L’individuo invece nasce in un
gruppo le cui funzioni e le cui interne relazioni sono definite dall’etica, la famiglia nella quale è
inserito. Con lo scioglimento etico della famiglia che avviene con la maggiore età dei figli o con la
morte dei genitori, l’individuo acquista la sua piena autonomia che si esplica nell’ambito della
seconda forma dell’eticità, la società civile. La società civile non è costituita dall’unione di più
famiglie ma dai singoli individui. Essa risulta dal coordinamento degli interessi particolari dei
singoli. La società civile si fonda sul sistema dei bisogni, sull’organizzazione per soddisfare tali
bisogni e comprende tutte le istituzioni volte a tutelare l’interesse dei singoli, soprattutto
l’amministrazione della giustizia e la polizia. Il concetto di società civile diventa nell’analisi di
Hegel la sfera caratterizzata dall’attività economica volta al soddisfacimento dei bisogni degli
individui. L’uomo è in grado di moltiplicare all’infinito i suoi bisogni, di scomporli, di
particolarizzarli e di renderli sempre più astratti. Questa è la premessa su cui si fonda il principio
della divisione del lavoro che ha come risultato una sempre maggiore semplificazione dell’attività
lavorativa che consente la sostituzione del lavoro umano con la macchina. Il sistema dei bisogni
converte l’interesse dei singoli nell’interesse generale. Chi lavora per sé lavora per gli altri nel senso
che concorre con il suo lavoro alla formazione del patrimonio generale, alla ricchezza della nazione.
Questo non significa che tutti abbiano diritto ad una uguale porzione del patrimonio generale in
quanto gli individui hanno posizioni e attitudini diverse che costituiscono la vera causa
dell’ineguaglianza dei patrimoni. Le principali attività economiche raggruppano gli individui in
masse distinte. Si formano in tal modo gli stati o ceti sociali che sono 3: 1. i proprietari di terra e gli
agricoltori: o stato sostanziale 2. lo stato dell’industria: artigiani, commercianti 3. stato generale:
costituito dalle persone che si dedicano agli interessi generali dello stato sociale.
Ogni individuo ha un ruolo sociale e ciascuno stato sociale esprime una propria forma di eticità cioè
una serie di convinzioni, principi e ideali che lo caratterizzano. Gli stati sociali sono la vera struttura
portante della società civile. Alla società civile appartiene non solo la dichiarazione del diritto
privato in quanto legge ma anche
l’applicazione della stessa legge cioè l’amministrazione della giustizia che deve garantire
all’individuo libertà civile e interessi. Occorre riconoscere alla società civile anche un potere di
vigilanza e tutela per armonizzare i diversi interessi dei produttori e dei consumatori.
L’organizzazione della società civile trova il suo compimento nella corporazione cui fanno capo i
ceti sociali. La corporazione rappresenta il momento etico della società civile. Essa interpreta e fa
valere i valori, le superiori regole che disciplinano l’agire pratico degli individui volti al
soddisfacimento dei propri bisogni ed a procurarsi la ricchezza armonizzandolo con quello degli
altri. La società civile ha la funzione di portare gli istinti, i bisogni, i sentimenti degli individui dal
livello della rozza immediatezza naturale a quello della razionalità, conferendo così alle esigenze
degli individui la forma della universalità. Si esprime in tal modo nella sfera della società civile la
civiltà che è intesa da Hegel come la liberazione e il lavoro della superiore liberazione che nel
soggetto è il duro lavoro contro la mera soggettività del comportamento, contro l’immediatezza del
desiderio, così contro la vanità soggettiva del sentimento.
Hegel: Lo stato è la realtà dell’idea etica
Il concetto di stato è connesso con quello di razionalità. È la consapevolezza del rapporto che lega
tra di loro tutte le determinazioni, tutte le sfere. Rifiuta la concezione contrattualistica ed
individualistica dello stato. La polemica di Hegel nasce dalla considerazione degli avvenimenti
politici della Rivoluzione francese: l’esigenza di affermare la libertà dell’individuo e di ricostituire
ex novo l’intera struttura dello stato aveva trovato la sua paradossale conclusione nel Terrore come
negazione proprio della libertà e come affermazione della tirannia più spietata. Lo stato non può
prescindere dalla libera attività degli individui in quanto solo essi realizzano la sintesi della
particolarità del singolo e dell’universalità rappresentata dallo stato. La costituzione politica si
fonda sulla distinzione dei poteri articolata in: potere legislativo: ha il compito di articolare e
stabilire l’universale potere governativo: riporta le sfere particolari e i casi singoli sotto l’universale
potere sovrano: unifica i due precedenti poteri. La sovranità è incarnata e rappresentata dal monarca
che garantisce in virtù della successione al trono la continuità dello stato.
differenza tra distinzione e divisione dei poteri: la prima implica la sussistenza di un armonico
rapporto tra i poteri in quanto si riconoscono come derivanti da un unico principio, l’unità e la
sovranità dello stato rappresentata dal monarca; la seconda sottolinea la reciproca limitazione che
tende a degenerare nella contrapposizione dei poteri e che termina con la supremazia del legislativo
o dell’esecutivo per instaurare un potere assoluto. Il monarca ha il potere di nominare i membri del
governo e le alte cariche dello stato.
L’esecuzione delle decisioni del monarca fa capo al potere governativo che è costituito dalla
pubblica amministrazione nel cui ambito è compresa anche l’amministrazione della giustizia. Il
compito della pubblica amministrazione è di far valere l’interesse generale dello stato. Il potere
governativo ha il compito di fungere da tramite tra la società civile e lo stato e di garantire il
perseguimento dell’interesse generale nel rispetto dell’interesse dei singoli. Il potere legislativo è
costituito dal monarca a cui appartiene la decisione suprema; dal potere governativo; dalle
assemblee degli stati alle quali appartiene l’iniziativa delle proposte di legge.
La legge deve essere espressione della volontà degli organi fondamentali dello stato. Non può
essere ammessa la partecipazione dell’individuo singolo al governo dello stato. La rappresentanza
politica non deve essere fondata sul rapporto diretto tra popolo e rappresentanti ma deve essere
mediata dal sistema degli stati sociali cioè delle corporazioni. Il sistema elettorale che si informa ai
principi liberali e democratici non garantisce che la rappresentanza sia costituita da elementi
competenti dei problemi che debbono affrontare e risolvere, mentre la rappresentanza organica
quale viene selezionata dai ceti e dalle corporazioni risulta composta da persone che hanno avuto
una lunga pratica degli affari pubblici. La rappresentanza organica esprime una classe politica o di
governo che è perfettamente in grado di far valere l’ideale della razionalità dello stato, unica vera
garanzia di libertà. L’assemblea legislativa che deve essere divisa in due camere per garantire un
ponderato esame dei provvedimenti è una deputazione dei ceti,. Delle corporazioni, delle comunità
minori che scelgono nel loro seno i rappresentanti alla stessa assemblea. Pur riconoscendo
all’aristocrazia una posizione di rilievo ritiene che la costituzione politica debba fondarsi sulla
classe media che deve essere considerata la vera struttura portante della società civile e dello stato.
la formazione dello stato moderno coincide con la nascita e l’affermazione della classe media nel
cui ambito ha una posizione di rilievo la classe dei funzionari dello stato.
Le relazioni tra gli stati sono regolate dal diritto internazionale che è costituito dalle norme fissate
dagli accordi o patti tra gli stati e debbono essere rispettati. La guerra è necessariamente connessa
con la formazione e la vita degli stati. Ma non significa che la guerra cancelli il diritto
internazionale, poiché essa ci combatte tra stati.
Nella storia universale Hegel distingue 4 periodi: 1. orientale: lo stato è una totalità etica naturale
senza alcuna interna articolazione, animata dalla religione nella quale confluiscono il costume, la
morale, il diritto, la politica. La religione permane tutte le manifestazioni della vita. L’individuo non
ha possibilità di esistenza autonoma. La sua vita è determinata dalla nascita cioè dalla situazione
sociale originaria. Le classi sociali sono caste. La caratteristica dello stato orientale è l’immobilità
del suo ordine politico-sociale. 2. greco: nel mondo greco compare il principio della individualità
libera, che si esprime nell’ideale del sapere, della bellezza, dell’eticità serena e del
contemperamento di questi ideali. La libertà è intesa come piene partecipazione alla vita dello stato
ma ancora in un organica connessione con l’etica, con l’Intero. 3. romano: è il mondo del diritto
cioè della separazione tra privato e pubblico. dove il principio dell’individualità trova la sua
realizzazione. Si crea una separazione tra l’individuo e l’universale cioè lo stato. 4. germanico-
cristiano: l’individuo scopre il valore infinito della sua interiorità che si conosce come tale e che
pertanto si adegua all’universale cioè al vero. Le tappe di questo processo storico che caratterizza il
mondo occidentale e che trova la sua conclusione nella formazione dello stato costituzionale
devono essere individuate nella riforma protestante e nella rivoluzione francese.
Owen 1771 – 1858: teorico dei problemi sociali
La rivoluzione industriale pose una serie di problemi che furono il punto di riferimento del dibattito
teorico-politico sui rapporti tra sistema produttivo e organizzazione politica, tra società e stato, alla
luce del ruolo essenziale del lavoro. Si affermava che l’economia era la chiave di lettura dei
fenomeni sociali e politici. La ricchezza di cui disponeva l’Inghilterra era aumentata in gran misura.
Gli alti salari erano stati ridotti dall’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. Il sistema
industriale induceva i proprietari delle fabbriche a ridurre i costi del lavoro, impiegando donne,
ragazzi e bambini e imponendo loro duri orari di lavoro. Si pose in Francia, Inghilterra, Belgio,
Germania la questione sociale come problema delle misere condizioni di vita della classe
lavoratrice e dei motivi per cui il sistema di produzione industriale generava tale miseria e non
riusciva a rendere partecipe la massa dei lavoratori della nuova ricchezza prodotta. Owen, Saint
Simon e Proudhon furono i primi teorici dei problemi sociali scaturiti dal sistema di produzione
industriale e dalla rivoluzione industriale. Espressero un comune orientamento culturale che
assumeva una propria autonoma posizione nei confronti delle altre dottrine politiche e fu indicata
con il termine socialismo. Si sosteneva che i mezzi di produzioni dovessero appartenere alle
associazioni dei lavoratori. Owen dice che la nuova organizzazione economica se ha dimostrato la
capacità di produrre ricchezza ha anche determinato una serie di mali che sembrano superare di
gran lunga i vantaggi che ha arrecato. I mali si riferiscono alla condizione di degradazione e miseria
nella quale si trova la classe lavoratrice cha rappresenta la maggioranza della popolazione. La
produzione è informata al principio della libera concorrenza che spinge le aziende, al fine di ridurre
i costi, al ridurre e comprimere i salari. Il principio della libera concorrenza sollecita una
produzione incontrollata che non tiene conto delle capacità di assorbimento da parte dei mercati e la
capacità di acquisto delle classi lavoratrici. Il risultato è la produzione di una quantità di beni che
risulta di gran lunga superiore alle possibilità di acquisto della grandissima maggioranza dei
consumatori con la conseguente saturazione dei mercati e sovrapproduzione. Molte fabbriche sono
costrette a chiudere creando disoccupazione. Il vero problema economico è di equilibrare la
produzione con il consumo. Occorre assicurare alle classi lavoratrici un reddito che consenta loro di
acquistare i beni prodotti.
La soluzione a questo problema è una nuova concezione della società in vista di una riforma dei
rapporti sociali che consenta di sostituire al principio della libera concorrenza il principio della
cooperazione in base al quale le energie intellettuali e lavorative degli uomini vengono coordinate a
fini e risultati che si riferiscono a tutti e non ai singoli in lotta tra loro. Questo risultato può essere
conseguito trasformando il carattere degli uomini formato dal principio della competizione,
rendendolo conforme al principio della cooperazione. Il primo mezzo è il sistema educativo: deve
essere riformato secondo la pedagogia della cooperazione, che sottragga i bambini e i giovani a
quegli ambienti che sollecitano l’egoismo. Si deve insegnare che la felicità del singolo non può
essere scissa da quella della comunità. La riforma del sistema educativo deve essere completata
dalla riforma del sistema sociale in quanto sistema produttivo. Si deve seguire il metodo della
gradualità: le riforme devono essere sperimentate in singole fabbriche secondo i criteri e il modello
da lui proposto per dare dimostrazione dei risultati positivi che inducano le altre fabbriche ad
adottarlo. È una riforma graduale che deve essere promossa dalle forze produttrici, capitalisti,
imprenditori, proprietari terrieri, banche, lavoratori senza l’intervento dello stato. La nuova società
deve costituirsi a partire dalla fabbrica, deve essere considerata una vera comunità che serva a
realizzare il bene comune e che faccia sì che l’uomo realizzi se stesso.
Ci vuole una redistribuzione delle forze di lavoro sul territorio mediante la costituzione di aziende.
Ciascuna di esse dovrà avere una popolazione che oscilla tra le 1200 e le 2000 unità e che sarà
ospitata in un villaggio costruito secondo una planimetria rettangolare nel cui centro c’è una grande
piazza nella quale saranno costruiti tutti gli edifici e servizi comuni: scuole, cucine, chiese… Le
fabbriche saranno sistemate vicino al villaggio in modo che i suoi abitanti possano raggiungerle a
piedi. Ci vuole una compenetrazione tra attività intellettuale e manuale. Deve consentire a tutti di
esprimere le proprie capacità e attitudini. Le uniche distinzioni giuste e naturali sono quelle che si
riferiscono all’età che legittimano i poteri di direzione dell’azienda-comunità e che consentono di
rinnovare il comitato dirigente. L’azienda-comunità è più valida dell’impresa capitalista, fondata sul
principio della libera concorrenza.
