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MODULO B

THEOTOKIS – Le dodici storie di Corfù


Il libro è una raccolta di dodici novelle scritte da Konstantinos Theotokis (Corfù, 1872-1923), autore corfiota che nasce otto anni dopo l’annessione
dell’isola al resto della nazione liberata dal controllo ottomano. Le 12 novelle sono tutte ambientate nell’isola di Corfù e raccontano vari aspetti della
società arcaico-rurale del tempo, in cui gli umili devono riuscire a lottare contro le brutture, le ingiustizie e la miseria di quella società. La società che
descrive Theotokis non è però una società immutabile, ma è molto diversa da quella che vive sulla terraferma, essendo caratterizzata da sempre nuovi
fermenti e contrasti, ad esempio quello tra il dinamismo della città e l’arretratezza della terra rurale. Nelle novelle emerge così il dinamico contesto
storico ma allo stesso tempo la presenza di categorie primordiali di uomini. È chiara infatti la divisione fra gli oppressi (la donna, il contadino, il papàs
cioè il sacerdote della chiesa greco-ortodossa) e gli oppressori (il padrone, il nobile, il mago).
Ad eccezione di Il tesoro di signora Kerkyra, le novelle sono scritte in una lingua ricca di espressioni popolari, familiari e dialettali, scelta che mostra
chiaramente il tentativo di Theotokis di elevare a lingua nazionale la lingua delle isole greche e, più in generale, la lingua demotica.
È inevitabile il paragone fra Theotokis e Verga: alcuni studiosi hanno addirittura parlato di una influenza diretta, per esempio della Cavalleria Rusticana
in racconti come Gente d’onore, che tratta proprio dell’importanza dell’onore nella società del tempo. Theotokis avrebbe conosciuto la novella di Verga
tramite l’opera di Mascagni durante i suoi viaggi in Italia, considerato anche che era un grande amante del teatro. Anche lo stile delle due opere è
simile, caratterizzate entrambe da brevità, fraseggio incisivo e sintassi paratattica. Questo stile si ritrova però anche in altre delle novelle di Theotokis,
pensiamo a Bocconi ad esempio. Ai due autori è anche comune l’uso di frasi proverbiali.
Anche le differenze tra i due sono molte: innanzitutto, la descrizione dei paesaggi e la fisionomia dei personaggi sono diverse. Ad eccezione di Il
matrimonio di Stalachtì, infatti, non vi è traccia nelle novelle di Theotokis di grandi campi assolati, tipici di Verga. Inoltre, i personaggi di Theotokis non
sono ossessionati dall’accumulo della roba, ma piuttosto vi aspirano (come in Reputazione), se ne vantano (come in La vita del paese) o cercano di
rubarla ad altri (come in Caino). I personaggi sono anche privi di quell’abbrutimento e di quella abiezione tipici di molti personaggi verghiani, tranne
forse in Caino e in Amore illegittimo, in cui ritroviamo una certa abiezione ma non comunque abbrutimento.
I personaggi di Theotokis vivono in un mondo in cui essi non si rassegnano, ma continuano sempre a lottare (come Stalachtì) per sopravvivere a
miserie, amori infelici (Il matrimonio di Stalachtì), assassinii, suicidi e incesti. I temi che ritroviamo infatti sono: punizione dei malfattori (il fratricida in
Caino, il contadino sbruffone in Gente d’onore, il signorotto e il custode dei campi in Il matrimonio di Stalachtì, gli incestuosi in Amore illegittimo, il mago
blasfemo in Il tesoro di signora Kerkyra), speranza di giustizia e di un lieto fine (la moglie del fratricida in Caino, l’umile Maria e la sua famiglia in
Reputazione, la moglie tradita in Amore illegittimo, la fanciulla tradita in I due amori, l’adultera in Ha peccato?, il papàs in Il tesoro di signora Kerkyra).
Infine, riguardo ai toponimi, molte delle località citate nelle novelle oggi non esistono più a Corfù, ma Theotokis riesce comunque a rappresentare
luoghi vivi, realistici e verosimili che continuano a vivere attraverso le speranze e i timori dei personaggi.

