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TEMA 2

Il repertorio linguistico italiano

1. Modelli di repertorio linguistico italiano


2. Lingua e dialetti nell’Italia attuale
3. L’area linguistica italo-romanza:
3.1. Criteri di divisione e di classificazione. Aspetti controversi
3.2. Proposte di classificazione: Dante, Ascoli, Rohlfs, Devoto, Pellegrini

BIBLIOGRAFIA (vedi anche la Bibliografia generale)

BERRUTO, Gaetano (22012 [1987]): Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo. Roma: Carocci.

CASTELLANI, Arrigo (1982): “Quanti erano gl’italofoni nel 1861?”, Studi Linguistici Italiani, VIII, 3-26.

CORTELAZZO, Manlio (1988): “Ripartizione dialettale”, in: Günter Holtus, Michael Metzelin, Christian Schmitt (cur.)
(1988): Lexicon der Romanistischen Linguistik (LRL). Band IV. Italienisch. Korsisch, Sardisch Italiano, Corso, Sar-
do. Tübingen: Niemeyer, pp. 445-453.

CÒVERI, Lorenzo (1986): “Chi parla dialetto in Italia?”, Italiano & oltre, 5, pp. 198-202.
D’AGOSTINO, Mari (2007): Sociolinguistica dell’Italia contemporanea. Bologna: Il Mulino.

DE MAURO, Tullio (1963): Storia linguistica dell’ltalia unita. Bari: Laterza.

GRASSI, Corrado - SOBRERO, Alberto A. - TELMON, Tullio (1997): Fondamenti di dialettologia italiana. Roma-Bari: Laterza.

HOLTUS, Günter - E. RADTKE (cur.) (1983): Varietatenlinguistik des Italienischen. Tubingen: Narr.

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LORENZETTI, Luca (2002): L’italiano contemporaneo. Roma: Carocci.

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PELLEGRINI, Giovan Battista (1977): Carta dei Dialetti d’Italia. Pisa: Pacini.

ROHLFS, Gerhard (1972): Studi e ricerche di lingua e dialetti italiani. Firenze: Sansoni.

1. MODELLI DEL REPERTORIO LINGUISTICO ITALIANO

L’interesse per l’architettura delle varietà linguistiche dell’Italia nasce negli anni ’70, poco
tempo dopo l’inizio degli studi di Sociolinguistica (SL) in Italia.

Si deve ricordare qui la definizione di repertorio linguistico (e degli altri importanti concetti
ad essa collegati: comunità linguistica, varietà linguistica, dominio: si veda il Tema 1), perché
potremmo chiederci in primo luogo se sia lecito parlare in questi termini, cioè se esista un reper-
torio linguistico italiano. La risposta non può venire che essere positiva: c’è una comunità lingui-
stica in Italia, coincidente con il territorio dell’attuale Repubblica Italiana, nei termini che abbia-
mo definito nel tema precedente (non solo linguistici ma anche politici, geografici, ecc.), anche
TEMA 2. IL REPERTORIO LINGUISTICO ITALIANO

se è di una notevole complessità al suo interno.

Il linguista veneto Giovan Battista Pellegrini è stato il primo a offrire, nel 1975, un modello del
repertorio linguistico di un parlante italiano medio, articolato in quattro varietà:

ITALIANO STANDARD/ITALIANO LETTERARIO KOINAI DIALETTALI/DIALETTI REGIONALI

ITALIANO REGIONALE DIALETTI

A questo modello pioneristico seguirono molte altre descrizioni (per le quali si vedano i ma-
nuali citati nella Bibliografia). Tra queste spiccano senza dubbio quelle di Francesco Sabatini
del 1985 e quella di Gaetano Berruto del 1987. La prima prevede, come in Pellegrini, varietà di
italiano e di dialetto mentre la seconda si concentra esclusivamente sulle varietà della lingua
italiana. Si descriveranno queste classificazioni nel Tema 5.
Il repertorio di una comunità linguistica (nella fattispecie quella italiana) comprende diverse
varietà di una o più lingue, il che non significa che tutti i membri di tale comunità linguistica sia-
no in grado di usarle e di capirle tutte. I repertori linguistici individuali (di cui si parlerà nel segui-
to) sono una cosa diversa. Il repertorio linguistico italiano deve essere diviso innanzitutto in tre
diversi livelli:
a) Varietà della lingua italiana.

b) Varietà dei dialetti italiani.

c) Le lingue delle minoranze linguistiche e le loro varietà.


