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La scienza dell’onore, il duello e la vendetta: Il disagio


della trattatistica
Marco C AVINA
La scienza dell’onore fu veramente scienza ‘normativa’ della nobiltà e fonda-
mento del diritto del ceto, una scienza essenziale per la comprensione dell’anti-
co regime europeo e del suo disciplinamento. Il linguaggio dell’onore nobiliar-
militare nacque nelle consuetudini e fu elaborato dalla trattatistica europea al di
fuori e contro le strategie degli incipienti Stati assoluti, esprimendo etica ed as-
pirazioni del ceto. Scienza cetuale per antonomasia, diretta esclusivamente alla
nobiltà, la scienza dell’onore fu in Europa – ma soprattutto in Italia – momento
essenziale dell’educazione del giovane nobile dal XVI al XVIII secolo: momento
essenziale nella formazione del senso di appartenenza cetuale.
L’affermazione di un’autonoma area disciplinare e l’enucleazione di una trat-
tatistica giuridica specifica emersero pienamente nel tardo Quattrocento con l’-
opera del giurista campano Paride del Pozzo sul duello e sulla pace d’onore.
Dopo di lui si spalancò l’età d’oro della scienza dell’onore con un profluvio di
trattati di giuristi, ma anche di altri autori di diversissima estrazione – cortigiani,
umanisti, uomini d’arme, signori, filosofici aristotelici –, in un vero e proprio cro-
cevia di saperi. Siffatto crocevia di saperi produsse una specifica trattatistica e
specifici scienziati – ‘ professori d’onore’ –, le cui opere contarono migliaia di
edizioni lungo tutta l’età moderna: un’enorme letteratura, un’enorme trattatistica
che tramonteranno con la rivoluzione francese insieme al cetualismo di cui erano
proiezione.1
Un tema vi appare come indicatore della sua ambigua collocazione fra dimen-
sione cetuale, giustizia e soluzione sociale dei conflitti. Alludo al tema del nesso
concettuale fra duello e vendetta.
I trattati di diritto criminale del ’500 - ’600 non si soffermavano sulla vendet-
ta in quanto tale. La vendetta non vi appariva come sostanza – un istituto –, ma
come qualità di una sostanza. La vendetta tendeva ad apparirvi quasi unicamente
nelle vesti di qualificazione dell’elemento psicologico di un reato: un attributo
ambiguo in ordine alla sua rilevanza, attenuante o aggravante. Un omicidio per
vendetta poteva essere considerato più giustificabile, in quanto indice di minore
1
Per un quadro circostanziato della cultura del duello e della scienza dell’onore rinvio a tre miei
precedenti lavori d’insieme: M. C AVINA, Il duello giudiziario per punto d’onore. Genesi, apo-
geo e crisi nell’elaborazione dottrinale italiana (sec. XIV-XVI), Torino 2003; I D ., Il sangue del-
l’onore. Storia del duello, Roma/Bari, 2005; I D ., Una scienza normativa per la nobiltà. Indagini
e fonti inedite sul primo Settecento bolognese, Bologna 2011.

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pericolosità nel colpevole che non un omicidio gratuito o per futili motivi. E
però la volontà di vendetta poteva anche essere considerata indice di una insid-
iosa riottosità nei confronti della giustizia pubblica, espressione di una criminosa
inclinazione a farsi giustizia da sé.
Talvolta, ancora, i giuristi riconoscevano e al contempo disconoscevano la
vendetta, facendola sostanzialmente confluire in talune fattispecie della legitti-
ma difesa. Erano però, quelle sulla vendetta, osservazioni solitamente fuggevoli e
rapsodiche. Sulla vendetta si soffermavano, invece, con ben maggiore incisività i
trattati sul duello, giuristi o meno che ne fossero gli autori.
Li moderni cavallieri, quali hanno il sangue caldo et la cholera accesa non
curano andare in iudicio per tale iniurie, et infamie, ma sono desiderosi venire
a la spata de boto solo per vendicarse de le iniurie loro, et le sententie iudiciale
dicono non bastare, ma la spata devere essere la vera satisfatione per stilo de
arme.2
Sono parole tratte dal fondamentale e pionieristico trattato sul duello redat-
to nei primi anni ’70 del ‘400 da Paride del Pozzo nella Napoli aragonese. Nel
contesto marziale delle guerre d’Italia del primo Cinquecento gli farà eco un gran
numero di altri autori. Diego del Castillo, ad esempio, si interrogava su quale fos-
se il vero giudice nel duello, su chi emanasse la vera sentenza per il gentiluomo, e
concludeva ’la spada è certamente il primo e supremo giudice, poiché è la spada
che giudica, punisce e annulla le iniquità dei calunniatori, eseguendo una giusta
vendetta, giacché non ha nessuno a lei superiore, se non Dio e la verità.”3 Giulio
Claro, che pure era giurista di primissimo piano oltre che presidente del Con-
siglio d’Italia sotto Filippo II, nel suo inedito trattato sul duello non si esimerà
dal dichiarare che così anchora sono degni di biasimo coloro che per soverchia
viltà trappassano molte cose in silentio delle quali dovrebbono asprissimamente
vendicarsi.
Duello e vendetta in senso stretto, però, erano pratiche concettualmente assai
distanti, come avremo modo di vedere. Già l’usuale formula del giuramento, che
doveva essere recitata all’inizio del duello giudiziario d’onore, era assai recisa a
questo riguardo, specificando che sono ricorso e ricorro a questa via di duello
non già mosso da desiderio di vendetta né sospinto da odio né rancore:

