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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitagorica del tempo

Author(s): Domenico Musti


Source: Quaderni Urbinati di Cultura Classica, New Series, Vol. 36, No. 3 (1990), pp. 35-65
Published by: Fabrizio Serra Editore
Stable URL: https://www.jstor.org/stable/20547064
Accessed: 04-05-2019 00:14 UTC

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione
pitag?rica del tempo
Domenico Musti

1. Assai discusso ? il noto passo del De vita Pythagorica di Giam


blico (par. 248 sgg.) sulla fine del Pitagorismo in Magna Grecia. Nei
capitoli precedenti Giamblico ha descritto le qualit? del movimento
pitag?rico, ma anche i caratteri criptici, esoterici, dei rapporti che vi
gono all'interno del pitagorismo: non ? tutto luce e pace intorno ad
esso, e qui se ne racconta la crisi. "Vi furono coloro i quali facevano
guerra, erano ostili a questi uomini e perci? ci fu una congiura contro
di essi. Che dunque in assenza di Pitagora awenisse la congiura (f) ?
Tu?ouAf|), tutti sono d'accordo, differiscono per? riguardo alla occa
sione della assenza di Pitagora, gli uni dicendo che Pitagora era partito
per andar? a trovare Ferecide di Sir?, gli altri invece dicendo che se ne
era andato a Metaponto". Merita attenzione l'espressione, al singola
re, eTii?oi)Af|: la congiura, la macchinazione, una sola. ? un insieme
di fatti ostili e di irrequietudine, che nell'esposizione si lasciano poi di
volta in volta riassumere sotto un concetto singolare: ci possono esse
re momenti diversi, ma complessivamente, a? di l? deua pluralit? di
sussulti e disordini, ? la rivolta. Gi? questo ? un significativo indizio
dell'operare della "acronia" pitag?rica1. In secondo luogo va rilevato

1 Generalmente diffusa ? l'idea che solo con Neante di Cizico sia cominciata la
confusione tra le due rivolte antipitagoriche, che prima sarebbero state considerate
distinte nella tradizione: vd. per tutti E.L. Minar, Early Pythagorean Politics in Prac
tice and Theory, Baltimore 1942, p.e. p. 52 (sulla scorta di F. Corssen, Philologus 71,
1912, p. 332 sgg.). Ma gi? in Aristosseno, come dimostra il presente saggio, c'? indi
stinzione di momenti e spicca una vischiosa continuit? cronol?gica; e il senso stori
co-razionale del tempo ? contrastato nel Pitagorismo da altre istanze, al punto di
potersi parlare di "acronia", forse pi? ancora che di "anacronismo": sul tema cfr. D.

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che l'affermazione circa il gen?rale accordo in m?rito alla assenza di


Pitagora da Crotone al momento della rivolta ? contraddetta da una
tradizione risalente a Dicearco e ai "pi? rigorosi" (cfr. Porfirio, Vita di
Pitagora 56), che invece afferma che Pitagora era presente. Sono cos?
poco "rigorosi" questi che sono alle spalle di Giamblico (se non
Giamblico stesso), che addirittura ignorano una tradizione di Dicear
co e degli akrib?steroi, secondo la quale Pitagora era nella casa che fu
data alie fiamme.
Dunque abbiamo una gamma di tre (o quattro) possibilit? per
quanto concerne la presenza o meno di Pitagora alia 87u?ouAf|:
1. Pitagora ? presente a Crotone (secondo Dicearco e i pi?
"rigorosi")2.
2a. Pitagora ? assente e vivo, a D?lo, ove si ? recato per far visita al suo
maestro Ferecide di Sir? (secondo Nicomaco di Gerasa - circa 100
d.C. -, di cui ? qui fonte Neante di Cizico - circa 200 a.C.)3.
2b. Pitagora ? assente e vivo, a Metaponto (secondo una possibile in
terpretazione di Aristosseno, cio? del 300 a.C. circa)4.
3. Pitagora ? andato e morto a Metaponto (secondo una diversa pos
sibilit? di interpretazione del luogo di Aristosseno)5.
Le incertezze della tradizione non riguardano soltanto la crono
log?a di questi eventi, negativi per il ru?lo politico del pitagorismo,
bensi anche i luoghi. Complessivamente individuiamo tre tipi di rae

Musti, Str abone e la Magna Grecia. Citt? e popoli dellltalia antica, Padova 1988, pp.
23-31 t passim; Id., relazione al Convegno tenuto presso l'Ist. Univ. Orientale di
Napoli nel marzo 1987 su Sicilia e Magna Grecia. Aspetti di interazione nel IV sec.
a.C, in corso di stampa.
2 Porfirio, Vita Pyth. 56.
3 Giamblico, De vita Pyth. 252 sg., cfr. Porfirio, op. cit. 55.
4 Giamblico, op. cit. 249.
5 In gen?rale, e forse a ragione, si intende che nelle parole x?xei ??yexai xaioc
oip?i|/ai t?v ?iov oi ?? Ku?coveioi ?eyo?ievoi ?iei??ouv xxX. (par. 249) l'azio
ne dei Ciloniani contro i Pitagorici sia intesa corne il seguito e la successione della
morte di Pitagora. Ma non ? escluso che il filo narrativo, riguardo a Pitagora, prose
gua per suo conto fino alla morte di lui, e che il filo narrativo riguardo alie azioni dei
Ciloniani abbia un suo indipendente punto d'inizio: vd. ad es. nello stesso Giambli
co, 250: o??e t?v ?iov xocT80Tpei|;ev (detto della morte di Liside a Tebe). Oi ?? ?oi
Tto? T(ov UD?ayopeicov inizia un altro spezzone di racconto che-non ? detto debba
essere necessariamente il seguito diretto della morte di Liside. E come quando noi
scriviamo: "li visse, e li poi, a suo tempo mor?. Intanto ecc. ecc".

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conti sulla localizzazione della ?7Upou?f| e dello stesso pitagorismo,


che ? implicata da questa e7u?ouA,f| (procediamo dal pi? semplice ver
so il pi? complesso):
A. La strage avviene a Crotone e vede implicad i pitagorici di Crotone6.
B. La strage awiene a Crotone, ma i pitagorici implican nella strage
sono di tutte le citt? di Magna Grecia nelle quali ? difuso il movimen
to pitag?rico (c'? una specie di riunione al v?rtice dei capi delle comu
nit? pitagoriche)7.
C. Awengono stragi in tutte le citt? di Magna Grecia in cui c'erano
pitagorici in qualche modo al potere8.
Tutto questo va visto non come il risultato di occasionali con
traddizioni, di occasionali sovrapposizioni di fonti diverse. Questo
non ? insomma un caso comune, simile a tanti altri che conosciamo
nella storia della filologia classica e della storia antica: ? un caso nel
quale, al livello in cui tocchiamo il testo, l'amalgama dei fatti reali ? gi?
molto compiuto, owero - ? il modo pi? preciso di vedere le cose - in
questa narrazione i fatti - come si dovrebbero ricostruire e datare se
condo una cronolog?a razionale, real?stica, comune - non trovano
posto adeguato. Concretamente, non ci sono riscontri esterni ricom
ponibili in un quadro cronol?gico accettabile, conforme alie date e
agli eventi che noi conosciamo rispetto a questa narrazione. Questa
narrazione, cio?, noi vorremmo tradurla in date precise per ciascuno
dei momenti che essa contiene: ma di fatto essa non ? veramente scin
dibile in maniera coerente in pezzi, in blocchi di cui il primo - mettia
mo - si possa datare al 500 a.C. ca., il secondo al 450 a.C. ca., il terzo
al 380 a.C. ca. Il racconto si presenta invece con una sorta di vischiosa
continuit?. Certamente anche qui - visto che di racconto, di storia
pur sempre si tratta - abbiamo una successione di fatti, ma questa ap
pare come una successione di vicende che, nella mente di chi ha crea
to questa combinazione, son? l'una strettamente collegata all'altra, in
una continuit? che rasenta la compattezza. E all'analisi attenta di quel
che c'? dietro, questo racconto rivela un modo particolare (assai

6 Cosi ? nella tradizione di Dicearco e di Timeo recuperabile da Porfirio, Vita


Pyth. 56 e da Giustino, XX 4.
7 Cosi ? in Aristosseno presso Giamblico, De vita Pyth. 249-250 (nel par. 250 si
parla di tio?ccov, al plurale, quelle citt? di cui i qui radunati sono gli r)ye[iovix?xcc
xoi delle rispettive comunit? pitagoriche).
8 Cosi Polibio, II 39.

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pi? che una occasionale contraddizione) di formarsi delle tradizioni


pitagoriche e sul pitagorismo. Siamo insomma di fronte a una caratte
ristica strutturale del modo di formazione delle tradizioni pitagori
che. L'istanza che premeva nel racconto e nella formazione delle tra
dizioni era di carattere celebrativo. Ma questa intenzione di celebrare,
di collegare in maniera acconcia, si accompagna a un dato di ordine
negativo: l'impossibilit? di conservare una chiara memoria, l'incapa
cit? di operare una selezione di ordine critico, che ? poi la serie delle
operazioni che compie lo storico quando si trova di fronte a dei fatti e
intende datarli.
Quanto ora osservato costituisce una premessa indispensabile al
ie righe seguenti del capitolo 57 della Vita di Pitagora di Porfirio.
"Avendo una tale sciagura colpito questa gente, verme meno anche la
scienza segreta, bench? conservata nei petti fino ad allora, essendo ri
cordate presso gli esterni solo delle sciocchezze, delle cattive combi
nazioni". C'? dunque una eTCiorf||ir| appTyroc, una conoscenza segre
ta (alia lettera anon dicibile"), conservata silenciosamente nei cuori: il
che significa che c'? una trasmissione orale di questa scienza. C'? un
interno che sviluppa una memoria che in partenza ? orale; ci sono po?
gli esterni che fanno pasticci. E invero un punto di vista in difesa del
pitagorismo, un punto di vista che pero ci offre la gamma dei fattori,
interni ed esterni, di deterioramento delle tradizioni pitagoriche. "In
fatti non c'era uno scritto di Pitagora stesso, e d'altra parte gli scampa
ti Liside e Archippo e quanti si trovavano fuori riuscirono a salvare
poche scintille della filosof?a, labili e difficili da scovare.(58) Essendosi
infatti isolati ed essendo scoraggiati a causa dell'accaduto, si disperse
ro chi qua chi l?, allontanandosi ed evitando la compagnia degli uomi
ni, e d'altra parte, temendo che non scomparisse del tutto dall'umani
t? il nome della filosof?a e che essi stessi non diventassero perci? odio
si agli dei, composera dei commentarii sommari, metiendo insieme
gli scritti dei pi? vecchi e ci? che essi stessi ricordavano, e cia
scuno li lasciava dove moriva, avendo pero raccomandato a figli o fi
glie o mogli di non darli a nessuno fuori della casa. E queste per molto
tempo rispettarono questo principio, trasmettendo per successione
la medesima raccomandazione ai d?scendenti". Tutto ci? si riferisce in
primo luogo alie dottrine, ma certo anche alia memoria di fatti.
In primo luogo si tratta di memorie che hanno origine, o una
larga parte del loro percorso, all'interno di un gruppo chiuso: manca
dunque una verifica esterna complessiva. In secondo luogo, un fatto

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re che ha favorito questa particolare caratteristica della letteratura pi


tag?rica, ? la circostanza per cui il mondo pitag?rico si frantuma in
tanti piccoli nuclei (si crea una sorta di "diaspora"), che non comuni
cano tra loro. Ora (e questo ? il terzo fattore), anche questi modi di
trasmissione della memoria storica del movimento pitag?rico presen
tano rischi fortissimi nella direzione della confusione: son? infatti in
parte tradizioni di tipo orale, che dunque per loro natura presentano
una strutturale e congenita labilit?. Inline, anche quando ci sono gli
scritti (opera degli allievi), si tratta di scritti che si tramandano o all'in
terno di nuclei familiari o all'interno di piccoli gruppi.
Ricapitolando, quindi, ci sono almeno quattro buone ragioni
perch? non si diano le condizioni culturali per una verifica critica delle
tradizioni pitagoriche:
- il fatto che ? pitagorismo si esprima in una societ? chiusa;
- il fatto che questa societ? si frantumi, per la persecuzione, in tanti
piccoli nuclei (addirittura Porfirio offre un'immagine di frantumazio
ne secondo nuclei familiari): non c'? neanche una verifica tra un pita
g?rico e l'altro, e ognuno ricorda quello che ricorda;
- il fatto che almeno alcune di queste memorie siano meramente ora

- il fatto che anche quelle che son? scritte non abbiano vera circola
zione.