ARSLAN – La masseria delle allodole


Prologo  Antonia racconta in prima persona un episodio della sua infanzia: la sua prima volta in chiesa. La accompagna sua zia Henriette, ma è suo
nonno Yerwant a portarla dentro a farle “incontrare” Sant'Antonio. Dopo una riflessione Antonia comincia a raccontare, da narratore onnisciente, la
diaspora della sua famiglia.
Parte 1  La storia inizia in una piccola cittadina dell'Anatolia nel 1914 all’inizio della Prima Guerra Mondiale. Per Sempad e suo fratello Yerwant
emigrato in Italia, la vita insieme alla sua numerosa famiglia è tranquilla; anzi, Sempad è felice, perché suo fratello gli ha scritto che verrà a trovarlo
insieme alla moglie e ai figli avuti in Italia. Così si preparano per accoglierli degnamente (la loro famiglia è piuttosto ricca, e possiede anche una villa in
campagna, chiamata la Masseria delle Allodole). Ma nei mesi di attesa alcuni accadono avvenimenti terribili. Il vecchio capofamiglia Hamparzum, in
punto di morte, ha terribili visioni: al governo dell'Impero Ottomano sono saliti dei nazionalisti che cercano di creare uno stato “puro” nel quale l’etnia
armena, amica dei russi, non ha spazio. Un giovane soldato turco di nome Djelal che fa la corte ad Azniv, figlia di Sempad, cerca inutilmente di
avvisarla. Il 23 Maggio 1915 la frontiera viene chiusa, quindi Yerwant non riesce a raggiungere il fratello, e una squadra di soldati giunge alla Masseria
uccidendo tutti gli uomini della famiglia (anche i bambini) e deportando le donne. Allora ai restanti Armeni viene ordinato di abbandonare la piccola città
entro 36 ore; verranno “scortati” fino alla città di Aleppo, per “precauzione” in vista della guerra appena iniziata.
Parte 2  Gli Armeni che lasciano la città formano una carovana e si dirigono verso Aleppo. La lunga carovana viene continuamente attaccata da
soldati turchi e da banditi curdi, che pian piano sfiniscono sempre di più i superstiti armeni sempre più affamati e rassegnati. Intanto Yerwant resta
traumatizzato dopo aver scoperto cosa sta succedendo nella sua terra d’origine. Dopo giorni di marcia gli Armeni raggiungono la città di Konya, dove
amici di famiglia li stanno aspettando, questi sono Ismene, Isacco e Nazim e non essendo Armeni, non sono stati bloccati e dunque hanno potuto
precedere la carovana armena, sempre in condizioni fisiche, igieniche e psicologiche peggiori. Ismene rintraccia Zareh e con lui progetta un piano di
fuga, Nazim ritrova Djelal e lo convince ad aiutarlo e Isacco si infiltra nel campo dove tutti gli Armeni vengono tenuti prigionieri e informa Shushaning e
Azniv, le uniche adulte sopravvissute della famiglia, del piano di salvataggio. Zareh è un medico, e con una falsa scusa entra nel campo con la
carrozza in cui è stato costruito un doppio fondo. Il terzetto comincia a far salire la famiglia sulla carrozza, ma verrebbero scoperti, se Azniv non
distraesse i soldati, sacrificandosi per salvare gli altri. Quello che resta della famiglia, Shushaning, la moglie di Sempad e i suoi tre piccoli nipoti,
Arussiang, Henriette e Nubar, si nascondono in casa di Zareh, che essendo il medico di fiducia dell'ambasciatore francese, non viene arrestato. Dopo
qualche mese, la famiglia emigra in Italia, raggiungendo Yerwant. Ismene, Isacco, Nazim e Zareh rimangono invece in patria.

KAZANTZAKIS – Zorba il Greco


La vicenda si svolge a Creta intorno agli anni 30 del ‘900. Il romanzo narra l'incontro del narratore, chiamato da Zorba “padrone”, con l'operaio-
giramondo Alexis Zorba, un anziano macedone che viene assunto dal padrone come capo operaio alla miniera di lignite affittata presso un piccolo
villaggio di Creta. I due conducono vita separata durante il giorno, uno al lavoro nella miniera l'altro a leggere e scrivere, ma di sera condividono il pasto
e la casa in riva al mare presa in affitto da Madame Hortense, un’anziana prostituta ex cantante di cabaret che presto si innamora di Zorba e che
sposerà in una finta cerimonia in riva al mare. I momenti liberi trascorsi assieme sono occasione per il giovane narratore di conoscere la vita e il mondo
attraverso i racconti di Zorba che vive ogni istante con entusiasmo, goliardia e giocosità. I dialoghi, a volte accesi, sulla vita, sui libri, sulla religione,
mettono a confronto due posizioni spesso contrapposte che portano però a consolidare un'amicizia profonda tra i due. Alla vicenda dei due protagonisti
fanno da sfondo il villaggio rurale abitato da uomini e donne dalla vita semplice e austera e il monastero sul monte vicino dal quale Zorba acquista un
bosco per incrementare lo sviluppo dell'attività e costruire una teleferica. Leggi antiche e spietate regolano la vita degli abitanti del paese e quando, per
l'amore non ricambiato verso una vedova, si suicida il giovane Pavlis, tutto il villaggio, con le donne in prima fila, grida alla vendetta.
Vita e morte si alternano per tutto il romanzo e i due protagonisti si avvicinano pericolosamente e quasi sprezzanti all'una e all'altra: Zorba rischia la vita
in un crollo della miniera; il “padrone” ha un incontro amoroso con la vedova; entrambi sono testimoni dell'omicidio di un giovane monaco; il giorno di
Pasqua, mentre il villaggio è in festa, assistono alla tragica fine della vedova, che solo Zorba tenta di difendere, uccisa davanti alla chiesa da
Mavrandonis, il padre di Pavlis; ritrovano morto sulla spiaggia un secondo monaco, Zacarìas che, tormentato dalla sua condizione infelice, aveva finito
per dar fuoco al monastero.Il progetto di ampliamento dell'attività fallisce miseramente con il crollo della teleferica il giorno dell'inaugurazione e ciò pone
fine alla collaborazione fra Zorba e il padrone, ma non alla loro amicizia. I due si separano ma periodicamente arriva per posta uno scritto di Zorba che
annuncia la sua nuova condizione di vita. Dopo alcuni anni di silenzio, una lettera del maestro di un villaggio serbo comunica al giovane narratore la
morte di Alexis Zorba.

