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UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE

Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali

ISTITUZIONI DI ALGEBRA SUPERIORE I

Una introduzione alla Teoria di Galois

M. Chiara Tamburini Bellani

Anno Accademico 2015/2016


Indice

Prefazione iii

I Richiami di Algebra 1
1 Gruppi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
2 Anelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6
3 Anelli di polinomi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
4 Sottocampo minimo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
5 Campo dei quozienti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
6 Il monomorfismo di Frobenius . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
7 Moduli e spazi vettoriali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18

II Primi risultati 21
1 Estensioni di campi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
2 Estensioni semplici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
3 Campi di spezzamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
4 La chiusura algebrica di un campo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
5 Estensioni di Galois . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32

III La corrispondenza di Galois 35


1 Gruppi di automorfismi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
2 Gruppi di Galois . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
3 Il Teorema fondamentale della Teoria di Galois . . . . . . . . . . . . . . . 41
4 Alcuni esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44

IV Campi finiti e polinomi ciclotomici 49


1 Ordine di un campo finito . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
2 Esistenza e unicità del campo di ordine q . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
3 Polinomi ciclotomici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53

i
V Un problema classico 61
1 Equazioni algebriche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61
2 Cenni storici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64

VI Equazioni risolubili per radicali 67


1 Gruppi risolubili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67
2 Definizioni e risultati preliminari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 72
3 Criterio per la risolubilitá di un’equazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73
4 Il Teorema di Ruffini-Abel . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77

Bibliografia 79
Prefazione

La Teoria di Galois è un importante e affascinante filone, all’origine dell’algebra astratta.


Il suo nucleo iniziale consiste in una memoria, scritta da Evaristo Galois (1811-1832), alla
vigilia della sua tragica morte. Tale memoria, rifiutata dall’Accademia delle Scienze, fu
mandata nel 1843 dall’amico Auguste Chevalier al matematico Joseph Liouville, il quale
la pubblicò sul “Journal de Mathematique pure et appliquée” nel 1846. Ma rimase
incompresa e ignorata per decenni.

Gli sviluppi della teoria si ebbero soprattutto nel secolo successivo: ad esempio con la
classificazione dei gruppi semplici finiti. Essa costituisce ancora oggetto di ricerca. Per
citare un problema ancora aperto, non è noto se ogni gruppo finito sia il gruppo di Galois
di un polinomio a coefficienti razionali. Va comunque detto che la teoria di Galois nasce
per risolvere problemi concreti, aperti da secoli, quali:

1. Il problema della trisezione di un angolo, della duplicazione del cubo, della quadratura
del cerchio.... risalenti alla Grecia classica.
2. Il problema della risoluzione delle equazioni algebriche (affrontato nel Rinascimento
Italiano).

Il secondo di questi problemi verrà illustrato nei Capitoli 5 e 6. Quanto al primo diamo
solo un cenno, rimandando per una trattazione più approfondita a [5].

1. Usando riga e compasso è possibile trisecare un angolo ?

Esso rientra nel problema più generale delle cosiddette “costruzioni con riga e compasso”.
In un piano, dati due punti distinti O, U diciamo che un punto P è costruibile se
P ∈ {O, U } oppure esiste una sequenza finita di punti del piano

P0 = O, P1 = U, P2 , . . . , Pn = P

con la seguente proprietà. Posto

Sj := {P0 , P1 , . . . , Pj } 1≤j≤n

iii
il punto Pj (2 ≤ j ≤ n) è uno dei seguenti:

• intersezione di due rette congiungenti, ciascuna, due punti di Sj−1 ;

• intersezione di una retta congiungenti due punti di Sj−1 con una circonferenza avente
centro in un punto di Sj−1 e raggio la distanza fra due punti di Sj−1 ;

• intersezione di due circonferenze i cui centri sono punti di Sj−1 e i cui raggi sono
distanze fra due punti di Sj−1 .

Identificando il piano con l’insieme dei numeri complessi, ossia il punto P = (x, y) con
z = x + iy, si ha:

(0.1) Teorema L’insieme K dei punti costruibili è un sottocampo di C, chiuso rispetto


alle radici quadrate e al coniugio.

Per il problema della trisezione di un angolo con riga e compasso, serve il seguente:

Criterio Se z = x+iy è costruibile, allora z è radice di un polinomio monico, irriducibile,


di grado una potenza di 2, a coefficienti razionali.

Deduciamo allora che ci sono angoli non trisecabili: ad esempio l’angolo di 60◦ .
Se l’angolo di 20◦ fosse ottenibile da quello di 60◦ con riga e compasso, il punto

P = (cos 20◦ , sin 20◦ )

sarebbe costruibile. Ricordiamo l’identità trigonometrica:

cos 3θ = 4cos3 θ − 3cos θ

e applichiamola a θ = 20◦

cos 60◦ = 4cos3 20◦ − 3cos 20◦ .

Posto z = cos 20◦ si ha:


1
= 4z 3 − 3z.
2
Ne segue che z sarebbe radice del polinomio irriducibile 8z 3 − 6z − 1, irriducibile in Q[x],
in contrasto con il Criterio.
Capitolo I

Richiami di Algebra

Questo capitolo è dedicato a un breve ripasso delle nozioni di base, la cui conoscenza è
indispensabile per la comprensione dei contenuti del corso. Per le dimostrazioni, quasi
sempre omesse, si rimanda ai testi utilizzati nei corsi di algebra. Ad esempio, [4], [5],
[7], [8], [9].

1 Gruppi

(1.1) Definizione Un monoide (S, ·, 1S ) è una struttura algebrica in cui S è un insieme,


1S un elemento di S, · è una operazione binaria in S per cui valgono le proprietà :
1) 1S · s = s · 1S = s, per ogni s ∈ S:
2) (s1 · s2 ) · s3 = s1 · (s2 · s3 ) per ogni s1 , s2 , s3 ∈ S (proprietà associativa).

(1.2) Esempi
• Il monoide (N, ·, 1) dei numeri naturali rispetto al prodotto;
• il monoide X X , ·, IX delle funzioni di un insieme X in sè , rispetto al prodotto di


funzioni.

Un elemento s del monoide S ha inverso se esiste un elemento di S, indicato con s−1 ,


tale che s · s−1 = s−1 · s = 1S . L’inverso di s, quando esiste, è unico.

Nel monoide (N, ·, 1), l’ unico elemento che ha inverso è 1.

(1.3) Definizione Un gruppo (G, ·, 1G ) è un monoide in cui ogni elemento ha inverso.

(1.4) Esempi
• Il gruppo moltiplicativo (C∗ , ·, 1) dei numeri complessi diversi da 0.
• Il gruppo (R∗ , ·, 1) dei reali diversi da 0 e il gruppo (Q∗ , ·, 1) dei razionali diversi da 0
sono sottogruppi di (C∗ , ·, 1).

1
• Il gruppo additivo (C, +, 0) di tutti i numeri complessi.
• I gruppi (Q, +, 0) e (R, +, 0) sono sottogruppi di (C, +, 0).

(1.5) Teorema Per ogni insieme X, l’insieme Sym(X) delle funzioni bijettive da X a
X è un gruppo rispetto al prodotto di funzioni. Esso è detto il gruppo simmetrico su X.

Se X è finito, di ordine n, allora Sym(X) è finito, di ordine n!. In tal caso Sym(X) si
indica anche con Sym(n) e si chiama il gruppo simmetrico di grado n.

(1.6) Esempio Gli elementi di Sym(3) sono {id, (12), (13), (23), (123), (132)}.

Un sottogruppo H di G dá luogo alla relazione definita ponendo, per ogni a, b ∈ G:

(1.7) a ≡ b (mod H) ⇐⇒ ab−1 ∈ H.

Tale relazione, detta di congruenza modulo H, è di equivalenza in G. Si verifica facilmente


che, per ogni g ∈ G, l’insieme degli elementi ad esso equivalenti in tale relazione é

Hg := {hg | h ∈ H} (laterale destro di H individuato da g).

In particolare

(1.8) a ≡ b (mod H) ⇐⇒ Ha = Hb.

I laterali destri di H in G, in quanto classi di equivalenza della congruenza modulo H,


costituiscono pertanto una partizione di G. Ne segue il

(1.9) Teorema (di Lagrange). Se H è un sottogruppo di un gruppo finito G, allora


l’ordine di H divide l’ordine di G.
|G|
L’intero m = |H| di chiama l’indice di H in G.

(1.10) Definizione Un sottogruppo N di G si dice normale se si ha gng −1 ∈ N , per


ogni g ∈ G e per ogni n ∈ N .

(1.11) Esempi
• In ogni gruppo G, i sottogruppi banali {1G } e G sono normali.
• Nel gruppo simmetrico Sym(n) le permutazioni pari costituiscono un sottogruppo nor-
male, detto il gruppo alterno di grado n e indicato con Alt(n).

Se N é normale in G, la congruenza modulo N è compatibile con il prodotto, ossia:


(
a ≡ a0 (mod N )
(1.12) =⇒ ab ≡ a0 b0 (mod N ).
b ≡ b0 (mod N )

2
Infatti
(ab)(a0 b0 )−1 = abb0−1 a0−1 = a(a0 )−1 a0 b(b0 )−1 (a0 )−1

| {z } | {z }
∈N ∈N

Ne segue che, se un sottogruppo é normale, é possibile definire un prodotto dei suoi


laterali, dando luogo a un nuovo gruppo. Si ha infatti:
G
(1.13) Teorema Sia N un sottogruppo normale di G. L’insieme N dei laterali di N
in G è un gruppo rispetto al prodotto definito ponendo, per ogni a, b ∈ G:

(1.14) (N a) (N b) := N (ab).

G
N si dice il gruppo quoziente di G rispetto a N .

(1.15) Definizione Siano (G1 , ·, 1G1 ) e (G2 , ∗, 1G2 ) due gruppi. Un omomorfismo da
G1 a G2 è una applicazione f : G1 → G2 tale che, per ogni a, b ∈ G1 :

(1.16) f (a · b) = f (a) ∗ f (b).

(1.17) Definizione Un omomorfismo f : G1 → G2 si dice:


• un monomorfismo se è iniettivo;
• un epimorfismo se è suriettivo;
• un isomorfismo se è un monomorfismo e un epimorfismo.

Un isomorfismo f : G1 → G1 si dice un automorfismo di G1 . Due gruppi G1 e G2 di


dicono isomorfi e, in tal caso, si scrive G1 ' G2 se esiste un isomorfismo f : G1 → G2 .
Inoltre G2 si dice immagine epimorfa di G1 se esiste un epimorfismo f : G1 → G2 .

(1.18) Lemma Sia f : G1 → G2 un omomorfismo di gruppi.


1) f (1G1 ) = 1G2 ;
2) per ogni g ∈ G1 : f g −1 = f (g)−1 ;


3) per ogni sottogruppo H di G1 la sua immagine f (H) é un sottogruppo di G2 ;


4) per ogni sottogruppo (normale) N di G2 , la preimmagine f −1 (N ) := {g ∈ G1 | f (g1 ) ∈ N }
é un sottogruppo (normale) di G1 .

In particolare Im f := f (G1 ) é un sottogruppo di G2 e

Ker f := {g ∈ G1 | f (g) = 1G2 }

è un sottogruppo normale di G1 .

3
Le immagini epimorfe di un gruppo, a meno di isomorfismi, sono tutti e soli i suoi gruppi
quozienti, in virtú del seguente:

(1.19) Teorema (fondamentale sugli omomorfismi).


G
1) Siano N un sottogruppo normale di G e N il corrispondente gruppo quoziente. La
G
proiezione canonica π : G → N definita ponendo

π(g) := N g

è un omomorfismo suriettivo (epimorfismo). Inoltre N = Ker π.


G1
2) Sia f : G1 → G2 un omomorfismo e sia π : G1 → Ker f la proiezione canonica.
G1
Allora f induce un unico isomorfismo f : Ker f → Im f tale che f π = f .
In particolare

G1
(1.20) ' Im f .
Ker f

Ricordiamo la definizione di potenza di un elemento, con esponente intero, in un gruppo


moltiplicativo (G, ·, 1G ). Per ogni g ∈ G e per ogni k ∈ Z, poniamo:
−k
(1.21) g 0 := 1G , g k := g k−1 g se k > 0, g k := g −1 se k < 0.

Cosı̀ : g 1 = g, g 2 = g g, g 3 = g g g, g −2 = g −1 g −1 , g −3 = g −1 g −1 g −1 .

Sia Z il gruppo additivo dei numeri interi. Fissato g ∈ G, l’applicazione

(1.22) γ : (Z, +, 0) → (G, ·, 1G ) tale che k 7→ g k

é un omomorfismo di gruppi, per le proprietá delle potenze. In particolare


n o
(1.23) Im γ = g k | k ∈ Z := hgi

è un sottogruppo di G. Esso è detto il sottogruppo ciclico generato da g.

(1.24) Definizione Il periodo o(g) di un elemento g ∈ G è cosı̀ definito:

1) o(g) := 0 (∞), se g k 6= 1G per ogni intero k 6= 0;

2) o(g) := n > 0 se g n = 1G e g r 6= 1G per 0 < r < n.

(1.25) Osservazione Ker γ è il sottogruppo di Z generato da o(g).

Infatti se o(g) = 0 allora Ker γ = {0}. In particolare γ è iniettiva e quindi hgi è infinito.

4
Se o(g) = n > 0, allora nZ ≤ Ker γ. Infatti g nz = (g n )z = (1G )z = 1G . D’altra parte
Ker γ ≤ nZ, ossia g k = 1G implica n|k. Infatti da k = nq + r, 0 ≤ r ≤ n − 1, si ha

1G = g k = g nq+r = (g n )q g r = g r

da cui r = 0, per la minimalitá di n. Si conclude nZ = Ker γ, da cui:

Z
= Zn ' hgi .
nZ

Quindi hgi = g 0 , g, · · · , g n−1 ha ordine n.




In particolare, in un gruppo finito G, ogni elemento ha periodo finito. Inoltre, per il


Teorema di Lagrange, tale periodo divide l’ ordine di G.

(1.26) Esempi Nel gruppo (C∗ , ·, 1):

• o(3) = ∞, h3i = . . . 19 , 13 , 1, 3, 9, . . . è infinito;




• o(−1) = 2, h−1i = {1, −1} ha ordine 2;

• o(i) = 4, hii = {1, i, −1, −i} ha ordine 4.

n
(1.27) Lemma Sia o(g) = n > 0. Per ogni intero k > 0 si ha: o(g k ) = MCD(k,n) .

In particolare
o(g k ) = n ⇔ MCD(k, n) = 1.

Dimostrazione.
Poniamo d := MCD(k, n), con d > 0, e scriviamo n = dn, k = dk. Abbiamo:
 n
g k = g kdn = g nk = (g n )k = 1G .
t
Indicando con t il periodo di g k , ne segue che t divide n. D’altra parte, da 1G = g k =
g kt segue che n divide kt, quindi n divide kt. Siccome n e k sono coprimi, si ottiene che
n divide t. Si conclude t = n.

(1.28) Esempio Se o(g) = 10, le potenze di g che hanno periodo 10 sono g, g 3 , g 7 , g 9 .


D’altra parte o g 2 = 5, o g 4 = 5, o g 5 = 2, o g 6 = 5, o g 8 = 5.
    

(1.29) Definizione Un gruppo G è abeliano se l’operazione è commutativa.

In tal caso, per l’operazione, si usa a volte il simbolo + (notazione additiva).

5
L’unità si chiama lo zero e si indica con 0G ; l’ inverso di g ∈ G si chiama l’ opposto e
si indica con −g. Inoltre le potenze di g si chiamano i multipli. Pertanto, in un gruppo
abeliano (G, +, 0G ), per ogni k ∈ Z, si ha:

(1.30) 0g := 0G , kg := (k − 1)g + g se k > 0, kg := −k (−g) se k < 0.

.
Chiaramente ogni sottogruppo di un gruppo abeliano é normale.
Cosı̀ 1 g = g, 2 g = g+g, 3 g = g+g+g, . . . −2 g = −g−g, −3 g = −g−g−g, . . . . . .

2 Anelli

(2.1) Definizione Un anello (A, +, ·, 0A , 1A ) è una struttura algebrica in cui A è un


insieme; 0A , 1A sono elementi di A; +, · sono operazioni binarie in A, tali che:
1) (A, +, 0A ) è un gruppo abeliano;
2) (A, ·, 1A ) è un monoide;
per ogni a, b, c ∈ A:
3) a · (b + c) = a · b + a · c (proprietà distributiva sinistra);
4) (a + b) · c = a · c + b · c (proprietà distributiva destra).

Si noti che, in un anello A, la somma è commutativa per definizione, ossia

a + b = b + a, ∀ a, b ∈ A.

Se anche il prodotto è commutativo, si dice che A è un anello commutativo.

(2.2) Esempio L’anello commutativo (Z, +, ·, 0, 1) dei numeri interi.

Z è un anello privo di divisori dello zero, infatti ab = 0 implica a = 0 oppure b = 0.


Inoltre è un dominio euclideo, in virtù del seguente

(2.3) Teorema Siano a, b ∈ Z, con b 6= 0. Esistono e sono unici q, r ∈ Z tali che


a = bq + r con 0 ≤ r < |b|.

q ed r si chiamano rispettivamente il quoziente e il resto della divisione di a per b.

(2.4) Definizione Per ogni a ∈ A, si dice caratteristica di a e la si indica con char(a),


il periodo di a come elemento del gruppo additivo (A, +, 0A ).

Quindi
1) char(a) := 0 (oppure ∞) se ka 6= 0A per ogni intero k 6= 0;

6
2) char(a) := n > 0 (n ∈ N) se na = 0A e ka 6= 0G per 0 < k < n.

(2.5) Esempi
• Nell’anello Z dei numeri interi, 0 ha caratteristica 1. Gli altri elementi hanno carat-
teristica 0.
• Nell’anello Z5 delle classi di resti modulo 5, la classe [0]5 ha caratteristica 1. Le altre
classi hanno caratteristica 5.
• Nell’anello Z20 delle classi di resti modulo 20, la classe [5]20 ha caratteristica 4, la
classe [10]20 ha caratteristica 2, la classe [1]20 ha caratteristica 20.

(2.6) Teorema In un anello A, privo di divisori dello zero, tutti gli elementi diversi
da zero hanno la stessa caratteristica, detta la caratteristica di A. Essa é 0 oppure un
numero primo p.

Dimostrazione. Siano a, b ∈ A, con a 6= 0A , b 6= 0A . Per ogni k ∈ Z:

ka = 0A ⇐⇒ (ka)b = 0A ⇐⇒ a(kb) = 0A ⇐⇒ kb = 0A .

Ne segue che char(a) = char(b). Abbiamo cosı̀ dimostrato che tutti gli elementi di A,
diversi da zero, hanno la stessa caratteristica. Se è 0, abbiamo finito. Altrimenti, se è
un intero positivo p, resta da dimostrare che è primo.
Per assurdo sia p = nm una fattorizzazione in cui 1 < m < p, 1 < n < p.
Posto b = ma, si ha b 6= 0A , quindi char(b) = p. D’altra parte:

nb = n(ma) = (nm)a = pa = 0A

in contrasto con 1 < n < p. Si conclude che p é primo.

Indichiamo con A∗ l’insieme degli elementi unitari di un anello A, ossia degli elementi
che hanno inverso moltiplicativo in A. Ricordiamo che, se A è commutativo, un elemento
p ∈ A è irriducibile se p 6= 0, p 6∈ A∗ e gli unici divisori di p sono quelli banali. Ossia,
per ogni a, b ∈ A:
p = ab =⇒ (a ∈ A∗ oppure b ∈ A∗ ) .

(2.7) Definizione Un campo K è un anello commutativo in cui ogni elemento k 6= 0K


ha inverso moltiplicativo in K.

Equivalentemente K è un campo se K∗ = K \ {0K }.


Ogni campo è privo di divisori dello zero. Infatti da ab = 0K segue a = 0K oppure
a 6= 0K . In tal caso a ha inverso in K e a−1 ab = 0K , da cui b = 0K .

7
Per il Teorema 2.6, K ha caratteristica 0, oppure un primo p > 0.

(2.8) Esempi Il campo (C, +, ·, 0, 1) dei numeri complessi, con le usuali operazioni di
somma e prodotto. Esso ha caratteristica 0. Importanti esempi di sottocampi di C sono:
• Il campo R dei numeri reali.
• Il campo Q dei numeri razionali.