Saint-Simon 1760 – 1825: riformismo illuministico
Continua le istanze più vive del riformismo illuministico nella prospettiva del primato delle scienze
positive. La società deve essere considerata come un tutto, come un vero e proprio sistema che si
articola e si organizza in base a un processo evolutivo che trae la sua origine dall’attività economica
e dalla sua corrispondente organizzazione. L’idea centrale si riferisce al primato del metodo
scientifico fondato sulle scienze esatte, la matematica e la geometria ed applicato alla conoscenza
sperimentale. La nuova concezione della società, l’unica in grado di risolvere le crisi politiche
ricorrenti della Francia e dell’Europa deve essere vera e propria concezione scientifico-positiva
della società. Positivo è tutto ciò che conosciamo sulla base dell’osservazione sperimentale. La
conoscenza scientifico-positiva si contrappone a quella metafisica e formale giuridica, ambedue
meramente teoriche, astratte e quindi negative. Le scienze positive, l’astronomia, fisica, chimica,
fisiologia forniscono conoscenze sicure la cui dimostrazione può essere controllata da tutti e che ci
consentono di prevedere una serie di fenomeni. Sono il risultato del metodo empirico-sperimentale.
La politica deve essere concepita come la scienza positiva della società, fondata sulla nuova
filosofia positiva che si contrappone alla vecchia metafisica e all’astratto formalismo legale. C’è
l’esigenza di dare un impulso al lavoro scientifico finalizzato a integrare fra di loro le singole
scienze positive grazie alla cooperazione degli scienziati a livello internazionale. Realizzazione di
una nuova enciclopedia ispirata ai principi della filosofia positiva. Nel 1814 in occasione del
Congresso di Vienna proponeva il riconoscimento della costituzione parlamentare sul modello
inglese per l’ordinamento politico interno a ciascun stato e la formazione di un parlamento generale
europeo per risolvere controversie per eventuali conflitti che potessero insorgere tra i singoli stati.
Occorreva istituire un organismo e un potere sovranazionale autonomo e indipendente rispetto alle
nazioni che avrebbero conservato ciascuna la propria indipendenza. Voleva dar vita a una
federazione europea.
Saint Simon: analisi della rivoluzione francese
Dopo il 1814 si voleva individuare le origini, le cause e i veri scopi della Rivoluzione francese: le
lotti tra partiti e i conflitti politici erano la prosecuzione della rivoluzione. Bisognava ricostruire il
cammino della civiltà mediante lo studio del passato per individuare le forze la cui influenza è
divenuta preponderante. Si voleva capire come si è arrivati all’attuazione di
un determinato ordine sociale. L’Europa moderna si fonda nel medioevo. Il sistema teologico-
feudale si forma con la forza militare tenuta dall’aristocrazia e sul potere spirituale tenuto dalla
chiesa. Il sistema teologico feudale riuscì a unificare dal punto di vista spirituale e civile tutti i
popoli europei e garantendo a ciascuna nazione la propria autonomia e indipendenza. Nel primo
medioevo acquista posizione determinante la forza militare.
Lo scopo della rivoluzione era di esprimere e attuare un nuovo sistema sociale che corrispondesse
alle esigenze determinate al processo di sviluppo storico della società francese e fondasse la società
sull’industria e sugli industriali: il sistema teologico-feudale esaurito avrebbe dovuto essere
sostituito dal sistema scientifico-industriale. Con la Rivoluzione e dopo il problema della nuova
organizzazione è che le forze spirituali e temporali della società sono passate in altre mani. La vera
forza temporale risiede ora negli industriali e la forza spirituale negli scienziati. Queste due classi
sono le sole a esercitare una reale permanente influenza sull’opinione e sulla condotta del popolo.
La rivoluzione non riuscì a instaurare un nuovo sistema perché la classe degli industriali affidò il
compito della riforma ai rappresentanti della borghesia ….
La caratteristica della scienza moderna è data dall’applicazione delle scoperte scientifiche alla
produzione. Ciò è stato possibile perché si è formata una categoria di scienziati, gli ingegneri.
L’industria realizza così un’organizzazione fondata sulla razionalità scientifica che deve essere
estesa all’intera società. Si determina in tal modo una modificazione sostanziale della cultura e
orientamenti politici che prima erano ispirati a una filosofia critica e rivoluzionaria e ora sono
l’espressione di una filosofia inventrice e organizzativa. La vera rivoluzione dalla quale scaturisce
la società contemporanea è quella industriale operata dalla nuova organizzazione dell’attività
produttrice, resa possibile dall’applicazione delle scoperte scientifiche e dal continuo
perfezionamento tecnologico della produzione. L’ordine politico-sociale tende a modellarsi sulla
nuova organizzazione industriale. La società non deve essere più concepita come un’unione
volontaria di individui che si associano mediante il contratto sociale ma come un vero e proprio
corpo sociale cioè come un insieme organico di membra e di parti. Ciascuna realizzando la sua
specifica funzione si coordina con le altre e concorre a realizzare la società la quale come tutto
costituisce il presupposto essenziale dell’esistenza delle singole parti. La società partecipa di un
processo evolutivo che riguarda l’intera umanità. Arrestare questo processo è assurdo perché
significherebbe capovolgere il sistema delle leggi che governano la natura che sono finalizzate
all’evoluzione della specie.
Saint Simon: processi di cambiamento dopo Napoleone
Anche la classe politica subisce un processo di trasformazione. Dopo la fine del periodo
napoleonico sussistono ormai solo 2 classi: la borghesia e gli industriali: la prima ha il monopolio
degli incarichi pubblici, dell’apparato dello stato. la seconda esprime le nuove forze, energie,
capacità produttrici. La nuova classe politica dovrà essere costituita dai capi naturali degli
industriali cioè coloro che hanno un rapporto organico con il mondo del lavoro e dalla produzione,
persone che partecipano direttamente con la loro attività intellettuale al sistema produttivo.
Nell’”organizzatore” formula un ipotesi: ammettiamo che la Francia perda 3mila persone tra i più
qualificati delle categorie industriali, i migliori scienziati. La nazione subirebbe un danno
gravissimo e irrimediabile e cadrebbe in uno stato di inferiorità nei confronti delle altre nazioni. Se
invece perdesse d’un tratto l’attuale classe dirigente (la famiglia reale, i dignitari, ministri,
sottosegretari, consiglieri e altre gerarchie ecclesiastiche) in tutto 30mila persone questa perdita
recherebbe ai francesi solo un dolore di carattere sentimentale non risultandone alcun danno politico
per lo stato. La nuova classe dirigente è la rappresentanza naturale della nuova organizzazione della
produzione economica e delle categorie sociali che la promuovono. La realizzano e la dirigono.
Essa si forma man mano che si sviluppa il sistema industriale ed è il risultato di una selezione
basata sul sapere positivo e sui meriti che possono essere riconosciuti a coloro che partecipano al
processo produttivo. Con la nuova classe dirigente muta anche il vecchio rapporto comando-
obbedienza sul quale si basava l’ordine politico-sociale. Il comando si basava sulla preminenza
garantita dalla forza militare alla quale corrispondeva un atteggiamento passivo di obbligo di
obbedire. Nel nuovo sistema industriale il rapporto comando-obbedienza è razionalizzato e opera
nella sfera delle scienze positive che possono essere acquisite da tutti. Il comando perde il suo
carattere impositivo e ne assume uno diverso, di direzione. L’essenza del nuovo potere industriale
non è più la coazione e l’oppressione, il dominio, ma la direzione che indica i comportamenti, le
operazioni più idonee per conseguire gli scopi che si propone la nuova società industriale. La
trasformazione del comando in indirizzo elimina il rapporto dominatori-dominati e lo sostituisce
con quello di collaborazione al processo produttivo. La nuova società industriale è una società di
collaboratori. La sovranità è il potere di scegliere la direzione lungo la quale deve operare la società.
Non po’ essere più attribuita a una determinata categoria di persone ma viene fatta valere dal corpo
sociale stesso, tutti gli industriali in quanto organizzati sul principio della collaborazione indicano e
realizzano questo indirizzo generale. È una vera e propria auto amministrazione da parte dell’intera
società. Saint-simon contrappone al concetto di libertà borghese giuridico-formale quello della
scienza della libertà che ha come scopo il massimo grado di libertà sociale che corrisponde alla
piena esplicazione delle capacità personali di ciascuno.
Propone una riforma della costituzione che consenta alla nuova classe industriale di assumere la
direzione dell’intera attività produttiva verso la quale debbono convergere tutte le energie della
nazione francese. Il principio della tripartizione dei poteri deve essere riformulato alla luce delle tre
facoltà che presiedono all’operare umano: immaginare, cioè concepire il fine; valutare con la
ragione ciò che abbiamo immaginato; realizzare ciò che è stato approvato dalla ragione. Su questa
tripartizione deve essere riorganizzato il supremo potere sociale in modo che uno abbia il compito
di elaborare i progetti, un altro di esaminarli, il terzo di metterli in opera. Il Parlamento deve essere
strutturato in 3 camere: dell’invenzione, dell’esame e dell’esecuzione. La prima ha il compito di
formulare i progetti riguardanti le opere pubbliche, la seconda esamina i progetti elaborati, la terza
esegue i progetti approvati.
Ne “il nuovo cristianesimo indica i principi su cui si sarebbe basata la religione cristiana per
corrispondere alla nuova mentalità scientifica. Il primo comandamento si riferisce all’impegno di
ogni cristiano di trattare i suoi simili come fratelli. Questo rapporto di religiosità cristiana è il
fondamento della nuova morale positiva. I cristiani devono organizzare la società in modo che
possa essere la più vantaggiosa per il maggior numero. Le chiese cristiane devono essere riformate
nel senso di riconoscere come fondamentale motivo ispiratore il comune sforzo di tutti i cristiani
per garantire il maggior benessere e felicità al maggior numero di individui. La vecchia dottrina
cristiana esaltava la povertà. La nuova dottrina deve abbandonare questa posizione negativa e
riscoprire e riproporre il valore positivo della vita terrena, della felicità di cui essa può essere
apportatrice. Tutta la società deve lavorare per il miglioramento dell’esistenza morale e fisica della
classe più povera. La società deve organizzarsi nel modo più adatto a farle raggiungere questo
grande scopo. Il compito della religione è sottrarre gli individui dal condizionamento e dalla
esclusiva cura dei propri interessi che hanno generato il sentimento di egoismo.
Constant 1767 – 1830: contributi liberali alla carta costituzionale
Fine dell’impero napoleonico. Si vuole restaurare l’antico regime. Ritorna Luigi XVIII che concede
una carta costituzionale: il monarca, capo dell’esecutivo, nomina il governo. Il potere legislativo era
diviso in due camere: quella dei deputati e quella dei pari. Il potere giudiziario ai giudici. Si
formarono alcuni partiti: gli ultrarealisti formati da aristocratici emigrati, che lottarono per la
restaurazione degli antichi privilegi nobiliari; gli indipendenti tra cui Costant che cercarono di dare
un contenuto più liberale alla carta: i dottrinari che volevano una monarchia costituzionale. Con
Filippo d’Orleans, dopo i cento giorni ecc.. la costituzione fu riformata in senso liberale: la camera
ebbe diritto di iniziativa legislativa, si abolì l’ereditarietà della camera dei pari, si riformò la legge
elettorale con la riduzione del censo e il corpo elettorale fu allargato alla classe media. Costant fu
uno scrittore della restaurazione e si impegnò per dare un contenuto liberale alla carta costituzionale
del 1814. Voleva trovare il principio su cui fondare un ordinamento politico in grado di cogliere le
esigenze di rinnovamento espresse dalla rivoluzione e di garantire i cittadini da qualsiasi forma di
oppressione. Si dovevano comprendere i motivi per cui la rivoluzione era passata attraverso
l’esperienza del terrore e si era conclusa con un ordinamento gerarchico militare. Ritiene che nel
corso di questi avvenimenti si era espresso un sentimento di individualità e libertà che è il
presupposto sul quale deve essere organizzata la società e lo stato. Vuole difendere l’individualità in
tutte le sue manifestazioni.
Constant: I principi di politica applicabili a tutti i governi
Il problema politico centrale è quello della libertà e dei principi politici che consentono di poterla
realizzare mediante istituzioni e ordinamenti che siano veramente corrispondenti a questo scopo. La
libertà è connessa al valore che ha nella civiltà moderna l’individualità, il sentimento
dell’originarietà e dell’autonomia dell’individuo come centro da cui scaturisce tutto il movimento di
progresso civile e culturale che caratterizza la società moderna. Tale sentimento è connesso a
un’esperienza religiosa che scopre l’interiorità, la coscienza come momento centrale di
un’emozione che avverte la presenza dell’infinito, di Dio. Quanto più l’elevazione spirituale, il
comando, l’indipendenza sono un bisogno per noi, tanto più è necessario rifugiarsi nella fede di
Dio. Il sentimento religioso è connesso con le passioni nobili,
delicate, profonde. Nella libertà religiosa e nella corrispondente libertà di coscienza è radicata la
libertà di pensiero la quale si esprime mediante la libertà di parola e di stampa che sono le libertà
politiche fondamentali. L’intero sistema costituzionale delle garanzie di libertà dell’individuo riposa
sulla libertà di stampa. Solamente l’opinione pubblica esercita un vero controllo sul potere del
governo, sull’attività legislativa dei parlamenti e sul valore delle leggi e rappresenta la reale
garanzia della libertà degli individui. Le libertà dell’individuo sono il limite del potere politico.
Bisogna riconsiderare il concetto di sovranità che costituisce il fondamento dell’organizzazione
politica. Richiama a tal proposito alla concezione rousseoniana della volontà generale. Il concetto di
volontà generale deve essere accolto allorchè con esso si intende che il potere di un numero ristretto
di persone deve essere sancito al consenso di tutti i cittadini. La volontà è la fonte di legittimità del
potere politico. Legittimare mediante la volontà generale un’autorità limitata trova conferma nella
proposta di religione civile che deve essere accolta da ognuno, pena l’esclusione dalla comunità. Un
credo religioso stabilito dalla comunità politica è la condizione ineliminabile perché il singolo possa
entrare a far parte della comunità che ha il potere di disciplinare i comportamenti degli associati per
renderli conformi ai principi etico-religiosi. In tal modo l’individuo è subordinato in tutto e per tutto
al governo e sottoposto a un controllo continuo delle sue azioni. La libertà dei tempi antichi era
tutto quello che assicurava ai cittadini la parte più grande nella partecipazione all’esercizio del
potere sociale. La libertà nei tempi moderni è tutto quello che garantisce l’indipendenza dei cittadini
nei confronti del potere. Il principio della libertà individuale deve regolare anche l’attività
economico-produttiva per garantire la libertà industriale. La proprietà privata è l’istituzione
fondamentale dell’intero sistema economico che consente di organizzare e di incrementare la
produzione e nel contempo indica il criterio per la giusta remunerazione dell’attività svolta. Anche
la proprietà deve essere libera cioè non deve essere sottoposta a vincoli che ne limitano la
circolazione. La proprietà quando è libera tende naturalmente a diversi fra molti titolari, rinnovando
lentamente ma continuamente la categoria dei proprietari. Lo stato ha dei compiti ben definiti: la
difesa dai nemici esterni, il mantenimento dell’ordine pubblico, l’amministrazione della giustizia,
l’intervento nelle grandi opere di interesse pubblico.
