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TORIA DELLE DOTTRINE POLITICHE IL PENSIERO POLITICO IN GRECIA ERODOTO E LE

FORME DI GOVERNO

In Grecia era vivo il dibattito su quale fosse la migliore tra le forme di governo: la lotta politica era
sostenuta da un forte dibattito politico ad alto contenuto. Nel V secolo a.C. si assiste alla guerra tra
Greci e Persiani, una guerra importante perché viene caricata di significato dagli autori greci. I popoli
stranieri erano considerati barberi, dei popoli governati dai dispotismi. I pensatori ateniesi presentano
questa guerra come uno scontro tra il dispotismo e la libertà. Erodoto scrive l’opera “Le Storie” in cui
descrive questo contrasto tra Persiani e Greci, e presenta la vittoria greca come una vittoria della
democrazia sulla tirannide. I popoli liberi sono motivati a mantenere la loro libertà; Erodoto esalta il
governo ateniese e critica il dispotismo persiano. Proprio in quest’opera di Erodoto abbiamo
l’enunciazione delle forme di governo, presentata come un dialogo tra alcuni nobili persiani che devono
scegliere la forma di governo per il loro paese. Le forme di governo nella visione classica seguono tre
linee: democrazia, monarchia e aristocrazia. La monarchia è una forma di governo in cui il potere è
detenuto da uno solo, l’aristocrazia è una minoranza ad averlo, e nella democrazia il potere è del
popolo.

Si intrecciano con questa distinzione, delle altre forme di classificazioni valutative. I caratteri della
democrazia con forma buona di governo sono l’eguaglianza politica (isonomia), la responsabilità dei
governanti e il controllo del popolo sui governanti. L’aristocrazia è il governo dei migliori, il governo del
buon consiglio e della saggezza. La monarchia è il governo del migliore che unisce a questo il
comando per raggiungere l’efficienza.

La democrazia se degenera è chiamata oclocrazia, il potere della plebe. E’ un governo dell’ignoranza


e dell’intemperanza che porta alle cospirazioni e alle lotte interne e genera instabilità politica.
L’aristocrazia quando degenera diventa oligarchia, un governo fazioso e conflittuale che genera
instabilità politica. La monarchia quando degenera diventa tirannide, un governo irresponsabile, che
opprime il popolo, è illegale e arbitrario.

LA GUERRA DEL PELOPONNESO E LA CRISI DELLE POLIS

Nel V secolo a.C. si assiste alla guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, che si conclude con la
sconfitta di Atene e la vittoria di Sparta. Questa guerra ha un significato notevole nei confronti della
realtà greca e in particolare ateniese, un significato negativo. Atene era una città potente e ricca e dopo
questa sconfitta entra in una crisi culturale e dei valori. Dopo questa guerra la politica ateniese diventa
una ricerca di successo e di potere personale. Inizia la crisi delle polis greche.

Durante la guerra del Peloponneso abbiamo un momento alto della politica ateniese; Tucidide, uno
storico, scrive un’opera intitolata “Storia della guerra del Peloponneso”. Egli a differenza di Erodoto
cerca di descrivere le vicende umane nella storia, ricercando un principio di obiettività. Tucidide
valorizza

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Atene e la sua democrazia; benché il clima di Atene in questo periodo fosse democratico, erano
presenti dei personaggi come Pericle, uno stratega militare, che pur non avendo una carica politica
riusciva ad orientare la linea politica. Pericle aveva cercato di estendere la democrazia ateniese fuori
del territorio della polis. Tucidide ci riporta un testo che viene chiamato “Orazione di Pericle”, in cui lo
stratega fa un’orazione ai caduti nella guerra del Peloponneso. L’orazione di Pericle è interessante
perché abbiamo una descrizione della democrazia, non solo ateniese, e di quei principi che la
compongono.

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I SOFISTI I sofisti mettono in discussione la polis e le sue leggi. Si inizia a parlare di fondamenti
convenzionali della morale e del diritto. Questi principi derivano da accordi dell’uomo in base alle
necessità sociali.

PROTAGORA (490-420 a.C.)

Protagora giunge in Grecia dalla Tracia nel V secolo a.C., è amico di Pericle. Egli insegna ad
acquistare l’abilità politica, la capacità di parlare nelle assemblee e di ottenere consenso. E’ conosciuto
per il suorelativismo nel campo della conoscenza e nel campo della religione: “gli Dei non si sa se ci
siano o se non ci siano” - per l’epoca un’affermazione rivoluzionaria. Una cosa può essere vera o falsa,
è dunque soggettiva. Un importante frammento di Protagora riporta che l’uomo è la misura di tutte le
cose; l’uomo diventa la fonte della conoscenza e dei criteri di valutazione soggettivi. Nessun criterio o
parametro cognitivo ha un valore assoluto ma hanno tutti un fondamento soggettivo e convenzionale.
Le idee e le opinioni non devono adeguarsi alla cultura dominante della polis.

GORGIA (485-380 a.C.)

Gorgia viene dalla Sicilia, arriva in Atene intorno al 430 a.C. E’ un oratore e maestro di retorica. Gorgia
lascia da parte i principi filosofici a base della sofistica per concentrarsi sulla retorica che per lui è
quell’arte che serve alla persuasione, che consente di governare e influenzare gli uomini convincendoli
di quello che si dice. E’ un’arte che per un politico è fondamentale perché deve ottenere il consenso. In
queste concezioni la politica è risolta nella retorica e diventa dunque l’arte della persuasione, e perde
dunque i suoi contenuti. Si trasforma la politica in quello che è uno strumento dell’attività politica stessa.
Secondo Gorgia bisogna riuscire a governare con la convinzione e non con la forza; alla base c’è
l’agnosticismo, il nichilismo, non ci sono verità assolute. La politica diventa una tecnica, il progetto
sparisce. L’ideale di Gorgia è che un discorso sia pronunciato e scritto con arte e retorica, e che riesca
a persuadere una maggioranza delle persone, anche se non corrisponde a verità. La retorica riesce a
far cambiare opinione ma è un’arte per i pochi, perché i maestri di retorica erano costosi; ciò aiutava
l’affermarsi delle oligarchie, come la tirannide dei trenta.

TRASIMACO (460-413 a.C.)

Trasimaco è importante perché ne parla Platone, che nei suoi dialoghi mette sempre come
protagonista un sofista. In particolare lo ritroviamo nel primo libro della “Repubblica”. Trasimaco giunge
ad Atene dopo la guerra del Peloponneso. Egli tratta del problema della giustizia, un principio che i
sofisti pongono in discussione. Secondo Trasimaco gni governo può stabilire la propria giustizia; non
c’è dunque una sola giustizia ma ci sono diverse giustizie: la giustizia democratica, quella oligarchica e
quella tirannica, ad esempio.

Se diciamo che la giustizia è il rispetto delle leggi vediamo che ogni governo fa le leggi per sé. Se
ogni governo fa le proprie leggi e dunque la giustizia è

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conforme ad esse, ne deduciamo che la giustizia è l’utile del più forte. Secondo Trasimaco la giustizia
si identifica con l’interesse di chi governa e torna a vantaggio di chi ha il potere, ma la giustizia per chi
la rispetta è il danno di chi obbedisce. Chi rispetta la giustizia è stolto perché non persegue il proprio
interesse ma quello del potente; dunque chi fa il proprio interesse è chi si comporta in modo ingiusto,
seguendo il discorso. L’ingiustizia è una forma di rivolta – sono affermazioni paradossali per
dimostrare come il potere influenza la giustizia a proprio favore.

Paradossalmente l’ingiustizia è un’azione contro la giustizia del potere. Per Trasimaco il più forte ha
diritto di comandare secondo natura. I sofisti privavano di potere le leggi della polis perché da un lato
erano ingiuste, fatte nell’interesse del potere, dall’altro dicevano che doveva comandare il più forte. La
struttura della polis si indebolisce. L’uomo è cittadino del mondo, ci si stancherà della polis e dopo
poco si dirà che si preferisce una dimensione più ampia, si parlerà di uomo cittadino dell’universo.

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SOCRATE (469-399 a.C.) Socrate va contro la classe politica dominante, predicando il dubbio in
campo politico e filosofico. Afferma la coscienza individuale e si contrappone ad un sistema socio-
politico contemporaneo a lui. Alcuni, per questa sua opposizione, lo definiscono un rivoluzionario ma è
allo stesso tempo considerato anche conservatore perché non fugge dalla città quando è in pericolo di
morte; dichiara che le leggi sono ingiuste ma non vuole violarle.

Di Socrate ne parlano Platone e altri storici. Socrate usava il metodo della maieutica, ovvero faceva
nascere nelle persone in cui parlava qualcosa che non era presente in loro, come il dubbio di se stessi.
Socrate fu un cittadino modello, fu soldato e servì la patria. Gli viene promessa salva la vita se avesse
rinunciata a fare filosofia, ma egli rifiuta. Viene accusato di empietà e viene condannato a morte.

Socrate voleva suscitare il dubbio dell’interlocutore, e iniziava facendo esprimere le idee


dell’interlocutore del quale infine smontava le certezze. La saggezza è riconoscere di non sapere. La
conoscenza parte da questa affermazione: non si può rifiutare il dubbio. Anche Socrate ci propone
una teoria relativista della conoscenza. Il metodo di Socrate per raggiungere la conoscenza è un
metodo dialogico. La verità non è dogmatica, ma critica: bisogna sempre interrogarsi. Bisogna ricordare
che Socrate usava un metodo, non insegnava come applicarlo. Secondo Socrate l’unica cosa che
possiamo conoscere meglio siamo noi stessi, poi viene la conoscenza dell’uomo e dell’animo umano.
Socrate individua questa conoscenza come la virtù: conoscere ciò che è bene e ciò che è male. E’
convinto che non si possa fare il bene senza conoscerlo, ma è anche convinto che se l’uomo conosce il
bene faccia il bene. Se questa è la virtù, il vizio non può che essere l’ignoranza. Gli uomini non fanno il
bene perché non sanno cosa sia il bene. La virtù può essere insegnata, così come ogni conoscenza, e
quindi si può insegnare la virtù distinguendo cos’è bene e cos’è male. Si può insegnare dunque la
giustizia e la politica che sono forme di virtù non individuali ma sociali. La giustizia è la conoscenza,
l’obbedienza alle leggi della città.

Del dibattito tra Socrate e i sofisti, il filosofo dice che la giustizia fa la felicità di chi la rispetta, e dunque
è utile e non dannosa. L’uomo deve rispettare la giustizia per il suo stesso interesse. In realtà anche la
giustizia non è un valore assoluto perché si identifica con l’obbedienza alle leggi, ma se queste non
sono giuste sorge un problema. Per Socrate la politica è l’attuazione della giustizia, biosgna fare delle
leggi conformi alla giustizia naturale, quella giustizia superiore che deriva dalla natura dell’uomo. Se ci
fossero delle leggi ingiuste, perché contrarie alla giustizia naturale, allora il cittadino deve disobbedire.
Ci sono due dialoghi di Platone nei quali si parla della condanna a morte di Socrate. L’Apologia di
Socrate è una spiegazione della posizione di Socrate e del perché della sua decisione. Socrate spiega
perché non può rinunciare alla condanna a morte allontanandosi dalla vita politica della città. Nel
secondo

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dialogo, il Critone, spiega perché non può fuggire e lo fa da un punto di vista morale. Socrate si chiede
se sia mai legittimo commettere ingiustizia involontariamente e dice che non si può fare del male, se si
è ricevuto del male.

PLATONE (427-347 a.C.) Platone era allievo di Socrate, subisce uno shock alla morte del proprio
maestro che lo porta ad orientare la sua vita allo studio per trovare un rimedio alla degenerazione delle
polis. Platone, in una lettera che ci viene tramandata, ci spiega la sua posizione nei confronti della polis
ateniese. Egli era parente e conoscente di alcuni degli oligarchi del governo dei trenta tiranni e da
giovane pensava di diventare politico anch’egli. Rimane però deluso da questo governo, soprattutto
dopo la condanna a morte di Socrate. Platone si convince che la politica non possa che essere
corrotta, e si ritira da questo mondo.

Fin da giovane Platone osserva e valuta il mondo della politica e vede una grave crisi in Atene, anche
culturale, perché si è persa la giustizia. Platone scrive diversi dialoghi politici tra cui “Repubblica”, “Il
Politico” e “Le Leggi”, ultimo dei suoi dialoghi scritto nella vecchiaia e lasciato incompiuto. In questi
dialoghi Platone descrive dei modelli politici. In “Repubblica” descrive il modello politico perfetto,
benché utopico e quindi non realizzabile. Ne “Il Politico” si descrive l’ottimo governante, ne “Le Leggi”
si descrive l’organizzazione completa di una città. “Le Leggi” è il dialogo più concreto e meno utopico di
Platone: lo Stato perfetto è quello descritto in “Repubblica”, ma in secondo grado c’è quello lo Stato
realizzabile del “Le Leggi”.

Platone cerca di capire quali siano i motivi della decadenza delle polis e di proporre dei rimedi. In
“Repubblica” Platone ci fornisce un modello politico al quale ispirarsi per fondare una città, chi vuole
fare le leggi deve avvicinarsi il più possibile a questa forma di Stato. La costituzione perfetta di cui
Platone ci parla è la giustizia, il valore fondamentale della politica. Nel suo discorso, Platone parla
dell’uomo e in parallelo dello Stato: prima cerca di stabilire cosa sia la giustizia dell’uomo e poi in modo
diverso, ma eguale, si potrà stabilire cosa sia la giustizia per lo Stato. Platone giunge a definire la
giustizia come fine della politica.

Le cause di decadenza della polis sono:

1. L’incompetenza dei governanti.

2. L’instabilità delle forme di governo.

3. La venalità dei governanti.

4. I contrasti di interessi che danno vita alle fazioni e alle lotte interne.

5. Gli eccessi.

Secondo Platone i governanti non sanno quale sia il bene della città, per questo le forme di governo
non duravano a lungo e i governanti erano avidi e corrotti. I potenti cercavano il loro interesse in modo
sfrenato, portandoli a contrasti che
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comportavano la distruzione della città. L’eccesso, secondo Platone, sta nell’applicare senza limiti il
principio su cui si fonda la forma di governo.

I rimedi di Platone fanno parte di un corpus unitario, una riforma utopica dell’intera città. I principi
fondamentali a cui si ispirano questi rimedi sono: la divisione funzionale del lavoro, un sistema
comunistico di distribuzione dei beni, la piena integrazione sociale e infine la scelta di governanti saggi.
E’ realizzando questi rimedi che si raggiunge la giustizia nello Stato.

Lo Stato per Platone è un corpo umano in grande, le cui parti sono gli individui che hanno ciascuno una
funzione da svolgere, non per sé stessi ma per lo Stato nel suo insieme. Dalla divisione funzionale del
lavoro si passa alla divisione funzionale del popolo in classi. Ogni classe comprende individui che
fanno lo stesso lavoro in rapporto allo Stato. Queste classi sociali sono tre: la classe dei governanti,
la classe dei guerrieri e la classe dei produttori. I governanti ed i guerrieri hanno un rapporto diretto
con la città rispetto ai produttori. Platone dice che bisogna guardare alle attitudini naturali per
decidere che funzione intraprendere: l’educazione è un compito politico. Le famiglie, per Platone, sono
dei piccoli centri di potere che tendono a contrapporsi allo Stato, e bisogna abolire dunque abolirle. Una
volta nati, i bambini dovrebbero essere allontanati dalle famiglie e allevati in pubblico, dove tutti sono
genitori di tutti. Un’altra istituzione pericolosa per la polis, è la proprietà privata che deve essere abolita
e sostituita con un sistema comunistico dei beni. Platone dice che se non c’è una comunanza di beni
ed interessi, almeno nella maggioranza dei cittadini, si creano nella città delle contrapposizioni. Platone
dice che la proprietà privata deve essere almeno abolita per le classi dei governanti e dei guerrieri
perché sono le classi che più si devono immedesimare nella vita dello Stato.

Platone teme il pluralismo: lo Stato deve essere unitario, tutto ciò che crea separazione deve essere
eliminato. Egli intendi l’integrazione sociale come la concordia nella maggior parte dei cittadini.
Nell’uomo ci sono tre parti: la parte razionale, la parte irascibile e a parte concupiscibile, quella relativa
ai bisogni della vita umana. Tutte e tre le parti dell’animo umano devono essere valorizzate egualmente
ma l’uomo deve scegliere in base alla ragione: è l’elemento razionale dell’animo umano quello
dominante. La giustizia nell’uomo consiste nell’integrazione delle sue parti, con il dominio della
ragione.