(2.9) Definizione Un sottoinsieme I di un anello A si dice un ideale se:


1) 0A ∈ I;
2) per ogni i1 , i2 ∈ I, anche (i1 + i2 ) ∈ I;
3) per ogni a ∈ A, e per ogni i ∈ I, anche (ai) ∈ I e (ia) ∈ I.

Per ogni ideale I di A, vale il seguente fatto:

(2.10) 1A ∈ I =⇒ A = I.

Infatti da 1A ∈ I segue A1A ≤ I. Essendo A1A = A si conclude che A = I.


Una importante conseguenza è questa:

(2.11) Corollario Gli unici ideali di un campo K sono {0K } e K.

Dato a ∈ A, indichiamo con Aa l’insieme dei multipli di a. In simboli:

Aa := {xa | x ∈ A} .

Se A è commutativo, si dimostra facilmente che Aa è il minimo ideale a cui a appartiene.


Esso è detto l’ideale principale generato da a, e si indica anche con < a >.

(2.12) Esempio L’insieme dei numeri pari è un ideale dell’anello Z, generato da 2.

(2.13) Teorema Ogni dominio euclideo è un dominio a ideali principali, i.e., tutti i
suoi ideali sono principali.

(2.14) Teorema Sia D un dominio a ideali principali. Allora D è fattoriale, ossia:


1) ogni elemento a ∈ D, con a 6= 0D e a 6∈ D∗ , è prodotto di un numero finito ≥ 1 di
elementi irriducibili in D;
2) se a = p1 . . . pn = q1 . . . qm dove i pi e i qj sono irriducibili in D, allora n = m e,
per un opportuno ordinamento dei fattori, qj = pj λj , con λj ∈ D∗ , 1 ≤ j ≤ n.

(2.15) Esempio Ogni ideale I dell’anello Z é principale. Infatti se I = {0} si ha


I = Z0. In caso contrario, dal Teorema 2.3 segue che I = Zn =< n >, dove n è un

8
elemento di modulo minimo fra gli elementi non nulli di I. Pertanto Z é un dominio
a ideali principali e quindi anche un dominio fattoriale. Quest’ultima proprietá é nota
come il Teorema Fondamentale dell’Aritmetica.

Un ideale I di un anello A é in particolare, un sottogruppo additivo di A. Per ogni a ∈ A


il corrispondente laterale si indica mediante la notazione additiva, quindi con I +a, dove:

I + a := {i + a | i ∈ I} .

La congruenza (mod I) é compatibile con la somma, essendo I un sottogruppo nor-


male del gruppo additivo di A, che é abeliano. Per definizione di ideale essa é anche
compatibile con il prodotto, come si puó verificare. Ne segue facilmente:
A
(2.16) Teorema Nell’ insieme I dei laterali di I in A, sono ben definite le seguenti
operazioni di somma e prodotto. Per ogni a, b ∈ A:

(I + a) + (I + b) := I + (a + b)

(I + a)(I + b) := I + (ab).
A
I è un anello rispetto ad esse, detto l’ anello quoziente di A rispetto a I.

(2.17) Definizione Siano A un anello commutativo e I 6= A un suo ideale.


Si dice che I è massimale se l’unico ideale che contiene propriamente I è A stesso.

In un dominio a ideali principali, che non sia un campo, gli ideali massimali sono quelli
generati dagli elementi irriducibili. Notiamo che l’ideale nullo {0A } è massimale se e solo
se A è un campo. Più in generale si ha:
A
(2.18) Teorema Sia A commutativo. L’anello quoziente I è un campo se e solo se I
è massimale.

(2.19) Esempio L’anello quoziente Z


hni , dove hni = nZ, n ≥ 2.
Per ogni laterale hni+a, detto r il resto della divisione di a per n, si ha hni+a = hni+r,
0 ≤ r ≤ n−1. Poichè resti distinti danno luogo a laterali distinti, gli elementi dell’anello
Z
hni sono gli n laterali:

hni + 0, hni + 1, . . . , hni + (n − 1).

La somma e il prodotto sono definite da:

(hni + a) + (hni + b) := hni + (a + b), (hni + a)(hni + b) := hni + (ab).

9
Poichè ogni laterale hni + a coincide con la classe di resti [a]n , è lo stesso scrivere:

[a]n + [b]n := [a + b]n , [a]n [b]n := [ab]n .


Z
L’ anello hni si dice anche l’anello delle classi di resti modulo n e si indica con Zn .
Z
Per le precedenti considerazioni hni è un campo se e solo se n = p è un numero primo.
Z
In tal caso il campo pZ = Zp si indica anche con Fp . Esso ha caratteristica p.

(2.20) Definizione Siano A, B due anelli. Un omomorfismo da A a B è una appli-


cazione f : A → B tale che, per ogni a, b ∈ A:
1) f (a + b) = f (a) + f (b);
2) f (ab) = f (a)f (b);
3) f (1A ) = 1B .

Conviene definire sottoanello di A ogni sottogruppo S di (A, +, 0A ) tale che 1A ∈ S e,


per ogni a1 , a2 ∈ S, anche a1 a2 ∈ S.

(2.21) Teorema Sia f : A → B un omomorfismo di anelli.


1) Per ogni sottoanello S di A, la sua immagine f (S) è un sottoanello di B;
2) per ogni ideale I di B la sua preimmagine f −1 (I) è un ideale di A.
In particolare f (A) è un sottoanello di B e

Ker f := {a ∈ A | f (a) = 0B }

è un ideale di A.

Ricordiamo che B si dice immagine epimorfa di A, se esiste un epimorfismo f : A → B.


Le immagini epimorfe di un anello sono, a meno di isomorfismi, tutti e soli i suoi anelli
quoziente. Vale infatti il seguente:

(2.22) Teorema fondamentale sugli omomorfismi


A
1) Siano I un ideale di A e I il corrispondente anello quoziente. La proiezione canonica
A
π:A→ I definita ponendo
π(a) := I + a

è un epimorfismo di anelli. Inoltre Ker π = I.


A
2) Siano f : A → B un omomorfismo di anelli e π : A → Ker f la proiezione canonica.
Allora f induce un unico isomorfismo di anelli
A
f: → Im f tale che f π = f.
Ker f
A
In particolare Ker f è isomorfo a Im f .

10
3 Anelli di polinomi

Sia A un anello commutativo. L’insieme A[x] dei polinomi a coefficienti in A, nella


indeterminata x, è un anello commutativo rispetto alla somma e al prodotto di polinomi.
Saremo interessati soprattutto al caso in cui A = K è un campo. In tal caso

deg (a(x)b(x)) = deg a(x) + deg b(x), ∀ a(x), b(x) ∈ K[x].

In particolare K[x] è privo di divisori dello zero, tuttavia non è un campo. Infatti gli
elementi di K[x] che hanno inverso moltiplicativo sono solamente i polinomi di grado 0.

(3.1) Teorema Siano a(x), b(x) ∈ K[x] con b(x) 6= 0K[x] . Allora esistono e sono unici
q(x), r(x) ∈ K[x] tali che:
a(x) = b(x)q(x) + r(x), deg(r(x)) < deg(b(x)).

q(x) e r(x) si chiamano il quoziente e il resto della divisione di a(x) per b(x).
Ogni ideale I di K[x] è principale. Infatti dal Teorema 3.1 segue che I = hf (x)i, dove
f (x) è un qualunque polinomio di grado minimo fra gli elementi di I. Pertanto K[x] é
un dominio a ideali principali e quindi anche a fattorizzazione unica.
K[x]
Consideriamo l’anello quoziente <f (x)> , deg f (x) = n ≥ 1. Per ogni laterale
< f (x) > +a(x), detto r(x) il resto della divisione di a(x) per f (x), si ha:

< f (x) > +a(x) =< f (x) > +r(x), deg r(x) ≤ n − 1.

Inoltre r(x) è l’ unico polinomio di grado ≤ n − 1 appartenente a < f (x) > +r(x).
K[x]
(3.2) Osservazione È lecito quindi identificare l’anello quoziente <f (x)> con l’anello i
cui elementi sono i polinomi di K[x] di grado ≤ n − 1, ossia con l’insieme:

k0 + k1 x + · · · + kn−1 xn−1 | ki ∈ K


rispetto alla usuale somma di polinomi e al prodotto mod f (x). È lo stesso procedi-
Z
mento con cui si identifica l’anello quoziente <n> con l’anello Zn degli interi mod n.
In particolare, se K è finito:

K[x] n
(3.3) < f (x) > = |K| .

K[x]
Per il Teorema 2.18 e l’osservazione che lo precede, l’anello quoziente <f (x)> è un campo
se e solo se f (x) è irriducibile in K[x].

11

2 [x] Z2 [x]
(3.4) Esempio hx2Z+x+1i = 22 = 4. Gli elementi dell’anello hx2 +x+1i
sono:

{0, 1, x, x + 1}

Le tavole di somma e prodotto sono:

+ 0 1 x x+1
· 1 x x+1
0 0 1 x x+1
1 1 x x+1 .
1 1 0 x+1 x
x x x+1 1
x x x+1 0 1
x2 x + 1 1 x
x+1 x+1 x 1 0
Z2 [x]
Come si vede anche direttamente dalla tavola di moltiplicazione hx2 +x+1i
è un campo.
Ciò è in accordo con il fatto che il polinomio x2 + x + 1 è irriducibile in Z2 [x].

Siano A e A0 due anelli commutativi e ψ : A → A0 un omomorfismo di anelli.


È facile verificare che ψ induce l’ omomorfismo

ψb : A[x] → A0 [x]

fra i corrispondenti anelli di polinomi, definito ponendo

(3.5) ψb (a0 + a1 x + · · · + an xn ) := ψ(a0 ) + ψ(a1 )x + · · · + ψ(an )xn

per ogni a0 + a1 x + · · · + an xn di A[x]. Usando un diagramma:

ψ̂
(3.6) A[x] / A0 [x]

A / A0
ψ

Inoltre se ψ è un isomorfismo, anche ψb è un isomorfismo. In tal caso, se I è un ideale di


A[x], ponendo per ogni f (x) ∈ K[x]

(3.7) ψ̄ (I + f (x)) := ψ(I)


b + ψb (f (x))

A[x] ψ̄ ψ(A[x])
−→
b
si definisce un isomorfismo ψ̄ : I .
ψ(I)
b

(3.8) Definizione Sia K un sottocampo di un campo F. Un elemento α ∈ F è radice


di f (x) ∈ K[x] se f (α) = 0.

(3.9) Teorema (di Ruffini) Sia f (x) ∈ K[x], dove K è un campo. Un elemento α ∈ K
è radice di f (x) se e solo se (x − α) divide f (x).

12
Dimostrazione.
Siano q(x) e r(x) il quoziente e il resto della divisione di f (x) per (x − α). Poichè (x − α)
ha grado 1, deve essere deg (r(x)) ≤ 0, ossia r(x) = kx0 .
Da f (x) = (x − α) q(x) + kx0 segue

f (α) = (α − α) q(α) + kα0 = 0K q(α) + k 1K = k.

Si conclude

f (α) = 0K ⇐⇒ k = 0K ⇐⇒ r(x) = 0 ⇐⇒ (x − α) | f (x).

Sia f (x) ∈ K[x], di grado n.


• Se n = 0, f (x) è unitario;
• se n = 1, f (x) è irriducibile in K[x].
D’altra parte, per il Teorema di Ruffini, valgono i seguenti fatti:
• Se n = 2, 3 e f (x) non ha radici in K, allora è irriducibile in K[x];
• Se n ≥ 2 e f (x) ha qualche radice in K, allora è riducibile in K[x];
Ricordando che K[x] è un dominio fattoriale, si ha il seguente

(3.10) Corollario Sia f (x) ∈ K[x] di grado n. La somma delle molteplicità delle radici
di f (x) non supera n.

(3.11) Teorema (fondamentale dell’algebra) Il campo complesso C è algebricamente


chiuso. Ossia gli unici polinomi irriducibili di C[x] sono quelli di grado 1.

Ben diversa è la situazione in Q[x], come emerge dalle seguenti considerazioni, basate su
un celebre risultato di Gauss.

(3.12) Definizione f (x) ∈ Z[x] è primitivo se un MCD dei suoi coefficienti è 1.

(3.13) Lemma di Gauss. In Z[x] il prodotto di polinomi primitivi è primitivo.

Dimostrazione.
Supponiamo per assurdo che f (x), g(x) ∈ Z[x] siano primitivi, ma che h(x) = f (x)g(x)
non lo sia. Allora esisterebbe un primo p che divide h(x), ma non divide nè f (x) nè
g(x). Consideriamo l’epimorfismo canonico π : Z → Zp definito ponendo π(a) = [a]p per
ogni a ∈ Z ed estendiamolo all’omomorfismo π
b : Z[x] → Zp [x]. Otteniamo

b (an xn + . . . a1 x + a0 ) := [an ]p xn + . . . [a1 ]p x + [a0 ]p .


π

13
Si avrebbe π b(f (x)) 6= 0 e π
b(h(x)) = 0, π b(g(x)) 6= 0. D’altra parte π
b(h(x)) = π
b(f (x))b
π (g(x)).
E questa è una contraddizione perchè l’anello Zp [x] è privo di divisori delle zero.

Un facile calcolo aritmetico mostra che ogni polinomio g(x) ∈ Q[x] si scrive nella forma
n
g(x) = g(x)
m
con g(x) ∈ Z[x], primitivo. Per esempio
2 1 1
x3 + x2 − x + 2 = 15x3 + 10x2 − 3x + 30 .

3 5 15

(3.14) Corollario Un polinomio primitivo di Z[x], di grado > 0, è irriducibile in Z[x]


se e solo se è irriducibile in Q[x].

Dimostrazione. Sia f (x) ∈ Z[x], primitivo, di grado > 0. Se f (x) è irriducibile in Q[x]
lo è, a maggior ragione, in Z[x]. Viceversa sia f (x) irriducibile in Z[x].
Supponiamo, per assurdo, che ammetta una fattorizzazione

f (x) = f1 (x)f2 (x)

con f1 (x), f2 (x) ∈ Q[x], entrambi di grado > 0. Scrivendo i due fattori nella forma
ni
fi (x) = mi f i (x), con f i (x) ∈ Z[x], primitivi, si ha

m1 m2 f (x) = n1 n2 f 1 (x)f 2 (x).

Essendo f (x) primitivo, m1 m2 è un MCD dei coefficienti del primo membro.


Essendo f 1 (x)f 2 (x) primitivo per il Lemma di Gauss, n1 n2 è un MCD dei coefficienti
del secondo membro. Ne segue m1 m2 = ±n1 n2 , da cui:

f (x) = ±f 1 (x)f 2 (x).

Ma questo contraddice l’irriducibilità di f (x) in Z[x].

(3.15) Teorema (Criterio di Eisenstein) Dato f (x) = z0 + z1 x + . . . zn xn ∈ Z[x] di


grado n ≥ 1, si supponga che sia MCD (z0 , z1 , . . . , zn ) = 1 e che esista un primo p tale
che:
p | zj , 0 ≤ j ≤ n − 1, p2 6 |z0 .

Allora f (x) è irriducibile in Q[x].

In particolare, in Q[x] ci sono polinomi irriducibili di qualsiasi grado n ≥ 1. Ad esempio,


per ogni primo p, il polinomio xn − p è irriducibile in Q[x].

14
4 Sottocampo minimo

(4.1) Definizione Il sottocampo minimo K0 di un campo K è l’intersezione di tutti i


sottocampi di K.

(4.2) Lemma
• Se K ha caratteristica 0, allora K0 ' Q;
• se K ha caratteristica p > 0, allora K0 ' Zp .

Dimostrazione.
Se K ha caratteristica 0, m1K 6= 0K per ogni intero m 6= 0. Ne segue che (m1K )−1 ∈ K.
Possiamo quindi considerare l’applicazione f : Q → F definita ponendo
n
f := (n1K ) (m1K )−1 .
m

Essa è un omomorfismo di anelli. Inoltre è iniettiva perchè n1K = 0K solo se n = 0.


Ne segue Q ' Im f . Pertanto Im f è un sottocampo di K.
Se K ha caratteristica p > 0, definiamo f : Z → K mediante

f (n) := n1K .

Tale applicazione è un omomorfismo di anelli. Inoltre Ker f = pZ è un ideale massimale


di Z, essendo p primo. Ne segue Z
pZ = Zp ' Im f . Di nuovo Im f è un sottocampo di K.
In entrambi i casi K0 ≤ Im f . D’altra parte, per definizione di sottocampo, 1K ∈ K0 :
quindi anche tutti i suoi multipli n1K , gli inversi m1K −1 di quelli non nulli e i prodotti
(n1K ) (m1K )−1 appartengono a K0 . Si conclude Im f = K0 .

È utile notare che, se K ha caratteristica 0:


n o
K0 = Im f = (n1K ) (m1K )−1 | n, m ∈ Z, m 6= 0 .

Se K ha caratteristica p > 0

K0 = Im f = {0K , 1K , . . . , (p − 1)1K } .

(4.3) Lemma Siano K ≤ F campi e σ : K → F un omomorfismo di anelli.


1) σ è iniettivo, ossia un monomorfismo;
2) se F = K, la restrizione di σ al sottocampo minimo K0 è l’identità .

15
Dimostrazione.
1) Per definizione di omomorfismo fra anelli, σ(1K ) = 1F . Ne segue Ker σ 6= K. Siccome
Ker σ è un ideale di K e un campo non ha ideali propri, Ker σ = {0K }, cioè σ è iniettiva.

2) Si ha σ(n1K ) = n1K per ogni n ∈ Z. Questo si dimostra per induzione se n ≥ 0.


Infatti per n = 0 è chiaro e, per n > 0:

σ(n1K ) = σ ((n − 1)1K + 1K ) = σ ((n − 1)1K ) + σ (1K ) = (n − 1)1K + 1K = n1K .

Se n < 0 allora σ(−n1K ) = −n1K e, ricordando che σ(−α) = −σ(α):

σ (n1K ) = σ (−(−n1K )) = −σ(−n1K ) = −(−n1K ) = n1K .

Siccome σ conserva il prodotto si conclude che, per ogni n, m ∈ Z con m1K 6= 0K ,


 
σ (n1K ) (m1K )−1 = (n1K ) (m1K )−1

da cui l’asserto.

5 Campo dei quozienti

Ogni sottoanello D di un campo K é un dominio di integritá, ossia un anello commutativo


privo di divisori dello zero. Viceversa, ogni dominio di integritá puó essere immerso
in un campo, il cosiddetto campo dei quozienti F di D. Accenniamo brevemente alla
costruzione di F, lasciando la verifica delle affermazioni come esercizio.
a
Nell’insieme D × D \ {0D } delle frazioni b con a, b ∈ D, b 6= 0, definiamo la relazione

a c
= ⇐⇒ ad = bc.
b d

Tale relazione é di equivalenza in D × D \ {0D }. Chiamiamo F l’insieme quoziente, ossia


l’insieme i cui elementi sono le classi di equivalenza. Rispetto alle usuali operazioni di
somma e prodotto del calcolo frazionario, F risulta un campo. In particolare D puó
n o
essere identificato con il sottonallo 1dD | d ∈ D di F.

6 Il monomorfismo di Frobenius

Tale monomorfismo esiste solo per i campi di caratteristica p > 0, ed è basato su una
proprietà dei coefficienti binomiali.

16
Per ogni intero n ≥ 0 e ogni intero k tale 0 ≤ k ≤ n si pone:
 
n n!
:= (coefficiente binomiale).
k (n − k)! k!
 
n
Si vede facilmente che è sempre un intero.
k
(6.1) Lemma  Sia
 p primo.
p
1) p divide per ogni k tale che 0 < k < p;
k
2) se K ha caratteristica p, per ogni α, β ∈ K:

(α + β)p = αp + β p .

Dimostrazione.
1) Il numeratore p! è divisibile per p. Invece (p−k)! e k! non sono divisibili per p, in virtù
dell’ipotesi 0 < k < p. Pertanto p, essendo primo, non divide il denominatore (p − k)!k!
2) Per lo sviluppo del binomio,

p   p−1  
p
X p n−k k p
X p
(α + β) = α β =α + αn−k β k + β p .
k k
k=0 k=1

 
p
Per il punto 1), se 0 < k < p, i termini αn−k β k sono della forma pγk , con γk ∈ K.
k
Siccome K ha caratteristica p tali termini sono nulli, da cui l’asserto.

