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Testo originale che Cooperatores-Veritatis.org pubblica per gentile concessione del professor Roberto de Mattei.

Presentazione del libro di José Antonio Ureta


“Il cambio di paradigma di Papa Francesco. Continuità o rottura con la missione
della Chiesa?”
Roma, 29 novembre 2018
Intervento di Roberto de Mattei
Il tema di cui parliamo è di enorme importanza e voglio sottolinearlo.
In genere, amiamo parlare di ciò che costituisce la nostra preoccupazione primaria. Una
madre è spinta dalla sua natura a parlare dei propri figli, perché rappresentano il bene a lei
più caro, e se non ne parla, comunque non li rimuove mai dal suo pensiero.
C’è chi parla e pensa solo alla propria salute, quella fisica si intende, perché oggi abbiamo
dimenticato di avere un’anima.
C’è chi parla solo di alimentazione, perché in ultima analisi l’uomo è ciò che mangia e il
cibo diviene l’ultimo orizzonte del proprio interesse.
Questi sono gli argomenti di conversazione più diffusi, assieme al calcio, che è il modo
ordinario con cui gli italiani, e non solo loro, evadono dalla realtà.
Di politica non si parla più con la passione di una volta, perché si è perso il senso del bene
comune.
E poco o nulla si parla della Chiesa, e dei suoi problemi. In Italia l’uomo medio è refrattario
a questi argomenti, questi temi lo annoiano e talvolta lo indispongono, perché vive im-
merso nell’ateismo pratico.
È finita l’epoca dell’ateismo militante, dell’anticlericalismo acceso. L’ateismo è entrato nel
nostro sangue e circola nelle nostre vene, come conseguenza di un’opera di sistematica
secolarizzazione della società, prospettata e attuata alla nuova sinistra gramsciana.
Per questo mi complimento con i promotori di questa conferenza che conferma l’esi-
stenza di un resto d’Italia ancora immune dal secolarismo ancora vivo. Manifestiamo con
la nostra presenza di essere spiritualmente e culturalmente vivi, di non essere stati soffocati
dal miasma venefico della secolarizzazione e questo costituisce un motivo di speranza sul
nostro futuro.
Un futuro che il libro di José Antonio Ureta, Il “cambio di paradigma” di Papa Francesco, con-
tribuisce ad illuminare. Apprezzo la sua opera per due ragioni fondamentali.
La prima è che esso ci offre un bilancio sintetico, ma chiaro e preciso, di ciò che papa
Francesco ha fatto e detto nei suoi cinque anni del pontificato.
Questo quadro è inquietante e costituisce, come propone l’autore, un “cambio di para-
digma” cioè una discontinuità con gli usi, i costumi, le istituzioni, il Magistero della Chiesa
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di sempre. Un cambio di paradigma che forse non è evidente nei singoli gesti e discorsi di
papa Francesco ma che appare inconfutabile se si considerano questi gesti e questi atti nel
loro insieme, nel quadro di cinque anni di pontificato
Forse c’è qualcuno a cui è bastato un “buonasera” o un “chi sono io per giudicare” per intuire
che qualcosa non andava, ma la maggioranza dei cattolici ha accettato papa Francesco
senza porsi troppi problemi, e rifugge dall’affrontare un dibattito sulle conseguenze del
suo pontificato. Questo libro è importante soprattutto per mostrare la realtà a chi non
vuole vedere, a chi vuole dimenticare, a chi vuole minimizzare, a chi vuole autoconvincersi
che tutto si svolge in maniera normale e ordinata.
Ma la seconda ragione per cui questo libro è importante è che se i primi nove capitoli ci
offrono un esaustivo bilancio del cambiamento di paradigma, le ultime venti pagine, il
decimo capitolo e la conclusione ci suggeriscono come comportarci in questa drammatica
situazione. La soluzione che Ureta ci offre è una soluzione equilibrata.
Quando siamo sottoposti a forti tensioni è facile perdere l’equilibrio. Una delle virtù più
necessarie nella attuale situazione di crisi nella Chiesa è l’equilibrio. L’equilibrio è necessa-
rio per stare in piedi. Chi perde l’equilibro cade, chi sta in piedi resiste e oggi è impossibile
resistere senza l’equilibrio.