Constant: Dello spirito di conquista e dell’usurpazione
Giudica il nuovo ordinamento politico instaurato da Napoleone in Francia. L’impero francese si
fonda sulla sua forza militare, su un esercito che per coscrizione obbligatoria è fondato da tutte le
classi sociali. L’ordine politico francese è la proiezione dell’ordine militare. La politica dell’impero
ha trasformato la guerra rivoluzionaria di liberazione dei popoli in una guerra di conquista, per la
quale i popoli sono poi sottomessi a un potere burocratico-militare che spegna in essi ogni spirito di
indipendenza, autonomia e libertà. Il fine dell’impero è la guerra e la conquista e ha proposto i
sentimenti e le passioni della società antica cercando così di snaturare la moderna società europea
caratterizzata dall’attività industriale. La politica di guerra e conquista ha una conseguenza negativa
sull’intera massa della nazione: le giustificazioni del governo per i provvedimenti militari sono
artificiose e pretestuose. Le affermazioni politiche, i programmi, i principi politici diventano mere
forme per giustificare la politica di aggressione. Tale prassi di governo corrompe la morale
pubblica.
L’impero fondato sulla forza militare e la guerra non è altro che usurpazione, una nuova forma di
governano diversa dalla monarchia e dal dispotismo. L’usurpazione si identifica con l’usurpatore
cioè con colui che senza appoggio di un voto nazionale si impadronisce del potere o che oltrepassa i
limiti che gli sono stati prescritti. Mentre il dispotismo elimina tutte le libertà politiche,
l’usurpazione le afferma e le sostiene in modo del tutto formale e strumentale, perché le servono per
giustificare il rovesciamento del regime. L’usurpatore svuota di contenuto le libertà politiche e le
istituzioni che dovrebbero temperare il suo potere e li riduce a strumenti per imporre la formazione
di uno spirito pubblico mediante una tecnica volta a sancire il consenso della nazione. In tal modo il
potere si assolutizza e diventa arbitrio. Allorchè viene limitata la manifestazione del pensiero, tutte
le altre facoltà umane sono private di energia e non sono più in grado di promuovere il progresso
culturale e sociale. L’usurpazione ha in se stessa la ragione della propria autodistruzione: nel
tentativo di uniformare tutto e tutti al proprio criterio di governo, essa è costretta a una continua
guerra di dominio che prima o poi sarà la causa della sua fine.
Distingue poi la monarchia dall’usurpazione: la prima è fondata su una lunga tradizione che limita e
tempera il suo potere e consente di ritenere che esso sia legittimato dal consenso tacito del popolo
che ne rende possibile la continuità la quale si realizza nell’ereditarietà della carica. Si riferiva alla
monarchia costituzionale inglese. Dice che i diritti fondamentali dell’individuo sono del tutto
indipendenti nei confronti dell’autorità politica: essi sono libertà personale, giudizio per giuria,
libertà religiosa, libertà d’industria, inviolabilità della proprietà, libertà di stampa. La costituzione
deve proibire ogni atto che attenti a questi diritti. La società non è un’entità superiore distinta dai
singoli ai quali essa conferisce la personalità di cittadino. La sovranità popolare, la volontà generale
e la legge non esprimono un’autorità illimitata. Sussiste invece una sfera di diritti e interessi degli
individui che è intangibile da parte del potere ed è un limite invalicabile per ogni governo. Per
realizzare questo principio di libertà bisogna strutturare la costituzione sulla distinzione e divisione
dei poteri che devono essere suddivisi in modo che ognuno svolga le funzioni specifiche e che non
si intralcino e non entrino in conflitto tra loro. Occorre distinguere il potere del monarca
costituzionale da quello esecutivo proprio del governo costituito da ministri. Il primo non è un
potere attivo come quello del governo ma è un potere neutro, che ha il compito di armonizzare gli
altri poteri e impedire che si verifichino situazioni di contrasto tra essi. Dice che devono distinguersi
nella costituzione del 1814 5 poteri: il potere reale, in quanto potere neutro; il potere esecutivo
rappresentato dal governo; il potere rappresentativo durevole espresso dalla camera dei pari; il
potere rappresentativo dell’opinione espresso da un’assemblea elettiva, la Camera dei deputati; il
potere giudiziario. Il potere reale è limitato perchè la legge deve essere approvata dalle due camere.
Il monarca può intervenire nel processo legislativo mediante la sanzione. Può destituire il governo e
può sciogliere la camera. Il difetto delle precedenti costituzioni stava nell’aver ignorato l’esistenza e
la funzione di un potere neutro e confuso tale forza equilibratrice con il legislativo e l’esecutivo.
Nel primo caso si è affermata l’onnipotenza della legge, nel secondo il dispotismo. La libertà non ha
vere garanzie quando il diritto elettorale viene esteso alle categorie sociali che non godono di una
indipendenza economica. L’ordinamento politico amministrativo dello stato deve essere informato
ai principi del decentramento e di un’ampia autonomia locale che stabilisca tra i singoli e il potere
centrale due
sfere, quella del comune e quella che raggruppa più comuni nell’ambito del circondario. Occorre
distinguere 3 livelli d’interessi: del comune, del circondario e quelli generali che debbono essere
curati dal governo. Il decentramento e le autonomie limitano l’influenza e il potere che il governo
centrale esercita sull’intero territorio.
Toqueville 1805 – 1859: liberalismo e democrazia degli USA Il problema politico della società
post-rivoluzione francese è nell’armonico rapporto tra libertà e uguaglianza. Il liberalismo non deve
contrapporsi alla democrazia. Si interessa quindi per gli USA, il primo stato democratico moderno
nel quale si esprimono le due esigenze della libertà dell’uguaglianza. La democratizzazione è il fine
cui tende il processo storico e deve essere vista come il movimento sociale che caratterizza la storia
moderna, che ha dissolto l’ordinamento aristocratico-feudale, ha abbattuto le monarchie. Qualsiasi
tentativo di ostacolare l’instaurazione della democrazia è destinato al fallimento. I governi europei
rifiutano la democrazia e cercano di tenerla lontana. Bisogna individuare le condizioni di attuazione
dell’ordinamento democratico, illustrare i valori positivi di cui si fa portatore.
La nuova scienza politica di Toqueville ha come scopo quello di intendere le trasformazioni in atto
nella società europea. Scrive “la democrazia in America” e “l’antico regime e la rivoluzione”
L’analisi di Toqueville vuole individuare i principi ispiratori dell’etica civile, gli ideali e i valori che
orientano i comportamenti degli individui e delle classi. Le idee, le dottrine politiche, solo quando
sono animate da sentimenti e passioni si tramutano in azione politica diventando leggi ed istituzioni.
Gli ideali politici nella società moderna sono due: la libertà e l’uguaglianza. Toqueville afferma il
primato della libertà quale aspirazione che fonda il sentimento originario della nostra individualità.
A principio di libertà, al sentimento della personalità corrisponde il modello della società
aristocratica mentre al principio dell’uguaglianza corrisponde quello della società democratica che
ha trovato la sua prima realizzazione in America.
Toqueville: il modello di democrazia è quello americano
Le prime colonie che si insediarono in America erano costituite da gruppi di dissidenti religiosi che
avevano lasciato la madre patria per poter professare il proprio credo in libertà. Nell’esperienza
politica e civile delle colonie ebbero importanza la religione e la libertà civile e politica. La
religione sa che la sua forza è nel cuore degli uomini e non ha un atteggiamento ostile nei confronti
della libertà politica perché vede nella libertà civile un nobile esercizio delle facoltà umane e nella
libertà politica un campo affidato dal creatore all’intelligenza. La libertà vede nella religione la
compagna delle sue lotte e trionfi, la fonte divina dei suoi diritti: considera la religione come la
salvaguardia dei costumi e i costumi come la garanzia delle leggi. Il sentimento di libertà scaturisce
da quello religioso e da questo viene alimentato. Insediate in un così vasto territorio le nuove
comunità manifestano la tendenza all’espansione in cui tutte le categorie sociali sono impegnate in
un comune sforzo di collaborazione che favorisce lo spirito di solidarietà. Si forma così una società
che promuove un pareggiamento di classe sul piano dei costumi, dell’etica e anche sul piano
economico. Per questo non si è costituita un’aristocrazia
come in Europa, in grado di monopolizzare il potere politico. Nelle colonie c’è una forte mobilità
sociale che opera un pareggiamento delle posizioni sociali. La legislazione cerca infatti di
scoraggiare la concentrazione della ricchezza nelle famiglie, tende verso il ceto medio. Si realizza
l’uguaglianza sia sul piano economico e sociale che su quello intellettuale e morale. Dice che ci
sono 2 modi per far si che gli uomini uguali sul piano sociale lo siano anche su quello politico: dare
gli stessi diritti politici a tutti o non darli a nessuno. L’America ha il merito di aver rifiutato il potere
assoluto e compreso che solo con la collaborazione e l’unione di tutti si sarebbe potuta difendere
dalle aggressioni del potere e di aver scelto quindi l’uguaglianza nella libertà.
Toqueville: pregi e difetti della democrazia
La sovranità popolare implica la rinuncia a restringere il suffragio al ceto medio borghese per
conferirlo a tutti i cittadini. Nella democrazia ci sono pregi e difetti. Il desiderio dell’uguaglianza
trova continue sollecitazioni ma mezzi limitati per essere appagato che genera in certi popoli un
sentimento di invidia nei confronti dei ceti posti in una situazione sociale superiore che orienta le
scelte politiche verso un livellamento sacrificando le capacità e i meriti dei migliori: si cerca di
soddisfare le richieste dettate dal risentimento. Il suffragio universale non garantisce i
provvedimenti più idonei per gli interessi generali della collettività. La scarsa efficienza,
l’irrisolutezza, l’instabilità amministrativa e legislativa sono i lati negativi del governo democratico:
esso si basa sull’opinione pubblica, mutevole perché esposta alle influenze delle passioni. La
democrazia mentre si preoccupa di tutelare gli interessi che hanno importanza per l’opinione
pubblica rischia di tralasciare gli interessi permanenti della collettività. La democrazia in quanto
fondata sull’opinione pubblica favorisce un generale orientamento verso l’agire pratico e verso un
sapere e una ragione che si basano sul buon senso atto a individuare le soluzioni dei problemi. Ma i
vantaggi che essa arreca alla società sono superiori. Gli effetti si producono dopo una o due
generazioni. Lo spirito civico, indispensabile per il funzionamento delle istituzioni, è inseparabile
dall’esercizio dei diritti politici. La democrazia diffonde tra i cittadini l’idea dei diritti cui si ispirano
i rapporti e i comportamenti dei singoli nei confronti dei poteri pubblici. Ne consegue il rispetto per
la legge che diventa una forza morale superiore a quella che può essere promossa da un’aristocrazia.
La democrazia poi promuove e sollecita una intensa attività sociale: è un movimento che si diffonde
in tutte le parti della società promuovendo il progresso reale di tutti i cittadini e il soddisfacimento
degli interessi delle diverse classi sociali. La democrazia proprio perché ha di mira il benessere
della maggioranza, comprende elementi di tutte le classi sociali e svolge la funzione di
contemperare gli interessi.
La maggioranza sul quale si fonda il governo democratico e in base al quale si approvano le leggi
pone il vero problema della democrazia, cioè dei rapporti tra la maggioranza e la minoranza. La
democrazia che si fonda sulla sovranità del popolo e il suffragio universale non è la forma di
governo che offre un’automatica garanzia di libertà. In determinate situazioni consente alla
maggioranza di esercitare un potere assoluto che misconosce le esigenze e i diritti della minoranza.
Nella federazione americana la maggioranza finisce per detenere tutti i poteri: elegge il legislativo e
l’esecutivo, forma le giurie, elegge i giudici, organizza la forza pubblica, abolendo quella
divisione-distinzione dei poteri che il costituente aveva posto a garanzia della libertà dei cittadini.
La maggioranza ha un suo processo di formazione che si manifesta in occasione delle elezioni. È il
risultato di processi di omogeneizzazione della società nel quale intervengono i maniera ridotta le
idee politiche che dovrebbero costituire invece il vero principio di coesione degli individui che
concorrono a formare la maggioranza. La maggioranza tende ad esercitare una costante pressione di
carattere ideologico sui propri avversari in modo da indurli ad assumere un comportamento
conforme ai propri principi. La maggioranza si rende interprete dei principi e dei valori che fondano
l’identità del corpo sociale; cerca di plasmare l’opinione pubblica a sua immagine e somiglianza e
sollecita tutti all’accettazione dei suoi principi. Il risultato è il conformismo, obbedienza meccanica
fondata su convinzioni che si accettano perché ci sono state trasmesse dall’ambiente sociale in cui
viviamo. La libertà non è più coscienza critica ma si riduce all’esercizio di una serie di diritti che
garantiscono la nostra tranquillità e il nostro benessere.
Toqueville: il sistema federale americano
Si sofferma a esaminare in quale modo il sistema costituzionale americano riesce a contenere la
tendenza della maggioranza a rendere assoluto il suo potere e a garantire i diritti delle minoranze.
