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«IMITAZIONE DI RAGIONAMENTO»
SAGGI SULLA FORMA DIALOGICA DAL QUATTRO AL NOVECENTO

a cura di
Vincenzo Caputo

Critica letteraria e linguistica


FRANCOANGELI
Il volume è stato pubblicato con il contributo del Dipartimento di Studi Umanistici
dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

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Indice

Vincenzo Caputo
«Imitazione di ragionamento».
Per un’introduzione sulla tradizione dialogica pag. 7

Parte prima
La forma dialogica tra Quattro e Cinquecento

Gianluca del Noce


Leggere l’‘Antonius’ di Giovani Pontano:
riflessioni e prospettive » 17

Claudia Tarallo
Spunti di riflessione sul ‘Dialogo della mutazione di Firenze’
di Bartolomeo Cerretani » 29

Fabio Seller
Il dialogo in Fracastoro: tra filosofia e poesia » 46

Parte seconda
Retorica e teoria del dialogo nel secondo Cinquecento

Giovanna Rizzarelli
Attraverso la selva dei ‘Marmi’.
Sull’intertestualità nel dialogo di Anton Francesco Doni » 59

Pietro Giulio Riga


Duello e cultura nobiliare nel Rinascimento:
il ‘Dialogo dell’onore’ di Giovan Battista Possevino » 84

Vincenzo Caputo
Tra dialogo e novella.
Ceccherelli e il duca Alessandro de’ Medici » 95

5
Adriana Mauriello
Il ‘Dialogo de’ giuochi’ di Girolamo Bargagli
nella tradizione letteraria del secolo XVI pag. 116

Giacomo Vagni
Fra realtà biografica e verosimile letterario:
primi appunti sui personaggi dei ‘Dialoghi’ di Tasso » 127

Parte terza
Percorsi dialogici dal Sei all’Ottocento

Luca Ferraro
I dialoghi burleschi di Alessandro Tassoni » 141

Alessio Bottone
«Una imitazione, e per così dire un’immagine delle oneste e
civili compagnie»: il ‘Della forza de’ corpi che chiamano vi-
va’ di Francesco Maria Zanotti » 154

Francesco Paolo Botti


L’impotenza della ragione.
Sul dialogo delle ‘Operette morali’ » 171

Marcello Sabbatino
«Voglio prima sapere cosa fa propriamente l’artista».
Il dialogo ‘Dell’invenzione’ di Manzoni » 185

Parte quarta
Su alcuni casi novecenteschi

Martina Sottana
«Uomini e no»: i dialoghi della memoria » 205

Giuseppina Scognamiglio
‘’A livella’ di Totò versus il ‘Dialogo sopra la nobiltà’ di Parini » 225

Piermario Vescovo
Conversazioni nel romanzo del secondo Novecento » 234

Indice dei nomi » 255

6
Duello e cultura nobiliare nel Rinascimento.
Il ‘Dialogo dell’onore’ di Giovan Battista Possevino

Pietro Giulio Riga


Università di Roma Sapienza

Chiunque voglia avvicinarsi all’universo della scienza cavalleresca non può


prescindere dalle parole di Carlo Dionisotti, che nel suo intramontabile
saggio sulla letteratura italiana nell’età del concilio di Trento scriveva: «la
parola che in questo periodo più cresce, nel significato e nell’uso, è Onore.
Il posto che fra Quattro e Cinquecento aveva avuto l’Amore, fu preso nella
seconda metà del Cinquecento dall’Onore». A dispetto di un cliché critico e
storiografico che aveva giudicato l’ampio dibattito sulla nobiltà
un’espressione della decadenza dei costumi italiani durante l’egemonia
spagnola, Dionisotti rilevava come dalla metà del Cinquecento i libri
sull’onore e sul duello avessero invaso il mercato editoriale, ricoprendo un
ruolo centrale nel quadro della definizione dei rapporti tra ceto aristocrati-
co, élites intellettuali e poteri centrali.1 Se fino alla prima metà del XVI se-
colo i codici nobiliari erano stati terreno di dominio quasi esclusivo di giu-
risti e storici del diritto,2 a partire dalla metà del Cinquecento si assiste a
una fioritura di trattati in volgare di carattere divulgativo incentrati sul tema
dell’onore e sull’elaborazione dei suoi parametri etici ed estetici.3 Sulla scia

1 Cfr. C. Dionisotti, La letteratura italiana nell’età del concilio di Trento [1965], in Idem,

Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2006, pp. 227-254: 253-255.
2 Cfr. M. Cavina, Il duello giudiziario per punto d’onore. Genesi, apogeo e crisi

nell’elaborazione dottrinale italiana (secc. XIV-XVI), Torino, Giappichelli, 2003.


