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Ivo Beolè

Dialettologia occitana 4
Il gascon (1a parte)
Riprende il viaggio fra i dialetti occitani in Francia, Spagna e Italia (ini-
ziato nel n° 93 di V. U.), ma cambia d’ora in poi il metodo di esposizione: inve-
ce che parlare in generale del dialetto in questione, descriverò uno specifico
sottodialetto (in questo caso l’aranés) che abbia una forte identità e sia molto
eccentrico rispetto agli standard della regione, per vedere poi nella seconda
parte le altre varianti regionali. Lo scopo è evitare di disperdersi fra le tante va-
rietà del gascon, e di concentrarsi invece sui suoi caratteri essenziali.

La grafia utilizzata
L’aranés si avvale di una normalizzazione linguistica molto attenta alle
sue particolarità (v. l’opuscolo del 1982, Nòrmes ortogràfiques der aranés,
pubblicato dalla Generalitat de Catalunya), e quindi non ci sono grossi pro-
blemi di lettura dei testi scritti in grafia normalizzata. Viene però anche usata a
volte una grafia basata sullo spagnolo, che verranno trascritti nel modo solito,
cioè: grafia dell'Escolo dóu Po con qualche adattamento.
Semivocali
[i] [ou] quando sono semivocali o semiconsonanti vengono scritte in
uno stile tipografico diverso: ièro, aouro (oppure ièro, aouro).
Consonanti
[ch] fricativa prepalatale sorda: it. pesce, fr. chat
[tch] affricata corrispondente: it. pece, sp. mucho
[j] fricativa prepalatale sonora: fr. jaune, portoghese janela
[dj] affricata corrispondente: it. gelo, ingl. jeep
[ts] affricata alveolare sorda: it. zucchero, antico sp. caçar
[dz] affricata alveolare sonora: it. zeta, antico sp. razon
[th] consonante palatalizzata come nel gascon beth
[b] la fricativa bilabiale (come nello sp. cantaba) è stata resa con una
semplice b perché anche in gascon, come in languedocien o in guyennais, ha
questa pronuncia. Quando invece si ha il passaggio – maggioritario in aranés
– del /b/ intervocalico alla semiconsonante /w/, questa viene scritta con stile ti -
pografico diverso: deouant, bíouer (davanti, vivere: deuant, víuer in grafia
normalizzata).

I confini linguistici dell’aranés


Ancora una volta seguo la carta dell’Occitania elaborata da François
Fontan, che è molto utile perché i confini fra le 7 regioni occitane – sia esterni
che interni – si basano su fatti perlopiù linguistici. Fontan colloca l’aranés nel-
l’ambito del commingeois (secondo la Nation occitane, ses frontières, ses ré-
gions, gli altri sotto-dialetti guasconi sono: armagnacais, béarno-bigourdan,
landais, bordelais).

Il Comminges (da una cartina di F.Fontan).

In realtà, il dialetto della Val d’Aran si inserisce molto bene nell’insie -


me dei dialetti guasconi. Questi dialetti risultano avere tratti più o meno tipici a
seconda della loro collocazione geografica: si potrebbe dire che l’originalità
linguistica del gascon aumenta man mano che ci si sposta, a partire da Bor-
deaux, in direzione sud e, partendo dal Languedoc, in direzione ovest. Analo-
gamente, vedremo che le particolarità linguistiche della Val d’Aran vanno da
un massimo di somiglianza col gascon a nord (Bossòst) a un massimo di in-
fluenze iberiche a sud (Naut Aran).
Il gascon più tipico non è quello che si parla (parlava) nel capoluogo
della regione: a Bordeaux la particella ‘que’, usata un po’ come pronome sog-
getto atono (que soui = io sono), è sconosciuta, come risulta dalla seguente
carta (tratta da Toponymie gasconne, di B. e J.J. Fénié, 1992 ed. SUD-OUE-
ST)

