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theoretikà

Luciano Vasapollo

PIGS
LA VENDETTA DEI MAIALI
Per un programma di alternativa di sistema:
uscire dalla UE e dall’Euro,
costruire l’Area Euromediterranea

con Joaquin Arriola e Rita Martufi


(Piattaforma sociale EUROSTOP)

EdizioniEfesto
PIGS - LA VENDETTA DEI MAIALI
Per un programma di alternativa di
sistema: uscire dalla UE e dall’Euro,
costruire l’Area Euromediterranea

Copyright 2018, Edizioni Efesto ©

Libreria Efesto - Via Corrado Segre, 11 (Roma)


06.5593548 - info@edizioniefesto.it
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A norma di legge è vietata la riproduzione,


anche parziale, del presente volume
o di parte di esso con qualsiasi mezzo

Collana: theoretikà

Autore: Luciano Vasapollo, Joaquin Arriola, Rita Martufi

ISBN 978-88-94855-99-9
Agosto 2018

Impaginazione e illustrazione di copertina:


Francesco Manzo | graframan.com
Indice

RINGRAZIAMENTI DEGLI AUTORI ................................... 9

1. L’ALTERNATIVA DI SISTEMA POSSIBILE E


NECESSARIA .............................................................................................. 11

1.1 Uscire dalla UE e liberarsi dall’Euro ........................... 11


1.1.1 La crisi sistemica: una possibile
opportunità di classe per l’alternativa ........ 11
1.1.2 Per una politica finanziaria
alternativa a quella del capitale USA,
europeo e globale .......................................................... 28
1.1.3 Democratizzare l’economia:
sottomettere il capitale finanziario alle
necessità dello sviluppo produttivo ................ 42

1.2 Necessità di un programma di rottura con la


UE: l’Europa è riformabile, la UE no ........................ 55
1.2.1 Un protezionismo solidale per una
politica industriale di recupero delle
capacità al servizio del popolo .......................... 55
1.2.2 L’apparato industriale militare della UE . 66
1.2.3 Contro la politica imperialista della
UE costruire rapporti sociali e di
produzione a compatibilità socio-
ambientale ........................................................................ 71
2. UN PROGRAMMA DI ALTERNATIVA DI
CLASSE PER LA ROTTURA ........................................................... 79

2.1 Una pianificazione socio-economica della


complementarietà solidale per proteggere
le economie nazionali dallo strozzinaggio
monetario ........................................................................................... 80

2.2 Un progetto per l’alternativa di sistema ha


bisogno di una nuova configurazione dello
spazio geopolitico solidale e complementare ............ 111

2.3 Un Programma Economico-Sociale di


Controtendenza ............................................................................. 121

3. RECUPERARE IL RUOLO DELLA


POLITICA NELL’INTERNAZIONALISMO
DI CLASSE: ORGANIZZARE IL NUOVO
BLOCCO SOCIALE ............................................................................... 145

3.1 Questioni centrali del conflitto capitale-


lavoro per invertire gli attuali rapporti di forza . 145
3.1.1 La questione lavoro-tecnologia al
centro della politica ................................................... 145
3.1.2 La questione migranti-lavoro, chiave
dei limiti dello Stato Sociale .............................. 153

3.2 Democratizzare i mezzi di produzione e


i sistemi di distribuzione, un nuovo ruolo
della politica fiscale. ................................................................... 162

3.3 Uscire dalla UE e dall’Eurozona è decisivo


per la democratizzazione dei rapporti sociali ........ 175
4. LA GEOPOLITICA DELLA ROTTURA CON
LA UE PER L’ALTERNATIVA DI SISTEMA:
UN NUOVO SISTEMA DI ALLEANZE
EUROMEDITERRANEE E GLOBALI .................................... 185

4.1 Vecchi e nuovi attori nella geopolitica globale ...... 185

4.2 Che spazio avrà l’Europa nella nuova


geopolitica? E quale Europa ? ............................................. 207

4.3 Progetti di transizione al momento della


rottura con la UE e l’uscita dall’Euro ......................... 214

APPENDICE: DATI STATISTICO-


ECONOMICI PER L’ANALISI DI ROTTURA
E LA COSTRUZIONE DELL'AREA
EUROMEDITERRANEA .................................................................... 221

BIBLIOGRAFIA .......................................................................................... 231


RINGRAZIAMENTI DEGLI AUTORI

Questo scritto si colloca nel punto di convergen-


za di due percorsi teorici e politici a cui abbia-
mo dedicato tanta passione e tanto lavoro. Da
una parte, costantemente richiamato nelle pagine
che seguono, sta certamente Il risveglio dei maiali
(PIIGS, ediz. Jaca Book, 2011), un libro che è a
sua volta l’esito di una riflessione ventennale sulla
natura imperialistica dell’Unione Europea, con-
dotta in ambiti politici, sindacali, di movimento,
accademici, in Italia e fuori, ed oggi, crediamo,
difficilmente contestabile.
Questa riflessione prosegue, con l’aiuto di tan-
ti compagni, in particolare militanti che hanno
dato vita alla Piattaforma Sociale EUROSTOP,
che non citiamo perché si sentono e sono par-

9
te di un intellettuale collettivo 1. In questo testo,
diciamo manifesto politico e socio-economico di
bozza di programma, e grazie alle suggestioni e
agli esempi provenienti anche da altre parti del
mondo, proviamo a fare un ulteriore passo avan-
ti nella individuazione delle forme di una tran-
sizione per un’Area Euromediterranea a caratte-
re antimperialista e anticapitalista a partire dalla
rottura della gabbia della UE e l’uscita dall’Euro,
oggi possibile nei modi che la nuova realtà della
fase storica consente e che i rapporti di forza nel
conflitto capitale-lavoro determineranno.

1
Ci sentiamo comunque di rivolgere un sentito rin-
graziamento per i preziosi suggerimenti a tanti com-
pagni del Coordinamento nazionale di Eurostop, e
a vari collaboratori del centro studi Cestes-Proteo
come Henrike Galarza, Massimo Gabella, Lorenzo
Giustolisi per i loro utili e importanti suggerimenti
in fase di ultimazione del testo.

10
1. L’ALTERNATIVA DI SISTEMA
POSSIBILE E NECESSARIA

1.1 Uscire dalla UE e liberarsi dall’Euro

1.1.1 La crisi sistemica: una possibile


opportunità di classe per l’alternativa

L’attuale crisi del capitale viene da lontano e mo-


stra la sua strutturalità già dai primi anni ’70, con
una tendenza al ristagno e con forti e continue
tensioni recessive, in parte attenuate da continui
processi di ricomposizione della localizzazione dei
centri di accumulazione mondiale, con una ridu-
zione temporale dei cicli delle crisi finanziarie,
che hanno evidenziato come le diverse forme di
indebitamento crescente, interne ed esterne, pub-
bliche e private, abbiano di fatto in qualche modo
garantito la sopravvivenza degli storici centri di

11
accumulazione del capitale del Nord America e
dell’Europa Occidentale.
Scoppiate le bolle speculative, finanziarie e im-
mobiliari, crollati i prezzi degli attivi finanziari del
capitale fittizio con le conseguenti varie situazio-
ni di insolvenza bancaria, si sono andate eviden-
ziando le diverse crisi regionali, come ad esempio
quella del Giappone nel 1992, del Messico nel
1995, delle tigri asiatiche nel 1997, della Russia
nel 1998; fino a quella del 2007, che viene er-
roneamente definita la crisi finanziaria degli Stati
Uniti e che nel 2008, attraverso l’articolazione del
sistema bancario internazionale, colpisce tutti i
paesi a capitalismo maturo, e non solo.
Tutto ciò farebbe pensare alla scelta della fi-
nanziarizzazione dell’economia come un processo
momentaneo di riassestamento del capitale inter-
nazionale, mentre si tratta effettivamente di un
illusorio tentativo di uscita dalla crisi strutturale,
prendendo atto dell’incapacità e impossibilità del
rilancio di un nuovo modello di accumulazione
capitalista attraverso un tentativo di cambiamen-
to del modello di produzione.

12
Anni fa, molti economisti cosiddetti post-ca-
pitalisti, soprattutto quelli statunitensi, avevano
avvisato del fatto che la moneta unica nasconde-
va, sotto il tappeto simbolico della stessa mone-
ta e della stessa politica monetaria, varie forma-
zioni sociali molto diverse in cui, in assenza di
meccanismi fiscali di compensazione, le disparità
sarebbero potute aumentare fino a far scoppiare
le contraddizioni di un modello monetario mal
concepito, persino con parametri capitalisti. Tali
presagi di economisti come Krugman, Dornbush,
Modigliani, Becker sembrano essersi confermati
con la congiuntura finanziaria della crisi sistemi-
ca come rappresentazione di una crisi di sovrap-
produzione e di sovraccumulazione in presenza
di una caduta tendenziale evidente del saggio di
profitto.
Secondo la teoria dominante, la dematerializ-
zazione della moneta ha rappresentato un grande
obiettivo, talmente grande che ancora non è stato
raggiunto in maniera soddisfacente. Tale conce-
zione soggettiva, oggi dominante nei circoli acca-
demici e politico-economici, rende incerto ogni
pagamento così considerato, posto che il credito-

13
re non riceverà il suo pagamento finché verrà uti-
lizzata questa moneta nell’acquisto dell’oggetto
desiderato. Nell’intervallo di tempo che trascorre
fino a che l’acquisto venga effettuato, considerare
saldato il debito significa non rispettare la stessa
definizione di pagamento.
Si cerca così di sopravvivere alla meglio, in-
tensificando la sostituzione della funzione del
capitale produttivo con finanziarizzazione, delo-
calizzazioni, esternalizzazioni, privatizzazioni e ri-
ducendo drasticamente i costi di produzione, con
un attacco violento e generale al costo del lavoro,
alle stesse garanzie e diritti del lavoro, al salario
diretto, indiretto e differito, provocando disoccu-
pazione strutturale, precarizzazione istituzionaliz-
zata, uso ricattatorio della forza lavoro immigrata
per espellere manodopera locale, più costosa e più
esigente in termini di diritti e garanzie. L’indebi-
tamento generalizzato è parte di questa prospet-
tiva finanziaria, che si è affermata con un lungo
ciclo di bassi tassi di interesse, accompagnato da
forme selvagge di deregolamentazione.
Gli anni trascorsi dalla prima pubblicazione
del libro Il risveglio dei maiali. PIIGS (Jaca Book,

14
2011) hanno confermato tutte le linee fonda-
mentali di ragionamento e impostazione di bat-
taglia politica che vi proponevamo, a cominciare
dal rafforzamento del polo imperialista europeo
nella crisi sistemica che accentua la competizione
globale e dalla progressiva e sempre più evidente
divaricazione degli interessi con il grande impe-
rialismo storico degli Stati Uniti.
La fine della guida unipolare statunitense ria-
pre la cosiddetta era degli imperialismi, una nuo-
va fase dello sviluppo capitalistico caratterizzato
dall’emergere di più blocchi, o poli, accompagna-
to dall’affermazione di diversi competitori inter-
nazionali.
La neo-globalizzazione, o globalizzazione
neoliberista, iniziata già negli anni ’70, che si è
accompagnata nei paesi a capitalismo maturo a
un massiccio sviluppo delle forze produttive, ha
condotto gradualmente a un punto in cui lo Sta-
to-nazione non è più il fulcro economico-produt-
tivo dell’accumulazione capitalistica, ma si for-
mano borghesie transnazionali in grado di avere
una spinta propulsiva nell’internazionalizzazione
dei processi produttivi.

15
Nella crisi sistemica del modo di produzio-
ne capitalistico (MPC), determinata in ultima
istanza dalla tendenza alla caduta complessiva del
saggio medio di profitto (cosa diversa dalla massa
assoluta di profitto, che invece continua ad au-
mentare), la prospettiva è dunque quella di un
inasprimento della competizione globale e della
tendenza alla guerra in un sempre più attuale con-
flitto interimperialistico.
La fase attuale dell’imperialismo tuttavia non
è unicamente caratterizzata dall’aggressività mili-
tare, ma affonda le sue radici nello sviluppo stesso
delle relazioni economiche, sociali, politiche del
MPC. Dopo una iniziale popolarità, gli ultimi
anni si sono incaricati di smentire in modo cre-
diamo definitivo la possibile validità della catego-
ria negriana di “Impero” come unico e totalizzan-
te dispositivo imperiale.
La chiusura del ciclo speculativo dell’estate
2007, con il connesso crollo del mercato del cre-
dito mondiale, porta ad un rigenerato interven-
tismo degli Stati dei paesi a capitalismo maturo,
indirizzato però non al rilancio della produttività
nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema

16
bancario e finanziario. Tali operazioni, che pun-
tano a ridare ossigeno alle banche, innalzano pe-
santemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia
per l’entità delle somme, sia per la diminuzione
degli introiti fiscali dovuta alla decelerazione degli
investimenti produttivi causati dalla riduzione del
credito alla produzione, che di fatto blocca i pro-
cessi di crescita dell’accumulazione capitalista. Si
tratta in effetti di una gigantesca operazione a fa-
vore di banche, sistema finanziario e imprese, per
lo più medie e grandi, per trasformare il debito
privato in debito pubblico; si porta così la crisi del
capitale in una direzione più pesante che è quella
relativa alla crisi economica e politica degli Stati
sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
La crisi finanziaria nel polo europeo ha deter-
minato fra l’altro una configurazione istituzionale
particolarmente esposta alla crisi stessa. I lavora-
tori che vivono nei paesi in cui c’è l’Euro (l’Eu-
rozona) subiscono lo stesso e pesantemente le
conseguenze della crisi strutturale e poi sistemica
del capitalismo, modo di produzione incapace di
ottenere miglioramenti significativi della produt-
tività, nonostante l’importante rivoluzione tec-

17
nologica che sta avvenendo sotto i nostri occhi.
Però, oltre a questa crisi, comune a tutti i paesi
capitalisti sviluppati, l’ Eurozona è sopraffatta da
un sistema monetario e finanziario speciale che
inasprisce le tensioni e amplifica l’impatto delle
crisi, che passino da cicliche a strutturali, o fino
alla caratterizzazione sistemica con le specificità di
sovrapproduzione e sovraccumulazione.
In tal modo il processo di privatizzazione, in
atto dall’inizio della fase neoliberista come ulte-
riore tentativo di occultare gli effetti della crisi di
accumulazione del capitale, accompagnato ai pro-
cessi di finanziarizzazione e di attacco generale al
costo del lavoro, vede la sua ultima puntata piegan-
do gli Stati in una crisi di natura fiscale. Si va così
abbattendo definitivamente il ruolo interventista,
mediatore e occupatore dello Stato, facendo sì che
lo Stato sia presente in economia solo con interessi
dichiarati di parte (quello che in vari articoli e libri
già dal 1997 chiamiamo Profit State) 2; uno Stato

2
Cfr. Martufi R., Vasapollo L., Profit State, redistri-
buzione dell’accumulazione e Reddito Sociale Mi-
nimo, La Città del Sole, Napoli, 1999; Cararo S.,
Casadio M., Martufi R., Vasapollo L., Viola F., No/

18
che con risorse fortemente carenti deve trasferire
fette consistenti di spesa sociale sul privato, le gran-
di imprese e il sistema bancario e finanziario, cioè
sostenendo chi è primo artefice della crisi econo-
mica generale.
Il nuovo ruolo delle banche ridà ossigeno al
sistema finanziario e mette in mano l’intera eco-
nomia al “maledetto” gioco delle multinazionali
e transazionali private; il tutto con il denaro da
imposte e tasse gravanti soprattutto sui lavoratori,
che in contropartita avranno solo ciò che da tanti
anni abbiamo definito Welfare dei miserabili. 3
Ecco il contesto nel quale, a partire dal 2009, si
scatena la crisi del debito sovrano e delle connes-

Made Italy Eurobang/due: la multinazionale Italia e


i lavoratori nella competizione globale, Mediaprint,
Roma, 2001.
3
Cfr. Martufi R., Vasapollo L., Le Pensioni a fondo,
Mediaprint, Roma, 2000; Martufi R., Vasapollo L,
Vizi privati...Senza pubbliche virtù. Lo stato delle
privatizzazioni e il Reddito Sociale Minimo, Media-
print, Roma, 2003; Cararo S., Casadio M., Martufi
R., Vasapollo L., Viola F., La coscienza di Cipputi,
Mediaprint, Roma, 2002.

19
se politiche pubbliche e governo dell’economia,
che hanno visto l’emorragia del denaro pubblico;
ad esempio con gli Stati Uniti che hanno speso
mole migliaia di miliardi di dollari per intervenire
a sostegno del loro sistema finanziario (con ope-
razioni di ripristino di liquidità, intervento sulla
solvibilità bancaria, garanzie, bonifica degli attivi
finanziari di cattiva qualità, con spese in finan-
ziamenti diretti sul capitale azionario di banche
e finanziarie sull’orlo del fallimento, ecc.); con la
Gran Bretagna che per le stesse operazioni ha im-
piegato lo stesso migliaia di miliardi di dollari 4
In realtà in termini quantitativi la questione
del debito pubblico occupa una parte quasi se-
condaria rispetto ai problemi generali del debi-
to estero complessivo; ad esempio nell’Eurozona
il debito estero sovrano a ridosso della crisi dei
subprime rappresentava già circa il 45% del PIL
mentre il debito bancario privato, quasi tutto a
breve termine, equivaleva a oltre il 90% del PIL.

4
Cfr. Arriola, J., “La banca juega…y gana” Deia, Iri-
tzia, 13 maggio 2010 e altri suoi articoli anche sullo
stesso giornale.

20
È evidente che è in atto da anni un vero e
proprio attacco politico e speculativo dei merca-
ti finanziari internazionali dominati dalle grandi
banche e dai fondi pensione e di investimento,
per screditare il ruolo dello Stato. È la stessa logica
che si provò ad imporre quando iniziarono i pro-
cessi di privatizzazione e si dovevano convincere
tutti i cittadini che le imprese pubbliche erano
parassitarie ed assistite e solo con la privatizzazio-
ne si sarebbe raggiunta efficacia ed efficienza: la
storia economica ha dimostrato evidentemente il
contrario.
Il fenomeno di crisi generalizzata dell’intero
sistema economico colpisce più duramente quei
paesi che non dispongono delle risorse necessarie
per far fronte a quanto accade, i paesi del Sud,
e in Europa appunto i PIGS (Portogallo, Italia,
Grecia, Spagna, un acronimo usato per offendere,
o tentare di colpirne dignità e cultura, che dall’in-
glese si traduce “Maiali”), ma non risparmia di
certo le economie sviluppate dove assistiamo ad
un lungo periodo di tendenza al ristagno, con una
ricomposizione della localizzazione dei centri di

21
accumulazione e un’abbreviazione dei cicli delle
crisi finanziarie mondiali 5.
Nel caso dei paesi OCSE, circa i tre quarti delle
operazioni di investimento all’estero hanno preso
la forma di operazioni di acquisizione e fusione
di imprese esistenti, ovvero hanno rappresentato
un passaggio di proprietà del capitale esistente,
per poi essere seguite da piani di ristrutturazione
di processo e di prodotto che hanno determinato
un aumento della disoccupazione, ma senza crea-
zione di nuovi mezzi di produzione. Anche dove
ci sono stati investimenti produttivi, questi non
hanno generalmente diminuito la disoccupazio-
ne, in virtù dell’impiego ormai sempre più decisi-
vo dell’automazione tecnologica.
Il sistema integrato transnazionale di produ-
zione consta attualmente di circa 88.000 impre-
se transnazionali, con 600.000 imprese a queste
associate o affiliate; sul totale, ben il 42% sono

5
Vasapollo, L., “Oltre la nazione: sviluppo delle for-
ze produttive e polo imperialista Europeo”, inter-
vento al seminario La ragione e la forza, del 18 giu-
gno 2016, ora in «Contropiano. Rivista della Rete
dei Comunisti», anno 27, n. 2.

22
nordamericane e il 22% Europee. Naturalmente,
gli ultimi 20 anni hanno visto l’impressionante
ascesa della Cina, che ha modificato la sua posi-
zione nelle catene globali del valore, giungendo
nel 2015 a generare il 20% del valore aggiunto
industriale mondiale (nel 2000 era meno del
7%). Nello stesso periodo, la quota degli Stati
Uniti scende dal 22% al 15% confermando un
calo vistoso di egemonia economica. La Cina è
sempre più competitiva al livello dell’innovazione
tecnologica, che è ormai fattore determinante di
vantaggio competitivo ed è al centro non a caso
della guerra dei dazi scatenata dall’amministrazio-
ne Trump, che è anche un tentativo di fermare
l’ascesa cinese nel campo dei brevetti 6.
Appare cruciale, oggi, questa crescente rile-
vanza dei grandi poli geopolitici ed economici
sullo scacchiere globale, con una parallela “con-
centrazione territoriale” che tende alla creazione
di colonie interne, come osserviamo a proposito

6
Dierckxsens, W.,  Formento, W., Un agónico final
de la globalización: ¿cambio civilizatorio?, tiempo-
decrisis.org, 14/4/2018, http://tiempodecrisis.or-
g/?p=9973

23
dell’Unione Europea. La polarizzazione nelle bi-
lance commerciali tra paesi del Nord Europa da
un lato (Germania, Paesi Bassi e anche Francia)
e quelli di Sud ed Est Europa dall’altro è sempre
più evidente e risponde in pieno alle esigenze di
creazione di un polo imperialista europeo guidato
da una nuova borghesia transnazionale, con il de-
terminante ausilio dell’Euro 7.
In questi anni, si sono consolidate le dinami-
che di rafforzamento del polo imperialista euro-
peo attorno al nucleo manifatturiero forte cen-
trato sulla Germania. Nel campo dell’industria
metalmeccanica, ad esempio, tra il 2010 e il 2015
per la UE nel suo complesso si registra un brusco
calo della produzione. In Europa sono in questi
anni aumentate a dismisura le centralizzazio-
ni proprietarie (fusioni, acquisizioni) nel settore

7
Vasapollo, L., “…e al loro dio perdente non crede-
re mai! Modo di produzione capitalistico (MPC)
e crisi sistemica”, Atti del convegno della Rete dei
Comunisti Il vecchio muore ma il nuovo non può na-
scere, 17-18 dicembre 2016, ora in «Contropiano.
Rivista della Rete dei Comunisti», anno 26, n. 1.

24
bancario come anche delle imprese, con capitale
europeo ma anche extraeuropeo 8.
In questo quadro, una potenza che non di-
sponga di un proprio autonomo strumento mili-
tare semplicemente non è sufficientemente credi-
bile sullo scacchiere internazionale e ha necessità
di procedere rapidamente a dotarsene. È quanto
sta avvenendo nell’Unione Europea.
L’uscita della Gran Bretagna dalla UE ha ac-
celerato un processo in corso da tempo, ma nei
confronti del quale la potenza britannica ha rap-
presentato a lungo un ostacolo, per via dei suoi
importanti legami con gli Stati Uniti: la creazione
di un esercito europeo, che rappresenta un pas-
saggio fondamentale nella costruzione di un polo
imperialista realmente autonomo e competitivo
sul piano globale. Per anni, in particolare, Lon-
dra aveva ostacolato l’applicazione degli articoli
42 e 46 del Trattato sull’Unione Europea (TUE),
che appunto prevedevano l’istituzionalizzazione
di una cooperazione strutturata permanente (Pe-

8
Martufi, R., Analisi statistico-economica. La UE del-
la “Miseria e nobiltà”, Proteo, annali 4/2015.

25
SCo) in ambito militare. Subito dopo la Brexit, la
UE ha dato impulso alla cosiddetta “Global Stra-
tegy” 9 che ha mosso passi importanti nella sicu-
rezza e nella difesa. Secondo l’Alto Commissario
UE, Federica Mogherini, nei mesi successivi è sta-
to fatto di più in questo campo che nei dieci anni
precedenti 10. Germania e Francia sono i paesi che
hanno portato avanti l’iniziativa con maggiore
determinazione.
La saturazione dei mercati nazionali ha richie-
sto una nuova fase di mondializzazione dell’eco-
nomia capitalista in senso imperialista. Il modo di
produzione capitalistico in crisi sistemica non di-
spone insomma al proprio interno delle leve con
cui rilanciare un nuovo ciclo di accumulazione;
crisi e tendenza alla guerra vanno di pari passo,
poiché una delle principali contromisure alla ca-
duta tendenziale del saggio di profitto è la spesa
in armamenti e la distruzione di capitale fisso (e
anche variabile, cioè umano). È qui che si con-
9
https://Europa.eu/globalstrategy/en/global-strate-
gy-foreign-and-security-policy-European-union
10
https://Europa.eu/globalstrategy/sites/globalstrate-
gy/files/full_brochure_year_1.pdf

26
densano e macinano le contraddizioni che, come
vedremo, alla fine del percorso possono spingere
ad esiti di rottura rivoluzionaria con la possibilità
di superamento della crisi sistemica in un’oppor-
tunità di classe per una alternativa di sistema.
Oggi più che mai possiamo renderci conto di
ciò: il fallimento del modello dominante neolibe-
rista e capitalista, in generale, è davanti agli occhi
di tutti, evidenziando la sua gravità. Un modello
economico-culturale che avrebbe dovuto assicu-
rare un benessere diffuso e un miglioramento del-
le condizioni di vita ha generato tutto il contra-
rio, una crisi globale, una crisi di civiltà.
Abbiamo quindi più di un impegno, un dove-
re culturale e politico, parlando compiutamente
di Area Euromediterranea, un’alleanza di popoli
che si richiama anche ai percorsi di transizione di
quella dell’ALBA di Nuestra America come pro-
cesso di alternativa reale del mondo del lavoro e
del lavoro negato, degli sfruttati dal capitale.
Si tratta di costruire percorsi di lotta coniugati
ad un sforzo di conoscenza e di elaborazione della
storia in senso ampio e compiuto di popoli me-
diterranei, dell’apporto storico, culturale, politico

27
e di lotte che, con ricchezza pari solo alla quota
di sfruttamento che li affligge, i nostri fratelli e
compagni del Sud del mondo stanno portando
alle lotte del movimento conflittuale dei lavorato-
ri del vecchio e decrepito Nord.

1.1.2 Per una politica finanziaria alternativa a


quella del capitale USA, europeo e globale

Le difficoltà con cui si scontrano gli economisti


convenzionali nelle loro analisi monetarie sono
relazionate alla difficoltà non più di comprendere
un interscambio di “qualcosa” per “niente”, ma di
assicurare formalmente che il risultato delle tran-
sazioni monetarie rifletta esattamente le ipoteti-
che proporzioni dello scambio reale, condizione
sine qua non per provare la correttezza delle loro
analisi. Il dibattito sulla neutralità del denaro non
può occultare il fatto che nessun modello econo-
mico-matematico sia stato capace, finora, di intro-
durre l’uso della moneta e mantenere l’esistenza
di un equilibrio generale, unico, stabile e ottimo.
Dalla prospettiva delle teorie delle emissioni
monetarie, il valore di scambio esiste solo durante

28
l’istante dell’emissione monetaria completa; nessun
agente può detenere nelle proprie mani il reddito
monetario, il valore di scambio, il denaro-reddito,
altrimenti realizzerebbe una transazione, e allora,
disporrà di esso solo in quell’istante. Il denaro in
movimento, il denaro-reddito, non esiste nel tem-
po, ma solo nell’istante in cui si usa. Aspettando la
spesa finale, il valore è cristallizzato nel denaro-ca-
pitale, il denaro immobile, reale (magazzini delle
imprese) e nominale (depositi bancari), formato
provvisoriamente per facilitare la distribuzione e
distruzione definitiva del valore originale.
Le proposte di riforma contabile hanno come
obiettivo iniziale di distinguere, definire, conta-
bilizzare chiaramente i pagamenti della produ-
zione, le emissioni monetarie corrispondenti alla
monetizzazione della nuova produzione: creatrici
di nuovo denaro-capitale. Addizionalmente, si
includeranno i pagamenti corrispondenti al resto
delle transazioni, di consumo e investimento, e i
pagamenti internazionali, questi ultimi gestiti in
maniera separata.
Per tanti anni i pagamenti internazionali si
sono effettuati maggiormente mediante il trasferi-

29
mento di dollari tra le banche private. Nonostan-
te il dollaro non fosse già più ufficialmente oro,
e contro l’opinione di molti esperti, continuò ad
essere la moneta internazionale di riferimento
nonostante avesse perso molto del suo valore, nei
suoi peggiori momenti della crisi. Ci sono Autori
che danno conto di questo deprezzamento verifi-
catosi durante gli anni Settanta, nel contesto della
così detta prima crisi del petrolio, poi dell’energia
e industriale, e infine economica, con la volontà
dei governi Nixon-Ford e Carter di migliorare il
saldo commerciale estero statunitense, ripetuta-
mente in rosso dal 1970. La debolezza del dolla-
ro, presumibilmente derivata dalla sua “demate-
rializzazione”, contrastava con l’incremento della
domanda di dollari necessari ai paesi importatori,
gli Europei occidentali principalmente, per paga-
re le fatture del petrolio.
Ancora una volta, la dottrina convenzionale
ricorse ai giochetti teorici di comodo per giusti-
ficare l’impossibile. Sparita de iure la relazione tra
l’oro e il dollaro, si riproponeva su scala mondiale
lo stesso dilemma con cui si erano scontrati i re-

30
sponsabili politici nazionali quarant’anni prima.
E la risposta fu la stessa.
Già nel 1922, la Società delle Nazioni aveva
considerato equiparabili all’oro i depositi di mo-
nete straniere soggette allo schema dell’oro (la ster-
lina e il dollaro USA in quei giorni) presenti nei
propri conti. Il dollaro, allora, continuò ad essere
utilizzato per i pagamenti internazionali “come se”
continuasse ad essere oro, fino all’attualità.
Keynes lo aveva affermato nei dibattiti di Bret-
ton Woods e lo aveva ripetuto nel suo discorso
davanti alla Camera dei Lords, a Londra, nel
1946, anno della sua morte. Fermo partigiano
dell’abolizione dello schema dell’oro, la sua pro-
posta per la creazione di una moneta internazio-
nale, il bancor, e di una Unione Internazionale di
Compensazione (International Clearing Union)
aveva la pretesa di farla finita con l’asimmetria di
un sistema di pagamenti che esercitava solamente
pressione sul debitore; la sua idea consisteva nel
creare una mediazione bancaria comune, propria
ed esclusiva, dei pagamenti internazionali che
non interferisse con i programmi di ricostruzione
nazionali del dopoguerra.

31
Invece di analizzare i pagamenti monetari nel
XXI Secolo dalla prospettiva dello scambio reale e
della moneta-merce, la teoria delle emissioni pro-
pone di capire le operazioni economiche in ter-
mini di creazione-distruzione istantanea del suo
oggetto. Il risultato di questa emissione può essere
monetario (reale e nominale allo stesso tempo),
o unicamente reale a seconda di come si usi, o
non si usi, la moneta come mezzo per saldare i
debiti. Nelle economie monetarie, i lavori pri-
vati, oltre a trasformarsi in un insieme di unità
monetarie, al momento del pagamento della pro-
duzione si convertono in lavoro sociale, sotto la
forma omogenea numerica: il reddito monetario
(denaro-reddito), il prodotto (reale)-nella-mone-
ta (nominale). Questo reddito si trasforma auto-
maticamente in capitale sociale (denaro capitale),
sottoforma di nuovi magazzini nelle imprese e di
nuovi depositi bancari.
In ogni caso, la teoria delle emissioni non nega
la realtà del pagamento della produzione median-
te fondi di rotazione, o salariali, né che le imprese
considerino i salari una spesa in più, come quella
per le materie prime, e non la fonte del denaro.