3 Sulla cultura del duello cinquecentesco rinvio a F. Erspamer, La biblioteca di Don

Ferrante. Duello e onore nella cultura del Cinquecento, Roma, Bulzoni 1982, e al recente S.
Jossa, Il duello di Tasso, in Atlante della letteratura italiana, a cura di S. Luzzatto e G. Pe-
dullà, vol. II, Dalla Controriforma alla Restaurazione, a cura di E. Irace, Torino, Einaudi,
2011, pp. 232-237, anche per la bibliografia ivi citata. Su un piano storico-giuridico si veda-
no Duelli, faide e rappacificazioni: elaborazioni concettuali, esperienze storiche. Atti del
Seminario di studi storici e giuridici (Modena, venerdì 14 gennaio 2000), a cura di M. Ca-
vina, con la collaborazione di A. Legnani, Milano, Giuffrè, 2001; M. Cavina, Il sangue
dell’onore. Storia del duello, Roma-Bari, Laterza, 2005. Su armi, onore e nobiltà rimando a
C. Donati, L’idea di nobiltà in Italia. Secoli XVI-XVIII, Bari, Laterza, 1988; S. Prandi, Ono-
re cavalleresco, nobiltà e virtù nella trattatistica italiana del Cinquecento, «Critica lettera-

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del modello quattrocentesco del De re militari et duello (1475) di Paride
Del Pozzo (più volte ristampato nel corso del Cinquecento sia nell’originale
latino che nella traduzione italiana), nel breve giro di quattro anni, tra il
1550 e il 1554, furono pubblicati ben sei volumi dedicati a un episodio cru-
ciale dello status del gentiluomo moderno. Il duello d’onore, dopo aver
percorso romanzi cortesi e poemi cavallereschi, veniva ora esplorato in
termini concreti, in ogni sua articolazione socio-culturale. Questa la se-
quenza dei testi: Il duello di Girolamo Muzio (Venezia 1550), il Duello re-
golato a le leggi de l’honore di Sebastiano Fausto da Longiano (Venezia
1551), il Dialogo dell’honore di Possevino (Venezia 1553), il Di cavalleria
e duello di Costantino Castriota (Napoli 1553), il Barignano di Francesco
Patrizi (Venezia 1553) e infine il Duello diviso in tre libri ne’ quali
dell’honore e dell’ordine della cavalleria con nuovo modo si tratta di Gio-
van Battista Pigna (Venezia 1554). In sincronia con questa ampia trattati-
stica filoduellare replicavano, da una prospettiva religiosa e confessionale,
gli scritti ostili alla ‘singolar tenzone’ di Antonio Massa (Contra usum
duelli, Roma 1554, con sollecita traduzione in volgare edita a Venezia un
anno dopo), Giovan Battista Susio (I tre libri della ingiustitia del duello et
di coloro che lo permettono, Venezia 1555) e Rinaldo Corso (Delle private
rappacificazioni, Correggio 1555). Questa trattatistica spesso minuziosa e
pedante voleva dimostrare come l’onore fosse innanzitutto un bene cetuale,
un privilegio innato dell’aristocrazia, pertinente ai suoi codici comporta-
mentali e alle sue dinamiche autorappresentative; così sarà almeno fino ai
primi decenni del Settecento, quando Scipione Maffei nel suo trattato sulla
Scienza chiamata cavalleresca criticherà apertamente la vulgata che faceva
dell’onore un patrimonio esclusivo della nobiltà.4
Secondo le statistiche elaborate da Erspamer, certamente perfettibili ma
ancora indicative di un trend generale, tra il 1550 e il 1569 furono pubbli-
cati 65 manuali di scienza cavalleresca, pari al 60,7% della produzione di
tutto il secolo.5 In questo arco cronologico sono arrivato a contare ben dieci
edizioni del Duello di Muzio e otto del Dialogo di Possevino uscite preva-

ria», LXIX, 1990, pp. 645-666; F. Verrier, Les armes de Minerve. L’Humanisme militaire
dans l’Italie du XVIe siècle, Paris, Presses de l’Université de Paris-Sorbonne, 1997; A.
Quondam, Cavallo e cavaliere. L’armatura come seconda pelle del gentiluomo moderno,
Roma, Donzelli, 2003.
4 Cfr. C. Donati, Scipione Maffei e la scienza chiamata cavalleresca: saggio

sull’ideologia nobiliare al principio del Settecento, «Rivista storica italiana», XC, 1978, 1,
pp. 30-71. Cfr. anche M. Cavina, L’educazione all’onore nella trattatistica nobiliare del
Settecento, in Educare la nobiltà. Atti del Convegno nazionale di studi (Perugia, Palazzo
Sorbello, 18-19 giugno 2004), a cura di G. Torelli, Bologna, Pendragon, 2005, pp. 43-59.
5 Erspamer, La biblioteca di Don Ferrante, cit., pp. 55-73.

