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Lo Stato contro Cosa Nostra:

la lotta alla mafia e il


maxiprocesso di Palermo
Premessa
Lo studio di caso presentato in queste pagine nasce per
impulso e col concorso di dieci insegnanti[1] di scuola
secondaria di primo grado della provincia di Verona, impegnati
in un corso di formazione sulla didattica attiva della storia
nell’anno scolastico 2015-2016. L’invito ad individuare un
argomento su cui costruire uno studio di caso li ha portati
alla scelta del tema “mafia e conoscenza delle figure dei
magistrati Falcone e Borsellino”. Un tema di “educazione alla
cittadinanza” e “legalità” su cui lavorano un po’ tutte le
scuole della nostra penisola. Un tema niente affatto facile da
affrontare, però, con gli strumenti dello storico. A partire
dal concetto stesso di mafia. Come ha scritto Salvatore Lupo,
fra i principali storici del fenomeno, quello di mafia è

un termine polisemico, che si riferisce a fatti differenti a


seconda dei contesti, delle circostanze, delle intenzioni e
dell’interesse di chi lo usa. È difficile individuare un
argomento, una tipologia o successione di fenomeni tra loro
omogenei da raccogliere sotto la voce mafia; ed è altrettanto
difficile sfuggire all’impressione che sia proprio questa
latitudine e indeterminatezza dei campi di applicazione a
farne la fortuna. […] Non sempre però questo affastellarsi di
fattori concettualmente più o meno omogenei, più o meno
eterogenei, rende più semplice la lotta alla mafia […] il
concetto perde ogni solido ancoraggio, anche spaziale e
cronologico, essendo le categorie di corruzione e clientelismo
variamente applicabili a fenomenologie, tempi e luoghi
diversissimi. Se tutto è mafia, nulla è mafia[2].
Affrontando la tematica si rischia di scivolare nell’uso di
categorie sociologiche, di ricorrere a presunti archetipi
culturali siciliani o a rimandare a racconti giornalistici,
facendo della “mafia” un tutto indistinto, più o meno
immodificato (e quindi immodificabile) nel tempo, di
trasformarla, insomma, in un “un oggetto/fenomeno culturale”
perdendo così la complessità dell’analisi storica.

Per sfuggire a questa trappola e circoscrivere lo studio di


caso, si è scelto di costruire il lavoro attorno ad un evento
significativo in un contesto territoriale preciso: il
maxiprocesso di Palermo e l’uccisione dei giudici Falcone e
Borsellino.

Di seguito si fornirà solo qualche coordinata generale, senza


nessuna pretesa di esaustività, sul tema della mafia e della
sua storia.

Testo per docenti


Questioni (non solo) lessicali
Il termine mafia sembra di origine italiana[3], ma ha avuto un
successo internazionale al punto che è divenuto sinonimo di
criminalità organizzata. Ma i due concetti – mafia e
criminalità organizzata – non coincidono. Le attività
criminose assumono infatti una forma organizzata ovunque vi
siano mercati illegali da sfruttare (droga, prostituzione,
racket, gioco d’azzardo). Le mafie, però, vanno oltre e
tendono ad affermare il controllo sul territorio, divenendo a
volte così potenti da sfidare gli ordinamenti statali. Si
parla di mafie al plurale perché col termine si indicano ormai
le organizzazioni criminali russe, cinesi, sudamericane – i
famosi “cartelli” colombiani – e la Yakuza giapponese. In
Italia viene applicato per riferirsi in generale alle diverse
organizzazioni criminali nate in alcune regioni meridionali:
oltre a Cosa nostra in Sicilia, la ‘ndrangheta calabrese, la
camorra napoletana, la Sacra corona unita in Puglia. Per poter
contrastare efficacemente queste organizzazioni, nel 1982, il
nostro ordinamento ha introdotto la fattispecie giuridica
della “associazione di stampo mafioso”, di cui si avvalsero i
giudici del pool antimafia nel maxiprocesso di Palermo. Cosa
nostra è la più antica di queste associazioni criminali.

Alcune coordinate interpretative


Negli ormai numerosissimi studi dedicati alla mafia, lo
storico Salvatore Lupo individua alcuni filoni interpretativi
principali: 1) la mafia vista come specchio della società
tradizionale, con un’attenzione ai fattori politici, economici
o – più spesso – socio-culturali del territorio; 2) la mafia
vista come impresa o tipo di industria criminale; 3) la mafia
vista come un’organizzazione segreta più o meno centralizzata;
4) la mafia vista come ordinamento giuridico parallelo a
quello dello Stato, ovvero come anti-Stato. I filoni non sono
nettamente distinti e spesso si mescolano fra loro[4].

1) La mafia come specchio della società tradizionale

Appartengono al primo filone, dice Lupo, tutti gli studi che


cercano di inquadrare gli attuali fenomeni mafiosi facendo
ricorso a vecchie categorie storiografiche che descrivevano un
Mezzogiorno otto-novecentesco economicamente e socialmente
immobile, come una società feudale, agraria e latifondistica,
in cui si sono inseriti movimenti contadini contrastati con la
violenza dai mafiosi al soldo dei possidenti agrari. In
realtà, secondo interpretazioni più recenti, la mafia non è
nata tanto dall’arretratezza, quanto piuttosto dalla
modernizzazione economica che si è avuta in alcune zone della
Sicilia nel corso dell’Ottocento, e si è sviluppata non tanto
nelle zone rurali profonde, quanto nella campagna urbanizzata
attorno a Palermo e nelle aree investite dalla domanda di
prodotti, come lo zolfo, inseriti in vasti mercati
internazionali. La mafia non è effetto dello sottosviluppo del
Sud italiano e non è pertanto risolvibile con la “modernità”
(di volta in volta identificata con la riforma agraria,
l’industrializzazione, la scolarità). La persistenza del
fenomeno a dispetto di tutti i mutamenti che hanno investito
il Sud e, anzi, la sua estensione ad aree sempre più vaste del
Mezzogiorno smentisce l’assunto del suo legame con
l’arretratezza economica, ma anche con una presunta tradizione
“arcaica” legata all’antropologia dei siciliani e dei
meridionali in genere.