32
La questione è logica: se definiamo tutte le
operazioni economiche in termini di scambio re-
ale di due oggetti e non possiamo applicare questa
nozione ai pagamenti monetari dematerializzati,
che sono una realtà innegabile, appare logico
esplorare la possibilità che la relazione economica
elementare non sia rappresentata dallo scambio di
due oggetti preesistenti.
È per questo che in uno sporco gioco massme-
diatico si vuol far credere che l’attuale crisi sia di
natura finanziaria e dovuta ad una eccessiva libe-
ralizzazione e deregolamentazione dei mercati,
che ha provocato bolle speculative, finanziarie e
immobiliari, la sostituzione dei profitti del capita-
le produttivo “buono” ai guadagni del capitale fi-
nanziario “cattivo”, con l’eccesso di rendite finan-
ziarie, immobiliari e di posizione. Ciò avrebbe
influito notevolmente al cambiamento redistribu-
tivo del PIL fra capitale e lavoro, avvantaggiando
però le forme retributive del capitale finanziario,
quali gli interessi e le rendite, senza incrementare
di fatto in termini generali i dividendi non ripar-
titi e l’autofinanziamento proprio e improprio.

33
Da un lato, la monetizzazione della nuova pro-
duzione è l’origine dei nuovi fondi monetari di-
sponibili nell’economia, denaro-reddito o denaro
in circolazione. Dall’altro, la distruzione provviso-
ria di questo reddito mediante il suo trasferimento
finanziario, automatico, attraverso le banche, per-
mette alle imprese di finanziare l’incremento dei
propri magazzini. Queste sono le due mediazioni
bancarie indissociabili nel pagamento monetario
della produzione, la mediazione monetaria (la
creazione e distruzione del valore) e finanziaria
(il suo trasferimento momentaneo). Questa è la
spiegazione dell’origine dei nuovi depositi banca-
ri netti, e dei nuovi magazzini in attesa di ven-
dita finale, proposta dalla teoria delle emissioni.
Qualsiasi credito bancario non dà luogo a un
incremento netto dei depositi del sistema, anche
se la politica monetaria espansiva delle principali
banche centrali del mondo sembra smentirlo. La
creazione monetaria, si considera comunemente
come il risultato della concessione di nuovi crediti
bancari netti (in montante superiore alle ammor-
tizzazioni) indipendente dalla destinazione di tali
fondi.

34
I termini del dibattito sono i seguenti: se debba
essere solo la banca centrale a poter creare denaro,
depositi netti, o se possano farlo anche le ban-
che secondarie (commerciali e di investimenti).
Si vanno riducendo così le capacità delle imprese
ad effettuare investimenti in capitale proprio, fa-
vorendo, invece, i processi di indebitamento, il
tutto intaccando le capacità generali del processo
di accumulazione capitalistico.
Se infine si applica la stessa moneta a paesi in
cui l’accumulazione del capitale si fonda sull’e-
sportazione e a paesi strutturalmente importatori,
la politica monetaria non è in grado di conciliare
le priorità di alcuni (che necessitano di una mo-
neta stabile così da avere accumulazione a lungo
termine basata sull’esportazione) e di altri (che
hanno bisogno di svalutazioni periodiche per fa-
cilitare l’aggiustamento interno). Quindi, la poli-
tica applicata difenderà gli interessi dei più forti,
in questo caso dei paesi esportatori dell’Europa
centrale (Germania e i suoi satelliti occidentali:
Finlandia, Olanda, Austria e Belgio), rispetto a
quelli dei paesi deboli della periferia mediterra-
nea (Portogallo, Italia e Grecia e Spagna, PIGS

35
– lasciamo fuori l’Irlanda per la distorsione sta-
tistico-economica che comporta il suo ruolo pe-
culiare di sede di multinazionali extraeuropee,
ossia il suo essere un paradiso fiscale a tutti gli
effetti). Dopo l’instaurazione della moneta unica,
tra il 2000 e il 2009, i paesi centrali hanno avuto
un saldo commerciale medio equivalente al 4,7%
del loro PIL – rispetto al 2,1% del decennio pre-
cedente – mentre i paesi periferici hanno avuto
un deficit commerciale del -2,4% del PIL annuo,
rispetto al molto basso eccedente del PIL del de-
cennio prima dell’Euro. Tra il 2010 e il 2017, il
saldo commerciale dei paesi centrali Europei è
aumentato in media del 6,6% all’anno; mentre
quello dei paesi PIGS, nonostante fossero stati
sottoposti a dei brutali programmi di aggiusta-
mento strutturale con forti contrazione del potere
d’acquisto salariale, arrivava solo all’1,1%, soprat-
tutto per le esportazioni a paesi terzi.
Si può quindi dire che l’unificazione della po-
litica monetaria per la messa in marcia dell’Euro
sia servita a rafforzare il modello esportatore dei
paesi centrali dell’Eurozona e a debilitare la po-
sizione commerciale e subordinare la dinamica

36
d’accumulazione nei paesi periferici del Mediter-
raneo alla divisione del lavoro imposta dal centro.
Ne segue che i PIGS diventano sempre più delle
riserve agricole e di servizi turistici e residenziali
sottomesse a processi di deindustrializzazione più
o meno accelerati.
Si invertono, così, i comportamenti e il ruolo
del ciclo espansivo keynesiano; infatti in tale co-
struzione, che si rifà proprio al modello teorico di
equilibrio della contabilità nazionale keynesiana,
il ruolo dell’operatore bancario è quello di inter-
mediare fra l’operatore famiglia, che ha come suo
obiettivo istituzionale quello di realizzare consu-
mo e risparmio, mentre l’operatore impresa, in
quanto dedito all’attività produttiva, deve soste-
nerla con l’autofinanziamento ma soprattutto con
l’indebitamento.
In questo contesto il modello di keynesismo
sociale gioca un ruolo di ammortizzatore nel con-
flitto capitale-lavoro, poiché atto a redistribuire
redditi (quindi valore aggiunto e per aggregazione
PIL) ai lavoratori. Questi ultimi, grazie alla for-
za espressa dal grande ciclo di lotte vincenti degli
anni ’50 e ’60, conquistano maggiore capacità di

37
acquisto e quindi una forte propensione al consu-
mo sorretta dai propri salari; con tale alta capacità
di acquisto si riesce addirittura a creare fonti ab-
bondanti di risparmio da destinare attraverso l’in-
termediazione bancaria, a coprire l’indebitamen-
to di impresa per effettuare investimenti e quindi
sostenere il ciclo di accumulazione del capitale.
Con la finanziarizzazione dell’economia, e
quindi con la messa a rendita dei profitti e con la
compressione del monte salari complessivo, il mo-
dello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e
anzi si inverte il ruolo degli operatori economici.
La riduzione del monte salari complessivo nella
redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente
la capacità di acquisto e la propensione al rispar-
mio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i
lavoratori, da risparmiatori creditori a consuma-
tori poveri indebitati, con l’aumento delle mille
forme di ricorso al debito per sostenere i consu-
mi anche di prima necessità. Allo stesso tempo,
la sempre più evidente redistribuzione del valore
aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione
dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la pro-
pensione all’investimento produttivo, anche per

38
la diminuita propensione al consumo delle fami-
glie e anche perchè l’aumentata incorporazione di
profitti rende meno importante e strategicamente
rilevante il ricorso all’indebitamento d’impresa.
Si viene così a configurare un nuovo equili-
brio fra soggetti economici nel quale l’operatore
famiglia e quindi i lavoratori sono coloro che più
ricorrono al debito e quindi ai prestiti bancari e
delle società finanziarie; l’operatore impresa, in-
vece, diventa il nuovo soggetto risparmiatore che
indirizza le sue risorse in continuazione alla spe-
culazione finanziaria; mentre il sistema bancario
indirizza i grandi flussi di liquidità provenienti
dalla speculazione finanziaria non più ai crediti
alla produzione ma si trasforma in erogatore di
prestiti al consumo. Tutto ciò realizza un forte
indebitamento dell’operatore famiglia e dall’al-
tra parte un blocco strutturale nei processi di ac-
cumulazione del capitale che porta a indirizzare
l’aumento nella redistribuzione ai redditi da capi-
tale verso la realizzazione di rendite finanziarie 11.

11
Si confrontino anche alcuni articoli di Rossi S., in
particolare “Il ruolo delle banche è mutato”, 12

39
Le divergenze sul tasso di interesse del debito
sovrano sono una contraddizione in uno spazio
economico che si presume sia un mercato uni-
co, peraltro rafforzato rispetto agli altri partner
dell’Unione Europea. L’enorme differenza di
prezzi del denaro (e del credito) tra i paesi dell’Eu-
rozona, è una delle principali asimmetrie dell’ar-
chitettura finanziaria e monetaria di un mercato
in cui, per esempio la Spagna, con un debito pub-
blico di 800 milioni di Euro, deve pagare circa 50
mila milioni in interessi e la Germania, con un
debito di più di due miliardi, paga meno di 30
mila milioni di Euro di interessi. Ovviamente, i
paesi che beneficiano di più di queste asimmetrie
di prezzi, Germania, Finlandia, Lussemburgo e
Olanda, hanno resistito fino ad ora in una bat-
taglia politica burocratico-amministrativa i cui
profili concreti rimangono molto vaghi agli occhi
dell’opinione pubblica e pubblicata.

febbraio 2010, Università di Friburgo, http://www.


economiaepolitica.it/index.php/moneta-banca-fi-
nanza/il-ruolo-delle-banche-e-mutato/

40
Stabilire, quindi, all’interno della compatibili-
tà di sistema, una politica di trasferimenti fiscali è
fuori questione, cioè impraticabile perché presup-
porrebbe il cambiamento degli obiettivi strategici
per cui è stato creato l’Euro, ossia far aumentare
la divisione del lavoro nello spazio europeo e raf-
forzare il mercato interno al servizio della con-
centrazione e centralizzazione del capitale delle
multinazionali dei paesi centrali.
La politica dell’austerità non è una soluzione
perché, come segnalano molti analisti, la riduzio-
ne dell’investimento contrae l’accumulazione a
lungo termine e la riduzione del consumo pub-
blico restringe la domanda globale e, di fatto, la
crescita a breve termine; ne segue che l’aumento
della disoccupazione e la chiusura delle imprese
riducono la base fiscale e il problema del deficit,
invece di correggersi, si aggrava. La politica di ag-
giustamento risolve solo il problema della solven-
za in cui si è trovata la Banca Europea e questo
può avvenire mediante un trasferimento di massa
di redditi dei lavoratori al capitale per via diretta
– attacco contro le condizioni di lavoro e salario
– o per via indiretta – riduzione dei trasferimenti

41
sociali. Di conseguenza, non può esserci una usci-
ta dalla crisi che non pregiudichi ulteriormente i
lavoratori, senza modificare le regole dell’attuale
sistema monetario e finanziario, una Euozona e
una UE che si configurano come una vera e pro-
pria gabbia rispetto alla quale va pensata una al-
ternativa.

1.1.3 Democratizzare l’economia:


sottomettere il capitale finanziario alle
necessità dello sviluppo produttivo

Possiamo identificare due fasi della costruzione


delle nuove forme di dominio nel capitalismo ne-
oliberista: in una prima fase, l’obiettivo centrale è
stato quello di distruggere la capacità della classe
operaia di negoziare la propria partecipazione nel-
la distribuzione del valore e di regolare le condi-
zioni di lavoro. L’attacco contro il sindacalismo,
applicato in forma sistematica nei paesi anglo-
sassoni e mediterranei, e attraverso procedimenti
più sottili nel modello continentale, ha ridotto la
capacità di rappresentanza delle suddette orga-
nizzazioni, distruggendo i fondamenti giuridici

42
della negoziazione collettiva e inserendo nella le-
gislazione lavorativa l’idea egualitaria tra capitale
e lavoro, ossia sopprimendo il carattere protettivo
della legislazione lavorativa, in una logica di com-
mercializzazione crescente della relazione capita-
le-lavoro.
Questa strategia è stata applicata soprattut-
to nei due decenni iniziali del ciclo neoliberista,
però è stata portata avanti anche nel XXI secolo,
sebbene verso la metà degli anni ‘90 il successo di
questa strategia si sia tradotto in modo generaliz-
zato nella caduta della distribuzione ai salari del
valore aggiunto e nella crescita di forme precarie
di contrattazione e lavoro, anche nella funzione
pubblica, il settore giuridicamente più protetto
della relazione salariale.
Quindi, si può affermare che, vinta la classe
operaia, il capitale ha volto la sua attenzione sul-
lo Stato, ma non per procedere al suo smantella-
mento, come pensa la maggioranza degli analisti
critici. La novità radicale che introduce il neoli-
bersimo, rispetto al liberismo classico, è che inve-
ce di affrontare la realtà dello Stato come una mi-
naccia al mercato capitalista e all’accumulazione,

43
ha optato per colonizzare la gestione dello Stato,
introducendo regole e procedimenti commerciali
nella gestione delle risorse, subordinando, così, i
procedimenti non commerciali di assegnazione
delle risorse, ad una logica commerciale di gestio-
ne dell’aspetto pubblico. Sostituendo il governo
della cosa pubblica, attraverso procedimenti più
o meno democratici, più o meno autoritari, con
la governance, l’idea tecnocratica della “competi-
tività” risulta essere chiave, poiché mediante que-
sta sono stati spostate tutte le risorse pubbliche
all’impulso della competitività e, alla fine, della
disuguaglianza, che è il risultato strutturale non
di un reparto o distribuzione delle risorse basato
su criteri di appropriazione violenta (ciò che qual-
cuno chiama capitalismo “sfruttatore”, “depreda-
tore”, anche capitalismo “cannibale”) ma proprio
del funzionamento neutrale del sistema della
competitività e del merito, stabilito in un regime
di consenso più o meno generalizzato. Il fatto è
che in un sistema di competitività può essere solo
un vincitore. E se il vincitore non prende tutto,
sarà perché la competitività è imperfetta, e perché
vengono mantenute alcune regolamentazioni non

44
competitive che limitano le perdite di coloro che
non sono i vincitori nel gioco della competizione.
Le privatizzazione, un classico delle politiche
neoliberiste, in molte occasioni non significano
restituire al mercato la fornitura di determinati
servizi, ma modicare i criteri di gestione dei servi-
zi, per renderli simili ai criteri competitivi propri
della gestione imprenditoriale. In vari paesi, l’am-
ministrazione locale è stata o continua ad essere
svuotata dalle competenze e la gestione politica
viene sostituita da figure di gerenti o amministra-
tori che sono incaricati anche della gestione dei
funzionari della stessa amministrazione. La stra-
tegia non è tanto sopprimere la figura dell’impie-
gato pubblico ma quella di sottomettere a questi
criteri meritocratici e di competenza che presu-
mibilmente determinano le relazioni lavorative
commerciali idealizzate nell’immaginario neoli-
berista.
A partire dall’estate 2007, con il connesso
crollo del mercato del credito mondiale, abbia-
mo assistito a un rigenerato interventismo statale
in tutti i paesi a capitalismo maturo, indirizzato
però non al rilancio della produzione e dell’oc-

45
cupazione a pieno salario e pieni diritti nell’eco-
nomia reale, ma al salvataggio del sistema ban-
cario e finanziario. Tali operazioni, che puntano
a ridare ossigeno al sistema bancario, innalzano
pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali,
sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la
diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla de-
celerazione degli investimenti produttivi causati
dalla riduzione del credito alla produzione, che
di fatto blocca i processi di crescita dell’accumu-
lazione capitalista. In proposito la Commissione
Europea indicava che nel 2009 i paesi dell’Unio-
ne Europea si erano letteralmente giocati il poten-
ziale di circa un terzo del loro PIL nell’aiuto delle
banche in crisi, considerando complessivamente
le immissioni di capitale, le garanzie per le banche
e il ripristino di liquidità e la bonifica di quegli
impieghi finanziari di cattiva qualità.
La Germania ha trasformato la crisi bancaria
in una crisi del debito pubblico, costringendo a
utilizzare le tasse pubbliche per ripulire e riossige-
nare il sistema finanziario privato. Si è così assicu-
rata che le entrate pubbliche delle tasse, in primis
quelle gravanti sul fattore lavoro, pagassero i debi-

46
ti commerciali con le banche tedesche, a costo di
ridurre i servizi pubblici, le pensioni, l’occupazio-
ne e gli investimenti nei paesi del Sud Europa 12.Si
tratta in effetti di una gigantesca operazione a fa-
vore di banche, sistema finanziario e imprese, per
lo più medie e grandi, per trasformare il debito
privato in debito pubblico; si porta così la crisi del
capitale in una direzione più pesante che è quella
relativa alla crisi economica e politica degli Stati
sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
Uno scenario che permette al mercato di ri-
chiedere ai governi la “socializzazione” delle per-
dite del sistema bancario, usando poi lo Stato per
appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e
dalle tasse pagate dai lavoratori. Le risorse non ci
sono per la spesa sociale, ma si trovano centinaia
di miliardi di Euro per il salvataggio delle ban-
che. Sono poi gli stessi organismi e operatori che,
con il ben noto meccanismo delle sliding doors,
“suggeriscono” ai governi i tagli nell’amministra-

12
http://contropiano.org/documenti/2015/06/03/
forum-Euromediterraneo-la-relazione-di-joa-
quin-arriola-031120

47
zione pubblica, le ristrutturazioni dei costi sociali
e, dulcis in fundo, la riduzione dei cosiddetti costi
del lavoro. In tal modo il processo di privatizza-
zione, in atto fin dall’inizio della fase neoliberista
come ulteriore tentativo per occultare gli effetti
della crisi di accumulazione del capitale, torna ad
essere attuale nel momento in cui la crisi di natura
fiscale piega la sovranità degli Stati nazione.
I governi dell’Eurozona hanno deciso che la
Banca Centrale Europea (BCE) può comprare
senza limiti quantitativi determinati preventiva-
mente, titoli di debito pubblico nei mercati se-
condari (in cui coloro che lo hanno comprato lo
vendono per avere liquidità), cercando, così, di
ridurre il differenziale dei prezzi nel debito dei
paesi dell’area Euro. La decisione della BCE, al
contrario di ciò che hanno fatto le banche centrali
degli Stati Uniti o della Gran Bretagna, fa sì che
il debito acquisito non si finanzia con emissioni
di denaro e si limita la sostituzione di alcuni titoli
(vendite) con altri (acquisizioni) nel bilancio della
Banca Centrale. Ciò significa che frenare l’infla-
zione potenziale è una priorità della politica della
BCE, anche a costo di mantenere la disoccupazio-

48
ne così com’è. In realtà, la decisione della BCE di
comprare nel mercato secondario di debito pub-
blico facilita il rilancio di un mercato privato di
acquisizione di liquidità che era quasi paralizzato;
quindi, rappresenta un aiuto alle banche e ad altri
grandi operatori finanziari, piuttosto che agli Sta-
ti. Inoltre, è stato creato un fondo finanziario di
stabilizzazione, destinato esclusivamente a gestire
gli squilibri di bilancio e a garantire il pagamento
del servizio del debito pubblico ai banchieri e ad
altri azionisti.
Il meccanismo europeo di stabilità non può
consolidare le finanze Europee, tanto meno equi-
librare le differenze strutturali tra il centro e la
periferia dell’area monetaria. Con tale meccani-
smo si emettono titoli, garantiti dal capitale sot-
toscritto dagli Stati dell’Eurozona, e con quello
che introita, finanzia direttamente i governi me-
diante crediti ed acquisizione di titoli di debito
nel mercato primario.
Il problema è che il costo sociale del finan-
ziamento della spesa pubblica per mezzo del ca-
pitale privato è più grande rispetto a quello che
deriverebbe, ad esempio, dalla monetizzazione

49
del debito. Mettere fine al dominio del capitale
finanziario è la soluzione reale, l’alternativa che i
politici comunitari rifiutano di prendere in consi-
derazione come reale possibilità.
D’altra parte tale processo parte da lontano,
già dai primi anni ’70, quando la crisi interna-
zionale d’accumulazione assume caratteri così
fortemente strutturali da far sì che il capitale in-
ternazionale scelga di finanziarizzare le economie;
ciò prende particolare slancio già nei primi anni
’80, marginalizzando di fatto il ruolo delle banche
commerciali.
Scrivevamo il libro Il risveglio dei maiali. PI-
IGS, al tempo del primo mandato di Obama
alla presidenza degli USA; dobbiamo dire che la
recente elezione di Trump ha rappresentato un
nuovo punto di svolta che ha accelerato tali di-
namiche, ha manifestato chiaramente la volontà
della principale potenza imperialista del pianeta
di non accettare serenamente un declino della sua
egemonia economica, politica e militare interna-
zionale ma anzi di utilizzare con decisione la leva
militare; e ciò ha anche reso palese uno scontro
interno alla classe dominante statunitense che ha

50
appunto prodotto l’elezione di Trump e che vede
una parte non minoritaria della borghesia ameri-
cana tentare in tutti i modi di “far fuori” il nuovo
presidente.
Si tratta di quelle frazioni di borghesia mag-
giormente legate al capitale finanziario e alle
grandi imprese transnazionali che hanno maggio-
ri interessi a mantenere aperti gli scambi a livel-
lo globale; mentre i gruppi che hanno espresso
l’elezione di Trump sono maggiormente legati ad
alcune industrie pesanti a maggiore caratterizza-
zione territoriale e sono stati in grado di attrarre
i voti anche di una parte non trascurabile di set-
tori operai, schiacciati da anni di delocalizzazioni
selvagge e peggioramento delle condizioni di vita
e sedotti dalla promessa di ripristinare un settore
industriale, militare e petrolifero forte nel paese.
L’ascesa dell’amministrazione Trump manife-
sta dunque un nuovo aggravamento delle con-
traddizioni interimperialistiche globali ed evi-
denzia chiaramente che è finita, se è mai davvero
esistita, l’era della “globalizzazione”. Ciò è pro-
vato dalla crescente irrilevanza delle istituzioni
sovranazionali (WTO, G8, G7, ecc) che erano

51
servite da camere di compensazione in una fase di
egemonia statunitense 13.
I paesi della periferia europea hanno bisogno
di un sistema monetario e finanziario alternati-
vo all’Euro e alla globalizzazione. Però non si
può concepire un sistema del genere in un mer-
cato unico neoliberista come è stato concepito
nei Trattati europei. Le regole di funzionamento
di tale mercato impediscono una soluzione che
dia stabilità al processo di accumulazione, per lo
meno nel senso in cui si concepisce la “stabilità”
nel capitalismo, ossia un periodo relativamente
lungo di crescita in cui si incatenano cicli suc-
cessivi di espansione e contrazione economica.
Qualcosa di molto diverso dal lungo periodo di
stagnazione che stanno attraversando le economie
capitaliste sviluppate, incapaci di intensificare la
produttività del lavoro.

13
http://www.retedeicomunisti.org/index.php/edito-
riali/1750-l-Europa-agli-Europei-oltre-al-g7-falli-
sce-anche-il-vertice-nato

52
L’evoluzione del capitalismo reale ha condotto
ad una situazione nella quale le richieste demo-
cratiche appaiono come aspirazioni radicali.
Attualmente, le proposte di rigenerazione del
capitalismo per mezzo di un nuovo contratto
sociale (che si chiami neo-keynesismo, terza via,
sinistra socialdemocratica, sinistra radicale, ecc.)
vengono pianificate solo nei cosiddetti paesi svi-
luppati. Nessuna delle suddette proposte appor-
ta qualcosa di sostanziale per integrare le masse
sfruttate, nella stessa misura in cui le speranze
riposte per il superamento della disoccupazione
non pongono fine a questa indegna collocazione
ma soltanto determinano una crescita nelle file
dei precari e nuovi disoccupati con ancor meno
garanzie. Le speranze per un capitalismo “civiliz-
zato” rispondono solo all’aspirazione ideologica
della “classe medio-alta” per migliorare il proprio
livello di consumo e protezione sociale, senza pia-
nificare nessuna via per operai e lavoratori tutti,
per gli esclusi e i diseredati della Terra.
I paesi periferici della UE possono apportare
un nuovo approccio alle relazioni internazionali,
approccio che integri le società di questi paesi in

53
una proposta congiunta di potere popolare e di
miglioramento del benessere, identificato in una
nuova architettura istituzionale che contribuisca
a ricostruire gli Stati devastati dall’ingerenza ne-
oimperiale e neocoloniale del cosiddetto “Occi-
dente”. Si tratterebbe di costruire un insieme di
progetti di difesa della sovranità popolare in gra-
do di proteggere le economie nazionali dal disor-
dine monetario e finanziario globale e dal potere
delle nuove élites del capitale globale.
Evidentemente, una politica con queste ca-
ratteristiche richiede un cambio radicale nelle
relazioni di forza tra capitale e lavoro. Ogni vol-
ta risulta più evidente che solo la pianificazione
socio-economica razionale dell’uso delle risorse
naturali può permettere una gestione sostenibile
delle stesse.
La politica monetaria non è affatto un ambito
“tecnico” come vorrebbero le scuole economiche
mainstream, ma è un campo fondamentale anche
nelle dinamiche dello svolgersi del divenire della
lotta di classe. Una esperienza di transizione ver-
so la costruzione di elementi di socialismo non
può eludere questo nodo, dal momento che ogni

54
riconquista di sovranità popolare e di controllo
sui fattori micro e macro economici fondamenta-
li dell’economia è destinata a non durare se non
accompagnata dal controllo delle leve monetarie
e finanziarie.

1.2 Necessità di un programma di rottura con la


UE: l’Europa è riformabile, la UE no

1.2.1 Un protezionismo solidale per una


politica industriale di recupero delle
capacità al servizio del popolo

Il problema rappresentato dall’Euro e dall’archi-


tettura finanziaria dell’Eurozona, impostata sul
mantenimento dell’aggiustamento perenne, viene
aggravato dall’assenza di una politica di impulso
espansivo dell’economia, impensabile con i tratta-
ti comunitari vigenti, che interpretano quasi tutta
la politica espansiva come interventismo nefasto
del mercato nel paradiso idilliaco dell’assegnazio-
ne privata delle risorse.
A livello internazionale sempre più si afferma-
no politiche protezionistiche e ideologie naziona-

55
liste insieme al generalizzato e auspicato aumento
della spesa militare.
La “guerra dei dazi”, divenuta esplicita a inizio
2018 e che fa esplodere il vertice G7 del Canada
di giugno 2018, manifesta chiaramente questo au-
mento della tensione internazionale e della tenden-
za al protezionismo. Il governo USA ha imposto
dazi sulle importazioni dalla Cina per decine di
miliardi di dollari, accusando il paese di essere re-
sponsabile della chiusura di molte fabbriche e della
perdita di migliaia di posti di lavoro. Importante il
fatto che le sanzioni abbiano riguardato anche set-
tori ad alta innovazione tecnologica 14. La Cina ha
prontamente risposto con analoghe sanzioni e gli
Stati Uniti sono pronti a rincarare la dose.
L’Unione Europea si è rafforzata in modo im-
portante nell’ultimo anno e mezzo in questo qua-
dro internazionale di competizione interimperia-
listica acuta. La Brexit, lungi dal rappresentare
un fattore di dissoluzione, è stata all’opposto un

14
http://contropiano.org/news/internaziona-
le-news/2018/03/14/trump-blocca-le-fusioni-nel-
lhi-tech-a-rischio-la-sicurezza-del-paese-0101830

56
elemento che ha favorito il processo di rafforza-
mento.
L’amministrazione Trump minaccia esplici-
tamente anche l’Unione Europea: la situazione
è in continua modificazione, e i rapporti con gli
Stati Uniti continuano a essere molto tesi. Anche
il fallimento del TTIP (Trattato transatlantico su
commercio e investimento) nel 2016 testimonia
della competizione globale crescente degli interes-
si economici dei due blocchi 15.
Alla fine del secolo scorso, l’Unione Europea
arrivava circa al 25% delle esportazioni mondiali
dei prodotti industriali – se si tiene in conto il
commercio tra i paesi comunitari, la percentuale
arriverebbe fino al 45%. Nel periodo in cui veniva
introdotto l’Euro, l’irruzione della Cina nel com-
mercio dei prodotti manifatturieri ridusse il peso

15
h t t p : / / w w w. i l s o l e 2 4 o r e . c o m / a r t / m o n -
do/2018-03-23/un-avversario-comune-e-tan-
ti-punti-attrito-usa-e-ue-sempre-piu-lonta-
ni-200840_PRV.shtml?uuid=AE752sME, http://
www.retedeicomunisti.org/index.php/docu-
menti/1616-trump-e-la-competizione-globa-
le-due-contributi-al-dibattito

57
delle esportazioni comunitarie che persero circa 5
punti. In seguito, la crisi finanziaria del 2008 ha
accelerato la crisi industriale Europea, tanto che
la presenza dei prodotti industriali Europei nel
mondo scese, nel 2016, fino al 18%.
Quando ad esempio la Spagna e l’Italia si uni-
rono alla UE, tutti i paesi partner avevano un
settore industriale manifatturiero con un peso
simile o superiore al 20%, eccetto la Danimar-
ca, la Francia, la Grecia e il Portogallo. Oggi, gli
unici che continuano ad aver un peso superiore
alla quinta parte del valore della produzione an-
nuale sono la Germania e l’Irlanda, a cui seguono
i paesi laboratorio della sub-contrattazione e delle
sedi succursali a basso costo nell’industria tedesca:
Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slove-
nia. La UE a 15 (i paesi membri prima dell’aper-
tura ai paesi dell’Est) è passata ad avere un settore
manifatturiero del 21% del PIL nel momento in
cui è entrata la Spagna nel 1986 – anche con il
21% dell’industria nel 1986 – al 14% del 2016.
In Spagna il declino industriale ha ridotto il peso
del settore al 13%.

58
Quel che è certo è che dal punto di vista delle
classi dominanti Europeiste, quindi della borghe-
sia trasnazionale Europea, nel nostro paese non
ci sono possibilità di tornare indietro rispetto
alla strada presa sulle “riforme” strutturali dettate
dall’Unione Europea che hanno distrutto le con-
dizioni delle classi lavoratrici e popolari: ad esem-
pio riforma Fornero, Jobs Act, Buona Scuola, ecc.
Il grado di competitività di un paese nel quadro
della UE dipende infatti, come notano gli osser-
vatori più attenti, proprio dalla misura in cui esso
riesce a procedere sulla via delle riforme struttura-
li e delle politiche di contenimento del disavanzo
(austerità).
In questa congiuntura, in cui l’Europa non rie-
sce a definire un programma coerente di espansio-
ne per i prossimi anni, la Commissione ha deciso
di dar vita ad una agenda industriale Europea 16
con un obiettivo quantitativo: si spera che il peso
dell’industria nell’economia arrivi al 20%, inclu-

16
Strategia di politica industriale: Investire in un’in-
dustria intelligente, innovativa e sostenibile http://
Europa.eu/rapid/press-release_IP-17-3185_it.htm

59
dendo in questo settore non solo l’industria ma-
nifatturiera, ma anche quella mineraria e i settori
dell’elettricità, del gas e dell’acqua, che apportano
circa due punti di PIL a questo obiettivo.
L’impostazione del discorso sulla società
post-industriale e sulla capacità generatrice del
mercato, ha impedito alla UE – ma anche agli
Stati Uniti – di rinnovare le politiche industriali
degli anni ‘50 e ‘60. E così hanno perso il loro peso
rispetto ai paesi emergenti, un peso che non è solo
commerciale o produttivo, ma anche tecnologico
e politico, poiché il commercio, la tecnologia e la
produzione industriale hanno un ruolo rilevante
nella geopolitica e nella correlazione delle forze
internazionali di qualsiasi periodo storico. Tanto
più in questa nuova fase della rivoluzione indu-
striale, la rivoluzione dell’informazione, delle tec-
nologie della robotica, dell’intelligenza artificiale.
La Commissione Europea si sarà mai chiesta
che cosa è successo per far sì che il declino indu-
striale europeo abbia favorito l’industria tedesca?
Assolutamente no. Nella proposta della Com-
missione, si parla solo di “recupero” industriale
rispetto al 2009, l’anno della maggior depressione

60
economica dell’intera storia del capitalismo euro-
peo, periodo bellico a parte. Ma una cosa è certa,
ossia che in quell’anno la UE generava ancora il
25% del valore manifatturiero mondiale, mentre
oggi non arriva al 20%.
È sorprendente il fatto che, di fronte alle nuo-
ve sfide che l’industria sta affrontando, la Com-
missione non senta il bisogno di intraprendere
una riforma del Trattato di Lisbona così da pro-
grammare una vera politica industriale Europea,
che è parte delle competenze proprie degli Stati.
Questa, infatti, è una materia in cui la Commis-
sione può, al massimo, proporre alcune azioni di
“accompagnamento”. Non viene messa in discus-
sione neanche la stessa modalità di realizzare le
politiche economiche da parte della Commissio-
ne Europea, ma il mantenimento delle restrizioni
alle politiche di investimento pubblico nell’in-
dustria, fatte passare, molto spesso, come “aiuti
di Stato”. Tutto ciò, insieme all’unificazione mo-
netaria hanno provocato la deindustrializzazione
accelerata della maggior parte dei paesi dell’Euro-
zona, nelle modalità descritte precedentemente.

