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Kyan, maestro di Tōde-do

La scritta nella foto dice “primo istruttore


di Tōde-do” ed è riferita a Kyan,
intendendo che fu il principale maestro
di Chitose (nato Chinen Tsuyoshi), visibile
in piedi a sinistra.
Da notare l’accostamento tra “Do”
(“via”) e “Tōde” (“手 mano, o arte, 唐
cinese”), raramente ritrovabile prima che
lo scomodo kanji fosse sostituito da “空”
(“vuoto”). Ricordiamo che, anche se
cambia il kanji, la pronuncia può essere
la stessa cioè: Karate-do.

Informazioni tratte dall’intervista di Arcenio Advincula a Taira Kazu, allievo di Kyan Chōtoku
L’intervista fu organizzata da Tokumura Kenshō, un amico di Taira,
che viveva nella sua stessa città natale di Heshikiya, presso l’Hotel
Harbour a Tairagawa, Gushikawa Shi, Okinawa, il 29 agosto 1997.
(Nelle foto, Taira Kazu con Arcenio Advincula).
Taira disse d’essersi allenato con “Chan Migwa” al Karate Club
della Scuola Agraria di Kadena, dal 1941 al 1943, e affermò che era
la prima intervista in merito all’allenamento con Kyan Chōtoku.
Era molto felice perché gli faceva piacere parlare del suo defunto
maestro.
Egli descrisse Kyan come un uomo basso di statura (gli arrivava
all’orecchio). Dichiarò che, mentre Miyagi Chōjun era noto per le
sue potenti tecniche di presa, Kyan Chōtoku era
conosciuto per quelle a mano aperta, specie per i
colpi di nukite e shuto.
Raccontò come, proprio per condizionare il suo
nukite, Kyan sistemasse due contenitori pieni di
sostanze sconosciute ai lati del corpo, spingendo
alternativamente le dita nei contenitori.
Taira Kazuo citò alcuni dei kata insegnati da Kyan
Chōtoku, tra cui Naifanchi, Passai e Gojushiho.
Rammentava, pur non essendone certo, di aver
praticato tre kata Naifanchi.
Dichiarò anche che Kyan aveva creato un kata chiamato “Paranku”, e cercò di mostrare quel
che ne ricordava come meglio poteva.
Per una persona che non aveva praticato Karate da 54 anni (dal 1943), quello che eseguì fu
ottimo, anche se, in seguito, Taira fece riferire da Tokumura Kenshō che non era Paranku ma
bensì Ananku il kata che Kyan gli aveva insegnato.
Affermò anche che, per la guerra, dopo il 1943 il Karate non venne praticato per un po’.
Riferì, poi, che Kyan Chōtoku applicava quella che chiamava “energia ravvicinata”, o chinkuchi.
Secondo Taira Kazu, il chinkuchi è superiore nella corta distanza e il gamaku (“energia
d’azione”) nella lunga.
Anche se alcune scuole che derivano da Kyan affermavano che egli insegnasse un colpo di
pugno inclinato a 3/4, Taira Kazuo e Nakazato Jōen asserirono di non aver mai visto Kyan farlo,
e Nakazato Jōen studiò con lui dal 1937 al 1943, sia alla Scuola di Agraria di Kadena che al dojo
di Kyan vicino al ponte sul fiume Huja nello Yomitan.
Invece, Taira ricordò di aver visto Kyan insegnare tecniche di Sai agli allievi anziani, ma non i
kata e anche di aver visto il Maestro insegnare quel che pensava fosse il Sanchin Shime (締め,
test fisico sulla contrazione muscolare e la struttura durante l’esecuzione del kata Sanchin).
Poiché allora era troppo giovane, a lui non furono insegnati né Sai né Sanchin. Ulteriormente
interrogato in merito, confermò d’esser certo di aver visto Kyan insegnare Sai e Sanchin.
Riguardo a questo, Nakazato Jōen, che fu compagno di classe di Taira, disse che Kyan Chōtoku
insegnava Shime e respirazione profonda nel kata Seisan. Questo farebbe ipotizzare che Taira
possa aver confuso Seisan con Sanchin, anche se, in realtà, avrebbe dovuto riconoscere
facilmente il primo dal secondo…
Da notare che, secondo Ciso, il secondogenito di Shimabuku Tatsuo, quando suo padre
studiava con Kyan Chōtoku proprio al dojo vicino al ponte sul fiume Hija, questi suggeriva a
Tatsuo di eseguire Sanchin in acqua per rigenerarsi, dopo essersi allenato al dojo e mentre
tornava a casa. Quando gli fu fatto notare che, secondo molti, Kyan non avrebbe mai
insegnato il kata Sanchin, Ciso rispose che, invece, egli ne insegnava senz’altro una versione,
anche se un po’ meno dura di quella Gōjū-ryū appresa da Tatsuo da Miyagi Chōjun.
Nella foto sotto a sinistra, accanto ad Advincula, c’è Iha Tsuyoshi, fratello di Iha Kama, moglie
di Kyan Chōtoku, che tiene in mano la foto di destra, dove Kyan Chōtoku è ritratto con
Nakazato Jōen (2° da destra, seduto) e Taira Kazuo (fila dietro, in piedi, 2° da sinistra).
In quella casa, Nakazato Jōen fu ospitato dai coniugi Kyan gratuitamente, mentre frequentava
la Scuola Superiore di Agraria.
Il cognato di Kyan spiegò che, anche se la casa di Kadena era stata ristrutturata dopo la guerra,
questo era lo stesso posto dove fu scattata la foto nel 1941.
Iha Kama, moglie di Kyan Chōtoku
Figlia maggiore del clan Yara Rindō. Nata il 24 maggio 1872 era due anni più giovane di
Chōtoku. (Foto di Nishihira Shuichiro, nipote di Chōtoku).
Kyan Chōtoku all’isola di Ishigaki (dove apprese il Bōjutsu di Tokumine)
All’età di sessant’anni, nell’agosto del 1930, Kyan, accompagnato da Kuwae Ryōsei e Kudaka
Masayoshi, si recò a Taiwan (allora sotto il controllo giapponese) per partecipare al “Festival
Internazionale del Budō di Taipei” in rappresentanza del Tōde di Okinawa.
(Tra l’altro, fu durante questa grande manifestazione di arti marziali, organizzata presso il
Butokuden di Taiwan, che Kyan accettò una sfida dal jūdōka Ishida Shinzō, battendolo con
relativa facilità).
È quindi possibile che abbia fatto tappa, per la prima volta, a Ishigaki durante il suo viaggio di
ritorno da Taiwan ad Okinawa.
Mentre non ci sono prove di questa ipotesi, esistono, invece, almeno tre articoli di giornale,
datati 1931, che riportano una visita ufficiale di Kyan Chōtoku all’isola di Ishigaki.
Secondo questi, Chōtoku fu presentato come “un’autorità del Tōde delle Ryūkyū” giunto ad
Ishigaki per insegnare l’Arte in occasione dell’inaugurazione di una “struttura di
addestramento” per il Tōde, che, in seguito, fu chiamata “Butokuden delle Isole del Sud”.
Visto che il primo articolo risale al Settembre 1931 e l’ultimo ai primi di Dicembre dello stesso
anno, forse Chōtoku rimase a Ishigaki per più di tre mesi, o, almeno, ci si sarebbe recato più
volte in quel periodo.
Sull’isola, alla Yaeyama Hall di Ōkawa, il 14 e 15 settembre 1931 Chōtoku, a 61 anni, diede due
dimostrazioni di Tōde.
Lo scopo di queste manifestazioni era di coinvolgere la gente di Ishigaki nella realizzazione del
“Butokuden delle Isole del Sud”, perciò, per contribuire ai costi di costruzione, fu stabilita una
quota di due yen per partecipare ai seminari tenuti da Kyan, che si svolgevano dalle 8 alle 11
di mattina e dalle 19 alle 23 della sera.
Inoltre, sempre per raccogliere fondi per il Butokuden, gli editori dei giornali di Ishigaki
sponsorizzarono una grande dimostrazione durante la quale <<Il Sig. Kyan Chōtoku riunì i
giovani dell’isola per un corso più approfondito. La manifestazione iniziò il 7 dicembre 1931 e
continuò, ogni giorno, per una settimana. L’insegnamento iniziava alle 7 di mattina, presso
l’ufficio ‘Banzai’. Sono state presentate le seguenti materie: Tōde, Kata di Tōde, Kumite, Bo, Bō
no Kumite, Tinbē, Sai e Nunchaku.
La quota di ammissione era di 15 sen [1 sen = 1/100 di yen] per gli adulti e di 10 sen per i
bambini. Lo stesso Chōtoku promosse la partecipazione attiva degli isolani, dicendo: “Ishigaki è
profondamente consapevole che non ha ancora una struttura per la pratica dell’educazione
fisica. Poiché ha riconosciuto la necessità di un dōjō per i propri figli e figlie, chiedo agli illustri
partecipanti la loro solidarietà”.>>
Come già a Okinawa, anche a Ishigaki l’insegnamento delle arti marziali
era rivolto ai giovani. Negli articoli, si trovano richiami già sentiti all’idea
di diffusione del Tōde in voga allora, come: <<La Prefettura di Okinawa
ha recentemente adottato il Tōde nell’area dell’educazione fisica. Viene
anche introdotto come allenamento di autodifesa.>>

