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MARIA PIA PAOLI

I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche


e “paci aggiustate” negli antichi Stati italiani
(secoli XVI-XVIII)

Premessa. La tradizione dell’arbitrato mediceo


e l’internazionale dei principi

Nel 1644 nella basilica fiorentina, tempio destinato a celebrare le glo-


rie e le pompe funebri della famiglia Medici, si celebrarono le esequie so-
lenni per la scomparsa immatura del re di Francia Luigi XIII, figlio di En-
rico IV di Navarra e di Maria de’ Medici.1 Già da tempo si era introdotto
anche a Firenze il costume di organizzare esequie solenni per i sovrani del-
le monarchie europee; questo tipo di ritualità costituiva un ennesimo segno
di appartenenza a quella internazionale dei principi sempre più consolidata
da strategie matrimoniali mirate; a questa data, infatti, le simbologie e i ri-
tuali del potere risultavano ormai codificati e per molti aspetti condivisi, a
Firenze come a Parigi, come a Madrid.2
Fra i cartelli e gli emblemi che si scelsero per commemorare le glorie
e le virtù morali del defunto re spiccavano le parole e le immagini che evo-
cavano al pubblico degli astanti due meriti peculiari di Luigi XIII: la prote-
zione concessa ai letterati («tra l’armi seppe Luigi conservar la pace e lo
splendore alle lettere») e la promulgazione della legge contro il duello, rap-

1. Luigi XIII era per parte di madre cugino del granduca Ferdinando II Medici (1610-
1670), al governo al momento della morte del re. Sui funerali nella basilica di San Lorenzo
cfr. D. Moreni, Pompe funebri nell’Imp. Real basilica di San Lorenzo dal secolo XIII a tut-
to il Regno mediceo, nella stamperia Magheri, Firenze 1827; sul modello toscano dei riti fu-
nebri tra Quattrocento e Seicento cfr. M. Casini, I gesti del principe. La festa politica a Fi-
renze e Venezia in età rinascimentale, Venezia 1996, pp. 73-106.
2. Cfr. S. Bertelli, Il corpo del Re: sacralità del potere nell’Europa medievale e moder-
na, Firenze 1990; S. Pietrosanti, Sacralità medicee, Firenze 1991; M.A. Visceglia, Riti di
corte e simboli della regalità. Regni d’Europa e del Mediterraneo dal Medioevo all’Età mo-
derna, Roma 2009; P. Merlin, Nelle stanze del Re. Vita e politica nelle corti europee tra XV
e XVIII secolo, Roma 2010.
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presentata da un caduceo coronato d’olivo. Carlo Dati, autore della descri-


zione di queste esequie, così commentava: «Questa quasi verga possente
tolse il veleno dell’ira dai cuori franzesi e dividendo i cuori rabbiosi con-
giunse gli uomini con abbracciamenti d’amore».3
Con altrettanta enfasi l’arciprete Francesco Rinuccini, cappellano mag-
giore del principe Giovan Carlo de’ Medici «Generalissimo del mare del Re
cattolico», inneggiava alla «felicissima Francia» che, grazie a un «Rettore
saggio e della filosofia sì fervente amatore», aveva visto «sradicato quel
barbaro ed invecchiato costume de’ duelli, o piutosto furore e pazzia, di-
struggimento della vita civile, di difendere la vita e l’onore con la scellerag-
gine. Impresa da tutti grandemente bramata, da molti invano tentata, da
Luigi solo felicemente eseguita».4
Gli storici del duello in epoca contemporanea hanno ben dimostrato
come il distacco da questa pratica non fosse stato ovunque così immediato,
e tanto meno in Francia; lo stesso Luigi XIII nella formula del giuramento
recitata in occasione della sua sacre non inserì la promessa di reprimere i
combats singuliers.5
Nella storia di un lungo percorso fatto di pratiche, dottrine e leggi, ho
scelto questa data e questo riferimento quale simbolica cesura mediana di

3. Cfr. C. Dati, Esequie della Maestà Christianissima di Luigi XIII il Giusto Re di


Francia e di Navarra celebrate in Firenze dall’Altezza Serenissima di Ferdinando II Gran
Duca di Toscana..., In Firenze, nella Stamperia di S.A.S., 1664, pp. 18 e 49: Dati conclude-
va questo elogio con dei versi latini: «Virga potens dirimit, quos / iunxerat ira colubros, /
quos furor exarsit, nunc / lenis ardet amor. / Lex Regis prohibet certamina: / turpe putatur si
Gallo Gallus / praelia dira movet / Bella domat, dum bella vetat; / quam pulcra, coronas / in-
ter tot lauri, pacis oliva viret!».
4. Delle lodi di Luigi XIII Re di Francia e di Navarra orazione di Francesco Rinuccini
arciprete fiorentino e cappellano maggiore del Serenissimo Principe Gio Carlo di Toscana
generalissimo del mare del Re cattolico, recitata pubblicamente dall’Autore nell’Esequie ce-
lebrate a S.M. Cristianissima in Firenze dal Ser.mo Ferdinando II Gran Duca di Toscana, In
Firenze, Nella Stamperia di S.A.S., Alla Condotta, 1645, p. 6. Su Giovan Carlo de’ Medici
(1611-1663), avviato alla carriera militare e poi creato cardinale, particolarmente coinvolto
nella vita accademica e teatrale fiorentina, cfr. S. Villani, Medici Giovan Carlo, in Dizionario
Biografico degli Italiani (d’ora in poi DBI), 73, Roma 2009, pp. 61-63, e cfr. C. Sodini, L’Er-
cole tirreno. Guerra e dinastia medicea nella prima metà del ’600, Firenze 2001, ad indicem.
5. Cfr. F. Billacois, Le duel dans la société française des XVIe-XVIIe siècles. Essai de
psychosociologie historique, Paris 1986 pp. 382-384. Perché un re di Francia, come cavalie-
re del Saint Esprit e di Saint Louis, includa nel suo giuramento la promessa di combattere i
duelli, bisognerà attendere la sacre di Luigi XV nel 1723; a questa data, però, il duello non
era più rivestito di quelle valenze politiche ed eroiche di un tempo.
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una storia iniziata oltre un secolo prima e tramontata sullo scorcio del Sei-
cento in prossimità di un altro tramonto, quello della dinastia medicea. L’a-
scesa e il declino delle dinastie al potere, le guerre tra Francia e Impero pri-
ma della pace di Cateau Cambrésis, le guerre di religione, la lunga guerra
dei Trent’anni fanno da sfondo, e in parte scandiscono, un cammino varie-
gato e contraddittorio nel quale si incrociarono le lettere e le armi, l’ira e gli
«abbracciamenti». Le metafore letterarie dell’epoca barocca erano conge-
niali all’esaltazione delle prerogative essenziali della sovranità: clemenza,
prudenza, stabilità; la loro costruzione fondata sul patrimonio dei testi clas-
sici sacri e profani le proiettava in una dimensione quasi atemporale, nella
quale ogni principe avrebbe potuto rispecchiarsi. La storia che ci interessa
qui, “stringere la pace” o farla stringere, non può tuttavia fare a meno di ri-
correre a quel criterio cronologico che Claudio Donati indicava come crite-
rio-guida al suo magistrale studio sull’idea di nobiltà in Italia.6 Nel nostro
caso occorre, infatti, risalire alla Firenze repubblicana; fu allora che si co-
struì una tradizione di mediazione dall’alto che nel corso del Quattrocento
coinvolse con modi e finalità diverse due personaggi antitetici: il frate do-
menicano Antonino Pierozzi, arcivescovo di Firenze dal 1446 al 1459, e
Lorenzo il Magnifico (1440-1492). «Bene comune», «ben vivere», sono
espressioni che da allora accompagnarono l’ideale del cosiddetto «vivere
civile» che coniugava progetti di pace sociale e religiosa. Fra «Antonino
dei consigli» che dispensava pareri giuridici e precetti morali e spirituali a
confratelli, a uomini e donne di varia condizione, e Lorenzo, il magnifice
vir cui molti ricorrevano come arbitro in faide, risse e dispute di varia natu-
ra, si era creata col tempo quella tradizione di cui sopra.7 Non è possibile in
questa sede approfondire lo iato intercorso fra la morte di Antonino e l’a-

6. C. Donati, L’idea di nobiltà in Italia. Secoli XIV-XVIII, Roma-Bari 1988, p. VI.


7. Su Antonino Pierozzi (1389-1459) detto «dei consigli» cfr. M.P. Paoli, Antonino da
Firenze o.p. e la direzione dei laici, in Storia della direzione spirituale, a cura di G. Filora-
mo, 3, L’Età moderna, a cura di G. Zarri, Brescia 2008, pp. 85-130, a cui si rinvia per la bi-
bliografia generale; sugli arbitrati di Lorenzo il Magnifico (1440-1492) cfr. P. Salvadori,
Rapporti personali, rapporti di potere nella corrispondenza di Lorenzo dei Medici, in Lo-
renzo il Magnifico e il suo tempo, a cura di G.C. Garfagnini, Firenze 1992, pp. 125-146;
M.P. Paoli, A proposito di “composite repubbliche”. Poteri e giustizia nella Val Tiberina al
tempo di Lorenzo il Magnifico, in «Ricerche storiche», XXIII (1993), pp. 15-44; sul ruolo
arbitrale esercitato dalla Signoria a Firenze cfr. G. Pansini, Le cause delegate civili nel siste-
ma giudiziario del principato mediceo, in Grandi tribunali e rote nell’Italia di antico regi-
me, a cura di M. Sbriccoli, A. Bettoni, Milano 1993, pp. 605-641, e anche le osservazioni
iniziali del contributo di S. Calonaci in questo volume.
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scesa di Lorenzo. Certo è che a Lorenzo molto precocemente furono attri-


buite le prerogative di un principe, quelle che a sua volta assumerà il diciot-
tenne Cosimo I, discendente di un ramo cadetto dei Medici, proclamato du-
ca di Firenze nel 1537.8
Il passaggio dal vivere civile al vivere cortigiano fu rapido, ma per nul-
la indolore. Dalla documentazione che qui prenderò in esame emergono ul-
teriori aspetti del passaggio dalla repubblica al principato, già oggetto di stu-
di esaurienti sotto il profilo della storia politica e culturale.9 A chiarirci me-
glio gli snodi di questa impasse sarà uno scenario ampio, evocativo dell’aria
che si respirava nei campi di battaglia o nei campi franchi attraversati dagli
uomini d’arme e dai cavalieri d’onore, e più tardi evocativo di quell’“aria di
casa” che soffiava nelle campagne e nelle montagne toscane, nelle piccole
comunità, nelle dimore urbane o nelle ville dei patrizi fiorentini. Cambiava-
no i tempi, i luoghi, le cose e gli uomini, cambiavano le armi del contende-
re: dai cavalieri ai servitori dei cavalieri, dalle spade e dalle punte agli archi-
bugi o, come si diceva, alle “bocche da fuoco”, ma sempre e ovunque si pre-
sentavano delle costanti, quelle delle parole che gridavano le offese o che
proclamavano le paci, quelle parole che miriadi di scritture ci hanno traman-
dato e quelle, forse le più numerose, che sarà solo possibile intuire.
La presente ricerca si avvale in gran parte di fonti inedite e sconosciu-
te agli studiosi, ovvero di quattro filze della Miscellanea Medicea, fondo
conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze e catalogato già dal primo
Seicento con le diciture di «scritture di duelli e paci» (1540-1563), «vari
negozi di paci» (1605-1624), «paci trattate e differenze aggiustate dal balì
Andrea Cioli tanto a nome di Loro Altezze, quanto con la sola remissione
nel medesimo delle parti» (1618-1638), e, infine, «negoziati di pace»
(1679-1693).10
Quando François Billacois nel 1986 dedicò il primo studio veramente
ampio e scientifico alla storia del duello in tutte le sue implicazioni, utiliz-
zò solo in parte la ricca documentazione degli archivi di alcune corti italia-

8. Cfr. E. Fasano Guarini, La fondazione del principato da Cosimo I a Ferdinando I, in


Storia della civiltà toscana, 3, Il principato mediceo, Firenze 2003, pp. 3-40.
9. In generale cfr. F. Diaz, Il granducato di Toscana. I Medici, Torino 1976; R. von Al-
bertini, Firenze dalla repubblica al principato. Storia e coscienza politica, Torino 1970; Fi-
renze e la Toscana dei Medici nell’Europa del ’500, Firenze 1983, voll. 1-3.
10. Cfr. Archivio di Stato di Firenze, Miscellanea Medicea I (1-200), Inventario, a cu-
ra di S. Baggio, P. Marchi, Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Direzione Generale
degli Archivi, Roma 2002, pp. 557-575.
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ne dove era possibile reperire trattati, cartelli, manifesti, risposte, pareri


manoscritti e a stampa sul duello giudiziario e in punto d’onore o sulla
composizione pacifica delle parti. Nel suo lodevole sforzo di comparazio-
ne tra le fonti francesi, spagnole, tedesche, inglesi e italiane, la situazione
della penisola è documentata dall’autore attraverso le fonti veneziane e so-
prattutto modenesi in quanto testimoni del ruolo centrale di mediatori svol-
to dai duchi d’Este tra XVI e XVII secolo.11 Interrogandosi sul fatto se il
duello fosse o meno un fenomeno francese e dando per scontato, alla luce
di una secolare tradizione di studi, che la scienza cavalleresca fosse un fe-
nomeno italiano, Billacois all’epoca non ebbe forse il sospetto che una cor-
te “giovane” come quella fiorentina potesse conservare delle fonti analoghe
a quelle modenesi; e del resto, l’orizzonte storiografico degli studi sulla To-
scana medicea privilegiava ancora la fase della costruzione del principato,
sia politica che culturale e artistica.
Il materiale raccolto dai segretari granducali nelle filze qui analizzate
contribuisce a mettere in evidenza la centralità dei Medici nel sistema degli
antichi Stati italiani, il ruolo di riferimento che giocarono verso i propri
sudditi, inclusi i feudatari dello Stato mediceo (i Sorbello, i Del Monte, gli
Orsini, i Malaspina), verso i sudditi di varie corti e repubbliche (Napoli,
Stato pontificio, Urbino, Lucca, Massa, ecc.), e, infine, nei confronti di va-
ri privati, gruppi familiari o comunità. Neutralità politica verso l’esterno e
relativa stabilità interna favorirono questo ruolo.12 È ben dimostrato da una
fiorente corrente storiografica quanto la costruzione di una fitta rete clien-
telare rappresentasse la peculiarità della storia politica e sociale della Firen-
ze repubblicana e medicea;13 altrettanto noto è il progressivo rinnovarsi di
queste clientele con l’ascesa di uomini nuovi negli uffici e nei ruoli della

11. Billacois, Le duel, pp. 70-79.


12. Cfr. J.C. Waquet, Le Grand-duché de Toscane sous le derniers Médicis. Essai sur
le système des finances et la stabilité des institutions dans les anciens États italiens, Rome
1990; L. Mannori, Il sovrano tutore. Pluralismo istituzionale e accentramento amministrati-
vo nella Toscana dei Medici (secc. XVI-XVIII), Milano 1994; F. Angiolini, Il lungo Seicento
(1609-1737): declino o stabilità?, in Storia della civiltà toscana, 3, Il Principato mediceo,
pp. 41-76; Florence et la Toscane XIVe-XIXe siècles. Les dynamiques d’un État italien, dir.
J. Boutier, S. Landi, O. Rouchon, Rennes 2004; La Toscana in età moderna (secoli XVI-
XVIII). Politica, istituzioni, società: studi recenti e prospettive di ricerca, a cura di M.
Ascheri, A. Contini, Firenze 2006; E. Fasano Guarini, L’Italia moderna e la Toscana dei
principi. Discussione e ricerche storiche, Firenze 2008.
13. Cfr. Florentine Tuscany. Structures and Practices of Power, a cura di W.J. Connell,
A. Zorzi, Cambridge 2000.
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corte a partire dal governo di Cosimo I. Negli stessi anni letterati e pubbli-
ci funzionari si interrogavano sull’annoso problema di che cosa derogasse
alla nobiltà e in particolare alla nobiltà dei fiorentini per vocazione dediti
alla mercatura o alle professioni forensi.14 Le varie scritture che ruotano at-
torno a questo tema sono spesso reperibili nelle carte degli archivi familia-
ri depositari, come vedremo, anche di una ricca e significativa documenta-
zione inerente alla scienza cavalleresca. Ciò consentirà di valutare la rica-
duta nella prassi quotidiana della fiorente letteratura avente per oggetto l’o-
nore, il duello, le paci.
Come aveva osservato con efficacia il marchese Scipione Maffei, la
letteratura dei professori d’onore era la più ripetitiva e autoreferenziale che
potesse esistere e l’uso delle fonti tanto farraginoso che Paride dal Pozzo,
autorità indiscussa in materia, non si fece scrupolo di citare le leggi longo-
barde, l’Antico Testamento e la repubblica romana dove il «campo Marzio
era franco a tutti che duellare volessero e che questa legge armigera che
permette la personal battaglia in caso di ingiurie ebbe origine della prima
età, nella quale Caino uccise Abelle». Confortato dal corsivo di questa ci-
tazione tratta dall’opera di dal Pozzo, Maffei commenta caustico: «Secon-
do tale idea non fu punto difficile il portare in tal materia anche le autorità
degli Evangelisti».15 Maffei si mostra critico verso tutti gli autori che, com-
preso Ludovico Antonio Muratori, col pretesto di suggerire i modi di fare le
paci molto spazio davano al tema e agli autori del duello; ricorre per questo
a un esempio celebre della storia toscana tratto dalla Cronica del fiorentino
Giovanni Villani dove si narra come non da un duello, ma dalla pace rotta
fra i due rami della famiglia Cancellieri di Pistoia si originassero le sangui-

14. Il testo a stampa più noto in difesa della nobiltà fiorentina è quello del medico Pao-
lo Mini, Discorso della nobiltà di Firenze e dei fiorentini, Firenze, per Domenico Manzani,
1593; cfr. anche J. Boutier, Una nobiltà urbana in età moderna. Aspetti della morfologia so-
ciale della nobiltà fiorentina, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», II (1993), pp.
141-159, e C. Pazzagli, Per la storia della nobiltà toscana in età moderna e contemporanea,
in La Toscana in età moderna, pp. 201-228; A. Carrasco Martinez, La idea de nobleza en
Toscana y en España. Debate social y contexto político en la transición dal XVI al XVII, in
Le relazioni tra Spagna e Toscana. Per una storia mediterranea dell’ordine dei cavalieri di
Santo Stefano, Pisa 2007, pp. 303-337.
15. S. Maffei, Della scienza chiamata cavalleresca libri tre... prima edizione, Roma,
presso Francesco Gonzaga in via Lata, 1710, con dedica al papa Clemente XI, p. 244. Su
quest’opera e sulla sua novità cfr. C. Donati, Scipione Maffei e la «Scienza chiamata caval-
leresca». Saggio sull’ideologia nobiliare al principio del Settecento, in «Rivista storica ita-
liana», XC (1978), pp. 30-71, e anche Id., L’idea di nobiltà, pp. 304-306.
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nose fazioni dei Bianchi e Neri.16 Con questo esempio storico Maffei sup-
plisce al riferimento abbastanza scarno ad autori di scienza cavalleresca
fiorentini o toscani; né faceva eccezione l’opera edita nel 1669 a Firenze
dal conte bolognese Carlo Antonio Manzini col titolo Il duello schernito
ovvero l’offesa e la soddisfazione. Trattato morale... per aggiustare le dif-
ferenze ne’ Cavalieri & altre persone di Honore in ordine alla Pace.17 L’au-
tore, infatti, affronta il tema assumendo come esempio attuale una precisa
realtà, quella della sua Bologna, con i suoi cittadini più illustri, Pirro e Vir-
gilio Malvezzi e Giovanni Pepoli, «per rappresentare di un vero cavaliere
l’idea viva pur’anche nella memoria dei miei coetanei che sono di quanto
ho detto veraci testimoni di vista».18 È la dedica dell’opera che l’editore
Onofri fa al senatore fiorentino Lorenzo Pollini, «intendentissimo della ma-
teria» di cui si tratta nel libro, ad aprire una finestra sull’attualità e la viva-
cità della scienza cavalleresca anche nella Firenze medicea.19 La pratica,
più che un’originale elaborazione dottrinale, ne costituisce la caratteristica.
In assenza di una produzione a stampa ad hoc la documentazione è surroga-
ta da fonti per lo più manoscritte, cronache o memorie cittadine dedicate a
«casi strani» e clamorosi in cui si raccontano delitti e scandali.20 Ma sia l’e-
xemplum che la narrazione di fatti sincroni escono di rado da un genere let-
terario che si alimenta del gusto per i mirabilia, per oggetti da collezione in
cui si fanno rientrare anche i “casi” umani. Nelle opere italiane di fine Ot-
tocento e primo Novecento dedicate alla storia del duello, e mi riferisco so-
prattutto alle opere di Jacopo Gelli, le vicende di duellanti fiorentini o to-
scani hanno poco spazio, a meno che non vi siano coinvolti protagonisti di

16. Maffei, Della scienza chiamata cavalleresca, pp. 410-411.


17. C.A. Manzini, Il duello schernito, In Firenze, nella Stamperia di Francesco Onofri,
1669. Sul Manzini (1600-1667), laureato in filosofia a Bologna, letterato e scienziato vissu-
to a Firenze dove partecipò attivamente alla locale Accademia degli Apatisti, cfr. L. Matt,
Manzini Carlo Antonio, in DBI, 69, Roma 2007, pp. 268-270.
18. Manzini, Il duello schernito, pp. 68-70.
19. Prudenza e pietà – scrive Manzini – avevano caratterizzato l’attività del Pollini
quando aveva ricoperto le cariche di capitano e sergente maggiore. La famiglia Pollini si
estinse nel 1732 dopo la morte di Francesco, figlio di Lorenzo. Cione Pollini nel 1313 ave-
va fondato l’ospedale fiorentino in via della Scala; per notizie sulla famiglia Pollini cfr.
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (d’ora in poi BNCF), Poligrafo Gargani 1598, cc.
150-296.
20. Fra i tanti codici, cfr. BNCF, Mss. Panciatichi 117, che oltre ai «casi strani» contie-
ne anche dodici casi di «Aggiustamenti diversi in cavalleria seguiti in Firenze» fra il 1657 e
il 1707.
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rango; tra questi il duca di Urbino Francesco Maria Della Rovere che, per
riprendersi il ducato scippatogli dal papa Leone X Medici, con un cartello
sfidò al cimento il suo rivale Lorenzo de’ Medici, nipote del papa.21 Qual-
che interesse per le vertenze cavalleresche avvenute a Firenze e conclusesi
con una composizione pacifica si ritrova nell’erudito Ferdinando Massai
che nel 1931 pubblicò una relazione recitata alla Società Colombaria col ti-
tolo Duelli mancati a Firenze nel secolo XVII;22 ma anche qui si tratta di
una “spigolatura” archivistica, di una curiosità erudita frutto di trouvailles
casuali di documenti consistenti in alcune lettere del 1666 conservate nella
biblioteca privata dei principi Corsini, di cui custode era proprio il Massai;
siamo ancora lontani da un’analisi più ampia di un fenomeno sociale e cul-
turale che, uscendo dall’aneddotica, avrebbe portato molta acqua alla cono-
scenza storica tout court.