61
Tutto il ragionamento parte dall’affermazione
di “fede” per cui evitando di concedere ad alcune
imprese dei “vantaggi economici”, si riesce a mi-
gliorare la competitività e il commercio tra gli Sta-
ti membri. Ma visto che la “religione” non agisce
sulle dinamiche dell’industria, bisogna cambiare
principi quando si tratta di evitare che potenziali
investitori stranieri indesiderati vogliano tenersi
delle imprese europee che possiedono tecnologie
strategiche.
Per fare una politica industriale degna di que-
sto nome, bisogna realizzare una analisi settoriale
che identifichi le necessità strutturali e le possi-
bilità di intervento per rafforzare o espandere le
industrie considerate più importanti. Il criterio di
priorità può essere stabilito in funzione dell’im-
portanza per il resto delle attività di produzione –
come capacità di disporre di una industria di beni
di capitale e di beni strumentali; per il miglio-
ramento del benessere sociale della popolazione
– industria medica e o chimico-farmaceutica; per
l’appoggio ad altri settori produttivi – industria
agrochimica o dei trasporti. Ma il criterio può es-
sere stabilito anche in funzione dei prodotti chia-

62
ve nella generazione di sinergie ed accrescimento
delle capacità o vincolati ai nuovi bisogni sociali
insoddisfatti. Però, al massimo, la Commissione
potrà dare alle politiche industriali, a tutte le po-
litiche economiche e sociali, un ruolo subordina-
to al mercato. E infatti, il fulcro della proposta è
riprendere la “cantilena” dei soliti luoghi comuni:
formazione dei lavoratori in riconversione, finan-
ziamento delle infrastrutture della comunicazio-
ne, migliorare l’efficienza energetica ed ecologica
della produzione industriale, digitalizzazione dei
processi produttivi. Per la Commissione sem-
bra anche molto importante deregolamentare
i servizi professionali. E viene fatto un esempio
preciso, il settore della siderurgia, per il quale si
vuole solo evitare il dumping, ossia che nessun
paese esporti acciaio nella UE al di sotto del suo
costo di produzione. Nella proposta, inoltre, tro-
viamo una serie di presunte iniziative istituzionali
burocratiche: Piattaforma Europea, su iniziative
nazionali, sulla Digitalizzazione; Programma di
Nuovi progetti imprenditoriali; Fondo di Moder-
nizzazione Energetica per i paesi meno sviluppati
dell’Unione; Fondo Europeo per gli Investimenti

63
Strategici; Fondo PanEuropeo di Capitale di Ri-
schio; Piattaforma di Specializzazione Intelligen-
te. La maggior parte di questi, più che iniziative,
sembrano nuovi nomi più o meno ridondanti per
politiche diverse che l’Unione sta sviluppando,
dal 2007, per mezzo del suo bilancio; purtroppo,
però, hanno provocato pochi cambiamenti nel
periodo di programmazione finanziaria vigente
dal 2014 e fino al 2020. Di fatto, la Commissio-
ne indica che il suo apporto specifico al piano si
limita a 2.600 milioni di Euro per il piano pilota
del Consiglio Europeo di Innovazione, inserito
nel programma europeo per l’innovazione e svi-
luppo, una iniziativa non molto differente da un
fondo di capitale di rischio che viene promosso da
altri dipartimenti.
Solo in due punti si esce un po’ fuori dagli
schemi: si propone una azione politica per svilup-
pare batterie di accumulazione di energia; ossia
appoggiare l’industria dell’automobile, nel suo
inevitabile processo di transizione energetica ver-
so il veicolo elettrico, e l’industria militare, com-
presa quella spaziale, per cui si propone la crea-
zione di un Fondo Europeo di Difesa, suggerendo

64
un orizzonte finanziario a medio termine pari a
5.500 milioni di Euro, più o meno quanto per-
so con l’investimento in innovazione e sviluppo
militare dei paesi comunitari, che, esclusa la Gran
Bretagna, investivano circa 7.000 milioni di Euro
negli anni precedenti alla crisi, mentre ora dedi-
cano solo più di 2.000 milioni.
La politica di aggiustamento del bilancio, la
regola d’oro, che obbliga le amministrazioni cen-
trali dei governi a generare surplus primari nella
relazione tra entrate e spese, obbedisce a questo
stesso imperativo commerciale della logica neo-
liberista spostata nella gestione delle risorse am-
ministrative. Per tale ragione, nonostante si man-
tenga un livello di gestione delle risorse del lavoro
e dei mezzi di produzioni socializzati più alto ri-
spetto ai paesi anglosassoni, l’insistenza della UE
su questo tipo di gestione fa sì che in questi mo-
menti sia proprio essa a mantenere la leadership
globale nella promozione del neoliberismo.

65
1.2.2 L’apparato industriale militare della UE

Il Keynesismo militare attraverso l’industria belli-


ca europea genera, secondo le stime, 100 miliardi
di Euro l’anno e 1,4 milioni di lavoratori ad alto
livello di specializzazione impiegati direttamente
o indirettamente nel settore nel continente 17. L’e-
sercito europeo viene esplicitamente considerato
come un ambito competitivo strategico dal punto
di vista economico, e ciò accentua le perplessità
degli americani 18. La UE utilizza come sempre in
passato, e anche ora, gli USA il keynesismo mili-
tare per sorreggere la domanda generale asfittica a
causa della crisi sistemica internazionale.
Ovviamente il mantenimento delle strutture
asimmetriche delle relazioni economiche interna-
zionali imperialiste richiede un uso centrale della
forza. Ciò è stato chiaramente visibile in epoca

17
https://ec.Europa.eu/commission/sites/beta-politi-
cal/files/defending-Europe-factsheet_en.pdf
18
http://www.linkiesta.it/it/article/2018/02/17/lEu-
ropa-vuole-diventare-una-potenza-militare-e-in-i-
talia-non-lo-sa-nes/37170/

66
coloniale, ma sopravvive ancora oggi in epoca ne-
oliberista in forma di “keynesismo militare”.
Questo militarismo svolge due funzioni mol-
to importanti: se da un lato agisce per mantenere
inalterato lo “squilibrio” fra diversi paesi, dall’al-
tro rappresenta una risorsa produttiva più che si-
gnificante. Basti pensare che negli Stati Uniti d’A-
merica la spesa pubblica militare, espressa come
spesa pianificata del settore pubblico, contribu-
isce a contrastare le inefficienze e gli sperperi di
mercato poiché attraverso la spesa militare viene
pianificata una parte ingente dell’economia indu-
striale e dei servizi nordamericani.
Nel novembre 2017, i rappresentanti di 23
paesi europei hanno dunque firmato un accordo
fondamentale sulla strada dell’attuazione della
PeSCo, che prevede una serie di impegni vinco-
lanti per gli Stati firmatari, la cui attuazione sarà
periodicamente verificata tramite la CARD (Re-
visione coordinata annuale della Difesa), dedicata
proprio ad analizzare l’efficienza delle spese mili-

67
tari 19. Non si tratta ancora in senso proprio di un
esercito europeo, ma al tempo stesso il passaggio
è di grande importanza sulla strada verso la sua
costituzione.
Questi i principali ambiti oggetto della coo-
perazione:

ʺʺ aumentare le spese militari per “avvicinarsi”


alla soglia del 2 per cento del PIL;
ʺʺ aumentare le spese militari in termini assoluti
e non solo relativi al PIL;
ʺʺ partecipare alla creazione di una forza di rea-
zione rapida Europea;
ʺʺ integrare in maniera maggiore gli eserciti Eu-
ropei (trasporti, munizioni, ruoli);
ʺʺ aumentare la compatibilità tra gli equipaggia-
menti militari dei vari eserciti 20.

19
http://www.difesaonline.it/industria/pesco-23-pa-
esi-ue-firmano-il-documento-di-notifica-qua-
le-sar%C3%A0-la-prossima-mossa
20
https://www.ilpost.it/2017/11/15/Europa-eserci-
to-comune/

68
Forte quindi è l’aumento delle spese militari
nonostante i vincoli di bilancio che limitano co-
stitutivamente la spesa pubblica nei settori della
spesa sociale. Infatti, le regole fiscali Europee pre-
vedono che gli investimenti pubblici siano con-
teggiati nel deficit, con la deroga rappresentata
appunto all’industria militare.
Bisogna sottolineare che questi passaggi ver-
so la costruzione dell’esercito europeo vedono,
rispetto al passato, un ruolo più attivo rivestito
anche dalla Germania, mentre tradizionalmente
è stata la Francia il vero e più agguerrito braccio
militare della UE. Ora i tedeschi sembrerebbero
puntare alla creazione di un vero e proprio eserci-
to dotato di una struttura di comando centraliz-
zata; mentre la Francia probabilmente preferireb-
be aumentare il numero di missioni Europee in
giro per il mondo ma costituite da militari pro-
venienti dai singoli paesi, cosa che conserverebbe
la posizione predominante del proprio esercito. 21

21
https://www.ilpost.it/2017/11/15/Europa-eserci-
to-comune/

69
Se un paese o una regione comunitaria vuole
proteggere o sviluppare la propria attività indu-
striale, salvo che disponga di una industria milita-
re di una certa levatura, può aspettarsi poco dalle
iniziative comunitarie. E, inoltre, deve anche pre-
pararsi a oltrepassare gli ostacoli che la legislazio-
ne Europea stabilisce contro un obiettivo simile.
Tuttavia, sulle modalità concrete di interven-
to i due paesi core del polo imperialista europeo
manifestano concrete divergenze. La Francia, for-
temente decisa a raggiungere il 2% del PIL desti-
nato alla spesa militare, prevede infatti, da qui al
2025, 300 miliardi di investimenti nella moder-
nizzazione degli armamenti convenzionali e nu-
cleari; il paese sembra puntare ad affermarsi come
leader della difesa, nonché unica potenza euro-
pea del continente. La Germania in questo senso
appare preoccupata delle intenzioni francesi, che
potrebbero voler far prevalere il proprio interesse
nazionale su quello europeo, e il Ministro degli

70
Esteri ha infatti invitato tutti i paesi ad agire se-
condo un’agenda comune 22.
Il processo di centralizzazione militare euro-
peo insomma procede, anche attraverso le frizioni
e le contraddizioni tra i diversi paesi ma comples-
sivamente continuando a muoversi verso un raf-
forzamento complessivo del polo imperialista.

1.2.3 Contro la politica imperialista della UE


costruire rapporti sociali e di produzione
a compatibilità socio-ambientale

La conformazione geopolitica attuale della UE


come polo imperialista è il frutto dell’instaura-
zione di una dinamica estremamente complessa
nella formulazione della politica economica: l’e-
conomia della fase attuale di mondializzazione si
trova immersa in un paradigma tecnologico pre-
dominante molto diverso da quello dell’epoca di

22
http://www.linkiesta.it/it/article/2018/02/20/eser-
cito-Europeo-tanti-bei-discorsi-ma-francia-e-ger-
mania-stanno-gia-l/37189/

71
Lenin, e senza andare così indietro nel tempo, da
quello della seconda metà del secolo passato.
C’è da tenere ben presente che la ricchezza di
cui i paesi del Nord a capitalismo maturo godo-
no non si sarebbe mantenuta tale senza la politica
imperiale funzionale alla borghesia trasnazionale
Europea e le conseguenti conquiste del Sud me-
diterraneo (i PIGS). Il neocolonialismo interno
alla UE ed esterno verso le periferie ha giocato
un ruolo fondamentale in questo processo poiché
non erano solo delocalizzazioni, deindustrializ-
zazioni naturali che hanno l’accumulazione e la
produzione di ricchezza, ma anche e soprattut-
to una forza lavoro prima schiavizzata e poi su-
per-sfruttata e sottopagata.
Il fenomeno di crisi generalizzata dell’intero
sistema economico colpisce più duramente quei
paesi che non dispongono delle risorse necessarie
per far fronte a quanto accade, i paesi del Sud, e
in Europa appunto i PIGS, ma non risparmia di
certo le economie sviluppate dove assistiamo ad
un lungo periodo di tendenza al ristagno, con una
ricomposizione della localizzazione dei centri di

72
accumulazione e un’abbreviazione dei cicli delle
crisi finanziarie mondiali.
Si tratta di un modello incentrato, in maniera
sempre più accentuata, sulla ricerca di forme di
accumulazione cosiddetta flessibile, basate cioè su
criteri di flessibilità produttiva, di precarietà del
lavoro e dell’intero vivere sociale, a partire dalla
valorizzazione dei nuovi modelli comunicazionali
devianti, capaci di imporre nel territorio il dog-
ma culturale del mercato, del profitto, del vivere
secondo i principi d’impresa. Ecco come la va-
riabile guerra diventa guerra economica, guerra
massmediatica, guerra psicologica (ad esempio
con il concretizzarsi contro i governi rivoluzionari
di Venezuela, Cuba, Bolivia).
Al di là delle posizioni politiche delle forze di
sinistra di classe e di rottura antisistemica, appare
pressoché innegabile che lo sviluppo economi-
co-capitalista non ha una uguale ripartizione, ma
anzi è la causa principale delle enormi disugua-
glianze e squilibri sul piano temporale, territoria-
le, settoriale e sociale.
È necessario pianificare lo sviluppo attraverso
la divisione in regioni e macro-regioni nelle qua-

73
li si possano realizzare le esigenze delle differenti
popolazioni e, infine, è necessario creare dipar-
timenti che attuino in nome del governo nelle
questioni amministrative locali. Questa visione
condiziona l’agire sociale e ci spinge verso il con-
sumo massivo come forma di inclusione sociale
in un mondo che non consente di essere “altro”,
in virtù dell’idea che ciò che “non è omogeneo” è
un pericolo “diverso”, un pericolo da emarginare
e sconfiggere.
Puntualizzando, il problema della crisi non
risiede nello sviluppo delle forze produttive, ma
nei rapporti sociali di produzione in grado di tra-
durre l’applicazione delle scienze alle tecniche di
produzione efficiente e compatibile con la scarsità
di molte risorse naturali.
Ci sono essenzialmente due modi per capire la
realtà economica. Una è quella che considera che
la competenza dell’economista non concerne l’e-
conomia del vivere, del lavoro e della convivenza
civile ma è soltanto quella di studiare gli aspetti
della realtà che hanno un’espressione monetaria
(per esempio, secondo questa concezione, il com-
pito dell’economia applicata e quindi della poli-

74
tica economica internazionale è esclusivamente
quello di riuscire a stabilire gli equilibri contabili
fondamentali: offerta e domanda, importazioni
ed esportazioni, spesa ed entrate nazionali, quan-
tità di denaro e quantità di produzione, ecc.). Tale
concezione, assolutamente dominante nel mo-
derno paradigma neoliberista, si basa sull’idea che
nei fatti esistano soltanto individui programmati
per agire, in maniera pressoché univoca, in fun-
zione della ricerca razionale e sistematica dell’in-
teresse personale.
È necessario oggi più che mai uscire da questo
schema e ricondurre la (pseudo)scienza econo-
mica sotto il controllo della politica, non più il
contrario.
Il livello raggiunto al giorno d’oggi da scienza
e tecnica sarebbe teoricamente in grado di risol-
vere e appianare la maggior parte delle ingiustizie
che pervadono la società contemporanea, dalla
fame alle malattie, dalle guerre ai disastri naturali.
Ma la condivisione non genera profitto. Così mi-
lioni di persone muoiono per malanni che in altri
paesi sono perfettamente curabili, perché manca-
no fondi di prevenzione sanitaria e medicinali a

75
prezzi accessibili e altrettante muoiono di fame
quando lo spreco alimentare nei paesi del centro
capitalista ha raggiunto livelli che nessuno avreb-
be mai immaginato.
L’economia nasce accanto alla fisica, all’astro-
nomia, alla biologia e a tutte le altre scienze gali-
leiane, con l’aspirazione e l’ambizione di portarsi,
prima o poi, sullo stesso livello; meta raggiunta,
in parte, anche grazie al fatto che nasce nell’ambi-
to della Royal Society in Inghilterra, che dà corpo
al progetto di Francis Bacon che vede nella scien-
za il modo per giungere al governo perfetto, quel-
lo che descrive nella Nuova Atlantide, l’utopia di
una società guidata dagli scienziati.
La pretesa scientificità di questa disciplina in
senso largo come politica economica internazio-
nale è strettamente e incontrovertibilmente una
questione politica, l’impianto di una visione ideo-
logica. Oggi più che mai possiamo renderci conto
di ciò: il fallimento del modello dominante.
È l’estensione in tutti gli ambiti della vita so-
ciale della logica commerciale e competitiva il
segno più caratteristico dell’attuale fase del neo-
liberismo. Nessun ambito della vita sociale sfugge

76
alla nuova logica economica che si espande per
regolare tutti i procedimenti sociali, dal trasporto
fino ai matrimoni, dalla selezione del personale
del settore pubblico fino a forme di ozio o alle
identità elettive. Si sta configurando, così, un tipo
di essere umano che non risponde alla sua realtà
vitale più profonda. Le forme adottate da questo
processo di disumanizzazione non possono essere
analizzate come fossero le stesse – forse con una
differenza di livello – di venti o trenta anni fa, agli
albori del neoliberismo.
Di fatto, come segnala William Davies nel Il
nuovo Neoliberismo 23, appunto il neoliberismo è la
forma attraverso cui il capitale si è riorganizzato e
riconfigurato, alla fine degli anni ‘70, per distrug-
gere qualsiasi tipo di speranza politica non capi-
talista. Il nuovo capitalismo (neoliberismo) acqui-
sice una dimensione ideologica, sociale e politica
nuova, che acutizza la tendenza inerente al capitale
facendo sì che la formazione della coscienza di ciò
che è reale e ciò che non lo è passi sempre più at-

23
William Davies: The New Neoliberalism. New Left
Review 101, settembre-ottobre 2016.

77
traverso la commercializzazione delle cose e delle
relazioni che definiscono l’insieme del reale.
Queste sono le barbarie a cui quotidianamente
assistiamo, e più o meno consciamente aiutiamo a
perpetrare. Il consumismo sfrenato a cui siamo sta-
ti (mal)educati, grazie alla comunicazione orienta-
ta, è ancora una volta necessario per un sistema che
fa della caducità e della necessità di produrre sem-
pre più per garantire il compimento di quell’unico
scopo: l’accumulazione, sopra tutto, sopra tutti.
Il mancato rilancio della produttività, la man-
canza di una alternativa energetica e quanto appe-
na esposto circa la desocializzazione del conflitto
di classe, determinano i limiti della nuova fase di
accumulazione capitalista e questo dà vita a tut-
ta una serie di conseguenze, come ad esempio la
fuga verso la finanziarizzazione dei profitti e la lot-
ta per il controllo delle risorse energetiche fossili.
Per queste ragioni anche e soprattutto in Eu-
ropa, la sfida è quella di perseguire una società
che vada oltre il capitale ma, allo stesso tempo, di
dare risposte immediate alla barbarie che flagella
la vita di tutti i giorni di chi lavora, della classe
dei lavoratori.

78
2. UN PROGRAMMA DI ALTERNATIVA
DI CLASSE PER LA ROTTURA

Passare dall’analisi generale alla definizione di un


programma che si ponga all’altezza dell’obiettivo
della rottura dell’Unione Europea e dell’uscita
dall’Euro significa tenere assieme l’obiettivo stra-
tegico con la capacità di organizzare le forze di
classe che nell’Unione Europea vivono ancora
una dimensione nazionale. Un programma deve
infatti porsi anche l’obiettivo di individuare i ter-
reni su cui le forze di classe, nelle loro articolazio-
ni nazionali, si possano organizzare e combattere.
Qui cerchiamo di definire nel modo più accu-
rato possibile l’obiettivo strategico su cui far con-
vergere forze sociali e politiche dei diversi paesi
e questo non può che essere la proposta dell’area
Euromediterranea sapendo, però, che nella realtà i
conflitti oggi assumono un carattere nazionale da
orientare contro le classi dominanti dell’UE. Per

79
questo siamo stati e siamo fortemente critici verso
Syriza e Tsipras che di fronte al difficile compito
di aprire una prospettiva di rottura per gli altri
popoli del mediterraneo e nonostante il sostegno
eccezionale ottenuto tramite il referendum del
luglio del 2015 ha accettato i diktat della Troika
facendo sprofondare la Grecia nella miseria.

2.1 Una pianificazione socio-economica della


complementarietà solidale per proteggere
le economie nazionali dallo strozzinaggio
monetario

L’Euro è servito per rinforzare i padroni esporta-


tori dei paesi centrali dell’Europolo, cioè il polo
imperialista europeo, e per indebolire la posizione
commerciale e subordinare la dinamica di accu-
mulazione nei paesi periferici del Mediterraneo
alla divisione internazionale del lavoro imposta
dai paesi centrali; in tal modo Portogallo, Italia,
Grecia e Spagna si convertono sempre più in ri-
serve di servizi turistici e residenziali, o di servizi
generali alle imprese, sottomessi ad un processo
di deindustrializzazione più o meno accelerato.

80
Per questo non si può avere una uscita dalla crisi
che non pregiudichi sempre più i lavoratori senza
modificare le regole del sistema monetario e fi-
nanziario vigente.
Le analisi della sinistra eurocentrica, eurofila
tendono ad analizzare i problemi della eurozona
come se derivassero da una architettura incom-
pleta: in base a questa interpretazione, i proble-
mi principali nell’area monetaria europea sono la
mancanza di meccanismi fiscali di compensazio-
ne, la tendenza ad aggravare le disparità e le asim-
metrie che precedentemente venivano canalizzate
verso movimenti nei tipi di cambio.
Inoltre, per loro la causa delle debolezze ma-
croeconomiche dell’Eurozona sono determinate
da un elemento contingente, come ad esempio
le politiche di aggiustamento: in base a questo
criterio, di fronte l’assenza di politiche espansive
sui tassi di cambio, gli squilibri strutturali pos-
sono essere compensati con variazioni salariali.
Però con l’imposizione a tutti i partecipanti delle
regole dell’aggiustamento di bilancio e dei salari,
soprattutto nei paesi che per i loro surplus do-
vrebbero aumentare la spesa e i salari, si determi-

81
na un doppio carico sui paesi strutturalmente più
deboli, obbligati a ridurre i salari nella percentua-
le che gli corrisponde in base alla loro svalutazio-
ne implicita, e inoltre accettano il taglio salariale
equivalente all’aumento inesistente dei salari nei
paesi con eccendente.
Però questa interpretazione è errata, poiché
anche nel caso ci fosse un andamento macroe-
conomico espansivo nei paesi con surplus pari a
quello della Germania, non per questo smettereb-
bero di godere di un vantaggio assoluto in materia
di camba, perché continuerebbero a esportare con
una moneta debole, e i paesi strutturalmente de-
ficitari, con una moneta forte. L’Eurozona, in sé,
è una configurazione centro-periferia che deter-
mina una relazione strutturalmente equivalente a
quella coloniale di base. E così grazie all’euro, la
Germania è riuscita a passare dal 22% al 27% del-
le esportazioni dell’Europa occidentale (EU a 15);
invece la Francia e la Gran Bretagna – che negli
anni ‘90 rappresentavano il 28% del commercio
estero dell’Europa occidentale – sono scese al 22%
negli ultimi anni. È l’euro e non una presunta su-
periorità produttiva tedesca ciò che ha permesso

82
che le esportazioni aumentassero fino al 40% del
PIL della Germania, mentre il resto dei maggiori
paesi dell’Europa occidentale hanno percentuali
che si aggirano al 25%. Tra l’attivazione dell’eu-
ro e lo scoppio della crisi, nessun grande paese è
riuscito a far aumentare in modo significativo il
peso delle esportazioni nelle sue produzioni, ad
eccezione della Germania che, in quegli anni, è
riuscita a far crescere dal 25% al 38% del PIL il
peso delle esportazioni.

Esportazioni in percentuale del PIL


45%
X % PIB 38%
40%

35%

30%

25% 23%
25% 22%

20%
21%
19%
15%
17%
16%
10%

5%

0%
1960
1962
1964
1966
1968
1970
1972
1974
1976
1978
1980
1982
1984
1986
1988
1990
1992
1994
1996
1998
2000
2002
2004
2006
2008
2010
2012
2014
2016
2018

Germania Spagna Francia Italia Regno Unito

Fonte: AMECO 05/2018 ed elaborazione degli autori

83
È una irresponsabilità politica non voler vedere
che l’euro è una configurazione strutturale che con-
danna i paesi della periferia intraeuropea ad una re-
lazione di dipendenza dal centro e all’applicazione
di politiche permanenti di svalutazione salariale.
Bisogna progettare una alternativa che non può
essere la semplice nostalgia dei tempi passati. Non
si può tornare alle configurazioni monetarie nazio-
nali precedenti all’euro, perché l’evoluzione delle
forze produttive e delle relazioni sociali, soprat-
tutto la nascita di un mercato finanziario globale,
necessita di una conformazione di aree monetarie
di grandi dimensioni se si vuole continuare ad ave-
re una moneta con una proiezione globale, ossia
che sia una valuta (attivo di riserva internazionale
e mezzo di pagamento mondiale) e che garantisca
la stabilità del segno monetario affinché la politica
possa essere pianificata a lungo termine.
I paesi del Sud dell’Europa hanno esperienze
storiche su cui basare un nuovo progetto mone-
tario più consono alle loro necessità. In termini
politici, l’esperienza dell’Unione Latina. La scar-
sa ambizione politica del progetto non preclude
il riconoscimento della capacità di articolazione

84
intercontinentale 24. In termini monetari, c’è il

24
“L’Unione Latina è stato un organismo internazio-
nale formato dai paesi che parlano alcune delle co-
siddette lingue romanze. È stata creata nel maggio
1954, quando è stato firmato un accordo costituti-
vo a Madrid, Spagna, ed è stata riconosciuta come
istituzione formale dal 1983. A causa di difficoltà
finanziarie, le attività dell’Unione Latina sono state
sospese il 26 gennaio 2012 e la segreteria generale
permanente dell’Organizzazione ha chiuse le porte
il 31 luglio dello stesso anno, quando è stato con-
gedato il personale dell’Organizzazione. La sua fun-
zione era promuovere e diffondere l’eredità comune
e tutto ciò che identifica il mondo latino. L’Unione
Latina era formata dai seguenti paesi: quelli di lingua
spagnola (Andorra, Bolivia, Cile, Colombia, Costa
Rica, Cuba, Ecuador, El Salvador, Spagna, Filippine,
Guatemala, Guinea Equatoriale, Honduras, Nicara-
gua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Domini-
cana, Uruguay e Venezuela); quelli di lingua francese
(Costa d’Avorio, Francia, Haiti, Monaco e Senegal);
quelli di lingua italiano (Italia e San Marino); quelli
di lingua portoghese (Angola, Brasile, Capo Verde,
Guinea-Bissau, Mozambico, Portogallo, Repubblica
Democratica di São Tomé e Príncipe e Timor Est);
quelli di lingua romena (Moldavia e Romania); quel-
li di lingua catalana (Andorra e Spagna)”.

85
precedente dell’Unione Monetaria Latina (1865-
1927) tra Francia, Belgio, Svizzera e Italia, oltre
alla Grecia nel 1868 e alla Romania, Austria,
Bulgaria, Venezuela, Serbia, Montenegro e San
Marino nel 1889 che ci dimostra che non si sta
costruendo una proposta dal nulla, ma si sta par-
tendo da forze sociali e politiche presenti nella re-
gione già da molto tempo. Il tentativo di costruire
un sistema monetario bi-metallico oro-argento ci
riporta al XIX secolo quando molti paesi europei
erano coscienti delle perturbazioni e delle debo-
lezze strutturali che sarebbero derivate dalla par-
tecipazione ad un sistema monetario internazio-
nale (il modello sterlina-oro), dominato, in quel
caso, dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti.
L’uscita dall’Euro dovrebbe svilupparsi in
modo concertato perché tra i paesi della perife-
ria mediterranea; a nostro parere esistono quattro
momenti intimamente vincolati, senza dei quali
il processo potrebbe risultare un fallimento. Sono
i seguenti:

ʺʺ stabilire un “simbolo monetario”, anche ini-


zialmente virtuale – cripto moneta- moneta di

86
conto e compensativa, comune all’Area Euro-
mediterranea;
ʺʺ ridenominazione del debito nella nuova mo-
neta dell’area periferica al tipo di cambio uffi-
ciale che verrà stabilito;
ʺʺ rifiuto di una parte del debito e esigenza di una
rinegoziazione dello stesso o in casi di forte di-
pendenza dal sistema bancario un azzeramen-
to totale;
ʺʺ nazionalizzazione delle banche e regolamenta-
zione stretta (compresa la proibizione tempo-
rale) della fuoriuscita dei capitali.

Tutto ciò va attuato in modo simultaneo per


evitare la sottocapitalizzazione della regione pe-
riferica e per raggiungere un controllo adeguato
sulle risorse disponibili per l’investimento. Sosti-
tuire la moneta è una operazione complessa che
non ha solo delle implicazioni monetarie, perché
la stessa esistenza dell’Euro ha dato vita ad una
evoluzione nel sistema monetario internazionale
e ad una integrazione produttiva delle economie
nazionali.

87
Non c’è dubbio che all’uscita dall’Eurozona
dovrebbe seguire la predisposizione di una “mo-
neta della transizione”, sganciata da Euro e siste-
ma dei cambi fissi, che possa consentire un certo
grado di protezione del sistema economico, al
fine di evitare gli attacchi speculativi del capitale
finanziario, le fughe di capitali che altrimenti ine-
vitabilmente si susseguirebbero.
Uscire dall’Euro proponendo una nuova mo-
neta per Paesi con strutture produttive più o
meno simili sarebbe l’unica alternativa realizzabi-
le, che permetterebbe sia di mantenere un margi-
ne di negoziazione con le istituzioni comunitarie
e con la Banca Centrale Europea sia di creare un
nuovo blocco politico istituzionale capace di rea-
lizzare un modello di accumulazione favorevole ai
lavoratori.
Gli squilibri finanziari non sono un problema
esclusivamente limitato all’aspetto monetario. L’i-
dea di abbandonare l’Unione Monetaria Europea
e di tornare alle monete nazionali e mantenerle
sul lungo periodo, non può essere una alternati-
va di prospettiva strategica per i paesi del Medi-
terraneo, poiché l’estrema debolezza di eventuali

88
monete nazionali di fronte al capitale finanziario
globale non favorirà una regolamentazione effi-
cace del ciclo e del cambiamento strutturale nei
suddetti paesi. Bisogna ricordare che il Sistema
Monetario Europeo, nato per dare stabilità alle
monete Europee rispetto all’instabilità promossa
dagli Stati Uniti con il sistema dei tassi di cambio
di mercato (origine della globalizzazione finanzia-
ria), soccombé nel 1993 a causa dell’incapacità
delle banche centrali del sistema di contrastare
i movimenti di massa dei capitali speculativi nei
mercati delle valute. Se in una prima fase la rot-
tura dell'Euro e della UE richiede obiettivamente
un passaggio nazionale la prospettiva da costruire
da subito è quella dell'Area Euromediterranea.
L’idea di abbandonare la UE e uscire dall’Euro
deve prevedere una fase di passaggio con l’utilizzo
di una “moneta della transizione nazionale” (una
sorta di ITALSUCRE Mediterraneo, richiaman-
dosi in qualche modo anche simbolicamente nel
nome alla moneta virtuale di compensazione SU-
CRE dell’Alleanza ALBA di Nuestra America);
per poter essere considerata un’alternativa per i
paesi della periferia mediterranea, bisogna evitare

89
la debolezza di tale moneta di fronte al capitale
finanziario globale, permettendo così processi di
regolazione efficaci del ciclo e del cambio struttu-
rale di questi paesi.
Il Sistema Monetario Europeo (SME) nacque
in seno alla Risoluzione del Consiglio Europeo,
il 5 dicembre 1978. Cominciò a funzionare il 13
marzo 1979 in base all’accordo firmato lo stesso
giorno tra le banche centrali dei paesi che forma-
vano la Comunità.
Aveva tre obbiettivi fondamentali:

ʺʺ stabilizzare i tassi di cambio per correggere


l’instabilità esistente
ʺʺ ridurre l’inflazione
ʺʺ preparare, mediante la cooperazione, l’unifica-
zione monetaria europea.