Per inciso, è molto probabile che sia stato proprio nel 1931, durante
quel soggiorno a Ishigaki, che Kyan imparò il Tokumine Bōjutsu da
Kedahana Gisa (1843-1934, a destra), quale erede di Tokumine Pēchin .
Kyan Chōtoku e il Tokumine no Kon
Tokumine Pēchin , del villaggio Gibo di
OKINAWA
Shuri, era un calligrafo, abile anche nel FUKIEN
Tōde e nel Bōjutsu. Tra i suoi allievi di
quando viveva ancora a Shuri, vi fu anche Fuzhou
Motobu Chōki, che raccontò di lui e di Taipei ISHIGAKI
come venne esiliato.
Tokumine aveva il vizio del bere e, spesso,
TAIWAN
finiva coinvolto nelle risse tra ubriachi. N
Del resto, lo stesso Chōki gli portava una
bottiglia di liquore come compenso per
una lezione.
Un giorno, a Tsuji, il cosiddetto “quartiere a luci rosse” di Naha, Tokumine andò seriamente
fuori controllo e dovettero intervenire dozzine di
chikusaji (poliziotti) per fermarlo.
Eppure, nonostante il numero, la cosa risultò molto
difficile, tanto che parecchi di loro restarono a terra, uno
persino ferito in modo serio.
Inevitabilmente, il pēchin fu arrestato e condotto a
processo, dove fu condannato all’esilio sulla remota isola
di Ishigaki, dove rimase fino alla morte.
Ishigaki fa parte del piccolo arcipelago delle Yaeyama, le
isole più a sud delle Ryūkyū e, come si vede nella mappa
in alto, è molto più vicina a Taiwan che a Okinawa.

Con il tempo, inevitabilmente, dopo la partenza di


Tokumine Pēchin il Tokumine bōjutsu di Shuri si estinse.

All’inizio dell’era Shōwa (1926-1989), Kyan Chōtoku, che conosceva Tokumine, probabilmente
approfittando di essersi recato a Ishigaki per l’inaugurazione del locale Butokuden, lo cercò
per studiare il suo bōjutsu.
Purtroppo, Tokumine Pēchin era già morto.
Tuttavia, aveva fortunatamente insegnato il suo kata
(il futuro “Tokumine no Kon”) a un nobile del
villaggio, che era il proprietario della casa in cui
viveva (a destra) e che si prendeva anche cura di lui.
Quest’uomo si chiamava Kedahana Gisa (foto nella
pagina precedente) e fu lui a passare a Kyan Chōtoku
il bōjutsu di Tokumine, sotto forma di kata, che poi
prese il nome di Tokumine no Kon, pronunciato
Tukunmī nu Kun nella lingua di Okinawa.