2) La mafia come industria criminale

Il secondo filone di indagine guarda alla mafia come impresa


criminale. Vi è chi, come Pino Arlacchi, vede la
contrapposizione fra una “vecchia mafia”, fonte di
riconoscimento sociale e garante della società tradizionale, e
una “nuova mafia”, che si sarebbe affermata a partire dagli
anni ’70, interessata solo all’accumulazione capitalistica
determinata dal controllo degli appalti pubblici, del traffico
degli stupefacenti e di altre attività criminali. Secondo la
lettura di Diego Gambetta, invece, la mafia venderebbe da
sempre un “bene” specifico: la protezione. La funzione base
della mafia starebbe dunque nel racket della protezione, che è
però, dice ancora Lupo, protezione/estorsione, dal momento che
è essa stessa all’origine dell’insicurezza da cui pretende poi
di proteggere contadini, piccoli commercianti, imprenditori.
Come ieri la minaccia dei briganti veniva utilizzata per
indurre i proprietari fondiari ad affidare ai mafiosi
l’esercizio dell’impresa agraria, così oggi i negozianti sono
spinti dalla minaccia della rapina, dall’estorsione,
dall’usura, ad accettarli come soci. Si ha così il passaggio
dall’impresa-protezione al controllo dell’impresa tout court.
Vi è da un lato una continua trasformazione di mafiosi in
affaristi, dall’altro una continua trasformazione di imprese
pulite in imprese – genericamente – corrotte o “contigue” alla
mafia. Questo processo biunivoco non è determinato dalle
caratteristiche intrinseche delle attività in questione, ma
dal grado di radicamento dei gruppi mafiosi nei loro contesti,
dal livello di controllo del territorio che essi sanno
esercitare. Da questa base di forza i mafiosi passano anche a
gestire affari illegali (il grande contrabbando, il
narcotraffico) che con la protezione e il controllo
territoriale in se stessi hanno poco a che fare.

3) La mafia come organizzazione segreta

La mafia è un’organizzazione segreta cui si accede con riti di


affiliazione. Ciò che si conosce di essa deriva
necessariamente solo da fonti “interne” (i cosiddetti
“pentiti”). Le informazioni acquisite attraverso le operazioni
di intelligence hanno contribuito a svelarne la struttura
organizzativa, fortemente gerarchizzata. Oggi quasi tutti sono
ormai disposti a riconoscere che le organizzazioni mafiose
sono caratterizzate da continuità temporale (sopravvivono alla
vita dei loro singoli membri), struttura gerarchica, militanza
(con relativo filtro all’ingresso). Ma non è sempre stato
così. L’approccio alla mafia come unicità e non come accumulo
di fenomeni delittuosi slegati gli uni dagli altri è stato il
portato forse maggiore del lavoro investigativo dei magistrati
del pool antimafia. Sulla base del riconoscimento della mafia
in quanto organizzazione unitaria e gerarchica è stato
possibile condannare per la prima volta, nel maxiprocesso di
Palermo, i principali boss mafiosi come mandanti responsabili
della cosiddetta “mattanza”: la “guerra di mafia” che, fra la
fine degli inizi anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80 costò un
numero di vittime imprecisato, compreso fra 400 e 1000 persone
a seconda che si considerino solo i delitti accertati o anche
le vittime della cosiddetta “lupara bianca”.

4) La mafia come ordinamento giuridico

Ricorda Salvatore Lupo che già nel primo dopoguerra il


giurista Santi Romano scriveva:

È noto come, sotto la minaccia delle leggi statuali, vivono


spesso, nell’ombra, associazioni, la cui organizzazione si
direbbe quasi analoga, in piccolo, a quella dello Stato: hanno
autorità legislative ed esecutive, tribunali che dirimono
controversie e puniscono, agenti che eseguono inesorabilmente
le punizioni, statuti elaborati e precisi come le leggi
statuali. Esse dunque realizzano un proprio ordine, come lo
Stato e le istituzioni lecite[5].

Secondo Romano vi sono molti ordinamenti di questo tipo: si


pensi, per esempio, alle associazioni sportive. In alcuni casi
lo Stato è indifferente agli altri ordinamenti, ritenendoli
non dannosi o concorrenziali col proprio, in altri casi questi
ordinamenti sono dichiarati illeciti. Il filone interpretativo
che vede la mafia come ordinamento giuridico antitetico allo
Stato è particolarmente efficace. Proprio come lo Stato cui
si contrappone, la mafia tenta di esercitare un controllo sul
territorio. Qui regolamenta gli affari, leva imposte (ovvero
riscuote tangenti sia sulle attività lecite che su quelle
illegali), produce legittimità e definisce l’illecito
stabilendo regole ed eccezioni, giudica, assolve e punisce,
contendendo allo Stato il monopolio della violenza. Per
realizzare i suoi fini l’organizzazione mafiosa regolamenta le
relazioni all’interno di ogni singolo gruppo, evita la
concorrenza tra i gruppi con il principio di competenza
territoriale e con una serie di clausole e codicilli quando
tale principio non sia applicabile alle situazioni concrete,
prevede accordi ad hoc o strutture federative quando l’insieme
delle norme non sia ancora sufficiente al mantenimento della
pace. Il fatto che la mafia voglia essere un sistema giuridico
non significa però che esso riesca a regolamentare veramente
le relazioni al suo interno e quelle all’esterno di sé. Prova
ne sia la feroce escalation terroristica a danno di
magistrati, poliziotti, politici onesti e politici collusi,
iniziata con la “guerra di mafia” ricordata poc’anzi.