2
Paris de Puteo, Duello. Libro de re, imperatori, principi, signori, gentil’huomini, et de tutti
armigeri, continente disfide, concordie, pace, casi accadenti, et iudicii con ragione, essempli,
et authoritate de poeti, historiographi, et ecclesiastici, opera dignissima, et utilissima ad tutti li
spiriti gentili, Venezia 1544 [VI.28], ff. 78v-79r.
3
Iacobus de Castillo, De duello, in: Tractatus Illustrium in Utraque tum Pontificii, tum Caesarei
Iuris Facultate Iurisconsultorum, 18 vol., Venezia 1584, XII, f. 292vb: Superest ut in calce dica-
mus, qualiter sit ferenda sententia in hac materia duelli, gladius certe est primus, et supremus
iudex in singulari certamine; quia est qui iudicat, punit, ac calumniantium iniquitates expellit,
ut in prooemio insti. et exequitur suas vindictas; quia neminem habet superiorem, nisi Deum et
veritatem.

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Giuro io Giulio Claro per il santissimo nome d’Iddio ottimo massimo che
la querela contenuta nel presente cartello, per la quale io intendo di sfidar a
battaglia, io la reputo e tengo per vera giusta e legitima, ma, non potendo con
altra prova che con l’arme farne conoscere la verità per difesa dell’honor mio,
sono ricorso e ricorro a questa via di duello et non già mosso da desiderio di
vendetta né sospinto da odio né rancore. Et se altrimente è di quello che io dico
et giuro supplico il grande iddio che in me converta la sua vendetta et mi faccia
rimaner della proposta battaglia con eterna infamia o morte vituperato perditore.
Amen.4
E quando a metà ’500 il Muzio, celeberrimo professore d’onore, propose a
Carlo V una legge che disciplinasse i duelli in tutta l’Europa cristiana, richiese
esplicitamente Che i Prencipi et i Signori sottoposti alla M.V. et al sacro Romano
Imperio non diano campo ad alcuno, che prenda querela per intentione di vendet-
ta,5 nel senso che il duello avrebbe dovuto aver luogo unicamente in presenza
di una reale lesione d’onore da sanare. Muzio propendeva, quindi, ad escludere
la vendetta non soltanto come istituto, ma anche come qualificazione volitiva di
un istituto, cioè del duello. Il duello ‘per intenzione di vendetta’ avrebbe dovuto
essere formalmente vietato.
L’esecrata immagine della vendetta che veniva presupposta era quella di un
abbattimento informale fomentato dall’odio e dal rancore. Pietro Monti argomen-
tava che il duello pubblico rappresentava propriamente e plasticamente lo storico
superamento della vendetta ferina: l’ira ed il risentimento vi si assoggettavano al
diritto di ceto. L’emblema di quel superamento era nel campo franco, che indi-
viduava un istituto di diritto divino e naturale al pari della guerra.6 Gli scontri per
pura vendetta – scriverà Antonio Possevini – non meritano neppure il nome di
duello, ma quello di semplice e impreciso ‘abbattimento’. Privi di regole, carenti
di un’adeguata formalizzazione e di meccanismi garantisti per le parti, gli abbat-
timenti per vendetta gli apparivano estranei alla problematica dell’onore da cui
erano germinati i duelli e le paci private.7
Intorno al 1360 il canonista Giovanni da Legnano aveva incluso nella sua per-
sonale tipologia di duelli anche una sorta di vendetta: il cosiddetto duello per odio
esagerato – ad odii exaggerationem –. Il duello per impeto d’odio esprimeva la
colpevole reazione dinanzi ad un altrui comportamento percepito come ingiusta-
mente lesivo.8 Se pur si poteva considerare genericamente un duello in quanto si
4
Giulio Claro, Trattato di duello [II (Della concessione delle patenti di campo franco)], jjj jjj,
c. 173rv.
5
Cfr. Girolamo Muzio, Il duello. Le risposte cavalleresche, Venetia 1585, [I.2], ff. 112r-117v.
6
Cfr. Petrus Montius, De singulari certamine, Milano 1509, [II.2-3], s.p.
7
Antonio Possevino, Libro nel quale s’insegna a conoscere le cose pertinenti all’honore, et a
ridurre ogni querela alla pace, Venezia 1564, [I.8], p. 36.
8
Cfr. Iohannes de Lignano, Tractatus de bello, de repraesaliis et de duello, ed. T. E RSKINE
H OLLAND, (Classics of International Law 8), Oxford 1917, [c. 174], p. 182.

