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L’origine dei vitigni coltivati: una storia interdisciplinare della cultura europea

Attilio Scienza

Uno degli aspetti più stimolanti della scienza è la constatazione che ai quesiti posti si può sempre,
almeno in linea di principio, rispondere. Se a una domanda non si può rispondere in base a prove
raccolte sperimentalmente, essa risulta estranea al dominio della scienza. Alcune domande possono
peraltro rimanere per molto tempo in una sorta di limbo prima che si raccolgano prove sufficienti
per elaborare una risposta convincente. Questo è quanto è successo in questi ultimi anni
relativamente all’origine e diffusione dei vitigni coltivati. Il titolo di questo contributo esprime il
paradigma dei risultati di recenti ricerche su un tema tanto caro agli studiosi di viticoltura: dimostra
come l’antropologia, con i suoi metodi, può portare un contributo importante alla soluzione di
questioni altrimenti indecifrabili con gli strumenti della ricerca viticola, anche la più avanzata.
Se si parte dalle ricerche di linguistica il procedere del ragionamento appare più lineare. Nel
mondo oggi si parlano più di cinquemila lingue: tutte sono il risultato di tre processi fondamentali.
Il primo è la colonizzazione, per effetto della quale gli antichi, penetrando in una nuova area, vi
introdussero la propria lingua. Il secondo è la divergenza: la lingua parlata dai singoli gruppi di
popolazione cambia col passare del tempo. Il terzo è la sostituzione: un insieme di persone adotta
una lingua nuova, introdotta o imposta da un altro gruppo umano. Questi tre processi consentono di
disegnare suggestivi schemi, nei quali si possono disporre le lingue attualmente presenti nel mondo.
La circolazione varietale antica della vite ha seguito gli stessi modelli. La teoria dei cerchi
culturali (Kulturkreislehre) propone la storia come processo di crescita relativo alle singole culture,
in base al quale è possibile rilevare come aspetti della vita materiale e simbolica di diversi popoli
dell’Europa mostrano similitudini e analogie. Una rappresentazione metaforica del procedere della
storia per anelli successivi, nei quali si fondono le esperienze dei popoli che vengono a contatto tra
loro, ognuno dei quali è punto di arrivo e di partenza, può essere applicata al cammino della vite da
oriente a occidente. Anche se l’ipotesi monofiletica della domesticazione e dei centri di variabilità
primaria di Vavilov (1956)1 non rappresenta più l’unica spiegazione dell’origine delle varietà, si
può ragionevolmente pensare che il terzo anello, quello che identifica il territorio antico della
Magna Grecia, sia quello che ha generato il maggior numero di vitigni2. I progressi della biologia
molecolare e l’apertura dei confini orientali dell’Europa hanno dischiuso una prospettiva complessa,
che consente di mettere in primo piano specificità, convergenze e divergenze delle molte vie di
diffusione della vite nell’Europa allargata. In questo contesto innovativo si iniziano a comprendere
con una certa precisione i processi, i tempi, gli itinerari che hanno condotto alla nascita delle diverse
varietà di vite. Questa storia si sta rivelando un caso interessante di cooperazione e di interazione
pluridisciplinare.
Tra i protagonisti vi è prima di tutto la genetica della vite: partendo dall’esame delle differenze,
delle particolarità e delle concordanze dei patrimoni genetici delle varie popolazioni di vitigni,
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Nikolaj Ivanovic Vavilov (1887-1943),direttore dell’Istituto di Genetica dell’Accademia delle Scienze dell’Unione
Sovietica ha elaborato la teoria,risultato dei numerosi viaggi in tutte le regioni del mondo,dei cosiddetti centri d’origine
delle piante coltivate dando un contributo importante alla conoscenza della loro filogenesi. Per il gen.Vitis, in base alla
variabilità presente nelle diverse regioni del mondo ,ha individuato tre centri di origine,rispettivamente euro-
asiatico,asiatico e boreo-americano.Per la Vitis vinifera inoltre , anche per merito di un suo collaboratore,Negrul (1938)
in base all’ipotesi allora in auge,cosiddetta monofilitica aveva localizzato il suo centro d’origine nel
Caucaso.Attualmente questa ipotesi appare meno verosimile sia per l’individuazione di numerosi centri di diversità
secondaria nell’Europa occidentale come conseguenza dell’introduzione molto antica di materiale genetico,sia per il
ruolo ricoperto dalla domesticazione locale delle viti selvatiche autoctone.