La gestione fu data al Fondo Europeo di Co-


operazione Monetaria (FECOM), creato nell’ot-
tobre del 1972 e le cui funzioni principali erano:

ʺʺ facilitare gli interventi nei mercati di valute


ʺʺ effettuare le liquidazioni tra le banche centrali

90
ʺʺ gestire le facilità di credito a breve termine as-
sociate allo SME.

Nonostante non fosse stata designata nessuna


moneta, il marco tedesco e la Bundesbank tedesca
diventarono subito il centro dello SME; per via
della sua relativa forza e delle politiche di bassa
inflazione della Bundesbank, tutte le altre monete
si videro obbligate a seguire l’esempio, se avessero
scelto di rimanere all’interno del sistema, forzan-
do così l’adozione di politiche monetarie poco
espansionistiche.
Gli aggiustamenti periodici fecero aumentare
i valori delle monete forti e ridussero quelli delle
valute più deboli, però dal 1986 vennero utilizza-
ti dei tassi di interessi nazionali per mantenere le
monete nei limiti stretti di oscillazione.
I cambiamenti socio-politici avvenuti in segui-
to al 1989 influirono in modo drammatico sul
funzionamento dello SME. La Bundesbank appli-
cò una politica di alti tassi di interesse per attrarre
capitali che aiutassero a finanziare la prevista ri-
unificazione tedesca. Questo provocò importanti
tensioni economiche nei paesi con monete più

91
deboli. Il Regno Unito e l’Italia ebbero difficoltà
addizionali per via dei loro doppi deficit.
Il 25 settembre 1992, il Quantum Fund di
Soros cominciò una vendita di massa di sterline.
Nonostante, inizialmente, i paesi attaccati difen-
dessero i loro tassi di cambio (la Gran Bretgna,
ad esempio, aumentò i tassi di interesse al 10% e
autorizzò la spesa di migliaia di milioni di riserve
di valute per togliere sterline dal mercato), la pres-
sione dei mercati mandò all’aria il sistema. I paesi
attaccati (Italia, Gran Bretagna, Spagna) dovet-
tero far cessare le fluttuazioni delle loro monete,
con importanti svalutazioni. Questo determinò
la fine dello SME. George Soros, invece, ottenne
più di 1.000 milioni di sterline di utile per la ven-
dita allo scoperto di sterline.
La prospettiva rimane comunque per i paesi
della periferia Europea che desiderano ripristina-
re un controllo sull’attività produttiva, quella di
invertire i rapporti di forza attuali nel conflitto
capitale-lavoro e quindi agire solamente in ma-
niera congiunta e per mezzo di un processo di rot-
tura con la finanza privata globale e con lo spazio
monetario asimmetrico vigente, come avvenne in

92
America Latina per i paesi dell’ALBA (Alleanza
Bolivariana dei Popoli di Nuestra América).
Le problematiche precedentemente evidenziate
sono riscontrabili nelle modalità dei pagamenti in-
ternazionali reali. Se il pagamento monetario è la
contropartita reale della vendita, come è possibile
che sia una moneta dematerializzata? Ancora una
volta la testarda realtà contraddice l’ipotesi dell’in-
terscambio relativo. La teoria delle emissioni per-
mette di interpretare i pagamenti monetari inter-
nazionali così come si effettuano nella pratica. E la
conclusione è che i pagamenti monetari interna-
zionali effettuati mediante monete nazionali non
rispettano la logica del loro uso all’interno delle
loro economie di origine ed alterano il circuito
monetario interno dei paesi terzi coinvolti.
Paesi come quelli dell’ALBA, perfino la Cina,
subiscono gli effetti del disordine contribuendo
inavvertitamente e involontariamente ad alimen-
tare il Capitale Fittizio Internazionale (Xeno-
Capitale secondo Autori come Schmitt), fonte
inesauribile di speculazione destabilizzante nei
mercati internazionali.

93
Nel 2008, con entrata in vigore nel 2010, è
stato creato il SUCRE (Sistema Único de Com-
pensación Regional), che introduce una mone-
ta di conto che consente di realizzare gli scambi
all’interno dell’area senza utilizzare il dollaro. Si
tratta di una moneta virtuale, che non è previsto
circoli in forma fisica, ma solo virtuale. Si tratta di
un meccanismo compensatorio per l’integrazione
economica regionale, un sistema di pagamento
che si basa sui valori politico sociali, e non finan-
ziari della complementarietà, reciprocità, coope-
razione e solidarietà, con l’obiettivo di sfruttare le
risorse dei diversi paesi per attenuare gli squilibri
esistenti. Infatti, storicamente questi paesi pos-
siedono una struttura deformata tipica del sotto-
sviluppo, con capacità esportatrici e importatrici
molto diversificate.
Un sistema compensatorio come quello del
SUCRE fornisce il meccanismo per una nuova
struttura finanziaria regionale fondata sulla ridu-
zione delle asimmetrie strutturali: esso consente
ai paesi economicamente più deboli e in deficit
di compensare le differenze con paesi che han-
no invece una eccedenza economica, utilizzando

94
questa unità di conto per commerciare al di fuori
del circuito del dollaro e dunque dei vincoli posti
dagli Stati Uniti.
Questa divisa unica di compensazione si inse-
risce in un contesto che già ha visto la creazione
della Banca dell’ALBA e della Banca del Sur, oltre
a UNASUR, CELAC e anche lo stesso MERCO-
SUR 25. Nel progetto complessivo dell’integrazio-
ne, tra i paesi dell’ALBA sembrerebbe quasi re-
alizzarsi una versione aggiornata di un “baratto
regolamentato e amministrato”, per cui i paesi
aderenti effettuano scambi di merci e beni in base
alle rispettive possibilità e necessità.
L’obiettivo del nuovo Sistema Bolivariano di
Pagamenti Internazionali (SBPI) è evitare la rot-
tura del circuito monetario interno, dall’identi-
ficazione moneta-prodotto nazionale, causata dal
disordine monetario internazionale nei pagamen-
ti esteri regolati dallo schema del dollaro. Perciò,

25
Vasapollo, L., L’ALBA di una futura umanità. Dieci
anni dell’Alleanza Bolivariana dei Popoli di Nuestra
America e l’EuroChavismo per la transizione al So-
cialismo nel XXI secolo, Natura Avventura Edizioni,
Roma, 2015.

95
il SBPI garantisce la separazione dei circuiti mo-
netari, estero e interno, corrispondente alle tran-
sazioni internazionali, mediante la centralizzazio-
ne di tutti i pagamenti esteri, debitori e creditori,
in un’unica istituzione, associata ma distinta dalla
banca centrale nazionale: l’Ufficio Centrale Bo-
livariano dei Pagamenti Internazionali (in lingua
originale OCBPI - Oficina Central Bolivariana
de Pagos Internacionales) 26.

26
Non si sostiene qui che la OCBPI possa prendere
iniziative proprie ma che possa agire come semplice
intermediario agli ordini degli agenti nazionali (re-
sidenti) coinvolti nelle transazioni internazionali,
in rappresentanza ddell’entità nazionale e sempre
in difesa dell’ordine monetario nazionale e inter-
nazionale. Ciò si ottiene, nella pratica, gestendo
ogni pagamento estero dei residenti, creditori o
debitori, mediante un’emissione completa di SU-
CRE monetari, il denaro-reddito internazionale del
o degli operatori dell’entità collettiva nazionali che
partecipano al Piano. Come in qualsiasi emissione
monetaria, i SUCRE monetari esisterebbero solo
nell’istante del pagamento estero per distruggersi
all’istante convertendosi in titoli-SUCRE o divise
straniere a seconda dei casi.

96
L’entrata in vigore del nuovo Sistema Boliva-
riano di Pagamenti Internazionali deve essere pre-
ceduta da una emissione internazionale di titoli,
prestiti, estesi in SUCRE, per formare così una
riserva di divise cha garantisca la stabilità dei titoli
sui mercati. La consegna di questi titoli-SUCRE
sarà accettata come pagamento degli acquisti dei
non residenti ai residenti, al tipo di cambio in-
ternazionale di riferimento in ogni momento.
Simmetricamente, il resto della comunità inter-
nazionale potrà adottare i titoli-SUCRE come
mezzo di pagamento internazionale, sapendo che
verranno negoziati nei mercati internazionali e
che il loro valore sarà stabile rispetto alla cesta di
divise più importanti nelle relazioni economiche
del paese o paesi partecipanti. Le emissioni di
SUCRE monetari avranno risultati in termini di
titoli-SUCRE: un incremento dei titoli in circola-
zione, rifletterà un saldo deficitario dei pagamenti
dei residenti e una riduzione degli stessi l’esisten-
za di avanzi 27.

27
Ogni paese come un tutto, l’entità collettiva nazio-
nale, presenterà sempre una Bilancia dei Pagamenti

97
Ciò che qui ci interessa è proprio la sperimen-
tazione di progetti di politica monetaria a chia-
ro connotato antimperialista e di protezionismo
solidale di classe, che si realizzano all’interno dei
processi di transizione reali perché possibili, come
quello dell’ALBA. Una transizione nell’Area Eu-
romediterranea acquisirebbe necessariamente
caratteristiche molto differenti perché differenti

in equilibrio grazie alla mediazione del OCBPI. La


Sezione Internazionale della OCBPI, SIOC in bre-
ve, ha come missione quella di gestire i pagamenti
esteri di tutte le entità residenti, in rappresentan-
za del collettivo nazionale, mediante emissioni di
SUCRE monetari. Associa allora l’emissione di
SUCRE monetari alla creazione e distruzione delle
divise implicate nel pagamento corrispondente.In
circostanze normali, la SIOC si limiterà a fare da
tramite per le operazioni decise dalle banche nazio-
nali, questo sì, mantenendo la moneta nazionale
al margine dello spazio economico internazionale.
Ogni pagamento estero avviene tramite un’emissio-
ne di SUCRE monetari, che nascono e muoiono
nello stesso istante. Questa emissione “calcola” la
transazione nella moneta internazionale SUCRE
secondo il tasso di cambio che si decida di stabilire
per il SUCRE (denaro-reddito).

98
sono le condizioni; ma uguale sarebbe la neces-
sità di adottare anche strumenti di politica mo-
netaria, monete di compensazione per gli scambi
commerciali, per evitare di essere “strozzati” dal
grande capitale finanziario.
L’esperienza incoraggiante dell’uso del SU-
CRE indica quanto accertato dall’iniziativa e se-
gna la strada sulla quale il piano per la creazione
dell’Ufficio Centrale Bolivariano dei Pagamenti
Internazionali (in lingua originale OCBPI) per-
mette di avanzare.
La Sezione Interna del OCBPI (SINOC) ha
come compito quella di evitare l’interferenza
interna nel pagamento della moneta nazionale
corrispondente alla transazione internazionale.
Invece di lanciare la moneta nazionale sul mer-
cato internazionale (di beni e servizi o finanziari
e di divise), i pagamenti creditori e debitori tra
residenti e non residenti sono centralizzati nella
SINOC 28. La proposta del OCBPI è semplice,

28
Parallelamente, con il preventivo prestito interna-
zionale in SUCRE, i titoli-SUCRE, la SINOC può
generalizzare nei mercati la presenza di titoli finan-
ziari speciali, accettabili come mezzo di pagamento

99
apparentemente innocua o ridondante. Si tratta
semplicemente di trasmettere i pagamenti mone-

di spese estere. Il gran volume di risorse dedicate


alle relazioni economiche internazionali in ogni pa-
ese è la migliore garanzia per questo tipo di opera-
zioni finanziarie.Se i pagamenti agli esportatori, in
moneta nazionale, sono inferiori ai pagamenti degli
importatori, la SINOC potrà utilizzare il rimanente
per ritirare i titoli equivalenti del mercato, riducen-
do il debito netto nell’operazione. Nel caso in cui i
pagamenti agli esportatori superino quelli degli im-
portatori, il SINOC procederà a distribuire titoli
addizionali come pagamento, o ad ammortizzarne
qualcuno per disporre dei fondi corrispondenti se
il creditore insiste.Il funzionamento concreto del
OCBPI è da determinarsi, anche con una buona
infrastruttura informatica, e funzionarie e funzio-
nari competenti e onesti sono imprescindibili in-
sieme alla volontà politica riformatrice. La nuova
istituzione rappresenta l’insieme dell’economia na-
zionale nei pagamenti monetari esteri. Il suo lavoro
monetario e finanziario si coordina con la Banca
centrale e il Tesoro Pubblico, per tutto ciò che ha
a che vedere con le emissioni di SUCRE monetari
e di titoli-SUCRE, così come con il titoli nazionali
emessi dal SINOC.

100
tari internazionali per quello che sono, emissioni
monetarie senza attentare al diritto né agli affari
di nessuno. Questa trasmissione separa le emis-
sioni monetarie nazionali dai pagamenti interna-
zionali, rendendo più facile la stabilità del valore
estero del SUCRE. Non implica grandi novità
rispetto alle pratiche abituali, e la novità dei titoli
finanziari accettabili come mezzo di pagamento
non turberà nessuna mente ragionevole.
Come detto in precedenza, tutte queste pra-
tiche non differiscono oltremodo dalle abitudini
bancarie attuali. La riforma è più che altro con-
tabile ma in modo rivoluzionario e radicale. Si
tratta di ordinare il settore dei pagamenti esteri
e non di orientare o forzare la loro attività in un
senso o nell’altro. È probabile, perfino desidera-
bile, che sorgano nuove strategie bancarie che si
approfittino della riforma per migliorare i propri
affari. Il nuovo scenario monetario estero, ordina-
to e stabile, può risultare attrattivo per i mercati
e, allo stesso tempo, dare impulso al progresso
sociale, evitando le conseguenze più negative del
disordine monetario internazionale. L’importan-
za economica e politica dei paesi che adottino

101
simultaneamente questo sistema di pagamenti
internazionali gioca a favore del successo dell’ini-
ziativa. È certo che la sua applicazione presuppo-
ne un alto grado di trasparenza e fair play, gioco
pulito, nelle transazioni di tutte le parti coinvolte,
specialmente delle entità bancarie. I “buoni” ban-
chieri e troverebbero perfettamente logico l’as-
sunto riformatore e comprenderebbero i vantaggi
e i benefici che l’entità collettiva nazionale, inclusi
loro stessi, andrebbe ad ottenere in cambio.
È certo che l’architettura del casinò finanziario
non sussisterebbe, il che provocherebbe qualche
resistenza politico-economica, più che sociale. In
ogni caso, rimane sempre il ricorso alla naziona-
lizzazione del sistema bancario, processo che più
presto che tardi qualsiasi politica progressista deve
intraprendere nel più ampio quadro della socia-
lizzazione dei servizi e delle attività produttive
essenziali (sanità, educazione, energia, abitazioni,
servizi sociali e assistenziali, etc.).
È possibile ricavare un altro esempio inte-
ressante dal Venezuela. Il paese è sotto attacco

102
dell’imperialismo 29 e il governo bolivariano pro-
segue nella determinazione di misure politiche,
sociali ed economiche per rafforzare la democra-
zia partecipativa, diversificare il sistema produtti-
vo e rafforzare quello finanziario. I provvedimenti
presi, come quelli in campo monetario, hanno
sempre un carattere strettamente politico. Il go-
verno bolivariano a dicembre 2017 ha dunque
messo a punto la proposta di rottura a forte con-
notato antimperialista con la creazione del Petro,
una criptovaluta designata per poter pagare i for-
nitori esteri aggirando le sanzioni statunitensi ed
Europee, applicate per prostrare il governo e la
popolazione e proseguire con il tentativo di giun-
gere a un rovesciamento violento che rimetta al
potere le oligarchie locali filo-imperialiste.
Con il PETRO, il governo bolivariano intende
inoltre dotarsi di un solido riferimento monetario
così da sopperire alle manipolazioni del Bolívar
(la valuta venezuelana tradizionale) che USA e

29
Vasapollo, L., Chávez presente! La resistenza eroi-
ca della rivoluzione bolivariana, Edizioni Efesto,
Roma, 2018.

103
governi alleati realizzano anche grazie al contrab-
bando di dollari sul mercato nero. Altro obiettivo
è poi avere la possibilità di operare sul mercato
internazionale con una valuta sganciata dal dolla-
ro. Il lancio di PETRO rientra in un più generale
progetto di ristrutturazione economica nella pia-
nificazione socialista del paese e di sviluppo di una
economia indipendente, trasparente e aperta alla
partecipazione diretta dei cittadini 30. Il PETRO
è una cripto moneta, altrimenti detta divisa digi-
tale, è in generale un mezzo di interscambio elet-
tronico non soggetto, contrariamente alle monete
battute dalle Banche centrali del mondo (come
dollaro ed Euro), a regolazione o intermediazio-
ne da parte delle istituzioni finanziarie globali.
Dall’introduzione nel 2009 del sistema Bitcoin,
l’uso delle criptomonete si è esteso enormemente
su scala globale anche grazie alla sicurezza delle
transazioni e alla facilità di utilizzo 31.

30
http://albaciudad.org/wp-content/uplo-
ads/2018/01/Whitepaper_Petro.pdf
31
http://misionverdad.com/LA-GUERRA-EN-VE-
NEZUELA/criptomoneda-venezolana-geopoliti-
ca-y-sanciones-gringas-investigacion

104
Il PETRO si inserisce infatti in una tendenza
globale che nel 2017 ha visto Russia e Cina grandi
protagoniste nella costruzione di una architettura
di pagamenti, investimenti e scambi commerciali
a livello regionale, verso un sistema multimone-
tario basato sulla triade petrolio/yuan/oro. Anche
l’Iran sta progettando l’adozione di una moneta
digitale realizzata con la tecnologia Blockchain 32.
In generale, la diffusione su scala globale di mo-
nete sganciate dal dollaro come mezzi di scambio
accelera la decadenza del dollaro come divisa ege-
monica per il commercio estero e come mezzo per
applicare sanzioni e blocchi finanziari ai danni dei
paesi avversari 33.
Quindi è la stessa pratica contro la finanza
dell’impero che dimostra che proporre una nuova
moneta per paesi con strutture produttive più o
meno simili sarebbe l’unica alternativa possibile,
che permetterebbe sia di mantenere un margine

32
http://misionverdad.com/MV-IN-ENGLI-
S H / e x p e c t a t i o n s - a b o u t - ve n e z u e l a s - e l - p e -
tro-in-the-worlds-oil-geography
33
http://misionverdad.com/la-guerra-en-venezuela/
el-petro

105
di negoziazione con le istituzioni comunitarie e
con la Banca Centrale Europea, che di stabilire un
blocco politico-industriale propenso ad un mo-
dello di accumulazione favorevole per i lavoratori.
La nuova moneta comune può essere negoziata
sia all’interno che all’esterno della UE; forse, così,
ci sarà una gestione ordinata della transizione
produttiva, la rottura della UE, l’uscita monetaria
con una equilibrata gestione dei flussi finanziari.
E ciò può servire a cambiare la moneta in paesi
con squilibri fiscali acuti attenuando una svalu-
tazione quasi immediata, e un eventuale iniziale
indebolimento della capacità d’acquisto dei sala-
ri senza aumentare il peso del debito in Euro o
in valute. Il cambio della moneta non porta in
sé nessun tipo di avanzamento nella correlazione
delle forze a favore dei lavoratori; anzi, è il contra-
rio. Per tale ragione, il cambio di moneta necessi-
ta allo stesso tempo – così non ci saranno ritardi
– della ridenominazione del debito estero e in-
terno nella nuova moneta, con il tasso di cambio
che i governi considerano più appropriato e del
ripudio di una parte sostanziale del debito, inflig-
gendo così un costo elevato alla classe dei rentisti.

106
La rivalutazione del debito, con il rifiuto par-
ziale e la rinegoziazione, è un altro elemento ne-
cessario per ridurre la zavorra del debito passato
sul finanziamento del piano di espansione futuro.
Questo processo va applicato con velocità, poiché
ridurre il carico del debito è condizione necessaria
per iniziare il processo di investimenti di impie-
ghi sociali a livello espansivo. Ovviamente, que-
sto rappresenta un’altra fonte di tensione politica
con i creditori, soprattutto all’interno della stessa
UE, dato che gli agenti finanziari sono proprie-
tari della maggior parte del debito della periferia
mediterranea.
La nuova valutazione del debito con il rifiuto
al suo pagamento di gran parte di esso e la rinego-
ziazione del resto, è un altro elemento necessario
per ridurre il peso del debito passato sul finanzia-
mento di un piano di espansione futuro. Questo
processo di deve applicare con rapidità, poiché ri-
durre il carico del debito è una condizione neces-
saria per poter iniziare un processo di forte crea-
zione di posti di lavoro a caratterizzazione sociale.
È in questo ambito che si scatena la speculazio-
ne dei mercati finanziari internazionali sui titoli

107
dei paesi volgarmente chiamati PIIGS, poiché or-
mai le scommesse migliori sono quelle al ribasso
proprio sulle obbligazioni di tali economie-paese;
ciò rende impossibile ridurre i già molto alti livelli
assunti per questi paesi dei rapporti deficit-PIL e
debito pubblico-PIL.
Cambiare la moneta nei Paesi con un forte
squilibrio fiscale porta implicitamente ad una sva-
lutazione quasi immediata. Per questo, il cambio
della moneta richiede che allo stesso tempo, su
questo non ci devono essere dilazioni, si rinomini
il debito esterno ed interno con la nuova moneta
SUCRE MEDITERRANEO, al tasso di cambio
che i governi considerano più appropriato. Ov-
viamente questo rappresenta un’altra fonte di
tensione politica con i creditori in particolare con
quelli interni alla stessa UE, dato che gli agenti fi-
nanziari Europei sono i proprietari della maggior
parte del debito della periferia mediterranea.
La nuova moneta comune o SUCRE MEDI-
TERRANEO, si potrebbe negoziare sia dentro
che fuori dell’Unione Europea, cosa che di per
sé permetterebbe una gestione più ordinata del-
la transizione produttiva, senza dover gestire allo

108
stesso tempo la rottura monetaria quella del mer-
cato unico e quella dei flussi finanziari.
Solo con condizioni di un forte protezionismo
solidale è pensabile che una economia nazionale
Europea sia raggiungibile, però non è garantito
che in queste condizioni la qualità della vita della
popolazione possa crescere rapidamente. Nean-
che pensare al mantenimento sul lungo periodo
di una moneta propria nazionale in seno al siste-
ma monetario europeo, può favorire l’autonomia
dalla politica monetaria e una politica alternativa,
perché la moneta nazionale, così come avviene nel
resto dei paesi Europei che non sono nell’Euro,
continuerà ad essere soggetta ai criteri neoliberisti
e pro-finanza privata della Banca Centrale Euro-
pea e quindi tale opzione può essere credibile e
praticabile solo provvisoriamente a breve termine
come “moneta della transizione nazionale”.
Le restrizioni stabilite nei trattati della UE –
dall’Atto Unico al Trattato di Amsterdam fino a
quello di Lisbona, situando la proprietà privata e
i criteri di mercato al di sopra delle decisioni col-
lettive dei cittadini e degli Stati – rendono molto
difficile mettere insieme una politica alternativa

109
basata sulla gestione sociale delle risorse con i
principi di libera concorrenza e gestione privata.
Neanche una banca centrale soggetta a controllo
pubblico e alle direttrici democratiche dei rap-
presentanti dei cittadini è compatibile con i Trat-
tati vigenti. Quindi, una moneta per la periferia
Europea, come quella che si propone, cozzerà
inevitabilmente con quanto deciso in materia di
integrazione Europea in generale e in particolare
dell’Eurozona.
È evidente che l’uso di monete sganciate dai
circuiti finanziari egemonizzati dai poli imperiali-
sti rappresenti un importante segnale di rottura –
e infatti non manca una certa isteria da parte delle
grandi potenze, che pongono in essere una forma
sottile ma non meno pervasiva di terrorismo tra-
mite continui attacchi mediatici 34 – nonché un
passaggio importante per rompere l’isolamento
che le sanzioni favoriscono e trovare canali alter-

34
http://misionverdad.com/la-guerra-en-venezuela/
a-pesar-de-la-campana-en-contra-el-petro-causa-
mas-expectativas-que

110
nativi, aggirare i blocchi e lavorare alla costruzio-
ne di una nuova architettura finanziaria.
Si tratta realmente di un passo importante in
direzione della costruzione di un nuovo paradig-
ma per il commercio internazionale al di fuori dei
circuiti finanziari egemonizzati dalle grandi po-
tenze imperialiste; la sfida è grande tanto quanto
la risposta che è possibile attendersi dai “giganti”
minacciati nella loro supremazia. Lo scontro sarà
duro, ma è dentro la concretezza dei processi sto-
rici della lotta di classe che nascono, maturano,
si rafforzano le esperienze di transizione al Socia-
lismo possibile, da sostenere anche come riferi-
mento nei progetti di rottura della UE e di uscita
dall’Euro.

2.2 Un progetto per l’alternativa di sistema ha


bisogno di una nuova configurazione dello
spazio geopolitico solidale e complementare

Non esiste un procedimento stabilito per uscire


dalla UE e ciò può far sì che la proposta di una
nuova moneta per una gestione alternativa dell’e-
conomia e della politica – pianificata all’interno

111
della UE – apra spazi per avanzare un discorso
forte di riformismo strutturale, contrario al neoli-
berismo e agli aggiustamenti imperanti.
Pianificare l’uscita dall’Eurozona e uscire anche
dalla UE può essere un procedimento utile per
offrire anche ai lavoratori dei paesi centrali una
via di fuga dal disastro che presuppone l’Europa
neoliberista e può servire anche per limitare l’im-
patto della probabile reazione del capitale e dei
suoi rappresentanti politici, in caso di una uscita
volontaria e un isolamento economico e politico
dei paesi della periferia del polo europeo; quindi
la decisione di adozione di una nuova moneta per
una politica favorevole alla decisione di abbando-
nare l’Eurozona, sarebbe comunque un’opzione
di fronte all’attacco del capitale e delle istituzioni
comunitarie al progetto alternativo contro qualsi-
asi ipotesi limitativa e di compatibilità di sistema
di rimanere all’interno della UE.
Per capire, ciò come abbiamo evidenziato già
in nostri scritti di oltre quindici anni fa 35, biso-

35
Cfr. Cararo S., Casadio M., Martufi R., Vasapollo
L., Viola F., No/Made Italy Eurobang/due: la mul-

112
gna ritornare alle modalità di costruzione del polo
imperialista europeo che si è realizzato intorno
all’asse franco-tedesco ma in funzione specifica
degli interessi della Germania; non è un caso che
i criteri di stabilità facciano riferimento al deficit
fiscale, al debito pubblico, all’inflazione e ai tassi
di interesse; cioè tutte variabili che devono essere
tenute sotto controllo per favorire le esportazioni.
Da ciò si capisce chiaramente perché la Germa-
nia controlli tali variabili, in quanto la sua crescita
è incentrata sull’export e perché necessita il deficit
dei paesi europei del Mediterraneo, i cosiddetti
PIGS, compresa anche la Francia, in quanto l’ac-
quisto da parte della Germania dei titoli del debi-
to pubblico di questi paesi rappresenta una forma
di investimento dell’eccedente tedesco accumula-
to. Insomma, il surplus della bilancia commercia-
le tedesca è reso redditizio dall’investimento del
debito dei paesi europei con bilancia commerciale

tinazionale Italia e i lavoratori nella competizione


globale, Mediaprint, Roma, 2001; Martufi R., Va-
sapollo L., EuroBang. La sfida del polo Europeo nella
competizione globale: inchiesta su lavoro e capitale,
Mediaprint. Roma, 2000.

113
in deficit. Ed è proprio il sistema bancario tede-
sco che gestisce tale eccedente compreso quello di
altri paesi del Nord Europa 36. In pratica salvare
l’Unione Europea e quindi salvare il modello di
export tedesco significa semplicemente distrugge-
re le possibilità autonome di sviluppo dei paesi
europei dell’area mediterranea.
È in questo senso che va interpretata l’azio-
ne dell’Unione Europea, che non dotata di una
autonoma capacità politica, impone ai paesi de-
ficitari le stesse regole dei piani di aggiustamen-
to strutturale che l’FMI ha applicato in tutti gli
ultimi 30 anni per fare “strozzinaggio” sui paesi
dell’America Latina e condizionarne le modalità
di sviluppo, facendo così giocare ora in Europa,
in particolare della semiperiferia, come allora in

36
D’altra parte operazioni simili avvengono nei mer-
cati finanziari internazionali per risolvere agli Stati
Uniti il problema di liquidità necessaria per finan-
ziare un gigantesco deficit della bilancia commer-
ciale dovuto alla fortissima esposizione in impor-
tazioni. E in questo caso il sistema di operazioni
finanziarie è gestito da banche di investimento
USA, svizzere, francesi e tedesche.