(6.2) Teorema Sia K un campo di caratteristica p > 0. L’applicazione σ : K → K


definita ponendo, per ogni α ∈ K,

(6.3) σ(α) = αp (monomorfismo di Frobenius)

è un monomorfismo. Se σ è suriettivo, K si dice perfetto.

Dimostrazione.
σ(1K ) = 1pK = 1K .
Per il punto 2) del Lemma precedente: σ(α + β) = (α + β)p = αp + β p = σ(α) + σ(β).
Per la commutatività del prodotto: σ(αβ) = (αβ)p = αp β p = σ(α)σ(β).

17
7 Moduli e spazi vettoriali

Sia A un anello con unità 1A 6= 0A .

(7.1) Definizione Un gruppo abeliano (M, +, 0M ) è un A-modulo sinistro se è definito


un prodotto (a, m) 7→ am da A × M a M per cui valgono le seguenti proprietà .
Per ogni a, a1 , a2 ∈ A e per ogni m, m1 , m2 ∈ M :
1) a(m1 + m2 ) = am1 + am2 ;
2) (a1 + a2 )m = a1 m + a2 m;
3) a1 (a2 m) = (a1 a2 )m;
4) 1A m = m.

Se A è un corpo, un A-modulo sinistro si dice anche uno spazio vettoriale su A.

(7.2) Esempio Il gruppo abeliano (A, +, 0A ) è un A-modulo sinistro rispetto al prodotto


di anello (a1 , a2 ) 7→ a1 a2 . Tale modulo si chiama l’A-modulo regolare sinistro e si indica
con A A o anche solo con A.

Il precedente esempio ammette la seguente generalizzazione.

(7.3) Esempio Il modulo An .


Per ogni n ≥ 1 il modulo An ha come elementi i vettori colonna a n componenti in A e
le operazioni di modulo risultano le seguenti:
         
x1 y1 x1 + y1 x1 rx1
(7.4)  ...  +  ...  =  ... , r ...  =  ... .
xn yn xn + yn xn rxn

(7.5) Definizione Un sottoinsieme N di un A-modulo M si dice un sottomodulo (o


anche un sottospazio quando A è un corpo) se soddisfa i seguenti assiomi:
1) 0M ∈ N ;
2) per ogni n1 , n2 ∈ N , l’elemento (n1 + n2 ) appartiene a N ;
3) per ogni a ∈ A, n ∈ N , l’elemento (an) appartiene a N .

Dato un sottoinsieme S = {m1 , . . . , mn } di un A-modulo M , sia < S > l’insieme delle


combinazioni lineari, a coefficienti in A, degli elementi di S, ossia:
( n )
X
(7.6) < S >:= ai mi | ai ∈ A (sottomodulo generato da S).
1

< S > è il minimo sottomodulo di M che contiene S. Di conseguenza < ∅ >:= {0M }.

18
(7.7) Definizione Siano M e M 0 degli A-moduli. Un A-omomorfismo da M a M 0 è
una applicazione Φ : M → M 0 tale che, per ogni m1 , m2 , m ∈ M e per ogni r ∈ A:
1) Φ(m1 + m2 ) = Φ(m1 ) + Φ(m2 ),
2) Φ(rm) = r Φ(m).

Quando A è un corpo, un A-omomorfismo si dice anche una applicazione lineare.

(7.8) Lemma Sia Φ : M → M 0 un A-omomorfismo. Per ogni sottomodulo N di M e


per ogni sottomodulo N 0 di M 0 valgono i seguenti fatti:
1) l’immagine Φ(N ) := {Φ(n) | n ∈ N } è un sottomodulo di M 0 ;
2) la preimmagine Φ−1 (N 0 ) := {m ∈ M | Φ(m) ∈ N 0 } è un sottomodulo di M .

(7.9) Definizione Un sottoinsieme S = {m1 , . . . , mn } di un A-modulo M si dice


indipendente se, per ogni a1 ∈ A, . . . , an ∈ A :
n
X
ai mi = 0M ⇒ a1 = · · · = an = 0A .
i=1

L’insieme ∅ è indipendente per definizione.

(7.10) Definizione Un sottoinsieme B di un A-modulo M è una base di M se genera


M , ossia hBi = M , e se è indipendente.

Notiamo che {v1 , · · · , vn } è una base di M se ogni m ∈ M si scrive in modo unico nella
forma x1 v1 + · · · + xn vn con xi ∈ A.
Il modulo nullo ha base ∅. Il modulo regolare A = A A ha come base il singoletto {1A }.
Per n ≥ 2, è immediato verificare che An ha come base l’insieme:
    
 1A 0A 
(7.11) e1 :=  . . .  , . . . , en :=  . . .  (base canonica).
0A 1A
 

(7.12) Teorema Ogni spazio vettoriale V su un campo K ha una base. Inoltre tutte le
basi di V hanno la stessa cardinalità , detta la dimensione di V .

L’esistenza di una base si ottiene notando che ogni sottoinsieme indipendente massimale
di V è un insieme di generatori.

19
20
Capitolo II

Primi risultati

1 Estensioni di campi

(1.1) Definizione Dati due campi K e F, diciamo che F è estensione di K se esiste un


monomorfismo di anelli ι : K → F.

Chiaramente K è isomorfo al sottocampo ι(K) di F. In effetti l’ occorrenza più naturale


di estensione si ha quando K ≤ F, ossia quando K é un sottocampo di F. In tal caso,
come monomorfismo ι, si considera solitamente l’inclusione.

Una estensione F di K si indica anche con F : K.

(1.2) Lemma Ogni estensione F di K è uno spazio vettoriale su K. Inoltre se f : F → F


è un omomorfismo la cui restrizione a K è l’identità , allora f è una applicazione lineare.

Dimostrazione. (F, +, 0F ) è un gruppo abeliano. Inoltre, il prodotto in F induce un


prodotto K × F → F il quale, essendo distributivo e associativo, soddisfa gli assiomi di
K-modulo. Quindi F è spazio vettoriale su K. Infine, per definizione di omomorfismo di
anelli, per ogni α, β ∈ F si ha f (α + β) = f (α) + f (β) e, per ogni λ ∈ K, α ∈ F, si ha
f (λα) = f (λ)f (α) = λf (α) sfruttando l’ ulteriore ipotesi fK = id. Pertanto f è lineare.

(1.3) Definizione Se F è estensione di K, la dimensione di F come spazio vettoriale


su K si chiama il grado di F su K e si indica mediante [F : K].

Per esempio [C : R] = 2. Infatti {1, i} è una base di C su R.

(1.4) Lemma Siano F ≥ L ≥ K dei campi. Allora [F : K] < ∞ se e solo se [F : L] < ∞

21
e [L : K] < ∞. In tal caso si ha:

[F : K] = [F : L][L : K].

Dimostrazione.
Supponiamo [F : K] < ∞. Sia B una base di F su K. Ogni α ∈ F è combinazione lineare
di elementi di B con coefficienti in K ≤ L. Quindi B è , a maggior ragione, un insieme
di generatori di F su L. Ogni sottoinsieme indipendente massimale C di B è una base
finita per F su L, da cui [F : L] < ∞. Chiaramente L, in quanto sottospazio di F, ha
dimensione finita su K. Concludiamo [L : K] < ∞.
Supponiamo ora [F : L] = n < ∞ e [L : K] = m < ∞.

F
n

L
m

Siano {v1 , . . . , vn } una base di F su L e {w1 , . . . , wm } una base di L su K.


Dimostriamo che una base di F su K è data dall’insieme

B := {vi wj | 1 ≤ i ≤ n, , 1 ≤ j ≤ m} .

Pn
A tale scopo, sia α ∈ F. Esso si scrive nella forma α = i=1 `i vi ,
per opportuni
Pm
coefficienti `i ∈ L. Ciascun `i , a sua volta, si scrive nella forma `i = j=1 kij wj , per
opportuni coefficienti kij ∈ K. Ne segue
 
n
X Xm X
α=  kij wj  vi = kij (vi wj ) .
i=1 j=1 i,j

Pertanto B genera F su K. Inoltre B è indipendente. Supponiamo infatti


 
X Xn Xm
0F = kij (vi wj ) =  kij wj  vi .
i,j i=1 j=1

Per l’indipendenza dei vi su L si conclude:


m
X m
X m
X
k1j wj = 0L , k2j wj = 0L , ..., knj wj = 0L .
j=1 j=1 j=1

22
Per l’indipendenza dei wi su K si ha:

k1j = 0K , 1 ≤ j ≤ m, k2j = 0K , 1 ≤ j ≤ m, ..., knj = 0K , 1 ≤ j ≤ m.

Pertanto B è una base di F su K, da cui [F : K] = |B| = nm.

(1.5) Osservazione Se ι : K → F è una estensione, poniamo [F : K] := [F : ι(K)].

2 Estensioni semplici

(2.1) Definizione Sia K ≤ F. Se S è un sottoinsieme di F, si indica con K(S)


l’intersezione di tutti i sottocampi di F che contengono K e S.
L’estensione K(S) si dice semplice quando |S| = 1.

Poiché fra i sottocampi di F che contengono S c’ è F stesso e l’ntersezione di sottocampi


è un sottocampo, si ha che K(S) è il minimo sottocampo di F che contiene K e S.

Se S = {α1 , . . . , αn }, scriviamo K(S) = K (α1 , . . . , αn ). Esempio: C = R(i).

(2.2) Definizione Siano K ≤ F dei campi e sia α ∈ F.


• α è algebrico su K quando è radice di qualche polinomio non nullo di K[x];
• α è trascendente su K in caso contrario.

Fissato α, possiamo considerare l’omomorfismo di anelli

(2.3) ϕα : K[x] → F tale che ϕα (f (x)) := f (α).

Per le proprietá degli omomorfismi, Ker ϕα è ideale di K[x], Im ϕα è sottoanello di F.

α è algebrico su K precisamente quando l’ideale Ker ϕα è non nullo. Infatti:

Ker ϕα = {f (x) ∈ K[x] | f (α) = 0F } .

(2.4) Definizione Se α è algebrico su K, il generatore monico di Ker ϕα si dice il


polinomio minimo di α su K. Lo indicheremo con mα,K (x).

In base a tale definizione, per ogni f (x) ∈ K[x],

(2.5) f (α) = 0F ⇐⇒ f (x) ∈ Ker ϕα ⇐⇒ mα,K (x) divide f (x).

(2.6) Esempi
• Ogni k ∈ K è algebrico su K. Il polinomio minimo mk,K (x) di k su K è x − k;

23

• 3 ∈ R è algebrico su Q. Il polinomio minimo m√3,Q (x) è x2 − 3.

(2.7) Lemma Sia α ∈ F, estensione di K. Supponiamo α algebrico su K.

1) Il polinomio minimo mα,K (x) è irriducibile in K[x];

2) se m(x) ∈ K[x] è monico, irriducibile e m(α) = 0F , allora m(x) = mα,K (x).

Dimostrazione.
1) Supponiamo, per assurdo, che mα,K (x) si riducibile e consideriamo una sua fattor-
izzazione mα,K (x) = f (x)g(x) con f (x), g(x) polinomi di K[x] aventi grado inferiore
a quello di mα,K (x). Essendo F privo di divisori dello zero, in virtù della relazione
0F = mα,K (α) = f (α)g(α) possiamo supporre f (α) = 0F . Ne segue che mα,K (x) divide
f (x). Contraddizione perchè f (x) è non nullo e ha grado inferiore a quello mα,K (x).
2) Da m(α) = 0 segue che mα,K (x) divide m(x). Quindi, essendo m(x) irriducibile,
m(x) = k mα,K (x) per un opportuno k ∈ K. Poichè m(x) e mα,K (x) sono entrambi
monici, si conclude m(x) = mα,K (x).

Sia m(x) ∈ K[x] di grado m. Ricordiamo che


K[x]
= k0 + k1 x + · · · + km−1 xm−1 | ki ∈ K

hm(x)i
è un anello rispetto alla somma usuale di polinomi e al prodotto modulo m(x).

(2.8) Teorema Sia α ∈ F, estensione di K.

1) Se α è algebrico su K, con polinomio minimo m(x), allora K(α) ∼


=
K[x]
hm(x)i .

Più precisamente:
K[x]
• esiste un isomorfismo ψ : → K(α) tale che ψ(x) = α, ψ(k) = k, ∀ k ∈ K;
hm(x)i

• posto m = deg m(x), l’insieme B = α0 , α, . . . , αm−1 , è una base di K(α) su K;




• [K(α) : K] = m.

2) Se α è trascendente su K, allora K(α) ∼


= K(x), campo dei quozienti di K[x].

Ne segue [K(α) : K] = ∞.

Dimostrazione. Consideriamo l’omomorfismo ϕα : K[x] → F definito in 2.3. Risulta:

Im ϕα = {k0 + k1 α + · · · + kn αn | ki ∈ K, n ∈ N} .

24
Da αi ∈ K(α) per ogni i ∈ N e da K ≤ K(α) segue:

(2.9) Im ϕα ≤ K(α).

K[x]
1) Ker ϕα è l’ideale hm(x)i. Ne segue che ϕα induce l’ isomorfismo ψ : hm(x)i → Im ϕα
tale che: r(x) 7→ r(α) per ogni r(x) = k0 + k1 x + · · · + km−1 xm−1 . In particolare:

ψ(x) = α, ψ(k) = k, ∀ k ∈ K.

K[x]
Per l’irriducibilità di m(x), l’anello hm(x)i è un campo. Quindi Im ϕα è un campo che
contiene K e {α}. Per definizione di K(α) si ha K(α) ≤ Im ϕα da cui, per (2.9):

(2.10) Im ϕα = K(α).

Infine, essendo x0 , x, . . . , xm−1 una base di


 K[x]
hm(x)i si ha che

ψ x0 , ψ(x), . . . , ψ xm−1 = α0 , α, . . . , αm−1


   

è una base di K(α) su K.

cα : K(x) → K(α)
2) Ker ϕα è l’ideale nullo. ϕα può essere estesa all’isomorfismo ϕ
definito ponendo  
f (x) f (α)
ϕ
cα := ϕα (f (x) (ϕα (g(x))−1 = .
g(x) g(α)
per ogni f (x), g(x) ∈ K[x] con g(x) 6= 0.

Si ha quindi:

(2.11) Corollario α è algebrico su K se e solo se [K(α) : K] < ∞.

Un’altra importante conseguenza del Teorema 2.8 è questa.

(2.12) Corollario Dati K ≤ F, K0 ≤ F0 campi, ψ : K → K0 un isomorfismo, siano


• α ∈ F una radice di un polinomio monico irriducibile m(x) ∈ K[x],
• α0 ∈ F0 una radice di ψb (m(x)), dove ψb è definita come in (3.5).
Allora esiste un isomorfismo Ψ : K(α) → K0 (α0 ) tale che Ψ(α) = α0 e Ψ|K = ψ.

(2.13) K(α)
Ψ / K0 (α0 )

K / K0
ψ

25
In particolare se α e β sono radici di uno stesso polinomio irriducibile m(x), esiste un
isomorfismo σ : K(α) → K(β) tale che σ(α) = β e σ|K = idK .

Dimostrazione.
Il polinomio m(x), essendo monico e irriducibile, coincide con il polinomio minimo di α
K[x]
su K. Per il Teorema 2.8 esiste un isomorfismo ψ : hm(x)i → K(α) tale che:

x 7→ α, k 7→ k, ∀ k ∈ K.

L’isomorfismo ψb : K[x] → K0 [x], definito in 3.5, porta polinomi monici in monici e


polinomi irriducibili in irriducibili. Ne segue che ψb (m(x)) è monico e irriducibile, quindi
coincide con il polinomio minimo di α0 su K0 . Sempre per il Teorema 2.8, esiste un
K0 [x]
isomorfismo η : → K0 (α0 ) tale che
hψ(m(x))
b i

x 7→ α0 , k 0 7→ k 0 , ∀ k 0 ∈ K0 .

Considerando l’isomorfismo ψ̄ definito da (3.7), si ha la sequenza di isomorfismi:

ψ −1 K[x] ψ̄ K0 [x] η
K(α) −→ −→ D E −→ K0 (α0 ).
hm(x)i ψb (m(x))

Siccome il prodotto di isomorfismi è un isomorfismo, l’applicazione

Ψ := η ψ̄ ψ −1 : K(α) → K0 (α0 )

è un isomorfismo. Inoltre:

Ψ(α) = η ψ̄ ψ −1 (α) = η ψ̄(I + x) = η(I 0 + x) = α0

e, per ogni k ∈ K:

Ψ(k) = η ψ̄ ψ −1 (k) = η ψ̄(I + k) = η(I 0 + ψ(k)) = ψ(k).

L’ultima osservazione si ottiene per K0 = K, ψ = idK , α0 = β, Ψ = σ.

3 Campi di spezzamento

(3.1) Lemma Sia m(x) ∈ K[x] irriducibile. Allora:

K[x]
i) m(x) ha una radice α nel campo hm(x)i , estensione di K;

26
K[x]
ii) hm(x)i = K(α);

iii) [K(α) : K] = deg m(x).

K[x]
Dimostrazione. L’anello hm(x)i è un campo, essendo m(x) irriducibile. Siccome in tale
K[x]
campo il prodotto è definito mod m(x), abbiamo m(x) = 0. Quindi x ∈ hm(x)i è radice
di m(x). Posto x = α per evitare ambiguitá, si ha:
(m−1 )
K[x] X
= ki αi | ki ∈ K = K(α).
hm(x)i
i=0

Infine, poiché m(x) è irriducibile, coincide con il polinomio minimo di α su K. Per il


punto 1) del Teorema 2.8 si ha [K(α) : K] = deg m(x).

(3.2) Definizione Siano K un campo e f (x) 6= 1K x0 un polinomio monico di K[x].


Si dice campo di spezzamento di f (x) su K una estensione Σ di K tale che:
i) f (x) = (x − α1 )(x − α2 ) . . . (x − αn ) con α1 , α2 , . . . , αn ∈ Σ;
ii) Σ = K (α1 , α2 , . . . , αn ).

(3.3) Esempi
1. R(i, −i) = R(i) = C è il campo di spezzamento di x2 + 1 su R. Chiaramente
mini,R (x) = x2 + 1, da cui [C : R] = 2.
√ √ √
2. Sia p > 0 un numero primo. Q( p, − p) = Q( p) è il campo di spezzamento di

x2 − p su Q. Si ha min√p,Q (x) = x2 − p, da cui [Q( p) : Q] = 2.
2πi
3. Sia p un numero primo e sia ω = e 3 una radice cubica di 1.

√ √ √ √
Q( 3 p, ω 3 p, ω 2 3 p) = Q( 3 p, ω),


è il campo di spezzamento di x3 −p su Q. Da min √ 3
3 p,Q (x) = x −p segue [Q( 3 p) : Q] = 3.

Notando che 3 p ∈ R, mentre ω 6∈ R, si ha facilmente


[Q( 3 p, ω) : Q] = 3 · 2 = 6.

(3.4) Lemma Sia f (x) = g(x)q(x) con g(x), q(x) ∈ K[x], monici.
Se L è un campo di spezzamento per q(x) su K e Σ un campo di spezzamento per g(x)
su L, allora Σ è un campo di spezzamento per f (x) su K.

Dimostrazione. Possiamo supporre K ≤ L ≤ Σ. Inoltre:

27
i) q(x) = (x − α1 ) . . . (x − αm ) con α1 , . . . , αm ∈ L;
ii) L = K (α1 , . . . , αm ).
Analogamente:
i) g(x) = (x − αm+1 ) . . . (x − αn ) con αm+1 , . . . , αn ∈ Σ;
ii) Σ = L (αm+1 , . . . , αn ).
Segue:
i) f (x) = (x − α1 ) . . . (x − αm )(x − αm+1 ) . . . (x − αn ) con α1 , . . . , αn ∈ Σ;
ii) Σ = L (αm+1 , . . . , αn ) = K (α1 , , . . . , αm , αm+1 , . . . , αn ).
Si conclude l’asserto.

Il campo di spezzamento di un polinomio f (x) ∈ K[x] esiste ed è unico, a meno di


isomorfismi, in virtù del seguente:

(3.5) Teorema Sia f (x) un polinomio monico di K[x], avente grado n ≥ 1.

1) Esiste un campo di spezzamento Σ di f (x) su K e [Σ : K] ≤ n!;

2) se ψ : K → K0 è un isomorfismo e Σ0 è un campo di spezzamento di ψb (f (x)) su


K0 , allora esiste un isomorfismo Ψ : Σ → Σ0 tale che Ψ|K = ψ.