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La diffusione della vite coltivata da oriente ad occidente è avvenuta in epoche diverse in modo discontinuo attraverso
la creazione di centri di diversità di ordine crescente (secondario,terziario,quaternario,etc) che vengono definiti
convenzionalmente in base alla variabilità presente,delimitando i territori interessati con ipotetici anelli.Il terzo anello
identifica i territori della Magna Grecia che fanno da cerniera tra le esperienze dei domesticazione orientali ed
occidentali.
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questo approccio ha permesso di formulare ipotesi significative, sebbene non esaustive, sulle
ramificazioni principali dell’albero genealogico dei gruppi varietali a scala europea. Con questo
metodo è stato possibile stabilire anche differenziazioni più fini, quali quelle sui rapporti tra viti
selvatiche e viti coltivate.
La forte attenzione rivolta alla ricerca linguistica e alle grandi discontinuità segnate dall’origine
dell’agricoltura e dallo sviluppo dei commerci, si sta rivelando molto più ricca e complessa di
quanto avevano fatto credere le narrazioni tradizionali guidate da un’idea semplificata di progresso
lineare. Assieme alla linguistica, all’archeobiologia, alla biologia molecolare, inizia a prendere parte
a questo dialogo interdisciplinare anche lo studio comparato dei miti e delle forme di spiritualità,
cioè di quella che può essere definita come “archeologia della mente”: il tentativo di ricostruire i
paesaggi mentali dei nostri avi remoti, partendo dalle loro scelte di vita materiale quotidiana.
Pur nella varietà degli approcci, da queste ricerche sull’identità della vite nelle diverse parti
d’Europa emerge un tratto costante: l’origine di un continente senza confini rigidi che è sempre
stato luogo di migrazioni, interazioni, ibridazioni, contrasti e conflitti tra popoli e che ha tratto linfa
essenziale dalla diversità delle radici sul piano culturale e politico. La cultura occidentale ha acquisito
coscienza di sé solo quando ha affrontato gli altri, anche se spesso senza saperli accettare. È importante
sottolineare però che le ricerche sull’origine della vite – e per singolare analogia quelle dell’uomo europeo –
mettono in luce una pluralità di radici e di matrici. Esemplare, da questo punto di vista, è il caso
dell’origine della civiltà del vino nell’Italia meridionale, in tutti i suoi molteplici aspetti che si sta rivelando
sempre più come il risultato di una tormentata ibridazione di apporti culturali dalle origini più diverse,
che spaziano dall’Europa all’Africa, dal Medio Oriente all’Asia centrale.
In questa prospettiva anche il concetto di “autoctono” può paradossalmente perdere il suo
significato ordinario per acquisirne di nuovi, così come il “modello della Gimbutas”3 della
cosiddetta teoria invasionistica è smentito da un processo di neolitizzazione dell’Europa che,
sebbene complesso e geograficamente differenziato, evidenzia il ruolo crescente giocato dalle popolazioni
autoctone. Volendo trasferire i metodi dell’antropologia culturale classica alla storia dei
comportamenti di una popolazione nei confronti della coltivazione della vite è necessario considerare la
cultura viticola come il risultato di un adattamento prima di tutto a un contesto naturale, biologico. Lo
studio dell’origine dei vitigni, l’identificazione dei luoghi nei quali è stata fatta la loro domesticazione e la
successiva acclimatazione, la valorizzazione attraverso i vini prodotti scandiscono il processo di
riappropriazione di questo materiale vegetale nel suo luogo d’origine.
