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wander

I edizione: maggio 2015


© 2015 Lit Edizioni Srl
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darinka montico

walkaboutitalia
l'italia a piedi, senza soldi,
raccogliendo sogni
a Marco e alla mia Mamma
che hanno camminato con me.

«Fa ciò che vuoi».


MICHEAL ENDE, La storia infinita [incisione sull’Auryn]
santa darinka

È il primo giorno di primavera.


Santa Darinka non esiste, mia madre però diceva sempre che il mio
nome vuol dire “primavera”, quindi ho sempre festeggiato il mio onoma-
stico, tra me e me stessa, oggi.
Recentemente ho scoperto che significa tutt’altro*, chissenefrega, per
trentatré anni abbiamo fatto così, siamo tradizionaliste noi! Oggi è il 21
marzo e festeggiamo col botto.
Tutta la notte a fare e disfare lo zaino, a Malpensa spedendolo risulta di
8,75 kg. Troppo pesante? Troppo leggero?
Quantomeno per una volta non corro il rischio di pagare i soliti chili di
troppo. Fottuti aeroporti, scanner per la metamorfosi in cyborg da shopping.
Senza liquidi, senza fumo, senza domande né personalità, passa, sei solo un
numero, spogliati, ti spiamo sempre, sai? Siamo gli stessi che vivono dall’altro
lato della televisione e tu sei il nostro stupido primogenito succube. Compra
i prodotti tipici di Malpensa che troverai anche a Shanghai. Avrai lo stesso
carisma di Scarlett Johansson se ti metti il suo profumo. Compra. Compra.
Compra. Parti. Ciao stronzo, avanti il prossimo.
Indosso un paio di leggings neri, maglietta nera che mi arriva appena
sotto al culo, capelli ancora tinti di bianco, da quando Chris mi ha lasciata,
qualche tatuaggio, una bella cicatrice fresca sotto al mento, e una ancora
più fresca sul cuore, trentatré anni circa e 10 euro in tasca. È tutto quello
che ho.
Solitamente dormo in aereo, invece è da quando ci sono salita che mi si
è stampata in faccia un’espressione ebete, occhi sgranati, sorriso incerto,
endorfine in volo.

* È la forma femminile di Dario, derivante dal persiano che può quindi significare
“che possiede il bene”, “che mantiene il bene”. Mentre il diminutivo croato e sloveno
Darinka può anche derivare direttamente dal termine slavo dar, che significa “dono”.

–7–
WALKABOUT ITALIA

A Malpensa stamattina c’era freddo e nebbia, a Malpensa c’è sempre


freddo e nebbia. Ora invece è tutto blu. No, non mangiarti le unghie, è
tardi per i ripensamenti.
Bell’idea: “Torno in Italia e me la faccio a piedi!”. Almeno la prossima
volta che mi presento e dico che sono italiana, saprò di che cosa sto parlando,
e poi… e poi basta… BASTA perdere tempo!
Voglio essere quello che sogno. Ora o mai più. E se non mi fosse successo
tutto quello che mi è successo negli ultimi mesi sicuramente sarebbe stato
mai più. Invece è ora.
Eppure mi tremano le gambe. Eccitazione? Paura? O il pavimento del-
l’aereo che si stacca? Forse ho fatto una stronzata… ma se non ci provo
come faccio ad esserne sicura? E se per caso non ci riesco non ho neanche
i soldi per tornare indietro. Meglio così. Ci devo riuscire!
Da Palermo a casa dei miei, in Piemonte, quasi in Svizzera, a piedi,
1.400 chilometri circa, se vado su dritta, ma non ho più problemi di tempo,
solo di soldi, se non averne è un problema. Raccogliendo sogni. È l’unica
speranza che abbiamo per salvare il mondo.
Rileggo quest’ultima frase e ho la certezza di essere completamente
pazza, ma oramai hanno chiuso i portelloni. Allacciare le cinture, il tuo
sogno inizia ora.

–8–
palermo

Arrivo all’aeroporto internazionale di Palermo Falcone e Borsellino. Un


aeroporto dedicato a due paladini dell’antimafia quando è stato proprio il
boss Gaetano Badalamenti a decidere di farlo costruire qui.
Né la conformazione geologica di Punta Raisi, né le forti raffiche di vento
a cui è soggetta sono consone all’atterraggio, ma a “Tano Seduto”* serviva
l’aeroporto sotto casa per speculare sulla sua costruzione e per gestirsi meglio
il traffico di eroina con gli Stati Uniti. Quindi io oggi atterro qui, su questa
pista senza senso e spendo gli ultimi 10 euro che ho per il biglietto dell’au-
tobus che mi porta in centro. Il resto per comprarmi un ultimo pacchetto di
tabacco, lo fumerò pensando ai controsensi del Bel Paese. Credo un pacchetto
non basti, probabilmente nemmeno i miei polmoni.
Arrivo in piazza Giulio Cesare, scendo dall’autobus.
Emozione.
Il passo 0 di questa follia.
Strano, suona come tutti gli altri.
Luigi mi aspetta e non so chi sia. Ho mandato tante richieste di ospitalità
su CouchSurfing** e spiato velocemente i profili.
I canoni per la scelta di chi mi ospita sono più o meno questi:
– coordinate (preferibilmente centrali)
– regole (o meglio, la loro mancanza)
– aspetto fisico (non basta una foto dove per caso il soggetto sia venuto
bene. Ma se più di una provano il fascino genuino del soggetto questa
regola potrebbe surclassare le altre)

* Come lo chiamava Peppino Impastato nelle trasmissioni da lui condotte su Radio Aut.
** CouchSurfing (letteralmente ‘surfare sui divani’) è un servizio di scambio di ospitalità.
Ha la finalità di mettere in comunicazione persone disponibili a scambiarsi ospitalità
gratuitamente. È attualmente è il sito web dedicato allo scambio di ospitalità con il
maggior numero di utenti attivi.

–9–
WALKABOUT ITALIA

Luigi sembra rispettarli tutti e tre.


Lo intravedo sul balcone di casa sua. Eccoci, è alto, magro, carnagione
olivastra, vestito bene, ma non troppo, profumato, ma non troppo, sguardo
sincero e sorriso facile. Quello che gli manca alla perfezione arrotonda in
sensualità. Bingo.
Mi dà le chiavi del suo monolocale e non ho quasi nemmeno il tempo
per ringraziarlo. Ha da fare. «Ci vediamo dopo». Spero presto.
Inizio a esplorare la mia nuova dimora. Piccola e pulita, sovrasta via dei
Chiavettieri. C’è una bella luce che entra dalla finestra. Guardo giù.
La vita è lì e gli anziani lo sanno, alcuni si sono addirittura portati le sedie
da casa per rimanere in strada ad ammirarla, proprio come al cinema.
Non mi voglio perdere lo spettacolo, mi do una rinfrescata e li raggiungo.
L’architettura dei condomini e dei palazzi traspira storia e le lenzuola
stese a ogni balcone quotidianità. Presente e passato amalgamati a suoni,
profumi e colori ti si infrangono addosso come onde violente, passo dopo
passo. Non puoi nuotare controcorrente se ti vuoi salvare, o ti lasci andare
o non avrai scampo. Benvenuta in Sicilia.
Mi faccio trasportare fino alla Vucciria e rimango a bocca aperta a vedere
ciò che da noi, al nord, si è perso da talmente tanto tempo che non potrei
nemmeno ricordarmelo: pescherie, fruttivendoli, macellerie, sui marciapiedi,
senza vetrate, senza l’aspetto clinico che fa perdere sapore a ogni cosa. As-
saggio tutto col naso tra i mercanti che urlano dignitosi le proprie offerte
mentre li fotografo. Forse esagerano davanti al mio obiettivo o forse sono
attori nati, forse oggi è una giornata magica, forse è sempre così.
Incrocio un bangla, è intento a pregare una santa. Appena termina la
sua monotona nenia gli chiedo se è cristiano. No, è induista, ma santa
Rosalia “fa il miracolo” senza discriminazioni. Appena arrivato dallo Sri
Lanka è andato prima da lei a chiedere lavoro, poi agli amici già qui.
Palermo gli ricorda l’Asia. Anche a me la ricorda. La vita nelle strade a
ogni ora del giorno e della notte, l’armonia nel caos.
Non ci sono regole, o forse sì. Certamente non sono le stesse che valgono
nell’Italia che conoscevo. In realtà sembra di essere in un altro paese, un
paese più felice, senza crisi, oppure talmente abituato ad esserlo che ha
smesso di farci caso.
C’è chi decide che il suo garage questa sera sarà un pub, e così avrà un
pub al posto del garage. Macchine parcheggiate col cofano aperto si im-
provvisano panetterie, carrelli della spesa fuori dalla porta di casa diventano
piccoli negozi d’alimentari. Ballarò si trasforma con disinvoltura da mercato
gastronomico di giorno a mercato della droga dopo il calar del sole.

– 10 –
PALERMO

Il moto ondoso mi trascina davanti all’entrata di un carcere, sembra


messo male.
Una mano spunta da una finestra salutandomi, contraccambio, lei con-
tinua per qualche minuto. Lui almeno è conscio di essere in gabbia, io fino
all’altro giorno non lo sapevo.
Ora invece mi sembra di essere tornata a respirare e godo della mia
libertà che sembra crescere a ogni passo, non so cosa mi aspetta, non m’im-
porta. Mi sento libera di perdermi, di sbagliare, di essere me stessa. Non
c’è più uno schema, né un’immagine da rispettare quando si è circondati
da gentili sconosciuti.
Ed eccolo il mio gentile sconosciuto. Luigi viene a lanciarmi un salvagente
e prova a mettere ordine nella confusione, spiegandomi cosa si presenta
davanti ai miei occhi, e anche cosa manca. Le palazzine liberty di via Libertà
se le sono mangiate la mafia e la politica, quelle della Vucciria invece stanno
cadendo a pezzi nell’incuria generale.
Camminiamo tra le macerie. Non so com’era prima. Per me ora Palermo
è bellissima, forse era “troppo” bella. Noi umani abbiamo la tendenza a
distruggere la bellezza se non la possiamo possedere completamente.
Luigi mi racconta la sua città e gli scioperi degli onesti parcheggiatori
abusivi, mi parla dei contrasti che rendono Palermo così umana, Yin e
Yang, bene e male, ombra e luce si mescolano agli shot di vodka a 1 euro,
che non si fa problemi a offrirmi.
Alcol, euforia e la sua risata penetrante. Un cocktail letale, meglio far
finta di niente. Maledetto amore, come lava calda mi àncora o mi sposta tra
zolle tettoniche. È colpa sua se mi trovo qui adesso, motore di ogni cosa.
Questa volta mi spinge, mi spinge lontana dal dolore.
Ma adesso basta cazzeggiare, è ora di mettersi in cammino.

– 11 –
il sogno zero

Zaino in spalla, fresca come una rosa, impacciata di fronte alla strada
come un chierichetto dinnanzi a Dio.
Palermo-Piana degli Albanesi. Circa 25 chilometri, circa in salita. Proba-
bilmente oggi farò più passi di quanti ne abbia mai fatti in tutta la mia vita.
«Darinka, sei pronta a partire? Ti sei allenata?», «Sì sì», rispondevo
sicura. Sì sì, quando? Mi allenerò strada facendo, pensavo tra me e me.
Quello strada facendo è adesso.
Passo il cartello che delimita la città. Familiarizziamo. Dovremmo in-
contrarci spesso nei prossimi mesi e ci facciamo una foto insieme. Sorrido
apertamente, lui rimane freddo.
Il tempo è lunatico, sole, pioggia, grandine, senza vie di mezzo. Forse
quello lassù sta decidendo se gli sono simpatica o meno, e pensare che cre-
devo di essere io quella bipolare.
La città scompare in lontananza. Tornante dopo tornante viene rimpiazzata
da verdissime vallate, belle pinete e roccia nuda che spunta inaspettatamente
dai prati, irrigidendo il paesaggio. Il percorso da seguire è nelle mani di
Google. Google sembra aver rimpiazzato Dio, in questo terzo millennio.
Sento una voce uscire da una macchina: «Darinkaaaa».
Cosa? Non conosco nessuno da queste parti, chi può essere?
Una signora ha letto del mio viaggio sul «Giornale di Sicilia», mi stava
cercando per darmi il suo sogno. Forse non sono completamente pazza, o
se lo sono, siamo almeno in due!
Tiro fuori la scatola, la scatola che mi ha fatto Marco.
Marco.
L’unico ad aver creduto in me, fin da prima ancora che avessi ben chiaro
cosa fare. Quando mi venne a trovare in Nuova Zelanda mi portò un orec-
chio di gesso, fatto da lui. Gli dico che me ne servirebbe un altro, montato
su una scatola, nella quale possa raccogliere i sogni di tutti. Dopo un paio

– 12 –
IL SOGNO ZERO

di settimane mi trovo un biglietto nella posta, un pacco in arrivo dal Friuli.


La scatola! Il calco del suo orecchio montato sopra a una scatola di biscotti
ben camuffata. Sembra un ready made di Duchamp. Dentro c’è il suo
sogno, il sogno 0. Chissà se suona come tutti gli altri?

Cacciatrice di sogni! “Bel mestiere mi sono inventata!”, penso mentre


riprendo a camminare sul ciglio della strada, salutando la donna che è ri-
partita speranzosa e sorridente.
Per una volta nella vita, mi sento sulla strada giusta.
Arrivo trotterellando fino al prossimo cartello: “Hora e Arbëreshëvet”.
Forse no. Che lingua è questa?
Mi spiega tutto Rosalba, la couchsurfer che mi ospiterà stanotte. A Piana
degli Albanesi si parla arbërisht, e lei, come la maggior parte dei seimila
abitanti di Piana, è di origine appunto albanese. A partire dal quindicesimo
secolo, in seguito all’invasione dei turchi ottomani, molti albanesi scapparono
dalla loro patria per trovare rifugio nel Regno di Napoli e di Sicilia, e qui
rimasero, conservando lingua, tradizioni e religione. Gli arbëreshë in Italia
sono oggi circa 100mila, sparsi in quasi cinquanta comuni. Rosalba è orgo-

– 13 –
WALKABOUT ITALIA

gliosa delle sue origini e con la sua voce squillante e cristallina mi spiega
che quando si sposerà indosserà il vestito che è stato di sua madre e prima
di sua nonna e prima ancora della madre della nonna e così via fino a
seicento anni fa, quando le loro lontane parenti in fuga se lo portarono da
questa parte del Mediterraneo. È rosso, di velluto spesso, ricamato con fili
d’oro. Un capo di valore inestimabile, preservato amorevolmente di gene-
razione in generazione. Come se io mi facessi le spremute con uno spre-
miagrumi medioevale invece di essere vittima della plastica fatta per rompersi
e il cui vero costo lo paga il pianeta.
Mi sembra di aver valicato i confini del mondo ed essere entrata in un
luogo incantato, abitato da esseri fieri e schivi che preferiscono isolarsi pur
di salvaguardarsi, un luogo fermo nel tempo.
Sono dentro a un dipinto di seicento anni fa.
Rosalba mi offre il famoso cannolo di Piana, e mentre anche il mio palato
parte per un paradisiaco viaggio spazio-temporale, andiamo a vedere un
posto speciale prima che le tenebre ci soffochino.
Fa freddo e il vento sciuscia* sfiorando le pietre memoriali che si stagliano
contro il cielo rosso sangue del giorno spentosi improvvisamente. Il mio
primo giorno di cammino si conclude qui, a Portella della Ginestra. Rosalba
prova a spiegarmi cosa successe su questo lembo di terra il primo maggio
1947, ma non trova le parole, anzi non lo sa, nessuno lo sa. Si sa che c’era il
bandito Giuliano, si sa che ne sono morti undici e ne sono stati feriti una
trentina, tra cui donne, bambini e anche un asino.
Questo si sa.
I mandanti e il perché, a settant’anni dalla strage, invece rimangono un
mistero. Torniamo a casa, nel silenzio, tra le urla irrequiete delle anime che
ancora se lo chiedono.

* “Fischia”, in siciliano.

– 14 –
quentin tarantino

È presto, ma il sole dovrebbe essere già visibile, invece ci sono solo pecore.
Pecore che si confondono con la nebbia in un abbraccio ovattato sopra le
sponde del lago di Piana degli Albanesi. Vento e pioggia mi schiaffeggiano, li
insulto apertamente e si vendicano spezzandomi l’ombrello.
Rosalba mi ha lasciato della pasta ai carciofi, ma non trovo riparo per
fermarmi a mangiare. L’acquolina che scende dalla mia bocca si confonde
con la pioggia. Acqua nell’acqua.
Si ferma un camionista: «Vuoi un passaggio?».
«No grazie».
“Ce la devo fare da sola”, penso tra me e me.
Sparisce nella nebbia.
Sapevo che questo viaggio non sarebbe stato una “passeggiata” e rido
per lo sciocco gioco di parole e per sdrammatizzare. Dicono che gli atteg-
giamenti non siano solo conseguenze dei nostri stati d’animo, ma anche il
contrario. Sperimento questa teoria sperando il sorriso mi sollevi il morale.
Purtroppo è destinato a sparire velocemente. Lo stesso camion si materia-
lizza nuovamente tra la coltre di nuvole appoggiate a terra. Avrà sbagliato
strada. No. Si ferma. Il conducente abbassa il finestrino: «Andiamo a sco-
pare», dice con uno spiccato accento siciliano dall’alto dei suoi due metri
di autocarro. Tarantino prende la regia, incazzata nera gli rispondo: «Vat-
tene o ti cavo fuori i polmoni e mi ci asciugo il sudore». Bravo Quentin,
da segnare, la mettiamo nel prossimo film. Ma stranamente quello che
penso non è quello che dico e dalla mia bocca esce un tremante «No, gra-
zie», mentre la mano destra s’infila, altrettanto incerta, nella tasca dei pan-
taloni per cercare lo spray al peperoncino.
Potevo almeno non metterci il grazie. Solo le pecore avrebbero notato la
scortesia.
Ho esitato troppo a lungo e la regia apre il portellone del camion con un
colpo secco sul mio collo. Vedo il camion e poi il prato, e poi ancora il ca-

– 15 –
WALKABOUT ITALIA

mion e il prato dove con un tonfo sordo affonda il mio torso senza testa.
Chiudo gli occhi. Quanto tempo è rimasto al mio cervello per creare l’ultimo
pensiero prima di spegnersi? Per quanto tempo avrà ancora controllo sulle
mie mani? Provo. Vanno a cercare la testa e la trovano proprio lì dov’era
prima. Apro gli occhi. Sono intera e il camion non c’è più.
Dopo aver concimato per anni la fantasia con film splatter era ora di
spegnere lo schermo e alzare il culo. Mi fa bene questa passeggiata. ’Fanculo
la pioggia, ’fanculo il vento, e ’fanculo il camionista. Mi merito i vostri
schiaffi. La prossima volta reagirò meglio.
Riparto con Jimmy Hendrix che strilla di essere un voodoo child nelle
mie cuffie, e i miei piedi diventano le bacchette di Mitch Mitchell. Arriviamo
a Corleone stremati, ma ci sembra di aver fatto un gran concerto.

– 16 –
tombe nuove
per morti da un pezzo

«Che minchia ci vai a fare a Corleone?». Onestamente non lo so. Ho de-


ciso le mie tappe in Sicilia completamente a caso. Volevo perdere un po’ di
tempo in primavera, lasciando che il continente si scaldasse, mentre io ri-
scaldavo i muscoli per poi risalirlo più allenata.
Entro in paese e due randagi sui lati opposti della strada mi accolgono
come oracoli del sud. Il mio amico cartello stavolta dice: “Corleone capitale
mondiale della legalità”. Sembra che la Val d’Aosta in quanto tale non
abbia resistito alla voglia irrefrenabile di accalappiargli quest’assurdo rico-
noscimento.
Corleone, città dalle cento chiese, peccato siano tutte chiuse. Ripiego
sul cimitero. Tombe nuove per morti da un pezzo.
Mi dicono che la mafia uccide sempre due volte. Prima col piombo e poi
infangando la memoria delle vittime, in modo che non vengano fatte né
martiri né eroi. Placido Rizzotto, sindacalista rapito e ucciso da Cosa Nostra,
o quelle che sembrano le sue spoglie, ci hanno messo sessantaquattro anni
prima di avere una degna sepoltura. Bernardino Verro, primo sindaco socia-
lista della cittadina, viene riesumato un paio d’anni fa per essere spostato vi-
cino a Placido e nella tomba vi trovano due teschi. Apparentemente nessuno
dei due gli appartiene. Accendo una sigaretta e penso ai controsensi.
Viaggiando senza soldi la fiducia li deve sostituire. A Corleone mi devo
fidare di Giuseppe, contattato casualmente su Facebook. e Giuseppe mi
ha organizzato pranzo e cena nei suoi ristoranti preferiti, giro turistico gui-
dato e pernottamento nel B&B dell’amica Marilena. Bingo tre volte di fila.
A Marilena servono fotografie dei quadri del padre per preparare il ca-
talogo di una mostra. Salgo nello studio e il mio obiettivo diventa una
finestra affacciata su centinaia di castelli siciliani dipinti al crepuscolo.
Dopo dieci ore di cammino sotto la pioggia, il bagno fumante che mi hanno
offerto non ha prezzo e mi piace poter restituire qualcosa in cambio della
calorosa ospitalità.

– 17 –
WALKABOUT ITALIA

Giuseppe mi presenta a tutti i suoi amici, tra cui il parrucchiere, che mi


invita a farmi un taglio. Compro anche questo con la fiducia ed esco dal sa-
lone con i capelli viola lunghi da una parte e corti dall’altra.
Chissà se piacerebbero a Chris.
Devo smetterla di pensare a lui. Toglimi di dosso il tuo sguardo innamo-
rato, il tuo odore di strada, la tua presa così violentemente dolce. Vorrei
andare in piazza e urlare fino a quando la voce morirà in gola insieme al
tuo ricordo.
Vorrei… ma non posso. Spaventerei il gruppo di anziani con la coppola
e le facce dure, seduti sulle panchine davanti alla villa comunale. Gli ame-
ricani pensano che tutti quelli che indossano la coppola siano mafiosi e
alcuni corleonesi ne approfittano accettando mance in cambio di una foto
with a real mafioso. Un signore mi racconta che a volte li portano anche a
vedere la casa di don Vito Corleone. Don Vito non esiste né a Corleone né
altrove, dato che il personaggio reso famoso dalla trilogia di Coppola è in-
ventato e il film non è stato nemmeno girato qui. Il trucco funziona sempre.
«Thank you, veramente emozionante», gli dicono soddisfatti mentre im-
mergono gli arancini nel ketchup.
Passeggiando con Giuseppe e le guide incontriamo Cosimo.
«Piacere». Scossa elettrica. Sarà il maglione di lana.
Scrive per il giornale locale e vorrebbe farmi qualche domanda. Ci diamo
appuntamento per l’indomani mattina, faremo colazione insieme prima di
ripartire.
Cosimo e io siamo seduti ai tavolini di un bar da cinque minuti e senza
rendercene conto abbiamo immediatamente stravolto i ruoli. È un pozzo
di sapere e io ho sete di risposte informate e sincere. Fuori piove sempre
più forte. Non ho voglia di strada né di pioggia, oggi. Ho voglia della sua
voce. Rimango ad ascoltare ignara del tempo che passa. Lui sembra sapere
o forse sperare che non voglia ripartire e mi porta in un posto speciale. La
prima cooperativa agricola di Sicilia, fondata proprio da Bernardino Verro,
costruita con le pietre portate a casa dai braccianti socialisti ogni sera al
rientro dai campi.
Mi siedo al centro di una grande stanza vuota e lui mi gira intorno rac-
contandomi tutto quello che sa sulla lotta alla mafia, sulla potente delicatezza
della madre di Peppino Impastato, sulla Sicilia, sui colori della sua bandiera.
Sono completamente persa nell’orbita metafisica della sua voce che mi
passa sempre più vicino e spero mi sfiori da un momento all’altro. Chissà
se a Bernardino farebbe piacere vedere la tensione erotica quasi palpabile
che ora occupa le stanze della sua casa del popolo. Credo di sì. Ogni eroe
deve essere romantico.

– 18 –
TOMBE NUOVE PER MORTI DA UN PEZZO

La mia concentrazione è sfumata e faccio domande a caso, l’importante


è che non smetta mai di parlare. L’importante è questo momento non
finisca mai. Almeno per oggi.
Nel tardo pomeriggio Cosimo deve guidare un tour con una scolaresca
bresciana al laboratorio della legalità. È ovvio che non ci separeremo.
Continuo ad ascoltarlo tra le mura dell’immobile sequestrato a Provenzano.
Chiede ai ragazzini se avevano mai sentito parlare di Corleone prima.
Sì, certo, al telegiornale. Mafia.
Cosimo non è imbarazzato, conosce bene le reazioni che suscita il nome
del suo paese. Lo fa di proposito. Vuole che i ragazzi ascoltino ed escano di
lì ricordando gli eroi e non i mostri a cui la sua cittadina ha dato i natali.
Siamo ormai insieme da più di dodici ore e se non con una fotografia,
non siamo riusciti a fermare il tempo. L’incantesimo si spezza quando la
stanchezza vince sulle membra di Cenerentola dai piedi gonfi. La scarpetta
mi serve, ma gli lascio volentieri il mio numero di telefono.
All’alba lascio anche Corleone, furtivamente, prima che si svegli. Se l’af-
frontassi un’altra volta mi potrebbe trattenere per sempre. Vado via in
punta di piedi, la guardo sonnecchiare da lontano, cullata dagli strapiombi
calcarei. Credo di sapere cosa stia sognando, Cosimo me lo ha svelato.
Sogna un futuro diverso, sogna di essere guardata per quello che è, senza
pregiudizi.

– 19 –
nuovo cinema paradiso

Karolina, esile, bionda, tedesca, diciannove anni e senza paura, è diretta


ad Agrigento, e considerato la scarsità di mezzi pubblici preferisce farsela
a piedi con me.
È un esperta camminatrice e m’insegna a posizionare lo zaino corretta-
mente sulle spalle in modo da non soffrire troppo del suo peso. Sono stata
fortunata ad averla incontrata ora che sono solo all’inizio per poter mettere
in pratica da subito i suoi preziosi consigli. Porta con sé molte cose, tra cui
delle utilissime pastiglie per purificare l’acqua non potabile e dei rigatoni
cucinati tre giorni fa, talmente secchi che pare non siano mai stati bolliti, li
intinge nella Nutella. Mi limito a guardarla ammiccando un fievole sorriso,
delle consulenze sul trekking mi fido, di quelle sul cibo no.
Oggi il tempo è diventato più socievole, il paesaggio bucolico che ci cir-
conda mette pace nell’anima. Sono meno concentrata sui passi e più sulle
chiacchiere e raccogliendo i sogni della mia compagna di viaggio anche
trenta chilometri a piedi sembrano scorrere senza troppa fatica.
Palazzo Adriano in
lontananza risplende
sotto al sole del tra-
monto come un gio-
iello ambrato incasto-
nato tra i monti Sicani.
A Palazzo Adriano
è Epifania a prendersi
cura di noi. Epifania
conosce Rob, il chitar-
rista degli Omosumo,
e io conosco Rob per-
ché Andrea, mio coin-

– 20 –
NUOVO CINEMA PARADISO

quilino a Londra, ci aveva lavorato insieme all’Arezzo Wave. Quali fili del
destino siano stati manovrati per fare in modo che io ed Epifania ci incon-
trassimo in un paese così piccolo e sperduto non lo so. La prendo come
un’altra pietra miliare a indicarmi la retta via.
Entrando in paese il respiro si spezza in gola. Sono sul set di uno dei
miei film preferiti: Nuovo Cinema Paradiso! Andiamo a visitare il museo
del cinema. Le immagini scattate durante le riprese del film ricoprono le
pareti e l’impiegata comunale che ci ha appositamente aperto le sue stanze
avvia la colonna sonora. Senza rendermene conto, lacrime di gioia solcano
le mie guance scottate dal sole e dal vento. La magia di essere entrata
dentro a uno dei miei film preferiti si materializza in gocce salate, come se-
gnalibro di un momento indimenticabile.
Nella famosa piazza dalle due chiese, una da rito latino, l’altra bizantino,
scattiamo qualche foto con e senza macchina fotografica e c’informiamo
sul percorso che ci aspetta domani.
Sembra esserci una mulattiera, è più corta di una decina di chilometri ri-
spetto alla strada asfaltata. Ora, dopo solo quattro tappe, so cose che prima
di partire non sapevo. Per esempio che 10 chilometri in più sono almeno
due ore di cammino, e due ore in più influenzano pesantemente la tempistica
di una giornata. E che la maggior parte di noi umani conosce solo i percorsi
che può comodamente percorrere seduto nella sua auto. La mulattiera ci
viene sconsigliata, ma essendo in due i rischi vengono condivisi… rischiamo.
Attraversiamo la riserva naturale dei Monti di Palazzo Adriano raggiun-
gendo più di 1.500 metri di quota, il vento soffia incessante, qualche piccola
frana blocca il cammino. Karolina le attraversa come uno stambecco, senza
aprire bocca, e io inesperta ma determinata non posso certo farmi umiliare
da una ragazzina. La seguo a ruota.
Fresche pinete costeggiano il sentiero fino al passo. Improvvisamente lo
scenario si apre su una conca fiorita, animata dalle greggi. A fondo valle
l’acqua intrappolata dalla diga d’Invaso Castello riflette il cielo nuovamente
azzurro, creando un magico caleidoscopio di colori. Camminando ogni pa-
norama viene conquistato passo dopo passo, con gli altri mezzi i panorami
sono rubati.
Karolina ha solo altri otto giorni di vacanza in Italia prima di tornare al-
l’università, decidere quale dei due Poli attraversare a piedi e quale nazione
salvare dall’ebola, quindi mi abbandona per cercare un passaggio in mac-
china. Mi offre dei pasticcini per sdebitarsi dell’ospitalità.
Non è me che devi ringraziare, la strada è di tutti.