Cenni sulla storia della mafia

Le origini
Tralasciando alcune dubbie ricostruzioni che vorrebbero far
risalire le origini di Cosa Nostra alla setta dei Beati Paoli
nella Palermo del XII secolo, la nascita della mafia si può
ricondurre al periodo di transizione fra la fine del Regno
borbonico e l’Unità d’Italia, quando il nuovo Stato italiano
fallì nell’assunzione del controllo del territorio e del
monopolio della forza in Sicilia. Un fallimento che favorì
l’ascesa di un gruppo di faccendieri che si propose ai
proprietari terrieri quali custodi dell’ordine sociale. Non si
trattò, come sottolineano gli studi storici più recenti,
dell’esito di una insanabile arretratezza, ma piuttosto
l’adattamento distorto a una modernizzazione che apriva
opportunità di grandi profitti, particolarmente nel campo
della produzione e commercializzazione degli agrumi:

Se dobbiamo credere alle fonti di cui disponiamo – e nella


storia di una società segreta come la mafia si tratta,
inevitabilmente, di un grosso “se” – la setta nacque
nell’entroterra di Palermo quando i più energici e
intelligenti tra i banditi, i membri dei “partiti”, i
gabellotti, i contrabbandieri, i ladri di bestiame, i
guardiani delle tenute, gli agricoltori e gli avvocati si
unirono per specializzarsi nell’industria della violenza e
sperimentare insieme un metodo per accumulare potere e
ricchezza che fu perfezionato nel business degli agrumi. […]
La setta diventò la mafia quando il nuovo Stato italiano fece
i suoi maldestri tentativi per reprimerla. Così al più tardi
intorno al 1875, perlomeno nell’area di Palermo, le componenti
più importanti del metodo della mafia avevano ormai messo
salde radici. La mafia aveva i suoi racket della protezione e
le sue potenti amicizie politiche; e aveva altresì la sua
struttura cellulare, il suo nome, i suoi rituali, e uno Stato
inaffidabile come concorrente[6].

Gli affari criminali


Nel corso del tempo, con le medesime modalità operative di
protezione/estorsione, la mafia si è interessata a diversi
“rami d’attività”. In principio vi furono le industrie di
prodotti di esportazione: limoni (ricercati come rimedi allo
scorbuto sulle navi inglesi) e zolfo (materia prima essenziale
per la lavorazione di svariati prodotti industriali, dagli
anticrittogamici alla carta, dai pigmenti colorati agli
esplosivi). Gli agrumeti ottocenteschi erano attività
produttive moderne, che esigevano massicci investimenti, ma
erano anche altamente vulnerabili: “l’ambiente perfetto per i
racket mafiosi della protezione/estorsione”[7]. Più
tradizionali erano invece altre attività illecite: il
contrabbando di frumento e di derrate alimentari ai danni
degli uffici doganali di Palermo e l’abigeato, il traffico e
la macellazione di bestiame clandestina. Il mercato dei
prodotti alimentari è anche l’attività con cui Cosa nostra
sbarca negli Stati Uniti, dove si fa strada nei
taglieggiamenti ai danni di sindacati e imprenditori, ma anche
nella produzione e smercio di alcolici ai tempi del
proibizionismo e, più tardi, negli anni ’40-’50 del Novecento,
nella gestione del gioco d’azzardo. Il secondo dopoguerra si
caratterizza per l’ingresso massiccio nella speculazione
edilizia: i mafiosi iniziano a “tener d’occhio” i cantieri,
esattamente come in passato avevano fatto con i limoneti e si
pongono come intermediari verso il ceto politico per
l’ottenimento/revoca delle concessioni edilizie. Negli stessi
anni Cosa nostra entra nel contrabbando di sigarette, nel
racket dei sequestri di persona – entrambi con fulcro a Napoli
– e nel traffico di stupefacenti. Gli affari sono talmente in
crescita da generare forti rivalità interne, al punto che è
solo allora che si perviene alla istituzione di una sorta di
vertice dell’organizzazione, la cosiddetta Commissione (o
Cupola), al cui “statuto” lavorano criminali del rango di
Gaetano Badalamenti, Salvatore Greco e Tommaso Buscetta. Le
rivalità crescenti in seno alla mafia per il controllo di
queste lucrose attività portano, in due distinte riprese, a
sanguinosi regolamenti di conti. Una “prima guerra di mafia”
(1962-1969) scoppia, sembra, per una truffa relativa ad una
partita di eroina. La “seconda guerra di mafia” inizia invece
sul finire degli anni ’70 per la volontà del clan dei
Corleonesi di assumere il controllo dell’intera organizzazione
criminale palermitana. Gli omicidi si susseguono in
continuazione e, oltre ai mafiosi, sotto i colpi della
criminalità cadono uomini politici (come Piersanti Matterella
e Pio La Torre), magistrati (come Rocco Chinicci), forze
dell’ordine (compreso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa).
È dopo la morte di Rocco Chinnici che decide di trasferirsi a
Palermo il giudice Antonino Caponnetto, che dà vita al pool
antimafia e a un metodo di lavoro che rappresenta una svolta
nella secolare lotta dello Stato contro la mafia.

La lotta alla mafia tra repressione poliziesca e


inchieste giudiziarie
Organizzazione e metodi di Cosa nostra sono state descritte e
denunciate praticamente sin dalla nascita da numerosi studi,
inchieste giudiziarie, commissioni parlamentari (gli storici
ricordano gli scritti del barone Nicolò Turrisi Colonna del
1864, del dottor Galati del 1872, gli atti della Commissione
parlamentare d’inchiesta del 1875-1877, il rapporto di
Leopoldo Franchetti del 1877 e del questore Sangiorgi del
1898). Le campagne repressive avviate con una certa frequenza
nella seconda metà dell’Ottocento – l’invio di militari nel
1865 a seguito della richiesta del prefetto Gualtiero a
Palermo, la campagna antimafia a Nicotera nel 1876-1877, la
repressione della Fratellanza di Favara che controllava
l’industria dello zolfo (200 arresti) nel 1883 – si sono
rivelate sempre scarsamente efficaci, da un lato per la loro
occasionalità (è sempre mancata un’azione continua),
dall’altro perché tendenti a voler affermare il controllo
dello Stato sul territorio non solo rispetto alle
organizzazione criminali, ma anche al dissenso politico e alle
rivendicazioni sociali del mondo contadino (repressione dei
Fasci siciliani). Anche nell’azione di Cesare Mori (il famoso
“prefetto di ferro”, artefice, fra le due guerre mondiali,
della più capillare ed efficace opera di contrasto che la
mafia stessa ricordi), all’arresto e alla spedizione al
confino di numerosi mafiosi si è accompagnata la repressione
del dissenso al fascismo.