114
America Latina, un ruolo centrale alle regole della
Banca Mondiale oltre a quelle del Fondo Mone-
tario Internazionale.
Con le attuali condizioni di subordinazione e
impotenza dei PIGS nello scenario politico glo-
bale, e di consolidamento delle strutture e del-
le politiche stesse di un sistema centro-periferia
all’interno dell’Unione, è una mera illusione pre-
tendere che nell’ambito istituzionale e politico
delle stesse si possa stabilire una politica di svilup-
po indipendente autocentrato in uno qualsiasi dei
modi imposti dalle compatibilità del sistema UE
senza ricorrere ad alleanza fra paesi con forme di
cooperazione nella complementarietà economi-
co–produttiva; senza modalità di protezionismo
solidale nelle compatibilità eco-sociali di uno svi-
luppo autodeterminato.
Inoltre, le condizioni geopolitiche globali fan-
no sì che neanche fuori dalle limitazioni della UE,
uno dei paesi dei PIGS possa garantire la sovrani-
tà nazionale, intesa come sovranità popolare sulle
decisioni di produzione e distribuzione del valore.
La rottura con l’istituzionalità del capitale e
della UE deve inserirsi, dunque, in un contesto

115
di alleanze geopolitiche e va ovviamente inclusa
anche la dimensione produttiva. Solo con la di-
mensione grande mediterranea si può garantire
l’indipendenza per un progetto di rottura con le
regole del mercato internazionale e del dominio
del capitale.
Dal primo manifesto politico, Il risveglio dei
maiali, del 2011, anche in altri paesi stanno ma-
turando esperienze di classe importanti, che pon-
gono chiaramente la questione della rottura della
UE e della costruzione di alternative. Con queste
realtà ed esperienze è opportuno che le forze del
movimento di classe dialoghino e rafforzino con-
tatti e confronto in questa direzione.
In Spagna, ad esempio, già nel 2014-2015, al
tempo di quella crisi greca che dappertutto in Eu-
ropa è stato stimolo per nuovi movimenti contro
la UE, è stato firmato da vari intellettuali e mili-
tanti il Manifesto “Salir del Euro” (Uscire dall’Eu-
ro) 37. In Grecia importanti prospettive di dialogo

37
http://mientrastanto.org/boletin-135/documen-
tos/manifiesto-salir-del-Euro,
http://www.retedeicomunisti.org/index.php/inter-

116
si aprono con Unità Popolare, movimento nato
dalla frattura con Syriza di una componente gui-
data da Panagiotis Lafazanis, ex Ministro dell’e-
nergia nel primo governo Tsipras, quello chiuso
con il referendum per l’Oxi e la capitolazione); la
stessa cosa in Portogallo con ampi settori vicini
al Partito comunista portoghese. Molto interes-
sante quello che sta avvenendo in un paese come
la Francia, dove Mélenchon sta dimostrando una
determinazione nel mettere sotto accusa le poli-
tiche europee che in Italia abbiamo spesso fatto
difficoltà a rintracciare nella sinistra radicale. Il
suo partito France Insoumise, che alle elezioni pre-
sidenziali del 2017 ha ottenuto quasi il 20% dei
consensi, ha chiaramente delineato un “Piano B”
di uscita unilaterale dall’Unione Europea nel caso
in cui si rivelasse impossibile rivedere i Trattati
europei 38.

venti/1774-Eurostop-il-messaggio-della-piattafor-
ma-uscire-dall-Euro-spagna
38
Tale "piano B" prevede: 1) Bloccare il contribu-
to della Francia al bilancio dell’UE (€ 22 miliardi
all’anno, contributo di € 7 miliardi  netti); 2) Re-
quisire la Banca centrale francese per riprendere il

117
Con un’impostazione e con principi di classe,
va rilanciato e rafforzato il progetto che avevamo
iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA Eu-
romediterranea. Possiamo semplificarlo riferen-
doci a un’area di interessi di classe e di processo
rivoluzionario Euromediterraneo, che guarda con
grande simpatia politica e di alternativa econo-
mico-sociale in chiave antimperialista all’ALBA

controllo della politica creditizia e di regolamen-


tazione bancaria, e di prendere in considerazione
un sistema monetario alternativo con quelli dei
nostri partner, che nella fase A, hanno espresso il
loro desiderio di trasformare l’Euro in moneta co-
mune piuttosto che unica; 3) Stabilire un controllo
dei capitali e delle merci alle frontiere nazionali per
prevenire l’evasione fiscale da parte dei gruppi più
ricchi e grandi, e proteggersi dagli attacchi specu-
lativi e il dumping sociale, fiscale ed ecologico; 4)
Costruire nuova cooperazione con gli Stati che de-
siderano in campo culturale, educativo, scientifico,
etc.; 5) Difendere e sviluppare la cooperazione con
gli altri popoli d’Europa; 6) Proporre un’alleanza
di paesi del Sud Europa per uscire dall’austerità ed
impegnarsi in politiche concertate di rinnovamento
ecologico e sociale delle attività economiche.

118
dell’America Latina. Un processo politico di in-
tegrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti,
si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur,
si sono messe in campo le Misiones, mezzi di co-
municazioni alternativi come Telesur, si è creato il
SUCRE, una moneta virtuale di compensazione
per gli scambi interni, potenzialmente alternativa
al dollaro.
Un’unione monetaria mediterranea può essere
stabilita su due livelli di integrazione, con tre pi-
lastri istituzionali:

a. Un’unione monetaria completa, con condi-


visione delle riserve e una banca centrale ri-
servata ai paesi che usciranno dall’eurozona
e che vorranno evitare le perturbazioni e gli
attacchi contro la nuova moneta nazionale,
nel caso si voglia realizzare un’uscita solitaria.
b. Un sistema di integrazione monetaria simi-
le al Sistema Monetario Europeo, in quan-
to meccanismo di transizione verso l’unità
monetaria per i paesi più deboli dell’area. La
stabilità monetaria raggiunta dovrebbe essere
orientata a favorire politiche di aumento del-

119
la capacità produttiva locale. Il sistema avreb-
be 3 obiettivi fondamentali: stabilire i tassi di
cambio per correggere l’instabilità esistente,
ridurre l’inflazione e preparare mediante la
cooperazione l’unificazione monetaria me-
diterranea. Il meccanismo di cambiamento e
intervento determinerebbe, per ognuna delle
monete, un tasso di cambio centrale dell’uni-
tà monetaria di riferimento o perno Centrale,
costituito da un insieme di monete e formato
da quantità fisse delle monete dei partecipan-
ti al sistema o dai tassi tipi di cambi centrali o
parità fisse per ciascuna moneta rispetto alle
restanti (perni bilaterali). La gestione andreb-
be ad un Fondo Mediterraneo per la Coo-
perazione Monetaria che avrebbe la funzione
di facilitare gli interventi nei mercati in valu-
te, di effettuare le liquidazioni tra le banche
centrali e gestire le facilità di credito a breve
termine associate al sistema.
c. Un sistema di compensazione associata ad
una banca per lo sviluppo, per gestire gli
squilibri e ridurli attraverso politiche espan-
sive. Si tratterebbe di creare una istituzione

120
simile a quella proposta da Keynes per dar
vita al sistema monetario internazionale post
Seconda Guerra Mondiale, ossia, un sistema
che freni l’accumulazione di deficit e surplus
nei conti, attraverso l’adozione, nel piano fi-
nanziario, di un sistema di credito dei conti
creditori ai conti debitori, e nel piano, una
garanzia di simmetria reale, ponendo l’accen-
to sull’aggiustamento espansivo dei paesi con
surplus.

L’attuazione di una unione monetaria nell’A-


rea Euromediterranea è fattibile già da subito più
da una prospettiva economica che politica, però
proprio per questo può costituire un elemento di
rivendicazione e lotta per un nuovo ordine econo-
mico globale e regionale.

2.3 Un Programma Economico-Sociale di


Controtendenza

Siamo giunti ad un punto di svolta del nostro


ragionamento, alla necessità di passare dalla pri-
ma parte analitico-descrittiva (anche se già ricca

121
di possibili sviluppi, che abbiamo accennato)
agli ultimi capitoli, con il loro esplicito richiamo
alla ripresa della politica e alla elaborazione di un
programma di alternative per la rottura. Questo
passaggio non è certo un atto volontaristico, ma
affonda nell’idea di un processo di accumulazio-
ne delle forze e di iniziativa politica che provi ad
invertire il segno di quella grande “rivoluzione
passiva” con cui si può intendere sommariamente
la costruzione dell’Unione Europea: «Come sotto
un determinato involucro politico necessariamen-
te si modificano i rapporti sociali fondamentali
e nuove forze effettive politiche sorgono e si svi-
luppano, che influiscono indirettamente, con la
pressione lenta ma incoercibile, sulle forze ufficia-
li che esse stesse si modificano senza accorgersene
o quasi» 39. Gramsci si riferiva qui al Risorgimento
italiano, ma come si diceva nell’introduzione si
tratta per noi di indicazioni di metodo per leggere
il processo storico nel tentativo tutto politico di
modificarlo, soprattutto rispetto al ruolo passivo

39
Gramsci, A., Quaderni del carcere, Volume Terzo, p.
1818, Einaudi, Torino 1975.

122
e subalterno finora avuto dalle classi popolari, se-
condo delle possibili linee di rottura, nel momen-
to in cui esso non si è ancora concluso e chiuso,
ma lascia intravedere, soprattutto tra le pieghe
della evidente crisi di egemonia, delle possibili
controtendenze praticabili a partire dall’indivi-
duazione di un blocco sociale (composito, metic-
cio, frutto di una questione meridionale non più
solo nazionale ma continentale) che si sappia fare
blocco storico.
La rottura della UE non può dunque che as-
sumere una valenza internazionalista, ed è per
questo che già con la prima edizione del libro Il
risveglio dei maiali avevamo lanciato una proposta
che ora sta diventando un progetto politico con-
creto grazie all’azione della Piattaforma sociale di
EUROSTOP in Italia e di altre simili piattaforme
socio-politiche e confederazioni sociali dei vari
paesi del Sud Europa: quello della costruzione di
un’Area Euromediterranea, un’alleanza di popoli
(e non semplicemente di governi e non assoluta-
mente di governi delle compatibilità politiche del-
la società capitalista) che metta insieme territori
socio-politici con un alto grado di compatibilità e

123
complementarietà economica e che sappia inclu-
dere anche i paesi, ora sottoposti a sfruttamento
di tipo neo-coloniale quando non apertamente
invasi militarmente, dell’Africa settentrionale 40.
L’Area Euromediterranea ha un potenziale
anche come area regolamentata e coordinata da
un punto di vista politico: l’incertezza e l’insta-
bilità che circonda i Balcani e il Nord Africa è
conseguenza del fallimento dei progetti votati allo
sviluppo degli anni ‘60 e ‘70, sia nel contesto so-
cialista che in quello capitalista, quando le propo-
ste del nuovo ordine mondiale internazionale si
confrontarono con un imperialismo sempre più
aggressivo che ha finito per ricolonizzare queste
regioni provocando guerre civili e distruggendo le
strutture sociali e degli Stati.
Serve dare immediatamente una prospettiva di
alternativa sociale e di transizione che si ponga sul
terreno di una integrazione politica ed economica

40
https://www.youtube.com/watch?v=Rx3oTZdaPps&
list=PLbmupKXAGUhYv9-7RdU8fcGSEtVUxhtvO,
http://contropiano.org/news/politica-
news/2018/03/26/larea-Euromediterranea-una-
alternativa-alla-ue-delle-banche-e-della-guerra-0102267

124
concepita su basi radicalmente differenti dall’U-
nione Europea delle regole degli attuali organi-
smi internazionali. Si tratta della conquista della
sovranità di base, popolare, di classe attraverso la
rottura e uscita dalla gabbia: è quindi il concet-
to di sovranità popolare di classe che deve essere
messo al centro del processo di trasformazione ra-
dicale contro ogni tentazione di convivenza in un
sistema riformato della UE.
Il mercato non può disciplinare se stesso, ne-
cessita della mediazione politica, di un interven-
to da parte dello Stato che realizzi la trasparenza,
l’efficienza, salvaguardando però l’interesse so-
ciale generale, garantendo condizioni di parità ai
partecipanti e indirizzando le risorse finanziarie a
chi è in grado di coniugare redditività e giustizia
sociale e distributiva, creando ricchezza redistri-
buita socialmente e lavoro vero a pieno salario e
pieni diritti.
L’alternativa possibile e necessaria richiede la
coniugazione immediata di un percorso tattico ri-
vendicativo interno alle lotte e al conflitto sociale
con la prospettiva strategica di potere del supera-
mento in chiave socialista del modo di produzio-

125
ne capitalista; un “Programma Economico Sociale
di Controtendenza”, quindi una maggiore qua-
lificazione e sofisticazione nelle richieste e nelle
analisi dei lavoratori e dei loro rappresentanti, dei
cittadini e delle loro organizzazioni. Si tratta cioè,
di distribuire l’accumulazione valoriale a chi l’ha
creata e a chi è stato impedito di entrare in un
mondo del lavoro a pieno salario e pieni diritti.

1. La moneta comune SUCRE MEDITERRA-


NEO, associata ad una politica di piena oc-
cupazione e con produzioni solidali e eco-so-
cio-sostenibili può essere uno strumento per
un’alternativa per Paesi che, vista l’esperienza
della semi periferia Euro-mediterranea, chie-
dono immediatamente di non essere parte del
gioco di quella trappola che presuppone l’u-
tilizzo politico-monetario dell’Euro per tutti
i paesi con una base produttiva dipendente e
meno sofisticata tecnologicamente, che quin-
di per forza di cose sono sottomessi ad una ne-
cessità d’importazione massiccia di prodotti
proveniente dai paesi più avanzati del centro e
nord dell’Europolo.

126
2. La nazionalizzazione delle banche è la par-
te più importante del processo generale per
uscire dalla finanziarizzazione dell’economia
globale, e finché non si sarà realizzato questo
obiettivo continuerà il deterioramento della
qualità della vita e del lavoro al sol fine di au-
mentare il tasso di profitto. Rompere la logica
del capitale finanziario significa nazionalizzare
le decisioni d’investimento per favorire le atti-
vità socialmente utili, sottoposte a un criterio
di rendimento sociale ed ecologico, che sono
criteri di medio e lungo termine. La nazio-
nalizzazione delle banche in una situazione
di insolvenza e di dipendenza dall’aiuto pub-
blico è anche un requisito per evitare la fuga
dei capitali e per eliminare la drammatica e
storica tradizione capitalistica di privatizzare i
profitti e socializzare le perdite.
3. Il controllo sociale degli investimenti è impre-
scindibile per dinamicizzare l’attività produt-
tiva, e per orientare il credito in funzione di
ottenere il massimo sviluppo dell’occupazione
e dell’utilità sociale, e tali funzioni sono forte-
mente differenti da quelle che applica la banca

127
privata che è orientata al criterio del massimo
profitto a breve termine.
4. Tutto ciò è possibile solo con un serio governo di
indirizzo dello sviluppo che non può prescinde-
re dal fondamentale ed efficiente ruolo pubblico
nei servizi essenziali e nei settori strategici dell’e-
conomia. Solo attraverso un allargamento del-
la base delle grandi imprese pubbliche ed un
rafforzamento del tessuto di piccole e medie
imprese (PMI), accompagnato da una equi-
librata ed efficiente economia pubblica, l’in-
dustria italiana potrebbe rimettersi in corsa e
recuperare quei margini di competitività con
caratteristiche anche di socialità.
5. La nazionalizzazione dei settori strategici delle
comunicazioni, energia e trasporti non solo può
essere un prezzo giusto, ma allo stesso tempo
potrà portare le risorse per realizzare una stra-
tegia di rilancio produttivo a breve termine
che permetta di creare le condizioni affinché
milioni di disoccupati nei Paesi della periferia
Europea mediterranea comincino a produrre
ricchezza sociale nel minor tempo possibile.
Questi settori strategici sono le attività produt-

128
tive che stanno ottenendo maggiori benefici,
come risultato della gestione delle risorse na-
turali non rinnovabili sulla base di una intensa
socializzazione dei costi che non vengono im-
putati come costi interni (i costi di inquina-
mento, la distruzione di risorse naturali ecc.),
o comunque tali settori stanno ottenendo forti
risultati positivi perché stanno beneficiando
della privatizzazione di reti di comunicazione
e tecnologie, la maggior parte delle quali si svi-
luppano con risorse pubbliche.
6. È assolutamente irrinunciabile invertire il flus-
so delle risorse, dal capitale verso lo Stato e la
società, dalle rendite finanziarie verso i sala-
ri diretti e indiretti. Questo cambio radicale
nella politica fiscale può stimolare le risorse
necessarie in una prima fase per iniziare un
vasto programma di rilancio economico e di
miglioramento della qualità della vita. Bi-
sogna capire questo nesso indissolubile fra
mutamenti delle linee dello sviluppo e ruo-
lo locale e centrale dell’industria pubblica e
dell’economia pubblica in genere.

129
7. Il cambiamento tecnologico in un modello di
sviluppo autodeterminato a compatibilità so-
cio-ambientale può rappresentare un progresso
tecnico e sociale se è frutto di una decisione col-
lettiva dei lavoratori, maggioritaria, responsabi-
le, aperta al dialogo, negoziata e contrattata. È
stata una decisione che si è lasciata sempre in
mano degli imprenditori e del capitale. È im-
portante il recupero tecnologico in settori per
il nostro Paese tradizionali e lo sfruttamento
della adattabilità alle esigenze ed alternative
che si presentano di volta in volta, che sono
possibili solo con un serio governo pianificato
di indirizzo dello sviluppo che non può pre-
scindere dal fondamentale ruolo pubblico nei
servizi essenziali e nei settori strategici dell’e-
conomia.
8. Tassare finalmente nei modi diversi il capitale,
fino a giungere anche alla tassazione dell’inno-
vazione tecnologica, caricando gli stessi oneri
gravanti sulla forza lavoro che va a sostituire,
effettuare degli appropriati controlli attraver-
so un’anagrafe patrimoniale ed una efficiente
anagrafe tributaria; tutto ciò significa far ri-

130
appropriare i ceti meno abbienti della popo-
lazione, i lavoratori, composti da occupati e
non occupati, di quella ricchezza sociale da
loro stessi prodotta e realizzata e che si è so-
stanziata nel tempo in quegli incrementi di
produttività che sono andati fino ad oggi ad
esclusivo vantaggio del capitale.
9. La prospettiva deve essere quella di incanalare il
risparmio verso investimenti produttivi, capaci
di creare lavoro, di creare ricchezza non misura-
bile esclusivamente in termini di PIL, ma in ter-
mini di crescita di socialità, di ricchezza sociale
ridistribuita pienamente al lavoro di civiltà e di
umanità. Riaffermando così, e rilanciando il
ruolo di uno Stato garante delle esigenze col-
lettive e degli equilibri sociali, con controlli
reali sull’evasione fiscale e con investimenti di
tali entrate fiscali che pongano al centro gli
interessi dei lavoratori e i bisogni socio-eco-
nomici dei cittadini.
10. Quello di cui hanno bisogno le economie peri-
feriche europee per uscire dall’attuale marasma
è una politica di creazione massiccia di posti di
lavoro a tempo indeterminato, a pieno salario

131
e pieni diritti realizzato anche attraverso la ri-
duzione generalizzata dell’orario di lavoro a 32
ore a parità di salario e a parità di diritti, di
condizioni e ritmi di lavoro. Gli enormi biso-
gni sociali non soddisfatti (dalla casa, ai servizi
e attenzioni per le persone a vario titolo non
autosufficienti, i servizi sociali centrali e loca-
li, dalla salute alla formazione all’educazione
continua, ai servizi di gestione e cura dell’eco-
sistema ecc.) possono essere coperti nel tempo
con un programma sostenuto di formazione e
creazione di posti di lavoro.

Il problema economico più grave nei paesi a


capitalismo maturo è la disoccupazione. Però,
nella caduta brusca dei livelli di occupazione
non influiscono né i livelli salariali, né il costo
del licenziamento, né la flessibilità interna delle
imprese; il problema è provocato dalla riduzione
dell’investimento produttivo e se gli imprenditori
non investono i loro profitti privati – e la banca
privata non dà credito alle imprese ad un prezzo
ragionevole, anzi non lo dà neanche a prezzo non
ragionevole – allora il governo si vedrà obbligato

132
a prendere le decisioni necessarie, dirette e dall’ef-
fetto immediato che favoriscano il flusso di credi-
to e dell’investimento produttivo.
La soluzione è da ricercare in un rafforzamen-
to del sistema di Welfare, in un aumento del suo
grado di efficienza, in una ricerca di equilibrio
strutturale fra entrate e spese, fra modi di finan-
ziamento e tipi di prestazioni. Ciò può avveni-
re soltanto col ripristino della certezza dei diritti
acquisiti, dall’allargamento della base occupazio-
nale, dalla regolarizzazione delle mille forme di
lavoro nero e atipico, da politiche immediate di
riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario,
da una seria lotta all’evasione ed elusione fiscale e
contributiva e da forme significative di tassazione
delle rendite finanziarie e dei movimenti di capi-
tale a carattere speculativo, con l’istituzione del
Reddito Sociale Minimo per disoccupati e lavora-
tori precari e la formazione continua remunerata.
Ecco perché, nella società dove il vivere sociale
diventa fenomeno di precarizzazione istituziona-
lizzata, il Reddito Sociale Minimo per i disoccu-
pati, lavoratori precari e pensionati al minimo,

133
può costituire una risposta forte di riformismo
strutturale.
Però il mercato è incapace di realizzare que-
sto programma minimo di controtendenza sia in
termini di produzione eco-socio sostenibile sia in
termini di universalità redistributiva e sommini-
strare i servizi che necessitano per migliorare si-
gnificativamente il benessere della popolazione.
Soltanto mettendo tutti insieme i lavoratori dei
Paesi della periferia sud dell’Europa si può giun-
gere a realizzare i cambiamenti radicali, la transi-
zione necessaria.
Attualmente lo sviluppo delle forze produttive
e l’internazionalizzazione dei sistemi produttivi
ha raggiunto un livello tale che è molto difficile
che un gruppo di paesi che rappresentano più o
meno il 25% della popolazione della UE, però
soltanto circa il 2% della popolazione mondiale,
possa modificare con esito positivo il suo ruolo
assegnato nella divisione internazionale del lavo-
ro, se non determina un proprio modello auto-
determinato di accumulazione di una transizione
post capitalista attraverso percorsi di democrazia

134
politica ed economica partecipativa in altri spazi
sociali e produttivi.
Invertire questa tendenza secolare implica in-
tendere in altra maniera lo sviluppo democratico,
comprendere che il dibattito sulla tecnologia, che
è parte del dibattito anche tra marxisti, esige che
tra i lavoratori vi sia una cultura tecnologica, che
oggi non c’è, delle strutture che servano a canaliz-
zare e organizzare il dibattito sul cambio tecnico
e non, per esempio, il processo attuale di privatiz-
zazione delle risorse e di orientamento scientifico
nelle università, che è il passo che precede lo svi-
luppo tecnologico.
Un polo imperialista competitivo come quel-
lo europeo ha avuto bisogno di dotarsi a ogni li-
vello di strumenti giuridici e normativi adeguati
alle sue necessità. Negli anni che ci separano dal-
la prima uscita del Risveglio dei maiali, il sistema
di governance politica ed economica che regola
l’Unione Europea è stato perfezionato con nuovi
raffinati strumenti come il Fiscal compact 41, in

41
Vedi anche http://www.Eurostop.info/cosie-il-fi-
scal-compact-e-perche-occorre-fermarlo/

135
Italia recepito addirittura in Costituzione grazie
alla modifica dell’articolo 81 operata dal governo
Monti nel 2012, con il voto compatto di quasi
tutti i partiti.
Il Fiscal compact, anche detto Trattato sulla
Stabilità, Coordinamento e Governance nell’U-
nione Economica e Monetaria, è stato messo a
punto nel 2011-2013 nel quadro di una ridefi-
nizione della governance economica Europea 42
mirante a sfruttare la crisi sistemica per rafforzare
il polo europeo, andando a sanzionare i deficit
pubblici degli Stati così da fornire loro un formi-
dabile incentivo a procedere speditamente sulla
via delle riforme strutturali, incardinando le poli-
tiche fiscali degli Stati in un sistema minutamente
regolato 43.

42
http://www.eticapa.it/eticapa/wp-content/uplo-
ads/2015/01/Senato-2013.pdf
43
Già con il Six-pack del 2011 e il Two-pack del 2012
sono stati messi a punto gli strumenti (obiettivi e
procedure delle regole di bilancio richieste agli Stati
membri) per dare concretezza alle indicazioni espres-
se prima dal Patto di stabilità e crescita del 1997 (che

136
E ciò si concretizza negli interessi della bor-
ghesia trasnazionale Europea, qualunque sia il
governo, dato che tali vincoli per loro natura pre-
scindono dal colore politico e dalla stessa possibi-
lità di decisione politica. Senza la chiara volontà

a sua volta rafforzava il Trattato di Maastricht del


1992) e poi dal Trattato di Lisbona del 2007.

Il Fiscal Compact viene sottoscritto da 25 degli Stati
membri della UE nel gennaio 2012 ed entra in vigo-
re l’anno successivo. L’accordo prevede alcuni vincoli
per i paesi contraenti: 1) l’obbligo del perseguimento
del pareggio di bilancio; 2) la drastica riduzione del
rapporto tra debito pubblico e PIL, pari ogni anno
a 1/20 della parte che eccede il 60% del prodotto
interno lordo; 3) l’impegno a coordinare i piani di
emissione del debito con il Consiglio dell’Unione
Europea e con la Commissione Europea.
Vale la pena sottolineare che il rispetto del secondo
punto presuppone, da parte dell’Italia, che ha un
rapporto debito pubblico/PIL pari al 133%, mano-
vre correttive da circa 50 miliardi l’anno, ogni anno.
Il che significa, da quest’anno o al massimo dal
2019, reperire ogni anno 50 miliardi, aumentando
tasse e tagliando 50 miliardi l’anno di spesa pubblica
“improduttiva”, cioè essenzialmente sociale: sanità,
istruzione, pensioni, trasporti, e così via.

137
di rompere con questi vincoli, un governo che
non riuscisse ad effettuare i tagli previsti sarebbe
rapidamente sottoposto a procedura di infrazione
e di fatto commissariato 44.

44
L’articolo 16 del Fiscal compact prevedeva entro
cinque anni (quindi, entro la fine del 2017) che
i parlamenti dei singoli Stati compiessero i passi
necessari a incorporare le sue norme nella cornice
giuridica dei Trattati europei. Tuttavia, i pronun-
ciamenti nazionali sul Fiscal compact sono stati
by-passati, attraverso l’inserimento del capitolo ri-
guardante l’accordo in un più ampio complesso di
“riforme” dell’Unione Europea, che, come deciso
dalla Commissione Europea, verrà inserito in una
Direttiva da approvare entro la metà del 2019.

Tale progetto di riforma prevede quattro punti prin-
cipali: 1) l’istituzione di un Fondo Monetario Eu-
ropeo (FME) basato sulla struttura del Meccanismo
Europeo di Stabilità (MES); 2) l’integrazione del
Fiscal compact nell’ordinamento giuridico dell’U-
nione; 3) la predisposizione di nuovi strumenti di
bilancio per garantire la stabilità della zona Euro; 4)
l’introduzione della figura di un Ministro europeo
dell’economia e delle finanze, che potrebbe fungere
da vicepresidente della Commissione e presidente
dell’Eurogruppo.

138
La lotta contro l’attuazione del Fiscal compact
deve essere, pertanto, al centro di ogni progetto
di costruzione di un movimento politico di classe
per l’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea e per
la riconquista della dignità nella sovranità popo-
lare a partire dalla riconquista della centralità dei
diritti del lavoro e dello Stato sociale. Il “pacchet-
to rivendicativo strutturale” va riempito con l’a-
bolizione dell’articolo 81 e quella per la possibi-
lità di indire un referendum sui Trattati Europei,
su cui la popolazione non è mai stata consultata.
Non c’è dubbio che la possibilità di promuo-
vere una nuova politica fiscale e di riformismo
strutturale nei percorsi per democratizzare real-
mente i processi economici necessariamente deve
muoversi nella prospettiva della rottura di questa
sofisticata e soffocante gabbia della strutturazione
del polo imperialista europeo.
Per tale ragione, per avere un programma di
controtendenza è doveroso modificare le relazio-
ni di forza, così da essere in grado di imporre un
procedimento democratico e di controllo popola-
re in base agli accordi internazionali e anche alle

139
istituzioni e ai protocolli di implementazione del-
le stesse.
L’uscita dall’Euro, quindi dall’Eurozona e
dall’Europolo UE, è un’opzione e un passo ver-
so la soluzione dei gravi squilibri strutturali del-
le economie periferiche che non sono semplice-
mente squilibri finanziari ma son innanzitutto di
carattere produttivo: una struttura di base indu-
striale in declino, un uso eccessivo e inefficiente
enorme della forza lavoro, una concentrazione
scandalosa di ricchezza e di patrimonio.
Per tutto questo l’alternativa monetaria e fi-
nanziaria deve inserirsi in una proposta di inte-
grazione economica e sociale del tutto differen-
te a quella perseguita dall’Unione Economica e
Monetaria e dal mercato unico. Se i Paesi della
periferia europea desiderano ritornare al controllo
sull’attività produttiva questo lo possono realizza-
re soltanto in maniera congiunta e mediante un
processo di rottura con il modello della proprietà
privata dei mezzi di produzione e dello spazio del-
lo squilibrio strangolante vigente.
È altresì importante che la prospettiva strate-
gica del cambiamento del sistema economico-fi-

140
nanziario sia una risposta congiunta, poiché il
peso della periferia europea mediterranea (e dei
paesi africani della sponda mediterranea) è molto
superiore a quello dei singoli paesi presi separata-
mente, e la sua capacità di resistenza e negoziazio-
ne è molto maggiore se realizzata congiuntamen-
te, in particolare se ci è rafforzati strutturalmente
con la nazionalizzazione delle banche e dei settori
strategici. La nazionalizzazione di tali settori do-
vrebbe permettere di realizzare utilità verso usi
sociali così come l’ampliamento intenso dell’ac-
cesso ai sistemi di comunicazione ed energia in
particolare per quelle fasce più povere della popo-
lazione locale e per i Paesi alleati della nuova Area
Euromediterranea in una pratica di una nuova
strategia di sviluppo globale solidale.
In tutti i casi la fuoriuscita rappresenterebbe
un’opzione di attacco al sistema del capitale euro-
peo, confermando comunque l’intenzione politi-
ca di mettere in discussione da subito le istituzio-
ni comunitarie con un progetto completamente
alternativo che è inevitabile si debba mantenere
e anzi rafforzare nel tempo, inglobando in pro-
spettiva anche i paesi dell’Africa Mediterranea e

141
dell’Est europeo nella iniziale area alternativa che
vede insieme i paesi della periferia mediterranea
dell’Europa.
Costruire in maniera indipendente le proprie
prospettive muovendosi da subito nella piena au-
tonomia da qualsiasi modello consociativo, con-
certativo, di riformabilità della UE e di cogestione
della crisi. Solo così l’autonomia di classe assume
il vero connotato di indipendenza dai diversi mo-
delli di sviluppo voluti e imposti dalle varie forme
di capitalismo, ma soprattutto da sempre lo stesso
sistema di sfruttamento imposto dall’unico modo
di produzione capitalistico; e quindi in tal senso
il movimento dei lavoratori non può e non deve
essere elemento cogestore delle compatibilità con
la UE e di sistema per “aiutare” il capitale a uscire
della crisi ma trovare anche nella crisi gli elementi
del rafforzamento della sua soggettività tutta po-
litica.
Per questo, una alternativa globale ridefinisce il
discorso politico nel terreno del sociale e subordi-
na, a questo discorso politico sul sociale, il discor-
so economico e il discorso politico sull’economia.
Subordinare l’economia alla politica sarebbe una

142
alternativa alla mondializzazione capitalista real-
mente esistente. Non è altra cosa del vecchio, ma
non antico, programma del Manifesto Comuni-
sta: la subordinazione del capitale al lavoro, della
produzione all’essere umano.
E allora la risposta alla crisi non può avere al-
tro carattere che quello del rafforzamento politi-
co del conflitto sociale internazionale, nelle sue
diverse forme di rappresentazione politica. Un’al-
ternativa mondiale per la trasformazione radicale
deve essere un progetto che contenga un significa-
to transnazionale, con da subito una strategia che
si muova in un orizzonte capace di determinare
processi politici che, anche nei momenti riven-
dicativi tattici, abbiano sempre chiara la strategia
politica per il superamento del modo di produ-
zione capitalista e di costruzione del socialismo
possibile.

