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giovedì 10 marzo 2011

L'Universo Olografico di Bohm: La realtà non esiste

David Bohm (Wilkes-Barre, 20 dicembre 1917 – Londra, 27 ottobre 1992),


secondo lo scienziato l' universo sarebbe più piccolo della capoccia di uno
spillo.

Nell' ultimo secolo si sono fatti immensi passi avanti nella ricerca scientifica, tanto da spingere i nostri costumi verso un salto vertiginoso che ci ha
portato dalle locomotive a vapore ai computer quantistici di nuova generazione nel giro di cento anni. Questa accellerazione nella ricerca è
continua e non sembra volersi arrestare, avanza talmente veloce che per la maggior parte delle persone e dei sistemi sociali non è facile adattarsi
alle nuove scoperte, sempre più orientate a farci cambiare il modo di interpretare il mondo, l'universo e la nostra vita. Così infatti, la maggior
parte delle persone pensa che dopo Einstein non siano avvenute scoperte sensazionali e che la fisica newtoniana sia sempre la più affidabile per
descrivere la realtà; invece la ricerca avanza, non si ferma mai, trova sempre qualche spunto in più dove indagare ed ogni giorno mette le basi
per una nuova e più corretta visione della realtà.
Invero, è nel 1982, e a tutti noi sembrerà una news, che l' equipe di ricerca ordinata dal fisico Alain Aspect, direttore francese del CNRS (Centre
National de la Recherche Scientifique, la più grande e prominente organizzazione di ricerca pubblica in Francia), effettua uno dei più importanti
esperimenti della storia. Il team scoprì che sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche come gli elettroni, esse sono capaci
di comunicare istantaneamente l' un l' altra a prescindere dalla distanza che le separa, sia che si tratti di un millimetro, che di diversi miliardi di
chilometri. Questo fenomeno portò a due tipi di spiegazioni: o la teoria di Einstein (che esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce)
è da considerarsi errata, oppure più possibilmente le particelle subatomiche sono connesse non-localmente: esiste qualcosa di non tangibile e
visibile che mantiene collegati gli atomi a prescindere dallo spazio (e quindi anche dal tempo?).
La comunità scientifica ufficiale ha reagito con le sue tipiche maniere da matusa (si, perché la comunità scientifica ufficiale è molto scettica ed
antiquata), negando la possibilità di fenomeni che oltrepassino la velocità della luce ma l'esperimento di Aspect rivoluziona totalmente i vecchi
postulati, provando che il legame tra le particelle subatomiche è effettivamente di tipo non-locale.

In questo video viene illustrata la teoria della non-località la quale


confermerebbe le possibilità telepatiche umane.

David Bohm, celebre fisico dell'Università di Londra, sosteneva che le scoperte di Aspect implicassero la non-esistenza della realtà oggettiva. Vale
a dire che, nonostante la sua apparente solidità, l'Universo è in realtà un fantasma, un ologramma gigantesco e splendidamente dettagliato.
Questa intuizione suggerì a Bohm una strada diversa per comprendere la scoperta del gruppo di ricerca francese, si convinse che i l motivo per cui
le particelle subatomiche restano in contatto, indipendentemente dalla distanza che le separa, risiede nel fatto che la loro separazione è un
illusione: ad un qualche livello di realtà più profondo, tali particelle non sono entità individuali ma estensioni di uno stesso "organismo"
fondamentale.

Sempre secondo il fisico americano, se le particelle ci appaiono separate è perché siamo capaci di vedere solo una porzione della loro realtà, esse
non sono "parti" distinte bensì sfaccettature di un' unità più profonda e basilare; poiché ogni cosa nella realtà fisica è costituita da queste
"immagini", ne consegue che l' universo stesso è una proiezione, un' ologramma. Se l' esperimento delle particelle mette in luce che la loro
separazione è solo apparente, significa che ad un livello più profondo tutte le cose sono infinitamente collegate: "Gli elettroni di un atomo di
carbonio nel cervello umano sono connessi alle particelle subatomiche che costituiscono ogni salmone che nuota, ogni cuore che batte ed ogni
stella che brilla nel cielo. Tutto compenetra tutto. Ogni suddivisione risulta necessariamente artificiale e tutta la natura non è altro che un'
immensa rete ininterrotta."