L’origine dei vitigni rappresenta quindi un elemento sintomatico di un modo di pensare di una
determinata area. È quindi importante comprendere perché questo processo avvenne in questa o
quella regione e quale significato può essergli attribuito. Da questa prospettiva, l’origine di un
vitigno rappresenta un evento di natura simbolica; che non riveste alcuna importanza per la
ricostruzione del processo produttivo. Il mito diviene insomma lo strumento metodologico per
concettualizzare il problema, in quanto consente di trasferire nel tempo attuale la storia di un gruppo

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L’archeologa Marija Gimbutas (lituana d’origine e statunitense d’adozione) ha sviluppato l’ ipotesi sul ruolo svolto

dalle migrazioni delle popolazioni protoindoeuropee verso occidente sull’origine dell’agricoltura europea. Attraverso

le diverse fasi temporali chiamate “culture di Kurgan” ,che prendevano il nome dai tumuli funerari che

accompagnavano lo spostamento di queste popolazioni, sono infatti arrivati in occidente l’aratro,alcuni animali

domestici come il cane,il cavallo,i progenitori del grano oggi coltivato e molto probabilmente anche la vite orientale.Le

ipotesi della Gimbutas sono state confutate dall’archeologo inglese Colin Renfrew che ha ridimensionato il ruolo

ricoperto da queste popolazioni nello sviluppo delle tecniche agricole occidentali che appaiono invece il risultato di

esperienze originali e spesso innovative di molte zone europee che non sono mai venute a contatto con questi popoli.

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nelle sue espressioni tangibili. Per un determinato tipo divino, il mito dell’origine o della domesticazione
permette di spiegare la genesi, l’evoluzione e l’originalità della produzione. I metodi dell’antropologia
storica contribuiscono in modo significativo alla comprensione delle relazioni esistenti tra la diffusione
delle nuove tecniche viticole e le strutture economiche e sociali di una popolazione antica.
La storia della viticoltura è in definitiva una storia di consumo del vino, delle abitudini, prima mentali
che alimentari o rituali; la coltivazione di un vitigno o una tecnica di coltivazione riflettono, d’altra
parte, un sistema di rappresentazioni del mondo che le collega in profondità alle formulazioni
mentali più elaborate, all’inconscio del mito e della religione. L’accostamento tra cultura e materialità,
descritto in modo magistrale da Lévi-Strauss, il quale definisce il rapporto tra le manifestazioni materiali
della vita dell’uomo e il contesto delle tecniche che sono alla base della produzione dei beni, scandisce la
cronologia degli eventi che hanno segnato l’introduzione nella produzione vitivinicola antica di nuovi
metodi capaci di migliorarne la produttività (i nuovi vitigni), la vinificazione (il torchio a complemento
del palmento), il trasporto (le anfore impeciate al posto degli otri di pelle), la conservabilità (la resina
di pino e di terebrinto) e quindi l’appassimento.
L’immaginario che caratterizza ogni cultura è costituito dall’insieme delle rappresentazioni che
superano il limite imposto dai dati dell’esperienza e dalle conclusioni tratte da essi. L’immaginario è la
dimensione della curiosità per gli orizzonti lontani nel tempo e nello spazio, dell’inquietudine e
dell’angoscia ispirate dalle incognite dell’avvenire, dell’attenzione per i sogni e gli interrogativi
sulla morte. Mito e immaginario coincidono nel mondo greco. Nei viaggi di Ulisse e in quelli dei suoi
imitatori eubei, la forza dell’immaginario ha contribuito a far condividere ad altri uomini, non greci ma barbari,
il potere evocativo del vino.
L’antropologia culturale strutturalista ci ha insegnato ad osservare la civiltà in cui viviamo come la
proiezione evolutiva di civiltà primitive. Sia l’antropologia evoluzionistica americana di metà
Ottocento che quella strutturale di Lévi-Strauss sostenevano che le società attuali più semplici sono
simili alle società antiche e che i rapporti delle popolazioni meno modernizzate con l’ambiente
naturale, in particolare con le piante selvatiche, presentano aspetti di “arcaismo” che consentono di
interpretare i processi neolitici di protodomesticazione della vite attraverso l’osservazione dei metodi
adottati da civiltà più vicine al nostro tempo, seppure diverse per localizzazione geografica, abitudini
alimentari e sviluppo culturale.