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lentemente dai torchi di Giolito.6 Le uscite d’argomento cavalleresco conti-
nuarono a scandire il panorama editoriale della seconda metà del Cinque-
cento, benché la tematica prettamente duellare venisse formalmente oscura-
ta e assorbita all’interno di un discorso di carattere generale sulla nobiltà.
Su questo aspetto incisero soprattutto le restrizioni tridentine, che contrasta-
rono la pratica del duello con un decreto del 1563 che sanciva la scomunica
e la confisca dei beni per i duellanti e per le autorità che ne permettevano lo
svolgimento.7 Quindi, parallelamente a un crescente calo di testi incentrati
esplicitamente sul duello, si assiste a un incremento di titoli attinenti alla
più vasta semantica nobiliare. Sarà il ‘nobile virtuoso’ ad assorbire in sé la
materia duellare dagli anni Settanta in poi: penso al Cavaliero (Roma 1569)
e al Gentilhuomo (Venezia 1571) di Muzio, alle Quistioni in materia
d’honore di Flaminio de’ Nobili (Bologna 1580), al Discorso dell’honore
di Speroni (edito postumo nel 1740), al Forno overo della nobiltà di Tasso
(nelle due redazioni del 1581 e 1587), ai Discorsi di Annibale Romei
(1585) e, inoltrandoci in pieno Seicento, ai Discorsi cavallereschi di Fran-
cesco Birago (1622).
Considerando la straordinaria fortuna che ebbero in Spagna8 e in Fran-
cia,9 i trattati e dialoghi italiani di scienza cavalleresca meriterebbero ricer-
che organiche e capillari, capaci di indagarne la morfologia, i contenuti, i
modelli e le polemiche che ne accompagnarono la diffusione, mettendo in
relazione il sistema dell’onore con quello correlato e onnicomprensivo del-
la corte e della nobiltà.10 Il lontano studio di Francesco Erspamer, sebbene

6 Secondo le statistiche elaborate da Erspamer (ivi, p. 61), Giolito mandò alle stampe,

negli anni di maggior successo della trattatistica cavalleresca (1550-1569), ben 35 titoli sul
duello (indifferentemente pro o contro la singolar tenzone), cioè il 54% dell’intera produ-
zione nazionale. Cfr. A. Nuovo, C. Coppens, I Giolito e la stampa nell’Italia del XVI secolo,
Genève, Droz, 2005.
7 Il decreto si legge in Conciliorum Oecumenicorum decreta, a cura di G. Alberigo et

alii, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1991, p. 795, su cui vd. G. C. Angelozzi, La proibizione
del duello: Chiesa e ideologia nobiliare, in Il Concilio di Trento e il moderno, a cura di P.
Prodi e W. Reinhardt, Bologna, il Mulino, 1996, pp. 271-308.
8 C. Chauchadis, Honneur, morale, société dans l’Espagne de Philippe II, Paris, Edi-

tions du CNRS 1984 e La loi du duel. Le code du point d'honneur dans l'Espagne des XVI-
XVII siècles, a cura di C. Chauchadis, Toulouse, Presses Universitaires du Mirail, 1997.
9 F. Billacois, Le duel dans la société française del XVIème-XVIIème siècles. Essai de

psichosociologie historique, Paris, Éditions de l'École des Hautes Études en Sciences So-
ciales, 1986.
10 Primo supporto a una ricerca sul tema è rappresentato dalla Bibliografia del duello di

Giorgio Enrico Levi e Jacopo Gelli (Bibliografia del duello. Con numerose note sulla que-
stione del duello e sulle recenti Leghe antiduellistiche di Germania, Austria e Italia, Milano,
Hoepli, 1903), suddivisa in primaria (i testi, anche quelli relativi alle «vertenze personali») e
secondaria (monografie, articoli o saggi sull’argomento duellare).