2. La presenza di un filone di storiografia razionale e di un filone


pi? spiccatamente celebrativo sul pitagorismo era gi? stata vista dal
Delatte9. Individuarne la personalit? e i modi storiografici ? pi? pro
blem?tico. Per il Minar10 (e giustamente) Aristosseno era un celebra
tore, e tuttavia la differenza tra lui e la storiografia di un Dicearco e un
Timeo si spiegherebbe quasi in termini quantitativi: Aristosseno si
"concentra" su Crotone e l'associazione pitag?rica, mentre gli altri
storici inquadrano il tutto in una visione pi? ampia di storia magno
greca. Ma a nostro giudizio non ? solo un fatto quantitativo: struttu
r^lmente la posizione di Aristosseno si caratterizza per un senso di
verso, una prospettiva "irrazionale" di cronolog?a, e un collegato ru?
lo sp?ciale di Taranto e di Metaponto. La "confusione" perci? non

9 A. Delatte, Essai sur la politique pythagoricienne, Li?ge 1922, p. 206.


10 E.L. Minar, op. cit. p. 51 e passim.

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avviene solo nel corso del tempo, nella storiografia pitag?rica pi?
tarda (Neante di Cizico, Nicomaco ecc): ? gi? originaria e strut
turale alla concezione pitag?rica della storia.
Del tutto controcorrente, e con argomenti debolissimi, il von
Fritz n, il quale inverte del tutto il rapporto Aristosseno-Dicearco, in
tema di vericucit?. Aristosseno ne saprebbe moltissimo; Dicearco ri
porterebbe solo la "tradizione popolare". Ma corne si spiega allora la
collocazione di Dicearco accanto ai pi? "rigorosi, precisi, seri", in
Porfirio, Vita Pyth. 56? E corne si potrebbe vedere Aristosseno, negli
axpi?eoxepoi menzionati accanto a Dicearco, quando i tratti fonda
mentali delle due ricostruzioni sono cos? diversi? Quanto poco per
suasiva sia l'argomentazione del von Fritz risulta anche dal fatto che
egli vede un pregio di Aristosseno nell'aver questi "concentrato" ri
duttivamente la congiura a Crotone: ? invece proprio Dicearco che
ha concentrato Pesperimento pitag?rico a Crotone, mentre Aristos
seno l'ha esteso aile citt? di Magna Grecia, in genere, facendo, della
riunione dell'incendio, il "v?rtice" dei capi di tutte le comunit? pita
goriche!
Dopo Aristosseno, nella tradizione pitag?rica si hanno posizioni
che in parte riproducono lo stesso Aristosseno, e ne condividono cer
te tenderize accrescitive, celebrative, enfatiche, pur divergendo - co
rne accade in una tradizione incrociata - in questo o quel punto.
Neante corrisponde ampiamente ad Aristosseno (vd. il riferimento
ad Archippo e Liside), ma ne differisce per il luogo dove si trovava Pi
tagora (non a Metaponto, vivo o morto, ma a Delo). Nicomaco cor
risponde in parte ad Aristosseno (di cui potrebbe essere il filtro), ma
"tarantinizza" meno di Aristosseno: la sua celebrazione enfatizza la
diffusione, in Italia come in Sicilia, del pitagorismo, ma d? un ruolo
meno centrale a Taranto e Metaponto. Sulle combinazioni possibili di
questo triangolo si ? discusso a lungo, e le soluzioni accettabili non
vanno molto al di l? di quanto abbiamo qui detto.
Ancor pi? spicca la diversit? di Dicearco (di Messina!), che non
ha n? il filotarantinismo spiccato di Aristosseno-Neante, n? l'enfasi
accrescitiva e celebrativa di Aristosseno-Nicomaco.

1* K. von Fritz, Pythagorean Politics in Southern Italy. An Analysis of the Sources,


New York 1940, p. 27 sgg.

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3. Torniamo al testo di Giamblico, De vita Pyth. par. 248 sg.:


"Moite si dice essere state le cause della rivolta antipitagorica: una, la
seguente, ? quella che fu determinata dai cosiddetti ciloniani. Cilone,
uomo di Crotone, da un lato primeggiava tra i suoi concittadini per
nascita, prestigio e ricchezza, d'altra parte era per? un uomo di catti
vo carattere, violento, rissoso, insomma un carattere da tiranno; ora,
bench? facesse ogni pressione per essere ammesso a partecipare della
vita pitag?rica e si pr?sentasse all? stesso Pitagora, che era gi? vecchio,
fu bocciato per le ragioni suddette. Accaduto ci?, suscitarono una
forte guerra, lui e i suoi amici, contro Pitagora e contro i compagni di
questo, e cos? violenta e assoluta fu l'awersione di Cilone e dei suoi
amici, da durare fino agli ultimi pitagorici". Va sottolineato il fatto
che qui, con |i?%pi t<5v Te?euiaicov nu?ayopei v, viene introdotta
un'idea cronol?gica, un'idea storica: ci viene messo sotto gli occhi un
periodo; ma quando noi vogliamo cronologizzarlo secondo punti di
riferimento reali, ci troviamo in seria difficolt?. "Pitagora per questa
ragione si ritiro a Metaponto, e si dice che l? sia morto. I cosiddetti ci
loniani continuarono a combatiere contro i pitagorici e a mostrare
tutta l'ostilit? possibile" (par. 249). ? questo un punto delicato, giac
ch? dal testo di Aristosseno in Giamblico sembra che la continuazio
ne del conflitto sia posteriore alla morte di Pitagora. Questa interpre
tazione sembra anche favorita dal fatto che al par. 251 di Giamblico si
legge: "Queste cose dunque racconta Aristosseno, e Nicomaco per il
resto concorda, per? afferma che la congiura ebbe luogo durante l'as
senza di Pitagora". Sembrerebbe dunque che la differenza sia la morte
del maestro. Ci sarebbe invero una scappatoia, che cio? Nicomaco,
quando parla della assenza, in realt? si riferisca soltanto ail'episodio di
Ferecide, e cio? alla visita resa da Pitagora al maestro a Delo. In so
stanza - ci si deve domandare - Nicomaco si opponeva alla teor?a che
la morte di Pitagora fosse gi? awenuta quando hanno luogo le stragi
di cui qui si sta per parlare, o in realt? si opponeva soltanto alla versio
ne relativa al passaggio a Metaponto invece che a Delo? Perch?, a ben
vedere, Nicomaco non ha nessuna notizia riguardo a Metaponto.
Possiamo lasciare il problema in sospeso, in quanto non ci sono ele
menti per decidere in modo definitivo: l'interpretazione letterale e
pi? diffusa, tuttavia, sembra la meno sottile e perci? forse la pi? ga
rantita (vd. n. 5).
Possiamo peraltro dire con certezza - prima osservazione di
buon senso - che sulla em?ouAf| c'erano moite versioni, e non com

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patte; e che, all'interno della tradizione, c'era chi tendeva ad operare


una qualche razionalizzazione di questi fatti (spostando a dopo la
morte di Pitagora il putiferio), e c'era invece chi evitava la "razionaliz
zazione" (ehe in realt? era anch'essa una manipolazione) e collegava
le cose direttamente con Pitagora.

4. Ci sono, nel racconto di Aristosseno in Giamblico, elementi di


cronologia alta (fine VI-inizio V sec?lo) e di cronologia bassa (fine V
prima meta del IV sec?lo). Ai primi appartiene sicuramente Milone.
Uno studio lucido e degno di essere ricordato - anche perch? non an
cora inficiato da manie pitagorizzanti - ? 11 pitag?rico Milone croto
niate' di Alessandro OHvieri12. Possediamo, per Milone, vari dati di
cronologia esterna alla tradizione propriamente pitag?rica: operiamo
su di un terreno - quello dei vincitori ad Olimpia13 - di tradizioni ab
bastanza forti nella memoria dei Greci, delle citt?, dei santuari, nel
l'esperienza religiosa, cultuale e pol?tica. D nostro Milone ? stato una
specie di "superman" (meglio dell'espressione "uomo cannone", usa
ta da Olivieri). Si potrebbe, a mio awiso, parlare di Milone come del
Sansone dei pitagorici: si narra infatti che, una volta che stava per
crollare il soffitto per il cedimento di una color?na, Milone si mise al
posto di quella color?na (salvando certo i pitagorici, in questo a diffe
renza di quanto fece Sansone con i Filistei). Ma atteniamoci al con
fronto che era pi? owio per i Greci: quello con Eracle. Milone ? la di
mostrazione v?vente che la cura della dieta pitag?rica rende atletici e
capaci di vincere le gare. Lui ne ha vinte moltissime: 6 (7 secondo
un'indicazione che pero viene considerata spuria) gare olimpiche, 6
gare pitiche, 10 istmiche e 9 nemee. Per le olimpiche abbiamo indica
zioni interessanti, dal 540 fino al 516 a.C, che lo l?gano fortemente
alia cronologia di Pitagora. Ora, la casa che ando distrutta nell'incen
dio, con i suoi occupanti momentanei, fu appunto quella di Milone.
Si potrebbe obiettare, non senza una certa sottigliezza ipercritica, che
si tratti della casa che era stata di Milone, e che dunque non sia detto
che Milone fosse vivo. Olivieri taglia abbastanza corto sulla questio
ne, e probabilmente a ragione, ma quanto abbia ragione lo si vedr?
meglio alia fine del nostro percorso. A p. 89 del volume citato egli os

12 Un saggio apparso negli Atti Ace. Pontaniana 45,1915, ripubblicato nel volu
me Civilt? greca nellltalia m?ridionale, Napoli 1931, pp. 83-105.
13 Cfr. L. Moretti, 'Olympionikai', Rend. Ace. Lineeis. VIH 8,2,1957, p. 72 sgg.