Bohm e Jiddu Krishnamurti, il fisico ebbe diversi confronti con il profeta apolide tra i quali venne registrato il documentario "The Future of the
Humanity". Questa capacità dello scienziato di mischiare filosofia e scienza è la base necessaria per sfruttare al massimo le funzionalità dei due
lobi temporali.

In un universo olografico neppure il tempo e lo spazio sarebbero più dei principi fondamentali, poiché concetti come la "località" vengono infranti
in un universo dove nulla è veramente separato dal resto: anche il tempo e lo spazio tridimensionale dovrebbero venire interpretati come semplici
proiezioni di un sistema più complesso.
Al suo livello più profondo la realtà non è altro che una sorta di super-ologramma dove il passato, il presente ed il futuro coesistono
simultaneamente; questo implica che, avendo gli strumenti appropriati, un giorno potremmo spingerci entro quel livello della realtà e cogliere
delle scene del nostro passato da lungo tempo dimenticato. Cos’altro possa contenere il super-ologramma resta una domanda senza risposta.
In via ipotetica, ammettendo che esso esista, dovrebbe contenere ogni singola particella subatomica che sia, che sia stata e che sarà, nonché ogni
possibile configurazione di materia ed energia: dai fiocchi di neve alle stelle, dalle balene grigie ai raggi gamma. Dovremmo immaginarlo come
una sorta di magazzino cosmico di Tutto ciò che Esiste.
Bohm si era addirittura spinto a supporre che il livello super-olografico della realtà potrebbe non essere altro che un semplice stadio intermedio
oltre il quale si celerebbero un’infinità di ulteriori sviluppi. Poiché il termine ologramma si riferisce di solito ad una immagine statica che non
coincide con la natura dinamica e perennemente attiva del nostro universo, Bohm preferiva descrivere l’universo col termine "olomovimento".
Affermare che ogni singola parte di una pellicola olografica contiene tutte le informazioni in possesso della pellicola integra significa
semplicemente dire che l’informazione è distribuita non-localmente. Se è vero che l’universo è organizzato secondo principi olografici, si suppone
che anch’esso abbia delle proprietà non-locali e quindi ogni particella esistente contiene in se stessa l’immagine intera.
Partendo da questo presupposto si deduce che tutte le manifestazioni della vita provengono da un’unica fonte di causalità che include ogni atomo
dell’universo. Dalle particelle subatomiche alle galassie giganti, tutto è allo stesso tempo parte infinitesimale e totalità di "tutto".

Come funziona un' ologramma

Qui sopra vediamo come si realizza l'ologramma. Un fascio di luce laser viene sdoppiato: una parte è inviata direttamente sulla lastra, mentre
l'altra parte del fascio è diffusa dall'oggetto, prima di cadere sulla lastra. Nel percorrere tragitti diversi, le due componenti del fascio si sfasano
l'una rispetto all'altra e, ricongiungendosi, producono una figura di interferenza che viene registrata sulla pellicola sotto forma di ologramma. Ad
occhio nudo sulla lastra non è visibile alcuna immagine, solo una retinatura di linee sottilissime e iridescenti.
Per riprodurre l'ologramma lo osserviamo con la luce laser, proiettandone un fascio sulla lastra. Apparentemente a mezz'aria l'osservatore vede
formarsi l'immagine tridimensionale, attorno alla quale si può anche girare per osservarla da tutti i punti di vista, proprio come se fosse un
oggetto reale.

Su una stessa lastra possono essere registrati moltissimi diversi ologrammi, semplicemente variando l'angolo di incidenza del laser, e allo stesso
modo essi possono essere letti separatamente.

Infine qua sopra vediamo che l'informazione registrata (in questo caso l'immagine della mela) è distribuita su tutta la lastra. Infatti da ogni sua
più piccola parte è possibile riavere l'informazione originale, anche se in tal caso si verifica una certa perdita d'informazione, inversamente
proporzionale alla grandezza della parte letta.