Per il secondo dopoguerra anche i libri di testo scolastici


ricordano il rinvigorimento della mafia durante il nuovo
difficile momento di transizione politica. La mafia si insinua
nelle istituzioni durante l’occupazione alleata della Sicilia
e nei movimenti che segnano il difficile passaggio alla
democrazia postbellica (si veda la vicenda di Salvatore
Giuliano). Se il connubio fra affari criminali e politica
caratterizza fin dalle origini la storia della mafia, nel
secondo dopoguerra l’intreccio si radica ancora di più.
Ripartono inchieste giudiziarie e parlamentari, ma lo Stato
fatica a trovare il modo per contrastare il fenomeno. Sarà
proprio il lavoro del pool antimafia a determinare una svolta:
sulla base del riconoscimento della unitarietà dei delitti di
mafia e della attendibilità – grazie al paziente riscontro
investigativo di ogni singola affermazione – dei racconti dei
cosiddetti “pentiti”, si arriva al maxiprocesso e relative
condanne. Contemporaneamente vengono affinati strumenti
giuridici come il riconoscimento del reato di “associazione di
tipo mafioso”, il sequestro dei beni di mafia, nuove norme
antiriciclaggio, regole sull’utilizzo delle intercettazioni
telefoniche, il potere di scioglimento delle amministrazioni
comunali per infiltrazione mafiosa e, dopo le morti di
Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Antonio Borsellino (19
luglio 1992), la creazione della Direzione Investigativa e
della Direzione Nazionale Antimafia (delineate dallo stesso
Falcone durante il periodo in cui fu Direttore degli Affari
penali presso il Ministero di Grazia e giustizia), attualmente
a capo rispettivamente del coordinamento delle forze
dell’ordine e delle procure territoriali nella lotta alla
mafia e alla criminalità organizzata in genere.

Conclusione
Molti degli eventi richiamati in queste ultime righe sono
“memoria” per la maggior parte di noi insegnanti. Questo
genera l’impressione di conoscere bene il fenomeno, ma la
ripetitività delle dinamiche di intimidazione e violenza
mafiose ostacola la narrazione storica. Citando ancora
Salvatore Lupo:

Le transazioni mafiose hanno sempre più o meno la stessa


dinamica. C’è il meccanismo della protezione/estorsione, nella
quale non si capisce mai se prevalga il primo o il secondo
termine del binomio, se l’imprenditore sia vittima o complice
dei mafiosi. C’è la costruzione di un complesso sistema di
regolamenti interni, codici e codicilli, che vale a sancire la
solidarietà interna della cosca o famiglia mafiosa. C’è la
violazione di quelle regole che porta a usare la violenza
intestina, giustificata con argomentazioni di varia natura, ma
intesa sempre ad affermare la supremazia di una fazione sulle
altre. In altre parole, c’è il problema che una storia non può
ridursi a un’eterna ripetizione con un’infinita
sovrapposizione di casi e di nomi; ma neppure a una serie di
exempla astratti, che collocano i fenomeni sociali fuori dal
tempo e dallo spazio […] [L]a storia della mafia è fatta
proprio da relazioni tra persone in luoghi specifici, da
genealogie e signorie territoriali di lungo periodo[8].

Lo studio di caso a seguire si è ancorato, come anticipato in


premessa, alla Palermo degli anni del maxiprocesso per tentare
di approcciare i ragazzi a un tema complesso, che impegna
ancora Stato e collettività.

Bibliografia
La bibliografia in tema di mafia e Cosa nostra è pressoché
sterminata. Per l’inquadramento storico del fenomeno e per la
costruzione dello studio di caso sono risultati
irrinunciabili:

Salvatore Lupo, Storia della mafia. La criminalità


organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri,

Roma, Donzelli, 20043.


Salvatore Lupo, Potere criminale. Intervista sulla
storia della mafia, a cura di Gaetano Savatteri, Roma-
Bari, Laterza, 2010
John Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana,
Roma-Bari, Laterza, 2005
Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa
Nostra, Milano, Fabbri editore-RCS, 1995

Sitografia
Il sito
http://www.camera.it/_bicamerali/leg15/commbicantimafia/
contiene cronologia, bibliografia, filmografia, glossario,
rimandi sitografici sulla mafia, aggiornati al 2007

Notizie sull’attuale Commissione bicamerale antimafia sono


reperibili sul sito istituzionale:
http://parlamento17.camera.it/127

La legislazione antimafia adottata in Italia nel secondo


dopoguerra si trova in:

http://www.avvisopubblico.it/osservatorio/contenuti-dellosserv
atorio/attivita-legislativa/leggi-approvate/la-legislazione-
antimafia-cenni-storici/

e per quest’ultima legislatura in:

Le leggi di contrasto della criminalità organizzata e dei


fenomeni corruttivi approvate nella XVII legislatura

Interessante e ricco di informazioni, bibliografie ragionate,


dossier sulla mafia è il sito: http://www.wikimafia.it, da
cui si può accedere a tutta la documentazione relativa agli
atti processuali del maxiprocesso di Palermo

Per un resoconto aggiornato dell’attuale diffusione e


organizzazione delle criminalità organizzata sono disponibili
online le relazioni semestrali della Direzione Investigativa
Antimafia al sito:
http://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/page/rel
azioni_semestrali.html

Innumerevoli filmati di trasmissioni televisive dedicata alla


mafia, al maxiprocesso, alle figure di Falcone e Borsellino e
video relativi alle stragi di Capaci e di via d’Amelio e agli
avvenimenti a seguire (i funerali di Falcone con le parole
della vedova dell’agente Schifani, le manifestazioni a Palermo
successive alle stragi) sono reperibili su Youtube.