Il repertorio linguistico italiano è caratterizzato da una grande complessità, senza paragone
nell’Europa occidentale. Come abbiamo detto prima, non ogni italiano padroneggia varietà dei
tre gruppi indicati, per cui sarà necessario e utile tracciare alcuni profili tipici di parlante italiano,
cioè di repertori individuali di membri di questa ampia comunità linguistica. La loro definizione è
intimamente legata ai concetti descritti nel punto 5 del Tema 1 (Contatto di lingue). I profili più
frequenti sono due:

1. Parlante monolingue che padroneggia almeno:

o una varietà diatopica di italiano (italiano regionale);


o una varietà diastratica di italiano (alta, media o bassa);
o una o più varietà diafasiche di italiano (colloquiale, formale, ecc.).

2. Parlante bilingue che padroneggia almeno:

o una varietà diatopica di italiano (italiano regionale);

o una o più varietà diastratiche e diafasiche di italiano;


o una o più varietà diafasiche di un dialetto o di una parlata alloglotta;

o eventualmente, una varietà di koinè dialettale.

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Ci sono però casi più complessi, come ad esempio le persone che conoscono più di due va-
rietà diatopiche (italiano, dialetti, altre lingue) oppure il repertorio di comunità linguistiche forma-
te da immigrati. Ed esistono ancora casi rari di parlanti dialettofoni esclusivi, cioè che non cono-
scono l’italiano, ma si tratta perlopiù di parlanti molto anziani che sono vissuti in un notevole iso-
lamento.

Ecco alcuni esempi di repertori linguistici in Italia (da Enciclopedia dell’italiano, s.v. Reperto-
rio linguistico):

E infine un esempio di repertorio linguistico di una comunità di emigrati, la comunità ghanese


di Bergamo (Berruto 2015: 85):

2. LINGUA E DEI DIALETTI NELL’ITALIA ATTUALE

L’elemento caratterizzante della situazione italiana moderna è senza dubbio la presenza ne-
lo stesso territorio della lingua italiana e di uno dei dialetti italiani, in un rapporto (come abbiamo
detto nel Tema 1) di dilalìa. Il rapporto tra lingua e dialetto è cambiato molto nel tempo, sia
quantitativamente che qualitativamente, vale a dire per il numero di parlanti di ognuno di essi
quanto per il tipo di rapporto tra di loro nei più di centocinquanta anni d’Italia come stato unita-
rio.

I primi dati sul numero di italofoni nell’Italia postunitaria sono stati avanzati da Tullio de Mau-
ro nella sua Storia linguistica dell’Italia Unita del 1963, in cui segnalava che nel 1861 il numero
di italofoni era di un esiguo 2,5% degli italiani. Si capirà allora la portata del salto verificatosi in
Italia da quel momento fino all’attualità, in cui si può dire raggiunta l’italofonia dell’intera popola-
zione. Ciò non ha implicato che i dialetti e le altre lingue presenti al momento dell’Unità (e nelle
quali si esprimeva quasi in esclusiva il 97,5% degli italiani del nuovo Stato) siano spariti. I dati di

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TEMA 2. IL REPERTORIO LINGUISTICO ITALIANO

De Mauro dati furono aspramente contestati da Arrigo Castellani in un suo lavoro del 1982, nel
quale ammetteva ovviamente l’altissimo tasso di dialettofonia, ma faceva salire, con argomenti
quantomeno discutibili, la quantità di italofoni fino al 10%, una cifra anch’essa piuttosto scarsa.
Dal secondo Dopoguerra fino ad oggi si assiste a un’estensione nella conoscenza
dell’italiano e a un uso minore dei dialetti e di alcune lingue di minoranza, una tendenza molto
chiara fino agli anni ’90, in cui il calo dei dialettofoni si è chiaramente arrestato, mentre si è sta-
bilizzato un nucleo consistente di parlanti bilingui (italiano e dialetto).
I primi prelievi statistici che hanno indagato sugli usi linguistici italiani (con metodi probabil-
mente non del tutti affidabili, come dimostrano le discutibili domande dirette del tipo “lei quale
lingua parla in ufficio?”) sono cominciati negli anni ’70 e continuano fino ai nostri giorni. L’Istat
(Istituto Nazionale di Statistica) include domande sull’uso del dialetto e dell’italiano sin dal 1987;
per gli anni precedenti disponiamo dei dati di un’azienda demoscopica italiana, la DOXA. Ecco
alcuni dati di quest’ultima (dati presi da Còveri 1986):