1. I tempi e i luoghi degli uomini d’arme: tempi brevi, luoghi lontani

Nella primavera del 1539 Giovan Francesco Gonzaga, duca di Bozzo-


lo, detto Cagnino, marito di Laura Pallavicini figlia di Elena Salviati Palla-
vicini, scriveva ad Alamanno Salviati, «molto magnifico parente & come
fratello», per informarlo di una sua «differenza di duello» con Cesare Fre-
goso.23 Pochi mesi prima, il 5 ottobre 1538, il Gonzaga aveva scritto a Co-
simo per rallegrarsi con lui della «berretta ducale» appena ricevuta e per di-
mostrare al Medici il suo ossequio, come si conveniva alla «congiontione
della affinitate» che lo legava al neoduca.24 Cagnino apparteneva a una di

21. J. Gelli, Duelli celebri, Milano 1928, p. 75.


22. F. Massai, Duelli mancati a Firenze nel secolo XVII, Estratto dagli Atti della Socie-
tà Colombaria, Firenze 1931.
23. Centro Archivi e Biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa, Archivio Sal-
viati, Busta II, n. 3, fasc. 2, lettere di diversi ad Alamanno di Jacopo Salviati; Alamanno era
fratello di Maria moglie di Giovanni delle Bande Nere e madre di Cosimo I Medici; sulla fa-
miglia Salviati cfr. P. Hurtubise, Une famille témoine. Les Salviati, Città del Vaticano 1985;
su Cesare Fregoso cfr. G. Brunelli, Fregoso Cesare, in DBI, 50, Roma 1998, pp. 392-394; in
generale sui capitani di ventura italiani cfr. C. Argegni, Enciclopedia biografica e bibliogra-
fica italiana serie 19: condottieri, capitani, tribuni, 1-3, Milano 1936, e anche il sito www.
condottieridiventura.it (ringrazio Maurizio Arfaioli e Vanni Bramanti per tutte le preziose
indicazioni fornitemi al riguardo).
24. Archivio di Stato di Firenze (d’ora in poi ASF), Mediceo del Principato (d’ora in
poi MdP) 3, ins. 1, c. 15.
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quelle famiglie di duchi guerrieri che come gli Este di Ferrara e i Della Ro-
vere di Urbino elargirono campi franchi e pareri cavallereschi manoscritti e
a stampa per tutto il Cinquecento, oltre a essere rissosi capi di fazione alla
stregua dei Rossi, dei Rangoni e dei Pallavicini.25
Nella lettera il Gonzaga dice di avere già ricevuto il parere del duca da
poco marito di Eleonora di Toledo figlia del viceré di Napoli don Pedro; pa-
rere «del quale – scrive Cagnino – ne faccio quel capitale che uole il doue-
re per uenire dalle mani di uno così segnalato principe». Ad appena due an-
ni dalla sua ascesa al potere il giovane Cosimo era, dunque, chiamato in
causa a condividere con altri principi la prerogativa sovrana di quella par-
ticolare forma di “prudenza politica” che obbediva a regole cavalleresche,
«metastoriche» come le ha definite Billacois con espressione efficace. Ma
in questa circostanza entrava in gioco anche una storia più prosaica dettata
dalla fretta: il Gonzaga ansioso di raccogliere pareri prega Alamanno affin-
ché Cosimo ne procuri uno anche dal suocero, don Pietro. Nelle sue assil-
lanti richieste coinvolge, oltre alla duchessa Eleonora, la sorella Giulia Gon-
zaga che viveva a Napoli dove si era legata ai circoli spirituali del Valdés.26
Giulia avrebbe dovuto fare da tramite per ottenere il parere del viceré. Va-
le la pena citare il passo della lettera per dare un’idea del circuito di inter-
venti cui si richiedeva autorevolezza, segretezza e soprattutto rapidità; a
proposito del parere tanto atteso così scrive il Gonzaga: «del quale ne farei
quasi quello capitale, hauendolo, che farei di quello della Maestà Cesarea»,
e più oltre, rivolgendosi al Salviati dopo avergli esternato riconoscenza con
la promessa di ricambiare il favore:
li dirò ben questo che la prego a uoler dignarsi di solicitare piu la ispeditione che sia
possibile, perché la si habbi presto, la quale insieme con tutte le scritture che le man-
do qui allegate et lettere, vorrei che la mandassi co’ piu diligentia et fedeltà che sia pos-

25. M. Cavina, Il sangue dell’onore. Storia del duello, Roma-Bari 2005, pp. 61 ss., e
anche G. Chittolini, Il particolarismo signorile e feudale in Emilia fra Quattro e Cinquecen-
to, in Id., La formazione dello stato regionale e le istituzioni del contado (secoli XIV e XV),
Torino 1979, pp. 254-291; L. Arcangeli, Carriere militari dell’aristocrazia padana nelle
guerre d’Italia, in Condottieri e uomini d’arme nell’Italia del Rinascimento, a cura e con un
saggio di M. Del Treppo, Napoli 2001, pp. 361-416; Guelfi e ghibellini nell’Italia del Rina-
scimento, a cura di M. Gentile, Roma 2005; Le Signorie dei Rossi di Parma tra 14 e 16 se-
colo, a cura di L. Arcangeli, M. Gentile, Firenze 2007; cfr. anche il sito a cura di Luigi Pol-
di Allaij, www.cortedeirossi.it.
26. Su Giulia Gonzaga (1513-1566) cfr. G. Dall’Olio, Gonzaga Giulia, in DBI, 57, Ro-
ma 2001, pp. 783-787.
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138 Maria Pia Paoli

sibile in mano di madonna sua madre, che haute che le hauessi, subito mandasse a di-
mandare ms Francesco Mattarone nostro agente in Roma, che S. Sria conosce molto
bene, et di sua propria mano gliele dessi. Il quale poi le mandaria alla via di Napoli, et
nelle lettere che scriuerà il S.r Duca alla Ill.ma sua sposa, sua Ex.a potrà scrivergli che
facci opera che esso Ex.mo S.r Vicere expedisca presto il parer suo, et lo dia alla pre-
fata S.ra mia sorella, et la prego a trattar tutte queste cose con la maggior segretezza
che sia possibile, che del tutto la non mi puo fare il maggior piacer al mondo offeren-
domi a suoi comodi paratissimo.27

La lettera si conclude con i saluti da porgere a Maria Salviati madre di


Cosimo e sorella di Alamanno e con l’avvertimento di far arrivare le lette-
re e le scritture direttamente a Roma senza passare dalla via di Modena. In
altra lettera del 21 luglio 1539 «El Cagnino de Gonzaga», come si firmava,
informa il Salviati di aver finalmente raccolto i pareri di «Eccellentissimi
principi versati nel duello»; quattro scritture del Fregoso e quattro del Gon-
zaga furono inviate al Salviati perché le pubblicasse a Roma e fuori, tra gli
amici, e con la maggior diligenza possibile cercasse «di impire ben ben il
mondo» delle sue ragioni. Tutta la vicenda trova ampio spazio nelle Rispo-
ste cavalleresche di Girolamo Muzio pubblicate nel 1558 a Venezia con de-
dica a Ferrando Gonzaga. Il caso fu giudicato esemplare di «mentite gene-
rali e condizionali», cioè non ben dichiarate, come quelle contenute nel car-
tello pubblicato dal Fregoso il 2 gennaio 1537;28 chiamato in causa dopo
molti pareri di dottori e «de’ maggiori Signori d’Italia» e dello stesso re di
Francia, Muzio si sentì in dovere di rispondere sull’opportunità che Cesare
sfidasse a duello Cagnino; i pareri non erano conformi fra loro, ma quello
di Cosimo indirizzato per lettera a Cagnino è citato dal Muzio per esteso
come il più chiaro:
Come nel giudicio civile, che è leggerissimo peso rispetto al duello, dove si tratta di
honore, interesse che ciascun cavaliere suol preporre alla vita, par che si richiegga la
espressione del particolare che muova [...] così la mentita, che comparisce in Duello à
similitudine de giudicio civile fondato sopra generalità, non restringendosi a’ termini
speciali par egualmente di nessun momento, atteso che fa che l’avversario possa, ne
sappia di liberarsi per convincerla a valersi delle arme, o della istessa verità. Il fonda-

27. Il corsivo è mio.


28. G. Muzio, Il duello con le risposte cavalleresche... nuovamente dall’autore rivedu-
to, con la giunta delle postille in margine et una tavola di tutte le cose notabili, Venezia, Ap-
presso Gabriele Giolito de’ Ferrari, MDLVIII, pp. 136a-143a; sul Muzio (Padova 1496-Vil-
la Paneretta 1576) cfr. P. Giaxich, Vita di Girolamo Muzio, Trieste 1847, e anche F. Erspa-
mer, La biblioteca di don Ferrante. Duello e onore nella cultura del Cinquecento, Roma
1982, ad indicem.
06 Paoli_corti 20/12/10 22.44 Pagina 139

I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 139

mento dunque generale della mentita che il S. Cesare fa a V.S. senza allegar le cause
particolare, nelle quali si sente offeso, come non mostra efficacia, così par che neces-
siti la S.V. alla defensione.29

Non avendo Cagnino né accettato né negato quanto espresso nel cartel-


lo del suo sfidante, anche secondo il Muzio «non si forma contesa». Analo-
go caso di querela non specificata, ritenuto esemplare dal Muzio, si avrà
nella vertenza tra Cesare e Fabrizio Pignatelli della quale, fra gli altri, si oc-
cuperà Cosimo.30
Nei dossiers medicei il nome di Cagnino Gonzaga compare un’ultima
volta in un manifesto a stampa, copia di un atto notarile steso dal notaio Gio-
vanni de Piazzi mantovano, Fede de le cose occorse al campo fra Messer
Hieronimo Capilupo mantovano et Messer Alberto Turco ferrarese. In que-
sta occasione Cagnino, in qualità di maestro di campo, era stato interpellato
per dirimere una vertenza insorta nel 1535 fra i padrini dei duellanti sull’u-
so di nuove armi («navagie» o pugnaletti) da introdurre negli steccati e di cui
si dà ampia descrizione; l’accordo non fu raggiunto e il duello non fu com-
battuto, ma delle cose occorse il maestro di campo e due notai, il Piazzi e
certo ser Bosio, fecero la suddetta fede.31 Questa vicenda, e altre simili che
implicavano gli abusi nella scelta delle armi, interessò come di consueto le
penne degli scrittori accreditati in materia: oltre al Muzio, Fausto da Longia-
no e Giovan Battista Possevino.32 La tekné cavalleresca si andava così perfe-
zionando anche attraverso l’uso di espressioni ricorrenti, non ultima quella
del “mondo” sempre chiamato in causa come giudice in questioni d’onore.33
In questo “mondo” dove il tempo breve, il far presto, sembra essere il
Leit-motiv di quella giustizia riparatrice dell’onore offeso, ricercata con an-

29. Muzio, Il duello, pp. 186a-191a.


30. Cfr. infra.
31. ASF, Miscellanea Medicea (d’ora in poi MM) 129, c. 16.
32. Cavina, Il sangue dell’onore, pp. 88-95.
33. Sul lessico della scienza cavalleresca italiana e sui termini attore-reo, campo-stec-
cato, alla macchia, campione-padrino, carico, cartello-manifesto-rogito, differire-ricusare,
duellante-duellista, mentita e mentita per la gola cfr. Erspamer, La biblioteca, pp. 129-136;
sulla procedura del duello giudiziario d’onore nelle sue varie fasi dall’ingiuria, al cartello, al
combattimento fino all’eventuale pace cfr. Cavina, Il sangue dell’onore, pp. 41-102; in ge-
nerale cfr. G. Angelozzi, Il duello nella trattatistica italiana della prima metà del XVI seco-
lo, in Modernità: definizioni ed esercizi, a cura di A. Biondi, Bologna 1998; C. Donati, La
trattatistica sull’ onore e il duello tra Cinquecento e Seicento: tra consenso e censura, in
«Studia borromaica», XIV (2000), pp. 39-56; Il duello fra medioevo ed età moderna. Pro-
spettive storico-culturali, a cura di U. Israel, G. Ortalli, Roma 2009.
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140 Maria Pia Paoli

sia dai nobili, dai cavalieri e dai capitani delle bande, il duca Cosimo I fece
di nuovo la sua comparsa nel 1540. All’origine di tutto l’opportunità di com-
battere o meno un duello in forma pubblica e solenne; i due sfidanti erano
due uomini d’arme, ma di dispari condizione, tanto che uno dei due fu ricu-
sato per essersi in precedenza comportato da uomo disonorato e dunque non
degno di sostenere il cimento. Come ha sottolineato Marco Cavina, nell’am-
biente militare prima del Concilio di Trento si era molto diffusa la pratica del
duello giudiziario d’onore, a prescindere dal ceto sociale dei duellanti; il fat-
to, narrato con prosa involuta, è contenuto in un lungo manifesto a stampa
molto lacero che si apre con la risposta data in Siena il 23 agosto 1543 dallo
«strenuo capitano» Antonio Nini delli Farfenghi cremonese di origine, ma
poi detto romano come il suo avversario Giovan Battista Theoli. Questo
l’incipit del manifesto preceduto da una xilografia: «MOLTE BAGATELLE DE
GIOVAN BATTISTA THEOLI A CUI NON DARO ALTRA RESPOSTA POSSENDO CHIARA-
MENTE OGN’HUOMO vedere il vero processo & per la mia offerta solo attende-
rò a giustificare come lui è inabile a pubblica battaglia per le mie ragioni &
per le sue opere».34 Il Farfenghi nello stesso foglio fa seguire altri documen-
ti che provano le sue ragioni: «Ancora vedrai tu & altri qui di sotto la senten-
tia della Rota di Fiorenza, Cinque dichiarationi de Duchi & altri Personaggi
per le quali dichiarazioni rimani inabile a pubblica battaglia».
Fin qui il periodare è ancora comprensibile, poi il discorso si fa più in-
tricato e se ne deduce la difficoltà della ricerca della «cammera chiusa» per
combattere il duello e che il Theoli pare non gradisse sospettando agguati; lo
scenario si allarga evocando vari luoghi, i territori del duca di Savoia, del
duca d’Ottaviano, le città di Roma e Napoli, dove però «tal cammere – si di-
ce – non si possono praticare»; le ricerche del Farfenghi arrivarono fino a
Siena, finché seppe che erano disposti a concedere la camera i conti Bardi si-
gnori di Vernio e i signori di Montauto, entrambi feudatari toscani,35 ma an-
che questa offerta fu rifiutata dal Theoli. Impossibile sapere come finì la vi-
cenda, ma certo molto aspra risulta la contesa sostenuta dalle parole del ma-
nifesto. Farfenghi rivendica la nobiltà della sua casata36 contro la viltà del-

34. ASF, MM 129 c. 1.


35. Sui Montauto cfr. F. Bertini, Feudalità e servizio del Principe nella Toscana del
’500. Fedrico Barbolani da Montauto governatore di Siena, Siena 1996, e in particolare sul
campo concesso per i duelli nella giurisdizione del feudo pp. 45-46 e nota 47.
36. L’idea di nobiltà recepita dal Farfenghi è legata non tanto alle origini paterne quan-
to alla testimonianza della costruzione della memoria familiare nella città: «come se po ve-
dere li Edifizi, le Chiese, li Acquedotti, li Sepulchri & fondatori de le Legge de sua città...».
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 141

l’avversario, accusato di essere «assassino, poltrone, mancatore di fede, la-


dro e pubblico infame». Per ognuna di queste accuse Farfenghi riporta fatti
precisi a carico del Theoli, che più giovane e sano di lui è così apostrofato:
Ma ben dico tu publico infame doueresti nasconderti con tanta despositione & sanità di
corpo & danni e con tanta al contrario indispositione & impedimenti di corpo quale so-
no in me che certo vo tanto peggiorando di mese in mese che sono forsato satisfarte in-
la partita che tu dici chio lassi tal professione ma ben dico ate che tu cominci con la tua
sanità del corpo & malattia de honore a suerginare la tua uerginella spada che ben ti
debbi recordare de tante disonorate attioni tua.

Vecchio e storpiato della gamba, il Farfenghi dice di aver bisogno del


«borsacchino di camoscio» e «del brachiere»37 per proteggersi nel combatti-
mento che vorrebbe fare in camera chiusa e non in campo aperto.38 Il cartel-
lo-manifesto rappresenta una sorta di palinsesto di auctoritates, riunendo in
un unico grande foglio pareri singoli e collettivi, tra i quali compare per pri-
mo (ed è significativo questo ordine gerarchico di importanza) il parere del-
la Rota di Fiorenza istituita nel 1502 (nata come Consiglio di Giustizia), uno
dei maggiori tribunali civili degli antichi Stati italiani dotato di auditori tec-
nici del diritto, che motivavano le sentenze;39 seguono i pareri di Cosimo I,
di Alfonso II Piccolomini d’Aragona, di Pirro conte di Castiglione, di Gual-
terotto Bardi conte di Vernio, del marchese Federico di Montauto, di Alfon-
so Piccolomini duca di Amalfi, marchese di Capestrano e conte di Celano e
«iusticiarius» del Regno di Sicilia, e infine del romano Stefano Colonna.
Contestato appare il ruolo di Giulio Orsini conte di Pitigliano,40 e su
questo punto il 21 ottobre 1540 gli auditori del Consiglio di Giustizia di Fi-
renze si esprimono a richiesta del Farfenghi per stabilire se l’Orsini potes-

37. Il termine “brachiere” si trova nella prima edizione del Vocabolario degli accade-
mici della Crusca (Venezia 1612) e sta a indicare una fascia di ferro o di cuoio per contene-
re l’addome.
38. Simili accorgimenti non deponevano a favore del coraggio del Farfenghi; nella clas-
sifica dei tre modi di combattere in duello Luigi Gonzaga e Fausto da Longiano giudicavano
«coraggioso» il cimento in sola camicia e spada (cfr. Cavina, Il sangue dell’onore, p. 153).
39. Cfr. M. Ascheri, Tribunali, giuristi e istituzioni. Dal medioevo all’età moderna,
Bologna 1989, pp. 55-83, 116-117 e 170, e in particolare G. Pansini, Il Magistrato Supremo
e l’amministrazione della giustizia civile durante il principato mediceo, in «Studi senesi»,
LXXXV (1973), pp. 283-315. Gli studi sulla giustizia civile in epoca medicea non hanno
avuto fino ad oggi molto esito a causa della mole e della complessità del materiale.
40. Sulla contea di Pitigliano cfr. A. Biondi, Lo stato di Pitigliano e i Medici da Cosi-
mo a Ferdinando I, in I Medici e lo stato senese 1555-1609. Storia e territorio, a cura di L.
Rombai, Roma 1982, pp. 75-88.
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142 Maria Pia Paoli

se fare da giudice nel «reproccio» e se il capitano Antonio fosse tenuto a


«venire a iuditio del reproccio» con Gio Battista Theoli, come era scritto
nel cartello del Farfenghi datato 7 maggio 1540. Il fatto scatenante accadu-
to a Luzara il 30 marzo di quell’anno aveva avuto sviluppi che presumeva-
no una diversa procedura. Presso il tribunale penale degli Otto di Guardia e
Balia di Firenze pendeva un processo contro il Theoli che proprio a Firen-
ze aveva tentato di fare uccidere il suo rivale tramite sicari. Nel manifesto
si riporta per esteso il parere, datato 21 ottobre 1540, ad opera degli audito-
ri del Consiglio di Giustizia, Ottavio di Nero genovese, podestà di Firenze,
Alfonso Quistelli dalla Mirandola, Lodovico da Riva milanese, Alfonso da
Corda portoghese, Antonio Nappo napoletano. A lettere cubitali è accluso il
parere di Cosimo che ritiene il Theoli degno di essere «reprovato & refuta-
to». Il testo che segue è il primo documento a stampa che testimonia un pa-
rere di Cosimo in fatto di duelli:
PERCHE TU HOMO VEGGA CHE IUSTISSIMAMENTE ANTONIO NINO DELLI FARFENGHI
ARIFIUTATO GIO: BAP: THEOLI INFAMOSISSIMO ET DISONORATO
Cosmus Medices Dux Florentiae

Universis et singulis &.c. havendo noi ben considerato quanto dali XV di ottobre 1540
in qua è seguito sopra le querele & cartelli corsi tra il strenuo Cap. Antonio delli Farfen-
ghi & Gio. Bap. Theoli Romani & pero assai chiaramente conosciuto che tra lor pendea
la contraversita per doverne stare a iuditio se il cap. Antonio bene reprovava & refuta-
va a Duello Gio. bap. o no Succedette che del mese di Dicembre passato da esso Gio
Bap. in Roma fu commesso a Vincentio Paluzzi suo parente, che venuto in questa no-
stra Citta ammazzasse detto cap. Antonio con ordine di mandarli qua due o tre compa-
gni a tale effetto, essendo ancora prima per tale causa passate offerte & promessa di de-
nari & un Cavallo da darsi a Vincentio fatto che havessi la cosa, & poi fu confermata
detta promessa per lettera di Gio.bap. si come parte per confessione da detto Vincentio
fatta parte per lettera da lui conosciuta appresso il Magistrato delli Otto di questa Citta
nostra appare, & havendo noi trovato queste cose assai manifeste e conosciuto tale trat-
tato essere stato proditorio, & spetie di assassinamento, & pero detto Gio. bap. essere
degno di essere reprouato & refutato in aiuto dela verita non habbiamo voluto mancha-
re di fare piena fede, come faciamo per questa nostra presente quanto di sopra e detto
esser passato cosi. Inquorum &.c. dat. Floren. In Palatio nostro. Die. Xvi.Iunii.1540
Cosmus Medices SIGILLO Ugolinus Grifonus &.c.

In realtà sigilli e firme autografe qui mancano e forse furono conserva-


ti altrove; l’importante era che il documento circolasse in diverse corti e
luoghi deputati, mostrando a un pubblico abbastanza eterogeneo, spesso
poco dotto, quelle caratteristiche di comunicazione considerate indispensa-
bili da trasmettere come espressione, quasi auto-conferma, di una comu-
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nanza sociale e culturale;41 il parere di Cosimo si fonda in sostanza sugli at-


ti dei tribunali del suo stato e dunque sulla giustizia corrente che mette in
dubbio l’onore dello sfidato a causa di precedenti delitti. Alfonso Piccolo-
mini, nel dare anche lui parere negativo al combattimento del duello, così
interviene affermando e/o dissimulando come di rito:
Anchora che da alcuni tempi in qua hauessimo in noi medesimo deliberato di non vo-
lerci per molti rispetti intrometterci in cose di duelli nondimeno le preghiere di quelle
persone a quali non potiamo ne douiamo manchare hanno fatto mutarci di proposito
aggiongendosi anchora il desiderio & obbligo naturale di satisfare & Co [foglio rotto]
quanto sia possibile sia a persone di qualità & Honore come lo strenuo capitano Anto-
nio delli Farfenghi romano.

Il conte Pirro di Castiglione a sua volta si dice forzato a intervenire


«avendo ricusato piu volte tale carico per non essere mia professione». Tut-
ti gli interpellati alla fine si richiamano al parere di Cosimo e al tribunale
penale degli Otto di Guardia e Balia.42
Onore e viltà, salute e infermità, giovinezza e vecchiezza, camere
chiuse e campi aperti, negati o concessi da un capo all’altro della penisola,
evocano la realtà tumultuosa di un agone allargato, frutto dello sbandamen-
to seguito dopo il Sacco di Roma e prima della pace di Cateau Cambrésis,
di quel clima ambiguo in cui cartelli, sfide, manifesti e mentite si infittisco-
no, mentre l’ideologia nobiliare è ancora legata alla virtù che deriva dall’e-
sercizio delle armi.43 Nonostante che Fausto da Longiano attribuisse tale
esercizio ai soli cavalieri, la documentazione fiorentina di questi anni ci
porta nel vivo di quelle vertenze scoppiate soprattutto fra uomini d’arme
che servivano o la Francia o l’Impero, sia nell’esercito di Piero Strozzi che
in quello di Ferrante Gonzaga principe di Molfetta, duca d’Ariano, viceré e
luogotenente della Maestà Cesarea nel regno di Sicilia. In parte a stampa e
in parte manoscritta è la questione che riguarda il comportamento del capi-
tano Pietro Paolo Tosinghi di Firenze nella resa della piazza di Ligny; To-
singhi fu sfidato con mentita datagli in Francia nel 1544 da un altro uomo
d’arme fiorentino, Vincenzo Taddei, che a sua volta accusava l’avversario
di «mentire per la gola».44 Tosinghi, secondo don Ferrante Gonzaga, avreb-

41. Erspamer, La biblioteca, p. 136.


42. Sul tribunale degli Otto in età moderna cfr. J.K. Brackett, The Otto di Guardia and
Balia: Crime and Its Control in Florence, 1537-1609, Ann Arbor 1987.
43. Donati, L’idea di nobiltà, pp. 66-96.
44. ASF, MM 129, cc. 2-8.
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144 Maria Pia Paoli

be tradito non mantenendo la promessa di far scambiare la sua prigionia in


campo cesareo con quella del capitano spagnolo Carlos de Zúñiga cattura-
to dai francesi;45 Taddei, dal canto suo, si sarebbe arreso a Ligny, impeden-
do ai soldati di «tirare archibusate alli inimici e tanto più a uno che aveva
una penna rossa che disse essere il s. Don Ferrante...».46 Testimoni della
narrativa del fatto a favore del Taddei furono dei soldati, Andrea Patella e i
fiorentini Lorenzo Castiglione e Baccio Popoleschi; a favore del Tosinghi i
signori Galeotto Pico conte della Mirandola, Roberto Malatesta da Rimini
e Piero Strozzi che sottoscrissero un atto notarile rogato da Niccolò Lefabu-
re «dottore in leggie» e dal guardasigilli Theobaldo Connonet.
Intercorsero cartelli sui quali dette il suo parere a stampa Luigi Gonza-
ga che, da esperto in materia, si uniformava ad altro parere da lui espresso
nel caso di Mons. Ossu e del capitano Francesco Bernardino suffragato dal
consiglio di un’autorità del tempo, il conte Giacomo de’ Leonardi di Mon-
telabbate ambasciatore del duca di Urbino:47
Molto Magnifico Signore per satisfare quanto la S:V: [Emilio Marescotto] mi coman-
da io ho veduti li cartelli del S. Pietro Paulo Tosinghi & del sig. Vincentio Thadei et
benché io sii determinato non aprir boccha in queste materie, ho voluto nondimeno sa-
tisfare alla S.V. in dirgli il parer mio. Il qual si è che la verità non può esser mentita &
che l’ultimo cartello stii molto bene, dicendo haver parlato quando gli è occorso par-
larne & non osta che il primo Cartello dichi & confessi d’haver detto qualche cosa,
perché non dice in che modo ne a che fine & può essere che anco vi concorresse l’in-
teresse della Maiestà Cristianissima, il che essendo non ho alcun dubbio che il capita-
no Pietro Paulo può starsene & sopra materia simile me ritrovo haver scritto nel caso
di Mosingnor d’Ossu & del capitano Francesco Bernardino & tanto piu mi confermo
nella detta opinione quanto che io habbia veduto un Consilio del Signor Giovan Gia-
como de Leonardi Conte di Monte l’abbate ambasciator dell’Illustrissimo d’Urbino,
pur nel medesimo caso di Monsignor d’Ossu. Il quale se bene me raccordo conclude il
medesimo che io scrivo a V.S. alla dottrina e giudico del quale [Giacomo de’ Leonar-
di] per esser conversato sempre tra illustrissimi Capitan Generali e cavaglieri honora-

45. Ivi, c. 2 (qui il testo è manoscritto): nella patente del Gonzaga, datata Mantova 3
aprile 1545, si fa fede del comportamento da traditore del Tosinghi e si riporta anche il testo
della sua promessa scritta e non mantenuta, «datata in campo cesareo sopra Sndesir à vii di
lugio del XXXXiiij» seguita dalle sottoscrizioni del Tosinghi e di altri testimoni tra cui Ca-
millo Capilupo.
46. Ivi, cc. 2-7, e infra nota 48.
47. Sul pesarese Giangiacomo Leonardi (1498-1562), laureato in utroque e dedito al-
la carriera militare e diplomatica al servizio dei Della Rovere di Urbino, autore di molti trat-
tati sul Principe cavaliero rimasti quasi tutti inediti, cfr. V. Mandelli, Leonardi Giovan Gia-
como, in DBI, 64, Roma 2005, pp. 411-413.
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ti, mi pare che ogni soldato si possa più rapportare che al giudicio di molti Dottori che
vogliono contra la loro professione ingerirsi nelli termini militari [...] Di Castel Gufre-
di alli di Aprile M.D. XL.V.