Da questo punto di vista sono illuminanti i primi tentativi di introduzione della vite europea in
America del sud, soprattutto da parte degli Spagnoli e dei Portoghesi. Pochi anni dopo lo sbarco
nelle Antille si svilupparono i primi vigneti, con alterne fortune a causa delle difficoltà climatiche e
dei vincoli daziari della madre patria, soprattutto per rispondere all’esigenza di vino per le funzioni
della Chiesa missionaria. I vitigni allora coltivati (Creola, Ciliegia, Mission, Pais, Moscatella,
eccetera) erano tutti di origine europea, in particolare spagnola e molti di essi vengono ancora
coltivati, seppure con presenze molto marginali.
Più recente è stata l’introduzione della vite europea nell’America del nord (Canada e Stati Uniti
settentrionali), avvenuta tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento. Le motivazioni di questo
ritardo sono in gran parte legate all’esistenza di viti autoctone, meglio adattate alle condizioni
climatiche di quelle regioni e già semidomesticate dai nativi, che fornivano una produzione di vino
sufficiente ai fabbisogni degli Europei. Con l’arrivo della vite europea si formarono molti ibridi
naturali attraverso l’incrocio spontaneo con le viti selvatiche (Delaware, Catawba, Norton, Elvira,
eccetera). Verso la fine del XIX secolo queste nuove varietà, unitamente ai nuovi ibridi artificiali
provenienti dall’Europa, presero via via il posto delle varietà selvatiche domesticate. Lo sviluppo
della viticoltura in California avvenne solo dopo il Proibizionismo (1933), con varietà europee,
dapprima di origine italiana e spagnola, molto produttive per rispondere alla richiesta degli
emigranti dei paesi mediterranei, successivamente di origine francese. Queste ultime sfruttavano la
reputazione di denominazioni famose come Bordeaux e Borgogna.
Dal confronto della produzione dei vitigni greci in Italia con quella delle varietà europee in
America, per molti versi simili, sebbene quest’ultima sia avvenuta più di duemilacinquecento anni
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più tardi, è possibile tracciare il percorso comune che ha portato alla formazione delle nuove varietà
e alla diffusione di alcune di esse. In entrambi i periodi sono infatti presenti gli elementi del mito e
del divino (vino per le manifestazioni popolari e per la Messa); il trasporto di varietà dai luoghi
d’origine verso i luoghi di conquista; 1’introgressione genica di varietà alloctone nei vitigni
paradomesticati localmente dai nativi, con la conseguente creazione di nuove varietà che hanno
preso il posto di quelle originarie, sia selvatiche che coltivate; la diffusione di varietà europee (o
orientali) legata alla fama del vino prodotto nella madre patria (i vitigni di regioni famose della
Francia, come lo Chardonnay o il Cabernet, analogamente ai vitigni di regioni della Grecia, come il
Biblos della Tracia).