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 43

serva: "Ma che cosa vuoi dire che i pitagorici erano riuniti nella casa di
Milone? che Milone non ci fosse? mi pare molto strano. Quando ad
esempio Andocide, nel De mysteriis 40-42, parla di riunioni in casa di
Leogora e di Callia, intende che l'uno e l'altro erano ad esse presenti".
Normalmente ? infatti cos?, altrimenti il punto di riferimento crono
l?gico verrebbe meno. Ma, per Olivieri, il fatto che Milone non fosse

[)resente
'espressione diverrebbe
Porfirio, Vitacontraddetto tra Tcape?peuov
Pyth. 56, ?v oixioc xiv?? l'altro in modo assoluto dal
to?, cio? "in casa di qualcuno che assisteva alla riunione". Qui non ?
ricordato espressamente Milone, ma ? chiaro che il cerchio si chiude
rebbe del tutto, solo se il testo fosse quale l'Olivieri propone (sul pro
blema, vd. oltre).
Milone ? gi? noto a Erodoto (DI 137), che lo ricorda come un lot
tatore famoso al tempo del re Dario, e gi? prima della spec?zione sciti
ca (che si data intorno al 514/513 a.C). Milone ? dunque famoso pri
ma del 513: e ci? va a saldarsi con le date delle (6 o 7, dal 540 al 516
a.C.) vittorie olimpiche che la tradizione gli attribuisce: la sua akm?si
colloca dunque intorno al 520 a.C. Le fonti ci dicono anche che egli
ha avuto delle vittorie sia nelle gare di fanciulli, sia in quelle di adulti, e
questo autorizza a formulare un'ipotesi di data di nascita: per es. il
558 (Olivieri) o il 555 (Moretti). La data di nascita ? importante, dato
che la casa di Milone costituisce un elemento di cronolog?a per la sto
ria dell'incendio. Si potrebbe dire che Milone, essendo un longevo,
sia vissuto fino al punto di arrivare all'epoca della seconda rivolta an
tipitagorica, circa la meta del V sec?lo. Ma Olivieri fa calcoli ragione
voli, che mostrano l'estrema improbabilit? di una cosa del genere:
sull'argomento dovremo tornare.
Diodoro (XII 9) narra che Milone fu il primo a volgere in fuga,
nella battaglia del Traente contro i Sibariti del 510 a.C, quella parte
dell'esercito sibar?tico che gli stava contro. Milone non appare in que
sta chiave in Erodoto. Quest'ultimo ha invece riportato nelle sue Sto
rie il dibattito - vivissimo tra gli Italioti, e in particolare tra Sibariti e
Crotoniati, anche dopo la distruzione di Sibari del 510 a.C. - sulle ra
gioni della vittoria crotoniate, e in particolare sulla presenza o meno
di Dorieo nelle file dell'esercito di Crotone. Erodoto avrebbe potuto
accennare ai grandi meriti di Milone, ma non lo fa. Egli potrebbe in
questo caso essere semplicemente coerente con il suo principio di non
studiare cose che vadano al di l? della sua prospettiva: lo scontro tra
Greci e barbari, tra Greci e Persiani. Il tema dei Persiani pu? spingerlo

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44 D. Musti

fino a parlare di Milone, ma della fine di Sibari egli parla soltanto in


relazione alla presenza eventuale di Dorieo, e Dorieo ? un rappresen
tante della reale casa di Sparta, e Sparta era suo tema specifico. Erodo
to insomma sta semplicemente riferendo il dibattito tra Sibariti e Cro
toniati per quanto riguarda la eventuale presenza di non-crotoniati al
la guerra contro Sibari: egli non ? certo tenuto, per la sua prospettiva,
a dire i meriti di Milone, visto che Milone era crotoniate. Insomma:
Milone, corne vincitore contro Sibari, poteva gi? essere noto a Erodo
to; ma questo ruolo vincente di Milone contro Sibari (attestato in
quel libro XII di Diodoro, per il quale c'? un fortissimo sospetto, in
parte certezza, di presenza di materiale pitag?rico) ? molto pi? pro
babilmente un momento della crescita della leggenda di Milone.
Anche la storia dei rapporti con i Persiani conferma una colloca
zione cronol?gica alta di Milone, giacch? egli appare corne l'amb?to
suocero di Democede di Crotone, famoso medico, le cui vicende so
no estesamente narrate da Erodoto (DI 125 sgg.). Democede cura il re
Dario per una grave slogatura al piede e successivamente guarisce da
una mastite la regina Atossa. Per questa ragione i Persiani non inten
dono pi? lasciarlo andar?, e allora Democede d? il famoso consiglio a
Dario, di dirigere la spedizione, che stava per intraprendere, non con
tro la Scizia ma contro la Grecia stessa. Dario ? quasi convinto, e deci
de una missione esplorativa in Grecia e in Italia m?ridionale, per ve
dere quali fossero i luoghi costieri della Grecia, missione alla quale
partecipa, dopo aver giurato di far ritorno in Persia, lo stesso Demo
cede. Arrivati per? a Taranto, Democede fa arrestare i Persiani e li fa
trattenere fino al momento in cui egli non abbia la possibilit? di rag
giungere la sua diletta Crotone. I Persiani lo raggiungono a loro volta
a Crotone, ma, dopo averne chiesto l'estradizione, tornano in patria a
mani vuote. Mentre stanno per salpare, Democede li invita a riferire a
Dario che egli aveva sposato la figlia di Milone. "Infatti", commenta
Erodoto, "grande era la fama del lottatore Milone presso il re. E a me
sembra che Democede si affrettasse a concludere questo matrimonio,
spendendo moite ricchezze, per mostrare a Dario di essere anche nel
la propria patria un uomo illustre"14.

14 D'altra parte, un nesso cronol?gico tra Milone e Pitagora ? rappresentato an


che dalla tradizione (non pero sufficientemente solida) che l'atleta fosse il genero del
saggio, avendone sposato la figlia Myia (cfr. Giamblico, De vita Pyth. 267; forse diver
samente nel par. 170, a meno che il testo M?vo)vi non sia da correggere in Mi?wvi).

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 45

5. Torniamo al par?grafo 56 della Vita di Pitagora di Porfirio.


"Dicearco e i pi? seri (o "precisi") dicono che anche Pitagora fu pre
sente alla rivolta: infatti Ferecide era morto gi? prima della partenza
da Samo". Seguono degli infiniti che sono da intendere dipendenti dal
(paa?v che ha per soggetto appunto Dicearco e gli altri seri: ? dunque
una citazione diretta da Dicearco. "Dei compagni 40, tutti insieme,
radunati (?) nella casa di un tale (ouve?peuovxa??), furono presi, ma
per la maggior parte, sparsi per la citt?, ognuno separatamente, se
condo che capit?, furono uccisi". Il ouve?peuovxa? ? congettura di
Nauck, mentre i codici hanno Ttape?peuovxa?; Olivieri legge invece
Ttape?peuovxo? e lo collega con xiv?c, facendone argomento per af
fermare che Milone era vivo e partecipava alia riunione quando av
venne l'incendio (vd. sopra). Se si lascia Tiape?peuovxa?, l'argomento
viene in parte meno, ma solo in parte, poich? gi? quel xiv?c ("nella ca
sa di un tale") ha senso soltanto se quel tale era in qualche modo vivo
e presente. Le case son? infatti sempre "di qualcuno"; richiamare
questo qualcuno ha senso soltanto per evocarlo come individuo che ?
presente, ha organizzato la riunione, ha dato lo spazio (altrimenti ba
sterebbe dire ?v oix?oc xiv? o simili). Insomma, anche se non si accetta
la lezione sulla quale Olivieri fondava il suo argomento che Milone
fosse vivo, nella sostanza gi? questo xiv?c significa che per Dicearco
cos? dovesse essere.
"Pitagora, mentre gli amici venivano annientati, dapprima si sal
v? al porto di Caulonia e poi da Caulonia cerc? scampo a Locri" (par.
56). Qui c'? un episodio che chiarisce piuttosto bene la distanza tra
l'ambiente locrese e le velleit? o, se si vuole, i progetti riformistici di
Pitagora. Altri hanno interpretato in modo poco persuasivo questo
rapporto, facendo dei Locresi dei pitagorici autentici, i quali non ave
vano bisogno di Pitagora, perch? in realt? gi? lo erano. Le cose non
stanno cos?. I Locresi rifiutano l'ingresso a Pitagora cortesemente -
ma in pratica lo accompagnano alia porta, anzi, lo fermano all'entrata
stessa del territorio - con una motivazione che dice esattamente la di
stanza tra le aristocrazie reali e quell'aristocrazia ideol?gica che ? rap
presentata dal pitagorismo15.
Se veramente il racconto di Aristosseno in Giamblico, De vita
Pyth. 248 sgg. ? un tentativo di armonizzazione non riuscita tra

15 Sul problema vd. D. Musti, Troblemi della storia di Locri Epizefiri', in Atti
Convegno Taranto 1976, Napoli 1977, pp. 76-78.

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46 D. Musti

cronologie che tirano verso il basso (Epaminonda, Archita) e crono


logie che tirano verso l'alto (Milone), diciamo che, nel suo tentativo, il
riferimento alla casa di Milone (par. 249) resta l? come un relitto che
impedisce di uscire dalla lettura di questo brano con la coscienza tran
quilla di trovarsi di fronte a una cronolog?a seria. La tradizione con
servata in Porfirio fa capire ancora megHo quale sia l'atteggiamento
del pitagorismo nei confronti delle cat?gorie del tempo e dello spazio.
Al par. 55 della Vita Pyth., dopo aver accennato alia bocciatura di Ci
lone, Porfirio narra che costui, "raccolti gli amici, andava calunniando
Pitagora e si preparava a tendere un'insidia a lui e ai suoi. Alcuni dico
no che costoro, mentre i compagni di Pitagora erano riuniti nella casa
di Milone l'atleta, durante il viaggio di Pitagora - infatti si era recato
presso Ferecide di Sir?, suo maestro, a Delo, per curarlo, essendo af
fetto dalla ben nota malattia dei pidocchi - dovunque bruciarono cola
e lapidarono tutti i Pitagorici, e si salvarono solo due dal rogo, Ar
chippo e Liside, come dice Neante. Di questi, Liside visse in Grecia, si
trasferi a Tebe, convisse con Epaminonda e ne divenne anche il mae
stro". Abbiamo dunque un autore di II sec. a.C, Neante di Cizico, il
quale attesta, come Aristosseno e diversamente da Dicearco, la so
prawivenza dei soli Archipppo e Liside, tarantini entrambi. Intorno
al 300 a.C, al pi? tardi, abbiamo dunque, da un lato a) una tradizione
attenta al pitagorismo (sicuramente Dicearco, probabilmente Ti
meo), che pero distingue certe situazioni e non "tarantinizza" pi? di
tanto, lascia sussistere alcuni, non fa morir? tutti nel rogo, non riduce
tutta l'azione a un rogo; dall'altro b) una tradizione, che privilegia il
ru?lo di Taranto, perch? fa salvare soltanto i tarantini Archippo e Li
side, sicch? possa emerger? con forza il ru?lo di erede storica , che
Taranto assume rispetto al pitagorismo della prima fase. Nell'una e
nell'altra tradizione ? presente la casa di Milone: la reale cronolog?a di
questo personaggio ? dunque assai importante, a patto che la casa di
Milone significhi quella che in quel momento apparteneva a un Milo
ne v?vente.