Con questo esplicito riferimento a competenze professionali in concor-


renza tra loro è qui eluso il ruolo del principe, di Cosimo I, che in tutta que-
sta vicenda non ebbe parte; la questione si giocò solo in ambito militare e
fra i vari testimoni a favore del Tosinghi ritroviamo Antonio di Lussembur-
go conte di Brienne che testimonia con certificato sottoscritto il 1° luglio
1544 dal campo dell’imperatore presso Ligny e alcuni soldati arruolati nel-
la sua banda: Cortona da Cortona, Paolo Roccolino, Lucantonio Corella
fiorentino e Antonio Marescalchi bolognese, che a Roma, il 25 settembre
1545, firmano con grafie incerte le loro testimonianze e che si dichiarano
pronti a sostenere quanto affermato «con l’arme in mano» oltre che con le
scritture. La testimonianza inframezzata da spezzoni di dialoghi è occasio-
ne per raccontare episodi di vita militare vissuti da rudi soldati.48
Nel 1546, oltre alla questione insorta fra il capitano Tommaso Bua e
Migliorino Ubaldini,49 ebbe luogo la sfida a suon di cartelli fra Piero Stroz-
zi e Pietro Maria Rossi conte di San Secondo «cavaliero del ordine del re
cristianissimo». Questi documenti raccolti dai segretari medicei furono pub-

48. «Non essendo lecito a qualunque si sia il manchare alla verità et essendo ricercho
da il capitano Pierpaolo Tosinghi di fare fede della verità sopra la fede mia di dire tutto quel-
lo veddi fare et dire a ms. Vincenzo Taddei nella expugnatione di Ligni et prima la notte che
fumo alli xxiiij di giugno 1544 io Cortona da Cortona essendo in Ligni soldato pagato et es-
sendo insulla batteria come era debito mio et lavorando auno riparo et per non ci essere gua-
statori et noi che eramo stati tutta notte a lavorare et essere stracchi il luogotenente del capi-
tano Pier Paolo andò a trovare ms. Vincenzo Taddei et li disse che dovessi mandare de sol-
dati dell’altre compagnie alla batteria et così se S. S.a non veniva in sulla batteria a rincora-
re li soldati et farli lavorare et rinforzare la guardia se non che li nimici entrerebbono dentro
dove detto ms. Vincenzo li rispose che vuoi tu che io faccia noi siamo persi se e vogliono en-
trare entrino et la mattina seguente io Cortona mi ritrovaij li insulla bateria dove stavano li
soldati per difendere la bateria et comandò che noi non dovessimo tirar archibusate alli ini-
mici et tanto pi a uno che haveva una penna rossa che disse esser il s.or don Ferrante et co-
sì chiamò il capitano Pier Paolo Tosinghi et disse che vi pare di questo accordo et piangeva
et alhora Pietro Paolo rispose siateci voi acconsentiente a detto accordo et detto ms Vincen-
zo disse non io et io Cortona sentij dire pubblicamente quando ero prigione in campo impe-
riale che detto ms. Vincenzo si era soscritto allo accordo et di tanto fo fede essere la verità
et perché non so troppo bene schrivere ho fatto schrivere questa in mio nome ma sara so-
scritta di mia mano propria offerendomi a sostenerlo con l’arme in mano a chi mi contradi-
cessi...» (ASF, MM 129, c. 5).
49. ASF, MM 129, cc. 9 ss.
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146 Maria Pia Paoli

blicati da Francesco Trucchi nel 1847 in appendice alla Vita e gesta di Piero
Strozzi fiorentino ed erano ben noti agli storici fiorentini del Cinquecento.50
Tutto era nato per una parola detta in Francia dal Rossi che non volle ascol-
tare il capitano Domenico Adriano andato a trovarlo a Venezia per «parla-
re [...] sopra quella parola». Troppo lungo parve in questo caso al Rossi il
tempo intercorso, due mesi, da che sfidò a duello con spada e cappa lo
Strozzi, duello che il conte in un primo momento voleva combattere «alla
macchia»,51 mentre subito dopo lo negava, accampando una sua infermità.
I termini della questione anche in questo caso sono tutti incentrati sull’ono-
re militare, sull’avere o meno perso le insegne in battaglia, sull’avere o me-
no tradito il «principe legittimo». Al di là delle regole del codice militare52
è il frammento di risposta al Rossi da parte di Piero Strozzi a riassumere
con forza i punti chiave di questo momento di passaggio e di sbandamento
che investe l’onore di capitani, cavalieri e/o gentiluomini sospesi ancora fra
ideali di libertà e allo stesso tempo di fedeltà al principe cui si serve e alla
patria e alla famiglia in cui invece si è nati:
Io son nato libero, non servii mai altro principe che il re di Francia, andai soccorrere il
padre, posposto ogni debita considerazione e di me stesso e della guerra. Io ho procu-
rato sempre l’onore e per la vita de’ gentili uomini della patria mia; non assassinamen-
to, non brutta cosa m’impedisce andar liberamente per tutto, ma ben altro.

Il carteggio mediceo ci chiarisce tuttavia altri risvolti di una vicenda


tramandata alla luce della fama, del mito romantico di cui si ammantava, a
torto o a ragione, la figura dell’antimediceo Piero Strozzi; fu il vescovo di
Pavia Giovan Girolamo de’ Rossi, stretto da legami di parentela col duca
Cosimo, a inviare nel novembre del 1546 al segretario Lorenzo Pagni il
«cartello resoluto», inviato dallo Strozzi al conte Pier Maria fratello di Gio-
van Gerolamo, nella speranza che questi lo accettasse «senza cercare cavil-
latione nessuna per non macular punto dell’honor suo da quel cavalier che

50. Cfr. Vita e gesta di Piero Strozzi fiorentino Maresciallo di Francia scritta su docu-
menti originali per Francesco Trucchi socio di varie accademie, Firenze 1847, pp. 149-155.
51. Il duello cosiddetto “alla macchia” è il duello clandestino combattuto senza giudi-
ci e padrini e in luoghi nascosti.
52. Nello Stato fiorentino capitoli militari furono pubblicati dal duca Cosimo I nel
1556; nel capitolo XII fra l’altro si proibiva già il duello (cfr. L. Cantini, Legislazione tosca-
na, Firenze 1802, tomo V, p. 10); per le disposizioni medicee sul duello in epoca successiva
cfr. infra, e in generale cfr. F. Angiolini, Le bande medicee tra “ordine” e “disordine”, in
Corpi armati e ordine pubblico in Italia (XVI-XIX secolo), a cura di L. Antonielli, C. Dona-
ti, Soveria Mannelli 2003, pp. 9-47.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 147

egli è...». Chiudeva la lettera supplicando di informarsi presso Cosimo se lo


Strozzi avesse per caso la dignità del clericato; secondo Giovan Girolamo
lo Strozzi «quando fu in predicamento di prendere il cardinalato pigliò al-
cuni ordini ecclesiastici»,53 cosa che, secondo il diritto canonico, gli avreb-
be impedito di cimentarsi nel duello. Ma chi avrebbe voluto giovarsi di
questo diritto? Lo Strozzi o il Rossi? In entrambi i casi il cavillo giuridico
avrebbe offuscato, se messo in atto, lo smagliante senso dell’onore che tra-
suda da tutta la documentazione citata.
Sempre evocato, Cosimo non sempre è coinvolto in prima persona nel
dare pareri o rescritti a questioni d’onore fra militari, e del resto molta del-
la documentazione successiva al riguardo ha la funzione di mero materiale
informativo inviato al duca come ad altri principi italiani. Il mondo delle ar-
mi era un mondo parallelo a quello che si stava costruendo all’interno del-
la corte fiorentina; gli stessi segretari medicei non esitavano ad ammettere
la loro scarsa dimestichezza con quelle materie. Scrivendo a Pier Francesco
Riccio, ex precettore di Cosimo I e poi suo maggiordomo, il segretario Gio-
van Francesco Lottini così si esprimeva a proposito del duello che stava per
combattersi fra i capitani Tommaso Bua e Migliorino Ubaldini:
El non essere armigero fa che io non messi nella lettera di S. Ex. [Cosimo I] che ella
scrisse per il capitano Migliorino il nome dello avversario suo havendo anche lui ad
essere nominato su la patente del campo franco [...] mando a V.S. la copia della paten-
te la qual S. Ex. Vuol che sia in carta pecora col sigillo del piombo.54
Non sempre le patenti conservate, come già abbiamo osservato, risul-
tano in cartapecora o con sigillo, ma è chiaro che nel 1546, a distanza di un
decennio dalla sua nomina a duca di Firenze, anche Cosimo è bene infor-
mato sulla tekné cavalleresca con cui si dà luogo a un duello, tanto da riba-
dirne la procedura al suo segretario distratto da varie faccende della vita di
corte, compresa la spedizione di qualche «paio di guantini» destinati ai
principini Medici.
Di questo mondo armigero, autoregolato, ci offre una testimonianza
suggestiva il libro di ricordi del capitano fiorentino Francesco Marucelli, do-
ve ricorrono i nomi dello Strozzi, del Tosinghi e del Taddei. È significativo
quanto dice l’editore ottocentesco a proposito di questi Ricordi, redatti dal
53. ASF, MdP 379, c. 18, lettera del 7 novembre 1546; cenni sulla probabile carriera
ecclesiastica, poi non perseguita, dello Strozzi sono in Vita di Piero Strozzi, in ASF, Carte
Strozziane, serie III, n. 75, seconda parte, cc. 145-179 (ringrazio Lorenzo Fabbri per avermi
segnalato questa fonte).
54. ASF, MdP 1172, ins. 3, c. 13, lettera da Pisa, 26 maggio 1546.
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148 Maria Pia Paoli

1568 al 1589 con ampi flashbacks sugli anni Cinquanta risalenti al periodo
in cui Francesco «stette fuora» a combattere: «sono per la maggior parte di
acquisti, crediti, pagamenti, cessioni, paci...».55 Il corsivo dell’ultimo voca-
bolo è originale nel testo ed evidentemente l’editore era stato colpito dal rei-
terato racconto che il Marucelli fa delle paci spontanee avvenute fra lui e al-
tri gentiluomini e militari contro i quali, tra una guerra e l’altra, aveva com-
battuto in duello con spada, pugnale giaco e maniche, o con spada sola in ca-
micia, fino al duello all’ultimo sangue combattuto nel 1556 in Piemonte in
cui perse la vita il suo avversario, un gentiluomo del conte di Bene.56
Queste paci non sottrassero il Marucelli dal ricorso a pareri di «molti
capitani e cavalieri d’onore» dopo che era stato fatto prigione nel 1554
mentre combatteva nella guerra di Siena al comando di Piero Strozzi «luo-
gotenente del re Christianissimo in Toschana» contro le truppe imperiali e
contro il Medici.57 Dovendo decidere se rimanere prigioniero o tornare in
patria al servizio di Cosimo, oppure continuare a servire lo Strozzi, Maru-
celli preferì affidarsi ai consigli di chi esercitava il suo stesso mestiere: «on-
de un giorno gli ridussi insieme el capitano Faustino Crespoldi da Perugia,
simile el capitano Pietro Paolo Tosinghi e molti altri, e li messi in conside-
razione el mio caso...». Accettò alla fine il consiglio più idoneo a un «homo
d’onore», ovvero quello di scegliere la vita e l’onore piuttosto che la patria
e la roba: «onde promessi servire durante le guerre in fra il Re cr[istianis-
si]mo et il Re cattolico, e così feci, e stetti circa a 2 anni in su tal guerra».58
Se nel Trecento “onore di soldato” era espressione antinomica, nel pieno
Cinquecento diventa pleonastica, giustificando la copiosa produzione ico-
nografica e letteraria celebrativa dei condottieri.59
55. Cfr. Ricordanze di Francesco Marucelli uomo d’arme del secolo XVI pubblicate da
Orazio Bacci, Castelfiorentino 1897, p. 6; Isidoro Del Lungo suocero del Bacci gli segnalò
questo manoscritto di proprietà del marchese Cesare Perrone-Compagni, che poi Bacci edi-
tò in parte in occasione delle nozze di Giuseppe D’Ancona con Alice Orvieto.
56. Ivi, p. 15. Il combattimento corpo a corpo con pugnale e in camicia era segno di
coraggio, ma anche costume invalso dopo il declino della cavalleria e il prevalere della fan-
teria (sulla fanteria cfr. M. Arfaioli, The Black Bands of Giovanni: Infantry and Diplomacy
during the Italian Wars, Pisa 2005).
57. Sulla guerra di Siena cfr. R. Cantagalli, La guerra di Siena (1555-1559). I termini
della questione senese nella lotta tra Francia e Asburgo nel ’500 ed il suo risolversi nel-
l’ambito del Principato mediceo, Siena 1962.
58. Ricordanze di Francesco Marucelli, p. 14.
59. Si vedano le osservazioni di F. Cardini, Condottieri e uomini d’arme nel Rinasci-
mento, in Condottieri e uomini d’arme, pp. 110, e ivi, C. Marazzini, La biblioteca del con-
dottiero, pp. 125-141.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 149

Il racconto delle peregrinazioni guerresche del capitano Marucelli co-


pre il decennio 1556-1566, un periodo abbastanza lungo, vissuto frenetica-
mente in tanti luoghi lontani, da un capo all’altro dell’Europa, finché Cosi-
mo I gli fece grazia di tornare alla patria, Firenze, dove mise su famiglia.
Ma questo periodo lungo fu costellato anche da tanti “tempi brevi”, quelli
delle sfide e delle risse in cui si versava sangue, si usavano cortesie resti-
tuendo la spada caduta all’avversario, si «faceva pacie» e si diventava per
sempre amici per poi ripartire per un’altra guerra.60 La mediazione, l’inter-
vento del principe è dunque, come si è accennato, ancora distante da questo
mondo autoreferenziale dei capitani di ventura. Al principe spetta concede-
re o meno il campo franco nei luoghi vicini della sua giurisdizione. In atte-
sa che i provvedimenti ufficiali di Chiesa e Stato condannassero con mag-
gior rigore il duello, il coinvolgimento del duca Cosimo in questioni di sfi-
de appare intenso, tanto che nel 1544 si premura, attraverso una lettera cir-
colare, di confermare a soldati, nobili e a ogni sorte di «huomini da bene»
l’uso sicuro dei campi franchi sui territori di alcuni feudatari compresi nel
suo dominio e giurisdizione, a Montauto, a Monte Santa Maria Tiberina e a
Chitignano:
Volendo noi relevar da ogni dubbio et sospetto che occorresse o potesse nascere in la
mente di qual si voglia che li campi di Monte Aguto,61 di Monte santa Maria, et Chiti-
gnano non sieno franchi, sicuri, et come dicano, a tutto transito, ne è parso fare il pre-
sente testimoniale, con il quale si fa fede a tutti quelli in le cui mani pervenirà come in
ciascuno de’ detti tre campi molti gentil’huomeni, soldati honorati, et altri homeni da
bene di nostra recordatione hanno sicuramente con le armi in mano defeniti le lor que-
rele. Per il che concludendo teniamo che sieno et sciascun d’essi sia delli celebri et si-
curi campi che conceda il dì d’hoggi [...]. Et in testimonio ne havemo fatto il presente
manifesto sottoscritto di nostra propria mano et sigillato del nostro solito sigillo...62

60. Per le dinamiche generali e il contesto storico di questi comportamenti cfr. R. Pud-
du, Il soldato gentiluomo. Autoritratto di una società guerriera: la Spagna del Cinquecen-
to, Bologna 1982, e ora Militari e società civile nell’Europa dell’età moderna (secoli XVI-
XVIII), a cura di C. Donati, B.R. Kroener, Bologna 2007.
61. Il 1° marzo 1540 Federico Barbolani di Montauto, che aveva concesso il campo,
informava Cosimo I circa un duello poi non combattuto fra Matteo Moretti e un certo Gio-
van Battista il cui padrino era Emilio Marescotti bolognese altre volte presente nella docu-
mentazione medicea riguardante i duelli. La lettera è interessante perché descrive minuta-
mente il rito delle armi portate in campo, la loro qualità («una manicha di maglia tamen at-
tacatovi uno mezzo giaco senza scarsella et in oltre certi fili di ferro, una manopola sopra la
quale fu tanta contesa che spirò il tempo senza altrimenti conbattere della giornata»), il ruo-
lo dei padrini, ecc. (cfr. ASF, MdP 343, c. 156).
62. ASF, MdP 2, c. 559.
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150 Maria Pia Paoli

Dal carteggio mediceo si ricava una serie ulteriore di notizie che testi-
moniano dei diversi modi di intervenire in dispute a difesa dell’onore, ov-
vero non solo attraverso pareri per esteso rilasciati dal principe, ma attra-
verso “rescritti” concisi in cui il duca e il suo segretario Lelio Torelli ri-
spondono alle questioni proposte da vari interlocutori. Fu questo il caso del
capitano Giovan Battista Borghesi che nel 1550, avuta in Ancona questio-
ne di etichetta («il vantagio de la strada») con Antonmaria Piccolomini, si
trovò sfidato in un cartello, composto non ad opera del Piccolomini, ma di
un villano, certo Calzone da Castiglioncello, dominio senese, che pare fos-
se stato pagato come sicario «per mazare uno di questa tera», cioè di Anco-
na. Calzone, «homo degnio di stare a contrasto con un capresto e non co
homini di guera», con gran disappunto del Borghesi che lo aveva affronta-
to ad Ancona insospettito della sua presenza in città, rivendicava gli ordini
e le leggi militari per battersi col capitano,
le quali unitamente vogliono che uno maggiore di grado delli beni della fortuna non
possa provocare né fare disonore a uno minore di sé, e faciendolo volendo il minore
avere risentimento per via di armi sia tenuto il maggiore venire a cimento e paragone
di dette arme, essendomi chiuse tutte l’altre vie e volendo io più tosto perdere la vita
che lonore vi dico che nel avermi chiamato poltrone ne mentite e che avete fatto ufitio
da tristo homo e mancato al grado e nobiltà che havete in havermi usato quello mi ha-
vete usato [...] Se non volete dare lultimo saggio dela viltà vostra vi condurete con me
al cimento dellarme, il che volendo fare vi manderò tre campi franchi sichuri secondo
lusanza militare...

Ma agli appelli del rozzo villano che praticava con le bestie non fu sen-
sibile il responso di Cosimo che così rescriveva: «pare a proposito lui deb-
ba muovere al signor Anton Maria Picolomini chome di là è detto e quello
meterà inscrito messere Lelio Torelli».63 Nel frattempo, tra la primavera e
l’estate del 1548, Cosimo era intervenuto in una «differentia di duello» tra
don Cesare e don Fabrizio Pignatelli napoletani, vicenda che all’epoca eb-
be larga risonanza;64 con la prammatica dell’11 gennaio 1540 don Pedro de
63. ASF, MdP 1866, c. 26, sui rescritti di Cosimo I regolamentati da due leggi del 1561
cfr. A. Anzilotti, La costituzione interna dello Stato fiorentino sotto il duca Cosimo I de’ Me-
dici, Firenze 1910, pp. 50-53, e anche E. Fasano Guarini, Produzione di leggi e disciplina-
mento nella Toscana granducale tra Cinque e Seicento. Spunti di ricerca, in Disciplina del-
l’anima, disciplina del corpo e disciplina della società tra medioevo ed età moderna, a cu-
ra di P. Prodi, Bologna 1994, pp. 659-690, ora in Ead., L’Italia moderna, pp. 105-124 e in
particolare pp. 110-111.
64. Cavina, Il sangue dell’onore, pp. 67-68: Cavina riporta il parere rilasciato da Lui-
gi Gonzaga e fondato soprattutto su una crestomazia di exempla.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 151

Toledo viceré di Napoli aveva proibito duelli e cartelli e a partire dal 1541 fi-
no al 1546 altri Stati italiani, da Venezia a Parma, emanarono provvedimen-
ti in tal senso, finché dal 1550 si registra una ripresa di queste pratiche.65
La difficoltà di combattere a Napoli aveva indotto i Pignatelli a chiede-
re al duca di Firenze il campo franco a tutto transito che fu concesso dai Die-
ci Conservatori della libertà e dello stato della Repubblica di Siena, da Car-
lo Gonzaga, da Ippolito conte di Correggio e da Giovanni Mattia del Monte
Santa Maria feudo dello Stato mediceo. Anche il conte di Scandiano Giulio
Boiardo si dichiarò disponibile a concedere il campo franco ai duellanti, a
patto che, prima di entrare nello steccato con le armi in mano, fossero d’ac-
cordo «in tutto quello che al loro abbattimento s’appartiene». Il cartello del-
la sfida fu pubblicato da Cesare Pignatelli a Firenze il 30 giugno 1547, ma
l’accaduto, come sosteneva Cesare, protetto di Cosimo, risaliva all’agosto
1546 quando fu assaltato e offeso dal “creato” di Fabrizio «senza argumen-
to di alterata amicizia & parentado, anzi visitandoci come tra gentilhuomini,
parenti & amici si costuma».66 La triade evocata, gentiluomini, parenti e ami-
ci che si visitano, sottintendeva duraturi meccanismi sociali fondati su rela-
zioni di solidarietà familiare e di ceto peraltro facilmente esposti alla rottura.
Cosimo in una sua lettera inviata da Pisa il 6 maggio 1548 al romano
Giovanni Battista Savelli chiede se la querela nel cartello di don Cesare è
bene esposta o se va meglio dichiarata «esprimendo la specie dell’offesa»
secondo appunto le regole della scienza cavalleresca; oltre al Savelli il du-
ca aveva interpellato il duca di Urbino Guidobaldo II della Rovere, Ottavio
Farnese, Valerio Orsini e Luigi Alessandro Gonzaga. Al Savelli si racco-
manda celerità nella risposta «perché il tempo è breve, fra il quale il S.or
Don Cesare s’ha da presentare al campo dove sen’ha a fare il giuditio».67
I numerosi richiami all’osservanza delle regole rallentavano quel “tem-
po breve” che abbiamo visto protagonista indiscusso nei “combattimenti
singolari” che avvenivano in guerra, tra una battaglia e l’altra. Nel caso dei
Pignatelli il Gotha dei principi e signori dell’Italia centrale fu chiamato a
raccolta, mentre da Napoli il conte Giangaleazzo Sanseverino nell’ottobre
scriveva al segretario mediceo Francesco Vinta, scongiurandolo di fargli re-
capitare «la stampa dei cartelli et allegazioni del duello». Il cavaliere Fabri-

65. Donati, L’idea di nobiltà, pp. 102-103.


66. ASF, MM 129, cc. 32-33.
67. ASF, MdP 11, c. 135, lettera del 6 maggio 1548; sulla questione cfr. ivi anche le cc.
130-133.
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152 Maria Pia Paoli

zio Pignatelli si trovava a Malta a servizio della sua religione quando seppe
che in Napoli era stato affisso un cartello di Cesare. Di fronte alla prolissità
della prosa cavalleresca la ricca documentazione delle corti italiane porta a
galla la rapidità e circolarità di informazioni che consentivano di mantenere
in vita la fitta rete che legava gli uomini d’onore ovunque si trovassero. Fu
così che nella Firenze cosimiana si affermò la cultura dell’onore, nonostan-
te la carenza di una propria letteratura a stampa che era più diffusa nell’area
veneziana, padana, bolognese e romana. La stessa dedica e il dono di opere
ad hoc al duca Cosimo da parte di autori quali il Muzio, il Pigna68 o il San-
sovino tra il 1548 e il 1566 supplisce in parte a questa lacuna e testimonia
del coinvolgimento sempre maggiore di questo principe in materia di duelli
e di scienza cavalleresca. Il Muzio cominciò a cercare contatti con la corte
fiorentina fin dai primi anni Quaranta del Cinquecento; nel 1543 Francesco
Calvo, scrivendo al maggiordomo Pier Francesco Riccio, inviava un parere
del Muzio «fatto per commessione del S.or Marchese del Vasto [Alfonso II
d’Ávalos de Aquino] sopra certa differenza d’honore che segue fra due gen-
tiluomini veronesi, persuadendomi che tali giudicij di Cavalleria siano grati
a Sua Ecc.a [Cosimo I]».69 L’iconografia e alcune orazioni funebri composte
per la sua morte rappresentavano e descrivevano il duca come principe-capi-
tano alla stregua di un cliché condiviso nelle varie corti europee; dopo Cosi-
mo I questa immagine sarà attribuita soprattutto al granduca Cosimo II.70 Ciò
non toglie che il compito precipuo della politica del neoduca e dei suoi suc-
68. ASF, MdP 1866, c. 152: in un’anonima informazione alla corte medicea si menzio-
na il libro sul duello inviato a Cosimo I dal cortonese Giovan Battista Nicolucci detto Pigna
maestro del principe di Ferrara Alfonso II d’Este pregando di dare risposta; il duca rescrive
che «è stato grato».
69. MdP. 1170, inserto 6, c. 296, lettera del 15 agosto 1543. Nel maggio del 1548, pri-
ma che cominciassero a uscire le sue opere, Muzio, in cerca di protezioni autorevoli, invia-
va alla corte fiorentina il testo delle sue Vergeriane (pubblicate poi nel 1550) scritte contro
il concittadino vescovo di Capo d’Istria Pier Paolo Vergerio il Giovane accusato di eresia;
Francesco Vinta ne inviava copia a Cosimo I e così commentava: «La materia è molto lon-
tana dall’arme et da’ duelli, pur se i fondamenti riusciranno veri nel cospetto de’ sacri lette-
rati, sarà il suo ragionamento non meno utile che bello»; e scrivendo all’altro segretario Cri-
stiano Pagni: «mandovi il trascorso ovvero discorso del Mutio che li promesi inviarne uno
alla secretaria. Vedesi che ha studiato e canoni più che li evangelii, et vi sono buone cose.
Arricchitevene e leggetelo» (cfr. ASF, MdP 3101a, cc. 1142-1143, rispettivamente lettera del
17 e del 19 maggio da Milano).
70. Cfr. F. Angiolini, I principi e le armi: i Medici granduchi di Toscana e Gran Mae-
stri dell’ordine di Santo Stefano, in Il Perfetto capitano. Immagini e realtà secoli XV-XVII,
a cura di M. Fantoni, Roma 2001, pp. 183-218.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 153

cessori si fondasse sulla mediazione per la conservazione della pace nello


Stato. Risale al 1548 la legge emanata da Cosimo Del modo di ammettere al
benefitio della Pace pubblica (In Fiorenza, Marescotti, 1613). Molti piani
d’azione si interesecavano. Fra le tante scritture di duelli e paci che i segre-
tari medicei raccolsero per gli anni 1540-1563 e che coprono gran parte del
governo di Cosimo I, meritano attenzione alcuni suoi pareri riportati per
esteso; fra gli altri il parere rilasciato per una mentita intercorsa fra alcuni
membri della famiglia Orsini nel 154671 e, qualche anno dopo, per questioni
insorte fra i napoletani Lucio Agnesi e Giulio Cesare Brancaccio, celebre
condottiero, cantante e scrittore de re militari;72 di nuovo fra il Brancaccio e
Giulio Estense Tassone ferrarese73 e, infine, fra i napoletani don Luigi Parre-
gno e Fabrizio Brancaccio, Marcantonio Dallofredo e Pompilio Caracciolo.74
Di particolare interesse è il parere incentrato sul problema delle testi-
monianze «di udita e di veduta» circa la percossa data al Brancaccio dal-
l’Agnesi nella villa d’Amiens; da notare che il tema delle testimonianze
non è tra quelli contemplati nell’opera del letterato Muzio se si eccettua il
caso di testimoni chiamati al duello, come previsto dalle leggi longobarde,
qualora le loro testimonianze discordassero.75 In generale Cosimo pare più
attento alla tecnica giuridica, civile e canonica, tanto che interviene anche
sulla possibilità per il Brancaccio di «recusare» il cimento nel dubbio che il
suo avversario fosse nato di gentiluomo e di gentildonna prima che fra lo-
ro fosse contratto matrimonio. Visti il manifesto di Lucio Agnesi e le fedi
dei testimoni Federico Borelli, Pier Giovanni Ornano, Napoleone di Livia
Corsi e Bartolomeo Fusti di Castrioch di Urbino, Cosimo concede le lette-
re patenti per il duello.76
Tutto maturamente considerato, diciamo per nostro parere, ogni volta che detti testimo-
ni deponghino con giuramento, citato chi ci havesse interesso, ch’il primo testimonio
che dice di veduta, che l’Agnesi stese la mano contra al Brancaccio et lo toccò, et il