Tale fine è conseguito dalla struttura federale dello stato americano rafforzato da un sistema di
grandi autonomie locali: impedisce al potere di concentrarsi dalla periferia negli organi del governo
nazionale e quindi nell’esecutivo. Il potere viene suddiviso in diversi centri minori ognuno dei quali
ha una sfera di autonomia. Si riduce così il potere dell’amministrazione centrale e controllata
dall’esecutivo e quindi si limita l’influenza che può esercitare la maggioranza. Il primato del diritto
sul potere si afferma nella suprema corte federale che ha il giudizio di costituzionalità delle leggi
che abbiano violato i principi e le norme sancite dalla costituzione. Quindi la maggioranza trova
nella stessa costituzione un limite che non le consente di servirsi delle leggi per misconoscere o
violare i diritti delle minoranze.
Si sofferma sui pericoli e rischi dell’industrialismo come processo di trasformazione della società
tendente a formare una classe unica, quella degli industriali che realizza l’uguaglianza delle
condizioni sociali. C’è un economicizzazione della vita sociale e politica che svuota quest’ultima
dei valori etico-politici, marginalizzando le istanze di libertà, autonomia, indipendenza. Il processo
di industrializzazione tende a trasformare il contenuto etico del sentimento dell’uguaglianza e a
sostituirvi valori meramente empirici, il desiderio di beni materiali che consentano di godere di uno
stato di benessere. L’industrialismo porta con sé l’utilitarismo e il desiderio del benessere che tende
a diventare una vera e propria etica ispiratrice di tutte le attività sociali.
Toqueville: materialismo insito nelle società democratiche industrializzate
Il desiderio del benessere quando diventa ragione di vita tende a condizionare le attività degli stessi
individui e a esercitare un’influenza sul movimento intellettuale, costumi, religione, politica.
Acquista rilievo la tendenza a concentrare tutto l’interesse e l’impegno intellettuale sulle questioni
pratiche che possono avere un diretto impiego nell’industria onde incrementare la produzione.
L’attività intellettuale non è più interessato alla conoscenza teorica fine a se stessa ma è sollecitato
dalla soluzione di problemi connessi al sistema produttivo: si assiste alla prevalenza delle scienze
applicate a scapito di quelle teoriche. La conoscenza scientifica a livello teorico per Toqueville è la
vera energia dalla quale promana l’intera attività sociale volta al progresso e al perfezionamento
della società e se mancasse la sua influenza si assisterebbe a un lento processo involutivo della
società che non sarebbe più in grado di rinnovarsi diventando statica, impegnata unicamente al
perfezionamento delle tecniche senza possibilità di reali innovazioni scientifiche. Tale tendenza è
rafforzata dalla predisposizione delle società democratiche industrializzate alla ricerca dei beni
materiali il che induce le persone a considerare solo ciò che ha un riscontro immediato nella realtà
empirica e un risultato immediato. I beni morali si riducono ai godimenti propri del benessere e ciò
che ha un valore e un significato culturale e teorico non riscuote più interesse. La democrazia
promuovendo l’etica del benessere favorisce un’etica materialistica che spegne gli autentici
sentimenti di libertà e individualità e porre le premesse di quel conformismo democratico che
sancisce il dispotismo della maggioranza. Il materialismo induce l’individuo a interessarsi solo della
sua sfera privata dissolvendo i vincoli sociali che costituiscono il presupposto per cui i singoli si
sentono compartecipi degli interessi della società. Al sentimento del valore assoluto corrisponde
l’individualismo che assume significato negativo e deve essere distinto dall’individualità
(sentimento dell’indipendenza e della nostra libertà). L’individualismo spinge ogni singolo cittadino
ad appartarsi dalla massa dei suoi simili e tenersi in disparte con la sua famiglia. Isola gli uomini, li
pone, proprio perché uguali, l’uno accanto all’altro senza alcun legame che li unisca. Crea il
presupposto per l’affermarsi di un potere dispotico che vede nell’isolamento degli uomini la
garanzia più certa della propria durata. Infatti gli individui non hanno una reale comunicazione tra
loro, non c’è un confronto di idee ed opinioni e quindi accettano le idee e le opinioni sancite
dall’autorità del gruppo o dalle masse. L’isolamento degli individui ha come conseguenza il
dominio ideologico delle masse. L’isolamento priva l’individuo della sua individualità cioè della
sua energia, lo rende debole e quindi si omologa alle masse e quindi alla maggioranza.
Toqueville: nuovo despotismo
Il processo di formazione di un unico potere che copre con la sua influenza tutta la società è
sostenuto anche dal costante processo di industrializzazione che caratterizza la società
contemporanea. La diffusione dell’industria richiede una rete di comunicazioni, collegamenti,
organizzazione dei mercati e commerci che presuppone un’organizzazione amministrativa estesa su
tutto il territorio. Lo stato si da una complessa struttura burocratico-amministrativa con cui può
dirigere e controllare gli affari più importanti della nazione: il potere si serve del centralismo
amministrativo come di un efficace strumento per consolidarsi ed estendere sempre più al sua
influenza. Dotato di questa struttura lo stato diventa non solo garante dei risparmio dei ricchi
tramite prestiti pubblici, e di quelli dei poveri per mezzo delle casse di risparmio ma il grande
finanziario e banchiere al quale fanno capo tutte le attività industriali. Lo stato per sopperire ai suoi
bisogni che scaturiscono dalla complessa organizzazione diventa esso stesso industriale, produttore
e consumatore. Mano a mano che l’industria si sviluppa, che la classe industriale si ampia, che la
proprietà industriale aumenta lo stato aumenta i suoi poteri. Tra lo
sviluppo industriale e la potenza dello stato vi è un rapporto di simbiosi, si alimentano a vicenda. È
il sistema industriale che fornisce allo stato il più efficace strumento di governo. Da questo nuovo
tipo di stato scaturisce il nuovo dispotismo. Diverso da quello dell’antico regime. Lo stato mira alla
felicità dei cittadini, provvedendo alla sicurezza, bisogni, organizzare i loro svaghi e dirigere le loro
industrie. Il risultato di questa continua presenza dello stato è che giorno per giorno esso rende
sempre meno utile e più raro l’impiego del libero arbitrio. I cittadini sono svuotati della loro
individualità, si spegne il sentimento di responsabilità e le masse si adeguano passivamente alla
politica del governo. Il nuovo dispotismo consiste nel servirsi delle condizioni create dallo sviluppo
industriale per dar vita ad un organizzazione burocratico-amministrativa che accompagna gli
individui dalla culla sino alla morte e finisce per plasmarli secondo i propri intendimenti.
La vera efficace salvaguardia nei confronti degli effetti perniciosi dell’etica del benessere, del
materialismo e dell’edonismo è la religione che esprime i valori essenziali sui quali si fonda la
convivenza sociale e dai quali scaturisce la vera energia innovatrice dell’individuo, il sentimento
della sua individualità e libertà. La religione sottrae l’individuo alla contingenza degli interessi
immediati e li riporta al significato e il valore della loro vita.
Rosmini 1797 – 1855: pensiero politico
Scrive: filosofia della politica, naturale costituzione della società civile, filosofia del diritto,
comunismo e socialismo. Esamina nei suoi scritti i problemi centrali della società del suo tempo,
come l’ordinamento politico-costituzionale, il modello di sviluppo economico, le tensioni e i
conflitti sociali.
Il fine della società politica è l’appagamento degli individui che la formano e la realizzazione del
bene di ogni individuo e non quello morale che è universale. Tutta l’attività che si svolge nella
società scaturisce dagli animi e dai desideri degli uomini. Le cose materiali non sono altro che
mezzi con cui acquietare i desideri dell’anima. Le società politiche sono caratterizzate da un
continuo movimento nel senso che oscillano tra un limite inferiore e uno superiore. Raggiunto il
primo la società si disarticola e non sussiste più come entità reale ma si suddivide negli aggregati
sociali che la formano; il secondo è il livello della loro intrinseca perfezione che non riesce mai a
conseguire. Nelle società possono esserci due elementi, uno di progresso e uno di regresso. Per
intendere i motivi per cui le società progrediscono e regrediscono ricorre ai concetti di sostanza e
accidente nel senso cioè che nella società c’è ciò che attiene alla sua esistenza, alla sua vita cioè la
sostanza, e ciò che invece si riferisce al suo perfezionamento cioè l’accidente. Le due regole
fondamentali della politica quindi sono: 1. conservare e fortificare ciò che costituisce l’esistenza o
la sostanza della società 2. non ricercare perfezionamenti a scapito di ciò che è sostanziale. Non
bisogna commettere l’errore di scambiare il sostanziale con l’accidentale.
Società secondo Rosmin
La società è costituita dalle relazioni degli individui con le cose e dai vincoli che si stabiliscono tra
quelli. Il sentimento sul quale si fonda il vincolo sociale è la benevolenza che predispone gli
individui alla cooperazione per conseguire fini comuni.
La sfera del politico è delimitata dalle 3 altre forme di società che preesistono alla società politica:
la società teocratica (dell’uomo con dio), quella del genere umano e la società familiare.
L’individuo non può essere risolto nella società in quanto si esprime come persona che ha in se
stessa i suoi principi costitutivi. I diritti della persona preesistono alla società perché il diritto
scaturisce dall’uomo in quanto persona. Il diritto è la persona sussistente e il compito del legislatore
è di regolare le modalità del diritto. Come nell’uomo si distinguono il corpo e l’anima, nella società
si distingue la società visibile o materiale e quella invisibile o spirituale. Alla prima corrispondono
vincoli esterni e visibili, alla seconda vincoli interni e invisibili. La società esterna deve essere una
rappresentazione della società interna. Le reali trasformazioni della società avvengono in quella
invisibile che esprimono la volontà comune volta a perseguire il fine della società. Quando tale
volontà non esiste più la società politica si riduce a un ordine formale senza intima forza di coesione
e si inizia il processo di disgregazione che si riflette nella società materiale.
L’attività, l’energia che fa degli individui e delle cose una reale unità, la società, è espressa
dall’intelligenza. La società è espressa dall’intelligenza in quanto fornita dal lume della ragione. Per
esserci una società occorrono vincoli intellettuali e morali, coscienza di un fine comune e dei mezzi
con cui conseguirlo e ciò si rende possibile solo con la ragione. La razionalità si esprime nella
società materiale nel senso che questa le fornisce i mezzi, soprattutto il linguaggio e crea le
condizioni per esprimersi e crescere su se stessa. La quantità di intelligenza di cui fa uso la società è
prodotta da due tipi di razionalità: la ragione pratica delle masse e la ragione speculativa degli
individui, tra le quali deve esserci un rapporto tale che le faccia convergere sul fine della società.
Particolare importanza ha la ragion pratica delle masse dalla quale dipende la stabilità e il progresso
della società. Varia a seconda dell’attività economica prevalente nella società. Il movimento della
società si origina nella ragione e da questa passa alla società materiale. La società esercita una
influenza sulla razionalità determinandone il tipo e l’orientamento, privandola di autonomia,
indipendenza, libertà. Si inizia in tal caso un processo di attenuazione della razionalità in termini di
intelligenza, che è all’origine dei processi di trasformazione involutiva della società, della sua
interna disgregazione e decadenza.
Rosmini: fini della società
La riduzione della razionalità a strumento della società materiale è la conseguenza della politica
basata sulla convinzione che il progresso della società sia promosso e alimentato dall’attività
economica finalizzata alla produzione dei beni materiale con cui soddisfare i bisogni degli associati.
L’appagamento è il fine della società. Nella ragione ci sono 2 facoltà: quella del pensiero e quella
dell’astrazione. : la prima coglie gli enti reali e l’ordine nel quelle debbono disporsi; la seconda
separa dall’ente reale una parte, ne astrae una caratteristica, la mette in relazione con quella degli
altri enti reali, formula idee e le mette in rapporto tra di loro. La crescita improvvisa e la diffusione
dei bisogni artificiali tende a orientare l’attività degli individui verso la soddisfazione dei desideri.
Per ritrovare i mezzi necessari al loro
soddisfacimento, le energie intellettuali sono concentrate nella facoltà di astrazione che acquista una
decisa prevalenza sulla facoltà di pensiero e finisce per sostituirsi del tutto ad essa. Con il declino
della facoltà del pensiero, la facoltà di astrazione diventa un mero strumento dei bisogni,
continuamente alimentate dalle sole pulsioni vitali. Nella società si origina un processo di
disarticolazione dei vincoli sociali e di contrapposizione delle parti sociali caratterizzate da tensioni
e conflitti, mentre iniziano a diffondersi comportamenti che violano le norme fondamentali della
convivenza sociale. La forza complessiva della società diminuisce e si rende difficile far valere una
volontà politica unitaria. Nell’individuo si determina una scontentezza che cresce su se stessa e
alimenta un sentimento d’ira che finisce col dominare il suo carattere. Si verifica così il paradosso
delle società consumistiche: aumenta la quantità di beni materiali a disposizione, migliorano le
condizioni sociali ma cresce l’insoddisfazione. Si genera nella società uno stato di tensione che
aumenta i conflitti tra classi e all’interno delle stesse, anche perché l’accelerazione del processo di
sviluppo economico tende a concentrare la ricchezza nelle classi più abbienti e sospinge nel
contempo verso il degrado civile e sociale diverse categorie lavoratrici sottoposte a un intenso
sforzo lavorativo.
Rosmini: Critica all’economicismo
Critica l’economicismo cioè la concezione che fa scaturire il movimento della società, il suo
progresso, dal sistema di produzione economico industriale e caratterizza il suo pensiero politico. Il
suo liberalismo non afferma la centralità dell’utile e dell’economico ma si riferisce al primato della
persona. Dice che l’economicismo ispira gli orientamenti politici prevalenti dell’800, in particolare
quelli socialisti e si esprime come la possibilità di disporre mediante le macchine e la
corrispondente organizzazione industriale di un’energia inesauribile e di un’entità tale da consentire
una produzione in grado di sopperire a tutti i bisogni, liberando l’uomo dal condizionamento della
miseria e della scarsità dei beni: l’uomo sarebbe messo in condizione di realizzare la sua umanità.