Anche lo Stato è composto da tre elementi, che sono le tre classi che corrispondono alle parti
dell’animo umano: i governanti all’elemento razionale, i guerrieri all’elemento irascibile e i produttori
all’elemento concupiscibile. La giustizia nello Stato deriverà dall’armonia tra le tre classi sociali, nel
senso che ognuna adempie pienamente alla sua funzione. C’è un’integrazione funzionale perché
tutte e tre contribuiscono alla vita buona della polis. Anche nello Stato c’è un elemento dominante:
l’elemento razionale, cioè i filosofi. I filosofi, o saggi, sono coloro che hanno visto la verità sul
bello, sul giusto e sul bene. Platone crede in una verità oggettiva. La verità si manifesta in diversi
ambiti: etico, politico e morale. E’ necessario che i filosofi governino o che i governanti diventino filosofi.

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In “Repubblica”, Platone spiega chi deve governare e perché deve governare. Secondo Platone non
deve governare chi ha interesse a farlo, perché il buon governante è solo colui che non vuole
governare per il potere. Il saggio governa perché è il suo dovere per il bene della città.
Il governo dei filosofi può essere una monarchia o un’aristocrazia. Platone ritiene che non esistano
forme di governo buone e perfette; oltretutto ha una concezione pessimistica anche della storia: la vede
come un percorso di degenerazione progressiva. Ci sono quattro forme di governo storiche che
sono: timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannide. Sono tutte forme di governo corrotte secondo
Platone. Non guarda alle istituzioni ma ai governanti, in particolare al loro animo e alla passione che li
muove. La timocrazia è il governo dei guerrieri, l’oligarchia è il governo dei ricchi, la democrazia è il
governo dei poveri e la tirannide è il governo del tiranno che asservisce il popolo. Nella timocrazia i
governanti sono animati dal desiderio dell’onore, nell’oligarchia i governanti sono animati dal desiderio
della ricchezza, nella democrazia l’uomo democratico è animato dal desiderio della libertà e nella
tirannide il tiranno è animato dalla violenza. Platone analizza queste quattro forme ma le vede
storicamente in una successione degenerativa. La timocrazia si corrompe se il desiderio di onore
diventa ambizione, l’oligarchia si corrompe se la ricchezza diventa avidità, la democrazia se la libertà
diventa anarchia, ed la tirannide, dice Platone, è di per sé la morte dello Stato.

La legge è importante come limite delle forme di governo, c’è però un caso in cui la legalità non è
necessaria: quando il governo è affidato al re filosofo che conosce il bene comune e può perseguirlo.
Per evitare la degenerazione serve il governo di un saggio che possiede l’arte regia.

Ciò che distingue le forme di governo dalle rispettive forme di degenerazione sono:

1. La legge: limita il potere.

2. Il rapporto con i cittadini: nelle forme di governo buone è fondato sul consenso, nelle altre è
fondato sull’imposizione e sulla violenza.

Ne “Il Politico” Platone parla della democrazia come la forma più lontana al Governo dei filosofi.

Nel “Le Leggi” Platone riconferma il modello di stato ideale e perfetto che è quello comunistico. Platone
riconosce però che questo stato non è realizzabile e allora ci propone la descrizione di un’altra forma di
stato, lo Stato della retta opinione, uno Stato fondato sull’osservazione della realtà. Platone dice che
questa è la seconda forma di Stato nella gerarchia. Questo modello è realizzabile: Platone immagina di
costruire e organizzare la vita giuridica di una nuova colonia. Il compito della politica è rendere gli
uomini della polis migliori, quello della morale è di rendere l’individuo migliore; l’uomo deve vivere
secondo ragione e non secondo passione. La legge, dice Platone, è espressione della ragione, ed è un
giudizio su ciò che è bene e ciò che è male. Il giudizio della ragione assume una forma pubblica e
diventa una legge della città. Platone dice che la legge è un filo sacro del giudizio. Sono proprio le leggi
che hanno il compito, che spetta in realtà alla politica, di rendere migliori gli uomini della città. Il fine di
questo dialogo è l’elaborazione di un sistema di

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leggi positive che esprimono la ragione. I fini politici delle leggi sono: la stabilità politica, il benessere
della città, la conservazione, la floridezza. Ci possono essere leggi sbagliate che Platone cerca di
individuarle.

Platone cerca di capire quale sia la forma di governo migliore, e dice che ci sono due madri delle
costituzioni politiche: la monarchia e la democrazia. La monarchia è tipica dei popoli barbari secondo i
Greci, mentre la democrazia era quella della Grecia. La forma di Governo migliore è quella dove siano
contemperati i principi di democrazia e monarchia, la libertà e l’autorità. Abbiamo la prima proposta di
una forma di Governo mista.

Nelle “Le Leggi”, Platone tratta il problema degli organi di Governo e immagina delle magistrature che
siano tutte finalizzate alle leggi. L’organo dei sorveglianti delle leggi deve evitarne il mutamento. Un
altro compito dei Governanti è il controllo sulla diseguaglianza, essi devono impedire che si crei
un’eccessiva disparità tra ricchezza e povertà. Platone propone un progetto politico di uno Stato
armonico, nel quale ci sia armonia tra le parti sociali, dove il potere dei governanti è limitato. Abbiamo
due tipi di Stato limitato: il Governo del Re Filosofo vincolato dalla sua stessa sapienza che lo porta a
governare per il bene della città, ed il Governo della retta opinione limitato dalle leggi.

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ARISTOTELE (384-322 a.C.) Aristotele cambia profondamente la dimensione della politica del suo
tempo. Egli non era originario di Atene, ma veniva dalla Macedonia ed era stato precettore di
Alessandro Magno. Viene in Atene ed incomincia a fare filosofia. Le sue opere più famose sono
“Politica” in otto libri, ed “Etica a Nicomaco”. Lo scopo di Aristotele, quando scrive di politica, è quello di
studiare la decadenza della polis. Aristotele considera la politica come scienza e studia le forme di
Governo partendo dall’analisi della realtà. Definisce la scienza politica come una “scienza
architettonica” perché riesce a dare una visione complessiva sulla politica. Aristotele afferma che non
esiste una forma di Governo migliore; bisogna cercarla considerando come punto di partenza le
condizioni ambientali dello Stato, giungendo così a quella forma di Stato più adatta per quel particolare
popolo, per quel particolare paese, in quelle particolari condizioni.

La comunità politica non ha solo fini materiali ma anche dei fini morali: la polis ha il compito di
perseguire il bene morale, un compito alto ma anche poco politico.

Lo Stato è formato per rendere possibile la vita, ma in realtà esiste per rendere possibile una vita felice;
questa di Aristotele è una definizione che si basa sul fine dello Stato. E’ tipico della filosofia aristotelica
di definire qualsiasi oggetto di studio facendo riferimento al fine che è perseguito, in modo teleologico.
La felicità è la virtù dei cittadini della polis, la comunità politica non esiste solo come un’associazione,
ma esiste per un certo fine.

Aristotele definisce lo Stato anche come un prodotto naturale e l’uomo per sua natura è un essere
politico. Aristotele, con questa definizione, guarda all’origine dello Stato che è la natura, la quale ci ha
portati a vivere insieme. Aristotele spiega che l’individuo non è autosufficiente, neanche nei bisogni
fuori da quelli dello Stato; l’umanità ha bisogno di vivere insieme per sopravvivere. Nel corso della
storia l’uomo ha dei bisogni sempre più complessi che lo portano alla necessità di aggregarsi: lo Stato
per definizione soddisfa tutti i bisogni dei suoi cittadini. Il modello aristotelico di Stato si differenzia

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da quello di Platone perché è pluralistico: la società si compone di diverse altre microsocietà.

La virtù specifica del cittadino è sapere comandare ed obbedire quando comandano altri. Aristotele
divide tra l’autorità politica e l’autorità dispotica; le costituzioni che mirano all’interesse comune sono
giuste, quelle che mirano solo all’interesse personale dei capi sono sbagliate e rappresentano una
deviazione dalle rette costituzioni, esse sono pervase da spirito di dispotismo mentre lo Stato è
comunità di uomini liberi. Aristotele distingue due tipi di costituzioni, una giusta e una sbagliata. Egli
non classifica le costituzioni, ma il tipo di autorità ed il fine che essa persegue. Secondo Aristotele i
criteri che distinguono sono: l’interesse comune, la legalità.

La Costituzione di Aristotele è l’ordinamento delle varie magistrature dello Stato e specialmente quella
che è sovrana, suprema di tutto. Ci sono tre tipi magistrature: c’è una che fa le leggi, una che svolge le
funzioni giudiziarie, una che delibera. C’è in Aristotele già un esempio di separazione dei poteri.
Aristotele ci propone una classificazione delle Costituzioni, egli divide tra: monarchia, aristocrazia e
politéia. Le forme degenerate di queste costituzioni sono rispettivamente: tirannide, oligarchia e
democrazia (Governo dei poveri).

Nelle forme buone il fine è l’interesse comune, diventa quello personale nelle forme corrotte. Queste
forme si distinguono per la legalità: le forme buone sono regolate dalla legge, i governanti sono scelti,
custoditi come guardiani delle leggi e sottostanti ad esse. La legge è un “argine” che non può essere
influenzato dalle passioni. Il consenso è volontario nelle forme buone.

La tirannide è la forma corrotta della monarchia e impera su tutti i cittadini per l’utilità propria e non dei
sudditi. La tirannide va contro la volontà personale, poiché nessun uomo libero si adatta di propria
volontà ad un tale governo. La tirannide è illegalità, è interesse privato, ed infine imposizione.
La rivoluzione permette una mutazione della forma di governo, in particolare la tirannide degenera
facilmente nel tirannicidio.

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SCUOLE FILOSOFICHE POST-ARISTOTELICHE (IV-III sec. a.C.) La morte di Aristotele è stata presa
nella storia della filosofia come uno spartiacque: dopo Aristotele si parla di scuole filosofiche post-
aristoteliche; cambia la prospettiva politica del pensiero e della riflessione. Si prende a modello le
grandi monarchie nascenti come ideali di imperi universali. Si comincia a dare importanza
all’individuo, prende rilievo l’etica che insegna a perseguire la felicità nella sfera individuale. Cinismo,
stoicismo ed epicureismo sono le principali scuole filosofiche post-aristoteliche.

Il Cinismo è una filosofia di protesta che rifiuta la polis nel suo insieme e tutte le sue istituzioni
(schiavitù, proprietà privata, morale); essi celebrano la figura del saggio, colui che vive secondo natura
senza sottostare alle leggi. I cinici predicavano una libertà dalle passione per vivere secondo ragione,
ed in secondo luogo una libertà dalle leggi dello stato; il loro motto era “fare a meno della polis”.

L’Epicureismo è una corrente filosofica che si ripresenta diverse volte nel corso della storia. Essa pone
come fine la felicità individuale che si ottiene liberando l’uomo dalle paure, da ciò che lo fa vivere male,
che sono legate alla sfera delle divinità, vista come una superstizione. In politica gli epicurei cercano di
riportare su basi più concrete le regole della morale del diritto, della comunità politica e dello Stato:
queste regole hanno un valore utilitaristico. Queste regole non sono assolute, perché certi
comportanti sono condannati finché sono socialmente dannosi. La norma morale si forma attraverso un
contratto: gli uomini si accordo sulla moralità o la dannosità di un comportamento. Queste norme sono
relative, perché riferite ad una data società o ad un dato periodo storico.

Lo Stoicismo è una scuola filosofica, con sviluppi nel Medioevo e nell’Età Moderna, che presenta un
modello cosmopolitico. Dalla divinità arriva un ordine razionale che da vita alla legge naturale. Per gli
stoici il mondo è un

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universo ordinato da questa mente ordinatrice di tutte le cose, che possiamo definire divinità o Natura.
Quest’ordine razionale non regola solo il cosmo, ma anche la vita degli uomini. Per gli stoici l’universo è
un’unica grande cosmopoli abitata da uomini e dei, e questa è ordinata da una legge naturale che
regola i rapporti tra gli abitanti della stessa. Questo principio ha una forte valenza politica: la legge
naturale precede la norma giuridica perché è in qualche modo connaturata alla natura stessa
dell’uomo, che in natura ha in sé dei principi immutabili. La legge naturale è una difesa degli uomini di
fronte al potere politico, ed è a fondamento razionale perché proviene dalla mente ordinatrice.

IL PENSIERO POLITICO A ROMA A Roma da un lato si trasferiscono degli elementi della filosofia
greca, in particolare di stoicismo, rendendo importante la figura del saggio, considerato degno di
governare. Un nuovo elemento è il diritto: proprio a Roma sono stati formati dei principi giuridici che
hanno dato fondamento al diritto moderno. A Roma è il diritto il fondamento del potere politico: esso
identifica gli uomini in un popolo, legittima il potere e limita la libertà del popolo. L’elemento del diritto
che si aggiunge al fondamento del potere è importante perché sempre di più il potere si distacca dalla
natura divina e naturale, il potere si laicizza.

POLIBIO (206-124 a.C.)

Polibio fu portato prigioniero a Roma, dove visse nella casa di Scipione l’Emiliano. Egli era stupito dalla
potenza di Roma, e si chiedeva come la sua forza potesse durare così a lungo. Scrive l’opera “Le
Storie” nella quale individua l’elemento che può fare la fortuna o la sfortuna di uno Stato:
laCostituzione, ovvero la forma politica. Essa è il fattore determinante del successo o dell’insuccesso
di uno Stato.

Polibio analizza le forme di Costituzione: regno, aristocrazia e democrazia. C’è un regno quando il
potere di uno solo è condotto secondo ragione e giustizia, c’è aristocrazia quando governano i più giusti
e i più saggi, c’è democrazia quando si obbedisce alla leggi e si vive secondo legalità. Si possono
considerare sei specie di Costituzione, tre di cui abbiamo già parlato, alle quali si aggiungono le
rispettive forme degenerate: tirannide, oligarchia e oclocrazia. Ciò che differenzia le forme buone da
quelle degenerate sono la legalità ed il consenso.

Polibio vede le Costituzioni in una successione storica che tende verso il peggio; ha una concezione
pessimistica della storia. Il regno degenera in tirannide, che viene abbattuta dall’aristocrazia, che per
forza di natura

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degenera in oligarchia, allora il popolo insorge e nasce il governo popolare, che col tempo produce
l’oclocrazia. Polibio sviluppa la teoria ciclica delle Costituzioni: la legge naturale per cui le forme di
politiche si trasformano, decadono e ritornano al punto di partenza. Il passaggio generazionale
consente la degenerazione della forma.

La forma di governo della Repubblica Romana ha un elemento tipico che è quello di essere un governo
che unisce i principi di diverse forme: i consoli rappresentano il regno, il Senato rappresenta
l’aristocrazia, i tribuni del popolo rappresentano la democrazia. Secondo Polibio, la Repubblica romana
è una forma di governo mista e la considera come la migliore perché la corruzione è limitata ed i
poteri si limitano a vicenda, creando così un equilibrio.

CICERONE (106-43 a.C.)


Cicerone era uno stoico, riteneva che i saggi fossero gli unici a poter governare e avevano il dovere di
farlo. Cicerone pensava che la politica dovesse essere conforme alla legge naturale. Si oppone alla
politica di accentramento del potere di Cesare perché ritiene di essere in dovere di difendere la
Repubblica, ritenendosi egli stesso un saggio. Cicerone vedeva un pericolo di tirannide nella figura di
Cesare, non a caso partecipa al tirannicidio di Cesare nel 44 a.C. La sua posizione anticesarista gli
costa la vita.

Le opere politiche più importanti di Cicerone sono il “De Republica” e il “De Legibus” scritte negli anni
’50 del I sec. a.C. Cicerone avvisa dei pericoli del potere monarchico. Nel “De Republica” scrive che
lalibertà è attiva e risiede nel potere del popolo, da unire con l’uguaglianza. La monarchia non
consente la loro unione, mentre ella Repubblica il bene e l’interesse di tutto il popolo sono perseguiti.
Secondo Cicerone gli uomini sono per natura portati ad associarsi: il popolo è tenuto insieme dalla
legge, la volontà e la libertà sono unite dalla legge, la quale è fondata secondo ragione. La libertà del
popolo si identifica nella Repubblica romana.