71. ASF, MM 129, cc. 17-31.


72. Sul Brancaccio (1515-1586) cfr. R. Wistreich, Courtier, Singer: Giulio Cesare
Brancaccio and the Performance Identity in the Late Renaissance, Aldershot 2007; sui
Brancaccio e in particolare su Lelio cfr. anche I Farnese. Corti guerra e nobiltà in antico re-
gime, a cura di A. Bilotto, P. Del Negro, C. Mozzarelli, Roma 1997, ad indicem.
73. Sulla famiglia Tassoni di Modena, giunta a Ferrara nel XV secolo con Pietro capo
di fanti, cfr. E. Guerra, Soggetti a ribalda fortuna. Gli uomini dello Stato estense nelle guer-
re dell’Italia quattrocentesca, Milano 2005, pp. 142-155.
74. ASF, MM 129, cc. 34, cc. 59-64, c. 87.
75. Muzio, Il duello, p. 181.
76. ASF, MM 129, c. 34 e c. 65.
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154 Maria Pia Paoli

quarto che li dette una percossa con la mano et il secondo che li vide menar le mani e
che al parer suo l’Agnesi fu il primo a dar al Brancaccio et il terzo dice d’udita, prova-
no abastanza la percossa secondo che suonano et importano i loro detti, et che il Bran-
caccio per altre testimonianze legittimamente come di sopra fatte con giuramento et ci-
tato l’Agnesi può mostrar ragionevolmente le fedi di detti testimoni false, et le sue pro-
ve idonee et sufficienti a provar la negativa, se saranno in numero et qualità et detti ba-
stanti a questo; et se tra il padre et madre dell’Agnesi prima o doppo la sua nascita seguì
matrimonio egli è stato et è veramente legitimo et non può essere recusato, massime
sendo conversato onoratamente fra nobili et persone di honore, come si presuppone.
Tutto intendendo salva la verità del fatto et miglior informatione et opinione...

Altro parere dato in Pisa il 9 marzo 1548 è interessante per il tenore so-
lenne dell’esordio:
Non abbiamo giammai reputato alieno dall’offitio del Principe il far parte della sua
protettione a’ cavalieri et gentiluomini che per liberare dalle tenebre della ignoranza ed
delle calunnie il loro honor ricorrono all’autorità et presidio del suo tribunale come
nuovamente ha fatto il nobile cavalliere Don Luis Parregno proponendoci il seguito tra
lui et il signor Fabrizio Brancazio il quale secondo il deposto di alcuni testimoni fuor
di giudizio esaminati trovandosi a cavallo accompagnato da due altri et facendo vista
di far cacciata lo sopraggiunse dopo le spalle et percosse di bacchetta onde rivolto don
Luigi et posto mano alla spada verso il Brancazio et postolo in fuga a tutta briglia ne
potendolo giugnere si rivolse a quelli che accompagnandolo lo havevano favorito et
aiutato...

Il Brancaccio, che stava a Messina, non si presentò e rifiutò il duello


con spada e cappa. La conclusione di Cosimo è piuttosto concisa e a favo-
re del Parregno: «per le quali ragioni et alcune altre che per brevità si la-
sciano si può concludere chel Parregno rimane honorato cavaliere et il
Brancazio mancatore del suo debito salvo ogni miglior opinione...».77
Al tempo breve dei cimenti corpo a corpo anche Giulio Cesare Bran-
caccio, ormai più attratto dalla vita di corte, avrebbe voluto sfuggire quan-
do nel 1559 insorse questione fra lui e Giulio Estense Tassone; il luogo,
dunque, ancora quello lontano del suolo francese. Di fronte alle dicerie e
dispute verbali accampate dal Brancaccio, il Tassone nel suo lungo manife-
sto a stampa rivendica il ruolo della giustizia dei cavalieri che «non sta con-
siderando i puntigli, i rivolgimenti, i ritorcimenti & le sciocche interpreta-
zioni di parole. Ha ella la cura tutta all’animo del cavaliere & secondo quel-
lo fa il giudicio suo...». Alludendo al comportamento del Brancaccio, Tas-
sone arriva al cuore di un problema molto dibattuto:

77. Ivi, c. 65.


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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 155

potrà consolarsi di questo, che quella opinione di lui che si diminuirà tra Cavalieri,
s’accrescerà tra le genti de’ tribunali Ciuili che per lo innanzi l’hauranno per un rigo-
roso oppositore di testimoni & per un cavilloso interpretatore di parole.78

Cosimo col suo parere ricompone la vertenza evocando il «foro del-


l’honore dove s’attende pienamente il vero...», per cui la mentita data dal
Tassone non è ritenuta corretta in quanto nel suo cartello non si leggevano
le parole dette dal Brancaccio e «dunque è manifesto che le mentite non vi
truovano cosa dove colpischino et vengono a ferire il vento, et restar vane
secondo la nostra opinione...».79
Il vento «ferito dalle parole» non è la sola screpolatura introdotta nel
mondo apparentemente autoregolato di capitani, cavalieri e gentiluomini;
ai pareri di Cosimo sulle formalità di scrittura dei duelli e dei cartelli di sfi-
da si alterneranno con maggior frequenza le «paci aggiustate» dal segreta-
rio Lelio Torelli e dall’auditore fiscale Alfonso Quistelli che come giurista
fu impiegato dal duca anche in leggi e cause criminali.80 A Cosimo preme-
va sottolineare il valore delle testimonianze. Su questo punto, infatti, verte
il parere dato nel 1553 sulla validità della mentita intercorsa fra Marcan-
tonio Dallofredo e Pompilio Caracciolo. Le testimonianze raccolte contro
Marcantonio, essendo i testimoni «stati examinati fuori d’ogni forma giuri-
dica non per alcuna corte di magistrato pubblico, ma andati spontaneamen-
te ad instanza delle parti dal notaio et molti di loro deponendo uniti et me-
scolati insieme in un tempo», furono considerate dal duca poco attendibili
proprio perché date individualmente «in confuso, et d’udito»; erano invece
attendibili, a detta del duca, quei testimoni che «in Brindisi avevano depo-
sto giudizialmente e particolarmente per li officiali della regia corte». Mar-
cantonio restava dunque «honorato cavaliere come sempre».81

78. Ivi, cc. 91-101 e p. 93 del manifesto a stampa.


79. Ivi, c. 109.
80. La carica di auditore fiscale a Firenze fu istituita nel 1543; avendo compiti di con-
fisca in seguito a condanne per reati, questo funzionario ebbe sempre maggiore occasione di
collaborare col duca in affari criminali entrando in collisione anche col tribunale degli Otto
(cfr. E. Fasano Guarini, The Prince, the Judges, the Law: Cosimo I and Sexual Violence, 1558,
in Crime, Society and the Law in Renaissance Italy, a cura di T. Dean, K.J.P. Lowe, Cambrid-
ge 1994, pp. 121-141, ora in Ead., L’Italia moderna, pp. 157-174); sui segretari medicei cfr.
F. Angiolini, Dai segretari alle segreterie: uomini ed apparati di governo nella Toscana me-
dicea (metà XVI secolo-metà XVII secolo), in «Società e storia», XIV (1992), pp. 701-720, e
Id., Principe, uomini di governo e direzione politica nella Toscana seicentesca, in Ricerche di
storia moderna IV in onore di Mario Mirri, a cura di G. Biagioli, Pisa 1995, pp. 459-481.
81. ASF, MM 129, c. 87.
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156 Maria Pia Paoli

La prova testimoniale sulla quale Cosimo mostra di insistere in varie


occasioni porta acqua al mulino dei tribunali civili osteggiati, come abbia-
mo visto, dalle leggi della cavalleria. Appena un anno prima anche Camil-
lo Castiglione con un lungo cartello a stampa in data di Mantova contesta-
va a Bartolomeo Del Monte di voler salvarsi l’onore con i testimoni piutto-
sto che con le armi; la vertenza era insorta fra soldati in circostanze di
guerra che fanno capo all’episodio di una resa, di una prigionia e di una ta-
glia che pendeva sulla testa del Castiglione. Questi, comprendendo che
l’avversario voleva lasciare la «via de’ Cavaglieri» per avviarsi al «sentie-
ro delle liti & del giudicio ordinario», gli propone «il giudicio d’un princi-
pe d’Italia che non sia sospetto» e che possa decidere quale dei due sia «le-
gittimamente & veramente mentito». Di certo si pensava anche all’inter-
vento di Cosimo come arbitro. Il Castiglione facendo questa sua ultima of-
ferta prospetta l’alternativa legale come una fuga e così dice apertamente al
Del Monte:
ma quando non accettiate questa ultima offerta mia in termine d’un mese vi fo sapere
ch’io non procederò più in lungo con voi & mi goderò che ’l mondo conosca che la vo-
stra bravura si sia così subitamente fuggita nel sicuro porto delle liti...82

L’allusione alla giustizia dei tribunali qui evocata dal Castiglione come
un porto sicuro va intesa come soluzione alternativa, e forse ormai preferi-
ta alla monomachia.
In un altro parere di Cosimo per la prima volta affiora il riferimento agli
«antichi ecclesiastici divieti» in materia di duelli dai quali, dichiara, mai vor-
rebbe discostarsi; si riserva tuttavia di pronunciarsi sull’onore di Celio Ric-
co che a Messina aveva avuto questione con Dionigi Pipino, dichiarando di
agire «ad intentione di tor via materia di più lunghe et moleste contese te-
nendo il patrocinio della verità come ad ottimi Principi si conviene».83
Arrivare alla pace, lo si è visto nel caso del capitano Marucelli, non
sempre implicava il ricorso a un arbitro, e del resto il presupposto ritenuto
anche dalla dottrina come elemento indispensabile per stringere una pace
vera era quello della spontaneità. L’unica pace che inframezza la lunga se-

82. Il cartello datato Mantova XVIII dicembre M.D.LII è sottoscritto dal Castiglione,
da Vespasiano Gonzaga Colonna, da Federico Gonzaga, e da Antonio de Hippoliti conte di
Gazoldo; un altro cartello a stampa comparve a Pesaro nel 1556 ad istanza di Bartolomeo
Del Monte.
83. Ivi, cc. 80-81: in questo parere manoscritto Cosimo conclude che Celio non ha
mancato al suo onore.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 157

quela di cartelli e manifesti di sfida84 del periodo di Cosimo I non si conclu-


se col suo intervento diretto, ma fu appunto spontanea e avvenne nell’otto-
bre del 1558 sul campo franco concesso da un suo feudatario, il marchese
Giovanni Mattia Del Monte, a due gentiluomini napoletani, Vincenzo Cape-
ce e Francesco Iuvara. Ne fa fede il Del Monte che, descritte minutamente la
tenzone e le armi usate da offesa e da difesa, riporta i dialoghi intercorsi fra
i duellanti con le ripetute richieste da parte di Vincenzo a che Francesco si
arrendesse dopo che gli era caduta la spada fuori dallo steccato; l’accordo fu
raggiunto perché Francesco fece ammettere a Vincenzo che se avesse ben
conosciuto l’avversario non gli avrebbe tolto l’onore come aveva fatto:
e così s’abbracciorono insieme e bascioronsi in detto campo e fu gridato pace, pace ri-
tornandosi ognuno al suo padiglione con suoni di trombe e di tamburi e il medesimo fu
fatto da ciascheduno di loro tornandosi a’ loro alloggiamenti e per il uero harem fatto
la presente per il nostro cancelliere e sottoscritta di nostra mano e suggellata col nostro
solito suggillo data nel Monte alli iij d’8bre lviii.85

Tra il 1560 e il 1574, anno della morte di Cosimo, la documentazione


medicea annovera una decina di vertenze che si prospettano come sfide a
duello, ma già con lettera del 18 febbraio 1564 il duca avvertiva il capitano
Ubertino Ubertini della svolta cui occorreva uniformarsi e che si fondava
sui decreti conciliari emanati a Trento: «Voi dovete saper quanto ci dispiac-
cia per la abusione de duelli et quanto ella venga detestata dal Concilio tri-
dentino il quale unitamente l’ha proibita».86
Spetterà ai suoi successori, come vedremo, far applicare questa proibi-
zione per lasciare più spazio all’arbitrato nei negozi di paci fra privati ai
principi e principesse Medici, oltre che ai loro ministri e segretari. Al ri-
chiamo di Carlo Borromeo arcivescovo di Milano, il granduca Francesco I
de’ Medici, figlio di Cosimo, rispondeva con deferenza:
Io ho sempre avuto per mira di osservare li decreti del Concilio, et però non permetto,
né ho permesso mai che nelli stati miei si dia campo franco ad alcuno combattente et
tanto meno lo farei dove intervengono li ricordi et i prieghi della S.V. ill.ma, sì che stia
pur sicura che quei Gentilhuomini Romani non haveranno per l’abbattimento loro co-

84. A essere coinvolti sono una novantina di personaggi della nobiltà romana, napole-
tana, padana, bolognese, veneziana; fra i pochi toscani oltre al Tosinghi e al Taddei, Pandol-
fo Pandolfini, Francesco Carnesecchi, Lanfredino Cellesi, Piero Gatteschi, Bonaccorso da
Colle, Camillo Castiglione.
85. Ivi, c. 90.
86. ASF, MdP 219, c. 276, lettera da Pisa, 18 febbraio 1564. Ubertini si trovava a
Empoli.
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158 Maria Pia Paoli

modità né concessione nessuna ne’ luoghi miei et volentieri se io potessi mi affatiche-


rei per rappacificarli, ma non posso già vietar loro il passare innanzi et in dreto per la
mia iurisdictione essendo ella libera, senza però che mi sia partecipata da loro alcuna
loro trattazione, et senza che per le loro contese possano sperar da me né aiuto né fo-
mento veruno.87

Ma, come vedremo, saranno ancora molte le trasgressioni compiute in


città e in tutto lo Stato.

2. Al Canto alla Paglia: i luoghi vicini e gli arbitri “letterati”

Il vivere more nobilium nella mercantile Firenze si affermò gradual-


mente dopo il passaggio dalla repubblica al principato.88 Le testimonianze di
questo cambiamento sono ancora da indagare non tanto alla luce dei vari pa-
reri e trattati su che cosa significasse essere nobile a Firenze, quanto dello
stile di vita delle famiglie fiorentine. Qualche contributo a questo tema di in-
dagine proviene da alcune fonti meno conosciute, una serie di scritture com-
poste per dirimere, possibilmente in via pacifica, «casi cavallereschi» detti
anche «casi duellari» che coinvolgono persone molto giovani, in genere
menzionate col termine assai duttile di “gentiluomini”, protagoniste delle
risse e dei vari omicidi puntualmente annoverati nelle cronache cittadine del
tempo per tutto il Cinque-Seicento.89 A riprova di come i divieti poco in-
fluissero su certi costumi, Giuliano De’ Ricci il 10 aprile 1574, giorno del
sabato santo, annotava nella sua cronaca un grave abuso solito commettersi
proprio nella settimana santa: «Fra gli altri pessimi abusi che sono nella cit-

87. ASF, MdP 257, c. 180, lettera del 27 luglio 1582.


88. Alcuni manifestarono disagio verso il costume cortigiano rimpiangendo il vivere
repubblicano; fra gli altri Paolo Mini (cfr. M.P. Paoli, Nuovi vescovi per l’antica città. Per
una storia della chiesa fiorentina fra Cinque e Seicento, in Istituzioni e società in Toscana
nell’età moderna, Firenze 1994, 2, pp. 748-786, e anche Ead. Di madre in figlio. Per una
storia dell’educazione alla corte dei Medici, in «Annali di storia di Firenze», III, 2008, pp.
65-145).
89. Cfr. G. de’ Ricci, Cronaca (1532-1606), a cura di G. Sapori, Milano-Napoli 1972
(voce duelli ad indicem, p. 596); ASF, Manoscritti 160: G.B. de’ Ricci, Ricordi dal 10 apri-
le 1637 al 19 settembre 1678 e ASF, Manoscritti 161, inserto 4, Memorie storiche di Firen-
ze dal 1640 al 1681; BNCF, Ms. Magliabechi XXV, 42 Bisdosso o vero diario di Francesco
Bonazini, in due tomi e ora edito (cfr. Bisdosso o’ vero diario del Pastoso. A Firenze, in Ita-
lia, in Europa nel Seicento, a cura della Sovrintendenza Archivistica per la Toscana, Firen-
ze 1999, voll. 1-3).
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 159

tà nostra ce ne è uno importantissimo: che gli huomini per potersi comuni-


care la Pasqua di Resurrexione secondo il precepto della Chiesa si indugio-
no a fare le vendette delle offese ricevute tutt’in verso la settimana santa...».
Il principe Francesco dal canto suo non esitava a concedere sfide: «Addì 19
di detto 8 aprile 1574 con licentia del serenissimo principe feciono quistio-
ne il cavaliere Luigi di Matteo Bonsi et Cornelio di Francesco Altoviti. Re-
stò ferito l’Altoviti di 2 ferite importantissime nelle gambe. Morissene».90
Il 21 aprile di quello stesso anno moriva Cosimo I lasciandosi dietro le
spalle una città per molti versi ancora indisciplinata e teatro di intemperan-
ze giovanili spesso letali.91
Se la gioventù dei duellanti appare un dato antropologico ben sottoli-
neato da Billacois,92 i più maturi consiglieri di cui ci occuperemo qui sono
un poliedrico uomo di lettere fiorentino, l’ex antimediceo e storico Bene-
detto Varchi, il giurista e poeta pisano Annibale Nozzolini, il segretario me-
diceo Andrea Poltri e il letterato Ludovico Adimari.93 Mediatori accreditati
come il professore di diritto civile Nozzolini o mediatori occasionali come
il Varchi sono sicuramente la punta di un iceberg che nel lungo periodo si
90. G. de’ Ricci, Cronaca, pp. 84-85.
91. Cfr. E. Fasano Guarini, Gli “ordini di polizia” nell’Italia del Cinquecento: il caso
toscano, in Policey im Europa der Frühen Seit, a cura di M. Stolleis, K. Härter, L. Schilling,
Frankfurt am Main 1996, pp. 55-95, ora in Ead., L’Italia moderna, pp. 125-156; e in gene-
rale Crime, Society and the Law.
92. Billacois, Le duel, pp. 120-125.
93. Su Benedetto Varchi (1503-1565) cfr. Benedetto Varchi 1503-1565, Atti del conve-
gno, Firenze 16-17 dicembre 2003, a cura di V. Bramanti, Roma 2007; S. Lo Re, Politica e
cultura nella Firenze cosimiana. Studi su Benedetto Varchi, Roma 2008; cfr. anche B. Var-
chi, Lettere 1535-1565, a cura di V. Bramanti, Roma 2008, e in particolare le pp. 153-168
dove sono riedite le lettere del Varchi che interessano il suo Discorso cavalleresco compo-
sto per il capitano Francesco Medici e l’abate Pandolfo di Luigi Rucellai (ringrazio molto
Vanni Bramanti per avermi segnalato questo testo del Varchi). Il dossier relativo alla verten-
za cavalleresca di cui si occupò il Varchi è in B. Varchi, Lezioni su Dante e prose varie, a cu-
ra di G. Aiazzi, L. Arbib, Firenze 1841, 2, pp. 133-229, e in B. Varchi, Opere, Trieste 1858-
1859, 2, pp. 755-781.
Annibale Nozzolini fu professore di diritto civile nello Studio pisano fra il 1553 e il
1575; le sue rime e i suoi consigli e lettere in materia di duelli si trovavano manoscritti in va-
rie biblioteche private fiorentine tra cui quella di Carlo Strozzi. Dalle dediche delle sue Ri-
me edite a Lucca nel 1560 da Vincenzo Busdraghi si evince che Nozzolini fu molto legato al
marchese Alberico Cybo di Massa e che visse almeno per un periodo alla sua corte (cfr.
BNCF, Mss. Magliabechi IX, 7, c. 933r e v; cfr. anche Storia dell’Università di Pisa 1343-
1737, vol. 1**, a cura della Commissione rettorale per la storia dell’Università di Pisa, Pisa
2000, ad indicem).
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160 Maria Pia Paoli

accrescerà, portando alla luce una serie di arbitri che affiancano i granduchi
e le granduchesse coi loro segretari nel raggiungimento di accordi extragiu-
diziali fra le parti. Nel corso del Seicento gli attori e i motivi delle contese
affidate all’arbitrato del principe avranno meno a che fare col punto d’ono-
re classicamente inteso fondato sull’ingiuria, l’offesa, la mentita e la men-
tita per la gola.
I nostri arbitri letterati si muovono in un ambito sociale in cui ancora
protagonista è il ceto militare e nobiliare. Il coinvolgimento del Varchi nel
dirimere la questione insorta nel 1555 fra il capitano Francesco di Galeotto
Medici e l’abate Pandolfo di Luigi Rucellai resta per molti versi da chiari-
re. È interessante tuttavia il suo approccio al lessico e al costume cavallere-
sco che indubbiamente lo attrasse fin da quando con minuzia di particolari
descrisse nella sua storia fiorentina, unico fra gli altri storici di Firenze, Ja-
copo Nardi, Bernardo Segni, Giovan Battista Adriani e Scipione Ammirato,
il celebre duello fra Ludovico Martelli e Giovanni Bandini. Al combatti-
mento partecipò insieme a Ludovico anche Dante di Guido da Castiglione.
La sfida risaliva al 1530, anno dell’assedio di Firenze da parte delle truppe
pontificie e imperiali; vi persero la vita il giovane Bertino Aldobrandi che si
cimentò a fianco del Bandini e, per le ferite riportate, anche Ludovico Mar-
telli che morì alcuni giorni dopo lo scontro col rivale. Il cartello di sfida
composto da Silvestro Aldobrandini, padre di Ippolito che fu poi papa Cle-
mente VIII, fu pubblicato da Giuseppe Canestrini a metà Ottocento:94 Disfi-
da di Lodovico Martelli e di Dante da Castiglione, Fiorentini, dalla parte
della città, contro Giovanni Bandini, Bertino Aldobrandi dalla parte del
papa e imperatore, assedianti la città. In gioco c’era, recitava il cartello, la
«cara libertà» dei fiorentini in armi accusati dal Bandini e dai suoi accoliti
di non avere «vera milizia» al paragone di quella degli assedianti. Ai «gio-
vani fiorentini et nobili» si rispondeva che così si «mentiva per la gola».
Fatto sta che l’amor patrio di questa vicenda tanto celebrata nella letteratu-
ra romantica convinse poco il Varchi, che ne attribuì la causa a una donna,
Marietta de’ Ricci:
La legge della Storia mi sforza a dire quello ch’io volentieri taciuto arei, e cioè che il
rancore tra Lodovico e Giovanni era nato per cagione di donna, la quale essendosi mo-
stra più favorevole a Giovanni che a Lodovico, lo mosse a far quello che fece per di-
mostrarle che né anco nell’armi non era da meno del suo rivale.