Una volta quindi che si sono individuati come ‘essenziale’ il bordelais


(che ha solo sei dei dodici tratti che caratterizzano il gascon) e come ‘centrali’
i dialetti béarno-bigourdan (Pau, Tarbes) e armagnacais (Auch) rimane da dire
qualcosa sul landais, il dialetto delle Lanos (in francese Landes), che si esten-
dono fino a Bayonne). Questo dialetto viene definito parlà négue, cioè dialetto
nero – scuro –, a causa del modo ‘indistinto’ di pronunciare le vocali atone. Ma
di questi sotto-dialetti parleremo più approfonditamente nella seconda parte
della trattazione del dialetto gascon.
Ritorniamo ora all’aranés: per comprenderne meglio le dinamiche lin-
guistiche bisogna dare qualche informazione sulla storia e sulla geografia del -
la Val d’Aran. È una ‘comarca’ a statuto speciale della Generalitat de Catalu -
nya (provincia di Lleida), con 9000 abitanti distribuiti in 9 comuni (35 pòbles)
raggruppati dal 1313 al 1834 in tre terçons (dal secolo XVI ogni terçon si sud-
divise in due sesterçons): Bossòst nella bassa, Vielha nella media e Garòs
nell’alta valle. Questi terçons (simili agli escartouns delle valli occitane) erano
previsti da uno statuto di autonomia concesso alla Valle dal re Giacomo II
d’ Aragona

La suddivisione in sesterçons a partire dal XVI secolo

Fonte: Wikipedia (V.Riullop)


appunto nel 1313. Ecco la lista completa dei ‘pobles’ della valle, ognuno inse-
rito nel suo sesterçon:
Pobles
Pujòlo Montgarri, Bagergue, Tredòs, Salardú, Unha, Gessa
Arties e Garòs Arties, Garòs
Castièro Casarilh, Escunhau, Betren, Vielha, Casau, Gausac , Mijaran
Marcatosa Vilac, Mont, Montcorbau, Betlan, Vila, Aubèrt, Arròs
(La)irissa Vilamòs, Benòs, Begòs, Arrò, Es Bòrdes, Arres de Sus, Arres de
Jos
Quate Lòcs Bossòst, Les, Bausen, Canejan, Pontaut, Sant Joan de Toran
Sant Andreu a Salardú (Fonte: Wikipedia, archivio Ainhoa,Catalunya)

Nei secoli precedenti, due avvenimenti storici sono da ricordare: l’avvicinarsi


della Valle all’eresia catara (nel 1167 si ha notizia dell’elezione di un vescovo
cataro in Val d’Aran), e la disfatta degli stessi catari nella non lontana Muret
nel 1213, evento che segnò la fine della politica espansionistica ‘occitana’ del
casato di Aragona (nonché la morte del re Pietro II d’Aragona). Di questo mo-
mento storico si parla in “ÒC”, romanzo sulla Val d’Aran di una storica catala-
na, Griselda Lozano. Pubblicato nel 2013 in spagnolo (in occasione dell’ottavo
centenario della battaglia di Muret), è stato tradotto in occitano aranés con il
sostegno del Conselh General d’Aran e ripubblicato alla fine del 2014 (è di-
sponibile in edizione elettronica): più avanti ne tradurremo in italiano la pagina
iniziale.
Il romanzo di Griselda Lozano

L’aranés è oggi lingua ufficiale in Val d’Aran. Ciò ha comportato e comporta


un sempre maggior impegno nel pubblicare libri in aranés. Si è passati dai pri-
missimi libri (in genere letture per la scuola primaria, o la collana di libri in ara-
nés dell’editore catalano Pagès, Garona Ficcion) pubblicati a ridosso della Lei
16/1990 de Regim Especiau dera Val d’Aran, alla produzione attuale, in grado
di soddisfare un pubblico più diversificato ed esigente.
Della collana Garona Ficcion i primi due libri sono Racondes bracs, racconti
horror tradotti da Poe e Nerval e Arreperveris, una raccolta di proverbi. Poi ri-
cordiamo l’ottavo libro: Presoèrs dera mar gelada, di un autore che è anche
un uomo politico molto noto (ex Sindic d'Aran ed ex senatore dello stato spa-
gnolo nella X legislatura): Francés Boya Alós. In Presoèrs dera mar gelada
l’autore ricrea l’ambiente dei primi tentativi (ottocenteschi) di ascensione sulle
cime pirenaiche. Nel 2010 ne è stata fatta un’edizione digitale, e questo si può
quindi considerare il primo libro elettronico in occitano. Invece il primo roman-
zo ‘giallo’ in aranés è En vacances della scrittrice e poetessa Tòni Escala,
pubblicato da Pagès nel 2007.
Un’importante strumento di consultazione per lo studio dell’aranés è
costituito dal sito http://publicacions.conselharan.org sul quale è accessibile la
versione elettronica di decine di opuscoli, tutti in aranés, di dimensioni variabili
che vanno dalle 20 alle 200 pagine, e che trattano i più disparati argomenti:
letteratura, letture per la scuola, teatro, storia, arte, linguistica, diritto (c’è po -
sto addirittura per i fumetti). Tutto questo fa sì che chi vuole studiare questa
varietà di guascone possa consultare senza problemi moltissime pagine, pro-
babilmente qualche migliaio: quante altre varietà di guascone, anzi di occitano
godono di questo privilegio?

