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Trascrizione a cura di Cooperatores-Veritatis.

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Conferenza di presentazione del libro


“Esortazione o rivoluzione? Tutti i problemi di Amoris Laetitia”
alla presenza dell’autore Stefano Fontana
e moderato da Julio Loredo
Milano, 20 maggio 2019
Julio Loredo: Vi ringrazio veramente per essere venuti. Oggi ci sono cinque
eventi a Milano, quindi il pubblico ce lo siamo praticamente diviso… perché
due vanno bene, ma cinque sono un po’ troppi… Se fosse stato domani, non
ci sarebbero stati problemi.
Ora, entrando nel tema – che il prof. Stefano Fontana ci illustrerà con molta
autorevolezza e in profondità –: lo stesso papa Francesco ha caratterizzato, o
meglio, ha definito il suo pontificato come “cambio di paradigma”. Cioè non
si tratta di cambiare una finestra, una porta, la facciata, ma cambiare le fonda-
menta. “Paradigma” vuol dire quello, cioè il modello che informa, ciò che dà
forma a tutto il resto.
Quando uno cambia il paradigma, di conseguenza cambia tutto.
(Vi ricordiamo che il sito cooperatoresveritatis ha trattato l’argomento in due
articoli interessanti: qui, Kasper conferma: la Chiesa cambia il paradigma;
ed anche qui, Spieghiamo facile cosa è il paradigma e la vera coscienza -
nota nostra)
Ed ecco che, praticamente già dall’inizio del suo pontificato, si è parlato di una
“nuova Chiesa”. Lui stesso ha detto: “Quello che vogliamo è una rivoluzione
culturale profonda e totale”.
Diversi vescovi molto vicini a lui parlano di cambiare radicalmente la Chiesa.
Addirittura il card. Kasper ed altri parlano di una “nuova Chiesa”.
Quindi tutto questo fa parte di una rivoluzione.

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“Rivoluzione” nel senso tecnico della parola, cioè capovolgimento della situa-
zione ecclesiastica.
Ed è una situazione che ci tocca a noi direttamente, come cattolici. E cattolici
– vorrei sperarlo – non tiepidi, ma cattolici che, almeno, vogliono essere fer-
vorosi. E ci tocca direttamente perché tocca un punto fondamentale del nostro
essere cattolici, che è la fede nel Papato.
Di fronte a questa situazione innegabile, di cambiamenti paradigmatici, qual-
cuno dice: “Bisogna chiudere gli occhi”. Proprio chiudere gli occhi. Altri di-
cono: “Non si può chiudere gli occhi, comunque non dobbiamo parlare”. Altri,
per rispetto, dicono: “Vabbè, magari in privato diciamo due o tre cose, ma in
pubblico non ci va di attaccare il Papa”.
Questa è una posizione perfettamente comprensibile. Anzi, lodevole, nel senso
che sono persone che sentendo che la loro fede magari traballerebbe un po’, se
entrassero troppo in dettaglio nell’analisi di questi cambiamenti, preferiscono
non entrare nel merito di queste cose, di questi cambiamenti.
Ora, per un cattolico un po’ più informato, va detto che la Dottrina cattolica
contempla perfettamente – e da sempre (adesso vi leggerò qualche testo) – la
possibilità di dissentire dai pastori, anche dal Pastore supremo. Senza perciò
perdere la fede e neanche metterla a rischio.
Quindi, partendo da una posizione – e questo è un punto fondamentale – di
una fede incrollabile nel papato, e di una venerazione totale per la figura del
Sommo Pontefice, la stessa Dottrina cattolica ci insegna che non solo possiamo
ma che, ogni tanto, dobbiamo dire la nostra, se quello che noi vediamo arrivare
dall’alto è in contrasto col Magistero della Chiesa.
Questo libro (di José Antonio Ureta, intitolato Il «cambio di paradigma di papa
Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa?, ndt) è un’analisi dei primi
cinque anni del pontificato di papa Francesco – ed è stato presentato a Verona
alla presenza del prof. Stefano Fontana – ad un certo punto, in un capitolo, cita
diversi teologi.
Il primo – sarò velocissimo – è niente meno che San Tommaso d’Aquino:

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«Se quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i
loro prelati anche pubblicamente. Il modo della riprensione conveniente è pubblico e
manifesto perché l’esternazione contestata è stata pubblica e manifesta».
Quindi lo stesso San Tommaso lo dice chiaramente.
San Roberto Bellarmino, grandissimo santo della Controriforma – quindi pro-
prio il momento storico ed ecclesiale in cui si è affermato il papato in polemica,
in contrasto col protestantesimo che lo negava, quindi in una delle auge del
papato – (è lui che scrive un libro sul papato, De romano pontefice), e lui dice:
«Così come è lecito resistere al Pontefice che aggredisce il corpo, così pure è lecito a quello
che aggredisce le anime o che perturba l’ordine civile, o soprattutto resistere a quel pon-
tefice che tentasse di distruggere la Chiesa».
Ve lo ripeto: questo nell’auge della Controriforma, nell’auge dell’esaltazione del
Papato in chiave antiprotestante, in un libro dedicato al Papato, il De romano
pontefice, una delle più note – se non la più nota – delle opere di San Roberto
Bellarmino.
Francesco Suarez, un altro di questo periodo della cosiddetta neoscolastica:
«Se il Papa emana un ordine contrario ai buoni costumi, non gli si deve obbedire: sarà
lecito resistergli».
Victoria, un altro grandissimo teologo spagnolo.
Il cardinale Caetano, nella stessa opera in cui difende la superiorità del Papa sul
Concilio, dice:
«Orbene si deve resistere in faccia al Papa che pubblicamente distrugge la Chiesa».
Questo Victoria… Quando c’era tutta la polemica se il Concilio era superiore
al Papa – cioè se un Concilio può dire una cosa contraria a quella che il Papa
dice con maggiore autorità –, tutti i teologi fecero quadrato intorno al Papa,
specialmente Victoria, che disse: “No, assolutamente. Il Papa è supremo”. Ma, pur
affermando che il Papa è supremo, lui dice questo.