Questa convinzione presuppone la riduzione del male al male sociale e la deti rousseauviana che si
debba rifondare la società in modo che corrisponda alla vera umanità dell’uomo: è questa l’origine
di quell’orientamento politico che affida ai mezzi politici a disposizione dei governi la soluzione di
tutti i problemi sociali, denominato Perfettismo. La politica delle società contemporanee è
tendenzialmente perfettista perché si ispira a un umanitarismo astratto che misconosce il reale
problema del male e non si pone il problema dei limiti inerenti alle cose e alle attività dell’uomo per
cui vi sono beni la cui esistenza sarebbe impossibile senza l’esistenza di alcuni mali. La politica
deve assumere invece un atteggiamento critico nei confronti del perfettismo: deve tener presente
che l’esistenza di un bene impedisce talora di necessità quella di un altro bene maggiore; come pure
che l’esistenza di un bene ha connessa l’esistenza di alcuni mali e viceversa. Quindi la politica deve
evitare beni che portano con sé mali che sono superiori ai primi ma deve cercare di ottenere il
maggiore effetto buono ultimo. La critica all’economicismo non è una condanna del sistema di
produzione industriale che è uno strumento di progresso della società. È solo uno strumento, senza
farne una soluzione di tutti i problemi della società: la somma dei mali in questo caso sarebbe
maggiore dei beni che apporta. Il sistema economico non ha in sé il principio di
autoregolamentazione. Non accoglie la tesi del liberalismo di ispirazione utilitaristica di Hume e
Smith che la dinamica del sistema economico, libero da condizioni e limitazioni, pervenga
autonomamente all’equilibrio. Ritiene che il governo debba seguire un’attenta politica di sviluppo
economico intesa a creare i presupposti perché esso si svolga con ritmi proporzionati alle possibilità
e capacità della comunità. Bisogna promuovere una forma di educazione civile e sociale rivolta alle
classi meno abbienti affinchè si diffonda la cognizione dei propri interessi. I bisogni artificiali
debbono essere proposti in una determinata misura che non pregiudica il benessere delle famiglie e
dello stato.
Lo sviluppo economico industriale deve essere informato alla politica dei redditi e commisurata alle
reali risorse e alla capacità produttiva della società. I bisogni possono cresce con la stessa
progressione con la quale cresce il reddito destinato a soddisfarli, ovvero meno ma non mai di più.
Questa politica economica è consona al movimento naturale della società e consente agli individui
di conseguire l’appagamento che si basa sulla facoltà di pensiero e non di astrazione.
L’appagamento, una volta conseguito può ampliarsi ma con riferimento a una serie di beni
determinati che costituiscono l’oggetti di naturali desideri e stimolo a incrementare l’attività.
Rosmini: L’organizzazione politica dello stato
La sua concezione della politica e della società si esprime in un preciso ordinamento costituzionale
dello stato che riconsidera le vicende del costituzionalismo europeo a partire dalla Rivoluzione
francese. La questione fondamentale per quanto riguarda l’organizzazione politica dello stato si
riferisce all’individuazione dei principi, delle norme e degli organi costituzionali che eliminino ogni
possibilità di affermazione del nuovo dispotismo manifestatosi nel corso della rivoluzione francese.
Si lottò contro il dispotismo della monarchia dell’antico regime e si ritenne di averlo abbattuto ma
non si sospettò neppure che potesse manifestarsi un altro dispotismo. La società civile presuppone
altre 3 forme di società: la teocratica, la società dell’uomo con Dio; la familiare; quella del genere
umano. Esse sono distinte e non sono riconducibili e risolvibili nella società civile. Questa è
caratterizzata da un potere supremo e universale finalizzato a regolare le modalità dei diritti di tutti
gli associati. La formazione di questo potere è il risultato di un lungo processo storico nel corso del
quale si è venuto affermando l’elemento civile promosso dagli individui e dal popolo di contro
all’elemento signorile rappresentato dalle famiglie aristocratiche. La caratteristica dell’elemento
signorile si esprime nell’assoluto primato degli interessi familiari ai quali sono subordinati le
attività e le esigenze della società, mentre l’elemento sociale o civile dà vita ad una organizzazione
pubblica avente una propria autonomia che tutela il principio individuale. La dialettica tra la
signoria e il sociale-civile, tra il dominio aristocratico feudale e il popolo caratterizza il processo di
formazione dello stato moderno che si conclude con la rivoluzione francese. Dopo l’esperienza
rivoluzionaria si manifesta il principio costitutivo della società civile per regolare le modalità di
diritti degli associati. Acquista così rilievo il concetto di diritto e la distinzione tra il diritto e la sua
modalità. Il diritto è connesso al concetto di persona, soggetto dotato di un principio attivo,
intelligente, supremo e incomunicabile. Essenziale nella persona è la libertà. Il diritto è insito
nell’attività della persona. Non scaturisce dalla volontà sovrana dello stato, non ha un fondamento
politico, né si basa sull’utilità, la forza o il contratto sociale: è l’attività della persona allorchè
rivolta ad altre persone per uno scopo considerato lecito dalla morale. La proprietà deriva dal
dominio che la persona ha sopra ciò che con essa è legato. Due conseguenze derivano dai rapporti
persona-diritto-libertà giuridica-proprietà: 1. la prima si riferisce alla quantità di potere che il
governo può esercitare sugli associati. Il potere politico non può essere considerato una quantità
fissa perché tende a diminuire man mano che gli individui acquistano un maggiore controllo della
loro sfera personale. 2. il potere della società non può estendersi ai diritti che fanno capo alla
persona ma solo alla modalità degli stessi, per regolare l’esercizio dei diritti.
Requisiti della società politica secondo Rosmini
Sulla modalità si fonda la costituzione dello stato nel senso che il legislativo non può disporre dei
diritti degli individui ma deve disciplinare la tutela, la garanzia per consentire il miglior uso degli
stessi. I due requisiti essenziali della società politica, l’universalità e la supremazia, debbono essere
ristretti entro l’ambito della modalità dei diritti. Se lo stato interviene sui diritti il suo potere diventa
assoluto e la sua universalità e supremazia finiscono per legittimare il dispotismo della società, la
più spietata tirannide. Il diritto è il principio costitutivo dell’organizzazione politica dello stato onde
garantire la libera espressione della persona contro ogni forma di dispotismo. Lo stato costituzionale
rappresentativo fondato sulla divisione dei poteri deve fondarsi sui diritti della persona. A garanzia
delle norme costituzionali Rosmini prevede sul modello della costituzione americana una suprema
corte di giustizia, il tribunale politico, con il compito di vegliare sull’esecuzione della costituzione,
garantire i diritti sociali e difendere i poteri costituiti. L’attività legislativa e di governo si basa sulle
risorse economiche della società che vengono destinate alle se necessarie per l’organizzazione
politico-amministrativa. Una corretta amministrazione della cosa pubblica è garantita quando le
imposte sono votate da coloro che debbono pagarle. Perciò la rappresentanza politica si articola
nelle due camere dei maggiori e dei minori proprietari, distinte con riferimento ai redditi.
L’elettorato attivo è limitato ai cittadini che hanno un reddito soggetto a imposta. Il carico fiscale
deve essere prelevato sulla base delle imposte dirette con esclusione dei redditi più bassi di
sussistenza, riducendo al minimo le imposte indirette che gravando sui consumi colpiscono i redditi
delle classi lavoratrici. Il suffragio universale favorisce la formazione e la lotta delle fazioni e la
corruzione elettorale; deresponsabilizza gli elettori il cui voto perde di valore, non avendo più un
peso politico e un rapporto diretto con gli eletti di fatto sconosciuti alla massa degli elettori; non
garantisce la tutela degli interessi delle classi lavoratrici; esprime una rappresentanza che cerca di
realizzare una politica economica e fiscale finalizzata ad una redistribuzione della ricchezza
mediante un socialismo di stato che finisce per accrescere la spesa pubblica e conseguentemente,
per deprimere la produzione economica con danno delle categorie sociali meno protette. Il risultato
è un dispotismo della maggioranza sulla minoranza e nel peggiore dei casi il contrario.
La soluzione della questione sociale cioè il progresso civile e politico delle classi lavoratrici deve
essere promossa dal governo nel senso che deve operare in modo che l’intera società realizzi le
premesse di quel progresso. Compito del governo è eliminare gli impedimenti e le preclusioni alla
promozione sociale delle classi meno abbienti. Lo stato deve fondare la sua attività di governo
sull’opinione pubblica prevalente. L’opinione pubblica si deve formare mediante il dibattito e il
confronto delle singole opinioni quale si rende possibile tramite la libertà di parola, di stampa, di
associazione, di riunione.
Mazzini e il mazzinianesimo 1805 – 1872
L’idea di nazione non può essere scissa dalla democrazia repubblicana e dal riconoscimento del
ruolo insostituibile del popolo nel nuovo stato nazionale. Il popolo è una realtà etico-religiosa nel
senso che la volontà divina quale vero fondamento legittimante della legge si manifesta tramite il
popolo che ne è il vero interprete.
Propone una religiosità laica, non mediata dalle istituzioni ecclesiastiche come fondamento
dell’etica civile repubblicana e come essenziale premessa di ogni impegno politico. Di qui il
primato del dovere che consente ai diritti degli individui di farsi valere nel rispetto degli altri e della
società e che pone i limiti delle libertà civili e politiche. Il nuovo stato nazionale non potrà essere
che democratico repubblicano e la questione sociale trova la vera soluzione nel suo ambito. Critica
la risoluzione della politica nel sociale e sottolinea che solo nell’ambito politico e delle istituzioni
che vi corrispondono è possibile garantire la libertà. A patto però che si dia soluzione alla questione
sociale. Il politico e il sociale sono inscindibili, due ambiti che si completano a vicenda.
Il mazzinianesimo sottolinea la socialità dell’individuo cioè il suo necessario compimento
nell’ambito delle specifiche articolazioni della società umana: la famiglia, il comune, il popolo-
nazione, l’umanità, senza che quest’ultima assorba in sé l’ambito proprio dell’individualità. A tal
fine occorre riscoprire il fondamento etico della nostra vita, il principio che connette la nostra
individualità alla famiglia, alla nazione, all’umanità. In tal modo l’individuo acquista
consapevolezza del principio e dei valori sui quali si fonda l’intimo nesso fra pensiero e azione per
cui la dottrina politica non rimane un mero fatto intellettuale, ma diventa realtà politica. Il passaggio
dal pensiero all’azione è operato dall’etica, dai valori spirituali, dalla convinzione ferma, dalla fede.
L’azione non deve essere scissa da una condizione sistematica della società e dello stato, da una
dottrina politica che corrisponda alle esigenze e ai valoro della società contemporanea. Il compito
dell’intelletto è quello di interpretare le profonde esigenze di vita che si esprimono nel popolo. La
ragione non deve assumere un atteggiamento aristocratico, distaccato dal popolo, ma riconoscere
nel popolo la fonte della sua ispirazione. Dio e l’umanità sono i supremi valori etico-spirituali che
caratterizzano la nuova età sociale che subentra a quella individuale esauritasi con la Rivoluzione
francese. Riprende da Saint-Simon la distinzione tra età critica, dell’individualismo, ed età organica,
del sociale organizzato e l’idea che la Rivoluzione francese è l’episodio finale di un’età di
transizione della società monarchico-aristocratica caratterizzata da ordini chiusi, alla società dei
popoli, delle nazioni, che si riconoscono membri solidali dell’umanità. La formula propria dell’età
critica è rappresentata dai diritti dell’individuo, dal loro riconoscimento come principi assoluti sui
quali organizzare l’ordinamento della società: sono serviti grazie alla Rivoluzione a liberare i popoli
dal dispotismo politico del re e dei principi e dal dispotismo spirituale delle chiese e del clero. La
teoria dei diritti dell’individui, proprio perché afferma il primato del singolo, non è in grado di
corrispondere alle nuove esigenze di solidarietà dei popoli europei, non serve a fondare la nuova
società che non si deve organizzare sulla base della competizione dei singoli ma sulla
collaborazione. Questa potrà essere realizzata solo se sarà ispirata al nuovo principio dell’umanità.
L’umanità ha un valore etico-religioso in quanto ha il compito di rivelare la volontà di Dio. Il
progresso fa parte del disegno divino che si attua tramite l’umanità. Le chiese, adempiuta la loro
missione storica di proclamare l’uguaglianza e la fratellanza sulla base del rapporto Dio-uomo
hanno esaurito la loro funzione. La nuova epoca è caratterizzata dall’avvento della religione Dio-
umanità in cui si esprime l’io collettivo cioè l’uomo nella totalità dei sentimenti e delle relazioni che
lo integrano e lo completano con gli altri uomini. La politica acquista una coscienza etico-religiosa
che la rende autonoma nei confronti delle religioni tradiziona
Mazzini: La solidarietà tra i popoli è il fondamento del nuovo ordine internazionale
La necessaria mediazione tra individuo e umanità è rappresentata dal popolo, in quanto portatore di
un ideale, un principio che lo fa sussistere come una vivente unità collettiva: i popoli sono gli
individui dell’umanità e ognuno di essi ha una missione da compiere. Il popolo è la coscienza di una
grande idea da tradursi in fatti. Il popolo che attua questa unità etico-spirituale si esprime come
nazione con una sua peculiare caratteristica che la distingue dalle altre nazioni. La nazione
rappresenta l’unità di una moltitudine di individui come unità di principi, di intenti, di diritto in
quanto quella moltitudine è diretta da principi comuni, governata da leggi uguali. Solamente a
queste condizioni la moltitudine è nazione, entità politica caratterizzata dall’indipendenza,
altrimenti è gente, etnia. La nazione oltre a sussistere come reale unità politica deve avere un
fondamento etico spirituale, che conferisca ai principi, all’intento, al diritto una stabilità e
continuità. L’unità si attua solo quando i principi costitutivi della nazione sono acquisiti
spontaneamente in piena libertà e non imposti. La legge non può essere interpretata da una casta
sacerdotale o da una chiesa né dalla monarchia. L’interpretazione è affidata al popolo, alla nazione.