Lavorando nel campo della ricerca sulle funzioni cerebrali, anche il neurofisiologo Karl Pribram, dell'Università di Stanford, si è convinto della
natura olografica della realtà. Numerosi studi, condotti sui ratti negli anni '20, avevano dimostrato che i ricordi non risultano confinati in
determinate zone del cervello: dagli esperimenti nessuno però riusciva a spiegare quale meccanismo consentisse al cervello di conservare i ricordi,
fin quando Pribram non applicò a questo campo i concetti dell'olografia. Egli ritiene che i ricordi non siano immagazzinati nei neuroni o in piccoli
gruppi di neuroni, ma negli schemi degli impulsi nervosi che si intersecano attraverso tutto il cervello, proprio come gli schemi dei raggi laser che
si intersecano su tutta l'area del frammento di pellicola che contiene l'immagine olografica.
Karl H. Pribram è un medico neurochirurgo austriaco, professore di psichiatria e psicologia in varie università americane, tra cui la Stanford
University e la Georgetown University.

Quindi il cervello stesso funziona come un ologramma e la teoria di Pribram spiegherebbe come il cervello riesca a contenere una tale quantità di
ricordi in uno spazio così limitato. Quello umano può immagazzinare circa 10 miliardi di informazioni, durante la durata media di una vita
(approssimativamente l'equivalente di cinque edizioni dell'Enciclopedia Treccani). Di contro si è scoperto che su un ologramma possono coesistere
moltissime registrazioni, infatti semplicemente cambiando l'angolazione con cui due raggi laser colpiscono una pellicola fotografica, si possono
accumulare miliardi di informazioni in un solo centimetro cubico di spazio.
La nostra stupefacente capacità di recuperare velocemente una qualsivoglia informazione dall'enorme magazzino cerebrale risulta spiegabile più
facilmente, supponendone un funzionamento secondo principi olografici. Inutile, quindi, scartabellare nei meandri di un gigantesco archivio
alfabetico cerebrale, perché ogni frammento di informazione sembra essere sempre istantaneamente scansione di un cervello umano correlato a
tutti gli altri: si tratta forse del massimo esempio in natura di un sistema a correlazione incrociata. Nell'ipotesi di Pribram si analizza la capacità del
cervello di tradurre la valanga di frequenze luminose, sonore, ecc. ricevute tramite i sensi, nel mondo concreto delle percezioni. Codificare e
decodificare frequenze è esattamente quello che un ologramma sa fare meglio, fungendo da strumento di traduzione per convertire un ammasso
di frequenze prive di significato in una immagine coerente: il cervello usa gli stessi principi olografici per convertire matematicamente le frequenze
ricevute in percezioni interiori.
Vi è una impressionante quantità di dati scientifici a conferma della teoria di Pribram ma l'aspetto più sbalorditivo del modello cerebrale olografico
dello scienziato, è ciò che risulta unendolo alla teoria di Bohm. Se la concretezza del mondo non è altro che una realtà secondaria e ciò che esiste
non è altro che un turbine olografico di frequenze e se persino il cervello è solo un ologramma che seleziona alcune di queste frequenze
trasformandole in percezioni sensoriali, cosa resta della realtà oggettiva? In parole povere: non esiste.
Come sostenuto dalle religioni e dalle filosofie orientali, il mondo materiale è una illusione; noi stessi pensiamo di essere entità fisiche che si
muovono in un mondo fisico, ma tutto questo è pura chimera. In realtà siamo una sorta di "ricevitori" che galleggiano in un caleidoscopico mare di
frequenze e ciò che ne estraiamo lo trasformiamo magicamente in realtà fisica: uno dei miliardi di "mondi" esistenti nel super-ologramma.
La realtà olografica potrebbe apparire così.

