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Istituzioni di Economia Politica

Roberto Bonfatti

Le determinanti dell’offerta in un mercato concorrenziale


Introduzione

L’offerta di mercato indica la relazione tra prezzo di un bene o


servizio, e quantità totale offerta dalle imprese che lo producono.

Ciascuna imprese decide quanto produrre in maniera tale da


massimizzare il proprio profitto.

L’economia politica modella l’impresa in un mercato


concorrenziale (dove prevale la concorrenza perfetta) come un
agente che:
Considera le relazione tra quantità prodotta e costi di
produzione come data (esogena).
Considera i ricavi per unità di bene o servizio venduto (il prezzo)
come dato (esogeno).
Sceglie la quantità che massimizza il proprio profitto
(endogena).
Contenuto della lezione

I costi di produzione.

I ricavi.

Il profitto e la sua massimizzazione.

La curva di offerta in un mercato concorrenziale.

Conclusioni.
I costi di produzione
Costo opportunità e costo contabile

Ricordiamoci che gli economisti usano il concetto di costo


opportunità, e non quello di costo contabile.
Costo opportunità di qualcosa: ciò a cui si deve rinunciare per averlo.

Esempio: supponete che la vostra pizzeria preferita


1 Spenda 50K Euro l’anno in materie prime.
2 Spenda 150K Euro l’anno in stipendi dei dipendenti.
3 Occupi un edificio costato 500K Euro, il cui acquisto è stato finanziato
per 200K con risparmi del titolare, per 300K con un prestito bancario (il
tasso d’interesse su risparmi e prestiti è 5%)
4 ... e che se il titolare facesse un altro mestiere, potrebbe guadagnare 50K
all’anno lavorando come informatico.

Costo della pizzeria


Contabile: 50K+150K+15K[=300*5%]=215K.
Opportunità: 50K+150K+25K[=500*5%]+50K=275K.
I costi di produzione
Costo opportunità e costo contabile

Apprezziamo la differenza: se il salario di un informatico


raddoppia, il costo contabile della pizzeria non cambia, quello
opportunità aumenta di 50K.

I costi che richiedono un’esborso di denaro da parte dell’impresa si


chiamano costi espliciti, mentre quelli che non lo richiedono si
chiamano costi impliciti.

Nel nostro esempio, il costo delle materie prime, degli stipendi,


degli interessi sul mutuo, sono costi espliciti. Il costo degli
interessi sui risparmi e del guadagno da informatico a cui il
titolare ha rinunciato sono costi impliciti.
I costi di produzione
Funzione di produzione

Semplifichiamo il problema: consideriamo d’ora in poi una pizzeria


che usi solo dipendenti e edificio (ignoriamo materie prime e
alternative di lavoro del titolare).

La funzione di produzione di un’impresa ci dice quanti beni


riesce a produrre l’impresa (Q) per ogni quantità di fattori di
produzione usati, ad esempio per dato lavoro (L) e dato capitale
(K).

Nel nostro esempio, quante pizze all’ora la pizzeria riesce a


produrre per ogni dato numero di dipendenti (L) e metratura
dell’edificio (K).
I costi di produzione
Funzione di produzione

Immaginiamo di tenere K costante, e di aumentare L.

Il pannello (a) della figura illustra la funzione di produzione in un


grafico. Cose da notare:
La funzione è crescente in L;
All’aumentare di L, il contributo di un lavoratore aggiuntivo diminuisce.

Per catturare quest’ultimo fatto, si dice che prodotto marginale


del lavoro è decrescente.
I costi di produzione
Funzione di produzione
I costi di produzione
Il costo totale

La funzione di produzione può essere utilizzata per derivare la


nostra prima funzione di costo: il costo totale.

Costo totale (CT): il costo totale di produzione, per ogni


quantità di beni prodotti.

Nel nostro esempio, il costo totale di produrre un certo numero di


pizze in un’ora.
I costi di produzione
Il costo totale

Immaginiamo che il costo orario dell’edificio sia di 30 Euro.