– 21 –
bella senz’anime

A Cianciana non ci sono couchsurfer e su Facebook non trovo alcuna


connessione che mi apra qualche porta. Provo le Pagine Gialle. Indirizzo
e-mail dell’ente del turismo. Tentar non nuoce. Gli scrivo spiegando breve-
mente il mio progetto. Mi risponde un tale che gira la mia e-mail alla
Proloco, e il responsabile la gira a un amico proprietario di un’agenzia im-
mobiliare, disposto a darmi gratuitamente le chiavi di uno degli appartamenti
che affitta per i suoi clienti. Stanotte dormirò nella casa di un’artista ameri-
cana assente.
Sembra la fiducia valga molto più dei soldi.
Attraverso il centro storico. Sono dentro a un presepe, manca solo la
neve e Gesù bambino bianco come il latte, ma quelli non c’erano neanche
a Betlemme il 25 dicembre di 2.015 anni fa.
Salgo delle scale in pietra e posso scegliere di entrare in casa da una
qualsiasi delle tre piccole e pesanti porte di legno celesti. È una casa antica,
lo si respira tra i muri larghi mezzo metro, ammobiliata solo con qualche
cassettone di legno massiccio di fattura orientale. Semplici lampade di car-
tapesta illuminano gli ambienti.
Sono affascinata dagli oggetti e dal mistero. Chiedo a Google, l’onnipotente
risponde e scopro che la proprietaria si chiama Elizabeth Briel, crea arte per
viaggiatori e al momento vive a Pechino. Mi sdraio sul suo letto e guardo
fuori dalla finestra sul tetto. Elizabeth l’avrà fatto centinaia di volte. Me la
immagino còlta e aggraziata, forse un po’ introversa. Mi calo nella sua parte
mentre cucino un po’ di riso trovato tra gli scaffali. Elizabeth, cosa ci fa qui?
Perché hai comprato casa in un paese di 3.500 anime nella campagna agri-
gentina? Forse hai un amante siciliano? Esco, potrei incontrarlo. No, non
voglio rubarti anche lui per una notte, voglio solo soddisfare la mia curiosità.
Presto mi ritrovo seduta al tavolo di un bar con un caffè pagato, circon-
data da anziani contadini felici di far conoscenza. Scopro che Cianciana,

– 22 –
BELLA SENZ’ANIME

città originariamente famosa per le miniere di zolfo – uno zolfo unico al


mondo dal singolare cristallo esagonale – dopo la chiusura delle stesse negli
anni Sessanta iniziò a svuotarsi lasciandola bella e senz’anime. A vivere qui
è rimasto meno di un terzo della popolazione e i siciliani preferiscono co-
munque i condomìni nuovi in periferia. Di conseguenza i prezzi degli im-
mobili antichi del centro storico sono scesi a dismisura e molti stranieri
comprano e restaurano. Hanno resuscitato Cianciana preservandola dal
degrado e dall’oblio. Elizabeth ha comprato la casa in cui mi ospita per
7.500 euro. Niente amante mediterraneo, mistero risolto.

– 23 –
127 ore

Lascio Cianciana il primo d’aprile, in direzione Agrigento. È esplosa la


primavera, e posso camminare in maglietta. Mi tengo compagnia cantando.
Polmoni pieni di note, aria buona e il polline dei peschi in fiore. Google
Maps dice che oggi mi aspettano 45 chilometri. Sono tanti, tantissimi, il
tratto più lungo finora, pare però che sia tutto in discesa. Non conosco i
miei limiti e ho paura di non trovare ospitalità a metà strada, mentre ad
Agrigento ho già preso contatti. Accetto la sfida.
Imbocco un bel sentiero, il navigatore sembra trovare ottime scorciatoie,
facendomi evitare l’asfalto. Non è tutta discesa, al contrario ci sono molti
saliscendi. Rubo qualche arancia per addolcire il cammino e sono punita
immediatamente, il sentiero s’interrompe.
C’è campagna, colline, erba alta, i piloni di un’autostrada mai costruita
fluttuano nel nulla, io e lo scheletro di una macchina bruciata. E adesso?
Sto seguendo questo percorso da almeno cinque chilometri. Posso vedere
il puntino blu intermittente che mi rappresenta e posso vedere la strada
più vicina sullo schermo dell’iPad. Un puntino minuscolo nell’universo.
Tornare indietro vorrebbe dire aver buttato via dieci chilometri, troppi su
un tratto già così lungo. Posso però provare ad attraversare la collina e
sperare di raggiungere velocemente la strada dall’altra parte.
L’erba mi arriva in vita, il terreno è scosceso e non vedo dove metto i
piedi. Arranco passo dopo passo verso la cima, sudo, ma non credo per il
caldo. Lo zaino mi tira indietro, l’erba mi tiene ferma, solo la forza di
volontà mi spinge in avanti. Intravedo i segni lasciati dai trattori passati di
qui, forse posso camminare sopra la terra smossa da loro. No, è fango e la
scarpa rimane impantanata e il piede nudo a mezz’aria, me la riprendo
strappandola dal morso della terra con la mano, cercando di non scivolare.
Ho paura, tremo e sono completamente sola.
127 ore, Aron Ralston rimane incastrato nel canyon dello Utah. Cinque
giorni e sette ore, prima di decidere di tagliarsi con un coltellino il braccio

– 24 –
127 ORE

bloccato, per sfilarsi dalla roccia e mettersi in salvo. Questa è zona argillosa,
vulcanelli, buche, ruscelli sotterranei, un campo minato, penso mentre pro-
cedo con passo incerto, appesa ai capelli dei santi che a uno a uno tiro giù
dal paradiso come birilli.
Dovevo tornare indietro subito, senza esitare, ora non ha più senso.
Arrivo in cima alla collina quasi in lacrime e finalmente intravedo la strada
asfaltata e un discreto passaggio. La potenziale vicinanza a un altro essere
umano mi salva dal vortice di paura in cui stavo annegando. Strizzo la ma-
glietta, la appendo sullo zaino ad asciugare, cambio le scarpe sporche e ri-
prendo a camminare, quasi a correre fino all’asfalto e poi sull’asfalto fino
ad Agrigento.
Oggi ho imparato che la mia mappa virtuale non tiene conto di frane,
ruscelli estemporanei, fango, proprietà privata e a volte semplicemente
segna sentieri che non esistono più o che forse non sono mai esistiti, e ha
deciso di presentarmi i suoi difetti tutti insieme. Proprio come un fidanzato
subito dopo avergli concesso un sì di troppo. Pesce d’Aprile.
Ci metto più di dodici ore ad arrivare ad Agrigento, stremata, impolverata,
e anche un po’ incazzata. Spero chi mi ospiterà abbia in frigo grosse quantità
del mio integratore di sali minerali preferito. La birra.

– 25 –
guardare in alto

In effetti sì, il ragazzo che mi ospita – che per comodità chiameremo Mi-
ster X – ha della birra, ma ha anche tre camere da letto. Dice l’unica agibile
sia la sua e sembra che dovremo condividerla. Insiste che il disordine nelle
altre stanze non mi permetterebbe di dormire comoda, gli ripeto di non es-
sere mai stata aggredita nel sonno da un comodino disordinato e che piut-
tosto preferisco dormire sul divano, russo e sputo di notte. Non vorrei
dargli fastidio.
Forse ho russato una volta in vita mia, per colpa del raffreddore e non
credo sputassi.
Concesso.
L’integratore al luppolo inizia a fare il suo effetto scioglilingua e mi
prendo la confidenza di scherzare sopra al pessimo savoir faire di Mister X.
Non si offende e mi spiffera che solitamente con le straniere funziona, dice
che si è portato a letto tutte le ragazze che ha ospitato finora. Una volta
anche due insieme e per confermare mi mostra il video sul telefonino di due
agili americane gemere e divertirsi nella camera da letto “agibile”.
Mia mamma aveva detto che era proprio un bravo ragazzo quando ancora
prima di partire le avevo detto che quello che mi avrebbe ospitato ad Agri-
gento mi aveva addirittura chiamata per assicurarsi andassi proprio da lui.
Mia mamma non ne azzecca una.
Esco a prendere una boccata d’aria, un po’ scioccata e un po’ divertita da
quest’ultimo incontro. Non ho intenzione di appoggiare altro peso sotto ai
piedi e mi siedo su un muretto con le gambe a penzoloni a guardare il cielo.
«Darinka?», dice un uomo col cane al guinzaglio.
“E questo chi è?”, penso stranita. «Sì, sono io».
«Ciao! Sono Pietro, un amico di Epifania, di Palazzo Adriano. Mi ha
parlato del tuo viaggio. Voglio aiutarti! Ti serve qualcosa? Dormire, man-
giare? Sogni?».

– 26 –
GUARDARE IN ALTO

Non credo che le parole fortuna o coincidenza siano adeguate a descrivere


questa situazione. Forse Dio non è Google e forse ha deciso di appassionarsi
a quest’avventura. Per stanotte sono a posto, Mister X mi aspetta e dopo
aver assimilato la notizia di non potermi aggiungere alla sua collezione di
figa si è comportato dignitosamente, offrendosi anche di accompagnarmi a
vedere la scala dei Turchi e rimediandomi un’entrata gratuita alla Valle dei
Templi, ma domani sera mi trasferisco volentieri. Agrigento vale la pena di
essere visitata e io sono esausta. Posso permettermi due notti qui. Due
notti di sogni.

Agrigento è una bellissima città in coma. Il centro storico cade letteral-


mente a pezzi. C’è il problema del verde. Ce n’è troppo! L’erba non è alta
solo nelle campagne che ho attraversato, ma anche in centro. Anche sulla
sopraelevata di cui si sono dimenticati di costruire gli ultimi venti metri per
entrare nella galleria che l’attende. Galleggia inutile, in pieno centro, sotto
agli occhi di tutti, da talmente tanto tempo che ha perso anche la vergogna
di esistere.
Pietro mi racconta di come le due città che compongono Agrigento si
fossero sempre guardate. L’antico centro storico d’origine araba affacciato
sulla Valle dei Templi. Un filo diretto con il passato, per non dimenticarlo,
per andare avanti con la saggezza di saper guardare indietro. Ora il filo si è
spezzato, è squarciato da mostri di cemento, orribili condomìni sono spuntati

– 27 –
WALKABOUT ITALIA

come un’irritazione cutanea inarrestabile sul viso di una donna troppo bella.
Agrigento è stata rapita dal suo temine di paragone e d’ispirazione, la madre
Grecia, come una figlia strappata alla culla ancora in fasce brancola nel buio
a tentoni. Crolla pezzo dopo pezzo.
Chi ha vissuto altre realtà può fare un confronto e torna a casa portando
con sé visioni di una città restaurata e funzionale. Ma chi, come la maggior
parte dei locali, non è mai uscito, non si rende conto di quanto meglio po-
trebbe essere e tende a smorzare l’euforia dei ritornati che solitamente ri-
partono sconsolati lasciandola pigra e senza desideri, come un gatto castrato
prima della sua prima volta. Un gatto che non ha mai vissuto il sesso, non
sa cosa sia, semplicemente non gli interessa.
Pietro desidera una città reattiva. DESIDERARE. Riflettiamo sull’eti-
mologia della parola. Mancanza di stelle. Guardare in alto e pensare,
scrutare il vuoto che implica la lontananza tra il soggetto e l’oggetto del de-
siderio, cercarlo nel nulla. Proprio come stavo facendo quando Pietro mi
ha vista per la prima volta fuori da casa di Mister X. Forse per quello mi ha
riconosciuta.
Purtroppo sembra che qui anche sognare sia un atto sovversivo e Pietro,
nel suo ruolo d’insegnante, è stato richiamato più volte. Ha la colpa di far
sognare troppo i figli degli altri.
Lo saluto con l’amaro in bocca, io vado avanti e lui torna a scuola, en-
trambi sempre guardando in alto.

– 28 –
qualcuno conosce qualcuno?

Non ho nessuno che mi ospita a destinazione e onde evitare di scrivere


numerosi messaggi disperati cercando una connessione provo un nuovo
approccio: «Qualcuno conosce qualcuno a Palma di Montechiaro?», scrivo
sui miei social.
Funziona. Uno sconosciuto risponde mettendomi in contatto con altri
sconosciuti, i quali gestiscono l’ufficio della Proloco locale. E l’ufficio della
Proloco di Palma di Montechiaro è proprio dentro al Palazzo dei Tomasi
di Lampedusa. Dormirò sul pavimento solcato da Giuseppe mentre andava
avanti e indietro immaginandosi nuovi drammi per il suo Gattopardo.
Una volta arrivata vengo subito scortata al Comune per partecipare a
una riunione col sindaco. Si presenta: «Lei e la sua associazione potrebbero
aiutarci, in quanto oggi parleremo della possibilità di sviluppare sentieri
per fare trekking nella zona».
Distorsione da telefono senza fili. Telefono-casa. Sotto ai riflettori nella
sala consiliare spiego che non sono un’associazione, ma che ho semplicemente
deciso di girare l’Italia a piedi, da sola, senza soldi e raccogliendo sogni.
Il mio collo improvvisamente si allunga di una ventina di centimetri, la
mia pelle diventa verde e rugosa. Assumo le sembianze di E.T. Almeno
credo, a giudicare dalle reazioni di chi mi osserva. Un fulmine di curiosità
e terrore attraversa lo sguardo dei presenti che cercano invano di mantenere
un posato decoro.
Smaltito lo shock iniziale, inaspettatamente iniziano a piovere sogni. Un
pizzico di follia e un gran sorriso sciolgono anche le coltri di perbenismo
più spietato.
Ballo con Alain Delon tutta la notte. Le ossa scricchiolano dentro al cor-
petto che mi allarga il seno e stringe la vita. “Saranno anche belli questi ve-
stiti, ma sono di uno scomodo”, penso mentre apro gli occhi e le anche
graffiano il pavimento. Stavo sognando. Albeggia e la pioggia annaffia

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WALKABOUT ITALIA

l’asfalto. Il mio materasso non è altro che un tappetino da yoga e forse se


l’avessi usato per il suo vero scopo ora mi sentirei più riposata. Camminare
mi rimetterà in sesto. Sto iniziando a sentire i muscoli nei polpacci esistere
e la schiena rafforzarsi. Tutti i miei piccoli acciacchi sembrano spariti e
anche i dolori mestruali questo mese si sono dimenticati di presentare il
conto. Sento tangibilmente che quando cammino sto bene. Apparentemente,
camminando il mio corpo produce endorfine, le quali danno euforia, oltre
ad avere un effetto analgesico.
Riprendo la strada volentieri, nonostante il tempo incerto. Il prossimo
grande centro sulla rotta verso lo stretto è Licata.
Tramite le ormai consuete magie di Internet trovo un prete che mi ospita
nella sagrestia. Non potrò farmi la doccia, dovrò dormire per terra e lui è
disponibile a lasciarmi le chiavi, ma poi ha impegni. Finalmente mi sento
una vera pellegrina. Mi è andata fin troppo bene, per ora. Letti, palazzi,
cibo in abbondanza e docce calde tutti i giorni. Sono pronta ad adattarmi.

– 30 –
QUALCUNO CONOSCE QUALCUNO?

Un’altra macchina si ferma per offrirmi un passaggio. Ho smesso di con-


tarle. Dovrei scrivere in grande sullo zaino che non salgo in vettura, così
eviterebbero di fermarsi. Ciò nonostante mi dispiace che si fermino ad
aspettarmi per poi raggiungerli e rifiutare, così corro verso di loro per ri-
sparmiargli qualche inutile manciata di secondi fermi sul ciglio della strada.
Questi ultimi sono una giovane coppia, facce simpatiche, vanno a Licata.
Mancano una quindicina di chilometri circa, chiaramente non sono dei
malintenzionati, a piedi Licata è lontana e la strada a scorrimento veloce
brutta. Basiti al mio rifiuto. Perché non salgo?
Spiego velocemente il mio progetto. Si guardano con sguardo complice:
«Che figata!», esplodono all’unisono.
«Devi venire da noi, gestiamo una radio, abbiamo un locale e stasera
c’è una serata di musica dal vivo, abbiamo tanti sogni da darti, ti offriamo
da bere!».
Ci penso mezzo secondo. Lo Spirito Santo può aspettare, avrò sicuramente
altre occasioni per dormire per terra da sola in una sagrestia senz’acqua.
«Ok!». Alessio e Sabrina mi lasciano i numeri di telefono, ci vediamo a
Licata.
Mi allontano dalla strada a scorrimento veloce e passo dal mare, un
mare nero e incazzato, con il vento che orchestra i canneti componendo
una funesta colonna sonora per i paesi completamente deserti che attraverso.
Mi sembra di essermi risvegliata dopo l’Apocalisse e per qualche lunghissimo
attimo ho paura di essere l’ultima forma di vita rimasta sulla Terra.
Un condominio color ospedale è crollato per metà, sezionando le stanze
ancora ammobiliate, crocifissi e quadri ancora appesi, una caffettiera sui
fornelli, fette di vita vissuta trasformate in cibo per corvi. Un cartello con la
scritta GELATI gira sordo nel vento, e un cane randagio lo osserva stupito.
Sono entrata nella scenografia di uno spaghetti western o di un film del-
l’orrore? Vedo il mio dito tremare premendo l’otturatore della macchina
fotografica. Inconsapevole ho già scelto la seconda opzione, ma lo scenario
è spaventoso quanto fotogenico. Purtroppo la paura vince sulla voglia di
fotografarlo, infilo velocemente la macchina fotografica nella custodia e
inizio a correre.
Dopo qualche chilometro incontro una chiesetta, ci entro cercando con-
forto e refrigerio.
C’è un signore, presumo il catechista. Parla a dei bimbi della comunione.
«L’ostia è il corpo di Cristo! Lo so per certo perché la settimana scorsa ce
le hanno rubate per farci delle messe nere!». La sua tesi mi sembra provare
più l’esistenza del demonio che quella del Cristo in uno strato di acqua e

– 31 –
WALKABOUT ITALIA

farina. I bambini lo ascoltano silenti, con gli occhi grandi pieni di terrore.
Forse stavo meglio cinque minuti fa, unica sopravvissuta all’Apocalisse.

– 32 –
radio battente

Licata. Una foto col cartello, io sorrido e lui rimane freddo come al solito.
Chiamo Alessio e Sabrina. Stanno organizzando il bar per stasera, ma i loro
amici sono stati avvertiti del mio arrivo e mi aspettano alla sede della radio.
Una decina di ragazzi affittano il piano di un edificio, vogliono uno
spazio comune e vogliono farsi sentire, così creano Radio Battente e si ri-
trovano giornalmente a parlare di musica, notizie e ancora musica. Mi ri-
corda la casa occupata in cui vivevo a Londra, grandi spazi disordinati
riempiti da tante idee.
Il mio nome è per loro impronunciabile e mi battezzano Belinda.
«Belinda tra un’oretta t’intervistiamo!».
«A me?».
«Fidati di noi».
Non posso fare altro. Fiducia, un sorriso e lo spazio per un sogno nella
mia scatola sono la mia merce di scambio.
C’è Claudio, un giornalista piemontese. Lavora per un’importante agenzia
di comunicazione e lo fa online, quindi può vivere dove gli pare. Ha scelto
Licata. Il costo della vita qui è più basso rispetto al Nord, il clima e la gente
meno freddi. Luca e Nino, le altre due voci della radio, mi offrono tanti sali
minerali al luppolo per placare il nervosismo della diretta.
Non so come va l’intervista. So che ridiamo a ogni scambio di battute.
Essere seduti con loro davanti ai microfoni o al bancone del bar dove an-
dremo dopo non fa alcuna differenza, sono dei professionisti e mi fanno
sentire a mio agio.
Raggiungiamo la bella coppia che mi ha intercettata. Chitarra, voce e
sax vibrano tra le tende vellutate in un’atmosfera da bordello d’altri tempi.
Il “corridoio Club” potrebbe benissimo trovarsi su una qualsiasi via di
Lower Manhattan e non sfigurerebbe. Non scherzavano quando dicevano
che mi avrebbero offerto da bere, e la capacità di rifiutare un drink dopo
l’altro nel contesto bohémienne licatese viene meno.

– 33 –
WALKABOUT ITALIA

Mi risveglio abbracciata a qualcosa che non è un cuscino. Respira e mi


dà le spalle. Cerco di ricordare cosa sia successo ieri. Arrivo fino agli ultimi
shot con Alessio e Sabrina, dopo è un buco nero.
Non so nemmeno dove mi trovo. Il sole sembra già essere alto fuori,
cerco di spiare i contorni del viso dell’uomo che sto abbracciando ma non
indosso le lenti a contatto e il cerchio alla testa mi impedisce di alzarla dal
cuscino. Oggi è domenica anche per me, ci riprovo tra mezz’ora. Si gira lui,
lo spio velocemente prima di tornare a far finta di dormire. Magari nei
prossimi minuti mi ricorderò cosa ho combinato ieri sera e assumerò un
comportamento coerente.
È Claudio. Buona notizia. Claudio è carino. Adesso bisogna capire se c’è
stato un coinvolgimento romantico. Sono vestita. Bene, un altro punto per
me. Al limite avremo limonato. LIMONARE. Mi fa sempre ridere questa
parola. Prima di farti beccare a ridere sotto ai baffi alzati, avrai un alito di-
sinfettante, nel senso che ucciderebbe ogni tipo di batterio. Cerca di non ri-
baltarti mentre ti avvii alla ricerca di spazzolino, dentifricio e bagno.
Nel salotto entra un fascio di luce polveroso, ci sono foto di Nino, sarà
casa sua. Abita coi suoi? Boh. Meglio muoversi senza fare casino.
Rinfrescata torno in camera, Claudio è sveglio, sono troppo imbarazzata
per chiedergli cosa sia successo ieri e divago sulla casa. È la casa di campagna
di Nino. Loro vivono qui, niente genitori. Benissimo, nel giardino c’è una
bella amaca, le tempie pulsano senza darmi tregua e mi ci addormento sopra
nella pace di un caldo pomeriggio avviluppato dal profumo dei limoni.
Al risveglio sto decisamente meglio, racconto a Claudio di essermi spa-
ventata ieri attraversando i paesini deserti che precedono Licata. Sono
luoghi di villeggiatura, si animano solo d’estate, mi spiega gentile. Mi
sarebbe piaciuto fare altri scatti laggiù. Si offre di tornarci insieme.
Con lui ho la certezza di non essere sola al mondo e non ho più paura.
Ci fermiamo al mare. Non so se l’ho già baciato, se gli ho promesso amore
eterno o altro e ci limitiamo a guardare le onde infrangersi sul bagnasciuga.
Siamo entrambi abbastanza impacciati per poterlo definire a suo modo un
momento romantico.
Lo interrompo goffamente chiedendogli della mafia. A Corleone ho tro-
vato i suoi spettri, a Cianciana mi avevano detto che non c’era ma che
l’avrei trovata ad Agrigento, ad Agrigento mi avevano detto che era a Palma
di Montechiaro, a Palma di Montechiaro mi dicono che l’avrei trovata a
Licata. Sembra che sia sempre un passo davanti o dietro di me, o forse è
come un assorbente. C’è ma non si vede, permeando tutti gli strati sociali,
assorbendo la linfa vitale di tutti.

– 34 –
RADIO BATTENTE

Anche Claudio non la vede. Mi spiega che la mafia campa di affari molto
grandi e molto piccoli. Da una parte il controllo sulle droghe importate, e
gli intrallazzi nei lavori pubblici. Dall’altra il controllo sul territorio fatto di
estorsioni e rapine. Per gli affari grandi Licata non è il posto adatto, mancano
i centri di potere economico e politico che diano ampi margini di guadagno.
Per gli affari piccoli nemmeno, con un’economia in crisi c’è ben poco da
estorcere e rapinare.
Dormiamo ancora stretti l’uno all’altra, alla fine si stava comodi, e ci sa-
lutiamo con un abbraccio innocente. “Chissà cos’è successo l’altra sera?”,
mi chiedo mentre saluto lui e Luca.
Stanno salendo alla radio. Mi sintonizzo subito sulle voci dei miei nuovi
amici e sulla strada. Credo questa possa diventare una piacevole routine.

– 35 –
autodistruzione

“If you don’t have anything good to say, say nothing”*, diceva sempre
Chris con il suo accento irlandese così incredibilmente sexy. Chris chi!?
Saranno almeno tre giorni che non penso a lui.
Eppure torna sempre, come quel taglietto dentro la bocca dove la lingua
continua ad andare a sbattere, con la scusa di controllare se c’è ancora. Mi
sorge il dubbio che in realtà ci vada per assicurarsi che non si chiuda.
Sta volta c’ero quasi. È bastato un pensiero e la mia mente scatta un’istan-
tanea che mi catapulta indietro di qualche mese. Sono davanti al mio lago
felicemente abbracciata a lui, gli ho detto di sì, ci sposeremo. In un secondo
smantello tutto il lavoro fatto dalle piastrine in questi giorni. Il taglio è
aperto e in effetti su Gela non ho niente di buono da dire, ma non voglio
più ascoltare chi continua a parlarmi solo nella mia testa.
Gela è una grande città inquinata, famosa per la raffineria dell’Eni, in
passato popolata per lo più dai suoi dipendenti. Ora molti sono stati rim-
piazzati da macchine. Le spiagge sono spoglie e il mare non balneabile.
Molti quartieri sembrano ricostruzioni di una periferia milanese in disuso,
animati solo da antichi spettri di speranze d’ordine e progresso ormai an-
ch’essi disillusi. Una colonna dorica sopravvive come un dito fragile puntato
da un passato più civile del presente, impotente davanti al fumo arancione
sputato fuori dalle ciminiere.
Mostri senza forma nel cielo di una notte senza stelle.
Attraverso a passo spedito e a fiato sospeso la città per riaffiorare nella
campagna. Qui il paesaggio sarebbe meraviglioso se non fosse soffocato
dalle serre che lo nascondono. Sembra una zona fertile, tanto fertile che i
pomodori crescono anche sui marciapiedi. Guardo più attentamente. I
marciapiedi sono effettivamente fatti di pomodori, ma non crescono qui,

* “Se non hai niente di buono da dire, non dire niente”.

– 36 –
AUTODISTRUZIONE

ce li hanno buttati. Tonnellate di pomodori, cetrioli e anche qualche me-


lanzana. Buoni, ma non posso mangiarmeli tutti.
C’è chi sostiene che siamo in troppi su questo pianeta, che non ci siano
abbastanza risorse per tutti. Forse hanno ragione, o forse il fatto che Jennifer
Lopez si è assicurata il deretano per 300 milioni di dollari mentre 2,8 miliardi
di persone, quasi metà della popolazione mondiale, sopravvive con meno di
2 dollari al giorno dimostra che sono semplicemente maldistribuite. In ogni
caso le nostre generazioni non possono più permettersi sprechi.
Quanta gente oggi nel mondo ha fame? 805 milioni secondo il World
Food Program, circa la popolazione degli Stati Uniti e di tutta l’Unione
Europea insieme. Quante tonnellate di cibo buono vengono buttate ogni
anno? Quanta acqua potabile ha innaffiato i pomodori che si stanno impu-
tridendo sull’asfalto? Forse seccandosi sull’asfalto qualcosa tornerà nell’at-
mosfera insieme alle emissioni dell’Eni.
Arrivo a destinazione, Scoglitti, un paesino di villeggiatura semideserto.
Scendo in spiaggia e affogo i piedi e la collera fumanti nell’acqua fresca del
Mediterraneo. La plastica delle serre strozza anche il mare. Il sale brucia
sulle vesciche ai piedi, ma la rabbia brucia molto di più.
Nuccia, la couchsurfer che mi ospita, mi raggiunge. È una biologa e co-
nosce bene la situazione del mercato ortofrutticolo locale. Mi spiega che
grazie alla fertilità del terreno e al clima favorevole la produzione di frutta
e verdura nel ragusano è tanto elevata da averla resa famosa a livello inter-
nazionale come “il giardino d’Europa”. Con l’entrata dell’Italia nella Co-
munità Europea sono stati sottoscritti degli accordi che hanno stravolto le
regole del mercato, avvantaggiando il gioco sporco delle multinazionali e
costringendo i contadini a una sleale concorrenza al ribasso. Non possiamo
competere con paesi che hanno costi di produzione infinitamente più bassi
dei nostri e siamo quindi completamente tagliati fuori. Rimangono poi da
considerare le infiltrazioni mafiose nel settore del trasporto che favoriscono
le contraffazioni, facendo passare prodotti esteri per prodotti locali, le mi-
nacce a chi le denuncia, e la beffa finale: il prezzo dello smaltimento legale
dell’invenduto. Costa di più buttare un chilo di prodotto che produrlo o
venderlo, anche se si decidesse consciamente di andare in perdita concor-
rendo con i prezzi nordafricani.
In due parole, anzi tre: sono completamente fottuti. Buttare il frutto del
loro duro lavoro per strada è un segno di protesta, uno sfogo sul paesaggio
per condividere la frustrazione con chiunque passi.
Nuccia è speranzosa, dice che molti contadini stanno intraprendendo la
strada del biologico e delle conserve, mentre lei riduce al minimo il proprio
impatto ambientale. Si prepara detersivi e detergenti da sola, con la farina

– 37 –
WALKABOUT ITALIA

di ceci, ama tanto il suo lavoro da trasferirsi dentro alla riserva naturale che
studia e preserva. Sogna la sua nuova dimora senza sportelli, in modo che
chiunque dei suoi ospiti possa prendere qualsiasi cosa senza avere quel
senso d’intrusione creato dall’aprire uno sportello in casa altrui. Esseri di
questo tipo riescono a farmi credere per un attimo che la nostra stupida
specie non meriti l’autodistruzione.