Parte per gli allievi: Testo, documenti e esercizi


Testo
LO STATO CONTRO COSA NOSTRA: LA LOTTA ALLA MAFIA E IL
MAXIPROCESSO DI PALERMO

La mafia siciliana, chiamata anche Cosa nostra, è


un’organizzazione criminale nata in Sicilia nel corso
dell’Ottocento. Nella prima metà del Novecento estende la sua
attività illecita dal suo luogo d’origine al resto d’Italia,
agli Stati Uniti e al Canada. Questa organizzazione si basa su
una struttura gerarchica ben definita, attraverso la quale
controlla quartieri, città, province e intere regioni. I
mafiosi pretendono denaro da commercianti, agricoltori,
imprenditori promettendo di ‘proteggerli’. Chi rifiuta questa
‘protezione’ viene minacciato, picchiato o addirittura ucciso.
Nei territori sotto il suo controllo la mafia si comporta come
una autorità “statale”, alla quale rivolgersi per avere
giustizia e lavoro. Nella seconda metà del Novecento, Cosa
nostra inizia ad interessarsi alle speculazioni edilizie e al
commercio di stupefacenti. Per assumere il controllo di queste
lucrose attività, tra i diversi gruppi mafiosi scoppia una
sanguinosa lotta intestina (1970-1980). In questa “guerra”
cadono, oltre a centinaia di mafiosi, uomini delle forze
dell’ordine, giornalisti, politici onesti e politici corrotti,
magistrati e persino sacerdoti. Lo Stato reagisce emanando
leggi che, per la prima volta, riconoscono il reato di
“associazione a carattere mafioso” e permettono il sequestro
dei beni della mafia. A Palermo si forma il cosiddetto “pool
antimafia”, un gruppo di magistrati che si pone l’obiettivo di
indagare sui delitti, considerandoli non come episodi singoli,
ma come parte di uno stesso disegno criminale. Il lavoro di
indagine si avvale delle confessioni di alcuni mafiosi – i
cosiddetti “pentiti” – che decidono di collaborare con la
giustizia e di spiegare organizzazione e fini di Cosa nostra.
Le informazioni acquisite conducono a numerosi arresti. Gli
indagati vengono processati tutti insieme in una aula bunker
appositamente costruita nel carcere di Palermo. Il processo,
iniziato il 10 febbraio 1986, si conclude il 16 dicembre 1987
con 19 ergastoli, 342 condanne, 2.665 anni di carcere, 11
miliardi e mezzo di lire di multe e 144 assoluzioni. Viene
chiamato anche “maxiprocesso” perché vede imputate 475 persone
per reati legati alla criminalità organizzata: associazione a
delinquere di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, decine
di delitti e una serie di reati minori. Il maxiprocesso di
Palermo è considerato come la prima importante vittoria nella
lotta alla mafia da parte dello Stato. Fra i magistrati
impegnati in prima linea nell’accusa vi sono i giudici Paolo
Borsellino e Giovanni Falcone. La mafia, colpita duramente
dagli esiti del processo e dal loro impegno, reagisce
eliminandoli con straordinaria violenza. Ma li trasformò, suo
malgrado, in “eroi civili”. Dopo quegli anni di stragi, la
mafia è tornata ad agire segretamente. La lotta contro Cosa
nostra continua.

DOCUMENTI
Documento 1

Caratteristiche della mafia

La mafia siciliana persegue il potere e il denaro coltivando


l’arte di uccidere e di farla franca, e organizzandosi in
maniera peculiare, unica, che combina gli attributi di uno
Stato ombra, di una società d’affari illegale e di una società
segreta cementata dal giuramento, come la massoneria. Cosa
Nostra assomiglia a uno Stato perché punta al controllo del
territorio. […] Per una Famiglia mafiosa i racket del pizzo
sono ciò che le tasse sono per un governo legale. La
differenza sta nel fatto che la mafia cerca di “tassare” tutte
le attività economiche, non importa se legali o illegali […]
Come uno Stato, la mafia si arroga altresì il diritto di vita
e di morte sui suoi sudditi. Cosa Nostra è una società
d’affari perché cerca di realizzare un profitto – sia pure
ricorrendo all’intimidazione […]. Cosa Nostra è una società
segreta esclusiva perché ha bisogno di selezionare i suoi
affiliati con grande attenzione, e d’imporre restrizioni al
loro comportamento in cambio dei vantaggi dell’appartenenza
all’organizzazione. Ai suoi membri Cosa Nostra chiede
soprattutto di essere discreti, obbedienti e spietati nell’uso
della violenza.

(John Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Roma-


Bari, Laterza, 2005, pp. XXIV-XXV)

Documento 2

L’organizzazione di Cosa nostra

La cellula base di Cosa Nostra è la “famiglia” con i suoi


valori tradizionali: onore, rispetto dei vincoli di sangue,
fedeltà, amicizia… Può contare anche duecento o trecento
membri, ma la media è di circa cinquanta. Ogni famiglia
controlla un suo territorio dove niente può avvenire senza il
consenso preventivo del capo. Alla base vi è l’uomo d’onore, o
il soldato, che ha un suo peso nella famiglia
indipendentemente dalla carica che vi può ricoprire […]. I
soldati eleggono il capo, che chiamano rappresentante, in
quanto tutela gli interessi della famiglia nei confronti di
Cosa Nostra. L’elezione si svolge a scrutinio segreto ed è
preceduta da una serie di sondaggi e di contatti. Quasi sempre
l’elezione conferma all’unanimità il candidato prescelto. Una
volta eletto, questi nomina un vice e a volte anche uno o più
consiglieri. Tra capo e soldato si situa il capo decina. Tutto
ciò pone in rilievo quanto gerarchizzata sia la mafia. Altro
livello gerarchico: i capi delle diverse famiglie di una
medesima provincia (Catania, Agrigento, Trapani…) nominano il
capo di tutta la provincia, detto rappresentante provinciale.
Questo vale per tutte le province con l’eccezione di Palermo,
dove più famiglie contigue su uno stesso territorio (in genere
tre) sono controllate da un “capo mandamento”, una specie di
capo zona, che è anche membro della famosa Commissione o
Cupola provinciale. A sua volta questa Cupola nomina un
rappresentante alla Commissione regionale, composta di tutti i
responsabili provinciali di Cosa Nostra: è questo il vero e
proprio organo di governo dell’organizzazione. Gli uomini
d’onore la chiamano anche la “Regione”, con riferimento
all’unità amministrativa. La Regione emana i “decreti”, vota
le “leggi” (come per esempio quella che proibisce i sequestri
di persona in Sicilia), risolve i conflitti tra le varie
province. Prende inoltre tutte le decisioni strategiche.

(Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra,


Milano, Fabbri editore-RCS, 1995, p. 101)

Documento 3

Gli attuali “mandamenti” della città di Palermo

Documento 4

L’attività di Cosa nostra secondo il “pentito” Buscetta

Fino all’inizio degli anni ‘80 eravamo vere e proprie autorità


pubbliche. Facevamo rispettare i contratti e le leggi. Chi si
riteneva danneggiato in un qualche suo interesse si rivolgeva
a noi invece che alla polizia o ai tribunali. L’uomo d’onore –
si trattasse di un carico di merce non pagata, di un prestito
non restituito, di un furto o di una truffa – risolveva una
controversia nel giro di poche settimane invece che in
parecchi anni o addirittura mai; e questo era dovuto al fatto
di possedere, in primo luogo, le informazioni giuste. Se un
soldato o un capodecina di una certa famiglia riceveva
l’incarico di rintracciare gli autori di un furto di
un’automobile sapevano già a chi rivolgersi. Conoscevano i
ladri e i ricettatori di quel dato rione e si davano da fare
per recuperare l’automobile. […] Il mafioso non chiedeva un
compenso, né tratteneva una percentuale sul valore dei beni
recuperati. L’individuo che aveva ricevuto il favore gli
sarebbe rimasto grato e obbligato per il futuro. All’uomo
d’onore non sarebbero mancate le occasioni di chiedere a sua
volta un piacere alla persona beneficiata. […] Negli anni ’80
il potere dell’uomo d’onore si è basato sulla forza. Ma
all’epoca di cui stiamo parlando si fondava sulla capacità di
servire la gente, sulla sua reputazione di persona capace di
«aggiustare» le situazioni degli altri e di intercedere in
loro favore anche presso i poteri pubblici. All’inizio degli
anni ’60 ero noto a Palermo come una persona alla cui porta si
poteva bussare tranquillamente per chiedere aiuto nella
soluzione di una lite, nella ricerca di un impiego, per
ottenere la concessione di una licenza. A un certo punto per
me era diventato quasi un problema uscire di casa la mattina:
trovavo decine di persone ad aspettarmi fuori dall’uscio. C’è
stato perfino qualche poliziotto che è venuto da me a
chiedermi il piacere di fargli ottenere l’appartamento di una
casa popolare.

(Testimonianza di Tommaso Buscetta tratta da: Pino Arlacchi,


Addio Cosa Nostra: la vita di Tommaso Buscetta, Rizzoli,
Milano 1994)

Documento 5

L’attività di Cosa nostra

Il mafioso vende un “bene” specifico, la protezione, in un


contesto storico, quello siciliano o meridionale, in cui
difetta la fiducia […] In questo senso il cuore del problema,
la funzione base, è identificabile nel racket, che tutela un
istituto legale, l’impresa, usando, per garantirsi il
monopolio, la violenza, cioè l’intimidazione verbale e quella
fisica dei ladri, dei traditori, dei testimoni, dei
concorrenti […] La mafia d’ordine presuppone sempre un
disordine da organizzare […] e dunque in larga misura è
proprio la mafia a creare l’insicurezza di cui usufruisce,
sicché si può dire che la sua unica funzione sia quella che
essa stessa determina, visto anche che la criminalità comune
costituisce la base di reclutamento delle cosche. […]

Chi ha le chiavi della sicurezza, l’amico dei mafiosi o il


mafioso stesso, è il più adatto a entrare in un mercato come
quello ottocentesco della gabella del latifondo, ovvero della
mediazione commerciale nella zona agrumaria del Palermitano,
oppure delle subconcessioni edilizie del Novecento. Come ieri
la minaccia dei briganti veniva utilizzata per indurre i
proprietari fondiari ad affidare ai mafiosi l’esercizio
dell’impresa agraria, così oggi i negozianti sono spinti dalla
minaccia della rapina, dall’estorsione, dall’usura, ad
accettarli come soci. Si ha così il passaggio dall’impresa-
protezione al controllo dell’impresa tout court […] da un lato
una continua trasformazione di mafiosi in affaristi,
dall’altro una continua trasformazione di imprese pulite in
imprese – genericamente – corrotte o “contigue” alla mafia.
Questo processo biunivoco non è determinato dalle
caratteristiche intrinseche delle attività in questione, ma
dal grado di radicamento dei gruppi mafiosi nei loro contesti,
dal livello di controllo del territorio che essi sanno
esercitare. Da questa base di forza i mafiosi passano anche a
gestire affari illegali (il grande contrabbando, il
narcotraffico) che con la protezione e il controllo
territoriale in se stessi hanno poco a che fare.

(Salvatore Lupo, Storia della mafia. La criminalità


organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Roma,
Donzelli, 2004, pp. 26-27e 30)

Documento 6

Il Codice penale introduce il reato di associazione di tipo


mafioso

Chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata


da tre o più persone, è punito con la reclusione da tre a sei
anni.

Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione


sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da quattro a nove
anni.

L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno


parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo
associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà
che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo
diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di
attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni,
appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o
vantaggi ingiusti per sé o per altri.

(Articolo 416 bis, introdotto con la legge n. 646 del 13


settembre 1982)

Documento 7

L’importanza dei “pentiti” nella lotta alla mafia

Il nostro pentito, Tommaso Buscetta, non era piovuto dal cielo


[…] Prima di lui non avevo – non avevamo – che un’idea
superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo
incominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime
conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento,
sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato la
chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È
stato per noi come un professore di lingue che ti permette di
andare dai turchi senza parlare a gesti. Oserei dire che,
quanto al contenuto delle loro rivelazioni, altri pentiti
hanno avuto un’importanza forse maggiore di Buscetta, ma lui
solo ci ha insegnato un metodo, qualcosa di decisivo, di
grande spessore. Senza un metodo non si capisce niente. Con
Buscetta ci siamo accostati all’orlo del precipizio, dove
nessuno si era voluto avventurare, perché ogni scusa era buona
per rifiutare di vedere, per minimizzare, per spaccare il
capello (e le indagini) in quattro, per negare il carattere
unitario di Cosa Nostra […] Buscetta mi ha fornito le
coordinate che mi hanno permesso di mettere a punto un metodo
di lavoro che si riassume in pochi concetti: dobbiamo
rassegnarci a indagini molto ampie; a raccogliere il massimo
di informazioni utili e meno utili; a impostare le indagini
alla grande agli inizi per potere poi, quando si hanno davanti
i pezzi del puzzle, costruire una strategia”

(Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra,


Milano, Fabbri editore-RCS, 1995, pp. 41-42)

Documento 8

Il lavoro del pool antimafia

Professionalità significa innanzitutto adottare iniziative


quando si è sicuri dei risultati ottenibili. Perseguire
qualcuno per un delitto senza disporre di elementi
irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza significa fare
un pessimo servizio. Il mafioso verrà rimesso in libertà, la
credibilità del magistrato ne uscirà compromessa e quello
dello Stato peggio ancora. Meglio è, dopo aver indagato su
numerose persone, accontentarsi di perseguire solo quelle due
o tre raggiunte da sicure prove di reità […]. Posso affermare
che il maggior risultato raggiunto dalle indagini condotte a
Palermo negli ultimi 10 anni consiste proprio in questo: avere
privato la mafia della sua aurea di impunità e invincibilità.
Anche quando i condannati al maxiprocesso verranno messi in
libertà, rimarrà comunque acquisito un risultato, che la mafia
può essere trascinata in tribunale e che i suoi capi possono
essere condannati. […] La professionalità consiste
nell’evitare le trappole. Non sempre chi stava attorno a me ha
visto nella giusta luce l’attenzione pignola che dedicavo al
problema della mia sicurezza: ritengo che si tratti della
regola numero uno, quando si ha il compito di combattere la
mafia. Si è favoleggiato sulle mie scorte, sul mio gusto del
mistero, sulla clandestinità della mia vita, sulla garitta
davanti alla mia abitazione. E’ stato scritto che mi spostavo
da un bunker a un altro, dal Palazzo di Giustizia alle carceri
e dalle carceri alla mia prigione personale: la mia casa.
Qualcuno ha pensato forse che attribuissi troppa importanza a
questi problemi. Non sono d’accordo. Conosco i rischi che
corro facendo il mestiere che faccio e non credo di dover fare
un regalo alla mafia offrendomi come facile bersaglio. Noi del
pool antimafia abbiamo vissuto come forzati: sveglia all’alba
per studiare i dossier prima di andare in tribunale, ritorno a
casa a tarda sera. Nel 1985 io e Paolo Borsellino siamo andati
in “vacanza” in una prigione, all’Asinara, in Sardegna per
stendere il provvedimento conclusivo dell’istruttoria del
maxiprocesso […] Professionalità nella lotta alla mafia
significa anche avere la consapevolezza che le indagini non
possono essere monopolio di un’unica persona, ma frutto di un
lavoro di gruppo. L’eccesso di personalizzazione è il
pericolo maggiore delle forze antimafia, dopo la
sottovalutazione dei rischi […] Si muore generalmente perché
si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si
muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze,
perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i
servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a
proteggere.

(Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra,


Milano, Fabbri editore-RCS, 1995, p. 155)

Documento 9

Il lavoro di contrasto alla mafia continua


Siamo […] nei primi anni ’90 quando la D.I.A. prende vita su
ispirazione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,
che ben avevano compreso come solo la perfetta integrazione
tra le varie Forze di Polizia avrebbe potuto contrastare le
mafie, spesso caratterizzate da accese conflittualità interne,
ma di certo ben compatte nell’inquinare il tessuto sociale,
economico e produttivo nazionale e internazionale. Da quegli
anni in poi – quelli delle stragi – molto è stato fatto sul
piano culturale e normativo nella lotta alla criminalità
organizzata, le cui radici hanno tuttavia attecchito così in
profondità nel Paese che ad ogni tentativo di estirpazione
sembra corrispondere, su altri territori o settori economici,
una nuova inflorescenza. […] È la coscienza collettiva,
infatti, il vero motore che può affrancare il Paese dalle
mafie, cui deve corrispondere, da parte delle Istituzioni, lo
sforzo di fare quadrato contro una minaccia che, pur nelle
diverse declinazioni, appare senza dubbio unitaria.

(Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento, Attività


svolta e risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa
Antimafia, 2° semestre 2015, p. 5)

Documento 10

La strage di Capaci
PALERMO. La mafia ha ammazzato ieri a Palermo il giudice
Giovanni Falcone, 53 anni, in un feroce agguato a pochi
chilometri da Palermo. Una tonnellata di esplosivo, collocata
ai bordi dell’autostrada tra Punta Raisi e il capoluogo, ha
sventrato le due carreggiate nel momento in cui transitavano
la Croma del magistrato e le auto della scorta. Tre agenti
sono morti, altre persone, tra cui due civili stranieri, sono
rimaste ferite. A tarda sera, in un ospedale di Palermo, è
morta, mentre era sottoposta a intervento chirurgico, anche la
moglie di Falcone, Francesca Morvillo, di 36 anni, consigliere
di Corte d’Appello a Palermo e sorella di un altro magistrato.
Il giudice Falcone, dopo aver diretto il pool antimafia in
Sicilia, dal 1991 era direttore degli affari penali del
ministero di Grazia e Giustizia. Ieri stava rientrando a
Palermo per il fine settimana.
(Prime pagine dei quotidiani “La Stampa” e “La Repubblica”
all’indomani della cosiddetta “strage di Capaci” in cui viene
ucciso il giudice Falcone con la moglie e tre uomini della
scorta)
Documento 11

La strage di via d’Amelio

Sequenza didattica
Il lavoro sui documenti permette agli studenti di approfondire
alcuni aspetti della mafia: le caratteristiche di Stato-ombra,
impresa criminale e organizzazione segreta richiamate nel doc.
1 sono poi illustrate nei doc. 2, 3, 4 e 5. Si riferiscono
invece alla lotta alla mafia i successivi doc. 6, 7, 8 e 9. I
documenti 10 e 11 sono infine dedicati alle stragi in cui
morirono Falcone e Borsellino.

Per un lavoro di due ore è consigliabile evitare gli esercizi


di contestualizzazione e gli approfondimenti sulle stragi
(doc. 10 e 11).