143
3. RECUPERARE IL RUOLO
DELLA POLITICA
NELL’INTERNAZIONALISMO
DI CLASSE: ORGANIZZARE IL
NUOVO BLOCCO SOCIALE

3.1 Questioni centrali del conflitto capitale-lavoro


per invertire gli attuali rapporti di forza

3.1.1 La questione lavoro-tecnologia


al centro della politica

La gestione del deficit e del debito pubblico, sia


nei paesi della periferia che in quelli al centro
dell’Europolo, sta diventando la principale azione
di investimento di banchieri e imprenditori. In
modo tale che, la trasformazione del sistema pro-
duttivo non venga orientato verso i nuovi settori

145
produttivi, ma verso una nuova bolla, formata,
questa volta, da una classe sociale che possiede
titoli pubblici e che pretende una partecipazione
sempre più grande nella ricchezza creata, con uno
Stato incaricato di soddisfare queste ansie di arric-
chimento senza lavoro.
I dati statistici anche ufficiali sono importanti
per meglio identificare alcune delle molteplici di-
mensioni della crisi. Mai così tanta gente aveva vi-
sto crollare in modo così rapido il proprio livello
di entrate a causa della perdita di lavoro. Mai così
tante imprese hanno sperimentato la chiusura
di colpo all’accesso al credito, vedendosi ridotto
quanto richiedevano fino al punto della chiusura
totale delle aziende.
Dopo l’introduzione dell’Euro nel 1999 fino
alla grande recessione del 2009, il salario di un
impiegato nell’industria spagnola è aumentato
del 35%, Italia del 18,3%, in Gran Bretagna del
20,5%, mentre in Francia e in Germania la cresci-
ta è stata solo dell’8% circa. Chi parla di perdita
della competitività e della necessità di aggiustare
(ovviamente al ribasso) i salari, si basa su dati si-
mili a questi. Per questo, la voce dei “Mercati” e

146
dei suoi rappresentanti – ossia, i banchieri e di
conseguenza l’imprenditoria, per mezzo dei loro
rispettivi intellettuali organici – pretende che i
salari vengano abbassati, cosicché l’economia dei
paesi periferici sia più competitiva. Di fatto, dal
2010 al 2016, l’applicazione delle politiche di
aggiustamento basate sulla deflazione, ha fatto sì
che i salari industriali aumentassero solo del 5,4%
in Italia e del 4,7% in Francia, mentre crollassero
del -4,6% in Spagna. Al contrario, in Gran Bre-
tagna, esentata dalla restrizioni dell’Euro, i salari
industriali riuscirono ad aumentare del 15,3%,
meno, comunque, di quanto avvenuto in Germa-
nia, dove, in sette anni, sono aumentati di circa
il 23,4%.
Un aspetto che si tende a dimenticare, è che
questi intellettuali organici del potere occultano
anche delle differenze abissali nelle entrate mone-
tarie dei lavoratori spagnoli, tedeschi o francesi.
Perché nel 2007, in base alle statistiche degli Stati
Uniti – visto che l’Unione Europea dimostra un
disinteresse degno di miglior causa per i dati sui
salari – nelle imprese industriali della Germania
il salario all’ora arrivava a 37 Euro, 28 in Francia

147
e solo 18 in Spagna. Negli Stati Uniti e in Gran
Bretagna, un’ora di lavoro nell’industria nel 2007
veniva pagato rispettivamente 22 e 28 Euro.
Questa scarsa o nulla crescita salariale, si è tra-
dotta in un aumento dei profitti. I lavoratori uti-
lizzano le loro entrate per consumare e in minor
misura per investire (nel mattone, ad esempio) o
per risparmiare in caso di tempi peggiori.
E cosa fanno gli imprenditori con le loro en-
trate? Normalmente le destinano all’investimen-
to produttivo, al consumo o all’accumulazione
di patrimoni finanziari. Però, negli anni recenti,
l’aumento dei profitti non si traduce in un mag-
gior investimento produttivo, ma al contrario in
una accelerazione dell’ammortamento del capita-
le, e in investimenti finanziari.
È la mancanza di protezione e di impoveri-
mento dei lavoratori ciò che sta dietro alla terri-
bile tendenza demografica in tutta l’Unione Eu-
ropea, in cui alla popolazione che diventa sempre
più vecchia mancano le condizioni per definire un
orizzonte di miglioramento dello Stato Sociale.
L’inquinamento che distrugge e distorce a gran
velocità la biosfera (effetto serra, inquinamento

148
dell’aria e dell’acqua, riduzione della biodiversi-
tà) è un processo che si presenta come risultato
dell’attività dell’essere umano, come un risultato
del processo sociale di produzione e consumo.
L’analisi di questo processo sociale ha come cate-
goria centrale quella del “lavoro” e quindi rimane
centrale il conflitto capitale-lavoro.
Se esiste un processo di esaurimento rapido di
determinate risorse naturali, la possibilità di for-
zare trasformazioni tecnologiche e comportamen-
ti sociali che determinino un minore uso delle
stesse può essere solo il risultato di una decisione
politica. La questione non è pertanto un proble-
ma di prezzi, bensì dei meccanismi istituzionali
che determinano chi e come decide sull’accesso
alle risorse e come si distribuisce questo accesso
tra la popolazione mondiale.
Questo è un chiaro esempio di come il potere
finanziario giochi le sue migliori carte e di come
sia capace di scegliere quali limitazioni giuridiche
stabilire in base al contesto, imponendo le proprie
regole nel risultato finale.
Il continuo invito da sempre annunciato
“mantenere un vincolo tra i salari e la produttività

149
così da promuovere la competitività e la creazio-
ne di impiego a lungo termine”, non dice molto
della capacità di interpretare le proprie statistiche
comunitarie da parte dei politici al potere, perché
è da più di un decennio che i salari nella UE non
crescono allo stesso ritmo della produttività – già
di per sé scarsa.
La differenza tra il tasso di crescita dei salari e
della produttività è proprio la velocità a cui au-
menta la parte dei redditi totali che prendono i
detentori del capitale, imposte a parte. Credere
che tali rendite accresciute verranno impiegate
necessariamente per creare lavoro, è un altro dei
misteri gloriosi a cui ci ha abituato il misticismo
economicista.
Che i massimi responsabili della Commissio-
ne propongano, negli scenari possibili, una analisi
profonda della dimensione sociale dell’Europa e
non si ricordino del fatto che le politiche sociali
sono di competenza degli Stati membri, e che an-
dare verso uno scenario di maggiore integrazione
richiederebbe, quindi, modificare la distribuzio-
ne delle competenze tra la Comunità e gli Stati
– aspetto che non viene neanche accennato – è

150
un altro dato che alimenta il dubbio che questi
signori sappiano realmente cosa stiano facendo;
o forse lo sanno, ma non corrisponde a ciò che
dicono.
Questa è la capacità di rigenerazione che hanno
le istituzioni Europee: nessuna! Solo con un cam-
biamento nella politica del lavoro, aumentando
notevolmente i salari, riducendo drasticamente la
giornata lavorativa e migliorando, di conseguenza,
le prospettive di stabilità del lavoro, migliorerebbe
la struttura sociale generale in modo molto più ef-
ficace, piuttosto che seguire chimeriche politiche
demografiche senza risorse né criteri o politiche
economico-sociali che l’unica cosa che possono
fare è aggravare ancora di più la precarietà sociale
che vivono i lavoratori nella UE.
Se le modalità private non funzionano, allora
dovranno funzionare quelle pubbliche. Però, que-
ste riforme strutturali, a quanto sembra, non sono
in agenda.
Solo garantendo una crescita sostenuta della
remunerazione del lavoro, associato alla redistri-
buzione del lavoro dei profitti di produttività e
alle riduzioni del tempo di lavoro, si potrà inver-

151
tire la tendenza dell’impoverimento dei lavorato-
ri; che, in un paese come la Grecia, è di massa,
mentre in Spagna, Portogallo e Italia è sempre più
presente, soprattutto tra i lavoratori giovani che
entrano nel mondo del lavoro con le condizioni
dei mercati deregolamentati e lavori sempre più
precari.
Il programma alternativo deve cambiare le
strutture del sistema finanziario, cosicché si tra-
sformino da strumento di rendita a strumento
di impulso produttivo per innovazioni tecnolo-
giche socializzate nel lavoro e nel benessere dei
lavoratori. È ovvio che manchi anche una riforma
dell’architettura finanziaria internazionale. Però,
per fare una cosa del genere, si dovrebbe togliere
ai banchieri il potere sull’assegnazione del credi-
to e sulle politiche di regolamentazione del siste-
ma: manca una banca pubblica che risponda alle
necessità del consumo popolare e contribuisca al
miglioramento delle tecniche di produzione.

152
3.1.2 La questione migranti-lavoro, chiave
dei limiti dello Stato Sociale

In questi anni si è costituita una vera e propria


“Fortezza Europa”, al centro del quale il nostro
paese grazie alla funzione dell’ordine costituito di
classe si è ritagliato un ruolo di primo piano. La
UE ha versato miliardi di Euro in particolare a
Turchia e tribù libiche affinché fossero in grado
di non fare arrivare i migranti sul suolo europeo,
e dunque di fatto incoraggiandoli a creare, come
puntualmente avvenuto, veri campi di concentra-
mento in cui sono sottoposti ad atroci torture e
privazioni. Quanti riescono ad arrivare in Europa
sono spesso rinchiusi per anni in centri di deten-
zione senza legittimità giuridica e senza la possi-
bilità di lavorare.
È totalmente da rigettare la distinzione tra
migranti economici e rifugiati politici in quanto
entrambi scappano da guerre, povertà e disoccu-
pazione, ossia conseguenze dirette della compe-
tizione interimperialista. Qui è chiaro il nesso
con il keynesismo militare e la spesa per gli arma-
menti: le guerre si fanno con le armi, e i maggiori

153
produttori sono ben felici di esportarne tonnella-
te. Se poi andiamo a osservare la provenienza di
tali imprese, non possiamo non notare un dato
fondamentale: ben 6 dei 10 maggiori produtto-
ri mondiali di armi sono statunitensi, gli altri 4
sono Europei, tra cui l’italiana Finmeccanica (dati
del 2014) 45.
La maggior parte delle affermazioni mancano
di senso concreto: non esistono piramidi popola-
zionali squilibrate né equilibrate, tanto meno il
“dinamismo demografico” (sinonimo, a quanto
pare, di crescita della popolazione) è comune a
tutti i paesi della UE; le proiezioni demografiche
a 50 anni non fanno fede, tra le altre cose perché
non tengono in conto la mobilità della popolazio-
ne; le risorse dello Stato Sociale non dipendono
dalla struttura delle età della popolazione ma dal-
la capacità produttiva del paese e dalle decisioni
prese a proposito della distribuzione – e nessuno
afferma che nei prossimi cinquanta anni la pro-

45
Carchedi, G., “Migranti e keynesismo militare”, atti
del seminario nazionale del 19 marzo 2016, ora in
Migranti, mercato del lavoro e guerre, «Contropiano.
Rivista della Rete dei Comunisti», anno 25, n. 1.

154
duzione si contrarrà o che ci troveremo esposti
ad una decrescita obbligatoria; nonostante non si
possa escludere che avvenga una catastrofe come
la peste nera del XIV secolo o come la Seconda
Guerra Mondiale del XX secolo, in nessun caso
di può dedurre che saranno conseguenza dell’evo-
luzione demografica.
Nella UE ci sono 50 milioni di persone che
soffrono di malattie croniche e mezzo milione
di adulti muoiono prematuramente perché non
vengono dedicate le risorse necessarie per miglio-
rare le politiche della sanità pubblica e non si of-
fre la cura sanitaria adeguata. L’invecchiamento
della popolazione sta generando nuove privazioni
sociali che colpiscono il benessere di vasti settori
della popolazione; un anziano su sei vive in po-
vertà; c’è mancanza di case e una persona di 65
anni su tre vive sola o due su tre 75enni dipendo-
no da cure informali, che ricadono molto spesso
sulla famiglia.
Questi dati non rispondono alla visione par-
ziale che potrebbe dare un britannico pro Brexit
o un francese che ammira la Le Pen. Al contrario,
provengono dal Documento di riflessione sulla di-

155
mensione sociale Europea 46 pubblicato nell’aprile
del 2017, da un lettone e da un belga, entrambi
molto europeisti, il Vicepresidente della Com-
missione per l’Euro e il dialogo sociale e il Com-
missariato per l’occupazione e gli affari sociali. Si
tratta del primo documento che prova a concre-
tizzare le opzioni per il futuro della UE nel perio-
do che va fino al 2025, delineate nel Libro Bianco
sul futuro dell’Europa, pubblicato a marzo dalla
Commissione Europea e riassumibile nei seguenti
scenari: continuare come fatto fino ad ora; ridur-
re la UE ad un mercato comune; rinazionalizzare
parte delle politiche in cui l'Unione ha compe-
tenze; approfondire il coordinamento e l’unifica-
zione delle politiche o tra tutti gli Stati membri
oppure solo tra quelli che si mettono d’accordo.
Grazie al Libro Bianco si percepisce che la Com-
missione preferisca continuare con lo sviluppo
delle politiche comuni a tutta la UE.
A questo proposito il capitale attacca interi
Stati per i propri interessi speculativi, si espande

46
https://ec.Europa.eu/commission/sites/beta-political/
files/reflection-paper-social-dimension-Europe_it.pdf

156
sempre di più e conquista nuovi mercati attra-
verso le guerre, che si moltiplicano sia sul piano
militare, soprattutto là dove sono in gioco risorse
strategiche come quelle energetiche (e in partico-
lar modo il petrolio), ma anche e sempre più con
guerre economico-finanziarie e sociali.
Per l’Unione Europea si pone il problema del-
la gestione compatibile dei flussi migratori con le
necessità del sistema politico-economico produt-
tivo; c’è il tentativo del polo imperialista europeo
di trasformare un problema in opportunità di ri-
lancio complessivo nel tentativo di ammortizzare
gli effetti disastrosi della crisi sistemica, sfruttan-
do sia la manodopera qualificata (ad es. gli inge-
gneri siriani) che quella non qualificata (africani
costretti a raccogliere pomodori nel Sud Italia a
pochi Euro al giorno). Essendo merce nel modo
di produzione capitalistico, i lavoratori migranti
tendono a essere ricollocati a seconda delle ne-
cessità del sistema produttivo. In questa chiave, è
evidente che, per quanto riguarda il nostro paese,
accanto ad una dinamica di immigrazione pro-
veniente in particolare dal continente africano,
ve n’è una sempre più significativa verso il centro

157
Europa, in particolare di giovani, in parte con-
sistente ad alto livello di qualifica. La Germania
e i suoi satelliti tendono ad assorbire le “menti
migliori” degli altri paesi della UE in quanto è lì
che si concentra l’innovazione tecnologica e dun-
que la domanda per questo tipo di lavoratori. In
una fase dove la conoscenza assume valore strate-
gico nella competizione globale, il lavoro mentale
diventa infatti terreno decisivo dell’estrazione di
plusvalore.
Immigrazione ed emigrazione rappresentano
dunque due facce della stessa medaglia e un pro-
getto politico di rottura non può in alcun modo
considerarle separatamente 47. Oltre alla indispen-
sabile solidarietà umana verso la tragedia che mi-
lioni di fratelli migranti vivono a causa delle guerre
imperialiste e dei morsi della fame del sistema ca-
pitalista, e spesso costretti a morire in mare o a una
vita di stenti in Europa, dobbiamo essere tuttavia
in grado di indicare una prospettiva politica capace
di integrarli in un blocco sociale più ampio.

47
http://noirestiamo.org/wp-content/uploads/2017/06/
immemi.pdf

158
Di fronte a ciò, potremmo ragionevolmen-
te sperare che gli incaricati dalla Commissione
Europea concentrino il loro ragionamento sulla
dimensione sociale, come ad esempio un grande
rilancio dell’investimento pubblico sulla casa, la
sanità, l’istruzione, i servizi sociali dei cittadini e
una politica di accoglienza degli immigrati con
risorse per facilitare una rapida integrazione so-
ciale e produttiva delle uniche persone che po-
trebbero fermare, a breve termine, l’accelerato
invecchiamento della popolazione comunitaria.
Ma sarebbe davvero una sorpresa, una condizione
impossibile perché presupporrebbe una capacità
che non sembra essere alla portata dei dirigenti
comunitari, ossia quella di ragionare sugli effetti
delle attuali politiche pubbliche della UE.
Nonostante nel documento si parli di un cre-
scente malessere nella cittadinanza a causa di un
progetto europeo in cui la convergenza (di redditi
e di benessere) “si è fermata completamente, avan-
zando coloro che ottengono migliori risultati [si
legga: entrate] con maggiori rapidità”, in nessun
momento si pianifica la necessità di promuovere
politiche di redistribuzione dei redditi, soprat-

159
tutto in incremento dei salari. Inoltre, viene mo-
strato un inquietante grafico in cui si afferma che
se fino ad ora “i contratti erano a lunga durata e
l’occupazione si basava sul pagamento dei salari”,
le tendenze future puntano a “contratti flessibili e
nuove forme di lavoro”. Stanno per caso annun-
ciando la fine della società salariale? Alcuni casi
recenti, come quello dei falsi borsisti nei ristoranti
di lusso in Spagna, o l’intenzione di reintrodurre
il lavoro agricolo in cambio di vitto e alloggio in
Brasile, ci disegnano un futuro meraviglioso che
ci stanno preparando i tecnocrati comunitari. Il
problema nasce dal mito produttivista che per-
mea tutto il documento e che riflette il discorso
“politicamente corretto” in cui si ingloba la quasi
totalità degli attuali leaders Europei al comando.
La chiave, secondo questa interpretazione del-
la realtà, è sempre il mantenimento dell’attuale
struttura del mercato del lavoro e l’identificazio-
ne dell’individualità con la libertà e il progresso
e dell’aspetto comune con conservatorismo e re-
gressione.
Questa visione del mercato come garante dei
diritti individuali permea tutto il discorso della

160
Commissione; e così si arriva a ipotesi provocato-
rie come quella che la riduzione delle entrate sala-
riali – che rende la vita praticamente impossibile
ad una famiglia con figli e con un solo reddito –
favorirà un avanzamento nella politica di genere,
poiché si constata “un crescente numero di donne
nel mercato del lavoro”. Oppure, le riforme dei si-
stemi pensionistici che hanno aggravato le condi-
zioni di accesso al salario differito sotto forma di
pensione viene presentato come un successo nel
mercato del lavoro, in cui “un maggior numero
di persone ha carriere più lunghe [leggasi: lavo-
rare più anni per poter accedere alla pensione]”.
Lasciandosi prendere dal misticismo ottimista, si
arriva a scrivere la seguente perla: “la maggioranza
dei posti di lavoro di nuova creazione sono im-
pieghi di qualità nel senso che forniscono delle
entrate adeguate, sicurezza nel mercato del lavoro
e un ambiente lavorativo positivo”.

161
3.2 Democratizzare i mezzi di produzione e i
sistemi di distribuzione, un nuovo ruolo della
politica fiscale.

Lo schema dell’oro, la regola che impone l’ugua-


glianza tra l’oro monetario e i depositi bancari
disponibili, è stato abolito nelle principali eco-
nomie capitaliste ai turbolenti inizi degli anni
Trenta del XX Secolo, senza che la teoria mone-
taria convenzionale variasse sostanzialmente. Allo
stesso modo, nemmeno la sospensione “provviso-
ria” della convertibilità estera in oro del dollaro
statunitense, nell’agosto del 1971, provocò cam-
biamenti sostanziali nella nozione dei pagamenti
monetari internazionali e nella loro gestione ban-
caria. Quello che invece era cambiata, nel 1972,
era la legislazione sui cambi, che iniziava ad ac-
cettare la libera fluttuazione del tasso di cambio
delle monete, innanzitutto del dollaro USA, po-
nendo le basi per l’estensione della libertà di cir-
colazione internazionale di capitali, generalizzata
nel decennio seguente. Epoca caratterizzata dalle
politiche conservatrici e neoliberali siglate politi-
camente dai governi che le applicavano: tagli alla

162
spesa pubblica sociale, privatizzazioni di industrie
e servizi pubblici, drastica riduzione dei diritti del
lavoro, perfino di quelli civili, riconversioni indu-
striali selvagge, riforme fiscali retrograde, incre-
mento della spesa militare e dell’indebitamento
pubblico, corruzione politico-economica.
Spogliato dal suo manto dorato, anche fosse
solo giuridico e non reale, il dollaro appare per
quello che è: una moneta bancaria nazionale. E,
come tale, torna sempre alla sua banca emettitri-
ce, faccia quel che faccia l’agente pagato. L’abilità
nello stabilire la propria moneta nazionale come
mezzo di pagamento internazionale imponeva ai
debitori esteri la necessità di cercare finanziamenti
fuori dalle frontiere, qualcosa che negli Stati Uniti
non occorreva. Se gli Stati Uniti, o qualsiasi paese
paga con la moneta propria, ottiene un credito
automatico e quasi gratuito ogni volta che effet-
tua i suoi acquisti esteri (i depositi corrispondenti
non “escono” dal sistema bancario statunitense);
il resto dei paesi debitori, al contrario, si vedo-
no obbligati a conseguire il finanziamento anti-
cipatamente alla spesa estera, e un debito estero
crescente può suscitare sfiducia e forzare politiche

163
restrittive di austerità. Al contrario, l’accumula-
zione di divise non obbliga il paese in avanzo di
bilancia che, normalmente, sarà indicato come
esempio da seguire, nonostante tutto il mondo
sappia che è impossibile, alle attuali condizioni,
che tutti i paesi possano essere contemporanea-
mente in avanzo.
Tuttavia, lo schema del dollaro, oggi in vigo-
re, non risponde a questa logica (il ragionamento
è valido anche per l’Euro). L’uso di una moneta
nazionale concreta nello spazio di interscambio
internazionale rompe l’identità moneta-prodot-
to. I dollari ricevuti dai creditori esteri tornano
immediatamente ad essere depositati nelle ban-
che statunitensi direttamente o indirettamente.
Anche i pagamenti “disordinati” sono emissio-
ni, nonostante non si riconoscano come tali ma
come interscambi relativi. L’entrata di dollari è
istantaneamente spesa di dollari. La prova è che
ciò che riceve il creditore è un deposito, non l’en-
trata come tale. Paradossalmente e anche un po’
contraddittoriamente, gli agenti economici esibi-
scono l’annotazione del deposito come prova del
pagamento netto ricevuto, credono di avere più

164
dollari, senza rendersi conto che allo stesso tempo
hanno meno dollari perché stanno automatica-
mente depositando nella banca statunitense scelta
da loro o dalla banca corrispondente al loro ente
bancario nazionale, negli USA. Nessuno può trat-
tenere il denaro-reddito, si può disporre di esso
ma non trattenerlo.
Se si considerano i problemi come puramente
economici o finanziari, si arriva facilmente a so-
stenere una posizione che prevede l’uscita dall’Eu-
ro magari rimanendo strategicamente nell’Unio-
ne Europea, e non si comprende che il primo è
uno strumento monetario fondamentale di un
progetto in ultima istanza politico imperialista
come quello della UE.
La riconquista della sovranità monetaria è per-
tanto un passaggio indispensabile ma che senza
il controllo dei capitali, la nazionalizzazione del
sistema bancario e delle industrie strategiche, la
riconquista di elementi di democratizzazione del
sistema economico e politico, elementi insomma
di un progetto politico di rottura, non può avere
effetti di avanzamento sociale.

165
Sono quindi le banche che realizzano la mag-
gior parte delle transazioni nei mercati dei pro-
dotti finanziari derivati, sono le banche e i fondi
pensione e di investimento i maggiori speculatori,
e la crisi finanziaria non ha affatto rallentato le
transazioni su questi mercati ma le ha moltiplica-
te in maniera frenetica. Ad esempio sono state le
banche in Europa che, con la forte riduzione dei
tassi di interesse, hanno finanziato la bolla specu-
lativa dei prezzi degli immobili; sono le banche
che hanno chiuso l’accesso al credito per le im-
prese e rendendolo sempre più oneroso per le fa-
miglie. Ma guarda caso sono le banche che hanno
ricevuto gli aiuti pubblici dal keynesismo “privato
statale”, gli aiuti fiscali, perfino beneficiando del
carry trade, cioè hanno ottenuto denaro dalle ban-
che centrali a meno dell’1% di tasso di interesse
per poi ricomprare i titoli del debito pubblico a
più o meno il 5%; e la Banca Centrale Europea
non comprerà debito pubblico, ma accetta dalle
banche private i titoli del debito pubblico per far-
le continuare a ricevere liquidità e così comprare
debito pubblico.

166
Un gioco all'autodistruzione, in cui le vittime
(gli Stati) forniscono l’arma, (la liquidità, il siste-
ma bancario e finanziario), per essere massacrati!
Ma se il gioco è così evidente, perché le banche e i
mercati finanziari convincono l’opinione pubbli-
ca che i due punti deboli dell’economia europea
sono l’alto costo del lavoro e il deficit fiscale con il
connesso dato di stock del debito pubblico?
Quindi, oggi, bombardare psicologicamente
e ideologicamente l’opinione pubblica con l’idea
che gli Stati siano sull’orlo del fallimento, signifi-
ca occultare la crisi economica generale di accu-
mulazione del sistema capitalistico, il disastro dei
mercati creditizi e finanziari, creando al contem-
po la necessità della socializzazione delle perdite
del sistema bancario attraverso il denaro delle im-
poste e tasse dei lavoratori e il taglio dello Stato
sociale e del costo del lavoro.
Da quanto è cominciato il ciclo del neoliberi-
smo verso la fine degli anni ‘70, le multinazionali
hanno continuato ad acquisire un ruolo sempre
più esecutivo e legislativo nello scenario politico
internazionale, seppur, molto spesso, con discre-
zione; sono le fondazioni finanziate dalle stesse

167
che hanno programmato il nuovo ordine neoli-
berista internazionale, arrivando ad utilizzare gli
organismi internazionale, come la OCSE o la
stessa Commissione Europea diventati loro stru-
menti in materia di commercio o sistema lega-
le internazionale. Ad esempio, solo a Bruxelles,
il capitale finanziario transnazionale dispone di
un reggimento di 1.700 lobbisti e spende più di
120 milioni di Euro all’anno in attività affaristi-
che – i soldi destinati alla supervisione del sistema
finanziario attraverso il FMI si limita a circa 20
milioni di Euro all’anno. Il numero di impiegati
delle multinazionali che a Bruxelles influisce nel-
le decisioni della Commissione Europea supera
anche quello dei funzionari al servizio di questa.
Gruppi come European Roundtable of Industria-
lists (ERT), il Comitato Europeo della Camera
di Commercio Americano o il CEPS (Center for
European Policy Studies) influiscono sull’orienta-
mento delle politiche comunitarie e collocano i
loro agenti in posti chiave della Commissione e
dei governi statali.
Il contenuto centrale del programma politico
delle grandi multinazionali è limitare il potere

168
degli Stati, subordinarli ai capitali, ponendo, in
termini giuridici, le multinazionali ad un più alto
livello delle sovranità nazionali. Una battaglia im-
portante è stata, a questo proposito, la proposta
di Accordo Multilaterale di Investimento (AMI),
promosso dalla OCSE e da multinazionali come
Dupont o Nestlè. Nel 1996, furono realizzate di-
verse riunioni segrete con ministri di vari paesi
per promuovere una nuova legislazione interna-
zionale, un nuovo ordine legale, globale, trans-
nazionale, per il quale gli Stati smetterebbero di
essere giuridicamente al di sopra del capitale, in
modo tale che alla comparsa di un contenzioso
si vedrebbero costretti a presentarsi di fronte ad
un tribunale internazionale per la risoluzione
dei conflitti. L’operazione dell’AMI venne a gal-
la quando un gruppo di ONG canadesi e inglesi
svelarono l’esistenza di quelle riunioni segrete, e
fallì per decisione del governo francese di Jacques
Chirac che decise di non ratificare l’accordo.
Per niente scoraggiata, la grande coalizione ne-
oliberista provò a sviluppare i contenuti dell’AMI
nelle negoziazioni multilaterali attraverso l’Orga-
nizzazione Mondiale del Commercio, con la pro-

169
mozione di negoziazioni che in inglese vengono
chiamate TRIMs (misure di investimento vinco-
late al commercio).
Però, la negoziazione all’interno di un organi-
smo dedicato al commercio fece sì che le TRIMs
fossero limitate solo all’investimento che intacca
il commercio internazionale. I tentativi di dargli
un respiro più generale, fallirono di fronte all’op-
posizione della maggior parte dei grandi paesi
della periferia, tanto che l’agenda politica delle
multinazionali dirottò verso la promozione di ac-
cordi bilaterali tra gli Stati Uniti o l’Unione Euro-
pea con i loro partners del Sud. Di fatto, in questi
accordi, le imprese sono equiparate ai governi dal
punto di vista giuridico; i governi possono essere
citati per le loro decisioni legali di fronte a giu-
risdizioni terze, ossia essere trattati come agenti
privati, alla pari delle imprese.
Dato che il fallimento del Doha Round e della
stessa Organizzazione Mondiale del Commercio
era stato già recuperato da tempo dalle grandi po-
tenze, gli Stati Uniti e la UE decisero di comincia-
re una negoziazione per la liberalizzazione del set-
tore servizi (Trade In Services Agreement – TISA)

170
che promuovesse lo stesso regime giuridico di as-
soggettamento delle decisioni degli Stati al “bene-
stare” degli investimenti stranieri. Contando sul-
la partecipazione dei paesi subordinati agli Stati
Uniti in America e in Asia (oltre agli Stati Uniti e
all’UE, partecipano alle negoziazioni l’Australia,
il Canada, il Cile, Taiwan, la Colombia, la Costa
Rica, Hong Kong, l’Islanda, Israele, il Giappone,
il Liechtenstein, il Messico, la Nuova Zelanda, la
Norvegia, il Pakistan, Panama, il Perù, la Repub-
blica di Corea, la Svizzera e la Turchia), l’obiettivo
è quello di imporre l’accordo come modello nei
paesi e regioni in cui possono trovare maggiore
resistenza a causa di strategie economiche più
autocentrate, come la Cina, l’India, la Russia e i
paesi dell’ALBA.
Tempo fa, grazie a Wikileaks, si è venuti a co-
noscenza delle bozze relative alla liberalizzazione
dei mercati nazionali dei servizi finanziari all’in-
terno di TISA. Nonostante la liberalizzazione fi-
nanziaria sia stata un’arma degli Stati Uniti per
arrestare – con il dominio finanziario – il declino
del suo potere produttivo e commerciale, anche
le grandi banche tedesche e francesi (Deutsche

171
Bank, BNP Paribas, Crédite Agricole, Société
Générale, etc.) controllano una parte impor-
tante del mercato finanziario globale. Gli Stati
Uniti e l’UE vogliono riservare alcune specificità
dei loro rispettivi affari e limitare l’accesso degli
enti finanziari della controparte nei loro rispet-
tivi mercati. L’atteggiamento comune è chiaro:
Stati Uniti e UE devono mettersi d’accordo così
da garantire il controllo sul mercato finanziario
che si vuole dominare su scala globale, tant’è che i
dissensi puntuali, per quanto riguarda le relazioni
reciproche, si risolvono in accordi di base quando
si tratta di imporre al resto del mondo il modello
neoliberista – versione bancaria o versione fondo
di investimenti – nella sua versione finanziaria.
Nel TISA finanziario, la UE non manifesta
nessuna prevenzione regolatoria; al contrario,
l’intero documento è un elogio alla liberalizzazio-
ne più assoluta ed è orientato a favorire gli enti
finanziari dei paesi dominanti, senza neppure
tenere in conto delle filiali nel paese di destina-
zione, offrendo ogni tipo di servizio finanziario
(assicurazione, derivati, fondi di investimento,
etc.). Inoltre, vengono inseriti un insieme di arti-

172
coli che impediscono, nella pratica, ai paesi ade-
renti di modificare l’aspetto regolamentatorio, se
questo danneggia gli interessi degli enti finanziari
stranieri che operano in quel mercato.
L’omertà con cui si portano a termine queste
negoziazioni – di cui si hanno notizie solo perché
filtrano documenti delle stesse – riflette il loro ca-
rattere marcatamente antipopolare. Inoltre, è sor-
prendente che i negoziatori Europei, manifestan-
do totale incoerenza, accettino un patto globale
in cui l’unico criterio è l’accesso libero al mercato
finanziario nazionale, mentre insistono sull’im-
portanza di una regolamentazione per le loro ne-
goziazioni con gli USA.
Gli Stati nazionali non perdono la loro ragio-
ne di esistere perché inseriti nella UE: assistiamo
piuttosto a una ridefinizione profonda delle loro
funzioni in chiave neoliberista e ordoliberista. A
venir meno è tutta la funzione degli Stati rego-
latori di mediazione del conflitto sociale proprio
di un’altra epoca (il compromesso fordista-keyne-
siano dei decenni successivi alla seconda guerra
mondiale) e incompatibile con il nuovo quadro

173
dei rapporti di classe e della competizione globale
interimperialistica.
L’Europolo, con la sua banca centrale sorda a
qualsiasi suggerimento politico o economico degli
Stati, ha privatizzato la politica monetaria che ri-
sponde solo all’influenza dei grandi banchieri co-
munitari. E lungi dal considerare la recente crisi
come una espressione di una crescente incoerenza
tra le sfide del ciclo economico e gli strumenti
disponibili per politiche pubbliche nazionali, si
è deciso di sospendere l’autonomia fiscale degli
Stati e di sottometterla ad una politica di omoge-
neizzazione, la compatibilità del patto fiscale, che
non risponde alle necessità di nessuno Stato in-
tegrato nell’Eurozona, eccetto – ovviamente – la
Germania, il cui enorme eccedente commerciale
le permette di prescindere dal deficit fiscale per
dinamizzare la sua economia.
Si procede per passaggi, gradualmente, ma
inesorabilmente: la crisi sistemica e la pressione
della competizione globale sono incentivi di fon-
do a proseguire nel rafforzamento del polo im-
perialista europeo, e dunque alla centralizzazione
anche del sistema di indirizzamento delle poli-

174
tiche nazionali. Nella costituzione di tale entità
sovranazionale inedita a partire da Stati naziona-
li, necessariamente la definizione delle modalità
politiche e organizzative segue un processo non
del tutto lineare, di cui è necessario intravedere
le linee sottostanti di tendenza sapendo cogliere
anche ciò che invece appartiene alla “contigenza”.

