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Il Galateo

I. Come i modi piacevoli e gentili hanno la forza di eccitare la benevolenza di coloro con cui
viviamo, allo stesso modo, il fare da zotico e rozzo incita odio e disprezzo.
III. Non solo non sono da fare in presenza degli uomini cose laide e fetide o stomachevoli, non
bisogna neanche nominarle. È malcostume mettere le mani dove pare e porgere oggetti puzzolenti
verso il naso di altre persone per far odorare il puzzo emanato. È maleducazione fischiare, emettere
suoni stridenti con bocca e oggetti, non bisogna cantare ad alta voce soprattutto se si è stonati (sono
coloro che amano di più cantare). Tossendo e starnutendo non bisogna far rumore e spruzzare muco
sulla gente circostante, non bisogna neanche sbadigliare (è simbolo di chi non prova interesse nei
confronti di chi parla), urlare e ragliare come un asino. Quando ci si soffia il naso non bisogna
aprire il fazzoletto e guardare dentro come se dal cervello uscissero perle o rubini. Non bisogna
mettere il naso nel bicchiere e nel piatto degli altri, non bisogna bere dallo stesso bicchiere e
porgere agli altri un frutto già morso.
V. Non bisogna mai avere le gote gonfie come se si suonasse la tromba o si soffiasse sul fuoco. Non
bisogna usare il tovagliolo per asciugarsi il sudore che gronda dalla fronte. Non bisogna grattarsi il
capo mentre si mangia né porre le mani dove non sono visibili, queste devono essere sempre pulite.
Quando si parla con una persona non bisogna avvicinarsi al punto da alitare sul viso.
VI. Bisogna fare attenzione a non appisolarsi mentre gli altri parlano e non passeggiare per la stanza
quando si è in compagnia. È malcostume stiracchiarsi e sbadigliare, leggere qualcosa che non sia di
interesse comune, tagliarsi le unghie, cantare tra i denti, suonare il tamburino con le dita e dimenare
le gambe. Non bisogna appoggiarsi addosso a qualcun altro e quando parla non deve punzecchiare il
suo interlocutore con il gomito.
VII. Coloro che hanno le robe ricche e nobili, ma in maniera sconce (irregolari, disordinate)
dimostrano che non hanno considerazione di dover piacere né dispiacere alle genti, o che non
conoscano che si sia né grazia né misura alcuna.
VIII. La tavola è luogo d’allegrezza e non di scandalo.
IX. Non bisogna rifiutare sempre le proposte altrui se queste non sono dannose o vergognose.
X. L’esser tenero e vezzoso (permaloso) è assai disdicevole, soprattutto per gli uomini. Queste
persone che si lamentano sempre, amano così tanto se stesse che avanza poco amore per gli altri.
XI. Nel favellare si pecca in molti e vari modi, e primieramente nella materia che si propone, la
quale non vuole essere frivola né vile. Non si devono intavolare discorsi troppo sottili e astratti,
l’argomento deve essere inteso da tutti. Bisogna diligentemente evitare di fare proposte che possano
far arrossire qualcuno della compagnia. Non bisogna parlare sconciamente di Dio e di santi (come
fece Boccaccio). Né a festa né a tavola si devono raccontare storie maninconose, né di piaghe né di
malattie né di morti o di pestilenze, e se qualcuno intavola simili argomenti, bisogna gentilmente
raddrizzare il discorso su altri temi. Qualcuno potrebbe obiettare che lagrimare è importante quanto
ridere, giusto, ma ci sono luoghi adatti per farlo e quando ci si ritrova per far festa e sollazzo, non è
il caso di intavolare questi argomenti, è meglio tacere. Errano coloro che parlano sempre la loro
donna e i loro bambini, niuno è sì scioperato che possa né rispondere né badare a sì fatte
sciocchezze, e viensi a noi ad ognuno.
XII. Non bisogna ammorbare la compagnia raccontando i propri sogni, specialmente se sono
sciocchi.
XIII. Peggio dei sogni sciocchi ci sono solo le bugie, a lungo andare i bugiardi non solo non sono
creduti ma non vengono nemmeno ascoltati, questi pronunciano parole che non hanno nessuna
sostanza in sé, è come se queste persone non parlassero ma soffiassero. E sappi che tu troverai di
molti che mentono, senza un cattivo fine né per ricavarne un utile, né per danno o vergogna altrui,
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ma solo per il gusto di mentire, come chi beve non per sete ma per gola del vino. Altri mentono solo
per farsi grandi (a parole). Si può mentire anche tacendo, cioè con gli atti e le opere. Alcuni essendo
villani usano tanta solennità nei modi, pavoneggiandosi in modo nauseante a vederlo. Né l’uomo di
sua nobiltà, onori e ricchezza deve vantarsi, neppure i suoi fatti o le prodezze deve molto
magnificare, né ad ogni proposito annoverargli, come molti usano fare: perciocché pare che egli in
ciò significhi di voler competere con i presenti. L’uomo non deve avvilirsi né esaltarsi, ma piuttosto
deve sottrarre delle cose dai suoi meriti, perché anche il bene quando è soverchio, spiace. Non
bisogna nemmeno vantarsi dei propri averi. Costume piacevole è parlare di ogni cosa
moderatamente.