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Cornelio Alapide, un po’ sconosciuto, eppure è uno dei maggiori autori; ha


scritto Commentaria in Sacra Scriptura, 25 volumi di commenti sulla Bibbia; co-
nosceva le Sacre Scritture a memoria; ed è venerabile, in processo di beatifica-
zione.
«Che i superiori possano essere ripresi con umiltà e carità dagli inferiori, affinché la
verità sia difesa, è quando dichiarano Sant’Agostino, San Cipriano, San Gregorio,
San Tommaso… – e fa tutt’un elenco di teologi –. Ai minori è data l’audacia
di resistere senza timori ai maggiori, anche al più alto livello».
Io mi fermo qui. Però vedere che il fatto di poter parlare, con amore, anzi con
venerazione, di queste cose, è cosa pacifica, nell’ambiente teologico. E vi ho
citato teologici che dicono queste cose in opere nelle quali difendono il Papa.
Quindi quell’aforisma ubi Petrus, ibi Ecclesia, va preso un po’ con le molle, o
meglio detto, con conoscenza di teologia. Perché se lo prendessimo alla lettera
– dov’era Pietro durante la Passione? Era fuggito. Dovremmo dire che la
Chiesa aveva tradito? La Chiesa non aveva tradito, la Chiesa era lì: c’era la Ma-
donna, c’era San Giovanni e c’era Nostro Signore Gesù Cristo.
Quindi ubi Petrus, ibi Ecclesia è vero, però va preso con queste sfumature, per
chi conosce bene la teologia.
Detto questo, mi sono dilungato forse un po’ troppo, ma ci tenevo a dire queste
cose per dimostrare come non stiamo assolutamente facendo un atto di ribel-
lione o di mancanza di rispetto. Queste sono cose che, a livello teologico,
hanno posto, perfettamente libere.
Uno degli elementi nei quali questo cambio di paradigma si è verificato con più
forza, è stata l’enciclica (esortazione, ndt) Amoris Laetitia (AL). Con più forza nel
senso che tocca la vita quotidiana di tutti, quando si parla di Comunione ai
divorziati “risposati”, ecc. Tocca la vita quotidiana. Quindi a livello di teologia
morale, a livello della vita sacramentale dei fedeli, quest’enciclica (esortazione,
ndt) ha una portata, un effetto, un’importanza, magari superiore ad un’enciclica
teologica.

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E proprio su quest’enciclica (esortazione, ndt) il prof. Fontana ha scritto un


libro: Esortazione o rivoluzione? Tutti i problemi di Amoris Laetitia.
Stefano Fontana: Signori e signore, grazie di essere qui.
Grazie al dottor Loredo per avermi invitato. L’anno scorso ero già stato ospite
della TFP per la presentazione di un mio libro precedente, La nuova Chiesa di
Karl Rahner, che voleva inquadrare teologicamente, ma in forma divulgativa, la
fase molto problematica che stiamo vivendo.
Poi ho scritto un altro libro, in prosecuzione del primo, intitolato Chiesa gnostica
e secolarizzazione, in cui ho cercato di esaminare alcuni ambiti della vita della
Chiesa di oggi per penetrare in ognuno di essi, nelle difficoltà teologiche che,
mi sembra, si stiano prefigurando.
A quel punto, dopo aver scritto, questi due testi, era logico che io mi apportarsi
un attimo ad esaminare AL, la famosa esortazione apostolica post-sinodale che
papa Francesco ha pubblicato dopo i due sinodi sulla famiglia del 2014 e del
2015.
Quindi, diciamo, è stato un po’ un percorso, un approdo obbligato, perché
quest’esortazione apostolica – devo riconoscere – è un po’ la “cifra” di questo
pontificato.
Credo che si chiedesse a qualche fedele qual è l’atto, il documento, il testo più
indicativo, più significativo – e anche più rivoluzionario – del pontificato, credo
che molti direbbero AL.
Quindi mi s’imponeva quest’esame.
E io l’ho fatto perché prima di tutto questo testo mette alla prova la ragione. E
siccome io sono cattolico anche perché quella cattolica è una fede che non mi
chiede mai di rinunciare alla mia ragione, avevo invece l’impressione che questo
testo un po’ me lo chiedesse.
E in secondo luogo perché questo testo mette alla prova un po’ anche la Dot-
trina della Fede, nel senso che manifesta in modo molto significativo, dal mio
punto di vista, uno scarto rispetto all’insegnamento della teologia morale

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precedente, sintetizzato nella Veritatis Splendor (VS), l’enciclica di Giovanni


Paolo II.
E siccome molti ecclesiastici dicono: “Non si torna indietro da AL”. E molti
teologici dicono, come il prof. Chiodi di Milano, che alla luce di AL bisogna
leggere l’Humanae Vitae (HV) di Paolo VI e tutto il magistero morale, piuttosto
che il contrario, come normalmente dovrebbe essere – cioè l’ultimo docu-
mento letto alla luce della Tradizione e non la Tradizione letta alla luce dell’ul-
timo documento –, questo mi ha provocato in modo considerevole e mi ha
“costretto”, in un certo senso, a esaminare un po’ nel dettaglio.
E devo anticipare una cosa: alla fine mi sono trovato d’accordo con il card.
Kasper e con P. Spadaro, non nel contenuto delle loro posizioni. Ma perché il
card. Kasper ha dichiarato: “AL è solo l’inizio di tutta una serie di cambiamenti che
arriveranno”. E P. Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, ha detto che prima di
tutto è una “rivoluzione comunicativa”, cioè che riguarda il linguaggio. Sono
d’accordo con loro.
Se ci pensate bene, ormai la questione centrale di AL è perfino superata: nes-
suno ne parla più. Era, ve lo ricordo, la famosa questione dell’ammissione alla
Comunione dei divorziati “risposati” che però non potevano accedere alla
Confessione in quanto che non intendevano vivere “come fratello e sorella”.
Poi torneremo sul discorso.
Ma questa questione, oggi, è largamente superata. Perché la Comunione si dà
a tutti e perché ormai l’attenzione – più che l’attenzione –, il punto di equilibrio
si è spostato sul riconoscimento dell’omosessualità e dell’agenda LGBT.
Quindi, quando il card. Kasper diceva: “È solo l’inizio”, aveva ragione. Non
perché avesse Ragione, ma qui aveva ragione.
L’AL è una rivoluzione – come cercherò di mostrarvi –, ma è una rivoluzione
non dichiarata. Nel senso che non dice, non precisa, non definisce nessuna nuova
dottrina… come ogni nuova dottrina dovrebbe essere dottrinalmente formu-
lata.

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L’AL non formula dottrinalmente una nuova dottrina, non dice; ma proprio
perché non dice, finisce a dire molto di più che non se dicesse.
Allora, io mi soffermerei su quattro argomenti.
Però, siccome sono arrivato tardi e vi ho fatto perdere tempo, vi farei lo sconto
di uno, e mi soffermerei su tre argomenti.
1. Il primo è proprio il linguaggio.
2. Il secondo è la discontinuità con la teologia morale espressa nella VS.
3. Il terzo è l’equivoco in cui molti sono caduti, nel periodo di ricezione
dell’AL.
Allora, il problema del linguaggio.
Comincio dal problema del linguaggio perché è veramente centrale. È vera-
mente centrale! C’è un linguaggio nuovo, un linguaggio rivoluzionario. C’è un
linguaggio – secondo me – non adatto al Magistero.
Il Magistero non dovrebbe – non può – esprimersi con questo linguaggio. Però,
dicendo questo, si nota, si registra che è veramente un nuovo linguaggio.
Il linguaggio di AL insinua, accenna, suggerisce, rimanda indirettamente, allude,
suggestiona, ma non precisa nulla.
Ci sono frasi contradditorie, con al centro il “ma”.
«Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò
non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o
alcune conseguenze che da essa derivano» (AL, n. 3).
Tra le due parti della frase, separate del “ma”, non mi sembra che ci sia una
continuità.
Ci sono molte frasi che sono impostate retoricamente con un’estremizzazio-
ne, diciamo così, dei concetti.