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concretizzava in uno scontro fra due uomini, il duello per odio ne rappresentava la
fattispecie più abominevole, in quanto privo di un qualsiasi barlume di sostanza et-
ica. Un sentimento abbietto come l’odio vi appariva come l’elemento qualificante
e costitutivo.
Istituto naturale certo, ma rispetto a quale diritto naturale? Secondo Giovanni
da Legnano il duello per impeto d’odio si fondava sul diritto naturale istintuale,
che era proprio delle più infime pulsioni, e che doveva quindi subordinarsi alle
superiori esigenze del diritto naturale razionale e ancor più all’ovvia prevalenza
del diritto naturale religioso.9
Il duello d’onore era altra cosa, ma è preliminarmente necessario ricordarne
sommariamente i due modelli in uso in Europa fra medioevo ed età moderna: il
duello giudiziario d’onore e il duello clandestino d’onore, giuridicamente lecito il
primo, mero reato il secondo, sia pur di fatto ampiamente tollerato.
Il duello giudiziario d’onore fu essenzialmente una costruzione della cul-
tura italiana del XV-XVI secolo: una compiuta formalizzazione/giuridicizzazione
delle consuetudini nobiliari, che risolvevano attriti e conflitti endocetuali nel du-
ello d’onore, il tribunale del gentiluomo, uno dei perni del diritto specifico della
nobiltà.
Nel duello giudiziario d’onore giudice era il signore – munito di giurisdizione
– che aveva concesso il campo franco per lettera patente e che era stato individ-
uato/patteggiato dalle parti, attraverso formali procedure. Era un giudice, di cui
la dottrina discusse animatamente i connotati, ma era comunque un giudice nel
senso più pregnante del termine, davanti al quale si svolgeva un vero e proprio
processo, con un attore ed un convenuto, con eccezioni, repliche, termini, respon-
si pro parte, questioni incidentali, sentenze interlocutorie e definitive. Insomma
– ribadivano sempre i trattatisti –: Duellum honoris causa, sed ad instar iudicio-
rum. Non aveva, quindi, nulla a che fare concettualmente con la vendetta: era un
giudizio rituale, sia pur ‘all’uso militar-nobiliare’. Non era vendetta più di quanto
lo fosse rivolgersi al tribunale ordinario.
Con il duello giudiziario conviveva il semplice duello clandestino fondato sul
mero accordo privato. Era conosciuto e praticato in Italia quantomeno dal tardo
‘300, se, ad esempio, il giurista Baldo degli Ubaldi asseriva lapidariamente che ’il
duello pubblico è permesso. Infatti il duello per pubblica concessione non merita
pena, diversamente se per patto di privati, poiché questo non può aver luogo”.10
Il duello ex pacto privatorum era anzitutto un reato, ma la sua reale efficacia
quale rimedio d’onore era discussa anche in connessione con l’etica di ceto. Con-
tro il duello privato, infatti, si appuntava anche la critica, sia pur circostanziata,
della trattatistica cavalleresca ‘cortese’.
9
Ibid., [c. 173], p. 180 e passim.
10
Baldus de Ubaldis, In primam Digesti veteris partem commentaria, Venezia 1599 [ad Ad legem
Aquiliam, Si quis in colluctatione], f. 317rb.