In tempi più recenti ,con il dissolvimento dell’Impero romano e l’arrivo in Occidente di vitigni di
origine balcanica e pannonica,si sono create le condizioni favorevoli per nascita spontanea di nuove
varietà che ancora oggi ricoprono un ruolo fondamentale nella viticoltura mondiale. Uno di questi
esempi più significativi è rappresentato dall’origine dello Chardonnay e di molte altre varietà legate
con rapporti di parentela al vitigno Heunisch.Il termine Heunisch è stato in passato,nel periodo alto
medioevale,associato ad un tipo di vino,l’huntsch di qualità modesta,la cui coltivazione venne
proibita in Francia a partire dal 1672,che si contrapponeva ai cosiddetti vini frentsch dalle
caratteristiche di migliore pregio.I primi erano ottenuti da vitigni locali,i secondi da varietà
importate (da fremd,straniero).Anche i vigneti venivano indicati come hunschenwingarten se
utilizzavano vitigni autoctoni ed analogamente si impiegavano termini come carrata vini, media
franci e media hunig, nelle transazioni commerciali tedesche attorno al Mille. Il vitigno Sylvaner
ancora oggi è chiamato in Renania Franken, per la provenienza da altri territori, nel caso specifico
l’Austria, per merito di Carlo Magno, allo scopo di migliorare i vini locali. Inoltre attraverso il
lemma huntschen è possibile risalire alla denominazione hunnische rebe (o vite sclava) che
corrisponde all’antico termine geografico tardo latino-bizantino di sclavonien da cui la Schiava
atesina. Ma l’interesse per il vitigno Heunisch nasce dalla constatazione che per la sua presenza
ubiquitaria nei vigneti europei dove le varietà erano coltivate mescolate,può considerarsi il padre (o
la madre ) di moltissimi vitigni europei. Infatti attraverso l’impiego dei marcatori SSR è stato
possibile riscontrarlo nel Riesling,nel già citato Chardonnay,nei due Gamay,nell’Aligotè, etc.
L’altro genitore era di solito una vite paradomesticata. L’Heunisch o Gouais come è chiamato in
Francia può essere considerato alla luce dei progressi ottenuti con l’analisi del DNA,il paradigma
dell’introgressione dei vitigni orientali nel germoplasma occidentale. Era stato infatti portato molto
verosimilmente dalla Dalmazia e dalla Pannonia dalle legioni di Probo verso la fine del III sec d.C.
quando la moltiplicazione della vite era ancora prevalentemente per seme e frequente era la
coltivazione associata di viti selvatiche e vitigni stranieri. Infatti molti vitigni attualmente coltivati
non sono né giunti da Oriente,né sono il frutto della domesticazione di viti selvatiche locali,ma
piuttosto il risultato di incroci spontanei avvenuti in epoca carolingia in areali renani e
borgognoni,alla ripresa dell’attività agricola, da parte della regola benedettina e cistercense dopo
secoli di abbandono conseguenti alla caduta dell’Impero romano. Il vitigno Heunisch ,pur essendo
stato coltivato in molte zone dell’Europa orientale(Ungheria,Croazia,Austria,etc) era in passato
diffuso soprattutto in Francia centrale ed in Germania.In Francia la prima citazione ufficiale è del
1238.In Germania nel 1847 si diceva che i vini prodotti con questo vitigno, erano così cattivi da
doverne impedire la moltiplicazione. Malgrado ciò l’Heunisch, per le sue doti di rusticità e di
produttività, rimase una varietà molto diffusa nella viticoltura dell’Europa continentale almeno fino
alla ricostruzione postfillosserica.

Lo studio di Luca Cavalli Sforza sugli emotipi e sul polimorfismo del DNA mitocondriale
dell’uomo ha consentito di chiarire la composizione genetica dei gruppi umani, di seguirne
l’evoluzione, di scoprire il senso e l’importanza degli scambi tra i gruppi, di riconoscerne le
migrazioni, classificando le popolazioni secondo la loro “affinità genetica”. Se particolari DNA
mitocondriali e aplotipi del cromosoma Y sono associati alla diffusione dell’agricoltura in Europa,
ogni europeo, maschio o femmina, deve essere debitore del proprio DNA mitocondriale o a un
cacciatore-raccoglitore paleolitico o a un agricoltore-allevatore mediorientale. Per i maschi, il
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debito relativo al cromosoma Y presenta la stessa alternativa. L’esistenza di categorie distinte di
aplotipi sembrerebbe implicare che i due gruppi siano rimasti in qualche modo separati. Ma, come
dimostra la distribuzione degli aplotipi stessi, questo non è avvenuto. Ogni popolazione europea che
sia stata oggetto di studi ha dimostrato di avere aplotipi che possono risalire sia ai cacciatori-
raccoglitori paleolitici, sia agli agricoltori neolitici. Questo fenomeno può essere spiegato soltanto
ammettendo che tra i discendenti dei due gruppi gli incroci siano stati molto frequenti. Queste
unioni miste hanno infatti continuamente mescolato il DNA dei cromosomi dei singoli individui.