Kedahana Gisa non trasmise ai suoi figli quest’arte, che, persasi a Ishigaki, si diffuse, invece, a
Okinawa presso diverse scuole, per lo più derivate da Kyan Chōtoku.
“Allenamento al Tōde e cosa sapere sul combattimento” di Kyan Chōtoku
Nel 1929/30, due praticanti giapponesi, Takada Mizuho (poi Mutsu Mizuho) e Miki Nisaburō, si
recarono a Okinawa per studiare il Tōde originale. Per far questo, andarono a trovare alcuni
tra i più celebri maestri del tempo, come Ōshiro Chōjo, Yabiku Moden, Miyagi Chōjun, Yabu
Kentsū e Kyan Chōtoku.
Quest’ultimo, che a quel tempo insegnava alla stazione di polizia di Kadena e presso la Scuola
di Agricoltura e Silvicoltura della Prefettura di Okinawa, rilasciò loro un’intervista, nella quale
parlò del Tōde, dell’allenamento e del combattimento, che i due riportarono nel loro libro
“Kenpō Gaisetsu” (拳法概說, “Introduzione al Kenpō”).
Storia e struttura del Tōde.
In un alterco senz’armi, si può approfittare della situazione in qualsiasi momento in cui
l’avversario è scoperto colpendo con il pugno chiuso, rompendo con il gomito o con i piedi.
Le mani e i piedi possono essere usati anche per parare dei colpi.
Inoltre, si possono anche evitare gli attacchi imparando a spostare correttamente il corpo.
Arte marziale originale di Okinawa, il Tōde risale a circa 400 anni fa, ai periodi Oei [1394-1428]
o Eikyo [1429-1441]. Introdotto ad Okinawa dalla Cina da qualcuno non identificato che vi
aveva studiato, col tempo la pratica si affinò per gradi e alla fine venne considerata come
Okinawense. Da quel momento in poi queste abilità sono state ulteriormente coltivate e
continuamente migliorate.
È importante capire la differenza tra il metodo cinese e quello di Okinawa. I cinesi usano
comunemente la punta delle dita contro l’avversario mentre il pugno chiuso è usato
principalmente a Okinawa. Va notato che il pugno chiuso è una delle differenze fondamentali
che rendono il Tōde un metodo di combattimento unico.
Oggi, ci sono due principali stili di Tōde, Shōrei-ryū e Shōrin-ryū. In totale, tra loro, ci sono
dozzine di kata, che includono principalmente il condizionamento fisico e l’applicazione
difensiva. Mentre entrambi hanno i loro punti positivi e negativi, si può dire che lo stile Shōrei
si concentra principalmente sul condizionamento del corpo mentre lo stile Shōrin si rivolge ai
principi applicativi.
Tuttavia, dovrebbero essere evitati giudizi affrettati su quale sia lo stile giusto e quale lo
sbagliato, poiché i metodi di allenamento sono basati sul carattere e sulle condizioni fisiche
degli studenti.
I principi di applicazione del Tōde sono davvero variegati, tuttavia, nel caso del
combattimento, in realtà contano realmente solo due punti: “sei” e “ki” [“Sei” significa giusto,
corretto, leale e/o puro; “Ki” significa inusuale, strano, inaspettato o non vero. Può sembrare
poco chiaro, ma Kinjo Hiroshi ci aiuta a comprendere meglio confrontandoli con i termini del
Budo “omote” (esterno) e “ura” (dentro): la superficie delle cose e l’invisibile o l’inaspettato].
I tre modi per aiutare l’applicazione pratica di questi punti sono:
a) Osservazione [Go no sen];
b) Impercettibilità [Sen no sen];
c) Trascendenza [Sen].
Quale dei tre atteggiamenti combattivi risolva al meglio ogni confronto fisico, dipende
interamente dall’individuo e dalle circostanze.
Naturalmente, lo scontro è determinato anche se si conosce sia l’avversario che se stessi.
Queste sono questioni in prima linea nel combattere e vincere.
Cosa sapere sull’allenamento.
A. L’insegnamento dovrebbe avvenire nel seguente ordine: è importante spiegare cos’è il
Tōde e cosa non lo è. Quindi, dovrebbe seguire ciò che si dovrebbe sapere sulla pratica
fisica. Dopo dovrebbero venire la postura e gli spostamenti in avanti e all’indietro. Si
può anche introdurre gradualmente l’evasività. Segue l’insegnare come usare i pugni
chiusi, colpire con i gomiti e calciare con i piedi, insieme a deviazioni, intrappolamenti e
immobilizzazioni. Quando questi punti sono appresi in modo soddisfacente, si possono
insegnare i kata. Quando uno è esperto nei kata, si può introdurre lo sparring.
B. In passato, lo sparring era pericoloso perché non era utilizzato alcun equipaggiamento
protettivo. Pertanto, è diventato necessario indossare protezioni su parti chiave del
corpo, come nell’allenamento con la baionetta (Juken-jutsu). L’utilizzo di questo tipo di
protezione e di guantoni contribuirà a ridurre le lesioni potenziali associate alla pratica.
C. A parte quello che ho già menzionato sopra e l’uso di un makiwara, non c’è davvero
nessun altro equipaggiamento speciale per imparare/insegnare il Tōde. Inoltre, non
sono richiesti compagni d’allenamento e strutture spaziose. Questi sono alcuni dei
vantaggi dell’apprendimento/insegnamento del Tōde.
In breve, questi principi dovrebbero essere tenuti in considerazione durante l’allenamento
regolare poiché il condizionamento del corpo migliora la mobilità e la forza e la flessibilità di
pugni e calci. Osservando questi principi durante il corso della pratica per un lungo periodo
di tempo, scoprirai senz’altro l’essenza dell’addestramento e infine comprenderai come può
essere adeguatamente applicato per adattarsi alle circostanze. La disciplina mentale e
spirituale è vitale per lo sviluppo della propria intima personalità, se si trascura e
l’allenamento si concentra solo sulla tecnica fisica (corpo, mani e piedi) lo sforzo è inutile.
Questa verità fondamentale deve essere compresa affinché la pratica della tecnica sviluppi
la mente e il corpo (mani/piedi). Allo stesso tempo, ci si può comportarsi bene, essere
calmi, vigili e coraggiosi, eccetera.
1. Lo scopo delle arti marziali è prevenire la violenza, favorire l’umiltà e imparare
l’autodifesa. Questo è il motivo per cui un artista marziale dovrebbe comportarsi bene,
essere modesto e leale.
2. Le arti marziali coltivano la capacità di reagire al momento giusto usando il corpo e la