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Il cavaliere era anzitutto un nobile o comunque un militare d’onore, al quale


si richiedeva in ogni occasione un idoneo apparato, con la presenza-testimonianza
del proprio ceto, e quindi con un’idonea pubblicità. Al duello clandestino,
però, mancava quell’acconcio apparato pubblico, utile per restaurare pienamente
l’onore davanti ai propri compari. Era invece: cosa turpissima fora de ogni dis-
ciplina militare [...] costume apertenente ad vilissimi beccarini, ruffiani, et gente
plebea, quali sono da essere puniti dal iudice de la publica iustitia.11 Ed era man-
canza tanto più grave allorché si trattava di sanare il bene supremo dell’onore, in
quanto onore estrinseco, colto dall’etica cavalleresca nella sua dimensione pret-
tamente sociale di ‘mala fama’:12 era questo un difetto che segnava ancor più in
profondità la pura vendetta, che in età moderna è ormai occulta per definizione, a
differenza dell’esperienza bassomedievale.13
Il contrasto della vendetta con entrambi i tipi di duello si annidava nell’anima
stessa della prassi duellare, fortemente radicata sul principio (a) dell’eguaglianza
cetuale e (b) del libero consenso di entrambe le parti. Per partecipare al duello le
parti dovevano essere entrambe pienamente consenzienti, al punto che l’inopinato
abbattimento d’armi, insorto improvviso nel calore dell’ira – calore iracundiae –
era considerato mera rissa. Tutt’al contrario presupposto inderogabile del duello
era un qualche decorso di tempo – temporis mora – tra il fatto scatenante e lo
scontro in armi. Le parti dovevano stabilire, anche nel duello clandestino, un luogo
ed un tempo, consentendo alle loro volontà una fredda e consapevole valutazione
dei fatti e permettendo, altresì, un’equa e garantista organizzazione del duello
stesso.
Di massima, dunque, l’impianto del problema nella scienza dell’onore d’età
moderna potrebbe apparire abbastanza chiaro: il duello non doveva mai ap-
parentarsi con la pura vendetta in nessuna delle sue due versioni, né in quanto
duello giudiziario – permissione principis –, né in quanto duello clandestino –
pacto privatorum –. E tuttavia il quadro non è così netto, né sul piano documen-
tale, né su quello dottrinale. Il fenomeno della vendetta violenta rimane fortemente
radicato nella cultura d’antico regime.14
Il più sicuro punto d’osservazione sulle polemiche che attraversarono la duel-
listica sul tema del nesso con la vendetta è quello della distinzione fra la duellistica
dei giuristi e quella dei professori d’onore: diverse culture, diverse idee di duello,
diverse idee sul rapporto con la vendetta.

11
Cfr. Paris de Puteo, Duello (vedi n. 2), [II.20], ff. 44v-45r.
12
Ibid., [II.20], ff. 44v-45r.
13
Sul punto si vedano in particolare i lavori di Andrea Z ORZI e il suo contributo in questa stessa
sede, ma anche cfr. La vengeance, 400-1200, a cura di D. BARTHÉLEMY, F. B OUGARD , R. L E
JAN, (Collection de l’École Française de Rome 357), Roma 2006.
14
Lo attestano, ad esempio, anche le fonti letterarie: cfr. La vengeance dans la littérature d’Ancien
Régime, a cura di É. M ÉCHOUAN, Montréal 2000.