Questo impressionante nuovo concetto di realtà è stato battezzato "paradigma olografico" e sebbene diversi scienziati lo abbiano accolto con
scetticismo, ha entusiasmato molti altri. Un piccolo, ma crescente, gruppo di ricercatori è convinto si tratti del più accurato modello di realtà finora
raggiunto dalla scienza. In un Universo in cui le menti individuali sono in effetti porzioni indivisibili di un ologramma e tutto è infinitamente
interconnesso, i cosiddetti "stati alterati di coscienza" potrebbero semplicemente essere il passaggio ad un livello olografico più elevato. Se la
mente è effettivamente parte di un continuum, di un labirinto collegato non solo ad ogni altra mente esistente o esistita ma anche ad ogni atomo,
organismo o zona nella vastità dello spazio, ed al tempo stesso, il fatto che essa sia capace di fare delle incursioni in questo labirinto e di farci
sperimentare delle esperienze extracorporee, non sembra più così strano.
Una tale rivoluzione nel nostro modo di studiare le strutture biologiche spinge i ricercatori ad affermare che anche la medicina e tutto ciò che
sappiamo del processo di guarigione verrebbero trasformati dal paradigma olografico. Infatti, se l'apparente struttura fisica del corpo non è altro
che una proiezione olografica della coscienza, risulta chiaro che ognuno di noi è molto più responsabile della propria salute di quanto riconoscano
le attuali conoscenze nel campo della medicina. Quelle che noi ora consideriamo guarigioni miracolose potrebbero in realtà essere dovute ad un
mutamento dello stato di coscienza che provochi dei cambiamenti nell'ologramma corporeo. Allo stesso modo, potrebbe darsi che alcune
controverse tecniche di guarigione alternative come la "visualizzazione" risultino così efficaci perché nel dominio olografico del pensiero le
immagini sono in fondo reali quanto la "realtà".
A questo punto non potremmo più affermare che la mente crea la coscienza (cogito ergo sum) ma al contrario, sarebbe la coscienza a creare
l'illusoria sensazione di un cervello, di un corpo e di qualunque altro oggetto ci circondi che noi interpretiamo come "fisico".

Ecco un breve video sottotilato in spagnolo, dove David Bohm parla di meccanica quantistica.
David Bohm

David Bohm (Wilkes-Barre, 20 dicembre 1917 – Londra, 27 ottobre 1992) è stato un fisico e
filosofo statunitense.
Bohm sviluppò l'approccio delle onde pilota di Louis de Broglie, essenzialmente connesso con l'approssimazione density gradient della fisica dei dispositivi giungendo all'elaborazione
della cosiddetta interpretazione di Bohm della meccanica quantistica (nota anche come teoria De Broglie-Bohm).

Modello olonomico del cervello

Bohm ha apportato significativi contributi alla neuropsicologia e allo sviluppo del modello
olonomico del funzionamento del cervello. In collaborazione con il neuroscienziato di
Standford Karl Pribram, Bohm contribuì a elaborare il modello olonomico di Pribram
secondo la quale il cervello opera in modo simile a un ologramma, in conformità ai principi
della matematica quantica e alle caratteristiche dei modelli delle onde d'interferenza.
Bohm suggerì che queste onde potessero comporre forme come ologrammi, basando
questa idea sull'applicazione dell'Analisi di Fourier per decomporre le onde in singoli seni.
Bohm con Pribram elaborarono quindi un teoria basata su una descrizione in termini
matematici dei processi e delle interazioni neuronali capaci di leggere le informazioni che
si presenterebbero quindi sotto forma di onde, per poi convertirle in schemi di interferenza
e trasformarle in immagini tridimensionali [...] noi non vedremmo gli oggetti “per come
sono” (in accordo con quanto messo in luce dalla teoria della relatività generale), ma
solamente la loro informazione quantistica.
Universo, mente e materia