mente all’unisono. Coloro che abusano delle loro abilità o sono arroganti, nuociono alla
loro comunità. Tale comportamento non è apprezzato da nessuno e danneggia solo il
proprio carattere. C’è un vecchio e saggio detto che vale la pena ricordare: “Un pugno
chiuso dovrebbe essere come un tesoro nascosto nella manica, rimane un segreto
finché qualcuno non lo cerca”.
3. Lo scopo del Tōde è condizionare il corpo, coltivare la mente e nutrire lo spirito.
4. Una postura efficace è resa possibile affondando il proprio “chi/ki” nel dantien/tanden,
facendo attenzione che non salga su per il tuo corpo. Tuttavia, è importante non essere
mai troppo radicati nella propria posizione.
5. Il Kata dovrebbe essere praticato con la stessa determinazione con la quale si affronta
un avversario.
6. Lavoro di gambe, movimento del corpo e impatto sono tutte azioni da eseguirsi sempre
rapidamente. Tuttavia, ricorda che lavoro di gambe e movimento del corpo efficaci, dal
punto di vista funzionale, richiedono che uno rimanga sulla punta dei piedi.
7. Capire l’applicazione del kata fa chiarezza sui bersagli, se superiore, mediano o inferiore,
altrimenti l’impegno è vano.
8. La pratica al Makiwara è essenziale per sviluppare potenti strumenti d’impatto.
Tuttavia, le tecniche potenti sono inutili, salvo che non siano supportate da mani e piedi
veloci. Pertanto, potenza e velocità sono come le ruote di un carro: una non può
funzionare bene senza l’altra.
9. Il proprio corpo, la percezione e lo spirito devono essere costantemente addestrati.
Cosa sapere sul combattimento.
1. Non posso che sottolineare l’importanza di provare a valutare prima i punti di forza e di
debolezza dell’avversario, per stabilire una tua strategia. Se sei attaccato da un
avversario più potente, dovresti spostare la tua attenzione verso una strategia difensiva.
Così, l’attaccante è costretto a usare più forza. Questa è l’occasione per cercare il “suki”
(attimo di guardia abbassata) e sfruttarlo. Ecco come usare al meglio la forza dell’altro.
2. Gli avversari meno potenti possono anche rivelarsi buoni combattenti difensivi, essere
evasivi e usare molte tecniche. Bisogna stare attenti a non attaccare tali combattenti
sconsideratamente, ma fare buon uso delle mani e del gioco di gambe. Lasciar entrare
un avversario è un modo per favorire un proprio contrattacco immediato. Tuttavia,
ricorda che prendere o cedere l’iniziativa significa esser sempre preparati
all’inaspettato.
3. Non attaccare mai con velocità o con forza un avversario senza riflettere. I combattenti
agili possono spesso percepire le intenzioni dei movimenti di mani e piedi e
contrattaccare rapidamente.
4. Dovresti stare attento a non telegrafare mai le tue intenzioni o lasciare che il tuo
avversario legga il tuo linguaggio del corpo. Indipendentemente dalla forza o dalla
potenza del tuo antagonista, prova a non spostarti mai indietro per più di tre passi.
5. Durante un combattimento, devi prestare molta attenzione a difendere la linea centrale
e non essere sorpreso fuori equilibrio seguendo i movimenti o gli occhi di un avversario.
Devi stare particolarmente attento a non essere colpito agli organi vitali, afferrato o
preso ai testicoli quando sei attaccato. Inoltre, non è sempre consigliabile usare troppa
forza nella tecnica difensiva, perché il tuo movimento tenderà a interrompersi, cosa che
riduce anche la possibilità di una reazione rapida o di sfruttare un’opportunità.
6. Se afferri il polso, l’indumento o il braccio di un avversario, assicurati di mantenere una
forza flessibile, sempre pronta a sfruttare la sua reazione. In questo modo puoi
mantenere il controllo del movimento dell’avversario.
7. Senz’altro, delle mani rapide sono un requisito necessario per attaccare efficacemente
l’avversario. Tuttavia, se manchi l’obiettivo previsto nel bel mezzo di un attacco, non è
necessario ritrarsi e riprovare. Dopo esser arrivato molto all’avversario, puoi
semplicemente attaccare altri bersagli con mani e piedi. Anche senza usare piena
potenza, in questo modo puoi comunque, un po’ alla volta, abbattere un antagonista.
8. Non è necessario usare le mani in difesa dei calci di un avversario. Possono essere
intrappolati, ostacolati o, addirittura, spazzati via dalla tua stessa gamba mentre
contemporaneamente contrattacchi con le mani. Nel caso in cui l’avversario cada o sia
abbattuto, fai attenzione a non precipitarti con incoscienza e a essere colto alla
sprovvista.
9. Anche se l’avversario t’afferra il piede o la gamba, puoi giovartene abbassandoti
rapidamente e spingendoti verso di lui, riducendo il rischio di lesioni. Tuttavia, sii molto
attento a questa situazione se il terreno è insidioso, dato che potresti cadere da solo.
10. Attenzione a non essere colto alla sprovvista da un astuto inganno di un avversario. Ad
esempio, non farti imbrogliare da qualcuno che finge di afferrarti con la mano, in realtà
solo per colpirti con il loro piede. Viceversa, può essere utilizzato anche il contrario: il
calcio può essere usato per provocare una risposta e approfittarne per colpire di pugno.
Ascolta e reagisci a voce e suono e non farti mai prendere alla sprovvista.
11. Se sei assalito da diversi avversari contemporaneamente, fai attenzione a non lottare
con loro. Devi mantenere le distanze per conservare il vantaggio. Se qualcuno attacca
da destra, spostati a sinistra. Se devi difenderti di fronte, fai attenzione a non trascurare
l’avversario dietro di te. Questo è l’unico buon modo per affrontare più avversari.
Questi suggerimenti sono i più basilari per il combattimento, tuttavia, ricorda, per favore, che
sono solo un esempio. In altre parole, nelle arti marziali le sfumature sono davvero infinite e
misteriose. Pertanto, non affidarsi esclusivamente a materiali scritti. Il modo migliore per
padroneggiare l’arte è allenarsi con diligenza ed entusiasmo. Forse, dopo un lungo studio,
potresti raggiungere l’illuminazione.

