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Wittgenstein, Ricerche filosofiche

98. Da un lato è chiaro che ogni proposizione del nostro linguaggio ‘è in ordine cosí com’è’. Vale a dire: non ci
sforziamo di raggiungere un ideale: come se le vaghe proposizioni che usiamo comunemente non avessero ancora un
senso del tutto ineccepibile e noi dovessimo ancora costruire un linguaggio perfetto. – D’altra parte sembra chiaro questo:
che, dove c’è senso, là dev’esserci ordine perfetto. ______ L’ordine perfetto deve dunque essere presente anche nella
proposizione piú vaga.

100. «Se nelle sue regole c’è alcunché di vago non è certo un giuoco». – Ma è proprio vero che in tal caso non è
un giuoco? – «Forse lo chiamerai giuoco, ma in ogni caso non si tratta di un giuoco perfetto». Vale a dire: in questo caso
è un giuoco impuro, e a me, per il momento, interessano quei giuochi che non siano stati contaminati. – Ma voglio dire:
Qui fraintendiamo l’ufficio cui l’ideale adempie nel nostro modo di esprimerci. Cioè: anche noi lo chiameremmo un
giuoco; soltanto, siamo abbagliati dall’ideale, e perciò non riusciamo a vedere chiaramente l’applicazione effettiva della
parola «giuoco».

101. In logica – vogliamo dire – non può esserci nulla di vago. Ora viviamo con quest’idea: che l’ideale ‘deve’
trovarsi nella realtà. Invece non si vede ancora come vi si trovi, e non si comprende la natura di questo «deve». Crediamo
che debba essere conficcato nella realtà; infatti crediamo di scorgerlo già in essa.

103. L’ideale, nel nostro pensiero, sta saldo e inamovibile. Non puoi uscirne. Devi sempre tornare indietro. Non
c’è alcun fuori; fuori manca l’aria per respirare. – Di dove proviene ciò? L’idea è come un paio di occhiali posati sul naso,
e ciò che vediamo lo vediamo attraverso essi. Non ci viene mai in mente di toglierli.

105. Quando crediamo che quell’ordine, l’ideale, si debba trovare nel linguaggio che effettivamente usiamo, ci
sentiamo insoddisfatti di ciò che nella vita quotidiana si chiama «proposizione», «parola», «segno».

La proposizione, la parola, di cui tratta la logica, dev’essere qualcosa di puro e di nettamente profilato. E noi ci
rompiamo la testa sull’essenza del vero segno. – È forse la rappresentazione del segno? O la rappresentazione nel
momento presente?

106. Qui è difficile tenere, per cosí dire, la testa in su – vedere che dobbiamo restar fermi alle cose del pensare
quotidiano e non imboccare la strada sbagliata, dove ci sembra di dover descrivere estreme sottigliezze, che tuttavia non
saremmo affatto in grado di descrivere con i nostri mezzi. È come se dovessimo aggiustare con le nostre dita una ragnatela
lacerata.

107. Quanto piú rigorosamente consideriamo il linguaggio effettivo, tanto piú forte diventa il conflitto tra esso e
le nostre esigenze. (La purezza cristallina della logica non mi si era affatto data come un risultato; era un’esigenza.) Il
conflitto diventa intollerabile; l’esigenza minaccia a questo punto di trasformarsi in qualcosa di vacuo. – Siamo finiti su
una lastra di ghiaccio dove manca l’attrito e perciò le condizioni sono in certo senso ideali, ma appunto per questo non
possiamo muoverci. Vogliamo camminare; dunque abbiamo bisogno dell’attrito. Torniamo sul terreno scabro!

108. Riconosciamo che ciò che chiamiamo «proposizione», «linguaggio», non è quell’unità formale che
immaginavo, ma una famiglia di costrutti piú o meno imparentati l’uno con l’altro. ______ Che ne è allora della logica?
Qui il suo rigore sembra dissolversi. – Ma in questo caso essa non svanisce del tutto? – Come può infatti la logica perdere
il suo rigore? Non di certo mercanteggiando perché ceda una parte del suo rigore. – Il pregiudizio della purezza cristallina
può essere eliminato soltanto facendo rotare tutte quante le nostre considerazioni. (Si potrebbe dire: La considerazione
dev’essere rotata, ma attorno al perno del nostro reale bisogno.)

La filosofia della logica parla di proposizioni e di parole in un senso per nulla diverso da quello in cui ne parliamo
nella vita quotidiana […] Parliamo del fenomeno spazio-temporale del linguaggio; non di una non-cosa fuori dello spazio
e del tempo. [Scolio: Soltanto che di un fenomeno ci si può interessare in modi differenti]. Ma ne parliamo come parliamo
dei pezzi degli scacchi quando enunciamo le regole del giuoco, e non come quando descriviamo le loro proprietà fisiche.

La domanda «Che cos’è, propriamente, una parola?» è analoga alla domanda: «Che cos’è un pezzo degli
scacchi?»