– 38 –
l’isola di pasqua

La campagna tra il mare e Ragusa in questa stagione sembra dipinta da


un pittore che ha trovato tubetti di giallo e blu a prezzi stracciati. Mucche
brucano pacificamente sprofondando dentro a nuvole di fiori e il traffico è
pressoché impercettibile. Ho dimenticato di riempire la mia bottiglia d’acqua
prima di partire, ma cammino su marciapiedi di arance, e lascio sia il loro
dolce succo a dissetarmi.
A Ragusa sono ospite di Giovanni, un altro couchsurfer che mi porta a
cena a casa di amici. C’è Peppino che è tornato dall’estero con l’idea di rivo-
luzionare l’approccio della sua famiglia alla terra, applicando concetti di

– 39 –
WALKABOUT ITALIA

agricoltura sinergica* e permacultura**. In sintesi un nuovo modo di pro-


durre in cui si restituisce alla terra più di quanto le viene strappato.
C’è Rosa, la sua bella fidanzata, che lavora in un centro d’accoglienza
Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) dove ospitano
donne e bambini.
C’è un’altra nordica che ha preferito trasferirsi in Sicilia. A fine pasto di-
stribuisce a tutti dei pennarelli per disegnare la tovaglia sulla quale abbiamo
cenato. C’è un gallo soprannominato “rondine” per la sua taglia modesta,
ma che ha vissuto una vita felice prima di finire in pentola e c’è la mia
scatola di sogni che si riempie e una damigiana di vino che si svuota.
Colgo l’invito di Rosa a visitare il centro dove lavora per raccogliere an-
che i sogni delle rifugiate. Si tratta per lo più di somale, eritree e nigeriane.
Non so fino a che punto riescano a fidarsi di me, non so se le loro storie
siano autentiche o meno. Quello che so è che sono qui, da sole, senza i padri
dei loro figli, in una nazione di cui non conoscono né lingua, né usi, né co-
stumi, e so che quello che sognano è sincero. Rimanerci.

* L’agricoltura sinergica è un metodo di coltivazione elaborato dall’agricoltrice spagnola


Emilia Hazelip. Si basa sui princìpi che, mentre la terra fa crescere le piante, le piante
creano suolo fertile attraverso i propri “essudati radicali”, i residui organici che lasciano
e la loro attività chimica, insieme a microrganismi, batteri, funghi e lombrichi. Attraverso
questo metodo di coltivazione viene restituito alla terra, in termini energetici, più di
quanto si prende, promuovendo i meccanismi di autofertilità del suolo.
** La permacultura è un metodo per progettare e gestire paesaggi antropizzati, in modo
che siano in grado di soddisfare bisogni della popolazione quali cibo, fibre ed energia e
al contempo presentino la resilienza, ricchezza e stabilità di ecosistemi naturali.

– 40 –
L’ISOLA DI PASQUA

Questo mi può solo far vagamente immaginare da quale incubo siano


scappate.
Uno dei sogni più ricorrenti che ho letto sbirciando il contenuto della
mia scatola è quello di aver la possibilità di essere appagati professionalmente
senza essere costretti ad abbandonare la Sicilia. Rosa e le sue colleghe sono
laureate, professionali e amano profondamente il loro lavoro, ma non per-
cepiscono lo stipendio da più di un anno. La gestione precedente ha fatto
sparire i fondi europei stanziati a sostenere il progetto.
Le cose dovranno cambiare in fretta se vogliamo continuare a far sì che
sia Rosa a prendersi cura degli immigrati e noi lei a emigrare.
Esco dalla scatola ed entro in una cartolina. Ragusa Ibla.
Mentre passeggio ammirando la sua spudorata bellezza, chiamo Bernd,
il mio contatto couchsurfing per Ispica. Lo avverto che presto sarò da lui.
Non è che Ispica fosse proprio di strada ma la sua autodescrizione è uno
specchio per allodole efficacissimo: “Sono un artista e vivo in un bel giardino
con quattro grotte. Ho tutto quello di cui un ospite possa avere bisogno,
incluso letti e doccia, ma cerco di vivere senza cose futili. L’elettricità per la
mia casa (grotte) è prodotta da un pannello solare a 12 v e ho una compost
toilette per incrementare la sostenibilità del mio modus vivendi”.
I testimoni di Geova aspettano il paradiso in Terra. Bernd non ha avuto
la pazienza di aspettare il divino e se l’è costruito da solo. L’ex compagna
lo trascina in Italia controvoglia a fine anni Ottanta. Presto scopre non pia-
cerle e se ne va. Lui se ne innamora e resta.
Sognava una casa piccola con un grande giardino. Compra un appezza-
mento di terra affacciato alla cava d’Ispica e lo trasforma nel suo regno.
Un regno abitato da lui, sette rognosissimi Shih Tzu che si litigano costan-
temente la sua attenzione e diciassette tartarughe che si fanno ampiamente
i cazzi propri.
La sua surreale dimora è di formazione calcarea ed è suddivisa in quattro
grotte. La camera da letto principale, quella per gli ospiti, la grotta bagno
e quella estiva, più fresca, dove ha costruito una specie di frigorifero di
polistirolo scavato nella roccia. I suoi quadri ornano le pareti di pietra e le
stufe a legna riscaldano l’inverno. È costretto a utilizzare dei materassi
gonfiabili per evitare s’impregnino d’umidità, ma li trova molto comodi e
anch’io. Una connessione wi-fi connette il suo Eden col resto del mondo
e le figlie lontane.
Mi spiega che per esistere legalmente deve pagare almeno una bolletta.
Il prezzo della sua esistenza è la lavatrice che fa girare una volta l’anno.
Preferisce farsi il bucato a mano comunque.

– 41 –
WALKABOUT ITALIA

Facciamo la spesa nel suo fornitissimo orto: fragole, lattughe, pomodori,


cipollotti, e le uova fresche delle sue galline. Per completare il pasto sforna
dell’ottimo pane nero, anch’esso fatto con le sue mani, come ogni altro tas-
sello della sua opera d’arte abitabile.
Mangiamo chiacchierando del più e del meno, con la complicità di chi
nella semplicità ha trovato tutto, sogghignando un pochino pensando a
chi, dandoci dei pazzi, soffre ogni giorno per accumulare più oggetti inutili
da portarsi nella tomba.
Bernd il suo sogno l’ha realizzato, ma forse ne ha un altro da inserire
nella mia scatola magica. «Sì». Vorrebbe andare sull’isola di Pasqua, ma è
consapevole che non avrà mai i mezzi economici per prenotare il volo.
Non c’è problema, si è comprato molti libri che ne parlano e ha iniziato lui
stesso a scolpire le famose mascherone che la caratterizzano nel suo giardino.
Se Maometto non va dalla montagna… Bernd ha portato Pasqua a Ispica.
Il regno di Bernd può essere l’Eden, il baluardo calcareo di fantasia e
anche l’isola di Pasqua. Può essere tutto questo allo stesso tempo e mutare
da un giorno all’altro. Oppure può essere una semplice grotta.
Questo dipende solo dagli occhi di chi lo guarda.

– 42 –
sicilia

Arrivo a Modica costeggiando una bellissima vallata, disegnata da un


serpente argentato che scorre nel suo grembo iniettandole vita. Sole e vento
si sono messi d’accordo per scaldarmi senza sciogliermi. Entro in città con
l’eco di una sala prove nelle orecchie e il jazz s’impossessa dei miei passi.
Questa posto puzza di musica.
Stavolta sono ospite di Luca, un collega fotografo. Luca pensa che io e
Modica staremmo bene insieme e me la mostra rendendomi protagonista
dei suoi scatti. Giochiamo a un due tre stella tra i labirinti barocchi e sopra
ai solidi balconi sostenuti da grotteschi musi di pietra. Correre per poi fer-
mare il tempo in una fotografia.
Una volta, dopo aver
fatto l’amore come si
deve con un ragazzo che
conoscevo da poco, ac-
cesi la classica sigaretta
che mi piace conce-
dermi in certe occasioni
e mi accorsi che era as-
sorto tra i suoi pensieri.
Gli chiesi a cosa stesse
pensando e mi disse che
era strano fare l’amore
con me, si sentiva come
se la mia intimità gli ap-
partenesse. Allora ho
iniziato a immaginare
un quadruplice simpo-
sio in cui nell’essere per-

– 43 –
WALKABOUT ITALIA

fetto c’è l’organo sessuale, l’anima, la testa e il cuore e la nostra missione


sulla Terra è trovare tutti i nostri pezzi e forse congiungerli, indipendente-
mente dal loro sesso. Chris ha la mia anima, questo sconosciuto la mia inti-
mità. Mi mancano la testa e il cuore. Luca è un frammento di quest’imma-
gine. I bordi della nostra personalità s’incastrano perfettamente. Insieme
formiamo un immagine più grande, allarghiamo la nostre prospettive mentali
a vicenda.
Non posso avere l’arroganza di pensare che la mia perfezione si trovi
tutta in Piemonte, per questo viaggiare è fondamentale, e se non lo avessi
fatto non avrei scoperto la Sicilia.
La Sicilia è una terra generosa ed elegante nel suo paesaggio, sia umano
che naturale, e riesco a sfamarmi tutti i giorni per mano sua o dei suoi figli.
Adoro fermarmi all’ombra di un maestoso pino marittimo o mettere i piedi
a mollo nel mare mentre riprendo fiato. Dà ritmo alle mie giornate e mi
piace scegliere con cura le cornici dei miei momenti di ristoro. Esplorando
il mondo, passo per passo, centimetro per centimetro, ho il privilegio di
scovare angoli straordinari, invisibili ai più.
Non me ne ero mai accorta prima, ma le spiagge sono sempre affollate
solo davanti ai parcheggi. Se si va oltre al limite della comodità capita di
fare chilometri e chilometri senza incontrare nessuno. Questi sono i posti
dove mi piace fermarmi. I posti che gli altri non vedono. Credo lo stesso
facciano gli uccelli migratori. Chissà quali radure riescono a intercettare da
lassù? Oggi ci siamo trovati a riposare insieme nella riserva naturale di
Vendicari prima di riprendere ognuno le proprie rotte. Soli galleggiamo
nel blu del mare che si confonde col cielo.
C’è un’altra cosa che amo dei miei cammini. Una cosa che apprezzo più
in alcuni posti piuttosto che in altri. La magnifica sensazione di essere arri-
vata. Un viaggio è come un disegno. Alcune linee sono fondamentali, se
non ci fossero rimarremmo a fluttuare nell’astrazione, altre non hanno dav-
vero bisogno di esistere, eppure nella completezza dell’opera anche ogni
piccola sfumatura diventa importante.
Entro a Siracusa. Ammiro l’isola di Ortigia all’orizzonte, nella luce del
tramonto. Sembra ricoperta di miele che cola nell’acqua turchese. Ho la
sensazione di camminare su una linea essenziale. Improvvisamente l’aria
di questo posto mi riempie le narici, piedi e cuore gonfi gli uni di fatica e
l’altro di felicità sanno di poter festeggiare insieme a me. Sono arrivati.
Sono arrivata.
La storia si ripete. Stavolta sono ospite di Thomas, un ragazzo francese
trascinato controvoglia in Sicilia da un amico. Anche lui lavora online e si

– 44 –
SICILIA

può permettere di vivere dove più gli garba. Colpo di fulmine con Siracusa.
Si ferma qui. La ragione principale che l’ha spinto a rimanere è la spontanea
gentilezza della sua gente e mi trovo costretta a metterla alla prova. Ci sono
troppe attrazioni turistiche che vorrei visitare e sarebbe un peccato rinun-
ciare a priori solo perché non posso permettermi il biglietto d’ingresso.
Devo trovare un modo di entrare gratis, senza scomodare Thomas e ho
un’idea che mi frulla per la testa.
Il duomo, cattedrale metropolitana della Natività di Maria Santissima, è
stato riadattato alle esigenze delle divinità di moda e delle numerose domi-
nazioni nel corso dei secoli. Oggi è appunto parte di una repubblica che si
chiama Italia, di religione cristiana. Chissà a quando la prossima?
L’entrata “per i turisti” costa 2 euro. A prescindere dal fatto che non
trovo giusto far pagare l’entrata di un luogo di culto, tengo le mie polemiche
chiuse dentro alla zip di un sorriso talmente largo che con un movimento
brusco la calotta cranica potrebbe scivolare a terra.
«Ciao, sto risalendo l’Italia a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni.
Volete contribuire al mio progetto con un sogno o magari facendomi
entrare gratis?».
Alla mano ho degli articoli di giornale che parlano del mio viaggio, in
caso volessero verificare. Non ce ne sarà bisogno, né qui, né ai bagni ebraici
(5 euro), né all’entrata del macabro labirinto di catacombe di san Giovanni
(8 euro), né al museo di Archimede (6 euro). Tento il colpaccio al teatro
greco: 10 euro sono tanti, ma l’inserviente non solo mi accoglie, ma si offre
di accompagnarmi anche nella parte successiva del complesso dove po-
trebbero richiedermi il biglietto. Entriamo a braccetto e mi spinge letteral-
mente dentro all’Orecchio di Dionisio, per poi lasciarmi libera di immaginare
i turisti trasformarsi in prigionieri e immaginare lo scaltro tiranno origliare
i nostri bisbigli dall’alto.
L’orecchio di Marco è più piccolo, non amplifica i suoni, amplifica i
sogni. È stato costruito per uno scopo ben più nobile, aiuta a ritrovare i
sogni dei prigionieri di noi stessi. Li fotografo uno dentro l’altro.
Totale 31 euro che non ho risparmiati e un’altra storia da raccontare.
Sì, credo Thomas l’abbia indovinata a fermarsi in Sicilia. Una terra abi-
tuata a una dominazione dopo l’altra, una terra che per difendersi si nutre
della sua identità eterogenea dove ormai nessuno è più straniero.

– 45 –
55.200 passi di libertà

Nascosti dietro il primo tornante, uscendo da Siracusa, si susseguono


mostri d’acciaio e cemento. Una raffineria dopo l’altra impediscono la vista
del mare che sembrava così pulito appena pochi chilometri prima.
Dovrebbe esserci l’Etna a sostituire il nord della mia bussola, ma posso
solo vagamente intuirne i lineamenti dietro alle nuvole di smog che m’in-
tossicano il cammino. Questa è la Sicilia più brutta che abbia incontrato fi-
nora e fortunatamente ad Augusta, nonostante l’odore di benzina nell’aria,
c’è Nino pronto a riscattarla almeno sotto al punto di vista umano.
Essendo costretto dalla sua ferramenta a stare fermo, Nino viaggia attra-
verso gli occhi dei viaggiatori che ospita. Mi sta seguendo da quando sono
partita e non vedendomi arrivare pensa per un attimo io sia un carattere in-
ventato, uno scherzo fatto dagli amici consapevoli della sua indole ingenua
e sognatrice.
Con un po’ di ritardo finalmente entro nel suo territorio ed è visibilmente
emozionato. «Allora sei vera!».
Tutti i suoi amici sono a conoscenza del mio strano viaggio e stasera ci
aspettano perché gli possa raccontare di persona la mia avventura. Qualche
giorno addietro postai la foto della mia vescica, chiedendo consigli per non
patirla troppo, e fu proprio Gianfilippo, al tavolo questa sera, a consigliarmi
di bucarla con ago e filo e lasciare il filo dentro, in modo da far spurgare la-
sciando tempo alla pelle sotto alla bolla di rigenerarsi. È bello mettere un
volto al mio misterioso consigliere. Simona è stupita dalla modalità del mio
cammino e vuole vedere lo zaino. Ignazio ha preparato del pesto di pomodoro
da lasciarmi, e mi regala un utilissimo coltellino svizzero per aprirlo, spalmarlo
e difendermi.
Questi amici che non conoscevo hanno viaggiato con me passo dopo
passo da quando sono partita e mi dispiace lasciarli, ma d’altronde se non
continuassi non potrei dargli altre avventure da leggere. Così torno a cavallo
delle mie scarpe e del mio sogno in strada.

– 46 –
55.200 PASSI DI LIBERTÀ

Se non esiste un piano ben preciso, le possibilità di sbagliare sono inesi-


stenti. In pratica se ci si convince che non esiste un modo “giusto” in cui le
cose debbano andare, nulla può andare storto.
L’amica di mia zia che mi doveva ospitare a Catania mi bidona mentre
sono già in cammino verso la sua città, ma la città è grande e ho ottime pro-
babilità di trovare un altro tetto, anche all’ultimo minuto. «Qualcuno co-
nosce qualcuno?». Tiziana e Laura, entrambe sconosciute, ed entrambe
amiche di amiche, sono pronte ad aiutarmi. Chiamo e spiego che sto par-
tendo ora da Augusta, tra dieci ore sono lì.
Ci metto più di un volo transcontinentale.
In Sicilia si può raggiungere ogni suo angolo in tre ore di macchina. Io ci
ho messo un mese per fare Palermo-Catania.
Il tempo per un camminatore prende una connotazione completamente
diversa, viene scandito dai passi. Ne faccio circa 115 al minuto. Sono 6.900
all’ora. Catania dista circa una quarantina di chilometri. Otto ore di cammino,
55.200 passi e un paio d’ore per riposarmi, fotografare ciò che merita, go-
dermi il paesaggio e riprendere fiato. 55.200 passi in cui ho la possibilità di
entrare in contatto con ogni cosa che si trova sulla mia strada. 55.200 passi
in un giorno, domani forse un po’ di meno e quello dopo un po’ di più, in
cui la vita ti abbraccia a 360 gradi. 55.200 passi di euforia camminante, di
determinazione, di pace e di libertà.
L’Etna mi attrae come un magnete e mi lascio guidare. Si accosta una
macchina e con la grazia di un macaco un ragazzino insistente inizia il suo
rito amoroso. «No grazie, non voglio un passaggio, no grazie, ho già man-
giato, no grazie, ho amici che mi aspettano, no grazie, sono astemia, no gra-
zie, indosso una cintura di castità e le chiavi mi sono cadute nella neve
mentre attraversavo l’Antartide».
Trovo il mio angolo di pace in una villa abbandonata a picco sul mare.
Mangio pane e il pesto di Ignazio insieme agli uccelli che si sono fermati
con me a riposare. Chissà quante volte devono sbattere le ali al minuto per
rimanere in volo? Chissà se anche loro si sentono in armonia con il creato
mentre si spostano? Chissà dove ha parcheggiato la macchina il macaco ora
che me lo vedo spuntare a piedi nel mio angolo di paradiso nascosto, inter-
rompendo il mio scambio culturale con gli uccelli?
Volendo ben vedere, non è neanche brutto, eppure il suo approccio così
volgare è rivoltante.
La situazione non è delle migliori, siamo soli nel giardino di una villa ab-
bandonata, a pochi passi dalla strada, ma ben nascosta dalla vegetazione ri-
gogliosa. È circa mezzogiorno di Pasquetta, i siciliani prendono queste cose
seriamente, sono a casa ad arrostire e il traffico è ai minimi storici.

– 47 –
WALKABOUT ITALIA

Si avvicina e conosco perfettamente le sue intenzioni. Ho lo spray al pe-


peroncino sempre in tasca, ma prima voglio provare a usare un’altra arma:
la fantasia.
«Sto registrando un programma televisivo e la mia troupe mi segue a
pochi minuti di distanza, ora li chiamo così ci raggiungono e magari gli
spieghi cosa ci fai qui».
Come gli omini dei cartoni animati beccati con le mani nella marmellata,
senza girarsi, si allontana indietreggiando goffamente. Si dilegua come se le
telecamere fossero già puntate su di lui e il suo imbarazzo.

Proseguo per la campagna, e le nuvole di smog sono sostituite da quelle


di carne abbrustolita. Incontro molte lepri spaventate che saltano nascon-
dendosi da un cespuglio all’altro per paura di finire sulla piastra. Come
loro fanno alcuni ragazzi di colore. Due di loro improvvisamente si avvici-
nano. Sono profughi eritrei appena sbarcati. Mi chiedono se gli presto il
telefono per fare una chiamata. Dopo la telefonata gli domando dove
siano diretti e mi dicono che non ne sono certi: «Anywhere outside Italy».
Ne sono arrivati tantissimi, troppi e i centri di accoglienza sono pieni.
Le forze dell’ordine, pretendendo di non vederli, li lasciano scappare con
la speranza che vengano accolti in un altro paese. Ascoltando quel consiglio
silenzioso, i profughi risalgono clandestinamente lo Stivale sperando di va-

– 48 –
55.200 PASSI DI LIBERTÀ

licare le Alpi da uomini liberi per cercar fortuna altrove. Riprendo il mio
conto alla rovescia sui miei 55.200 passi spensierati contro la loro corsa in-
cognita verso una nuova vita.
A Catania, Tiziana e Laura mi aspettano per guidarmi attraverso la loro
città. Mi portano a vedere un locale nel quale scavando per allargarlo è
stato ritrovato un fiume sotterraneo nello scantinato. Ora ti ci puoi sedere
davanti a mangiare carne di cavallo, mentre lo vedi scomparire nei meandri
della Catania sotterranea, o meglio nei suoi sette strati, essendo stata stretta
dal caldo abbraccio dei tentacoli incandescenti dell’Etna ben sette volte.
A tratti il passato riemerge in superficie, rendendo la città un affascinante
museo a cielo aperto, con i suoi colori rubati al vulcano.
Raccogliendo i loro sogni mi rendo conto che la mia scatola è ormai
colma. Tiziana vive ora a Verbania e mi sembra una persona affidabile. La
eleggo solennemente messaggera dei sogni affidandole il contenuto della
scatola magica e tutta la mia fiducia. A Baveno ho già investito “il ragioniere
dei sogni”. Per la sua incolumità preferisco mantenere l’anonimato. Il nulla
è in agguato. Ha una cassaforte in casa. I sogni di tutti mi aspetteranno lì.

– 49 –
mamma etna

Da Catania è impossibile perdersi. Basta guardare in basso e seguire


l’ombra della “Muntagna” fino a che il mento è sporto verso l’alto e gli
occhi sporchi del sole che nasconde. Devo risalire il vulcano più attivo
della nostra placca di mondo, non in tutti i suoi 3.343 metri, ma almeno
fino a Nicolosi, dove ho trovato ospitalità in un rifugio.
C’è un ragazzo che m’insegue in bici su per i ripidi tornanti, mi sta cer-
cando per regalarmi il suo sogno sudato e un orecchino con una colomba
viaggiatrice che ho tutte le intenzioni di far viaggiare con me verso la mamma.
I figli del vulcano la chiamano così. Ha il potere di creare, preservare e
distruggere. È regina indiscussa dei cambiamenti, e chi è in grado di ascol-
tarla si fida di lei. Il cambiamento non produce sofferenza. Resisterle
provoca dolore, non assecondarla. Ambasciatrice dei voleri della Terra li
mette in atto con decisione e saggezza da millenni.
Il rifugio di Nicolosi è una casetta nascosta in un fitto bosco di castagni.
Non arriva l’elettricità, ma quando la temperatura scende, al calar del sole,
ci sarà il camino e la monotona nenia dei cucù a riscaldarci.
Maurizio, Roberto e Lola scodinzolano al mio arrivo, ma solo la femmina
è un quadrupede.
Roberto dice di avermi preparato un regalo speciale. Racconta che tutti i
suoi amici ne vorrebbero uno, «certo, l’autunno prossimo te lo faccio», gli
ripete ogni anno, da più di quindici anni. Eppure questo misterioso regalo lo
vuole fare a una sconosciuta perché crede che io lo meriti.
Dopo questo preambolo ho sinceramente paura di non essere all’altezza.
Ed ecco il mio interlocutore sfoderare un bastone in pregiato legno di man-
dorlo. Intarsiata la R di Roberto ne contraddistingue la sapiente fattura.
Il muscolo che sto esercitando di più in questo folle cammino non è
certo né il polpaccio né il gluteo, ma il cuore.
I miei tre nuovi simpatici amici vogliono che scopra il vulcano perlu-
strandone il sottobosco. Roberto mi vede impacciata, non sono mai andata

– 50 –
MAMMA ETNA

a funghi in vita mia e mi prende sotto le sue ali. Mi spiega dove crescono,
come muovermi, come guardare. Mi confida che oggi non siamo qui con la
speranza di trovarne molti, ma di scoraggiare i suoi rivali. Il grosso lo ha rac-
colto ieri. Sicuramente si è lasciato qualcosa alle spalle e non vuole che i suoi
avanzi incoraggino gli altri fungaioli della zona a tornare a visitare il “suo
territorio”. Lui ne trova quindici, io cinque e Maurizio nemmeno uno, aggi-
randosi allampanato e rumoroso tra le foglie secche. Ha la testa tra le nuvole
invece che nel sottobosco, provocando le crude prese in giro dell’amico. Io
e Lola ce la palleggiamo tra i due trattenendo a morsi le risate.
Tra “gli aghi di pino, il silenzio e i funghi”* si apre una radura affacciata
su una collina scolpita da tunnel lavici. I margini dei fiumi di lava si raffred-
dano velocemente a contatto con l’aria; poi tocca alla parte superiore, creando
un tubo di lava secca in cui il resto del magma continua a scorrere fluido e
indisturbato. Centinaia di scosse sismiche accompagnano le eruzioni e la
montagna è sempre attiva. «Anche in questo preciso momento», mi dice Ro-
berto indicandomi con una pila l’ingresso della grotta. Deglutisco a fatica e
prego che la mamma se ne stia tranquilla per almeno i prossimi dieci minuti,
prima di entrare nel buio del tunnel. D’altronde lui che pensa io sia l’unica
degna padrona del suo bastone non mi metterebbe in una situazione perico-
losa e non può essere deluso dall’ignorante paura che mi assale. Penso, spero,
prego, cercando di raggiungere più in fretta possibile l’uscita del tunnel.
Roberto purtroppo dopo la scampagnata ha impegni e ci deve lasciare,
ma prima di congedarsi come Yoda con Skywalker m’insegna a maneggiare
il bastone come arma di difesa e mi dimostra la resistenza del mio legno
spezzando in due il ramo di un albero con un colpo secco. Messaggio rice-
vuto. Ho un’arma solida alla quale appoggiarmi nei passi più difficili, ma
anche una potente arma di difesa. Cercherò di usare la forza con discerni-
mento, maestro.
Maurizio e io torniamo al rifugio. Mi ricorda Benigni, un riccio fascio di
nervi con un sorriso più largo della faccia, una risata più sonora dell’Etna e
parole che ne escono troppo rapidamente per essere associate a idee nel
mio cervello.
Se fosse cresciuto in America gli avrebbero diagnosticato ADD** e
rifilato calmanti fin da piccolo rincoglionendolo. Fortunatamente nella vec-
chia Italia non è ancora arrivato l’aggiornamento a tali malattie ed è sem-
plicemente stato diagnosticato “Maurizio”.

* Sembra ognuno debba avere una strofa preferita di Generale di De Gregori. Questa
è la mia.
** Attention deficit disorder: disturbo da deficit di attenzione.