Cioè, se dividiamo il costo annuale dell’edificio (30K nell’esempio iniziale)
per il numero di ore in un anno, troviamo 30 euro.

Il pannello (b) della figura illustra la funzione di costo totale in un


grafico. Cose da notare:
Se non produce niente, si può fare a meno del personale, e il costo totale
coincide con il costo dell’edificio.
Il costo totale aumenta con l’aumentare del numero di pizze che si vuole
produrre.
All’aumentare del numero di pizze prodotte, l’aumento del costo
aumenta.

Quest’ultimo fatto è una conseguenza del prodotto marginale


decrescente del lavoro.
I costi di produzione
Il costo totale

Il costo totale è composto di costi fissi e di costi variabili.

Costi fissi (CF): indipendenti dalla quantità prodotta,


permangono anche se la quantità prodotta è zero.
Nostro esempio: costo dell’edificio (30 Euro, indipendentemente da
quanto si produce).

Costi variabili (CV): aumentano all’aumentare della quantità


prodotta.
Nostro esempio: costo dei dipendenti (10 per 60 pizze, 20 per 90 pizze, 30
per 120 pizze, etc.).
I costi di produzione
Il costo medio

La seconda importante funzione di costo (derivata dal costo


totale) è il costo medio.

Costo medio: costo medio di produrre un bene o servizio, per


ogni quantità totale prodotta.

Nostro esempio: quant’è il costo medio di produrre una pizza, per


ogni quantità totale prodotta (e.g. 50, 90, 120, etc).
I costi di produzione
Il costo medio
Il costo medio può essere calcolato in vario modo.
Costo medio totale (CMT): calcolato dividendo il costo totale per il
numero di beni prodotti,
CT
CM T = .
Q
Costo medio fisso (CMF): calcolato dividendo il costo totale fisso per
il numero di beni prodotti,
CF
CM F = .
Q
Costo medio variabile (CMV): calcolato dividendo il costo totale
variabile per il numero di beni prodotti,
CV
CM V = .
Q

La figura illustra queste funzioni di costo in un grafico (il testo


parla ora di limonate, ma le curve avrebbero la stessa forma
nell’esempio della pizzeria).
I costi di produzione
Il costo medio
I costi di produzione
Il costo medio

CMF decresce in Q. Intuizione: all’aumentare del numero di pizze


prodotte, il costo dell’edificio rimano lo stesso, ma il numero per
cui lo si divide aumenta.

CMV aumenta in Q. Intuizione: all’aumentare del numero di pizze


prodotte, diventa più costoso produrre pizze aggiuntive. In altre
parole, ogni pizza cosa più della precedente, e il prezzo variabile
medio aumenta.

CMT ha una forma a U. Intuizione: essendo la somma di CMF e


CMV, prima decresce perché CMF decresce, poi aumenta perché
CMV aumenta.
I costi di produzione
Il costo marginale

La terza e ultima importante funzione di costo (anch’essa derivata


dal costo totale) è il costo marginale.

Costo marginale (C’): costo di produrre un’unità aggiuntiva di


un bene o servizio, per ogni quantità totale prodotta inizialmente
Si calcola come l’aumento del costo totale dovuto alla produzione di
un’unità aggiuntiva.

Nostro esempio: di quanto aumenta il costo totale se si produce


una pizza in più, per ogni quantità totale prodotta inizialmente
(e.g. 50, 90, 120, etc).
I costi di produzione
Il costo marginale

Da notare che la curva del costo marginale è crescente nella


quantità prodotta inizialmente: in altre parole, produrre una pizza
in più costa di più se la pizzeria già produce tante pizze.

Ciò è dovuto al fatto che il prodotto marginale del lavoro è


decrescente.

Intuizione: quanto la pizzeria ha tanti dipendenti, un dipendente


aggiuntivo rende poco. Questo rende costoso aumentare la
produzione.
I costi di produzione
Il costo marginale

Importantissimo: C’ taglia CMT esattamente nel punto in


cui CMT è minimo. Questa non è una coincidenza.