L’equilibrio è, potremmo dire, con la pazienza, la virtù dei forti.
L’equilibrio è una prudente fortezza, o una forte prudenza. Chi agisce in maniera impa-
ziente, squilibrata, disordinata, si allontana dalla verità e dalla vera pace interiore, che è la
tranquillità nell’ordine.
Manifesta squilibrio chi dice: “Preferisco ingannarmi con il Papa che avere ragione senza
di lui”. Ma manifesta anche squilibrio chi dice: “Siccome il papa s’inganna e m’inganna,
vuol dire che egli non è il Papa”.
La posizione di José Antonio Ureta, che è la nostra posizione, è equilibrata perché si basa
sulla distinzione fondamentale tra la Chiesa, che è santa e immune da ogni errore, e gli
uomini di Chiesa che possono peccare ed errare. L’infallibilità è riservata solo al Papa,
quando insegna a determinate condizioni, oppure al Magistero ordinario, quando ribadisce
con continuità e coerenza le verità immutabili della Chiesa.
Ha detto nella sua ultima intervista a LifeSiteNews il cardinale Muller:
“Il magistero dei vescovi e del Papa è sottoposto alla Parola di Dio come si trova nelle Sacre Scritture e nella
Tradizione, e deve essere al Suo servizio. Non è cattolico credere che il Papa sia una persona che riceve la
Rivelazione direttamente dallo Spirito Santo, e che può interpretarla in base ai suoi desideri mentre il resto
dei fedeli devono seguirlo ciecamente e in silenzio”.
Se le autorità ecclesiastiche insegnano l’errore, è lecito resistere loro e il diritto di resistenza
si trasforma in dovere quando è in gioco il bene comune, secondo il modello insegnato da
San Paolo (cfr. Gal 2, 11).
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Resistere non sempre è sufficiente. Vi sono situazioni in cui la nostra resistenza deve espri-
mersi nella sospensione di ogni convivenza abituale con i cattivi Pastori. E anche in questo
caso è necessario l’equilibrio. Non stiamo parlando di una separazione giuridica dai cattivi
Pastori. Stiamo parlando di una separazione spirituale e morale, che non mette in discus-
sione, sul piano giuridico, la legittimità di chi governa la Chiesa.
José Antonio Ureta fa un paragone molto calzante, che è quello della separazione, am-
messa dal Codice di Diritto canonico, in cui un uomo o una donna può cessare la convi-
venza con il coniuge senza per questo né divorziare, né affermare l’invalidità del suo ma-
trimonio
Se poi l’autorità ecclesiastica dovesse prendere sanzioni canoniche nei confronti di chi
rimane fedele alla Tradizione, provocherebbe una divisione formale nella Chiesa. La re-
sponsabilità della rottura ricadrebbe sulle autorità che esercitano illegittimamente il loro
potere e non su chi, rispettando il diritto canonico, si limita a rimanere fedele al proprio
battesimo.
La risposta a queste eventuali sanzioni non deve essere: “poiché mi condanni, non sei
Papa”; ma piuttosto: “queste sanzioni sono ingiuste e illegittime, anche se tu rimani, fino
a prova contraria, il Papa legittimo”. Fino a prova contraria significa che un Papa può
perdere il pontificato per molte ragioni, compresa l’eresia, ma queste ragioni devono essere
inoppugnabili. L’eresia, ma anche l’invalidità dell’elezione, deve essere manifesta e notoria
a tutta la Chiesa, perché la Chiesa è una società visibile e non una congrega invisibile di
eletti come le sette protestanti. Perché si possa parlare di eresia notoria e manifesta, non
basta il fatto che il Papa professi o favorisca pubblicamente l’eresia, bisogna che questa sia
percepita come tale dall’opinione pubblica cattolica, bisogna che i vescovi, e soprattutto i
cardinali, che sono gli elettori e i consiglieri del Papa, constatino questi fatti e ne traggano
le conseguenze. Fino a quel momento un Papa deve essere considerato legittimo.
Questo è equilibrio. Ma questo costituisce solo una parte di un problema ben più ampio
che non può eludere questa domanda di fondo: “Come siamo arrivati a questo punto?”.