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IL CRISTIANESIMO Dio è al centro di ogni cosa, per alcuni il potere politico è un male necessario a
mantenere l’ordine. Con il Cristianesimo si parla della realtà spirituale dell’uomo che in qualche modo
si estende alla società. Abbiamo due ambiti: uno è quello temporale il secondo è quello spirituale. La
realtà politica verrà posta all’interno di queste due sfere. Un elemento innovativo del Cristianesimo è il
rapporto tra religione e politica per quanto riguarda il fondamento del potere. Partendo dall’idea che Dio
è sovrano e creatore di tutto, non ci può essere niente che non derivi da lui. L’incarico di governare ai
Sovrani è divino: essi hanno il compito di applicare la legge di Dio. Isovrani cristiani esercitano il
governo di Dio sulla terra: il potere è dunque limitato. Si cerca però di dare anche un fondamento alle
tirannidi e all’assolutismo con la teoria teocratica: Dio ha dato il compito al sovrano di combattere i
peccati del popolo.

Lo Stato non può rendere l’individuo virtuoso, ma è il suo rapporto con Dio: l’essenza dell’uomo non si
realizza con la cittadinanza, ma abbracciando gli ideali cristiani di vita. Il ridimensionamento dello Stato
ha come conseguenza l’indipendenza dei diritti della persona: diritto alla vita, alla dignità, al
benessere. L’uomo ha questi diritti in natura. La libertà è teorizzata come libertà nello Stato e anche di
fronte allo Stato.

Si realizza la piena eguaglianza e si rifiuta la gerarchia naturale dell’intelligenza: le categorie


discriminanti della cultura precristiana sono eliminate. Tutte le distinzioni che avevano un effetto
discriminatorio di alcune categorie sociale venivano unificate perché tutti siamo creati da Dio. Da San
Paolo viene anche rifiutata la differenza tra il saggio e lo stolto: Dio ha dimostrato pazza la saggezza
perché vista come una forma di superbia, in quanto solo Dio è il saggio.

Il potere politico è attribuito da Dio, chi si oppone all’autorità la quale si oppone all’ordine creato da Dio.

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C’è una concezione cristiana negativa dello Stato in alcuni autori: il potere politico è una violenza, lo
Stato è un’espressione del peccato. Lo Stato è uno strumento che serve a mantenere l’ordine, ma non
garantisce all’uomo di raggiungere il proprio bene. Lo Stato è un male necessario. C’è una seconda
concezione cristiana nella quale lo Stato è una società terrena e non spirituale: lo Stato ha dei fini
terreni importanti da raggiungere e se lo Stato è governato con giustizia esso è una cosa buona,
perché consente all’uomo di realizzare i suoi fini a livello terreno.

Gli autori del Cristianesimo sono: i Padri Apostolici nel I-II secolo, i Padri della Chiesa nel III secolo
e poi gli Scolastici dal IX secolo fino alla fine del Medioevo.

Nella lettera di Anieto si dice che i Cristiani sono l’anima del mondo. I Cristiani a differenza degli altri
hanno alcuni principi morali e sociali che vogliono rispettare. I Cristiani si sentono cittadini del loro
paese ma anche estranei al loro paese perché vivono diversamente dagli altri. E’ come se i Cristiani
avessero una seconda cittadinanza universale. Essi vivono nel mondo ma mantengono una loro
identità.

Con l’Editto di Costantino nel 313 a.C. la religione cristiana diviene religione di Stato nell’Impero
Romano.

I Padri della Chiesa erano molto influenti, portano avanti la critica della proprietà privata: i beni sono
comuni a tutti e quindi nessuno può considerarne una parte sua propria.

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AGOSTINO D’IPPONA o SANT’AGOSTINO (354-430 d.C.) Sant’Agostino vive tra il 354 ed il 430 d.C.
Nasce in Africa e all’inizio non è cristiano, aveva una scuola di retorica a Cartagine. Viene a Roma e
infine ottiene una cattedra di retorica a Milano. L’incontro con Sant’Ambrogio lo fa convertire al
Cristianesimo, facendolo diventare un difensore del Cristianesimo da un lato contro le eresie e da un
altro contro il potere politico romano.

Sant’Agostino torna in Africa dove studia teologia e diventa vescovo a Ippona; combatte le eresie più
diffuse in quell’epoca. Agostino è molto colpito dal peccato originale per il quale l’uomo non può
salvarsi da solo. Nella storia il male deve essere combattuto attraverso la ricerca di società che
seguano la giustizia e la legge di Dio.

La sua opera più nota è “Civitas Dei” scritta attorno al 420 d.C. Siamo nel periodo delle invasioni
barbariche nell’Impero Romano: vede nella storia che anche gli Stati più forti alla fine decadono.
Sant’Agostino studia la storia e si chiede che cosa muove la storia: studia le vicende degli Stati nella
storia e i mutamenti storici. “Civitas Dei” è un’opera che tratta di politica in un disegno teologico, e si
fonda su una distinzione fondamentale: ci sono nel mondo due città, la città di Dio e la città terrena.
Queste due città non sono facili da individuare, non sono collocabili geograficamente in posti diversi né
demograficamente: esse si intrecciano. Le due città sono distinte dai sentimenti su cui si fondano, da
due amori: nella città terrena è l’amore di sé fino all’indifferenza di Dio, nella città di Dio è l’amore di Dio
fino all’indifferenza di sé. Inoltre la città terrena si gloria in sé e la città divina si gloria in Dio. La città di
Dio si fonda sulla carità, mentre la città terrena si fonda sulla passione per il dominio. La città di Dio si
fonda sulla pietà e sull’umiltà, la città terrena sulla forza e sulla superbia.

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C’è una prefazione all’opera “Civitas Dei” in cui Sant’Agostino scrive in difesa della città di Dio,
rendendo così l’opera apologetica. La città terrena è l’Impero Romano: Roma è dominatrice di popoli
asserviti ma è dominata dalla passione per il dominio. La città terrena è individuabile nelle società
politiche che Agostino definisce le società degli empi, che vivono secondo l’uomo e non secondo Dio,
nel culto degli dei falsi, nel disprezzo del Dio vero, seguaci dei demoni.

La città di Dio non è individuabile da un punto di vista geografico: essa è composta da coloro che
amano Dio. La Chiesa tende a diventare alla fine delle Storia la città di Dio, essa è in cammino verso
un perfezionamento dello sviluppo storico. Le teorie di Agostino sono molto dinamiche: vede le società
politiche come un divenire. Agostino ha una visione conflittuale della storia, ciò che determina il
mutamento sono i conflitti. Agostino vede nella storia due principi in conflitto: il bene ed il male, la città
di Dio e la città terrena. La storia è un susseguirsi di conflitti tra queste due città ed ha un fine che è il
trionfo della città di Dio. Dio opera nella storia e realizza un disegno provvidenziale che porta alla gloria
della città di Dio.

L’Impero Romano stava crollando sotto i Barbari e si cerca un capro espiatorio nei Cristiani, accusati di
aver minato le fondamenta dell’Impero stesso. Agostino cerca di capire questo elemento e dice che nel
conflitto storico l’Impero si è corrotto e conseguentemente indebolito, e solo il Cristianesimo può dare
forza all’Impero. Lo Stato per Sant’Agostino è un’organizzazione umana composta da una moltitudine
di essere razionali; il popolo è unito dalla comunione concorde delle cose che ama, ovvero i fini.
Una società non può esistere in quanto realtà integrata se non ci sono dei fini comuni. Se i fini sono
positivi la società progredisce, se sono negativi la società decade. Roma è decaduta proprio perché si
sono corrotti i fini che questa società perseguiva. Il Cristianesimo può ridare dei fini positivi ai Romani
perché li seguano e raggiungano la concordia. La società diventa uno Stato quando si instaura un
potere politico: lo Stato è un popolo in cui c’è un capo che comanda. Questa definizione di società
politica è ripresa da Cicerone, solo che questo fa riferimento anche al diritto: per Agostino anche uno
stato tirannico può definirsi Stato, benché ingiusto. Lo Stato che non segue la giustizia è “come una
banda di ladroni”. La pace e l’ordine sono i valori più importanti del pensiero politico medioevale e
sono sempre indicati come fini dello Stato e del potere politico. Per Agostino la società è un fatto
naturale, che deriva dalla natura stessa dell’uomo che ha bisogno di ordine e vive con gli altri uomini
per costituire una società ordinata e pacifica. Lo Stato deve garantire la pace terrena.

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TOMMASO D’AQUINO o SAN TOMMASO (1225-1274 d.C.) San Tommaso giunge alla maturità
quando entrano nella cultura occidentale i testi di Aristotele tradotti dal greco. Li studia e ne fa dei
commenti introducendoli nella cultura cristiana.

La sue opere sono la “Summa Teologica”, “Del Regno”, “Commento all’Etica di Aristotele”, “Commento
alla Politica di Aristotele”, “Commenti a Plico Lombardo”.

Dobbiamo porre come centro il discorso sulla comunità politica e lo Stato. Il primo tema è quello
della persona umana: l’antropologia di Tommaso è positiva, l’uomo è una persona capace di
conoscere il bene con la sua ragione e di fare del bene. La persona umana è anteriore allo Stato, e
dunque questo non può andare contro all’uomo. Gli uomini sono uguali per natura perché sono tutti
essere razionali, questa loro razionalità li porta ad associarsi. Anche Tommaso come Aristotele dice
che l’uomo ha in sé in natura la politicità, cioè la tendenza all’associazione. Secondo Tommaso l’uomo
è stato creato da Dio perfetto ma è diventato imperfetto a causa del peccato originale, ma è capace con
l’aiuto di Dio di fare il bene. Gli uomini in natura sono liberi e dunque la schiavitù è contro la natura
dell’uomo. Possiamo dire che Tommaso rifiuta la gerarchia naturale dell’intelligenza di Aristotele.
Tommaso da un’interpretazione forzata della gerarchia di Aristotele: lo “schiavo” svolgerebbe funzioni
diverse che si integrano col bene comune, ed il padrone deve garantire il bene dello schiavo. Sulla
donna Tommaso dice che essa ha un ruolo importante, c’è solo una diversità di funzioni che non è da
intendere come un’inferiorità.

La società politica ed il potere politico hanno un fondamento razionale nella natura dell’uomo. L’uomo
è un animale sociale e politico infatti agli altri animali

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la natura fornisce cibo, armi di difesa e di protezione mentre la natura dell’uomo è tale da non avere
queste cose ma può procurarsele attraverso l’uso della ragione. L’uomo non è autosufficiente come gli
animali ma la ragione lo aiuta a salvarsi dai pericoli, soprattutto nel suo stato primitivo di esistenza. Dio
è creatore di quella politicità che porta l’uomo a costituire lo Stato, indirettamente ne è l’autore tramite il
modo in cui ha creato l’uomo.

Lo Stato si forma per gradi, fa l’esempio di Aristotele. Lo Stato è una comunità naturale e perfetta che
realizza tutti i fini dell’uomo. Tutti questi fini sono riassunti in una sola parola: il bene comune. Il fatto
che si debba nello Stato perseguire un unico fine rende necessaria l’esistenza di un potere politico. Se
ci fosse un potere politico che non persegue il bene comune, sarebbe un tiranno.

Concretamente bisogna vedere come si acquista il potere politico. Nel 1200 abbiamo l’autorità del Papa
e l’autorità dell’Imperatore, sia l’uno che l’altro rivendicavano un potere universale: si chiamavano
dominus mundi. Stavano nascendo anche altre realtà, in particolare le città che avevano una qualche
autonomia politica a diversi livelli e a diversi gradi. Tommaso distingue i diversi casi: se ci sono
delle città libere esse possono autogestirsi nominando i loro governanti. Se una comunità non è libera,
soggetta all’Impero o al Papato, questa non può scegliere i suoi governanti ma sarà l’autorità superiore
a darglieli. Secondo Tommaso qualunque sia il modo d’acquisto del potere, esso comunque ha un
fondamento contrattuale: c’è sempre un patto all’origine del potere politico. Un secondo modo
d’acquisto del potere è quello del patto tacito. Il potere politico si legittima quando rispetta il bene
comune.

Tommaso considera la legge superiore ad ogni governante per garantire che si governi secondo
ragione e non secondo passione. San Tommaso distingue le leggi: la legge eterna è la ragione di Dio,
che l’uomo non può conoscere, la legge divina che ritroviamo nelle sacre scritture, che l’uomo
credente può conoscere, la legge naturale cioè la partecipazione alla legge divina da parte della
ragione dell’uomo. La legge naturale è quella da cui deriva la morale e dalla quale derivano le regole ed
i principi per una buona politica. C’è una quarta legge: la legge umana, le leggi positive emanate dalla
comunità politica che sono poi emanate nella forma ufficiale prevista dal sistema politico a cui
appartengono. La legge umana precisa la legge naturale e prevede le sanzioni. La legge umana è un
completamento della legge naturale, una sua applicazione al caso particolare ma è anche inferiore alla
legge naturale e deve dunque essere conforme alla legge naturale. La legge umana che si oppone alla
legge naturale è pura violenza. Le leggi positive, dice Tommaso, devono essere seguite dal Sovrano
ma limitatamente al concetto perché non si può applicare l’attuazione al Sovrano.

Le leggi possono essere ingiuste perché non rispettano l’eguaglianza tra i sudditi e la giustizia, non
rispettano la legge naturale. Queste leggi non obbligano la coscienze, e più che leggi sono violenza. Di
fronte a queste leggi bisogna obbedire per evitare mali peggiori. Ci possono essere leggi contrarie al
volere di Dio, allora non bisogna obbedire a queste leggi. L’autorità tirannica è l’autorità che si oppone
al bene comune e persegue il bene personale del proprio governo. Distingue tra due tipi di tirannide:
una tirannide moderata e sopportabile ed una tirannide grave ed intollerabile. Se la tirannide non
recava troppi danni alla comunità si riteneva meglio tollerare la tirannide, se

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arrecava troppi danni bisognava fare qualcosa. Se la tirannide è intollerabile ci sono alcune possibilità:
il tiranno ha violato l’ordine di Dio e quindi la resistenza al tiranno non è un peccato, non costituisce
sedizione, perché ha lo scopo di riportare l’ordine disposto da Dio. Non bisogna ribellarsi al tiranno
senza riflettere: bisogna capire se è più pericolosa la tirannide o una ribellione che può portare
disordine sociale o anarchia. Secondo Tommaso non è mai tollerabile il tirannicidio: per un cristiano
non è ammissibile uccidere, e solitamente chi uccide un tiranno lo sostituirà. Ci sono strumenti giuridici
per privare il tiranno del potere: le persone che gli hanno conferito l’autorità politica possono toglierlo.
Se il potere è dato al tiranno dal popolo, il popolo può togliergli il potere con un decreto – applicazione
del contrattualismo di Tommaso.

San Tommaso distingue le forme di governo seguendo la divisione di Aristotele. Si chiede quale sia la
forma migliore: può essere monarchia perché simile al governo di Dio, ma può facilmente degenerare
in tirannide. Tommaso parla di una monarchia eletta per evitare la degenerazione in tirannide. In realtà
San Tommaso ci dice che la forma di governo mista è quella migliore, dove entrambe le parti sociali
partecipano al potere.

Altre forme di governo interessanti descritte da Tommaso nel “Commento alla Politica di Aristotele”
sono: il regime politico e il regime regale. Il regime politico un regime di governo limitato, con
magistrati eletti dal popolo. Il regime regale è un regime plenario in cui tutto il potere è nelle mani di chi
governa.

DANTE ALIGHIERI (1265-1321) • 1274 – Morte di San Tommaso d’Aquino.

• 1266 – Sconfitta di Manfredi a Benevento: vittoria di Carlo d’Angiò e conquista del Sud Italia.

• Disordine politico totale nella penisola italiana.

Dante nella “Divina Commedia” afferma che Impero e Chiesa sono i costanti punti di riferimento. Egli
fonde poesia, passione politica e spiritualità.

Denuncia la crisi politica che è causata dalla trasformazione della Chiesa in una potenza mondana che
vuole espandere il proprio potere temporale ed è ormai corrotta nel profondo. I Papi condannati
nell’Inferno dantesco sono:

• Nicolò III

• Bonifacio VIII

• Clemente V

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Dante attende il “Veltro”, colui che guiderà verso il “nuovo secolo” l’Italia, verso la “renovatio” e il trionfo
della Chiesa spirituale insieme con quello della monarchia universale.