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«La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno […]. Nes-
suno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!
[…] Essi […] non devono sentirsi scomunicati» (AL, n. 296.297.299).
“Essi” sono i divorziati “risposati”. Ma quando mai – e chi mai ha considerato
un divorziato “risposato” scomunicato. Gli stessi due predecessori di papa
Francesco – che pure hanno precisato la dottrina morale in materia –, nei do-
cumenti relativi, avevano sempre detto che i divorziati “risposati” devono es-
sere considerati non estranei alla Chiesa, accolti, legittimamente valorizzati –
legittimamente valorizzati –.
Ecco, queste frasi mi sembrano un po’ artici retorici. Non so siete d’accordo.
Cioè l’estremizzazione… ma, concettualmente, non è fondata quest’estremiz-
zazione.
Domande artificiose, senza risposte.
«Nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita ci assicura il futuro
della società. Ma chi si occupa oggi di sostenere i coniugi, di aiutarli a superare i rischi
che li minacciano, di accompagnarli nel loro ruolo educativo, di stimolare la stabilità
dell’unione coniugale?» (AL, n. 52).
La risposta non c’è. Ecco, anche questo è un artificio retorico – o eristico, se
vogliamo dire.
Poi ci sono molte espressioni che sembrano degli slogan. Qualcuna potrebbe
essere, non so, il titolo di un film, però teologicamente sono “impalpabili”, non
sono inquadrabili.
«… pietre morte da scagliare contro gli altri…» (AL, n. 49). Ma la Dottrina e il Van-
gelo non sono «pietre morte da scagliare contro gli altri»! Se io vi dicessi una cosa del
genere – e voi non teneste conto che io sono papa Francesco – … se qualcuno
vi dicessi una cosa di questo tipo, e non sapeste chi sia, che peso dareste ad una
frase di questo genere? Cosa vuol dire?

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Potrebbe essere una “tirata” contro la Dottrina. Una dottrina considerata


astrattamente – come viene detto spesso nell’Esortazione apostolica. Ma la
concezione cattolica della Dottrina non è quella: non è qualcosa di astratto.
«… la morale fredda da scrivania…» (AL, n. 312). Altra famosa frase dell’AL. Che
cosa vuol dire? In un certo contesto può essere una frase suggestiva, con una
certa efficacia, che coglie l’attenzione, però teologicamente è molto difficile da
capire.
Per non parlare dell’«ospedale da campo» (AL, n. 291) …
Oppure «… il confessionale non dev’essere una sala di tortura…» (AL, nota n. 351).
Ma dove, oggi, si trova un prete che intende il confessionale come “sala di
tortura”? Dove?
Capite che sono frasi ad effetto? Sì, ad effetto: bisogna riconoscerlo. Da un
punto di vista comunicativo sono frasi che colpiscono, ma teologicamente
sono deboli.
Questa – su cui tornerò perché è molto importante, riguardando il Sacramento
–: la Comunione «non è un premio per i perfetti» ma il sostegno «per i deboli» (cfr.
AL, nota n. 351).
Qua ci tornerò, però è chiaro che nessuno che si accosta alla Comunione pensa
di essere perfetto, neanche dopo essersi confessato. E nessun sacerdote che dà
la Comunione pensa di darla a un “perfetto”. Nessuno!
Allora è evidente che questa frase rivela una funzionalità di tipo retorico: vuole
suggestionare, alludere e fare riferimenti indiretti a qualcosa che però non viene
detto, non viene esplicitato.
Ci sono frasi allusive. La famosa nota 3291 a cui dedico, insieme alla 3512, un
capitolo del libro.

1 Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 84: AAS 74 (1982), 186. In queste situazioni,
molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere “come fratello e sorella” che la Chiesa offre loro, rilevano
che, se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il
bene dei figli» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 51).
2 In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non

dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013],

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Il famoso paragrafo 84 della Familiaris Consortio (FC)3, che viene ripetutamente


citato nell’AL, ma mai tutto; perché l’ultima frase del paragrafo 84 è quella che
dice che se un divorziato “risposato” si accosta alla Confessione e chiede il
perdono, non può esserci perdono se non c’è il proposito di non ripetere la
situazione per la quale si chiede il perdono. Altrimenti è una contraddizione
anche logica: chiedere il perdono perché ho fatto del male ma senza l’impe-gno
di non fare più quel male. Non può essere!
Allora la FC diceva che la soluzione – e quindi l’accostamento all’Eucarestia –
può esserci se i due (se nel frattempo sono nate altre situazioni per cui non è
più possibile tornare indietro se non facendo altre ingiustizie) decidono di vi-
vere come “fratello e sorella”. Su questo papa Francesco non dice nulla. Non
dice: “Non è più così”, ma mette una nota a piè pagina, la 329, in cui dice «molti»
– e questi “molti” non si sa chi siano – mancando l’intimità sessuale tra la cop-
pia dei divorziati “rispostati”, questo potrebbe impedire la loro “unione”,
quindi favorire, diciamo così, il “distacco”, il non andare più d’accordo, pos-
siamo dire, con gravi danni per i figli. Come dice la Gaudium et spes (GS) in una
frase (n. 51)4. E prende la frasetta della GS5 del Vaticano II decontestualizzata,
che con quel problema non ha niente a che fare, se non per assonanza di parole.
Questo è alludere senza dire.

44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e
un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039).
3 «[…] Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti

sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave
colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista
dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non
era mai stato valido. […] La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione
eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita
contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. [….] La riconcilia-
zione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti
di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione
con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio,
l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di
astenersi dagli atti propri dei coniugi […]».
4 «Il Concilio sa che spesso i coniugi, che vogliono condurre armoniosamente la loro vita coniugale, sono ostacolati da alcune condizioni

della vita di oggi, e possono trovare circostanze nelle quali non si può aumentare, almeno per un certo tempo, il numero dei figli; non
senza difficoltà allora si può conservare la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita. Là dove, infatti, è interrotta l’intimità
della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli: allora corrono pericolo
anche l’educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri. […]» (Gaudium et spes, n. 51)
5 «Là dove, infatti, è interrotta l’intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso

il bene dei figli…».

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Apro una parentesi.