Secondo il libro di Bohm "Universo, mente e materia", nell'universo esisterebbe un ordine


implicito (implicate order), che non vediamo e che egli paragona ad un ologramma nel
quale la sua struttura complessiva è identificabile in quella di ogni sua singola parte, e uno
esplicito (explicate order) che è ciò che realmente vediamo; quest'ultimo sarebbe il
risultato dell'interpretazione che il nostro cervello ci offre delle onde (o pattern) di
interferenza che compongono l'universo. Secondo tale ipotesi, il principio di località
risulterebbe perciò falso. Poiché Bohm riteneva che l'universo fosse un sistema dinamico
e quindi in continuo movimento, e siccome con il termine ologramma solitamente ci si
riferisce ad una immagine statica, Bohm preferiva descrivere l’universo utilizzando il
termine, da lui creato, di Olomovimento.
Dopo l'esperimento del 1982 di Alain Aspect che rivelò una comunicazione istantanea fra
fotoni a distanze infinitamente grandi, Bohm, che si era già confrontato con lo stesso
problema durante la sua riformulazione del paradosso di Einstein-Podolsky-Rosen, ribadì
come non vi fosse alcuna propagazione di segnale a velocità superiori a quella della luce,
bensì che si trattasse di un fenomeno non riconducibile a misurazione spaziotemporale. Il
legame tra fotoni nati da una stessa particella sarebbe quindi dovuto all'esistenza di un
insieme di variabili nascoste che formano un ordine delle cose che noi normalmente non
percepiamo, nel quale ogni cosa (particella) non è da considerarsi come cosa separata o
"autonoma", bensì come facente parte di un ordine atemporale e aspaziale universale,
cioè l'Olomovimento.
Bohm scrisse che "noi dobbiamo imparare ad osservare qualsiasi cosa come parte di una
Indivisa Interezza" ("Undivided Wholeness"), cioè che tutto è uno.

Interpretazione di Bohm:
L’interpretazione di Bohm della meccanica quantistica, detta talvolta meccanica bohmiana, è un
approccio postulato da David Bohm nel 1952, riprendendo l’idea della cosiddetta onda
pilota che Louis de Broglie elaborò nel 1927. Per questo motivo viene utilizzato anche il
termine teoria di De Broglie-Bohm.

Fondamenti:
L’interpretazione di Bohm è un esempio di teoria delle variabili nascoste, con la quale si spera di
ottenere una descrizione deterministica della realtà che sia in grado di risolvere molti dei problemi
aperti della meccanica quantistica, quali il paradosso del gatto di Schrödinger, il collasso della
funzione d’onda e altri. Il teorema di Bell dimostra però che nessuna teoria locale a variabile
nascosta è compatibile con la meccanica quantistica, imponendo quindi la scelta del male minore tra
la rinuncia al principio di località e quella al realismo, e l’interpretazione bohmiana opta per la
prima. Non è chiaro comunque come possa essere compatibile con la teoria quantistica dei campi,
che è essenzialmente locale.

Esperimento della doppia fenditura:


L’interpretazione di Bohm trae spunto dalla interferenza di elettroni nell’esperimento della doppia
fenditura, che Bohm e de Broglie interpretarono come fenomeno quantistico per il quale ogni tipo di
particella è associata a un’onda che ne guida il moto (da cui il termine onda pilota) e che è
responsabile del fenomeno di interferenza osservato. Matematicamente tale onda pilota è descritta
dalla classica funzione d’onda della meccanica quantistica, corretta da un fattore che rende conto
dell’influenza sul moto della particella. Tale influenza dell’onda pilota viene quantitativamente
definita introducendo il potenziale quantistico, che agisce sulla particella in modo analogo
all’effetto dell’interazione delle particelle con i campi osservato in fisica classica. L’onda pilota, nel
governare il moto della particella, evolve in accordo con l’equazione di Schrödinger. Diversamente
dall’interpretazione a molti mondi, l’interpretazione di Bohm non implica che l’universo si separi
quando viene effettuata una misura, e diversamente dall’interpretazione di Copenhagen è sia
oggettiva che deterministica. Essa afferma che l’universo evolve uniformemente nel tempo, senza
collasso delle funzioni d’onda. Bohm chiamò la variabile nascosta-onda pilota forza di potenziale
quantistico.
Non-località:
L’interpretazione di Bohm mantiene, come già sottolineato, la non-località della meccanica
quantistica, la quale afferma che gli eventi che accadono in un punto qualsiasi dello spazio possono
influenzare istantaneamente altri eventi che avvengono a distanza. La non-località rappresenta il
cardine riguardo alle evidenze sperimentali relative al paradosso EPR e al teorema di Bell. A tal
proposito esistono due differenti correnti di pensiero: la prima, alla quale aderì lo stesso John
Stewart Bell, afferma che la meccanica quantistica stessa è per natura non-locale mentre la seconda,
tra i cui sostenitori spicca Niels Bohr, afferma invece che le corrette evidenze sperimentali non sono
tanto legate alla teoria quantistica di per se stessa bensì a una sua interpretazione deterministica. I
fisici che appartengono a quest’ultima corrente tendono a discostarsi maggiormente dalla meccanica
bohmiana. La non-località ha avuto un’importante conferma sperimentale
dall’esperimento sulla correlazione quantistica di Alain Aspect.
Tratto dall’articolo:l-universo-olografico-di-bohm-la-realta‘:
Nell’ ultimo secolo si sono fatti immensi passi avanti nella ricerca scientifica, tanto da spingere i
nostri costumi verso un salto vertiginoso che ci ha portato dalle locomotive a vapore ai computer
quantistici di nuova generazione nel giro di cento anni. Questa accellerazione nella ricerca è
continua e non sembra volersi arrestare, avanza talmente veloce che per la maggior parte delle
persone e dei sistemi sociali non è facile adattarsi alle nuove scoperte, sempre più orientate a farci
cambiare il modo di interpretare il mondo, l’universo e la nostra vita. Così infatti, la maggior parte
delle persone pensa che dopo Einstein non siano avvenute scoperte sensazionali e che la fisica
newtoniana sia sempre la più affidabile per descrivere la realtà; invece la ricerca avanza, non si
ferma mai, trova sempre qualche spunto in più dove indagare ed ogni giorno mette le basi per una
nuova e più corretta visione della realtà. Invero, è nel 1982, e a tutti noi sembrerà una news, che l’
equipe di ricerca ordinata dal fisico Alain Aspect, direttore francese del CNRS (Centre National de
la Recherche Scientifique, la più grande e prominente organizzazione di ricerca pubblica in
Francia), effettua uno dei più importanti esperimenti della storia. Il team scoprì che sottoponendo a
determinate condizioni delle particelle subatomiche come gli elettroni, esse sono capaci di
comunicare istantaneamente l’ un l’ altra a prescindere dalla distanza che le separa, sia che si tratti
di un millimetro, che di diversi miliardi di chilometri. Questo fenomeno portò a due tipi di
spiegazioni: o la teoria di Einstein (che esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce)
è da considerarsi errata, oppure più possibilmente le particelle subatomiche sono connesse non-
localmente: esiste qualcosa di non tangibile e visibile che mantiene collegati gli atomi a prescindere
dallo spazio (e quindi anche dal tempo?).
La comunità scientifica ufficiale ha reagito con le sue tipiche maniere da matusa (si, perché la
comunità scientifica ufficiale è molto scettica ed antiquata), negando la possibilità di fenomeni che
oltrepassino la velocità della luce ma l’esperimento di Aspect rivoluziona totalmente i vecchi
postulati, provando che il legame tra le particelle subatomiche è effettivamente di tipo non-