Dato che aplotipi particolari sono più comuni in certe aree di quanto lo siano in altre, da questi dati si
può risalire ai percorsi delle migrazioni dei gruppi umani. Non è stato mai rilevato, però, che una
popolazione europea discenda da un singolo gruppo. Anche i Baschi, a lungo citati come roccaforti
del DNA paleolitico e preagricolo, presentano grandi quantità di DNA mitocondriale e del
cromosoma Y proveniente dagli agricoltori del Medio Oriente. In effetti un rapporto di quattro a
uno per il contributo genetico degli europei paleolitici rispetto a quello fornito dagli agricoltori
giunti dal Medio Oriente costituisce un dato numerico largamente accettato.
Questo rapporto di quattro a uno, che rappresenta il contributo genetico delle popolazioni europee
nei confronti di quelle medio orientali, può essere praticamente trasferito alla maggior parte dei
vitigni europei. Ciò non deve sorprendere, perché la storia della vite e del vino è una storia di popoli
d’acqua, di trasporti (via mare e lungo i fiumi) e di migrazioni. L’integrazione delle conoscenze
relative alla formazione e ai movimenti delle popolazioni antiche, da un lato, e quelle sulla
circolazione varietale coeva determinate attraverso l’analisi del polimorfismo del DNA nucleare e
plasmodiale attraverso marcatori SSR e cpSSR 4 dall’altro, aiutano a stabilire l’origine geografica
dei vitigni e il periodo nel quale sono giunti in Italia.
L’arrivo in Italia di coloni da aree orientali, i quali hanno portato nuove tecniche produttive e
nuove varietà in zone nelle quali la coltivazione della vite era ancora legata all’utilizzo di viti
paradomesticoidi o addirittura selvatiche, si configura come una vera e propria rivoluzione. Una
rivoluzione che presenta caratteristiche iterative, comportando un lento ma continuo cambiamento
nelle strutture produttive e poi in quelle sociali. Come indicano altre esperienze in campo agricolo,
l’innovazione è dapprima veicolata da alcune elite che la estendono all’intera popolazione e poi la
trasferiscono ad altri popoli. Nel caso del vino, l’innovazione introdotta dall’Oriente era
rappresentata, circa 80.000 anni fa, dal vino stesso, dalle sue caratteristiche compositive e di
conservabilità superiori a quello locale, e dalla cultura che ne accompagnava l’uso.
La prima diffusione del vino orientale avvenne per l’azione commerciale degli empori; da questi
si diffuse nei territori circostanti. Dal consumo di questi vini, “dolci, aromatici, medicamentosi”,
come venivano chiamati nel Medioevo, si passò alla loro produzione in loco, utilizzando dapprima
indifferentemente uve provenienti da vitigni selvatici e orientali, poi solo da vitigni orientali, oppure
ottenuti dalla selezione di nuove varietà introgresse. Il ruolo degli empori focei di Adria e Spina
nella diffusione del vino greco e dei vitigni acclimatati della Magna Grecia tra gli Etruschi padani e
i Galli cenomani rappresenta un ottimo esempio di come queste attività commerciali avanzate
guidavano la diffusione dell’innovazione.
Il vino è una droga sociale e il rituale del suo consumo è collegato o al rafforzamento dei legami
di un gruppo chiuso o allo sfogo catartico di tensioni sociali in un contesto di permissività. Un tratto
distintivo dell’identità dell’uomo greco è il consumo ritualizzato del vino, bevuto solo diluito con
acqua e all’interno di uno specifico contesto sociale.