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utilissimo per inquadrare i parametri socio-culturali e letterari del fenome-
no, lascia ampio margine ad ulteriori esplorazioni critiche, tese
all’individuazione e alla conseguente valorizzazione delle interrelazioni
storiche e argomentative tra le diverse opere prese in esame. A fronte di
una bibliografia di matrice giuridica e antropologica che si è recentemente
pronunciata sul duello, gli studiosi di estrazione storico-letteraria, salvo ec-
cezioni,11 non hanno ancora affrontato nel dettaglio la ricchissima letteratu-
ra trattatistica che contribuì in maniera decisiva a formalizzare l’idea di
onore e nobiltà nel Rinascimento, soffermandosi piuttosto sulle rappresen-
tazioni poetiche della pratica del duello nel genere epico tra Boiardo e Tas-
so. Come primo passo, alla luce degli strumenti informatici oggi disponibi-
li, sarebbe utile approntare un catalogo aggiornato degli scritti di argomen-
to cavalleresco (segnalando quando possibile gli inediti) entro un arco cro-
nologico ampio, compreso approssimativamente tra il 1475 (anno di edi-
zione del De re militari et duello del Puteo) e il 1710, anno di uscita dei tre
libri della Scienza chiamata cavalleresca di Scipione Maffei, che sancisco-
no la fine di questa lunga tradizione europea di matrice italiana.
Ragionando sulla legittimità del combattimento d’onore e sulla sua utili-
tà al fine di dirimere scontri privati, i libri sul duello delimitavano un cam-
po d’azione cruciale del gentiluomo rinascimentale, ossia le ‘armi’ quale
componente fondamentale della sua formazione e della sua identità sociale.
In questa prospettiva, l’onore, e il suo mantenimento attraverso il duello, ne
risultava il perno argomentativo. Un aspetto che però sorprende è che non
siano stati uomini d’armi o giuristi a inaugurare questo fortunatissimo filo-
ne di scritti in volgare, ma letterati, a conferma dell’interrelazione costituti-
va tra i due termini fondamentali del binomio classicistico di armi e lettere.
Le Lettere diventano il canale privilegiato per l’elaborazione di un discorso
teorico sull’uso delle Armi, sui cerimoniali sociali ad esse congiunte; alla
scrittura letteraria, con la sua capacità persuasiva e formalizzatrice, veniva
demandato il compito di farsi portavoce dei valori etico-culturali del ceto
aristocratico. La generazione di letterati successiva a quella di Bembo, Del-
la Casa e Aretino si pronunciava diffusamente sul concetto di nobiltà, co-
glieva la mutazione di un protocollo che aveva trasformato l’antico cavalie-
re medievale nel moderno gentiluomo rinascimentale, dando vita a una co-
stellazione di testi che rappresentarono un punto di riferimento indiscusso
per l’educazione della nobiltà europea. Scritti su duello, onore, conversa-
zione, galatei, cortigiani e segretari; e poi scritti sull’arte militare e sulle
virtù eroiche, una proliferazione di tradizioni settoriali che originano dallo

11 Mi riferisco ai lavori di Quondam e Prandi citati alla nota 3.

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stesso tronco discorsivo relativo all’ethos aristocratico, legato al funziona-
mento, ai rituali e alla rappresentazione del mondo cortigiano.
Ma veniamo ora a Giovan Battista Possevino e al suo Dialogo dell’onore,
edito per le cure del fratello Antonio nel 1553.12 Fratello maggiore del più
celebre Antonio, Giovan Battista nacque a Mantova nel 1520 da una famiglia
di orefici. Scarsamente documentata risulta la sua formazione culturale, ben-
ché, per via indiretta, è noto che sin da giovanissimo si distinse per acume e
dottrina, tanto che Paolo Giovio parlò di lui in termini lusinghieri in una let-
tera a Bernardino Maffei del 14 settembre 1545. Dopo aver studiato a Man-
tova insieme all’amico fraterno Giovan Francesco Arrivabene, si trasferì a
Roma dove si legò inizialmente al cardinale Gregorio Cortese; dopo la morte
di questi nel 1548 divenne segretario del cardinale Ippolito d’Este il Giovane.
È noto che ebbe contatti frequenti e costanti con Rinaldo Corso, suo consu-
lente durante le fasi di stesura del Dialogo dell’onore. Morì nel 1549 a soli
ventinove anni.13
Nel 1547 fu sollecitato a comporre un’opera sul tema dell’onore e del
duello da alcuni nobiluomini romani, opera condotta a termine «molti mesi
innanzi che morisse»14 e pubblicata postuma nel 1553 con il titolo di Dialogo
dell’honore nel quale si tratta a pieno del duello. Si tratta, come detto, di
un’edizione curata da Antonio Possevino e fregiata dei privilegi di stampa
concessi al Giolito da figure del calibro di papa Giulio III e Cosimo de’ Me-
dici. Per il beneficio di quest’ultimo, accordato in data 29 marzo 1553, Lo-
dovico Dolce interpellò, nelle vesti di intermediario del duca, Benedetto Var-
chi, al quale scrisse una lettera il 3 dicembre 1552 che, tra l’altro, evidenzia
l’attesa circolante intorno all’uscita dell’opera posseviniana: «Ho dapoi inte-
so che ’l signor Giolito commise già alquanti giorni questo carico del privile-
gio al Torrentino, il quale ha la supplica. Se egli non ha spedita la cosa, vo-
stra signoria si potrà far detta supplica e di più aggiungervi il Dialogo