Il vezzo di citare ma non per intero le cose, e decontestualizzare, è ormai molto
frequente. È ormai molto frequente da parte di papa Francesco e da parte della
Santa Sede.
Una curiosità. Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede
che spiega il cambiamento di dottrina sulla pena di morte – la sostituzione del
Catechismo su questo punto – la spiega come “evoluzione della dottrina” e cita
il paragrafo 8 della Dei Verbum (DV), ma non lo cita tutto, ne cita solo una
parte, che potrebbe prestarsi obiettivamente ad un certa interpretazione.
Chiusa parentesi.
Sapete, sempre per rimanere nell’ambito del linguaggio, che la parola “peccato”
nell’AL non c’è, non esiste. Nel testo non c’è mai la parola “peccato”.
La parola “peccato” ha un senso biblico e teologico – credo – insostituibile; fa
parte della Tradizione non solo terminologica, ma anche teologica, per quello
che la parola designa.
Viene sostituita con “fragilità”. Il “peccato” sarebbe solo una “fragilità”.
Ma risulta a tutti la differenza!
Una “fragilità” è una situazione non colpevole. Io sono fragile di salute, per
esempio, oppure economicamente, un altro può essere fragile psicologica-
mente… non è colpa sua.
Ma il peccato richiede l’adesione voluta, il consenso, la consapevolezza e la
responsabilità del soggetto.
Allora, se si sostituisce sistematicamente la parola “peccato” con la parola “fra-
gilità”, si cambia il senso della cosa. E siccome tutti siamo peccatori, tutti siamo
“fragili”, quindi si crea una situazione – si direbbe in filosofia trascendentale –
non dovuta a noi, ma indipendente da noi, che ci rende peccatori. Ma allora la
Chiesa è solo un “ospedale da campo”.

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Se uno è fragile, la Chiesa deve “curare” la sua “fragilità”, non convertirlo. Non
convertirlo! Se uno è fragile in un altro senso, “curerà” questa “fragilità”, come
si cura una ferita, una menomazione; non convertirlo perché non c’è da passare
dal male al bene, né dal peccato alla Grazia – è un passaggio ontologico, è un
passaggio che riguarda l’essere della persona –, ma semplicemente c’è da “cu-
rare” una “ferita” che è dovuta alla situazione esistenziale, alle circostanze che
fondano, diciamo così, la “fragilità”.
Capite che, il cambiamento di parole, implica un grosso cambiamento.
Al convento dei frati minori dove vado io, la parola peccato non c’è più, viene
sostituita ormai sistematicamente dalla parola “fragilità” o dalla parola “debo-
lezza”. I peccati sarebbero delle “debolezze”.
Poi la parola “imperfezione” è molto significativa.
– E concludo col discorso del linguaggio. Poi, nel libro, faccio molti altri
esempi, perché è veramente importante. –
La situazione, chiamiamola di “fragilità” – che è la situazione di peccato (se-
condo il “vecchio vocabolario”) –, specialmente delle coppie che una volta
erano dette “irregolari”, è presentata sempre come un’imperfezione.
Però una cosa imperfetta – penso siate d’accordo con me – non è perfetta, ma
è comunque sulla via della perfezione. Cioè non è negativa, qualcosa di positivo
ce l’ha; sarà magari all’inizio, avrà fatto un primo “passino”, però non la puoi
condannare.
Se riconosci che è un’imperfezione, allora dovrai aiutarla a progredire, cioè a
sviluppare quel anche poco, magari, di positivo che ha. Allora una convivenza
prematrimoniale – naturalmente con attività sessuale – è un “matrimonio imper-
fetto”. Cioè è qualcosa di positivo – magari embrionalmente –, non di negativo.
Un “matrimonio imperfetto” che la cura pastorale della Chiesa non deve condan-
nare – perché non è un peccato –, ma, partendo dagli aspetti positivi che anche
nella convivenza prematrimoniale ci sono – perché se è un’imperfezione qualche
perfezione ce l’ha –, deve far crescere la cosa fino a raggiungere il matrimonio.

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Allora, capite che anche l’utero in affitto è “embrionalmente” una maternità che
avverrà nel matrimonio, quando sarà perfetta tra due persone che si amano e
aperte alla vita. Ma anche la “coppia omosessuale” allora è un “matrimonio in
embrione”. E anche lì bisognerà – e la “pastorale” oggi fa così – non condannare,
ma partire dal positivo che c’è.
Però il positivo che c’è, riguarda la relazione o le persone? Non può riguardare
la relazione, perché la relazione è sbagliata. Ma AL – in quel famoso brano che
è stato considerato sconvolgente – dice che la Grazia di Dio può essere pre-
sente anche nella relazione cosiddetta “irregolare”. Ma se è peccato, come fa
ad essere presente la Grazia di Dio? Il fatto è che non è più peccato: è “fragi-
lità”. E nella “fragilità” passa la Grazia di Dio che si prende cura dei “fragili”,
come si prende cura dei “poveri”, ecc., e li conduce amorevolmente verso il
meglio.
La nota 351 è veramente strabiliante. È stato detto che la nota 351…
Parlo sempre di una nota a piè pagina. Le note a piè pagina sono quelle che
nessuno legge mai. Teniamo presente quest’aspetto, che indica, come dire, una
metodologia un po’ insidiosa, non proprio chiarissima. Un modo di procedere
come quando si firma un contratto e ci sono le paroline microscopiche che
nessuno legge. Uno che presenta un contratto così, non è molto rassicurante.
Molti hanno detto che, in questa nota, papa Francesco ha aperto alla Comu-
nione ai divorziati “risposati” senza la Confessione. Non lo dice, però vediamo
un attimo.
Intanto, un po’ prima, lui dice – cioè al testo a cui si riferisce la nota –, lui dice:
«A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una si-
tuazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in
modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere
nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (AL, n.
305).
Questo è detto nel testo: “… si può vivere in grazia di Dio, si può amare, si può crescere
nella vita di grazia dentro una situazione oggettiva di peccato…”.

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La nota cosa dice?