I dati delle inchieste Istat si possono seguire agevolmente nel quadro seguente, nel quale si
hanno i dati riguardanti l’uso della lingua e del dialetto in famiglia, tra il 1987 e il 2015:

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I dati offerti nel quadro sono di estremo interesse e permettono di osservare alcune evolu-
zioni:

• Il numero di italofoni esclusivi si mantiene con poche variazioni in questo periodo, rag-
giungendo quasi la metà della popolazione italiana.

• I dialettofoni esclusivi o quasi esclusivi ha subito un calo molto marcato (perde più della
metà degli effettivi).

• Quelli che parlano un’altra lingua sono oggi molto numerosi: corrispondono senza dub-
bio al fenomeno dell’immigrazione.

• Cresce in modo significativo il numero dei bilingui italiano-dialetto, che però si è stabiliz-
zato dopo il 2000: lo stesso succede per il gruppo degli italofoni esclusivi.

In conclusione, il rapporto tra lingua e dialetto si presenta sostanzialmente stabile negli ultimi
vent’anni, mentre il numero di chi adopera solo o di preferenza il dialetto non fa che diminuire: si
va dunque verso una società divisa in due, tra chi parla solo italiano e chi parla italiano e un dia-
letto.

Nel suo completissimo lavoro del 2015 (Istat 2017) l’Istat disseziona in vari quadri i suoi dati
e li presenta secondo alcuni parametri rilevanti dal punto di vista geografico e sociologico:

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La distribuzione dei dati precedenti non è uniforme nelle diverse regioni, come si può verifi-
care nel quadro seguente:

3. LE DIVISIONI DIALETTALI D’ITALIA

Tracciare una classificazione dei dialetti italiani è un compito impegnativo per vari motivi.
Prima di tutto perché c’è una grande quantità di dialetti che generalmente non presentano tra di
loro confini definiti, giacché costituiscono un continuum (si veda il Tema 1), cioè non ci sono
grosse differenze tra i dialetti di località che si trovano al di qua e al di là della maggior parte dei
confini tra gruppi dialettali che hanno tracciato i dialettologi. D’altra parte, la scelta dei criteri ri-
tenuti decisivi per determinare le frontiere dialettali determina che la collocazione di tali frontiere
in un posto o in un altro diverso. Infine, anche dentro un territorio dialettale delimitato mediante
certe caratteristiche linguistiche (cioè isoglosse, si veda il Tema 1) ci sono spesso differenze
molto notevoli: ad esempio, dentro il gruppo siciliano è possibile scorgere caratteristiche lingui-
stiche che oppongono i dialetti orientali a quelli occidentali.
La scelta dei criteri per l’individuazione e la classificazione dei dialetti italiani determina quin-
di il risultato, come vedremo. Incontriamo inoltre un problema preliminare, un nodo difficile da
sciogliere, che riguarda due realtà linguistiche del dominio italoromanzo, cioè la natura del sar-
do e del friulano. Infatti secondo alcuni linguisti si tratterebbe di due dialetti italiani (come il lom-

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bardo, il veneto o il siciliano), mentre per altri (soprattutto i romanisti) sarebbero due lingue ro-
manze indipendenti da affiancare all’italiano, al francese, ecc.

Molti linguisti hanno cercato di classificare i dialetti italiani e per farlo hanno adoperato dei
criteri che possiamo a sua volta classificare così:

1. Geografico: si tiene conto degli elementi fisici del territorio (montagne, fiumi…).
2. Geolinguistico: si considerano caratteristiche linguistiche (variabili) distribuite geogra-
ficamente (isoglosse).
3. Storico-genealogico: si considera l’origine (sostrato, adstrato, superstrato) e la filia-
zione (appartenenza a una famiglia linguistica) dei sistemi linguistici.