3.3 Uscire dalla UE e dall’Eurozona è decisivo per


la democratizzazione dei rapporti sociali

La necessità di superare i rapporti di proprietà così


come definiti dal capitalismo (tenendo ben pre-
sente che le relazioni di proprietà costituiscono il
nucleo forte dei rapporti di produzione) rappre-
senta la specificità principale della transizione al
socialismo che appare per la prima volta nella sto-
ria come necessità economico-sociale in grado di
eliminare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Il sovvertimento di tali rapporti è l’unica for-
ma che permetterebbe alle forze produttive di
trovare una correlazione con le nuove relazioni
di produzione caratterizzate dalla presa del potere
politico da parte delle classi lavoratrici. Ciò vale

175
a dire che, a differenza dei precedenti, il nuovo
Stato non solo crea le condizioni di partenza per
stabilire il dominio delle masse ma ha il compito
ed il dovere di dirigere e difendere il nuovo modo
di produzione.
Quindi, l’indebolimento delle strutture pro-
duttive degli Stati nazionali della UE non è con-
seguenza di una chimerica globalizzazione in cui
gli Stati stanno perdendo potere regolamentato-
re, ma di un insieme di decisioni molto precise
adottate sia nei Trattati vigenti che negli accordi
imposti nelle riunioni tra i capi di governo per
limitare la capacità di intervento delle politiche
pubbliche nazionali, a beneficio delle decisioni
tecnocratiche delle autorità comunitarie, sotto-
messe solo alla tutela corporativa delle multina-
zionali, visto che la capacità di controllo delle isti-
tuzioni rappresentanti la sovranità popolare – sia
nel Parlamento Europeo che nei Parlamenti na-
zionali – è molto limitata quando non addirittura
inesistente.
La costruzione del polo imperialista europeo,
come è stato scritto, implica la costruzione di un
“blocco storico” gramscianamente inteso che ri-

176
guarda non solamente l’unificazione di interessi
finanziari, economici e produttivi ma la totalità
dei livelli di costruzione di una nuova entità sta-
tuale in forme storicamente inedite, compresa la
dimensione culturale e ideologica 48.
Il progetto dell’ITALEXIT messo in campo
dalla Piattaforma sociale EUROSTOP nel nostro
paese lavora in questa prospettiva e si propone di
declinare i suoi tre fondamentali NO (all’Euro,
alla UE, alla NATO), in un programma politico
più organico per il rilancio del pubblico, del wel-
fare, dei diritti sociali, della democrazia. Conflitto
e capacità di mobilitazione politica e sociale sono
elementi imprescindibili di un progetto di rottura
che parta inizialmente dalla dimensione di classe
nazionale ma ha fin da subito una chiara dimen-
sione internazionalista.
Un modello di società e, quindi, di sviluppo
autodeterminato, incentrato su una pianifica-

48
Casadio, M., “Imperialismo, egemonia e identità di
classe”, atti del convegno della Rete dei Comunisti
Il piano inclinato degli imperialismi, 7 marzo 2015,
ora in «Contropiano. Rivista della Rete dei Comu-
nisti», Anno 24, n. 1.

177
zione economica e sociale come strumento di
uguaglianza e di giustizia, dove sarà possibile uno
sviluppo socio-eco-compatibile orientato a nuovi
rapporti tanto interumani che tra uomo e natu-
ra, per giungere alla ridefinizione delle relazioni
e delle finalità tra forze produttive e rapporti di
produzione.
Uscire dall’Euro e dalla UE significa rimuovere
il primo fondamentale ostacolo sulla strada di una
democratizzazione dei rapporti sociali, e per un
ritorno della politica intesa come gestione collet-
tiva dello sviluppo economico e sociale e dunque
capace di utilizzare meccanismi e strumenti fuori
mercato ma anche elementi di mercato per obiet-
tivi di tipo redistributivo di reddito e ricchezza
per liberarsi dalle catene dello sfruttamento della
società del capitale e del profitto costruendo da
subito percorsi con contenuti di uguaglianza so-
ciale. Significa da subito, qui ed ora, lavorare per
ridare allo Stato gli strumenti di sovranità popo-
lare, politica ed economica indispensabili affinché
possa mettere in campo immediatamente progetti
praticabili, reali di libertà nella democrazia popo-
lare per l’uguaglianza e per il progresso sociale.

178
Va di nuovo sottolineato che parliamo da tem-
po di crisi sistemica poiché la strutturalità e glo-
balità della crisi rende evidente la tendenza alla
caduta del saggio di profitto nei paesi più svilup-
pati, o meglio da noi sempre definiti paesi a ca-
pitalismo maturo. È chiara l’evidenza in questo
caso dell’enorme distruzione di “forze produtti-
ve in esubero”, siano esse forza lavoro o capitale
come esplicitazione di forma di lavoro anticipato,
e quindi non vi non siano più le condizioni per
ripristinare un nuovo modello di valorizzazione
del capitale che sappia dare la “giusta” redditivi-
tà agli investimenti e quindi creare possibilità per
un nuovo processo di accumulazione capitalista,
anche attraverso il cambiamento del modello di
produzione.
La crisi è sistemica perché sempre più ampia è
la divaricazione fra sviluppo delle forze produttive
e modernizzazione e socializzazione dei rapporti
di produzione, al punto che sono ormai intaccati
non solo questi ultimi ma le stesse relazioni sociali
in tutti i paesi a capitalismo maturo; al punto che
i nuovi soggetti del lavoro, del non lavoro e del
lavoro negato, cioè quel soggetto che si fa classe

179
proletaria sfruttata nonostante la modernità delle
forme, non accetta più e non vede possibilità di
emancipazione politica, culturale, sociale ed eco-
nomica nella società del capitale.
È inaccettabile che l’avanzamento tecnologico,
invece di liberare l’umanità dal lavoro pesante,
provochi la disoccupazione; invece di migliorare
la qualità di vita, provochi nuove forme di inqui-
namento, invece di incrementare il sapere globa-
le, sequestri la conoscenza nascondendola dietro
il muro dei brevetti e i diritti di proprietà. L’alter-
nativa possibile e necessaria passa per richieste di
miglioramento sociale, ma anche di ampliamento
degli spazi di decisione democratica partecipativa,
per inaugurare la fase della trasformazione tecno-
logica, le decisioni di produrre e distribuire sotto
il controllo di tutti i lavoratori; decisioni subordi-
nate ad un processo politico e sociale di discussio-
ne sul ruolo che devono occupare le macchine e la
scienza nelle nostre vite.
Oggi un processo di trasformazione sociale
all’interno del polo imperialista europeo, e in un
paese come il nostro, non può che partire dall’in-
dividuazione dei referenti sociali, ovvero da tutti

180
quei settori di classe che hanno un interesse ma-
teriale a un cambiamento dello stato di cose esi-
stente: disoccupati, precari, dipendenti pubblici,
persone che vivono l’emergenza abitativa, lavora-
tori del commercio, della logistica e della grande
distribuzione, migranti 49.
Il nocciolo della questione relativa alla strut-
turazione e alle dinamiche d’azione del polo im-
perialista europeo è politico e concerne i rapporti
di classe nella società, rapporti che non sono mai
dati una volta per tutte ma sono continuamente
ridefiniti nel divenire storico.
Non basta la critica e l’uscita dall’Unione Eu-
ropea e dall’Euro; una volta constatata la loro ir-
riformabilità occorre mettere in campo progetti
di allargamento delle forze sociali necessarie a co-
struire un processo di transizione verso un sistema
politico, economico, sociale qualitativamente dif-
ferente e che rimetta al centro i bisogni e gli inte-
ressi delle classi lavoratrici e popolari, del lavoro,
del non-lavoro e del lavoro negato.

49
http://contropiano.org/editoriale/2017/11/17/chi-
sono-i-nostri-097775

181
Togliere il controllo dell’economia sugli organi
politici è una necessità per la rigenerazione de-
mocratica delle nostre società, con la politica che
controlli e determini le scelte economiche sociali,
e non le priorità dell’economia del capitale che
determinano le scelte politiche.
Abbiamo assistito molte volte in questi anni
e assistiamo ancora a tanti dibattiti, discussioni,
ragionamenti che si concentrano sui problemi
dell’Eurozona come se fossero di natura pura-
mente tecnica ed economica; e immancabilmen-
te le soluzioni proposte sono di un moderato e
inadeguato approccio riformistico (conservatore,
cioè certo non di rottura), oppure si concentrano
ad esempio solamente su una generica opzione di
principio di uscita dall’area dell’Euro senza preoc-
cuparsi di sviluppare una proposta politica chiara
che possa gestire quel processo.
Non si tratta, quindi, di riproporre semplici
forme di intervento esclusivamente sul fronte del-
la distribuzione del reddito ma rientrare con nuo-
vi strumenti nel conflitto capitale-lavoro, che di
fatto è più duro e diversificato di un tempo, a par-
tire dalle nuove soggettualità del conflitto sociale,

182
riorganizzando l’unità di interessi del mondo del
lavoro, la solidarietà e la forza che negli anni ’60
e ’70 la classe operaia si era data a partire dall’or-
ganizzazione in fabbrica. Per far ciò bisogna sa-
per coniugare un forte, rinnovato e antagonista
sindacalismo del lavoro ad un nuovo, e altrettan-
to conflittuale, sindacalismo del territorio nella
fabbrica sociale metropolitana, che rivendichi la
redistribuzione sociale della ricchezza incidendo
profondamente sui processi di accumulazione ca-
pitalistica, a partire da una diversa politica fiscale
redistributiva che finalmente colpisca e non favo-
risca in maniera indiscriminata il fattore capitale,
adottando un nuovo Welfare che agisca sui biso-
gni primari (lavoro, diritti, casa, reddito sociale,
istruzione, sostenibilità socio-ambientale forma-
zione, sanità) e sui nuovi bisogni, garantendo i
beni comuni in una accezione ampia.
È per questo che può essere dirompente e ri-
compositiva del blocco sociale del lavoro e del
lavoro negato, la capacità di sostenere, in termi-
ni non solo strettamente politici ma proprio da
considerazioni macroeconomiche questa volta sì
di ordine globale, la necessità di un modello di

183
sviluppo radicalmente diverso, capace di generare
nuova e diversa occupazione, diversa ricchezza,
un diverso modo di produrre e del vivere sociale.
Un modello di sviluppo qualitativo che punti alla
distribuzione del lavoro, del reddito e dell’accu-
mulazione del capitale, una modalità di sviluppo
quindi socio-ecocompatibile e solidale basate su
forme di economia incentrate sul valore d’uso, ca-
paci di creare diversa ricchezza e distribuire valore
diffondendolo socialmente.

184
4. LA GEOPOLITICA DELLA
ROTTURA CON LA UE PER
L’ALTERNATIVA DI SISTEMA: UN
NUOVO SISTEMA DI ALLEANZE
EUROMEDITERRANEE E GLOBALI

4.1 Vecchi e nuovi attori nella geopolitica globale

La competizione globale, che ormai ha preso for-


me di conflitto imperialistico, insieme agli effetti
della crisi economico-finanziaria e politica, e con
le drammatiche ricadute sociali sui lavoratori e
sugli interessi dei movimenti di classe, evidenzia
sempre di più un processo di finanziarizzazione
del capitale imperiale internazionale, oltre che un
ricorso sempre più massiccio alla militarizzazione,
nel tentativo di uscire da una crisi sistemica che
annuncia ormai la fine dell’era del dominio del
capitale.

185
La crisi economica del capitale internazionale,
che sta manifestando la sua profondità in questi
ultimi anni, ma che origina dai primi anni ’70
come crisi generale di accumulazione, è stata da
noi identificata in vari lavori 50 già da oltre venti
anni come crisi sistemica, e pertanto diversa dalle
“normali” crisi in cui si dispiega il modo di pro-
duzione capitalista proprio a partire dalla sua con-
dizione intrinseca di disequilibrio 51.
È una crisi irreversibile per il capitale inter-
nazionale che va al di là dell’esaurimento di un
modello di accumulazione capitalista, come è
successo nel ’29, che nel provocare una profon-

50
Cfr. Casadio M., Petras J., Vasapollo L., Veltmeyer
H., Competizione globale. Imperialismi e movimenti
di resistenza, Jaca Book, Milano, 2004; Casadio M.,
Petras J., Vasapollo L., Clash! Scontro tra potenze.
La realtà della globalizzazione, Jaca Book, Milano,
2004.
51
Cfr. Vasapollo L., Trattato di Economia Applicata.
Analisi Critica della Mondializzazione Capitalista,
Jaca Book, Milano, 2007; Martufi R., Vasapollo L.,
EuroBang. La sfida del polo Europeo nella competizio-
ne globale: inchiesta su lavoro e capitale, Mediaprint,
Roma, 2000.

186
da rottura anche in termini di relazioni politiche
apre grandi possibilità di cambiamento non al
semplice modello di produzione ma alle stesse
prospettive generali dell’umanità.
Come sempre le sorti della classe lavoratrice
non sono in mano alle varie ricette economiche,
comprese quelle edulcorate dalle varie facce di un
nuovo keynesismo anche di sinistra, ma la solu-
zione rimane tutta e solo politica per un cambia-
mento totale radicale.
I duecento anni di capitalismo hanno prodot-
to un dinamismo accelerato e un cambiamento
economico con una sorprendente stabilità nel do-
minio delle relazioni internazionali da parte del
mondo anglosassone. Il XIX secolo è stato il se-
colo britannico, e il breve XX secolo – quello che
inizia dopo la Prima Guerra Mondiale – è stato
statunitense. In entrambi i casi, per imporre il
loro dominio, Gran Bretagna e USA si contese-
ro con altri aspiranti la vetta della gerarchia delle
nazioni.
La Gran Bretagna impose il suo ordine mon-
diale dopo le guerre napoleoniche, quando riuscì
a sconfiggere le aspirazioni della Francia, l’altra

187
grande potenza industriale dell’epoca, alla leader-
ship mondiale. Prendendo per buona l’afferma-
zione per cui la storia la scrivono i vincitori, la
Gran Bretagna si appese la medaglia per la scon-
fitta definitiva delle truppe napoleoniche, dappri-
ma con l’espulsione dei francesi dalla Spagna nel
1813 e poi nel 1815 con la battaglia di Waterloo.
Però queste vittorie britanniche non sarebbero
state possibili senza l’annientamento totale dei
650 mila soldati dell’esercito durante l’inverno
russo del 1812. Da allora, la capacità della Francia
napoleonica di reclutare nuove milizie di guerra
fu ridotta seriamente.
Alla fine del XIX secolo, la seconda fase della
rivoluzione industriale portò con sé le aspirazioni
tedesche all’egemonia politica del globo. Questo
nuovo paese, culla delle innovazioni tecnologiche
nell’industria chimica e dell’auto, sfidò con suc-
cesso il dominio britannico, ma fallì di fronte agli
Stati Uniti, la potenza tecnologica, demografica
e territoriale che punta alla prima posizione del
dominio del mondo capitalista dopo la sconfitta
tedesca nel 1945, ancora grazie all’indebolimen-
to delle truppe naziste nell’inverno 1942-43, che

188
persero un milione di soldati sul fronte russo e
600 mila solo nella battaglia di Stalingrado.
Nello scenario del XXI secolo, il dinamismo
economico sembra essersi spostato ancora; la
Cina, infatti, sembra puntare sulla costruzione
di una nuova leadership globale, e ciò viene visto
come una minaccia e una sfida dalla potenza ora
al comando.
La Cina ha sostituito gli Stati Uniti come
primo partner commerciale di molti paesi e da
quando venne instaurato il nuovo ordine mon-
diale alla fine della Secondo Guerra Mondiale, è
il primo paese che ha avuto l’ardire di proporre
nuovi organismi e accordi internazionali in ma-
teria di commercio e di investimento nel mondo
capitalista, senza aver potuto contare sull’appro-
vazione statunitense, a differenza del progetto e
della realtà della UE che è per lungo tempo stata
sotto tutela dell’amico americano. In ciò, non ci
sono contraddizioni tra democratici e repubblica-
ni, tra la vecchia e la nuova politica statunitense.
Sono tutti d’accordo: per gli USA, la Cina è il
principale problema geopolitico.

189
All’inizio degli anni ‘50, quando gli Stati Uniti
progettavano il nuovo ordine mondiale e deline-
avano il ruolo del Giappone e dell’Europa Oc-
cidentale nella contesa sul comunismo, le popo-
lazioni del G7 (466 milioni) e della Cina (544
milioni) erano abbastanza simili. Però da allora,
la popolazione del G7 è passata dal 18% del to-
tale mondiale ad appena il 10%, mentre i 1.300
milioni di cinesi rappresentano il 19%, una dimi-
nuzione di solo tre punti dal 1950, nonostante la
persistente politica di controllo delle nascite se-
guita fino ad un paio di anni fa da questo paese.
Quando Barack Obama arrivò alla Presidenza
degli Stati Uniti, il deficit commerciale del paese
era pari a più di 700 mila milioni di dollari. Oba-
ma ha terminato il suo mandato con un deficit di
500 mila milioni di dollari. Nonostante la consi-
stente riduzione, il deficit continua ad essere così
alto che gli investimenti netti degli stranieri negli
Stati Uniti (senza tenere in conto gli investimen-
ti statunitensi all’estero) che finanziano l’enorme
deficit commerciale, sono passati da 4 miliardi di
dollari a 8 miliardi, verso la fine del suo mandato,
ossia dell’equivalente al 27% del PIL al 40%.

190
Negli Stati Uniti, l’investimento diretto delle
multinazionali straniere, circa 7,3 miliardi di dol-
lari, sono equilibrati con i 7,5 miliardi di inve-
stimenti diretti statunitensi nel resto del mondo.
Quindi, il debito finanziario netto è composto,
soprattutto, da investimenti di portafoglio, ossia
di capitale “fittizio”, volatile che cerca solo di ren-
dere redditizio al massimo il debito commerciale
e condiziona il funzionamento dei mercati del ca-
pitale negli USA. Il problema si aggrava perché
durante il mandato di Obama, la dipendenza del
commercio degli Stati Uniti si è concentrata mol-
to di più in un numero ridotto di paesi, di fatto
Cina, Messico, Germania e Giappone. Il saldo
commerciale con quattro paesi è negativo, pari
a più di mezzo miliardo di dollari l’anno. Prima
dell’arrivo di Obama al governo, il commercio
con la Cina equivaleva ad un terzo del deficit sta-
tunitense. Alla fine del suo mandato, questa cifra
raggiunge i due terzi; il peso del deficit commer-
ciale con la Germania è duplicato, passando dal
7% al 15%.
L’alta esposizione commerciale – e quindi la
dipendenza dagli investimenti di questi paesi ne-

191
gli Stati Uniti – provoca una fragilità strutturale
nella posizione del dominio globale che mantie-
ne e che vuole mantenere la potenza statuniten-
se, obiettivo che proclamava, durante l’ammini-
strazione Clinton, il senatore repubblicano Phil
Gramm quando promuoveva la deregolamenta-
zione e la globalizzazione finanziaria, prima di
passare alla Vicepresidenza dell’Union des Ban-
ques Suisses (UBS) negli Stati Uniti: cambieremo
i servizi finanziari negli USA per dominare questo
secolo allo stesso modo in cui abbiamo dominato
il secolo scorso. Senza dubbio, la gestione degli
investimenti è un grande affare per la banca statu-
nitense; ed è Wall Street a beneficiare della strate-
gia di deregolamentazione, applicata dal Ministro
delle Finanze democratico Robert Rubin – in se-
guito diventato Vicepresidente di Citicorp. Ciò
che non è evidente è che per quanto siano domi-
nanti le istituzioni finanziarie di Wall Street, ciò
non vuole dire che siano una garanzia del domi-
nio statunitense nel mondo.
Gli Stati Uniti sono passati dal pieno con-
trollo del commercio negli anni ‘50 a dominare
gli investimenti nei ‘70; e negli anni ‘90 il loro

192
predominio militare è servito per salvaguardare
una dominazione economica basata sempre più
sulla moneta e le finanze. Però, quando il potere
economico si esprime in captazione delle rendite
finanziarie dei fondi di investimenti e in accumu-
lazione del capitale fittizio mediante la gestione
di transazioni in derivati finanziari, è un chiaro
segno di stagnazione di un ciclo storico di ege-
monia; aspetto questo, che il presidente Trump
rifiuta di ammettere, provocando un grave con-
flitto con i settori del capitale finanziario e cul-
turale statunitense che ancora esercita il coman-
do nei cinque continenti, o quasi. Nel novembre
2016, il Dipartimento del Tesoro USA, ricordava
in una relazione al Congresso che un elemento
della politica estera del paese è quello di evitare
che qualsiasi economia aumenti le sue esportazio-
ni in base ad un tipo di cambio permanentemente
sottovalutato. Il problema è che dal 1976, avendo
lasciato nelle mani dei mercati la determinazio-
ni dei tassi di cambio, questi rispondono a bre-
ve termine e seguendo le percezioni politiche dei
cambisti, piuttosto che i fondamenti reali dell’e-
conomia.

193
All’inizio, la moneta dei paesi deficitari, come
gli Stati Uniti (Italia o la Spagna), veniva de-
prezzata così da abbassare le loro esportazioni in
moneta straniera e rincarare le importazioni in
moneta nazionale. E il dollaro nel 2016 è stato
deprezzato rispetto alle monete di alcuni dei gran-
di esportatori verso il Nord America, come lo yen
o l’Euro. Però, allo stesso tempo è aumentata la
quotazione in termini del peso messicano, della
sterlina britannica e del renminbi cinese. E la mo-
neta cinese sarebbe stata ulteriormente svalutata
se la Banca della Cina non avesse venduto circa
600 mila milioni di dollari delle sue riserve di di-
vise per mantenere indirettamente la quotazione
della sua valuta (aumentando l’offerta delle valute
nel mercato finanziario globale, la banca spera che
le quotazioni si abbassino, o che per lo meno si
abbassi la pressione al rialzo).
Ma anche nelle ultime relazioni degli orga-
nismi economico-finanziari internazionali ci
si limita a proporre misure indirette, come fare
pressione per l’aumento del consumo interno e
gli investimenti in Cina e Germania (nel paese
tedesco, gli investimenti continuano ad essere

194
circa il 14% più bassi rispetto a prima della crisi
e il consumo interno è in stagnazione). Si spe-
ra che seguendo questa strategia espansiva, una
parte delle esportazioni cinesi e tedesche vengano
indirizzate al mercato interno, e con un maggior
consumo, aumenti anche la domanda di prodotti
statunitensi in quei paesi, aiutando a riequilibrare
il commercio.
Trump sta facendo orecchie da mercante ri-
spetto alla conclusione della relazione del Tesoro
che dice che nessun socio commerciale importan-
te degli Stati Uniti abbia manipolato la quotazione
della sua moneta per mantenerla artificialmente
bassa o che non ci sia un criterio stretto del livello
di accumulazione “eccessiva” di riserve da parte di
alcuni paesi, crescita che può rendere difficile un
nuovo equilibrio della domanda mondiale.
Oggi Trump ritiene che la debolezza oggettiva
della moneta dei suoi partners commerciali stia
pregiudicando il commercio degli Stati Uniti e
vuole che sia fatto qualcosa al rispetto. Lavora af-
finché questi paesi applichino le politiche valuta-
rie delle loro monete, in primo luogo facendo uso
delle loro abbondanti riserve di divise – le riserve

195
a 11 miliardi di dollari, solo quelle della Cina a
3,7 miliardi, circa il 29% del PIL cinese; il Messi-
co ha riserve pari al 16,5 del suo PIL, il Giappone
al 30% e la Svizzera il 95%. A confronto, quelle
della Francia o della Germania arrivano appena
all’1,5%.
Lungi dal considerarlo un “pazzo o un irre-
sponsabile”, i principali destinatari del suo mes-
saggio stanno reagendo proprio come lui avreb-
be voluto. Così, la Cina ha appena fatto salire i
tassi di interesse a breve termine per cercare di
frenare la fuoriuscita del capitale e la tendenza
congiunturale al deprezzamento della sua mone-
ta. E il Ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang
Schäuble, ha riconosciuto che il tasso di cambio
dell’Euro è “troppo debole per la Germania” e che
“la BCE deve fare una politica che serva per l’Eu-
ropa intera”, e sembra che con intera intendesse
la Germania: “è troppo debole per la Germania”
perché “è aumentato il surplus esportatore della
Germania”. Avrebbe potuto anche dire, ma non
lo ha fatto, che se la Germania avesse avuto anche
una politica salariale e fiscale debole di aumento
dei salari e investimenti pubblici, quell’eccedenza

196
di bilancio in quanto saldo positivo surplus (o su-
peravit) non sarebbe stata così grande. La propo-
sta del governo tedesco è mantenere la sua politica
di bassi salari (per i parametri della produttività
tedesca) e scaricare sulla politica monetaria la pro-
blematica dell’Euro forte voluta dagli Stati Uniti.
Il problema, come sempre, sarà per i partner
monetari della Germania che, come Spagna e Ita-
lia, hanno una struttura del commercio più simile
a quella degli Stati Uniti che a quella tedesca. Con
un Euro rafforzato, si dirà addio all’equilibrio del
commercio estero. Se poi si prende anche in con-
siderazione il lato negativo della valutazione del
tassi di interesse, ossia il credito e gli investimenti
diminuiscono e la domanda interna ne risente,
possiamo dire addio alla crescita congiunturale di
questi anni.
Il magro risultato del vertice del G7 nel maggio
2017 e il completo fallimento di quello in Canada
di giugno 2018, sono conseguenza del vano im-
pegno di coloro che volevano determinare le nor-
me globali partendo da parametri istituzionali e
di potere della fine del XX secolo, come se non
fosse successo nel frattempo nulla! Dalla vittoria

197
del capitalismo liberista sul comunismo sovietico
– mentre i vincitori se la passavano bene, parlando
di fine della storia e cose del genere – un quinto
della popolazione mondiale in Cina cambiava il
suo modo di produrre, consumare e distribuire,
per riorientare a suo favore l’economia mondia-
le, fino ad allora dominata dagli Stati Uniti. Da
quando fu proclamato che la fine del comunismo
sovietico significasse la fine della storia, la Cina
del comunismo post-maoista è passata dall’ave-
re meno dell’1% del commercio mondiale a più
dell’11%. Mentre i paesi del G7 hanno visto ri-
dotta la loro quota del commercio mondiale, da
più della metà ad appena un terzo del totale.
Di fronte ad una classe politica statunitense an-
corata ai valori della guerra fredda, nella quale si è
sviluppato un potente complesso di interessi ma-
teriali e politici (il complesso militare e industriale
della cui crescente influenza politica fu avvertito
già il Presidente Eisenhower) e che riproduce la
divisione in due mondi per cercare di consolidare
il dominio statunitense su una parte del pianeta
– da lì gli sforzi dell’amministrazione Obama per
separare la Russia dall’Europa e farla gettare nelle

198
braccia della Cina – Trump ha compreso la lezione
storica dei secoli passati: la Russia è un paese chia-
ve per far pendere la bilancia verso l’uno o l’altro
contendente nella disputa per l’egemonia mon-
diale. Inoltre, i 17 milioni di chilometri quadrati
del territorio russo e i suoi 800 mila soldati non si
avvicinano nemmeno ai 10 milioni di chilometri
quadrati (gli stessi degli Stati Uniti) e ai 2,5 milio-
ni di soldati cinesi, ma soprattutto i 90 mila mi-
lioni di barili di petrolio russo non si avvicinano ai
40 mila milioni delle riserve degli Stati Uniti o ai
30 mila milioni delle riserve della Cina.
La nuova amministrazione statunitense di
Trump – e in questo non si differenzia dalle pre-
cedenti – è molto cosciente della sfida rappresen-
tata dal mantenimento di una posizione di do-
minio che ormai non si riflette nelle sue strutture
produttive. Il neoliberismo è, in un certo senso,
un procedimento con cui provare a prolungare
nel tempo quella posizione di vantaggio eredita-
ta dalla seconda fase della rivoluzione industriale,
innanzitutto mediante il controllo globale delle
finanze e la moneta mondiale che cerca di attrarre
rendite finanziarie che compensino i profitti ca-

199
lanti degli Stati Uniti sotto forma di surplus pro-
duttivo. In secondo luogo, promuovendo l’inseri-
mento di nuove aree della vita sociale allo spazio
commerciale, soprattutto i flussi di informazioni
e conoscenza, realizzando rendite della proprietà
intellettuale.
La novità presentata da Trump è che, per la
prima volta, si ricorre a misure che implicano un
riconoscimento esplicito del cambiamento d’epo-
ca; applicando il protezionismo industriale come
nuova strumento della politica di sviluppo e so-
stenendolo, non è competizione sleale (dumping
o prezzi oltre modo sovvenzionati) ma sicurezza
nazionale, cioè si vincola la politica commerciale
con la politica di guerra 52.

52
Le misure protezionistiche degli Stati Uniti riflet-
tono oggi, mutatis mutandis, una situazione simile
a quella dell’Inghilterra della fine del XIX secolo;
ecco cosa diceva Engels nel 1888: «In Inghilterra
si fa strada la consapevolezza che il monopolio in-
dustriale del paese non può essere ristabilito, che il
paese sta inesorabilmente perdendo terreno men-
tre i suoi rivali stanno facendo progressi, e che un
po’ alla volta sta scivolando verso una posizione

200
Per questo, parlare di “guerra commerciale”,
presente o potenziale, non è propriamente corret-
to: lungi dall’essere il commercio l’obiettivo stra-
tegico dell’azione intrapresa dall’amministrazione
Trump, essa dovrebbe piuttosto essere interpreta-
ta come un movimento particolare nella strategia
di rafforzare il predominio militare, assicurandosi

in cui si dovrà accontentare di essere una nazione


industriale tra le tante, invece che, come sognava
una volta, “l’officina del mondo”. E per scongiu-
rare questo destino incombente il protezionismo,
malcelato sotto l’espressione ipocrita di “commer-
cio equo” e di guerra delle tariffe, viene ora invo-
cato dai figli degli stessi uomini che, quarant’anni
fa, non conoscevano salvezza che nel libero com-
mercio. E quando sono gli stessi industriali inglesi
a scoprire che il libero scambio li sta rovinando e
a chiedere al governo di proteggerli contro i loro
concorrenti stranieri, allora sicuramente è giunto il
momento per questi concorrenti di gettare a mare il
sistema protezionista ormai inutile, per combatte-
re il monopolio industriale inglese in disfacimento
con la sua stessa arma: il libero scambio.» (Prefazio-
ne all’edizione inglese dello scritto di Marx sul Libero
scambio).