(Qualcuno del pubblico interviene. Non si sente bene, ma forse sta dicendo che nell’AL non
c’è più la distinzione fra peccato mortale e peccato veniale.)
Ho capito, però il problema non è questo. Sa perché?
Il motivo per il quale la Chiesa nega – o ha sempre negato – l’accesso alla Co-
munione ai divorziati “risposati” non è perché la Chiesa esprima un giudizio
sulla coscienza delle persone, e che li consideri mortalmente peccatori; perché
l’unico giudice della coscienza è Dio. Quindi la Chiesa non dice: “Voi convi-
vete, dopo il divorzio, avete relazioni sessuali: siete peccatori!”. La Chiesa, que-
sto, non lo dice.
Il fatto che non sia permesso l’accesso è dovuto al fatto che quella è una situa-
zione oggettiva e pubblica di peccato.
Quindi il giudizio sulla colpevolezza – chiamiamolo così, per capirci – dei sog-
getti, la Chiesa non l’assume.
Quindi quell’inciso «… che non sia soggettivamente colpevole…», la Chiesa sul fatto
che uno sia soggettivamene colpevole, non può pronunciarsi. È lui che, an-
dando in Confessionale, presenta non solo la sua situazione oggettiva di pec-
cato, la situazione pubblica – che è il motivo per cui la Chiesa gli dice di andarci
–, ma poi aggiungerà, spiegherà anche la sua situazione, la sua storia, le sue
attenuanti – di cui parlavamo prima –, le sue difficoltà, i problemi. E, in Con-
fessionale, il confessore esaminerà tutto ciò.
Quindi, diciamo che l’analisi – esprimiamoci così – della responsabilità sogget-
tiva e personale, quindi dell’intenzione e di tutte le altre componenti che in-
sieme configurano la responsabilità morale, o anche religiosa, è una questione
che non è direttamente connessa con il motivo.
Nella nota 351 si dice che «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una
sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» e che l’Eucarestia «non è un
premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli».

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Allora, uno che legge la nota, mette – anche se la cosa non viene detta – in
collegamento “in una relazione si può vivere in grazia di Dio”, i sacerdoti non devono
infierire, la Comunione non è solo “per i perfetti, ma anche per i deboli”. E siccome
due più due fa quattro, l’accesso sia implicitamente, non dichiaratamente… O
quanto meno è costruito il “quadro” in cui dentro il quale possa essere giusti-
ficato l’accesso.
Tant’è vero che di AL, come sapete meglio di me, sono state fatte molte inter-
pretazioni. Alcuni episcopati l’hanno intesa in un modo – negano l’accesso
all’Eucarestia –, altri episcopati in un altro modo – e lo concedono –. Il caso
più famoso è quello fra la Germania e Polonia, che sono ai confini. Al di là ci
si comporta in un modo, al di qua in un modo diverso. Quindi vuol dire che
non è detto esplicitamente, altrimenti non ci sarebbero queste interpretazioni
diversificate.
Però sapete che il Papa ha anche convalidato un’interpretazione: quella dei ve-
scovi argentini, in una lettera che è stata poi pubblicata negli Acta Apostolicae
Sedis; quindi è, diciamo così, magistero a tutti gli effetti.
Allora qui si assiste ad una cosa – mi permetto di dire – un po’ strana. Cioè il
testo di AL non lo dice.
Come dirò tra un attimo, il card. Caffarra, mons. Livio Melina, il prof. Kampo-
wski, il prof. Spaemann, dicono che il testo di AL non introduce nessuna novità
dottrinale, neanche in questo campo dell’accesso alla Comunione.
I vescovi argentini interpretano il testo inespresso, un testo che sul punto è
inespresso. Il Papa conferma un’interpretazione di un testo che quella cosa lì
non lo dice.
Tant’è vero che il card. Caffara ha detto, ha scritto testualmente: “Se il Papa
avesse voluto che si permettesse l’accesso alla Comunione, l’avrebbe scritto”. Ma qui, il card.
Caffarra è stato molto ingenuo. Perché la caratteristica di AL è di dire senza
dire. Per questo che molti, attenendosi ai criteri tradizionali, non hanno capito.
Perché, attenendosi ai criteri tradizionali, si può dire che in AL non c’è nessuna
novità.

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Ma il card. Kasper ha detto che “non cambia niente – cito testualmente – ma cambia
tutto”. Perché è cambiata la prospettiva.
Allora il card. Caffarra e tanti altri si sono attenuti alla vecchia prospettiva, per
cui quando il Papa insegna qualcosa, lo insegna in un certo modo. Ma ormai
AL testimonia la nuova prospettiva, che consiste nell’aprire processi, nella prassi.
È far emergere la nuova dottrina dalla prassi, dalla pratica, non definendo pre-
ventivamente la nuova dottrina. Questo è l’equivoco – così ho anticipato già
l’ultimo punto che volevo trattare –, l’equivoco principale nella ricezione.
Perché il card. Caffarra – poveretto! – dice: Se il Papa, in aereo, rispondendo
ad una domanda sulla nota 351 ha detto: “Non me la ricordo” … Il card. Caffarra,
nella sua ingenuità, si chiedeva – ma giustamente, a rigor di buon senso –:
“Come posso considerare questo un insegnamento dottrinale?”.
Però, ripeto ancora una volta, il card. Caffarra, secondo me, non ha capito –
perché lui era della vecchia mentalità – che adesso il magistero percorre altre
strade. Altre strade al punto che AL configura anche in modo diverso il ruolo
del Papa, il ruolo magisteriale del Papa. Perché ricordiamoci che il paragrafo 3
di AL dice la Dottrina può essere diversamente interpretata – lo dice testual-
mente –.
E, se vi ricordate, uno dei primi paragrafi dell’Evangelii gaudium (EG) diceva che
non tutte le questioni dottrinali devono essere risolta dal Centro, ma anche le
conferenze episcopali possono dirimere questioni dottrinali. Allora in questo
modo si viene a creare, nella Chiesa cattolica, un pluralismo dottrinale.
La differenza fra la prassi pastorale della Chiesa tedesca e quella della Chiesa
polacca, voi la definireste solo una differenza pastorale? Io la definisco una
differenza dottrinale, perché la nuova prassi presuppone una nuova dottrina.
Ed è questa la strada di AL: aprire nuove prassi – senza dire che si tratta di una
nuova dottrina –, ma prassi che presuppongono una nuova dottrina. Del resto,
ripeto, in EG il discorso di un decentramento dottrinale era stato annunciato.
Mi fermo qui per il discorso sul linguaggio, però ho trattato anche l’ultimo
punto, quello dell’equivoco sulla ricezione.