Quando C’ è minore di CMT, il costo di produrre un’unità


aggiuntiva è minore del costo medio di produzione fino a quel
punto. Ne consegue che, se si produce un’unità aggiuntiva, CMT
deve diminuire.

Quando C’ è maggiore di CMT, il costo di produrre un’unità


aggiuntiva è maggiore del costo medio di produzione fino a quel
punto. Ne consegue che, se si produce un’unità aggiuntiva, CMT
deve aumentare.
I costi di produzione
I costi nel breve e nel lungo periodo

Finora abbiamo assunto che la dimensione dell’edificio in cui


lavora la nostra pizzeria sia fisso: K costante. Questa ipotesi è
ragionevole nel breve periodo.

Ma nel lungo periodo, se posto di fronte all’esigenza di


aumentare (diminuire) la produzione, il titolare potrebbe decidere
di spostarsi in un locale più grande (piccolo): K ↑ (K ↑).

Sicuramente, poter variare la dimensione dell’edificio oltre al


numero di dipendenti rende l’espansione (contrazione) dell’attività
più efficiente, portando a un minore aumento o maggiore
diminuzione dei costi.
I costi di produzione
I costi nel breve e nel lungo periodo

Il costo medio totale (CMT) si divide in due tipi:


CMT di breve periodo: quello studiato sinora (prima curva blu nella
figura)
CMT di lungo periodo: quello che permette al titolare di cambiare sia
L che K (curva rossa nella figura).

Come vedete un’espansione dell’attività porta a un minore


aumento dei costi se implementata nel lungo periodo, e una
contrazione a un maggiore diminuizione.

Da ogni punto sulla curva del CMT di lungo periodo parte una
diversa curva di CMT nel breve periodo. Questa cattura il costo
di aumentare/diminuire la produzione variando solo la quantità di
dipendenti, data una dimensione iniziale dell’edificio.
I costi di produzione
I costi nel breve e nel lungo periodo
I costi di produzione
I rendimenti di scala

Ora concentriamoci sul CMT di lungo periodo.

Immaginiamo che il titolare raddoppi il numero di dipendenti, e


raddoppi le dimensioni dell’edificio. Assumiamo che questo
raddoppi il costo totale. Cosa succede al CMT di lungo periodo?

Dipende da cosa succede alla quantità prodotta, Q.


Q raddoppia: il CMT rimane costante. Si dice che ci sono rendimenti
di scala costanti (parte centrale della curva rossa).
Q più che raddoppia: il CMT diminuisce. Si dice che ci sono economie
di scala (parte di sinistra della curva rossa).
Q meno che raddoppia: il CMT aumenta. Si dice che ci sono
diseconomie di scala (parte di destra della curva rossa).
I costi di produzione
I rendimenti di scala

Possibili fonti di economie di scala: una maggiore scala permette


una maggiore specializzazione nel lavoro, che aumenta l’efficienza.

Possibili fonti di diseconomie di scala: una maggiore scala rende


più difficile il coordinamento, che diminuisce l’efficienza.
I ricavi

Per definizione, in un mercato concorrenziale, il prezzo a cui una


singola impresa può vendere i propri prodotti (P ) non dipende
dalla quantità prodotta dall’impresa (Q).
Intuizione: con tantissime imprese, le decisioni di una singola impresa
hanno un’effetto minimo sulla quantità totale offerta dal mercato.

L’impresa in mercato concorrenziale considera il prezzo come dato,


o come esogeno.

Ne segue che la funzione di ricavo totale di un’impresa


concorrenziale è semplicemente

RT = P ∗ Q
I ricavi

Per analogia con il costo totale, possiamo definire la funzione di


ricavo medio come
RT
RM = =P
Q

... e la funzione di ricavo marginale come il ricavo di un’unità


aggiuntiva, o

R0 = P.

In un mercato concorrenziale, ricavo marginale e ricavo medio


sono sempre uguali al prezzo.
Il profitto

La funzione di profitto è definita come la differenza tra ricavo


totale e costo totale,

π = RT − CT.