La nazione esiste in quanto attuata con una partecipazione totale del popolo. È questa la premessa
alla sua teoria dell’iniziativa rivoluzionaria dei popoli che abbia come fine la loro indipendenza ed
unità politica per le quali impegnino tutte le loro energie e capacità affinchè possano esistere come
grande soggetto collettivo. Senza questa iniziativa mancherà una vera partecipazione popolare al
processo di unificazione e indipendenza con il risultato di dare vita ad uno stato che con nuove
forme finisce per nascondere il vecchio potere autoritario vanificando le esigenze di una
democrazia. La rivoluzione deve essere popolare e nazionale. La rivoluzione quando è tale cioè
quando è innovazione che corrisponde alle profonde esigenze di verità e umanità degli individui e
dei popoli è sempre suscitata e promossa dalle idee che esprimono un principio sulla cui base è
possibile riordinare la società in vista della libertà, uguaglianza e fratellanza degli individui, popoli,
nazioni. li senza sostituirsi a quelle per quella parte di verità che esse rappresentano.
Mazzini: il comune e lo stato
L’intimo nesso intercorrente tra nazione e popolo è la premessa della democrazia repubblicana
come l’unica forma di governo che consente di attuare i principi costitutivi della nazione. La
monarchia e l’aristocrazia sono un principio di autorità estraneo al popolo, che fonda la propria
legittimazione e superiorità in una tradizione storica definitivamente esaurita: la monarchia finisce
per strumentalizzare lo stato per propri fini di potere cercando di annullare o limitare la
partecipazione del popolo all’amministrazione della cosa pubblica. Nella democrazia repubblicana
invece gli individui sono liberi, indipendenti ed uguali perché non ci sono più ordini o situazioni
privilegiate che impediscono la partecipazione al governo della società. Esso si fonda sulla
rappresentanza nazionale eletta a suffragio universale. Mazzini accoglie l’ordinamento
costituzionale fondato sulle libertà politiche e civili di parola, coscienza, stampa, associazione; sulla
tripartizione dei poteri; sul principio elettivo delle cariche più importanti dello stato.
Nella democrazia repubblicana si realizza una continuità di intenti e attività tra popolo e governo
che diventa una proiezione della volontà popolare. C’è una intesa sui fini e mezzi tra popolo e
governo. Il principio del dovere con la spontanea adesione dei cittadini alla legge morale, eguaglia
governo e governati, sottopone il comando e l’obbedienza ad un’unica suprema norma, fonda tutti i
diritti sulla coscienza del dovere. Morale e politica si compongono in una vera armonia. La
repubblica è per lui uno stato unitario in quanto è espressione dell’unità politica che promana
dall’unità della nazione e del popolo. Rifiuta il centralismo amministrativo come uno dei più
efficaci strumenti di dispotismo ministeriale che ripropone nella sostanza i vecchi metodi del
governo autoritario. Tra l’individuo e la nazione sussiste il comune: solo questo e la nazione sono i
due elementi naturali di un popolo, tutti gli altri enti e istituzioni sono artificiali, posti in essere dalla
società per rendere più agevoli le relazioni tra la nazione e il comune. Il rapporto tra nazione e
comune fondato sull’autonomia comunale è costitutivo dello stato repubblicano che si struttura di
conseguenza su un ampio decentramento amministrativo articolato su larghe autonomie locali, che
consenta il libero svolgimento di tutte le forze sociali. Al comune riconosce un’ampia sfera
territoriale che consente ad esso di reperire mediante tributi le risorse finanziarie atte a garantire la
sua autonomia di potere svolgere una politica di integrazione tra città e campagna. Tra il comune e
lo stato riconosce una sfera amministrativa intermedia, la regione. Lo stato italiano deve essere
organizzato su 12 regioni comprendente ciascuna circa 100 comuni con almeno 20.000 abitanti. Il
territorio comunale è suddiviso in distretti e tutti gli organi del governo locale sono elettivi. Allo
stato spetta la formulazione del fine della comunità nazionale; ai comuni compete la pratica
applicazione di tale fine.
Mazzini e la questione sociale
All’interno della nazione si risolvono le distinzioni delle classi. La questione sociale non può essere
disgiunta da quella della unità e dell’indipendenza nazionale dei popoli. Egli sottolinea il nesso tra
la questione sociale e politica. L’una non può essere separata dall’altra. Non c’è questione politica
che non abbia posto l’esigenza di adeguati mutamenti sociali così come non c’è riforma sociale che
non implichi idonee garanzie di libertà e politica civile. Riconduce il socialismo e il comunismo alla
categoria dell’utile e quindi della felicita individuale. L’attuazione della formula comunista, a
ciascuno secondo i suoi bisogni , implica una predeterminazione del sistema dei bisogni sulla base
di un rigido controllo burocratico e governativo, sì che in ogni individuo la sua libertà,
responsabilità, merito individuale, l’incessante aspirazione che lo sprona a nuovi metodi di
progresso e di vita svaniscono interamente.
La questione sociale deve essere risolta nell’ambito della democrazia repubblicana con il sistema
delle libertà e dei diritti che essi garantiscono. Tale fine può essere garantito mediante
l’associazione che consente agli individui di aumentare le loro capacità ed energie in modo da
conseguire il miglioramento delle loro condizioni materiali e il loro progresso intellettuale e morale.
L’associazione rende possibile l’unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani. Al sistema
produttivo fondato sul capitale, sulle capacità, sul lavoro, cioè sul monopolio dei mezzi di
produzione da parte dei capitalisti, bisogna sostituire il nuovo sistema in cui il produttore è anche
proprietario dei capitali per una giusta ripartizione delle ricchezze prodotte. La nuova
organizzazione produttiva deve garantire la formazione di un capitale comune la cui destinazione
deve essere sottratta alle libere decisioni dei singoli. Ne risulta un sistema produttivo che
fondandosi sulle libere scelte dei singoli mantiene i principi della libera concorrenza e della
mobilità del lavoro. Critica l’economia programmata, centralizzata e diretta allo stato, unico
proprietario dei mezzi di produzione. La conseguenza è l’eliminazione dello spirito di iniziativa e
ogni incentivo al miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici. La proprietà privata deve
essere considerata come la necessaria garanzia dell’attività svolta dall’individuo. La proprietà è il
segno della sua produttività. Non bisogna abolire la proprietà perché è di pochi ma bisogna aprire la
via perché i molti possano acquistarla.
Proudhon 1809-1865: Che cosa è la proprietà o ricerche sul principio del diritto e del governo
Scrive “che cosa è la proprietà o ricerche sul principio del diritto e del governo” Dice che le
rivoluzione del 89 e del 30 hanno riproposto sotto altra forma i principi stessi contro i quali si era
combattuto. Possiamo parlare di rivoluzione solo quando le nostre idee cambiano completamente
mentre quando nelle nostre idee c’è solo un’estensione o una modifica dobbiamo ritenere che si
tratti di progresso. Nell’89 e nel 30 ci fu progresso ma non rivoluzione: si posero le premesse di un
ordinamento, si espressero esigenze, che sono il presupposto di una reale trasformazione. Non c’è
differenza tra la vecchia sovranità della monarchia dell’antico regime e la nuova sovranità del
popolo affermata con le nuove costituzioni liberali e democratiche. L’autorità dell’uomo sull’uomo
è giusta solo in quanto sia l’espressione dell’autorità della legge che deve essere giustizia e verità.
La volontà privata non conta nulla nel governo che si limita a scoprire ciò che è vero e giusto per
farne legge, dall’altra a sorvegliare l’adempimento di tale legge.
Phoudon: La proprietà
La proprietà non può essere in alcun modo giustificata: non può essere accolta come diritto naturale
dato che pone una distinzione netta tra chi ha e chi non ha, contraria al diritto assoluto di
uguaglianza. Né può essere legittimata come diritto fondato sull’occupazione o sul lavoro. Il diritto
di occupazione che risale all’originario stato di natura in cui tutto era comune deve essere
riconosciuto eguale in tutti gli individui. Il diritto di occupazione indica il vero contenuto della
proprietà che è l’usufrutto. Chi detiene la cosa è responsabile della cosa che gli è stata affidata e
tenuto ad usarla conformemente all’utilità generale in vista della conservazione e dell’incremento
della cosa e non può dividere l’usufrutto in modo che un terzo svolga il lavoro mentre egli ne
raccoglie i frutti. È invece posto sotto la sorveglianza della società, soggetto alla condizione del
lavoro e alla legge dell’uguaglianza. La proprietà non può avere come oggetto la terra che essendo
indispensabile alla conservazione dell’uomo è un bene comune e non suscettibile di approvazione.
Per altri beni mobili, il rapporto che si istituisce tra gli uomini e le cose mediante il lavoro consente
solamente di riconoscere il diritto di chi lavora alla proprietà di ciò che produce ma non a quella dei
mezzi di produzione. Il diritto al prodotto è esclusivo, il diritto allo strumento è comune. Il
capitalista si appropria della maggior parte della ricchezza prodotta da un’organizzazione e si limita
a retribuire il lavoratore con un salario che lo fa vivere mentre lavora senza garanzia per una
sussistenza futura. Mentre il proprietario si avvale del lavoro del contadino o dell’operaio per avere
un profitto e nello stesso tempo per conservare ed accrescere il capitale per continuare a produrre, il
lavoratore è costretto a vivere alla giornata ed è escluso dai benefici della ricchezza che si deve al
suo lavoro. Il principio che la proprietà si fonda sul lavoro porta all’affermazione della uguale
partecipazione dei lavoratori alla ricchezza prodotta, ad una forma di proprietà sociale o collettiva
del capitale, dei mezzi di produzione, fondata sull’eguaglianza delle retribuzioni e delle prestazioni.
La proprietà privata non può essere giustificata. La proprietà è un furto perché costituita dalla
ricchezza sociale che non è stata distribuita e che è stat invece attribuita al titolare del diritto di
proprietà.
Una volta abolita la proprietà si tratta di sapere quale tipo di società potrà garantire uguaglianza e
libertà. La società proposta dai teorici del socialismo e del comunismo, diventata proprietaria dei
mezzi di produzione, attua un ordinamento che ricostituisce i rapporti di dominio e sfruttamento
insiti nella proprietà privata, per cui l’individuo finisce per diventare un mero strumento della
società senza possibilità di libertà e indipendenza. Occorre invece dar vita ad una libera
associazione il cui scopo è di mantenere l’uguaglianza nei mezzi di produzione e l’equivalenza
negli scambi. Si elimina in tal modo il governo dell’uomo sull’uomo e si instaura l’ordine
nell’anarchia intesa come assenza di sovranità e signoria.
Phoudon: Il sistema delle contraddizioni economiche
Le contraddizioni caratteristiche del sistema di produzione fondate sulla proprietà privata sono la
necessaria premessa per l’instaurazione dell’associazione nella quale i lavoratori sono liberati dalle
forme di asservimento e di dominio connessi alla proprietà. Il lavoro esprime l’umanità dell’uomo
nel senso che è l’energia mediante cui l’uomo crea il suo mondo umano, nei suoi valori, principi ed
istituzioni. Il lavoro è la più alta manifestazione della vita, intelligenza, libertà. L’uomo è lavoratore
cioè creatore e poeta. Le contraddizioni dell’organizzazione economica devono essere ricondotte
alla contraddizione che caratterizza la natura dell’uomo e che la religione ha espresso nel dogma del
peccato originale. Questa contraddizione è il presupposto dell’individualità, della personalità e
libertà che sono i principi costitutivi del nuovo ordine sociale: le contraddizioni economiche sono le
forme storiche proprie dell’economia capitalistico-industriale e come tali destinate ad essere risolte.
Se così fosse l’individuo sarebbe risolto nella società, perdendo la sua personalità e libertà. La
prima contraddizione si manifesta nel modo in cui si perviene alla determinazione del valore dei
beni prodotti: tale valore scaturisce dal rapporto tra il valore d’uso, determinato dall’utilità del bene
e del valore di scambio, determinato dalla permutabilità dello stesso bene con altri beni. Quanto più
aumentano i beni e quindi le utilità, tanto più diminuisce il loro valore di scambio e quindi i loro
prezzi con grave danno dei produttori. Quando invece i beni si riducono o vengono limitati aumenta
il lor valore di scambio con danno ai consumatori. Un’altra contraddizione è nel principio della
divisione del lavoro: grazie a tale principio gli uomini perfezionano e rendono più produttivo il loro
lavoro aumentando in notevole misura i beni a loro disposizione. Ma quanto più l’attività dei
produttori è ridotta a poche semplici operazioni tanto più l’operaio vede ridotte le sue capacità
intellettuali. Sulla base della divisione del lavoro la società si articola in diverse categorie e classi
sociali che finiscono poi per istituzionalizzare le distinzioni
sociali. Le macchine hanno aumentato le capacità produttive del sistema economico, abbassando i
costi di produzione e consentono di mettere a disposizione della società una grande quantità di beni.
La macchina libera l’uomo dalla fatica ma crea disoccupazione, riduce i salari crea eccessiva
produzione. La libera concorrenza è necessaria per determinare il valore dei beni ma deve applicarsi
anche al lavoro e ai salari. Solo per mezzo di essa, quanti partecipano al processo produttivo
diventano pienamente responsabili dell’attività che svolgono e si impegnano a conseguire il miglior
risultato. Se si abolisse la concorrenza e si garantissero a tutti lavoro e salario gli effetti sarebbero
negativi: ci sarebbe la caduta della tensione lavorativa, riduzione della produttività che ridurrebbe il
valore reale dei salari. La libera concorrenza pone l’esigenza della sua disciplina che è rappresentata
dal monopolio che regoli i prezzi e la produzione. Ma il monopolio finisce per moltiplicare le
contraddizioni. L’organizzazione politica ha il compito di intervenire nelle attività che non possono
essere assunte dal singolo ed assolve alle esigenze di carattere pubblico. Ciò significa far
partecipare tutti e quindi la maggioranza dei non abbienti ad una serie di benefici ai quali non
potrebbero accedere con i loro scarsi redditi. Lo stato ha come fine il riequilibrio delle condizioni
sociali, la garanzia della sicurezza e della difesa dei deboli nei confronti dei potenti mediante leggi e
provvedimenti che aiutino e sostengano le classi lavoratrici. Ma nello stesso tempo il potere si trova
legato agli interessi del capitale e della proprietà perché istituito dal sistema economico e coinvolto
nelle lotte tra i lavoratori e quanti detengono i mezzi di produzione. Le riforme politiche hanno una
scarsa incidenza sui problemi sociali che sono connessi alle contraddizioni del sistema economico.