– 51 –
WALKABOUT ITALIA

L’altro giorno ha beccato dei cinesi aggirarsi nei dintorni del suo bel ri-
fugio. Cercavano germogli di felce per farne chissà quale stregoneria, mi
dice. È salito su un albero per scrutarli e maledirli dall’alto. Li odia. Odia
tutti i cinesi.
Un giorno gli venne il pallino di partire per un viaggio a scopo benefico,
si mise davanti al computer con l’idea di cercare l’associazione supportata
da Giobbe Covatta, l’Amref*, mandò un e-mail ma fece un errore di orto-
grafia e la inviò all’Aref, un’associazione a sostegno dei rifugiati politici ti-
betani. L’indirizzo e-mail di Maurizio è Mao@… Ricevette una risposta
immediata richiedendo identificazione e chiarimenti. E grazie al suo nome
sospetto nacque una corrispondenza che presto si trasformò in un viaggio.
Maurizio in vesti di volontario come uno sherpa scarpinava da villaggio a
villaggio sulle pendici himalayane a portare farina e coperte ai bisognosi.
Ora è per caso – o forse no – un attivista per la causa del Tibet libero.
Saluto il mio sbadato sherpa con affetto e lo lascio alla volta del vulcano.
Sono sempre stata affascinata dai vulcani. Fin da piccola un sogno ricor-
rente era quello di ritrovarmi nel mezzo di un’eruzione e mi ritrovavo ad
architettare ogni tipo di via di fuga per non rimanerne travolta. Considerata
la quantità di incubi vulcanici, mi sento abbastanza preparata all’evenienza.
Osservo la mamma con timore reverenziale e lei giustamente non si vuole
rivelare a una fanatica. La cima fuma, ma niente lava. Niente rombi. Silenzio
e rumore di passi e sudore che cola. Cerco di immaginarmeli. Qualcosa di
simile a un tuono, ma più gutturale, viene da dentro. La terra trema. È
Tifone che non trova pace dopo essere stato confinato sotto alla Sicilia da
Zeus. Voglio sentire la sua frustrazione emergere da sotto i miei piedi. È ir-
requieto, ma schivo. Ha appena aperto delle nuove bocche e in questi
giorni è vietato scalarlo fino in cima. Mi fermo ad ammirare il paesaggio lu-
nare, illuminato a scaglie dai raggi filtrati dalle nuvole che sfrecciano veloci
trasportate dai venti dei 2.000 e passa metri d’altezza. Creano un gioco di
luce incredibile sul nero e il rosso dei coni visibili e sui riflessi dei sacchetti
della spazzatura abbandonati nel paesaggio.
La mamma ha molti figli villani, che non la rispettano e si divertono a
sfruttarla. Passo davanti a una schiera di negozi di souvenir affollati di
turisti. Campeggia l’insegna “LAVA STONES FOR SALE”. Rendetevi conto che
tutto il paesaggio intorno a noi è composto di pietra lavica. Come vendere
un granello di sabbia in spiaggia.
La storia geologica del terreno sulle pendici della montagna lo rende
particolarmente fertile. Pini, betulle, castagni e ciliegi incorniciano le brulle

* Un’associazione per lo sviluppo sociosanitario nel continente africano.

– 52 –
MAMMA ETNA

colate. Più scendo più il verde si fa accecante, il profumo del gelsomino in


fiore mi stordisce e le vigne incorniciano la vista del mare blu in lontananza.
E tutta questa bellezza è costellata di sacchetti di plastica. Mi dicono che
il parco dell’Etna, ora consacrato Patrimonio dell’Umanità, oggi faccia
particolarmente schifo perché sopravvissuto ai picnic di Pasquetta. Mi di-
cono che la guardia forestale se ne infischia e chi ci abita prega che piova
a ogni festività per evitare queste ondate di maleducazione.
In poco più di un mese dal mio sbarco in Sicilia mi sono completamente
innamorata di questa terra, devo essere impossessata dai sintomi dei primi
mesi d’innamoramento e le fette di salame sugli occhi nascondono i difetti
della mia amata. Però la spazzatura la vedo. La vedo dappertutto. Nelle ri-
serve naturali, ai bordi della strada, sulle spiagge, nei fiumi. E vedo soprat-
tutto una diffusa mancanza di rispetto per l’ambiente. La Sicilia è una re-
gione molto religiosa, ancora molti giovani prendono parte alle processioni
e pregano. Allora mi chiedo, se si crede in Dio: qualsiasi Dio secondo i libri
sacri è il creatore. Le montagne, i fiumi, i mari, laghi e vulcani sono opera
sua. Forse allora invece di ripetere tremila Ave Maria, perché non evitare
di buttare una lattina dal finestrino in rispetto del Signore? Perché per fe-
steggiare la resurrezione di Suo figlio si deve distruggere un bosco? Perché
non insegnare a rispettare Dio attraverso la Sua unica manifestazione visi-
bile? La natura.
Capisco quindi che ogni tanto la mamma s’incazzi.

– 53 –
cambiare tutto
per non cambiare nulla

Mi diverto a scendere dall’Etna. È il 25 aprile. C’è aria di festa. Il susseguirsi


dei tranquilli paesini etnei si sovrappone all’eco delle risate dei bambini che
sfuggono ai cortili, al profumo dei gelsomini in fiore e della carne alla griglia.
I pini marittimi sembrano enormi funghi. Maturo un nuovo sogno. Vorrei
una casa sull’albero. Vorrei una casa costruita tra i rami di uno di questi pini
pensati da Lewis Carroll. Davvero ci verrei a vivere. La mamma, dietro di
me, alza le spalle al pensiero, sembra indifferente e con sguardo imperscru-
tabile continua a osservarci paziente, ieri come oggi e come sempre.
Oggi, al contrario della Sicilia che conosco, le strade sono deserte e le
case animate. Qualcuno forse troppo abituato al mondo di fuori si sporge
a guardare dalla finestra e incontra i miei passi. Sconosciuti m’invitano in
casa loro a bere il caffè, che poi diventa una macedonia, un gelato, un aran-
cina, un pesce alla griglia, un bicchiere di vino. Arrivo a Giarre appesantita
da troppo cibo e tanti nuovi sogni.
Qui un altro couchsurfer si è messo a disposizione. Apro la porta di
casa sua davanti a un muro di pixel verdi. Due schermi giganti. Uno attac-
cato a Pro Evolution e l’altro al campionato. Non si distinguono quali
siano i giocatori guidati dai soldi e quali quelli dal joystick. Una manciata
di ragazzi stesi sul divano davanti al varco nella dimensione calcio boc-
cheggiano provati dai festeggiamenti iniziati troppe ore fa. Mi faccio una
doccia sperando di non dover mandare il cervello in catalessi per unirmi
alla compagnia di zombie.
Rinfrescata, inizio a scambiare due chiacchiere con Massimo, due metri
di uomo con le spalle da rugbista e gli occhi dolci. Cerca ispirazione.
Sogni incerti e tra i tanti anche la Sicilia a piedi. Un mesetto fa aveva
chiesto a Google, l’onnipotente, se qualcuno l’avesse già fatto. Trova me e
si legge tutte le mie avventure. Non sapeva sarei passata di qui, e soprattutto
non sapeva che sarei proprio stata ospite del suo amico. È incredulo ed

– 54 –
CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NULLA

emozionato al nostro incontro. Io lusingata. Mi chiede dei miei viaggi e mi


ascolta sognante, vedo la scintilla in fondo ai suoi occhi. Ce l’ha, deve solo
dargli gas. Deve solo cancellare il grande “MA” che separa i sogni dalla
realtà. Infrangere la paura prima che sia lei a prendere in mano le redini
della sua vita definitivamente. Sembra me qualche mese fa, cuore infranto
e disperata voglia di cambiamento. Provo una tenerezza immediata per
questo gigante buono, solido e confuso.
Poi ci sono Alessandro e Saro. Gli unici tre interessati a comunicare al-
l’antica. Parlare guardandosi negli occhi. Gli altri fanno rimbalzare gli occhi
tra gli schermi televisivi e quelli dei telefonini. No, questi tre non sono
zombie. Hanno un’anima.
Andiamo a farci una passeggiata al porto a vedere il mare. In mano una
bottiglia di plastica piena di vino “padronale”, come lo chiamano qui, ossia
fatto in casa. Il livello di risate è inversamente proporzionale a quello del
contenuto della bottiglia. Ho trovato altri pezzi del puzzle che collimano
col mio. Tre insieme non mi era mai capitato.
Torniamo dagli zombie, sono esattamente nella stessa posizione di qualche
ora fa. Tutti, tranne il padrone di casa. È arrivata una ragazza che gli piace e
ha tutte le intenzioni di mollare la Playstation per fare gol dentro di lei. Dice
che non posso più dormire da lui, ma che mi posso trasferire a casa dei suoi
genitori al piano di sopra. Mi accompagna e mi ci chiude dentro come se la
mia presenza potrebbe in qualche modo parargli un rigore facile.
Non mi sento più la benvenuta e senza disturbare preparo lo zaino. Esco
e vado a cercarmi un riparo per la notte. Trovo un parchetto con dell’erba
soffice, il vino che mi sono bevuta coi ragazzi fa il resto. È il posto ideale
per passare la notte, decide Darinka alticcia. I tre moschettieri non sono
d’accordo, mi vengono a cercare: «Non ti lasceremo dormire fuori! Abbiamo
trovato una soluzione».
La soluzione è la casa di Saro, ma c’è un problema. Ha la ragazza e non
vuole che il padre veda che se ne porti a casa un’altra. Il padre non può ve-
dere. È cieco e la madre è morta. Se non faccio rumore la mia presenza
passerà completamente inosservata. In punta di piedi m’infilo nella camera
da letto di Saro. Ci addormentiamo dandoci le spalle, sogghignando per la
situazione talmente surreale da essere comica.
Esco dalla camera di soppiatto, saluto il padre con la mano mentre sgat-
taiolo fuori dalla porta silenziosa. Anche se non mi vede credo faccia finta
di non sapere. Andiamo a fare colazione.
Quando muoio voglio risvegliarmi dentro una granita di mandorla mac-
chiata pistacchio con panna. Non potrei immaginarmi un paradiso migliore.

– 55 –
WALKABOUT ITALIA

In Italia, delle centinaia di opere pubbliche mai portate a termine, la


maggior parte è in Sicilia, dodici a Giarre. Sfortunatamente questo porta la
cittadina alla ribalta sul panorama internazionale come capitale Europea
dell’incompiuto.
La piscina comunale, il teatro, il mercato dei fiori, la ludoteca, il par-
cheggio, lo stadio d’atletica sono posti dove le uniche forma di vita sono le
rampicanti e i batteri che vivono nei microcosmi di spazzatura che se ne
sono impadroniti. Visitiamo lo stadio da polo, seimila posti a sedere, ton-
nellate di cemento e qualche chilometro quadrato rubato al centro urbano
per dedicarlo al nobile sport mai giocato. Ma il polo è davvero così impo-
polare nel catanese da meritarsi quest’insulto?
Passeggiando per la pista da go-kart tra i materassi e gli elettrodomestici
lasciati a sciogliersi al sole, sentiamo grattare insistentemente contro a un
muro. Sono delle zampe, cercano un appiglio per risalire dal buio dove
sono state abbandonate. Due splendidi cagnolini. Avranno meno di due
mesi e sembrano ancora in forma. Io, Massi, Saro e Ale passiamo veloce-
mente in rassegna i nostri sguardi per trovare la conferma di quello che sta
per succedere. Non possiamo lasciarli qui a decomporsi insieme al resto
dell’immondezza. Chiamiamo un’associazione animalista. Ci dicono che il
primo passo da fare è chiamare i vigili per verificare lo stato dei cuccioli.
Chiamiamo i vigili e ci dicono che il funzionario addetto a questo tipo di
compito tornerà lunedì. I piccoli non possono aspettare il funzionario gio-
cando nella spazzatura per altre quarantott’ore. I ragazzi non possono
tenerli ma lo faranno lo stesso, almeno fino a quando non troveranno una
soluzione più adeguata. Sono salvi.
Giarre è il paesone dove tutti gli studenti dei paesi i limitrofi vengono a
fare le superiori. Le incompiute diventano il teatro delle loro vicissitudini,
le prime canne, i primi baci, i primi amori tra le grigie mura fatiscenti piene
di fantasmi di vita mai vissuta e di adolescenti estatici.
Si parla di più di un centinaio di miliardi di lire tra cemento abortito e
tangenti, ma ancora la gente corre nella pista d’atletica incompiuta che cir-
conda il campo da polo. Il rosso delle corsie è coperto dal nero dalle ceneri
dell’Etna.
La gente corre come per una reazione nervosa dopo una molestia subita.
Corre in questo triste teatro postmoderno dell’abbandono, corre per pro-
testa, corre per riprendersi i suoi spazi, ma corre in cerchio, senza spostarsi.
Perché, come diceva il mio coinquilino postumo di Palma di Montechiaro:
in Sicilia si cambia tutto per non cambiare nulla.
E loro continuano a correre.

– 56 –
CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NULLA

– 57 –
mal di sicilia

Taormina è bellissima, ma non mi piace. I negozi delle grandi firme del


made in Italy cucito nei sottoscala napoletani o da bambini cinesi sono la
principale attrattiva per i turisti che competono a chi spende di più. Io sono
ovviamente fuori concorso. Castelmola, che è stata costruita su un cucuzzolo
a strapiombo sopra la sua sorella ricca è più umile e più simpatica.
I miei occhi si godono il panorama srotolarsi sotto ai miei piedi. Quanti
passi e quante storie mi passano davanti agli occhi ammirandolo. Mi posso
rivedere in lontananza mangiare la pasta ai ricci di mare con Thomas sul suo
balcone circondato di blu a Ortigia. Correre davanti al polo petrolchimico
siracusano per evitare di respirarne i suoi fumi. Apprendere le gesta Jedi da
Roberto sull’Etna. Salvare i cuccioli con i ragazzi di Giarre e poi nuovamente
sola a risalire le scale fino a qui. Le loro vite scorrono, là dove li ho lasciati,
e la mia avventura va avanti come un fiume a cui si uniscono le acque dei
suoi affluenti per diventare una cosa sola, un’unica grande storia.
Sto per lasciare questa terra e sto male fisicamente. Negli ultimi giorni il
clima è stato infame. Metti l’impermeabile/togli l’impermeabile, come
Karate Kid con la cera, centinaia di volte al giorno. Come un mantra. Non
ho un termometro con me, ma sicuramente ho qualche linea di febbre.
Cammino costeggiando il mare fino a Messina. La Calabria sempre più
nitida all’orizzonte. E se a Messina decidessi di girare a sinistra? Sono in
viaggio da più di un mese, ho decine di nuovi amici, sono stata accolta a
braccia aperte ovunque. E se altrove non fosse così? Perché rischiare? Ma
che senso avrebbe questo viaggio se lo concludessi ora? Che senso avrà
quando sarò arrivata alla mia meta? Qual è la mia meta?
Per ora so che devo arrivare a Messina, è una risposta più facile, ma
mancano ancora più di quaranta chilometri per arrivarci. Mi piacerebbe
spezzarli in due e prolungare la mia permanenza in Trinacria di almeno un
altro giorno. I tre pezzi del puzzle che ho incontrato a Giarre mi chiamano.

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MAL DI SICILIA

Hanno recuperato due tende e mi stanno raggiungendo. Stasera dormiamo


in spiaggia insieme, dove mi è più comodo. Telepatia.
Arrivo a Nizza di Sicilia, c’è una bella spiaggia ed è a metà strada. Lavo
la maglietta e le ascelle sudate nel mare. Un’enorme nuvola nera copre lo
stretto. Guardo la Calabria incerta. Sembra così imponente e presuntuosa
vista da qui. Il cielo si apre per lasciar passare un fascio di luce e disegna un
gigantesco arcobaleno.
Il mio ponte sullo Stretto.
Sai che quella paura si infrangerà come un muro di vetro quando l’attra-
verserai. Sai che imparerai a conoscere le tue paure. Sai che le potrai chiamare
per nome una a una. È sempre così. Sai che saranno come pezzi di vetro di-
menticati sul bagnasciuga. Sai che le onde col tempo le smusseranno. Questo
ti ha insegnato la Sicilia. Sai che non saprai che cos’ha da insegnarti la
Calabria se non attraverserai quel limbo di mare. Partirò e tornerò in Sicilia,
prima o poi. Forse per sempre, su una casa sull’albero o dentro alle mura
economiche di qualche casa antica in qualche centro storico dimenticato.
Amo quest’isola e vorrei un giorno poterla chiamare casa. Forse era proprio
lei che stavo cercando.
La fronte scotta, la tosse e il naso tappato vogliono guastarmi la festa.
Ma no, stasera non glielo posso permettere. Li mando a dormire con una
Tachipirina, mentre io e le tre anime sgusciamo fuori dalle tende e nel buio
della notte parliamo come si faceva una volta fino all’alba.
L’influenza nel giro di qualche giorno mi passerà. Il mal di Sicilia no.

– 59 –
abra calabria

Arrivo a Messina stremata e controvoglia. È arrivato il momento di tra-


ghettare. Con gli occhi lucidi e il magone mi avvicino alla biglietteria. At-
traversare lo stretto senza soldi. Sparo un sorriso poco credibile. I bigliettai
mi dicono che devo chiedere a chi mi farà salire sull’aliscafo, e chi mi farà
salire sull’aliscafo mi dice che devo chiedere direttamente al comandante.
Come in un videogame passo al terzo livello. Il comandante rimane in ca-
bina e gli urlo velocemente la situazione. Mi guarda sorpreso dall’alto.
Stavolta è lui che sorride. «E che? Devo essere io a fermarti…? Sali».
Vinto, si passa al prossimo schema.
Nascondendo qualche lacrima sono già a bordo della mia prossima av-
ventura.
Arrivo a Reggio all’ora di pranzo. Le strade sono deserte, i negozi chiusi,
il duomo coperto da impalcature perché in restaurazione e il castello ara-
gonese temporaneamente chiuso al pubblico perché parzialmente crollato
durante i lavori di restauro.
Sono ospite di Ludovico, il mio primo couchsurfer calabrese, e io la sua
prima couchsurfer della vita. Gli utenti del sito tendenzialmente evitano
chi non ha alcuna referenza, onde evitare spiacevoli sorprese. Io, se non ho
altre opzioni, questo lusso non me lo posso permettere. Gli spiego che
sono influenzata e mi promette una sauna finlandese all’eucalipto. Mi sta
pigliando per il culo, sauna finlandese a Reggio Calabria? Fiducia ben ri-
posta. Ha trasformato la sua casa in un B&B con tanto di piscina e avendo
una passione per la Finlandia e le finlandesi non ha potuto fare a meno di
ricostruirsene un pezzo in casa. Colpo di grazia ai microbi che m’intasano
le vie respiratorie.
Era da un po’ che ammiravo la Calabria dall’altro lato e ora ammiro la
Sicilia da qui. Uno stretto temporale tra passato e futuro. Mi sento come se
fossi partita oggi. “Cosa mi aspetta?”, penso crogiolandomi nella piscina,
mentre il sole va a dormire colorando il cielo di schizzi variopinti come

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ABRA CALABRIA

fosse Pollock. Questo tramonto è una metafora che cerco di digerire tra
paura e esaltazione.
Ieri ho lanciato un sondaggio chiedendo quale versante mi conveniva pe-
regrinare per risalire lo Stivale? Mi dicono tirreno. Più turistico, più popolato,
meno selvaggio e più sicuro. Penso a Taormina e scelgo lo Ionio.
A Reggio Calabria ci sono i bronzi di Riace. I bronzi conoscono Mimmo,
che conosce Gioacchino, che conosce Ludovico che mi ospita e insieme mi
organizzano l’entrata gratuita al museo.
Mimmo si fa trovare all’entrata. È un signore tanto sovrappeso quanto
disponibile. Iniziamo la visita dai sotterranei, da dove è possibile vedere
una sezione delle catacombe che si srotolano sotto la città. Se si scavasse
sotto al museo probabilmente si troverebbero altrettanti reperti che in su-
perficie. Questa è la Calabria. Un’affascinante stratificazione di culture una
sopra l’altra.
Purtroppo dopo la Magna Grecia in fase decrescente.
Il museo è in fase di allestimento da tempo indeterminato per tempo al-
trettanto indeterminato. Centinaia di scatoloni pieni di statue e suppellettili
rischiano di diventare molto più antichi di quelli che sono nel buio dei sot-
toscala. Mimmo mi racconta dei miliardi di euro stanziati per predisporre
le sale, spostare i bronzi da una parte all’altra, restaurare la struttura. Mi
racconta delle lauree regalate e delle attese interminabili aspettando che la
burocrazia della corruzione sia svolta a regola d’arte per dare posti a chi di
convenienza e far sparire miliardi come fossero noccioline.
I bronzi da soli sono sufficienti per attirare frotte di turisti e far pagare il
prezzo del biglietto, il resto può marcire in cantina fino a quando tutte
quelle noccioline non saranno trasformate in burro d’arachidi, a ingrassare
i meccanismi lenti di un sistema all’orlo del collasso e i soliti ignoti.
Come se stessimo per salire su uno shuttle, entriamo in una stanza che si
risucchia tutte le nostre impurità. Sterile ed estasiata ammiro i bronzi.
«Guarda com’era l’uomo una volta», enfatizza Mimmo, passandosi una
mano sul pancione. Freno a stento una risata spontanea. L’uomo di oggi ha
tutte le possibilità di essere in forma quanto i bronzi, ma non voglio rovinare
la visione ultraterrena di Mimmo, esponendogli i giovamenti che potrebbe
trarre da una dieta sana e un po’ di esercizio fisico.
Se solo i bronzi potessero prendere vita, sarei curiosa di vedere la ribel-
lione selvaggia nei confronti degli stolti ladri che li tengono in ostaggio
senza rispetto.
Chi invece li rispetta è un’altra meraviglia nascosta del museo. Nuccio,
uno dei loro restauratori. Lui e una collega sono stati esposti in vetrina
per tre anni consecutivi mentre lavoravano chirurgicamente sui guerrieri

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WALKABOUT ITALIA

trovati in fondo al mare. Il restauro lo riporta all’epoca della fattura. Si


impersona nell’autore, respira il periodo storico, la fantasia lo trasporta a
2.500 anni fa. Pendolare tra i secoli ogni giorno torna tra noi per dedicarsi
a insegnare a giovani che hanno avuto problemi con la giustizia a scolpire,
plasmare, scalfire e sfogare la loro rabbia nell’arte. Simpatia epidermica
con l’uomo dei bronzi.
Imbocco la statale 106, arriva fino in Puglia. E se andassi fino ad Aradeo,
nel Salento? Ho un amica che mi piacerebbe rivedere dall’altro lato dello
zoccolo. Non sarebbe sicuramente né la strada più breve né la più logica
per arrivare in Piemonte, ma d’altronde se fossi una persona razionale non
sarei mai partita. Nel mio mondo questo modo di ragionare non fa una
piega. Deciso si parte. La chiamo: «Maria Neve, tra circa 600 chilometri
sono da te. Circa un mese».
Oggi di questa grande torta di strada mi spetta una fetta di 33mila metri
sotto al sole e al vento dello Stretto. La testa tra le nuvole è un kite surf da
asfalto che mi trascina lontano, senza farmi pesare i passi.
Vedo e sento ancora la Sicilia. L’Etna mi guarda le spalle come una
mamma accorta spia i miei primi passi nel “continente”, sostenendomi
senza intralciarmi. Il mare è di un blu perforante. L’Aspromonte ci tiene i
piedi a mollo da una vita.
Non amo camminare sull’asfalto e tanto meno le ferraglie a motore che
mi sfrecciano accanto. Le strade sono fatte per loro e si comportano di
conseguenza. Spesso suonano il clacson, o mi urlano dietro come se stessi
invadendo uno spazio illecitamente. Non è così e i ciclisti lo sanno, infatti
con loro nasce un’intesa spontanea spesso esternata in parole d’incorag-
giamento.
Non amo nemmeno ponti e sopraelevate. In macchina non ci si accorge
di essere a picco sul mare, o sospesi tra una montagna e la successiva, a
piedi sì, mentre le macchine ignare di vertigini ti sfrecciano a sinistra e il
baratro si apre sulla destra. Anche le gallerie non sono il massimo. Monos-
sido di carbonio e profumo intenso di copertoni bruciati. Una gincana sui
marciapiedi scivolosi, umidicci e pieni di spazzatura da completare nel
gioco di luci che funzionano a intermittenza. Passo deciso e fiato sospeso,
per poi respirare nuovamente a pieni polmoni all’uscita del tunnel.
Il ricordo delle camminate più lunghe e difficili, invece, rende le giornate
in cui percorro distanze umane una piacevole routine e mi sorprende la
velocità di ripresa del mio corpo. Ogni sera arrivo con i piedi gonfi e le
spalle indolenzite, ma la mattina dopo i dolori svaniscono come fossero
stati sognati.

– 62 –
ABRA CALABRIA

L’uomo dei bronzi mi segue come un angelo custode, mentre avanzo


nella sua terra e mi mette in contatto con Pasquale, un collega restauratore.
A Bova Marina sarò sua ospite.
Io e Pasquale abbiamo una passione in comune. Viaggiare.
«Non siamo a Bova, siamo a Beirut», sussurra. No, non credo di aver già
fatto tanti chilometri.
«Cosa ci facciamo a Beirut?».
Io non ci sono mai stata, ma l’agglomerato urbano di Bova Marina asso-
miglia alla mia immagine mentale del Libano. Grigi condomini devastati
abitati da decenni ma perennemente in costruzione. Pasquale per non
perdere il lume della ragione vive con la filosofia di essere in Medio Oriente,
vive nel mondo dei sogni.
Sogna una Calabria di cooperative agricole che si aiutino a vicenda per
promuovere le eccellenze regionali, invece di nutrirsi d’invidia. Sogna turismo
e infrastrutture che portino lavoro e ricchezza ai comuni limitrofi. Le attrattive
non mancano. La natura dell’Aspromonte è incontaminata. Montagna e
trekking. Costellazioni di paesini ricchi di storia. Addirittura alcuni anziani,
nei comuni montani, parlano il grecanico, un dialetto greco probabilmente
sbarcato sulle nostre coste 2.800 anni fa. Se ne vergognano, non l’hanno tra-

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WALKABOUT ITALIA

mandato e sta morendo. Si vergognano anche di essere contadini, tradendo


le loro radici e lasciando sopperire le tradizioni. Se ne vanno, emigrano, ab-
bandonano, muoiono.
Pentedattilo, un piccolo villaggio arroccato sotto a una grande roccia a
cinque punte, è stato abbandonato anche dai fantasmi delle leggende san-
guinarie che gli appartengono*. Rimangono solo gli unici due abitanti.
Hanno litigato e non si parlano. Il silenzio è atroce. Il nulla ha spazzato via
le speranze.
Si respira un clima di rassegnazione, la spazzatura sommerge le strade,
le vie di comunicazione sono limitate. «Sembra che i cittadini preferiscano
avere la possibilità di costruirsi una finestra abusivamente senza chiedere
niente a nessuno, invece di andare a bussare alle porte del potere e recla-
mare ciò che gli spetta», esterna Pasquale infrangendo il silenzio. Ci guar-
diamo desolati… E ripetiamo: «Una finestra…?», sospirando insieme al
suo gatto persiano che è venuto a farsi coccolare nel buio del terrazzo af-
facciato su Beirut.
Secondo Pasquale il perché dell’indole remissiva dei suoi compaesani è
da ricercarsi nelle origini storiche greco-bizantine delle popolazioni locali e
nella loro cultura, ed è così che con molta curiosità mi accingo a risalire i ri-
lievi che dal mare mi portano a Bova Superiore. Voglio immergermi in ciò
che ne è rimasto e respirarne l’essenza.
Mi aspettano 10 chilometri di salita, un dislivello di mille metri circa e un
caldo boia. Gocce di sudore evaporano sull’asfalto, forse anche quelle di
Chris a Londra in questo momento. Sarà in qualche angolo della strada con

* Il paese di Pentedattilo fu teatro della “Strage degli Alberti”. Nella notte del 16
aprile 1686, Il barone Bernardino, capostipite della famiglia Abenavoli, si introdusse
all’interno del castello di Pentedattilo con un gruppo di uomini armati. Progettava di
prendere in moglie Antonietta, figlia del marchese Domenico Alberti, ma costei era
stata promessa a Don Petrillo Cortez, figlio del Viceré di Napoli. Giunto nella camera
da letto di Lorenzo, fratello di Antonietta, lo sorprese durante il sonno sparandogli
due colpi di archibugio e finendolo con quattordici pugnalate. Poi si lanciò all’assalto
del castello, uccidendo gran parte degli occupanti, compreso Simone Alberti, fratellino
di nove anni di Lorenzo, mortalmente sbattuto contro una roccia. La Strage degli
Alberti nel corso dei secoli ha dato origini a varie leggende. Una di queste afferma che
un giorno l’enorme mano si abbatterà sugli uomini per punirli della loro sete di sangue.
Un’altra dice che le torri in pietra che sovrastano il paese rappresentano le dita insan-
guinate della mano del barone Abenavoli (per questo motivo Pentedattilo è stata più
volte indicata come “la mano del Diavolo”). Un’altra infine narra che la sera, in inverno,
quando il vento è violento tra le gole della montagna si riescono ancora a sentire le
urla del marchese Lorenzo Alberti.