“La Monarchia”:
• Auspica un’autonomia dell’Impero nei confronti della Chiesa.

• La politica è lo studio dell’attività pratica.

• L’Impero è ciò che garantisce la pace tra le comunità; tutti devono collaborare per conseguire il fine
comune.

• Giustizia e libertà sono alla base della monarchia universale. La libertà secondo la concezione
Scolastica è la facoltà di giudicare i desideri senza esserne condizionati (predeterminati).

• L’Impero è un potere super partes, meritato con pieno diritto dal popolo Romano, grazia alla sue virtù
e nobiltà. Dante esalta la Roma imperiale, punto di riferimento costante nel Medioevo.

• L’Impero persegue il bene comune, ed è per questo che ha successo. Le conquiste erano giustificate
dal fatto che i popoli venivano accolti nell’ambito dell’Impero – le guerre giuste sono quelle dettate dalla
necessità.

Dante interpreta politicamente i Vangeli e la Bibbia: divisione del potere temporale e spirituale, il
secondo non legittima il primo – “non si può dare ciò che non si ha”.

I fini dell’uomo sono la perfezione e la felicità. Per raggiungerli bisogna sottrarsi alle passioni. Lo Stato
di Dante è uno Stato-cultura/civiltà.

Dante è il primo laico del mondo moderno ad affermare la libertà e l’indipendenza del sapere.

MARSILIO DA PADOVA (1275-1343) “Defensor Paci” (1324): trattato politicio in cui Marsilio affronta il
problema dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Quest’opera gli costa la condanna di eretico da parte di
Papa Giovanni XXII (bolla Dicet Iuxta).

Marsilio anticipa la concezione di stato laico moderno (ripresa successivamente dalla Riforma


Luterana). La pace di Marsilio non è quella di Dante, Sant’Agostino o San Tommaso: la pace è riferita
al benessere e alla prosperità dei popoli, senza alcun richiamo alla sfera spirituale.

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La pace è messa in pericolo dalla discordia. La Chiesa è la causa delle continue lotte in Italia, con la
sua pretesa di esercitare una giurisdizione suprema sul potere temporale. Il vero difensore della pace è
l’Imperatore. La verità della ragione e la verità di fede sono separate.

Marsilio si richiama alla concezione aristotelica della società politica: “sufficiente e autonoma che si
realizza mediante un processo di aggregazione spontaneo, volto a conseguire il bene”. Lo Stato aiuta a
soddisfare bisogni ed esigenze propri della natura degli individui.

• Il popolo è il legislatore umano.

• Ci deve essere unità e cooperazione.

La monarchia elettiva è la miglior forma di governo, il Re deve governare secondo la volontà dei
cittadini.

La legge deriva dall’esperienza di più individui, è un insieme di norma di comportamento basate


sull’utile della comunità e sulla giustizia civile. La legge elaborata e accettata da tutti è coattiva, ovvero
prevede un sistema di sanzioni. Chi ha il compito di punire chi non obbedisce alla legge può essere
solo lo Stato, in quanto rappresenta l’insieme dei cittadini. Il governo ha forza e potere che deve
esercitare in accordo con le leggi che sono espressione del volere del popolo o della sua parte
maggiore.

• La libertà è il “non essere costretti sotto la volontà altrui”.

La religione non deve essere altro che l’insegnamento di Gesù, che conduce l’uomo alla salvezza:

• La Chiesa istituzione non deve esistere. Critica la Chiesa del suo tempo, ritenendola lontana dalla sua
essenza.

• La legge evangelica, come quella umana, prevede le regole e le punizioni.

• La Chiesa è un’associazione di fedeli, non può sussistere alcuna gerarchia.

• L’unica autorità consentita agli ecclesiastici è quella di poter celebrare riti e sacramenti. La
confessione è con Dio, il sacerdote è solo un testimone. No scomuniche. Libera interpretazione e libero
rapporto con Dio: “corpus civibus” superiore alla Chiesa-istituzione.

• I preti ed i vescovi devono essere eletti dalla comunità dei fedeli.

• Solo lo Stato può decidere come comportarsi con gli eretici, che saranno puniti solo se turbano
l’armonia della comunità.

• Marsilio si richiama alla Chiesa apostolica povera e dedita ad aiutare i bisognosi.

• Tesi conciliaristica: il potere dell’assemblea di rappresentanti (sacerdoti e laici) delle loro comunità
religiose (dei vari Stati) è superiore

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a quello del Papa. Il concilio generale viene riunito dall’Imperatore – primo tra tutti, Costantino – o dal
legislatore umano, il popolo.

NB: Marsilio da Padova si rifà anch’esso ad Aristotele, si schiera dalla parte dell’Imperatore. Marsilio
scrive un’opera intitolata “Defensor Pacis”, in cui il difensore della pace che descrive è proprio
l’Imperatore Ludovico il Bavaro di cui egli era il consigliere. E’ contro la Chiesa perché rifiuta l’idea di
chiesa come società organizzata e la vorrebbe come una comunità paritaria di fedeli in cui il concilio
generale prende le decisioni. Il conciliarismo è importante in campo politico e porta all’affermazione di
un’esigenza di un potere attribuito alle assemblee, che vede il popolo sopra il re. Marsilio distingue
nella comunità politica due poteri: il potere di governo ed il potere legislativo, considerato potere
superiore. Quest’ultimo appartiene al popolo che è l’unico e vero legislatore e ha il potere ed il diritto di
dare l’autorità ai governanti. Marsilio chiama il governante principe che riceve il potere dal popolo
attraverso una delega. Il popolo ha anche il potere di correggere il re o di deporre il re.

UMANESIMO E RINASCIMENTO: PERCORSO POLITICO

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• Abbandono della mentalità medievale, l’uomo torna ad essere il fulcro dell’attività filosofica: uomo al
centro dell’universo.
• Riscoperta dei classici greci (trascurati durante il medioevo a favore di quelli latini) dovuta alla fuga
delle popolazioni balcaniche in Europa, minacciate dai Turchi.

• La filosofia si distacca dalla religione e si avvicina a quella dei pensatori ellenici.

• L’uomo rientra nella sua posizione di personaggio attivo, padrone della propria esistenza.

Contesto storico:

• Nascita degli Stati Nazionali.

• Economia non più basata sull’agricoltura ma sul commercio:

• Il commercio comporta uno scambio di idee.

Contesto culturale:

• Umanesimo:

• Studio dei testi antichi.

• Valore della vita attiva (tipico della cultura greca)

• Volontà di partecipazione politica.

Autonomia della politica: Studio della politica svincolata dalla religione e dalla concezione divina del
potere. La politica viene intesa come vera e propria scienza.

Rinnovamento religioso:

• Erasmo da Rotterdam

• Lutero

• Calvino

Viene meno il principio di unità di fede. Accorrono nuovi principi su cui regolare la nuova realtà a
seguito della Riforma.

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NICOLO’ MACHIAVELLI (1469-1527) Di origine borghese, si avvicina alla politica negli anni della Ia
Repubblica (1498) e continua a farne parte fino alla restaurazione della signoria medicea (1512).

Le due opere più importanti sono:

• “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio”

• “Il Principe”

• Scritte durante l’esilio tra il 1513 ed il 1519.

Il “Principe” è un breve opuscolo di 26 capitoli che consiste in una sorta di manuale per il regnante.
L’opera ha come punto di partenza l’audace esperienza di Cesare Borgia, il duca Valentino, che tenta
di creare, con un’azione politico-militare nell’Italia centrale, uno stato forte caratterizzato da una
struttura politica più moderna ed efficiente.
Il “Principe” assume la forma di un sofisticato trattato di teoria politica dove si afferma esplicitamente il
valore autonomo dell’agire politico, distaccato dalla moralità e volto all’utile dell’individuo e dello Stato
anche contro i principî tradizionali della giustizia e della bontà.

Machiavelli pone le sue concezioni su una base di antropologia negativa, secondo dui la malvagità
degli uomini comporta disordine sociale e politico, quindi instabilità e decadenza della città.

Gli individui ignoranti e poco razionali necessitano di una guida forte che imponga ordine ed equilibrio e
garantisca la sicurezza: società del vivere servo, il volgo è soggetto al principe.

Per Machiavelli non si può costruire la politica su modelli utopici, ma bisogna tener conto della verità
dei fatti politici: il principe deve essere simulatore e dissimulatore. Egli è una figura di potere assoluto,
padrone di sé stesso, al di sopra della legge e della religione. Quest’ultima non è altro che uno
strumento di potere, del regno, utile a salvare le apparenze. Un sovrano debole finirebbe con l’essere
sopraffatto. Il principe ed il volgo sono legati da un rapporto di obbligo politico.

Classificazione originale dei principati:

• Ereditari: principio di legittimità dinastica accettato dal popolo.

• Nuovi: privato cittadino che riesce ad acquisire il potere, la sua legittimazione avviene in un secondo
momento.

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• Del tutto nuovi.

• Misti: nuovi territori conquistati.

I principati ereditari sono relativamente più facili da governare rispetto a quelli nuovi, poiché basta non
sovvertire l’ordine per mantenere il potere.

Nel caso dei principati nuovi i sudditi non ammettono subito di buon grado il nuovo regnante,
specialmente se si è imposto con la forza. In quegli Stati dove prima vigeva la repubblica è assai
complesso far accettare al popolo il nuovo regime dal momento che questo va a limitare la sua libertà.

Diversi modi di governare:

• Attraverso ministri e delegati che rispondono al potere centrale e che fanno il volere del principe –
regime assoluto (Impero Ottomano).

• Principato limitato dalla nobiltà (Francia).

Diversi modi di acquisire il potere:

• Per virtù, o per fortuna – virtù politica, non morale.

• Per via ereditaria.

Tra virtù e fortuna si inserisce un terzo elemento fondamentale: l’occasione che va sfruttata
adeguatamente per raggiungere i propri fini, qualora si presenti.

Il principe deve quindi essere astuto come la volpe, e forte come il leone:

• Con la violenza, solo in determinati casi opportuna, poiché può sfociare in future rivolte.
• Con il consenso del popolo o dei nobili.

Come mantenere il potere:

• Con forze proprie: scelta più saggia – milizia composta da cittadini e non da mercenari, che non
hanno alcun interesse a difendere la città e sono facilmente corrompibili.

• Con alleanze straniere: opzione sconsigliata.

Machiavelli pone anche la questione se sia meglio essere amati o temuti, e sostiene che sia opportuno
fare sì che il popolo tema il sovrano giacchè, essendo gli uomini cattivi per natura, tenderebbero ad
approfittare della sua bontà. Tuttavia è necessario rifuggire l’odio perché questo potrebbe condurre alla
rivolta.

Esempio di Scipione che lascia libero l’esercito in Spagna troppo a lungo e viene rimproverato da Fabio
Massimo in Senato, e del Duca Valentino che al contrario con la sua severità si era assicurato un
governo solido.

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Terminata l’analisi sul principato, Machiavelli passa ad esaminare la repubblica poiché sostiene che
“tutti i domini che hanno avuto o hanno imperio sovra gli uomini sono stati e sono o repubbliche o
principati”.

Nel 1519 termina i tre libri dei “Discorsi”. Nel primo libro dell’opera che rappresenta una fase più
avanzata del pensiero machiavelliano, delinea tre tipologie di costituzione interna delle repubbliche:

• Popolari

• Aristocratiche

• Miste: con riferimento a Polibio, è il governo che unisce in sé elementi delle forme precedenti.

Nel secondo libro dei “Discorsi” affronta il tema dell’organizzazione delle milizie e del modo di condurre
la guerra.

Nel terzo libro infine analizza le trasformazioni delle repubbliche, il loro sviluppo e la loro decadenza. E’
un percorso ciclico e circolare nella rotazione delle costituzioni. Le Res Publica romana viene qui presa
come esempio perfetto, dove le varie cariche politiche si frenano ed equilibrano reciprocamente. I
tumulti e le lotte tra patrizi e plebei, viste come manifestazione di libertà. Parallelo con Firenze in
decadenza.

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GLI UTOPISTI Delusi dalla realtà politica del periodo storico in cui vivono elaborano un’immagine di
Stato perfetto, ma impossibile da realizzare (“Gli uccelli” di Aristofane).

THOMAS MORE

Tommaso Moro fu consigliere di Enrico VIII d’Inghilterra. Moro è un cristiano cattolico, sempre a favore
dei poveri e del popolo. A seguito dello Scisma della Chiesa Anglicana, schieratosi a favore del Papa
anziché del Re, viene processato e giustiziato per tradimento. Nel 1516 pubblicò la sua opera
principale “Utopia” (non-luogo), dove descrive un’isola in cui la vita politica è perfetta.

TOMMASO CAMPANELLA

Vive nell’Italia del Sud sotto la dominazione spagnola. E’ un monaco e organizza delle insurrezioni
contro gli spagnoli, considerati la causa principale dei problemi del Meridione, specialmente dell’alto
indice di povertà in cui versavano i suoi abitanti. Arrestato, resta in prigione per 25 anni, durante i quali
scrive “La città del sole” in cui parla di una città pacifica e perfetta. Finisce i suoi giorni presso la corte di
Caterina de’ Medici in Francia

------------------------------------------------------------------------

Sia More sia Campanella sono contro la proprietà privata, causa delle disparità sociali ed economiche,
da cui poi nascono le rivolte. Campanella ha una concezione filo-platonica dello Stato, basato sulla
comunione dei beni, dove inoltre la vita deve essere amministrata da un consiglio di saggi (i monaci del
culto del sole).

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More, benché sia a favore della libertà di pensiero, sconsiglio di permettere agli atei di partecipare alla
vita politica dal momento che giurano sulla Bibbia e sui Vangeli ma non temono di ricadere nella
punizione di Dio qualora vengono meno al loro impegno.

Sia More sia Campanella sono contrari alla guerra a meno che non sia per pura difesa.

JEAN BODIN (1529-1596) Jean Bodin, francese, è autore de:

• “Les six livres de la Republique” in cui indica e analizza la caratteristica principale dello Stato, la
sovranità.

• “Methodus ad facilem historiarum cognitionem”: in quest’opera emerge la concezione bodiniana


della storia umana non predeterminata per natura, né diretta dal volere divino.

L’uomo è libero nelle sue scelte e azioni, la libertà è il principio che consente di concepire la storia
come risultato dell’attività dell’uomo che ha condotto all’ordine civile e politico attuale.

Lo stadio primitivo degli uomini è molto simile a quello degli animali, l’uomo è più vicino alle bestie ed
è lungi dall’essere razionale. Solo con il dominio delle passioni si giunge alla ragione.

Il timore di Dio aiuta la formazione delle prime forme di associazione in famiglie, tribù, villaggi, e
dunque Stato o repubblica con un fine comune.

Bodin riprende la tesi machiavelliana che la religione e le forme del culto costituiscono il vincolo
originario delle società politiche per interpretare la storia. Egli ha un rapporto particolare con la
religione: entra nell’ordine dei carmelitani per poi uscirvi dopo breve tempo; attirato dal Calvinismo si
comporta da cattolico per paura (simulare e dissimulare). E’ più saggio fingere

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e seguire le pratiche religiose dello Stato. Fa l’esempio di Nicodemo che si reca da Gesù di notte per
non farsi vedere.
• Nel 1569 viene imprigionato per non aver firmato il giuramento di fedeltà alla Chiesa cattolica.

• A seguito dell’Editto di Nantes (libertà di culto) entra in lotta con il Re. Si dichiara a favore della lega
cattolica, muore per cause naturali, in solitudine, lontano dalla vita politica.

Lo Stato è ciò che fa l’uomo civile, se venisse meno si ritornerebbe alla primitiva vita ferina. Il
progresso è costante, le nuove scoperte dell’Età moderna portano verso il delinearsi di una comunità
universale, la cosmopoli o Repubblica mundana, tappa finale della storia universale.

E’ necessario difendere lo Stato al fine di preservare l’ordine e l’unità. Ciò che unifica gli individui deve
quindi essere la sovranità, l”imperium”, la “summa potestas”. La salvezza della Francia (vista come
una nave nella tempesta) risiede nella sua unità.

Per Bodin l’uomo è, come diceva Aristotele, un animale sociale. Ne “Les six livres de la Republique”
porta avanti il concetto già espresso nel “Methodus ad facilem historiarum cognitionem”. Distingue
due tipi di potere:

• Privato: governo domestico.