6. Archippo e Liside son? i nomi forniti dalla tradizione mano


scritta per i due scampati, gi? nella versione di Aristosseno (Giambli
co, De vita Pyth. 249 sg.). Il testo di Diogene Laerzio (VIII39) pre
senta invece Archita di Taranto. Occorre aggiungere che, sempre in
Giamblico, al par. 251, la tradizione manoscritta ha 'Apx?xou xou
Tapavx?vou, laddove si ? corretto in ' Apx?Tuuou xou Tapavx?vou.

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 47

C'? dunque incertezza sul nome. Archita ? stratego a Taranto, proba


bilmente, dal 367 al 361 a.C, cio? un sec?lo e oltre dopo i fatti del
tempo di Pitagora. Archippo ? invece un personaggio che noi non co
nosciamo: se nel testo di Giamblico era realmente distinto da Archita,
Archippo potrebbe essere, dopo la prima menzione, indebitamente
ripetuto nel secondo luogo; e potrebbe trattarsi di un personaggio in
ventato per stabilire una sorta di punto cronol?gico intermedio fra
fatti che richiamavano l'epoca di Pitagora e fatti che si collocano in
torno a personaggi vivi e attivi nel IV sec?lo. Faremo in seguito un hi
lando di queste "forze", che dilacerano l'unit? e la precisa collocabili
t? cronol?gica di questo racconto, metiendo in gioco anche il chiarifi
catore passo parallelo della Vita di Pitagora di Porfirio, 55 sgg. Osser
viamo anche che, se la sequenza fosse veramente Archippo-Archita,
essa significherebbe un tentativo di venire a capo della cronologia dif
ficile, incerta e confusa della em?oi)Ar|.
Quanto a Liside, egli nella tradizione passa corne il maestro di
Epaminonda, il quale, morto a Mantinea nel 362 a.C, ? nato intorno
al 410-405 a.C. Un maestro Liside, Epaminonda non potr? averio
avuto che all'inizio del IV sec?lo. E interessante ricordare - a riprova
del fatto che questo magistero pitag?rico "fermenta" all'infinito - che
nella tradizione antica (Diodoro, XVI2, 3) anche Filippo II di Mace
donia, nato nel 383-382 a.C, avrebbe avuto un magistero pitag?rico
al tempo della sua condizione di ostaggio a Tebe (databile intorno agli
anni '60 del IV sec?lo), e sarebbe stato allievo proprio del pitag?rico
Liside, insieme con Epaminonda. Dove arriva il pitagorismo, saltano
le cronologie; Epaminonda, avendo almeno 20 anni di pi? di Filippo
H, difficilmente sar? andato a scuola dallo stesso maestro! L'incertez
za della cronologia non ? dunque occasionale, ma strutturale aile tra
dizioni pitagoriche.
"Questi due (sa*/., Archippo e Liside) essendo i pi? giovani e i pi?
forti, riuscirono a saltare fuori in qualche modo" (Giamblico, De vita
Pyth. 249). Anche l'idea che costoro fossero i pi? giovani sembra in
dizio di un tentativo di razionalizzazione che il passo comporta. Ma si
tratta di un tentativo di razionalizzazione non riuscito, ehe in realt? si
costruisce solo con una serie di elementi di cronologia non razionale.
"Essendo accaduto ci?, e non avendo le citt? [si noti il plurale]
tenuto alcun conto della tragedia accaduta, i pitagorici smisero la cura
di questi governi. Ci? accadde per due ragioni: l'indifferenza, la fred
dezza mostrata dalle citt?, le quali non avevano apportato nessun ri

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48 D. Musti

medio ad una tragedia di tali e tante dimensioni, e il fatto che fossero


morti nell'incendio gli uomini che pi? comandavano, i veri capi delle
comunit?. Dei due che si salvarono, e che erano entrambi tarantini,
Archippo torno a Taranto, mentre Liside, indignato per quell'indiffe
renza, se ne torno in Grecia e cos? visse nella Acaia peloponnesiaca;
quindi si trasferi a Tebe, avendo ricevuto una qualche sollecitazione, e
di lui appunto fu discepolo Epaminonda, che lo chiamava "padre"; e
qui Liside anche mor?".
Quali sono gli elementi che lacerano l'apparente compattezza
cronol?gica di questo racconto sull'87u?ouAf|? Se volessimo tradurre
questi fatti in date, saremmo sollecitati in due direzioni contrapposte:
da un lato, l'epoca stessa di Pitagora (diciamo intorno al 510/500 se
egli ? da pensare ancora vivo, intorno al 490/480 se ? da ritenere gi?
morto), dall'altro, l'epoca di un Liside, che avr? avuto al tempo della
rivolta almeno una ventina di anni, e che sappiamo essere stato mae
stro di Epaminonda intorno al 395 a.C Se facessimo awenire la ri
volta durante la vita di Pitagora, la vita di Liside si allungherebbe da
un minimo di 105 fino a 120/130 anni! In linea te?rica si potrebbe an
che ammettere una straordinaria longevit?; ma non si tratta di un caso
?nico. Se infatti aggiungiamo Yakm? di Archita di Taranto, che a un
certo punto sembra ricordato, e Archita fosse uguale ad Archippo, al
lora le cose andrebbero ancora peggio, perch? intorno al 480 (nel mi
gliore dei casi, per chi vuole salvare la coerenza a tutti i costi, ma a ri
gore forse gi? tra il 510 e il 500) deve riuscire a salvarsi un personaggio
che troviamo attivo pi? di un sec?lo dopo. Ora, un longevo passi, ma
due sono forse un po' troppi. ? chiaro insomma che non c'? accordo
fra le varie tradizioni circa la data dell'em?ouAfi. Ben due filoni di tra
dizione, presentandoci questi fatti corne awenuti mentre Pitagora era
ancora in vita (che invece fosse morto ? una possibilit? basata soltanto
su di una non univoca interpretazione del testo di Aristosseno), im
pongono di awicinarsi all'epoca di Pitagora.

7. Il racconto di Aristosseno ? simile a quello di Neante per ci?


che riguarda il salvarsi dei soli Archippo e Liside, ? diverso per quanto
riguarda la ragione dell'assenza di Pitagora (recatosi a Metaponto per
Aristosseno, a Delo per Neante). Porfirio cita da Neante in relazione
ad Archippo e Liside; in realt? nulla impedisce che, alie spalle di
Neante, ci sia per questo aspetto proprio Aristosseno. D'altra parte,
Archippo e Liside, sono tutti e due tarantini: essi dunque immettono

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 49

di forza il tema tarantino nella prospettiva della soprawivenza del pi


tagorismo. Aristosseno di Taranto ha sicuramente privilegiato l'idea
di una continuit? tra l'era di Pitagora e quella dei pitagorici tarantini;
egli perci? precede Neante nell'indicazione della riuscita salvezza di
Archippo e Liside. E Porfirio non doveva necessariamente ignorare
Aristosseno nel momento in cui citava Neante a proposito di Archip
po e Liside, anche se, con tutte le somiglianze, Neante differiva da
Aristosseno per il soggiorno di Pitagora durante la rivolta16.
Persino alie spalle del dettaglio del lapidare, oltre che bruciare vi
v? (Porfirio, Vita Pyth. 55), possiamo cogliere una tradizione, che in
dividuiamo netta in Aristosseno, la quale fa piazza pulita di tutto il pi
tagorismo "eccellente" (la riunione ? una riunione di "capi"), per la
sciar soprawivere soltanto i due tarantini. Aristosseno rappresenta
dunque il momento tarantino: negli altri autori, dello stesso o di pi?
alto livello cronol?gico (come ad es. Dicearco di Messina o Timeo),
Taranto non ha lo stesso ruolo. La tradizione non aristossenica del IV
sec?lo, o anche dell'inizio del HI (cio? Dicearco e, probabilmente, Ti
meo), ha invece lasciato soprawivere "alcuni" dalla strage, senza con
centrare tutto in un rogo. Timeo (probabile fonte di Giustino, XX 4)
presenta questa situazione: c'? una strage a Crotone di gente di Cro
tone, e dei 300 che fanno parte del sinedrio soltanto 60 muoiono nelle
fiamme, mentre gli altri si salvano. E una tradizione non-aristosseni
ca, cronol?gicamente abbastanza alta. Dicearco, citato da Porfirio,
ammette, come abbiamo visto, che ne muoiano 40 in una casa dove
erano riuniti (la casa che altrove appare specificamente come la casa di
Milone), mentre la maggior parte - continua Dicearco - sparsi qua e
l? in vari luoghi della citt?, secondo che venivano trovati, venivano
eliminati. Quindi, fuori della casa c'? un inseguimento, e alcuni si sal
vano.
Potremmo anche aggiungere che Dicearco, che parla di un affan
noso peregrinare di Pitagora, poco desiderato e quasi braccato, aveva
qui l'occasione migliore per metterci qualche tappa siciliana: ma, di
tappe in Sicilia, Dicearco e i pi? seri non parlano. Ci? permette di
constatare come si saldino fra loro le considerazioni che abbiamo

16 Cfr. Neante in Porfirio, Vita Pyth. 55 (Pitagora a Delo; cfr. anche Nicomaco,
circa tre secoli dopo Neante, in Giamblico, De vita Pyth. 252), diversamente da Ari
stosseno (Pitagora a Metaponto, in Giamblico, 249 e 251).

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50 D. Musti

fatto altrove sul livello di formazione della tradizione sull'espansione


del pitagorismo in Sicilia17. Certamente in parte il pitagorismo ? stato
presente anche in Sicilia, ma non nelle dimensioni che diceva Nico
maco. Il livello di IV sec?lo rappresentato da Dicearco ? importante
dunque per quel che dice, ma anche per quel che non dice: giac
ch? francamente, ove si fosse voluto fare un omaggio a questa tradi
zione di grande espansione del pitagorismo, come non sarebbe stata
questa Poccasione - diciamo - per Pitagora di salvarsi o anche soltan
to di trovare albergo in Sicilia, e per gli esaltatori di Pitagora di parlare
dei luoghi nei quali egli avrebbe potuto essere accolto? Quindi, il li
vello della tradizione che fa tanta parte alia Sicilia ? sicuramente tardo
e gi? piuttosto manipolato.
La presenza che invece appare piuttosto diffusa, ma in maniera
diversa, ? quella di Metaponto. Metaponto ricorre anche nelle versio
ni pi? stringate (Dicearco e gli axpi?eoxepoi), bench? queste ultime
parlino di un soggiorno breve, di 40 giorni, nella citt?, e non della co
stituzione di una vera comunit? pitag?rica. Ci sono invece tradizioni
che parlano di un soggiorno lungo e, veros?milmente, della costitu
zione di un gruppo di pitagorici. Cominciamo allora a vedere quali
siano i termini in gioco: ? certo che l'ambiente tarantino ha inteso af
fermare, con la storia di Archippo e Liside, che Taranto ? l'erede le
gittima della tradizione pitag?rica; ? certa, naturalmente, la presenza
di Pitagora e del pitagorismo a Crotone; un po5 incerta, e da definir?,
? la capacita di diffusione pr?coce del pitagorismo in altre citt? della
Magna Grecia (Metaponto ? quella che si candida con i titoli migliori
per rappresentare gi? precocemente una base del pitagorismo).
Con tutto ci? si collega il problema stesso delle rivolte antipita
goriche: furono veramente due? e quella generalmente posta alia me
ta del V sec?lo, quando (veramente intorno al 450/440?) e dove (for
se ovunque e nella stessa forma?) awenne? E infine, quand'? che Ta
ranto ha veramente cominciato ad essere un centro importante o il
centro principale del pitagorismo? Vedremo come si mettano in rap
porto fra loro tutti questi problemi.
Ce pero un'altra e pi? importante constatazione da fare. Porfi

17 Cfr. Porfirio, Vita Pyth. 56 sg., diverso dal quadro italo-siceliota, veros?mil
mente di Nicomaco, contenuto in Porfirio, 21 sg. (e le mi? osservazioni nella rela
zione del convegno su Sicilia e Magna Grecia, cit. in n. 1).