– 64 –
ABRA CALABRIA

la sua chitarra bucata e la voce da rockstar a trafiggere qualcuno con i suoi


occhi blu, impregnando l’asfalto di gocce salate di blues. La strada mi viene
incontro e sventa il piccolo incendio emotivo in corso. Invece di concentrarmi
sul fatto che quella voce non mi canti più una serenata ogni mattina, devo
guardare avanti, in tutti i sensi, e arrivare a destinazione. La pena fisica è un
piacere in confronto a quella del cuore e presto fortunatamente attrae tutta
la mia attenzione. Conquisto la meta imperterrita, senza pensare più a niente.
Bova mi premia con un panorama a 360 gradi. Le vallate si fanno strada
fino al mare e l’Etna è ancora imperioso dall’altro lato dello Stretto. Raccolgo
una manciata di ghiaia. È sporca di polvere nera. Le sue ceneri arrivano fino
a qui. Un po’ di Sicilia tra le mani è sempre di conforto.
Tramite la Compagnia dei Cammini* entro in contatto con Angelo. Mi
dà le chiavi di una bella camera affacciata a valle e m’invita a cenare con un
gruppo di ventiquattro arzilli vecchietti torinesi. Alcuni sono pensionati,
altri impiegati dell’Enel. Sono venuti a farsi una settimana di trekking sel-
vaggio. Se voglio, domani posso unirmi a loro, scarpinando nella fiumara
per poi risalire fino al borgo abbandonato di Roghudi vecchio. Mi piace
l’idea di prendermi un giorno libero dai miei spostamenti e camminare per
svago senza zaino.
Partiamo presto. Antonio, una guida freelance, ci conduce attraverso i
sentieri scoscesi. Con la sua accetta libera il cammino dagli spinosi cardi sel-
vatici. Misura le parole come se le avesse contate. Ha cinquantotto anni, gli
occhi azzurri di un attore d’altri tempi e la pelle scura scolpita dal sole. Sale
e scende i sentieri montani come uno stambecco, nonostante si fumi una si-
garetta dietro l’altra. Gli ricordo una vecchia fiamma, intesa immediata.
Il cammino di gruppo è molto diverso da quello a cui sono abituata e
dopo qualche ora spesa a studiare le sue dinamiche sono molto contenta di
girovagare da sola.
C’è chi vuole far vedere che non si stanca mai e sgomita per rimanere
sempre davanti a tutti, chi si lamenta di ogni cosa, chi si è dimenticato di
lasciare a casa un bagaglio di problemi, chi pensa di sapere più della guida
continuando a interromperla, chi non ha alcuna intenzione di smettere di
chiacchierare, neanche per prendere fiato.
Quando abitavo in Laos scoprii che c’era solo una donna autoctona che
parlava la nostra lingua. Non riposava mai, guidava un gruppo di turisti
dopo l’altro attraverso il suo paese. La povera però non aveva il dono della

* La Compagnia dei Cammini è un’associazione che lavora per diffondere la cultura


del camminare in Italia, camminare è salute, camminare è ritrovare il contatto con la
natura, camminare aiuta a rallentare e a vivere più in contatto con se stessi e il mondo.

– 65 –
WALKABOUT ITALIA

bilocazione e spesso chiamavano me a fare la tour leader. Dovevo semplice-


mente tradurre le spiegazioni delle guide laotiane ai gruppi di visitatori
italiani, prendere nota delle lamentele e assicurarmi che andasse tutto bene.
Il lato positivo era che giravo il paese in lungo e in largo apprendendone la
storia, soggiornando in alberghi di lusso, ben pagata e che una volta piazzati
i turisti in camera ero completamente libera. Tutto questo però non era suf-
ficiente a equilibrare l’ago della bilancia. Non li sopportavo. La maggior
parte dei miei clienti visitava il paese solo per poter raccontare agli amici di
averlo fatto, senza aver alcun interesse reale nel conoscerlo. Ho visto chi si è
fatto due settimane nella terra dei sorrisi senza mai sorridere, nemmeno per
le fotografie. Chi è partito con una valigia piena di scatolette di tonno e il
pregiudizio che il cibo locale facesse schifo senza nemmeno mai assaggiarlo.
Chi si lamentava non ci fosse il parmigiano da mettere sul riso al vapore e
che il caffè non fosse come in Italia, chi si lagnava della pioggia visitando il
paese nella stagione monsonica, o ancor peggio chi si è infervorato per essersi
sporcato le scarpe entrando in casa di gente che vive senza pavimento.
Non ho più la pazienza per sopportare tutto questo, per questo adoro
viaggiare da sola.
Sicuramente anch’io sarò vittima dei miei pensieri cretini, ma nessuno
tranne me è costretto a sorbirseli. Posso permettermi un giorno di riposo
quando voglio, senza dover mettere in atto un consiglio decisionale, non
devo sopportare brontolamenti, non mi devo preoccupare delle reazioni di
un eventuale compagno alle usanze locali, sono più concentrata su quello
che mi sta intorno che su ciò che mi porto dietro, ma soprattutto ho tempo
per pensare, riflettere, stare con me stessa e mettermi in sintonia con la na-
tura e le popolazioni che incontro.
Antonio e io condividiamo lo stesso pensiero e distaccandoci leggermente
dal gruppo percorriamo i 18 chilometri di sentieri all’ombra di boschi
d’ulivi e frassini, aprendo la bocca solo per respirarli meglio. Spiati dagli
occhi silenti della fiumara, mi indica le orme lasciate dai lupi nella notte.
Alla vista di Roghudi le rughe di cuoio di Antonio si fanno improvvisa-
mente tristi e melanconiche. Ci sono dei grandi chiodi ai muri, ci legavano
i bambini per non farli cadere nel burrone circostante mentre giocavano.
Un’isola a strapiombo in mezzo alla fiumara. Un’arma a doppio taglio. Il
comune è stato abbandonato dopo le alluvioni del ’71 e del ’73. Il sindaco
era amico del proprietario di una catena di supermercati sulla costa. Gli
abitanti di Roghudi vecchia erano quasi autosufficienti a livello alimentare,
perciò pessimi clienti, e così dopo le alluvioni invece di ricostruire, riportare
l’acqua e l’elettricità al paese, il sindaco in cambio di qualche mazzetta
decise di spostarlo a valle, di fianco al supermercato. O almeno questa è la

– 66 –
ABRA CALABRIA

teoria di Antonio. Teoria secondo la quale un intero paese è stato sradicato


dalla montagna in cui ha vissuto in osmosi con la terra per secoli per
renderlo consumatore di un centro commerciale.
Non credo queste siano le uniche vere ragioni. Roghudi, come gli altri
villaggi dell’Aspromonte, era collegata al resto del mondo poco e male.
Sono tanti i paesi montani ad essersi trasferiti sulla costa nel corso dell’ultimo
secolo. Sindaco corrotto o meno. D’altronde non c’è più la necessità di do-
versi arroccare per difendersi dagli invasori saraceni.
I paesini dell’entroterra che sto toccando in questi giorni sono solidi,
vissuti armoniosi e semi-abbandonati. Le marine agglomerati urbani brutti,
ricchi di costruzioni abusive, ma sulla strada e vicino al supermercato.
Salgo e scendo le stradine del bel paese abbandonato, scatto foto ai panni
ancora stesi coperti da quarant’anni di polvere. L’unico rumore è il miagolio
del gatto che piange ancora il suo padrone, l’unico abitante che non ha
voluto andarsene, deceduto l’anno scorso. Antonio si lascia andare a un
sogno. Vorrebbe che i giovani ripopolassero il paese, si riprendessero la
fertile terra abbandonata. Pannelli solari, agricoltura biologica, raggiungere
di nuovo l’autosufficienza. Vorrebbe un’isola che non c’è in mezzo alla
fiumara, vorrebbe vedere la comunità risplendere come una volta, potrebbe
essere di esempio ad altre.
L’eterogeneo gruppo di torinesi sdrammatizza scherzando sul fatto che
almeno dopo quarant’anni finalmente a Roghudi è arrivata l’Enel…

– 67 –
come pecore in mezzo ai lupi

Il mio viaggio in Calabria “come una freccia dall’arco scocca vola veloce
di bocca in bocca” senza le prestazioni erotiche di Bocca di Rosa. Mi
avevano detto che avrei avuto difficoltà a infrangere il muro di diffidenza
dei calabresi, ma che una volta sfondato sarebbero stati ancora più ospitali
dei siciliani. Devo aver trovato un varco, perché questo famoso muro non
l’ho nemmeno visto. Forse si erano dimenticati le porte aperte o forse
questo muro immaginario era davvero inventato.
La rete di Couchsurfing, pressoché inesistente, è ampiamente rimpiazzata
dal passaparola. E ovunque arrivo sono la benvenuta perché “amica” di
qualcuno che mi ha già ospitata, e parlando bene di tutti i miei benefattori
nessuno vuole essere da meno, preparando banchetti di benvenuto regali.
Ripercorro i passi di Edward Lear, un caricaturista e scrittore inglese che
mi precedette di un paio di secoli, si fece a piedi le Calabrie e il Regno di
Napoli. La tecnica di Edward era quella di farsi lasciare delle lettere di pre-
sentazione dai baroni che lo ospitavano, introducendolo ai successivi, ob-
bligandoli di conseguenza a offrirgli vitto abbondante e alloggio dignitoso,
non volendo sfigurare con i predecessori che glielo avevano inviato fiduciosi.
Ora i papiri, la ceralacca e i nobili sono stati rimpiazzati da telefonate, e-
mail e gente comune, ma il concetto è lo stesso.
Arrivo a Palizzi, un bel paesino quasi abbandonato racchiuso tra pareti
montuose. Vedo l’ospizio ma non la scuola. Tutti i paesi che sto attraversando
ora saranno morti tra qualche decennio. I giovani se ne vanno e non c’è ri-
cambio generazionale, in pochi s’interessano alla terra. Tra questi c’è Michele,
che mi porta a cena nell’unico ristorante del paese. Il suo. Mi ospita anche
nell’unico B&B, sempre suo. Vende solo i prodotti che coltiva, alleva o
caccia, ed è riuscito a trapassare questa passione al figlio Antonio, che cena
con gli amici al tavolo di fianco al nostro. Si presenta fugacemente e si offre
di mostrarmi una scorciatoia domani, mentre porta le pecore al pascolo.

– 68 –
COME PECORE IN MEZZO AI LUPI

Antonio ha diciassette anni ma ha la profondità e la saggezza del padre.


Con un occhio alla ricerca delle tracce dei cinghiali che ama cacciare e
l’altro sul gregge, mi racconta che non ci sarebbe bisogno di portare le pe-
core a pascolare se non ci fossero i lupi, e ultimamente ce ne sono tantissimi.
Mi parla delle vacche sacre, sacre in quanto di appartenenza della ’ndran-
gheta. Secondo lui, la guardia forestale ha lasciato ingrossare la popolazione
di predatori proprio per andare a colpire queste vacche, non capendo che
tra le stesse montagne pascolano anche le vacche e le greggi della gente co-
mune. Mi racconta di come si senta completamente abbandonato dallo
Stato italiano, di quante poche possibilità ci siano per lui, di quanto sia
facile venire affiliati. Mi fa notare che al tavolo con lui, ieri sera, i suoi amici
avevano già tutti scavalcato la staccionata della legalità per passare a ispessire
le file dei mafiosi. È l’unico “sbocco professionale” che hanno.
Come una chemioterapia che uccide sia cellule sane che tumorali, il lupo
uccide vacche sacre e non. Lo Stato qui penalizza tutti, criminali e non,
creando un circolo vizioso in cui esso viene visto come nemico da combat-
tere, rendendo il contesto socioculturale fertile per affiliare sempre più ma-
nodopera malavitosa. Il cittadino rimane schiacciato tra due poli di potere,
solo, come pecore in mezzo ai lupi.
Antonio mi accompagna fino all’imbocco della scorciatoia e mi saluta
con umiltà. Mentre si gira per rimettersi sulle tracce delle sue prede e dei
suoi protetti con la vitalità che appartiene ai suoi anni, mi sembra di scorgere
un filone di speranza balenare attraverso i suoi occhi blu in quest’aspra
montagna di pietra. Antonio ha ben chiara la distinzione tra bene e male,
ma non ha ancora fatto la sua scelta. L’ombra del grande uomo dentro di
lui è nitida e presto anche il corpo si adeguerà. Libero arbitrio. Le scelte
giuste spesso sono anche le meno scontate e le più difficili, ma credo lui
abbia la potenza di poterle reggere. Se ne va fischiettando giù per la valle
senza avere la più pallida idea di quanto la sua compagnia mi abbia arric-
chita. Sono certa che farà la scelta giusta.
Nel giro di qualche passo ho perso Antonio e anche l’Etna. Hanno aspet-
tato che mi fossi ambientata per sparire insieme all’orizzonte.
Arrivo al prossimo paese attraverso dei sentieri facili e ben segnati. Le
mie ambasciate mi hanno preceduto e nella piazza di un altro paesino se-
miabbandonato mi aspetta il sindaco. Passiamo davanti alla chiesa e fa il
segno della croce, girato l’angolo prova a baciarmi. Forse si è fatto conta-
minare dal romanticismo dell’avventura. Schivo l’attacco, evitando di dire
nulla a riguardo per non metterlo in imbarazzo. Continuiamo a esplorare il
suo bel paese. Un’altra chiesa. Un’altro segno della croce. E appena fuori
dallo sguardo di Dio ci prova un’altra volta.

– 69 –
WALKABOUT ITALIA

Non mi ha detto nulla d’interessante per affascinarmi, non è bello e mi


chiedo cosa pensa sia cambiato rispetto a dieci minuti fa, quando non ci
sono stata. La sequenza di segni della croce e labbra a penzoloni prosegue
come fossero dei tic dopo la vista di ogni crocifisso.
Nick Cave da giovane andava a messa tutti i giorni per farsi assolvere dal
suo imminente e premeditato peccato. Farsi una dose essendosi già fatto
assolvere. “A little bit of good and a little bit of bad”, racconta nel film au-
tobiografico 20.000 giorni sulla terra. Gli sembrava di aver trovato un equi-
libro perfetto, fino a quando un giorno la sua ragazza non gli disse che
stava rischiando la vita giocando d’azzardo con Dio e gli fece promettere di
smettere di andare in chiesa.
Il primo cittadino di questo paese fantasma m’invita a mangiare i manicaretti
preparati dalla moglie che sta accudendo il loro piccolo ancora in fasce.
Nick Cave ha smesso di drogarsi e anche di credere in Dio, il povero
sindaco non è ancora riuscito a domare il suo testosterone irrequieto e
questo gioco gli fa ancora troppo comodo. Preferisce attendere il purgatorio
nell’ipocrisia.

– 70 –
una rosa nel deserto

Ogni giorno di cammino ha quello che io definisco il “momento avven-


tura”, ovvero il momento in cui pensando furbamente di tagliare dalla
spiaggia o attraverso i campi mi ritrovo su strade senza uscita, immersa nei
rovi, o bloccata dalla proprietà privata e cani rabbiosi. Marco sembra sapere
quando scoccano i “momenti avventura” e quasi magicamente a ogni loro
rintocco arriva una sua telefonata.
Il “momento avventura” è di per sé difficoltoso. Devo sempre trovare un
rimedio al guaio del presente, spesso inventandomi passaggi laterali che non
esistono, in più c’è la difficoltà di avere entrambe le mani occupate, una da
Marco, al telefono, l’altra dall’iPad, per controllare la mia posizione, e la
bocca dalle bestemmie, che fanno tanto divertire il mio amico.
A volte capita d’incontrare gente, che io identifico ingenuamente come
docili contadini, ma che Marco subito suggerisce essere assassini e stu-
pratori.
«Verifica se dalla terra che zappano non esce una mano».
«Piuttosto mi limono Cristina D’Avena».
«Perché Cristina D’Avena?».
«Credo tutti da piccoli per un attimo l’abbiano resa oggetto della loro
sessualità in via di sviluppo per poi crescere col senso di colpa. Cristina
D’Avena è il peccato originale».
«Stai attenta ai lupi calabresi, si dice prediligano carne di donna lacustre».
«Coglione».
Marco non lo sa, ma è grazie alle nostre conversazioni surreali che riesco
a distrarmi dal pericolo e a trovare il coraggio di andare avanti. Le sue
chiamate sono miracolose, al contrario di quelle di mia mamma, che chiama
sempre quando mi sto avvicinando di sottecchi a un serpente addormentato
per rubargli una foto, bucando con precisione chirurgica una vescica o
parlando con Dio.

– 71 –
WALKABOUT ITALIA

Africo in lontananza. La luce gioca in suo favore, mossa dalle nuvole come
un grosso riflettore si posa su uno scoglio a forma di cuore, poi sulla spiaggia
incontaminata e si tuffa in mare. Sembra bellissima. Avvicinandomi gradual-
mente inizio a vedere gli edifici grigi e i pilastri di cemento sui tetti dei con-
domini mai terminati. Una vecchia bionda fisicata vista da dietro. Ora che
l’ho raggiunta per corteggiarla mi accorgo del suo vero aspetto. È orripilante,
le rughe le devastano il viso senza lineamenti. Africo è il paese più brutto che
abbia incontrato sul mio cammino. Forse che abbia mai incontrato.
Come la maggior parte dei paesi sulla costa ionica calabrese è di recente
costruzione. Africo antico era sull’Aspromonte, ma l’alluvione del 1951 ha
sradicato la sua popolazione forzandola a evacuare. Inizialmente si era di-
stribuita tra Reggio e i comuni limitrofi, per poi andare a occupare questo
lembo di terra “libero” e renderlo proprio. Mi dicono che all’origine fosse
bello. Una serie di villette a schiera, ognuna con il suo giardino. Ora i
giardini sono stati rimpiazzati dal cemento, i tetti mancano, e in caso le fa-
miglie crescano si può sempre aggiungere un altro piano. Nessuno si degna
di imbiancare i muri grigi, essendo il paese un cantiere a cielo aperto.
Questo non causa vergogna. Passeggiare senza trucco o senza essere
vestiti bene sì. C’è un atmosfera alla Sergio Leone in giro e vengo radiografata
a ogni passo. I bambini, onesti nella loro sfacciataggine, mi chiedono diret-
tamente «Chi sei? Cosa ci fai qui?», per poi sparire tra le gonne delle
mamme indignate. I capelli rosa lunghi da una parte e corti dall’altra e il ta-
tuaggio di un serpente che scende dallo stinco sono chiaramente fastidiosi
allo sguardo di chi incontro. Qualche anziano mi chiede cosa vendo, altri
mi guardano di sottecchi incuriositi, altri trovano una scusa per indagare
sulla mia presenza, chiedendomi se gli posso fare una foto. Un rettangolo
di cemento alto con una croce sopra e un Cristo disegnato male costituiscono
la chiesa. Entro sperando di incontrare un’accoglienza migliore. Le coriste
sembra abbiano visto il diavolo in persona e le sento spettegolare mentre il
prete mi viene incontro baldanzoso. È un affabile vicentino. Chissà di quale
peccato deve essersi reso colpevole per essere stato confinato qui. Mi con-
fessa che il padre santissimo sta mettendo a dura prova la sua misericordia.
Il suo sogno? Vedere le malelingue di Africo quietarsi per sempre.
Se Modica puzzava di musica, questo paese puzza di carogna.
Non conosco Rosa. È stata lei a invitarmi. Un invito aperto da quando
sono partita. Mi viene incontro abbracciandomi con un sorriso. Ora sono
io a guardarla storto. Deve essere un’aliena precipitata qui per sbaglio. Ci
teneva tanto andassi a trovarla, mi stava davvero aspettando. Vorrebbe che
mi fermassi anche il giorno successivo, ha qualcosa da dirmi. Lei ha aspettato
me, ora tocca a me fare altrettanto.

– 72 –
UNA ROSA NEL DESERTO

Gestisce un piccolo bar a Bianco, il paese dopo, ma preferiva la sua grande


pasticceria. Purtroppo ha dovuto chiudere i battenti perché le sue risorse
economiche, fisiche ed emotive sono state risucchiate dal cancro. No, non il
suo, quello di Leo, suo figlio di quattordici anni. Tumore alla spalla.
La famiglia di Rosa vive in via Matteotti, la via “dei condannati a morte”.
Delle venti famiglie che ci abitano, negli ultimi tre anni la signora incap-
pucciata si è portata via trentatré membri. Rifiuti tossici. Intercettazioni e
confessioni di pentiti additerebbero alla possibilità che presunte scorie ra-
dioattive siano state scaricate nei pressi del centro abitato in cambio di
armi. Delle armi ci sono i segni, solchi di proiettili sfregiano i muri delle
case, dei rifiuti no, se non nel lutto delle famiglie.
Le autorità competenti, con decenni di ritardo, indagano sull’eventualità
di contaminazione radioattiva, le scorie potrebbero addirittura essere state
impastate col cemento delle case. La gente continua a vivere e soprattutto
a morire, affossata nella triste realtà di questo paese già contaminato dal
’ndrangheta.
Rosa per non soccombere al dolore reagisce.
Ha scritto un libro per bambini, si chiama Il signor competente e parla
appunto della storia di Leo. Leo è un angelo mandato in Terra per racco-
gliere testimonianze e conferirle ai suoi principali lassù. Nel suo laboratorio
in cielo educa altre creature celesti, futuri bambini, a stare insieme e a loro
volta a insegnare agli adulti come comportarsi con loro. Leo è competente,
perché è un messaggero divino dedito all’insegnamento, e anche quando
sulla Terra i dottori gli diagnosticano un’artrite invece del suo brutto male,
già sa che si sbagliano.
Nonostante nel corso dei suoi quattordici anni il signor competente si sia
molto affezionato agli amici e alla famiglia, il suo compito sulla Terra è ter-
minato. Ha molto da fare sopra alle nuvole e ci lascia in un giorno di fine
estate.
Rosa ha investito tutto quello che aveva per cercare di trattenere il suo
piccolo ancora un po’ con lei e i suoi fratelli, poi è morta dentro, e proprio
grazie agli insegnamenti di Leo e all’amore dei suoi due fratelli è risorta
con una missione. Lottare per rendere Africo un posto migliore per loro e
per tutti gli altri bambini che la abitano. Ha istituito un’associazione per
lo sviluppo degli spazi verdi in città e sta lottando per farci costruire
almeno un parco giochi. I proventi del suo libro vengono devoluti com-
pletamente a questo progetto. È ambasciata dell’associazione Make a Wish,
che aiuta giovani malati terminali a realizzare i propri sogni. In qualche
modo siamo colleghe, ma lei non si limita a raccoglierli, li realizza. La sua
reattività è un bell’esempio in questa cattedrale del cemento malato dove

– 73 –
WALKABOUT ITALIA

la pigrizia indotta dall’assistenzialismo, dalla mafie e la corruzione crea un


apatia più distruttiva del cancro.

Lascio Africo portandomela dietro. In senso letterale. Oggi cammina con


me. A metà strada mi confessa di sentirsi euforica. Camminare fa quest’effetto.
Le sembra di volare e a lei piace volare. E a me piace?, mi chiede.
Cazzo se è euforica, ma che domanda è?
Io, come il resto della popolazione mondiale, non so volare. Mi piace
nei sogni, sull’aereo no, fuori dall’aereo col paracadute sì. Ma come le devo
rispondere?

– 74 –
UNA ROSA NEL DESERTO

Ok, se non hai capito cosa intende chiedi conferma.


«In che senso?».
«Ti piacerebbe andare in deltaplano?».
«Oh, in quel senso, be’, sì che mi piacerebbe».
«Bene gira a destra».
Eppure non l’ho vista drogarsi, che cosa sta blaterando? La seguo entrare
in un capannone sul lato della strada. Un uomo alto e corpulento e un grosso
cane lupo ci stanno aspettando. Stranamente ispirano entrambi fiducia.
«Mimmo».
«Darinka, piacere».
«È la giornata perfetta per volare, vieni, mettiti il casco e allaccia le cin-
ture».
Non sono certa che tutto questo stia succedendo davvero. Rosa in due
giorni mi ha fatto vedere una chimera decollare per un paese sepolto e ora
mi sta facendo letteralmente volare. Questa donna merita qualcosa di grande,
eppure si accontenta di vedere crescere un filo d’erba. Sempre impegnata e
sempre sorridente, senza lamentarsi. Splende come una rosa nel deserto.
Prendo posto sotto alle ali variopinte, Mimmo accende il motore e Rosa
si allontana sempre più, ma rimane grande anche vista dal cielo. Africo
torna bella e sembra anche i suoi problemi si ridimensionino.
Mimmo spegne il motore e ci ritroviamo sospesi nell’aria nel silenzio a
farci spingere dal vento, per poi planare rasoterra sulla spiaggia e risalire di
nuovo. No, uno scoglio non può arginare il mare. Torna la speranza volando
sul questo Fortunadrago che mi salva dalla palude dell’eterna tristezza. Per
qualche minuto mi passa il comando. Sono emozionata, sto volando e
scopro di non voler più scendere. L’ufficio di Leo è uno spasso.
E se mi trasferissi anch’io quassù? Potrei prendere un brevetto di volo?
E magari farmi il giro del mondo in deltaplano solare? Esiste, Mimmo ce
l’ha. Un bel sospiro. Anche se stiamo scendendo la testa è rimasta sulle nu-
vole e chissà quando avrà voglia di raggiungermi. Ormai sono abbastanza
abituata a stare senza.
Voglio raccogliere anche il sogno di uno che il brevetto già ce l’ha, ma
Mimmo li ha finiti. Racconta che fino a una quindicina di anni prima era
impantanato in un lavoro che gli rubava tempo ed energia dandogli poche
soddisfazioni. Un giorno stava accompagnando un caro amico a comprarsi
una barca a vela per salpare verso orizzonti sconosciuti. L’amico dopo una
vita di sacrifici voleva finalmente realizzare il suo sogno.
Correndo in macchina verso il suo obiettivo, Mimmo, che lo stava se-
guendo con la sua automobile a distanza di sicurezza, lo vide schiantarsi
contro un camion, davanti ai suoi occhi.

– 75 –
WALKABOUT ITALIA

Il giorno dopo lasciò il lavoro e decise di non sprecare più nemmeno un


secondo, aprì il cassetto, srotolò tutti i suoi sogni e uno dopo l’altro iniziò
a dedicarsi completamente alla loro realizzazione, e le figlie che stavano di-
ventando grandi senza conoscerlo ritrovarono un padre. Mimmo si è fatto
il brevetto d’immersioni, il brevetto di volo, tanti viaggi e vive una vita
molto più semplice all’insegna dell’amore. È passato dall’essere un colletto
bianco altolocato a gestire un autolavaggio che affida ai suoi dipendenti
per dedicare le sue giornate alle sue passioni. Se, come dicono, il tempo è
denaro, ora finalmente Mimmo è l’uomo più ricco del mondo.
E anch’io ora lo sono. Ricca di tempo da spendere per ricalibrare la
scala di che cosa è importante. Estraniarmi da quello che ero e guardarlo in
prospettiva, cercando di capirmi meglio, sapere come prendermi per cercare
in futuro di evitare di cadere nelle stesse trappole.
C’è una foglia a forma di cuore per terra. Rosa dice che Leo si manifesta
così. Ora tocca a me tenere gli occhi aperti. Come una caccia al tesoro, i
cuori mi indicheranno la retta via. Ne avevo visto uno grande, uno scoglio
intero a forma di cuore, entrando ad Africo. In questo viaggio ho smesso di
credere alle coincidenze. Forse è stato proprio Leo a portarmi qui.

– 76 –
plastica e cemento

Arrivo a Roccella Ionica in ritardo per i festeggiamenti. Oggi hanno


preso nuovamente la bandiera blu, per il dodicesimo anno consecutivo.
Roccella è sul mare, ma a differenza della maggior parte delle cittadine
sulla costa, ha una storia, un centro storico, una torre saracena, un bel ca-
stello che la sovrasta e la raccolta differenziata.
Facendo un giro per il paese conosco Giovanni e Pietro, che m’invitano a
seguirli in un locale. Una fontana di vino gratuito per tutti, musica popolare
e poesia, in calabrese. Non capisco nulla, ma è recitata con tale passione che
mi lascio trasportare dalla voce profonda dell’autore piuttosto che dal signi-
ficato. Parlando con gli avventori, conosco amici di amici che ho già incontrato
per strada. L’arte è il filo conduttore in questo viaggio. Musicisti, scrittori,
fotografi, restauratori, scultori s’intrecciano formando un fitto ricamo umano
a incorniciare quest’avventura.
Tanta festa, tanto vino, tanta musica, tante chiacchiere e poi a letto. As-
saporo il risveglio, la bocca impastata e quel minuto di confusione per
capire dove sono, da che parte è il comodino oggi? Metti gli occhiali altri-
menti la stanza rimarrà un mistero. Dov’è l’interruttore? In che continente
mi trovo? In che paese mi trovo? A casa di chi sono? Sono da sola o c’è
qualcuno in giro? E se c’è qualcuno in casa chi è? Come si chiamava?
Ahhh… Ecco… Cosa devo fare oggi?
Devo arrivare a Isca sullo Ionio, ma sono 45 chilometri da qui, e avendo
fatto tardi e il sangue più colorato dal vino che dai globuli rossi non sono
sicura di voler camminare per le prossime dieci ore. Ok, sono sicura di non
volerlo fare e improvviso una tappa intermedia. Guardo la cartina, Mona-
sterace mi sembra a metà strada. Percorro la 106 stancamente, ma l’adre-
nalina di non avere assolutamente idea di cosa succederà nell’immediato
alimenta il motore.
Un fornitore di gelati fermo al distributore apre il freezer a rimorchi e
mi passa un Maxi Bon. È di Monasterace. Non mi può ospitare, ma ha

– 77 –
WALKABOUT ITALIA

amico che ha un negozio di fiori all’entrata del paese, mi dice di fermarmi


lì al mio arrivo, intanto s’informa.
Nel frattempo dal magico mondo di Internet mi arrivano suggerimenti
che mi spingono verso la farmacia di proprietà dell’ex sindaco che potrebbe
mettermi a disposizione gli alloggi per studenti. Al negozio di fiori, sugge-
risco la possibilità di poter dormire sul pavimento: non sia mai, l’ospitalità
è sacra e se voglio posso dormire nella loro casa di campagna, che però ri-
mane logisticamente scomoda. Vado a chiedere in farmacia, l’ex sindaco
non c’è, ma c’è Carmen. Carmen non sa nulla di me, né del mio progetto,
ma si fida ad accogliere una completa sconosciuta come un’ospite onorata.
Mi accompagna all’appartamento in cui potrò pernottare, mi lascia le
chiavi ed essendo impegnata per cena mi da anche 20 euro per comprarmi
da mangiare.
È la prima volta in tutto il viaggio che accetto dei soldi.
Spesso raccogliendo i “SO…GNI” in una scatola e dicendo che viaggio
senza soldi la gente preferisce mettere le mani al portafoglio invece che
aprire il rubinetto della fantasia. Con i calabresi la raccolta di sogni è
magra. Ho notato un triste senso di rassegnazione, e a parte molte nobili
eccezioni, l’alzare le spalle senza più speranza è una risposta troppo fre-
quente. Cos’è successo a questo popolo meraviglioso per essersi preclusi
la libertà di far volare almeno la fantasia? Sembrano essersi fatti catturare
da un vortice vizioso di apatia. Non li accetto. Né l’apatia né i soldi. Non
sto facendo la carità e non c’è niente di cui abbia bisogno. Oggi però ho
fame e capisco che per lei sarebbe più impegnativo procurarmi del cibo
che lasciarmi un’offerta, così faccio un’eccezione. Dopo quasi due mesi di
viaggio, rientro a far parte del sistema, comprandomi pesche, ciliegie,
pizza, e gassosa al caffè. I cassieri mi prendono per pazza mentre scambio
soldi per merce con l’aria euforica di chi sta compiendo un’azione quasi
per gioco. D’altronde questo mondo in cui io ti do un pezzo di carta in
cambio di cose non l’ho mai capito e mi chiedo quanto dello splendido
contatto umano, che caratterizza il mio viaggio, mi sarei persa se invece di
guadagnarmi la fiducia della gente me la fossi potuta comprare.
Non contenta, la mattina dopo Carmen mi offre la colazione e l’ingresso
al museo di Monasterace che custodisce i reperti appartenuti alla città di
Kaulon (Magna Grecia). Ci sono scoli per l’acqua dai tetti scolpiti a bocca
di leone datati circa 2.300 anni. Noi che ci consideriamo “sviluppati” siamo
passati a dei grigi tubi di ferro. Da qualche parte nella storia dell’umanità ci
deve essere stata un’inversione di marcia, ci siamo dimenticati della bellezza
e tra altri 2.300 anni, quando l’uomo del futuro andrà nel museo a vedere

– 78 –
PLASTICA E CEMENTO

che cosa abbiamo lasciato, troverà reperti di floppy disk, computer, tubi
grigi e qualche apribottiglia originale, se è fortunato. Plastica e cemento.
Abbraccio Carmen, altro frutto splendente di una società marcia, e la
ringrazio per il suo sincero altruismo disinteressato.