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L’altro punto contenutistico interessante – e qui sarà molto veloce – è la di-


scontinuità con la VS.
Tutti i teologici, tutti i centri di ricerca ecclesiali (l’Università teologica dell’Italia
settentrionale di Milano di Piazza delle Crociate), dicono che l’AL impone una
revisione completa della teologia morale.
Una revisione completa della teologia morale non può non rivedere la VS di
Giovanni Paolo II; che è il documento più recente di inquadramento della teo-
logia morale, proprio per salvare teologia morale cattolica da certe devianze,
che la VS esprime, sagnala, e dalle quali mette in guardia.
Aperta parentesi interessante. Il recente documento scritto da Benedetto XVI
sulla questione abusi, il quale dice che la teologia morale cattolica ha ancora
bisogna della VS di Giovanni Paolo II, che è un documento – lui dice – fon-
damentale. Beh, io, quell’affermazione lì, a logica, la vedo anche come uno
stop, diciamo così, a quella revisione della teologia morale, su cui invece si sta
orientando la Chiesa cattolica a partire da AL.
Allora, voi che sapete che alcuni cardinali hanno presentato i famosi dubia al
Papa. Tre di questi dubia riguardavano la VS. Cioè, già loro avevano capito che
in AL c’era il pericolo di dare un colpo di spugna a Giovanni Paolo II e alla
VS, e al suo insegnamento morale in modo particolare.
Io, esaminando AL, ho trovato sette punti di discontinuità con la VS – più dei
cardinali. Non so se mi sono sbagliato, se sono più cattivo, oppure se loro si
sono po’ trattenuti e hanno individuato solo i nuclei fondamentali, senza per-
dere troppo tempo.
Ve li elenco molto brevemente.
1) La norma morale divina non è un ideale, ma Dio, Gesù Cristo, ci ha dato
anche delle prescrizioni, cioè degli ordini.
AL, sostanzialmente, è improntata in modo tale da non riconoscere che ci sono
delle prescrizioni a carattere assoluto che Dio ci dà. E, diciamo così, per

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affrontare i quali ci dà la forza della Grazia. Non ci lascia soli. Questo è il primo
punto fondamentale.
Abbiamo detto prima, a proposito della parola “imperfezione”, che l’irregola-
rità dei comportamenti morali viene vista solo un grado perfetto in se stesso,
non completamente perfetto, ma comunque con delle imperfezioni. Questo
deriva dall’intendere come ideale le proposte morali di Gesù Cristo.
Ma diceva il card. Caffarra: “Vorrei vedere io una donna, una sposa, alla quale
io suo sposo le dicesse: ‘Senti, il matrimonio, fra me e te, è un ideale che io
cerco imperfettamente di raggiungerlo’. Il matrimonio è una realtà, non un
ideale!”.
Questo è il primo punto: ideali o prescrizioni?
2) Secondo punto. Il rapporto fra Legge divina e legge naturale.
In AL l’espressione “legge naturale” non c’è mai – “legge morale naturale”. La
VS dedica paragrafi e paragrafi a spiegare che c’è una legge morale naturale a
cui l’uomo ha accesso anche con la ragione. Che però è in relazione con la
soprannatura e le permette di essere veramente se stessa e, allo stesso tempo,
la sviluppa e la perfeziona. Ecco, detto in due parole.
Per esempio, il divorzio… No, scusate, l’adulterio è anche un atto morale che
può essere esaminato dal punto di vista della legge morale naturale, razionale,
non solo dalla Legge positiva divina – che Gesù ha detto «saranno due in una
carne sola» (cfr. Mt 19; Mc 10) – certo quello poi conferma e purifica, rende
addirittura più esigente – la Legge divina – rispetto alla legge morale naturale.
Perché addirittura dice:
«Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma Io vi dico: Chiunque
guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore»
(Mt 5, 27-28).
Quindi radicalizza, perfezionandola, la legge morale naturale. Però la legge mo-
rale naturale vale, va mantenuta. Non è che le Beatitudini (cfr. Mt 5, 3-12) ci
permettano di non seguire più i Comandamenti, che sono anche di legge

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morale naturale. Non è che noi pensiamo di meritare la vita eterna volendo bene
a Gesù, amando Gesù che è nel nostro cuore – come si dice oggi –, e non seguendo le
leggi del Decalogo. Non è possibile! Perché Gesù è il Creatore, quindi è l’autore
della legge morale naturale, non solo di quella Divina positiva.
Allora l’adulterio poteva essere analizzato anche dal punto di vista della ragione.
Però non viene affrontato in questo modo in AL; viene solo considerato, di-
ciamo così, un Precetto divino, o meglio un ideale proposto da Gesù.
3) Terzo punto. L’esistenza di precetti morali naturali negativi.
La VS insisteva molto suoi cosiddetti intrinsece mala, cioè azioni sempre malvage,
che nessuna intenzione buona può, diciamo così, legittimare; che non sono mai
da fare, in qualsiasi situazione.
L’AL non solo non riprende questa Dottrina, però con la sua concezione di
peccato come “fragilità”, evidentemente, qualcosa di assolutamente negativo
che non si debba mai fare, privo di attenuanti, non si possa fare.
4) Quarto punto. Il ruolo della coscienza.
La coscienza, per la VS, non crea mai la norma morale, ma la applica – la riceve
e la applica; la conosce e la applica. La applica anche in modo “creativo”. Non
prendete “applicazione” come qualcosa di automatico, di meccanico, di pas-
sivo. Ma la applica, non la crea.
In AL, anche se dottrinalmente non è che si dica l’opposto, però dall’interpre-
tazione del testo, si capisce invece che la coscienza ha anche un valore creativo.
Volete una prova? Per l’accesso alla Comunione, secondo le disposizioni scritte
e stabilite da molte conferenze episcopali, l’ultima decisione è della coscienza
del soggetto implicato. Quindi, nella concezione della relazione tra la norma e
la coscienza, c’è – in AL – un’iper-valutazione della coscienza, che va a danno
del corretto equilibrio tra questi due elementi.
5) Distinzione fra peccato mortale e peccato veniale.
Questo è un altro punto interessante. A parte il fatto che, almeno a me sembra
– l’ho letta ma potrebbe essermi sfuggita –, la parola “peccato” non c’è.

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Quindi non si parla né del peccato mortale, né del peccato veniale. Probabil-
mente si accenna con altri termini, però la distinzione tra i due sparisce e sem-
bra – almeno questa è una mia interpretazione – che esistano solo i peccati
veniali. Perché essendo che tutto dipende dalla situazione in cui uno si trova, e
dai condizionamenti della situazione, che sono attenuanti, può esserci solo il
peccato veniale, non il peccato mortale, che non ammette attenuanti.
6) Altro punto. L’aiuto della Grazia al credente.
Due persone divorziate “risposate” che decidono di “vivere come fratello e
sorella”, ce la fanno? Leggendo AL, per quel dubbio insinuato nella nota 329,
sembrerebbe di no. Ma con la Grazia tutto è possibile. Questa è la diversità
d’impostazione della VS. Con la Grazia tutto è possibile.
«L’osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, diffici-
lissima: non è mai però impossibile» (VS, 102).
Questo è un altro punto.
7) L’ultimo punto è il concetto di misericordia.
L’AL insiste molto sul fatto che nessun peccato può cancellare la misericordia
di Dio. Però nella VS si insisteva molto di più nel dire che la misericordia di
Dio dà la forza di non peccare. E c’è tutta l’interpretazione del brano dell’adul-
tera (cfr. Gv 8, 1-11) che i due documenti leggono in maniera diversa.
Concludo. Mi sarebbe piaciuto anche mostrarvi come, secondo me, AL è stata
progettata, programmata nei minimi particolari, fin da quando è stato designato
il card. Kasper a tenere la lezione ai cardinali nel febbraio 2014 in vista del
doppio sinodo. Da allora, a quando è uscita – non ho tempo per farvi la croni-
storia dei fatti –, è plausibilissimo pensare che tutto sia stato programmato,
progettato e condotto avanti con grande scientificità e con grande coerenza.
L’altro tema – ne ho già accennato – è quello della ricezione che sta in
quell’equivocità, per cui i vescovi dell’Emilia-Romagna hanno chiamato “rela-
zioni coniugali” le relazioni tra conviventi, per esempio. Perché l’altro aspetto