• Pubblico: esercitato dal sovrano e dai suoi magistrati attraverso la legge.

Egli critica la concezione comunistica dello Stato e da’ rilevanza alla proprietà privata.

I quattro elementi che compongono lo Stato sono:

• Famiglie: governo domestico.

• Forza, conquista: il più autorevole detiene il potere, non esiste consenso.

• Istituzione del diritto pubblico: la giustizia si fonda sul diritto.

• Sovranità: è il potere supremo, assoluto, che non ha sopra di sé nessuno tranne Dio.

Bodin separa il diritto dalla morale. Il comando si esprime mediante il diritto. La sovranità è un potere:

• Assoluto

• Perpetuo

• Indivisibile

• Intrasferibile

• Imprescrittibile

• Ha la potestà di fare, modificare ed interpretare le leggi.

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I limiti del potere sono:

• Le leggi fondamentali (riferite all’organizzazione dello Stato francese)

• Legge naturale

• La proprietà privata.

Il “regime” è l’istituzione titolare della sovranità. Il principio di indivisibilità della sovranità non consente
di accogliere la concezione della costituzione mista (Polibio). La sovranità appartenere a:
• Singolo (Monarchia) Criterio Armonico: proporzione ed uguaglianza numerica.

• Pochi (Aristocrazia) Criterio geometrico: proporzione.

• Al popolo (Democrazia) Criterio aritmetico: uguaglianza numerica.

Attuare un regime misto porterebbe inevitabilmente alla guerra civile. La monarchia è la costituzione
che meglio attua la giustizia, agendo da arbitro tra popolo ed aristocrazia.

Per Bodin le nuove confessioni nate con la Riforma minano l’unità statale.

Per quanto riguarda gli Stati generali, Bodin spiega come questo organo, che rappresenta ed esprime
la volontà e gli interessi del regno intero, sia necessario alla sovranità e dunque al Re perché ben
soddisfi attraverso il diritto la necessità del popolo.

LA RAGION DI STATO ED IL PROBLEMA DEI RAPPORTI TRA POLITICA E MORALE (‘500-‘600)

• Crisi etico-religiosa che scaturisce a seguito dell’affermarsi dello Stato moderno.

• L’umanesimo di Erasmo e More aveva denunciato la nascente etica di potenza, come espressione di
una tirannica volontà di dominio ed oppressione.

• Le nuove confessioni nate a seguito della Riforma vengono usate come pretesto per guerra.

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• In Germania i principi abbracciano le teorie luterane per distaccarsi dal governo centrale di Carlo V
(cattolico).

• 1546 – Carlo V invade l’Italia.

• 1555 – Pace di Augusta tra cattolici e protestanti.

• 1536 – Francesco I stipula un’alleanza con i Turchi per contrastare Carlo V.

• 1534 – Enrico VIII emana l’atto di supremazia con cui si distacca definitivamente dalla Chiesa di
Roma (guerra civile e continui scontri anche sotto Elisabetta I).

• 1562/1598 – IIa/VIIa Guerra di religione in Francia tra cattolici e calvinisti.

L’editto di Nantes emanato da Enrico IV di Navarra sancisce la libertà di culto: si sospetta una


conversione del re al protestantesimo. L’editto viene ritirato (“Parigi val bene una messa”) e
riconversione dopo l’uccisione del re da parte di un fanatico cattolico: debolezza della monarchia.
Caterina de’ Medici, regina madre mal vista perché associata a Machiavelli. I politici, in prevalenza
giuristi, si schierano a difesa della stabilità dello Stato.

Nuova visione politica: uomo portatore di diritti, uomo libero di scegliere.

Lo Stato nasce dall’accordo di individui. Il popolo sceglie il sovrano il cui potere è legittimato dal
consenso – gli uomini sono liberi per natura.

Scipione Ammirato e Boccalini studiano le opere di Tacito (“Annales” e “Agricola), che a differenza di
Livio non si sofferma solo sulla descrizione delle battaglie e campagne militari ma ha compreso la
complessa e spesso segreta logica dell’azione politica.
Critica alla politica priva di morale:

• “Volto demoniaco del potere” – Boccalini.

• Machiavelli come “mano di Satana” – Pole.

Gli Imperi che sono il vero risultato della volontà di dominio crollano su sé stessi per la loro propria
ingovernabilità. Troppo grandi per essere gestiti. La storia di Roma dovrebbe servire da monito per
coloro che puntano alla monarchia universale.

GIUSNATURALISMO E “PROBLEMA DEL METODO” I diritti di base sono:

• Vita. • Libertà.

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• Proprietà privata.

Il giusnaturalismo è anche detto “dottrina del diritto naturale”. Sente la necessità di riavvicinare la
morale alla politica.

Il ‘600 è detto il “secolo del metodo” poiché si applica il metodo matematico- deduttivo a tutte le
questioni riguardanti l’uomo, considerato il più vicino alla mente divina.

GROZIO (1583-1645) E’ un giusnaturalista, la sua opera più importante è “De iure belli ac pacis”
(1625), un’indagine sul diritto di natura: egli denuncia la situazione anarchica e di conflitto endemico
della società europea per la barbara

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attitudine di ricorrere alle armi anche per questioni di poco conto. Condanna la guerra, a meno che non
sia per difesa.

Lo Stato si fonda su un contratto a sua volta basato su due patti:

• Patto di unione: tra i cittadini.

• Patto di sottomissione: tra popolo e sovrano.

Il contratto non può essere scisso, non esiste alcun “diritto di resistenza”: “pacta sunt servanda”.

THOMAS HOBBES (1588-1679) Inglese, vive nel periodo di crisi “predetto” da More. E’ un cittadino
appartenente alla classe media. A causa delle continue rappresaglie che squotono l’Inghilterra.

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Sviluppa un profondo pessimismo nei confronti degli esseri umani. Questi sono portati per natura alla
crudeltà reciproca, attenti a soddisfare solo i propri bisogni senza curarsi del prossimo.

Nel “De cives” scrive: “homo homini lupo” – l’uomo è lupo nei confronti dell’altro uomo. Per mantenere
la pace è necessario che si venga a creare uno Stato forte e assoluto che costituisca una costrizione
della natura lupesca dell’uomo. Hobbes esaspera in un certo senso la teoria di stato assoluto di Bodin.
A questo Stato che si viene a creare, gli uomini devono cedere potestà assoluta sui loro diritti (compresi
quelli inalienabili di vita, libertà e potestà). Si viene così a creare un corpus artificiale, e più nello
specifico una persona artificiale o civile che si identifica nel sovrano. Dividere il potere equivarrebbe a
indebolirlo. Non è ammesso il dissenso nei confronti del volere del sovrano né è da considerare valido il
diritto di resistenza attiva.

In caso di guerra, se il re è deposto, significa che già il patto si era rotto, il monarca inetto cade da solo
sotto il giogo del nemico.

Ammesso il diritto di fuga se è in pericolo la vita dell’uomo.

Per quanto riguarda la religione, Hobbes appare chiaramente influenzato dalle recenti vicende storiche
che vedono il nascere della nuova Chiesa Anglicana. Egli sottolinea l’importanza di considerare la
religione come sottomessa all’autorità del sovrano. Il Papa è visto come un sovrano straniero, per
questo non può essere ritenuto al di sopra del re. Inoltre la ragione deve sempre prevalere sulla
superstizione. Distacco totale tra questioni spirituali e questioni temporali per mantenere la pace. Lo
Stato è paragonato al mostro biblico del “Leviatano” (titolo della sua opera più nota) che occupando
tutto il cielo, sovrasta il mondo e gli uomini – Dio mortale.

BENEDETTO SPINOZA (1623-1677) Vive nell’Olanda del ‘600, proviene da una ricca famiglia di ebrei
convertiti, di origine portoghese.

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Avverte che l’insidia più pericolosa per la ragione sia la superstizione, per questo occorre l’intervento
dell’autorità dello Stato nel liberare la religione proprio dalla superstizione. La Bibbia va considerata e
letta come documento storico. La natura divina è nella razionalità.

La società politica serve affinché gli uomini possano provvedere ai propri bisogni materiali e conseguire
il miglioramento della loro natura.

Le masse non comprendono che la vera conoscenza di Dio risiede nel sommo bene, solo il saggio
riesce a cogliere questa verità. La natura umana però non sopporta la costrizione assoluta, occorre
quindi temperare il potere. La natura della società politica è essenzialmente democratica poiché gli
uomini si associano in vista dell’utile di ciascuno e di tutti.

Il patto che da origine al potere sovrano non crea questo come un qualcosa di distaccato, bensì
appartenente al popolo stesso.

• Cittadini: hanno i loro diritti, attivi.

• Sudditi: privi di diritti, passivi.

L’obbedienza assoluta alla potestà sovrana è la conditio sine qua non può sussistere la società
politica garante di pace e sicurezza. Spinoza non riconosce la legittimità del diritto di resistenza attiva
nei confronti del potere tirannico, l’unico risultato sarebbe quello di distruggere lo Stato rischiando che
si instauri un nuovo regime assoluto.

Il potere assoluto non può assolutamente pretendere di governare i pensieri degli uomini, essi sono
ingovernabili.
Devono essere garantite sia la libertà di pensiero sia quella di culto. Il fatto che la Chiesa sia
sottomessa allo Stato non implica un’imposizione religiosa ai cittadini. Essi sono liberi di interpretare le
Sacre scritture in virtù del fatto che la ragione è il modo in cui si manifesta l’infinito intelletto di Dio.

PROBLEMI DELL’INGHILTERRA DOPO LO SCISMA ANGLICANO • 1534 – Enrico VIII emana l’Atto di
supremazia.

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• Condanna a morte di Carlo I e continui scontri in tutta l’Inghilterra.

• Restaurazione della monarchia dopo la dittatura di Cromwell.

• Contrasti tra Parlamento e Corona.

• Politico filo-francese attuata nel periodo degli ultimi due Stuart (1660-1689) nel tentativo di ricostruire
l’antica preminenza della monarchia.

• Il parlamento dichiara Guglielmo d’Orange nuovo re dopo la fuga di Carlo II.

• Due fazioni interne al Parlamento fino al 1831 (Reform Bill):

• Whigs: sostenitori dell’autonomia del Parlamento.

• Tories: difensori dell’autorità della Corona.

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JOHN LOCKE (1632-1704) E’ il segretario di Lord Ashley Shaftesbury, appartiene al partito dei Whigs.
Locke lo segue in esilio dopo che questi viene allontanato per essersi opposto a Carlo II.

E’ durante il periodo di esilio che scrive la sua opera maggiore “Due trattati sul governo”, pubblicata
nel 1690 a seguito della seconda rivoluzione (glorious devolution).

La prima parte dell’opera è dedicata alla confutazione delle tesi di Robert Filmer (autore del “Patriarca o
il potere naturale del re”), secondo le quali la famiglia si basa sul potere del padre (rimando alla figura
di Adamo). Locke ricerca il “principio pratico” su cui si fonda l’ordine civile e politico della società
inglese e per dimostrare che esso non si basa sull’autorità paterna analizza la società a partire dalle
sue origini.

L’individuo allo stato di natura è in grado di autogestirsi e vivere in pace se non intervengono catastrofi
o problemi esterni: antropologia positiva. L’uomo è infatti di ragione e buon senso. Esiste solo la legge
di natura.

Il potere politico nasce dall’esigenza di proteggere e ordinare la comunità, ma è ben diverso da quello
del magistrato sul cittadino, del marito sulla moglie, del padre sui figli e del padrone sullo schiavo.

Il potere politico è “il diritto di far leggi [...] per il regolamento o la conservazione della proprietà [...] per
la difesa da offese straniere e tutto questo per il pubblico bene”.

L’uomo gode di diritti inviolabili: vita, libertà, proprietà (pieno godimento dei beni acquisiti dall’individuo)
limitata dal criterio di necessità e autonomia/ indipendenza. Tutti sono, per natura, padroni di loro
stessi. La società politica nasce dall’accordo tra i singoli individui ed ha il compito di tutelarne i diritti.
Lo Stato ha dunque un’origine contrattualistica e deve essere amministrato seguendo il principio della
divisione dei poteri:

• Legislativo supremo: fare le leggi Parlamento

• Esecutivo dare attuazione alle leggi Corona

• Federtivo regola i rapporti internazionali (guerra/pace) Corona

• Il Re è comunque soggetto al Parlamento.

Manca il potere giudiziario in quanto considerato parte del legislativo. In caso di conquista, tirannide o
usurpazione, il diritto di resistenza è legittimato e, sciolto ogni vincolo, si torna allo Stato di natura. Il
potere è legittimato solo se c’è il consenso della maggioranza.

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Quello elaborato da Locke prende il nome di modello inglese o modello liberale, al quale si ispira la
Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America redatta nel 1776 dai padri fondatori (tra cui
Benjamin Franklin).

Il liberalismo economico: lo Stato fuori dall’economia, gli USA ne uscirono solo dopo il Crollo di Wall
Street del 1929 con l’intervento di F.D.Roosevelt che elaborò il New Deal, piano economico con lo
scopo di risollevare il paese dalla crisi.

“Epistola sulla tolleranza”: uomo libero anche a livello spirituale. Devono essere riconosciute le libertà
di coscienza, culto e associazione. Le uniche due eccezioni sono costituite dagli atei e da coloro che,
entrando a fare parte di una chiesa, diventano sudditi di un altro sovrano (come i cattolici in Inghilterra).

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GIAMBATTISTA VICO (1668-1744) Egli non vive nel pieno dell’Illuminismo, è un cattolico e per questo
è difficile collocarlo in una ben determinata corrente di pensiero.

Incentra la sua ideologia sull’importanza della storia che ribattezza, nella sua omonima opera,
“Scienza nuova”, scienza del mondo umano interpretata in chiave socio-politica.

Elabora il principio del “verum ipsum factum” (il vero è il fatto stesso) per il quale essendo l’uomo autore
e protagonista della storia può conoscerla a fondo e comprenderla, mentre essendo il mondo naturale
opera di Dio, non può che averna una conoscenza superficiale e annebbiata.

La storia viene così metaforicamente interpretata “il lume eterno nel mare di tenebre”. La ragione,
infatti, è propensione verso il vero, è definita come la “vis veri”, la forza del vero. La storia è vista da
Vico come un processo ciclico a tre fasi che rispecchiano contemporaneamente quelle della vita
dell’uomo:

1. Fase dei bestioni (fase pre-statale): infanzia prevale l’istinto (comunismo del mondo).

2. Fase degli eroi (stato delle famiglie): gioventù fioritura delle arti e della poesia.

3. Fase degli uomini (stato monarchico, aristocratico, democratico – passaggio conflittuale): maturità


prevale la ragione (scienza e filosofia).
Il cambiamento avviene sempre a seguito di una rivolta (anticipa Marx).

La miglior forma di governo per Vico è la monarchia poiché meglio garantisce la sicurezza.

Esempi di ripetizione storica:

La divina provvidenza è presente ma è l’uomo l’unico vero protagonista della storia.

Segue: MICHEL EYQUEM DE MONTAIGNE (1533-1592): Miglior forma di gorverno è la monarchia


illuminata, in quanto più lontana dal dispotismo.

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LA FRANCIA TRA ‘600 E ‘700 La Francia di Richelieu riesce a spezzare la potenza degli Asburgo e a
rinsaldare l’unità dello Stato. Luigi XIV continuando l’opera del cardinale aveva fatto della monarchia il
centro unificatore del paese, cercando altresì di imporre sul resto dell’Europa l’egemonia francese e
ristabilire l’ormai perduta unità di fede.

La monarchia è un diritto divino: i poteri del re si esprimono in una volontà assoluta temperata solo
dalla tradizione e dalla religione. La volontà soggettiva del sovrano diventa volontà oggettiva che ha
come fine la gloria e la grandezza della Francia e di conseguenza la felicità del popolo. In virtù di ciò gli
Stati generali non vengono più convocati e i Parlamenti vengono privati del loro diritto costituzionale di
rifiutare la registrazione delle leggi emanate in nome del Re. Alla morte di Luigi XIV i parlamenti
vengono reinvestiti dei loro poteri e riconosciuti come rappresentanti delle forze politiche che reclamano
una diretta partecipazione al governo della Francia.

La borghesia prende coscienza del suo peso sociale. Il dispotismo illuminato si scontra con la
sovranità demiurgica del legislatore.