Accanto alle ipotesi che testimoniano la provenienza orientale di alcune varietà, sta sempre più

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I marcatori molecolari sono dei segmenti di DNA che corrispondono a delle precise regioni del genoma.Essi
consentono di evidenziare la variabilità delle sequenze o di dimensione,definita anche polimorfismo,tra individui diversi
e per questo utilizzati per discriminare,identificare o localizzare porzioni di cromosomi.Attraverso il loro impiego si
possono riconoscere i vitigni ,compiere analisi filogenetiche o accelerare i processi di selezione cosiddetta assistita.Tra i
vari marcatori messi a punto e studiati a partire dagli anni ’80,i cosiddetti microsatelliti sono diventati i più utilizzati
nella identificazione delle varietà.Sono conosciuti con l’acronimo della parola corrispondente in inglese (SSR,Simple
Sequenze Repeats se riferiti al DNA nucleare e cp SSR se invece si utilizzano quelli dei plastidi ).
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affermandosi, anche per il successo crescente delle suggestioni autoctone, il concetto, sostenuto da
tempo anche da archeobotanici italiani, di una domesticazione della vite nel Neolitico in molte aree
europee. I riscontri molecolari che mettono in evidenza le notevoli distanze genetiche tra i vitigni
presenti in aree geografiche lontane ,vanno verso questa direzione. Già nella metà del secolo scorso
Levadoux5 sostenne che i vitigni coltivati in Francia derivavano soprattutto dalla domesticazione
delle viti selvatiche della zona dove sono ancora coltivati. Gli strumenti inadeguati della
ampelografia classica e il retaggio culturale ereditato dall’Ottocento non consentirono allora di dare
credito a questa ipotesi, che ispirò tuttavia la suddivisione delle varietà francesi in base alla loro
origine geografica. In Italia la localizzazione delle varietà ha riscontri più culturali che geografici, in
conseguenza del fatto che l’apporto di materiale genetico di origine orientale è stato più importante
che in Francia. D’altra parte, come appare dai lavori di Forni, il ruolo della domesticazione della
vite selvatica nella fondazione dei vitigni coltivati è rimasto circoscritto alle regioni attorno al Po e
ad alcune enclavi etrusche dell’Italia centrale e della Campania.
Se mancano ancora riscontri oggettivi sul ruolo svolto dalla introgressione genica della vite
selvatica mediterranea in vitigni orientali, è stato tuttavia possibile dimostrare il legame genetico tra
un vecchio vitigno della zona di Cadice, descritto dagli ampelografìci spagnoli dell’Ottocento, e una
vite selvatica già presente nei boschi della regione. Ciò conferma l’ipotesi formulata da Levadoux
che le viti selvatiche e quelle coltivate non appartengono a due sottospecie diverse, ma
costituiscono due fasi cronologiche del processo di domesticazione, che ha stabilito i caratteri più
interessanti per la produzione (ermafroditismo, produttività, dimensione e composizione chimica
delle bacche, eccetera) selezionando individui che sono stati coltivati fino ai nostri tempi, mentre
altri sono rimasti allo stato selvatico nei boschi.
I materiali vegetali sottoposti a selezione nelle regioni caucasiche e nei paesi attorno al
Mediterraneo presentano variabilità genetiche molto diverse a causa della differenza orografica dei
due territori-rifugio e dall’intensità delle pulsazioni tra la glaciazione di Riss e quella di Wuerm,6
che hanno fortemente condizionato l’entità e la dispersione delle viti selvatiche nei relativi areali.
La maggiore ricchezza di forme selvatiche presenti nelle regioni più orientali, unitamente alla
relativa precocità – rispetto al Mediterraneo – con la quale è iniziato il processo di selezione, è alla
base dell’elevato numero di vitigni coltivati nelle regioni caucasiche.