In particolare ogni automorfismo di K che fissa i coefficienti di f (x) si estende (in modo
generalmente non unico) a un automorfismo di Σ.

Dimostrazione.
Consideriamo la fattorizzazione in K[x]

f (x) = p1 (x) . . . pm (x)

dove ogni fattore pj (x) è monico, irriducibile in K[x].


Se tutti i pj (x) hanno grado 1, in particolare se f (x) ha grado n = 1,

f (x) = (x − α1 ) . . . (x − αm )

con αj ∈ K, 1 ≤ j ≤ m. In tal caso valgono gli asserti. Infatti:

1) Σ = K e [Σ : K] = 1 ≤ n!;

2) ψb (f (x)) = (x − ψ(α1 )) · · · (x − ψ(αm )), da cui Σ0 = K0 e Ψ = ψ.

28
Altrimenti possiamo supporre che p1 (x) abbia grado m ≥ 2. Per il Lemma 3.1 esiste
una estensione K(α) di K, di grado m, dove α è una radice di p1 (x). Chiaramente α è
anche radice di f (x). Quindi, per il Teorema di Ruffini:

f (x) = (x − α) q(x), q(x) ∈ K (α) [x].

1) Per induzione su n, possiamo supporre che esista un campo di spezzamento Σ di q(x)


su K (α) e, inoltre, che [Σ : K (α)] ≤ (n − 1)!. Per il Lemma 3.4 si ha che Σ è un campo
di spezzamento di f (x) su K. Infine

[Σ : K] = [Σ : K (α)][K (α) : K] ≤ (n − 1)!r ≤ n!

2) Chiaramente ψb (p1 (x)) . . . ψb (pm (x)) è la fattorizzazione di ψ(f


b (x)) in polinomi monici
irriducibili di K0 [x]. Fra le radici di ψ(f b (x)) ne scegliamo una, α0 , che sia radice di
ψb (p1 (x)). Per il Corollario 2.12 esiste un isomorfismo ψ1 : K (α) → K0 (α0 ) tale

ψ1 (α) = α0 e (ψ1 )|K = ψ.

b (x)) = (x − α0 )g(x), si ha che Σ0 è il campo di spezzamento di g(x) su


Posto ora ψ(f
K0 (α0 ). Avendo g(x) grado n − 1, per induzione esiste un isomorfismo Ψ : Σ → Σ0 tale
che ΨK(α) = ψ1 . Da ψ1 K = ψ, si conclude che ΨK = ψ.

Σ
Ψ / Σ0

≤(n−1)!

K(α) / K0 (α0 )
ψ1
m≤n

K / K0
ψ

4 La chiusura algebrica di un campo

(4.1) Definizione Una estensione F : K si dice algebrica se ogni elemento di F è


algebrico su K.

(4.2) Osservazione Ogni estensione di grado finito è algebrica.

29
Sia infatti [F : K] = n < ∞. Per ogni α ∈ F si ha K ≤ K(α) ≤ F da cui [K(α) : K] < ∞.
In virtù del Corollario 2.11 l’elemento α è algebrico su K.

Per le estensioni algebriche vale inoltre la transitivitá. Ossia:

(4.3) Lemma Se L : F e F : K sono estensioni algebriche, allora anche L : K è


estensione algebrica.
Pn−1
Dimostrazione. Fissato α ∈ L, sia m(x) = i=0 fi xi + xn il polinomio minimo di α su
F. Ciascun fi è algebrico su K: ne segue che [K (f0 , · · · , fn−1 ) : K] < ∞. Verifichiamo
tale fatto per induzione su n, essendo chiaro per n = 1. Sia quindi n > 1. Per l’ipotesi
induttiva [K (f0 , · · · , fn−2 ) : K] < ∞. Inoltre fn−1 , essendo algebrico su K, lo è a maggior
ragione su K (f0 , · · · , fn−2 ). Quindi [K (f0 , · · · , fn−2 ) (fn−1 ) : K (f0 , · · · , fn−2 )] < ∞. Si
conclude che [K(f0 , · · · , fn−1 ) : K] =

[K (f0 , · · · , fn−2 ) (fn−1 ) : K (f0 , · · · , fn−2 )][K (f0 , · · · , fn−2 ) : K] < ∞.

Chiaramente α è algebrico su K (f0 , · · · , fn−1 ). Pertanto [K (f0 , · · · , fn−1 ) (α) : K] =

[K (f0 , · · · , fn−1 ) (α) : K (f0 , · · · , fn−1 )][K (f0 , · · · , fn−1 ) : K] < ∞.

Da K(α) ≤ K (f0 , · · · , fn−1 ) (α) si ha che [K(α) : K] < ∞, ossia α è algebrico su K.

(4.4) Teorema Siano K ≤ F, campi. L’insieme H degli elementi di F algebrici su K


è un sottocampo di F che contiene K. Inoltre, se F è algebricamente chiuso, anche H è
algebricamente chiuso.

Dimostrazione.
Chiaramente K ≤ H. Siano α, β elementi di F, algebrici su K, con β 6= 0F . Dobbiamo
dimostrare che α − β e αβ −1 sono algebrici su K. Ora K(α, β) = (K(α)) (β) è estensione
algebrica di K(α) perché β, essendo algebrico su K, lo è a maggior ragione su K(α).
Inoltre K(α) è estensione algebrica di K. Dal Lemma precedente si ottiene che K(α, β)
è estensione algebrica di K. In particolare α − β e αβ −1 , in quanto elementi di K(α, β),
sono algebrici su K.
Supponiamo ora che F sia algebricamente chiuso e consideriamo un polinomio irriducibile
m(x) ∈ H[x]. Detta α una radice di m(x) in F, si ha che H(α) è estensione algebrica
di H, avendo grado finito. Ora H è , per definizione, estensione algebrica di K. Dal
Lemma 4.3 si ha che H(α) è estensione algebrica di K. Ne segue che α è algebrico su K,
quindi α ∈ H. Si conclude che m(x) ha grado 1, ossia che H è algebricamente chiuso.

30
(4.5) Esempio Per K = Q e F = C si ottiene il campo H dei numeri algebrici,
ossia dei numeri complessi che sono radici dei polinomi a coefficienti razionali. Esso è
algebricamente chiuso per il Teorema 4.4.

Per le considerazioni che seguono H è numerabile, quindi un sottoinsieme piccolo di C.

Sia F ≥ K una estensione algebrica. Dalla teoria degli insiemi si ha che:

|F| = |N|, se |K| < ∞, |F| = |K|, se |K| = ∞.

Per convincersene è utile notare che ogni polinomio di K[x] è un elemento di Kn , per
qualche n ≥ 0. Ne segue che K[x] è numerabile se K è finito, altrimenti ha la stessa
cardinalitá di K. Poiché F è unione disgiunta di insiemi finiti (ciascuno dei quali è
l’insieme delle radici, appartenenti a F, di un polinomio f (x) ∈ K[x]), si ottiene che F
ha la stessa cardinalitá di K[x].

(4.6) Definizione Una estensione E : K di dice una chiusura algebrica se:

• E è estensione algebrica di K,

• E è algebricamente chiuso.

(4.7) Teorema Ogni campo K ha una chiusura algebrica E.

Dimostrazione. Immergiamo K nell’ insieme X := P(N) se K è finito, X := P(K) se K


è infinito. Consideriamo quindi l’insieme Y i cui elementi sono le estensioni algebriche
F di K tali che F ⊆ X. Per ogni F1 , F2 ∈ Y , poniamo F1 ≤ F2 se e solo se F1 è
sottocampo di F2 . Chiaramente (Y, ≤) è un insieme parzialmente ordinato. Considerata
una catena C in Y , mostriamo che ha estremo superiore in Y . Sia infatti F
b := ∪F∈C F.
b esiste F1 ∈ C tale che x, y ∈ F1 . Pertanto x − y e xy −1 (per y =
Per ogni x, y ∈ F 6 0)
appartengono a F1 , quindi anche a F. b (Se x, y ∈ F2 ∈ C si ha F1 sottoanello di F2 o
viceversa: in ogni caso x − y e xy −1 sono gli stessi). É evidente che ogni elemento di F
b è
algebrico su K. Per il Lemma di Zorn, esiste un elemento massimale E ∈ Y . Verifichiamo
che E è algebricamente chiuso. In caso contrario, esisterebbe un polinomio irriducibile
m(x) ∈ E[x] di grado n ≥ 2 e, per il Lemma 3.1, esisterebbe una estensione Eb di E tale
che [E
b : E] = n. Pertanto E b sarebbe estensione algebrica di E e quindi anche di K per
il Lemma 4.3. In particolare |E|
b < |X|, quindi possiamo supporre E b ⊆ X. Si conclude
b ∈ Y , in contrasto con la massimalitá di E.
E

31
Si può inoltre dimostrare che la chiusura lagebrica di un campo è unica, a meno di
isomorfismi.

5 Estensioni di Galois

(5.1) Definizione Una estensione F : K si dice normale se ogni polinomio irriducibile


m(x) ∈ K[x], che ha almeno una radice in F, si scompone in fattori di grado 1 in F[x].

(5.2) Teorema Sia Σ il campo di spezzamento di f (x) ∈ K[x]. Allora Σ : K è una


estensione normale.

Dimostrazione. Sia m(x) ∈ K[x] (monico) irriducibile e sia F un campo di spezzamento


di m(x) su Σ. Dobbiamo dimostrare che se m(x) ha una radice α in Σ, allora ogni altra
radice α0 di m(x) in F appartiene a Σ.
Per il Corollario 2.12, con K = K0 , ψ = id, esiste un isomorfismo ψ1 : K(α) → K(α0 ) tale
che ψ1 (α) = α0 e ψ1|K = id.

F F

Σ / Σ(α0 )
Ψ

K(α) / K(α0 )
ψ1

K /K
id

Possiamo considerare Σ come campo di spezzamento di f (x) su K(α) e Σ(α0 ) come


campo di spezzamento di f (x) su K(α0 ). Per il punto 2) del Teorema 3.5, esiste un
isomorfismo Ψ : Σ → Σ(α0 ) tale che Ψ|Kα = ϕ1 . In particolare Ψ|K = id. Ne segue che
Ψ(f
b (x) = f (x), ossia Ψ permuta le radici α1 , . . . , αn di f (x). Essendo Σ = K (α1 , . . . , αn )
si ha Ψ(Σ) = Σ. Si conclude che α0 = Ψ(α) ∈ Σ.

(5.3) Corollario Una estensione F : K è normale di grado finito se e solo se F è campo


di spezzamento di un polinomio su K.

Dimostrazione. Se F è campo di spezzamento di un polinomio f (x) su K, allora F


è estensione normale di K per il Teorema 5.2. Inoltre [F : K] ≤ (degf (x))! < ∞.

32
Viceversa. Essendo [F : K] finito, esiste una base finita {α1 , . . . , αn } di F su K. Essendo
F normale, il polinomio minimo mi (x) di αi su K ha tutte le sue radici in F, 1 ≤ i ≤ n.
Si conclude che F è il campo di spezzamento di m(x) = ni=1 mi (x) su K.
Q

(5.4) Osservazione Sia Σ il campo di spezzamento di f (x) ∈ K[x] e sia K ≤ F ≤ Σ.


Dalla definizione 3.2 segue subito che Σ è campo di spezzamento di f (x) su F, quindi
l’estensione Σ : F è normale. Tuttavia, in generale, F : K non è normale di K. In
proposito si veda il Teorema 3.9 del Capitolo successivo.

(5.5) Definizione Un polinomio f (x) ∈ K[x] si dice separabile se non ha radici mul-
tiple in un suo campo di spezzamento.

Uno strumento efficace per stabilire se un polinomio è separabile o meno è costituito


dalla derivazione formale.

(5.6) Lemma Un polinomio f (x) ∈ K[x] ha qualche radice multipla in un suo campo
di spezzamento Σ se e solo se d(x) = MCD (f (x), f 0 (x)) ha grado > 0.

Dimostrazione. Supponiamo che f (x) abbia una radice α ∈ Σ di molteplicità ≥ 2. Si ha


che (x − α)2 divide f (x), ossia f (x) = (x − α)2 q(x) in Σ[x]. Ne segue

f 0 (x) = 2(x − α)q(x) + (x − α)2 q 0 (x) = (x − α) 2q(x) + (x − α)q 0 (x) .




Pertanto x − α divide f (x) e f 0 (x), quindi anche d(x). Ne segue che d(x) ha grado > 0.
Viceversa, supponiamo che d(x) abbia grado > 0 e che α ∈ Σ sia una radice di d(x). Da
f (x) = (x − α)g(x) deduciamo f 0 (x) = g(x) + (x − α)g 0 (x), ossia

g(x) = f 0 (x) − (x − α)g 0 (x).

Essendo f 0 (x) divisibile per (x − α) si ha che g(x) = (x − α)h(x). Concludiamo che


f (x) = (x − α)g(x) = (x − α)2 h(x).

(5.7) Corollario

1) Se K ha caratteristica 0, ogni polinomio irriducibile f (x) ∈ K[x] è separabile.

2) Se K ha caratteristica p > 0 e q = pn , il polinomio f (x) = xq − x è separabile.

33
Dimostrazione.
Poniamo d(x) = MCD (f (x), f 0 (x)).
1) Sia n il grado di m(x). Se n = 1 l’asserto è ovvio. Possiamo quindi supporre n ≥ 2.
Da m(x) = k0 + · · · + kn xn segue che m0 (x) = k1 + · · · + nkn xn−1 ha grado n − 1. Ne
segue che d(x) non può avere grado n. Per l’irriducibilità di m(x) si conclude che d(x)
ha grado 0, da cui l’asserto per il Lemma precedente.
2) f 0 (x) = qxq−1 − 1 = pn xq−1 − 1 = −1 ha grado 0. Di nuovo d(x) ha grado 0.

(5.8) Definizione F è estensione separabile di K se è estensione algebrica e, per ogni


α ∈ F, il suo polinomio minimo su K è separabile.

Conviene infine introdurre la seguente

(5.9) Definizione Una estensione F : K si dice di Galois se soddisfa le proprietá:

1) F è estensione separabile di K;

2) F è estensione normale di K;

3) [F : K] è finito.

Per il Corollario 5.3 le condizioni 2) e 3) sono equivalenti al fatto che F sia campo di
spezzamento di un polinomio su K.
Inoltre, per il punto 1) del Corollario 5.7, se K ha caratteristica 0, un’estensione F : K è
di Galois se e solo se F è il campo di spezzamento di un polinomio su K.

34
Capitolo III

La corrispondenza di Galois

1 Gruppi di automorfismi

Siano ψ1 , . . . , ψn dei monomorfismi dal campo K al campo F. Assegnati n elementi


a1 , . . . , an di F, possiamo considerare l’applicazione ni=1 ai ψi : K → F definita ponendo:
P

n
X
α 7→ ai ψi (α), ∀ α ∈ K.
i=1

Essa, in generale, non è un monomorfismo, ma ha alcune proprietà utili.

(1.1) Lemma I monomorfismi ψ1 , . . . , ψn da K a F siano a due a due distinti. Allora


sono linearmente indipendenti su F. Ossia:

n
X
(1.2) ai ψi (α) = 0F per ogni α ∈ K =⇒ a1 = · · · = an = 0F .
i=1

Dimostrazione.
Induzione su n. Se n = 1, per α = 1K , si ha: 0F = a1 ψ1 (1K ) = a1 1F = a1 .
Per n > 1, basta dimostrare an = 0F . Infatti, sostituendo 0F ψn (α) = 0F in (1.2) si ha:
n−1
X
ai ψi (α) = 0F per ogni α ∈ K.
i=1

Ne segue, per l’ipotesi induttiva, a1 = · · · = an−1 = 0F .


Essendo ψ1 6= ψn , esiste β ∈ K tale che ψ1 (β) 6= ψn (β). Moltiplicando (1.2) per ψ1 (β):
n
X
(1.3) ∀ α ∈ K, a1 ψ1 (α)ψ1 (β) + · · · + an ψn (α)ψ1 (β) = ai ψi (α)ψ1 (β) = 0F .
i=1

D’altra parte, sempre per (1.2), a1 ψ1 (αβ) + · · · + an ψn (αβ) = 0F , da cui:


n
X
(1.4) a1 ψ1 (α)ψ1 (β) + · · · + an ψn (α)ψn (β) = ai ψi (α)ψi (β) = 0F .
i=1

35
Sottraendo (1.4) da (1.3) si ha:
n
X
∀ α ∈ K, ai ψi (α) (ψ1 (β) − ψi (β)) = 0F .
i=2

Siccome stiamo supponendo vero l’asserto per n − 1, otteniamo

ai (ψ1 (β) − ψi (β)) = 0F , 2 ≤ i ≤ n.

Se fosse an 6= 0F si otterrebbe la contraddizione ψ1 (β) = ψn (β).

Dato un campo F, indichiamo con Aut(F) l’insieme degli automorfismi di F.


Verifichiamo che Aut(F) è un sottogruppo di Sym(F).
Infatti idF ∈ Aut(F). Per ogni σ, τ ∈ Aut(F), si ha στ ∈ Aut(F) essendo:

∀ α, β ∈ F στ (α + β) := σ (τ (α + β)) = σ (τ (α) + τ (β)) = στ (α) + στ (β)

∀ α, β ∈ F στ (αβ) := σ (τ (αβ)) = σ (τ (α)τ (β)) = στ (α)στ (β).

Infine τ −1 ∈ Aut(F), essendo, per ogni α, β ∈ F:

τ −1 (α + β) = τ −1 τ τ −1 (α) + τ τ −1 (β) = τ −1 τ τ −1 (α) + τ −1 (β) = τ −1 (α) + τ −1 (β).


 

τ −1 (αβ) = τ −1 τ τ −1 (α)τ τ −1 (β) = τ −1 τ τ −1 (α)τ −1 (β) = τ −1 (α)τ −1 (β).


 

(1.5) Definizione Siano F un campo e G un sottogruppo di Aut(F). Si dice campo


fisso di G, e si indica con FG , il sottoinsieme di F costituito dagli elementi di F fissati
da ogni elemento di G. Ossia:

(1.6) FG := {α ∈ F | ψ(α) = α, ∀ ψ ∈ G} .

È immediato verificare che FG è un sottocampo di F.


Per esempio, se G il sottogruppo di Aut(C) costituito dall’identità idC e dall’automorfismo
coniugio a + ib 7→ a − ib, allora CG = R. In particolare |G| = 2 = [C : R]. Quando G è
finito, questo fatto vale in generale, in virtù del seguente:

(1.7) Teorema Sia G un gruppo finito di automorfismi di un campo F. Allora

|G| = [F : FG ].

Dimostrazione. Posto |G| = n, siano ψ1 , . . . , ψn i suoi elementi. Sia m := [F : FG ] ≤ ∞.

36
Supponiamo dapprima m < n. Fissata una base {w1 , . . . , wm } di F su FG , consideriamo
il sistema lineare omogeneo di m equazioni nelle n indeterminate x1 , . . . , xn :
  Pn

 ψ1 (w1 )x1 + · · · + ψn (w1 )xn = 0F 
 i=1 ψi (w1 )xi = 0F
 
(1.8) ......... .........
 
n
  P
ψ1 (wm )x1 + · · · + ψn (wm )xn = 0F i=1 ψi (wm )xi = 0F
 

Essendo m < n, il sistema (1.8) ha delle soluzioni non nulle. Sia a1 , . . . , an una di queste.
Fissato α ∈ F, esistono opportuni coefficienti αi ∈ FG tali che
m
X
α = α1 w1 + . . . αm wm = α j wj .
j=1
Pn
Poichè ψi (αj ) = αj per ogni i, j e i=1 ai ψi (wj ) = 0F per ogni j si deduce
 
n n m m n m
!
X X X X X X
ai ψi (α) = ai ψi  αj wj  = αj ai ψi (wj ) = αj 0F = 0F .
i=1 i=1 j=1 j=1 i=1 j=1

Tale relazione vale per ogni α ∈ F. Per il Lemma precedente, tutti gli ai dovrebbero
essere nulli, in contrasto con la nostra scelta di una soluzione non nulla.
Supponiamo quindi n < m. Esistono n + 1 elementi w1 , . . . , wn+1 di F linearmente
indipendenti su FG . Consideriamo il sistema lineare omogeneo di n equazioni nelle n + 1
indeterminate x1 , . . . , xn+1 :
  Pm
ψ (w )x + · · · + ψ1 (wn+1 )xn+1 = 0F i=1 ψ1 (wi )xi = 0F
 1 1 1

 


(1.9) ......... .........
 