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Secondo il giurista Paride del Pozzo il duello è una battaglia singolare per
pruova della verità, tal che chi vince s’intenda haver provato. Secondo il profes-
sore d’onore Giambattista Possevino il duello è uno abbattimento voluntario tra
due huomini, per lo quale l’uno di loro intende provar a l’altro con l’armi, per
virtù propria sicuramente senza essere impediti ne lo spatio di un giorno, ch’egli
è huomo honorato, et non degno di essere sprezzato, né ingiuriato, et l’altro in-
tende di provare il contrario. Appare evidente sin da queste laconiche definizioni
che si tratta di due mondi diversi e distanti: per il giurista il cuore del proble-
ma è nella giudiziarietà, nell’individuazione di una verità formale intorno ad un
fatto controverso; per il professore d’onore il cuore del problema è dar pubblica
dimostrazione di essere un uomo d’onore che non può essere impunemente dis-
prezzato, al fine di sbandire ogni dubbio o malevola diceria, a prescindere dalla
verità o meno delle accuse.
Rispetto alla cultura dei giuristi, quella dei professori d’onore fu ben meno
netta nella cesura fra vendetta e duello, proprio per la sua minor sensibilità verso
la dimensione giudiziaria e per la sua particolare propensione a valorizzare so-
prattutto l’analisi dell’onore e del risentimento. Secondo Costantino Castriota tre
erano i gradi della lecita reazione all’atto ingiusto: la vera vendetta era riservata a
Dio; la pena era erogata dal Principe; il diritto alla ‘sodisfatione’ era privilegio del
nobile leso nell’onore, ma era una ‘sodisfatione’ che poteva fatalmente trasfig-
urarsi in giusta e doverosa ricerca di vendetta, quantomeno nei casi consentiti
dall’ethos cetuale:
Tre sono gl’indirizzi che ci rilevano dassi fatti danni: l’una si dice vendetta,
l’altra punitione o ver castigo, l’altra sodisfatione. La vendetta è di Dio glorioso,
e per ciò disse nei suoi santi, e moralissimi Evangeli ’Lasciati a me la vendetta
percioche la farò io in vostra vece” [...]. La punitione, come habbiam detto, è pre-
rogativa reale, e da Principi supremi convien’esser ministrata, come a persone
a chi è concesso dar e levar la vita, tuor e restituir la fama [...]. La sodisfatione
conviene al huomo ne la ristoration de la fama, e recuperation del honore. E quan-
tunque come fu detto sia la vendetta d’Iddio, e la punition de la regal dignità per
dritto solco, sendo vendicata da le gente nobbili puoi che per opinion d’Aristotele
è periculoso effetto resistere alla consuetudine non volendovi ripugnare dirò bene
che le vendette nei casi come odireti che di vendetta ralmente capaci sono s’han
da eseguire arditamente, e senza soverchiaria e securtà alcuna, opposito de le pu-
nitioni le quai dandosi agli inferiori per le temerità usate ad imitation di principi
s’han da seguire con tutte le securtà del mondo. E per ciò che è con la sodisfa-
tione il risco sempre congionto, si privilegiano i defensori dalle leggi, si rispettano
dagl’huomini, e s’agiutano il più delle volte da Iddio, et è permisso finalmente dai
principi che possano difendendosi conserbare immaculata la fama loro p’il ben-
efitio de la singular battaglia, e prova, e si vera al peso de le ingiurie di parole, e

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di mani.15
Per il suo diritto naturale di ceto all’endogiustizia, avvertito consuetudinaria-
mente e teorizzato dai trattatisti, il gentiluomo aveva il diritto/dovere di recuper-
are l’onore perduto per via della propria virtù, che poteva esprimersi socialmente
secondo modalità diverse. In un suo inedito trattato l’autorevolissimo Leonardi
scriveva che la soddisfazione poteva perseguirsi in cinque modi: con una val-
orosa replica/vendetta immediata – il cosiddetto ’risentimento” –; con il duel-
lo – giudiziario o clandestino –; con manifesti ingiuriosi e diffamatorii; con una
pace privata d’onore; oppure finalmente, quale ultima ratio, con la vera e propria
vendetta di sangue, meditata e preparata.16
La dottrina non poteva dimenticare che, secondo talune, diffuse consuetudi-
ni cavalleresche, v’erano casi che per gravità e delicatezza richiedevano non un
‘resentimento duellare’, ma una ‘vendetta honorata’:
Molti casi sono che non richiedeno resentimento duellare ma drittamente di
vendetta honorata capaci sono, ricevendo questo soggetto tal accidente reggu-
larmente come serebbe per adulterio di moglie, stupro di sorelle, o ver di madri,
concubbito di serve, morte di padre, ferite di fratelli, battiture di servi, e così pure
di quelle cose che post’in voce ridond’al obligato maggior vergognia, proveden-
do in sì fatti casi con la proportion devuta, data la qualità del delitto, e de la
persona.17
Si tratta di due tipologie di fattispecie: casi fortemente privati e domestici, che
postulavano una reazione meno evidente e clamorosa di un duello vero e proprio;
casi di marcata diseguaglianza cetuale – chi venisse oltraggiato da un soggetto di
ceto molto inferiore – che rendevano impossibile il ricorso al duello, ammesso
soltanto fra soggetti cetualmente pari – o quasi –.
Sulla stessa linea un anonimo commentatore cavalleresco dell’Orlando Fu-
rioso ariosteo osservava che il rapimento di Doralice – moglie di Rodomonte – da
parte di Mandricardo avrebbe dovuto comportare a rigore una vendetta e non un
duello.18
La vendetta del nobile si presentava come una reazione informale e violenta