4. Quantitativo: si accorda un valore numerico a delle variabili prescelte a seconda della


variante preferita da ogni dialetto.
5. Sociolinguistico: si ritengono rilevanti considerazioni di tipo sociale e politico (inclu-
sione o meno in una unità politico-amministrativa).

L’applicazione esclusiva di uno solo dei criteri precedenti risulta in genere insufficiente. Il
modo più logico per stabilire confini tra i diversi dialetti sarebbe, a priori, l’uso del criterio lingui-
stico, dato che stiamo trattando di sistemi linguistici, ma tale procedura non è priva di problemi,
in particolare questi due:

• La scelta delle variabili (cioè dei fenomeni linguistici rilevanti): bisogna decidere per
esempio se si adoperano solo elementi fonetici o anche sintattici e lessicali. La maggior
parte delle classificazioni si basano quasi esclusivamente sui primi, ma questi non sono
più importanti degli altri, allora perché non sceglierli? La risposta è che in generale i tratti
fonetici sono più facili da osservare e studiare.

• Anche dopo aver scelto caratteristiche più o meno omogenee come quelle fonetiche il ri-
sultato è tutt’altro che omogeneo, giacché la distribuzione delle isoglosse che ne deriva
è generalmente irregolare e non traccia confini netti.

Per renderci conto della varietà dei criteri e della sua applicazione e combinazione indichia-
mo nel quadro che segue i criteri adoperati in alcune delle classificazioni dei dialetti italiani, a
cominciare da quella di Dante (che classificazione non è ma semplici descrizioni approssimative
e soggettive dei vari volgari contemporanei) a quella di Pellegrini, che è ritenuta oggi canonica
(le zone ombreggiate indicano la presenza di un dato criterio):

CRITERIO Dante Ascoli Rohlfs Devoto Pellegrini

geografico

geolinguistico

storico-genealogico

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quantitativo

sociolinguistico

A conferma di quanto abbiamo detto nel tema precedente (importanza di fattori non solo lin-
guistici nella definizione di dialetto) la maggior parte degli autori preferiscono il criterio storico-
genealogico, in due autori (e non sarà un caso che si tratti delle classificazioni migliori) in com-
binazione con quello linguistico.

3.1. LA CLASSIFICAZIONE DI DANTE ALIGHIERI

È la prima descrizione a noi nota non solo dell’Italia linguistica del tempo, ma di una qualsia-
si lingua europea. In questo, come in altri aspetti linguistici, il primato di Dante è assoluto. La
sua classificazione si trova nel De vulgari eloquentia (Libro I, capp. X-XVI),1 scritta in latino in-
torno al 1303 e rimasta incompiuta (e praticamente ignota fino al Cinquecento). La descrizione
ha un carattere soggettivo, giacché include una valutazione positiva o negativa dei diversi vol-
gari2 rispetto alla loro attitudine per l’uso letterario. Non ha dunque uno scopo dialettologico, co-
sa che non avremmo mai potuto chiedere e nemmeno aspettarci da un autore del Trecento. La
base dalla quale parte Dante è storica e in parte geografica. Divide l’Italia in due versanti, con
sette popoli (cioè volgari) in ogni parte:

1. A Ovest: 2. A Est:

Siciliani Calabri

Apuli Aquilani

Romani Anconitani

Spoletani Romagnoli

Tusci Lombardi

Genovesi Trevisani

Sardi Veneti

Istriani

1
Il testo del De vulgari eloquenti si può consultare all’indirizzo seguente:
http://www.liberliber.it/libri/a/alighieri/index.php
2
Il termine volgare è quello che si addice di più alle lingue parlate nella Penisola a quell’epoca. È anacronico parlare in
termini linguistici di italiano o di dialetti prima del Cinquecento.

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3.2. LA CLASSIFICAZIONE DI ASCOLI

Fu pubblicata nel 1880 come una voce dell’Enciclopedia Britannica. Graziadio Isaia Ascoli
è il primo grande linguista moderno italiano e uno tra i più grandi dell’Europa del tempo. Si oc-
cupò prevalentemente di dialetti italiani e romanzi. Per questi e altri motivi è notevole il valore
della sua classificazione. Il criterio che ne sta alla base è la distanza maggiore o minore dei dia-
letti e delle lingue d’Italia rispetto all’italiano letterario.