Vediamo ora le (poche) varianti interne all’aranés, facilmente inqua-


drabili in base a criteri geografici (maggiore vicinanza alla Catalogna o alla
Guascogna).

Tratti particolari dell’aranés.

•Articolo plurale (maschile e femminile) in es. L’articlo singolare si


mantiene fedele al guascone pirenaico: eth/era (al di fuori di Béarn/Bigorre si
ha invece lou/la).
•L’aspirazione dell’H derivata da F latina è ancora percepibile solo nel
nord della Valle (zona più direttamente a contatto con le parlate guasconi dello
stato francese), a Canejan e Bausen.
•Passaggio dei dittonghi éi, òu a é, ò: auriò, bò, vò < auriòu, bòu,
vòu; dret, lhet, net < dreit, lheit, neit (tratto in comune con alcune parlate gua-
sconi, soprattutto della Bigorre e del gruppo sud-orientale).
•Passaggio di èi finale a è: tornarè deman. È una caratteristica (dovu-
ta al contatto con le parlate ibero-romanze?) anche del gascon sud-orientale
(Comminges, Couserans).
Un’opera storica e un libro di letture per la scuola, entrambi disponibili in for-
mato PDF sul sito del Conselh Generau d’Aran

•Passaggio di /b/ intervocalico a /w/ (deuant, víuer) tranne che a Pujò-


lo nell’alta Val d’Aran (il gascon oscilla fra mantenimento di /b/ e passaggio
a /w/).
•Plurale in -es dei nomi femminili: es pèires (come a Luchon nel Com-
minges).
•Pronuncia /a/ della a atona finale (tratto comune con Luchon e con al-
cune zone della Bigorre e del Bearn).
•Pronuncia di n finale, in consonanza con il guascone (che tende a
pronunciarlo come vocale nasalizzata: ã, õ ecc.). Ma a Pujòlo n finale è muta
(Ø) come in catalano: pan, vin, man = pà, vì, mà.
•Pronuncia non palatalizzata del gruppo th nella maggioranza dei casi
(vedèth = vedèt) e palatalizzata in pochi altri (còth = còtch: collo). La pronun-
cia di questo gruppo è varia in Guascogna: generalmente si ha la pronuncia
non palatalizzata (t), o debolmente palatalizzata (ty), ma nelle regioni pirenai-
che è più diffusa la pronuncia tch, come succede – limitatamente alla Val d’A-
ran – a Bausen e Canejan, dove la pronuncia palatalizzata è generale.
Fonte: rielaborazione da Wikipedia (V.Riullop)

Prestiti e calchi nel lessico e nella coniugazione del verbo.

gascon aranés català gascon aranés català


imperfetto futuro
cantavi cantaua cantava cantarèi cantarè cantarè
cantavas cantaues cantaves cantaràs cantaràs cantaràs
cantava cantaue cantava cantarà cantarà cantarà
cantàvam cantàuem cantàvem cantaram cantaram cantarem
cantàvatz cantàuetz cantàveu cantaratz cantaratz cantareu
cantavan cantauen cantaven cantaràn cantaran cantaran

p. remoto condizionale
cantèi cantè cantì cantarí cantaria cantaria
cantès cantès cantares cantarés cantaries cantaries
cantè cantèc cantà cantaré cantarie cantaria
cantèm cantèrem cantàrem cantarem cantaríem cantaríem
cantètz cantèretz cantàreu cantaretz cantaríetz cantaríeu
cantèn cantèren cantaren cantarén cantarien cantarien

La tabella qui sopra illustra in modo immediato i termini del problema:


il verbo aranés si discosta dal guascone medio e tende ad assomigliare molto
al verbo catalano. In un certo senso si può affermare che esiste, fra aranés,
catalano e spagnolo, lo stesso rapporto che c’è fra occitano alpino, piemonte-
se e italiano: anche qui la lingua regionale (il catalano) ha operato un’assimila -
zione per contatto che risale molto indietro nel tempo. Viceversa lo spagnolo si
sta imponendo sempre più negli ultimi tempi, con moltissimi neologismi (ad es.
abantes per abans o despuès per dempús).