94. Cfr. Documenti per servire alla storia della milizia italiana, pp. LXXXVI-
LXXXVIII. Canestrini trascrive il documento che trae dall’Archivio delle Riformagioni
Classe XI, Dist. IV, n. 1, Doc. 3.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 161

Lo sfarzoso e colorato abbigliamento dei due combattenti «sopra due


cavagli turchi di meravigliosa bellezza e valuta» è descritto nei dettagli dal
Varchi e così tutte le fasi del duello, il ruolo dei padrini più o meno reniten-
ti a esporsi nel cimento, la tecnica dei colpi usati, le ferite inferte, le parole
pronunciate sul campo franco. La dimensione solenne e spettacolare dei
duelli che si tradusse in molte opere letterarie era, tuttavia, destinata a scom-
parire.95 A distanza di una ventina d’anni dall’accaduto Varchi introduce nel-
le pagine della sua storia commenti che riguardano l’evoluzione del concet-
to di onore e del duello giudiziario d’onore legato a delle precise modalità di
combattimento. Varchi distingue fra gentiluomini e «soldati moderni»:
Combatterono in camicia, cioè calze, e non giubbone, e la manica della camicia della
mano destra tagliata fino al gomito, con una spada e un guanto di maglia corto nella
mano della spada, senza niente in testa, arme veramente onorata e da gentiluomo, e
massimamente che i soldati moderni si fanno falsamente a credere, che l’usare ne’
duelli armi difensive sia cosa che non dimostra audacia, e conseguentemente biasime-
vole, come se dove va, oltre la vita, l’onore, si potessero tante cautele pensare, che non
fussero poche.96

A proposito del comportamento tenuto nell’ultima fase del duello dal


padrino di Ludovico Martelli, Pagolo Spinelli «cittadino e soldato vecchio
di grandissima sperienza», esprime un giudizio negativo sulle leggi e sul-
l’usanza dei duelli, vera per i soldati moderni, «ma secondo il vero [...] fal-
sissima [...] conciosiacossaché tra’ cavalieri onorati non solo non s’hanno a
cercare i vantaggi di sorta alcuna nel combattere a solo a solo, ma a rifiuta-
re quantunque fossero offerti spontaneamente dagli avversari».97
La dimestichezza del Varchi con questi argomenti si raffina e prende
una piega diversa nel Discorso cavalleresco composto nel 1555 per il capi-
tano Francesco de’ Medici; al testo fanno da corredo una «informazione del
capitano Francesco de’ Medici a Sua Eccellenza illustrissima» (il duca Co-
simo I), una «opinione e non si sa da chi fatta in favore dell’abate Rucel-
lai», una lunga risposta del Varchi a questa opinione, alcune lettere del Var-
chi, di cui cinque scritte al capitano Medici e una all’abate Pandolfo Rucel-
lai, e infine una lettera di Cosimo I al Rucellai del 30 novembre 1555.98 Al-
95. Erspamer, La biblioteca, e in particolare le sue osservazioni sullo spazio del duel-
lo, pp. 149-154.
96. B. Varchi, Storia fiorentina... con i primi 4 libri pubblicata per cura di G. Milane-
si, Firenze 1858, 2, p. 233.
97. Ivi, pp. 231 e 235.
98. Varchi, Lezioni.
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162 Maria Pia Paoli

l’origine della vicenda uno schiaffo dato dal capitano all’abate colpevole
non solo di aver «praticato» una certa Lena che «la città di Fiorenza» con-
siderava donna di mala fama, ma di averla introdotta in casa di Marietta
Rucellai suocera del capitano e zia dell’abate Pandolfo. Il Rucellai figlio di
Luigi e di Dianora Della Casa, sorella di monsignor Giovanni Della Casa,
era dunque parente del Medici. Una serie di altri episodi ritenuti dal capita-
no offensivi per lui e sua moglie lo riempirono di collera, sopita fino al
giorno in cui, insieme agli amici Battista Carnesecchi e Filippo Mannelli,
incontrò sulla piazza di Mercato Nuovo il Rucellai in compagnia del medi-
co di corte Andrea Pasquali e gli dette una «ceffata», apostrofandolo e an-
nunciandogli di essere pronto a «far questione»; al che l’abate rispose che
era prete e non atto a battersi. Andandosene a casa e arrivato al Canto alla
Paglia il giovane capitano vide di lontano l’abate accompagnato da quattro
bolognesi e da un volterrano «e – narra – subito m’indovinai che volessero
far questione»; venuti alle mani, Francesco fu citato agli Otto e «sostenu-
to», ovvero tenuto in prigione per sei giorni. Dalla narrazione del fatto e
dalla lunga risposta del Varchi basti qui estrapolare alcuni elementi chiave:
i luoghi vicini,99 ovvero la piazza del mercato, il Canto alla Paglia, la piaz-
za di S.E.I. detta anche piazza del Granduca, «la quale come ogn’un sa è
franchigia»; i personaggi intervenuti, tra cui messer Ercole Pasolino che,
non direttamente offeso, fu l’unico a farsi avanti per affrontare con la spa-
da il capitano in difesa del Rucellai, e infine la riposta del Varchi che riven-
dica a sé il ruolo di «filosofo morale», chiamato in causa per vedere «se fra
costoro si può onoratamente fare pace ed in che modo»:
Alla qual cosa prima che si risponda, mi pare che si debba vedere in qual grado d’ono-
re si ritruova ciascuno di questi tre. Il signor Abate, il capitan Francesco, e Messer Er-
cole. Ed innanzi che io faccia questo, voglio dire e quasi protestare che non facendo io
professione d’armi né di dare simili giudizi, non intendo di pregiudicare in modo alcu-
no a persona veruna, dirò bene liberamente tutto quello che a me parrà che si conven-
ga e sia vero secondo la Filosofia Morale, alla quale sola prima e principalmente ap-
partiene trattare dell’onore e dell’ingiurie, e per conseguenza del duello e delle paci.

Varchi sa bene che non tutti la pensano così: chiunque si occupa di ta-
li materie d’onore, «o filosofi, o dottori o soldati che siano», deve, perciò,
giudicare almeno con imparzialità; facendo altrimenti, sarebbero intervenu-

99. A questo riguardo si vedano le osservazioni di F. Erspamer a proposito dei duelli di


Benvenuto Cellini che avvenivano a Firenze fra la Porta San Gallo e la Porta a Pinti o nelle
osterie come egli stesso narra nella sua autobiografia (Erspamer, La biblioteca, pp. 149-150).
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 163

ti i castighi delle leggi civili e canoniche e, «secondo l’uso e lo stile di ca-


valleria», anche l’infamia.
...onde non s’io non sono del tutto ingannato, grandissimo obbligo ha il mondo ed in-
finite grazie deve rendere a Messer Girolamo Muzio, il quale primo, per quanto sappia
io, n’ha favellato e scritto non solo con eloquenza, ma con giudizio e con verità, ed il
medesimo dico di messer Giovambattista Possevino, anzi tanto maggiormente, quan-
to il Muzio si fonda per lo più sopra l’uso e la pratica, ed il Possevino sopra la ragione
e la politica de’ costumi.100

Varchi dice chiaramente di prendere le distanze dal trattato sul duello


di Andrea Alciati il cui impianto era considerato troppo giuridico e presta
maggior fede «a un capitolo solo del Muzio o del Possevino che a tutto
quello che l’Alciato dice».101
In sintesi Varchi mette a fuoco le peculiarità della scienza cavalleresca
italiana che come hanno sottolineato gli storici odierni, da Donati a Erspa-
mer ad Angelozzi a Cavina, tentava di rendersi autonoma dalle “sofistiche-
rie” dei giuristi, dalle leggi civili e canoniche e dall’esperienza pura, transi-
tando piuttosto nell’etica e nella politica. Oltre al Muzio e al Possevino,
Varchi evoca i nomi di due coevi e rinomati professori d’onore, l’averroista
commentatore di Aristotele Antonio Bernardi, vescovo di Caserta, origina-
rio della Mirandola, e il pesarese Giangiacomo Lionardi di Montelabate,
segretario di Francesco Maria Della Rovere.102 Rucellai in virtù del suo «ca-
rattere» di ecclesiastico poteva dirsi solo «offeso» ma non «incaricato»
(cioè obbligato a rispondere all’offesa) e, non potendo battersi in duello,
non perdeva l’onore né poteva riacquistarlo («gli steccati furono aperti non
per vendicare l’ingiurie ricevute, ma riacquistare l’onore perduto»). Varchi
ritiene che per fare la pace onoratamente ciò possa avvenire anche cristia-
namente «senza dar soddisfazione nessuna da alcuna delle parti», ma che,
intendendo procedere «secondo la Filosofia e cavallerescamente la pace si
può e si deve fare, ma con alcuna soddisfazione». La Natura e Dio sono
chiamati in causa per introdurre nel ragionamento il concetto di perdono
che merita colui che ha errato, a patto però che non persista nell’errore. L’a-

100. Varchi, Lezioni, pp. 141-142.


101. Il riferimento è ad A. Alciati, Il duello, Venezia, Valgrisi, 1544, prima edizione
italiana in volgare; la princeps è quella latina uscita a Parigi nel 1541.
102. Varchi, Lezioni, p. 158, e si veda anche la lettera del Varchi a Francesco Medici
scritta da Firenze il 16 maggio 1555 per cui si rinvia all’edizione del Bramanti, B. Varchi,
Lettere, pp. 154-157: su Antonio Bernardi cfr. P. Zambelli, Bernardi Antonio, in DBI, 9, Ro-
ma 1967, pp. 148-151; sul Leonardi cfr. supra, nota 47.
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164 Maria Pia Paoli

bate, dal canto suo, non ha facoltà di vendicarsi, ma deve ricorrere alla “via
ordinaria”, ovvero alle leggi e ai magistrati.103
Preoccupazione ricorrente nelle parole del Varchi è quella, tipica in que-
sti testi del Cinquecento, delle «voci del volgo», attore che resta sullo sfon-
do, pur essendo partecipe di questo scenario epico calato nella realtà cittadi-
na. Particolare valore assume in tutta la vicenda l’exemplum preso dall’at-
tualità e che si trova nella risposta data in difesa dell’abate Rucellai al Di-
scorso del Varchi, testo che Giovan Girolamo de’ Rossi faceva già circolare
a Roma. All’autore del Discorso si contesta il non avere data «audienza al-
l’una e all’altra parte» come sostenevano che si dovesse fare Andrea Alcia-
to, il duca di Urbino e lo stesso Cosimo I, ritenuto ormai un’autorità in fatto
di testimonianze: «e il signor duca di Firenze dice che nelle cose dell’onore
si ricerca l’espressione del particolare, nella cui espressione si viene in noti-
zia dell’intenzioni, la qual come sapete, è la vera regola dell’onore».104
Nelle lettere scritte ai principali protagonisti di questa vicenda il Varchi
esprime a un certo punto anche il timore di non avere tanto da vivere per
vedere conclusa la pace alla quale dice di tenere pur non facendo «né pro-
fessione d’armi né di cavaliere, ma solo di filosofo [...] né essendo de’ Me-
dici, né capitano» e nemmeno giudice, ma semplice consigliere amante del-
l’equità; ai suoi detrattori risponde ricordando gli studi legali compiuti in
gioventù: «e se sapessero che l’Autore del discorso studiò già leggi, e non
gli piacque mai che cosa nessuna si giudicasse secondo il rigore, ma tutte
secondo l’equità, la quale tiene egli che sia la forma ovvero l’anima di cia-
scuna legge, non arebbono detto quello che dicono».105 Non c’è onore se
non è ispirato a un fine onesto e razionale, cosa per cui è nata la cavalleria.
Il capitano Medici non aveva agito con premeditazione ma spinto da «im-
peto d’ira»; Varchi sottolinea l’importanza delle circostanze attenuanti por-
tando a modello i veneziani che «diversificano grandissimamente le pe-
ne».106 Delle auctoritates (Muzio, Alciato, Budé) Varchi fa un uso critico,
discostandosi dal mero principio di autorità inclusa quella dei Principi e ri-
spondendo in terza persona alle obiezioni, così conclude: «egli sa che i
Principi si debbono ubbidire, e gli ubbidisce, ma nei casi delle lettere e do-

103. Varchi, Lezioni, pp. 151-152.


104. Ivi, pp. 167-168.
105. Ivi, pp. 205-206.
106. Ivi, p. 197; in generale cfr. C. Povolo, L’intrigo dell’onore. Poteri e istituzioni
nella repubblica di Venezia tra Cinque e Seicento, Verona 1997.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 165

ve ne va l’onore, non crede all’autorità dei filosofi, non che a quella dei
Principi, ma solo alle ragioni della Natura stessa, la quale, come infallibile,
è e deve essere regola di tutte le cose».107 Dettata questa ultima risposta «in
cinque ore», come aveva promesso, il Varchi si congeda; l’ultima parola
spetta al duca Cosimo che scrive al Rucellai prendendo atto della sua buo-
na disposizione alla pace a prescindere che sia il principe l’arbitro prescel-
to; alla lettera allega in copia il Complimento di scusa che il capitan Fran-
cesco de’ Medici dovea fare all’abate Pandolfo Rucellai, nel quale si evo-
ca il perdono ancora genericamente inteso:108
Io non doveva fare contra la persona vostra quello che feci, e avendovi per gentiluomo
onoratissimo, conosco che errai e feci quello che io non doveva fare, del che m’incre-
sce e mi duole e me ne pento, e vi dimando perdono, e pregovi mi vogliate per amico.
E perché sono venuto qui per darvi pienamente tutto quello che vi si viene, quando
queste parole non bastino, sono apparecchiato d’eseguire tutto quello che il signor
Conte di Montelabate giudicarà ragionevole che io debba fare, e da ora mi rimetto li-
beramente in questo caso al giudizio di S.S. Illustrissima, pregando ec.109

Il Discorso del Varchi rappresenta un condensato significativo della


magmatica scienza cavalleresca di cui molti volevano appropriarsi anche
aggirando l’arbitrato del principe. Altro personaggio chiave di questa storia
è il giurista, nobile pisano, Annibale Nozzolini, che fra il 1561 e il 1562
compose vari «consigli duellari» sotto forma di lettere rimaste manoscritte.
Nozzolini condivide con Varchi sia il concetto di ragione abbinato alla pro-
fessione di cavaliere e di soldato, sia alcune espressioni linguistiche come
«cercar il nodo nei giunchi» per intendere le sottigliezze e i cavilli di certi
autori in materia di onore. I consigli dedicati a un personaggio influente di-
lettante «di cose cavalleresche», di cui si tace il nome, sono scritti dal Noz-
zolini su informazione di una delle parti: «pertanto tutto quello che in essi
si presuppone, sia detto senza pregiudizio alcuno della verità».110 I vari con-
sigli, una ventina, sono a loro volta dedicati a vari personaggi, cortigiani,
funzionari, principi Medici: il conte Clemente Pietra, il gran principe Fran-
cesco figlio di Cosimo I, il cav. Piero Del Monte, Emilio Vinta, ecc. I pro-

107. Varchi, Lezioni, p. 212.


108. Sulla progressiva sacralizzazione del perdono dopo il Concilio di Trento cfr. O.
Niccoli, Perdonare. Idee, pratiche, rituali in Italia tra Cinque e Seicento, Roma-Bari 2007,
pp. 124-169.
109. Varchi, Lezioni, pp. 219-220.
110. BNCF, Ms. Magl. XXI, 160, cc. 6r-7v: «consigli e lettere di Annibale Nozzolini
in proposito di duelli & poesie del medesimo».
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166 Maria Pia Paoli

tagonisti dei casi sono perugini, fiorentini, pisani, lucchesi, soldati, cavalie-
ri, gentiluomini che si affrontano per questioni di donne, di ingiurie, di per-
cosse, di denari vinti al gioco; quasi tutti sono giovani come quelli che, tor-
nando da certe nozze, i perugini Fabio Danzetta e Fabrizio Coppoli, si sfi-
dano con le armi per via di una torcia accesa, dopo che i loro congiunti, il
valoroso capitano Giulio Coppoli e l’ec.mo dottor Giovanni Danzetta, ave-
vano fatto pace «insino in quarto grado». Nozzolini, esaminata la fede scrit-
ta della pace e le sue clausole, conclude che non si tratta di rottura di pace
«sendo ogni cosa proceduta per nuova causa».111
Nel caso della pace fra Luigi Rucellai soldato e Girolamo Orlandi, fra-
tello di Francesco segretario del duca Cosimo I, Nozzolini ritiene che le pa-
role scritte nella pace e proposte da «persone di mezzo» possano soddisfa-
re all’onore dell’uno e dell’altro, nonostante che a Girolamo non piaccia
che Luigi, domandando perdono, dica «che farà ogni atto che si convenga
a gentiluomo»; Girolamo avrebbe preferito che si dicesse «che si convenga
alla causa». Nozzolini ritiene che sotto il nome di gentiluomo si contenga-
no tutte le persone d’onore e ad ogni causa convengano tutte le soddisfazio-
ni che può dare un gentiluomo «senza dover trovare differenze sottile, ov-
vero cercare il nodo nel giunco».112 E del resto, in un’altra vertenza nata tra
i fiorentini Gianfrancesco Gondi e Bernardo Adimari, Nozzolini ammette
come sia difficile concludere le paci proprio perché l’offeso in genere la ti-
ra per le lunghe e cerca di «disonorare il nemico», mentre «se coloro che
per alcuna differenza occorsa fra loro vengono a trattar di pace, si volesse-
ro contentar de l’honesto, non è dubbio alcuno, che tosto che si muovesse
da persone intendenti ragionamento d’accordo, la pace sarebbe conchiusa».
E se ogni «huomo da bene» può errare, basta che non erri contro il princi-
pe o contro la religione, o che non sia ladro e infame.113

3. Un intermezzo: il predicatore Raffaello Delle Colombe

Negli anni in cui venivano dispensati i pareri del Nozzolini, Cosimo I


istituiva l’ordine dei cavalieri di Santo Stefano, istituzione che doveva ser-
vire a disciplinare le intemperanze di molti nobili rampolli impegnandoli

111. Ivi, c. 9v, il consiglio è indirizzato al conte Clemente Pietra.


112. Ivi, cc. 16r-25r.
113. Ivi, c. 34.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 167

nelle imprese marittime a difesa della religione cristiana contro i turchi.114


Ma non fu questo l’esito immediato di tale progetto; lo dimostra, fra l’altro,
la letteratura religiosa che fa parte del contesto poliedrico in cui si svolsero
gli arbitrati medicei.115
Prima che nuovi consiglieri filosofi facessero la loro comparsa anche
nella Toscana medicea, un ruolo importante fu giocato dai predicatori e in
particolare dal domenicano Raffaello Delle Colombe. Studiato di recente
da Luigi Guerrini per la sua predicazione anticopernicana e antigalileiana
finora ignota agli storici della scienza,116 il frate, presente a Firenze nel
1610, dedicò le sue prediche a stampa ad Agnolo Marzi Medici canonico e
cavaliere nipote dell’arcivescovo Alessandro Marzi Medici. Ribadendo il
tenore immediato, letterale e morale delle sue prediche, Delle Colombe usa
un lessico che molto attinge a quello militar-cavalleresco; «prodi e valoro-
si», dunque, sono definiti alcuni celebri predicatori del suo tempo quali
Tommaso Cornelio e Gabriele Fiamma che «più avevano combattuto l’in-
telletto con la dottrina speculativa che l’affetto con la morale...». Poche le
prediche a stampa, molti i discorsi, i concetti, le lezioni, gli esercizi che, se-
condo il frate, intaccavano l’unità della proposizione ricorrendo a «metafo-
riche proposizioni, or facendo uno stratagemma, o una giostra, o un addot-
toramento, o un’accademia, o un duello, o un gioco di scacchi...».117 Ma è
in una predica della domenica quarta dopo Pentecoste ispirata al versetto di
Matteo 5, «Nisi abundaverit iustitia vestra», che il nostro domenicano scio-
rina pagine di grande efficacia retorica contro le inimicizie private, a favo-
re della giustizia del principe, contro l’ira che toglie la fama, l’onore, l’ami-

114. Sui numerosi privilegi dei cavalieri stefaniani nel portare armi e sull’indisciplina
ricorrente che portava a risse, duelli, ecc. cfr. M. Aglietti, L’invenzione del cavaliere. Sim-
boli, privilegi e valori della nobiltà stefaniana nella Toscana granducale (XVI-XIX secolo),
in Omaggio a Rodolfo Bernardini, a cura di D. Barsanti, Pisa 2009, pp. 175-207: 191-198 e
infra.
115. In generale cfr. A. Prosperi, I tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori,
missionari, Torino 1996; P. Broggio, Linguaggio religioso e disciplinamento nobiliare. Il
“modo di ridurre a pace le inimicizie private” nella trattatistica di età barocca, in I lin-
guaggi del potere nell’età barocca, a cura di F. Cantù, I, Politica e religione, Roma 2009,
pp. 275-317.
116. Cfr. L. Guerrini, Galileo e la polemica anticopernicana a Firenze, Firenze 2009.
117. Cfr. R. Delle Colombe, Delle prediche sopra tutti gli evangeli dell’anno nelle
quali con Similitudini, Metafore, Allegorie retoriche e Considerazioni particolari si dichia-
rano molti luoghi morali della Sacra Scrittura, ma in senso letterale..., Firenze, Appresso
Bartolomeo Sermartelli e fratelli, MDCXIII, pp. 5-6: il corsivo è mio.
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168 Maria Pia Paoli

co, «perché chi con privata autorità rende insidie all’altrui vita non è huom
da bene. Che importa questa parola huom da bene, tuttodì in bocca del po-
polo e non intesa dal popolo?».118
Il predicatore coglieva nel segno: “gentiluomo” e “uomo dabbene”
erano da tempo concetti pervasivi, ma ancora in via di definizione da un
punto di vista delle gerarchie sociali d’antico regime. A difesa della giusti-
zia pubblica che spetta al Principe, alla repubblica o al magistrato, Delle
Colombe così risponde a probabili obiezioni da parte di soldati e cavalieri:
Voi mi direte è buona questa ragione a mostrar che chi non fa profession d’arme, non
farebbe da huom da bene a intromettersi in quel che non tocca a lui, ma che direm de’
Soldati e de’ Cavalieri? E perché portan la spada se non per adoperarla? O’ qui vi vo-
leva: Dimmi chi ti ha dato cotesta spada o cotesta Croce, o soldato Cavaliere, capita-
no, o chi tu ti sia di somigliante professione? L’hai forse presa da te stesso? No certo.
Ti è stata data da superior podestà e sei stato arrolato a fine che osservi i militari pre-
cetti e che tu combatta. Con chi? Forse co’ privati nimici? O in che grande errore sare-
sti se credessi questo, ma perché tu combatta contro i nimici comuni, o sien Turchi, o
Eretici, o Tiranni, o inimici della Patria o perturbatori della pace della Città. E questo
hai a fare quando torna bene a te? No. Ma quando torna bene al Principe, al Senato, al
capitano e perciò furon ritrovati i tamburi, le Trombe, le Bandiere, perché i soldati ai
segni del loro capitano or marciassero, or investissero.119

Tutta incentrata sull’amicizia e la pace fraterna intesa come riconcilia-


zione col prossimo, la seconda parte della predica presenta tratti di origina-
lità nella spiegazione dell’ottava omelia di Giovanni Crisostomo sulla pace
lasciata da Cristo nei cuori, che viene resa attraverso questa similitudine col
duello, quasi una vera e propria sceneggiatura ispirata, anche nei toni cru-
damente realistici, ai tanti manifesti e cartelli di sfida presi in esame finora:
Il petto nostro è il campo, Duellanti Amore e Odio. Patrino del primo Iddio, Patrino del
secondo il diavolo; armi del primo divine ragioni, armi del secondo humani rispetti;
suona la tromba lo Spirito santo, compariscono i guerrieri in teatro, tira il primo colpo
con la insanguinata spada Odio. Perché non fai vendetta? Ribatte Amore il colpo. Per-
ché tocca alla Pubblica giustizia non a me. Cresce un passo innanzi Odio e tira una
stoccata: vuoi dunque perdere la fama e l’onore? La ripara Amor valoroso: non costu-
mo difender l’onor mio con disonor della Repubblica e di Dio. Segue l’Odio infuriato
per venir a mezza spada. Come starai senza vendetta tra i nemici? Amor si ritira indie-
tro, e schivato l’avversario, muove poi una punta mortualissima nelle viscere dell’O-
dio. Di nimici gli farò amici riconciliandomi con esso loro. Cade all’indietro Odio; gli
salta sopra la gola Amore, e grida renditi, Odio ha perduta la parola, ma pur nell’ulti-

118. R. Delle Colombe, Prediche, 1, pp. 278 ss.


119. Ivi, p. 280.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 169

mo spirare dice e lo dice appena: fa’ l’offizio tuo; Amor lo scanna e lo finisce, e poi al-
legro esce dai Padiglioni accompagnato dagli Angeli e dagli Huomini che gridano lie-
ti: viva Amor vincitore, Et pax Dei qua est in cordibus vestris palmam ferat.

Poteva il successo del lessico nato attorno al concetto e alla prova del-
l’onore nobiliare trovare migliore cassa di risonanza di una cattedrale me-
tropolitana?

4. Ancora arbitri filosofi e... forse plagiari

La partita si giocava su più fronti. Come abbiamo visto, fin da metà


Cinquecento gli zelanti segretari medicei a nome dei loro «Ser.mi padroni»
si sforzarono di condurre in porto delle paci. Anche nelle carte private di
molte famiglie fiorentine è facile trovare testimonianze del ricorso diretto a
figure di mediatori che facevano capo a segretari o a uomini di lettere, ac-
cademici o professori d’onore di mestiere. Nelle carte della famiglia Bardi
conti di Vernio è conservato un Discorso sopra il punto cavalleresco del ca-
valiere e auditore Andrea Poltri120 databile, come si evince da riferimenti in-
terni al testo, al 1612. Si tratta di alcune risposte in forma di lettera date dal
Poltri a un Bardi che lo aveva «tante volte punto», anzi «perseguitato» per
avere pareri sul duello, che Poltri gli rilascia ricorrendo a molte citazioni la-
tine. Il discorso si apre con un ragionamento su che cosa sia l’onore secon-
do le auctoritates classiche, Aristotele, san Girolamo, Seneca, san Paolo,
ma soprattutto il Platone del quinto dialogo Delle leggi e del Protagora, in
cui si parla del mito di Prometeo: Mercurio fu spedito da Giove nelle città
a collocar negli animi dei cittadini Pudore e Iustitia. Spetta perciò alla per-
sona del Principe, conclude Poltri, farsi carico dell’onore e «susseguente-
mente a quelle de’ ministri e de’ sudditi poi per grado. Tale si considera il
Principe col Popolo, tale il Pastore col gregge, Aristotele lo dice».
Fiducioso nelle regole della giustizia, Poltri così si rivolge al Bardi e ai
suoi amici:
Di quel fuoco d’onore sul quale è stato fondato l’iniquo duello, il quale con tanti abu-
si sen va per il mondo ingannando quelli che sono dominati più dal senso che dalla ra-
gione, difetto non meno disonorato e pericoloso nelli individui che siano i cattivi Prin-
cipi e ministri delle Repubbliche, sono purtroppo piene le carte e i capricci e spero di

120. ASF, Carte Bardi, IIa serie n. 6: si tratta di un codicetto in formato piccolo di 45
carte recto-verso.
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170 Maria Pia Paoli

vedere ancora che qualche ingegno sia per pigliare impresa di provare che per le rego-
le della giustizia tanto si possono onoratamente difendere le cause della fama e riputa-
zione quanto quelle delli altri beni esterni e che per lo più le regole erronee delle ven-
dette sono usurpazioni dell’altrui e detrimento del proprio onore; bacio le mani a V.S.
pregando che faccia reverenza al sig. Marchese Botti e a codesti altri signori a quali
piacerà di tenere il nome mio vivo nelle memorie loro e NS: la liberi da litigi e la abbi
in Sua Santa grazia.