  Pm

ψn (w1 )x1 + · · · + ψn (wn+1 )xn+1 = 0F i=1 ψn (wi )xi = 0F

Di nuovo il sistema (1.9) ha soluzioni non nulle. Fra queste scegliamone una b1 , . . . , bn+1
che abbia il minimo numero di componenti non nulle. Riordinado eventualmente le
indeterminate, possiamo supporre che, per qualche r ≤ n + 1, le prime r componenti
siano non nulle, e che le eventuali rimanenti siano nulle. Ossia bi 6= 0F per i ≤ r, bi = 0F
per r + 1 ≤ i ≤ n + 1. Abbiamo quindi:

(1.10) ψj (w1 )b1 + · · · + ψj (wr )br = 0F , 1 ≤ j ≤ n.

Fissiamo ψ ∈ G e applichiamo ψ a entrambi i imembri di (1.10).

(1.11) ψψj (w1 )ψ(b1 ) + · · · + ψψj (wr )ψ(br ) = 0F , 1 ≤ j ≤ n.

Osservando che {ψψj | 1 ≤ j ≤ n} = G = {ψj | 1 ≤ j ≤ n} e riordinando eventualmente


gli indici, abbiamo:

(1.12) ψj (w1 )ψ(b1 ) + · · · + ψj (wr )ψ(br ) = 0F , 1≤j≤n

37
per ogni ψ ∈ G. Moltiplicando le (1.10) per ψ(b1 ) e le (1.12) per b1 e sottraendo

(1.13) ψj (w2 ) (b2 ψ(b1 ) − b1 ψ(b2 )) + · · · + ψj (wr ) (br ψ(b1 ) − b1 ψ(br )) = 0F , 1 ≤ j ≤ n.

Tali relazioni sono dello stesso tipo di (1.10), eccetto che contengono al più r − 1 termini.
Per la scelta minimale di r abbiamo

b2 ψ(b1 ) − b1 ψ(b2 ) = 0F , . . . , br ψ(b1 ) − b1 ψ(br ) = 0F .

Deduciamo che, per ogni ψ ∈ G:

ψ bk b−1 = bk b−1

(1.14) bk ψ(b1 ) = b1 ψ(bk ), ossia 1 1 , 2 ≤ k ≤ r.

Pertanto λk := bk b−1
1 ∈ FG , essendo fissato da tutti gli elementi ψ ∈ G.
Dividendo (1.12) per ψ(b1 ) si ha:

ψj (w1 ) + λ2 ψj (w2 ) · · · + λr ψj (wr ) = 0F , 1 ≤ j ≤ n.

In particolare, posto ψ1 = idF e considerando tale relazione per j = 1, si ottiene

w1 + λ2 w2 + · · · + λr wr = 0F .

Questa è una contraddizione in quanto i wi sono linearmente dipendenti.


Concludiamo che n = m.

2 Gruppi di Galois

(2.1) Definizione Siano K ≤ F dei campi. Il sottogruppo di Aut(F) costituito dagli


automorfismi di F che fissano ogni elemento di K si dice il gruppo di Galois di F su K
e si indica con GalK (F). In simboli

(2.2) GalK (F) := {ψ ∈ Aut(F) | ψ(α) = α, ∀ α ∈ K} .

La verifica che GalK (Σ) sia effettivamente un sottogruppo di Aut(Σ) è immediata.


Per le definizioni date si ha che:

K ≤ FGalK (F) ≤ F.

Da queste inclusioni e dal Teorema 1.7 segue che, se GalK (F) è finito, allora

(2.3) |GalK (F)| ≤ [F : K] .

38
 
Infatti si ha |GalK (F)| = F : FGalK (F) ≤ [F : K].
In particolare la disuguaglianza (2.3) vale quando F = Σ è il campo di spezzamento di
un polinomio f (x) su K. In tal caso gli elementi di GalK (Σ) possono efficacemente essere
rappresentati come permutazioni sulle radici di f (x), nel senso precisato dal seguente:

(2.4) Teorema Sia Σ il campo di spezzamento su K del polinomio f (x) ∈ K[x]. Detto

Ω = {α1 , . . . , αm }

l’insieme delle radici distinte di f (x), il gruppo di Galois GalK (Σ) è isomorfo a un
sottogruppo del gruppo simmetrico Sym (Ω) = Sym(m).

Dimostrazione. Posto f (x) = k0 + k1 x + · · · + xn , si ha:

(2.5) 0Σ = k0 + k1 αi + · · · + αi n , ∀ αi ∈ Ω.

Fissata una radice αi , sia σ ∈ GalK (Σ). Tenendo presente che ogni coefficiente kj ∈ K e
che, di conseguenza, σ(kj ) = kj per definizione di GalK (Σ), da (2.5) segue

(2.6) 0Σ = σ(0Σ ) = σ (k0 + k1 αi + · · · + αi n ) = k0 + k1 σ(αi ) + · · · + (σ(αi ))n .

La (2.6) dice che l’ immagine σ(αi ) di αi è anch’essa una radice di f (x), ossia che
σ(Ω) ≤ Ω. D’altra parte, essendo σ iniettiva e Ω finito, σ(Ω) = Ω. Pertanto la restrizione
σ|Ω di σ a Ω è un elemento di Sym (Ω). L’applicazione

f : GalK (Σ) → Sym(Ω)


σ 7→ σ|Ω

è un omomorfismo. Infatti, per ogni σ, τ ∈ GalK (Σ), si ha: (στ )|Ω = σ|Ω τ|Ω .
Verifichiamo che f è iniettiva. A tale scopo supponiamo σ ∈ Ker f , ossia σ(αi ) = αi
per 1 ≤ i ≤ m, e dimostriamo che σ = idΣ .
Per maggior chiarezza ragioniamo per induzione su m. Se m = 1, ogni elemento di
Pt−1
Σ = K(α1 ) si scrive nella forma i=0 hi α1i dove t è il grado del polinomio minimo di
α1 su K e ogni hi ∈ K. Da σ(hi ) = hi e σ(α1 ) = α1 segue σ = idK(α1 ) . Se m > 1,
posto f (x) = (x − α1 )g(x) possiamo considerare Σ come il campo di spezzamento di
g(x) su K(α1 ) e σ come un elemento di GalK(α1 ) (Σ). Poiché le radici distinte di g(x)
sono α2 , . . . , αm abbiamo, per induzione, σ = idΣ .
Quindi f è iniettiva. Concludiamo che GalK (Σ) ' Im f ≤ Sym(Ω).

39
(2.7) Teorema Sia Σ il campo di spezzamento di un polinomio f (x) ∈ K[x].
Se f (x) è separabile, allora |GalK (Σ)| = [Σ : K].

Dimostrazione. Induzione su [Σ : K].


Se [Σ : K] = 1 si ha Σ = K, GalK (K) = {id} e l’asserto è vero.
Supponiamo quindi [Σ : K] > 1.
In tal caso f (x) ha almeno un fattore m(x) di grado m ≥ 2, irriducibile in K[x] . Detta
α una radice di m(x) in Σ si ha α 6∈ K e m(x) = minK,α (x). Ne segue:

[Σ : K] = [Σ : K(α)] [K(α) : K] = [Σ : K(α)] m > [Σ : K(α)].

Considerando Σ come campo di spezzamento di f (x) su K(α), per induzione abbiamo:



(2.8) GalK(α) (Σ) = [Σ : K(α)] := n.

Chiamiamo ϕ1 , . . . , ϕn gli elementi di GalK(α) (Σ).


Il polinomio minK,α (x) ha m radici distinte α1 = α, α2 , . . . , αm , essendo un fattore di
f (x) che è separabile per ipotesi. Esse appartengono tutte a Σ, essendo radici di f (x).
Se αi è una qualunque di queste radici, per il Corollario 2.12 del Capitolo II, esiste un
isomorfismo
ψi : K(α) → K(αi )

tale che ψi (α) = αi e ψi |K = idK . Per il punto 2) del Teorema 3.5 del Capitolo II, ogni
ψi , può essere esteso a un automorfismo Ψi : Σ → Σ la cui restrizione a K è l’identità .
Ne segue che gli automorfismi Ψ1 , . . . , Ψm sono elementi di GalK Σ.

ϕj Ψi
Σ /Σ /Σ

K(α) / K(α) / K(αi )


id Ψi

K /K /K
id id

Chiaramente GalK (Σ) contiene l’insieme dei prodotti:

(2.9) {Ψi ϕj | 1 ≤ i ≤ m, 1 ≤ j ≤ n}

di cardinalità nm. Sia infatti da Ψi ϕj = Ψh ϕk . Ne segue Ψi ϕj (α) = Ψh ϕk (α), da cui


Ψi (α) = Ψh (α), ossia Ψi = Ψh . Semplificando per Ψi si conclude ϕj = ϕk .

40
In realtà GalK (Σ) coincide con l’insieme (2.9). Sia infatti Φ ∈ GalK (Σ). Da Φ|K = id
segue che Φ(α) è una radice αi di minK,α (x), per qualche i ≤ m. Segue Ψi −1 Φ(α) = α,
ossia Ψi −1 Φ ∈ GalK K(α). Posto Ψi −1 Φ = ϕj si conclude Φ = Ψi ϕj .

3 Il Teorema fondamentale della Teoria di Galois

Dato un campo Σ, fissiamo un suo sottocampo K. Indichiamo con


• L l’insieme dei sottogruppi di GalK (Σ);
• S l’insieme dei sottocampi di Σ che contengono K.
Possiamo considerare l’ applicazione

(3.1) Φ:L→S con Φ(G) = ΣG

Φ assegna ad ogni sottogruppo G di GalK (Σ) il sottocampo ΣG degli elementi fissati.


D’altra parte possiamo anche considerare l’ applicazione

(3.2) Ψ : S → L con Ψ(F) = GalF (Σ).

Φ assegna ad ogni campo intermedio F, ossia tale che K ≤ F ≤ Σ, il gruppo di Galois


GalF (Σ) di Σ su F.

Gli insiemi L e S sono parzialmente ordinati rispetto all’inclusione. Notiamo che ciascuna
delle precedenti applicazioni inverte l’ordinamento, nel senso precisato dal seguente

(3.3) Lemma Siano G1 , G2 ∈ L e F1 , F2 ∈ S. Allora:


1) G1 ≤ G2 implica Φ (G2 ) ≤ Φ (G1 );
2) K1 ≤ K2 implica Ψ (K2 ) ≤ Ψ (K1 ).

Dimostrazione.
1) Sia α ∈ Φ(G2 ) = ΣG2 . Per definizione α è fissato da tutti gli elementi di G2 . A
maggior ragione è fissato da tutti gli elementi di G1 ≤ G2 . Ne segue α ∈ ΣG1 = Φ(G1 ).
2) Sia g ∈ Ψ (K2 ) = GalK2 (Σ). Per definizione g fissa tutti gli elementi di K2 . A maggior
ragione fissa tutti gli elementi di K1 ≤ K2 . Ne segue g ∈ GalK1 (Σ) = Ψ(K1 ).

Sia G ∈ L. Per definizione di ΣG , tutti gli elementi di ΣG sono fissati da G. Quindi G


è un gruppo di automorfismi di Σ che fissa tutti gli elementi di ΣG . Pertanto:

(3.4) G ≤ GalΣG (Σ).

41
Sia F ∈ S. Per definizione, GalF (Σ) fissa tutti gli elementi di F. Quindi F è contenuto
nel sottocampo degli elementi fissati da GalF (Σ). Pertanto:

(3.5) F ≤ ΣGalF (Σ) .

Tuttavia, sotto opportune ipotesi su Σ, in entrambi i casi vale l’uguaglianza anziche il


≤, come conseguenza del

(3.6) Teorema (fondamentale della teoria di Galois, I parte). Sia Σ il campo di spez-
zamento su K di un polinomio monico, separabile, f (x) ∈ K[x]. Allora le applicazioni
(3.2) ed (3.1) sono l’una l’inversa dell’altra. Equivalentemente:

1) G = GalΣG (Σ), per ogni sottogruppo G di GalK (Σ);

2) F = ΣGalF (Σ) , per ogni sottocampo F tale che K ≤ F ≤ Σ.

Dimostrazione.
Tenendo presenti le relazioni (3.4) e (3.5) , si hanno le seguenti inclusioni:

GalK (Σ) Σ

GalΣG (Σ) ΣGalF (Σ)

G F

{idK } K

1) [Σ : ΣG ] = |GalΣG (Σ)| per il Teorema 2.7. D’altra parte [Σ : ΣG ] = |G| per il Teorema
1.7. Ne segue |G| = |GalΣG (Σ)| e si conclude G = GalΣG (Σ) = ΨΦ(G).
2) [Σ : ΣGalF (Σ) ] = |GalF (Σ)| per il Teorema 1.7. D’altra parte [Σ : F] = |GalF (Σ)| per il
Teorema 2.7. Si conclude F = ΣGalF (Σ) = ΦΨ(F).

Sia H un sottogruppo di un gruppo G. Per ogni g ∈ G l’insieme

g −1 Hg := g −1 hg | h ∈ H


è un sottogruppo. Inoltre, l’applicazione γ : H → g −1 Hg tale che

h 7→ g −1 hg, ∀ h ∈ H

42
è un isomorfismo. In particolare γ è bijettiva, da cui |H| = g −1 Hg .

Ricordiamo che H è normale in G se

gHg −1 = H, ∀ g ∈ G.

(3.7) Lemma Sia Σ il campo di spezzamento su K di un polinomio separabile f (x) ∈


K[x] e sia F un campo intermedio, ossia: K ≤ F ≤ Σ. Per ogni Φ ∈ GalF (Σ), detto
Φ(F) il sottocampo di Σ immagine di F mediante Φ, si ha:

Φ GalF (Σ)Φ−1 = GalΦ(F) (Σ).

Ne segue che
Φ(F) = F, ∀ Φ ∈ GalF (Σ)

se e solo se GalF (Σ) è un sottogruppo normale di GalK (Σ).

Dimostrazione. Siano ϕ ∈ GalF (Σ), α ∈ F. Da ΦϕΦ−1 (Φ(α)) = Φϕ(α) = Φ(α)


si ottiene l’inclusione

(3.8) Φ GalF (Σ)Φ−1 ≤ GalΦ(F) (Σ).

Ora i gruppi Φ GalF (Σ)Φ−1 e GalΦ(F) (Σ) hanno lo stesso ordine. Infatti:

Φ GalF (Σ)Φ−1 = |GalF Σ| = [Σ : F] = [Φ(Σ) : Φ(F)] = [Σ : Φ(F)] = GalΦ(F) Σ .


Si conclude che coincidono.

(3.9) Teorema (fondamentale della teoria di Galois, II parte). Sia Σ il campo di


spezzamento su K di un polinomio separabile di K[x] e sia K ≤ F ≤ Σ. Allora F è
estensione normale di K se e solo se GalF (Σ) è un sottogruppo normale di GalK (Σ).
In tal caso
GalK (Σ)
GalK (F) ∼ .
GalF (Σ)

Dimostrazione. Supponiamo che GalF (Σ) sia un sottogruppo normale di GalK (Σ). Sia
m(x) un polinomio irriducibile di K[x] che ha una radice α ∈ F. Per il Teorema 5.2 del
Capitolo II, m(x) ha tutte le sue radici in Σ. Verifichiamo che, in realtá, le ha tutte in
F. A tale scopo sia β una radice di m(x). Da β ∈ Σ segue K(β) ≤ Σ. Inoltre esiste un
isomorfismo
ϕ : K(α) → K(β)

43
tale che ϕK = id e ϕ(α) = β. Sia Φ : Σ → Σ una estensione di ϕ a Σ.
Per il Lemma precedente si ha:

GalΦ(F) (Σ) = Φ GalF (Σ)Φ−1 = GalF (Σ)

e, dal Teorema fondamentale della teoria di Galois segue:

Φ(F) = ΣGalΦ(F) (Σ) = ΣGalF (Σ) = F.

Pertanto β = Φ(α) ∈ F. Concludiamo che F è estensione normale di K.

Viceversa, F sia estensione normale di K. Σ ha grado finito su K, essendo campo di


spezzamento di un polinomio. A maggior ragione F ha grado finito su K. Dal Corol-
lario cor:normale grado finito del Capitolo 2 segue che F è campo di spezzamento di
un polinomio g(x) ∈ K[x]. Ogni Φ ∈ GalK (Σ) fissa i coefficienti di g(x), quindi ne
permuta le radici. Ne segue Φ(F) = F, ossia la restrizione ΦF di Φ al sottocampo F
è un automorfismo di F. Poiché Φ fissa tutti gli elementi di K, si ha ΦF ∈ GalK (F).
L’applicazione
ρ : GalK (Σ) → GalK (F)

tale che ρ(Φ) = ΦF è un omomorfismo di gruppi. Si ha θ ∈ Ker ρ se e solo se θF = idF , se


e solo se θ ∈ GalF (Σ). Abbiamo cosı́ dimostrato che GalF (Σ) = Ker θ è un sottogruppo
normale di GalK (Σ).
Infine notiamo che ρ è suriettivo. Infatti, per il punto 2) del Teorema 3.5 del Capitolo
II, ogni automorfismo di F, che fissi gli elementi di K, può essere esteso a un elemento
di GalK (Σ). Per il Teorema fondamentale degli omomorfismi fra gruppi si conclude
GalK (Σ) GalK (Σ)
∼ Im ρ, ossia ' GalK (F).
Ker ρ GalF (Σ)

4 Alcuni esempi

(4.1) Esempio C = R(i) = è il campo di spezzamento di x2 + 1 = (x + i)(x − i) su R.


Si ha [C : R] = 2 e GalR (C) ' Sym ({i, −i}) =< (i, −i) >.

GalR (C) C
2 2

{idC } {id}

44
I due elementi di GalR (C) agiscono nel modo seguente:

id : a + bi 7→ a + bi
(i, −i) : a + bi 7→ a − bi.

La corrispondenza di Galois è la seguente:


Φ Ψ Ψ Φ
GalR (C) −→ R −→ GalR (C) C −→ {id} −→ C
Φ Ψ Ψ Φ
{idC } −→ C −→ {idC } R −→ GalR (C) −→ R

(4.2) Esempio Sia p > 0 un numero primo. In Q[x] consideriamo il polinomio

f (x) = x4 − p2 = (x2 − p)(x2 + p).

Il campo di spezzamento Σ di f (x) su Q è


√ √ √ √ √
Σ = Q( p, − p, i p, −i p) = Q( p, i)


Σ = Q( p, i) 6≤ R
2

Q( p) ≤ R
2

Q
Ne segue [Σ : Q] = 2 · 2 = 4 = |GalQ (Σ)|. Siccome GalQ (Σ permuta le radici di f (x), è
isomorfo a un sottgruppo di ordine 4 del gruppo simmetrico Sym(4) =
√ √ √ √
Sym ({ p, − p, i p, −i p}) .
√ √
Essendo p e − p radici di x2 − p che è irriducibile in Q[x], per il Corollario 2.12 del

II Capitolo con K = Q e ψ = id, esiste un automorfismo di Q( p) tale che
√ √
p 7→ − p.
√ √ √ √ √ √
Poiché − p 7→ −(− p) = p, indichiamo tale automorfismo di Q( p) con ( p, − p).
√ √
Notiamo che x2 + p è irriducibile in Q( p)[x], non avendo radici in Q( p) ≤ R. Per il
√ √ √ √
medesimo Corollario, questa volta con K = Q( p), ψ = ( p, − p), α = α0 = i p, otte-

niamo che ψ puó essere esteso a un automorfismo di Σ che fissa i p e, di conseguenza,

anche −i p. Pertanto, come permutazione sulle radici di f (x), tale automorfismo di Σ
√ √
coincide ancora con lo scambio ( p, − p).

45

Ragionando in modo del tutto analogo su ±i p, si vede che esiste un automorfismo di
√ √
Σ che, come permutazione sulle radici di f (x), coincide con lo scambio (i p, −i p).
√ √ √ √
( p,− p) (i p,−i p)
Σ /Σ Σ /Σ

√ / Q(√p) √ / Q(i√p)
Q( p) √ √ Q(i p) √ √
( p,− p) (i p,−i p)

Q /Q Q /Q
id id

Considerando l’automorfismo identico e il prodotto dei due automorfismi descritti, abbi-


amo cosı́ ottenuto 4 automrfismi di Σ. Concludiamo che
√ √ √ √ √ √ √ √
GalQ (Σ) = {id, ( p, − p), (i p, −i p), ( p, − p)(i p, −i p)} .