locale. David Bohm, celebre fisico dell’Università di Londra, sosteneva che le scoperte di Aspect
implicassero la non-esistenza della realtà oggettiva. Vale a dire che, nonostante la sua apparente
solidità, l’Universo è in realtà un fantasma, un ologramma gigantesco e splendidamente
dettagliato. Questa intuizione suggerì a Bohm una strada diversa per comprendere la scoperta del
gruppo di ricerca francese, si convinse che i l motivo per cui le particelle subatomiche restano in
contatto, indipendentemente dalla distanza che le separa, risiede nel fatto che la loro separazione è
un illusione: ad un qualche livello di realtà più profondo, tali particelle non sono entità individuali
ma estensioni di uno stesso “organismo” fondamentale. Sempre secondo il fisico americano, se le
particelle ci appaiono separate è perché siamo capaci di vedere solo una porzione della loro realtà,
esse non sono “parti” distinte bensì sfaccettature di un’ unità più profonda e basilare; poiché ogni
cosa nella realtà fisica è costituita da queste “immagini”, ne consegue che l’ universo stesso è una
proiezione, un’ ologramma. Se l’ esperimento delle particelle mette in luce che la loro separazione è
solo apparente, significa che ad un livello più profondo tutte le cose sono infinitamente collegate:
“Gli elettroni di un atomo di carbonio nel cervello umano sono connessi alle particelle subatomiche
che costituiscono ogni salmone che nuota, ogni cuore che batte ed ogni stella che brilla nel cielo.
Tutto compenetra tutto. Ogni suddivisione risulta necessariamente artificiale e tutta la natura non è
altro che un’ immensa rete ininterrotta.”
Bohm e Jiddu Krishnamurti, il fisico ebbe diversi confronti con il profeta apolide tra i quali venne
registrato il documentario “The Future of the Humanity”. Questa capacità dello scienziato di
mischiare filosofia e scienza è la base necessaria per sfruttare al massimo le funzionalità dei due
lobi temporali.
In un universo olografico neppure il tempo e lo spazio sarebbero più dei principi fondamentali,
poiché concetti come la “località” vengono infranti in un universo dove nulla è veramente separato
dal resto: anche il tempo e lo spazio tridimensionale dovrebbero venire interpretati come semplici
proiezioni di un sistema più complesso. Al suo livello più profondo la realtà non è altro che una
sorta di super-ologramma dove il passato, il presente ed il futuro coesistono simultaneamente;
questo implica che, avendo gli strumenti appropriati, un giorno potremmo spingerci entro quel
livello della realtà e cogliere delle scene del nostro passato da lungo tempo dimenticato. Cos’altro
possa contenere il super-ologramma resta una domanda senza risposta. In via ipotetica, ammettendo
che esso esista, dovrebbe contenere ogni singola particella subatomica che sia, che sia stata e che
sarà, nonché ogni possibile configurazione di materia ed energia: dai fiocchi di neve alle stelle,
dalle balene grigie ai raggi gamma. Dovremmo immaginarlo come una sorta di magazzino cosmico
di Tutto ciò che Esiste.
Bohm si era addirittura spinto a supporre che il livello super-olografico della realtà potrebbe non
essere altro che un semplice stadio intermedio oltre il quale si celerebbero un’infinità di ulteriori
sviluppi. Poiché il termine ologramma si riferisce di solito ad una immagine statica che non
coincide con la natura dinamica e perennemente attiva del nostro universo, Bohm preferiva
descrivere l’universo col termine “olomovimento”. Affermare che ogni singola parte di una
pellicola olografica contiene tutte le informazioni in possesso della pellicola integra significa
semplicemente dire che l’informazione è distribuita non-localmente. Se è vero che l’universo è
organizzato secondo principi olografici, si suppone che anch’esso abbia delle proprietà non-locali e
quindi ogni particella esistente contiene in se stessa l’immagine intera. Partendo da questo
presupposto si deduce che tutte le manifestazioni della vita provengono da un’unica fonte di
causalità che include ogni atomo dell’universo. Dalle particelle subatomiche alle galassie giganti,
tutto è allo stesso tempo parte infinitesimale e totalità di “tutto”.
FUNZIONAMENTO DELL’OLOGRAMMA
Qui sopra vediamo come si realizza l’ologramma. Un fascio di luce laser viene sdoppiato: una parte è inviata direttamente sulla lastra, mentre l’altra parte del fascio è diffusa
dall’oggetto, prima di cadere sulla lastra. Nel percorrere tragitti diversi, le due componenti del fascio si sfasano l’una rispetto all’altra e, ricongiungendosi, producono una figura di
interferenza che viene registrata sulla pellicola sotto forma di ologramma. Ad occhio nudo sulla lastra non è visibile alcuna immagine, solo una retinatura di linee sottilissime e
iridescenti.