Zorba il Greco - Film


Basil è uno scrittore inglese di origini greche che ha ereditato una miniera da molto tempo in disuso, sull'isola di Creta. Durante il viaggio per
raggiungerla conosce Alexis Zorba, un greco di mezza età, pieno di vitalità e innamorato della vita. Man mano che gli si svela il carattere di Zorba, Basil
ne resta affascinato, e tramite lui scopre le gioie della vita, con esiti tragici: la vedova di cui si innamora morirà uccisa dal padre del ragazzo da lei
rifiutato, suicidatosi dopo aver visto Basil entrare di notte nella casa di lei. Sorte simile toccherà a Hortensia, che Zorba nel frattempo ha sposato
mediante un matrimonio non reale. Anche il progetto di Zorba per il recupero della miniera di Basil naufragherà miseramente, anche perché lui stesso,
inviato in città per procurare con i soldi di Basil del materiale per costruire una teleferica, si dà alla bella vita e torna con vari regali ma senza materiale.
Tutto ciò, però, non scalfirà che superficialmente la determinazione di Zorba nell'affrontare la vita con passione e ottimismo. Nella scena finale, Basil gli
annuncia la sua imminente partenza e la promessa di ritrovarsi un giorno, ma Zorba, senza illusioni, dice che non lo rivedrà più, e che il tentativo di
recuperare la miniera è stato "un disastro, ma bellissimo". Infine, Basil gli chiede di insegnargli il sirtaki, che più volte aveva provato a ballare da solo,
senza esito.

Mediterraneo
Nel 1941 otto militari italiani sbarcano su una piccola isola dell'Egeo, con il compito di stabilirvi un presidio. L'isola appare deserta in quanto è stata
parzialmente abbandonata dalla popolazione greca dopo aver subito la precedente sanguinosa occupazione tedesca. I soldati si rivelano
assolutamente inadatti all'attività militare e presto, sfruttando l'isolamento geografico, l'impossibilità di comunicare con il comando dovuta alla radio
rotta e l'apparente solitudine dell'isola, incominciano tutti a dedicarsi ad attività del tutto estranee alla guerra. La popolazione presente sull'isola,
composta esclusivamente da donne, vecchi, bambini e da un prete ortodosso, sfuggiti alla deportazione che i tedeschi avevano inflitto ai maschi adulti,
compare all'improvviso uscendo dai nascondigli nei quali si era rifugiata nel corso dello sbarco degli italiani. Gli isolani, capendo che i soldati italiani
erano del tutto diverso da quelli tedeschi, iniziano a instaurare un rapporto di convivenza pacifica con gli italiani. Per i militari italiani, isolati dal resto del
mondo, la vita scorre tranquilla, animata dagli attriti causati dalla bella Vassilissa, la prostituta dell'isola, che si pone al servizio del plotone intero, ma
della quale finisce per innamorarsi profondamente uno dei soldati, Antonio Farina. Farina sposa Vassilissa nella chiesa affrescata da Montini (uno dei
soldati abile nella pittura). Un giorno, tre anni dopo lo sbarco dei soldati, un aereo da ricognizione italiano è costretto a compiere un atterraggio
d'emergenza sull'isola. Il pilota, esterrefatto, comunica ai soldati ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi tempi: la caduta del fascismo, la fondazione
della RSI (Repubblica di Salò) e l'armistizio con gli anglo-americani firmato dall'Italia. I soldati italiani, a malincuore, lasciano l’isola, eccetto Farina che
per poter rimanere con Vassilissa diserta e si nasconde per non essere trovato. Molti anni dopo alcuni dei soldati, ormai vecchi, si recano nuovamente
sull’isola (delusi dall’Italia del dopoguerra) e lì si ritrovano con Farina che sfortunatamente aveva perso la moglie Vassilissa.

Il mio grosso grasso matrimonio greco


Toula Portokalos è una donna trentenne "prigioniera" di una famiglia di origine greca residente a Chicago, completamente assoggettata alle tradizioni
di famiglia e soprattutto al desiderio del padre Gus di vederla sposata al più presto con un rispettabile uomo greco. La libertà per lei comincia il giorno
in cui ottiene, con l'appoggio della furbissima madre Maria, il permesso di frequentare un corso di informatica all'università, che la porta a uscire dal suo
ristrettissimo guscio e a curarsi un po' di più, fino a diventare una ragazza carina e indipendente. La sua abilità con il computer le permette di farsi
assumere nell'agenzia di viaggi della zia Voula, dove Toula incontra l'uomo della sua vita: Ian Miller, un bellissimo insegnante di letteratura, proveniente
da una tipica famiglia W.A.S.P. dell'alta borghesia. Comincia così la difficile storia d'amore di Toula e Ian, con l'assoluta opposizione del padre di
questa, Gus, che non vuole accettare il fatto che sua figlia sposi un uomo al di fuori dell'etnia greca e l'incomprensione dei genitori di Ian verso una
famiglia così distante dal loro stile di vita. Per ottenere l'approvazione dei genitori di Toula, Ian si converte alla loro religione ortodossa ed è costretto a
sopportare l'onnipresente famiglia della sua fidanzata con tutte le sue bizzarrie. La vicenda culminerà nell'accettazione reciproca tra due culture così
distanti delle rispettive famiglie, e nel coronamento della storia d'amore.