Un’opera di consultazione linguistica, anch’essa di-


sponibile sul sito del Conselh Generau d’Aran

Ci sono poi caratteristiche dell’aranés, dovute alla sua iberizzazio-


ne, che ne fanno un dialetto unico nell’insieme occitano, come l’uso della terza
persona singolare per la forma di cortesia (in occitano si usa sempre senza
eccezioni la seconda plurale), o la preposizione “a” che precede il complemen-
to oggetto diretto degli esseri animati (aperar ar amic = chiamare l’amico).
Una grammatica dell’aranés pubblicata dll’editore catalano Pagès

Moneta francese da 15 denari (Luigi XIV) trovata a Es Bòrdes


Fonte: Musèu dera Val d’Aran

Paradigmi verbali.

Ecco i paradigmi delle coniugazioni regolari e di alcuni verbi irregolari molto


comuni:
Testi in aranés

Diamo la traduzione degli incipit di un romanzo e di un racconto in aranés. Il


primo è tratto da “ÒC”, il romanzo di Griselda Lozano pubblicato nel 2013 in
spagnolo e tradotto in aranés (con il sostegno del Conselh Generau d’Aran)
nel 2014. Il secondo è la traduzione di un racconto di Herman Melville: Bartle-
by, The Scrivener. A Story of Wall-Street.

Bartleby, eth copista ( disponibile sul sito del Conselh Generau d’Aran)

Da ‘OC’, di Griselda Lozano

Lugdunum, 20 calendas de deseme deth 1103


Un ambient estatic e tenebrós enrodaue aquera hereda maitiada. Una capa
d'espessa broma baisha caperaue dès eth solèr tot çò qu'era guardada podie
arténher. Solet era tor dera nòsta abadia subergessie nèta e fèrma ath miei
d'aquera silenciosa e inquietanta opacitat. Dera bòrda estant, podí veir aua-
nçar, coma un espèctre, era siloeta de quauquarrés qu'entraue ena nòsta en-
cencha. A mida que s'apressaue, vedí que se tractaue d'un monge que, damb
passi trantalhants e en.honsant es sòns pès ena hanga dera corsèra, s'enfi-
laue de cap ath nòste monastèri. De ressabuda abandonè eth cubèrt e ané a
cercar a frai Pèire, er encargat deth cerèr, qu'en aqueth moment se trapaue
endrabat damb er inventari des aprovediments entara nòsta comunautat.
Damb ua grana agitacion l'anonciè era naua e, en deishar eth recompte a
mans d'un frair laïc, toti dus gessérem ath córrer deth cerèr negat de flaira de
vin e horment entà arribar çò de mès lèu possible ena sala vestibulara.
Quan arribèrem ena nèira, entenérem a quauquarrés que tustaue tu per tu era
pòrta […].
Alavetz frai Pèire s'apressèc tath petit hiestron dera nèira e lo comencèc a
daurir. Tant que hège córrer era bauda, entení un long e shordant tartalh lèu
ath madeish temps que despareishie dera mia vista era tonsura de frai Pèire e
ath sòn lòc campaue, jos ues poblades e escures celhes, era sua fulminanta
guardada blua de uelhs redons.
Que siguec alavetz quan, coma un pericle, venguec entara mia ment er espol-
set de seda de pòrc e era bacina arràs de greish de shivau qu'uns dies endar -
rèr eth madeish m'auie balhat en tot que m'encomanaue damb insisténcia eth
prètzhèt de greishar es gahons. Que passè uns moments de pòur, pr'amor que
coneishia era rudesa deth sòn caractèr e me cranhia çò de pejor mès, erosa -
ments entà jo, frai Pèire se lheuèc de nau […].
Frai Pèire dauric damb rapiditat era pesada pòrta e deishèc entrar a un monge
de pès nuds que portaue ua hlassada mulatèra sus es espatles. Barrèc de nau
era pòrta e, quan se virèc, jo profitè entà amagar-me darrèr eth sòn robust còs
en tot tier-me damb ua des dues mans ath sarrat cordon que servie de supòrt
ara sua generosa bodena. Dejà laguens, eth monge se treiguec era capucha
en tot deishar eth sòn esblancossit e prim ròstre ath descubèrt e s'ajoquèc
dauant frai Pèire prononciant un "pax Dei".