Il profitto economico è calcolato usando come costo totale il


costo opportunità. E’ diverso dal profitto contabile, che è
calcolato usando come costo totale il costo contabile (vedi figura).

Assunzione fondamentale dell’economia politica è che le imprese


perseguono il profitto e la sua massimizzazione.
Il profitto
Il profitto e la sua massimizzazione
Profitto normale ed extra-profitto

Gli economisti chiamano un profitto economico pari a zero un


profitto normale, perché, come vedremo, nel lungo periodo, le
imprese riportano un profitto pari a zero in un mercato
concorrenziale.

Idea: un profitto normale coincide con una situazione in cui


l’imprenditore è esattamente compensato per gli usi alternativi che
potrebbe fare delle proprie risorse.

Da notare che un profitto normale non significa che


l’imprenditore non porta a casa soldi alla fine dell’anno:
nel caso della pizzeria, un profitto normale implica un’entrata di
50K+10K[=200*5%]=60K all’anno.
Il profitto e la sua massimizzazione
La curva di costo marginale e la decisione di offerta dell’impresa

Il nostro modello ci permette di rappresentare il problema


dell’impresa con un grafico.

Nella figura, la linea rossa orizzontale rappresenta il prezzo P a


cui l’impresa può vendere, che come sappiamo è anche uguale al
ricavo marginale. La linea crescente rossa rappresenta il costo
marginale.

Data l’informazione contenuta in queste curve, possiamo


determinare esattamente la quantità che massimizza il profitto
(Qmax ) dato il prezzo.
Il profitto e la sua massimizzazione
La curva di costo marginale e la decisione di offerta dell’impresa
Il profitto e la sua massimizzazione
La curva di costo marginale e la decisione di offerta dell’impresa

Qmax non può essere una quantità come Q1 , perché R0 > C 0 :


questo implica che l’impresa potrebbe aumentare i profitti
producendo un’unità in più.

Qmax non può essere una quantità come Q2 , perché R0 < C 0 :


questo implica che l’impresa potrebbe aumentare i profitti
producendo un’unità in meno.

Quindi Qmax deve essere esattamente la quantità in cui R0 = C 0 .


Risultato centrale nella nostra teoria dell’impresa.
Il profitto e la sua massimizzazione
La curva di costo marginale e la decisione di offerta dell’impresa

Ora rappresentiamo la stessa situazione in un’altra (vedi prossima


slide). Il P da cui siamo partiti e la Qmax che abbiamo appena
derivato sono rappresentati da P1 e Q1 .

Cosa succede se il prezzo aumenta da P1 a P2 ?

La curva orizzontale rossa si sposta in alto. La quantità in


corrispondenza della quale R0 = C 0 aumenta, e Qmax si sposta da
Q1 a Q2 .
Il profitto e la sua massimizzazione
La curva di costo marginale e la decisione di offerta dell’impresa
Il profitto e la sua massimizzazione
La curva di costo marginale e la decisione di offerta dell’impresa

Usando questa procedura, possiamo trovare la quantità offerta


dall’impresa per ogni prezzo. Sembrerebbe quindi che C’
coincida con la curva di offerta individuale dell’impresa!

Ma c’è un caveat importante. Il fatto che il profitto sia massimo


quando l’impresa produce Qmax , non significa che tale profitto sia
anche positivo.

Se il profitto è negativo, l’impresa preferisce non produrre al


produrre Qmax , e la curva di offerta deve riflettere ciò.
Il profitto e la sua massimizzazione
Produrre o meno nel breve periodo

Distinguiamo di nuovo tra breve periodo e lungo periodo, usando


l’esempio della pizzeria per semplicità.

Nel breve periodo, il titolare non può vendere il locale. Ne


consegue che il suo costo opportunità è zero. Invece, i dipendenti
possono essere facilmente lasciati a casa. Ne consegue che il loro
costo opportunità è pari alla somma dei loro stipendi.