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 51

rio, alla fine del par. 57, dice che a salvare i pochi resti della retta dot
trina furono "Liside e Archippo e quanti si trovavano fuori". Anche
Nicomaco afferma che and? tutto perduto, "a parte poche teorie,
quante alcuni che si trovavano in quel momento fuori salvarono di
scintille labili e difficili da scovare" : mancano per? Archippo e Liside.
Nicomaco dunque ha presente Aristosseno, ma non coincide del tut
to con lui, sa distaccarsene18. Ci? ? del resto esplicito nell'osservazio
ne di Giamblico all'inizio del par. 252 (differenza tra Nicomaco e Ari
stosseno in m?rito al motivo dell'assenza di Pitagora durante l'?m
?ouAf|); anche qui, a salvare i resti dell'antica dottrina sono non Ar
chippo e Liside, bens? tutti quelli che non erano a Crotone. Meno fi
lotarantino di cos? - per intenderci - Nicomaco non potrebbe essere.
E se Nicomaco prende le distanze da Aristosseno su questo punto,
egli ci trasmette e conferma l'impressione che la "pantarantinizzazio
ne" del seguito della storia del pitagorismo dopo Pitagora ? un porta
to degli ambienti tarantini.

8. Passiamo ora al par. 251 del testo di Giamblico, De vita Pyth.,


relativo al breve interludio di pitagorismo a Reggio. Il testo presenta
qui qualche complicazione. Traduciamo, per il momento, seguendo
la costituzione del testo dovuta a E. Rohde. "Gli altri pitagorici, rac
colti a Reggio, li si intrattenevano gli uni con gli altri [cio?: vivevano
in comunit?]. Ma, procedendo il tempo e volgendo la situazione poli
tica al peggio, abbandonarono l'Italia, a parte Archippo (o Archita?)
tarantino". A questo punto sembrerebbe esserci una lacuna, dopo di
che il testo prosegue: "I migliori erano Fantone ed Echecrate e Polim
nasto e Diocle di Fliunte, e Senofilo, calcidese di quelli di Tracia.
Conservarono dunque i costumi e le dottrine originarie, bench? ve
nisse meno la setta come tale, finch? nobilmente sparirono". Dunque
Reggio ? soltanto una tappa dove si raccolgono "gli altri", i quali poi si
disperdono in Grecia; ma i nuclei pi? forti devono essere stati quelli
di Fliunte e di Calcide di Tracia. Tre sono in sostanza i punti di arrivo
dei Pitagorici: Tebe (per quanto riguarda Liside), Fliunte e la Calcidica.
La tradizione manoscritta presenta: oi ?? ?outoi x?5v nu?ayo
p8io)v ?n?oTX)oav xfj? ' Ixa?ia? Tt?fjv ' Apx?xou xou Tapavx?vou [ma
il Beckmann ha corretto ' Apxuxou in ' ?pxiTuiou]. ??poio??vxe? ??

18 Cfr. n. 16.

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52 D. Musti

ei? x? Tfiyiov ?xe? oiexpi?ov [iexyaXXf\X(?v. Tipo?ovxo? ?? xou xp?


voi) xa? x?5v 7io?ixeu|iaxG)v ct? x? %e?pov Trpo?aivovxcov fjoav ?? oi
aTTOu?aioxaxoi xx?. Dopo Trpo?aivovxcov si sente la mancanza di un
verbo principale. Abbiamo gi? visto quale sia la soluzione proposta
dal Rohde (anticipazione delle parole ??poio??vxe? ... oiexpi?ov
|iex'???f|?G)v e posticipazione di aTc?oxr|oav xfj? 'Ixa?ia? per riem
pire la lacuna). Ora, pu? darsi che effettivamente in lacuna sia saltato
un verbo pi? o meno corrispondente ad aTi?oxr|aav; pu? darsi che
l'autore abbia ripetuto un'espressione (la cosa ? tutt'altro che infre
quente nella prosa tarda), che poi sia stata soppressa da chi, capendo
meno il testo, l'ha considerata una reduplicazione. Non ? comunque
un problema neanche ammettere una lacuna di origine meccanica. Da
un punto di vista filol?gico, ling??stico, d'altra parte, si capirebbe be
ne anche l'anticipazione verbale della partenza dall'Italia (aTr?axTi
oav), rispetto al soggiorno reggino, nel senso che in primo luogo viene
detto Y esito finale di tutto questo movimento di pitagorici, e poi, per
inciso, si spiega quale sia la premessa di questo abbandono dell'Italia.
In effetti, l'autore in qualche modo si corregge: possiamo ipotizzare
che dicesse qualcosa come "costoro se ne sono andati via dall'Italia -
pero devo dire che si erano pur raccolti a Reggio, dove avevano costi
tuito un n?cleo di comunit?; poi le cose son? ?ndate male in pol?tica,
e allora hanno lasciato l'Italia" 19. Non si pu? invece accettare che
'IxaA?a venga qui intesa come esclusiva di Reggio. Reggio cultural
mente ? certo un po' diversa dal resto dell'Italia (la cosa ? riconosciuta
da tutti), ma geogr?ficamente fa parte senz'altro dell'Italia20. Non c'?
insomma una opposizione geogr?fica e terminol?gica tra Italia e Reg
gio; c'? spesso una distinzione cult?rale, perch? Reggio fa corpo con
Messina, come ben sanno gli studiosi della Magna Grecia21.

19 Sul significato delTespressione tg>v 7ro?it8i)|iaT(ov ?rc? t? xe?pov Tipo?ai


v?vtcov, nel senso adottato da me, cfr. ad es. in Eschine, II8, l'espressione tgov E?
?ouAou 7roAiT8U|i?T(ov, per significare, in gen?rale, la "pol?tica" praticata da Eubulo.
20 Nel passo di Giamblico qui considerato non entra in gioco la distinzione tra
Italia e Reggio in senso cult?rale n? una distinzione geogr?fica rispetto alia Magna
Grecia, come vorrebbe F. Prontera, cGli ultimi Pitagorici', Dial. Archeol. 9-10,
1976-1977, pp. 267-332, in partie. 273 n. 11. Reggio ? uno specifico, distinto dal pi?
vasto concetto d'Italia, ma come parte rispetto al tutto. Cfr. in questo stesso fascico
lo Particolo di G. Cordiano, 'Note sulla storia di Reggio magno-greca', pp. 67-81.
21 In un profilo di storia cult?rale certo Reggio fa pi? corpo con la Sicilia, e in
particolare con Messina, che non con la Magna Grecia (e geogr?ficamente, certo,

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 53

Ma il vero problema ? capire che cosa significhi l'espressione oi


?oitto? x?v nu?ayopeicov. Ora, credo sia abbastanza chiaro che oi
?outoi sta a indicare gli "altri" rispetto, innanzitutto, a Liside e al per
sonaggio ricordato corne Archippo al par. 250. In altre parole Ar
chippo se ne va a Taranto, Liside a Tebe, "gli altri" vanno a Reggio, e
poi lasciano l'Italia: ? in prima istanza una distinzione di "gruppi" e
non di "tempi".
C'? invece chi ha preso questo ?oitco? come equivalente di xe
?euxaioi che leggiamo al par. 249. Devo dire che non c'? nessuna ra
gione di fare questa equazione, perch? oi ?ouioi indica in prima
istanza un gruppo che si distingue da quello precedentemente nomi
nato, quello degli fiY?|iovixci>xaxoi. Questi "altri" sono dunque in
primo luogo i "gregari" accanto ai "capi". La valenza degli "altri"
non ? dunque, in prima istanza, temporale; siamo infatti di fronte ad
un'altra "categor?a", quella dei non-capi. Il discorso diventa cos? mol
to chiaro: i "capi" muoiono tutti a Crotone, tranne Archippo e Lisi
de; gli "altri" dei pitagorici, cio? quelli che non erano capi, lasciano
l'Italia dopo una sosta a Reggio. Abbiamo qui una bella caratteristica
tarantina: i capi che si sono salvati sono solo tarantini, Taranto ? l'ere
de storica dei capi del pitagorismo. Un capo pitag?rico di nome Lisi
de ? addirittura l'educatore di un uomo corne Epaminonda, cio? del
l'eroe puro e coito, campione, corne Pelopida, della democrazia mo
derata, che caratterizza la Grecia del IV sec?lo.
Il par. 251 di Giamblico ci fa entrare addirittura nei meccanismi
della memoria pitag?rica. D'altra parte, questo passo ? veramente
una sorta di crocevia della storia del pitagorismo; ? un passo centrale
per i rapporti tra il pitagorismo occidentale, e il pitagorismo vicino a
Socrate e, in gen?rale, della Grecia centrale. Il punto chiave ? dunque
il passo dei ?omoi. Detto che l'espressione oi ?omoi ? in prima istan
za distintiva di un "gruppo", naturalmente non si eselude che essa si
venga anche a colorir? nel corso dell'esposizione di un significato
temporale, e che quindi recuperi, ma soltanto in seconda istanza,
il valore di xe?euxa?oi, "ultimi": ma lo fa attraverso quel vischioso
processo di agglutinazione di dati, che non conosce salti.

Reggio si distingue dalla frons Italiae, non dall'Italia intera): cfr. D. Musti, Strabone,
cit. in n. 2, pp. 12, 28 sg., passim).