Occorre una riforma del modo di produzione che sia promossa dalla classe lavoratrice, il
proletariato. È in polemica nei confronti dei sistemi socialisti e collettivisti proposti da Owen, Saint-
Simon e Marx perché in queste concezioni i lavoratori rivestono una funzione passiva e si trovano
soggetti ad un apparato statale che finirà per riproporre le vecchie contraddizioni. Occorre che i
lavoratori diventino i veri soggetti attivi di questa opera di trasformazione della società e del
sistema produttivo per poterlo dirigere e amministrare in autonomia e indipendenza. Solo in queste
condizioni potrà darsi attuazione ad un ordine sociale in cui sia valido il principio che il lavoro
costituisca la misura che consente di rendere proporzionali tra loro i valori dei prodotti sì che la
distribuzione della ricchezza possa avvenire sulla base della mutualità realizzando l’uguaglianza e
la libertà tra i consociati.
Phoudon: L’organizzazione politica
L’organizzazione politica è dissolta in quella economica nel senso che le istituzioni fondamentali
del tradizionale ordine politico sono sostituite da quelle proprie dell’attività economica. Punto
fondamentale del nuovo rodine è l’autogestione delle forze produttive che si realizza mediante una
serie di compagnie e associazioni operaie, ognuna delle quali si forma in vista di una determinata
attività che richiede la cooperazione di più persone cioè la formazione di una forza collettiva che
consenta di conseguire un determinato risultato economico. Nell’ambito di ogni associazione ogni
lavoratore svolge e dirige l’attività che egli stesso ha scelto in piena parità con i suoi compagni di
lavoro ed è proprietario pro quota di tutti i beni strumentali. In tal modo capitale e lavoro si
identificano. Per le attività economiche che richiedono concentrazione di mezzi e lavoratori ed
appartengono ad
uno stesso settore industriale suggerisce l’associazione, che si riferisce a mezzi e personale limitati.
Per le attività che richiedono grosse concentrazioni di mezzi e di lavoratori provenienti da diversi
settori propone la formula della compagnia operaia sul modello delle grandi società anonime le cui
azioni sono possedute solo da coloro che lavorano in quella determinata industria. L’autogestione
dell’attività economica da parte delle forze produttive potrà essere realizzata solo se si provvedere
alla liberalizzazione del credito mettendo a disposizione delle associazioni e compagnie operaie i
mezzi finanziari necessari mediante l’istituzione di una banca del popolo nella quale devono
confluire le banche locali e private per la concessione del credito gratuito cioè ad interessi bassi
fissati in base ai costi di gestione dell’attività creditizia. Le richieste di finanziamenti individuali
sono deliberate dalle compagnie operaie e dalle società agricole e industriali. L’attività dei singoli è
riconosciuta e incoraggiata mentre ha la possibilità di accordarsi con quella organizzata in
associazioni e compagnie. I rapporti che intercorrono tra i singoli, le associazioni, le compagnie, le
società agricole e industriali, sono fondate su una serie di contratti mediante i quali ogni contraente
regola le norme che debbono disciplinare l’attività e gli interessi comuni. Il contratto diventa così
l’atto fondamentale su cui si fonda la nuova organizzazione delle forze produttive in base al quale si
realizza l’autogoverno delle stesse. Mentre per Rousseau il contratto costituisce l’unità delle volontà
dei singoli, esprime la volontà generale e fonda il corpo politico dal quale l’uomo ritrae la sua
nuova personalità di cittadino che si risolve nella comunità che rappresenta il tutto dell’uomo; il
contratto cui si riferisce Proudhon è l’incontro e l’accordo di 2 o più individui che in piena libertà,
ritenendo che le reciproche prestazioni si equivalgano, regolano nel modo più conveniente i loro
rapporti. L’essenza del contratto è il reciproco scambio di beni e servizi tra individui ognuno dei
quali conserva la sua indipendenza. Mediante la serie di contratti gli individui realizzano
pienamente quella sovranità di cui vengono riconosciuti titolari. La legge è fissata dai singoli
individui mediante un contratto che impegna solo i contraenti. La società è formata da una rete di
contratti con cui i singoli, i gruppi sociali, gli enti territoriali, si collegano tra loro regolando i propri
interessi. La società è caratterizzata dall’insopprimibile tendenza all’auto-organizzazione e
all’autogoverno: si articola in una pluralità di gruppi e centri sociali ognuno dei quali tende a far
valere la propria autonomia.
Phoudon: organizzazione delle forze produttive
Lo stato deve scomparire e deve essere sostituito dall’organizzazione delle forze produttive. Lo
stato è l’organizzazione materiale della potenza sociale, è la forza collettiva che si ritorce contro
coloro che la generano. Lo stato si giustifica solo quando la società genera in se stessa una serie di
conflitti, di lotte che devono essere controllati e repressi da una forza superiore che è o stato. ma
quando la società esprime una propria autonoma organizzazione che risolve sul piano del contratto
le tensioni e i conflitti, lo stato non ha alcuna ragion d’essere. L’organizzazione amministrativa
dello stato deve essere riformata, consentendo ai comuni, ai cantoni, ai dipartimenti di regolare le
questioni afferenti ai loro interessi territoriali in modo da eliminare ogni forma di centralizzazione
che è il più efficace strumento di dominio in mano del potere politico. L’amministrazione della
giustizia non è più una funzione dello stato e l’organizzazione delle giurisdizioni e dei tribunali è
sostituita da commissioni di arbitri e di esperti. La scuola viene riformata corrispondentemente alle
esigenze del nuovo regime industriale. L’istruzione primaria non può essere scissa
dall’apprendistato, da un insegnamento che è strettamente connesso con un arte o un mestiere sì che
i docenti sono nominati dalle corporazioni.
La scuola deve essere considerata il legame tra le corporazioni industriali e le famiglie. Sono aboliti
i ministeri dei lavori pubblici, dell’agricoltura e del commercio e delle finanze. Sono sostituiti dalle
amministrazioni dipartimentali e regionali che dispongono i lavoro necessari e la corrispondente
normativa con una conoscenza diretta delle situazioni e delle questioni. La formula dell’auto-
organizzazione e autogestione delle forze produttive porta all’estinzione dello stato perché le sue
funzioni sono assunte dalla nuova organizzazione economica. Lo stato non può più sussistere come
una potenza che si serve del popolo per guerre di conquista che sono combattute in nome della
difesa degli interessi della comunità contro i nemici ma che sono sempre finalizzate alla conquista e
al dominio. Questo processi di trasformazione dell’organizzazione statale deve estendersi a tutte le
altre società e promuovere un nuovo ordinamento internazionale fondato sulle esigenze delle
organizzazioni delle forze produttive.
Phoudon: la federazione
La federazione è il termine ultimo del processo di spontanea organizzazione ed integrazione dei
gruppi e dei centri sociali minori in forme più articolate e collaborazione, sancite da una serie di
contratti che culminano in quello federativo. La stabile riunione di più persone genera di per se
stessa una forza collettiva che è il potere sociale che dà consistenza unitaria al gruppo sociale. Più
famiglie quando si stabiliscono su un determinato territorio e svolgono attività che si coordinano e
integrano tra loro dando vita a relazioni comuni e rapporti di solidarietà formano un gruppo naturale
che presto si trasforma in città e organismo politico affermando la propria unità e indipendenza. Il
comune-città ha la pienezza dei poteri sovrani, provvede all’ordine interno e alla difesa esterna,
amministra la giustizia, ha una sua scuola, impone i tributi. La città è l’organismo sociale in cui si
integrano i gruppi sociali minori per costituire un’entità politica che compiuta in se stessa. Quando
la città ha raggiunto il suo punto di massima espansione si formano altri gruppi sociali che formano
altre città. Lo stato che ha la sua ragion d’essere nella centralizzazione deve essere sostituito in una
organizzazione federale costituita dalle città che hanno comuni interessi che la fanno sussistere
mediante una serie di accordi che si riassumono tutti nel contratto di associazione federativa. Nel
1864 un gruppo di operai pubblicava il Manifesto dei 60 per presentare i candidati alle elezioni
politiche di quell’anno: per la prima volta i lavoratori votavano per i propri rappresentanti operai
senza delegare tale funzione ai politici. Il manifesto testimonia la presa di coscienza della classe
operaia di voler diventare soggetto attivo e autonomo di un’azione politico-sociale volta a instaurare
un nuovo ordine economico-sociale nel quale fossero riconosciuti i diritti dei lavoratori. In
quell’occasione Proudhon scrisse l’ultima opera: Della capacità politica delle classi operaie. Rileva
la distinzione tra una capacità legale e una capacità reale. La prima è conferita dalla legge a tutti con
il suffragio universale, la seconda si riferisce alla capacità che una categoria di persone possiede e
che può far valere. Diceva che le classi operaie avevano acquistato coscienza di se stesse. La classe
operaia era appena nata alla vita politica e non era ancora in grado di affermare la propria
preponderanza, di far valere la sua volontà di trasformazione della società. Una vera riforma della
società era possibile solo con un alleanza tra la media borghesia, che avrebbe fornito le capacità
direzionali e imprenditoriali e il proletariato.
Marx 1818 - 1883, Engels 1820 – 1895
Scrissero: “l’ideologia tedesca” e “il manifesto del partito comunista”. Critica Hegel. L’attività che
il singolo svolge nella società civile non determina più uno status sociale. La distinzione hegeliana
tra società civile e stato si fonda sulla separazione tra il primo e il secondo che implica per Marx la
contraddizione tra la società civile e lo stato in quanto le attuali classi sociali sono espressione della
separazione come legge generale della società: l’uomo è separato dal suo essere generale cioè dalla
sua vera e concreta umanità. Si determina così una vera e propria scissione che investe la
personalità sociale di ciascun associato, dalla quale scaturisce l’individualismo che caratterizza la
società borghese in cui tutte le attività e le conseguenti relazioni sono finalizzate alla sfera privata
del singolo. La contraddizione può essere superata con un nuovo ordinamento della società che
elimini la situazione di atomismo in cui versa restituendo all’individuo la sua verità oggettiva,
consentendogli cioè di esprimere la sua compiuta umanità sì che ogni individuo possa, mediante
l’attività che esplica, diventare autentico rappresentante di tutti gli altri. La contraddizione tra
società civile e stato viene risolta in quanto la società assolve da sé a tutti i compiti della politica:
ciò è possibile con una riforma elettorale fondata sul suffragio universale attivo e passivo che deve
essere finalizzata ad operare la trasformazione dei vecchi ordinamenti. Solo con il suffragi
universale la società civile perviene ad una reale esistenza politica e si sostituisce allo stato. Si ha
così la vera attuazione della democrazia nella quale la costituzione, la legge, lo stato sono
un’autodeterminazione del popolo.
Marx: scritti e pensiero
Marx scrive poi: “critica al diritto pubblico di Hegel”, la questione ebraica”, “critica della filosofia
del diritto di Hegel”, “manoscritti economico-filosofici”. Se la religione è il risultato
dell’alienazione dell’uomo, questi deve liberarsi dell’illusione religiosa per riappropriarsi della sua
vera umanità. Perciò la religione deve essere considerata come l’oppio del popolo. La filosofia deve
porsi come fine quello di muovere le masse. Deve porsi come obiettivo una riforma radicale che
consegua una radicale emancipazione umana. La condizione perché una classe possa promuovere
una lotta di emancipazione è che essa si renda interprete delle esigenze di libertà dell’intera società.
Perché una classe possa svolgere questo ruolo e coinvolgere nella sua azione politica tutte le altre
sfere della società occorre che tutti i difetti della società vengano concentrati in un’altra classe. È
proprio ciò che si è verificato con la Rivoluzione francese in cui l’aristocrazia rappresentò il ceto
del dominio e delle oppressioni del popolo e la borghesia la classe che promuoveva la liberazione. Il
proletariato, la classe costituitasi in seguito al processo di industrializzazione e al disgregarsi del
ceto medio accoglie su di sé tutte le oppressioni, le ingiustizie e le miserie della società. Il
proletariato vive la negazione dell’umanità dell’uomo ed esprime perciò l’esigenza di un recupero
dell’uomo. Solo il proletariato è in grado di realizzare la rivoluzione completa che realizza
l’emancipazione della società e sostituendosi al Cristo storico, attua sulla terra il riscatto e la
salvezza dell’uomo e quindi del genere umano.
Engels: scritti e pensiero
Engels scrive “lineamenti di una critica della economia politica”, la situazione dell’Inghilterra”, “la
situazione della classe operaia in Inghilterra”. Dice che la conseguenza più rilevante della nuova
organizzazione economica capitalistico- industriale è la formazione di una nuova classe, il
proletariato, costituita dagli operai delle grande industrie che rappresentano la nuova forza sociale
alla quale spetta il compito di una radicale trasformazione dell’ordine sociale che risolva le
contraddizioni dell’organizzazione produttiva capitalistica. È la rivoluzione industriale che ha
svuotato di ogni contenuto lo stato e la sua organizzazione politica: la funzione della scienza
economica è quella di riportare nell’ambito della categoria economica tutti i problemi della politica
che erano risolti mediante l’attività e la volontà dello stato.
L’avvento della società socialista dipende dalla presa di coscienza del proprio ruolo da parte della
nuova classe sociale, il proletariato. Deve esprimere una serie di iniziative che danno inizio alla
lotta sociale per ottenere il riconoscimento di condizioni umane di lavoro e anche riforme radicali in
vista di quella democrazia sociale che è la premessa per l’instaurazione del comunismo. Le
ricorrenti crisi commerciali provocate dalla sovrapproduzione, la concentrazione del capitale in
poche mani e la proletarizzazione della media e piccola borghesia rendono inevitabile una soluzione
rivoluzionaria della questione sociale, quasi sicuramente in occasione delle crisi del 1848 e 52.