– 79 –
go walk

A Isca sullo Ionio sono ospite di Gianni Tirelli. Il fratello del fidanzato
di mia zia di circa quarant’anni fa. Suono alla porta di una casa antica e
decadente. Mi apre un bell’uomo sulla sessantina con un sorriso inequivo-
cabile. Mi accoglie in casa sua come fossi una figlia. Salgo le scale cercando
di celare lo stupore, questa casa sembra un museo e quest’uomo un santo
con un aurea accecante. Prendo possesso della mia stanza stordita dal-
l’eleganza di ogni oggetto. Buddha, madonne e cristi ammiccano in ogni
angolo. Si respira l’esistenza di Dio, ma non il dio geloso della Bibbia, un
dio veramente onnipotente che comprende tutto e risiede in ognuno di
noi, nel bene e nel male.
A casa di Gianni mi sono state spedite delle scarpe nuove per sostituire
le mie adorate Sketchers, su cui si è ormai aperto un buco vista asfalto. Pit
stop, cambio gomme. Non avevo mai bucato un paio di scarpe prima. Ora
so un’altra cosa che non sapevo prima di partire. Anche le scarpe hanno un
autonomia. Queste fanno circa 800 chilometri.
Mi dispiace abbandonarle, hanno una storia alle spalle.
Le ho comprate a Londra l’inverno scorso per essere un “Angelo”. Io e
Chris avevamo provato a vivere a Hong Kong, entrambi senza visto lavora-
tivo. Lui suonava per strada e io lavoravo clandestinamente in un bar. I
nostri lavori combinati bastavano a malapena per permetterci quello che
loro chiamano uno “studio flat”. Una stanza di meno metri quadri di quelli
che si possono contare sulle dita di una mano, con tanto di cucina e bagno,
senza finestre. Praticamente l’appartamento a Milano di Renato Pozzetto
in Ragazzo di campagna. Non c’interessava, ci piaceva starci addosso. Era-
vamo belli, giovani, soprattutto lui, e innamorati. Un giorno subisce la mi-
naccia della deportazione dalla polizia che ferma il suo concerto urbano e
decidiamo di partire volontariamente. Io volevo andare a Berlino, lui a
Londra. Io gli avevo spezzato il cuore e gliela do vinta senza discutere.

– 80 –
GO WALK

Atterriamo completamente squattrinati, urge trovare in fretta un lavoro


che ci permetta di vivere dignitosamente. Tra i vari annunci uno in partico-
lare coglie la mia attenzione: Ibiza Angels. Una compagnia di massaggi “on
site” con ottime possibilità di guadagno e nessuna esperienza richiesta.
Chiamo e prenoto l’intervista. «Hai esperienza nel campo dei massaggi?».
«Sì, quando abitavo in Asia me ne facevo fare uno al giorno». Assunta. Mi
viene fatto un corso di massaggi di un giorno e consegnato il titolo di “pro-
fessionista” per massaggi di una durata di sette minuti.
Il mio lavoro consisteva nel massaggiare le teste di giocatori di poker
professionisti ai tornei. Questo, in gergo, vuol dire essere un “Angelo”. Ma
nonostante la mia qualifica sottolineasse una competenza di breve durata, i
giocatori richiedevano i miei servizi per molte ore consecutive in cui m’in-
ventavo un massaggio free style spiando le colleghe. Spesso ci capitava di
fare turni interminabili, in piedi alle spalle dei pokeristi, e un paio di scarpe
comode erano essenziali.
Così entrano in gioco le Sketchers che hanno solcato i pavimenti dei ca-
sinò più prestigiosi d’Inghilterra, e tutti i giorni infilandomele prima di an-
dare al lavoro leggevo la scritta “Go Walk” sulla suola.
Un giorno, con le mani in testa a un giocatore particolarmente nervoso,
mi sono guardata intorno. Che ora era? Che giorno era? Da quanto tempo
mi ero persa?
I casinò sono posti senza tempo, non ci sono orologi, in modo che i gio-
catori non si rendano conto del tempo che passa. Lo stesso stava accadendo
con la mia vita. Mi stava passando davanti come non fosse più nemmeno
mia, non mi ricordavo nemmeno più perché fossi lì. Chris mi aveva chiesto
di sposarlo a settembre e – senza dirmi perché – mi aveva lasciata il mese
dopo. Essere un angelo a Londra non aveva più senso, ma non avevo il co-
raggio di reagire. Le giornate passavano, grigie, uguali, monotone, apatica-
mente dolorose, un film del quale da protagonista ero diventata comparsa.
Trascinavo al casinò il fantasma di me stessa e della mia felicità scomparsa.
Improvvisamente il suggerimento delle mie scarpe divenne sempre più
rumoroso nella mia testa, il nervosismo del mio cliente mi portò quasi alla
nausea. Non potevo più continuare a galleggiare in quel limbo senza tempo
e senza gioia. Esplosi: «Sorry sir, I quit! I need to go for a walk”.
E così feci, camminai da Marble Arch fino a Whitechapel, una manciata
di chilometri, da una parte all’altra di Londra nel mezzo di una notte uguale
a tutte le altre. Ma per me questa volta diversa.
Jep Gambardella ne La grande bellezza recita che la più sorprendente sco-
perta che ha fatto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni era che

– 81 –
WALKABOUT ITALIA

non poteva più perdere tempo a fare cose che non gli andava di fare! Perché
avrei dovuto aspettarne altri trenta per giungere alla stessa conclusione?
Sapevo esattamente cosa non mi piaceva fare, ma avevo dimenticato i
miei sogni! Cosa mi piace fare? Ho sempre avuto la testa tra le nuvole, sin
da piccola, sempre a guardare fuori dalla finestra, sempre ultima a conse-
gnare ogni compito in classe: il tempo è denaro, mi diceva la mia maestra. Mi
scocciavo ogni volta che mi metteva sotto pressione con questa brutta storia
del perdere tempo come fossero soldi.
Però quella frase da incubo che ogni tanto mi rimbomba ancora nelle
orecchie sto imparando a leggerla diversamente.
Avendo il tempo di essere lenta ora mi considero ricca.
Invece di guardare la mia lentezza e il mio continuo fantasticare come
un difetto, perché non trasformarli nei miei punti di forza, è quello che mi
piace fare, andare piano e sognare.
Da qui nasce Walkaboutitalia.
Il desiderio di iniziare un viaggio lento, come Atreyu nella Storia infinita,
cercando di sconfiggere il nulla. Una mente libera è pericolosa, sognare è
una sottile forma di ribellione e mettere in pratica i nostri sogni vera e
propria rivoluzione. E la mia crisi personale era talmente profonda da
averla causata, questa rivoluzione, non avevo nulla da perdere, al massimo
avrei fallito, ma quantomeno ci avrei finalmente provato. Quale sarebbe
stato il prossimo passo?
Nel 2004 mi sono laureata in fotografia, proprio a Londra, e poi ho dato
sfogo alla mia voglia di viaggiare adattandomi alle mille situazioni che il
mondo mi presentava, senza pregiudizi e senza snobbare alcuna possibilità.
In balia della vita sono passata da fare la grafica in Canada a vendere ma-
gliette per un gruppo rock in tour in Europa, a drogarmi pesantemente
mentre credevo di fare l’artista a New York, per poi andare a disintossicarmi
facendo la volontaria in una Thailandia post-tsunami. Poi la spogliarellista
ad Auckland in Nuova Zelanda, incontrare un ercolanese e trasferirci in-
sieme in Laos, dove prima ho insegnato inglese ai bambini delle scuole ele-
mentari e poi aperto un ristorante, per poi lasciarli entrambi e finire a fare
la barista in bikini nelle miniere dell’outback australiano. Ma forse invece
di cercare di adattarmi al mondo se avessi fatto quello che amavo fare lui si
sarebbe adattato a me?
Ecco cosa mi piace! Viaggiare, fotografare, scrivere e sognare! Lenta-
mente!
Arrivata a casa, prenotai il primo volo per Malpensa, chiamai i miei genitori,
e gli dissi che sarei tornata in Italia dopo quindici anni d’assenza.

– 82 –
GO WALK

Il progetto era ormai chiaro nella mia testa, mi sarei fatta l’Italia a piedi,
raccontandola con immagini e racconti, e avrei tentato di salvarla dal nulla
stimolando la fantasia della gente che avrei incontrato, raccogliendo i loro
sogni, in una scatola magica. Li avrei aiutati a farli tornare a galla, come
quella notte era magicamente successo a me.
I miei genitori non mi capirono immediatamente. In realtà furono in
pochi a farlo, mi prendevano per matta.
In effetti un po’ matta mi sentivo. Torno a casa e mi faccio tutta l’Italia a
piedi, ma non ho una lira? Bene, quindi parto senza soldi per dimostrare
che i sogni si possono realizzare anche senza. Non avevo scelta, ma mi pia-
ceva l’idea di barattare un tetto per un sorriso, un pasto per un sogno, una
storia per un’altra storia, un sorriso per una pesca. Provare che i soldi non
comprano tutto, e “vendere” solo ciò che non si può comprare.
Ma a piedi…?
A piedi io non ero neanche mai andata al supermercato. Come si fa?
Google l’onnipotente mi apre il mondo di chi aveva già fatto viaggi simili e
invio una e-mail a una manciata di indirizzi.
«Ciao, sono Darinka, non ho esperienza di viaggi a piedi e il mese prossimo
parto da Palermo senza soldi per tornare in Piemonte a piedi. Ho intenzione
di partire con una scatola magica. Hai presente i biscottini della fortuna che
si trovano nei ristoranti cinesi dove all’interno si trova un bigliettino con
scritto il proprio destino? Vorrei offrire la possibilità a chi incontro di
scrivere il suo destino senza affidarlo al caso e infilarlo nella mia scatola».
Riccardo Carnovalini, un intrepido camminatore risponde estasiato dalla
mia follia. È disposto a condividere la sua conoscenza con me, e per un’altra
“coincidenza” in quei giorni si trova ad Ameno, una manciata di chilometri
da casa mia. Ci incontriamo in un bar e per tre ore e mezza consecutive lo
tempesto di domande.
Cosa mi porto, come preparo il cammino, come faccio con l’acqua e le
scarpe? E di che marca? E soprattutto… Secondo te è fattibile?
«Sì, anch’io ho sempre sognato di partire senza soldi».
Da qui la svolta! Se prima ero titubante, la mia attitudine cambia, inizio
a crederci anch’io. Sembra possibile. Nel momento in cui io stessa ne sono
finalmente convinta cambia tutto. Sembra sappia di cosa stia parlando.
Grazie all’aiuto di un grande amico creiamo il mio blog walkaboutitalia.com.
Perché questo nome?
Walkabout è la camminata che gli aborigeni compiono in età adolescenziale,
da soli nel deserto, per riconnettersi con le loro ancestrali radici e la terra.
Io non conosco il mio paese. Ho bisogno di una “walkabout”.

– 83 –
WALKABOUT ITALIA

E improvvisamente anche aver vissuto in Australia sembra abbia avuto


un senso. Tutte le varie esperienze di vita vissuta finora non sono più
mattoni sparsi disordinatamente, ma le fondamenta di qualcosa che non
potevo neanche immaginarmi.
Nel giro di un mese e mezzo, ho recuperato tutto il necessario e sono
pronta a partire. Anche se pronta come ormai sapete non è il termine più
adatto.
Mi dispiace abbandonare le scarpe che mi hanno pacatamente ma insi-
stentemente consigliato di partire. Non smetterò mai di ringraziarle abba-
stanza e nemmeno Chris. Se non fosse stato per loro sarei rimasta lassù a
inseguire sogni che non mi appartenevano. Ora non sarò più un angelo, ma
piedi, cuore e mente volano.

– 84 –
e le pale girano

Ancora sulla statale 106. Non è un bel camminare. Raramente si è abba-


stanza vicini al mare per poterlo respirare. Lo si intravede in lontananza tra
il microcosmo delle statali. Capannoni industriali, centri commerciali, pro-
stitute, benzinai, la puzza di carogna degli animali che hanno perso la vita
per strada e tante corone fiorite a ricordare gli umani che se ne sono andati
sempre per colpa sua.
Spesso incrocio lo sguardo con Gesù e sua madre che mi guardano pas-
sargli accanto. Li hanno stampati su dei grossi cartelloni e piazzati a vegliare
su curve e incroci. Come distribuire il rosario a chi sale sulle montagne
russe invece di farci la manutenzione.
Sembra che in Basilicata e in Puglia sia stata ammodernata, qui no. Mi
dicono che ci sono in gioco gli interessi di forze oscure dietro l’arretratezza
di quest’arteria primaria e intanto la gente si schianta sulla “strada della
morte” e io cerco di attraversarla il più in fretta possibile.
L’unico lato positivo di percorrere la 106 è quello umano. Spesso incappo
in ragazzi senegalesi che, a differenza mia, si spostano a piedi non per svago
ma necessità, e chiacchierando il rischio di venire investiti diventa un pen-
siero marginale. C’è chi conosce la mia storia e si ferma a offrirmi un panino
o chi la vuole conoscere e m’invita a cena. C’è anche chi mi offre lavoro.
Non sulla strada, ma in gioielleria.
Luigi mi intercetta nel tratto tra Cropani Marina e Isola Capo Rizzuto.
Si ferma, mi scambia per straniera e con un inglese maccheronico mi offe
un passaggio che rifiuto. Accelera per poi tornare indietro incuriosito, re-
galarmi una bottiglia d’acqua fresca e interessarsi sul perché del mio cam-
minare. Gli lascio l’indirizzo del mio blog. Il giorno dopo per caso s’imbatte
nuovamente nei miei passi e avendo scoperto una fotografa errante m’invita
a fotografare la nuova collezione di collane e orecchini nel suo negozio.
La fodera del mio iPad è praticamente sfasciata, ho affettato gli auricolari
insieme al salame e qualche soldo per rimpiazzare questi elementi del mio

– 85 –
WALKABOUT ITALIA

kit di sopravvivenza mi fa comodo. In più ho occasione di conoscere i suoi


sogni e quelli della sua gentilissima famiglia, che in questo periodo di crisi
nera compra molto più oro di quello che vende.

Un fiammifero lanciato in un pagliaio di conoscenze acquisite, e a Isola


di Capo Rizzuto mi attendono Raffaella e Alessandro che mi aprono le porte
della sede di Terre Joniche, la cooperativa sociale per cui lei lavora. Raffaella
è stata selezionata con un bando pubblico insieme a una decina di collabo-
ratori per costruire una cooperativa sociale che si occupasse di trasformare
terreni sequestrati al clan Arena in efficienti campi per la produzione di
frutta e verdura biologica. A differenza della Sicilia, qui la mafia non è come
un assorbente. Si vede, si sente e opprime il cittadino onesto come una cam-
pana di vetro, togliendogli il respiro.
A Isola le famiglie ’ndranghetiste gestiscono tutto. Impianti eolici, racket,
traffico di droga, armi, agricoltura, terziario, smaltimento rifiuti, appalti.
Tutti lo sanno. Mi raccontano che chiunque decida di aprire un’attività,
specialmente se di successo, prima o poi tramite ricatti, prestiti o addirittura
concorrenza spietata si ritrova forzato a cederla.
Gli ’ndranghetisti non lo fanno nemmeno più per accumulare altra ric-
chezza, ormai ne hanno talmente tanta che è diventata difficile da riciclare.
Lo fanno per una questione di potere. Come gli animali marcano il loro
territorio con l’urina, i mafiosi lo fanno con la paura, assicurandosi il con-
trollo assoluto della zona.

– 86 –
E LE PALE GIRANO

Andando verso gli ettari di terreni sequestrati passiamo davanti alle


abitazioni circondate da metri di cemento degli Arena. C’è un fiocco rosa
appeso alle recinzioni grigie e altissime che li separano da noi comuni
mortali. Un altra bambina verrà al mondo in una montagna di merda.
Perché questa è la mafia, diceva Peppino Impastato, e questo mi ricordano
i miei amici siciliani di Radiobattente mentre continuo ad ascoltarli allon-
tanandomi sempre più.
I grilli cantano sotto al sole mentre Raffaella mi accompagna a visitare il
feudo mafioso che hanno ereditato. Sul capannone degli attrezzi campeggia
una scritta cancellata male. Sono delle minacce di morte verso lei e i suoi
colleghi: ci avevano trovato anche tre proiettili attaccati con lo scotch.
Camminiamo spaventando timide serpi nere che si nascondono tra le spighe,
una volante della guardia di finanza si accosta per controllare che non ci
siano problemi. Oggi no, ma solitamente ci sono. Il capannone è stato
violato numerose volte con la specifica intenzione di manomettere e sco-
raggiare l’operato dei ragazzi. Il giorno precedente alla consegna dei beni
all’amministrazione comunale di Isola, “ignoti” sono venuti nella notte a
prendere a MARTELLATE le mura, gli scalini, gli stipiti delle finestre,
ogni cosa, in modo di lasciare terra bruciata dietro di loro. Quella che sa-
rebbe dovuta essere una villa spropositatamente grande per un solo nucleo
famigliare è uno scheletro grigio che incornicia la vista dei campi di grano
punteggiati dalle mastodontiche pale eoliche. Paradossalmente la mafia più
avanti dello Stato si è già buttata sul rinnovabile, come si volessero impa-
dronire anche dell’aria.
Il sogno di Raffaella era questo, dopo aver vissuto fuori dalla Calabria
per tanti anni, torna a casa, cercando di investire la conoscenza acquisita
nella sua terra. In quanto presidente di Terre Joniche, il peso della respon-
sabilità del progetto cade sulle sue spalle, l’impegno è immane, spese,
bilanci, riunioni, risorse umane e attrezzatura da gestire, ma a suo sostegno
ha una buona squadra, che ho occasione di vedere in azione nei campi. Ri-
dono e scherzano, dimenticando di essere nell’occhio del ciclone. Di recepire
uno stipendio vero e proprio se ne parlerà soltanto dopo che gli investimenti
saranno stati smaltiti, forse tra anni, se non ci saranno altre interferenze.
Intanto Raffa e l’affiatato gruppo della cooperativa, come operose formi-
chine, cercando di evitare i giganti che gli camminano sopra, non mollano
e travolgono chi gli sta intorno con una ventata fresca di cambiamento, la
stessa che fa girare le pale e le palle degli Arena.
Perché il vento, come la terra e il mare, è di tutti, ma il fuoco che anima
Raffaella nessuno lo può spegnere.

– 87 –
WALKABOUT ITALIA

Se siete interessati ad aiutare i ragazzi di Terre Joniche a realizzare il loro


sogno potete farlo donando il vostro 5 x 1.000 a :
Terre Joniche – Libera Terra
Codice fiscale/Partita IVA 03287490795
Grazie!

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una lunga strada
che non porta da nessuna parte

A Crotone c’è la statua di Rino Gaetano e anche quella di Pitagora, ma


della seconda non ne sa niente nessuno. Per me non c’è problema, Rino mi
piaceva e l’altro non l’ho mai capito. Per il resto personalmente trovo Cro-
tone carina, ha un bel centro storico, un castello e delle spiagge dignitose,
ma i crotonesi si stanno antipatici e non perdono occasione per parlare
male degli stessi e della loro città.

Confusa, mi rimetto in marcia tra le fabbriche abbandonate della periferia.


Mi dicono che sono chiuse da anni, colme di rifiuti tossici. A differenza di
Africo, quest’inquinamento non è di stampo mafioso e rimane in bella vista.
In qualche modo a Torre Melissa si è sparsa la voce del mio arrivo. Tre
signori dall’aria gentile ma invadente mi chiedono se sono quella del con-
corso “dell’Italia a piedi”. Fortunatamente no, né concorso, né sfida, sem-

– 89 –
WALKABOUT ITALIA

plicemente un viaggio. Non vince nessuno. Li schivo con altrettanta genti-


lezza. Sto cercando un posto tranquillo per scrivere e lo trovo sotto a un
rassicurante ulivo lontana da occhi indiscreti. Parlo della mia esperienza
con Terre Joniche, faccio un nome, o meglio un cognome. Nonostante il
mio profondo rispetto per Saviano non pretendo di emularlo. Non dico
nulla di nuovo, la famiglia Arena sta anche su Wikipedia alla voce ’ndrina.
Ciò nonostante ricevo molti messaggi di ammonimento da amici preoccupati
per la mia incolumità. Mia mamma minaccia la mia imminente fine per
mano sua se non cancello quello che ho scritto e con il suo spiccato accento
croato mi dice semplicemente «tu fati li cazzi tvuoi».
Sul momento non do molto peso a tali esortazioni, ma in strada – quando
la mente è più libera dei piedi – a ogni macchina che si ferma mi si ferma
anche il cuore. Automaticamente mi ritrovo a fotografarne le targhe e a
spedirle alla mia e-mail, di cui una persona fidata conosce la password e le
procedure da seguire in caso non arrivi alla prossima tappa. Paranoia.
Senza rendermene conto sto quasi correndo, mi voglio allontanare in
fretta dal buco nero che ho visto a Isola, prima che m’ingoi. Ora che molte
delle mie domande hanno trovato risposta, mi chiedo se non sarebbe stato
meglio continuare a vivere questa regione nell’ignoranza più spensierata
dell’altro ieri.
Vivere qui impone una scelta: la sottomissione o la lotta, e la seconda
implica paura di ritorsioni. Un’esistenza serena è preclusa a entrambe le fa-
zioni. Grazie ai racconti di Raffaella mi sembra di capire meglio il senso di
rassegnazione che respiro da quando ho messo piede in Calabria e soprat-
tutto il fenomeno d’emigrazione di massa.
Guardo questa terra così ricca e così impoverita, così bella ma così sfre-
giata con occhi impietositi, mentre zaffate di carcame mi riempiono le
narici. Qualsiasi cosa su cui il mio sguardo si posa appartiene a qualcuno e
non credo di voler più sapere chi sia.
Improvvisamente si presenta un uomo con un mazzo di fiori. Fa strano
vedere dei fiori in mano a qualcuno che respira ancora su questa strada. Si
chiama Fabio Pugliese e i fiori sono per me. Ha scritto un libro che parla
della 106 e ha saputo che c’era una pazza che se la stava facendo tutta a
piedi. Non ha resistito alla curiosità di venirmi a cercare e dimostrarmi il
suo supporto anche logistico nel trovarmi ospitalità sul cammino.
Mi racconta delle vere e proprie stragi compiute dalla “strada della
morte”, di come il 90 percento degli svincoli sia abusivo e dei guardrail
“finti”, non avendo alcun tipo di supporto dal retro. Mi parla del proprie-
tario di una famosa fabbrica di liquirizia. Per difendere il suo immobile af-

– 90 –
UNA LUNGA STRADA CHE NON PORTA DA NESSUNA PARTE

facciato alla strada, ha voluto personalmente finanziare un vero guardrail


che lo proteggesse da eventuali incidenti. Riceve una diffida, non può farlo
da solo, è di competenza dell’Anas. L’Anas passa la palla al Comune, che
ammette la responsabilità, ma che non può fare nulla senza la collaborazione
degli operatori dell’Anas. La sua fabbrica rimane a rischio e la sua protezione
bloccata tra gli incartamenti che lo seppelliscono. Questa storia e tante
altre, metafora di una lunga strada che non porta da nessuna parte.

– 91 –
la grande bellezza

Ottanta giorni di viaggio. Jules Verne a questo punto della sua storia
aveva già fatto compiere il giro del mondo al suo Phileas Fogg, invece io fe-
steggio i miei primi mille chilometri a piedi sulla spiaggia di Roseto Capo
Spulico, ancora in Calabria. La seconda regione del mio viaggio.
Il bello di non avere programmi è che non posso rimanere indietro sulla
tabella di marcia.
Prima di partire avevo paura. Ma non sapevo di cosa. Era semplicemente
l’umana paura dell’ignoto.
Ora invece conosco esattamente gli ostacoli che di tanto in tanto interse-
cano il mio cammino e questa enorme paura. Quello che era un muro di
nebbia ora è solo la concentrazione di centinaia di migliaia di piccole gocce.
Come una noce nel sacco, non fa più rumore. Diventa ragionevole, posso
vedere la sua faccia e come tutti i mostri dei film horror una volta visti in
faccia non fanno più paura, anzi sembrano ridicoli.
Ora il mostro è la mia vita dopo questo viaggio.
Viaggiando senza soldi si è liberi relativamente. Per nutrirmi e avere un
tetto sotto il quale sognare ho la necessità di dipendere da qualcuno. Questo
è meraviglioso, perché mi porta a conoscere il panorama umano di ogni re-
gione, oltre a quello naturale. Vivo per osmosi, lasciando e assorbendo il
massimo da ogni situazione, rimanendo di conseguenza triste o felice in
base all’esperienza, sino al prossimo incontro. Incognito, un po’ come la
prossima carta capovolta al tavolo di poker. Anche se sfortunata, questo
non mi frustra, perché la passione è per il gioco. Nel bene e nel male.
Senza soldi ci si rende conto di cosa si ha veramente bisogno, tutti quei
bei vestiti di cui ho pieni gli armadi sono rimpiazzati dai due cambi nello
zaino, e non perdo mai tempo a decidere cosa indossare. La fame indotta
dai colori dei cartelli pubblicitari e la sete di cose che fanno venire più sete è
rimpiazzata dalla semplice necessità e dai frutti che incontro per strada. A

– 92 –
LA GRANDE BELLEZZA

volte ho tanta fame che mi capita di mangiarmi anche zucchine crude rubate
dagli orti, altre volte vado tranquilla con un paio di soppressate in tasca la-
sciatemi dai miei benefattori. Passo dopo passo mi rendo sempre più conto
che vivere così dovrebbe essere la “norma”. Fare lavori che non ci piacciono
per comprare cose che non ci servono contribuendo a un sistema che non ci
appartiene è la vera follia.
Ed è questo che cerco di catturare nelle mie immagini. La bellezza non
si fa catturare in una foto. La bellezza si vive. Posso cercare di trasmettere
un messaggio di bellezza, ma preferisco trasmettere le contusioni che si
formulano nella mia mente all’impatto visivo di determinati contrasti. Creare
domande invece di cercare di dare risposte che non ho.
Le mie foto sono solo una giungla di segni, che ci si può divertire a inter-
pretare. Se volete vedere la bellezza dovete mettervi in cammino.
Oggi mi sono presa un momento per festeggiare i miei primi mille chilo-
metri con me e me stessa. Ci siamo fatte il primo bagno, ferme immobili a
guardare il cielo, galleggiando, come incastonate in un’acquamarina lucente.
Abbiamo respirato la bellezza. Senza soldi, perché ho scoperto che né la
bellezza né i sogni hanno un prezzo.
E la bellezza in tutte le sue espressioni è stata la protagonista dei miei ul-
timi giorni.
A Rossano, Mr Fortunato Amarelli, il re della liquirizia in persona, mi
apre le porte del suo museo per spiegarmi tutti i segreti delle pastiglie scure
che la sua famiglia è dedita a produrre da secoli. In pochi istanti, camminando
tra i registri contabili scritti a mano duecento anni fa dagli Amarelli del pas-
sato, scatolette colorate e confetti di ogni forma e dimensione, l’erede della
dinastia è riuscito a farmi amare la pianta dal sapore agrodolce che a dirla
tutta, a me personalmente, non piace nemmeno.
Proseguo verso Tenuta Ciminata Greco, dove sarò ospite di Mario, lo
spassoso cugino di Fortunato. Durante la passeggiata per raggiungerla mi
accorgo che le sculture che vivono dentro agli ulivi sono commoventi e con
le lacrime di gioia che mi solcano le guance abbraccio un altro sconosciuto.
La tenuta è un elegante agriturismo avvolto nella campagna e la pace di
cui si gode dalla terrazza con piscina lo rende il luogo ideale per scrivere.
Sono tentata a lanciare le scarpe ai fili del telefono e rimanerci, questo è si-
curamente il posto più bello dove sia stata ospitata finora e il suo lato
umano non è da meno.
Mario, Fortunato, amici e consorti si prendono cura di me offrendomi
da mangiare e riempiendo la mia scatola di sogni, affascinati dalla mia av-
ventura e io dal loro carattere affabile.