15
Costantino Castriota, Di cavalleria e duello, Napoli 1553, ff. 25v-27r.
16
Cfr. Giovanni Giacomo Leonardi,Libro del Prin. Cavalliero in duello, Pesaro, Biblioteca
Oliveriana, ms. 219, cc. 34v-36r.
17
Costantino Castriota, Di cavalleria(vedi n. 15), ff. 67v-68v.
18
Lodovico Ariosto, Orlando furioso con cinque nuovi canti del medesimo [...]. Con queste ag-
giuntioni. Vita dell’autore scritta per M. Simon Fornari. Allegorie in ciascun canto, di M.
Clemente Valvassori Giurecons. Argomenti ad ogni canto, di M. Gio. Maria Vederzotti. Annota-
tioni, Imitationi, et Avertimenti sopra i luoghi difficili di M. Lodovico Dolce, et d’altri. Pareri in
duello d’incerto autore. Dichiaratione d’historie, et di favole di M. Thomaso Porcacchi. Ricolta
di tutte le comparationi usate dall’auttore. Vocabolario di parole oscure con l’espositione. Ri-
mario con tutte le cadentie usate dall’Ariosto, di M. Gio. Giacomo Paruta, Venezia 1566, [canto
XXVII], p. 326.

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– immediata o programmata – alla lesione d’onore, una reazione generalmente


condannata, ma talvolta ammissibile, anzi – in certe situazioni e a certe condizioni
– lecita se non doverosa. Il problema era quello di individuare i requisiti di una
‘vendetta honorata’, praticabile dal nobile in certe situazioni particolari ovvero
nella pratica impossibilità di arrivare a un duello o ad una pace d’onore.
Francesco Birago, uno dei massimi autori del primo ’600, si interrogò atten-
tamente sul profilo di una vendetta legittima in quanto ‘onorata’, il cosiddetto
‘risentimento a sangue freddo per vendetta’:
Il risentimento fatto pensatamente, ed a sangue freddo per vendetta di offesa
già ricevuta [...] da ogni legge naturale, e divina è sempre vietato; tuttavia a’ nos-
tri giorni ancora da’ cavalieri per buono viene admesso, quando però in tempo,
ed honoratamente è fatto.19
E quindi la vendetta poteva essere legittima e onorata anche se non effettuata,
come ammettevano comunemente i giuristi, per legittima difesa dell’onore nel-
l’immediatezza dell’ingiuria – sine temporis mora – e nei noti limiti romanistici
del moderamen inculpatae tutelae.
Il consenso delle parti e la loro tendenziale eguaglianza cetuale erano, al soli-
to, la chiave di volta della specificità del duello cavalleresco rispetto alla tumul-
tuosità della vendetta ed all’autoritarismo, almeno tendenzialmente, egualitario
della pubblica pena.20
A cosa serviva in fondo la vendetta – si domandava l’Albergati –? Null’altro
che a procurar dolore o danno all’offensore, ma con essa, se non si usavano mezzi
onorati, non si dimostrava affatto che l’offeso fosse virtuoso e meritevole di ricu-
perare l’onore perduto: anzi con un risentimento disonorevole si sarebbe trovato
ancor più infamato.21 Il Possevini enfatizzava i toni:
[è] necessario che chi si vuol vendicar dell’ingiurie ricevute, se ne vendichi
col valor proprio, et non vendicandosi col valor proprio perde l’honore: perché se
la vendetta non si fa col valor proprio, ne segue che si faccia con sceleratezza; et
chi è scelerato non è degno d’alcuno honore. Et perciò conchiudo che la vendetta
non si dee fare né con soperchieria né con inganno, percioche tal vendetta non
sarebbe col valor proprio.22
Alla fine del ’600 Giuseppe Maria Grimaldi propose un vero e proprio sistema
delle reazioni nobiliari. Se gli sembrava lecita e naturale l’immediata reazione in
difesa dell’onore, considerava ammesso soltanto in casi particolari il ‘meditato
risentimento per vendetta’, ma il più abominevole era – al solito – il risentimento
disonorevole, cioè compiuto fuori dai canoni dell’onore cavalleresco.

19
Cfr. Francesco Birago, Decisioni cavalleresche, in: id., Opere cavalleresche in quattro libri, 4
vol., Bologna 1686, t. jj, [dec. VII], p. 43.
20
Fabio Albergati, Del modo di ridurre a pace l’inimicitie private, Roma 1583, pp. 119-120.
21
Ibid., p. 271.
22
Giovanni Battista Possevini, Dialogo dell’honore, Venezia 1553, pp. 266-267.