Contestualizzazione
1) Trova nel tuo libro di testo le parti in cui si parla della
mafia e costruisci una breve cronologia dei momenti in cui
questa ha manifestato la propria attività.

2) Cosa nostra non è l’unica organizzazione criminale mafiosa


presente in Italia. Consulta l’indice e guarda le mappe
dell’ultima relazione semestrale della Direzione Investigativa
Antimafia
(http://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/page/re
lazioni_semestrali.html) poi costruisci una tabella che
specifichi i nomi delle diverse organizzazioni e le aree
territoriali sotto il loro controllo.

Rapporto testo/documenti
1) Sottolinea nel testo il passaggio in cui si parla di come è
organizzata Cosa Nostra. Trova il documento in cui viene
spiegata questa organizzazione e prova a rappresentarla
graficamente.
2) Nel testo si parla dell’importanza dei “pentiti” per il
lavoro di indagine dei magistrati del “pool antimafia”. Trova
il documento che conferma questa affermazione e sottolinea le
parti in cui viene spiegato il perché.

3) Il testo si conclude dicendo che la mafia è ancora in


azione, ma che prosegue anche la lotta per contrastarla. Trova
e sottolinea nel documento 9 i passaggi che confermano queste
conclusioni.

Lavoro sui documenti


1) Il documento 1 riporta una citazione dello storico
britannico John Dickie che individua in Cosa nostra tre
caratteristiche specifiche. Individua e sottolinea con colori
diversi le tre caratteristiche e i motivi per cui lo storico
gliele attribuisce.

2) Il documento 3 mostra i “mandamenti” di Palermo. Scegline


uno e riporta i nomi del “mandamento” e delle “famiglie” che
lo controllano.

3) Confronta i documenti 4 e 5. Entrambi parlano delle


attività di Cosa nostra, ma il primo è del “pentito” Tommaso
Buscetta, il secondo dello storico Salvatore Lupo. Trova le
risposte a queste domande: a) come descrive Buscetta
l’attività del mafioso negli anni ’60? b) Buscetta parla di
“uso della forza” solo a partire dagli anni ’80. La sua
affermazione è confermata dallo storico?

4) Nel 1982 viene approvato un articolo del Codice penale che


riconosce il reato di “associazione di tipo mafioso”. Cosa
significa “associazione di tipo mafioso”? Quali reati può
commettere? Trova le informazioni nel documento 6.

5) Il documento 8 riporta una parte della lunga intervista che


il giudice Falcone concesse alla giornalista Marcelle Padovani
nel 1991. Qual è, secondo il giudice Falcone, il maggior
risultato ottenuto col maxiprocesso nella lotta dello Stato
contro la mafia? Il risultato è stato ottenuto grazie a una
grande professionalità del pool antimafia. Falcone spiega in
cosa consiste, per lui, questa professionalità. Individua e
numera progressivamente gli elementi che la caratterizzano.

6) I documenti 10 e 11 sono le prime pagine di quotidiani


nazionali all’indomani degli attentati in cui morirono i
giudici Falcone e Borsellino. Ricava dai titoli e dalla
trascrizione degli articoli le date, i luoghi, le modalità con
cui la mafia uccise i due magistrati.

Integrazione del testo


1) Nei documenti 2 e 7 si fa riferimento ad un famoso
“pentito” di mafia. Trovane il nome e sottolinea le parti in
cui si spiega quale importanza ha avuto nel maxiprocesso. Poi
scrivi un breve testo con le informazioni che hai trovato.

2) Cerca e sottolinea nel testo il passaggio in cui si dice


che Cosa nostra agisce come un’autorità pubblica, poi scrivi
una nota che faccia degli esempi di questa sua funzione tratti
dal racconto di Tommaso Buscetta riportato nel documento 4.

3) Nel testo si parla della “protezione” che i mafiosi


impongono alle attività produttive sul loro territorio. Alcuni
studiosi parlano di vera e propria “industria della
protezione”. Trova il documento che si riferisce a questo
aspetto e prova ad illustrarlo, specificando – rimandando alla
parte del documento che ti permette di sostenere la tua
posizione – se questa “industria” si può far risalire al
passato o se è ancora in funzione.

4) Trova nei documenti i termini specifici relativi al


fenomeno mafioso e, con l’aiuto di un dizionario, costruisci
un piccolo glossario.

Note:
[1] Si tratta, in ordine alfabetico, di Tiziana Bertagnoli,
Irene Biasi, Claudia Ciampa, Marianna Cipriani, Cristiana
Mariotto, Marina Modesti, Cristina Morando, Sandro Silvestri,
Paola Simeoni e Nicoletta Zantedeschi.

[2] Salvatore Lupo, Storia della mafia. La criminalità


organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Roma,

Donzelli, 20043, p. 11.

[3] L’origine del termine è controverso e il suo primo


utilizzo viene fatto risalire a un’opera teatrale intitolata I
mafiusi di la Vicaria. Il termine inizia poi ad essere
impiegato nelle inchieste e negli atti parlamentari volti a
comprendere e contrastare il sistema di criminalità
organizzata che affliggeva alcune zone della Sicilia. Come
specifica ancora una volta Lupo “Di per sé non è molto
interessante sapere da dove derivi il termine mafia, se e in
che eccezione venisse da qualcuno usato prima del 1860; è
invece essenziale il fatto che esso sia utilizzato da tutti
dopo quella data a definire seppur confusamente un rapporto
patologico fra politica, società e criminalità, e che dunque
il momento genetico della nostra storia nazionale e statuale
segni la prima, generica e molto ambigua percezione
dell’esistenza di un problema di questo genere”; ivi, p. 49.

[4] La sintesi dei filoni interpretativi riportata di seguito


è interamente tratta dalla parte introduttiva a Salvatore
Lupo, Storia della mafia cit.

[5] La citazione è riportata anche in Salvatore Lupo, Storia


della mafia cit., p. 44.

[6] John Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana,


Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 52-53.

[7] Ivi, p. 13.

[8] Salvatore Lupo, Potere criminale. Intervista sulla storia


della mafia, a cura di Gaetano Savatteri, Roma-Bari, Laterza,
2010, p. 44.