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MONTESQUIEU (1689-1755) E’ un illuminista e costituzionalista francese, in contrasto non solo con le


tradizioni politiche del regno di Francia, ma anche con quelle degli altri Stati europei. Montesquieu è un
critico deciso dell’assolutismo: “la libertà è il bene che ci fa godere tutti gli altri beni”.

L’Esprit de Lois, 32 libri in 6 parti:

1. Forme di governo.

2. Monarchia costituzionale.

3. Rapporti tra leggi e ambiente.

4. Leggi relative al commercio, alla moneta.

5. Rapporto tra leggi e religione e culti.

6. Origine e formazione delle leggi.

Montesquieu definisce le leggi come “rapporti derivanti dalla natura delle cose”. Sono misure
necessarie per natura, non imposizioni. L’uomo è sopposto alla legge di natura e a quella divina anche
se dotato di razionalità e autonomia.
Montesquieu accoglie la concezione giusnaturalistica della società fondata sul consenso dei singoli
individui e prende la forma di contratto giuridico.

L’associazione progressiva degli uomini fa nascere la necessità del diritto, che si divide in tre tipi:

• Diritto delle genti: società.

• Diritto politico: governati e governanti.

• Diritto civile: individui.

Le leggi devono essere adatte al popolo che è ad esse sottoposto. Riprende Platone e Aristotele.

Problema della libertà: “libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono; se un cittadino potesse
fare ciò che essere proibiscono non sarebbe più libero, poiché tutti gli altri avrebbero anch’essi lo
stesso potere”.

La legge ha il compito di garantire e regolare la proprietà, la sicurezza e la tranquillità del cittadino.

• Leggi civili: norme di comportamento (alla base del sistema politico).

• Legge penale: sanzioni contro la violazione delle norme di comportamento.

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Tre tipi di governo:

NB: DISPOTISMO: Governo gestito in modo arbitrario (Persia-Francia); REPUBBLICA: Virtù e amor di


patria (aristocratica), passioni (democratica); MONARCHIA: onore.

La natura è la struttura della forma di governo, il principio è ciò che muove le azioni di governo.La
miglior forma di governo è la monarchia moderata.

L’organizzazione statale deve basarsi su:

• Legge

• Divisione dei poteri: importanza degli organi amministrativi minori dati in mano alla nobiltà di toga e, in
parte, alla Chiesa.

Montesquieu critica Bayle (scettico) poiché questi propone una società di atei. La religione è
importante per due ragioni sostanziali:

• Caratterizza la vita della società e di conseguenza il suo sistema giuridico.

• Funge da freno al dispotismo (vangelicattolicesimo)

• “Roma era una nave tenuta salda da due ancora nella tempesta: la religione e il costume (mos
maiorum)”.

Usi e costumi dei vari popoli, insieme con le condizioni geografiche del luogo in cui vivono, ne
determinano la struttura politica. Il tutto non è altro che il risultato di un lungo processo storico (albero):
svolte e rivoluzioni.

Ogni società ha la sua identità e la legge o la costituzione che meglio si confà ad una società non è
detto che vada bene anche per le altre. L’uomo tende ad essere etnocentrico e a considerare le
proprie usanze come superiori, cadendo in un pregiudizio ideologico nei confronti delle altre culture.
“Lettere Persiane”: viaggio immaginario di un persiano nella Francia settecentesca e conseguente
critica degli usi, della Chiesa e della politica monarchica. Opera che in maniera sottile va a denunciare il
sistema dispotico che vige in Francia.

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JEAN-JAQUES ROUSSEAU (1712-1778) Netta contrapposizione con l’Illuminismo. Ha il suo centro di


ispirazione negli ideali di libertà ed uguaglianza.

Visione positiva dell’uomo allo stato di natura: semplice. Una volta soddisfatti i suoi bisogni essenziali
egli è felice. Ciò che è negativo è il progresso storico, scientifico e artistico che scaturisce a seguito
dell’aggregazione sociale tra gli individui.

Il progresso, infatti, comporta l’arricchimento di una parte della società ed è a questo punto che, a
causa della nascita della proprietà privata, cominciano a sorgere le prime lotte.

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Nel “Discorso sulle scienze e sulle arti” spiega attraverso una similitudine la condizione umana nella
società a lui contemporanea: l’umanità è come una statua rimasta troppo a lungo sott’acqua e che se
riportata in superficie, risulterebbe ricoperta di incrostazioni a tal punto da non saper riconoscere chi
figura. La poesia e l’arte coprono la decadenza come l’edera che cela le catene.

La stessa Encyclopedie (di Diderot e d’Alembert) fa illudere l’uomo di poter dominare l’intero sapere e
nasconde i problemi reali.

“Discorso sull’origine e sull’uguaglianza”: l’uomo nello stato di natura è libero, uguale, pacifico,
solidale verso i deboli (pietas). La ragione spinge l’uomo all’egoismo, all’amore di sé stesso.

La società si ritrova in una condizione di “bellum omnium contra omnes”. Lo Stato stesso nasce dalla
necessità dei ricchi di tutelare il proprio potere e i propri possedimenti. Povertà e diseguaglianza
derivano dall’ineguaglianza e costituiscono un problema sociale, questo è il tema principale del
“Discorso sull’economia”, considerato la premessa del “contratto sociale”.

La visione politica di Rousseau si avvicina molto a quella platonica: esaltazione della democrazia
diretta e della proprietà comune. Il corpus sociale è visto come il corpo umano: io comune al tutto, la
cui volontà ha come fine ultimo il bene della collettività.

Gli uomini sudditi della LEGGE che garantisce la giustizia e la libertà, e che è espressione della volontà
generale cui tutti devono conformarsi in virtù dell’amore di patria. Catone il Censore preso come
modello.

La politica è intesa come fatto pedagogico: importanza dell’educazione.

La forza delle leggi grava sulla classe media, i ricchi la eludono mentre i poveri le
sfuggono. Economiae proprietà devono rivolgersi a favore della collettività, non a pochi singoli.

“Contratto sociale” (1762): il contratto sociale è alla base dello Stato e per convenzione fondamento
legittimo del potere. Alienazione dei diritti nella comunità: uomo diventa cittadino quindi depositario del
bene pubblico e partecipe dell’attività sovrana (sovranità indivisibile e sempre giusta in quanto agisce
per il bene comune).
Il sovrano coincide con il potere politico stesso. Lo Stato è conservato dalle leggi che sono distinte
inquattro tipi di legge:

1. Politiche o fondamentali.

2. Civili.

3. Penali.

4. Scritte nel cuore (costumi e usanze).

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La forma di governo perfetta è la democrazia pura: mai esistita e mai potrà esistere. La “democrazia
reale” è basata sui vari principi e divisione dei poteri:

• Legislativo: popolo.

• Esecutivo: governo.

Non vale la legge di maggioranza ma occorre un consenso unanime. I partiti sono banditi
dall’ordinamento politico.

Il problema religioso: il “culto dello Stato: sparisce a seguito del culto cristiano. La religione o culto
privato (rapporto più intimo con Dio) collegate alla religione del cittadino. La Chiesa per Rousseau non
è altro che un’assemblea di fedeli senza alcun potere temporale. Sono tollerate le diverse teorie
religiose a patto che non vengano violate (morte) e nessuna tolleranza per gli atei (espulsione dalla
società).

DAVID HUME (1711-1776) Filosofo, moralista, storico, politico appartenente all’Illuminismo inglese del
‘700. Razionalità nei confronti delle passioni e dei sentimenti che devono esprimersi secondo i dettami
della ragione empirica, consapevole dei suoi limiti e lontana dalla sete di sapere.

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Politica è ricondotta ai fatti, alle esperienze e alla storia. La politica deve ispirarsi allo spirito di
moderazione: un partito o una fazione non devono sopraffare le altre: favorevole all’indipendenza
americana.

Hume prende una posizione dichiaratamente anti-metafisica, l’interesse dell’uomo deve essere rivolto
solo a ciò di cui è possibile fare esperienza.

Tale esperienza viene poi tradotta in risultato pratico grazie all’intelletto.

Critica del giusnaturalismo che fonda la società politica su un principio puramente filosofico e alla
religione che è prodotto dell’insicurezza (anche se utile a livello di morale).

La politica deve essere considerata come una scienza e deve quindi saggiare su basi pragmaticamente
reali: fatti (esperienza pratica). Proprio per questo Hume vede nella storia un autentico “gabinetto di
sperimentazione”. La società politica viene organizzata secondo il principio di giustizia intesa come
espressione dell’utile sociale e conseguibile grazie alla cooperazione dei singoli individui.

Il criterio dell’utile viene altresì posto alle fondamenta della morale individuale e civile.
La giustizia ha il compito di:

• Salvaguardare la proprietà privata.

• Garantire il mantenimento delle promesse e degli accordi.

Hume critica la concezione idillica di uno stato di natura perfetto. La società comunistica di egualità è
irrealizzabile; per tenere a freno il desiderio di attività degli uomini, che romperebbe tale equilibrio, si
richiederebbe l’instaurazione di un potere tirannico.

Ciò che da origine alla società politica è il processo storico non il contratto (prodotto del razionalismo
illuministico), in particolare nasce da un atto di forza di una minoranza che impone la sua autorità su
una maggioranza disunita e mediocre.

I governi NON si fondano sul consenso ma sull’opinione (si ubbidisce per scelta). Esistono quattro tipi
di opinione:

1. Interesse: vantaggio generale.

2. Diritto.

3. Diritto di proprietà.

4. Diritto al potere.

Basandosi sulla storia e sulla tradizione, la società non può essere ricostruita ex novo. Bisogna dunque
innovare la società rifuggendo le rivoluzioni. La costituzione inglese è il risultato di un’esperienza
storica e fondata su una tradizione storica aperta alle innovazioni.

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Lo sviluppo della società va di pari passo con quello della razionalità, della cultura e delle arti
(considerazione antirousseauviana). La produzione artistica muove inoltre anche l’economia. Il lavoro
permette all’uomo di esprimere la sua personalità: arti meccaniche e arti libere.

Ciò che rende felice l’uomo sono:

• Azione

• Piacere

• Indolenza

Hume è contrario all’assolutismo e al dispotismo poiché rendono l’uomo inattivo, degradandolo. La


ricchezza concentrata nelle mani di pochi blocca l’economia. La troppa ineguaglianza tra i cittadini
indebolisce lo Stato. Si può progredire solo se c’è libertà.

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SMITH (1723-1790) E’ un economista inglese. La sua opera principale è “Ricchezza delle Nazioni”, in
cui analizza i rapporti tra economia e politica. E’ molto legato a Hume.

L’economia nasce dalla cooperazione tra gli individui, dunque il nesso economia-società è
fondamentale.
• Società naturale/civile: scaturisce dall’attività economica.

• Società artificiale/politica: le istituzioni proteggono l’ordine e garantiscono la giustizia.

La politica e la società crescono e si sviluppano solo se c’è un progresso economico. Riprende la


concezione di lavoro di Hume. La divisione del lavoro per attitudine consente una riduzione dei costi e
dei tempi di produzione. Se non c’è scambio di beni non c’è economia e quindi il progresso si arresta.

Il capitale va impiegato nella produzione. Il prezzo è il valore in termini monetari della merce, ma il
valore di scambio delle merci effettivo è il lavoro, poiché il prezzo indica la quantità di lavoro necessario
per la produzione di merce.

Alla base dello stato dunque non c’è alcun contratto, bensì l’attività economica poggia sul lavoro.
Losviluppo economico si ha in tre tappe:

• Caccia.

• Pastorizia: il capitale può aumentare.

• Agricoltura: accumulazione.

La società politica che gestisce quella civile si basa sul concetto di subordinazione:

1. Qualità fisiche ed intellettuali (forza-saggezza).

2. Età.

3. Ricchezza.

4. Distinzione di nascita (nobiltà).

Chi non ha un capitale, una proprietà, non può far progetti per il futuro. Lo Stato deve garantire una
giustizia, ma perché posso farlo il potere giudiziario e quello esecutivo devono essere necessariamente
divisi.

Libertà politica ed economica: “Teoria dei sentimenti morali”

Il principio della libera concorrenza: in economia e in politica senza distinzioni sociali, confronto tra
individui nel rispetto della giustizia.

A favore della liberalizzazione del commercio internazionale. I problemi sociali suscitati dal processo di
sviluppo industriale, anticipa e mette le basi per l’analisi marxista.

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INDIPENDENZA USA Vittoria sulla madrepatria nel 1774, dopo quattro anni di guerra.

Il 4 Luglio 1776 viene approvata la Dichiarazione di Indipendenza ispirata alle teorie di Locke e
Montesquieu. E’ la società degli uomini uguali e con diritti inviolabili quali: vita, libertà e perseguimento
della morale.

Il testo della costituzione di tipo federale è redatto nel 1787, sottoposto per la ratifica alle assemblee
legislative degli Stati.

Hamilton, Jay e Madison scrivono “Il Federalista”, può essere diviso in quattro parti:
1. Necessità dell’unione e organizzazione confederale.

2. Governo nazionale forte.

3. Principi base: Repubblicano, limiti ai singoli stati e divisione dei poteri.

4. Organizzazione e reciproci rapporti:

4.a.Legislativo: Camera dei Rappresentanti e Senato.

4.b. Esecutivo: Presidente degli USA

4.c.Giudiziario

Critica alla democrazia diretta e propensione per quella repubblica rappresentativa. Problema dei
rapporti tra maggioranza e minoranza. “Democrazia in America” di Toqueville.

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BURKE (1729-1797) E’ lo scrittore politico di maggior rilievo del ‘700 inglese. Resta colpito dalla
Rivoluzione Americana e Francese ispirate agli ideali di Montesquieu. Analizza la teoria secondo cui la
società politica è il risultato di un lungo processo storico e unifica le attività sociali, studiando la società
americana al tempo delle colonie inglesi.

Il parlamento deve riconoscere che ormai le colonie sono autonome. Non si tratta nemmeno più di
colonie visto il livello di organizzazione sociale e statale che hanno raggiunto. Hanno ormai anche una
propria tradizione culturale, religiosa e politica. Sono del tutto indipendenti.

Burke suggerisce che l’Inghilterra dovrebbe abbandonare il suo ruolo imperialistico e assumere quello
di guida nei confronti dei paesi assoggettati. Propone nel 1775 la trasformazione dell’Impero
inCommonwealth. Più che per le colonie americane, che se non altro hanno la lingua in comune con
l’Inghilterra, questa soluzione avrebbe ridotti i problemi legati ai domini come quello delle Indie (Warren
Hastings governatore).

Vanno riconosciuti i diritti dei popoli considerati erroneamente inferiori. Non esiste giustificazione alla
tirannide. Devono essere stabiliti dei rapporti fondati su principi di comune giustizia e il Parlamento
deve vigilare che non vengano violati.

All’inizio della sua carriera Burke esamina i problemi relativi al rapporto tra Corona, governo e
Parlamento. E’ necessario pervenire a un vero giudizio politico che regoli gli interessi delle parti e in
linea con i principi fondamentali del sistema costituzionale inglese.

“Discorso sulla mozione di conciliazione con le Colonie”: la Corona corrompe il parlamento per
attaccare la maggioranza sulle decisioni amministrative.

L’attività politica e amministrativa devono restare separate:

• Attività politica: compito di individuare i fini della collettività e i mezzi per raggiungerli.

• Attività amministrativa: realizzazione dei fini attraverso i mezzi a disposizione.

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La politica inglese è come un mosaico le cui tessere sono sconnesse poiché ciascuna fazione ricerca
l’utile per sé e viene quindi a mancare il principio di unione. La capacità d’azione politica se vuole
essere efficace deve trovare riscontro non solo nella maggioranza tra i partiti ma anche nell’opinione
pubblica che deve dunque avere una sua rappresentatività in parlamento.

L’opera più importante è “Riflessioni sulla rivoluzione francese” del 1790, in cui lo scrittore esprime la
sua convinzione che debba sussistere un nesso tra la storia e la politica. Timore per il nuovo governo
francese: partito dei Whig diviso in due, la maggioranza è favorevole alla rivoluzione francese (Fox), la
minoranza a sfavore.

Per Burke sbagliano coloro che vedono nella rivoluzione francese la “ripetizione” della glorious
revolution inglese. La prima mira a cancellare la tradizione (l’Ancien Regime) mentre la seconda vuole
difenderla (parlamento sceglie il miglior Re, Guglielmo d’Orange).