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54 D. Musti

Non si tratta di una sottigliezza gratuita. Bisogna infatti vedere


se, nel testo di Aristosseno-Giamblico, ci troviamo di fronte a una
semplice successione narrativa (che come tale avr? sempre un pri
ma e un poi), o invece di fronte a una vera articolazione cronol?
gica di momenti nettamente distinti e adeguatamente distanti. In so
stanza, ci dobbiamo chiedere se l'autore che sta qui parlando (Ari
stosseno) ha l'idea, ogni volta che dice di un episodio, che esso si in
quadri nell'anno - p. es. - 500 o 450 o 370 a.C; se egli ha presenti tut
te le coordinate temporali, in ordine a quanto scrive. Oppure, come
credo, riassume questi fatti in una sequenza narrativa e non cronol?
gica, che non presenta dunque adeguati elementi di distinzione e di
distanza all'interno dei vari momenti del tempo; una sequenza cio?
che ha una sua vischiosit?, per cui ci veniamo a trovare quasi di fronte
a un grumo solo di fatti? La scelta che dobbiamo operare ? tra una
contiguit?, una successione di fatti - quale io ritengo sia -, che pre
scinde dall'intelaiatura cronol?gica che ne garantisce la storicit?, da
un lato, e la distinzione cronol?gica razionale, dall'altro.
Prontera afferma che "i loipo?non possono essere quei Pitagorici
delle altre p?leis che ?Tiauaavxo xfj? ?7ci|ie?eia?, perch? la menzione
esplicita di Archita, di Senofilo e dei Pitagorici fliasii contemporanei
di Aristosseno (Diog. VE, 46), ci porta attorno alia meta del IV sec.
a.C". La discontinuit? cronol?gica tra Giamblico 250 e 251 trovereb
be conferma nel fatto che la lunga fase delle rivolte "ciloniane" si chiu
de infine (x??o? ??) con l'incendio della casa di Milone e il massacro
di quasi tutti gli adepti l? radunati, che appaiono come quei xe?eu
xa?oi nu?ayopeioi, fino ai quali si era protratta dal tempo di Pitagora
l'ostilit? dei Ciloniani. "I fatti narrati in Iambi. V.P. 251 si collocano
quindi a un livello cronol?gico nettamente pi? basso rispetto a quelli
narrati alia fine di V.P. 250"22.
Qui ci vengono dette due cose fra loro contrarie: cio? che i ?oi
tto? siano appunto gli "ultimi", e che pero gli ultimi siano anche quelli
che subiscono l'incendio nella casa di Milone. Io ritengo che il primo
problema sia quello di comprendere la l?gica interna del passo; e que
sta ? una l?gica "acronica", una l?gica che contrae i fatti in vicinanza
dell'epoca di Pitagora. A questo punto, non possiamo fare un'esegesi
del testo, come se si traitasse di una fonte cronol?gicamente affidabile

22 Cosi F. Prontera, art. cit. p. 271.

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 55

in termini di cronologia razionale, ma possiamo semplicemente com


parare il tipo di successione narrativa che ? di questa narrazione - e
che fa posto al ruolo-principe di Taranto come erede e tramite del ve
ro pensiero pitag?rico - con un'altra cronologia reale, la quale ? pa
recchio pi? ampia (direi, di almeno 70 anni). Non possiamo razio
nalizzare il passo di Giamblico. E allora il senso dell'espressione
oi AoiTio? diventa essenziale; e lo diventa anche nella lettura del passo,
in cui Cicerone afferma che Platone si rec? a Taranto da Archita e poi
dagli "altri" (reliqui) Pitagorici; reliqui sta l? innanzitutto a significare
una nozione di carattere categoriale (vale a dire, "altri" rispetto ad Ar
chita), anche se si viene secundariamente a colorir? del significato di
"residui, superstiti, ultimi"23.
Da un lato Prontera riconosce che oi Aoirco? significa dapprima
"superstiti" [in realt?, ? pi? "categoriale" che "temporale" la prima
accezione] e che poi si identifica con xe?euxa?oi; quindi egli sembre
rebbe vicino a intendere che, nelle mani di Aristosseno, la cronologia
assume una sua vischiosit? irrazionale, senza chiare distanze tempora
li, senza c?sure. Dall'altro per? egli vuole scoprire invece, nei termini
di una cronologia razionale che qui non ha luogo, una cesura tra il
par. 250 (la vicenda di Liside) e i fatti relativi ai ?oiTtoi del par. 251.
Ma oi ?outoi, col suo significato "integrativo", assicura una continui
t? grammaticale e concettuale tra 250 e 251, e fonda una vischiosit?
cronol?gica che ? del tipo che abbiamo detto.
Non ? tra par. 250 e 251 la discontinuit? cronol?gica. E non ?
neanche probabilmente il divario reale pi? forte, poich? tra il livello
cronol?gico di Liside-Epaminonda e quello di Echecrate-Archita (?)
c'? notevole contiguit?. Semmai ? nel complesso, e soprattutto nel
confronto tra il livello cronol?gico del par. 251 e del par. 249 di
Giamblico, tra Echecrate-Archita ecc. e Pitagora-Milone, che si ?pre,
di fatto e come impercettibilmente, una distanza cronol?gica, di cui
per? la narrazione non d? cronol?gico conto. Questa vischiosit? tem
porale non ? il risultato di un superficiale riassunto di Giamblico, ma
una nota della cultura "storica" strutturalmente pitag?rica, presente
in Aristosseno, cos? come del resto sottoposta a critica gi? da un Ero
doto in relazione alla cronologia di Salmoxis24.

23 Cic. Defin?bus, V 29,87; il testo ? da confrontare con Diod. Xy 76,4 (relati


vamente al periodo intorno al 367 a.C), che attesta per quei tempi la sopravvivenza
dei tc5v nu?ayopixov <piA,oo?(p?)v ... Te?euxa?oi (cfr. Prontera, art. cit. p. 285).
24 Per le posizioni del Prontera, cfr. art. cit. pp. 270 e 271. Per la caratterizzazio

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56 D. Musti

9. Confrontiamo ora le considerazioni fin qui fatte sulle versioni


di Aristosseno e Nicomaco in Porfirio e Giamblico, con l'interpreta
zione del contesto della rivolta antipitagorica offerta da Apollonio di
Tiana (I sec. d.C.) e riferita da Giamblico.
Alla versione di Apollonio sembra dato molto spazio in Giam
blico, 254 sgg. (Apollonio ? peraltro presente anche nel cap. 2 della
Vita di Pitagora di Porfirio). Questa versione configura un'interpreta
zione di grande interesse dal punto di vista storico e specialmente so
ciale (direi, anzi, di psicolog?a sociale). Purtroppo Apollonio di Tiana,
personaggio il cui culto fiori sotto Caracalla e Severo Alessandro, non
? il pi? indicato a suscitare fiducia in noi. Egli ? perseguitato sotto Ne
rone e Domiziano, son? migliori i suoi rapporti con Vespasiano e Ti
to, muore sotto Nerva, e in un certo senso rappresenta un momento
dell'opposizione a (o della persecuzione da parte di) imperatori-tiran
ni, come figurano nella tradizione senatoria della storiografia romana
di et? imp?riale; e tuttavia egli appare anche come un taumaturgo,
un mago. Quanto ci sia in questa tradizione su di lui di sue autentiche
posizioni e pretese, e quanto invece di una leggenda che si ? andata
costruendo sul personaggio, forse non potremo mai decidere. Come
mettere d'accordo questa figura di mago, impostore, taumaturgo,
con una forte storicit? che si a werte nella sua rappresentazione? Per
me ? in parte un enigma: per lo pi? lo si risolve attribuendo queste ca
ratteristiche a Timeo e questo ? almeno in parte vero. E possibile che
alcuni dei tratti che caratterizzano la figura di Apollonio debbano
mettersi a carico della tradizione su di lui, deU'ammirazione cio? per
quest'uomo, che a suo modo volle essere un nuovo Pitagora: anzi,
comunemente si afferma che egli si sent?, si proclamo un Pitagora re
divivo, quanto meno sul piano intellettuale. Forse questo suo voler
essere un no vello Pitagora ha affinato in Apollonio la sensibilit? stori
ca per il personaggio che egli voleva imitare. D'altro canto, dobbiamo
considerare che all'?poca di Apollonio (I sec. d.C.) si erano gi? fatte
sentir?, nello stesso ambiente romano, reazioni alie incongruenze
cronologiche delle tradizioni pitagoriche25.

ne della posizione di Aristosseno e dei pitagorici in gen?rale rispetto alla nozione del
tempo, cfr. quanto osservo negli studi cit. in n. 1.
25 A favore di una significativa presenza di Apollonio in Giamblico, 254 sgg.,
E.L. Minar, op. cit. p. 54 q passim, con enfasi sulla derivazione di 254-264 da Timeo,

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 57

Giamblico afferma che Apollonio si discosta dagli altri (cio? da


Aristosseno e Nicomaco) per alcuni aspetti, e inoltre aggiunge moite
delle cose non dette da questi. Dunque, sia in positivo che in negativo,
Apollonio si distingue da Nicomaco e da Aristosseno. Apollonio im
posta la em?ouAfi (egli parla di ?m?eoi?, "attacco") come una reazio
ne di invidia ((p?ovo?) da parte degli altri, nei confronti delle pratiche
di gruppo chiuso, riservato, per cui si caratterizzano i pitagorici.
All'inizio infatti, dice Apollonio, Pitagora era disposto a parlare con
N tutti quelli che gli si awicinavano (? la versione di Giustino, XX 4, sul
modo primo della presenza di Pitagora a Crotone). Ma il rapporto
con l'ambiente crotoniate entra in crisi quando Pitagora comincia a
incontrarsi solo con i suoi discepoli. I Crotoniati infatti sopportano di
sentirsi inferiori a quello che ? pur sempre uno straniero, ma non tol
lerano la preferenza per alcuni personaggi locali. Accade poi, sempre
secondo la testimonianza di Apollonio, che alcuni di questi giovani,
nel corso del tempo, non soltanto primeggino per condizioni private,
ma anche esercitino cariche pubbliche (il gruppo in quanto tale ? diffi
cilissimo vederlo investito di un ruolo istituzionale: il massimo di
ruolo pubblico che viene esercitato da questo gruppo ? quello della ?
mji??eia, della c?ratela). Il fatto dunque che ci sia un gruppo chiuso,
e che alcuni personaggi di questo gruppo assumano importanti cari
che pubbliche, viene sentito come inquietante, come un possibile
"complotto" contro la citt?. Il par. 255 ? molto importante. Apollo
nio afferma che "finch? possedevano la terra e c'era ancora Pitagora,
rimase la costituzione avita". La costituzione pol?tica a cui si appoggia
il gruppo di Pitagora ? aristocr?tica. Infatti, tutto il discorso di Apol
lonio ? incentrato sull'opposizione del versante democr?tico, mentre
l'aristocrazia aveva ritenuto di supporto per s? questa iniezione di ari

sulla scorta di I. L?vy, Recherches sur les sources de la l?gende de Pythagore, Paris
1926. Contra, ma con argomenti unilaterali, K. von Fritz, op. cit. pp. 46-65; critico
anche B.L. Taggart, Apollonius of Tyana. His Biographers and Critics, Diss. Tufts
University, Medford Mass. 1972. Sospende il giudizio Maria Dzielska, Apollonius of
Tyana in Legend and History, Roma 1986, pp. 129-134. Per quel che riguarda la cri
tica storica di ambiente romano o di sua ispirazione, basti ricordare, a mo'd'esem
pio, Livio 118, confrontato con Dionisio d'Alicarnasso, II 59. Non riesco a vedere
scarsa la presenza di Apollonio a fronte di frasi come rco??? ?? xa? TipooTi?noi
t?v [if\ eiprj|i?vG)v Tiap? toutoi? e al carattere coerente e originale della esposizione
di Giamblico, 254 sgg.