Kyan Chōtoku e Aragaki Ankichi


Questa foto del 1926 forse è l’unica che mostra assieme Kyan e il suo celebre allievo Aragaki.
Da sinistra: Tamagusuku Sadahito (o Sadatoyo, 16 anni), Aragaki Ankichi (31), Nago Chōkyō
(17), Kyan Chōtoku (60) e Tsunami Hitoe (16).
“Karate no omoide”: il testamento tecnico di Kyan Chōtoku
“Karate no omoide” (“I miei ricordi del Karate”) è un lungo articolo, firmato da Kyan Chōtoku,
pubblicato il 7 Maggio del 1942 dal quotidiano Okinawa Shinpō.
In esso, il maestro inizia accennando alla sua storia marziale, per poi continuare con una serie
di appunti tecnici.
Quale rara e ampia testimonianza sulla vita di Kyan e sul suo rapporto con il Karate risulta
essere un documento preziosissimo (nell’immagine qui sotto, l’incipit dell’articolo originale).
Al suo interno, il testo è organizzato come segue:
 Introduzione
 La Via del Karate
 Lo scopo del Karate
 Tecniche di vittoria o di sconfitta
 Metodi d’attacco e difesa senza restrizioni
 La preparazione dei praticanti
 La necessità della forza fisica
 La coordinazione Muscolare
 Età e fisico dei praticanti
 Chīshī e Makiwara
 Conclusione
Nell’introduzione, Kyan Chōtoku parla della sua storia personale, mostrandoci quanto il Karate
abbia contato nella sua vita, fin da quando, ancora bambino, poiché era piuttosto cagionevole,
suo padre Chōfu lo faceva allenare con suo fratello maggiore e con dei lottatori del Sumo di
Okinawa (Tegumi) per aiutarlo a rinforzarsi. Chōfu era silenzioso e severo e aveva studiato le
arti marziali come d’uso nelle famiglie nobili, così, verso i quindicianni, lo portò dal grande
Matsumura Sōkon, che era stato anche suo insegnante, con il quale Chōtoku studiò, per due
anni, quello che allora si chiamava Ti, imparando il kata Gojushiho. Kyan spiega che, all’epoca,
Matsumura aveva ottant’anni, ma non aveva certo paura della vecchiaia: s’allenava ogni
mattina al makiwara e aveva un braccio così duro che pareva una barra d’acciaio.
Dopo la definitiva annessione delle Ryūkyū da parte del Giappone, Chōfu dovette raggiungere
il suo ex re a Kyōto, in qualità di capo del cerimoniale, e Chōtoku lo seguì, assieme al fratello e
ad una sorella. Là, padre e figlio si allenarono con costanza, anche quando, come ricorda
Chōtoku, il clima era freddo e nevoso, quasi proibitivo. Poi, con un certo compiacimento, Kyan
afferma che, grazie a questo severo addestramento, nei nove anni che rimase in Giappone
diventò sempre più forte, senza mai prendersi nemmeno un raffreddore. Invece, è con gran
dispiacere che ricorda di essere venuto a conoscenza, durante il quinto anno di permanenza
laggiù, della morte, a ottantotto anni, di Matsumura Sōkon.
A causa di affari di famiglia, Kyan tornò a Okinawa all’età ventisei anni, dove, per proseguire
nella sua crescita marziale, racconta che studiò con Matsumora Kosaku e altri maestri di
Tomari. Egli notò che questi mostravano una stima reciproca, tanto da insegnare anche agli
allievi degli altri istruttori, pur riservando le loro “abilità speciali” ai propri discepoli.
Kyan finisce l’introduzione precisando che quello che seguirà “è ciò che ho imparato dagli
anziani e dalle mie convinzioni”.
Alcune notazioni tecniche tratte da “Karate no omoide”
Oltre a ricordi legati alla sua lunga vita, in pratica totalmente dedicata al Karate, nell’articolo di
Kyan Chōtoku si trovano, soprattutto, un gran numero di consigli tecnici, di suggerimenti sul
modo di allenarsi, fisicamente e mentalmente, e di considerazioni sul cos’è e il cosa non è il
Karate.
In verita, potremmo stupirci nel trovare alcuni richiami a “samurai” e “Bushido”, ma non
dobbiamo dimenticare che, nel 1942, ci si trovava in piena guerra mondiale, e, come
analizzeremo in un altro commento sul capitolo conclusivo di questo scritto, nell’impero
Giapponese il nazionalismo imperava e tutti i giornali dovevano essere assolutamente allineati
alle direttive del Ministero degli Interni, che li controllava con attenzione e fermezza.
Qui sotto riportiamo un ampio sunto dei nove capitoli tecnici.
La Via del Karate.
<<Solo dopo aver praticato le arti marziali si seguirà la morale dei samurai. Pertanto, il Karate
non è solo “jutsu”, ma anche un modo di intendere la via del “samurai”.
Non farti distogliere dal semplice proiettare o colpire le persone >>.
Lo scopo del Karate.
<<Il Karate mira a sviluppare il corpo, la padronanza delle arti marziali, e la pratica del sé
(consapevolezza).
Nell’allenamento al Karate s’impara come sconfiggere l’avversario e come evitare il suo
attacco e anche a creare una postura atta a mantenere la salute del corpo.
La formazione nel Karate, con gli appropriati metodi didattici, garantirà che il sistema
muscolo-scheletrico sia ben armonizzato.
Dato che quelli che allenano il corpo con il Karate sono anche mentalmente liberi, spesso
viene loro naturale evitare i pericoli inaspettati>>.
Tecniche di vittoria o di sconfitta.
<<Si tratta di come fare a sconfiggere un avversario. Per vincerlo l’azione di ogni parte del
corpo dev’essere efficiente, e l’azione della mente adeguata>>.
Metodi d’attacco e difesa senza restrizioni.
<<Va notato che, ai vecchi tempi, i praticanti di arti marziali studiavano le leggi naturali, così
come quelle del corpo, che possono essere liberamente praticate nel dojo e anche nella vita di
tutti i giorni>>.
La preparazione dei praticanti.
<<Inizialmente, alcuni praticano il Karate solo per l’autodifesa, ma senza studiare a fondo che
cos’è davvero. Altri solo per la bellezza del gesto nelle tecniche. Altri ancora lo praticano “solo
un poco”, senza impegno.
Se non studi con dedizione, la tua formazione nel Karate non sarà sufficiente. Devi essere
sempre pronto a metterla in pratica>>.
La necessità della forza fisica.
<<Far affidamento solo sulla forza fisica può creare dei danni. È naturale che il più forte
vincerà in uno scontro solamente fisico.
Ogni arte marziale richiede forza, ma è solo aggiungendo la potenza data dalla via del Samurai
che si raggiunge la massima efficacia>>.
La coordinazione Muscolare.
<<Si deve raggiungere la coordinazione muscolo-scheletrica di ogni parte del corpo per
sconfiggere l’avversario, mantenendo la corretta postura.
Per esempio, quando l’avversario è in difficoltà, non si può vincere se nella nostra tecnica i
movimenti delle varie parti del corpo non sono in armonia tra loro.
I praticanti di Karate devono prestare la massima attenzione alla coordinazione muscolare.>>.
Età e fisico dei praticanti.
<< La gente spesso pensa che il Karate-Do sia un po’ troppo aggressivo e non adatto alle
persone deboli, agli anziani, ai ragazzi e altro ancora, ma è una visione sbagliata.
Nel Karate c’è un metodo d’insegnamento per ogni fisico o età. Non è una questione di poca o
tanta forza. Quella che serve può essere ottenuta da parte di chiunque. Inoltre, se si utilizzano
appropriati metodi d’insegnamento, per un tempo sufficiente, l’addestramento sarà efficace
per gli anziani e i bambini, per i più deboli, o per chi è di piccola taglia e non solo favorendone
lo sviluppo fisico. Per esempio, se ci si è preparati abbastanza da ragazzi, si sarà naturalmente