XVI. È importante avere riguardo del paese in cui l’uomo vive perché ogni usanza non è buona in
ogni paese. Non bisogna esagerare e comportarsi “in base” alle situazioni.
XVII. Non bisogna differenziare le persone in base alla classe sociale. Alcuni soprabbondano in
parole e atti cortesi per supplire al difetto della loro cattività e della villana e ristretta natura loro.
XVIII. D’altrui né delle altrui cose non si deve parlare male, anche se sembra che a ciò si prestino
in quel punto volentieri le orecchie, mediante l’invidia che noi per lo più portiamo al bene e
all’onore l’un dell’altro. Sulle questioni più frivole occorre assecondare. Proferire un consiglio non
richiesto è come dichiararsi più savio di colui che riceve il consiglio, è meglio dare consigli solo
agli amici più stretti e solo quando è necessario. Non bisogna voler correggere ogni cosa in cui gli
uomini sbagliano e lasciare i consigli ai maestri e ai padri.
XIX. Non si deve mai schernire una persona né per disprezzo né per piacevolezza.
XX. Per far ridere gli altri non si devono dire parole né fare atti vili e sconvenevoli, storcendo il
viso e contrafacendosi, nessuno deve per piacere altrui avvilire se stesso, perché essa è un’arte non
di nobile uomo, ma di buffone.
XXI. Mentre si parla non conviene dire ‹‹Quella cosa…›› ‹‹quel cotale…›› ‹‹Quel… come si
chiama?›› oppure ‹‹aiutamelo a dire…››. Non conviene dire nemmeno ‹‹Colui disse…›› ‹‹colui
rispose…››, è meglio dire i nomi delle persone per non fare confusione.
XXII. Usare parole chiare e comprensibili per tutti, preferire quelle belle in quanto a suono e
significato. Non bisogna parlare –come fanno gli sciocchi- con lo stesso linguaggio di colui con cui
si favella. Ogni uomo gentile deve evitare parole poco oneste: l’onestà dei vocaboli consiste o nel
suono e nella voce loro o nel loro significato. Bisogna utilizzare parole gentili per correggere gli
altri, cercando sempre di scolpare e di attribuire a sé parte della colpa. Non si deve mettere in
dubbio la fede altrui dicendo ‹‹Voi mi mancaste della vostra fede››, salvo se tu non fossi costretto
da alcuna necessità, per salvezza del tuo onore, a così dire. Ma se ti sentirai ingannato dirai ‹‹Voi
non vi ricordaste di fare›› se egli non se ne ricordò, oppure ‹‹Voi non poteste›› o ‹‹Non vi tornò a
mente›› o ‹‹Voi vi dimenticaste›› o ‹‹Voi non vi curaste di attenermi la promessa››, perciocché
queste sì fatte parole hanno alcuna puntura et alcun veleno di doglienza e di villania.
XXIII. Non sta bene alzare la voce come un banditore, ma nemmeno bisogna parlare così piano che
chi ci sta davanti non riesce a sentire e se ti chiedono di ripetere non bisogna gridare come se fossi
disturbato dalla ripetizione. Non bisogna parlare in “pompa magna” altrimenti sarà spiacevole e
tedioso ad udire, così come non bisogna predicare anziché parlare. Bisogna adattarsi al luogo, chi va
per strada non deve ballare ma camminare. Ciò non significa che bisogna parlare bassamente come
la feccia del popolo minuto e come la lavandaia , ma come i gentiluomini.
XXIV. Molti, quando iniziano a parlare non smettono più di farlo, trasportati da un certo impeto
scorrono e, mancata la materia del loro ragionamento, non finiscono per ciò, anzi, o ridicono cose
già dette, o favellano a vuoto. Altri hanno tanta ingordigia di favellare che non lasciano parlare gli
altri. Rompere agli altri “le parole in bocca” è malcostume. Quando un uomo parla non bisogna
interrompere con ‹‹Eh?›› o ‹‹Come?››. E se qualcuno sarà pigro nel favellare, non si deve passargli
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sopra né prestargli le parole, come se tu ne avessi a dovizia ed egli a difetto. E sappi che a ciascuno
pare di saper ben dire, anche se alcuni non lo dicono per modestia. In compagnia si dialoga, non si
fa il monologo, non bisogna comportarsi come se un maestro stesse parlando ai discepoli.
XXV. La maggior parte degli uomini (massimamente di noi laici et idioti) abbia sempre i
sentimenti più presti che lo ‘ntelletto. Se non fosse la ragione, che insieme con l’età cresce in noi,
e, cresciuta ne rende quasi di bestie uomini. Non è vero che incontro alla natura non abbia freno né
maestro: anzi ve ne ha due, uno è il costume e l’altro è la ragione.
