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Parte 6: L’italiano fuori d’Italia

L’Italia è stato un paese di emigrazione per tutto il periodo unitario, in modo più spiccato in
certi momenti, senza però arrestarsi mai (nell’attualità c’è una media annua di 40.000-60.000
italiani che espatriano, molti di loro in condizioni e per motivi assai diversi rispetto a coloro che lo
fecero prime ondate migratorie, notoriamente più disagiati). È stato calcolato che tra il 1870 e gli
anni '70 del Novecento abbiano lasciato l’Italia circa 20-26 milioni di persone, molte delle quali
poi rientrate in patria.

Le regioni di origine non sono state sempre le stesse: sono costanti le tre Venezie e le regioni
del Meridione; intense all’inizio quelle dalle regioni del nordovest italiano e l’ovest della Toscana.
Si vedano le cartine allegate (nel documento Italiano all'estero.ppxs) in cui si osservano le
percentuali per tre periodi diversi per le diverse regioni italiane.

Per quanto riguarda i paesi di arrivo, i principali sono stati (in misura diversa a seconda delle
epoche) gli Stati Uniti, il Canada, l’Argentina, l’Australia e i paesi europei (Francia, Svizzera,
Belgio e Germania soprattutto). Nell’attualità possiamo avere i dati ufficiali degli italiani residenti
all’estero, che non è del tutto affidabile perché include solo quelli che si sono voluti iscrivere
all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero). L'evoluzione è chiaramente al rialzo, come
si vede nel quadro següente:

Diamo ora i dati distribuiti per paesi (dati 2017):

Residenti
Argentina 804 261
Germania 723 691
TEMA 3.6. L'ITALIANO FUORI D'ITALIA

Svizzera 609 949


Francia 403 537
Brasile 395 012
Regno Unito 283 151
Belgio 266 526
Stati Uniti 257 374
Spagna 152 483
Australia 143 788
Canada 141 203
Altri paesi 792 967
Totale mondo 4 973 942

Il gruppo di potenziali parlanti italiano nel mondo è invece molto più ampio: secondo le stime
più ottimistiche il suo numero potrebbe aggirarsi intorno ai 60 milioni. Ma non tutti gli emigrati
possono a pieno titolo considerarsi parlanti italiano, giacché una stragrande maggioranza uscì
dall’Italia conoscendo solo un dialetto. Si tenga presente inoltre che a emigrare sono stati per
molto tempo i ceti più bassi della società, generalmente analfabeti. Molti emigrati conservarono
per tutta la vita l’uso del dialetto, forse accanto alla lingua del paese di accoglienza, senza però
arrivare a una conoscenza minima dell’italiano. Questo dipende ovviamente dal momento
dell’emigrazione: nel secondo dopoguerra gli emigrati erano già discretamente alfabetizzati e
quindi hanno portato con sé una almeno parziale italofonia.

Sobrero & Miglietta 2006 (riprendendo altri autori) propongono tre diversi profili linguistici per
gli emigrati italiani per quanto riguarda le loro strategie comunicative nel nuovo paese:

1) Parlanti che hanno il dialetto come lingua familiare e per il lavoro, che adoperano
discretamente l’italiano solo per attività pubbliche e ammistrative e che ignorano la
lingua straniera. È il profilo di molti degli emigrati prima del 1940.
2) Parlanti che hanno il dialetto come lingua familiare e per il lavoro, che adoperano spesso
l’italiano perché il processo di italianizzazione era già diffuso prima della loro partenza e
che conoscono la lingua straniera. È il profilo degli emigrati dopo il 1945.
3) Parlanti che conoscono, ma solo passivamente, il dialetto, che adoperano di preferenza
l’italiano (a volte alternandolo con il dialetto) per tutte le situazioni e che conoscono e
adoperano una o più lingue straniere. Questo profilo corrisponde a parlanti con un livello
di istruzione medio-alto usciti in periodi diversi.
Si deve fare inoltre un discorso diverso secondo il paese di arrivo (e il momento
dell’immigrazione). Facciamo alcuni esempi:

• Paesi ricettori della prima ondata d’immigrati furono in particolare l’Argentina, l’Uruguay,
il Brasile, gli Stati Uniti, la Svizzera e la Francia.

• In seguito si sono aggiunti (senza che però smettesse l’afflusso nei paesi detti) il

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TEMA 3.6. L'ITALIANO FUORI D'ITALIA

Canada, l’Australia, la Germania, il Belgio, il Regno Unito.

• Nei paesi di più recente immigrazione (come l’Australia o il Canada, a sua volta con
situazioni di multilinguismo) l’italiano si mantiene più saldo e più a lungo.

• In paesi di immigrazione più precoce (Uruguay, Argentina, Stati Uniti) il tasso di


abbandono dell’italiano (o del dialetto) è molto più alto, mantenendosi solo nelle
generazioni più vecchie.

Una caratterizzazione linguistica d’insieme dell’italiano degli emigrati è quasi impossibile. Si


possono invece segnalare alcune linee di tendenza:

• Sono presenti numerose interferenze dovute alla lingua del paese di arrivo (spagnolo,
inglese...), soprattutto nel lessico.

• Paradossalmente (e limitatamente ai meno alfabetizzati) compaiono spesso degli


aulicismi (parole dell’italiano elevato).

• È in genere fortemente caratterizzato sia dal punto di vista regionale (varietà di origine
dell’emigrato) sia dal punto di vista diastratico (grado d’istruzione), che accomuna
questo tipo di parlato con il cosiddetto italiano popolare (si veda il tema successivo).
Ovviamente è un discorso che non è identico per tutti né per tutte le situazioni, giacché
– come detto prima – dipende dal momento dell’emigrazione e anche dal fatto che si tratti di
immigrati recenti o discendenti da immigrati di vecchia data.

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