12 G. B. Possevino, Dialogo dell’honore, in Vinegia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari e

fratelli, 1553. Sui rapporti di Antonio Possevino con gli stampatori veneziani, risalenti all’anno
di pubblicazione del Dialogo dell’onore, vd. L. Balsamo, Venezia e l’attività editoriale di An-
tonio Possevino (1553-1606), «La Bibliofilia», XCIII, 1991, pp. 53-93. La quarta ristampa
dell’opera, datata 1558, veniva corredata da un opuscolo di Antonio sul duello (anteriore quin-
di al suo ingresso nella Compagnia di Gesù), in cui prevale una visione del tema di marca cri-
stiana e moraleggiante: Libro di M. Antonio Possevino mantovano nel quale s’insegna a cono-
scer le cose pertinenti all’honore et a ridurre ogni querela alla pace, con lettera di dedica al
duca di Savoia Emanuele Filiberto datata Padova, 10 dicembre 1588. Per un inquadramento
dell’attività di A. Possevino vd. L. Balsamo, Antonio Possevino S.I. bibliografo della Controri-
forma e diffusione della sua opera in area anglicana, Firenze, Olschki, 2006.
13 Per maggiori ragguagli sulla sua biografia rimando a P. G. Riga, Possevino, Giovan Bat-

tista, in Dizionario Biografico degli Italiani, LXXXV, Roma, Istituto della Enciclopedia Ita-
liana, 2016, pp. 158-160.
14 Possevino, Dialogo dell’honore, cit., c. *iir.

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dell’Honore di messer Giovan Battista Possevini. Questa è stimata una delle
dotte e leggiadre opere che siano uscite a questi dì e di presente si stampa».15
All’indomani dell’uscita dell’opera, Possevino fu accusato di plagio da
Antonio Bernardi della Mirandola, anche lui di stanza a Roma, che a nove
anni dalla princeps dell’opera, in una lettera ad Alessandro Farnese premessa
alle sue Disputationes in quibus primum ex professo Monomachia (quam
singulare certamen latini, recentiores duellum vocant) philosophicis rationi-
bus astruitur, lo incolpò di aver adattato al genere dialogico un proprio tratta-
to in cinque libri dal titolo De honore.16 In verità, la calunnia iniziò a circola-
re ben prima, come si evince da due passi presenti rispettivamente nel Duello
di Giovan Battista Pigna e nei Tre libri […] della ingiustitia del duello et di
coloro che lo permettono di Giovan Battista Susio.17 Sia Pigna che Susio do-
vettero quindi prestare fede alle voci tempestivamente messe in circolazione
da Bernardi all’indomani dell’uscita del Dialogo. Una dettagliata difesa della
paternità posseviniana dell’opera giunse proprio da Antonio, che nel 1556
pubblicò un opuscolo, oggi rarissimo (un esemplare nella Biblioteca Nazio-
nale Centrale di Roma, segnato Duel.C.2.I.10.1) che reca il titolo Due di-

15 Lettere a Benedetto Varchi (1530-1563), a cura di V. Bramanti, Manziana, Vecchia-

relli, 2012, pp. 287-288. Come si evince da un’altra missiva di Dolce del 13 maggio 1553
(ivi, pp. 289-290), Varchi ricevette in dono dal Giolito una copia del Dialogo: «Stimo che
con questa il signor Gabriello Giolito manderà a vostra signoria il Dialogo dell’Honore del
Possevini e le mie Trasformationi».
16 Antoniii Bernardi Mirandulani, episcopi Casertani, Disputationes in quibus primum

ex professo Monomachia (quam singulare certamen latini, recentiores duellum vocant) phi-
losophicis rationibus astruitur, Basileae, Per Henricum Petri et Nicolaum Bryling, 1562, c.
α2r. Su Bernardi, vescovo di Caserta dal 1552 e docente di Logica a Bologna, al servizio
prima di Girolamo Sauli, vescovo di Bari, e poi del cardinale Alessandro Farnese, vd. P.
Zambelli, Bernardi, Antonio, in Dizionario Biografico degli Italiani, cit., vol. IX, 1967, pp.
148-151, e soprattutto Antonio Bernardi della Mirandola (1502-1565): un aristotelico uma-
nista alla corte dei Farnese. Atti del Convegno ‘Antonio Bernardi nel V centenario della
nascita’ (Mirandola, 30 novembre 2002), a cura di M. Forlivesi, Firenze, Olschki, 2009.
17 Vd. G. B. Pigna, Duello […] ne quali dell’honore et dell’hordine della Cavalleria con

nuovo modo si tratta, in Vinegia, appresso Vincenzo Valgrisi, 1554, p. 3: «De i nostri vi è il
Mirandola, delle fatiche del quale altri ha cercato di servirsi, come di cose da niun altro co-
nosciute». Più ampia e articolata l’allusione in G. B. Susio, Tre libri […] della ingiustitia
del duello et di coloro che lo permettono, in Vinegia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari et
fratelli, 1555, p. 75: «È vero che il Possevino ne’ libri suoi dell’onore raccolse et pose in
scritto tutta l’opinione di Monsignor Messer Antonio Bernardi suo precettore, da me per la
molta sua virtù et per la commune patria nostra et per l’amore da lui portatomi molto stima-
to et onorato; del quale Monsignore potrei io ragionare, et appropriargli nel mio scrivere
tutta l’opinione del Possevino, tuttavia scrivendo egli ora le medesime cose in latino, et for-
se aggiungendo o mutando alcuna di queste che sono scritte in volgare, mi pare di poter più
commodamente scrivere di questa cosa come propria del Possevino, non importando anche
molto al soggetto nostro chi sia, o non sia, l’autore di quello che noi intendiamo dimostrar
falso [ossia che i fondamenti filosofici distruggono il duello]».