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A questo proposito tre erano, di massima, gli argini formali imposti dal-
la scienza dell’onore affinché potesse parlarsi di vendetta onorevole. (1) Che la
vendetta non fosse condotta ‘per mal modo’, ad esempio con un agguato o con un
assalto alle spalle. (2) Che la vendetta non fosse realizzata per via indiretta, cioè
tramite un mandatario/sicario, ma personalmente e con virtù propria. (3) Più in
generale la vendetta non doveva aver luogo per consapevole soperchieria, cioè in
condizioni di tale schiacciante superiorità, che l’ingiuriato non era materialmente
in condizione di opporre un’energica ed acconcia reazione cavalleresca:
Propria e vera soperchieria è quella che un huomo scientemente con suo gran
vantaggio va a far ingiuria ad un altro et che qui vada di modo armato et ac-
compagnato che sia certo di poter securamente offendere et non essere offeso.
Soperchieria è anco quella che si fa ad un altro con vantaggio, qual si voglia
che sia questo vantaggio d’armi o di favori, pur che vada con questo animo di
conoscere esser all’altro in quel vantaggio superiore. Vi bisogna come dico nel
più et nel meno l’animo di colui che la fa, che d’altro modo non la farebbe.23
La vendetta per consapevole soperchieria – la consapevolezza di aggredire
l’avversario in una posizione di evidente vantaggio – era di fatto assai problem-
aticamente dimostrabile, ma comportava l’infamia per chi la praticava, oltre che
la sua perpetua indegnità al privilegio del duello.24
Di fatto la vertenza d’onore fra nobili si dipanava e si contorceva assai spesso
in un intrico di ingiurie, sfide, duelli pubblici e privati, vendette, agguati, ricorsi
alla giustizia criminale, paci private, sia pure – almeno nell’Italia padana – con
una costante attenzione ai principi della scienza dell’onore.
In un responso redatto dal Duca Alfonso II d’Este nelle vesti di professore
d’onore si riconosceva esplicitamente al nobile, accanto al privilegio di duello,
l’eventuale diritto alla pura vendetta – in quanto violenta reazione informale –,
ponendoli sostanzialmente sullo stesso piano:
Il Tassone può esser detto ingiuriato, et è cosa certa. Se vuol scaricarsi, ha tre
modi, o quel della ragione, e questo sarebbe poco. O quel della vendetta, et questo
è in arbitrio di lui volendo, e potendo usarlo. O il duello [...]. Quando volesse più
tosto tacer, e starsene aspettando qualche occasion di vendetta, tacerà anchor
quell’altro, con dir ’Tal sia. Di lui io mi guarderò”. Ma perché il superior loro
non dee comportar che si venghi a vendetta alcuna, che è cosa contra il ben viver
publico. E dee anco impedir il duello, in quanto può, perché è contra le leggi
23
Giovanni Giacomo Leonardi, Pareri in materia di honore di cavalleria pertinenti a duello. Pesaro,
Biblioteca Oliveriana, ms. 215, c. 196r; Giovambattista Pigna, La pace, Venezia 1556, p. 255;
Giovanni Battista Olevano, Trattato nel quale co ’l mezo di cinquanta casi vien posto in atto
prattico il modo di ridurre a pace ogni sorte di privata inimicitia nata per cagion d’honore,
Milano 1622, [I.24], pp. 117-118; Francesco Birago, Li discorsi cavallereschi, in: id., Opere
cavalleresche (vedi n. 19), t. jj, [I.24], pp. 74-76; id., Decisioni cavalleresche (vedi n. 19), [dec.
VIII], pp. 46-48; id., Consigli cavallereschi, in: ibid., t. jj, [I.29], pp. 96-99.
24
Cfr. Giovanni Giacomo Leonardi,Libro del Prin. Cavalliero in duello (vedi. n. 16), c. 35r.