Un tocco di zenzero
Il professore di astronomia Fanis, greco di origine turca con l'hobby della cucina, in occasione della visita del nonno, ripercorre la sua vita attraverso i
ricordi. Quando era bambino, negli anni ’50, viveva ad Istanbul, dove il nonno Vassilis era proprietario di un piccolo negozio di spezie nel quale era
solito lavorare anche Fanis da piccolo. Il nonno educa il nipote all’amore e alla conoscenza delle spezie, dell’arte culinaria e dell’astronomia, tutte
passioni che poi Fanis conserverà da adulto. Nel 1964 Fanis e la sua famiglia, composta prevalentemente da greci, vengono costretti a lasciare
Istanbul e a trasferirsi ad Atene, lasciando il nonno che era rimasto in città. Ci si rifà ad un evento realmente accaduto cioè quando i greci di Istanbul
sono costretti a tornare in patria a causa del conflitto fra Turchia e Grecia per via degli interessi sull'isola di Cipro. Il ragazzo trova difficoltà
nell'ambientarsi ad Atene e continua a coltivare la speranza di poter cucinare per il nonno e per la sua amica Saime (di cui era innamorato e che era
rimasta in Turchia) quando verranno a trovarlo. Ritornando al presente, il nonno Vassilis in realtà non arriverà mai alla cena organizzata in suo onore
da Fanis perché malato. Fanis rincontra anche la sua amica d’infanzia Saime, ormai cresciuta, per scoprire che le loro strade, separate dalla
deportazione dei greci dalla Turchia, non potranno mai più rincontrarsi.

Il mandolino del capitano Corelli


Nel 1941, durante la seconda guerra mondiale, la Grecia viene invasa dalle forze dell'Asse (Italia e Germania) e il sud del paese viene affidato all'Italia.
La giovane Pelagia, figlia del medico Iannis, si fidanza con il pescatore Mandras ma questi, poco dopo, parte per combattere gli italiani sul fronte
albanese. Le lettere che Pelagia gli invia restano senza risposta e il sentimento di lei si affievolisce. Occupata Atene dai tedeschi, gli italiani entrano di lì
a poco a Cefalonia e a casa di Pelagia si stabilisce il capitano Corelli, un ufficiale appassionato, come i suoi soldati, più alla lirica che alla guerra.
Mentre tra Pelagia e Corelli nasce una forte simpatia, Mandras, tornato sull'isola, si unisce ai partigiani (appartenente alla Resistenza). Arriva il 1943 e,
dopo l'armistizio dell'8 settembre, la Germania chiede che gli ex alleati italiani consegnino le armi come condizione per il loro rimpatrio. Nessun accordo
viene trovato, e arriva lo scontro. I tedeschi devastano la difesa italiana, Corelli e i suoi combattono coraggiosamente ma vengono circondati e portati in
un campo isolato, e fucilati. Grazie al suo amico Carlo, che gli fa da scudo, Corelli si salva. Trovato da Mandras sul luogo della fucilazione, verrà
portato in casa di Pelagia e lì curato. Poiché i tedeschi scatenano perquisizioni per trovare gli ultimi italiani nascosti, Corelli parte per l'Italia con l'aiuto
dei partigiani greci e dà il suo addio a Pelagia. Nel 1947, a guerra finita, Pelagia ha intrapreso la carriera di medico seguendo le orme di suo padre,
quando arriva per posta un disco con le musiche che Corelli aveva composto per lei. Il padre di lei vuol farlo tornare, ma un terribile terremoto devasta
l'isola. Solo alla conclusione di quest'altro terribile evento, Corelli sbarca sull'isola, rivede Pelagia e insieme cominciano a pensare al futuro.

I due colonnelli
Il film è ambientato a Montegreco, al confine tra la Grecia e l'Albania. Nell'estate 1943 le truppe anglosassoni, guidate dal colonnello Henderson,
occupano per la trentesima volta il paese e lo governano secondo criteri democratici: lo stesso colonnello si accasa nell'abitazione di Iride, donna
giovane che diventa la sua amante. Nella stessa abitazione, in cui abita anche la madre della ragazza Penelope, il comandante delle truppe inglesi
stabilisce il proprio quartier generale. Successivamente Henderson abbandona la città ed ordina una ritirata perché ritiene preponderanti le forze
italiane, quando esse attaccano il paese. In realtà il battaglione degli italiani è una truppa sgangherata senza viveri e con pochissime munizioni rimaste,
in cui il severo colonnello Antonio Di Maggio (Totò) comanda tutti a bacchetta. Una volta entrato in paese anch'egli si reca da Iride dove stabilisce il suo
comando e di cui è amante, al pari del colonnello Henderson. La ragazza riesce infatti a fingersi amante di entrambi i colonnelli e, per di più riesce ad
ospitarli alternativamente nella sua casa. Il giorno seguente un soldato italiano cattura casualmente Henderson: Di Maggio lo fa suo prigioniero e tenta
di trattarlo in maniera non consona al suo grado di ufficiale. Il suo atteggiamento però si mitiga quando scopre che il sergente maggiore Quaglia, suo
sottufficiale, a suo tempo prigioniero dei britannici, era stato invece trattato benissimo. Il 25 luglio al comando italiano arriva via radio l'annuncio che
Mussolini si è dimesso ed il sovrano ha affidato il governo al maresciallo Badoglio, che ha dato ordine di proseguire il conflitto a fianco dell'alleato
germanico. Gli inglesi, avendo sentito l'annuncio, ne approfittano per attaccare e riconquistano Montegreco: stavolta dunque è Di Maggio ad essere
fatto prigioniero da Henderson. I due, divenuti a loro modo amici, scoprono che Iride è sposata, e che nasconde il marito in un rifugio nel pavimento, e
che in realtà non si era mai concessa sessualmente a loro: approfittando dell'oscurità era sempre stata la madre ad entrare nel letto dei due militari.
Per dimenticare la comune disavventura, si ubriacano ricordando amori passati, cantando e ballando: oltretutto Henderson salva la vita al collega,
impedendo alla popolazione locale di linciare pubblicamente il colonnello Di Maggio che durante le varie occupazioni non si era fatto ben volere al
contrario dei suoi soldati. Impossibilitato a trattenere i paesani, l'ufficiale inglese favorisce la fuga di Di Maggio, consegnandogli i suoi abiti. Travestito
da ufficiale inglese e salvatosi dai colpi di fucile dei suoi stessi soldati che non lo riconoscono al buio così abbigliato, Di Maggio riesce a tornare tra le
sue fila. Intanto, venuto a conoscenza delle difficoltà militari italiane a contrastare il battaglione inglese, l'esercito tedesco invia il maggiore Kruger,
insieme con una fornitura di potenti mortai da guerra. L'ufficiale tedesco non perde l'occasione per trattare gli italiani, ed in particolare il colonnello, con
sufficienza. Di Maggio però si ribella apertamente all'ordine dell'alleato di bombardare il paese ed uccidere donne, vecchi e bambini per stanare gli
inglesi e viene quindi condannato a morte per insubordinazione da una corte marziale tedesca. Di Maggio viene condotto sul luogo dell'esecuzione e
anche in quel frangente per sfregio l'ufficiale tedesco responsabile ordina agli stessi soldati italiani di fucilarlo. I soldati si rifiutano e vengono allora
allineati a fianco del loro colonnello per esser anche loro fucilati, ma è l'8 settembre, il giorno dell'armistizio, ed un attimo prima che i tedeschi sparino
arrivano gli inglesi, armi in pugno, a salvarli. Dato l'armistizio, Italia e Gran Bretagna sono ora forze alleate e quindi i due colonnelli Di Maggio ed
Henderson possono continuare la guerra insieme, finalmente da amici ed alleati.