Volendo meglio specificare il suo ragionamento diviso in tre capitoli,


Poltri rinvia anche ai Dialoghi del ferrarese Annibale Romei definiti «libro
abbondantissimo di dottrina e autorità» scritto in una delle «più celebri cit-
tà d’Europa» sotto il dominio di Alfonso II d’Este;121 Poltri, sulla scorta del
Romei e di Francesco Sansovino che aveva dedicata la sua opera sulla ca-
valleria a Cosimo I, vuole dimostrare come alla giustizia si possa «onorata-
mente ricorrere per le cause d’onore» e conclude citando Platone: ogni uo-
mo è nato alla patria, ai parenti, agli amici e nessun uomo può disporre del-
la propria vita, cosicché anche i principi come i cittadini tutti soggiacciono
alle leggi. In sostanza gli uomini devono essere «gelosi guardatori del bene
comune».122
Niente da eccepire, finché gli stessi argomenti e citazioni contro il
duello a favore della giustizia delle leggi e del principe non li ritroviamo, si
può dire alla lettera, in un altro testo manoscritto che riporta la stessa data
del giorno e del mese (22 luglio) di quello del Poltri, ma l’anno è il 1696 in-
vece del 1616 e il titolo Erudizioni e Discorso in forma di lettera sopra le
qualità che si ricercano in un cavaliere d’onore e punto cavalleresco del
marchese Lodovico Adimari.123 Nato a Napoli nel 1644, l’Adimari passò in
Toscana per studiare a Pisa e poi si stabilì a Firenze da cui fu esiliato due
volte nel 1668 e nel 1687: a suo carico il tentato omicidio della moglie per
motivi di gelosia, «quando con bocca di fuoco, quando con stileto» e poi
col veleno mescolato ogni sera in una bevanda di acqua vite. Incarcerato a
Pietrasanta, mentre la moglie era curata in casa del commissario «con alcu-

121. Sul Romei cfr. S. Prandi, Il cortegiano ferrarese. I Discorsi di Annibale Romei e
la cultura nobiliare nel Cinquecento, Firenze 1990.
122. ASF, Carte Bardi, cc. 39-45.
123. BNCF, Ms. Magliabechi XXI, 91, cc. 101-152; sull’Adimari cfr. A.M. Ghisalber-
ti, Adimari Ludovico, in DBI, 1, Roma 1960, pp. 279-280, e anche S. Vuelta García, I culto-
ri del teatro spagnolo nelle accademie fiorentine del Seicento, in Naples, Rome, Florence.
Une histoire comparée des milieux intellectuels italiens (XVIIe-XVIIIe siècles), dir. J. Bou-
tier, B. Marin, A. Romano, Rome 2005, pp. 473-500: 485-488.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 171

ni rinfrescativi», l’Adimari con lettera del 24 giugno 1685 supplicava il


granduca di Toscana Cosimo III, raccomandandogli i figli «che per ora vi-
vono nell’altrui case senza padre e senza patrimonio bastante a sostener-
gli». Tutta la vicenda è documentata in uno di quei tanti inserti inventariati
dai segretari medicei come «casi di particolari» da compulsare più appro-
fonditamente per ricostruire i percorsi dell’infragiustizia e anche il perché
del plagio letterario dell’Adimari, autore di satire e poesie sacre, traduttore
di opere dallo spagnolo e dal francese. Una possibile spiegazione potrebbe
essere collegata al fatto che l’Adimari, tra l’altro, dal 1697 insegnò scienza
cavalleresca nell’Accademia dei nobili appena istituita a Firenze.124 Ai fini
del nostro discorso può servire semplicemente a confermare la lunga dura-
ta del fenomeno del duello che bandi pubblici e bolle papali stentavano a
contenere del tutto, tanto che Poltri-Adimari denunciavano il diffondersi
del duello alla macchia come atto codardo, offesa al Principe, alla persona,
alla natura, alla religione.

5. Padroni e servitori: Ottaviano Medici e il processo «abruciato»

Pochi anni prima della morte di Cosimo I nella ricca documentazione


su duelli e paci trovano sempre maggiore spazio lettere e scritture varie, a
stampa e manoscritte, che riguardano le famiglie bolognesi dei Desideri,
Hercolani, Pepoli, Malvezzi, contro la cui secolare litigiosità poco poteva
la giustizia pontificia e tanto meno l’arbitrato. Le faide interminabili di no-
bili bolognesi, ancora lungi da essere «nobili disciplinati», occuperanno a
lungo i governi dei successivi granduchi.125

124. Cfr. J. Boutier, L’Accademia dei nobili di Firenze. Sociabilità ed educazione dei
giovani nobili negli anni di Cosimo III, in La Toscana nell’età di Cosimo III, a cura di F. An-
giolini, V. Becagli, M. Verga, Firenze 1993, pp. 219-220.
125. Il 25 luglio 1595 il granduca Ferdinando I a requisizione del pontefice e dei Si-
gnori del Reggimento di Bologna concede ai fratelli Taddeo e Cesare Pepoli un salvacondot-
to per venire a Firenze a fare la pace. Ci restano le lettere patenti con sigillo e firme autogra-
fe sia del granduca che del segretario Belisario Vinta. Ma, due anni dopo, il 23 luglio 1598
Ferdinando è costretto a intervenire di nuovo a richiesta del papa, di alcuni cardinali e della
città stessa di Bologna; Prospero Castelli e Alberto e Lorenzo Ariosti vorrebbero vedere in
viso i Pepoli e chiudere cavallerescamente le loro brighe. Il granduca cede alle richieste e
obbedisce a quello che «a buon Principe si appartiene», ovvero fare da mediatore. La pace
fu conclusa e firmata dai Castelli e dagli Ariosti alla presenza di 23 testimoni provenienti da
Ferrara, da Castiglione, dalla Fratta, da Brescia, da Baragazza. ASF, MM 129, cc. 336-346.
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172 Maria Pia Paoli

Al tempo di Cosimo II, figlio di Ferdinando I e Cristina di Lorena,


molti casi riguardano soprattutto giovani patrizi fiorentini appartenenti agli
ordini cavallereschi di Santo Stefano o di Malta. A fianco del principe si
trovano più spesso i segretari come Belisario Vinta e Pietro Usimbardi che
fra il 1609 e il 1611 gestiscono il caso di una rissa scoppiata fra il cocchie-
re di Filippo Salviati e lo staffiere di Ottaviano Medici. Ottaviano figlio di
Giulio di Raffaele, ramo cadetto della dinastia al potere, era nato nel 1555
e dunque era un uomo maturo al momento del difficile negozio di pace che
lo riguardò.126 Compiuti gli studi legali, il Medici, fra il 1610 e il 1621, ri-
coprì le cariche di commissario di Pisa, Arezzo e Pistoia e nel 1615 fu elet-
to senatore e fece parte dell’Accademia fiorentina e della Crusca. L’onore a
pioggia faceva scendere in campo i padroni e i loro servitori che godevano
il privilegio di portare armi, finché il 22 giugno 1611 fu emanato un bando
che ritirava molte delle patenti concesse, fatta eccezione per coloro che era-
no iscritti in un apposito libro conservato nella cancelleria del tribunale pe-
nale degli Otto di Guardia e Balia di Firenze. Dal bando erano infatti esclu-
si i cortigiani, i cavalieri di Santo Stefano, i descritti nelle milizie e gli ese-
cutori di giustizia (bargelli e birri). Nel testo il granduca e gli Otto, volendo
ovviare agli abusi delle licenze, giustificavano il provvedimento in vista
della pace e della quiete pubblica e privata. Fatto sta che il bando, pur com-
minando pene più severe per i trasgressori ed elencando dettagliatamente le
armi da evitare, sarà reiterato fino al 1652 al tempo del granduca Ferdinan-
do II; nel 1637 era stata emanata la Legge e bando contra chi farà duelli o
disfide o li darà consiglio, aiuto e favore pena la forca e confisca dei beni,
l’infamia perpetua e la dannata memoria. La legge comprendeva nella cate-
goria di «delitto consumato» il solo essere stata commessa la disfida «in
carta, in voce o in cenni, o altrimenti prim’ancora che sia arrivata a notizia
della parte sfidata».127
Intorno al divieto del 1611 ruota il caso Medici-Salviati che Ottaviano
contesta, dicendo di non essere stato presente negli stati di S.A.S. al mo-
mento del bando e ricordando che i suoi servitori erano fra gli «eccettuati»,
sebbene i loro nomi non fossero stati tempestivamente comunicati agli Ot-
to come prevedeva la legge.

126. Su Ottaviano Medici (1555-1625) cfr. E. Grassellini, A. Fracassini, Profili medi-


cei, Firenze 1982, p.107; sul suo caso ASF, MM 129, cc. 343-390.
127. Cfr. L. Cantini, Legislazione toscana, Firenze 1802, t. 15, p. 360, t. 16, pp. 46-47,
p. 183, t. 17, pp. 246-248, 345 e t. 18, pp. 7-11.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 173

La vicenda risaliva al 1609; lo testimoniano la narrativa del fatto diste-


sa il 30 aprile 1609 da Bernadetto Medici fratello di Ottaviano e una sua
lettera del 6 maggio di quell’anno indirizzata al Vinta per scagionarsi dalle
accuse mossegli per via della rissa sulla quale era stato istruito un processo.
Il negozio della pace fra i Salviati e il Medici, che si concluse con soddisfa-
zione di Bernadetto, fu in realtà poco gradito a Ottaviano che avrebbe volu-
to scagionare tutti i suoi servitori coinvolti nella rissa. La sua delusione na-
sceva dall’avere prestato fede alle parole del principe dichiarate tramite il
segretario Belisario Vinta in questa forma scritta: «S.A.S. dichiara, coman-
da et vuole che di questo fatto non se ne parli più in modo veruno imponen-
done perpetuo silenzio come di cosa fatta da principi sovrani, giusti et in-
formatissimi».128
Il valore dell’informazione si aggiunge così in maniera significativa al
bagaglio consueto delle altre prerogative sovrane.129 Il granduca avrebbe
voluto tramite il segretario Inghirami recuperare da Bernadetto Medici ogni
copia del processo e scritture attinenti alla rissa.
Si evince così che la giustizia ordinaria camminava parallelamente al-
la pace privata stretta fra Filippo Salviati e i fratelli Medici riversandosi
sulla punizione dei servitori intervenuti alla rissa dalla parte di Ottaviano
che così ne scrive al Vinta l’8 gennaio 1611:130
Quando S.A. stabilì la pace alla presenza di V.S. et il S. Filippo Salviati poteva quan-
to alla causa criminale che restava pendente al magistrato delli Otto contro quelli che
erano intervenuti alla rissa dalla parte mia, lassarla terminare secondo gli ordini soliti
di giustizia, non ostante che fosse seguita la pace, e poteva lassando questo primo mo-
do con la man regia impor silenzio a tutta la causa facendo abruciar il processo perché
non se ne trattasse più.

Ottaviano ricorda al Vinta che S.A. si mostrò favorevole a questa ulti-


ma soluzione, tanto che allo stesso Ottaviano fu chiesto di recuperare il pro-
cesso di cui si privava «malissimo volentieri» per averlo «cavato con mol-
ta spesa» prima di consegnarlo al maggiordomo di corte Vincenzo Giugni e
dopo aver ricevuta assicurazione da S.A. e da Madama Serenissima che si
desse ordine all’auditore Pietro Cavallo di poterlo usare a difesa dei suoi
servitori e della loro liberazione dal carcere. Ma così non fu, perché S.A.

128. ASF, MM 129, c. 386, 8 gennaio 1661.


129. Cfr. L’informazione politica in Italia (secoli XVI-XVIII), a cura di E. Fasano Gua-
rini, M. Rosa, Pisa 2001.
130. Ivi, c. 387.
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174 Maria Pia Paoli

«voleva che fossino condannati per giustizia [...] secondo il solito». Fra i
carcerati di cui Ottaviano chiedeva la liberazione c’era anche certo Ales-
sandro Scali, prima suo familiare e servitore e ora staffiere di don Virginio
Orsini, accusato e incarcerato per un omicidio commesso a Pisa; il tribuna-
le degli Otto intendeva comunque castigarlo per questo delitto. Nella scrit-
tura per la pace Ottaviano faceva però presente che c’era stata discrimina-
zione fra i servitori del Salviati che, avendo attaccato briga per primi, e pur
essendosi comportati come sicari con «soperchieria» senza la presenza del
loro mandante («e non havevano la pace»), furono condannati soltanto con
50 scudi di pena pecuniaria, mentre gli altri accompagnati da un amico e un
patrono che fece «honorato risentimento» avevano «patito quaranta giorni
di carcere e tormenti gravissimi». Ottaviano non si sentiva perciò soddisfat-
to da questa pace e invano aveva sperato di far scagionare anche Alessan-
dro con «abruciare» il suo processo per omicidio, trattandosi di «un solo
fatto et individuo». Di fronte al rischio che contro al suo familiare si proce-
desse arbitrariamente o si aprisse addirittura nuovo processo, Ottaviano si
esprime con accenti altamente accorati che al solito tirano in ballo la repu-
tazione e l’onore da stimarsi più della vita:131
Hora se così seguirà io harò grandissima cagione di dolermi della disgrazia mia, perché
se i miei interessati saranno sentenziati e giudicati senza processo, sarà una foggia nuo-
va di amministrare giustizia, et io per aver creduto al mio principe rimarrò ingannato,
poiché il processo sarà abruciato per la difesa, e per l’offesa non sarà abruciato.132

La vicenda andrebbe approfondita, incrociando le fonti degli Otto di


Guardia e ricostruendo l’azione svolta dell’auditore Pietro Cavallo al qua-
le fu demandata la questione. Al di là dei risvolti tecnico-giuridici che già
emergono dalla parziale documentazione, sono significativi di per sé i ri-
svolti sociali e culturali della vicenda, segno dell’evolversi stesso del con-
cetto di onore che si misurava non più sui campi di guerra o negli steccati a
suon di trombe, ma per le vie e le case di città che il mos nobilium aveva
popolato di servitori, familiari, staffieri, cocchieri, ecc.
Di lì a poco nello sdrucciolo de’ Pitti davanti alla dimora granducale un
certo Ercole servitore del conte Malvezzi fu malamente ferito da Cecchino
lacchè e staffiere di Cristina di Lorena; oltre alle percosse erano volate paro-
le di Ercole che, colpito alla testa, ha ancora la forza di gridare «razza di bec-

131. Ivi, c. 390, lettera di Ottaviano a Belisario Vinta, Firenze 6 gennaio 1611.
132. Ivi, c. 387, lettera di Ottaviano a Belisario Vinta, Firenze 8 gennaio 1611.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 175

co fottuto» a Cecchino che a sua volta lo accusa di avere tirato sassi. E al-
l’ennesimo grido di «tu menti per la gola» lanciato da Ercole, i due «si me-
norno più colpi et fuorno dovisi».133 L’onore a pioggia, sempre più pervasi-
vo, comportava che strati sociali diversi si appropriassero con disinvoltura
di un lessico una volta appannaggio di capitani, cavalieri e gentiluomini.
Non è casuale, perciò, che la filza intitolata «Vari negozi di paci dal 1605 al
1624» si inauguri con alcune citazioni attorno al quesito se l’offesa arrecata
all’ufficiale di un principe fosse da considerarsi offesa lesiva della Maestà.134

6. «Col mio sangue del core»: l’inchiostro rosso del cavalier Silvestri

Il negozio della pace fra il cavalier Giulio Silvestri il cavalier Luigi


Magalotti, entrambi giovani entrati nell’ordine di Malta, fu trattato dal se-
gretario Andrea Cioli nel 1614. A quella data era morto il cav. Belisario
Vinta suo predecessore che insieme a Pietro Cavallo e al marchese Mala-
spina, ambasciatore mediceo a Modena, si era adoprato da ultimo per diri-
mere la vertenza occorsa fra Ludovico Negroni e il colonnello Dampier per
debiti di gioco contratti dal colonnello a Vienna. Nel suo cartello di sfida
datato Firenze 12 ottobre 1612 Negroni ricordava la diligenza usata dal
Vinta nel trattenerlo dal vendicarsi dell’indegno cavaliere Dampier.135
Ben più complesso il caso seguito dal Cioli nel 1614 che coinvolse, ol-
tre al granduca Cosimo II, l’ambasciatore mediceo alla corte di Roma Pie-
ro Guicciardini, il segretario Curzio Picchena e il cardinale Odoardo Farne-
se, interpellato da Cosimo come mediatore. La documentazione è interes-
sante dal punto di vista della tecnica di scrittura di una pace redatta in varie
fasi di correzione del testo fino alla sua felice conclusione dopo alcuni me-
si di trattative condotte fra l’aprile e l’agosto. Le sfumature e il peso dato
alle parole sono in questo caso dovuti alla delicatezza della situazione con-
cernente alcuni rapporti di amicizia e fraternità, forse sfociati nell’omoses-
sualità, che avevano coinvolto Giulio Silvestri, Lorenzo Magalotti e Gio-
van Battista Ridolfi, tutti e tre cavalieri gerosolimitani.136 Nella memoria in-

133. Ivi, c. 397.


134. ASF, MM 131, c. 3.
135. ASF, MM 129, c. 421.
136. In generale sugli ordini cavallereschi di Santo Stefano e di Malta con particolare
riguardo al loro ruolo nella Toscana granducale cfr. F. Angiolini, I cavalieri e il principe.
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176 Maria Pia Paoli

formativa inviata a Roma al Guicciardini si dice che Luigi Magalotti «es-


sendo d’anni 14» fu mandato a Malta nel 1610 «accompagnato di maestro
e servitori perché pigliasse l’abito di quella religione»; il Sig. cav. frate
Giulio Silvestri «incominciò con diversi ossequi a insinuarsi nell’amicitia
di detto sig. Magalotti». Insieme condivisero la caccia e anche una notte
trascorsa fuori città, alla quale seguirono scambievoli promesse di amicizia
fraterna, finché il Silvestri non andò sopra le galere in Corsica. Al Magalot-
ti, intanto, molti raccomandavano di non continuare l’amicizia col Silvestri
e fra questi c’era il cav. Giovan Battista Ridolfi. Silvestri aveva proibito al
Magalotti di prendere l’abito della religione fino al suo ritorno e si risentì
col Ridolfi, chiamandolo «cavaliere disonorato», per essersi messo in mez-
zo. Fuggito da Malta con una «filuca», Silvestri fu inseguito dal Ridolfi fi-
no a Napoli dove questi «fu fatto prigione». La causa scatenante era stata
una lettera scritta dal Silvestri al Magalotti, salutato come «suo amicissi-
mo», nella quale toccava «alcune cose pregiudiziali al S. cav. Ridolfi» e che
si offriva di «sostenere con la spada». Sfuggendo però all’offerta di «caval-
lereschi cimenti», Magalotti e Ridolfi preferirono fare aggredire il Silvestri
da dei sicari mentre si trovava a Roma disarmato in compagnia di un fratel-
lo prete e dunque non abilitato a reagire cavallerescamente. Pentitisi, Ma-
galotti e Ridolfi chiesero perdono e pregarono l’ambasciatore Guicciardini
che non si conservassero le scritture dell’accaduto. Si alludeva alle lettere
«che sono state cagione del male» e che si voleva si «abruciassero» una
volta fatta la pace alla presenza del cardinal Farnese. Così ribadiva anche il
granduca Cosimo II scrivendo a Roma al Guicciardini nel desiderio di con-
cludere tutto velocemente:
Et perché nelle paci concorre sempre la Divina grazia, possiamo sperare che doppo la
conclusione di questa, acciò non si habbia più a parlare de i disgusti et successi passa-
ti, verrà poi proposto et approvato da tutti che si abrucino le scritture, che hora se ne
firmeranno, et sollecitate dunque la terminazione di questo negozio in qualunche mo-
do, come habbiamo detto [...] di Fiorenza li 25 luglio 1614.

L’Ordine di Santo Stefano e la società toscana in età moderna, Firenze 1996; più in genera-
le Id., La storiografia sugli ordini militari-cavallereschi in età moderna. Un bilancio e pro-
spettive di ricerca, in As Ordens em Portugal e no Sul da Europa, Lisboa 1997, pp. 17-20;
Id., Gli ordini cavallereschi degli Stati italiani (XVI-metà del XIX secolo), in Cavalieri. Dai
Teutonici a Napoleone. Storia di crociati, soldati, cortigiani, a cura di A. Barbero, A. Mer-
lotti, Milano 2009, pp. 195-211; Norme per i cavalieri di santo Stefano e norme per i cava-
lieri di Malta: analogia e differenze, in Nobleza ispana, Nobleza cristiana. La Orden de San
Juan, coord. M. Rivero Rodriguez, Madrid 2009, 2, pp. 1159-1178.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 177

La distruzione delle scritture e il coinvolgimento di terzi come il fratel-


lo del Magalotti, Marcantonio, e l’amico Neri di Luigi Capponi, timorosi
che il processo andasse avanti e che si attuasse anche per loro la minaccia
della sospensione dell’abito da cavalieri,137 non sono elementi di novità nel
quadro finora qui delineato; risse, faide e paci coinvolgono a catena, come
di consueto, individui e gruppi. Merita, invece, più attenzione una di quel-
le scritture che forse si volevano bruciare e che era conservata in copia an-
che dal cardinal Farnese; si tratta di un giuramento di amore e di fedeltà fi-
no alla morte che Giulio Silvestri fa a Luigi Magalotti sottoscrivendosi in
questa forma: «Io fra Giulio Silvestri mi sottoscrivo col mio sangue del co-
re»; la scritta è fatta con inchiostro rosso a simulare il sangue e accompa-
gnata dallo stemma della famiglia Silvestri sempre in color rosso. Otto le
promesse che il cavaliere fa all’amico:
Io fra Giulio Silvestri cavaliere Gierosolimitano sotto nome di Cliodoro prometto con
solenne giuramento e fede a Fra Luigi Magalotti cavaliere Gierosolimitano sotto nome
di Flavio le infrascritte cose.
In prima mi sottometto a qualsivoglia pena o castigo che vorrà il mio Flavio anco di
morte contravvenendo a quello che sarà qui scritto, o che si potrà intendere o cavare
dalle parole che seguiranno appresso, pregando per tanto Dio che se per malizia man-
cherò di osservarle mi levi di vita, come violatore d’una strettissima amicitia, come
spergiuratore de’ suoi santissimi evangeli, come mancatore di fede, come cavaliere in-
fame e come traditore del mio dolcissimo Flavio.
2. Prometto di non voler amare alcuno in questo mondo, né fratelli, né persona più
stretta in sangue, né me stesso più del mio Flavio e viverli sin alla morte realissimo e
fedelissimo amico e fratello giurato.