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scorsi di M. Antonio Possevini mantovano l’uno in difesa di M. Gio. Batti-
sta suo fratello dove si discorre intorno all’Honore et al Duello. L’altro in
difesa del S. Gio. Battista Giraldi dove si trattano alcune cose per iscriver
Tragedie.18 Il primo dei due discorsi offre un resoconto dettagliato della po-
lemica sul plagio, puntando un fascio di luce sul movente delle accuse di
Bernardi, che prima di indicare il fantomatico trattato in latino De honore
quale testo plagiato accusò Giovan Battista di aver rielaborato «alcune let-
tioni sopra l’Ethica di Aristotele» da lui pronunciate a Roma nel 1547.19
Dalla versione dei fatti offerta da Antonio emerge invece un quadro alter-
nativo a quello corrente, da ritenere per buona parte attendibile grazie alla
citazione esplicita dei personaggi via via coinvolti personalmente nella po-
lemica, entro cui risalta il nome del cardinal Alessandro Farnese, che per
dirimere la lite elesse giudice Bernardino Maffei, autore di una fede edita in
coda al Discorso che attribuiva integralmente l’opera al Possevino, respin-
gendo le campagne denigratorie del mirandolano.20 Sorprende che in un re-
cente convegno dedicato alla figura di Bernardi, che avrebbe dovuto solle-
citare ulteriori ricognizioni critico-documentarie sulla questione, il plagio
sia stato diffusamente convalidato, conferendo al filosofo emiliano la re-
sponsabilità dell’opera.21 Ma non voglio dilungarmi sulla questione, visto
che in un articolo apparso recentemente22 credo di aver dimostrato che non
sia possibile avere dubbi sulla paternità dell’opera di Possevino, paternità
che ho provato per via documentaria ma che sarebbe comunque difficil-
mente concepibile in un’età esente, lo ricordo, dalla nozione di diritto

18 A. Possevino, Due discorsi […] l’uno in difesa di M. Gio. Battista suo fratello dove si

discorre intorno all’Honore et al Duello, l’altro in difesa del S. Gio. Battista Giraldi dove si
trattano alcune cose per iscriver Tragedie. In altra sede mi propongo di esaminare il secon-
do dei discorsi (intitolato Il secondo dei Discorsi di Messer Antonio Possevini a Messer
Giovan Battista Pigna, nel quale si mostra che ’l trattar de i Romanzi è fattura del Signor
Giovan Battista Giraldi e si discorrono molte utili cose intorno alle Tragedie), nel quale
Possevino prende posizione contro Pigna, allegando un corredo di «lettere e attestazioni»
meritevoli di un’analisi attenta nel quadro della nota polemica sui romanzi, sulla quale rin-
vio a S. Jossa, Giraldi e Pigna sui romanzi: una polemica in contesto, «Critica letteraria»,
XLI, 2013, 2-3, pp. 533-552.
19 Possevino, Due discorsi, cit., c. 3v.
20 «Non si può né si dee a niun modo impedir la stampa, per essere come ho detto questa

cosa nuova e del Possevino» (ivi, c. 39v).


21 Degli atti del convegno sul Bernardi più volte citato si consideri quanto scritto, ad

esempio, nell’Appendice: elementi di biografia e bibliografia ad opera di Marco Forlivesi e


Cristόvão Marinheiro: «Nel 1553 il gesuita Antonio Possevino pubblica un Dialogo
dell’honore sotto il nome del fratello defunto, Giovanni Battista. In realtà, l’opera era stata
scritta da Bernardi ed è probabile che Giovanni Battista Possevino dovesse curarne solamen-
te l’aspetto letterario» (Antonio Bernardi della Mirandola, cit., p. 185).
22 P. G. Riga, Sulla paternità del Dialogo dell’honore di Giovan Battista Possevino,

«Atti e Memorie dell’Arcadia», V, 2016, pp. 89-105.

90
d’autore, 23 dove l’ampia gamma delle riscritture prodotte si lega stretta-
mente al principio, a quei tempi inviolabile, di imitazione.24
Insieme ai trattati di Muzio e al Forno di Tasso, il Dialogo dell’honore
è un testo capitale per la definizione e la promozione dei codici nobiliari
nella seconda metà del Cinquecento. Si tratta di un tipico trattato dialogato
cinquecentesco, che inscena una conversazione tra lo stesso Possevino e
Giberto da Correggio sul tema dell’onore, nelle forme tipiche dell’epoca,
ossia attraverso un dialogo che rinnova quel culto della conversazione che
ha avuto una funzione cruciale nel sistema culturale rinascimentale italiano.
Si tratta di un dialogo di tipo mimetico, al quale Possevino approdò solo
dopo aver sviscerato il tema del duello attraverso un’opera di ruminatio e
amplificatio della fonte aristotelica. Nella dedicatoria al Cardinale Guido
Ascanio Sforza di Santa Fiore il curatore della princeps, Antonio Possevi-
no, informa della genesi e della progettazione dell’opera:

Or per venire al modo col quale compose i detti libri, esso [G. B. Possevino] gli
compose prima distesamente, proponendo da sé stesso e risolvendo le quistioni; ma
perché poi pensò che questa materia sarebbe stata intesa più facilmente, quando
uno avesse proposto, l’altro avesse risoluto i dubbi, gli fece in forma di dialogo.
Nel qual avendo a trattare di molte cose, e stimando essergli necessario (sì come
richiede l’artificio del mettere tutte le parti sotto un capo principale) di trovarne
parimente un principale alle sue, così fece, et intitolò il dialogo dell’Onore, come
gli parve che da questo nome generale potessero ragionevolmente dipendere tutti i
ragionamenti particolari de’ quali avesse a trattare […]. Il quale [Dialogo] nondi-
meno non ha altro del dialogo che s’usa comunemente se non l’introduzione di due
persone, trattando egli, quanto al rimanente della cosa netta, senza ornamento di
lingua, et con parlar famigliare et domestico come gli parve che si convenisse di
fare in simili materie, et accostandosi quanto poté il più a i modi et alle vie che
tenne Aristotele ne’ suoi libri.25

Il brano è per più aspetti significativo perché rimarca, anzitutto,


l’efficacia comunicativa della forma dialogica, la sua capacità retorica di

23 Un’efficace sintesi in L. Moscati, Tra ‘copyright’ e ‘droit d’auteur’. Origine e svilup-

po della proprietà intellettuale in Europa, Napoli, Satura, 2012.


24 In proposito si veda il volume miscellaneo Furto e plagio nella letteratura del Classi-

cismo, a cura di R. Gigliucci, Roma, Bulzoni, 1998, in particolare il saggio di A. Quondam,


Note su imitazione, furto e plagio nel Classicismo, alle pp. 373-400. Cfr. anche Scritture di
scritture, a cura di G. Mazzacurati e M. Plaisance, Roma, Bulzoni, 1987, in particolare il
saggio di M. Pozzi, Dall’imitazione al furto: la riscrittura della trattatistica e la trattatistica
della riscrittura, alle pp. 23-44; L. Borsetto, Il furto di Prometeo. Imitazione, scrittura, ri-
scrittura nel Rinascimento, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1990.
25 Possevino, Dialogo dell’honore, cit., dalla dedicatoria di A. Possevino ad Ascanio

Sforza di Santa Fiore in pp. n.n.

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raggiungere la verità attraverso la simulazione di una conversazione, ripro-
ducendo il dibattito generato tra due interlocutori intorno al rapporto tra
l’onore e il duello, dove il duello rappresenta il «mezzo» per riacquistare
l’onore perduto. In secondo luogo conta segnalare il rinvio ai testi teorici più
rilevanti nel dibattito cinquecentesco sulla nobiltà, l’Etica e la Retorica di
Aristotele che, come avverte lo stesso Antonio, sono gli ipotesti strutturanti
del dialogo, che a uno stadio germinale nasce proprio come un commento ai
luoghi aristotelici che trattano di onore.26 Lo svolgimento dialogico è ele-
mentare e consiste nella conversazione serrata tra due personaggi, lo stesso
Giovan Battista Possevino e Giberto da Correggio. Utilizzando le categorie
ricavabili dal De dialogo liber di Sigonio, il Dialogo dell’onore assume le
forme di un dialogo didattico, di stampo ciceroniano, nel quale l’esperienza
filosofica è appannaggio del personaggio qui coincidente con l’autore, che
assume il ruolo di magister, mentre l’interlocutore meno sapiente pone le
domande e apprende come un discente la verità.
Nelle trame argomentative del Dialogo Possevino inseriva il duello nella
sfera del costume, della filosofia morale, giustificandone la legittimità sotto
vari punti di vista: il duello è lecito come lo sono le guerre, serve a far rispet-
tare la parola data e rappresenta un deterrente contro le facili ingiurie, evitan-
do scontri più violenti, catene di vendette familiari o contese nobiliari più
ampie.27 L’onore, che per Possevino diventa aristotelicamente una ricompen-
sa della virtù, perché «solo l’uomo da bene è degno d’onore»,28 dovrà pertan-
to essere recuperato attraverso il duello, poiché con esso il nobile può dimo-
strare il proprio valore senza dover fare ricorso alle vie della giustizia civile:

Il duello è un abbattimento volontario tra due uomini, per lo quale l’un di loro in-
tende di provare all’altro coll’armi per virtù propria, sicuramente senza essere im-
pediti, nello spazio d’un giorno, che egli è uomo onorato et non degno d’essere
sprezzato, né ingiuriato; et l’altro intende provare il contrario.29