Vogliamo infine vedere gli elementi di GalQ (Σ) come automorfismi di Σ.


√  √ √
Una base di Q( p) su Q è 1, p , una base di Σ su Q( p) è {1, i}. Quindi
√ √
B = {1, p, i, i p} base di Σ su Q.

√ √ √ i p
L’automorfismo (i p, −i p) fissa p, quindi scambia i = √
p con −i. Ne segue:

√ √ id √ √
q0 + q1 p + q2 i + q3 i p −→ q0 + q1 p + q2 i + q3 i p
√ √
√ √ ( p,− p) √ √
q0 + q1 p + q2 i + q3 i p −→ q0 − q1 p + q2 i − q3 i p
(4.3) √ √
√ √ (i p,−i p)=(i,−i) √ √ .
q0 + q1 p + q2 i + q3 i p −→ q0 + q1 p − q2 i − q3 i p
√ √
√ √ ( p,− p)(i,−i) √ √
q0 + q1 p + q2 i + q3 i p −→ q0 − q1 p − q2 i + q3 i p

GalQ (Σ)
2 2
2
√ √ √ √
h( p, − p)i h(i, −i)i h( p, − p)(i, −i)i
2
2 2
{id}

Σ
2 2
2
√ √
Q(i) Q( p) Q(i p)
2
2 2
{id}

46
(4.4) Esempio Sia Σ il campo di spezzamento su Q di x3 − p, dove p è un numero
√ √ √ √ √ 2πi
primo. Posto p = 3 p, i p = ω 3 p, γ = ω 2 3 p, dove ω = e 3 si ha:

GalQ (Σ) ' Sym ({α, β, γ}) .

GalQ (Σ)
3 2
3 3
h(α, β)i h(α, γ)i h(β, γ)i h(α, β, γ)i
2 2
2 3
{id}

Σ
2 3
2 2
Q(αβ) Q(αγ) Q(βγ) Q(α−1 β)
3 3
3 2
Q

Ricordiamo che nel gruppo simmetrico Sym(3) il sottogruppo h(1, 2, 3)i è normale.

(4.5) Esempio Sia Σ il campo di spezzamento su Q di x3 − p, dove p è un numero


√ √ √ 2πi
primo (Esempio 4.4). Posto α = 3 p, β = ω 3 p, γ = ω 2 3 p, dove ω = e 3 si ha:

GalQ (Σ) ' Sym ({α, β, γ}) .

Poniamo F = Q α−1 β = Q(ω).




Q(ω) = Σh(α,β,γ)i =⇒ GalQ(ω) (Σ) = h(α, β, γ)i .

Poichè h(α, β, γ)i è normale in Sym ({α, β, γ}), per il Teorema precedente Q(ω) è campo
di spezzamento di un polinomio a ceofficienti in Q. Precisamente di x2 + x + 1.
p
Poniamo F = Q (αβ) = Q( 3 p2 ω).

Q( 3 p2 ω) = Σh(α,β)i =⇒ GalQ( √
p
3 2
p ω)
(Σ) = h(α, β)i .
p
Poichè h(α, β)i non è normale in Sym ({α, β, γ}), per il Teorema precedente Q( 3 p2 ω)
non è campo di spezzamento di alcun polinomio a ceofficienti in Q. Notiamo che, se lo

47
fosse, il polinomio x3 − p2 irriducibile in Q[x] dovrebbe avere tutte e tre le sue radici in
p
Q( 3 p2 ω), per il Teorema 3.5 del Capitolo II. Dato che esse sono
p p p
3
p2 ω, 3 p2 ω 2 , 3 p2
p −1  p 
anche ω = 3
p2 ω 3
p2 ω 2 apparterebbe a Q(αβ), contraddizione.

Chiaramente tutti i sottogruppi di un gruppo abeliano sono normali.

(4.6) Esempio Se Σ è un campo finito di ordine pn , con p primo, ogni suo sottocampo
F è estensione normale del sottocampo minimo K = Fp . Infatti GalK (Σ) è ciclico, quindi
abeliano.

48
Capitolo IV

Campi finiti e polinomi


ciclotomici

1 Ordine di un campo finito


Z
Sappiamo che, per ogni numero primo p, l’anello pZ delle classi di resti modulo p è un
campo finito, di ordine p. Lo indicheremo con Fp .

(1.1) Lemma Sia F un campo finito, di ordine q. Allora q = pn per qualche numero
primo p e intero n ≥ 1.

Dimostrazione. Per il Lemma 4.2 del capitolo I il sottocampo minimo di F è isomorfo a


Fp , per qualche primo p = char F. Considerando F come spazio vettoriale su Fp e detta
n la sua dimensione (necessariamente finita), si ha q = pn .

2 Esistenza e unicità del campo di ordine q

(2.1) Teorema Un campo finito F ha ordine q = pn se e solo se è il campo di spezza-


mento di xq − x su Fp . In particolare, per ogni primo p e ogni intero positivo n, esiste
un campo di ordine pn . Inoltre due campi finiti dello stesso ordine sono isomorfi.

Dimostrazione.
Per il Teorema 3.5 del Capitolo II, esiste un campo di spezzamento Σ del polinomio
xq − x ∈ Fp [x]. Per il corollario 5.7 del Capitolo II il polinomio xq − x ha q radici
distinte in Fq . Verifichiamo che l’insieme H di tali radici è un sottocampo di Σ. Siano
infatti α e β radici di xq − x. Chiaramente anche −α è radice di xq − x. Infatti,
(−α)q − (−α) = −αq + α = −α + α = 0 (per q pari, −1 = +1 !). Per le proprietà del

49
monomorfismo di Frobenius si ha:

(α + β)q = αq + β q

da cui (α + β)q − (α + β) = αq − α + β q − β = 0. Pertanto α + β è radice di xq − x.


Inoltre, se β 6= 0,
q q
αβ −1 = αq β −1 = α (β q )−1 = αβ −1 .

Segue che anche αβ −1 è radice di xq − x. Abbiamo cosı̀ dimostrato che le q radici di


xq − x formano un sottocampo H di Σ. Per definizione di campo di spezzamento si ha
H = Σ. Si conclude che |Σ| = q. In particolare esiste un campo di ordine q.

Viceversa sia K un campo di ordine q. Ne segue che il gruppo moltiplicativo K∗ degli


elementi non nulli di K ha ordine q − 1. Per il Teorema di Lagrange ogni elemento α di
K∗ ha periodo che divide q − 1. Ne segue αq−1 = 1, da cui αq = α. Poichè anche 0q = 0,
si ha che K è il campo di spezzamento di xq − x. Poichè due campi di spezzamento dello
stesso polinomio sono isomorfi (Teorema 3.5, Capitolo II), concludiamo K ' Fq .

Una importante proprietà dei campi finiti è evidenziata dal successivo Teorema 2.5,
valido in un ambito più generale. Per la sua dimostrazione occorre ricordare un caso
particolare di un risultato dimostrato nel corso di Approfondimenti di Algebra. Sia A
un gruppo abeliano finito. Allora esiste (ed è unica) una sequenza di interi positivi
d1 , . . . , dt , dove ciasun di divide il successivo, tale che:

Z Z
A' ⊕ ··· ⊕ .
d1 Z dt Z

Dal fatto che ogni di divide dt segue che dt Z è l’annullatore di A. In particolare

(2.2) dt a = 0A , ∀ a ∈ A.

Inoltre, poichè dZi Z = di per ogni i, si ha

t
Y
(2.3) |A| = di .
i=1

In notazione moltiplicativa dt si chiama l’ esponente di A.


L’ identità (2.2) diventa:

(2.4) adt = 1, ∀ a ∈ A.

50
(2.5) Teorema Siano K un campo e A un sottogruppo finito del gruppo moltiplicativo
K∗ . Allora A è ciclico. In particolare il gruppo moltiplicativo di un campo finito è ciclico.

Dimostrazione. Sia dt l’esponente del gruppo abeliano finito A. Da (2.3) segue dt ≤ |A|.
D’altra parte, in virtù di (2.4), ogni elemento di A è radice del polinomio xdt − 1. Ne
segue dt ≥ |A|, da cui dt = |A|. La formula (2.3) implica t = 1, ossia A ' Z
d1 Z . Poichè
Z
d1 Z è costituito dai multipli di d1 Z + 1, esso è ciclico. Si conclude che A è ciclico.

(2.6) Corollario Per ogni primo p e per ogni n esiste un polinomio irrudicibile di
grado n in Fp [x].

Dimostrazione.
Per il Teorema precedente il gruppo moltiplicativo Fq ∗ è ciclico. Esiste quindi α ∈ Fq ∗
tale che
Fq ∗ = α0 , α, . . . , αq−1 .


Ne segue Fq = Fp (α). Da [Fq : Fp ] = n segue che α è algebrico su Fp e che il polinomio


minimo minα,Fp (x) ha grado n. Siccome minα,Fp (x) è irriducibile, si conclude l’asserto.

Il precedente Corollario deduce l’esistenza di un polinomio irrudicibile di grado n in Fp [x]


da quella del campo finito di ordine pn . Viceversa è possibile, come fa L.Dickson in [2],
contare i polinomi, dimostrando che per ogni primo p e per ogni n esiste un polinomio
irrudicibile f (x) di grado n in Fp [x]. Da qui si deduce facilmente l’esistenza di un campo
di ordine q = pn . Si veda il successivo Teorema 2.8.

(2.7) Teorema Sia q = pn . Il gruppo degli automorfismi di Fq è ciclico di ordine n.


Un suo generatore è l’automorfismo di Frobenius σ : α 7→ αp .

Dimostrazione.
Fq è il campo di spezzamento di xq − x su Fp . Essendo xq − x separabile, il gruppo di
Galois GalFp (Fq ) ha ordine n = [Fq : Fp ]. Notando che ogni automorfismo di Fq fissa
tutti gli elementi del sottocampo minimo Fp , si ha Aut (Fq ) = GalFp (Fq ) e si conclude
che Aut (Fq ) ha ordine n.
Le potenze di σ agiscono nel modo seguente

r
σ r (α) = αp .

51
n
Ne segue σ n = id per il Teorema di lagrange ( o anche poichè αp = α per ogni α ∈ Fq ).
Supponiamo ora che, per qualche esponente intero positivo m, con 1 ≤ m < n, si abbia
σ m = id. Avremmo allora
m
αp = α

per ogni α ∈ Fq e quindi


m −1
αp =1

per ogni α non nullo. Ma F∗q è ciclico. Detto β un suo generatore, esso ha periodo
q − 1 = pn − 1 > pm − 1, contraddizione. Si conclude che σ ha periodo n e genera quindi
il gruppo degli automorfismi di Fq .

Come sappiamo, per ottenere un campo finito di ordine q = pn , si può costruire l’anello
Fp [x]
quoziente hf (x)i con f (x) ∈ Fp [x] irriducibile di grado n. Si veda l’esempio 3.2 del
Capitolo I.

(2.8) Teorema Siano p un primo, m(x) ∈ Fp [x] un polinomio monico irriducibile di


grado n. Al solito hm(x)i indichi l’ideale generato da m(x). L’anello quoziente
Fp [x]
L :=
hm(x)i
è un campo di ordine q = pn . Il polinomio m(x) divide xq − x e le radici di m(x) sono

2 n−1
α, αp , αp , · · · , αp

dove α è una di esse. In particolare L è campo di spezzamento di m(x) su Fp .

Dimostrazione.
Tramite l’isomorfismo ι : Fp → L definito da k 7→ hm(x)i + kx0 possiamo identificare
Fp con il sottocampo ι (Fp ) di L e, di conseguenza, considerare m(x) come polinomio di
L[x]. Per il Lemma 3.1 del Capitolo II, si ha L = Fp (α), dove α := hm(x)i + x è una
radice di m(x). Il polinomio minimo di α su Fp è m(x), essendo irriducibile. Quindi,
avendo m(x) grado n, si ottiene |L| = pn = q. Dal Teorema 2.1 di questo Capitolo segue
che L è campo di spezzamento di xq − x su Fp , ossia i suoi elementi sono tutte e sole le
radici di xq − x. In particolare minFp ,α (x) = m(x) divide xq − x.
Consideriamo l’automorfismo di Frobenius σ di L. Poichè σ e le sue potenze apparten-
gono a GalFp (L) si ha che ciascuno degli elementi

r
(2.9) σ r (α) = αp , 0≤r ≤n−1

52
è radice di m(x). Poichè σ ha periodo n, le sue potenze

σr , 0≤r ≤n−1

sono a due a due distinte. Ricordando che L = Fp (α) si deduce che le radici in (2.9)
sono elementi di L a due a due distinti, quindi le n radici di m(x). Infine, in L[x]
n−1
r
Y
x − αp

m(x) = ,
r=0

ossia L è campo di spezzamento di m(x) su Fp .

Notiamo, in particolare, che polinomi irriducibili distinti di Fp [x], dello spesso grado,
danno luogo a campi isomorfi.

3 Polinomi ciclotomici

Fissato un intero m ≥ 1, consideriamo il polinomio

(3.1) xm − 1

a coefficienti in un campo K di caratteristica 0 oppure un primo p che non divide m.


Posto f (x) = xm − 1 si ha f 0 (x) = mxm−1 . In virtù dell’ipotesi fatta sulla caratteristica
di K, si ottiene MCD(f (x), f 0 (x)) = 1, cosicchè f (x) ha m radici distinte in un suo
campo di spezzamento Σ.
Le radici di (3.1) in Σ costituiscono un sottogruppo moltiplicativo A di Σ∗ , come si può
facilmente verificare. Per il Teorema 2.5 di questo Capitolo, A è ciclico.

(3.2) Definizione Si chiama radice primitiva m-esima dell’unità 1K di K un qualunque


generatore  del gruppo A, ossia una qualunque radice  di (3.1) il cui periodo molti-
plicativo sia m.

Quindi, per definizione, le m radici di xm − 1 sono le potenze di , ossia:

A = 0 , , · · · , m−1 .

(3.3)


(3.4) Esempio Se K = C, una radice primitiva m-esima di 1 è  = e m i .
Le m radici di xm − 1 in C sono
n 2kπ o
A= e m i| 0≤k ≤m−1 .

53
Sia  una radice primitiva m-esima dell’unità. Per il Lemma 1.27 del Capitolo I una sua
potenza k ha periodo m, ossia è a sua volta radice primitiva m-esima dell’unitá, se e
solo se MCD(k, m) = 1.

(3.5) Esempi Sia K = C.

• Per m = 2, l’unica radice primitiva seconda (quadrata) di 1 è  = −1.

• Per m = 3, le radici primitive terze di 1 sono

2π 4π
i
 := e 3 , 2 = e 3
i
.

• Per m = 6 le radici primitive terze di 1 sono

π 5π
 := e 3 i , 5 = e 3
i
= −1 .

(3.6) Definizione L’m-esimo polinomio ciclotomico Φm (x) di K[x] è cosı̀ definito:


Y
(3.7) Φm (x) := (x − k )
1≤k<m
(k, m) = 1

dove il prodotto è esteso a tutte le radici primitive m-esime dell’unità 1K di K.

Tenendo presente (3.3) si ha:


Y
(3.8) xm − 1 = (x − j ).
0≤j<m

Ogni radice j , in quanto elemento del gruppo A di ordine m, ha periodo un divisore d


di m. D’altra parte, per ogni divisore positivo d di m, esiste qualche radice di periodo
m
d: ad esempio  d . Pertanto, suddividendo le radici in base ai loro periodi, e associando
tutti i fattori relativi a radici aventi lo stesso periodo d, la (3.8) diventa
Y
(3.9) xm − 1 := Φd (x).
d|m

Per definizione i polinomi ciclotomici sono monici. In realtà si ha:

(3.10) Lemma Per ogni m ≥ 1 i coefficienti del polinomio ciclotomico Φm (x) apparten-
gono al sottoanello R di K costituito dai multipli interi di 1K . Chiaramente R ' Z se K
ha caratteristica 0, R ' Zp se K ha caratteristica p > 0.

Dimostrazione. Induzione su m.

54
Per m = 1 si ha Φ1 (x) = x − 1 e l’asserto è vero. Sia quindi m > 1.
Isolando il fattore Φm (x) e associando i rimanenti fattori, la (3.9) diventa:
Y
xm − 1 = Φm (x) g(x), g(x) := Φd (x).
d|m
d 6= m

Per l’ipotesi induttiva, per ogni d < m si ha Φd (x) ∈ R[x]. Poichè R[x] è chiuso rispetto
al prodotto, anche g(x) ∈ R[x]. Ora Φm (x) è il quoziente della divisione di xm − 1 per
g(x), che è monico. Considerando l’algoritmo della divisione, si vede subito che Φm (x)
ha i coefficienti in R.

Notiamo che il grado di Φm (x) è uguale al numero degli interi positivi, minori di m, che
sono relativamente primi con m. Tale numero si indica generalmente con ϕ(m), dove
ϕ : N → N è la funzione di Eulero. Per il calcolo di ϕ(m) notiamo che:
• Se p è primo si ha ovviamente ϕ(p) = p − 1;
• se pn è una potenza del primo p, allora ϕ(pn ) = pn − pn−1 = pn−1 (p − 1);
• se m = ab, con MCD(a, b) = 1, per il Teorema Cinese del resto ϕ(m) = ϕ(a)ϕ(b).
Queste osservazioni permettono di concludere che se
r
mj
Y
m= pj
j=1

è la fattorizzazione di m in potenze di numeri primi p1 , · · · , pr a due a due distinti, allora


r
mj −1
Y
ϕ(m) = pj (pj − 1) .
j=1

D’altra parte, per un risultato classico, si ha anche


Y 1

ϕ(m) = m 1−
p
p|m

dove il prodotto è esteso a tutti i divisori primi di m.

A titolo di esempio calcoliamo i primi 18 valori della funzione di Eulero.

n 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18
ϕ(n) 1 1 2 2 4 2 6 4 6 4 10 4 12 6 8 8 16 6
Se K è un campo arbitrario, Φm (x) non è necessariamente irriducibile in K[x]. Tuttavia lo
è sul campo razionale Q, per il seguente importante risultato dovuto a Gauss. Conviene
premettere la seguente

55
(3.11) Osservazione Dato il polinomio

g(x) = k0 + k1 x + k2 x2 + · · · + kr xr ,

è naturale definire, per ogni intero positivo t:

g(xt ) = k0 + k1 xt + +k2 x2t + · · · + kr xrt

Chiaramente αt è radice di g(x) se e solo se α è radice di g(xt ).


Infatti, posto g(x) = g(xt ) si ha g(αt ) = g(α).

Per esempio 23 è radice di

g(x) = 8 − 25x − 5x2 + x3 .

Equivalentemente 2 è radice di

g(x3 ) = 8 − 25x3 − 5x6 + x9 .

Infatti 0 = 8 − 25 23 − 5 (23 )2 + (23 )3 = 8 − 25 23 − 5 26 + 29 .

(3.12) Teorema Per ogni m ≥ 1 il polinomio ciclotomico Φm (x) è irriducibile in Q[x].

Dimostrazione.
Φm (x) appartiene a Z[x] ed è monico, quindi primitivo. Sia f (x) un suo fattore monico,
irriducibile in Z[x], di grado > 0. Consideriamo la relativa fattorizzazione

(3.13) Φm (x) = f (x)g(x)

con g(x) monico, a coefficienti interi. Per il Lemma di Gauss f (x) è irriducibile in Q[x].
Quindi dobbiamo dimostrare g(x) = 1.
A tale scopo, sia  una radice di f (x) in un suo campo di spezzamento. Da

Φm () = f ()g() = 0 g() = 0

segue che  è radice di Φm (x), ossia è radice primitiva m-esima di 1. Per ogni primo
p che non divide m, anche p è radice di Φm (x), da cui f (p ) g (p ) = 0. Supponiamo
f (p ) 6= 0. Ne segue g (p ) = 0, ossia p è radice di g(x). Per l’osservazione fatta sopra
 è radice di g(xp ), quindi f (x) divide g(xp ). Infatti f (x), essendo irriducibile in Q[x],
coincide con minQ ().

(3.14) g(xp ) = f (x) h(x)

56
con h(x) ∈ Z[x] monico. Considerando l’epimorfismo π : Z[x] → Fp [x] definito ponendo

π (an xn + . . . a1 x + a0 ) := [an ]p xn + · · · + [a1 ]p x + [a0 ]p

si deduce

(3.15) π (g(x)p ) = π (f (x)) π (h(x)) .