201
il controllo delle materie prime di base per lo svi-
luppo del proprio armamento.
Forse questa fase del processo potrà forzare un
accordo commerciale grazie al quale la Cina, che
dispone di un sistema commerciale regolamenta-
to, decida di consumare più prodotti statunitensi,
riducendo così l’enorme squilibrio commerciale
tra i due paesi – dal 2012 supera quasi i 250 mila
milioni di dollari all’anno. Il problema è che non
è facile ridurlo, perché ciò che la Cina vuole ot-
tenere dagli Stati Uniti – tecnologia, armamenti
e informazione – quest’ultimo paese non glielo
vuole vendere. E quello che gli Stati Uniti vuole
vendere alla Cina – materie prime, alimenti lavo-
rati conservati, prodotti farmaceutici e auto – il
paese asiatico può comprarlo altrove a meno. Il
seguente movimento di questa fase, quindi, con-
siste nel provare a limitare il campo di manovra
commerciale della Cina negli altri mercati di
fornitura. Qualcosa già sperimentata anni fa in
Africa e che l’amministrazione statunitense vuole
estendere al Sud America.
E così, come successo con la Thatcher e Rea-
gan, britannici e statunitensi stanno inauguran-

202
do ancora una volta un nuovo ciclo mondiale.
Forse sarà necessario fare una analisi diversa della
BREXIT. Non è che i britannici abbiano deciso
di rinchiudersi nella fortezza diroccata della po-
litica nazionale. Hanno semplicemente cambiato
schieramento: invece di difendere dall’interno di
una Europa dominata dalla Germania la loro par-
tecipazione nell’egemonia globale, hanno deciso
di farlo grazie ad una alleanza rafforzata con la
comunità anglosassone.
E, forse, Trump non è neanche il rappresen-
tante reazionario di un’inattuabile svolta allo
splendente passato statunitense, ma al contrario
la scommessa più audace per affrontare la sfida
cinese all’egemonia anglosassone, con una nuova
visione transnazionale basata sull’alleanza globale
degli uomini bianchi (o assimilati) che parlano
e pensano in inglese. In questo caso, sono i de-
mocratici e l’establishment repubblicano, insieme
alle lobby dei servizi segreti penetrati nell’ammini-
strazione e nei mezzi di comunicazione, ad essere
dei rappresentanti genuini del passato, coloro che
stanno in una posizione conservatrice difendendo
la vecchia politica di una rinnovata guerra fredda.

203
Altri avvenimenti minori ma significativi per
questo gran gioco del potere globale sono il cre-
scente ruolo geostrategico che svolge l’Australia
nel controllo delle rotte marittime tra l’Oceano
Indiano e quello Pacifico o nell’appoggio alle ini-
ziative commerciale statunitensi verso la Cina,
l’aumento del peso militare delle potenze anglo-
sassoni minori (Canada e Australia occupano ri-
spettivamente il 22esimo e il 23esimo posto in
termini di potere militare) o la decisione, presa
nel marzo scorso, dei neozelandesi di non “ma-
orizzare” la loro bandiera e mantenere l’insegna
anglo-identitaria. I cinque grandi paesi anglosas-
soni dispongono di territori in tre continenti e in
tutti gli oceani pari a 28,5 milioni di chilometri
quadrati, due milioni in più di Russia e Cina in-
sieme; 1,8 milioni di soldati, una riserva di pe-
trolio dieci volte maggiore a quella della Cina e
2,5 volte quella della Russia, una popolazione più
grande di 25 milioni rispetto alla UE a 27, un PIL
(a parità di potere di acquisto di 23 miliardi di
dollari), 1,3 volte quello cinese e 1,5 volte quello
della UE a 27.

204
Paradossalmente, ciò che sta mettendo in di-
scussione la supremazia del capitalismo liberista
statunitense è un’altra forma di capitalismo am-
ministrato di Stato, pianificato, regolamentato,
che si sta dimostrando più efficace per avere alti
tassi di crescita, di resistenza di fronte alla crisi
mondiale, di cambiamento del modello produtti-
vo e di trasformazione sociale. Negli ultimi venti
anni, la Cina ha ridotto le sue tariffe protezioni-
ste in prodotti manifatturieri dal 21,7% al 7,7%;
l’India dal 37,6% all’8,5%; la Russia dal 14,7%
al 4,6%. Sembra, quindi, un po’ pretenzioso che
il G7 si autoproclami condottiero del libero com-
mercio, quando sono proprio i paesi del capita-
lismo amministrato e regolamentato che stanno
smantellando le loro barriere protezioniste, men-
tre gli Stati Uniti continuano ad alzare le loro.
Però, ci sono delle differenze decisive in rela-
zione ai due secoli precedenti. In primo luogo,
l’innovazione più importante nella terza fase della
rivoluzione industriale non è vincolata alle tra-
sformazioni nella tecnologia materiale, associata a
nuove componenti, energie o trasporti, nonostan-
te ci troviamo ancora in presenza di questo tipo di

205
innovazioni. Il cambiamento più grande nel XXI
secolo è proprio la globalizzazione neoliberista
come modo di presentarsi della nuova fase della
mondializzazione. Che è anche un sottoprodotto
del dominio anglosassone, in un contesto in cui la
mondializzazione è proprio la globalizzazione del
neoliberismo della cultura anglosassone, inaltera-
ta dai limiti che strette frontiere nazionali impon-
gono alla circolazione di beni e persone e in cui la
cultura e la lingua globale, l’inglese, funzionano
come un procedimento per estrarre ricchezza im-
materiale – conoscenza – dal resto del Pianeta; e
la finanziarizzazione e il dominio del dollaro nelle
transazioni e nelle riserve internazionali attirano
rendite finanziarie a beneficio del centro del do-
minio globale.
Un altro aspetto della nuova rivoluzione tec-
nologica, che come tutte è anche una rivoluzione
sociale e di costume, è che a differenza delle riva-
lità intercapitalistiche precedenti, ora la disputa
non è gestita dalle strette frontiere nazionali dei
principali competitori; la disputa ora non è per
imporre l’uno o l’altro progetto imperiale con un
centro geografico delimitato da confini dentro dei

206
quali si accede alla cittadinanza dell’impero e al di
fuori no. Il nuovo scenario ci porta indietro, in
un certo qual modo, al concetto di cittadinanza
dell’antica Roma: ovunque ci sia un cittadino ro-
mano, è presente l’impero.
Per tale ragione, ora, l’area di influenza della
Cina è, prima di tutto ed al di fuori del territo-
rio cinese, la comunità cinese sparsa nel mondo.
Questo nuovo scenario, di rivalità comunitarie
più che nazionali, è stata ben intesa da una par-
te della classe politica dei paesi anglosassoni; una
frazione minoritaria della borghesia, ma chiara-
mente dominante nella politica interna: Trump
negli Stati Uniti, i difensori della Brexit in Gran
Bretagna, i laburisti australiani, tutti loro hanno
intuito che il nuovo gioco del comando non si
realizza con le regole usate nello scontro con Na-
poleone o Hitler.

4.2 Che spazio avrà l’Europa nella nuova


geopolitica? E quale Europa ?

In questo scenario l’Europa sembra rimanere un


po’ defilata. I paganti debitori della periferia – gli

207
indomati antimperialisti latinoamericani, asiatici
e africani – dovranno avere a che fare con qualcosa
che gli risulta conosciuto, la dominazione esterna
sulle politiche interne e lo sfruttamento delle loro
risorse da parte del centro. Però Francia e Ger-
mania sono state le potenze che si sono contese
il potere europeo, con forti ripercussioni a livello
internazionale, nel XIX e nel XX secolo e oggi si
presentano come soci minori anche ai loro vecchi
amici litiganti e alleati. Nel nuovo scenario del-
lo scontro anglo-cinese, la Russia, che sarebbe il
complemento naturale per dare forza territoriale,
energetica e di popolazione al progetto europeo,
è stata rifiutata dall’Europa come partner privi-
legiato e forse avrà uno status di neutralità nel
nuovo scenario mondiale in cui l’UE non riesce a
trovare un altro progetto, seppur vecchio, rispetto
alla Grande Germania e al suo spazio vitale.
Diversamente da ciò che può sembrare, ossia
che la leader suprema dell’Unione Europea, Ange-
la Merkel, dica che non si può fidare dei suoi soci
anglo-americani e dopo poco riaffermare che gli
Stati Uniti sono un alleato imprescindibile, non
è una contraddizione logica ma una espressione

208
della complessa dialettica geopolitica del momen-
to. Angela Merkel vuole dire che ha bisogno degli
Stati Uniti, ma non di Trump e delle sue proposte
per ridefinire l’ordine internazionale.
La Germania è stata capace, mediante una po-
litica che combina restrizioni salariali, aggiusta-
menti di bilancio, una moneta svalutata e il nuovo
investimento dei crescenti profitti imprenditoriali
destinati alla capacità produttiva, di ottenere un
enorme surplus commerciale. Questo eccesso di
vendite viene sostenuto solo con il mantenimen-
to dell’austerità interna, generando così un rispar-
mio che le serve per finanziare l’acquisto di pro-
dotti tedeschi per il resto del mondo.
Però tutto ciò funziona a breve termine perché
in una prospettiva più lunga, nessun paese può
garantire che recupererà i crediti commerciali,
soprattutto se questi sono molto ingombranti, se
non dispone di una certa capacità di pressione sui
suoi “clienti” corrispondenti altamente indebitati.
Fino agli anni Ottanta la Germania aveva ga-
rantita la “capacità di pressione” grazie all’amico
americano, attraverso la NATO e il FMI, in un
contesto di guerra fredda in cui la Repubblica

209
Federale Tedesca era un muro di contenimen-
to e modello per l’Europa del centro e dell’Est.
Però con l’annessione della Repubblica Demo-
cratica Tedesca nella Repubblica Federale Tedesca
e dell’Europa centrale nella UE, la Germania si
trova davanti a un dilemma e fluttua tra generare
nuove forme di tensione con la Russia post-sovie-
tica – continuando a fare “pressione” – o creare
i propri meccanismi per rendere politicamente
sostenibile il suo dominio commerciale. L’unica
cosa che è riuscita a fare, al momento, è la creazio-
ne della politica di aggiustamento strutturale e in
particolare salariale permanente nella Eurozona,
strumento di disciplina e di regolamentazione de-
gli squilibri commerciali tedeschi con i suoi alleati
all’interno della moneta unica. Però nel contesto
globale esistono solo i mezzi istituzionali messi a
disposizione dagli Stati Uniti.
Per quanto il vertice italiano del G7 del 2017
non sia riuscito a raggiungere niente di sostanziale
e ancor meno quello del Canada di giugno 2018,
se ci atteniamo agli invitati “d’onore” vediamo
che ha dimostrato che le istituzioni internazionali
di riferimento per questi paesi continuano ad es-

210
sere quelle create nel post dopoguerra dagli Stati
Uniti: l’FMI, la Banca Mondiale e la OCSE. E
al di sopra di tutte, la NATO. Ed è chiaro anche
che, persa la loro egemonia economica, gli Stati
Uniti vogliano riscuotere per i servizi prestati.
Agire come un attore globale vuol dire sostitu-
ire le istituzioni del vecchio ordine con quelle del
nuovo. Il problema è che i profili di questo nuovo
ordine non sono stati neppure pensati nell’attuale
scenario mondiale, e le proposte europee brillano
per la loro assenza, oltre a offrire la vecchia ricetta
dei trattati di libero commercio e, ora, gli accor-
di in materia di energia e cambiamento climati-
co. Nonostante la partita venga ancora giocata
nell’emisfero Nord del Pianeta, il nuovo nemico
da contenere ha deciso di giocare in difesa delle
bandiere innalzate dal defunto “mondo libero”,
ossia il commercio, gli investimenti e la “dissua-
sione” militare. E a differenza di quanto successo
negli anni del dominio anglosassone, l’emisfero
Sud sembra accettare con meno resistenze, inclu-
so con piacere, il nuovo socio globale cinese.
Per la Germania e la UE, il consolidamento del-
le proposte di Trump, disposto a liberarsi dal ruolo

211
tutelare sull’Europa per concentrarsi sulle nuove
sfide globali rappresentate dall’Asia, sarebbe una
pessima notizia. Arenatasi in una stagnazione per-
manente, senza proposte efficaci di coesione inter-
na, senza istituzioni globali da offrire al resto del
mondo, con la UE come suo principale fornitore
di energia e con alcune disastrose esperienze re-
centi di intervento militare in Europa Orientale e
in Africa che le danno credibilità di fronte al resto
del mondo in tale materia, è la UE – il Giappone –
che più ha da perdere dal declino politico del G7;
un esempio è il fallimento del vertice di Taormina
del maggio 2017 e l’esplosione nella competizione
interimperialistica con i dazi protezionisti del ver-
tice G7 in Canada di Giugno 2018.
La creazione dell’Euro è stata accompagna-
ta dall’intensificazione del mercato unico e dalla
divisione Europea del lavoro, andando verso una
formazione sociale su scala Europea – attualmen-
te, un quarto del PIL dei paesi dell’Europolo vie-
ne valutata per mezzo del mercato comune e la
specializzazione settoriale intraEuropea si trova in
una fase di deindustrializzazione accelerata della
periferia dell’area. Nonostante questo processo

212
non sia ancora stato completato, la frammentazio-
ne monetaria dell’Eurozona è una possibilità reale;
ciò che non lo è, è tornare a percorsi sovranisti na-
zionali che lungi dal rappresentare una sovranità
(monetaria) recuperata, non potrebbero non esse-
re che simboli monetari di territori politicamen-
te ed economicamente frammentati e dipendenti
dall’area di influenza del capitale europeo.
È inaccettabile che l’avanzamento tecnologico,
invece di liberare l’umanità dal lavoro pesante,
provochi la disoccupazione; invece di migliorare
la qualità di vita, provochi nuove forme di inqui-
namento, invece di incrementare il sapere globa-
le, sequestri la conoscenza nascondendola dietro
il muro dei brevetti e i diritti di proprietà. L’alter-
nativa possibile e necessaria passa per richieste di
miglioramento sociale, ma anche di ampliamento
degli spazi di decisione democratica partecipativa,
per inaugurare la fase della trasformazione tecno-
logica, le decisioni di produrre e distribuire sotto
il controllo di tutti i lavoratori; decisioni subordi-
nate ad un processo politico e sociale di discussio-
ne sul ruolo che devono occupare le macchine e la
scienza nelle nostre vite.

213
Le strutture di base di qualsiasi Stato sono un
esercito per difendere la sovranità territoriale dei
confini, un sistema di “ordine” interno per orga-
nizzare la popolazione che costituisce la società e
l’economia, e una moneta che struttura le finanze
e chiude l’ordine simbolico della nazione. L’evo-
luzione prevedibile del sistema, in assenza di forze
alternative, conduce verso un indebolimento dei
meccanismi democratici e di partecipazione socia-
le e verso un rafforzamento dei meccanismi repres-
sivi e di controllo di massa, già a cominciare dalla
“tv spazzatura”, la vigilanza elettronica, la repres-
sione preventiva, la metropoli come carcere ide-
ologico, la subordinazione del sistema educativo
alle necessità delle compatibilità del capitale, ecc.

4.3 Progetti di transizione al momento della


rottura con la UE e l’uscita dall’Euro

Non da oggi, e non solo tra intellettuali marxisti,


è in corso un dibattito sull’opportunità per un’a-
rea formata da paesi a struttura economico-socia-
le simile di realizzare l’“abbandono” o il “distac-

214
co” (delinking, secondo Samir Amin 53) da quella
che Hosea Jaffe nel 1994 ha chiamato “l’azienda
mondo”, identificando con questa un sistema ca-
pitalista internazionale fondato su istituzioni e
organismi come Fondo monetario internazionale,
Banca mondiale, BCE, WTO, etc.
Tutto ciò non è stato un mero esercizio teorico
ma ha avuto ed ha esperienze concrete che ren-
dono tale ipotesi realistica e realmente praticata,
come il Kerala e poi l’ALBA; in tali esperienze,
al netto delle diversità, si sono messi in atto mo-
delli di sviluppo autodeterminati, incentrati sul-
le risorse e le economie locali, a forte impronta
eco-socio-ambientale, valorizzando le tradizioni
culturali e produttive.
Con la prima edizione del libro Il risveglio dei
maiali, fu lanciata la proposta dell’ALBA Medi-
terranea, che per alcuni sembrava una provocazio-
ne teorica e che, all’epoca, pochi capirono nel suo
profondo significato politico prima che sociale ed
economico. Infatti, c’era chi la criticava perché in

53
Amin, S., Delinking: towards a polycenthric world,
Zed Books, Londra, 1990.

215
quel momento le relazioni di forza erano, ancor
più di oggi, completamente sfavorevoli e quindi
era un argomento inutile, tacciato come insana
utopia. Poi, ci fu chi, superficialmente, arrivò a
dire che in questo modo si rompeva l’unità di
classe in Europa. E per ultimo c’erano gli attacchi
degli Eurocentrici, Euroriformisti e Eurosocial-li-
beristi per i quali l’Unione Europea è qualcosa di
sacro e d’intoccabile, o al massimo con ampi spazi
e possibilità di riforma in chiave di una più decisa
politica socialmente più compatibile.
L’attenzione che oggi si registra intorno alla no-
stra proposta di costruire un’ Area Euromediterra-
nea dipende proprio dal fatto che si tratta di una
proposta politica che si relaziona con l’autodeter-
minazione di quei popoli che sono direttamente
colpiti dal rafforzamento dell’Unione Europea. Le
traduzioni in diverse lingue del libro (spagnolo,
portoghese, greco, inglese) che sono state realizza-
te in questi anni ci hanno dato una chiara sensa-
zione del fatto che si è messo in moto un percorso
con una prospettiva reale nella società.
La proposta dell’ALBA, o Area Euromediter-
ranea, parte anche dalla considerazione che è pura

216
retorica fuori contesto storico e socio-economi-
co parlare di unità della classe operaia Europea.
Oggi il proletario italiano, quello portoghese, lo
spagnolo, il greco ed anche il tunisino, l’algerino,
l’egiziano e il marocchino, hanno interessi e con-
dizioni di vita completamente differenti da quelle
del lavoratore tedesco, svedese, olandese, belga,
britannico, che guadagnano un minimo salariale
al mese relativamente molto più alto dei lavorato-
ri dei PIGS, e possono vantare condizioni di vita
estremamente più stabili e di benessere completa-
mente differenti dalle nostre. Inoltre, gli Europei
mediterranei, come pure quelli dell’est europeo,
sono considerati “proletari migranti” e cioè con-
correnti che possono danneggiare o minimizzare
il loro standard di vita.
È utile ribadire che la questione dell’uscita
dall’Euro e dall’Unione Europea non è da noi
concepita in chiave di generica, impropria, stra-
tegicamente inadeguata sovranità nazionale, an-
che se sono possibili passaggi tattici di fase, ma ha
una dimensione immediatamente di classe perché
è un passaggio, se storicamente affrontato da una
soggettività politica consapevole e capace di svol-

217
gervi una funzione, in grado di porre le basi per
una inversione dei rapporti di forza lavoro-capita-
le nel polo imperialista europeo.
Qualsiasi alternativa monetaria e finanziaria fat-
tibile per i paesi periferici del Sud dell’Europa deve
inserirsi in una proposta di integrazione economica
e sociale diversa da quella voluta dall’Unione Eu-
ropea e dell’Eurozona. La moneta è l’espressione
generale del valore e l’unità monetaria equivale ad
una determinata frazione del lavoro astratto o lavo-
ro sociale di una formazione sociale specifica.
L’uscita dall’Euro è soprattutto una opzione
politica che deve tenere conto sia dell’obiettivo
strategico della rottura della UE sia delle forze
che a livello nazionale vanno orientate su questa
battaglia e può essere un passo verso la soluzio-
ne dei gravi squilibri strutturali delle economie
periferiche, che non sono squilibri finanziari, ma
produttivi: una base industriale in declino, uno
spreco enorme di forza lavoro, una concentrazio-
ne scandalosa della ricchezza e del patrimonio.
Però come sfida politica generale, supera il grado
di autonomia decisionale di qualsiasi paese dan-

218
neggiato dalla politica che soggiace al patto origi-
nario dell’Euro.
Se i paesi della periferia Europea vogliono ri-
prendere il controllo sull’attività produttiva, lo
potranno fare solo strategicamente in modo con-
giunto e mediante un processo di rottura con il
modello delle finanze private e con lo spazio mo-
netario asimmetrico di adesso.
Da un punto di vista teorico è possibile con-
cepire un sistema politico-economic-sociale nel
quale la divisione del lavoro si stabilisca attraver-
so modelli di relazioni orizzontali, basato su atti
di reciprocità; dove il mercato non faccia a meno
della gratuità e dove il conflitto non sia basato
sulla dicotomia possesso/non possesso. Questo si-
gnifica che qualsiasi siano le forme di un sistema
di alternativa anticapitalista, per rappresentare un
avanzamento sociale e umano questo dovrà col-
mare la separazione capitalista tra l’economia e la
politica, la quale permette soltanto a pochi pri-
vilegiati di passare da una regione all’altra come
cittadini.
Per questo, la democrazia partecipativa, politi-
ca ed economica è una dimensione chiave di qual-

219
siasi progetto del futuro di alternativa di sistema:
essere integralmente oggetti della trasformazione
democratica anche nella sfera economico-produt-
tiva, essere universalmente cittadini (cittadinanza
globale). In questo modo, quando l’attività eco-
nomica finirà di essere parte della sfera del priva-
to, si starà transitando verso un mondo diverso
dal capitalismo nei percorsi della transizione al
socialismo.

220
APPENDICE: DATI STATISTICO-
ECONOMICI PER L’ANALISI DI
ROTTURA E LA COSTRUZIONE
DELL'AREA EUROMEDITERRANEA

Riteniamo che l’Area Euromediterranea sia una


opportunità per pensare un nuovo spazio geopo-
litico di influenza mondiale, con un progetto di
rottura con il capitale globale, sia per ragioni po-
litiche che economiche.
Costruire una area monetaria tra paesi con
configurazioni produttive strutturali più omo-
genee è una alternativa possibile per raggiungere
l’autonomia politica richiesta da un progetto di
costruzione di democrazia partecipativa a carat-
tere socialista, anche in una fase di transizione
possibile. Però, il carattere mediterraneo di gran
parte della europeriferia ci permette di identifi-

221
care un’area più grande (Regione mediterranea)
che favorirebbe l’inserimento dei paesi del nord
dell’Africa, dotandoli di un progetto strategico
di costruzione nazionale e regionale che non gli
appartiene sin dalla distruzione politica e intellet-
tuale delle proposte sviluppiste del Nuovo Ordine
Economico Internazionale degli inizi degli anni
‘70 del secolo scorso.
La Regione mediterranea ha un peso economi-
co del PIL di 7 miliardi di dollari. Si tratta, quin-
di, di una regione con un peso economico globale
importante che, attualmente, rappresenterebbe la
metà di quello che avrebbe l’Eurozona senza i pa-
esi mediterranei e l’8% del PIL mondiale.
Si tratta, quindi, di una regione con un peso
specifico rilevante nell’economia globale e non ci
sono ragioni economiche che impediscono di svi-
luppare vincoli geopolitici ed economici più stretti.
Le differenze nello sviluppo non devono esse-
re un problema in un’area monetaria, purché ci
sia complementarietà tra le strutture produttive
e di commercio tra gli integranti. Nell’Eurozona
il problema giace nelle differenze di sviluppo tra
Germania e i suoi paesi confinanti e il resto dei

222
Peso delle economie mediterranee rispetto all’Eurozona senza i paesi
mediterranei

Fonte: FMI, World Economic Outlook database, 04/2018 ed


elaborazione degli autori. I paesi considerati sono tutti quelli che si
affacciano sul Mediterraneo, non sono inclusi la Croazia, Montene-
gro, Malta e Israele. Dal 2011 non ci sono dati sulla Siria.

paesi satelliti del sistema; differenze che si aggra-


vano proprio per la concorrenza di strutture con
specializzazioni simili in molti settore produttivi,
soprattutto in quello agricolo e industriale.
Per quanto riguarda le relazioni tra i paesi del
Sud dell’Europa e quelli del Nord dell’Africa, la
relazione di complementarietà predomina sulle
strutture concorrenziali – salvo nei settori molto
puntuali come il turismo o la pesca. Ciò significa
che il rafforzamento di un’area economica con la

223
creazione di una moneta comune ridurrebbe rapi-
damente le disparità di sviluppo.
D’altro canto, in base ai dati del World Deve-
lopment Indicators della Banca Mondiale, i paesi
del Mediterraneo dispongono di riserve in divise
e DEG per un valore di circa 600 mila milioni di
dollari, oltre a 6 mila tonnellate di oro. Ossia, le
riserve rappresentano circa il 10% del PIL della
regione, una cifra sufficiente per dare impulso ad
una moneta di corso legale e garantire stabilità.
Evoluzione delle riserve in percentuale del PIL
2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016
Albania 18% 20% 21% 19% 21% 22% 20% 28% 26%
Algeria 87% 113% 106% 96% 96% 96% 87% 91% 76%
Croazia 18% 24% 24% 23% 26% 31% 27% 31% 28%
Cipro 4% 5% 4% 4% 5% 4% 4% 4% 4%
Francia 4% 5% 6% 6% 7% 5% 5% 6% 6%
Grecia 1% 2% 2% 2% 3% 2% 3% 3% 4%
Italia 4% 6% 7% 7% 9% 7% 7% 7% 7%
Libano 97% 110% 116% 119% 120% 104% 106% 98% 109%
Libia 111% 165% 142% 319% .. .. .. .. ..
Marocco 25% 25% 26% 20% 18% 18% 19% 23% 24%
Portogallo 5% 6% 9% 8% 10% 8% 9% 10% 12%
Slovenia 2% 2% 2% 2% 2% 2% 2% 2% 2%
Spagna 1% 2% 2% 3% 4% 3% 4% 5% 5%
Rep. Araba Siriana .. .. .. .. .. .. .. .. ..

Fonte: Banca Mondiale, World Development Indicators ed elabora-


zione dell’autore.

224
La Regione mediterranea, intesa in senso largo
come insieme di tutti i paesi anche non Europei
che affacciano sul Mar Mediterraneo, comprende
una popolazione di più di 515 milioni di perso-
ne, simile a quella della UE a 27, e una capacità
di produzione attuale, misurata dal PIL, che rap-
presenta la metà della UE a 27 e più del 10% del
PIL mondiale. Se prendiamo come riferimento il
1986, l’anno in cui il neoliberismo ha smesso di
espandersi in tutto il mondo (è l’anno in cui il
Nicaragua, l’ultimo tra i paesi dell’America Lati-
na, ha firmato un programma di aggiustamento
strutturale con l’FMI e l’anno in cui la UE ha ap-
provato l’Atto Unico che dava inizio alla fase della
deregolamentazione in Europa), vediamo che il
peso della Regione mediterranea non ha cessato
di aumentare in tutti i contesti.

225
PESO ECONOMICO DELLA REGIONE MEDITERRANEA
ALLARGATA IN RELAZIONE AL MONDO E ALLA UE A 27.
1986-2016

Mondo Mondo UE27 UE27

1986 2016 1986 2016

PIL 6.3% 10.1% 47.3% 47.5%

Consumo privato 6.5% 10.4% 47.4% 49.8%

Consumo pubblico 5.9% 12.2% 44.0% 46.5%

Investimento lordo 6.2% 8.7% 47.9% 51.7%

Esportazioni 8.9% 9.7% 37.3% 32.1%

Importazioni 9.3% 10.4% 38.0% 35.4%

Valore aggiunto 6.0% 9.6% 46.9% 49.3%

Agricoltura 8.1% 8.2% 73.7% 112.1%

Att. mineraria 6.5% 7.3% 43.1% 45.0%

Industria 8.4% 7.9% 43.3% 41.8%

Edilizia 5.4% 10.0% 50.8% 52.8%

Servizi 5.7% 10.6% 46.6% 48.9%

Commercio 6.8% 10.0% 51.6% 51.3%


Trasporti, stoccaggio e 7.6% 10.4% 51.9% 46.8%
comunicazione
Altri servizi 5.1% 10.8% 43.8% 48.7%

Fonte: UnctadStat ed elaborazione nostra

226
Nonostante il peso nel commercio internazio-
nale sia leggermente inferiore a quello economico,
la Regione mediterranea allargata ha la capacità
di influire sulle regole economiche globali. Nello
spazio mediterraneo si produce un decimo delle
esportazioni mondiali. L’unico settore in cui l’in-
tera area non perde peso rispetto alla UE è pro-
prio il settore manifatturiero intensivo; e, inoltre,
le materie prime mostrano la chiara tendenza alla
divisione interna del lavoro in Europa – in cui i
paesi dell’area mediterranea (nelle tabelle vengo-
no compresi tutti quelli che si affacciano sul Mar
Mediterraneo, inclusa la Francia) si vedono con-
dannati a specializzarsi in prodotti industriali dal
basso valore aggiunto.

227
PESO DELLA REGIONE MEDITERRANEA ALLARGATA NEL
COMMERCIO MONDIALE E RISPETTO ALLA UE A 27.
1995-2016

Mondo UE a 27
1995 2016 1995 2016

Esportazioni totali 13.9% 10.4% 33.3% 31.0%

Materie prime 12.2% 8.8% 38.1% 36.6%

Alimenti 17.5% 13.9% 38.5% 37.0%

Combustibili 9.2% 5.5% 57.5% 36.9%

Prodotti manifatturieri 14.9% 11.1% 34.0% 30.1%

Manifatture intensive nel lavoro 20.8% 15.4% 47.1% 47.0%


e nelle risorse
Manifatture di bassa 15.8% 11.9% 33.7% 31.8%
qualificazione lavorativa
Manifatture di lavoro 16.2% 12.3% 33.4% 28.3%
semiqualificato
Manifatture di lavoro 10.9% 8.6% 28.0% 26.3%
qualificato

Fonte UnctadStat ed elaborazione nostra

228
L’Africa mediterranea si sta convertendo in
una riserva energetica, turistica e somministratri-
ce di prodotti agricoli e di manufatti leggeri per
l’Unione Europea. L’integrazione con i Paesi del
nord mediterraneo e dell’Est Europa nello spazio
monetario e finanziario comune, che abbiamo de-
finito Area Euromediterranea, può convertirsi in
una opportunità per superare la catastrofe politica
e ideologica nella quale si trovano oggi i paesi del
Maghreb, in conseguenza della rottura del mo-
dello sviluppista degli anni ’80 e del successivo
rafforzamento del fondamentalismo islamico. In
maniera congiunta, il Mediterraneo e l’Est d’Eu-
ropa raggruppa un insieme di formazioni sociali
con un elevato grado di simmetria produttiva, pa-
esi nei quali la politica monetaria e fiscale incontra
un confluenza d’interessi, facilitando la possibilità
di un processo di transizione attraverso politiche
basate sul pieno impiego delle risorse produttive
e con un miglioramento graduale ma deciso delle
condizioni di vita di tutte le popolazioni.
I paesi dell’Est d’Europa sono stati trasforma-
ti dalle multinazionali Europee in un processo di
delocalizzazione industriale e produttiva in cui si

229
realizza a basso costo del lavoro, necessario in par-
ticolare all’industria automobilistica e dei beni a
media tecnologia per far sì che le imprese dell’Eu-
ropa centrale rimangano competitive su scala
mondiale. In tale maniera una parte del tessuto
industriale dell’Europa mediterranea si è deloca-
lizzata verso nuove aree d’integrazione dell’Unio-
ne Europea, dell’Est d’Europa o, quelle ad alto
valore aggiunto, al centro dell’Europa. Però così si
è andato determinando un grave e grande eccesso
di manodopera che il capitalismo europeo è inca-
pace di utilizzare in forma produttiva.
Per questo in una seconda tappa dopo la sua
costituzione nei paesi della periferia dell’Euro-
zona, la nuova moneta e le nuove condizioni di
sviluppo sociale ed economico devono diventare
una proposta d’integrazione diretta alle altre pe-
riferie dell’area del capitale europeo: la periferia
dell’Est d’Europa e quella delle periferie vicino
alla Regione Mediterranea.

230
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