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58 D. Musti

stocrazia "ideol?gica". Il naturale antagonista dei pitagorici ? dunque


l'ambiente che potremmo chiamare "democr?tico", ma solo nel sen
so di "popolareggiante". Questa rappresentazione di Apollonio ? un
po' parziale rispetto al fatto (che egu cita, ma forse un po' alla svel
ta) che oppositore di Pitagora non ? soltanto Ninone, capo del grup
po "democr?tico", ma anche Paristocratico Cilone: infatti, le punte
estreme si coagulano contro il pitagorismo. La citt? come taie, pur
manifestando una certa inquietudine, non ? cosi lontana dal pitagori
smo come l'ala aristocr?tica estrema e quella cd. democr?tica.
Il detonatore della crisi, in questa interessante rappresentazione
di Apollonio, ? esattamente il problema della distribuzione delle terre
prese a Sibari. Il governo, su consiglio dei pitagorici, decide di non di
stribuir? in lotti il territorio conquistato, riservandogli quel carattere
gen?rale di propriet? della citt?, che corrisponde a un postulato ideo
l?gico dei pitagorici. Allora esplode l'odio fino ad allora represso e la
massa si mette contro di loro. A capo di questa opposizione si pongo
no anche quelli che erano i parenti pi? stretti dei pitagorici26.
Scoppia dunque il conflitto, alcuni dei Mille (sorta di senato aliar
gato, o di assemblea ristretta dell'aristocrazia di Crotone) propongo
no di ammettere tutti alle cariche e alie assembl?e, e son? inoltre del
par?re (t?picamente democr?tico) che i magistrati debbano rendere i
conti alia fine della loro magistratura. I pitagorici si oppongono e sug
geriscono che invece debba essere salvata la patriospoliteia. Apollonio
fa quindi riferimento, un po' alia svelta, all'opposizione di Cilone e
Ninone, e insiste soprattutto sul fatto che la parte democr?tica diffon
da un livello calunnioso contro la setta, chiamato iep?? ?oyo?, dove
vengono deformad gli atteggiamenti dei pitagorici. Si attribuisce p. es.
ad essi questa massima: trattare i compagni come dei, e gli altri invece
non tenerli in alcun conto, trattarli come bestie; si afferma che essi
aspirano alia tirannide (Giustino, XX 4, ci offre un quadro an?logo).
Noi verifichiamo cos? come si sia andata costruendo l'immagine
complessiva del rapporto dei pitagorici con il contesto politico e so
ciale. Inoltre, sempre secondo il pamphlet diffuso dai democratici, la
cosa peggiore che si temeva da loro, era che volessero ottenere dai
Mille l'approvazione dei loro progetti: dunque, in sostanza, si tratta
di un gruppo esterno ai Mille, che pero eserciterebbe pressioni per di

26 Giamblico, 254-257.

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 59

rigere l'attivit? di questi ultimi.


Apollonio registra molto sicuramente qualcosa che noi troviamo
anche in Giustino e che probabilmente ? di origine timaica. Siamo in
quel filone di storiografia razionalistica che, nel momento in cui ra
zionalizza troppo e interpreta alla luce di altre situazioni, cade esso
stesso in una sua forma di falso; e tuttavia ? in atto un tentativo, che
sembra non spregevole, di ricostruzione dei dati politici della questio
ne. Alcune espressioni fanno effettivamente pensare a un modella
mento di questa situazione su eventi propri di Atene. In ogni caso ve
diamo qui banditi alcuni aspetti, che abbiamo invece nella tradizione
filotarantina; troviamo d'altra parte ancora una volta il riferimento a
una sola ?Tii?eoi? contro i pitagorici.
Le circostanze della rivolta antipitagorica presentano qui una in
teressante variante. Si dice infatti che, pochi giorni dopo che era stata
data pubblica lettura del calunnioso libello antipitagorico, si radun?
una gran folla, mentre i pitagorici stavano celebrando i sacrifici in
onore delle Muse in una casa presso il santuario di Apollo Pizio: non
viene detto (comunque non espressamente) che si tratti della casa di
Milone.
Torniamo all'attacco sferrato contro i pitagorici: alcuni riescono
a rifugiarsi in un albergo, altri a scappare. Un primo effetto dello sfal
damento del gruppo consiste nell'abrogazione delle leggi e nel ricorso
ai decreti (qui vediamo un'altra forma di razionalizzazione un po' so
spetta sul modello attico; ? noto infatti che uno dei rimproveri che ve
niva rivolto alia democrazia attica ? che essa facesse un uso eccessivo
di decreti)27. Si rimprovera d'altro canto ai pitagorici di aver attentato
alia costituzione e di aver cercato di instaurare una tirannide. Viene
inflitta una multa di tre talenti al pitag?rico Democede, e i tre talenti
vanno a finir? nelle mani di un certo Teage, esponente del gruppo
"democr?tico". La crisi scuote Crotone e viene ulteriormente affidato
un arbitrato a tre citt?: Taranto, Metaponto e Caulonia. Queste non
appaiono qui come sedi dei pitagorici, bens? come autrici cfi un giudi
zio espresso sui pitagorici di Crotone: un gmdizio che ? sfavorevole a
questi ultimi (Apollonio dice che i giudici furono corrotti con dena
ro). C'? quindi non soltanto una multa all'interno dell'assemblea cro
toniate ai danni del capo della comunit? pitag?rica (Democede), ma

27 Ibid. 261.

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60 D. Musti

anche un arbitrato di citt? della Magna Grecia, che rincara la dose:


viene bandita tutta la yeve? pitag?rica. Inoltre i Crotoniani abolisco
no i debiti e distribuiscono la terra (il modello ? quello delle richieste
che correvano ad Atene ail'et? di Solone)28.

10. Ancora pi? interessante ? quanto segue nel testo. "Dopo


molti anni"29 c'? infatti la famosa "conversione", che comporta in
nanzitutto una revisione della situazione, affidando aile citt?
dell'Acaia il compito di metter pace tra vincenti e perdenti. E un tema
che troviamo anche in Polibio (H 39)30. Gi? Paffermazione di Apollo
nio (in Giamblico, 263), che passino "molti anni" prima che si arrivi a
una ricomposizione, naturalmente spinge verso l'alto la ?TU?eoi?
(sempre al singolare) di cui parla la tradizione. Con questa data alta
concorda soprattutto il fatto che ci sia ancora l'attualit? del richiamo
alla guerra contro Sibari. Nel corso della rivolta era infatti stato messo
in giro dai cd. democratici lo slogan che quei Crotoniati che non era
no stati battuti dai trecentomila Sibariti, erano per? tenuti in scacco
da trecento pitagorici. Siccome anche il testo gi? considerato di Ari
stosseno, con il riferimento a Milone, porta verso l'alto, si conferma
l'opinione che ci sia un suggerimento forte, da parte della tradizione
nel suo complesso, per una data piuttosto alta per questa rivolta
(all'epoca di Pitagora o poco dopo la sua morte). Dopo questo episo
dio c'? un vuoto, che per? Aristosseno non concepisce corne vuoto,
ma corne continuit?.
Neanche Apollonio conosce due ben distinte epith?seis contro i

28 Ibid. 262; cfr. anche aspetti terminologici di par. 260, con riferimento alle va
rie pratiche attiche e democratiche di voto (con le fave, per alzata di mano o con suf
fragio).
29 Ibid. 263.
30 In favore di una fonte comune (Timeo) per Polibio, loc. cit., come per Apol
lonio in Giamblico, 254 sgg., F.W. Walbank, A Historical Commentary on Polybius
I, Oxford 1957, p. 223; lo stesso opta (1) per una data ante 453 (con Minar) e non
circa 445 (come von Fritz) per la seconda rivolta antipitagorica, (2) per una data cir
ca 430 (con Minar) e non circa 445 (come von Fritz) per la mediazione achea, (3)
circa 420 (non pi? tardi, come invece G. De Sanctis) per la creazione della "lega di
Zeus Homarios" {op. cit. pp. 224-227). In realt? tutte e tre le date possono slittare
verso il basso, di qualche decennio le prime due, e almeno di qualche anno la terza:
vd. sopra nel testo.

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 61

Pitagorici; ma, almeno rispetto alla cronolog?a della prima (ed unica,
a rigore) rivolta, egli introduce un elemento di razionalit?, perch? de
vono passare "molti anni" prima che i pitagorici ritornino in qualche
modo in auge: c'? dunque stata una netta frattura, secondo questa
rappresentazione, tra il momento del primo pitagorismo (quello di
Pitagora) e un certo ritorno di fiamma pitag?rica. Ed ? solo a questo
ritorno di fiamma che apparterranno, a mio awiso, tutti i personaggi,
che vanno preparando l'ultimo momento di fioritura del pitagori
smo: l'ultimo, rispetto a una fonte di IV sec?lo, la quale giudica dal li
vello cronol?gico di Aristosseno o di Timeo31.
Dopo l'intervento degli Achei, i pitagorici comunque rientrano
alia chetichella nella citt? e riacquistano un certo peso, innanzitutto
perch? son? bravi medici: riprendono dunque una pratica - quella
della medicina - che sicuramente d? popolarit? (Giamblico, 264). Ec
co che ora la citt? riaccoglie il pitagorismo, ma probabilmente i pita
gorici smettono di essere un gruppo di pressione (quale erano stati in
una prima fase della loro storia), con una ideolog?a propria, e persino
possibilit? di scontro con una societ? aristocr?tica, da cui essi non so
no fondamentalmente diversi: il pitagorismo, nella pol?tica, nelle isti
tuzioni, diventa da un lato un fatto pi? moderato, pi? accettabile, nel
lo spirito della "ricomposizione" che si ? andato determinando nel
corso del tempo32, dall'altro diventa un fatto cult?rale e una forma
mentale sotterranea, che conosce una storia fortissima e secolare, e ha
un suo sbocco innanzitutto nel platonismo, che ? in qualche modo
l'angelo custode del pitagorismo, ma iscrive queste idee in un sistema
pi? vasto.
La versione di Apollonio di Tiana rappresenta indubbiamente
un certo sforzo di riportare nei termini di una cronolog?a razionale le
vicende interne al pitagorismo. E molto importante, tra i vari elemen
ti di distanza nel tempo (potremmo parlare di dati diastematici), quel
lo relativo ai "molti anni" che son? soprawenuti dopo l'intervento di
Taranto, Metaponto e Caulonia nelle vicende interne a Crotone, con
un primo verdetto negativo per i pitagorici; dopo di che sappia

31 Vd. sopra, n. 24.


32 Sui processi di "ricomposizione" in Grecia nel IV sec. a.C., cfr. D. Musti,
Storia greca. Linee di sviluppo dalVet? micenea alVet? romana, Roma-Bari 19902, p.
468 sgg.

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62 D. Musti

mo esserci stato l'intervento mediatore degli Achei, e un rientro in


forme diverse del pitagorismo; e via via ci si awia verso tempi pi?
bassi (tra l'altro si fa riferimento, in Giamblico, 264, a una guerra tra
Turii e Crotone, in cui i pitagorici rientrati acquistano benemerenze
nei confronti della citt?). Si va cosi profilando un modo di soluzione
dei problemi della cronologia pitag?rica.