Come siamo arrivati alla necessità di dover immaginare una nostra separazione perfino dal
Supremo Pastore, che oggi è Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, il primo di questo
nome?
Permettetemi a questo punto di andare oltre il libro di José Antonio Ureta ma, ne sono
convinto, nello stesso spirito.
Non possiamo pensare che la fine del pontificato di papa Francesco rappresenti la fine del
processo di autodemolizione della Chiesa.
Nel 2012, un anno prima della sua rinuncia al pontificato, Benedetto XVI volle far coin-
cidere l’Anno della Fede, con il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Va-
ticano II, auspicando che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, venissero “conosciuti e
assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa”.
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Questa tesi – la tesi della cosiddetta ermeneutica della continuità – è il filo conduttore del
suo pontificato dal celebre discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, fino al suo
ultimo discorso, meno conosciuto ma non meno importante: quello del 14 febbraio 2013
al clero romano.
In questi discorsi Benedetto XVI ammette l’esistenza di un nesso tra la attuale crisi della
fede e il Concilio Vaticano II, ma ritiene che questa crisi sia dovuta non al Concilio in sé
stesso, ma a una cattiva ermeneutica, a una scorretta interpretazione dei suoi testi.
L’ermeneutica della continuità ha costituito la stella polare del pontificato di Giovanni
Paolo II e di quello di Benedetto XVI per ben 35 anni, dal 1978 al 201. Ma in questi 35
anni, malgrado lo sforzo dei due Papi e dei vescovi che si muovevano sulla stessa linea,
l’ermeneutica della continuità non è riuscita ad arrestare il processo di autodemolizione
della Chiesa, denunciato fin dal 1968, cinquant’anni fa, da Paolo VI. Non è riuscita ad
arrestarlo perché non si arresta un processo storico con un dibattito ermeneutico.
Se negli ultimi cinquant’anni non hanno prevalso i fautori dell’ermeneutica della conti-
nuità, ma quelli dell’ermeneutica della discontinuità, la ragione è che i primi si sono illusi
di poter limitare la discussione al piano ermeneutico, il piano dell’interpretazione dei do-
cumenti, mentre i secondi si sono disinteressati dei documenti e sono avanzati sul terreno
della prassi, in coerenza con lo spirito del Vaticano II che ha affermato il primato della
pastorale, cioè della prassi, sulla dottrina. L’essenza del Concilio Vaticano II è stata il
trionfo della pastorale sulla dottrina, la trasformazione della pastorale in teologia della
prassi, l’applicazione della filosofia della prassi marxista alla vita della Chiesa.
La rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, l’11 febbraio 2013, rappresenta a mio avviso,
il fallimento del suo tentativo di separare la prassi postconciliare dal Concilio Vaticano II,
isolando i testi di quest’ultimo dalla storia: il fallimento dell’ermeneutica della continuità.
Papa Francesco impersona la tesi contrapposta a quella ratzingeriana. Egli non è interes-
sato al dibattito teologico, né a quello ermeneutico. Papa Francesco rappresenta il concilio
Vaticano II in atto, il trionfo, nella sua persona della pastorale sulla teologia. Tra il Concilio
Vaticano II e papa Francesco non c’è dunque rottura, ma continuità storica. Papa France-
sco rappresenta il frutto maturo del Concilio Vaticano II.
Il pontificato di papa Francesco ha certamente rappresentato un “cambio di paradigma”
come giustamente afferma Ureta, ma la vera grande svolta di questo quinquennio, a mio
parere, non è costituita dal pontificato di papa Francesco, ma dalla reazione che questo
pontificato ha provocato tra i cattolici del mondo intero. Il pontificato di papa Francesco,
proprio perché disastroso, ha messo in luce l’esistenza di una crisi della Chiesa che altri-
menti sarebbe stata ignorata e ha provocato una reazione.
Questa reazione si è manifestata attraverso importanti iniziative:

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• Nel 2015 una coalizione di associazioni di laici raccolte sotto il nome di Supplica
Filiale ha raccolto 900.000 firme di fedeli che chiedevano una parola di chiarimento
sui problemi posti dal Sinodo Straordinario sulla famiglia. La risposta a questa Sup-
plica è stata il silenzio.