in grado di adattare la pratica anche quando il corpo invecchia, persino diventando più abili>>.
Chīshī e Makiwara.
<<Chīshī e Makiwara sono attrezzi che servono a rafforzare i muscoli degli arti e per allenare
una forte presa con le dita. Per rafforzare il sistema muscolo-scheletrico, o per ottenere una
presa potente, non ci sono solo questi strumenti. Esistono anche vasi, gomme d’automobile,
manubri e pesi e altro. Tuttavia, per potenziare il vero nocciolo del Karate, cioè l’atemi,
dobbiamo per forza colpire il makiwara. Matsumura Sensei e Itosu Sensei, anche dopo aver
superato gli ottant’anni, colpivano regolarmente il makiwara. Per un praticante di karate, il
makiwara è tanto importante quanto i kata>>.
Nella splendida fotografia qui sotto, forse del 1926, vediamo un pranzo in onore di Kyan
Chōtoku, tenuto a Shuri, dove si possono vedere lui e sua moglie, con accanto Motobu Chōki, al
centro, oltre a Moden Yabiku, Kyōda Jūhatsu, Chitose Tsuyoshi e altri maestri.
Karate e media: la “conclusione” di “Karate no omoide” di Kyan Chōtoku
Quest’articolo (“I miei ricordi sul Karate”), non è solo un documento d’immenso valore storico
e tecnico, ma è anche importante per capire quanto il Karate fosse influenzato dal clima
storico/politico dell’epoca, dove la forte spinta nazionalistica e centralistica non ammetteva
contraddittorio.
Lo stesso Okinawa Shinpō, che lo pubblicò, era il risultato del “controllo dei giornali su scala
nazionale” (shinbun tōsei 新聞 統制), attivato dall’Ufficio Informazioni (Jūbōkyoku 情報局) del
Ministero degli Interni (Naimushō 内務省). Il suo obiettivo era la fusione di tutti i giornali
esistenti nelle diverse prefetture con il motto: “una prefettura, un giornale”. In altre parole: i
media erano uniformati a scopo propagandistico.
A Okinawa, il regolamento sul controllo della stampa fu in vigore dal 1940 al 1945 e portò alla
nascita, nel dicembre del 1940, dell’Okinawa Shinpō. Per farlo, furono accorpati tre giornali:
Ryūkyū Shinpō 琉球 新 報, Okinawa Asahi Shinbun 沖 縄 朝日 新聞, e Okinawa Nippō 沖 縄
日報. L’Okinawa Shinpō continuò ad essere stampato da un rifugio antiaereo sotterraneo a
Shuri anche dopo lo sbarco americano sull’isola dell’aprile ‘45, almeno fino al 25 maggio.
Fu in questo contesto, aggravato ancor più dalla guerra in corso, che l’Okinawa Shinpō
pubblicò l’articolo “Karate no omoide” di Kyan Chōtoku il 7 maggio del ‘42, cinque mesi dopo
l’attacco a Pearl Harbor, ma soprattutto poco dopo l’inaspettato bombardamento di Tōkyō del
18 aprile e durante la “Battaglia del Mar di Coralli”, dove i piani espansionistici nipponici
subirono un brusco arresto, con un primo ridimensionamento della presunta imbattibilità.
La maggior parte di “Karate no omoide” parla di Karate e arti marziali. Tuttavia, tenendo a
mente la propaganda bellica giapponese, è interessante leggere anche ciò che Kyan dice nella
“Conclusione”:
<<Ho ormai raggiunto i settantatre anni e, tuttavia, non ho ancora fatto nulla per la nostra
società. Qui ho scritto i miei pensieri sul Karate, rendendo il mio saggio disponibile al pubblico,
in tutta sincerità.
Ma nel frattempo, dalla Seconda Guerra Sino-Giapponese (1937-1945), fino alla Grande
Guerra dell’Asia Orientale [cioè la Guerra del Pacifico, che per i giapponesi era iniziata ben
prima del dicembre 1941], i divini poteri spirituali di ufficiali e soldati dell’Esercito Imperiale
Giapponese appaiono improvvisamente nei cieli e nei mari e disperdono i nostri enormi nemici
caucasici come un solo corpo.
I frutti della battaglia si basano sulle virtù gloriose dell’Imperatore e i nostri ufficiali e soldati
hanno valorizzato i più profondi segreti del Bushido [la “Via del Guerriero”].
Nel frattempo, è insopportabile per questo anziano star qui, come un vecchio albero,
comodamente seduto accanto a un braciere di carbone>>.
Nonostante una vena di tristezza, come se Kyan sentisse che
sarebbe morto solo tre anni dopo (a destra la sua tomba), si
può vedere chiaramente come la conclusione dell’articolo
sia stata scritta secondo il principio “omote”, cioè di facciata
verso il pubblico.
A quei tempi c’era la forte censura del tempo di guerra. Lo si
può notare anche nei libri di Mabuni Kenwa e di Nakasone
Genwa.
In pratica, si può sostenere che Kyan “abbia detto quello che DOVEVA dire”…
Dove visse e insegnò Kyan Chōtoku
La definitiva annessione delle Ryūkyū al Giappone, con l’abolizione dell’antico sistema di caste,
privilegi e sostegni finanziari, mutò radicalmente la vita delle famiglie aristocratiche di
Okinawa. Quella Kyan la subì in particolar modo, poiché il capofamiglia, Chōfu, dovette anche
accompagnare l’ormai ex-re nell’esilio, essendo un suo funzionario e assistente personale,
portando con sé il figlio Chōtoku, nato nel dicembre del 1870. Al ritorno in patria,
probabilmente intorno ai 25 o 26 anni, Kyan Chōtoku trovò una situazione economica
disastrosa. Questo lo obbligò a lavorare, in seguito, persino come portantino di risciò, o ad
allevare bachi da seta, mentre sua moglie, Iha Kama, allevava suini e tingeva stoffe. Intorno al
1910, Kyan si trasferì da Shuri a Kadena, più a nord, dove la moglie aveva delle proprietà.
Abitò presso il ponte sul fiume Hija, che permetteva di spostarsi tra Chatan e Yomintan. Là,
cominciò a insegnare alla stazione di polizia di Kadena e presso la “Scuola Agraria della
Prefettura” e la “Scuola Normale per Giovani Insegnati Scolastici”. Inoltre, teneva corsi di
Karate per i giovani della zona, o studenti delle scuole superiori in trasferta. Alcuni di questi,
come Nakazato Joen, furono persino ospitati a lungo dalla famiglia Kyan. Come d’uso ancora
fino agli anni ‘30, non esisteva un “dojo” vero e proprio, ma i maestri, di solito, tenevano
lezione all’aperto, nei
giardini delle abitazioni.
Gli allievi raccontavano
che Kyan faceva lezione,
talvolta, sul greto del
fiume, anche per abituarli
a muoversi sui terreni
irregolari. (Nelle foto, di
anni diversi, la zona del
ponte sull’Hija e la casa di
Kyan, dal tetto di paglia,
in prima fila al centro. Si
dice che ci sia proprio lui
in piedi di fronte ad essa).
Kyan Chōtoku: la guerra e la morte
Il primo di aprile del 1945, domenica di Pasqua, dopo alcuni sbarchi su isole minori
dell’arcipelago e una manovra diversiva a sud, le forze armate statunitensi attaccarono la
costa occidentale di Okinawa, sbarcando sulle spiagge a nord e sud della foce del fiume Hija.
Il grande ponte in pietra,
accanto al quale abitava Kyan
Chōtoku, era un importante
punto strategico e gli abitanti
della zona cominciarono da
subito il loro esodo, fuggendo
verso l’estremità settentrionale
dell’isola. Kyan sopravisse nelle
caverne insieme a altri rifugiati,
tra cui alcuni suoi allievi,
nutrendosi quando capitava.
(A destra, vediamo il piano
operativo di sbarco originale,
con la freccia che indica dov’era
la casa di Kyan.
Sotto, l’area del ponte sull’Hija, con i progetti della sua sostituzione con dei ponti militari di
tipo “Bailey” e questi stessi già posati e funzionanti. Si nota come, ormai, si veda solo qualche
traccia del vecchio ponte e non ci sia più alcun segno delle abitazioni che erano nei paraggi).