Lugdunum, 20 calende di dicembre del 1103


Un'atmosfera immobile e cupa avvolgeva quella fredda mattinata. Una spessa
coltre di nebbia bassa copriva tutto quanto, dalla terra in su, l'occhio poteva
vedere. Solo la torre della nostra abbazia emergeva limpida e ferma in mezzo
a quell'opacità silenziosa e inquietante. Dalla stalle, dove mi trovavo, potevo
vedere la sagoma di qualcuno che, avanzando come uno spettro, entrava nel
nostro recinto. Mentre si avvicinava, vidi che era un monaco che, con passo in-
certo e affondando i piedi nel fango del sentiero, si dirigeva al nostro monaste-
ro. Subito lasciai il riparo della tettoia e andai in cerca di Fratello Pèire, il cella-
rarius, che in quel momento era impegnato con l'inventario degli approvvigio-
namenti per la nostra comunità. Con grande agitazione gli annunciai la notizia
e, lasciando il conteggio nelle mani di un frate laico, entrambi corremmo fuori
dalla dispensa impregnata dell'odore del vino e del grano per andare il più pre -
sto possibile nella sala vestibolare. Arrivati all’ingresso, sentimmo che qualcu-
no bussava insistentemente sulla porta […].
Allora il fratello Peire si avvicinò al piccolo pannello del portone e cominciò ad
aprirlo. Mentre faceva scivolare il fermo, sentii un lungo e fastidioso stridio qua-
si nello stesso tempo che scompariva dalla mia vista la tonsura di frate Peire e
al suo posto appariva, sotto sopracciglia nere e folte, il fulminante sguardo dei
suoi grandi occhi azzurri. Fu allora che, in un lampo, mi vennero in mente la
spazzola di setole e la bacinella straripante di grasso di cavallo che mi aveva
dato il frate qualche giorno prima, raccomandandomi caldamente di ingrassare
i cardini del portone. Trascorsero un paio di momenti di panico, perché cono-
scevo la durezza del suo carattere e temevo il peggio, ma fortunatamente per
me, fratello Peire si rialzò [...].
Fratello Peire aprì rapidamente il pesante portone e fece entrare un monaco
scalzo che portava sulle spalle una coperta per muli. Chiuse di nuovo la porta
e, quando si girò, ne approfittai per nascondermi dietro il suo forte corpo te-
nendomi con una mano alla stretta cintura che serviva di sostegno alla sua ge-
nerosa pancia. Una volta dentro, il monaco si tolse il cappuccio, lasciando sco-
perto il volto pallido e magro, e si inchinò davanti a frate Peire pronunciando
un "pax Dei".
Da ‘BARTLEBY’, di H. Melville

Sò un òme pro gran. Enes darrèri trenta ans, era natura des mies activitats
m’a metut en contacte mès qu’ordinari tamb un interessant e un shinhau sin-
gular grop d’òmes, qu’enquia a on mjo sabi, non s’a escrit jamès arren: parli
des copistes o escrivans.
N’è coneishut un pialèr, a títol professionau e en privat, e poiria condar diuèr -
ses istòries que harien a arrir as cavalièrs de bona volontat e plorar as animes
sensibles. Mès renóncii as biografies de toti es auti escrivans per quauqui
passatges dera vida de Bartleby, eth copista mès estranh qu’è vist o qu’è ente-
nut a parlar-ne jamès. Des auti escrivans poiria escríuer era vida sancèra, mès
de Bartleby non se pòt hèr arren de semblant. Non i a materiau entà ua bio -
grafia complèta e satisfactòria d’aguest òme: ua pèrta irreparabla entara litera -
tura. Bartleby ère un d’aqueri èsters des que non se pòt assegurar arren, se
non ei a compdar des hònts originaus, e en sòn cas son fòrça escasses. De
Bartleby non sabi mès que çò que vederen es mèns uelhs estonats, trèt d’un
laugèr rumor que recuelherè en epilòg.

Abans de presentar ath copista, talaments coma lo vedí per prumèr còp, que
me cau hèr bèra mencion dera mia persona, des mèns employées, deth mèn
negòci, deth mèn estudi e deth mèn cercle en generau; perque aguesta de-
scripcion ei indispensabla entà ua comprenença avienta deth protagonista
dera istòria.
En prumèr lòc: sò un òme que, des dera joenessa, è agut era prigonda convic -
cion qu’era vida sense complicacions ei era mielhor. Per aguesta arrason, en-
cara que pertanhi a ua profession proverbiauments energica e nerviosa, a
còps enquiara turbuléncia, jamès è permetut qu’arren pertorbèsse era mia
patz. Sò un d’aqueri avocats sense ambicion que jamès s’adrece a un jurat, ne
sage d’atirar er aplaudiment public de bèra manèra; mès ena serena tranquilli-
tat d’un retirament confortable, hèsqui un negòci facil tamb es obligacions, es
ipotèques e es títols de proprietat des arriqui. Es que me coneishen me consi -
dèren un òme eminentaments segur […].