XXVII. L’uomo si deve vestire seguendo l’usanza della sua epoca in modo da dimostrare che egli
non intende riprendere o correggere gli altri, la qual cosa è noiosa ai più.
XXVIII. L’uomo non si deve accontentare di fare le cose buone, ma deve farle in modo leggiadro.
L’uomo non si deve agghindare come una femmina, né puzzare né mettersi un profumo da
meretrice. Bisogna vestirsi in modo sobrio. Bisogna vestirsi con misura, non deve sembrare che tu
abbia indosso i panni di un altro, tutto deve confarsi alla tua condizione, cosicché il cherico non sia
vestito da soldato e il soldato da giocatore. La vesta bene stia non solo al dosso, ma ancora al grado
di chi la porta. L’uomo nobile non deve l’uomo nobile correre per via, né troppo affrettarsi, che ciò
conviene a palafreniere (custode e istruttore di cavalli) e non al gentiluomo, senza che l’uomo
s’affanna e suda et ansa, le quali cose sono disdicevoli a così fatte persone. Né perciò si deve andare
lenti e contegnosi come una femmina o come una sposa, e camminando disconviene dimenarsi
troppo. Né bisogna far penzolare le mani, né agitare le braccia in modo da sembrare che si stia
seminando qualche cereale nei campi. Non bisogna affissare gli occhi altrui nel viso. Ci sono alcuni
uomini che camminando levano il piede tanto in alto da sembrare un cavallo spaventato, altri
battono i piedi a terra così forte che sembra il rumore di carri, bisogna evitare di chinarsi ad ogni
passo per tirar su le calze, scuotere le groppe (il sedere) e pavoneggiarsi.
XXIX. Non sta bene grattarsi sedendo a tavola, neppure sputare e se si deve fare, lo si deve fare in
modo fine. Non bisogna mangiare così ingordamente tanto da generare singhiozzo o altro
spiacevole atto e non sta bene pulirsi i denti con il tovagliolo o con il dito. Non bisogna sciacquarsi
la bocca con le bevande e sputarle, né bisogna levarsi da tavola per portare lo stecco in bocca come
un uccello che costruisce il suo nido. Non bisogna accasciarsi sopra il tavolo, né riempirsi la bocca
in entrambi i lati della bocca tanto da avere le guance gonfie, non bisogna nemmeno mostrare
grande entusiasmo se la bevanda è buona, perché questi sono costumi da tavernieri e ubriaconi. Non
bisogna rifiutare ciò che ti viene portato, perché sembra che tu disprezzi chi te lo porge. Invitare a
bere non è usanza italiana, infatti usiamo il termine brindisi che viene dal tedesco Ich bringe dir’s
(io ti offro), si può non accettare l’invito e ringraziandolo ci si può limitare ad assaggiare la
bevanda. Le gare a chi beve di più hanno delle motivazioni frivole.
XXX. Non bisogna spogliarsi e specialmente scalzarsi in pubblico, se quell’atto non si confà a quel
luogo. Non bisogna pettinarsi né lavarsi le mani in mezzo alle persone, queste sono cose da fare in
camera e non in pubblico, salvo lavarsi le mani quando si è a tavola. Non bisogna allacciarsi le
scarpe in presenza di altre persone. Ci sono alcuni che hanno il vizio di torcere la bocca o gli occhi
o di gonfiare le gote e di soffiare o di fare col viso simili diversi atti sconci. E quello che io dico
degli sconci atti del viso, ha similmente luogo in tutte le membra, non sta bene mostrare la lingua,
né stuzzicarsi troppo la barba, né stropicciare le mani, né gettare sospiri e piagnucolare, né tremare
o riscuotersi. Non bisogna gridare per dolcezza ‹‹Oimè, oimè!›› come fa un villano che si desti al
pagliaio. E chi fa strepito con la bocca per segno di meraviglia e talora di disprezzo, si contrafà cosa
laida, sì come tu puoi vedere. Non si vogliano fare cotali risa sciocche, né anco grasse o difformi, né
ridere per usanza e non per bisogno, né dei tuoi medesimi motti si vuole che tu rida, che è un lodarti
da te stesso: tocca ridere a chi ode o non a chi dice. Se tutte queste cose sono piccoli errori, non
bisogna pensare che tutte queste cose messe insieme siano piccoli errori. Non bisogna dimenare il
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capo e stralunare (sbarrare) gli occhi, non bisogna sollevare un sopracciglio fino alla fronte e l’altro
chinarlo fino al mento; non bisogna torcere la bocca, sputare quando si parla, non bisogna muovere
le mani come se si volessero scacciare delle mosche. Non bisogna infilarsi la penna nell’orecchio,
portare il fazzoletto in bocca, mettere le gambe sul tavolo. Tante cose non sono state dette in questo
scritto, anche se qualcuno considererà soverchie le cose qui dette.