La spaventosa battaglia di Okinawa


terminò solo il 21 Giugno 1945,
lasciando dietro di sé un numero di
morti altissimo: almeno 12.000
americani, 110.000 giapponesi e
più di 150.000 okinawensi (cioè
addirittura tra un terzo e la metà
della popolazione stimata di
Okinawa in quel periodo!).
Kyan sopravvisse alla battaglia, ma
il 20 settembre morì di stenti nel
campo d’internamento americano
per civili di Ishikawa (foto a destra).
Alla ricerca di dove abitò Kyan Chōtoku
Là, dove sorgeva l’imponente ponte di pietra sul fiume
Hija, ora ce n’è uno moderno, su cui passa la più celebre
superstrada di Okinawa la “Route 58”.
Le corsie che vanno verso sud (da ricordare che a Okinawa,
come in Giappone, si tiene la sinistra) seguono,
probabilmente, il tracciato del vecchio ponte, mentre
quelle su cui corrono le auto verso nord si trovano a
passare proprio sopra il luogo dove sorgeva la casa di Kyan
Chōtoku, che, proveniendo da Kadena, appena superato il
ponte, si trovava sulla sinistra.
Dall’altra riva del fiume, la sinistra, si trova un parcheggio,
dove, alcuni anni fa, è stata posta una stele
commemorativa (a destra) in ricordo del grande maestro.
Sotto, uno sguardo in direzione di dov’era l’abitazione di
Kyan e una vista dall’alto della zona del ponte con S = stele
e C = posizione presunta della casa.

C

Per capire cosa fu la “Battaglia di Okinawa”
Nelle foto: tre carri armati della VI Divisione Marines esplorano la periferia di Tomari e un
Piper che sorvola il centro di Naha, ormai completamente raso al suolo, nel maggio del 1945.

2
In questa pagina: a destra un’immagine
perlustrativa presa dall’alto di Naha in
3
preparazione del pesante bombardamento
americano del 10 Ottobre 1944.
Sotto, le aree inquadrate dalle fotografie di
questo capitolo sovrapposte a una mappa di
Naha risalente a circa il 1930.
La piantina della città è stata volutamente
rovesciata per facilitare l’individuazione delle
zone visibili nelle fotografie.
Il sud geografico si trova, perciò, in alto. Del
resto, l’esercito statunitense che attaccava la
zona proveniva da nord.