– 93 –
WALKABOUT ITALIA

Oggi tocca a loro farmi da guide per il centro storico di Rossano, come
altri l’avevano fatto altrove in precedenza. Senza nulla in cambio se non un
sorriso e un po’ di fiducia nel prossimo. Chiudere gli occhi e lasciarsi tra-
sportare da parole dolci, una cascata di capelli rossi, una voce rauca, un
fascio di luce, un albero, il profumo di pane appena sfornato, una canzone.
Lo scenario cambia ma la storia continua a ripetersi.
«Non ti senti sola?», mi chiede spesso chi ascolto la sera. Parlare con uno
sconosciuto è liberatorio. Non si ha paura di essere se stessi, non si ha paura
dei giudizi e ogni sera non mi si apre solo una porta per entrare in casa, ma
una finestra sulla vita di chi mi ospita. No, non mi sento sola.
«Come fai a mangiare?», domandano paradossalmente mentre mi si
passa un piatto di pasta. «Come fai a dormire?», mentre per quella sera chi
me lo chiede mi ha già fatto il letto. Chiacchierando, mangiando o lavandomi
i denti prima di coricarmi, rispondo con naturalezza: «Così». Non c’è altra
risposta. Non esiste una formula.
Ogni volta che parto lascio una parte di me a chi mi ha donato una parte
di sé, e mi chiedo se forse prima o poi questo gioco non finirà per stufarmi.
Mi chiedo se prima o poi la smetterò di sentire quello strano prurito ai
piedi che sento quando rimango troppo a lungo nello stesso posto. Non c’è
altro da vedere, se si riesce a vedere dentro di sé, eppure questa capacità di
concentrazione ancora non mi appartiene.
Che sia questo l’amore incondizionato di cui tanto cercavo di capire il
senso? Sentirsi tutt’uno con la natura e le anime che porti dentro. Senza il
bisogno di possederle.
Sapere che ci sono, ci sono stati o ci saranno e lasciarsi riempire di gioia.
Come un unico fiume senza tempo, perché l’acqua è a valle e allo stesso
tempo a sorgente.
Presente futuro e
passato sono uno. Tu
parte di me, io parte
di te e insieme siamo
acqua che scorre.
Forse è questa la
vera grande bellezza
e forse un giorno riu-
scirò a conquistarla
per più di qualche
secondo alla volta.

– 94 –
certe notti tra pus e zanzare

Se per la Sicilia fu colpo di fulmine, la Calabria ho imparato ad amarla


passo dopo passo. Qui sembra che, a parte la ’ndrangheta, poco funzioni
bene. Nel tratto tra Rossano e Roseto incontro molte prostitute per strada,
posso leggere i loro sogni nello sguardo impaurito che stenta a far cenno di
avermi vista passare. Eppure la prostituzione è illegale, eppure queste donne
sono qui tutti i giorni, poco nascoste dai loro vestiti e dalle frasche degli
alberi. Eppure nessuno le salva. Gli scavi di Sibari racchiudono strati di tre
civiltà costruite una sopra all’altra, ma sono ancora ricoperte dall’ultimo
strato di fango secco lasciato dell’alluvione di due anni fa. Molti altri siti ar-
cheologici sono ricoperti di erbacce, costruzioni abusive, o 106, quando pro-
babilmente esistono orde di studenti di archeologia che sognano di lavorarci
sopra anche gratis. Corruzione estrema. Una gestione turistica del territorio
inesistente. Eccellenze enogastronomiche senza marketing. Un potenziale
incredibile e un menefreghismo altrettanto incredibile. Considerato però
che in Italia non siamo capaci di godere delle nostre risorse naturali senza
devastarle, forse sarà proprio il sottosviluppo della regione a preservarla.
La Calabria, ferma nel tempo, sguardo penetrante e fascino selvaggio.
Cupa e straordinariamente bella, mantiene il fascino del mistero.
Entrando in Basilicata le meduse che prima fluttuavano nel mare incon-
taminato diventano sacchetti di plastica. Non sto dicendo che la Basilicata
è più sporca, semplicemente che la costa calabrese, essendo sfruttata solo
due mesi all’anno, ne ha dieci per rigenerarsi. Il problema è che non do-
vrebbe essere un’opzione. Giuro di aver vissuto in paesi dove intere città di
milioni di abitanti vivono e godono del mare senza distruggerlo.
Sulla strada verso Metaponto rubo qualche pesca, la sciacquo blanda-
mente e mi viene immediatamente mal di stomaco. Avrei dovuto sbucciarla,
i fertilizzanti si fermano nella scorza. Non è bello poter andare in bagno
solo nelle stazioni di benzina, e tra l’una e l’altra ci sono chilometri da fare
a piedi velocemente stringendo le chiappe.

– 95 –
WALKABOUT ITALIA

Ci saranno almeno 35 gradi e finisco l’acqua. L’umidità però forma im-


provvise perturbazioni che si rovesciano a secchiate sul mio corpo accaldato.
Ero abituata a viaggiare con due paia di scarpe. Un paio da trekking e
uno da riposo e a cambiarle ogni tot chilometri per non stressare troppo il
piede. Quelle che mi sono state spedite a sostituire le “Go Walk” purtroppo
non sono all’altezza e sono costretta a indossare quelle da trekking tutto il
giorno. Il cuscinetto che protegge il tallone si consuma e mi provoca un’altra
vescica. La pelle lì dietro è troppo morbida per il trucco dell’ago. Karolina,
la tedesca, mi aveva lasciato dei cerotti apposta e decido di proteggermi
dallo sfregare continuo applicandone uno. La vescica sotto al cerotto si
gonfia come una pallina da golf e le scarpe non mi entrano più. Devo to-
glierlo, strappando cerotto e carne insieme. Inesperienza e un piede fuori
uso che adesso mi serve.
Il passaparola per essere ospitata nel mio viaggio è fondamentale, ma
ogni tanto capita che qualcuno accetti di ospitarmi solo perché deve un fa-
vore all’amico che mi ha presentata e non riesca a dirgli di no e non perché
sia davvero interessato. Arrivo a Metaponto con lo stomaco sconquassato,
il piede aperto e vengo ospitata su un materasso buttato in una palestra.
“Certe notti tra cosce e zanzare e nebbia e locali in cui dai del tu”, dice il
Liga. Stanotte sono bestemmie e zanzare e talloni pieni di pus. Sono incaz-
zata con me stessa per essermi fatta male da sola, stanca e preoccupata per
domani. Non so neanche dove devo arrivare, quanti chilometri dovrò fare.
Quanti ne posso fare in infradito prima che si formino nuove vesciche e
che si sciolgano sull’asfalto?
Semplicemente non posso sputtanarmi i piedi adesso.

– 96 –
grazie per la compagnia,
chiunque tu sia

C’è qualcosa che si muove con me, lo vedo con la coda dell’occhio da
quando sono partita e quando mi giro per definirne i contorni sparisce. Poi
c’è uno spettro del passato con il quale parlo ogni tanto. Siamo stati inna-
morati tanto tempo fa, ci siamo fatti tanto male e ora alterniamo, ogni tanto
capita anche di farsi del bene. Lui è rimasto nel Laos, ma ha ascoltato le
mie imprecazioni da lontano e tramite un amico riesce a trovarmi un tetto
a Ginosa Marina. Solo dodici chilometri da qui.
Anche un tratto così breve in queste condizioni diventa lungo, ma non
posso spendere un’altra notte insonne essendo benvenuta solo dalle zanzare.
“Hit the road Jack”, canta Ray Charles sostituendo con classe il Liga, e
non posso non dargli ragione.
Oggi è una giornata importante. Entro in Puglia e non sorridiamo né io
né il cartello. Un signore mi sorpassa con una carrozzina elettrica e veden-
domi zoppicare mi chiede se voglio un passaggio. Sono tentata dal potenziale
della storia paradossale che ne potrebbe nascere, ma non posso mollare
ora. L’idea di farmi questo viaggio a piedi era anche quella di forgiare il ca-
rattere, superando da sola le sofferenze, e le mie sofferenze rispetto a quelle
di un disabile devono cambiare nome.
Arrivo a destinazione dopo quattro ore di dolorante strascico sotto al
sole. Domenico mi aspetta premurosamente alla porta del suo B&B e si
mette a mia completa disposizione, posso fermarmi il tempo necessario per
riprendermi. Il figlio del farmacista di Ginosa segue i miei passi dalla
Liguria, dove si è trasferito, e mi offre di andare a farmi medicare dai suoi.
Colgo la palla al balzo e nel giro di un paio di giorni la ferita si rimargina
quasi completamente.
Riparto, e per la prima volta posso permettermi di percorrere sulla spiaggia
l’intero tratto previsto, senza neanche pensare alle scarpe. Il mare è limpido,
è domenica e le scuole sono finite. Incontro molta gente, chi mi offre la gra-

– 97 –
WALKABOUT ITALIA

nita, chi suggerimenti sulla strada da percorrere, chi mi dona il suo sogno
mentre si rispecchia nell’acqua raccogliendo telline. La spiaggia è dura per i
muscoli, ma sole e mare sono il miglior modo per rimarginare una ferita.
A Chiatona “qualcuno conosce qualcuno?” non funziona e provo la tec-
nica che ho usato per entrare nei musei a Siracusa per trovare ospitalità
gratuita in hotel. Ritagli di giornale alla mano e sorriso disegnato da un
bambino che sconfina agli angoli del viso.
Bassa stagione e il weekend è finito, se trovo un receptionist simpatico e
sognatore è fatta. Bingo. Alfredo e i suoi dreadlock fino al culo sono una
garanzia di successo ancor prima di aprir bocca.
Non riesco a distinguere i lineamenti della presenza che mi segue, perché
ogni giorno assume un volto nuovo. Oggi si chiama Alfredo, ieri era la
spiaggia, il sole e il mare, poi Domenico e prima ancora l’arcobaleno sullo
stretto.
Formi il pensiero lo lanci nell’universo come un sassolino nell’acqua e i
suoi cerchi concentrici arrivano dove devono arrivare e qualcuno risponde.
Risponde sempre.
Dio? Un angelo? Il Destino? Semplice Culo? Mia mamma dice che è la
mia nonna omonima slava. Mia nonna dice che è il suo defunto marito ita-
liano, il temuto partigiano Fulmine. Non mi va di creare litigi nazionalisti
tra morti. Io non lo so cosa sia, se sia solo la mia voglia di crederci a crearlo
o se siano una squadra di forze mistiche che fanno il tifo per me. L’unica
cosa certa è che funziona e quindi grazie per l’aiuto e la splendida compa-
gnia, chiunque tu sia.

– 98 –
questa è taranto

I 491 chilometri di 106 da Reggio Calabria a Taranto finiscono qui.


676.206 passi in 98 ore approssimative di cammino. La statale 106 è stata
lunga, a volte piacevole, spesso meno. A piedi non la consiglierei nemmeno
al mio peggior nemico e finalmente me la lascio alle spalle in modo definitivo.
Taranto la posso raggiungere evitandola, deviando dalla riserva naturale
della Stornara. Procedo tra i ginepri profumati, godendomi l’ombra dei pini
e dei frigoriferi che qualcuno ha dimenticato nel bosco. Improvvisamente
un recinto e divieto d’accesso. Il mio GPS parla chiaro, si sbuca dall’altra
parte. Scavalco. Ora che la pineta è “inaccessibile” è incontaminata. Possibile
che per mantenere la natura intatta bisogna renderla irraggiungibile?
In lontananza, un complesso industriale affacciato sul mare è avvolto da
una nuvola scura, inizia a piovigginare. Per proseguire senza dover tornare
indietro sono costretta a proseguire sui binari ferroviari per qualche centinaio
di metri. Mi ricordo i ragazzini di Stand by me – Ricordo di un estate. Ce ne
manca uno, siamo solo in tre, io, il mio zaino e la mia ombra e se divido la
mia età tra noi siamo tutti più o meno undicenni. Li facciamo col cuore in
gola e il fiato sospeso, sperando di non veder spuntare la locomotiva, e
proprio come nel romanzo di King trovo un cadavere gonfio, puzzolente e
in stato di putrefazione.
Una tartaruga marina.
La trovo sulla spiaggia, è la prima che vedo in vita mia. Mi sarebbe piaciuto
vederla viva. Le lacrime si confondono con la pioggia, ma non col mare,
perché è giallo. Sì. Giallo. Dietro di lei la diossina si mescola con le nuvole.
Spesso cammino nel fango, a volte attirata da qualche albicocca anche
nel letame, e non mi fa schifo. Questa spiaggia e questo mare mi rivoltano
lo stomaco, paradossalmente non vedo l’ora di tornare sull’asfalto.
Il sole fa capolino tra le nuvole a “Lido Azzurro”, ma “azzurro” è una
presa per il culo. È giallo. Il mare è giallo, la gente è gialla. E forse essendosi

– 99 –
WALKABOUT ITALIA

dimenticati di che colore dovrebbero essere, la spiaggia si ripopola comun-


que e i bambini giocano a fare castelli di sabbia gialla. Voglio urlare. Oggi,
a dirla tutta preferirei trovarmi a fare “walkaboutnewzealand”.

Entrata in città, una voce mi chiede se ho bisogno informazioni. Mi


scambiano tutti per straniera e in effetti lo sono, in queste terre non ci sono
mai stata. Chiedo quale informazione mi si voglia offrire e Angelo può dar-
mele tutte. Fa la guida proprio a Taranto vecchia, conosce la storia di ogni
angolo e ogni angolo conosce la sua.
Nel pomeriggio guiderà i ragazzi della scuola organizzata da “Bollenti
Spiriti”* per i vicoli del centro storico a studiare un itinerario con l’idea di
preparare una mappa della città per il turista non convenzionale.
Oggi Dio ha la faccia di Angelo e sono arrivata giusto in tempo per
unirmi al gruppo.
Sono giovani simpatici e motivati e cerco di capirne di più sulla scuola e
sul suo programma. Uno degli studenti prova a spiegarmelo, ma dopo la
quarta volta che ripete la parola percorso senza che questo mi porti da nes-
suna parte mi suggerisce di visualizzare il sito.
La scuola di Bollenti Spiriti in effetti è un “percorso intensivo di ap-
prendimento finalizzato a contribuire all’estensione delle opportunità di

* Un programma di politiche giovanili istituito dalla regione Puglia.

– 100 –
QUESTA È TARANTO

partecipazione, promuovere azioni generative in diversi campi di attività,


occasione di sperimentazione, favorire l’emersione e l’interconnessione di
energie e risorse latenti degli attori istituzionali, economici e sociali e dei
giovani cittadini pugliesi”.
Purtroppo ho vissuto troppi anni all’estero e mi sono dimenticata il lin-
guaggio della sinistra italiana. Attendo traduzione.
Deposte le grandi parole vuote, veniamo al contenuto. Il centro storico
di Taranto è una scoperta meravigliosa. L’imponente castello aragonese
protegge le stratificazioni di architettura barocca, gotica e romanica che si
accavallano e mescolano con grazia a colonne greche e il porto animato
dalla pulizia delle cozze.
Un’isola di storia a separare l’insenatura del mare piccolo e quello grande
con lo Ionio. Mi ricorda Ortigia, a Siracusa, e le fabbriche e le raffinerie di
Priolo.
In Sicilia però sono stati più furbi, hanno nascosto i mostri dietro l’angolo
e da Siracusa stessa gli impianti non si vedono, e forse molti turisti non se
ne accorgono nemmeno.
Taranto invece ha deciso di accantonare il turismo e puntare solo sull’in-
dustria. Le sue incredibili bellezze sono completamente abbandonate a se
stesse. Sta crollando, inghiottita dalla corsa alla ricchezza creata da uno
stile di sviluppo già obsoleto.
Una chiesa cinquecentesca, di cui è rimasta solo la volta, nascosta da
un’impalcatura di legno, è crollata due anni fa per colpa di un albero di fichi
che le stava crescendo sul tetto. Marcus, il ragazzo tedesco che mi ospita, si
è comprato un intero palazzo nel centro storico di Taranto per 40mila euro.
Gli edifici sono in saldo. Una volta diventati privati, la responsabilità dei
crolli passa ai nuovi proprietari e il Comune se ne può finalmente lavare le
mani. Infatti Marcus, onde evitare incidenti, rifà subito il tetto.
Moltissimi edifici invece rimangono disabitati e pericolanti, qualche casa
occupata e il resto sono case popolari. Il duomo risalente all’undicesimo
secolo con le sue maestose navate romaniche è illuminato solo per chi ha il
privilegio di vedere la luce divina, per quella elettrica ci vuole un’offerta di
2 euro. Ne intuisco lo splendore al lume di qualche candela.
Marcus è di una bellezza quasi imbarazzante, di quelle che lasciano senza
parole. Cerco di evitare il suo sguardo dolce e penetrante, per non rimanere
impietrita ad ammirarlo a bocca aperta, e provo a mettere in fila quattro pa-
role sensate senza balbettare e capire come si sia ritrovato a vivere qua. No,
non chiedergli di che segno è per infrangere il silenzio, cerca di evitare di
passare per scema. Marcus parla benissimo italiano, sorride spesso, e con
quel sorriso s’illuminerebbe il duomo. Forse dovrei portarlo lì a chiacchierare.

– 101 –
WALKABOUT ITALIA

Un amore con una tarantina con la quale si è scambiato le origini. Ora


lei vive in Germania e lui qua. È architetto e light designer. Nel suo palazzo
sta creando uno spazio “co-working” dove giovani professionisti possono
venire a lavorare, affittandosi una scrivania. Un’idea che all’estero funziona,
qui è una sfida. Marcus però, al contrario di molti tarantini, capisce che la
lamentela fine a se stessa non porta a nulla, e reagisce. Comportarsi come
se vivesse nel mondo che sogna gli dà vita creando un bellissimo esempio.
Faccio un giro nella parte nuova della città che non si contraddistingue
certo per originalità, con il solito corso di negozi in franchising fatti con lo
stampo, uguale in ogni città d’Italia. C’è il ponte girevole che le divide, ma
attraversarlo è oltrepassare le colonne d’Ercole. Due mondi paralleli, com-
pletamente diversi.
La gente che urla, chiacchiera da un balcone all’altro, barcolla, festeggia,
spaccia e gioca a pallone nei vicoli sporchi di merda della città antica è so-
stituita da quella senza peli e senza rughe, con le mutande firmate Intimissimi
o Calvin Klein, che si comporta come se vivesse sempre in televisione.
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”. E come
diamanti, gli occhi dei ragazzini indaffarati a pulire cozze brillano di speranza
sotto al sole mentre raccolgo i loro sogni. Vogliono fare i calciatori e sposarsi
con una velina. Vogliono diventare come quelli dall’altra parte del ponte,
ma l’aria qui ha odore, di là non sa di niente. Eppure non tocca a me giudi-
care i sogni di nessuno.
Marcus mi racco-
manda una visita al mu-
seo archeologico prima
di lasciare la città. Come
posso non fidarmi di un
angelo? Solita tecnica:
sorriso e ritagli di gior-
nale alla mano. Grazia,
cantante jazz, bigliettaia,
attivissima e incazzata
nera, merita più atten-
zione del museo stesso.
Le sue parole echeg-
giano ancora tra i passi
che mi allontanano dalla
città più irritante che ab-
bia visto finora. Dios-

– 102 –
QUESTA È TARANTO

sina, tumori, infertilità, corruzione, morte, veleno, campagne elettorali.


Paura, bellezza deturpata.
Di cento donne affette da endometriosi soltanto quarantadue sporgono
denuncia, le altre, derubate della loro dignità, per non correre il rischio di
avere un marito o un padre disoccupato, soffrono in silenzio. Il referendum
per chiudere lo stabilimento non raggiunge il quorum. La nuvola di polvere
rossa che sovrasta il quartiere dei Tamburi è talmente fitta da non lasciar
intravedere una via d’uscita.
Taranto è una città di origine spartana, e come Leonida, Grazia lotta
sola mentre lotte interne e interessi oscuri prevengono l’unione e la difesa
per il bene comune. Ai concerti del primo maggio vanno in migliaia a
ballare e divertirsi, e poi solo il 19 percento dei tarantini ha le palle di
andare a votare per la chiusura dell’inferno che li logora.
È necessaria una presa di coscienza repentina e un’insurrezione omoge-
nea. L’alternativa ce l’hanno davanti agli occhi, Marcus la vede, Grazia,
Angelo, tanti altri la vedono, ora è l’ultima possibilità di azione prima che
sia troppo tardi.
Grazia ha le lacrime agli occhi, ne va del futuro dei suoi figli. L’inquina-
mento di oggi calerà imperterrito la sua ascia nello spazio di un ventennio,
il futuro non sarà più quello di una volta.
Dovrei iniziare a camminare all’indietro con uno specchio davanti per
avere il futuro alle spalle.
La lamentela sterile dell’81 percento dei tarantini inerti favorisce la su-
premazia dei mostri e tra vent’anni i danni saranno irreversibili.
Scappo dalle fiammate che nella notte arancione si rispecchiano nel mare
giallo, un mare in cui una volta si pescava con le mani e di cui le tipiche
cozze ora non ho alcuna voglia di assaggiare.

– 103 –
il branco

Mettete degli attori in strada a guardare il cielo e scoprirete che nel giro
di pochi minuti la maggior parte dei passanti è ferma a imitarli, tanto da
fermare il traffico. Questo fenomeno individuato del professor Robert Cial-
dini è chiamato social proof.
Quando massaggiavo i giocatori di poker, sfruttavo questo comporta-
mento a mio vantaggio, regalando massaggi nei momenti morti. In questo
modo gli altri giocatori vedendomi sempre impegnata pensavano ci fosse
una ragione e chiamavano sempre me a massaggiarli, nonostante non fossi
certo la più capace tra le mie colleghe, tra cui c’erano esperte fisioterapiste.
Perché questa emulazione di branco? Forse è un istinto di sopravvivenza.
Quando un’antilope inizia a correre, le altre non hanno certo tempo di
assicurarsi che ci sia veramente un predatore in agguato, la seguono senza
farsi troppe domande. Probabilmente in passato lo stesso era valido anche
per noi, e anche ora che indossiamo Google glasses per indicarci con un
punto esclamativo l’escremento che stiamo per calpestare, il codice genetico
di questo comportamento non si è automaticamente cancellato. Il com-
portamento di branco è valido per la moda, la politica, il pensiero, tutto,
me inclusa.
Nei giorni scorsi mi ha chiamato tale Nikki, presentatore di Tropical Pizza,
un popolare programma su Radio Dj, per saperne di più sul mio viaggio, e
improvvisamente tutti vogliono sapere chi sono, come mai cammino, quanti
litri d’acqua bevo al giorno, e quante volte mi fermo a pisciare mentre si
scattano un “selfie” con “la camminatrice”. Andy Warhol l’aveva predetto
che in futuro ognuno avrebbe avuto i suoi quindici minuti di celebrità.
A dispetto delle considerazioni sull’estrema arroganza dell’essere umano
nel considerarsi una specie intelligente, tutto questo mi facilita ulteriormente.
Volevo condividere i miei passi fin dall’inizio e ora che il numero di persone
che ne è a conoscenza è cresciuto a dismisura ho ricevuto inviti in tutta

– 104 –
IL BRANCO

Italia. Carta e penna, devo segnare ogni contatto e rispettivi numeri di tele-
fono sulla mappa.
Mi siedo su un sasso e a metà del primo appunto mi fermo. Chi sono
questi nuovi sconosciuti? Probabilmente saranno come quelli che non co-
noscevo fino a ieri. Non ho voglia di organizzarmi, sto scendendo nel Salento
insieme all’estate, mi sento in vacanza e voglio continuare a camminare
senza pensieri, non ho voglia di avere certezze. Ora sono quelle a farmi
paura. Se dovrò dormire fuori ci sono delle spiagge stupende e il sacco a
pelo caldo nella pancia del mio zaino. Non ho voglia di unirmi al branco,
sto bene da sola.
Il mio zaino e la mia ombra, in effetti, sono gli unici compagni di viaggio
che mi seguiranno fino alla fine e ho deciso di dargli un nome. Cassiopea e
Goethe. «Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera», scriveva il tedesco illu-
minando il mio lato oscuro; l’altra è una costellazione, come le altre, amica
dei viaggiatori. Bussola nel cielo, Cassiopea è soprattutto la tartaruga di
Momo, la bambina che grazie al potere dell’ascolto porta felicità e sconfigge
i signori grigi, ladri del tempo, nel libro di Michael Ende. La mia tartaruga
è un essere saggio a forma di zaino che mi raddrizza la schiena e zittisce
quando è il momento di ascoltare.
Andiamo a Manduria. Matematicamente è più probabile che “qualcuno
conosca qualcuno” in un paese di 30mila anime piuttosto che di mille.
Mi viene consigliato di andare in un pub abbastanza alternativo fre-
quentato da gente che possa capire la mia pacifica follia e offrirmi un tetto.
Apre alle nove. Devo aspettare un paio d’ore e tira vento. Cerco una chiesa
tranquilla dove ritirarmi a scrivere.
Avete mai provato a entrare in chiesa mentre i cristiani attendono messa
con gli auricolari che spingono musica nelle orecchie a massimo volume? È
un esperienza mistica. Immagino il silenzio della chiesa mentre c’è chi
manda un messaggio sotto al banco, nascondendosi agli occhi del Cristo in
croce come a scuola dalla maestra, chi paga la bolletta dell’Enel alla chiesa
accendendo candeline con l’interruttore, chi sussurra pettegolezzi, chi
dorme, chi viene a cercare l’assoluzione per peccati che non ha intenzione
di interrompere e anche qualcuno che prega.
In questo momento, chiunque ha la possibilità di entrare sulla scena e
scegliere la propria colonna sonora. La mia è Caparezza, che urla appassio-
natamente: “Vieni a ballare in Puglia”.
Il contrasto è netto, mentre le bocche si aprono per un’Ave Maria:
“Turista tu resta coi sandali, non fare scandali se siamo ingrati e ci siamo
dimenticati d’essere figli di emigrati. Mortificati, non ti rovineremo la gita.

– 105 –
WALKABOUT ITALIA

Su, passa dalla Puglia, passa a miglior vita”. Mi siedo a guardare le docili
pecore doppiare il cantautore pugliese.
Questa società è sull’orlo del collasso.
La casa del Signore chiude i battenti e lascia il viandante nuovamente
sulla strada. Vado al pub speranzosa. Una ragazza, due ragazzi, lei mi
guarda di sottecchi incuriosita. Stanno fumando. Gli scrocco una sigaretta
per rompere il ghiaccio. Iniziamo a parlare, scatta l’ingranaggio e aprono
immediatamente i loro cuori, le loro porte e anche il menù per offrirmi la
cena e un ambìto calice di Primitivo. Mariada confessa di avermi notata da
lontano e che moriva dalla voglia di conoscermi, sperando le chiedessi
un’informazione. Le chiedo di più. Un sogno.
Ha lasciato un lavoro che odiava proprio ieri, e se non l’avesse fatto non
sarebbe qui e non ci saremmo incontrate. Vuole rivoluzionare la sua vita,
partire, cambiare, realizzarsi e prende il nostro incontro come un segno del
destino.

Massimo m’invita a dormire nella sua casa meravigliosa, praticamente


un museo nel centro storico, a due passi dal pub.
Rifocillata e felice dell’inaspettato incontro con altre anime affini, m’in-
cammino verso Porto Cesareo, guardando Goethe allungarsi sull’asfalto
col passare delle ore. Mi piacerebbe vederlo seduto davanti a uno schermo,
sorseggiando una birra al calcio d’inizio di Italia-Costa Rica. Invece sempre
più lungo segue i passi che costeggiano le belle spiagge, nel silenzio di
un’Italia in stand by. «Nuoooooo!», esce dai salotti con le finestre aperte
e rimbomba nelle strade deserte. Immagino sia uno a zero per la squadra
centroamericana. Le mie chance di trovare alloggio da una popolazione
incazzata diminuiscono sensibilmente.