Per riprodurre l’ologramma lo osserviamo con la luce laser, proiettandone un fascio sulla lastra. Apparentemente a mezz’aria l’osservatore vede formarsi l’immagine tridimensionale,
attorno alla quale si può anche girare per osservarla da tutti i punti di vista, proprio come se fosse un oggetto reale.
Su una stessa lastra possono essere registrati moltissimi diversi ologrammi, semplicemente variando l’angolo di incidenza del laser, e allo stesso modo essi possono essere letti
separatamente.

Infine qua sopra vediamo che l’informazione registrata (in questo caso l’immagine della mela) è
distribuita su tutta la lastra. Infatti da ogni sua più piccola parte è possibile riavere l’informazione
originale, anche se in tal caso si verifica una certa perdita d’informazione, inversamente
proporzionale alla grandezza della parte letta.
Lavorando nel campo della ricerca sulle funzioni cerebrali, anche il neurofisiologo Karl Pribram,
dell’Università di Stanford, si è convinto della natura olografica della realtà. Numerosi studi,
condotti sui ratti negli anni ’20, avevano dimostrato che i ricordi non risultano confinati in
determinate zone del cervello: dagli esperimenti nessuno però riusciva a spiegare quale meccanismo
consentisse al cervello di conservare i ricordi, fin quando Pribram non applicò a questo campo i
concetti dell’olografia. Egli ritiene che i ricordi non siano immagazzinati nei neuroni o in piccoli
gruppi di neuroni, ma negli schemi degli impulsi nervosi che si intersecano attraverso tutto il
cervello, proprio come gli schemi dei raggi laser che si intersecano su tutta l’area del frammento di
pellicola che contiene l’immagine olografica.
Questo impressionante nuovo concetto di realtà è stato battezzato “paradigma olografico” e sebbene
diversi scienziati lo abbiano accolto con scetticismo, ha entusiasmato molti altri. Un piccolo, ma
crescente, gruppo di ricercatori è convinto si tratti del più accurato modello di realtà finora
raggiunto dalla scienza. In un Universo in cui le menti individuali sono in effetti porzioni
indivisibili di un ologramma e tutto è infinitamente interconnesso, i cosiddetti “stati alterati di
coscienza” potrebbero semplicemente essere il passaggio ad un livello olografico più elevato. Se la
mente è effettivamente parte di un continuum, di un labirinto collegato non solo ad ogni altra mente
esistente o esistita ma anche ad ogni atomo, organismo o zona nella vastità dello spazio, ed al tempo
stesso, il fatto che essa sia capace di fare delle incursioni in questo labirinto e di farci sperimentare
delle esperienze extracorporee, non sembra più così strano.
Una tale rivoluzione nel nostro modo di studiare le strutture biologiche spinge i ricercatori ad
affermare che anche la medicina e tutto ciò che sappiamo del processo di guarigione verrebbero
trasformati dal paradigma olografico. Infatti, se l’apparente struttura fisica del corpo non è altro che
una proiezione olografica della coscienza, risulta chiaro che ognuno di noi è molto più responsabile
della propria salute di quanto riconoscano le attuali conoscenze nel campo della medicina. Quelle
che noi ora consideriamo guarigioni miracolose potrebbero in realtà essere dovute ad un mutamento
dello stato di coscienza che provochi dei cambiamenti nell’ologramma corporeo. Allo stesso modo,
potrebbe darsi che alcune controverse tecniche di guarigione alternative come la “visualizzazione”
risultino così efficaci perché nel dominio olografico del pensiero le immagini sono in fondo reali
quanto la “realtà”.
A questo punto non potremmo più affermare che la mente crea la coscienza (cogito ergo sum) ma al
contrario, sarebbe la coscienza a creare l’illusoria sensazione di un cervello, di un corpo e di
qualunque altro oggetto ci circondi che noi interpretiamo come “fisico”.