1
Inaka-di (田舎手), il Tōde “campagnolo” di Kyan Chōtoku
Esiste una polemica latente (nel senso che fortunatamente non ha mai trovato grande spazio,
anche se talvolta rispunta fuori) tra il Karate derivato da Itosu Ankō e quello legato a Kyan
Chōtoku.
In particolare, qualche praticante del cosiddetto Shuri-te definiva il Tōde insegnato da questi,
con un certo sarcasmo, “Inaka-di”, cioè “Arte Campagnola”.
Inizialmente, questa sorta di disprezzo era legato al fatto che Kyan insegnava nello Yomintan,
una zona rurale e piuttosto periferica, lontano dalle città principali, Shuri e Naha,
Tuttavia, bisogna ricordare che il Maestro vi andò a vivere solo negli anni ‘30, perché, in realtà,
apparteneva a una famiglia di grande nobiltà, strettamente apparentata con quella dei
Motobu, seconda solo alla casa reale.
Del resto, lo stesso Motobu Chōyu invitava, chi non ci fosse in confidenza, a chiamare Kyan
Chōtoku con i suoi titoli famigliari, in segno di dovuto rispetto, e non con il soprannome di
“Chan Mi Gwa”, riservato solo a pochi conoscenti di pari grado.
Se poi si analizzano con attenzione i lignaggi di Itosu Ankō e di Kyan, si nota che quest’ultimo,
allievo di suo padre Chōfu, di Matsumura Sōkon, di Matsumora Kosaku e di altri grandi
maestri, badò a conservare intatti i loro insegnamenti, mentre fu Itosu a trasformare
pesantemente il Tōde preesistente, con numerosissime modifiche e aggiunte.
Alla fin fine, si scopre che, in realtà, “Inaka-di” non è per nulla un termine dispregiativo, come
spiegano benissimo Shimabukuro Zenpo e Dan Smith nel libro “Shōrin Ryū Seibukan Kyan’s
Karate” del 2014:
<<Uno dei più grandi contributi di Kyan sensei al Karate di Okinawa è che ha mantenuto i kata
che ha imparato da questi grandi maestri senza modificarne i movimenti di base ai fini di una
standardizzazione. Molti insegnanti di Okinawa hanno imparato gli schemi dei kata da diversi
insegnanti, ma poi li hanno standardizzati secondo il loro kihon: imparare lo schema di una
forma e poi cambiarne il kihon è una delle ragioni principali per cui oggi esistono così tante
varianti di ogni kata.>>
Più avanti Shimabukuro e Smith aggiungono:
<<Si riteneva che i kata di Kyan fossero “Inaka-di” cioè metodi “campagnoli” o “primitivi”. Ma
il motivo dell’aspetto del suo kata era che Kyan aveva mantenuto le tecniche come gli avevano
insegnato suo padre, Matsumura Sōkon e gli altri suoi insegnanti.>>
Così, in base a una percezione completamente errata, si sono attribuiti aggettivi come “Inaka”,
“di paese” o “di villaggio” ai kata di qualche maestro, usandoli come velati insulti. In realtà,
era lo stile pre-standardizzazione quello davvero avanzato!

Bushi “nascosti” (da un articolo di Charles C. Goodin)


Sunabe Shozen, che si trasferì alle Hawaii, dove morì nel 2008, fu un classico “bushi nascosto”.
Si era allenato quotidianamente a casa di Kyan Chōtoku per dodici anni e, in seguito, durante
le estati, mentre frequentava l’università in Giappone. Sunabe raccontava che Kyan praticava
abitualmente, anche se non lo insegnava, il kata Sanchin sul greto del fiume Hija, vicino alla
sua abitazione. Inoltre, sempre secondo Sunabe Shozen, Kyan avrebbe affermato che “le
nocche annerite erano sgradite, specie tra i Bushi di Okinawa”.
Nel 2002 durante una visita ad Okinawa, Uehara Kunio presentò a Goodin il suo sensei, che si
era anch’esso allenato con Kyan e che viveva catturando Habu e parlava solo in Hogen.
Kyan Chotoku e l’uso del tate zuki
Spesso, il Tode di Kyan Chotoku fu visto con una certa spocchia da certi praticanti di Shuri-te:
incapaci di comprendere la differenza tra il loro “Karate”, ormai sulla via della
nipponizzazione, in seguito alle modifiche per la sua massificazione, e il “Tode” come era
praticato “alla vecchia maniera”, arrivarono a definirlo “Arte Campagnola”, anche prendere
per buone storie e dicerie, di solito distorte, sulla vita del maestro.
Un altro esempio di questo atteggiamento, che si tramanda persino ancor oggi, sta anche nella
credenza, ben poco fondata, che Kyan usasse solo il pugno “verticale”, o tate zuki.
In realtà, lui impiegava normalmente il pugno “avvitato” nei kata e al makiwara, mentre quello
“verticale” lo utilizzava solo se necessario e per motivi legati al suo utilizzo reale.
Come riportò più volte il suo allievo diretto Nakazato Joen, Kyan non amava attaccare di
pugno al volto gli avversari, specie se molto più alti di lui, per due motivi: uno era per non
scoprirsi eccessivamente, l’altro per ragioni legate al suo fisico, poiché era piuttosto basso,
come del resto moltissimi okinawensi della sua epoca.
Nel caso, cioè per colpire bersagli più alti della gola, usava il tate zuki, un uso comune nel Tode
tradizionale, che però si cominciò a perdere in quello più moderno, modificato, per
l’insegnamento scolastico standardizzato, fin da inizio ‘900.
Nakazato disse anche che Kyan gli consigliò di usare pure il pugno avvitato al volto, cosa che si
può ben vedere nei
kata del suo Shorinji-
ryu, perché lui era
fisicamente piuttosto
ben messo.
Certo risulta evidente
che alcuni suoi allievi,
oltre a Nakazato Joen,
anche Okuhara Bunei
e altri, ebbero questa
indicazione, mentre
alcuni ne ricevettero
una differente, forse
proprio per la loro
statura limitata, visto
che, ad esempio, sia
Shimabuku Tatsuo che
Shimabukuro Zenryo,
entrambi “piccoletti”,
diedero preminenza al
tate zuki nelle loro
scuole, persino molto
più del loro maestro,
generalizzandolo.
(A destra, Kyan schiva
e contrattacca con un
pugno avvitato).
Kyan Chōtoku in azione
Testo e fotografie attualmente esposte al Museo
della Prefettura di
Okinawa, a Naha,
nella sezione Karate.
Sono parte del libro
di Kyan Chotoku:
“沖縄拳法 唐手道
基本 組手”, che è
traducibile “Okinawa
Kenpo Tode-do Kihon
Kumite”.

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