MODULO C
KAVAFIS – Poesie
Konstantinos Kavafis nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1863 e muore nel 1933. Viene considerato un fenomeno letterario europeo, non solo greco. Ad
Alessandria c’era una fiorente comunità greca, era un coacervo di culture e popolazioni, una città cosmopolita. La madre di Kavafis aveva origine
fanariota: i fanarioti erano degli aristocratici legati ai vertici del potere che frequentavano il quartiere del Fanaro che si trovava nel Corno d’oro. Kavafis
era orgoglioso delle origini aristocratiche della madre. Kavafis da giovane perde il padre e si trasferisce così in Inghilterra, ma da quel momento in poi
la sua famiglia venne colpita dalla disgrazia infatti muore anche la madre e dopo tutti i suoi fratelli. Kavafis torna ad Alessandria e si trova a vivere solo
nella casa di Via Lepsious che non abbandonò mai, salvo per alcuni viaggi come quello in Inghilterra. Kavafis ha un ruolo simbiotico con la sua patria e
anche con la sua casa, in cui aleggiano i ricordi dei suoi cari. Chi fa conoscere Kavafis poeta in Grecia è Grigorios Xenopoulos, scrittore e
drammaturgo greco, che fa conoscere Kavafis anche al di fuori di Alessandria. Kavafis si pone all’opposto del gusto poetico del tempo, incarnato da
Palamas, che scrive una poesia elevata e altisonante, alla quale Kavafis si oppone completamente, scrivendo testi brevi ed essenziali. Pubblica poche
poesie, distribuiva le sue opere su dei foglietti volanti, non era attratto dalla pubblicazione, segno di riservatezza e del suo essere isolato e schivo
(Seferis in questo senso riconosce la novità di Kavafis e sottolinea che la sua poesia nasce dall’isolamento). Tra le poesie di Kavafis 154 sono state
pubblicate in fascicoletti e più di 100 mai pubblicate.
Kavafis dice “Io sono un poeta della vecchiaia. I fatti, anche i più vivi, non mi ispirano subito. Prima deve passare del tempo. In seguito, ricordandoli, mi
ispirano”. Poeta della vecchiaia perché pubblica il primo fascicolo a 41 anni; il tema del ricordo e della memoria cioè che per Kavafis non è importante il
fatto in sé, ma il ricordo di quel fatto.
In molte sue poesie infatti protagonisti sono persone incontrate per un attimo e che vengono immortalate come in una fotografia attraverso la poesia.
Kavafis dice pure “Io sono un poeta storico” cioè egli in molte poesie prende l’avvio da una frase di ispirazione storica (es. Plutarco). Cita la fonte e la
frase e la inserisce così com’è. Per il lettore colto greco, ovviamente, era immediato il riconoscimento.
Lo stile di Kavafis è caratterizzato da una lingua mista fra katharèvousa e demotico, con elementi della lingua costantinopolitana. La sua è una lingua
scarna, prosastica ed essenziale, parca di aggettivi che assumono quindi una rilevanza particolare. Uso di ironia sottile e senso della tragicità. Ricerca
della brevità. Cura della punteggiatura. Quasi totale assenza della rima.
Le poesie anteriori al 1911 hanno una impronta più simbolista: il 1911 è un anno spartiacque, dopo questa data infatti le poesie si distaccano dal
simbolismo e il poeta scrive anche poesie a carattere erotico e omosessuale. Prima del 1911 sicuramente la società non avrebbe capito e accettato,
infatti lui ha un rapporto di odio-amore con Alessandria, che è una città che lui ama, che lo rende fiero, ma che è anche una città in cui la società è
chiusa.
1) Un vecchio pag. 124
In questa poesia la vecchiaia viene vista come rimpianto di quanto non si è realizzato nella giovinezza. Si prova paura verso la vecchiaia. In questa
poesia non può avvenire il riscatto della vecchiaia attraverso la memoria perché si prova rimpianto. Il riscatto può avvenire solo quando c’è la memoria
di quanto si è realizzato (elemento positivo). Kavafis crea quasi quadri fotografici: all’inizio ci dà uno schizzo generale, poi è come se avvicinasse lo
zoom al vecchio e seguisse le sue riflessioni. Alla fine, ritorna, dopo il monologo, alla descrizione dell’inizio e mostra il quadro generale nuovamente. 2)
2) Il sole del pomeriggio pag. 130
Poesia di carattere erotico. Si vede la capacità di Kavafis di dare dei quadri fotografici e l’attivarsi della sua memoria, è come se lui fosse davanti a noi
e si ricordasse com’era fatta quella stanza. L’elemento erotico è filtrato dal tema della memoria e del ricordo. Ogni oggetto dentro quella stanza fa
attivare la memoria, ognuno è legato ad un ricordo (come il letto, legato ad un ricordo erotico). L’oggetto quindi è il mediatore tra poeta e ricordo.
3) Cesarione pag. 134
Cesarione è un personaggio storico, figlio di Cleopatra e Giulio Cesare. Le fonti ne parlano poco. Kavafis quindi riporta alla memoria personaggi minori
come lui. È questa una poesia storica. La memoria si attiva con la lettura di un volume d’epigrafi dei Tolomei. Ci dà il quadro di come si attiva il ricordo
e l’ispirazione per parlare di Cesarione, che vivrà attraverso la sua arte visto che la storia non lo ricorda. La grecità di Kavafis è quindi inclusiva di atre
culture, lontano dal nazionalismo (tipico di Palamas ad esempio), infatti dedica una poesia a Cesarione figlio di Giulio Cesare. Alla fine, cita
esplicitamente Plutarco dicendo “Meglio non avere troppi Cesari”, a sua volta cita l’Iliade.
4) Itaca pag. 155
Forse la poesia più famosa di Kavafis. C’è una ripresa del mito perché legato all’idea culturale di grecità, si crea un legame di fraternità con la
tradizione. Il mito viene qui rielaborato: nell’Odissea Itaca è il punto di arrivo, l’Odissea è tutta mossa dal desiderio di Ulisse di ritornare. Qui invece
Itaca è il punto di partenza, è quella che ispira il viaggio che dovrà durare per tutta la vita alla ricerca della conoscenza. Il desiderio di conoscenza è
una caratteristica di Odisseo, che è il rappresentante di quella grecità mossa dalla curiosità, dal desiderio di conoscere. L’obiettivo della vita è
l’avventura e la conoscenza. L’obiettivo cioè non è tornare ad Itaca, ma Itaca è il punto di partenza per colui che ha lo spirito di Odisseo di
intraprendere un viaggio straordinario.