La novità più consistente introdotta da Possevino nella varia trattatistica


che lo precede concerne soprattutto la volontà di estromettere il duello
dall’universo giuridico e farne uno strumento pertinente agli ambiti della
filosofia morale. La quaestio verte infatti sull’accertamento della pertinen-
za del duello o alla politica de moribus, quindi alla morale e al codice etico

26 Tanti sono i luoghi aristotelici posti a fondamento del sistema dell’onore rinascimen-

tale: Eth. Nic., I V 4 (1095b, 22-23); IV III, 10 (1123b, 20-21); IV, III 15 (1123b, 35); VIII
XIV 2 (1163b, 3-4); Rhet., I V 9 (1361a, 28).
27 Possevino, Dialogo dell’honore, cit., pp. 256-257.
28 Ivi, p. 12.
29 Ivi, p. 243.

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dell’onore, o alla politica de legibus, cioè al diritto. Secondo Possevino la ra-
tio dell’onore è diversa da quella giuridica, e dunque i concetti di onore ca-
valleresco e duello vanno esaminati sotto un piano filosofico seguendo scru-
polosamente la traccia offerta dalla morale aristotelica. In questo quadro dot-
trinale, Possevino sposta l’asse epistemologico del duello, facendolo materia
di riflessione del filosofo morale e non del legista; il duello, pertanto, è lo
strumento primario per salvaguardare l’onore, che è una conseguenza natura-
le del possesso delle virtù.30 In conclusione, ricorrere ai magistrati per diri-
mere una lite è considerata da Possevino una «cosa vituperosa».31
L’innesto del concetto di nobiltà entro gli ambiti della morale verrà seve-
ramente osteggiato da Tasso, convinto, al contrario, che esso andasse incluso
entro le sfere della virtù naturale. L’utilizzo che il sorrentino farà dell’opera
posseviniana nella prima redazione del Forno overo della nobiltà del 1581
sarà massiccio, esplicito e orientato in termini del tutto polemici. In un pas-
saggio del dialogo Tasso scrive: «Se la nobiltà dell’uomo è virtù non morale
ma naturale, male ha detto il Possevino quando ha affermato che le virtù mo-
rali sono fondamento della nobiltà»;32 uno dei passi contro cui polemizzava
Tasso era questo: «Et per questo la nobiltà non può mai nascere di luogo do-
ve non sia stata bontà e virtù morale; sì che si presuppongono le virtù morali
come necessarie alla nobiltà».33 Di conseguenza, ciò che era impossibile per
Possevino, cioè che un tiranno possedesse «principio di nobiltà» poiché mo-
ralmente disonesto,34 diventava per Tasso un aspetto su cui insistere:

Fra tanto, seguendo il ragionamento, dico che, se le ragioni già spiegate son vere, rui-
noso è quel fondamento sopra il quale il Possevino s’appoggia; oltre ch’io non veggio
come i tiranni sien maggiormente privi di queste virtù morali che gli altri uomini priva-
ti, se non fosse perch’alcuna loro ingiustizia, come quella ch’è maggiormente esposta
agli occhi del volgo, è più conosciuta; ma se noi richiameremo a memoria che la nobil-
tà è riposta non nelle virtù morali ma ne’ semi naturali delle virtù, conosceremo che
rade fiate alcuno aspirò alla tirannide che di cotai semi non fosse ripieno.35

Allineandosi a posizioni diffuse nella seconda metà del secolo, Tasso


mirava a definire una genetica superiorità dell’aristocrazia, cui spetta di di-
ritto il possesso dell’onore a prescindere dalle azioni e dai costumi. Per

30 Cfr. ivi, p. 44.


31 Ivi, p. 129.
32 Tasso, Il Forno, cit., p. 77.
33 Possevino, Dialogo dell’honore, cit., p. 206.
34 Cfr. ivi, p. 227.
35 Tasso, Il Forno, cit., p. 80. Sul tema rimando a M. Favaro, The Virtues of the Tyrant

and the Passions of the Hero. ‘Il Forno overo della nobiltà’ and the Treatises on Heroic
Virtue, «Germanisch-Romanische Monatsschrift», LXVII, 2017, 1, pp. 3-20.

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Tasso, quindi, l’onore è innato nella nobiltà, mentre per Possevino l’onore
«conviene propriamente all’opere»,36 è un premio della virtù e un nobile
può perdere l’onore con azioni disonorevoli. Lo studio che Maiko Favaro
ha avviato sul Forno, in vista di una nuova edizione commentata del dialo-
go, consentirà di mettere a fuoco con maggiore precisione il rapporto tra i
due testi, aiutando a dimostrare l’importante funzione normativa che
l’opera di Possevino ha svolto nel dibattito cinquecentesco sulla nobiltà.

36 Possevino, Dialogo dell’honore, cit., p. 6.

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