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è che il discorso del linguaggio non è che finito con l’AL, ma continua. Cioè
c’è un uso del linguaggio ispirato da AL che, ormai, è diventato comune.
L’ultimo paragrafo del mio libro s’intitola così: L’ultima esortazione apostolica. Che
sia l’ultima esortazione apostolica di un certo tipo, che sia l’ultima esortazione
apostolica di un altro tipo, poco cambia. Perché qui è cambiato qualcosa di
grosso.
Gianni Baget-Bozzo diceva: “Dopo il Concilio Vaticano II pastorale, nessun papa si
azzarderà più a convocare un concilio dottrinale o dogmatico”. Io dico: “Dopo AL – non
voglio essere troppo negativo dicendo nessun papa – può essere che sia difficile, per
i nuovi pontefici, ritornare alla vecchia concezione di esortazione apostolica”. Ovvero que-
sta: i vescovi se la dicevano per mesi, ecc., però davano poi in mano al Papa i
loro risultati, e il Papa faceva un documento dottrinale. Per questo vi dicevo
che anche la figura del papato, con AL, rischia di cambiare.
Grazie mille.
Julio Loredo: Ecco, come avete visto, è stato un assaggio del libro. E mi au-
guro che lo prendiate.
Comunque, c’è una cosa interessante da sottolineare. Un documento pontificio
non è mai una cosa per le nuvole, non è mai qualcosa fatto per gli angeli. È il
documento di un Pastore che incide direttamente nella vita concreta delle sue
pecorelle.
Quindi un documento pontificio va visto anche nel contesto del processo sto-
rico nel quale s’inserisce. Per esempio l’enciclica…
Scusate, parentesi. Prima ho commesso un lapsus chiamando l’AL enciclica: è
un’esortazione apostolica. Mea culpa.
L’enciclica – questa sì – Pascendi Dominici Gregis, di condanna al modernismo, di
San Pio del settembre 1907, oltre al contenuto strettamente dottrinale, cioè al
testo, evidentemente aveva un senso di condanna a quella tendenza storica,
affinché non andasse – come poi è andata – verso l’eresia.

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Anche qui l’AL ha un senso non soltanto del testo, ma anche come “cala” nella
realtà concreta, oggi; nella quale realtà concreta c’è evidentemente un “ura-
gano” rivoluzionario in senso liberale, in senso libertario, in senso ugualitario,
di rompere qualsiasi norma morale, ecc. Come suona un documento di questo
tipo, in un ambiente come quello di oggi? Ecco, questo è l’aspetto pastorale
che diventa un aspetto essenziale, importantissimo del documento.
Detto questo, se ci sono delle domande, approfittiamo della presenza del prof.
Stefano Fontana.
Prima domanda: Quello che vedo è una consecutio da Paolo VI fino ad oggi. Perché
Paolo VI incomincia un po’ ad introdurre il principio mondano anche nella morale sessuale.
Poi anche Giovanni Paolo II si focalizza molto sull’amore umano. E poi si arriva a questo.
C’è una consecutio: non possiamo negarlo. Non le pare?
Stefano Fontana: La domanda è enorme, perché richiederebbe di ripercorrere
gli ultimi pontificati.
Io dico questo: da Paolo VI ci sono stati elementi di continuità, secondo questo
filone, che ha condotto a AL, però ci sono stati anche in Giovanni Paolo II e
Benedetto XVI molti elementi in cui questo processo è stato trattenuto.
Qui non ho il tempo, ma Benedetto XVI può essere – anzi, deve essere – in-
terpretato anche in questo senso. Non che completamente si sia risolto il pro-
blema: è stato un trattenimento. Credo che la situazione di adesso sia diversa.
Sia tale per cui ogni trattenimento di un processo di secolarizzazione, chiamia-
mola così – di sintesi, per capirci –, non è più trattenuto, ma è promosso. Ed è
promosso dai vertici della Chiesa.
Seconda domanda: Ma alla fine moriremo cattolici? Cioè, nella Chiesa ormai ci sono
due “anime”, ma un corpo non può avere due anime. Cioè i due “orientamenti” si elidono,
si contraddicono, ma non si sovrappongono. E noi che vogliamo rimanere fedeli all’insegna-
mento della Chiesa di sempre, come dobbiamo comportarci?
Stefano Fontana: Noi dobbiamo sforzarsi di morire cattolici. E per cercare di
fare questo, bisogna che comprendiamo bene che cos’è – anche qui ci sarebbe
un percorso enorme – il senso della Tradizione a cui dobbiamo rimanere legati.

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Perché la Tradizione è la Dottrina, ma è anche il culto, ma è anche la vita della


Chiesa. E la Tradizione ha sempre dato ai fedeli, in ogni momento della storia,
tutto quello di cui loro avevano bisogno per la salvezza. E se qualcosa non lo
dava in un campo – per esempio l’esplicitazione dottrinale di certe cose –, lo
dava però nella vita dei santi, lo dava nella liturgia. In ogni momento storico,
la Chiesa dà ai fedeli tutto ciò di cui hanno bisogno per la salvezza. Noi dob-
biamo tenerci legati a questa visione e a questa concezione.
E avere il coraggio, come diceva il dottor Loredo all’inizio, di fare la nostra
parte, quando questa visione della Tradizione viene stravolta e viene deformata.
Anche se viene stravolta e deformata dagli alti livelli della Chiesa. Perché altri-
menti sarebbe come dire che nella Chiesa – che nella Tradizione c’è un’evolu-
zione, che la Chiesa può insegnare oggi quello che ieri vietava, o impedire oggi
quello che ieri insegnava, come sta accadendo in questo momento.
Io dirigo un osservatorio di Dottrina sociale della Chiesa, e non possiamo più
fare le nostre scuole non perché noi… – noi le facciamo lo stesso – ma perché
ci vengono impedite. Perché dire quello che dicevano cinque anni fa, adesso è
assolutamente impossibile. A questa situazione dobbiamo reagire.
Io non ho toccato un argomento interessante: la dogmaticità di AL. Non è dog-
matica, non dice niente, dottrinalmente parlando, eppure è dogmatica. Voi pro-
vate a criticare AL in qualsiasi contesto ecclesiale, parrocchiano, diocesano, o
quel che sia, e sarete… scomunicati! Cioè il testo che dice che non bisogna
scomunicare questo o quello, vi scomunica, se voi lo contestate. È il nuovo
dogmatismo della prassi, chiamiamola modernista, che, a suo modo, è dogmatica
molto più rigida che non i dogmi veri e propri.
Dobbiamo rimanere legati a questa concezione di Tradizione, che è la tradi-
zione della vita della Chiesa di sempre. E continuerà sempre, anche in futuro,
nonostante questi tempi di smarrimento e di difficoltà.
Terza domanda: Io mi soffermerei su un discorso del Papa ad un convegno sul movimento
carismatico, un paio di anni. Mi è capitato di vederlo. Ha detto… cioè anziché preoccuparsi
del movimento carismatico cattolico, ha parlato delle differenze fra i protestanti, e ha detto a
loro – non so come potesse interessa a loro –, per dieci minuti buoni di discorso, che i teologi