MATETIS – Madre di cane


Il libro, che è in realtà un monologo, racconta l’occupazione italiana e tedesca della Grecia durante la Seconda guerra mondiale vista attraverso lo
sguardo di una ragazzina di tredici anni, Rubina, che vive a Belcastro, immaginario villaggio greco, che sogna di diventare una grande attrice di teatro.
La storia è tutto un flashback che Rubina (o Raraù) rivive ormai invecchiata e ridotta all’infermità mentale e racconta al suo dottore. Sin dalle prime
pagine inizia a delinearsi una differenza tra gli occupanti italiani e quelli tedeschi: Rubina aveva paura dei tedeschi infatti racconta che un giorno,
quando venne mandata da un prete a consegnare un pezzo di pane in un ristorante, la sua paura più grande era quella di vedere per la prima volta un
tedesco da vicino. Tutti avevano paura degli occupanti tedeschi perché non parlavano, mentre gli italiani li vedevano di buon occhio perché ridevano ed
erano molto più alla mano. Attraverso gli occhi di Rubina vediamo come era dura la vita durante l’occupazione: i greci erano poverissimi e morivano di
fame, per questo la madre di Rubina, Assimina, per cercare di sfamare i suoi figli si trovò costretta ad andare a letto con un soldato italiano, Alfio e
successivamente, al rientro di Alfio in Italia, con Vittorio. Dopo la liberazione infatti la madre di Rubina viene accusata di essere una collaborazionista
(di collaborare con gli occupanti italiani) e umiliata così davanti tutto il paese. È in questa occasione che viene rivelato il significato del titolo del libro
infatti mentre gli abitanti del paese si scagliano contro la madre, umiliandola, Rubina riesce a reagire contro la folla soltanto abbaiando, come un cane
maltrattato. Da quel momento la madre di Rubina si ammutolisce, profondamente colpita da ciò che le era capitato. Nella seconda parte del romanzo si
parla della vita di Rubina in seguito alla fine della guerra: andò a vivere ad Atene con la madre e continuò ad inseguire il suo sogno di diventare una
grande attrice. Racconta di come riuscì in effetti ad ottenere qualche parte minore in alcune opere ma la sua vita continuò comunque ad essere una
vita di povertà e sofferenze, infatti è anche spesso costretta a fare l’elemosina assieme a sua madre e ad uno storpio che viveva con loro nel bunker e
che spesso importunava le due donne. Un giorno il loro bunker venne distrutto perché abusivo e lo storpio, che era rimasto dentro, morì, così Rubina e
la madre andarono a vivere in un nuovo appartamento dove Rubina continuò a vivere anche dopo la morte della madre. Il romanzo si conclude senza
una vera fine, ma lasciando la storia di Rubina aperta, una storia che diventa il riflesso di una intera nazione che non riesce a rimarginare le sue ferite
inflitte da guerre consecutive: la Seconda Guerra Mondiale, l’Occupazione e la Guerra Civile.