Quauque temps abans dera epòca qu’arringue aguesta istorieta, es mies au-
cupacions auien aumentat fòrça. M’auie estat conferit eth vielh cargue, ara su-
primit en Estat de New York, de Secretari dera Canceleria. Non ère un trabalh
guaire complicat, mès òc que n’ère, de ben remunerat […].
Eth mèn estudi ère en un pis deth numèro… de Wall Street. Per un costat
daue tara paret blanca der espaciós pati de lums que horadaue er edifici de
naut en baish. Aguesta vista, mancada de çò qu’es païsatgistes diden “vida”,
se podie considerar mès lèu engüegiua que ua auta causa.
Mès encara que siguesse atau, era vista der aute costat der estudi aufrie, au -
mens, un contrast. En aquera direccion es hièstres dominauen sense obsta-
cles ua paret nauta de malons, ennerida pes ans e pera ombra perpètua; tà
guardar es bereses amagades d’aguesta paret non calie lunetes, perque, tà
benefici des espectadors vistacuèrti, se lheuaue a dètz pès des veires des
mies hièstres.

Sono un uomo di una certà età. Negli ultimi trent’anni, la natura delle mie attivi-
tà mi ha messo in continuo contatto con una serie di personaggi interessanti e
in qualche modo singolari di cui, per quanto ne so, non si è mai scritto niente:
parlo dei copisti degli studi legali.
Ne ho conosciuti moltissimi, professionalmente e privatamente, e potrei rac-
contare diverse storie, che farebbero ridere le persone di spirito, e piangere le
anime sensibili. Ma rinuncio alle biografie di tutti gli altri copisti a favore di alcu-
ni passaggi della vita di Bartleby, il copista più strano che io abbia mai visto, o
di cui abbia mai sentito parlare. Degli altri suoi colleghi potrei scrivere l’intera
vita, ma di Bartleby non si può fare niente del genere. Non c’è materiale suffi-
ciente per una biografia completa e soddisfacente di quest’uomo, ed è una
perdita irreparabile per la letteratura. Bartleby era uno di quegli esseri di cui
niente è verificabile, se non a partire da fonti originali, e nel suo caso le fonti di-
cono molto poco. Di Bartleby – con l’esclusione di una vaga diceria che riporte-
rò nell’epilogo – altro non so se non quello che hanno visto i miei occhi stupiti.

Prima di presentare il copista, esattamente come lo vidi per la prima volta, è


opportuno dare qualche informazione su di me, sui miei dipendenti, sulla mia
attività, sull’ufficio dove lavoro, e in generale sul mio ambiente; perché la de -
scrizione di tutto ciò è indipensabile per capire a sua volta il protagonista di
questo racconto.
Innnanzitutto: sono un uomo che fin da giovane ha avuto la profonda convin-
zione che la vita senza complicazioni è la migliore. Di conseguenza, anche se
esercito una professione proverbialmente energica e nervosa, a volte persino
turbolenta, mai ho permesso che niente turbasse la mia pace. Sono uno di
quegli avvocati non ambiziosi che mai si rivolge direttamente a una giuria, né
mai in alcun modo ricerca l’applauso del pubblico; ma nella serena tranquillità
di una posizione ritirata faccio un’agevole compravendita di obbligazioni, ipote-
che e titoli di gente ricca. Chi mi conosce mi considera un uomo eminentemen-
te affidabile […].

Il mio studio era al primo piano del numero… di Wall Street. Da una parte dava
su un cortile spazioso e illuminato dall’alto, delimitato da una parete bianca.
Questa vista, priva di quella caratteristica che i pittori paesaggisti chiamano
‘vita’, si poteva considerare più che altro insulsa o banale.
Tuttavia, la vista dall’altro lato dello studio offriva, almeno, un contrasto. In
quella direzione le finestre incombevano su una parete di mattoni molto alta,
annerita dagli anni e dall’ombra perpetua; per spiare le bellezze nascoste di
questa parete non ci volevano binocoli perché, a beneficio di spettatori con la
vista corta, si trovava a tre metri di distanza dai vetri delle mie finestre.