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110 Marco C AVINA

divine, e humane, e canoniche, se non in certi casi molto necessarii, però ad esso
superiore appartiene di poner mano nell’acordo di questi doi cavaglieri.25
Quest’ultimo inciso rammenta la missione delle pubbliche autorità nell’im-
pedire allo stesso modo vendette e duelli, e ci induce ad accennare ad un ulteriore
ambito problematico, relativamente al viluppo fra vendetta e duello.
Gli scienziati dell’onore d’antico regime reclamavano quasi unanimemente un
intervento delle pubbliche autorità in materia d’onore, che fosse, però, in linea con
le sottili specificità cetuali del tribunale dell’onore.26 Il tribunale nobiliar-militare
quanto al patrimonio dell’onore doveva godere della stessa considerazione at-
tribuita ai tribunali religiosi quanto ai beni spirituali, ed ai tribunali civili quanto
ai beni patrimoniali.
Nel Dialogo di Geronimo de Urrea, Altamiranno si lamentava delle leggi di
Castiglia che, con tutte le loro proibizioni, impedivano ad un onesto gentiluomo di
liberamente difendere l’honor suo con la spada in mano.27 Siffatta intolleranza gli
sembrava configurare un odioso abuso di potere, un atto intollerabilmente tiranni-
co, giacché il diritto alla difesa dell’onore competeva naturalmente a nobili e mil-
itari per legge antica, et buona, convalidata dal supremo giudicio di valenti huo-
mini.28 E nell’Italia tardo-cinquecentesca Domenico Mora si fece strenuo difen-
sore dei cavalieri, impiccati agli alberi come banditi da giudici plebei, e questo
soltanto perché si vendicavano delle ingiurie sul legittimo fondamento di un loro
antichissimo diritto naturale di ceto.29 Il mondo sarebbe andato molto meglio se
retto non da polverosi tomi di diritto plebeo, ma dall’istinto di giustizia dei no-
biluomini. In mancanza di tutto ciò, se uno stolido autoritarismo principesco es-
cludeva qualsiasi forma ordinata per recuperare l’onore nobiliare, il gentiluomo
ben poteva e doveva ricorrere ad un autonomo esercizio della violenza, sia pure
nei limiti imposti dalla scienza dell’onore.
Con l’avanzar del secolo tale impostazione dottrinale assume le fattezze di
un topos, quello del dovere naturale del Principe d’assecondare la soluzione delle
lesioni d’onore secondo l’ethos cetuale:
le offese non si debbono vendicar dall’offesa [...] essendo la vendetta un dirit-
to della sovranità, spettante [...] al Principe, e di sua commissione esercitato da’
suoi ministri di giustizia [...]. I Principi però non debbono permettere inimicizie
ne’ loro stati [...] e però sono obbligati a costringere chi offese a torto a dare le
dovute soddisfazzioni all’offeso; perché se nelle cause civili fanno che il debitore
soddisfaccia il creditore; e se nelle criminali, non potendo fare restituire la vita

25
Modena, Archivio di Stato, Archivi per materie. Duelli e sfide, 2 cc. sciolte.
26
Fabio Albergati, Del modo di ridurre(vedi n. 20), p. 264.
27
Cfr. Geronimo di Urrea, Dialogo del vero honore militare, trad. ital. Venezia 1569, f. 2r.
28
Ibid., f. 4r.
29
Domenico Mora, Il Cavaliere in risposta del gentil huomo del S. Mutio Iustinopolitano, s.l., s.d.,
p. 99.

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La scienza dell’onore, il duello e la vendetta: Il disagio della trattatistica 111

all’ucciso, ne compensano la morte con quella dell’uccisore; debbono ancora es-


ercitar la medesima giustizia verso chi ha ricevuto aggravio nell’onore, che più
della robba, anzi della stessa vita, è prezioso [...]. Grandissimo biasimo meritereb-
bero, se per disgrazia del mondo nobile ve ne fossero di quelli, che, per contrario,
nelle querele de’ cavalieri impedissero le soddisfazioni a cui si debbono; e che
con arresti, precetti, ed altre cautele, usassero della loro autorità o degli arbìtri
delle rimessioni in essi fatte dalle parti, a solo fine che l’offeso non rimanesse
rintegrato nell’onore, e soddisfatto colle forme più ragionevoli, ed onorate.30
Questo era il giudizio degli scienziati dell’onore. Privata della dimensione
della tutela dell’onore nobiliar-militare la giustizia pubblica non avrebbe mai po-
tuto essere completa, ma avrebbe fatalmente giustificato il ricorso ad una temibile
giustizia alternativa, quella fondata sul diritto naturale alla vendetta.

30
Giuseppe Maria Grimaldi, Nuova asta d’Achille a soppressione del duello e della vendetta, per
ridurre a pace, ed aggiustamento ogni querela, in via cavalleresca, Bologna 1693, pp. 17-18, 92,
136-137.

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