PATRIKIOS – Le parole nude


[GUERRA CIVILE: Mentre la Grecia veniva occupata da tedeschi ed italiani, ad Atene si instaurò un governo fantoccio filonazista e il re Giorgio II fu
costretto a fuggire e in esilio formò un governo monarchico, riconosciuto dalla Gran Bretagna. Intanto nel paese si organizzava la Resistenza, cioè un
insieme di movimenti di lotta popolare, politica e militare che si ribellò ai tedeschi e agli italiani che occupavano la Grecia. Il movimento della
Resistenza più potente in Grecia era l’EAM (Fronte di Liberazione Nazionale), comunista, che istituì come braccio armato l’ELAS (Esercito Nazionale
Popolare di Liberazione); altro movimento, molto più modesto, era l’EDES (Unione Nazionale Greca Democratica), monarchico, che temeva che l’EAM-
ELAS dopo la liberazione avrebbe tentato di prendere tutto il potere. Fu proprio così che iniziò la sanguinosa guerra civile (1946-1949) fra il fronte
comunista e quello monarchico. L’intero territorio interno della Grecia era in mano all’EAM, mentre il legittimo governo di Atene controllava solo le isole,
le zone costiere e poche pianure, solo grazie al supporto dell’esercito britannico. Nel 1946 l’EAM, rifiutandosi di riconoscere la monarchia che si era
appena restaurata ad Atene a seguito di un referendum, riorganizzarono l’ELAS come DSE (Esercito Democratico Greco), proclamando la Repubblica,
un governo clandestino nascosto fra le montagne, con il supporto della Jugoslavia. Il governo provvisorio controllava la maggior parte del territorio
greco e sembrava essere superiore a livello militare rispetto al governo monarchico. Nonostante questo però l’EAM venne sconfitta dalla monarchia, a
causa della sostituzione del loro leader Vafiadis con il più docile Zachariadis e dalla cessazione degli aiuti jugoslavi]
Nato nel 1928, Patrikios ha combattuto contro l’invasore nazista della Grecia, e poi contro la dittatura dei colonnelli (periodo compreso tra il 1967 e il
1974, quando la Grecia venne governata da una serie di governi militari anticomunisti saliti al potere con un colpo di Stato guidato dai colonnelli
Papadopoulos, Makarezos e Ladas). Durante questa dittatura, a causa del suo impegno a Sinistra, viene arrestato, imprigionato e deportato per 3 anni.
La poesia è per lui un modo per convertire tutta la sofferenza e il dolore di quelle esperienze terribili in momenti di riflessione sull’umano, ma anche un
modo per ricercare la verità, cercare di dare risposte, il poeta deve interrogarsi continuamente. La poesia di Patrikios non è una poesia di matrice
politica (per lui la poesia non può rovesciare regimi), e lui non è un poeta della memoria, perché non vive del ricordo ma il ricordo, di tutti quelli che non
ce l’hanno fatta e sono scomparsi, è il punto di partenza per andare avanti. La poesia è testimonianza, rimedio all’oblio, esortazione al ricordo dei
compagni uccisi durante l’occupazione nazifascista e del dolore che un popolo intero ha dovuto sopportare.
Anche il mito antico diventa punto di partenza. Le sue sono “parole nude” perché la sua è parola quotidiana, scarna, cruda, nuda come il suo sentire,
come il suo dolore dinanzi alla perdita e il suo stile è sobrio ed essenziale.
1) Due persone pag. 35
Elemento autobiografico, cioè Patrikios si riferisce a quando venne deportato, ma non si limita a parlare della sua condizione ma anche di quella di
un’altra persona, che simboleggia un intero popolo che ha dovuto sopportare grandi sofferenze durante l’occupazione nazifascista, una persona che
aveva dei sogni, proprio come tutti quelli che sono stati uccisi o che sono sopravvissuti ma porteranno sempre con sé il ricordo di quella sofferenza.
2) Abitudini dei detenuti pag. 37
La poesia contiene un elemento autobiografico perché si riferisce al periodo in cui il poeta venne imprigionato e deportato. La natura è il tema centrale
della poesia, ma è una natura che diventa un’entità a sé stante che subisce un processo di personificazione, diventa animata. Infatti, si dice che il sole
indossava un pigiama sporco dell’ospedale, riferendosi al fatto che la natura inizia a riflettere la condizione del poeta, imprigionato, e di tutti i detenuti.
3) Le parole nude pag. 49
Le parole che lui usa nelle sue poesie sono parole nude, crude, perché “mostrano le ossa”, la “anatomia delle cose quotidiane”, vanno in profondità,
scavano nella quotidianità pur essendo parole apparentemente scarne, semplici. Questa breve poesia quindi può essere vista come un riassunto della
poetica di Patrikios.
4) Debito pag. 45
È una poesia molto intima in cui il poeta riflette sugli orrori della guerra. E in mezzo a tante guerre, processi, morte il poeta capisce che la sua vita è un
dono della fortuna, cioè è scampato alla morte per pura fortuna, ma può anche essere vista come furto dalla vita altrui, infatti il proiettile che non ha
colpito lui ha colpito un altro uomo che ha perso la vita al posto suo. Alla fine, emerge la necessità di non dimenticare, infatti il poeta dice che tutto il
tempo che gli resta deve essere dedicato al racconto di tutti coloro che hanno perso la vita, quindi è forte il desiderio di dare voce a chi una voce non
ce l’ha più.