Al terzo punto Silvestri dice che tra Flavio e Cliodoro non v’è altra di-
stinzione che di corpi e al quarto che a scapito della vita stessa non verrà
meno alla parola data; ma è al quinto punto che il tono si fa più solenne:
«Dono me stesso, i miei pensieri, le mie voglie et ogni cosa mia a Flavio
mio et havendone egli accettato il possesso con la conferma de’ baci e del-
la fede, e di giuramenti, dico non esser più mio ma suo...».138
Una testimonianza così vibrante contrasta coi cavilli della pace conclu-
sa tramite procuratori dei protagonisti assenti e messa per scritto in quattro
copie con le firme di vari testimoni dopo alcuni aggiustamenti operati sul
testo; alla presenza dell’ambasciatore Guicciardini e del cardinal Farnese fu
rogata a Firenze il 1° luglio 1614 dal notaio Bernardo Guidi degli Arrighi e

137. ASF, MM 131, cc. 60 ss.: cc. 78-80.


138. Ivi, MM 131, cc. 66r-67.
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178 Maria Pia Paoli

a Cingoli dal notaio Fabrizio Fabrizi. Gli originali furono conservati sia dal
granduca Cosimo che dal cardinal Farnese. Il Silvestri da buon religioso e
cavaliere valoroso «non volle altra soddisfazione che quella della suddetta
narrazione del fatto» e si impegnava a «dare pace e perdono» al Magalotti
e al Ridolfi.139
I rogiti notarili, tuttavia, non dileguarono del tutto le atmosfere fanta-
stiche evocate dai vari Cliodoro. Per gioco, nel 1622, alcuni cavalieri fio-
rentini e senesi tra cui Ottavio Piccolomini (“Sguilardo il fiero”), Taddeo
Del Monte, Giovan Battista Strozzi, Carlo Rinuccini, si radunarono in ac-
cademia e composero dei Cartelli di cavalieri rugginosi. Evocando gli spi-
riti guerrieri e i perigliosi combattimenti degli antichi cavalieri, si sfidava-
no sul campo per «correre all’anello» o si cimentavano sul tema dell’amo-
re e del servaggio amoroso dell’uomo verso la donna.140

7. Le reggenti e i segretari: «differenze civili et paci aggiustate»

Fra il 1605 e il 1637, e soprattutto durante il governo delle reggenti


Cristina di Lorena e Margherita d’Austria, fu più frequente l’intervento dei
segretari e dei giuristi in materia di arbitrati, che a partire dall’inizio del se-
colo XVII sono registrati come negozi di paci, una sessantina di casi in tut-
to, specchio delle situazioni più disparate unite sotto il segno dell’onore.
Molto più numerose stavolta le famiglie fiorentine e toscane coinvolte,
quasi tutte appartenenti all’élite del patriziato cittadino (Corsini, Salviati,
Medici, Capponi, Panciatichi, Inghirami, Serristori, Bufalini, Niccolini,
Riccardi, Giugni) insieme ai soliti feudatari Del Monte, Sorbello, Montau-
to e alla presenza costante delle famiglie bolognesi Malvezzi e Pepoli.141
La varietà della casistica e le modalità dei negoziati producono signi-
ficativamente anche una mole di documentazione molto maggiore rispetto

139. Ivi, cc. 151-182.


140. BNCF, Ms. Palatino 463, c. 51: Capitoli e Condizioni degli accademici Ruggino-
si per correre all’Anello datati 19 giugno 1622.
141. ASF, MM 131, cc. 194-293; la conclusione della pace si protrasse per due anni
dal 1622 al 1624; nell’accordo raggiunto si prometteva alle Ser.me Altezze di Toscana che i
Malvezzi parenti dei Barbazzi, ritenuti colpevoli dell’omicidio di Fabio Pepoli, non avreb-
bero in futuro favorito o aiutato in alcun modo i Barbazzi, «quando ne potesse risultare of-
fesa contro la vita, robba et honore de si.ri marchesi Guido et Conte Gio. Paolo Pepoli, per
detta causa dell’homicidio» (cfr. ivi, c. 263).
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a quella del secolo precedente: 1.600 carte circa prodotte fra il 1605 e il
1639 contro le 442 del 1540-1563. La prolissità dei cartelli e dei manifesti
a stampa non occupa tanto spazio quanto invece avviene con l’infittirsi del-
la corrispondenza epistolare fra la corte medicea e i protagonisti dei nego-
ziati negli anni Venti-Trenta del Seicento e successivamente.
Altra novità è rappresentata dal genere: in un contesto che finora si è
rivelato tutto maschile, fanno la loro comparsa delle figure femminili, per
lo più donne con problemi coniugali, afflitte da questioni di doti, come
Maddalena Nati in lite col marito Carlo Antonio Brogi. Nel 1633 Maddale-
na scrisse di proprio pugno due lettere al balì segretario Andrea Cioli deci-
sa a non tornare a casa senza prima aver chiarito i suoi diritti dotali e senza
avere il consenso del principe. Questa donna del popolo che si appellava a
un arbitro eccellente, e diceva al Cioli di voler salvaguardare per sé «l’ani-
ma e l’onore», suscitò il disappunto di un terzo mediatore, Piero del Rosso:
«voglio bene che il Brogi abbia molti torti ma le donne son cervelli diabo-
lichi et io con loro mi governerò conforme a che vedrò, ubbidendo a’ co-
mandi de’ Principi già che essa spaccia questa parola».142
Altre volte entrano in gioco questioni familiari più delicate come nel
caso complesso di Vittoria Cybo che nel 1622 si batte per riavere con sé il
figlio Odoardo Pepoli, negozio che suscitò la personale materna compren-
sione di Cristina di Lorena.143
Una mediazione muliebre calata nell’ennesimo scenario di guerra fu
negoziata dall’Infanta delle Fiandre Isabella che nell’estate del 1632 si pre-
se a cuore il caso del cavaliere di Malta Odoardo Martini, che aveva sfida-
to a duello il conte Ludovico Guidi di Bagno figlio di Nicola e nipote del-
l’illustre cardinale. Corrispondendo da Bruxelles col Cioli e col granduca
Ferdinando II («mon bon cousin»), Isabella chiese di fare arrestare il Mar-
tini per evitargli peggiori conseguenze e arrivare «à une reconciliation et
oubliance de ce qui c’est passé».144

142. ASF, MM 130, cc. 1278-1281.


143. Ivi, cc. 139-227, il caso è del 1622.
144. ASF, MM 130, cc. 1250-1262. La militanza nella guerra dei Trent’anni, disper-
dendo alcuni nuclei familiari, provocò frequenti occasioni di sfide a duello anche fra paren-
ti come nel caso del capitano Pirro Albergotti che sfidò Gerolamo Albergotti per questioni di
vendita di beni comuni. Pirro aveva ricevuto comunicazione dalla corte medicea del «disgu-
sto» del suo parente mentre era a Praga e difese le sue ragioni con lettera scritta da Vienna
nel gennaio 1621. Gerolamo informava il Cioli da Arezzo di aver sempre raccomandato il
capitano e suo figlio e «sovvenutolo di danari, di cavalli, d’olio, grano, quando ha hauto a’
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180 Maria Pia Paoli

Coinvolte loro malgrado nella lunga vertenza che contrappose i bolo-


gnesi Pepoli e Malvezzi fra il 1622 e il 1624, le reggenti Cristina e Madda-
lena d’Austria si affidarono ai tre segretari Andrea Cioli, Curzio Picchena e
Orso d’Elci145 che agirono insieme ad altri mediatori tra cui il vicelegato car-
dinale Ubaldini. Se nel caso dei Pepoli c’era stato un omicidio di mezzo,
quello di Fabio Pepoli, la maggioranza dei casi trattati è registrata come
«differenze civili» nel senso che toccano rapporti familiari patrimoniali,
screzi per via di etichetta, di precedenze, di caccia,146 e che portano alla luce
molti meccanismi sociali caratteristici dell’antico regime, spesso innescati
da motivi occasionali che poi si dileguano, incrociandosi con faide di lungo
periodo.147 Tutti contribuivano a marcare il territorio delle gerarchie in atto.
Fra i numerosi dossiers di questi anni è senza dubbio emblematica la
vertenza insorta fra Ottaviano de’ Medici, Carlo Magalotti e Ugolino Grifo-
ni, che il conte Orso d’Elci registrava come «Disunione della camerata del
S. principe Ottaviano quando andò ambasciatore in Spagna».148 I motivi per
cui Grifoni e Magalotti arrivarono alla corte spagnola «con gli humori in-
grossati» furono in apparenza molto futili: lo scalco che seguiva la comiti-
va per preparare la «desinata» o la cena «non era alle volte in ordine all’ar-
rivo di S.E. [Ottaviano Medici] et della camerata», per cui «i Gentilhuomi-

ire fuori...»; nel frattempo aveva ricevuto risposta dal Muzio sulla sua vertenza, senza però
averne lumi necessari a risolverla (cfr. ivi, cc. 252 ss., e in generale D. Parrott, Italian Sol-
diers in French Service (1500-1700). The Collapse of a Military Tradition, in Guerra e pa-
ce in età moderna. Annali di storia militare europea, a cura di P. Bianchi, D. Maffi, E. Stum-
po, Milano 2008, pp. 15-40, e D. Maffi, Cacciatori di gloria. La presenza di italiani nell’e-
sercito di Fiandre (1621-1700), ivi, pp. 73-104).
145. Su Orso d’Elci cfr. F. Bigazzi, Due granduchesse e un segretario, in Le donne
Medici nel sistema europeo delle corti XVI-XVIII secolo, a cura di G. Calvi, R. Spinelli, Fi-
renze 2008, 1, pp. 383-404 e in generale tutto il volume.
146. Si veda la vertenza insorta fra Jacopo Medici e Piero di Neri Capponi nel 1620
per via di una caccia avvenuta nel territorio di Montopoli; a chiedere l’arbitrato è Jacopo pa-
dre di Tommaso Medici, giovane coinvolto nella faccenda insieme al suo coetaneo Piero
Capponi. Jacopo al servizio della corte da 43 anni si duole di essere «strabazzato» da un gio-
vanotto, Piero, e si appella, oltre che alla sua fedeltà di servitore, al fatto che mai aveva chie-
sto licenze di cacce e pesche come «pare che li Principi concedano per loro reputazione à chi
assiduamente li serve» (ASF, MM 130, cc. 112-138).
147. Per l’età moderna il quadro di riferimento d’obbligo per l’area italiana è O. Rag-
gio, Faide e parentele. Lo stato genovese visto dalla Fontanabuona, Torino 1990, e anche
G. Delille, Le Maire et le prieur. Pouvoir centrale et puvoir local en Méditerranée occiden-
tale (XVe-XVIIIe), Rome 2003.
148. AS, MM 130, cc. 228-251.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 181

ni cominciorno a borbottare et dolersene»; lo scalco se ne risentì e non li sa-


lutava più, «il che dava gran noia a’ detti Gentilhuomini, reputandosene
disprezzati». Nella cultura dell’onore il disprezzo era un affronto grave.
Dopo altri permali di vario genere i gentiluomini della camerata, procurati-
si il passaporto per la Francia all’insaputa dell’ambasciatore, ebbero da di-
scutere circa la strada da fare per tornare in patria, per mare o per terra.
Considerando il fatto che avevano speso 1.500 scudi per quell’ambasceria,
Grifoni e Magalotti decisero di viaggiare via terra e così «poter dire di ha-
ver visto il mondo et l’armata del re di Francia». Nonostante la sua arrende-
volezza, il Medici alla fine fu lasciato solo nel viaggio di ritorno, tanto che
il d’Elci informava il nunzio in Francia Ottavio Corsini che le reggenti ave-
vano molto disapprovato il comportamento scorretto dei gentiluomini che
aveva provocato una serie di inconvenienti formali di non poco conto: pri-
mo fra tutti il mancato rispetto per la dignità dell’ambasciatore e del princi-
pe che rappresentava. Tuttavia, conclude il d’Elci nella lettera, «le AA.LL.
riserbon, com’è dovuto, un orecchio anche per loro», ovvero per i gentiluo-
mini, sperando che si potessero discolpare.
L’“audienza”, l’ascolto dei sudditi, diventava nel governo al femmini-
le, ma non solo in quello, una parte essenziale della mediazione.

8. «Far studio nelle cose di duelli e nell’accomodamento di paci»:


gli arbitrati dei principi cadetti

Una cesura cronologica da interpretare attraverso ulteriori ricerche è


quella relativa al vuoto di documentazione creatosi fra il 1639, anno dell’ul-
timo negoziato contenuto nella filza 130 della Miscellanea Medicea, e il
1687, anno del primo degli otto casi di paci trattate al tempo di Cosimo III.
Una spiegazione possibile è senza dubbio quella del ruolo parallelo che i
principi cadetti avevano nello svolgere arbitrati. Apprenderne la tecnica di-
venne anzi parte dell’educazione stessa del principe. Con lettera del 1620 Ra-
nuccio I Farnese duca di Parma scriveva a Cristina di Lorena per suggerirle
un piano di educazione per uno dei suoi figli maschi, il principe don Loren-
zo allora ventunenne, in vista della sua carriera militare e che comprendeva
anche «fargli leggere» i testi di Fabio Albergati, di Girolamo Muzio e simili:
Per dar regola di quello che deve studiare un personaggio di tanta qualità come l’eccel-
lentissimo signor principe don Lorenzo [...] dirò il mio parere [...] E come ho già det-
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182 Maria Pia Paoli

to, a me non pare che così lungo studio nella teorica delle matematiche sia necessario,
perché per l’ordinario rende l’huomo sofistico e men generoso e risoluto nelle attioni
gravi [...] et oltre alle matematiche potrebbe Sua Eccellenza farsi leggere diverse histo-
rie alla presenza e con persone di qualità e che habbino pratica del mondo e siano par-
te soldati di valore e d’esperienza e parte huomini di belle lettere [...]. Potrà anco farsi
leggere libri politici e militari, potrà anco far studio nelle cose di duelli e nell’accomo-
damento delle paci sì con discorsi particolari, come con farsi leggere l’Albergati e il
Mutio et altri libri simili. Et così [...] si piglia dell’ambitione e non delle bassezze e
delle lascivie.149

Una figura centrale nell’entourage mediceo fu il principe Leopoldo


fondatore della celebre accademia del Cimento e poi creato cardinale, di-
gnità che ricoprì fino alla morte avvenuta nel 1675.150 Appare perciò giusti-
ficato il fatto che nei numerosi dossiers di cause fra privati e cause delega-
te se ne trovi uno specifico dedicato alle cause trattate da questo principe
fra il 1657 e il 1672. Principe colto che usava frequentare le lezioni dello
Studio pisano, Leopoldo nel 1644 fu il destinatario di una serie di «avver-
timenti politico legali» redatti dal giurista aretino Angelo Accolti nei quali
si prospettava anche un modo «più spedito e più facile di fare i processi del-
le liti», ricorrendo, ad esempio, all’uso della lingua italiana invece che al la-
tino.151 Molte richieste di intervento rivolte a Leopoldo riguardano proces-
si criminali pendenti al tribunale degli Otto; il punto d’onore resta ora più ai
margini, mentre prevalgono le questioni patrimoniali, coniugali, dotali, te-
stamentarie, beneficiarie.152
Di Leopoldo, al tempo in cui era cardinale, ci resta una formula di lo-
do arbitrale usata in altre occasioni simili e redatta nel 1672 per dirimere
una causa di fidecommesso fra due cugini, Anton Maria e Francesco Guar-
di; vi intervennero anche il suo auditore, Filippo Soldani vescovo di Fieso-
le, e con lui il senatore Lorenzo Pollini esperto di arbitrati, entrambi depu-
tati dalle parti. Il lodo, si dice, voleva evitare la «tela giudiciaria»; invoca-
to il nome di Dio, si richiamavano le parti all’osservanza di quanto conte-
nuto nella relazione dell’auditore.153 I litiganti avevano rimesso tutto al

149. ASF, MdP 5079, inserto 6, c. 987. Su don Lorenzo Medici (1599-1648) e la sua
educazione cfr. anche Paoli, Di madre in figlio, pp. 91-94, ed E. Stumpo, Medici Lorenzo, in
DBI, 73, Roma 2009, pp. 131-134.
150. Su Leopoldo de’ Medici (1617-1675) cfr. A. Mirto, Medici Leopoldo de’, in DBI,
73, Roma 2009, pp. 106-112.
151. BNCF, XXIX 1, cc. 1-10.
152. ASF, MdP 6415.
153. Ibidem.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 183

principe, non avendo fiducia nei giudici troppo impegnati «per lor gravi oc-
cupazioni o altri loro impedimenti».
Un caso emblematico della dilagante necessità di arbitrati rapidi e auto-
revoli nelle questioni più disparate è contenuto in uno dei tanti dossiers de-
scritti come «casi di particolari». Si tratta della supplica rivolta al granduca
Ferdinando II da parte di Valerio Chimentelli, professore di greco nello Stu-
dio Pisano, perseguitato e minacciato di percosse dal cavaliere Federico An-
tinori invidioso, si dice, della carriera accademica del Chimentelli e già mac-
chiatosi di un delitto ai danni dell’«innocente dottore Lorenzo Magnani».154
L’abilità retorica dello scrivente, letterato di mestiere, restituisce in
maniera efficace i risvolti antropologici dell’insorgere delle inimicizie fo-
mentate da «cervelli stravaganti» che fanno leva sul potere che deriva dal-
l’avere denari, parenti e seguaci. Due mondi opposti, due «costumi» si
fronteggiavano nella Pisa sede dell’Università e della religione dei cavalie-
ri di Santo Stefano: l’«huomo da bene e vero cristiano» dedito agli studi e
il cavaliere in preda al «bollore della rabbia» e a una «torbida malinconia»,
espressione nuova usata per descrivere gli effetti dell’ira: «Vede V.A. le mie
angustie: sa che il mio stato, la mia professione, il mio genio, i miei costu-
mi aboriscono l’inimicizie, l’odio et il sangue, e pure debbo guardarmi,
perché niuno può assicurarsi da un cervello così turbolento, da un animo
così sregolato e contumace, con tutto che reo e fuggiasco». Chimentelli ne-
ga di avergli recato offesa e si chiede il perché di risoluzioni così ingiuste:
Vani sospetti, confuse macchine, torbida malinconia nudritali da una profondissima in-
vidia e livore che gli impasta le viscere. Non ha egli mai potuto digerire che io sopra
ogni mio merito sia stato beneficato dal ser.mo Granduca [...], applaudito da’ miei par-
ziali, favoreggiato da amici e scolari, de’ quali si è egli trovato in ogni tempo sprovi-
sto [...] Giuro a V.A. come huomo da bene e come vero cristiano che niuna altra causa
si potrà mai ritrovare fuor di questa [...] fino a che avrà sangue, vita danari, parenti,
perseguiterà, taglierà a pezzi, e bisognando darà foco alla casa, avendo di continuo in
bocca che i cavalieri non hanno a trattare altrimenti con i par miei [...] che ha pronto il
danaro e preparato il luogo dove andare, che ha molti huomini a’ suoi cenni.

Chimentelli raccomanda al granduca la sua vita e i suoi studi:


Preveggo che il negozio s’incammina con rimedij troppo ordinarij contro le regole del-
l’aforismo. Dubito che non possa repullulare una volta quest’idra e dar cagione di nuo-

154. ASF, MdP 6394, inserto 7; su Chimentelli cfr. M.A. Giua, Valerio Chimentelli
(1620-1669), antiquario fiorentino professore di greco all’Università di Pisa sotto Ferdi-
nando II Medici, in Studi di antiquaria ed epigrafia per Ada Rita Gunnella, a cura di C.
Bianca, G. Capecchi, P. Desideri, Roma 2009, pp. 191-222.
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ve lagrime. Non abbandoni V.A. la mia povera innocenza, o io sarò costretto a elegge-
re disperati consigli, che mi tolgano le fortune, gl’amici et il godimento migliore del-
la felice protezione di V.A. alla quale di nuovo porgo le mie caldissime preghiere e ba-
cio per fine ossequiosamente la veste.

Lo statuto professionale dell’uomo di lettere che per le leggi di caval-


leria non poteva battersi in duello si confrontava con lo statuto del cavalie-
re che, a prescindere dall’ordine di appartenenza, aveva dalla sua impunità
e baldanza. E non a caso a ribadire e disciplinare il vero fine della profes-
sione cavalleresca furono in molti, filosofi morali e giuristi; tra questi il car-
dinal Giovan Battista De Luca con la sua opera La dama e il cavaliere,155
ma anche Carlo Antonio Manzini, che dedicava due capitoli del suo Duel-
lo schernito «a definire il debito, offittio e fine del buon cavaliere», la peri-
zia, la forza, il coraggio e la virtù cavalleresca. Non dalla letteratura dei fa-
volosi romanzi, dichiara Manzini, né dai professori «della corrotta cavalle-
ria dei nostri tempi» bisogna ricercare notizie sulla professione cavallere-
sca, il cui unico vero fine è quello della giustizia e della virtù a difesa delle
vedove, dei pupilli, di donzelle e «honorate matrone» che «sotto il padiglio-
ne della vera cavalleria devono havere honorato ricovero». Non servono
«titoli o croci pendenti al collo» per distinguere un cavaliere. Rispolverati
i classici ideali del buon cavaliere paladino dei più deboli, l’autore introdu-
ce anche un nuovo concetto di «valore» che non implica solo «forza natu-
rale, animosità o cuore ardimentoso, ma quella franchezza della virtù e
quella vantaggiosa peritia che col molto studio, fatica, applicazione si ac-
quista per giungere al possesso di qualche arte, professione, scienza o disci-
plina, sia scolastica, militare o meccanica &tc».156

9. L’aria di casa: le “paci aggiustate” al tempo di Cosimo III

Il caso volle che l’ultima filza che raccoglie gli arbitrati dei Medici si
apra con una vertenza che coinvolse certi Giulio e Achille uomini del con-
te Giovan Francesco Isolani di Bologna da una parte e, dall’altra, Cosimo

155. In relazione alla ricaduta di quest’opera nella Toscana medicea cfr. M.P. Paoli, La
dama, il cavaliere e lo Sposo celeste. Modelli e pratica di vita femminile nella Toscana mo-
derna, in Nobildonne, monache e cavaliere dell’ Ordine di Santo Stefano. Modelli e strate-
gie femminili nella vita pubblica della Toscana granducale, a cura di M. Aglietti, Pisa 2009,
pp. 165-213: 182-188.
156. Manzini, Il duello schernito, pp. 74-75.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 185

Bartolini di Barberino nel Mugello, terra di origine della stirpe medicea.


Desideroso di mantenere la quiete nei luoghi del suo dominio, Cosimo III
prende molto a cuore la vicenda del Bartolini. È questo uno dei pochi casi
in cui nelle filze esaminate si fa sentire la voce di una comunità; a livello lo-
cale altri erano i canali di comunicazione fra centro e periferia, la cui cassa
di risonanza maggiore fu il Magistrato dei Nove Conservatori del Dominio
e della Giurisdizione con tutta la rete epistolare intercorsa fra i cancellieri
comunitativi e gli officiali dei Nove, molto ricca a partire soprattutto dall’e-
poca di Cosimo III.157
La documentazione fa capire che la pace si concluse e si riporta in co-
pia uno strumento notarile rogato a Modena il 22 dicembre 1682 dal notaio
Giulio Cesare Guidani; la scelta era caduta su Modena come luogo non so-
spetto alle parti e il rituale di pace si svolse nella casa del marchese Bernar-
di, situata «in callegaria ad usum tabernae in loco ut vulgo dicitur Monteca-
tino».158 Gli elementi di interesse in tutta la vicenda iniziata nel dicembre
del 1677 e protrattasi fino a tutto il 1682 sono rappresentati dalla narrativa
del fatto ad opera della comunità di Barberino e del Bartolini individual-
mente, dalla dichiarazione di insuccesso ammessa da un arbitro scelto fra i
membri dei litigiosi Pepoli di Bologna, l’abate olivetano Taddeo, dal persi-
stere di abusi di stampo baronale, le “potenze” esercitate dai bravi al soldo
del conte Isolani. Altri protagonisti delle lunghe trattative furono il segreta-
rio Francesco Panciatichi, gli auditori fiscali Emilio Luci e Valentino Fari-
nola, il marchese Ferdinando Cospi159 che insieme al marchese Mattias Bar-
tolomei è in questi anni fra i mediatori più richiesti in fatto di paci.160 L’ori-
gine come al solito fu apparentemente futile, un lume acceso dai servitori
dell’Isolani, che il Bartolini intimò di smorzare con pistola alla mano e pro-
nunciando parole offensive nei loro riguardi. Inutile dire che le versioni dei

157. Cfr. E. Fasano Guarini, Centro e periferia, accentramento e particolarismi: dico-


tomia o sostanza degli Stati in età moderna?, in Origini dello Stato, processi di formazione
statale in Italia fra medioevo ed età moderna, a cura di G. Chittolini, A. Molho, P. Schiera,
Bologna 1995, pp. 147-176.
158. ASF, MM 128, c. 152.
159. Sul Cospi figlio di Costanza Medici e Vincenzo Cospi, cfr. F. Petrucci, Cospi Fer-
dinando, in DBI, 30, Roma 1984, pp. 81-83 e anche il contributo di S. Calonaci in questo
volume.
160. Sul Bartolomei (1640-1695), mecenate e intenditore di musica e teatro, cfr. S.
Vuelta García, I cultori del teatro spagnolo, in Naples, Rome, Florence, pp. 473-500: 485-
488.
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186 Maria Pia Paoli

fatti non collimavano; la versione rilasciata dal conte il 23 gennaio 1679 a


difesa dei suoi uomini si conclude con promesse da «huomo d’honore» di
fare tutto per procurare l’aggiustamento della pace; la versione della parte
avversa prende voce dall’intera comunità di Barberino che coglie l’occasio-
ne per denunciare altri abusi commessi dagli uomini dell’Isolani, i fratelli
Giovanni e Antonio Giorgi, soldati a cavallo, che «facevano le potenze co-
me faceva detto conte», volendo dettar legge sul prezzo del vino venduto al
mercato. Dopo un fallito tentativo di affronto con «bocche di foco» ai dan-
ni del Bartolini, altri uomini del conte, trascorsi quattro mesi, «gli tirarono
tre archibusate e come che era innocente, niuna colpì». Riemerge così dal
lessico talvolta sgrammaticato di questo interessante e lungo memoriale il
riferimento a una sorta di ancestrale «giudizio di Dio» a favore dell’inno-
cenza del Bartolini che, schivati i colpi di archibugio, dalla paura «è stato
sempre in casa, e molti mesi senza andare alla messa...», vicino a lui abi-
tavano i suoi nemici definiti «banditacci, forestieracci e bricconi [...] o di
Vernio o di Baragazza», contea dei Pepoli. Rivolgendosi direttamente al
granduca la comunità spera che si possa dare credito anche alle «lettere cie-
che» e lo supplica «per amor di Dio» a porre rimedio
se vostra Altezza non li farà levare l’arme creda che il Castello di Barberino è per la
mala, e niuno ne può, havendo vedutosi che non sono gastigati. Alle lettere cieche non
si sole credere ma Vostra Altezza chiami tutto Barberino che diranno più di quello qui
in carta si è messo.