1. Dialetti appartenenti a sistemi neolatini estranei all’Italia:

• Dialetti franco-provenzali

• Dialetti ladini

2. Dialetti che possono formare un gruppo neolatino accanto al toscano e che non sono
estranei all’Italia:

• Dialetti gallo-italici

• Dialetti sardi

3. Dialetti che si scostano in parte dal toscano ma che possono formare un gruppo con i dia-
letti toscani:

• Veneziano

• Còrso

• Dialetti della Sicilia e delle province napoletane

• Dialetti dell’Umbria, delle Marche e della provincia romana

4. Il toscano e il linguaggio letterario degli italiani

3.3. LA DIVISIONE DELL'ITALIA CENTRALE DI ROHLFS

Il grande dialettologo tedesco, Gerhard Rohlfs, in un articolo del 1972, non propone esatta-
mente una classificazione, ma richiama l’attenzione sull’esistenza di due confini linguistici nel
centro dell’Italia (costituiti da due gruppi di isoglosse), che determinerebbero tre grandi zone
linguistiche:

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1. Zona a Nord della linea Mas-


sa-Senigallia

2. Zona a Sud della linea Ro-


ma-Ancona

3. Italia centrale

Per quanto riguarda la linea Massa-Senigallia, essa corregge e sposta più a sud la prece-
dente e ben nota linea La Spezia-Rimini, stabilita molto tempo prima come confine tra Romània
Orientale e Occidentale dal romanista svizzero Walter von Wartburg.

Il criterio è schiettamente linguistico, poiché questi confini sono fissati in conformità a una
serie di isoglosse (di tipo fonetico, morfologico e lessicale) che si sovrappongono, almeno par-
zialmente. Si potrebbe obiettare – come per Devoto – che la scelta dei tratti può determinarne i
risultati.

3.4. LA DIVISIONE DI GIOVAN BATTISTA PELLEGRINI

Pubblicata nel 1977 sotto forma di Carta dei dialetti d’Italia (si noti il titolo: d’Italia, non italia-
ni) è stata accolta come classificazione canonica dalla maggior parte dei manuali,3 anche se
con riserve da parte di molti per quanto riguarda il friulano e il sardo. Fu elaborata per il CDSI
(Centro per lo Studio dei Dialetti Italiani) di Pisa nel 1975. L’inclusione di questi due sistemi
–che altri, come Tagliavini, ritengono invece lingue romanze– è basata su considerazioni di tipo
politico-culturale: si tratta di sistemi che hanno, al pari di tutti gli altri dialetti italiani, la lingua ita-

3
Ad esempio: Bruni (L’italiano. Elementi di storia della lingua e della cultura. Torino: UTET, 1987) e LRL 1988.

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TEMA 2. IL REPERTORIO LINGUISTICO ITALIANO

liana come lingua-guida o lingua di riferimento. Altri dialetti italo-romanzi sono esclusi perché
non si trovano dentro i confini della Repubblica italiana: ticinese in Svizzera, còrso in Francia.

La carta è elaborata a partire da 33 isoglosse di tipo fonetico (isofone), descritte nel libretto
che accompagna la Carta dei dialetti d’Italia.

1. Sistema cisalpino
• Veneto
• Dialetti gallo-italici
o Ligure
o Piemontese
o Lombardo
o Emiliano
2. Sistema friulano
3. Sistema toscano
• Fiorentino
• Senese
• Toscano occidentale
• Aretino-chianaiuolo
• Grossetano e amiatino
4. Sistema centro-meridionale
• Sezione mediana
o Marchigiano centrale
o Umbro
o Laziale
o Cicolano-reatino-aquilano
• Sezione meridionale intermedia:
o Marchigiano meridionale
o Dialetti molisani
o Dialetti pugliesi
o Dialetti campani
o Dialetti lucano-calabresi settentrionale
• Sezione meridionale estrema
o Salentino
o Calabrese centrale e meridionale
o Siciliano
5. Sardo
• Logudorese
• Campidanese
• Gallurese
• Sassarese

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