Riprende la critica alla ragione illuministica già svolta nel “Vindication of natural society”.

La politica deve rifarsi a un tipo di ragione “plasmata” sull’esperienza e non su un modello ideale che
non può di fatto essere realizzato se non in un mondo ipotetico. La storia e la tradizione pongono in
essere e danno valore alle istituzioni.

La società che vuole cancellare la sua tradizione non sa rinnovarsi e dunque nemmeno conservarsi,
poiché perde ciò che la rende unita come Stato.

La riforma giuridico-economica in Francia mira a escludere dal governo clero e aristocrazia, ma non a
favore di tutto il popolo, bensì solo dell’alta borghesia. Si viene a creare un governo oligarchico che
fonda il suo potere sulla forza. L’esercito è il vero padrone della Francia e quando arriverà un generale
capace di conquistare la fiducia tornerà ad instaurarsi una nuova tirannia (Napoleone).

Per creare un buon governo occorre contemperare gli elementi di libertà e freno. Lo Stato non è posto
in essere dal contratto sociale ma dalla storia e dalla trdizione. Burke ispira Hegel.

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IMMANUEL KANT (1724-1804) Le opere di Kant sono: Critica della Ragion Pura, Critica della Ragion
Pratica e Critica dei giudizi.

All’origine dello Stato c’è un contratto che persegue gli interessi comuni. Kant ritiene che la divisione
dei poteri deve essere alla base della politica.

Kant critica fortemente Machiavelli. Al centro della filosofia c’è l’individuo che viene difeso e valorizzato
nell’ambito politico. Kant esalta la libertà. La difesa dell’uomo nasce con l’ideologia Kantiana: l’uomo è
un essere razionale.

Filosofia: esamina i fondamenti della ragione. Kant procede sempre per legge universale perché
è convinto che tutto deve fondarsi su delle idee razionali e non nei fatti.

La politica è subordinata alla morale e alla legge universale. Il diritto e la morale: la morale regola
relazioni interne e il diritto le relazioni esterne, quindi è una regola formale che regola le azioni esterne
(la forma delle azioni e relazioni), è coattivo cioè non basta una legge scritta ma serve anche una legge
interna e questo implica l’uso della forza per porre obbedienza.

Il diritto rende possibile la convivenza tra gli uomini: stabilisce il limite della libertà dell’uomo. La libertà
di cui parla Kant non è mai nei confronti dello Stato bensì tra l’uomo.
Le leggi devono avere un percorso di approvazione da parte del popolo.

La conoscenza si fonda sull’esperienza empirica, le sensazioni sono il materiale grezzo che viene
plasmato dalla ragione. La libertà è il punto di passaggio dalla ragion pura alla ragion pratica. Tutto
quello che facciamo è possibile per mezzo della libertà che è connessa alla volontà dell’uomo che ha
per oggetto la legge morale:

• “fondamento dell’agire pratico volto a conseguire la felicità”.

Kant distingue:

• Bene morale: connesso con i principi a priori.

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• Felicità: connessa ai sentimenti.

Lo Stato deve garantire la libertà di uguaglianza agli individui e deve essere formato da tre poteri:

• Potere sovrano: risiede nel legislativo.

• Potere esecutivo: risiede nel governo.

• Potere giudiziario: risiede nel corpo dei giudici.

Le forme di stato per Kant sono tre:

• Autocrazia: governo di uno su tutti (forma più semplice).

• Aristocrazia: governo di pochi su tutti.

• Democrazia: governo di tutti su tutti (forma più complessa).

L’uomo è libero di far conoscere le proprie idee (uso pubblico della propria ragione).

La Chiesa: lo Stato deve garantire piena autonomia alla Chiesa dove i sacerdoti e i credenti sono
obbligati a rispettare le leggi. La fede è un atto di fede nell’esistenza di Dio ed è fondamentale per Kant.

Kant dice che l’uomo è uguale di fronte alla legge e libero; egli ritiene giusti gli ideali della
Rivoluzione francese ma pensa che l’insurrezione annienti la sovranità e riporti lo Stato civile a quello di
natura. L’unica resistenza che ammette è contro il potere esecutivo e non contro quello legislativo.

La natura: pone l’uomo ad essere degno di una vita felice. L’uomo dentro di sé ha due tendenze: la
socievolezza e l’insocievolezza. L’uomo bandirà la guerra quando capirà che non si sono né vinti né
vincitori.

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HEGEL (1779-1831) • Idealista massimo.

• Nesso indissolubile tra politica-storia-filosofia: alla luce delle varie rivoluzioni.

• Visione positiva delo Stato: “Lo stato è la realtà della libertà concreta”.
• Legami tra religione e ordine politico: la religione è il modo di essere originario su cui si fonda l’identità
della comunità.

“La Costituzione della Germania”: processo mediante cui si viene a definire il passaggio da moltitudine
a popolo ed il conseguente processo di elaborazione di leggi e istituzioni. La confederazione germanica
non è più uno Stato, infatti i suoi ordinamenti e la sua struttura non sono più in linea con le necessità
del popolo. Lo Stato perde la sua essenza dal momento che viene meno l’unità tra le sue parti (150
circa sovrane e indipendenti). Lo Stato è importante per la difesa, ma se non è unito non può riuscirci
(Italia).

La causa di ciò è da ricercare nell’origine storica della Confederazione (riprende Montesquieu):


sentimento di libertà. “Astuzia della ragione” (Napoleone, Cesare). Dopo la Riforma protestante che
va a scemare l’unità religiosa.

Il “Principe” di Machiavelli prima opera in cui viene concepita l’idea di uno stato forte. Hegel è contro il
particolarismo. Lo Stato però non deve essere tirannico nella sua azione ma deve richiedere la libera
partecipazione e attività dei cittadini.

Il concetto di intero unifica le parti e si esprime come eticità. Lo statalismo (platonico-aristotelico) e il


liberalismo insieme (destra e sinistra hegeliana):

• L’individuo esiste nel popolo e per il popolo.

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• Lo Stato è il risultato del divenire della storia dialettica: procedimento logico che coglie l’essenza del
divenire (antitesi-sintesi-tesi).

• Libertà: essenza dell’uomo e fondamento del diritto.

• Il diritto è la forma di autodeterminazione della volontà.

Tre sono le sfere giuridiche:

1. Proprietà (homo sine pecunia imago mortis est).

2. Contratto: riconoscimento sociale della proprietà.

3. Illecito (diritto vs torto): punizione per chi non rispetta il patto.

Eticità:

• Famiglia.

• Società civile.

• Stato.

La moralità è la sfera propria delle azioni indirizzate al bene.

Hegel rifiuta la concezione giusnaturalistica e contrattualistica della società e dello Stato. L’individuo se
non è considerato all’interno di un gruppo è una mera astrazione.

La società civile è basata sul “sistema dei bisogni” (riprende gli economisti Smith, Jay e la concezione
del lavoro).
Gli stati sociali (o stande): •

Proprietari terrieri.

• Agricoltura. Corporazione

• Industria.

Diritto e polizia: potere di vigilanza e tutela.

I 3 poteri sono distinti (rapporto armonico) ma non divisi (crea contrasto la limitazione). Il sovrano
unifica in sé i poteri legislativo e governativo. Il monarca legifera con un’assemblea legislativa divisa in
due camere.

La Costituzione politica deve fondarsi sulla classe media. Il diritto internazionale è utilizzato per il
rapporto con gli altri stati. Hegel procede per triadi: filosofia dello spirito.

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RIVOLUZIONE INDUSTRIALI E LE ORIGINI DEL SOCIALISMO IN INGHILTERRA.

• 1810-1814: crisi economica.

• 1830: si viene a formare un nuovo sistema produttivo che prende nome di Rivoluzione industriale.
Fenomeno che parte da Francia e Inghilterra.

• Nuovi problemi nel rapporto economia-politica.

• Macchinismo: sostituire il lavoro di manodopera, in seguito alle guerre napoleoniche si verifica una
sorta di nuova crisi: salari abbassati e prezzi più alti.

• Gli industriali abbassano i salari, assumono donne e ragazzi, impongono orari di lavoro massacranti in
condizioni pessime. Molti operai vengono licenziati poiché le fabbriche falliscono: alto tasso di
disoccupazione.

• I bassi salari costringono poi ad adattarsi a condizioni di vita squallide in vecchie abitazioni nei
quartieri ghetto della periferia cittadina.

• Nasce così la “questione sociale”, analisi del problema delle condizioni di vita della classe lavoratrice.

• Teorici dei problemi sociali:

• Owen (GB).

• Sain-Simon (FR).

• Proudhon (FR).

• Sindacalisti, dirigenti di cooperative operaie o associazioni.

• Orientamento culturale che prende nome di socialismo (termine apparso per la prima volta sul
giornale inglese “Cooperative Magazine” nel 1827).

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• Individualismo vs socialismo: il socialismo si batte a favore della classe operaia. Le continue lotte del
“movimento operaio” (inglese) riescono ad ottenere la riduzione delle ore di lavoro a 8, a far approvare
le prime leggi sul lavoro e a creare le prime organizzazioni sindacali (Union trades).

• “Corte del popolo” riforme politiche e sociali che devono essere adottate dal parlamento.

• Cartismo: primo grande movimento di massa nella storia contemporanea.

ROBERT OWEN (1771-1858) Problema dei lavoratori: le condizioni di vita e di lavoro sono pessime e
massacranti.

Il problema economico che ne deriva: il principio di libera concorrenza spinge i capitalisti a ridurre tutti
i costi di produzione e quindi i salari. Questo comporta una aumento eccessivo della produzione che
non riesce ad essere smaltita dal mercato giacché la maggior parte della popolazione non ha sufficienti
capacità di acquisto. Il blocco economico è inevitabile e uscirne diventa un’impresa più che ardua.

“Lavoratore è una macchina di secondaria importanza”.

Bisogna allora sostituire il principio di concorrenza con quello della cooperazione. La felicità del singolo
è legata a quella della comunità. E’ possibile plasmare la comunità mediante certi mezzi: sistema
educativo, riforma graduale (prima in certe fabbriche per verificarne i miglioramenti – fabbriche tessili di
Lanark).

Controllo sull’urbanistica città-industria, la popolazione non superiore ai 2000 abitanti a planimetria


rettangolare con tutti i servizi.

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Si diventa dirigenti con l’età e la giusta esperienza. I rapporti di cooperazione sono tra le singole
aziende-comunità. Il lavoro è l’unita di misura per regolare gli scambi.

SAINT-SIMON (1760-1825) Alla luce delle problematiche scaturite dalla verie guerre/rivoluzioni di fine
‘700, Saint-Simon elabora la sua convinzione che la società debba essere considerata come un vero e
proprio tutto che trae origine dall’attività economica. Il metodo scientifico è applicato alla conoscenza
sperimentale. Egli ha una concezione scientifico-positiva della società.

Positivo: ciò che conosciamo sulla base dell’osservazione sperimentale e che è utile all’individuo e alla
comunità.

Sistema di governo affidato agli scienziati, già proposto da Bacone e ripreso da Saint-Simon nella
“Introduzione ai lavori scientifici del XIX secolo” (1808).

Applicare la scienza alla politica basando il tutto sul ragionamento e sull’esperienza. In


occasione del congresso di Vienna (1814) per fissare il nuovo assetto politico europeo a seguito
della sconfitta di Napoleone, Saint- Simon propone l’adozione di una costituzione parlamentare su
modello di quella inglese e la costituzione di un parlamento generale europeo che costituisca un
organismo con potere sovranazionale per regolare i rapporti tra le nazioni.

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CASE
FABBRICA

PIAZZA

CENTRO SERVIZI

In Francia le continue lotte sono ancora legate alla rivoluzione. Per porvi rimedio si deve studiare il
passato e rendersi conto che la società ormai è cambiata in modo radicale e non accetta più i vecchi
ordinamenti. La storia è importante.

Il sistema teologico feudale costituisce un passo avanti nella storia greco- romana poiché unifica
l’Europa dal punto di vista spirituale e civile. La società feudale viene abbattuta quando cominci a
entrare in gioco la classe lavoratrice, in particolare quella degli industriali poiché trovano un “valido
appoggio nella monarchia che li usa come pretesto per privare l’aristocrazia feudale di poteri e mezzi”.

Due nuove forze tra l’anno 1000 ed il 1400:

• Industriali (commercianti).

• Sapere scientifico: al contrario di come molti affermano, portato avanti dal clero stesso.

Da queste due forze combinate nacquero grandi scoperte (come la polvere da sparo). La Riforma
protestante è il primo attacco al potere spirituale della Chiesa e al potere temporale della Monarchia.
Nel ‘700 Luigi XIV si allea con un’aristocrazia ormai priva di potere ponendosi contro i Comuni e non
riconoscendo la giusta importanza alla nuova forza del paese: la borghesia.

La rivoluzione sancisce la fine definitiva del sistema teologico-feudale da sostituire con quello
scientifico-industriale: nuovo sistema sociale.

Ma i filosofi borghesi ben sanno criticare il vecchio ma non sono poi capaci di crare un nuovo valido
ordinamento. Tra 1789 e 1806 si alternano varie costituzioni, la debolezza deriva dall’inconsistenza dei
principî alla base delle costituzioni stesse. Si passa da monarchia a repubblica giacobina, al direttoriale
e all’Impero napoleonico. Napoleone stesso è destinato alla disfatta poiché cerca di rinnovare l’antico
sistema teologico-feudale mediante una nuova nobiltà militare.

Il 1813 segna il ritorno della monarchia in Francia su modello di quella inglese. Saint-Simon non
appoggia le rivoluzioni che sono scosse al processo storico che non tengono conto della reali
condizioni e necessità della società.

La Corte costituzionale concessa da luigi XVIII attua un sistema provvisiorio che deve condurre al
sistema scientifico-industriale. L’industria è l’unica garanzia e fonte di ricchezza per la società.

La politica è la scienza positiva dell’organizzazione sociale. La storia è in costante progresso. La


politica i basa sullo studio dei fatti sociali. L’uomo domina la natura. La vera rivoluzione è quella
industriale poiché da’ origine alla società contemporanea.

La società è l’unione volontaria mediante il contratto sociale e basata sulla cooperazione. Necessari
periodi di crisi sfociano in rivoluzioni.

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Anche la classe dirigente che detiene il potere si è trasformata nel corso dei secoli: con la rivoluzione la
borghesia sottrae all’aristocrazia il potere. La nuova classe politica è borghese e in stretto rapporto con
l’industria e ai suoi capi.
Saint-Simon scrive il “Organizzatore” (1820) dove da importanza alla classe industriale nella società
contemporanea (sono compresi anche gli scienziati e artisti). La vecchia classe dirigente è ormai
inutile. Muta il rapporto comando- obbedienza che viene razionalizzato e non è più imperioso, direttivo
è il comando. Teorizza la società dei collaboratori.

La libertà sociale: piena esplicazione delle capacità personali di ciascuno. La libertà è il risultato del
progresso. Saint-Simon propone che la classe industriale assuma la direzione dell’intera attività
produttiva.

Tripartizione dei poteri a fondamento della costituzione liberale, il parlamento è diviso in 3
camere(composte da uomini di scienza):

1. Dell’invenzione: elaborazione dei progetti.

2. Dell’esame: esame dei progetti.

3. Dell’esecuzione: attuazione dei progetti.

Si ha una nuova religione chiamata “nuovo cristianesimo”, più vicina alle esigenze della società
industriale contemporanea. Il primo comandamento: “trattare gli altri come fratelli”. Lo scopo è quello di
raggiungere il vantaggio per tutti: “lo scopo del lavoro della comunità deve essere quello di aiutare i
meno abbienti”. Bisogna liberarsi del particolarismo e dell’individualismo che disgrega la società. Il
rinnovamento ha un carattere etico-civile.

BENJAMIN CONSTANT (1767-1830) Ritorno di Luigi XVIII con la fine dell’Impero Napoleonico nel
1813. Il sovrano concede una carta costituzionale su modello inglese in cui viene sancita la divisione
dei poteri:

• Esecutivo: Re.

• Legislativo: Parlamento.

• Camera dei deputati (elezione base censitaria).

• Camera dei Pari (nomina regia).

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• Giudiziario: giudici di nomina regia.

I nuovi partiti:

• Ultrarealisti: aristocratici a favore della restaurazione.

• Indipendenti liberali: Constant.