Ciò implica che, nel breve periodo, il costo medio che più interessa
al titolare è CMV, cioè la somma degli stipendi dei dipendenti,
diviso il numero di pizze prodotte.
Il profitto e la sua massimizzazione
Produrre o meno nel breve periodo

Nella figura precedente, sia quando il prezzo è P1 (e la pizzeria


produce Q1 pizze), sia quando il prezzo è P2 (e la pizzeria produce
Q2 ), si verifica che P > CM V .

Questo significa che il ricavo marginale è maggiore del costo medio


che interessa al titolare, e il profitto è positivo.

Ma immaginiamo che il prezzo sia molto basso, cosı̀ che


P < CM V (dove CMV è calcolato alla quantità che massimizza il
profitto a quel prezzo). Il profitto sarebbe negativo, e il titolare
preferirebbe chiudere l’attività.
Il profitto e la sua massimizzazione
Produrre o meno nel breve periodo

Ne consegue che la curva di offerta dell’impresa nel breve


periodo è come indicata nella prossima figura.

L’offerta coincide con C 0 quando tale curva è sopra CM V .

L’offerta diventa invece zero quando C’ è sotto CM V .


Il profitto e la sua massimizzazione
Produrre o meno nel breve periodo
Il profitto e la sua massimizzazione
Produrre o meno nel lungo periodo

Nel lungo periodo, il titolare può facilmente vendere il locale. Ne


consegue che il suo costo opportunità è 30K[=500*5%].

Quindi, nel lungo periodo, il costo medio che più interessa al


titolare è CMT, cioè la somma del costo dell’edificio e degli
stipendi dei dipendenti, diviso il numero di pizze prodotte.

Ripetendo il ragionamento di cui sopra, vediamo che la curva di


offerta di lungo periodo è come nella figura seguente.
Da notare che è più facile che l’impresa chiuda nel lungo periodo, che non
nel breve periodo.
Anche da notare che il prezzo minimo per cui l’offerta è positiva è uguale
al minimo del CMT.
Il profitto e la sua massimizzazione
Produrre o meno nel lungo periodo
Il profitto e la sua massimizzazione
Produrre o meno nel lungo periodo

Il profitto riportato dall’impresa (sia nel breve che nel lungo


periodo) si può facilmente illustrare nel grafico. La figura seguente
si concentra sul lungo periodo.
Il profitto e la sua massimizzazione
Il profitto in un grafico
La curva di offerta in un mercato
concorrenziale
Il breve periodo

Possiamo finalmente derivare la curva di offerta in un mercato


concorrenziale. Sappiamo che la curva di offerta di mercato è la
somma delle curve di offerta individuali.

Quindi saremmo tentati dal dire che:


1 La curva di offerta di mercato nel breve periodo è uguale alla
somma di tante delle nostre curve individuali di breve periodo,
quante sono le imprese nel mercato.
2 La curva di offerta di mercato nel lungo periodo è uguale alla
somma di tante delle nostre curve individuali di lungo periodo,
quante sono le imprese nel mercato.

In realtà, mentre 1 è corretto, 2 non lo è. Per illustrare, torniamo


al caso della pizzeria.
La curva di offerta in un mercato
concorrenziale
Il breve periodo

Nel breve periodo, oltre al fatto che ogni pizzeria non può vendere
il proprio edificio, il numero massimo di pizzerie è dato.

Ne consegue che la curva di offerta di mercato nel breve periodo è


effettivamente uguale alla somma di tante delle nostre curve
individuali di breve periodo, quante sono le imprese nel mercato.

Vedi figura, che però non è esatta: come illustrato sopra, l’ offerta
individuale di breve periodo (e quindi anche la somma di tante di
tali offerte) dovrebbe diventare zero al di sotto di un certo prezzo.
Da notare: l’offerta di mercato di breve periodo è crescente nel prezzo
(come ci aspettavamo!)
La curva di offerta in un mercato
concorrenziale
Il breve periodo
La curva di offerta in un mercato
concorrenziale
Il lungo periodo

Nel lungo periodo, oltre al fatto che ogni pizzeria può vendere il
proprio edificio, nuove pizzerie possono aprire.

