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Domande ricorrenti – Biodiversità

1. Cos’è la biodiversità / diversità biologica?

2. Cosa sono le risorse genetiche?

3. Sapere tradizionale: di cosa si tratta?

4. Cosa significa «access and benefit sharing»?

5. Cosa è la biopirateria?

6. Divulgazione della fonte delle risorse genetiche e dei saperi tradizionali nelle domande di
brevetto

1. Cos’è la biodiversità / diversità biologica?

L’articolo 2 della Convenzione sulla diversità biologica (CDB) definisce il termine «biodiversità» come
«la variabilità degli organismi viventi di ogni origine, compresi inter alia gli ecosistemi terrestri, marini
ed altri ecosistemi acquatici, ed i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità
nell’ambito delle specie, e tra le specie degli ecosistemi».

2. Cosa sono le risorse genetiche?

L’articolo 2 della Convenzione sulla diversità biologica (CDB) definisce il termine «risorse genetiche»
come il materiale genetico - ossia il materiale di origine vegetale, animale, microbico o altro,
contenente unità funzionali dell’eredità - avente valore effettivo o potenziale. L’articolo 2 del trattato
internazionale della FAO contiene una definizione identica che, tuttavia, si limita alle risorse
fitogenetiche vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura, una categoria particolare delle risorse
fitogenetiche.
3. Sapere tradizionale: di cosa si tratta?

In generale questo termine definisce il sapere – tramandato di generazione in generazione, migliorato


e adeguato alle nuove esigenze – delle comunità indigene e locali nei paesi in via di sviluppo e in
quelli industriali. Ciononostante, ad oggi non esiste una definizione più specifica concordata a livello
internazionale dell’espressione «sapere tradizionale».
L’articolo 8 lettera j della convenzione sulla biodiversità parla di conoscenze, innovazioni e prassi
delle comunità indigene e locali, invece di ricorrere al termine «sapere tradizionale» senza, tuttavia,
fornirne una spiegazione più precisa. In linea di massima le due espressioni sono considerate
sinonimi.
Di recente l’OMPI ha definito il «sapere tradizionale» come il sapere che è:

generato, preservato e trasmesso all’interno di un contesto tradizionale;


associato alla cultura o alla comunità tradizionale o indigena che lo detiene e lo trasmette da una
generazione all’altra;
legato a una comunità locale o indigena o ad altri gruppi di persone che si identificano con una
cultura tradizionale in veste di custodi o tutori di tale sapere o agiscono spinti da un senso di
responsabilità culturale. Tali comunità o gruppi sentono l’obbligo di preservare il sapere, o
considerano qualsiasi appropriazione illecita o utilizzazione impropria di tali saperi nociva o offensiva.
Questo rapporto può esprimersi ufficialmente o in modo informale tramite il diritto consuetudinario;
scaturito da un’attività intellettuale in diversi campi: sociale, culturale, ambientale e tecnologico; e
riconosciuto come tale dalla comunità o da un altro gruppo.

4. Cosa significa «access and benefit sharing»?

I risultati raggiunti negli ultimi anni in ambito biotecnologico cosentono un’impiego più intensivo delle
risorse genetiche e del sapere tradizionale in merito nel campo della ricerca e in quello industriale.
Ciò ha sollevato una serie di interrogativi: in inglese si parla di «access and benefit sharing», e in
italiano di «accesso alle risorse genetiche e ripartizione dei benefici». Si tratta di questioni legate
all’accesso alle risorse genetiche e al sapere tradizionale (access), e alla ripartizione dei benefici
(economici) derivanti dalla loro utilizzazione (benefit sharing).
Ecco alcuni degli interrogativi sollevati: per utilizzare una determinata pianta nella ricerca
farmaceutica è necessario il consenso del paese d’origine? Cosa si intende per paese d’origine di
una pianta? I benefici ricavati dalla commercializzazione di un medicinale prodotto in base ai principi
attivi della pianta in questione devono essere ripartiti? In caso affermativo chi saranno i beneficiari di
tale ripartizione e quali sono le sue modalità? Nel caso in cui un ricercatore scopra la pianta grazie al
sapere in merito di un guaritore locale, si pone poi la questione se l’utilizzo del sapere richieda
l’autorizzazione dello stesso e se il guaritore debba essere informato dei progetti di ricerca. Infine ci
si chiede se il guaritore o la comunità in cui vive abbiano diritto a una parte dei profitti ottenuti grazie
alla commercializzazione del medicinale.
A livello internazionale l’«access and benefit sharing» è regolato dalla convenzione sulla biodiversità,
dalle direttive di Bonn sulle risorse genetiche vegetali, animali e microbiologiche, nonché dal trattato
internazionale della FAO sulle risorse fitogenetiche vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura. Va
comunque sottolineato che le disposizioni internazionali esistenti sono di natura piuttosto generica e
non rispondono a tutte le domande che si pongono in merito alla problematica.

