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I come italiano

Cap.0 In difesa del parlar materno


L’idea di lingua quale strumento di crescita culturale, civile e politica di un popolo è un’idea per la
quale dobbiamo ancora batterci e lavorare, oltre lo sterile recinto di una opposta idea di lingua fatta
soltanto di norme astratte e regole ammuffite da mandare sterilmente a memora.
Nel mondo greco-latino la parola grammatica si riferiva a due cose: l’insieme delle norme e delle
regole di funzionamento di una lingua; dall’altro lo studio, l’analisi e la spiegazione di tali norme e
regole. Nel mondo antico ha sempre prevalso la concezione semplice e concreta di arte dello
scrivere (e del leggere). <<Lo scrivere tiene più dell’arte che della scienza>> (Cesare Marchi). Sarà
solo nel XIX secolo –con la nascita della linguistica moderna- che si comincerà ad avere piena
consapevolezza della distinzione tra
-Grammatica esplicita/riflessa: lavoro di elaborazione e riflessione dei linguisti e dei grammatici
che la ricavano dalla grammatica vissuta.
-Grammatica implicita/vissuta: insieme di regole tacite, piegate all’interno del sistema.
Nel mondo greco-romano la grammatica è stata di tipo normativo “cane da guardia” della forma
scritta tradizionale secondo Tullio De Mauro. Distinguiamo quindi due tipi di grammatiche
-Normative/sincroniche: insieme di regole grammaticali in uno spazio temporale ben definito
-Storiche/diacroniche: a partire dalla fine dell’Ottocento, questo tipo di grammatiche descrivevano
l’evoluzione della lingua.
Benedetto Croce non riconosceva alcuna autonomia di statuto scientifico alla grammatica, riservava
ad essa solo una dignità di prontuario di norme, a uso della composizione. Per Francesco de Sanctis
la grammatica era “un’analisi dei fatti” piuttosto che una “teoria della lingua”, rimarcando la natura
secondaria, di prontuario pratico e non scientifico.
Inglese vettoriale: i prestiti di necessità hanno sempre avuto una certa dignità di accoglienza; ma
con i “prestiti linguistici di lusso” non si è mai riusciti a comprendere le vere motivazioni per la
quale una lingua abdica al proprio patrimonio lessicale (e culturale) in favore di un’altra. L’inglese
come lingua dominante è una questione ben più complessa e pericolosa rispetto al singolo prestito
linguistico, è un problema a livello globale tra civiltà anglo-americana e il resto del mondo.