• Dottrinari: razionalisti.

• Buonapartisti

• Repubblicani

Gli ultimi due sono minoranze che reagiscono al carattere repressivo e reazionario della seconda
restaurazione a seguito dei Cento giorni di Napoleone.
• Governo moderato di Martignac.

• Governo conservatore del Principe de Polignac.

• Scioglimento della camera.

• Luigi Filippo d’Orleans nuovo re.

• Riforma liberale della costituzione:

• Abolizione dell’ereditarietà della camera dei pari.

• Legge elettorale: riduzione del censo.

• Forze socialiste sempre più forti.

• 1848 – Rivoluzione di Febbraio: fine monarchia, IIa Repubblica.

Constant è vicino alla cultura romantica. Il principio fondatore dell’ordinamento politico, in accordo con i
mutamenti sociali e politici degli ultimi tempi è la libertà, in particolare la libertà individuale. Non è giusto
asservire la minoranza alla maggioranza.

La sua opera “Principî di politica applicabili a tutti i governi” (1806). L’amore per la libertà è collegato ai
valori morali: rapporto direttamente proporzionale e rifugio nella fede e in Dio.

La libertà religiosa, la libertà di pensiero, la libertà di parole e di scrittura sono libertà politiche
fondamentali. Queste libertà riconosciute dalla legge costituiscono i limiti al potere politico, che è
legittimo solo se c’è il consenso dei cittadini, la volontà.

E’ contrario all’idea rousseauviana della cessione dei diritti al sovrano assoluto. Gli antichi non devono
alcuna nozione circa i diritti inviolabili. Le nuove istituzioni mirano a mantenere la pace, non a
conquistare nuovi domini. Libertà e indipendenza del potere.

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La libertà individuale regola anche l’attività economico-produttiva, in modo da garantire la libertà


industriale (richiami a Smith). La proprietà privata è la base del sistema economico. I compiti dello Stato
sono:

• La difesa dai nemici.

• Il mantenimento dell’ordine pubblico.

• L’amministrazione della giustizia.

• L’intervento nelle grandi opere di interesse pubblico.

Seconda opera di Constant è “Dello spirito di conquista e dell’usurpazione” contro il nuovo ordinamento
politico instaurato da Napoleone, tra il 1799 e il 1813, fondato sulla forza militare i cui fini sono la guerra
e la conquista: usurpazione diversa dal dispotismo, in quanto non preclude le libertà ma le svuota di
senso volgendole al suo favore. Formalmente è un governo legittimato dalla legge ma di fatto è
arbitrario, assoluto.

La guerra lo porta all’autodistruzione. La monarchia costituzionale che si instaura dopo la caduta di


Napoleone deve fare attenzione a non ricadere nello stesso errore, cioè di violare le libertà
fondamentali che non dipendono dall’attività politica. Per far ciò è indispensabile la divisione dei poteri:
1. Reale: centro funzione armonizzante sugli altri (può sciogliere camere e governo).

2. Esecutivo: governo.

3. Rappresentativo durevole: Camera dei Pari.

4. Rappresentativo dell’opinione: Camera dei deputati.

5. Giudiziario: giudici (la grazia può essere concessa solo dal Re).

E’ pericoloso concedere il diritto elettorale a coloro che non godono di un’indipendenza economica
poiché sono o facili da corrompere o facili da ingannare no alla democrazia. L’autonomia locale si
divide in comuni e circondari.

TOQUEVILLE (1805-1859) Rapporto tra uguaglianza e libertà di tipo armonioso. Il liberalismo non deve
contrapporsi alla democrazia, né viceversa. L’interesse per gli USA e per la società statunitense. In
America: banco di prova della democrazia che per Toqueville rappresenta il fine a cui tende il processo
storico.

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In Europa la democrazia è tenuta a distanza dai sovrani che la temono ma di fatto si sta già
sviluppando all’interno della società.

• Società aristocratica: principio di libertà.

• Società democratica: principio di uguaglianza.

Forza della democrazia americana nelle sue radici storico-culturali: religione, libertà civile e politica.
Nell’espansione sono tutti uguali e lavorano insieme con spirito di solidarietà. Non ci sono grossi
dislivelli sociali, dunque è più semplice creare un sistema legislativo che eviti l’accentramento delle
ricchezze nelle mani di pochi.

Si tende a creare un vasto ceto medio e far rientrare coloro che restano in una condizione inferiore
all’interno della classe prevalente: spinta al progresso.

Se c’è uguaglianza economico-sociale in genere c’è anche uguaglianza intellettuale e morale. La


sovranità del popolo implica l’estensione del diritto di voto a tutta la popolazione suffragio universale. La
democrazia si fonda sull’opinione pubblica. La risoluzione dei problemi risiede nell’azione pratica e
coordinata della collettività. La democrazia in America ha portato i cittadini a sviluppare una forte virtù
civica, un senso di responsabilità nei confronti della legge e una propensione per l’attività sociale
(progresso dei ceti minori).

GIUSEPPE MAZZINI (1805-1872) Mazzini sviluppa una teoria democratica repubblicana: esalta le
libertà politiche, civili e sociali; riscatto e promozione delle classi lavoratrici, del socialismo e del
comunismo.

Mazzinianesimo: sottolinea la società dell’individuo cioè il suo compimento nella società umana quale
la famiglia, il Comune, la società stato, ecc.

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Mazzini si occupa di descrivere il rapporto tra individualità e famiglia: questo avviene attraverso un
salto da pensiero all’azione attraverso elementi etico- spirituali come Dio e l’umanità. Dio attua il
progresso attraverso l’umanità quindi ogni individuo ha un proprio compito. La nuova società dovrà
crearsi sulla base dell’idea “Dio e il popolo”. La rivoluzione quindi dovrà essere popolare e razionale.

La nazione: insieme di individui uniti dagli stessi principi, idee e fini.

L’umanità: presupposto di nuova solidarietà tra i popoli cioè una “Santa Alleanza dei Popoli”.

Democrazia repubblicana: unica forma di governo possibile dove i cittadini sono eguali, liberi e
indipendenti che godono della libertà di pensiero, di associazione, di parole, di coscienza e di stampa. Il
sistema è basato sul suffragio universale e su una rappresentanza nazionale.

Comuni: terzo organo molto importante. Mazzini dice che lo Stato deve assicurare l’autonomia
territoriale ai Comuni: ci devono essere 12 regioni ognuna contenente 100 comuni con almeno 20.000
abitanti e suddivisi in distretti. Allo Stato spetta la formulazione del fine della comunità nazionale e ai
comuni la messa in pratica di tale fine.

Mazzini critica la concezione comunista e socialista di Saint-Simon perché dice che avendo diviso la
popolazione in tre classi, gli industriali non potevano partecipare al governo e quindi erano considerati
una classe passiva.

Il popolo: ha una funzione attiva attraverso le elezioni. Mazzini non disconosce comunque una élite
artistica, scientifica o ecc. che si eleva rispetto al popolo e ne detta le direttive.

La proprietà privata: deve essere associata permettendo a tutti di trarne vantaggio in modo da
arricchire tutti. Lo Stato deve istituire un “fondo nazionale” destinato al credito, alle associazioni operaie
in modo di consentire ad esse di svolgere l’attività produttiva.

PROUDHON (1809-1865) Attento assertore della classe operaia che introduce nel socialismo la nuova
concezione della proprietà: essa non deve assolutamente esistere perché considerata un furto in
quanto non pone gli individui su un piano di uguaglianza bensì pone il proprietario superiormente e
colui che lavora è sfruttato e non gode delle ricchezze per cui lavora.

Il nuovo sistema di governo deve essere una nuova associazione che si basa sul mantenimento
dell’uguaglianza ponendo al centro il lavoro, considerato come manifestazione della vita,
dell’intelligenza e della libertà.

Aspetti negativi del sistema produttivo:

• Divisione del lavoro: da un lato aumenta il benessere del lavoratore che non si trova costretto a
dispiegare le proprie energie ma si sente tolto le sue capacità intellettuali.

• Introduzione delle macchine: provoca in parte disoccupazione e riduzione dei salari.

• Libera concorrenza: unico elemento positivo che garantisce un certo equilibrio, qualora mancasse si
assisterebbe alla caduta della tensione lavorativa.

Per creare la nuova società, i lavoratori devono essere i veri soggetti attivi per poter dirigere il sistema
produttivo ed amministrarlo. Proudhon, infatti, esalta una “compagine operaia” cioè un’associazione
che ricava ugual guadagno da una gestione dell’industria aiutata dallo Stato e dall’istituzione di una
Banca del Popolo per concedere credito gratuito ad interessi molto bassi.
Sono garantiti quindi i diritti dei lavoratori e delle piccole aziende. Le istituzioni sono legate da un
contratto, cioè da un accordo tra individui che riconosce le indipendenze e le autonomie dei due e che
si scambiano beni e servizi.

Stato: si dissolve ed è sostituito da organizzazioni produttive. Lo Stato deve riconoscere libertà di


religione alla sfera dei privati, libertà alla scuola di adoperarsi all’istruzione mediante apprendistato e
quindi attraverso mestiere; i ministeri sono sostituiti da amministrazioni dipartimentali; la politica estera
non ha più ragione di esistere.

Si deve creare una forma di autogestione e auto-organizzazione dove lo Stato si occupa soltanto di
dirimere i conflitti. L’ultimo gradino è la creazione di un sistema governativo federale che riconosca alle
città-comuni piena autonomia.

1864 – un gruppo di operai pubblica “il Manifesto dei sessanta” e per la prima volta i lavoratori sono
sollecitati a votare per dei propri rappresentanti. Proudhon pensa però che alla classe operai sia stata
riconosciuta una capacità legale ma non una capacità formale. Secondo Proudhon il pieno progresso
della classe operaia potrà essere raggiunto soltanto mediante un’alleanza con la media borghesia.

MARX (1818-1883), ENGELS (1820-1895)

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Marx porta ad analizzare attraverso critiche gli scritti di Hegel per arrivare alla propria idea espressa nei
suoi scritti:

• La questione ebraica.

• Critica della filosfia del diritto di Hegel.

• Manoscritti economico-filosofici.

Marx pensa che come gli Ebrei ottennero un’emancipazione e il riconoscimento dei propri diritti, anche
la classe proletaria, godendo di un’emancipazione propria, possa effettuare una rivoluzione non politica
bensì radicale.

Engels per idee similari a Marx considera la rivoluzione industriale in Inghilterra un fatto molto negativo
che ha causato problemi di sovrapproduzione, concentrazione del capitale in poche mani e
proletarizzazione di tutta la media borghesia.

Secondo Engels ci sono tre classi:

1. Aristocrazia terriera.

2. Aristocrazia del denaro.

3. Democrazia lavoratrice (deve attuare una modificazione del sistema)

Per Marx la politica è il passaggio da un sistema capitalistico ad uno comunista. Il sistema capitalistico
è sinonimo di negazione e di alienazione dell’uomo ove le sue capacità sono oggettivate e concentrate
soltanto per produrre mezzi. L’uomo è considerato solamente un oggetto che serve al capitalista per
arricchirsi.

Mark distingue tre tipi di comunismo:

1. Comunismo rozzo: mera abolizione della proprietà privata.


2. Comunismo rustico: abolisce lo Stato ma non risolve l’alienazione.

3. Comunismo: vera e propria soppressione della proprietà privata e affermazione dell’umanità


dell’uomo.

Ideologia tedesca (1843-1847): scritto di Marx ed Engels dove i due espongono la loro concezione


comunista. L’attività dell’uomo ha molto valore perché, al contrario degli animali, è in grado di produrre
utensili e pensieri, una morale, le idee ecc.

Secondo Marx, la filosofia è solo un’ideologia perché sostiene che il pensiero ha una natura che però
non è connessa alla mente che lo produce.

Nella nuova concezione della storia acquista importanza l’economia, cioè lo studio dell’attività
produttrice Il passaggio da campagna a città si identifica con la divisione del capitale dalla proprietà
fondiaria. La formazione della proprietà privata è stata resa possibile dal commercio che ha unito tutte
le città anche lontane.

Il comunismo si afferma come appropriazione da parte del proletario delle fonti produttrici, partecipando
al controllo di quest’ultima. Solamente in questa società si attua la vera libertà dell’individuo che si
realizza come “uomo totale”, si eliminava il principio di divisione del lavoro e si abolisce lo Stato che
viene sostituito dall’associazione dei liberi lavoratori che si occupa dell’intera produzione.

Nel 1857 Marx mette in guarda il suo amico Engeles dicendogli che molto presto in Inghilterra si avrà
una crisi di sovrapproduzione che porterà conseguenze come licenziamenti e disoccupazione.

“Il Capitale” vuole descrivere la dinamica del sistema capitalistico: il capitale sono i beni destinati alla
produzione – fabbriche, macchinari, industrie (capitalismo). Il capitalista è colui che ha i mezzi finanziari
per organizzare una fabbrica e che sfrutta il lavoratore. Il sistema capitalistico è fondato su una
produzione-riproduzione (denaro-merce-denaro) che è volta al denaro e non alla merce. Il capitalista
sfrutta il lavoratore facendogli fare più ore di lavoro e pagandolo meno, così si verifica il plus valore cioè
il plus lavoro che creerà una crisi di sovrapproduzione. Il sistema capitalistico è una cieca forza della
natura.

Politica: passaggio dal sistema capitalistico al sistema comunista. Non si può dire solamente che lo
Stato si deve dissolvere ma si deve tenere conto delle varie forme:

• Stato “cesaristico”: Bonaparte lo aveva basato sul plebiscito, l’errore secondo Marx era quello che
disarticolando la classe più povera dei contadini tutto lo Stato si sarebbe disarticolato.

• Stato giacobino: si da importanza ai comuni che si sostituiscono ai poteri dello Stato. La Comune è
strenuamente difesa da Marx anche se riflette più gli ideali di Proudhon.

Engels riconosce l’errore di Marx perché il sistema capitalistico era rimasto attivo fino al 1795 e non fino
al 1948 come sosteneva Marx. Engels dichiarò che il comunismo e il socialismo si sarebbero dovuti
creare all’interno di una Repubblica democratica e che la Germania doveva dare più spazio alla sfera
del consenso.

Del rapporto tra lo Stato socialista e libertà né Marx né Engels ci offrono un’indicazione.

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JOHN STUART MILL (1806-1873) Tutta la sua dottrina si basa su questi due cardini:

• Statica sociale: studio conservazione Stato sociale.


• Dinamica sociale: studio del movimento.

Ha l’esigenza di un approfondimento dei limiti della politica scientifica. Mill pensa che il fine ultimo
dell’uomo sia la felicità e che la società deve garantirla abolendo quei mali come la povertà,
l’insicurezza sociale e la malattia.

Secondo Mill, il progresso economico si trasforma in progresso morale perché permette ai cittadini


di arricchirsi e di mutare il proprio status sociale mediante società cooperative.

Qualora l’uomo si preoccupi solo della gara per la ricchezza, deve essere creato un nuovo ordine
sociale che ponga in primo piano “l’arte della vita”.

La libera concorrenza: condannata da Mill ma se tolta causerebbe ancora più mali (mancanza di
incentivo, innovazione tecnica).

Due temi fondamentali:

• LIBERTA’: nel corso della storia, anche quando la maggioranza ottiene la libertà, si crea la “tirannia
della maggioranza” perché ci sarà sempre una minoranza. La società può usare la forza verso il
cittadino soltanto nel caso in cui lo ritenga un danno per gli altri. Il cittadino è l’unico giudice e garante di
sé stesso che gode di libertà di pensiero, associazione, religione. L’uomo deve fare un’analisi critica di
sé per interrogarsi sulle proprie idee e sulla propria cultura avvalendosi di dibattiti (anche in politica ci
sono due partiti di opposte idee. La minoranza per Mill è molto importante perché rappresenta gli
interessi trascurati. La società contemporanea sta portando la società a prendere il sopravvento
sull’individualità.

• GOVERNO RAPPRESENTATIVO: Unico sistema ammesso da Mill dove il popolo deve avere fiducia
nel parlamento o deve partecipare attivamente alla vita politica mediante il suffragio elettorale esteso
alle donne e ai lavoratori. Ci deve essere un sistema di equilibrio rappresentando attraverso la Camera
dei Comuni, la minoranza costituita da élites intellettuali. L’amministrazione richiede una competenza
specifica svolta da una commissione di esperti che prepara il progetto di legge.

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