11. L'opinione corrente ? che ci siano state due grandi rivolte an


tipitagoriche, una intorno alla fine della vita di Pitagora, o subito do
po la morte di Pitagora, e un'altra intorno all'anno 45033. La mia posi
zione ? parzialmente diversa: buona parte delle notizie sembrano da
ricondurre all'epoca di Pitagora o a poco dopo la sua morte (diciamo,
una grande crisi intorno agli anni 500 o 490/480 a.C); segue un pe
riodo, piuttosto lungo, di situazioni per noi incerte, perch? i fatti e
personaggi che siamo in grado di cogHere appartengono piuttosto al
IV sec?lo e agli immediati precedenti (faccio riferimento a Liside,
Epaminonda, Archita). In mezzo c'? il buio, ma la mia impressione ?
ehe, per metter d'accordo tutte le date, per non dare un'et? altissima a
Liside e per tener conto anche di qualche elemento di razionalizza
zione che appare nel racconto di Apollonio, si debba piuttosto ab
bassare il secondo periodo critico di qualche anno o di qual
che decennio rispetto a quel 450 a.C. ca., intorno a cui i pi? colloca
no la seconda crisi del pitagorismo. Direi che la seconda crisi del pita
gorismo potrebbe av?re un interessante terminus ante quern nella spe
dizione ateniese in Sicilia degli anni 415-413. Ho considerato breve
mente la cosa nel libro su Strabone e la Magna Grecia, in cui faccio ri
ferimento alia collocazione di Metaponto su posizioni filoateniesi in
sieme con Turii (vd. Tucidide, VU 33, 4 sgg.; 57, ll)34. Abbiamo
dunque in questo periodo (415-413) un tentativo di Atene di stringe
re alleanze non soltanto in Sicilia, ma anche in Italia m?ridionale. Ci

33 Cfr. la mia n. 30, per posizioni diverse. L'oscillazione tra una data ante 453 ed
una post 448 ? collegata con l'interpretazione del significato storico della Sibari tessa
la "del quinquennio" (453-448). La sua nascita ? segno di una crisi in atto di Croto
ne, magari da collegare con la rivolta antipitagorica? O invece l'eliminazione della
sgradita nuova Sibari ? un terminus post quern per la rinnovata crisi del pitagorismo e
perci? della stessa citt? di Crotone? La mia posizione si orienta sulla seconda possi
bilit?.
34 Cfr. ci? che osservo in Strabone, cit. an. 1, p. 141 sg.

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 63

sono momenti turbati, di conflitto civico (Tucidide parla di ?vayxai


Tote oiaoiamxaiv xaipcov). Metaponto e Turii si schierano dalla
parte di Atene; Taranto ? naturalmente dalla parte di Siracusa. In
questo periodo non sorprende che Turii sia dalla parte di Atene, men
tre sorprende un po' di pi? la posizione di Metaponto. Le cose torna
no per il loro verso, se pensiamo che Metaponto era stata turbata da
oxaoei?, da "conflitti civili": e allora, pur con tutti i limiti della rico
struzione, si pu? proporre il quadro seguente.
Per quanto riguarda la diffusione del pitagorismo a Metaponto35,
sappiamo che la tradizione connette in qualche modo con questa citt?
la fine di Pitagora, ma non ? univoca nel definir? la durata della per
manenza di Pitagora a Metaponto (c'? chi parla di una permanenza di
20 anni, e chi - tra questi il rigoroso Dicearco - riduce invece il sog
eiorno a 40 giorni). Tutto questo significa che la tradizione su una dif
fusione immediata del pitagorismo a Metaponto era appunto uno
degli oggetti di discussione sul pitagorismo: anch'essa fa parte della
tendenza a far lievitare la presenza pitag?rica un po' prima del dovu
to. In qualche modo induce alla cautela gi? la notizia data da Apollo
nio, in Giamblico, 262, che il primo verdetto negativo nei confronti
dei pitagorici venisse espresso da Tarantini, Cauloniati e Metaponti
ni: questo owiamente chiude e isola in Crotone, corne ? chiaro anche
dal contesto narrativo, la diffusione del pitagorismo.
Dunque sembra opportuno formulare una certa riserva sulla im
mediatezza della diffusione del pitagorismo - se non altro in forma
di comunit? organizzata - da Crotone a Metaponto. Tuttavia (e qui
introduciamo subito un lieve correttivo) Erodoto parla della presen
za di un monumento in onore di Aristea a Metaponto, presso l'altare
di Apollo. Aristea ? personaggio connesso con la tradizione e la mito
poiesi pitag?rica 36.Quindi, in qualche modo Erodoto ci fornisce un
importante terminus ante quem: prima del 445 a.C. ca., data possibile

35 Essa era certo una realt?, e poteva av?re anche una consistente storia, tra il IV
il III sec. a.C, quando probabilmente si ha prova documentar?a addirittura della rea
zione alia tradizione della medicina pitag?rica: si confronti la defixio probabilmente
antipitagorica, pubblicata da F.G. Lo Porto, 'Medici pitagorici in una defixio greca
da Metaponto', Parola d. passato 35,1980, pp. 282-288 (da un monumentale ipo
geo di tipo tarantino, di fine IV-inizio III sec).
36 Su Aristea e 1'Apollo Iperboreo (centrale nella teologia pitag?rica), cfr. Ero
doto, IV 15.

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64 D. Musti

della scrittura erodotea, a Metaponto ci deve essere gi? almeno un ter


reno disponibile per l'accettazione di tradizioni e leggende pitagori
che. C'? pero dawero una diffusione cos? cospicua, come fa credere
la tradizione di Aristosseno e come farebbe credere la struttura stessa
del catalogo di Giamblico (267) e il numero dei pitagorici ivi attestati
per Metaponto? Una qualche diffusione, e anche abbastanza pr?coce,
la possiamo ammettere, ma probabilmente essa non ha dato subito
luogo alla formazione di una comunit? cos? forte, corne ammetteva
parte della tradizione pitag?rica. Direi invece pi? probabile che tra il
450 a.C. e il 415 a.C. si sia costituita a Metaponto una comunit? pi
tag?rica; e se una crisi si pu? immaginare ci sia stata, ? probabile sia
awenuta in concomitanza con i conflitti civili (oxaoei?), che si svol
gono al tempo della seconda spedizione ateniese in Sicilia. Quindi
ammetterei una certa presenza di comunit? pitagoriche fuori di Cro
tone gi? intorno alla meta del V sec?lo; ma il pitagorismo a un certo
punto ? stato sopraffatto da una seconda ondata antipitagorica,
che si collegher? di pi? agli ultimi decenni del V sec?lo, quando
esplode, nel mondo greco, un conflitto ideol?gico esasperato. E il
momento di massima tensione nell'Occidente ? quello della secon
da spedizione ateniese in Sicilia (415-413). Metaponto, precedente
mente esposta al pitagorismo aristocratizzante, nel 415 a.C. ha preso
posizione in favore di Atene; evidentemente, in questi anni il pitago
rismo aristocratizzante di Metaponto ha conosciuto un momento di
crisi (altrimenti la citt? avrebbe preso posizione contro Atene). Tutto
questo autorizza a scendere alquanto rispetto alla data del 450 a.C,
per la seconda crisi del pitagorismo. Abbiamo toccato con mano che
? soprattutto il pitagorismo tarantino di Aristosseno a immaginare
una diffusione a macchia d'olio gi? al tempo di Pitagora; inoltre, in
Aristosseno c'? anche una contrazione della cronologia che associa a
Pitagora, in una linea di continuit?, il pitagorismo tarantino e fa di Ta
ranto l'erede diretta del Pitagorismo della prima generazione. Dob
biamo dunque riconquistare un certo spazio a questi due momenti di
crisi: il primo ? probabilmente crotoniate (come moka parte della tra
dizione indica), e quindi pi? circoscritto; il secondo corrisponde a un
momento di diaspora ma anche di espansione e quindi c? rinnovata
crisi, che si deve collocare grosso modo tra il 440 e il 415 a.C. E muti
le, a mio awiso, precisare di pi?. Se noi scendiamo di qualche anno o
decennio rispetto alia cronologia tradizionale (cio? dal 450 al 440/420
circa), per la seconda crisi, a Crotone e altrove, moite difficolt?, anche

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Le rivolte antipitagoriche e la concezione pitag?rica del tempo 65

della cronologia di Liside (che con questa crisi collegherei) vengono


meno.
Questa cronologia si accorderebbe anche con i dati sopra ric
dati del passo di Apollonio-Giamblico. Consideriamo p. es. l'in
vento degli Achei corne mediatori. Pu? essere un intervento verif
tosi prima della crisi del 440-420 a.C, o pu? anche essere awen
qualche tempo dopo: ma l'intervento mediatore degli Achei, in g
rale, si colloca negli ultimi decenni del V sec?lo37. Tutto ci? mos
che la prospettiva di Apollonio incoraggia a spostare la seconda crisi del
pitagorismo di qualche anno, forse solo dieci o venti, ma quanto basta
per datare circa il 450-440 l'espansione pitag?rica fuori di Crotone, e la
sua rinnovata e gen?rale crisi negli anni in cui matura lo scontro ideol?gi
co generalizzato nel mondo greco (tra il 440 e il 415 circa). Questa cro
nologia probabilmente ci consegnerebbe un'immagine storica meno iso
lata e "provinciale" del pitagorismo d'Occidente38.
Universit? di Roma 'La Sapienza'

37 Cfr. sopra, nn. 30 e 33. La cronologia "alta" dei tre momenti ivi presi in con
siderazione ? fondata soprattutto sulla convinzione che fra i "democratici" Achei
d'Italia non si potesse imitare la lega achea di Grecia, dopo che, nel 417, questa era
divenuta oligarchica: ma discutibile appare sia la rigorosa trasformazione in "oligar
chica" della lega nel 417 a.C. (Tucidide non ? abbastanza esplicito sull'argomento),
sia il significato della "democrazia" riconosciuta da Polibio (II 38,6-10) alia lega
achea e perci? alia imitazione magnogreca (ibid. 39,6); infine, anche a supporre un
completo ribaltamento in Acaia nel 417 e un carattere democratico-radicale dei regi
mi achei prima di quella data, sembra troppo meccanico un criterio che non ammet
te possibilit? di influenze postume di un modello politico gi? ampiamente accredita
to. Soprattutto, si conta troppo sul carattere determinato e radicale della costituzio
ne achea di Grecia nel V sec?lo. Il 417 a.C. non ? dunque un sicuro terminus ante
quem per i tre momenti indicati in n. 30.
38 A uno sforzo di razionalizzazione della cronologia corrisponde anche il dato
in Giamblico, De vita Pyth. 265 sg. (da Timeo?), di una sequenza di sette generazio
ni (in calc?lo inclusivo) da Pitagora a Platone, passando per gli scolarchi pitagorici
Aristeo (contempor?neo pero di Pitagora), Mnesarco figlio di Pitagora, Bulagora -
sotto cui si ha il "saccheggio" di Crotone -, Gartydas crotoniate, Aresa lucano, Dio
doro di Aspendo: segue infine la generazione di Archita (e di Platone). Se le devasta
zioni di Crotone in Giamblico, 266, sono da ricollegare con l'incursione dei Turini
del par. 264, la guerra prima della quale Gartydas ? uscito da Crotone ? accaduta na
turalmente dopo il 444, e dalla data della guerra, a noi sconosciuta, dipende se sia
possibile una permanenza del pitagorismo a Crotone fin verso gli anni 440-420. La
data real?sticamente "bassa" di un lucano Aresa, consentirebbe in effetti, per Bulago
ra e Gartydas, di scendere fino a quegli anni.

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