Cap.1 Geo-storia della lingua, delle grammatiche e dei vocabolari


I termini vocabolario e dizionario, non sono sovrapponibili: il dizionario ha un significato e un
impiego più ampio rispetto al vocabolario, talvolta esso indica trattazioni a carattere enciclopedico,
ma non necessariamente disposte in ordine alfabetico; il vocabolario è disposto in ordine alfabetico
e può essere utilizzato anche per definire il lessico di un autore. Anche la lingua può essere studiata
in modo sincronico e diacronico.
Fino al XII secolo in Europa si era mantenuto l’uso del latino per la vita intellettuale e le relazioni
(grazie alla Chiesa). Mentre la comunicazione quotidiana era affidata al volgare (dal latino
volgus=popolo); in Italia si ha un’attestazione del volgare piuttosto tarda (IX secolo). Risale al
marzo 960 il così detto placito capuano nel quale in una causa viene attestato per la prima volta
l’uso del volgare italiano; questo documento è importante perché dimostra che il volgare ha
raggiunto una sua autonomia rispetto al latino.
L’egemonia della Toscana si è verificata per la fortunata combinazione di più elementi:
-Storico-sociali: i mercanti fiorentini erano attivi in quasi tutte le piazze della penisola italiana
-Culturali: molti intellettuali toscani svolgevano la loro attività al di fuori della Toscana
-Linguistiche: eccellenza della lingua toscana
-Professionali: il toscano venne impiegato in sostituzione del latino nella prosa epistolare,
trattatistica scientifica, letteratura devozionale, poesia burlesca e satirica.
Dante nel De vulgari eloquentia aveva fissato per primo la riflessione intorno alla lingua, Petrarca e
Boccaccio avevano fornito rispettivamente nella lirica e nella prosa narrativa, il modello di una
lingua classicisticamente orientata.
Il Quattrocento vide un’inversione di tendenza nel rapporto latino-volgare; l’età degli umanisti si
caratterizza per la riscoperta dei classici (Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio); il volgare restò
confinato negli usi pratici e quotidiani (atti pubblici, cancellerie e tribunali). Verso la metà del
secolo si assistette nuovamente ad un cambio di rotta in favore del volgare modellatosi però sul
latino classico
Leon Battista Alberti promosse a Firenze un concorso per un componimento poetico in volgare
(Certame coronario). Alberti scrisse anche una Grammatichetta del volgare toscano con l’intento di
dimostrare che anche il volgare si fondasse –al pari del latino- su una grammatica.
Verso la fine del XV secolo a Firenze comparvero i primi tentativi di lessicografia italiana:
-Luigi Pulci compilò un elenco di 700 vocaboli noto come il Vocabulista.
-Leonardo da Vinci compilò un elenco di circa 8000 parole annotate a margine dei suoi
manoscritti, furono registrate ad uso personale.
La questione della lingua nel ‘500
Nei primi decenni del ‘500 prese forma la così detta questione della lingua
Pietro Bembo proponeva quali modelli di stile, di lingua e di contenuti, Petrarca per la poesia
(lirica) e Boccaccio per la prosa. Le considerazioni di Bembo vennero seguite soprattutto per la
poesia, egli ebbe il merito storico di aver agito da fattore unificante su scala nazionale. Bembo
proponeva come lingua letteraria quella fiorentina del Trecento, il superamento del municipalismo
riducendo tutti gli altri volgari al rango di dialetti.
Baldassare Castiglione proponeva una lingua cortigiana come lingua comune letteraria, facendo
perno sul concetto di corte: luogo reale e immaginario intorno al quale avviare un embrionale
processo di unificazione linguistica, uno dei primo problemi che sorgeva innanzi ad una tale
proposta consisteva nella scelta di quale delle tante corti italiane dovesse essere scelta come fonte di
propulsione di una lingua nazionale. Vincenzo Colli propose la curia romana, mentre lo stesso
Castiglione propose la raffinata corte di Urbino. Castiglione rifiutava l’egemonia del toscano, ma la
sua proposta cortigiana non riuscì a prevalere.
Gian Giorgio Trissino riconosceva al fiorentino un certo primato ma rifiutava di appiattirsi: era
aperto ad un arricchimento del lessico con parole selezionate fra le migliori parlate d’Italia, rifiutava
le tre corone (Dante, Petrarca, Boccacio).
Niccolò Machiavelli nella sua tesi fiorentina (discorso intorno alla nostra lingua) reagiva alle teorie
trissiniane, riaffermando il primato di Dante. La lingua letteraria deve radicarsi nell’uso comune
proponendo che scritto e parlato non sono separabili.
Francesco Fortunio pubblicò per primo le Regole grammaticali della volgar lingua. Sia per
Bembo che per Fortunio i fatti linguistici andavano interpretati come strettamente legati a quelli
letterari.
Niccolò Liburnio diede vita al primo vocabolario a stampa della lingua italiana: Le tre fontane; egli
fu autore anche di una grammatica.
Seguirono altri vocabolari, quello di Lucilio Minerbi, Fabrizio Luna, Acarsio di Cento. Giovan
Battista Verni era un maestro di strada che insegnava l’italiano.
La questione della lingua nel ‘600
Nel Seicento il centro culturale più importante restava Roma. Perfino la prosa scientifica
abbandonava il latino (Galileo Galilei), con lo scopo di allargare il pubblico dei lettori e inaugurare
il genere della divulgazione scientifica.
Nel 1612 viene data alle stampe la prima edizione del Vocabolario dell’Accademia della Crusca,
che rappresenterà, sotto molti aspetti, l’inizio di una nuova storia linguistica. Ci furono anche degli
oppositori al progetto dell’Accademia della Crusca come Alessandro Tassoni e Daniello Bartoli che