D’altra parte, tenendo presente le proprietà del monomorfismo di Frobenius in Fp [x], si


verifica facilmente che è

(3.16) π (g(x)p ) = (π(g(x))p .

Essendo f (x) monico, π ((f (x)) ∈ Fp [x] ha lo stesso grado di f (x), che è positivo.
Pertanto π ((f (x)) ammette almeno un fattore monico irriducibile m(x) ∈ Fp [x]. In
virtù di (3.15) m(x) divide π (g(x)p ) = (π(g(x))p , e quindi anche π (g(x)). Deduciamo
cosı̀ che m(x)2 divide

(3.17) π (Φm (x)) = π (f (x)) π (g(x)) .

Ma, in tal caso, ogni radice di m(x), è radice di π (Φm (x)) di molteplicità ≥ 2. Tuttavia
è facile verificare che π (Φm (x)) è l’m-esimo polinomio ciclotomico su Fp , ed è quindi
separabile in virtù dell’ipotesi (m, p) = 1: contraddizione.
Pertanto f (p ) = 0. Riassumendo, abbiamo fin qui dimostrato che se  è una radice di
f (x) e p è un primo che non divide m, anche p è radice di f (x).
Se g(x) avesse grado > 0, avrebbe una radice θ in un campo di spezzamento. Sia  sia
θ sarebbero radici di Φm (x), quindi radici primitive m-esime di 1. In particolare

θ = s

per qualche intero s con (s, m) = 1. Consideriamo la fattorizzazione di s in primi (non


necessariamente distinti)
s = p1 · · · pt .

Nessuno di tali primi divide m. Quindi p1 è radice di f (x). Ne segue, per induzione
su t, che (p1 ···pt−1 )pt = θ è radice anche di f (x), ossia è radice di Φm (x) di molteplicità
≥ 2, contraddizione.
Si conclude che g(x) ha grado 0. Essendo monico, g(x) = 1.

57
(3.18) Esempio Per ogni numero primo p si consideri il polinomio xp − 1 ∈ Q[x]. Da

xp − 1 = (x − 1)(xp−1 + xp−2 + · · · + x + 1)

in virtù di (3.9) si ha che

Φp (x) = xp−1 + xp−2 + · · · + x + 1.

E, per il Teorema precedente, tale polinomio è irriducibile in Q[x]. In particolare


 2πi 
minQ e p = xp−1 + xp−2 + · · · + x + 1.

Inoltre da
 2πi
p−1  2πi p−2 2πi
e p + e p + ··· + e p + 1 = 0

segue che la somma delle radici p-esime complesse di 1 è 0.


2πi
   

(3.19) Esercizio Si mostri che minR e p = x2 − 2 cos p x + 1.

Il gruppo Z∗m degli elementi unitari di Zm è costituito dalle classi di resti [k]m , 1 ≤ k < m,
tali che (k, m) = 1. In particolare Z∗m ha ordine ϕ(m), dove ϕ è la funzione di Eulero.

(3.20) Teorema GalQ (Φm (x)) ' Z∗m .


2πi
Dimostrazione. Come abbiamo visto, il numero complesso  := e p e le sue potenze
k , con (k, m) = 1, sono le ϕ(m) radici primitive m-esime di 1. Quindi il campo di
spezzamento di Φm (x) su Q è Q(). Inoltre, per l’irriducibilità di Φm (x) in Q[x], si ha

Φ(x) = minQ () = minQ (k )

per ogni k tale che (k, m) = 1. Ne segue che esiste un automorfismo σk di Q() tale che

σ
k
 −→ k .

Ponendo f ([k]m ) := σk si definisce una applicazione

f : Z∗m → Aut (Q()) .

Infatti [k]m = [h]m se e solo se k − h = mt, t ∈ Z, se e solo se k = h .


Verifichiamo che f è un omomorfismo di gruppi. Per ogni [k1 ]m , [k2 ]m ∈ Z∗m

f ([k1 ]m [k2 ]m ) = f ([k1 k2 ]m ) = σk1 k2 .

f ([k1 ]m ) f ([k2 ]m ) = σk1 σk2 .

58
Notando che
 k1
σk1 k2 () = k1 k2 = k2 = σk1 σk2 ().

si conclude σk1 k2 = σk1 σk2 , ossia che f ([k1 ]m [k2 ]m ) = f ([k1 ]m ) f ([k2 ]m ). Sia ora [k]m ∈
Ker f , cioè σk = f ([k]m ) = id. In particolare k = , da cui k ≡ 1 (mod m), [k]m = [1]m .
Quindi f è iniettiva. Ricordando che

GalQ (Φm (x)) = GalQ (Q()) = Aut (Q())

si ha

|Z∗m | = ϕ(m) = deg Φ(x) = [Q() : Q] = |GalQ (Q())| = |GalQ (Φm (x))| .

Si conclude che il monomorfismo f è suriettivo, quindi un isomorfismo.

59
60
Capitolo V

Un problema classico

1 Equazioni algebriche

Una equazione algebrica è una equazione delle forma

f (x) = 0,

dove f (x) è un polinomio a coefficienti in un campo K. Per ogni elemento non nullo
k di K, le equazioni f (x) = 0 e k −1 f (x) = 0 sono equivalenti, ossia hanno le stesse
radici. Infatti f (α) = 0 se e solo se k −1 f (α) = 0, per ogni α ∈ Σ, campo di spezzamento
di f (x) su K. Di conseguenza, moltiplicando eventualmente f (x) per l’inverso del suo
coefficiente direttivo, possiamo sempre considerare equazioni algebriche il cui coefficiente
direttivo è monico.

(1.1) Esempio f (x) = 3x + 4 ∈ Q[x]. L’equazione 3x + 4 = 0 è equivalente a

4
x+ = 0.
3

(1.2) Esempio f (x) = 5x2 + 4x + 6 ∈ Q[x]. L’equazione f (x) = 0 è equivalente a

4 6
x2 + x + = 0.
5 5

Fissate n indeterminate a0 , . . . , an−1 , consideriamo l’anello Q[a0 , . . . , an−1 ] dei polinomi


a coefficienti razionali, in tali indeterminate. Tale anello è privo di divisori dello zero,
e ammette quindi un campo dei quozienti K := Q(a0 , . . . , an−1 ). Gli elementi di K si
f f h
rappresentano come frazioni g con f, g ∈ Q[a0 , . . . , an−1 ], g 6= 0. Due frazioni g, k
rappresentano lo stesso elemento di K se e solo se f k = gh. Le operazioni di somma e
prodotto sono governate dalle usuali regolo di calcolo sulle frazioni.

61
(1.3) Definizione Si chiama equazione generale di grado n, l’equazione

xn + an−1 xn−1 + · · · + a0 = 0.

I suoi coefficienti appartengono al campo Q(a0 , . . . , an−1 ).

Chiaramente, una eventuale formula che esprima le radici dell’equazione generale come
funzioni dei suoi coefficienti, consente di risolvere ogni equazione particolare di grado n a
coefficienti razionali. Basta infatti sostituire nella formula, alle indeterminate a0 , . . . , an−1 ,
i coefficienti particolari dell’equazione assegnata.
Per le equazioni algebriche di grado ≤ 4 tali formule esistono.

Grado 1. L’equazione generale x + a0 = 0 ha radice α = −a0 .


Grado 2. L’equazione generale x2 + a1 x + a0 = 0 ha radici

1 √  1 √ 
α= −a1 + ∆ , β= −a1 − ∆
2 2

dove ∆ := a21 − 4a0 è detto il discriminante dell’equazione.


Considerando la fattorizzazione x2 + a1 x + a0 = (x − α)(x − β) si ottengono i seguenti
valori per la somma e il prodotto delle radici:

(1.4) α + β = −a1 , αβ = a0 .

Grado 3. Consideriamo l’equazione cubica x3 + a2 x2 + a1 x + a0 = 0.


Con il cambio di variabile x = y − 31 a2 la possiamo riscrivere nella forma:

(1.5) y 3 + 3ay + b = 0

in cui manca il termine quadratico.



Caso a = 0. L’equazione (1.5) è equivalente a y 3 = −b. Indicando con 3
−b una sua
√ √ 2π
radice, le altre sono 3 −b ω e 3 −b ω 2 , dove ω = e 3 i .

Caso a 6= 0. Sia α una radice di (1.5), in un suo campo di spezzamento.


Scriviamo α nella forma:

a
(1.6) α=r−
r

dove r è una radice di t2 − αt − a = 0. Da α3 + 3aα + b = 0 otteniamo:

a3
r3 − = −b.
r3

62
Ne segue che r3 è una radice dell’equazione t2 + bt − a3 = 0. Ossia r3 ∈ {u, v}, dove
1 p  1 p 
u= −b + b2 + 4a3 , v = −b − b2 + 4a3 , uv = −a3 .
2 2
Fissata una radice cubica r di u, le altre sono rω e rω 2 .
Da (1.6) si ottengono i seguenti valori per le radici di (1.5):
a a a
(1.7) r − , rω − ω 2 , rω 2 − ω
r r r
 √ 
dove r è una radice cubica di 21 −b + b2 + 4a3 .
Notiamo che da uv = −a3 segue che s = − ar è una radice cubica di v. Pertanto
a a
s− =r− .
s r
Quindi scegliendo una radice cubica s di v si perviene agli stessi valori di (1.7).

Grado 4. Per l’equazione quartica x4 + a3 x3 + a2 x2 + a1 x + a0 = 0 sussistono analoghe


formule risolutive.

L’applicazione delle formule risolutive non sempre è efficiente.

(1.8) Esempio
Supponiamo di voler trovare sin 10◦ . Utilizzando l’identità trigonometrica

sin(3θ) = 3 sin θ − 4 sin3 θ

e ricordando che sin 30◦ = 21 , si vede che sin 10◦ è una radice dell’ equazione
3 1
(1.9) x3 − x + = 0.
4 8
Dette α, β, γ le radici di (1.9), si ha:
3 1
x3 − x + = (x − α)(x − β)(x − γ)
4 8
da cui, in particolare, αβγ = − 18 . Ne segue che (1.9) ha 3 radici reali:
−1
sin 10◦ , sin 50◦ , .
8 sin 30◦ sin 50◦
Tuttavia la sua formula risolutiva coinvolge numeri complessi. Infatti essa è del tipo
q √
(1.5) con a = − 14 , b = 18 . Ne segue che r1 = 12 −1−2 3 i . Quindi una radice è
3

s √ s √
1 3 −1 − 3 i 1 3 −1 + 3 i
+ .
2 2 2 2
Presentiamo un approccio alternativo, che utilizza le funzioni trigonometriche.
Posto η := cos 40◦ + i sin 40◦ , una radice primitiva nona di 1, si ha:
2
1
2 (θ + θ) = cos 40◦ = sin 50◦ , 12 (θ2 + θ ) = cos 80◦ = sin 10◦ .

63
2 Cenni storici

Un problema classico, in algebra, è la risoluzione delle equazioni algebriche.


La formula risolutiva dell’equazione di grado 2 era nota, in sostanza, fin dai tempi degli
antichi Babilonesi. Durante il Rinascimento italiano, molti sforzi furono rivolti alla
ricerca di analoghe formule per le equazioni di grado 3 e 4. Esse ebbero alla fine un
esito positivo. Quella per l’equazione di terzo grado fu scoperta da Scipione del Ferro,
professore di matematica all’Università di Bologna dal 1496 al 1526 e, indipendentemente
da Nicolò Tartaglia (1500-1557), bresciano. La soluzione di Tartaglia fu pubblicata da
Geronimo Cardano in Ars Magna nel 1545 e, per tale ragione, è generalmente conosciuta
come formula di Cardano. Un metodo per risolvere l’equazione generale di grado 4 fu
pure pubblicato da Cardano in Ars Magma, anche se è attribuito a un suo assistente,
Ludovico Ferrari.
In seguito, molti tentativi furono fatti, per più di due secoli, allo scopo di ottenere
formule analoghe a quelle delle equazioni di grado ≤ 4 per equazioni di grado superiore.
In particolare si cimentarono Leonhard Euler (1707-1783) e Louis Lagrange (1736-1813),
ma senza successo. Si cominciò quindi a sospettare che tali formule non esistessero.
Tale risultato fu stabilito da Paolo Ruffini (1765-1822), medico, e indipendentemente
da Niels Abel (1802-1829), matematico norvegese di grande profonditá. Precisamente
essi dimostrarono, anche se in modo piuttosto oscuro e probabilmente lacunoso, che
l’equazione generale di grado n ≥ 5, non è risolubile per radicali.
La vera soluzione del problema è tuttavia dovuta al matematico francese Evaristo Galois,
morto nel 1832 all’età di soli 21 anni, in un tragico duello d’onore [6]. Egli non solo
diede una dimostrazione rigorosa del risultato negativo di Ruffini-Abel concernente le
equazioni generali. Ma diede la condizione necessaria e sufficiente perchè una equazione
algebrica f (x) = 0, dove f (x) è un polinomio di grado n qualunque, ammetta una
formula risolutiva che coinvolge operazioni razionali (+, −, ×, :) e estrazioni di radici
di qualunque ordine sui coefficienti di f (x). In breve sia risolubile per radicali. Tale
condizione si enuncia in termini radicalmente nuovi per la matematica del tempo: infatti
corrisponde alla cosiddetta risolubilità del gruppo di Galois G del campo di spezzamento
Σ di f (x). Tale proprietà vale, in particolare, quando G è abeliano e, più in generale,
quando G si ottiene mediante successive estensioni di gruppi abeliani. Alla base della
soluzione del problema fornita da Galois sta il risultato principale delle sue ricerche,
cioè la corrispondenza bijettiva fra i sottocampi di Σ che contengono il campo K dei

64
coefficienti di f (x) e i sottogruppi del suo gruppo di Galois G di Σ su K.
La teoria di Galois, che fu pubblicata solo nel 1846, circa 15 anni dopo la sua morte,
iniziò una nuova branca della matematica, la teoria dei gruppi. Hermann Weyl, nel suo
libro Symmetry, ne dà la seguente valutazione. Galois’s ideas, which for several years
remained a book with seven seals but later exerted a more and more profound influence
upon the whole development of mathematics, are contained in a far-well letter written
to a friend on the eve of his death, which he met in a silly duel at the age of 21. This
letter, if judged by the novelty and profoundity of ideas it contains, is perhaps the most
substancial piece of writing in the whole literature of mankind.

65
66
Capitolo VI

Equazioni risolubili per radicali

1 Gruppi risolubili

Iniziamo questo Capitolo con una introduzione ai gruppi risolubili finiti, necessaria per
gli sviluppi successivi. In essa giocano un ruolo fondamentale il concetto di sottogruppo
G
normale N di un gruppo G e del relativo gruppo quoziente N, i cui elementi sono i
laterali di N in G. Conviene anche tener presente l’epimorfismo canonico, di nucleo N :
G
π: G → N
g 7→ N g.
Per il successivo Lemma, che può essere verificato anche direttamente, proponiamo
una dimostrazione basata sulle proprietà degli omomorfismi fra gruppi applicate a π
(si vedano il Lemma 1.18 e il Teorema 1.19 del Capitolo 1).

(1.1) Lemma Siano G un gruppo, N un sottogruppo normale, H un sottogruppo.


K G
1) Se K è un sottogruppo di G che contiene N , allora π(K) = N è sottogruppo di N;

2) se K è un sottogruppo di G
N, allora π −1 (K) = K è un sottogruppo di G che contiene
K
N eK= N;

K G
3) se K è un sottogruppo normale in G che contiene N , allora N è normale in N e il
G G/N
gruppo quoziente K è isomorfo a K/N ;

4) il prodotto N H := {nh | n ∈ N, h ∈ H} è un sottogruppo di G (contenente N e H);

H NH
5) H ∩ N è normale in H e H∩N è isomorfo a N .

G
Dimostrazione. Sia π : G → N l’epimorfismo canonico.
K K
1) Si ha π(K) = {N k | k ∈ K} = N. Essendo K sottogruppo di G, la sua immagine N
G
è un sottogruppo di N.

67
G
2) Essendo K un sottogruppo di N, la sua preimmagine K è un sottogruppo di G.
K contiene N dato che, per ogni n ∈ N , si ha π(n) = N n = N 1G ∈ K. Infine
K
K = π(K) = N per il punto precedente.

3) Se g1 , g2 ∈ G sono tali che N g1 = N g2 , allora Kg1 = Kg2 . Infatti g1 g2 −1 ∈ N ≤ K


implica g1 g2 −1 ∈ K. Possiamo pertanto considerare l’applicazione f : G
N → G
K tale che

N g 7→ Kg, ∀ g ∈ G.

f è chiaramente un epimorfismo di gruppi. Inoltre

K
Ker f = {N g | Kg = K1G } = {N g | g ∈ K} = .
N

L’asserto segue dal teorema fondamentale sugli omomorfismi di gruppi.


NH
4) Notiamo che π(H) = {N h | h ∈ H} = N .
Essendo H sottogruppo di G, la sua im-
magine NNH è un sottogruppo di N
G
. Basta verificare che N H = π −1 NNH per concludere


che è un sottogruppo. Chiaramente N H ≤ π −1 NNH . Inoltre da N = {n1G | n ∈ N } ≤




N H segue π −1 NNH ≤ N H: infatti π(g) = N g = N h implica gh−1 ∈ N da cui g ∈ N H.




5) Consideriamo la restrizione di π a H. Il suo nucleo è Ker π ∩ H = N ∩ H, che è quindi


un sottogruppo normale di H. L’asserto si ottiene applicando il Teorema fondamentale
sugli omomorfismi a πH .

(1.2) Definizione Un gruppo G si dice risolubile se ammette una serie abeliana, ossia
una catena di sottogruppi

(1.3) {1} = G0 ≤ G1 ≤ · · · ≤ Gm = G

tali che, per ogni indice i = 1, . . . , m:

1) il sottogruppo Gi−1 è normale nel successivo Gi ;

Gi
2) il gruppo quoziente Gi−1 è abeliano.

Chiaramente ogni gruppo della serie abeliana (1.3) è risolubile, per definizione. Tale
osservazione è utile nelle dimostrazioni per induzione. Si ha inoltre:
G
(1.4) Lemma Sia N un sottogruppo normale di un gruppo G. Se N è risolubile e N è
abeliano, allora G è risolubile.

68
Dimostrazione. Sia {1} = N0 ≤ N1 ≤ · · · ≤ Nm−1 = N una serie abeliana di N .
Aggiungendole il termine N ≤ G si ottiene una serie abeliana di G.

(1.5) Esempi
1. Ogni gruppo abeliano A è risolubile. Infatti {1} ≤ A è una serie abeliana.

2. Il gruppo simmetrico Sym(3) è risolubile dato che ammette la seguente serie abeliana:

{1} < Alt(3) < Sym(3).

Infatti il gruppo alterno Alt(3) =< (1, 2, 3) > è abeliano, essendo ciclico, ed è normale
Sym(3) 6
in Sym(3). Il gruppo quoziente Alt(3) ha ordine 3 = 2, quindi è ciclico.

Si noti che Sym(3) non è abeliano. L’esempio 1. dice che la classe dei gruppi risolubili è
una estensione di quella dei gruppi abeliani. Essa è la minima estensione che gode delle
proprietá espresse dal Teorema 1.6. Notiamo che i sottogruppi e i quozienti di un gruppo
G
abeliano sono abeliani. Tuttavia se N e N sono abeliani, G puó non essere abeliano,
come dimostra l’esempio di Sym(3).

(1.6) Teorema Siano G un gruppo, H un sottogruppo, N un sottogruppo normale.

1) Se G è risolubile, H è risolubile;

G
2) se G è risolubile, il gruppo quoziente N è risolubile;

G
3) se N e N sono risolubili, allora G è risolubile.

Dimostrazione.
1) e 2) Supponiamo che 1 = G0 < · · · < Gm−1 < Gm = G sia una serie abeliana, senza
termini ripetuti, e ragioniamo per induzione su m.
G
Se m = 0 abbiamo G = {1}, da cui H = N = {1} risolubile. Sia quindi m > 0.
Il gruppo Gm−1 è risolubile, per definizione, e ammette una catena normale a fattoriali
abeliani di lunghezza m − 1. Per l’ipotesi induttiva il sottogruppo Gm−1 ∩ H e il gruppo
Gm−1
quoziente Gm−1 ∩N sono risolubili.
Per il punto 5) del Lemma 1.1 si ha che
H Gm−1 H Gm
' ≤ (abeliano).
Gm−1 ∩ H Gm−1 Gm−1
H
Quindi Gm−1 ∩H è abeliano, essendo isomorfo a un sottogruppo di un gruppo abeliano.
Da Gm−1 ∩ H risolubile si conclude che H è risolubile per il Lemma 1.4.