• Nel 2016 quattro cardinali hanno presentato a papa Francesco, presentando cinque
dubia sul capitolo 8 dell’esortazione Amoris laetitia. La risposta a questi dubia è stata
il silenzio.
• Nel 2017 40 studiosi, poi divenuti 250 hanno rivolto a papa Francesco una correctio
filialis, accusandolo di propagare errori ed eresie nella Chiesa. La risposta a questa
correzione è stata il silenzio.
• Nel 2018 l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha portato alla luce l’esistenza di una
rete di corruzione tra le gerarchie ecclesiastiche, chiamando in causa tutti i respon-
sabili, a cominciare da papa Francesco, di cui ha chiesto le dimissioni.
La risposta a questo documento è stata il silenzio.
Tutte queste iniziative hanno avuto immense ripercussioni. Ma la risposta è stata solo il
silenzio. Un silenzio che costituisce una drammatica conferma della verità delle accuse.
La “Chiesa in ascolto” di papa Francesco ascolta tutti, meno coloro che sono integralmente
fedeli al Vangelo e al magistero perenne della Chiesa. Papa Francesco usa verso i suoi
critici lo stesso linguaggio feroce che Lenin utilizzava contro i suoi oppositori.
Il 3 settembre, a Santa Marta, papa Francesco ha definito coloro che lo criticano “una muta
di cani selvaggi”. Lo scrittore Marcello Veneziani, ha così commentato su Il Tempo del 5
settembre:
“No, Santità, un Papa non può chiamare ‘cani selvaggi’ il prossimo, e soprattutto quando si tratta di
cattolici, cristiani, credenti. Cani è la definizione spregiativa che gli islamici danno degli infedeli e dei cri-
stiani. Perfino i più spietati terroristi sono stati definiti dai Pontefici che hanno preceduto Francesco ‘uomini
delle Brigate rosse’, uomini dell’Isis. Mai cani. Scendere a quei livelli livorosi non è degno di un Santo
Padre”.
La denominazione di “cani” non ci turba. Nella Sacra Scrittura i pastori infedeli sono chia-
mati cani muti che hanno cessato di abbaiare e si addormentano (cfr. Is 56, 11). Noi ci
gloriamo di essere domini canes, cani del Signore, che abbaiano nella notte per squarciare il
silenzio.
San Gregorio Magno scrive nella Regola pastorale che i cattivi Pastori,
“per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò ch’è giusto e (…) fuggono
all’arrivo del lupo, nascondendosi nel silenzio. Il Signore li rimprovera per mezzo del Profeta, dicendo: «Sono
tutti cani muti, incapaci di abbaiare» (Is 56, 10)”.
I pastori muti oggi minacciano i cani che abbaiano dicendo loro: “Accusando papa Fran-
cesco voi accusate i Papi che lo hanno preceduto, perché ad essi risalgono le colpe che voi
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imputate al Regnante pontefice”. Nel suo ultimo libro, Il giorno del giudizio, il vaticanista
Andrea Tornielli non nega le rivelazioni dell’arcivescovo Viganò, sulla corruzione del car-
dinale Theodore McCarrick e sull’esistenza di un’estesa immoralità all’interno della Chiesa,
ma poiché il suo obiettivo non è tanto di confutare mons. Viganò, quanto di salvare papa
Francesco, lo fa comportandosi come un giocatore che, trovandosi in difficoltà, alza la
posta: se papa Francesco è responsabile, afferma, più responsabili di lui sono i suoi prede-
cessori: Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, sotto i cui pontificati la corruzione si è svi-
luppata.
L’accusa non ci turba e se dovesse essere provata la responsabilità di Giovanni Paolo II e
di Benedetto XVI, nella decadenza morale e nella diffusione degli errori delle ultime de-
cadi, noi non avremmo timore ad ammetterla, perché cerchiamo innanzitutto la Verità.
La Chiesa non teme la Verità, perché la Chiesa è la Verità. La Chiesa è la Verità perché è
divina e perché annuncia al mondo la Verità del Suo Capo e fondatore, Gesù Cristo, che
di sé stesso ha detto:
Ego sum via, veritas et via (Gv 14, 6).