Il memoriale si conclude con la denuncia di altro abuso commesso dai


soldati a cavallo dell’Isolani e si dice che l’auditore Farinola ne era infor-
matissimo. Per via del secondo affronto, con sentenza emanata nell’ottobre
del 1680 dal tribunale degli Otto, due dei servitori del conte, Francesco e
Livio, erano già stati condannati alla forca e alla confisca dei beni; al mo-
mento di dover concludere la pace risultavano latitanti e non più al servizio
del conte, essendo uno in Istria e l’altro a Padova.
A quel punto la trattativa aveva preso varie pieghe: Bartolini genufles-
so, probabilmente per timore di altre rappresaglie, chiedeva perdono e indi-
cava come mediatore il conte Quaranta Isolani.161 Gianfrancesco Isolani,
non tollerando che Bartolini avesse offeso a parole persone alle sue dipen-
denze, compreso un suo cappellano andato soggiornare a Barberino, decise
di non ingerirsi più nella faccenda «lavandosene le mani» e venendo meno

161. ASF, MM 128, c. 45.


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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 187

alle sue promesse di negoziare la pace.162 A questo punto si ingerisce Ferdi-


nando Cospi che dalla sua villetta di Bagnarola consiglia di convincere l’I-
solani a proseguire le trattative ricorrendo al padre abate Taddeo Pepoli oli-
vetano, «persona di tutto il maggior credito in qualsivoglia maneggio e di
prudenza e destrezza inarrivabile». Ma lo zelo del Pepoli mal si conciliò
con l’animo «riscaldato» del conte. La fortuna di questa espressione aveva
una ricaduta sul piano della prassi giudiziaria? Preso «dal bollore delle of-
fese di fatto» lo stesso Bartolini poteva per questo essere scagionato e, del
resto, le percosse e archibusate ricevute parevano all’abate già un compen-
so pagato per il suo torto. Fatto sta che la mediazione del Pepoli risultò fal-
limentare e lo indusse a rinunciare al suo mandato con lettera inviata al se-
gretario Panciatichi il 7 febbraio 1682:
Con inesplicabile mio dispiacere e rossore dopo tutte le diligenze per me possibili nel
corso di sei mesi mi conviene riconoscere e confessare a V.S. Ill.ma che io non ho avu-
to né talento né fortuna di ultimare la pace di Barberino [...], ma nello stringere ha bi-
sognato che ceda la mia somma premura all’impossibilità che asserisce il sig. Conte
havere circa il tralasciare o ’l reciprocare la soddisfazione pretesa dagli huomini di lui.
Con essi mi dice che si è impegnato di parola ferma et indispensabile di far loro have-
re la suddetta soddisfazione nella forma precisamente descritta e con le avvisate solen-
nità senza punto alterarla e che senza assicurarli di questo non ha potuto ridurli a far il
mandato della pace, sì che adesso non può dar orecchio a priego alcuno contra la pro-
pria parola né può di nuovo trattar con gli huomini già lontani e divisi né può loro co-
mandare con lettere non essendo più a lui soggetti. A questa risoluta forma di parlare
non ho mancato d’oppormi esaggerando la mia ammirazione come il sig. Conte che ha
scienza e prattica della materia delle paci si sia lasciato così strettamente impegnare ad
una condizione insolita e forse indiscreta et ingiusta se si fa riflessione al succeduto ca-
so [...], ridotto il trattato a questo termine e lavata a me ogni speranza anche di mode-
rare il modo dell’impropria pretesa soddisfazione, almeno col ripiego della facoltà nel
Mandato di pace, di dare e ricevere reciprocamente le convenienze, conforme al pru-
dentissimo parere di di V. Ill.ma, ho stimato non sia più, per la parte che io rappresen-
to, ne giustizia ne decoro a proseguire...163

A stretto giro di posta il 13 febbraio Cosimo III faceva sapere all’aba-


te che aveva apprezzato comunque la sua mediazione, mentre il Pepoli ri-
spondeva rammaricato per non avere avuto né talento, né fortuna, ma gra-
to verso l’impareggiabile benignità di S.A. «che la quale con generosità
più che humana si compiace anche dal niente far nascere qualche spetie di
merito».

162. Ivi, c. 40.


163. ASF, MM 128, c. 69.
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188 Maria Pia Paoli

La pace si conclude in terreno neutrale, a Modena; nell’atto si dichia-


ra il pentimento del Bartolini per le parole dette: «dolente e pentito [...] bra-
ma e vuole non haverle mai dette, anzi le ritratta e si protesta e dichiara di
riconoscerli per huomini e soldati d’honore»; non seguono firme in questo
documento ma si precisa che in fede ha firmato davanti a testimoni. Al di là
dei termini tecnici della sua conclusione, il caso ci mostra la dilatazione del
concetto di onore preteso da «banditacci forestieri», portando alla luce la
voce di una comunità, il popolo di Barberino; dall’altro emergono con effi-
cacia le difficoltà stesse della pratica della scienza cavalleresca che richie-
deva talento e fortuna, oltre che la buona predisposizione degli animi placa-
ti dal «bollore dell’ira».
Un anno dopo, nell’agosto 1683, ritroviamo di nuovo l’abate Taddeo
Pepoli e con lui Ferdinando Cospi e il segretario Francesco Panciatichi
coinvolti nel rimediare ai disordini provocati ai confini della Toscana con il
bolognese per via delle faide della famiglia Butelli, montanari protetti da
Cornelio Pepoli parente dell’abate. Cosimo si mostra disgustato e vuole che
Cornelio induca i Butelli alla pace e solo così avrebbe avuto di nuovo la sti-
ma che lui e i suoi antenati avevano sempre goduto presso la famiglia Me-
dici.164 Molte le parole spese da Taddeo in vena di metafore che mettono a
confronto le «ombre al principio ignote» coi «lumi della protezione sovra-
na di principe zelante».165 Il prosieguo della trattativa fa emergere dati che
interessano la dimensione antropologica di queste faide: la gioventù dei lo-
ro protagonisti, la passione, l’amicizia e/o inimicizia che affondano le loro
radici nei «tempi antichi e moderni», la necessità che nella pace ci sia chia-
rezza formale per evitare possibili rotture;166 la scelta di un mediatore
«amatore della verità e del giusto». Ferdinando Cospi dalla sua villa di Ba-
ragazza, zona della faida, avendo familiarità con quelle popolazioni, aveva
annotato nei suoi libri la vita di costoro e dei suoi «poiché se non si fa così
non si slontaneranno mai i Butelli». Consalvo Butelli capo della fazione era
disposto a recarsi a Firenze munito di salvacondotti e di licenza di portare
armi per decidere le condizioni della pace, ma i capi dei nemici erano as-
senti. Cosimo voleva sentire entrambe le parti e farle «rimettere in un cava-

164. Ivi, cc. 185r-187v.


165. Ivi, cc. 189-190.
166. Riferimenti a questo in Niccoli, Perdonare, pp. 98-123, e per gli aspetti tecnico-
giuridici inerenti all’amministrazione della giustizia nel granducato relativamente alle paci
cfr. il contributo di Edigati in questo volume.
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liere per ciascuna che sia prudente, pratico in simili materie e che non abbia
parzialità con esse e che più deputino un procuratore per parte il quale sia
capace di rappresentare senza cavillazioni le pretensioni di ciascuna delle
medesime». Panciatichi in virtù del suo ministero e per le molte sue incom-
benze rifiutò l’arbitrato richiestogli dai Butelli e quanto al procuratore spe-
cificava: «non si è inteso d’un procuratore causidico e legale per interessi di
liti civili, ma d’uno della parte de’ medesimi Butelli interessato all’aggiu-
stamento». L’importante era evitare che dopo la pace qualcuno dicesse «di
non essere stato sentito» e suscitasse per questo capo nuove difficoltà. La
pace si concluse e l’ultima lettera di Ferdinando Cospi da Bologna in data
21 dicembre 1683 esprimeva soddisfazione anche da parte dei Pepoli.167
Nel passaggio dai duelli alle paci la scelta dei mediatori presumeva, ol-
tre che figure eminenti e autorevoli come i principi, l’apprendimento di una
tecnica che alla fine del Seicento aveva alle spalle una lunga stagione di
scritture e di casistica; l’arbitrato da un’arte si trasformava sempre più an-
che in un onere. Nella vertenza per causa di etichetta nata fra il duca di Ver-
vich e il marchese Ferdinando Capponi durante il ballo offerto a Firenze la
sera del 24 febbraio 1685 in casa del marchese Corsi, si scelse come primo
arbitro il generale Bracciolini perché forestiero e dunque considerato libe-
ro da connivenze con parenti e amici delle parti. Al solito il segretario Pan-
ciatichi, ormai esperto delle procedure, scrisse al Bracciolini per invitarlo a
consigliarsi col marchese Mattias Bartolomei che non doveva comparire
ufficialmente:
ma perché io ben so che V.S. Illma non ha gran genio a sofisticare su la forza delle pa-
role et a studiare le formule solite praticarsi in questi trattati cavallereschi ho suggeri-
to a S.A. che le dia facultà di poter in ciò consigliarsi col sig. marchese Bartolomei ca-
valiere prudentissimo et al pari di chi si sia impossessato del modo di condurre a buon
fine questi maneggi onde egli senza apparire potrà assisterla e pigliarsi la briga di met-
tere in carta quei distesi che possono occorrere. Nel rimanente dovrà tutto comunica-
re al sig. Principe nostro signore [il gran principe Ferdinando figlio di Cosimo III] e al
marchese Luca degli Albizi persona piena di accorgimenti e di prudenza.168

Bracciolini in realtà rinunciò all’incarico, dichiarandosi incapace di


comporre la vertenza. Il duca di Nortumbria e il Capponi si rimisero al so-
vrano arbitrio. La conclusione della pace che vide i due cavalieri scambiar-
si promesse di reciproca amicizia e strette di mano fu chiosata con espres-

167. ASF, MM 128, ivi, cc. 210-219.


168. Ivi, cc. 227-232 ss.
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sioni altisonanti che si richiamano alla divinità stessa del principe in quan-
to mediatore:
Siccome non vi è opera più gloriosa ne che renda un Principe più simile a Dio in terra
che il procurar di comporre con la sua autorevole mediazione le discordie e nemicizie
de cavalieri, così all’incontro non vi è azione più degna che ne renda essi cavalieri più
simili a sé medesimi che in opera cotanto eroica incontrar con reverente e subita obbe-
dienza i cenni di sì Clemente e giusto Principe.169
L’appello alla clemenza e giustizia del principe invocato nelle sale da
ballo dei palazzi fiorentini risuonò con accenti accorati anche sulle ripe del
fiume Tavarone in Lunigiana dove nel 1687 si verificò una rottura di pace
fra due rami dei marchesi Malaspina del Ponte e di Podenzana e Suvero.170
Nonostante la sentenza data da Cosimo III sul regime del fiume, dai suddi-
ti del marchese di Podenzana furono sparate ben venticinque archibugiate
al marchese Ferdinando Malaspina del Ponte intento a far accomodare un
gabbione costruito sugli argini per ripararsi dalla furia del fiume. Ferdinan-
do scrive al granduca il 25 novembre 1687 supplicandolo come liberatore
degli oppressi:
Supplico umilmente l’A. Ser.ma per le viscere di quel Dio che ha datto i Prencipi al
mondo per far la giustizia e castigar i superbi e liberar gli oppressi dalle loro tirannie,
a liberarmi dal travaglio in che mi trovo con por presto e benigno rimedio a tanta mia
disgrazia che della gratia ne resterò io e mia casa eternamente obbligato all’A.V.
Ser.ma alla quale faccio humilmente riverenza.171
Ma fu grazie alla mediazione di un parente dei marchesi di Podenzana
e Suvero, il marchese Lazzaro Malaspina d’Olivola, che la pace si conclu-
se nell’agosto 1688: a suggellarla stavolta ci furono reciproche visite di
cortesia scambiate fra le parti.
Nelle questioni di confine fra la Toscana, la Lunigiana e la zona di
Pontremoli e del Parmense molto contribuirono in questi anni le missioni
pacificatrici del gesuita Paolo Segneri. La svolta delle missioni gesuitiche
in fatto di riconciliazione è dato acquisito.172 Nei Ragionamenti che com-

169. Ivi, c. 271.


170. Su questi rami dei Malaspina e su un’altra questione che li riguardò nel Settecen-
to cfr. D. Del Nero, La disfida di Pontremoli: una disavventura dei Malaspina, con prefazio-
ne di F. Cardini, Lucca 2006.
171. ASF, MM 128, c. 312.
172. Cfr. V. Soncini, Il p. Paolo Segneri (1624-1694) nella storia dei Farnese a Par-
ma con lettere e documenti inediti, Torino 1924, e in generale Paolo Segneri: un classico
della tradizione cristiana, a cura di R. Paternostro, A. Fedi, New York 1999; P. Broggio, I
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 191

pongono il suo Il cristiano istruito nella sua legge del 1685, il Segneri tor-
na più volte sugli effetti dell’ira, sulle inimicizie, sulla necessità del perdo-
no cristiano, adducendo vari esempi di casi concreti incrociati nelle sue tan-
te missioni e che riflettono spesso comportamenti in uso fra il popolo, arti-
giani, soldati, ecc. Un ragionamento, tuttavia, il ventiduesimo della parte
prima dell’opera, Sopra il dar la pace a’ Nimici, fa trasparire dimestichez-
za con gli ambienti e il lessico cortigiano delle buone maniere. A proposito
dell’odio e dei suoi effetti nefasti il gesuita stigmatizza chi nega di salutare
l’avversario:
Non solamente chi fa così nega al Prossimo ciò che gli è dovuto per legge di carità, co-
me son gli officj comuni di benevolenza, di cortesia, di creanza, ma è facilissimo che
si muova ancora a negarglielo da rancore non ordinario, giacché in un huomo, massi-
mamente civile, il rancore suol essere il persuasore de’ mali termini.

Ancor più interessanti sono tuttavia gli spunti offerti dal Segneri sulla
pace pubblica messa per scritto, che suggerisce «non per comandamento di
Carità ma sol per consiglio».173 Comparando san Tommaso con le teorie dei
teologi moderni Navarro e Suárez, Segneri alla fine raccomanda di rogare
pubblicamente le paci come atto di carità verso se stessi. Il morso dell’odio
come quello del coccodrillo, secondo la citazione che trae da Diodoro Sicu-
lo, ha bisogno per essere curato, sia del balsamo, ovvero della pubblica pa-
ce, sia del cerusico, ovvero del confessore prudente che sappia «spremere
tutta fuori la marcia che è giù sepolta».
Si ritrovano alcune nature fisse, presso le quali non muore mai la memoria delle ingiu-
rie ricevute, né pur con la loro morte medesima, mentre lasciano bene spesso per ere-
dità nella loro Famiglia, come le professioni, così ancora le inimicizie.

Coloro che perciò negheranno la pace pubblica non sono i più modesti
fra il popolo, né i più continenti o caritativi: «Sono ordinariamente persone
di mala vita, ò superbiosi, ò sanguinarii, ò sensuali, e questi ultimi forse più
di alcun altro: ira voluptatibus generatur, dice Seneca».174

gesuiti come pacificatori in Età moderna: dalle guerre di frontiera nel Nuovo Mondo ame-
ricano alle lotte fazionarie nell’Europa mediterranea, in «Rivista di storia e letteratura reli-
giosa», XXXIX, 2 (2003), pp. 249-289, e il contributo di Claudio Ferlan in questo volume.
173. P. Segneri, Il cristiano istruito nella sua legge, Venezia, presso Paolo Baglioni,
MDCCXII, pp. 202-212.
174. Ivi, pp. 205-209.
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10. Il risveglio aristocratico. Il lungo trend del punto cavalleresco

Le composizioni pacifiche perseguite dai principi delle corti italiane in


antico regime hanno messo in luce una vasta gamma di atteggiamenti nati
attorno al concetto di onore nella dottrina e nella pratica che, come abbiamo
visto, coinvolse vari strati di popolazione. A fine Seicento, tuttavia, il feno-
meno del risveglio aristocratico dei patriziati italiani è fenomeno accerta-
to.175 Si manifestò in varie forme, non ultima quella della nascita di sodali-
zi rivolti all’apprendimento della scienza cavalleresca, come avvenne a Fi-
renze con l’istituzione dell’Accademia dei nobili.176
I nobili ribadiscono una loro identità riconquistando posizioni di pre-
stigio nelle magistrature di governo, ma anche i principi sono nobili; si sta-
bilisce così una gara fra primi inter pares. Alcuni testi dedicati agli ultimi
Medici testimoniano, infatti, della centralità della dinastia nel governare le
materie d’onore. Nel 1671, postuma, usciva a Bologna La spada di hono-
re. Libro primo delle Osservazioni cavalleresche del senator Berlingero
Gessi all’Altezza Serenissima di Cosimo III Granduca di Toscana.177 Il bel
frontespizio mostra insieme allo stemma mediceo anche il motto «così del
suo splendor m’orna et honora»; nella dedica si ricorda che Cosimo III
aveva ricevuto Gessi a corte mentre andava ambasciatore a Roma e suo zio
paterno il cardinale Berlingero Gessi era stato curatore e tutore di France-
sco Maria Della Rovere ultimo duca di Urbino. Giocando con le parole al-
lusive anche alla figura di Vittoria della Rovere madre di Cosimo III, Ges-
si identifica il principe come unico detentore dell’onore cui raccomanda
l’opera:
ne dubitar si deve che materia d’Honore non sia per ricevere honore da Principe che è
l’idea dell’Honore istesso, mentre per appunto i savij antichi stimarono figliuolo della
VITTORIA l’Honore. Si degni la supplico di gradirla come incaminata a troncare gli in-
gombri e gli impedimenti alla Pace di cui ella è stata sì prudente e manieroso interpo-
sitore, particolarmente nelle differenze che sono insorte talvolta nella mia Patria e lo
farà parimente fra i maggiori Principi della Terra, non meno che già si fosse l’istesso
Pompeo, ancorché in sua gioventù, arbitro nelle discordie dei Re più valorosi.

175. Donati, L’idea di nobiltà, pp. 291-338, e G. Angelozzi, C. Casanova, La nobiltà


disciplinata. Violenza nobiliare, procedure di giustizia e scienza cavalleresca a Bologna nel
XVII secolo, Bologna 2003, pp. 286 ss.
176. Cfr. Boutier, L’Accademia dei nobili.
177. Per l’erede di Domenico Barbieri; su Berlingero Gessi cfr. R. De Rosa, Gessi Ber-
lingero, in DBI, 53, Roma 1999, pp. 477-479.
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I Medici arbitri d’onore: duelli, vertenze cavalleresche e “paci aggiustate” 193

Il principe come un sole illuminerà la spada «dandogli ardimento di


rintuzzare l’armi del tempo, vincere i colpi del livore e difendersi dalle te-
nebre dell’oblio». Un condensato di metafore che esprimeva gratitudine al
ruolo svolto da Cosimo III nelle tante faide e vertenze esplose a Bolo-
gna;178 nel 1686, infatti, sempre a Bologna uscivano anonimamente delle
Regole per effettuar le paci con osservazioni utili e necessarie a chi profes-
sa le materie cavalleresche d’onore. Il piccolo trattato, molto probabilmen-
te opera di Taddeo Pepoli, è rilegato in seta azzurra con un ricamo in oro e
argento raffigurante lo stemma mediceo ed è dedicato al gran principe Fer-
dinando; nella dedica si fa riferimento alla pace intesa in senso politico che
«ora sbandita dal mondo [...] non altrove che ne’ famosi Mondi Medicei sa
ritrovare il suo asilo». Questo testo, come altri del periodo, si presenta sot-
to forma di mero repertorio di auctoritates in materia, dal Birago, all’Ole-
vano, all’Urrea, al Guazzo, al Muzio, ecc. Di simili repertori si trovano nu-
merosi esemplari manoscritti conservati negli archivi familiari fiorentini;
tra questi le Opinioni cavalleresche raccolte da Francesco Maria Grifoni
nel 1695 per la famiglia dei conti Bardi.179 Ingiurie, offese, mentite, soddi-
sfazioni sono spiegate con citazioni ad hoc, ma la raccolta non fa intravede-
re un filo coerente di dottrina pro o contro la pacificazione. Se nell’opinio-
ne XIV, infatti, si afferma che un principe non può rifiutare disfida da cava-
liere nobile e di qualità quando sia la disfida per causa d’onore secondo il
parere di Paride dal Pozzo e Lancillotto Corradi, nell’opinione LXXXVII si
cita l’Albergati sul punto se il duello sia conveniente all’offeso:
Albergato dice (libro 4. cap. XIII foglio 314) che il duello non conviene all’offeso,
perché o l’offesa è stata fatta giustamente o ingiustamente; se giustamente contr’ogni
ragione sarebbe il risentirsene e dal risentimento non se ne può acquistare honore e se
ella è fatta ingiustamente è chiaro che il nimico è disonorato contra la giustizia e l’ho-
nesto e perciò viene vietato dalle leggi di cavalleria apporta ancora l’Alb. nel luogo ci-
tato di sopra belle ragioni che è bene vederle.

Patrimonio della memoria familiare è anche un bel codicetto in cartape-


cora conservato dai Riccardi con la dicitura Impegni avutisi dai SS.ri Ric-
cardi con diversi in genere di cavalleresca dal 1676 al 1715. Per lo più si
tratta di questioni che toccavano Gabriello, Francesco e Cosimo Riccardi da
una parte e le case Orlandini e Colonna dall’altra; una causa risalente al
178. Sull’intervento di Cosimo III nei conflitti fra nobili bolognesi cfr. Angelozzi, Ca-
sanova, La nobiltà disciplinata, pp. 300-321 e 326-340.
179. ASF, Archivio Bardi, IIa serie, 181.
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1. B. Gessi, La spada di honore, frontespizio.


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2. B. Gessi, La spada di honore, dedica.


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3. B. Gessi, La spada di honore, ritratto dell’autore.


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4. B. Gessi, La spada di honore, impresa.


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1676 riguardava, invece, una mentita ai danni di Ferrante de Rossi da parte


di Gabriello che aveva mandato contro di lui, sebbene invano, quattro sica-
ri per oltraggiarlo. Il Rossi rivendicando una più antica nobiltà dei Riccardi
si lamenta del non cavalleresco trattamento subito, ma «per compassione del
suo nimico pensa che un giorno gli condonerà ogni vendetta dicendo»:
Sig. marchese Gabriello Riccardi tre sono le cause che fanno che le persone si ritenghi-
no dal prendersi le soddisfazioni di lor mano: 1 la materia d’honore che ricerchi prima
e poi segretezza; 2 la disuguaglianza eccessiva del suggetto da cui si deve prenderla; 3
per la tema di andare col peggio.180
Alcuni «Aggiustamenti cavallereschi» sono conservati fra le carte del-
la famiglia Strozzi e arrivano fino agli anni Trenta del Settecento al tempo
della Reggenza lorenese;181 soldati lorenesi e toscani, nobili cavalieri fre-
quentatori del casino dei Nobili di Santa Trinita a Firenze sono protagonisti
di questi accordi raggiunti a volte attraverso alcuni membri della famiglia
Strozzi; luoghi delle paci sono alcuni luoghi immuni, ovvero il chiostro di
Santa Maria Novella o quello della Madonna de’ Ricci. Voluminosi mano-
scritti di materie cavalleresche oltre che due opere a stampa sul tema furono
lasciati, fra gli altri, da Piero Andrea Andreini, patrizio fiorentino, collezio-
nista e antiquario rinomato.182 Ma l’esempio più significativo che si può ad-
durre a testimonianza della lunga vitalità della scienza cavalleresca nella To-
scana medicea, ultimo fra gli antichi Stati italiani a essersi inserito nell’in-
ternazionale nobiliare e principesca, è il lungo elenco dei patrizi fiorentini e
di alcuni “nuovi” nobili cavalieri che sottoscrissero le Dodici conclusioni
cristiane, morali, legali e cavalleresche sostenute contro i vari puntigli del
volgo da la comune dottrina degli scrittori d’onore dedicata a Francesco I
duca di Parma e Piacenza, opera del canonico Giuseppe Antonio Castiglio-
ne, dietro il cui nome si celava probabilmente il bolognese Giovanni Giu-
seppe Orsi;183 le conclusioni confutavano in sostanza le teorie contenute nel-
la Scienza cavalleresca di Scipione Maffei, che nella sua prima edizione del
1710 aveva ricevuto le approvazioni dei deputati e censori dell’accademia

180. ASF, Carte Mannelli Galilei Riccardi 95, inserto 4.


181. ASF, Carte Strozziane, serie V, 1119 inserto 7.
182. Piero Andrea Andreini compose Un Parere cavalleresco intorno al risarcimento
dei danni dovuti dall’offensore all’offeso, Firenze, Michele Nestenus, 1721, e una Risposta
ad una lettera cavalleresca d’incerto autore, Lucca, Capurri, 1724, opera che suscitò pole-
miche; sull’Andreini cfr. R. Tommasi, Delle lodi dell’abbate Pier Andrea Andreini, Firenze,
Matini, 1730.
183. L’elenco è riportato da Donati, Scienza cavalleresca.
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della Crusca Anton Maria Salvini, Marcantonio de’ Mozzi, Salvino Salvini
e Ferdinando Bartolomei. Approvazioni linguistiche, è ovvio, e che nulla to-
glievano a quel risveglio aristocratico di una nobiltà mercantile.

Conclusioni in breve

L’ampia casistica, esaminata nel lungo periodo, mi auguro abbia con-


tribuito a delineare l’evolversi di lessici, atteggiamenti, attori alle prese con
la complessità dei concetti di onore e di giustizia, e con le pratiche connes-
se alla pace fra privati che fu perseguita per via ordinaria o arbitrale. L’ele-
mento religioso del perdono cristiano e della mediazione svolta da predica-
tori e missionari o semplici parroci non trapela molto dai dossiers degli
arbitrati medicei, ma presume l’esistenza di canali paralleli di azione che
ebbero particolare rilievo al tempo delle reggenti e di Cosimo III, docu-
mentabili attraverso lo studio del cospicuo carteggio. Il ruolo dei principi e
delle principesse Medici in materia di arbitrati non si discosta dalle moda-
lità in atto in altre corti italiane ed europee, ma è significativo che, nono-
stante il rapido inserimento della dinastia nell’internazionale dei principi, si
cogliesse da subito il modo di praticare e perfezionare le formule dei nego-
ziati, proseguendo sulla via di una più antica tradizione politica e familiare.
L’arbitrato servì a rinforzare le prerogative classiche attribuite alla sovrani-
tà e al principe, ma allo stesso tempo si incrociò con il percorso in ascesa
della giustizia civile e penale corrente.
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