69
N Gm−1 è un sottogruppo normale di G, essendo l’immagine del sottogruppo normale N
G
nell’epimorfismo G → Gm−1 . Per il punto 3) dello stesso Lemma:

G/Gm−1 G G/N
' ' .
N Gm−1 /Gm−1 N Gm−1 N Gm−1 /N

G/N
Ne segue che N Gm−1 /N è abeliano, essendo isomorfo a un quoziente del gruppo abeliano
G N Gm−1 Gm−1 G
Gm−1 . Ora N è risolubile perché isomorfo a Gm−1 ∩N . Si ha cosı́ che N è risolubile.

G
3) Supponiamo che {N 1G } = K 0 < · · · < K m−1 < K m = N sia una serie abeliana,
senza termini ripetuti, e ragioniamo per induzione su m.
Se m = 0 abbiamo G = N risolubile per ipotesi. Sia quindi m > 0. Per il punto 2)
Km−1
del Lemma 1.1) si ha K m−1 = N con Km−1 sottogruppo di G contenente N . Per
l’ipotesi induttiva si ha Km−1 risolubile. Notiamo inoltre Km−1 è normale in G perché
preimmagine del sottogruppo normale K m−1 . Infine

G G/N Km
' =
Km−1 Km−1 /N K m−1

è abeliano. Si conclude che G è risolubile.

Vogliamo ora mostrare che un gruppo risolubile finito possiede una serie abeliana a
fattoriali di ordine primo. Tale fatto è , in definitiva, una conseguenza dell’invertibilitá
del Teorema di Lagrange per i gruppi abeliani finiti.

(1.7) Lemma Sia A un gruppo abeliano di ordine pn, con p primo. Allora A contiene
un sottogruppo N di ordine n (equivalentemente di indice p).

Dimostrazione. Considerando A come Z-modulo, per il Teorema di struttura dei moduli


f.g. su un dominio a ideali principali, possiamo identificarlo con il gruppo:

Zm1 ⊕ · · · ⊕ Zmi ⊕ · · · ⊕ Zmt

per una opportuna sequenza di numeri naturali m1 , . . . , mt , ciascuno dei quali divide
il successivo, la cui lunghezza t corrisponde al minimo numero di generatori di A. Da
pn = |A| = ti=1 mi segue che p divide almeno un mi , quindi divide mt . Posto mt = pnt ,
Q

la classe [p]mt ha periodo nt e genera cosı́ un sottogruppo Nt di Zmt con |Nt | = nt . Si


Q 
t−1
conclude che il sottogruppo N = Zm1 ⊕ · · · ⊕ Zmt−1 ⊕ Nt ha ordine i=1 mi nt = n.

70
(1.8) Lemma Ogni gruppo risolubile finito G 6= 1 ha una serie abeliana i cui fattoriali
hanno ordini dei numeri primi.

Dimostrazione. Se esistono gruppi finiti risolubili per cui l’asserto è falso, possiamo
supporre che G sia uno di ordine minimo fra questi.
G
G
Per ipotesi esiste un sottogruppo normale M 6= G tale che M è abeliano. Posto M = pn,
G
con p primo, M contiene un sottogruppo N di ordine n, per il Lemma 1.7. Chiaramente
N è normale in G
M, essendo questo gruppo abeliano. N = π −1 (N ) è un sottogruppo
N
normale di G, in quanto preimmagine di un sottogruppo normale, e N = M per il punto
G G/M pn
2 del Lemma 1.1. Ora N ' N/M ha ordine n = p. Abbiamo N risolubile e |N | < |G|.
Ne segue N = 1G oppure N ha una serie abeliana 1 = N0 < N1 < · · · < Nm = N a
fattoriali di ordine primo. Aggiungendo G a tale serie si ottiene una serie abeliana di G
a fattoriali di ordine primo, in contrasto con l’ipotesi che G non soddisfi l’asserto.

(1.9) Teorema Il gruppo simmetrico Sym(n) è risolubile se e solo se n ≤ 4.

Dimostrazione. Sym(4) è risolubile avendo la catena abeliana:

{id} < {id, (12)(34), (13)(24), (14)(23)} < Alt(4) < Sym(4).

Da Sym(2) ≤ Sym(3) ≤ Sym(4) si ha che anche Sym(2) e Sym(3) sono risolubili.

Per n = 5 il gruppo alterno Alt(5) è semplice, ossia non ha sottogruppi normali propri.
Per cominciare notiamo che le classi di coniugio di Alt(5) hanno rappresentanti:

id, (12)(34), (123), (12345), (12345)2

e rispettivi ordini 1, 15, 20, 12, 12. Sia quindi {id} =


6 N un sottogruppo normale di
Alt(5). N deve essere unione di classi di coniugio per definizione di sottogruppo normale.
Caso 1 (12)(34) ∈ N . Ne segue

(12)(34)(12)(45) = (345) ∈ N, (12)(34)(13)(45) = (14532) ∈ N

Da cui |N | ≥ 1 + 15 + 20 + 24 = 60. In tal caso N = Alt(5).


Caso 2 (123) ∈ N . Ne segue (123)(143) = (14)(23) ∈ N e si ricade nel caso precedente.
Caso 3 Se non si verificano i casi precedenti, N è l’unione di {id} e delle classi aventi
rappresentanti (12345)±1 . In tal caso |N | = 1 + 12 + 12 = 25, che non divide 60.

71
Pertanto l’unico sottogruppo normale di Alt(5), che non sia Alt(5) stesso, è {id}. Poiché
Alt(5) non è abeliano, non è neanche risolubile. Infine, notando che Alt(5) ≤ Sym(n)
per ogni n ≥ 5, si conclude che Sym(n) non è risolubile per n ≥ 5.

2 Definizioni e risultati preliminari

In questo Capitolo, per semplicitá della trattazione, consideriamo solo campi di carat-
teristica 0. Per il Corollario 5.7 del Capitolo 2, i polinomi irriducibili su di un campo K
di caratteristica 0 sono separabili. In particolare, le estensioni di Galois di K sono pre-
cisamente i campi di spezzamento dei polinomi di K[x] o, equivalentemente, le estensioni
normali di grado finito di K (si veda il Corollario 5.3 del Capitolo 2). Per una estensione
di Galois di K valgono i Teoremi 3.6 e 3.9 del Capitolo 3, che useremo spesso.

(2.1) Definizione Una estensione F : K è radicale se esiste una catena di sottocampi

K = F0 ≤ F1 ≤ · · · ≤ Fm = F

tali che, per opportuni interi positivi ni , 1 ≤ i ≤ m, si abbia:

Fi = Fi−1 (αi ), con αini ∈ Fi−1 .

Ogni αi è algebrico su Fi−1 , da cui [Fi : Fi−1 ] < ∞ per i ≤ m. Ne segue [F : K] < ∞.
Abbiamo quindi:

(2.2) Osservazione Ogni estensione radicale di K ha grado finito.

In base alla Definizione 2.1 è inoltre evidente il seguente fatto:

(2.3) Osservazione Dato un campo intermedio E, se le estensioni F : E e E : K sono


radicali, allora F : K è radicale.

Consideriamo una estensione radicale del tipo più semplice, ossia K (α) : K, con α radice

di un polinomio della forma xn − k, k ∈ K. In tal caso, ponendo n k := α, e chiamando
t il grado del polinomio minimo di α su K, gli elementi di K (α) sono della forma:
√n
 √ t−1
n
k0 + k1 k + · · · + kt−1 k , ki ∈ K.

Quindi F è estensione radicale di K se è ottenibile da K mediante una sequenza finita di


estesioni del tipo precedente. In particolare gli elementi di F sono esprimibili mediante
iterazioni di somme, prodotti e estrazione di radici a partire dagli elementi di K.

72
(2.4) Definizione Diciamo che l’equazione algebrica, a coefficienti in K,

(2.5) f (x) = xn + k1 xn−1 + · · · + kn−1 x + kn = 0

è risolubile per radicali, se esiste una estensione normale radicale F di K che contiene
il campo di spezzamento Σ di f (x) su K.

3 Criterio per la risolubilitá di un’equazione

(3.1) Teorema Consideriamo una catena di campi F0 ≤ F1 ≤ · · · ≤ Fm tale che:


1) Fm è estensione di Galois di F0 ;
2) Fi estensione di Galois di Fi−1 , per 1 ≤ i ≤ m.

Se ciascuno dei gruppi GalFi−1 (Fi ) è risolubile, 1 ≤ i ≤ m, allora GalF0 (Fm ) è risolubile.

Dimostrazione. Induzione su m.
Se m = 1 il gruppo GalF0 (F1 ) è risolubile per ipotesi. Sia quindi m > 1. Notando che
Fm è estensione di Galois di F1 , per induzione possiamo supporre che GalF1 (Fm ) sia
risolubile. Poiché F1 è estensione normale di F0 si ha che GalF1 (Fm ) è un sottogruppo
normale di GalF0 (Fm ). Inoltre
GalF0 (Fm )
' GalF0 (F1 ) .
GalF1 (Fm )
Essendo GalF0 (F1 ) risolubile per ipotesi, anche GalF0 (Fm ) è risolubile. Basta infatti
applicare il punto 3) del Teorema 1.6, con N = GalF1 (Fm ), G = GalF0 (Fm ).

(3.2) Lemma Sia  ∈ E una radice primitiva n-esima di 1. Consideriamo una esten-
sione E(α), con αd ∈ E dove d divide n. Allora E(α) è il campo di spezzamento di
xd − αd su E. Quindi E(α) : E è estensione di Galois. Inoltre GalE (E(α)) è abeliano.

Dimostrazione. Posto n = dm, con m ∈ N, sia η := m . Chiaramente η ∈ E. Inoltre


n
η ha periodo m = d. Ne segue che le radici di xd − αd sono η j α, 1 ≤ j ≤ d. Esse
appartengono tutte a E(α), che risulta quindi il campo di spezzamento di xd − αd su E.
Siano ora σ, τ elementi di GalE (E(α)). Essi fissano αd ∈ E, quindi permutano le radici
di xd − αd . Posto σ(α) = η s α, τ (α) = η t α, abbiamo στ (α) = τ σ(α). Infatti:

σ (τ (α)) = σ η t α = σ η t σ (α) = η t σ(α) = η t η s α = η t+s α = η s+t α = τ (σ(α)).


 

Per ogni e ∈ E si ha στ (e) = e = τ σ(e). Si conclude che στ = τ σ.

73
(3.3) Corollario Sia f (x) ∈ K[x], dove K è un campo di caratteristica 0. Se l’equazione
f (x) = 0 è risolubile per radicali, allora il gruppo G = GalK (f (x)) è risolubile.

Dimostrazione. Sia K (α1 , . . . , αm ) una estensione normale radicale di K che contiene il


campo di spezzamento Σ di f (x) su K. Esistono quindi degli interi ni tali che

α1n1 ∈ K, αini ∈ K (α1 , . . . , αi−1 ) , 2 ≤ i ≤ m.

Posto n := mcm (n1 , . . . , nm ) sia  una radice primitiva n-esima di 1.


Consideriamo la catena di estensioni

(3.4) K ≤ K() ≤ K(, α1 ) ≤ . . . ≤ K(, α1 , . . . , αm ) := F.

K (α1 , . . . , αm ), in quanto estensione normale di grado finito di K, è campo di spez-


zamento di un polinomio g(x) ∈ K[x]. Ne segue che F è campo di spezzamento di
g(x)(xn − 1) su K, quindi F : K è una estensione di Galois. Per il Lemma 3.2 ogni
termine di (3.4) è estensione di Galois del precedente, con gruppo di Galois abeliano.
Dal Teorema 3.1 si ottiene che GalK (F) è risolubile. Infine consideriamo la catena
K ≤ Σ ≤ F. Notiamo che Σ è estensione normale di K, in quanto campo di spezzamento
di f (x). Ne segue che GalΣ (F) è un sottogruppo normale in GalK (F) e che
GalK (F)
GalK (Σ) ∼ .
GalΣ (F)
Concludiamo che GalK (Σ) è risolubile perché quoziente di un gruppo risolubile.

(3.5) Lemma Sia F : E una estensione normale di grado primo p. Se una radice
primitiva p-esima  di 1 appartiene a E, esiste α ∈ F tale che F = E(α), con αp ∈ E.

Dimostrazione. Poiché [F : E] = p primo, non ci sono campi intermedi. Pertanto, fissato


β ∈ F\E si ha E(β) = F. L’estensione F : E è di Galois, essendo normale. Quindi GalE (F)
ha ordine p: in particolare è ciclico. Detto σ un generatore di GalE (F), poniamo:

(3.6) β1 := β, βi+1 := σ(βi ) = σ i (β), i := 1, . . . , p − 1.

Poniamo inoltre


 β1 + β2  + β3 2 + · · · + βp (p−1) := γ1


...





β1 + β2 i + β3 2i + · · · + βp (p−1)i := γi 1≤i≤p


...






β1 + β2 p + β3 2p + · · · + βp (p−1)p := γp

74
ossia:

(p−1)
    
1  ... β1 γ1
     

 ... 

 ...  
   ... 

     
(3.7)  1 i (p−1)i  βi  =  γi 
... .

    
     
 ...   ...   ... 
     
1 1 ... 1 βp γp

i − j =
Q 
La matrice di sinistra ha determinante (di Vandermonde) 0≤i<j≤p−1 6 0.
Ne segue
−1 
(p−1)
   
β1 1  ... γ1
     
 ...   ...   ... 
     
     
 βi  =  1 i ... (p−1)i   γi  .
     
     
 ...   ...   ... 
     
βp 1 1 ... 1 γp

Poiché  e le sue potenze appartengono a E, se fosse γk ∈ E per ogni k, si avrebbe βj ∈ E


per ogni j, contro l’ ipotesi β1 = β 6∈ E. Esiste quindi almeno un indice k tale che
γk 6∈ E. Posto γk := α si ha F = E(α). Resta da mostrare che αp ∈ E.
Da βp = σ p−1 (β) si ha σ (βp ) = β = β1 . E, ricordando che σ() = :

σ (α) = σ β1 + β2 k + · · · + βp (p−1)k = β2 + β3 k + · · · + β1 −k =




−k β1 + β2 k + · · · + βp (p−1)k = −k α.




Ne segue che αp è fissato da σ (e dalle sue potenze). Infatti:

σ (αp ) = −kp αp = αp .

Concludiamo che αp ∈ E, sottocampo degli elementi fissati da GalE (F).

(3.8) Teorema Sia F : E una estensione di Galois tale che H = GalE (F) sia risolubile.
Se in E esiste una radice primitiva |H|-esima di 1, allora F è estensione radicale di E.

Dimostrazione. Induzione su |H|.


Se |H| = 1, si ha [F : E] = 1, da cui F = E e l’asserto è vero. Altrimenti, per il
Lemma 1.8, esiste un sottogruppo normale N di indice un primo p in H. Sia FN il suo
sottocampo fisso. Si ha [FN : E] = H

N = p. Inoltre l’estensione FN : E è normale. Dal

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Lemma 3.5 segue allora FN = E(α1 ), con α1 p ∈ E. In particolare FN : E è radicale.

H F
n
p p

N FN
n
p p

{1} E

Consideriamo ora l’estensione di Galois F : FN , il cui gruppo di Galois è N . Notando


che N = GalFN (F) è risolubile, in quanto sottogruppo di un gruppo risolubile, possiamo
applicare l’ipotesi induttiva. Otteniamo cosı́ che F è estensione radicale di FN . Infine,
tenendo presente l’Osservazione 2.3, concludiamo che F è estensione radicale di E.

(3.9) Lemma Sia f (x) ∈ K[x]. Per ogni estensione E di K si ha che GalE (f (x)) è
isomorfo a un sottogruppo di GalK (f (x)).

Dimostrazione. Sia Σ = K (β1 , . . . , βn ) il campo di spezzamento di f (x) su K, dove


β1 , . . . , βn sono le radici di f (x). Chiaramente F = E (β1 , . . . , βn ) è il campo di spez-
zamento di f (x) su E. Ogni σ ∈ GalE (F) := GalE (f (x)) fissa gli elementi di K ≤ E.
In particolare σ fissa i coefficienti di f (x), quindi permuta le sue radici βi . Ne segue
σ(Σ) = Σ. Pertanto la restrizione σ|Σ è un elemento di GalK (Σ) := GalK (f (x)).
Consideriamo l’omomorfismo

ρ : GalE (f (x)) → GalK (f (x))


σ 7→ σ|Σ .

Sia τ ∈ Ker ρ. Ció significa che τ fissa tutti gli elementi di Σ. In particolare τ (βi ) = βi
per ogni i. Si ha inoltre τ|E = idE per definizione di GalE (F). Quindi τ fissa tutti gli
elementi di E (β1 , . . . , βn ) = F, ossia τ = idF . Si conclude che ρ è iniettiva, da cui
GalE (f (x)) ' ρ (GalE (f (x))) ≤ GalK (f (x)).

(3.10) Corollario Sia f (x) ∈ K[x], dove K è un campo di caratteristica 0. Se il gruppo


G = GalK (f (x)) è risolubile, allora l’equazione f (x) = 0 è risolubile per radicali.

Dimostrazione. Detta  una radice primitiva |G|-esima di 1, consideriamo l’estensione


E = K(). Il gruppo H := GalE (f (x)) è isomorfo a un sottogruppo di G = GalK (f (x))
per il Lemma 3.9. Pertanto H è risolubile, in quanto sottogruppo di un gruppo risolubile.

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|G|
Inoltre |H| divide |G|, per il Teorema di Lagrange. Ne segue che η :=  |H| ∈ E è una
radice primitiva |H|-esima di 1. Detto F il campo di spezzamento di f (x) su E, si ha
H = GalE (F) risolubile e, per il Lemma 3.8, il campo F è estensione radicale di E. Poiché
E è estensione radicale di K, anche F è estensione radicale di K. Inoltre F è estensione
normale di K, in quanto campo di spezzamento del polinomio f (x)(xn − 1) ∈ K[x].
Chiaramente il campo di spezzamento Σ di f (x) su K è contenuto in F, che è estensione
normale radicale di K. Concludiamo che l’equazione f (x) = 0 è risolubile per radicali.

Il criterio di Galois, fornito dai Corollari 3.3 e 3.10, è riassunto dal seguente:

(3.11) Teorema Sia f (x) ∈ K[x], dove K è un campo di caratteristica 0. L’equazione


f (x) = 0 è risolubile per radicali se e solo se il gruppo G = GalK (f (x)) è risolubile.

4 Il Teorema di Ruffini-Abel

(4.1) Definizione Si chiama equazione generale di grado n l’equazione

(4.2) xn + t1 xn−1 + · · · + tn−1 x + tn = 0

i cui coefficienti sono indeterminate. Poiché l’anello Q[t1 , . . . , tn ] dei polinomi in n inde-
terminate a coefficienti razionali è un dominio di integritá, l’equazione 4.2 ha i coefficienti
nel campo dei quozienti Q (t1 , . . . , tn ). Una eventuale formula risolutiva di 4.2 consente
di risolvere qualunque equazione particolare di grado n a coefficienti ki in un campo K
di caratteristica 0. Basta sostituire ordinatamente, nella formula risolutiva, i coefficienti
ki alle indeterminate ti .

(4.3) Teorema di Ruffini-Abel L’ equazione algebrica generale di grado n


è risolubile per radicali se e solo se n ≤ 4.

Poiché il gruppo di Galois dell’equazione generale di grado n è il gruppo simmetrico


Sym(n) (si veda, ad esempio [5, Teorema 4.15, pag. 264], tale Teorema è una conseguenza
del criterio di Galois. Infatti, come abbiamo visto, il gruppo Sym(n) è risolubile se e
solo se n ≤ 4. Pertanto l’equazione generale di grado n è risolubile se e solo se n ≤ 4.

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Bibliografia

[1] E. Artin, Galois Theory, Dover Publications, Inc. (1998).

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[7] M.C. Tamburini, Algebra I unità , Dispensa in rete.

[8] M.C. Tamburini, Algebra II unità , Dispensa in rete.

[9] M.C. Tamburini, Approfondimenti di Algebra, Dispensa in rete.

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