Partiamo dalla nostra curva di offerta individuale di lungo periodo.


Come studiato prima, essa è zero per prezzi al di sotto del minimo
del CMT (un’illustrazione incompleta nella prossima figura).

Ma cosa succede per prezzi superiori al minimo del CMT?


Come studiato prima, ogni singola pizzeria offre la quantità indicata
dalla sua curva di costo marginale, riportando profitti positivi (più che
normali).
Ma nel lungo periodo, il fatto che ci siano profitti positivi, porta
all’apertura di tantissime altre pizzerie.
Ne consegue che la curva di offerta di mercato di lungo periodo è
orizzontale!
La curva di offerta in un mercato
concorrenziale
Il lungo periodo
La curva di offerta in un mercato
concorrenziale
Il lungo periodo

Visto che la curva di offerta di mercato di lungo periodo è


orizzontale ad un prezzo P=CMT minimo, tale prezzo è anche il
prezzo di equilibrio di lungo periodo.
Per convincervene, provate ad intersecare la curva di offerta di mercato
con una qualunque curva di domanda di mercato.

Ne consegue che, come anticipato, nel lungo periodo, le


imprese in un mercato concorrenziale riportano profitti
normali.

Come illustrato nella slide successiva, nel breve periodo tali


imprese possono invece riportare profitti più (o meno) che normali.
La curva di offerta in un mercato
concorrenziale
Effetto di uno spostamento della domanda

Studiamo ora l’effetto di un aumento della domanda sull’equilibrio


di mercato, di nuovo pensando all’esempio delle pizzerie.
Equilibrio iniziale: P1 e Q1 (prima riga della figura). L’aumento
della domanda è catturato da uno spostamento a destra della
curva di domanda (seconda e terza riga).

Nel breve periodo (seconda riga), ci si muove lungo la curva di


offerta di breve periodo. Il prezzo aumenta a P2 : le pizzerie
esistenti ricevono più consumatori, possono aumentare i prezzi, e
riportano profitti più che normali.

Nel lungo periodo (terza riga), ci si muove lungo la curva di offerta


di lungo periodo. Il prezzo ritorna a P1 : questo avviene perché,
attratte dai profitti più che normali, aprono nuove pizzerie aprono,
e questo porta a maggiore concorrenza.
La curva di offerta in un mercato
concorrenziale
Effetto di uno spostamento della domanda
La curva di offerta in un mercato
concorrenziale
L’offerta nel lungo periodo è davvero orizzontale?

Letteralmente, un’offerta orizzontale significa che il mercato può


produrre una quantità infinita di quel bene o prodotto.

In realtà, se la quantità aumenta troppo, l’offerta deve diventare


crescente, perché il costo dei fattori di produzione (che abbiamo
assunto constante) dovrebbe inevitabilmente aumentare.
Ad esempio, se a Padova si cercasse di aprire mille nuove pizzerie, il
salario del personale specializzato (e.g. pizzaioli) aumenterebbe.

E’ anche probabile che imprese diverse abbiano funzioni di costo


diverse.
Conclusioni

Abbiamo derivato la curva di offerta in un mercato concorrenziale


partendo da un modello di impresa.

In tale modello, l’impresa è essenzialmente una insieme di curve di


costo, che sceglie la sua offerta individuale per massimizzare il
profitto dato il prezzo di mercato.

Questa analisi ha rivelato che, in un mercato concorrenziale:


Le imprese producono una quantità tale per cui il prezzo uguaglia il costo
marginale.
La curva di offerta di mercato è crescente nel breve periodo, piatta nel
lungo periodo.
Le imprese possono riportare profitti più che normali nel breve periodo,
ma nel lungo periodo riportano profitti normali.
L’effetto di un aumento della domanda è diverso nel breve e nel lungo
periodo.