MARKARIS – La balia
Kostas Charitos è un commissario della polizia di Atene, e si trova in vacanza a Istanbul con la moglie Adriana e una comitiva di greci per riprendersi
dalla delusione del matrimonio della figlia Caterina, che ha deciso di sposarsi in comune e non in chiesa, deludendo genitori e suoceri. La vacanza però
viene interrotta. Charitos viene contattato da uno scrittore della comunità dei romei (i greci che vivono ad Istanbul), preoccupato per le sorti della sua
balia novantanne, partita dalla Grecia giorni prima e mai arrivata in Turchia. Inizialmente il commissario decide di tenersi ben lontano dalla strana
storia, ma alla fine decide di collaborare con la polizia turca. Il commissario Charitos decide di chiamare un suo vecchio collega, commissario proprio a
Drama, il paesino da cui era partita Maria. L’uomo gli comunica che il fratello di Maria, Ioannis, era appena stato trovato morto. Secondo il medico
legale l’uomo era morto da circa sei giorni, avvelenato con un insetticida che era stato mescolato all’impasto di una tyròpita, una torta salata a base di
feta. Ben presto si scopre che era stata proprio Maria a compiere una serie di omicidi utilizzando sempre la stessa modalità, cioè avvelenando queste
torte salate. Assieme al collega turco-tedesco Murat, Charitos inizia ad indagare all'interno della minoranza romea rimasta a Istanbul, seguendo le
tracce della vecchia Maria Hambou. Alla fine, si scopre che la signora Maria, sapendo di essere vicina alla morte a causa di un cancro, aveva deciso di
dare un senso alla sua durissima vita fatta di abbandoni, solitudine e sfruttamento attraverso una missione: fare giustizia contro quelle persone che, in
modi diversi, nel corso del tempo avevano commesso azioni terribili verso di lei e premiarne altre, che hanno mostrato pietà e gentilezza. Così, il primo
morto è l'odioso fratello, che non si è mai curato di lei, abbandonata dai genitori, ma che l’aveva chiamata a vivere con sé per essere accudito, e che in
più la picchiava. Oppure il secondo cadavere è una donna vecchissima, una parente che l'aveva tenuta in casa quando i genitori l'avevano
abbandonata, per mandarla a lavorare e poi rubarle i soldi che guadagnava.
Non si tratta solo di un romanzo giallo, ma emerge una importante riflessione su cosa vuol dire far parte di una minoranza. Infatti, da una parte si parla
della minoranza turca emigrata in Germania (come Murat) e della minoranza greca in Turchia (i Romei, di cui anche Markaris stesso faceva parte). I
romei furono vittime di un evento tragico che avvenne a Costantinopoli (così continuavano a chiamare Istanbul i greci) tra il 6 e il 7 settembre del 1955,
cioè il progrom. Il progrom di Istanbul fu un saccheggio premeditato e tollerato dalle autorità, diretto principalmente contro la minoranza greca della
Città, composta da circa 100.000 persone. Alcuni morirono, altri rimasero gravemente feriti e tantissime proprietà greche vennero saccheggiate.

Z - L’orgia del potere


Il film è ambientato nel 1963 in un non specificato paese dell'Europa mediterranea retto da una dittatura pseudodemocratica. Sebbene nel film non
vengano date indicazioni evidenti ma solo qualche indizio (per esempio un cartello pubblicitario Olympic e alcune scritte con caratteri non latini) si tratta
chiaramente della Grecia. In questo paese un deputato pacifista appartenente all'opposizione parlamentare dopo una riunione a favore del disarmo
nucleare rimane gravemente ferito alla testa, apparentemente perché investito da un furgoncino, in realtà perché un estremista di destra, nascosto nel
veicolo stesso, gli ha inferto una violenta bastonata alla testa. Ricoverato in ospedale, il deputato muore e si scopre che la sua morte non era stata
causata da un incidente ma da un violento colpo sul cranio. Per un caso fortuito, il conducente del furgoncino viene arrestato: si apre il processo, ma
l'unica responsabilità che sembra si possa addossare all'uomo (e al compagno che era con lui) è di aver guidato in stato di ubriachezza. Il magistrato
incaricato del caso non è però dello stesso avviso e decide di indagare. Con l'aiuto di un testimone volontario e di un giornalista, il magistrato scopre la
verità: il complotto è stato preparato dalla polizia che si è servita, per attuarlo, di un'organizzazione di estrema destra. Il magistrato allora accusa il
conducente del furgoncino e il suo compagno di omicidio premeditato, accusando anche il capo della polizia, i suoi collaboratori e alti ufficiali
dell’esercito, coinvolti nella morte del deputato pacifista e nel tentativo di far sembrare la sua morte un incidente. Improvvisamente però muoiono vari
testimoni in modo sospetto, i due assassini vengono puniti con una condanna molto leggera e i poliziotti vengono assolti. Il Governo, coinvolto nello
scandalo, si dimette ma poco prima delle nuove elezioni avviene un colpo di stato che porta ad una feroce dittatura di destra, la famosa dittatura “dei
colonnelli”, che sopprime ogni tipo di libertà nel paese.
Il titolo del film “Z” si riferisce alla lettera greca che veniva scritta per protesta sui muri per ricordare un evento realmente accaduto, cioè l’uccisione del
deputato Gregoris Lambrakis nel 1963.