mise in evidenza la distanza tra la lingua degli scrittori del Trecento e le esigenze comunicative del
presente; l’affermazione del toscano letterario stimolò per reazione il ricorso ai dialetti, avvertiti
come strumenti espressivi schietti e diretti. Uno maggiori scrittori del Seicento, Giovan Battista
Basile, scrisse la sua opera in dialetto napoletano. Verso la fine del Seicento venne pubblicato il
primo dizionario etimologico della lingua italiana.
Salvatore Corticelli fu il primo a definire l’ordine naturale della costruzione della frase: soggetto,
verbo e complemento oggetto (più eventuali complementi). Solo alla fine del XVIII secolo che
l’italiano iniziò ad essere inserito con dignità come disciplina di insegnamento. Nel corso del
Settecento l’italiano sostituì definitivamente il latino nel campo della trattatistica scientifica e
filosofica.
La lingua degli illuministi italiani
Nel Settecento le forme arcaiche tendono a scomparire, morfologia e ortografia si stabilizzano
sempre di più, il periodare complesso scompare in favore di una sintassi più semplice e diretta.
La questione della lingua nel primo Ottocento
L’uso scritto del dialetto restò confinato alla poesia, con l’esperienza di due grandi poeti: Carlo
Porta e Giuseppe Belli, le cui esperienze poetiche restarono marginali. Per Porta non vi era
contraddizione tra l’essere moderni e usare il parlato materno. A fine Settecento nel periodo
napoleonico, la questione della lingua assunse i caratteri e i toni della polemica antifrancese, questo
atteggiamento fu detto purismo, in quanto si voleva preservare la purezza della lingua italiana,
depurata da ogni forma di forestierismo o neologismo. Sul fronte opposto, quello della decisa
apertura verso il rinnovamento linguistico e culturale della nazione italiana, si collocarono gli
intellettuali romantici lombardi, riuniti attorno all’esperienza della rivista del Conciliatore (chiusa in
un anno 1818-1819); questi intellettuali sostennero la necessità di aprirsi alle novità linguistiche e di
elaborare e praticare uno stile disinvolto, capace cioè di raggiungere il pubblico borghese e piccolo-
borghese.
Raffaello Fornaciari scrisse per primo in Italia una Grammatica storica della lingua italiana
(1879). Il purismo ebbe almeno due meriti: allargò i confini della polemica (pro e contro la lingua
pura trecentesca) dal recinto chiuso dei soli addetti ai lavori; favorì la circolazione delle idee
(puriste) su scala nazionale.
La necessità di dotare la giovane nazione italiana, all’indomani dell’Unità d’Italia, di un
vocabolario della lingua italiana fu fatta propria dall’editore torinese Giuseppe Pomba che affidò al
linguista Niccolò Tommaseo l’incarico di redigere un dizionario storico della lingua italiana,
stampato tra il 1861 e il 1879. Il Dizionario della lingua italiana di Tommaseo rappresentò un
punto di equilibrio tra innovazione e tradizione. Tommaseo prese a modello la lingua d’uso
toscano-fiorentina moderna, sancendo il primato del toscano contemporaneo come lingua d’uso e
viva. Il dizionario di Tommaseo rappresenta per l’Italia il primo esempio di opera lessicografica che
tiene assieme le due distinte dimensioni della sincronia (lingua documentata e descritta in un
determinato periodo storico) e della diacronica (lingua documentata e descritta nella sua evoluzione
nel tempo).
Per Alessandro Manzoni e tutti i suoi contemporanei, l’italiano non era la lingua della
comunicazione quotidiana. Negli usi domestici, egli utilizzava il dialetto milanese; come lingua di
cultura, invece ricorreva al francese, al latino ed in parte all’italiano letterario. Egli assegnava in
ruolo strategico proprio alla scuola elementare, per la formazione di quell’unità linguistica
nazionale che era un traguardo tutto ancora da costruire, suggerendo di formare una nuova classe di
insegnanti, fiorentini di nascita o di stretta formazione all’uso del linguaggio fiorentino, che fosse in
grado di diffondere in tutta l’Italia la nuova norma linguistica, capace anche di contrastare il
dialetto.
Nel 1861 gli analfabeti in Italia sono pari al 75% della popolazione, le percentuali di colore che
conoscevano e usavano la lingua italiana oscillavano tra un realistico 2,5% e un ottimistico 9,5%;
né la frequenza dei tre anni di scuola elementare poteva garantire –da sola- il raggiungimento e il
possesso maturo della lingua italiana, i professori e gli strumenti didattici non erano adatti al
compito. Secondo Graziadio Ascoli l’Italiano comune doveva nascere non certamente per decreto
statale, bensì maturando lentamente e spontaneamente dalla società viva, inoltre ammoniva che i
dialetti non andassero contrastati e cancellati, perché espressione della cultura e della identità
linguistica e sociale dei singoli popoli. Ancora oggi permane un bilinguismo (italiano/dialetto);
dopo l’unità questo bilinguismo finì per generare la nascita di un italiano regionale, che risentiva
nel lessico, nella sintassi, e in modo particolare nella pronuncia, dall’apporto di sostrato dei dialetti
locali. Il parlante sentiva il proprio dialetto come autentica lingua madre e percepiva l’italiano come
lingua artificiale. In poesia le due esperienze poetiche più significative di questo periodo –Carducci
e D’Annunzio- si attestarono su posizioni intransigenti, di recupero dell’aulicità classica. Durante il
Fascismo venne costituita una Commissione per l’italianità della lingua con lo scopo di eliminare
dal lessico italiano le parole straniere sostituendole con neologismi conformi allo spirito italiano
della nostra lingua.

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