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stanno lavorando – non so quali teologi – e che le differenze fra cattolici e protestanti verranno
eliminate. La mia domanda è: verranno eliminate perché noi non andremo più a ricevere il
Corpo e il Sangue di Cristo, ma andiamo a ricevere una “memoria”, oppure verranno elemi-
nate perché loro verranno a ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo?
Stefano Fontana: Che la Chiesa cattolica si stia protestantizzando mi sembra
evidente. C’è stata tutta un’influenza della teologia protestante e della filosofia
protestante sulla teologia e sulla filosofia cattolica. E credo che anche questo
sia verissimo. Bisognerebbe dimostrarlo ma non c’è tempo.
Quindi, tra le due soluzioni, i due sbocchi che lei prefigurava, andando avanti
con questa logica, è quella a favore dei protestanti, non quella a favore dei cat-
tolici che si avvera.
Il motivo per cui il Papa dice questo è che lui dice sempre che bisogna cercare
ciò che si unisce e non ciò che ci divide. Però con i protestanti ci divide Cristo.
Non è che ci dividano cosa marginali o secondarie, ci divide la visione e la
concezione di Cristo.
Quindi bisogna recuperare anche ciò che ci divide. Perché ciò che ci divide,
identifica l’identità. E le identità sono diverse appunto perché una non l’altra.
Se poi estendiamo il discorso, volevo ricordare anche la famosa dichiarazione
di Abu Dhabi di papa Francesco, in cui lui ha firmato una frase secondo cui
Dio ha voluto tutte le religioni, vuole tutte le religioni. L’arcivescovo Schneider
ha scritto al Papa, chiedendo di precisare dottrinalmente questa faccenda, per-
ché è grave. Il Papa gli ha risposto, sempre per lettera, dicendo che lui l’ha
precisata in un Angelus domenicale. Precisando che, per volontà di Dio, lui in-
tendeva la volontà con cui Dio le permette, cioè la volontà permissiva. Le vuole,
ma non le vorrebbe… L’arcivescovo Schneider ha chiesto un’ulteriore precisa-
zione, perché questa faccenda qua è piuttosto grave, se lasciata così.
Quindi il discorso del dialogo con i protestanti potremo anche estenderlo al
discorso con le altre fedi religiose, su cui c’è attualmente una confusione di
notevole portata.

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Julio Loredo: Visto l’orario, chiuderei. Vi leggo un paragrafo di Plinio Corrêa


de Oliveira, non senza però ringraziare veramente con tutto il cuore il prof.
Fontana, che ci promettiamo di invitare un’altra volta.
Io chiudo comunque con queste frasi che danno un po’ il tocco finale a tutto
questo. Tutte queste parole, tutte queste analisi, anche queste critiche – perché
sono state tali, fondate, però critiche – sono dettate da un profondissimo amore
per la Chiesa.
Chi non ama la Chiesa – scusate la banalità – se ne infischia. Chi ama la Chiesa,
analizza quello che sta succedendo e, nella sua coscienza, davanti a Dio, va
avanti per i cammini, per le vie della Tradizione, che hanno 2000 anni, come il
prof. Fontana dice.
In dubbio, Tradizione, perché è la via sicura.
Queste sono le parole del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, il fondatore della
TFP, a conclusione di un omaggio che gli abbiamo (fatto) – perché c’ero
anch’io – nel giugno del 1978, all’anniversario del suo Battesimo, quindi del
momento in cui è entrato a far parte della Santa Chiesa. Lui disse – rispondendo
all’omaggio che gli era stato fatto –:
«Io vorrei che lorsignori amassero la Santa Chiesa Cattolica come io la amo. Amici
miei, in questa sala vi sono persone che conosco da trent’anni, da più di trent’anni... io
calcolo male i tempi e le distanze... che conosco forse da più di mezzo secolo! A tutti,
continuamente, io non ho fatto altro che dire: Amate la Santa Chiesa Cattolica Apo-
stolica Romana! [piange] Quella Chiesa che io amo tanto, che sono perfino incapace di
parlarne senza commuovermi. Al solo pronunciare il suo nome, sono incapace di ester-
nare il mondo di lode e d’amore che esiste nella mia anima. [piange] Qualcuno potrebbe
affermare: lo dice in un momento di commozione. Questo atteggiamento della mia anima
nei confronti della Chiesa non è affatto transitorio. Certo, questo è un momento di
commozione. Ma questo è il mio atteggiamento di tutti i giorni, di tutti i minuti, di tutti
gli istanti: cercare con lo sguardo la Chiesa Cattolica per essere permeato dal suo spirito,
per averla dentro di me. E, anche se Essa dovesse essere abbandonata da tutti gli uo-
mini, nella misura in cui ciò fosse possibile senza che cessasse d’esistere, io vorrei averla
totalmente nella mia anima. Vorrei vivere soltanto per la Chiesa. Sicché, al momento

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della mia morte, io possa dire: Veramente, fui un uomo cattolico, tutto apostolico, ro-
mano, romano, romano!».
Infatti il suo epitaffio è: Fuit vir Catholicus, Apostolicus, plene Romanus (fu un uomo
cattolico, apostolico, pienamente romano).
Detto questo, perché l’ho detto? Perché questo è il nostro atteggiamento. E
finché ci saranno cattolici che abbiano la Chiesa nel loro cuore, la Chiesa ci sarà
sempre. Ha la promessa dell’indefettibilità, quindi la Chiesa… le porte dell’in-
ferno non prevarranno contro di Essa.
Quindi, qualcuno [del pubblico, ndt] ha detto, speriamo di andarcene prima
che finisca: non finisce! Punto. Quindi fiducia, fiducia, fiducia. Sempre avanti.
Di nuovo al prof. Fontana: Grazie mille.
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