Perciò non temiamo di dire la verità sulla profonda crisi dottrinale e morale che oggi vive
la Chiesa.
È l’amore per la verità che ci spinge a dire che è ipocrisia limitare gli scandali alla pedofilia,
come faranno i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo riuniti a Roma da
papa Francesco il prossimo 21 febbraio, ignorando la piaga dell’omosessualità che non è
solo un vizio contro natura, ma anche una struttura di potere all’interno della Chiesa. Ed
è ipocrita limitarsi a denunciare gli scandali morali, senza risalire alle loro radici dottrinali,
che risalgono agli anni del Concilio e del post-concilio.
Se i cinque anni di pontificato di papa Francesco possono essere giudicati un disastro,
come negarci il diritto di definire un disastro il processo di autodemolizione della Chiesa
che oggi arriva alle sue ultime conseguenze?
Il tempo della verità è ormai giunto. E la verità che balza evidente ai nostri occhi è quella
del fallimento di un progetto pastorale che non è solo quello di papa Francesco, ma è
quello del Concilio Vaticano II.
Quel Concilio annunciò una grande riforma pastorale per purificare la Chiesa e invece ha
avuto come risultato una corruzione della fede e della morale mai conosciuta nella storia,
perché è arrivata al punto non solo di intronizzare l’omosessualità tra le più alte gerarchie
ecclesiastiche, ma di permettere che sia pubblicamente difesa e teorizzata.
Anche il bilancio dei cinque anni di pontificato di papa Francesco è quello del fallimento
di un cambio di paradigma che è il fallimento di un progetto pastorale.
Le parole d’ordine di papa Francesco sono state quelle della sinodalità e delle periferie. La
sinodalità è il trasferimento del potere dal vertice alla base: una Rivoluzione che de-
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verticalizza la Chiesa; le periferie, rappresentano una Rivoluzione orizzontale, che decen-


tralizza e de-territorializza la Chiesa. Ma nelle ultime settimane la Santa Sede ha negato il
primato della sinodalità e delle periferie, intervenendo pesantemente per impedire ai ve-
scovi americani di pubblicare delle linee guida trasparenti sul tema degli abusi sessuali.
Questo intervento è anche il tradimento di quella pulizia nella Chiesa, in nome della quale
papa Francesco aveva chiesto di votarlo ai cardinali americani.
Ed è soprattutto dall’America che oggi si leva più forte la voce della fedeltà alla legge del
Vangelo. Il pontificato di papa Francesco si pone in discontinuità con la Tradizione della
Chiesa, accusata di farisaismo, di fissismo, di legalismo, ma non ha spento la fiamma della
Tradizione della Chiesa. Al contrario, mai come in questi cinque anni, al centro e nelle
periferie, nei seminari e sui blog, la Tradizione sembra rivivere attraverso giovani e meno
giovani, uomini del laicato e del clero, che ogni giorno riscoprono la verità perenne della
fede e dei riti tradizionali della Chiesa e, con l’aiuto di Dio, sono decisi a difenderli.
Inizia oggi la Novena dell’Immacolata Concezione, che ci introduce ad una delle più belle
feste della liturgia cattolica. Ai piedi della Madonna noi, figli di Eva, feriti dal peccato
originale, con immensa fiducia in Maria proclamiamo:
Tota pulchra es Maria et non est in te macula.
Allo stesso modo noi, membri di una Chiesa piagata nella sua parte umana, sfigurata dagli
errori e dai peccati degli uomini che la governano, ma immacolata, nella sua essenza, pro-
clamiamo. Tota pulchra es Ecclesia et non est in te macula… Tutta bella è la Chiesa e nessuna
macchia, nessun peccato, nessun errore c’è in Lei.
La Santa Chiesa romana, una, santa, cattolica e apostolica, è la nostra Madre, che continua
ad alimentarci con i suoi Sacramenti e a proteggerci con lo scudo della sua dottrina, mentre
noi, con l’aiuto di Dio, ci sforziamo di difenderla contro tutti i nemici esterni ed interni
che la minacciano. Il Cuore Immacolato di Maria trionferà.

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