5. Cosa è la biopirateria?
In genere si parla di «biopirateria» in relazione ai problemi generati dall’appropriazione di risorse
genetiche e di sapere tradizionale o dallo sfruttamento commerciale di queste ultime. In realtà il
termine può essere riferito a fattispecie diverse, ossia

all’appropriazione di risorse genetiche di sapere tradizionale senza l’accordo del paese d’origine,
rispettivamente della comunità indigena che detiene tale sapere,
agli eventuali utili generati dallo sfruttamento commerciale di risorse genetiche di sapere
tradizionale non condivisi con il paese d’origine, rispettivamente con la comunità indigena, nonché
ai casi in cui il sapere tradizionale viene protetto come proprietà intellettuale, solitamente tramite
un brevetto, sebbene il titolare di tale diritto non abbia partecipato all’attività inventiva. In questo
caso l’accusa è di palese «usurpazione» del sapere tradizionale.

6. Divulgazione della fonte delle risorse genetiche e dei saperi tradizionali nelle domande di brevetto

La nuova legge (art. 49a D-LBI) impone al richiedente di fornire, nella domanda di brevetto,
indicazioni sulla fonte delle risorse genetiche o dei saperi tradizionali di comunità indigene e locali. La
divulgazione della fonte mira a creare una maggiore trasparenza nell’ambito dell’accesso e della
ripartizione dei benefici («access and benefit sharing»). Ciò dovrebbe permettere segnatamente di
controllare l’esistenza, da un lato, del consenso informato preventivo («prior informed consent») della
parte che mette a disposizione le risorse genetiche o i saperi tradizionali e, dall’altro, di misure per la
ripartizione degli eventuali vantaggi («benefit sharing») risultanti da un futuro utilizzo commerciale o
di altro genere.
Se la domanda di brevetto non contiene spiegazioni sulla fonte delle risorse genetiche o dei saperi
tradizionali, l’IPI assegna al richiedente un termine per rimediare a tale irregolarità. In caso di
scadenza inutilizzata del termine, la domanda di brevetto viene respinta. La mancanza di
un’indicazione sulla fonte nella domanda può pertanto comportare la non concessione del brevetto.
Se il richiedente fornisce intenzionalmente informazioni false sulla fonte, è punito con una multa
massima di CHF 100 000. Il giudice può inoltre ordinare la pubblicazione della sentenza.
Secondo il considerando 27 della direttiva CE sulle biotecnologie, se un’invenzione ha per oggetto
materiale biologico di origine vegetale o animale o lo utilizza, la domanda di brevetto dovrebbe
contenere indicazioni sul luogo geografico di origine del materiale in questione, nel caso in cui esso
sia noto. Al contempo, si sottolinea che ciò non incide sull’esame delle domande di brevetto e sulla
validità dei diritti derivanti dai brevetti rilasciati. Le disposizioni previste nella legge sui brevetti vanno
oltre il considerando 27 della direttiva CE sulle biotecnologie, segnatamente per quanto attiene a due
aspetti: da un lato l’obbligo di divulgazione non concerne soltanto risorse genetiche di piante e
animali, bensì anche di microrganismi nonché il sapere tradizionale di comunità indigene e locali;
dall’altro, l’inosservanza di tale obbligo comporta il rifiuto della domanda di brevetto e la fornitura di
informazioni false sulla fonte nota all’inventore o al richiedente deve essere punita penalmente. Il
considerando 27 della direttiva CE sulle biotecnologie non prevede invece sanzioni di diritto
brevettuale o penale né per l’inosservanza dell’obbligo di divulgazione né per la fornitura di
informazioni false.

Last modified:27.07.2011 13:52

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