Pensiero di Engels e Marx
Il salario, il profitto del capitale, la rendita fondiaria sono considerate con riferimento alle
condizioni nelle quali si trovano i lavoratori. Le leggi economiche non sono categorie assolute ma
relative alla forma di produzione capitalistica fondata sulla proprietà privata: esse sanciscono il
dominio del capitale sul lavoro. L’effetto della libera concorrenza che finalizza la produzione alla
ricerca del profitto determina crisi di sovrapproduzione con conseguente chiusura di industrie,
licenziamenti, disoccupazione e caduta dei salari a livelli di mera sussistenza. La misura del salario
è data dalla quantità di beni necessari per far vivere il lavoratore e per mantenere i suoi figli, cioè
per consentirgli di riprodursi come forza di lavoro. Dato che le classi lavoratrici rappresentano la
maggioranza della società, il termine dell’economia politica è l’infelicità della società. La ricchezza
e la stessa organizzazione economica sono il risultato dell’alienazione del lavoratore cioè del
trasferimento della sua energia, della sua attività nei beni e nelle merci prodotte. La produzione è
caratterizzata da un processo di oggettivazione dell’energia del lavoratore. L’uomo si aliena nelle
cose che egli stesso produce cioè conferisce ad esse una esistenza esterna che nell’ambito
dell’economia e della società acquista una propria indipendenza che si contrappone all’uomo che le
ha poste in essere. Questo processo appare in tutta chiarezza nell’economia fondata sulla proprietà
privata che è caratterizzata dal lavoro alienato. Il lavoro non è più espressione della libera energia
creatrice dell’uomo in cui si attua la sua personalità ma è imposizione, costrizione, fatica,
mortificazione del corpo e dell’anima. La negazione dell’economia capitalistica deve essere risolta
nel comunismo che si instaura allorchè
il lavoratore potrà riappropriarsi del suo lavoro, potrà ricostituire l’unità e l’identità della sua
umanità, liberarsi dalla costrizione del capitale e della proprietà privata. Ne “i manoscritti” Marx
descrive 3 forme di comunismo: 1. il comunismo rozzo che si fonda su una mera soppressione della
proprietà privata come principio sul quale fondare una comunità politica 2. il comunismo politico,
democratico e dispotico che pur avendo abolito lo stato in quanto espressione della proprietà privata
non riesce a risolvere l’alienazione umana 3. il comunismo proposto da marx in quanto
soppressione della proprietà privata quale autoalienazione dell’uomo e che attua la reale
appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo.
La politica tradizionale è l’espressione di una organizzazione caratterizzata dalla coercizione che si
fonda sulla base dei rapporti di subordinazione propri del lavoro ed è destinata a finire con
l’instaurazione del comunismo.
Marx - Engels: Ideologia tedesca
La materiale attività produttiva dell’uomo è la sua caratteristica essenziale: l’uomo a differenza
dell’animale è capace di produrre utensili, strumenti per rendere sempre più produttivo il suo
lavoro. L’uomo non solo produce cose, beni, ma anche idee, religione, morale, diritto, istituzioni,
cultura, che sembrano frutto della sua autonoma attività di pensiero ma che in effetti non sono altro
che il riflesso della situazione materiale nella quale egli vive. C’è un rapporto intimo tra teoria e
prassi e quindi un nesso tra le vissute materiali condizioni materiali dell’individuo e il suo pensiero
che si genera da tali condizioni ma che non si rende conto di tale dipendenza. È questo il
fondamento ideologico del pensiero: la filosofia è un’ideologia cioè un’interpretazione della realtà
storica nella quale è concretamente inserita senza rendersi conto di tale dipendenza. L’ideologia è
una falsa coscienza cioè una coscienza meramente astratta, formale, che serve a legittimare la
condizione e lo status sociale di chi la formula e quindi a nascondere la realtà.
La libera concorrenza determina crisi di sovrapproduzione, caduta dei salari, concentrazione di
capitali, monopoli, distruzione di ricchezza e miseria delle categorie lavoratrici. Si verifica una
separazione-contrapposizione tra capitale e lavoro. Questo contrasto crea 2 conseguenze: la prima si
riferisce al fatto della separazione della forze produttive dagli individui che le fanno sussistere con
la loro attività, la loro trasformazione in potere estraneo, oggettivo, che si contrappone agli stessi
individui; la formazione del proletariato che comprende la grande maggioranza degli individui che è
indotto a modificare i rapporti di produzione e quindi anche quelli sociali e politici. Il proletariato è
la vera classe rivoluzionaria. Il risultato della rivoluzione è l’instaurazione della nuova società
comunista. Il comunismo si afferma come appropriazione da parte del proletariato di quelle stesse
forze produttrici rendendo così l’individuo parte delle stesse, in grado di poter partecipare alla
produzione e al controllo delle stesse forze produttrici. Solo in questa società si attua la piena e vera
libertà dell’individuo che può realizzarsi come uomo totale cioè può esprimere tutte le potenzialità
della sua natura umana. Solo nella società comunista si elimina il principio della divisione del
lavoro. Anche lo stato viene abolito cioè sostituito dalla libera organizzazione sociale,
dall’associazione dei liberi lavoratori alla quale compete di ordinare razionalmente l’intera
produzione. Questa non si fonderà più sulla vecchia divisione del lavoro ma su un organizzazione
del lavoro in cui sia
consentita la possibilità di variare le attività lavorative per promuovere e arricchire le attitudini e le
capacità di ciascuno affinchè il lavoro consenta un’espressione completa della personalità di
ciascuno e ne consegua una vera giustificazione.
Marx: Il capitale
Il capitale è il complesso di beni destinati alla produzione: per beni devono intendersi
l’organizzazione delle energie lavoratrici e degli strumenti di lavoro destinati alla produzione di
merci. Questa organizzazione acquista rilievo a motivo dell’introduzione delle macchine: capitale
significa fabbrica, industrie, operai, capitalista. Il capitale esiste per la disponibilità da parte del
capitalista di mezzi finanziari che consentono di organizzare la fabbrica e che sono il frutto di una
intensa attività mercantile e commerciale. Il capitale deve produrre per riprodursi cioè per
ricostituire quelle parti che si sono consumate ed esaurite durante il processo lavorativo.
Nell’economia capitalistica il lavoro è una merce che viene venduta dall’operaio ed acquistata dal
capitalista. Il salario dell’operaio, corrispettivo del lavoro venduto corrisponde al tempo di lavoro
necessario a produrre beni necessari alla sussistenza e a riprodursi come forza di lavoro. Ma
l’operaio lavora per un periodo di tempo che è superiore a quello richiesto per la produzione dei
beni che gli sono necessari. Abbiamo così un pluslavoro e quindi un plusvalore di cui si appropria il
capitalista e che costituisce il fondamento del processo di accumulazione capitalistica e
dell’incremento della ricchezza. Il capitale è formato dal plusvalore accumulato cioè dal pluslavoro
cioè dal lavoro non pagato. La contrapposizione tra capitale e lavoro, basata sul fatto che il capitale
per vivere e crescere deve sfruttare il lavoro, manifesta la radicale contraddizione dello stesso
processo di produzione capitalistica. Questa, caratterizzata dalla produzione di plusvalore, è
dominata dalla logica del profitto che spinge il capitalismo, a motivo della libera concorrenza,
all’incremento e all’espansione delle forze produttive mediante un perfezionamento delle macchine
e delle tecniche produttive, una riduzione dei costi di produzione e una aumento della produttività
del lavoro. Ne risulta una aumento della produzione cui però non corrisponde un adeguato aumento
in termini reali, dei salari, dato che il capitalista è costretto per la logica del profitto ad aumentare la
produttività e l’intensità del lavoro per ridurre i costi e quindi a diminuire la quota parte di beni
spettante all’operaio rispetto a quelli prodotti. I salari sono contenuti in limiti inadeguati alle
possibilità di consumo, offerte dalla maggior quantità di beni prodotti, dall’esercito di riserva
costituito dai lavoratori disoccupati che premono sul mercato del lavoro in cerca di occupazione che
con la loro offerta tendono a ridurre il prezzo del lavoro. Così l’aumento della produzione non è
consumato determinando una crisi di sovrapproduzione con conseguente riduzione dei profitti,
riduzione dei salari, aumento della disoccupazione. Per superare la crisi e iniziare un nuovo sistema
economico il capitalismo deve perfezionare le tecniche di produzione, aumentare il capitale costante
costituito dagli impianti e diminuire il capitale variabile destinato ai salari, concentrare la
produzione in grandi imprese mediante la costituzione di società anonime e la formazione di
monopoli e trust internazionali, conquistare nuovi mercati. Ogni nuovo ciclo economico (10 anni)
dà nuovo impulso alle forze produttive e nel contempo propone come forma di distribuzione della
ricchezza prodotta, il principio della proprietà privata che spinge i salari dei lavoratori al limite della
mera sussistenza: da una parte una ricchezza sociale sempre più grande, dall’altra un pauperismo
sempre più diffuso tra la classe lavoratrice. Si determina così una situazione in cui matura la
catastrofe del sistema capitalistico che rende
possibile la presa del potere da parte della classe operaia.
La reale soluzione del conflitto società civile-stato richiede per marx la costituzione di un nuovo
potere centralizzato, indispensabile per una società moderna industrialmente sviluppata e necessario
per realizzare il passaggio dalla società capitalistica a quella comunista.
Stuart Mill 1806 – 1873
La morale, il diritto e l’economia pongono in risalto il nesso sussistente tra l’individuo, gli individui
e la società. Il fine della vita dell’individuo, la felicità, intesa come stato di soddisfazione può essere
conseguito solo con un ordinamento sociale che elimini gli ostacoli materiali e culturali al
conseguimento di essa. Ritiene che la società riuscirà ad attenuare i mali che impediscono
all’individuo di conseguire la felicità: ad esempio la povertà, la malattia, l’insicurezza sociale
possono essere combattuti dalla saggezza della collettività. Il principio della giustizia reclama la
progressiva eliminazione delle ineguaglianze politiche e sociali non più giustificate dal progresso
della società e che non consentono a numerose categorie sociali di conseguire la felicità. Il processo
di evoluzione della società deve essere indirizzato verso il progresso morale e civile della società
stessa. Lo sviluppo economico si trasforma in un progresso morale e civile allorchè si attua il
mutamento di status del lavoratore salariato e del lavoratore proprietario, mediante leggi che
consentono al lavoratore di partecipare in proprio alla produzione e alla direzione delle imprese
mediante società cooperative e altre forme di produzione associata che sono il punto di arrivo di un
graduale processo di trasformazione dell’organizzazione economica fondata sulla proprietà del
prodotto del proprio lavoro. Mill è teorico di un ordinamento sociale in cui la distribuzione della
ricchezza e i diversi ruoli sociali si fondano sul merito. Le categorie sociali devono scomparire per
essere sostituite da una classe media molto estesa e la maggioranza dei lavoratori si deve togliere
dalla condizione di salariati per assumere quella di produttori-proprietari. Si rende conto dei rischi
della concezione economicistica della società che fa della produzione economica e dell’incremento
di ricchezza l’unico fine dell’uomo. Si finirebbe col proporre l’ideale di vita dell’antagonismo. Il
nuovo ordine sociale deve invece creare le condizioni affinchè le menti degli uomini non siano
assillate dalla gara per le ricchezze e si possa perfezionare l’arte della vita: il benessere della società
non può essere scisso dalle virtù platoniche della giustizia e il dominio di sé, la temperanza, che
ispirano la condotta dell’individuo e lo impegnano a collaborare con gli altri senza distinguere il suo
bene da quello della collettività. La libera concorrenza è la causa di tutti i mali della società,
sovrapproduzione, bassi salari, miseria generale; ma la sua eliminazione ne determinerebbe
maggiori: provocherebbe la scomparsa di ogni incentivo all’innovazione delle tecniche di
produzione e nell’organizzazione. Bisogna mantenere la libera concorrenza soprattutto quando
l’attività economica si baserà sul principio associativo. Un’assmblea deciderà di modificare le
tecniche e i relativi piani di produzione solo se è costretta dalla concorrenza delle altre imprese. Le
formule del governo di se stessi e il potere del popolo su stesso si sono rivelate astratte. In
democrazia il potere è espressione della maggioranza ma il sistema democratico col far derivare
tutti i poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario dalla volontà del popolo, li unifica e li concentra
nella maggioranza che si afferma nelle elezioni, conferendole un potere senza limiti. Una volta
impadronitasi del potere la maggioranza tende a conservarlo e quindi deve impedire alla minoranza
di diventare maggioranza. Da qui scaturisce il dispotismo delle maggioranze, che non is esercita
solo per il tramite dei magistrati o dei pubblici funzionari, ma si cerca di legittimare come pubblica
opinione che ha un potere superiore a quello delle istituzioni di governo in quanto tende a formare
la coscienza degli individui predeterminandone il comportamento. Le società contemporanee
tendono a estendere sempre più il loro potere sull’individuo. Richiama la concezione della nuova
religione dell’umanità che si sostituisce alle religioni tradizionali e che esercita un dominio
spirituale sulle coscienze degli individui.
La società ha il diritto di usare la forza e costringere l’individuo a un determinato comportamento
solo nel caso in cui lo stesso arrechi danno agli altri. Solo l’individuo è il giudice sovrano dei mezzi
più adatti per il conseguimento della propria felicità. C’è una sfera intangibile da parte della società
e del governo nella quale l’individuo esprime con piena legittimità la sua libertà: si riferisce
all’interiorità, alla coscienza dell’individuo che è il fulcro della libertà, dalla quale derivano la
libertà di pensiero, di opinione e di sentimenti. Inseparabile da queste libertà è quella che ci
consente di rendere pubbliche le nostre opinioni. Altrettanto importante è la libertà delle tendene
cioè la libertà di indirizzare la propria attività e di svolgerla secondo quanto ritiene più adatto alle
sue inclinazioni e aspirazioni. La libertà di agire conformemente alle nostre tendenze e di far
conoscere le nostre opinioni sono il presupposto della libertà di associazione. Sono queste libertà
che segnano il limite del potere che la società può esercitare sugli individui.