Al fine di comprendere l’origine dei vitigni coltivati è fondamentale identificare sul territorio
italiano i limes che delimitano relitti culturali dai quali è possibile risalire alle origini più remote
delle viticolture praticate. L’Italia è ancora ricca di queste frontiere: basti pensare, a titolo
esemplificativo, ai “confini nascosti” che separano la viticoltura latina da quella greca nell’isola
d’Ischia o da quella dell’enclave etrusca di Capua, circondata dai territori degli eritresi; lo stesso
può dirsi della netta linea di demarcazione tra la viticoltura di ispirazione longobarda a ovest di

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Louis Levadoux , ricercatore dell’INRA e docente di viticoltura all’ENSA di Montpellier, tra gli anni 40 ed anni 60 si
è interessato di miglioramento genetico della vite ed in particolare di sistematica del gen.Vitis .Nell’ambito di queste
ricerche ha approfondito i rapporti tra le viti selvatiche,ancora presenti nella flora nelle regioni europee e mediterranee
ed i vitigni coltivati.Per la Francia ha proposto una classificazione varietale basata sugli ambiti geografici di
provenienza.Il contributo originale di Levadoux è stato quello di aver riconosciuto la variabilità del germoplasma di vite
francese all’interno della “subproles occidentalis” di Negrul (1946) raccogliendola in gruppi ecologico-geografici e di
aver accertato per primo la derivazione di alcuni vitigni dalla domesticazione delle viti selvatiche.
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A partire dal Quaternario,circa 1,2 milioni di anni fa,si sono succeduti sulla Terra quattro periodi di raffreddamento
climatico alternati da altrettanti periodi di riscaldamento.Gli ultimi due periodi, circa 80.000 anni fa, denominati di Riss
e di Wuerm,dal nome degli studiosi che li hanno caratterizzati, ,hanno avuto i maggiori effetti distruttivi sulla fauna e
sulla flora.L’alternarsi di una fase fredda con una calda,denominate pulsazioni,consentiva l’espansione e la successiva
contrazione della vegetazione,che nei periodi più freddi si conservava solo in quelle che vengono chiamate stazioni-
rifugio ed i resti della vegetazione presente si chiamano relitti.Per effetto dalla latitudine,più bassa rispetto all’Europa
continentale e per la disposizione della catena del Grande Caucaso, nelle regioni caucasiche,i periodi a clima mite sono
stati più prolungati e questo ha consentito il mantenimento di areali di sopravvivenza più ampi che sono oggi alla base
della maggiore ricchezza varietale di quelle regioni.Molte viti selvatiche presenti ancora oggi,sebbene in ambiti sempre
più limitati ed a rischio di erosione, soprattutto nella flora delle regioni alpine,pirenaiche e caucasiche rappresentano dei
veri e propri relitti o endemismi glaciali.
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Bologna e quella bizantina fino al mare.
Assieme agli apporti della semantica e della semiotica del paesaggio vitato, con i suoi mitemi
ormai in via d’irrimediabile scomparsa, è necessario utilizzare nell’analisi di questi relitti quei
metodi d’indagine che Le Goff definisce “nuovi”, quali la sociologia, la demografia, l’antropologia
e l’etologia, sempre ovviamente in forte interazione con la biologia molecolare. Per costruire le
mappe delle popolazioni varietali dei diversi territori dell’Europa in base alle frequenze geniche
valutate sul polimorfismo del DNA nucleare e mitocondriale (in analogia a quanto hanno fatto
Cavalli Sforza e collaboratori al fine di conoscere non solo l’origine delle varietà, ma anche i
percorsi spaziali e gli sviluppi temporali della diffusione), è necessario prima di tutto costituire una
banca di germoplasma che comprenda, oltre ai vitigni attualmente coltivati in Occidente, le varietà
caucasiche e quelle dell’Europa orientale e balcanica, i vitigni “silenti” rappresentati dalle ancora
numerose reliquie genetiche disperse nelle viticolture meridionali e caucasiche marginali. Lo sforzo
maggiore dovrà tuttavia essere rivolto all’individuazione delle viti selvatiche, sia mediterranee che
dell’Europa centrale e orientale, in rapida erosione genetica, perché – come diceva Levadoux – “in
queste è nascosto il segreto delle origini della nostra viticoltura”.
(testo della conferenza tenuta presso il Mart a Rovereto il 4 ottobre 2012)