– 106 –
IL BRANCO

Mercatini, luci, musica terribile e turisti impegnati a comprare souvenir


che non piacciono neanche a loro affollano le strade. Mi sento fuori luogo.
È già buio e devo trovare una spiaggia tranquilla dove far riposare i sogni
fino a domani. Lascio il tumulto del circo vacanziero alle spalle e continuo
la mia ricerca fuori dal caos del centro.
In effetti sono in ritardo per cercare un angolo che mi piaccia. Goethe si
è amalgamato col buio e non sono in grado di distinguere il bello dal brutto,
ma solo la mia gola secca e la mia bottiglia di acqua vuota. Nel proseguire
verso l’ignoto a tentoni m’imbatto in voci che escono da un cortile, suono
e chiedo dell’acqua.
Dieci occhi mi guardano con diffidenza, due con simpatia. Si tratta di
tre giovani coppie. Quelli che brillano si avvicinano e oltre all’acqua mi of-
frono anche del vino e un panino. Incontro fortunato a stomaco vuoto. Ini-
ziamo a chiacchierare mentre gli altri mantengono distanze di sicurezza.
Forse sono timidi. Spiego la mia situazione al giovane sorridente, anche se
non è il padrone di casa, sperando possa intercedere per me lasciandomi
accampare in giardino. Vorrei solo mettermi sotto alla tettoia col sacco a
pelo, prometto di non disturbare. Lo fa e con poca convinzione il branco
acconsente. Social proof, ma appena rimango sola in compagnia degli effettivi
proprietari di casa mi dicono di aver cambiato idea. Non mi offriranno due
metri quadrati di spazio all’aperto.
Cerco di convincerli che la mia storia è genuina e non ho alcuna cattiva
intenzione. Non gli interessa. Loro in giardino non mi ci vogliono. Non ho
più parole, si sono annodate tutte in fondo alla gola. Ringrazio, dopotutto
cercavo acqua e acqua ho trovato. Nulla mi è dovuto e devo imparare a ri-
spettare anche la diffidenza, nonostante vada predicando tutt’altro. Ram-
maricata riporto Goethe a confondersi nel buio.
Reagisco in modo tanto inconsueto da stupirmi. Ho le lacrime agli occhi,
pensando a come si potrebbe lasciare una ragazza sola, di notte, sulla strada.
Ma quella ragazza non sono io, io non ho problemi a dormire in spiaggia.
È come se la situazione non mi appartenesse, soffro per l’abbandono e
l’apprensione verso una ragazza che non esiste.
È la prima volta in tre mesi che mi si presenta una situazione del genere
e sicuramente non sarà l’ultima. Non so se mi ci voglio abituare, ma devo
essere pronta ad affrontarla con umiltà e sciogliere più velocemente quel
nodo alla gola senza lasciare che mi soffochi.
I miei passi sfiniti si ritrovano ad affondare nella sabbia. Srotolo mate-
rassino e sacco a pelo a terra. Sento le onde infrangersi a qualche metro da
me, mi cantano la ninna nanna. Sono contenta di addormentarmi tra le
braccia di madre natura e la ringrazio della calorosa ospitalità.

– 107 –
WALKABOUT ITALIA

All’alba mi rendo conto di aver dormito in una baia deserta, davanti a


una torre saracena affacciata a un tranquillo mare color smeraldo. Un posto
da cartolina.
Sorrido, mi tuffo e ’fanculo il giardino dei diffidenti.
Tetto di stelle e bagno di mare, la mia casa è il mondo e dentro di lui mi
sento la benvenuta. Dario e la sua famiglia da Brindisi mi hanno sentito alla
radio e sono venuti a cercarmi per offrirmi un panino. Se l’Italia ieri sera ha
perso oggi ha decisamente rimontato.
Uno a uno, palla al centro.

– 108 –
caput mundi

Ad Aradeo c’è Maria Neve, la prima persona che mi ospiterà che cono-
scevo da prima di partire. È bello per una volta sapere che faccia e che rea-
zione aspettarsi. Me la ricordo magra, rossa, sexy e positiva. Non è cambiata,
anzi, nel suo ambiente naturale, il Salento, è ancora più splendente. Spendo
qualche giorno in compagnia sua e dei suoi amici che entusiasti della mia
avventura ripartono con me fino a Gallipoli. Poi, scendendo verso la punta
dello zoccolo, mi aspetta Francesca a Capilungo, cugina di Francesco, in-
contrato a Manduria. Mi accorgo subito della sua intensità e spero di essere
all’altezza della sua compagnia.
Durante la cena, preparata con amore, mi racconta di come sia cambiata
la sua campagna negli ultimi anni. I cartelli “zona avvelenata” campeggiano
alternatamente tra un uliveto e il successivo. I contadini preferiscono gli er-
bicidi della Monsanto piuttosto che i tagliaerba. Maestosi alberi secolari si
sono ammalati. Questo trattamento, invece di ottimizzare la produzione,
avvelena il terreno, le radici, quindi la pianta e i suoi frutti. Tra gli alberi in-
deboliti ha visto crescere interi campi di pannelli solari, paradossalmente in
contemporanea alle sue bollette. Ora compra energia pulita da compagnie
estere, che deturpano il paesaggio delle sue campagne, a un prezzo più alto.
Francesca è un’artista di strada, un’affascinante cantastorie. Nelle vesti
di Virgilio mi guida premurosa tra i gironi esoterici del tarantismo e della
pizzica e della sua blasfema commercializzazione, poi come Beatrice mi ca-
tapulta in paradiso, soffiando polvere di stelle, materia di sogni al vento.
Sintonizziamo le nostre energie massaggiandoci a vicenda prima di addor-
mentarci, poi, insieme, abbracciate sugli scogli e folgorate della magia di
quest’incontro di anime sorelle da un’eternità, ci congediamo.
Salutarci non ha importanza, perché siamo sempre state una dentro
l’altra e continueremo ad esserlo come matrioske fluttuanti in un universo
senza gravità e senza tempo.

– 109 –
WALKABOUT ITALIA

Ad Alliste c’è Riccardo. Lo trovo su Couchsurfing. Dice di essersi fatto


l’Italia a piedi e vorrei conoscerlo per imparare dalla sua esperienza, ma
Alliste non è di strada, allora gentilmente si presta a raggiungermi in mac-
china on the road per fare una chiacchierata. Accosta e mi offre un passaggio,
mi vuole accompagnare alla prossima tappa. Un po’ stupita dell’offerta ri-
fiuto, al che lui ancora più stupito di me risponde: «Ah, ma tu non bari?».
E mentre parcheggia mi chiedo che senso avrebbe “barare” a un “gioco” a
cui io stessa ho stabilito le regole.
Riccardo Lobbene, un po’ per gioco un po’ per noia, decide di partire
con l’amico Vincenzo Accogli per un viaggio. Mappa spiegata davanti,
puntano un dito a caso su… Dunkerque, Francia. Ok: Alliste-Dunker-
que… a piedi. “AccogliLobbene” sembra un segno del destino, ma poco
dopo la partenza si rendono entrambi conto di non essere tagliati per
questo tipo di viaggio. Tenda, pentole, ukulele, zaini troppo pesanti, troppi
chilometri, troppo sudore, i due preferiscono la bella vita, e allora decidono
di spacciarsi per giornalisti. Contattano comuni e testate giornalistiche, av-
visando che stanno risalendo l’Italia a piedi per raccontarla e poi pubblicare
un libro che «si sta scrivendo da solo». In cambio di pubblicità i sindaci
iniziarono ad abboccare.
Il loro viaggio “a piedi”, dopo qualche tappa si trasforma in un viaggio
in treno, di cui fanno solo gli ultimi centro metri di corsa per sembrare af-
faticati alle conferenze stampa che oramai si tengono quasi giornalmente al
loro arrivo. «Ogni giorno c’inventavamo una valanga di balle per non an-
noiarci, aspettando di essere portati al ristorante e negli hotel di lusso»,
racconta Riccardo.
Arrivati a Milano, vengono contattati da un professore francese venuto
specificamente per incontrarli e offrirsi di fargli da guida al loro arrivo a
Dunkerque. Attento a quello che chiedi, perché ti potrebbe essere dato.
Ma a loro, con la pancia e lo zaino pieno di cose superflue, a Dunkerque
non ci arriveranno mai. Decidono di averne abbastanza e tornano a casa.
Riccardo mi piace. Scaltro e allo stesso tempo innocuo. Non lo condanno
per essere riuscito a prendere in giro tutti, anzi, è per me una specie di
Robin Hood dei viaggi, d’altronde le sue vittime sono le stesse che io tento
di evitare come la peste.
A questo punto, però, il suo libro lo vorrei leggere, vorrei sapere i dettagli
delle loro fregnacce, le risposte dei sindaci, conoscere lo spirito burlone che
li ha guidati. Ma di questa maestrale messa in scena, loro sono stati sia boia
che impiccati. Il libro non si è scritto da solo e quindi non esiste, e ora Ric-
cardo è tornato a galleggiare nella stessa noia che lo aveva spinto a partire.

– 110 –
CAPUT MUNDI

Lo saluto e arrivo – fedele ai miei piedi – a Marina di Pescoluse, le famose


“Maldive del Salento”. È indubbiamente meravigliosa, con il mare limpido e
trasparente che si appoggia su una spiaggia morbida e fine, dune di sabbia
spuntano tra le acque placide. Dormo sulla sdraio di un lido e all’alba sono
in spiaggia da sola. Voglio approfittare di questo spettacolo. Come non detto.
Nel giro di un paio d’ore sono completamente circondata. Interi eserciti di
turisti armati di ogni tipo di passatempo da spiaggia immaginabile sono
ovunque e mi devo contorcere per sfuggire all’ombra degli ombrelloni, spun-
tati come funghi. Il bagnino mi spiega che questo è niente rispetto ad agosto.
Ouman, un venditore senegalese, vuole rifilarmi un pareo per 20 euro,
ma io non ne ho nemmeno uno e impietosito me lo vuole regalare. Il pro-
blema è che non mi serve. Tutto quello di cui ho bisogno è nella pancia di
Cassiopea, e Cassiopea non può ingrassare, dato che me la devo portare in
spalla ovunque. Insiste e non mi lascia andare senza almeno accettare un
braccialetto. Tra tutti i braccialetti, orecchini, anelli e collane che mi hanno
regalato da quando sono partita passo io per essere la venditrice ambulante.
Lo zaino da escursionista in spiaggia contribuisce al look e lascio frotte di
turisti interdetti alle mie spalle chiedersi: «Ma questa slava cosa vende?».
A Santa Maria di Leuca sono ospite di Samir, un pescatore tunisino.
Vive in Italia da più di vent’anni, pescava pesce spada e gli piaceva. Ora
che abbiamo svuotato il mare, rastrella controvoglia il poco rimasto con le
reti. Samir ha il mare dentro e una certa età, non vede altre opzioni se non
farsi complice del genocidio del Mediterraneo. Lo rispetta e lo ama mor-
bosamente e piuttosto che lasciarlo morirà insieme a lui.
Leuca offre ai turisti visite alle grotte e, passeggiando, conoscendo e sor-
ridendo, riesco a rimediare un’escursione gratuita. Il mare è trasparente,
limpido, brillante, di tutte le sfumature che vanno dal verde smeraldo al
blu notte. Le grotte sul lato ionico sono basse e gentili, mentre sul lato
adriatico offrono scorci spaventosamente belli, vertiginosi strapiombi di
roccia calcarea immersi nel blu.
Altrettanto spaventosa è l’attitudine del “capitano” che porta la barca.
Un ragazzo giovane fuma, mentre elenca annoiato poche banali spiegazioni
per farcire il pacchetto venduto a 14 euro per versante e butta la sigaretta
nel mare che gli dà mangiare.
Nemmeno in Laos, considerato “terzo mondo”, ho mai visto scene del
genere. I capitani delle imbarcazioni che navigano il torbido Mekong ci
pescano il pesce gatto e non vogliono certo ingrassarlo di mozziconi spenti.
Il giovane si giustifica col fatto che lo fanno tutti e con questa risposta
uccide una fata.

– 111 –
WALKABOUT ITALIA

Leuca caput mundi.


Non mi stupisce che nonostante l’Italia detenga il maggior numero di
siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità (ben cinquanta), una posi-
zione strategica, bellezze naturali invidiabili, ottimo vino e una cucina co-
nosciuta ed emulata nel resto del mondo, continui a scendere nella lista dei
paesi più visitati. Campagne avvelenate, spazzatura ovunque, abusivismo
edilizio, rapporto qualità/prezzo casuale, sovraffollamento delle spiagge,
orari delle attrazioni turistiche divertenti e scarsi collegamenti certo non
invitano il turista né a tornarci né a farci una buona pubblicità. Come la
nostra triste Nazionale di calcio, vittime della nostra stessa arroganza, dor-
miamo sugli allori mentre anche i paesi più inaspettati ci sorpassano.
Eppure siamo sempre l’Italia, il Bel Paese. Mi sembra esista l’errata con-
cezione di dovuta ammirazione nei nostri confronti per il nostro passato. È
vero all’estero tutti sanno chi siamo, ma non più per l’arte, il cinema e il
buon vino, ma per i bunga bunga, la mafia e la corruzione. Il Bel Paese ri-
marrà bello finché non sarà brutto, e questo accadrà da un giorno all’altro
senza preavviso. Non siamo migliori di altri popoli e altri paesi, siamo solo
arroganti pensando di esserlo. La verità è che il povero pescatore tunisino
che mi ha ospitata non vive certo in condizioni particolarmente abbienti,
eppure mi ha obbligata a partire con uno zaino di provviste offerte da lui e
mi chiama tutti i giorni per sapere come sto. Ouman, il “vu cumprà” che
mi obbliga ad accettare almeno un dono, e tutti i ragazzi senegalesi con i
quali ho camminato insieme per chilometri mentre andavano all’ufficio
Western Union per spedire soldi alle loro famiglie lontane non sono diversi
da noi. O forse lo sono perché conoscono l’umiltà.
La verità è che se sulla barca ci fossero stati turisti stranieri, il capitano for-
se si sarebbe comportato diversamente. Perché forse conoscendo i difetti che
nascondiamo nel nostro cortile siamo convinti di non meritarci di meglio.
Vivere nel mondo dei sogni per fare in modo che esso si adegui, m’insegna
Marcus: non si devono alzare le spalle, contribuendo così alla sua putrefa-
zione, come se ormai fosse già tutto sputtanato.

– 112 –
CAPUT MUNDI

Il sentiero che conduce alle grotte Cipolliane mi porta via da Leuca.


Cammino per chilometri su uno scoglio a picco sul mare, circondata da
fichi e ulivi in completa solitudine.
No, non è già tutto sputtanato.
Egoisticamente sono contenta che le masse si scontrino a guerre stellari
con gli ombrelloni nelle località alla moda, mentre quest’angolo di paradiso
è completamente deserto.

– 113 –
sogno di non avere più sogni
(forse)

Viaggiare non è semplicemente andare in un altro posto. Viaggiare è vi-


verlo, e per viverlo è necessario impegnarsi a comprendere le culture locali.
Nel Salento questa mi si è infilata addosso come un guanto, con la sua pro-
fondità e lentezza tipicamente mediterranee.
A parte il tintinnare di Cassiopea e il canto trascendentale dei grilli, in
campagna nelle ore calde regna il silenzio, infranto solo dalle musichette il-
lusorie dei videopoker che escono dai bar.
I miei piedi prediligono la costa ai paesini dell’entroterra, risalgono baie
rocciose, colline di grano dorate e si tuffano nel verde smeraldo affondan-
domi tra le onde per ascoltare i sogni del mare. Poi quelli saggi e secolari
degli ulivi, di cui tento di assorbire l’ombra mentre li abbraccio.
Ogni tanto mi fermo a pescare sogni anche a terra. Abbocca Carlo.
Esprime un concetto molto interessante. Mi aiuta a rappresentare i sogni in
forma fisica, come fossero nuvole al di sopra delle nostre teste. Soli, nella
natura, hanno tutto lo spazio per crescere liberamente assumendo forme
caleidoscopiche, riflettendo i colori delle buganvillee esplose come fuochi
d’artificio. In città, come su una pista di autoscontri sovraffollata, sgomitano
tra loro cercando di sbattere gli altri fuori pista per guadagnarsi spazio ed
espandersi. La maggior parte si comprime ad angolo retto per delimitare il
proprio territorio, pochi prendono quota e altri sopperiscono nel caos.
Lecce è stupenda, Otranto meravigliosa, ma in questi giorni preferisco
le pinete, la solitudine dei miei passi, godermi il tempo che mi sono guada-
gnata inventandomi questa follia e ammirare i miei sogni crescere selvag-
giamente.
Sogno anche di non averne più.
Porre fine all’irrequietezza raggiungendo la pace dei sensi, essere felice
con quello che ho. Niente e tutto allo stesso tempo. De-siderio. La mancanza
di stelle che cerchiamo costantemente di colmare con desideri per cose

– 114 –
SOGNO DI NON AVERE PIÙ SOGNI (FORSE)

raggiungibili, e rimpiazzarli con sogni nuovi una volta raggiunti. Vivere


nella costante ricerca di qualcosa e forse nella perenne insoddisfazione che
ci spinge a migliorarci o peggiorarci in base alla natura delle nostre ambi-
zioni. Ne vale la pena? Possiamo davvero esserne immuni?
Due amici mi vengono a trovare, portano la tenda a Frassanito. Spen-
diamo due giorni a guardare il cielo cambiare sfumature dietro ai rami
della pineta. La notte cantiamo, suoniamo e balliamo insieme alle ombre
che si formano intorno al fuoco. Potrei fermarmi qua, non sono mai stata
meglio e non ho bisogno altro. Eppure devo ampliare la mia collezione di
fotografie dei letti in cui dormo ogni sera, come fosse un’ossessione filatelica.
Devo terminare questo viaggio, poi il giro del mondo in bici, e la mia casa
sull’albero in Sicilia, e poi?
Se mentre cucini, metti il sale ma ti dimentichi di mescolare, il sale di
troppo nella prima cucchiaiata non andrà a regolare la sapidità della cuc-
chiaiata successiva, al contrario la renderà ancora più insipida. È possibile
che lo stile di vita che ho deciso di seguire oggi renda impossibile avere una
vita normale poi? Ma soprattutto, cosa vuol dire avere una vita “normale”?
E chi ha deciso cosa è “normale”?
La televisione pubblicizza la normalità come se l’avesse inventata, e ti fa
sentire fuori luogo se non ti adegui. Non fa altro che venderti materassi
tutto il giorno, ti dice che il sonno è fondamentale per avere una vita regolare.
Ha ragione, ma siamo certi che sia il materasso a farti dormire bene? Sono
mesi che ogni sera cambio giaciglio, dal fieno alla sabbia, a scogli, letti e
divani di ogni tipo e non ho alcun problema a prendere sonno. Eppure
prima di partire soffrivo d’ansia, insonnia e mal di schiena. Allora cos’è
“normale”? O forse più semplicemente anche la normalità è soggettiva.
Il mio filosofico vaneggiare viene interrotto da una chiamata di Telecom
Italia e la ragazza che parla come un computer m’informa che sono stata
selezionata per usufruire di un pacchetto speciale che comprende rete fissa
da casa. Casa? Le dico che non ce l’ho. Risposta fuori da Matrix, il computer
si fonde, non sa cosa rispondere, ringrazia e attacca in preda al panico.
La pineta di Frassanito è il paradiso e mi viene voglia di lanciare anche il
telefono ad ascoltare i sogni del mare.
Il 28 ottobre di trentaquattro anni fa, mentre mio padre era intento a
guardare un episodio di Star Trek, mia madre lo avvertiva che secondo lei
stavo arrivando. Era stanco dei falsi allarmi e voleva finire di vedere la pun-
tata e solo una volta rotte le acque si convinse che era il caso di schiodare il
culo dalla poltrona e portarci all’ospedale. All’una e mezza di mattina mi
presentai al mondo urlando, come tutti quanti. Scorpione. Noi esseri umani

– 115 –
WALKABOUT ITALIA

siamo fatti per il 70 percento d’acqua, e se la Luna influenza le maree non


è forse possibile che i pianeti influenzino allo stesso modo il nostro carattere?
La mia non è una spiegazione scientifica che conferma la validità dell’oro-
scopo, ma una scusa per non cambiare. Enigmatici e affascinanti, determinati
e vendicativi, passionali ma leali.
Il mio essere vendicativa mi appartiene. L’ho anche tatuato sul braccio:
RICORDATI DI PERDONARE. Non ce la faccio, e la prima vittima ad essere tra-
volta dallo tsunami nero creato dai miei terremoti interiori sono sempre e

– 116 –
SOGNO DI NON AVERE PIÙ SOGNI (FORSE)

inevitabilmente io. L’unica cosa che posso fare è cercare di trasformare


tutta quest’energia nel motore di qualcos’altro. Mettere da parte il rancore,
almeno per lasciare lo spazio perché si accenda un’idea. E appena vedo la
scintilla, seguirla come unica ancora di salvezza possibile. Cercare di elevarmi
al di sopra delle parti e dimostrare a me stessa e a chi mi ha spinto a fondo
che posso fare qualcosa che lascerà tutti a bocca aperta. Il colpo di coda fi-
nale che mi riporta con la testa a galla. Questa è stata la mia partenza.
Se Chris non mi avesse mai lasciata, avrei continuato a tergiversare e
non avrei mai trovato il momento giusto per partire. Al limite dell’autodi-
struzione, ho trovato le forze per reagire. Questa è la vendetta che gusto
con più piacere. Ora sto molto meglio di quanto non sia mai stata e la mia
anima, quindi la sua, lo sa.
C’è stato Christoph Rehage che ha camminato da Pechino a Urumqi,
scattandosi ogni giorno una foto della sua barba che cresceva, e alla fine
del video virale che gli ha portato più di 7 milioni di visualizzazioni ringrazia
Teacher Xie – un cinese incontrato per strada che cammina dall’83 accen-
dendosi una sigaretta con quella appena spenta – e poi ringrazia l’amore
per averlo salvato.
Ho deciso di contattare Christoph. Volevo sapere le sue vere ragioni,
volevo sapere che cosa intendesse per “salvato”. Mi ha risposto nel giro di
poche ore dicendomi che a un certo punto della sua vita l’amore lo ha lasciato
ed è stato lì che ha sentito di dover fare qualcosa di diverso. Esattamente
come me. Incuriosita scopro che Christoph nasce il 9 novembre. Scorpione.
Sì, è vero, l’amore è il motore di ogni cosa, ma per me la vendetta è la
scintilla e la benzina sono le paure. Una miscela portentosa.
All’inizio del viaggio ero preoccupata di trovare ristoro prima di rag-
giungere ogni tappa; non sapere se avessi trovato qualcuno che mi avrebbe
ospitata mi faceva paura, e camminare per strade mai percorse prima, at-
traversare zone isolate completamente sola, in campagna, montagna o in
semplici periferie, spesso mi rendeva ansiosa. I cosiddetti “momenti av-
ventura” erano una scarica di adrenalina e davvero più frequenti? O forse
ora sono talmente abituata da non farci più caso? Il problema è che quel
pizzico di paura portava anche altrettanta eccitazione. Mangiare cose mai
viste, conoscere la realtà italiana attraverso lo sguardo di tutti, infilarmi
ogni notte in letti sconosciuti, ora è la mia routine, non mi preoccupo più
di dove andrò domani, o anche la sera stessa, lascio tutto al caso.
Negli ultimi giorni in Puglia sono stata ospite di Coppula Tisa, una coo-
perativa a Marina Serra che nel 2005 è riuscita a raccogliere i fondi sufficienti
(più di 70mila euro) per comprare un appezzamento di terreno sul quale

– 117 –
WALKABOUT ITALIA

era stato costruito un immobile abusivo, farlo demolire e regalarlo alla Re-
gione, a patto che su di esso non venga mai più costruito nulla. Se la bellezza
salverà il mondo, come dice Dostoevskij, Carla e la sua Coppula Tisa salve-
ranno il nostro diritto a reclamarla.
Daniele, conosciuto ad Aradeo viene a camminare con me e guidati dalla
luna piena attraversiamo le campagne incantate infestate di trulli verso Al-
berobello, passando da Cisternino e Locorotondo, altre città bianche, ancor
più belle dell’inflazionata Ostuni. Senza tetto, ci divertiamo a ridere dei
vigili urbani che ci consigliano di scavalcare il cancello del mercato di paese
per dormirci dentro; poi, tramite un cliente del bar dei miei genitori a
Stresa, entriamo in contatto con i suoi genitori che gentilmente ci ospitano
nel loro trullo.
Una giornata spesa a camminare, rubando prugne e fioroni e sperando
di riuscire a trovare un letto sotto ai caratteristici coni di pietra, ed eccoci
qua, col sogno di oggi realizzato, ad ascoltare Pietro raccontare come scuo-
iare un riccio (non di mare) al mio compagno di viaggio vegano. Immersi
nella campagna, ora più varia e meno avvelenata di quella salentina, ammi-
riamo gli uliveti che invece di essere tenuti in ordine con le polveri Monsanto
vengono coltivati a grano. Bronzi secolari emergono da un mare giallo flut-
tuante nel vento.
Saluto il mio compagno di passi a Castellana Grotte e scrocco l’ingresso
di 14 euro per visitare i tre chilometri di passaggi sotterranei scolpiti dal-
l’acqua in migliaia di anni. La guida alle grotte mi aveva vista camminare
nei pressi di Santa Maria di Leuca e mi regala il suo unico biglietto omaggio
l’anno. Dormo questa volta in un trullo imperiale cosparso disordinatamente
da contrabbassi, mandolini, piani, batterie e chitarre di ogni genere, appar-
tenenti al musicista meraviglioso che prepara un falò nel suo bosco senza
fine per accogliermi. Solcando il cancello della sua immensa proprietà, ini-
ziano i fuochi d’artificio, non in senso metaforico, davvero, il vicino di casa
sta festeggiando qualcosa, per me è il mio arrivo e mi sento benvenuta.
Chiacchiero con Walter tutta la notte davanti al fuoco scoppiettante, mi
offre un letto a caso nel suo trullo a sette stanze, perché lui preferisce
dormire nella tenda che ha montato in giardino.
Riprendo la strada fino a Noicattaro, per vedere la finale del mondiale
in casa di ragazzi incontrati sulla via, che mi raccontano come in quelle
zone sia usanza affittare una casa tra le comitive di amici, un luogo dove
potersi ritrovare tra loro, guardare le partite, giocare alla play, portarci la
ragazza di turno. Per la modica somma di 10 euro al mese a testa, si rispar-
miano tutti quelli che avrebbero altrimenti buttato via al bar, e sono liberi

– 118 –
SOGNO DI NON AVERE PIÙ SOGNI (FORSE)

di fare quello che nei luoghi pubblici è vietato. Una grande idea, e mi
chiedo perché noi al nord le uniche collette che facevamo da ragazzi erano
quelle per prendere il fumo e poi gelarci le chiappe assiderati dal freddo
umido del lago d’inverno.
Sulla strada verso Bari mi fermo all’Ikea.
Tutti ne parlano e non ci sono mai stata. Sembra
il museo dei salotti di tutto il mondo e le fami-
glie baresi sono goffe e impacciate tra la perfe-
zione studiata dagli scandinavi, non sono certo
le famiglie delle pubblicità (e dubito che anche
quelle svedesi lo siano).
A Bari dormo a casa di Davide, un disastro
di casa dove per ogni couchsurfer che ospitano
aggiungono una stanghetta sul muro. Siamo a
164 in meno di un anno. Condivido la stanza
con i giovani studenti ubriachi, dopo aver visto
insieme il concerto di Goran Bregovic e aver
ballato con nuovi sconosciuti.
Rispondere alle stesse domande, inventarmi
risposte nuove per non annoiarmi, scoprire un
fondo di verità anche in esse per rendermi
conto che la verità assoluta non esiste. Tutto
questo è meraviglioso, eppure era diventata la
mia routine e avendo perso la paura non mi
eccitava più, era diventata “normale”, insipida.
Avevo bisogno di staccare, e fortunatamente
“quello lassù” mi ha organizzato qualcosa di speciale.

– 119 –
essere liberi di…

L’eco del branco ha attirato l’attenzione di qualcuno su di me e questo


qualcuno ha deciso di invitarmi a partecipare a un progetto: otto viaggiatori
creativi, 50mila dollari di budget per produrre un video a testa col titolo
Essere liberi di. Un workshop per elaborare nuovi metodi di viaggio soste-
nibili. Cosa faccio? Hanno invitato Christoph Rehage, conoscerei perso-
nalmente lo scorpione tedesco dal cuore infranto e le scarpe comode e altri
personaggi internazionali dello stesso spessore. Il workshop è a Corigliano
Calabro e io ci sono già passata il mese scorso. Torno indietro?
Mi trovo davanti a un bivio. Dovrei mettere il mio progetto in stand by.
In effetti sulla tabella di marcia, non avendola, non cambia nulla. Questo è
il mio gioco e tocca a me decidere le regole. Conoscendomi, se non ci an-
dassi, spenderei i prossimi mesi a pensare a chissà cosa sarebbe successo se
ci fossi andata. Ma come mai tanta generosità disinteressata? Il workshop è
organizzato da un’azienda che produce mozzarella e ortaggi sottolio, eppure
al telefono mi spiegano che il nostro video non avrà nulla a che vedere con
i loro prodotti. Avranno un ritorno d’immagine indiretto organizzando
l’evento presso la località di produzione, ma noi saremo liberi di sviluppare
le nostre idee e valorizzarle grazie ai mezzi e al personale specializzato
messo a nostra completa disposizione.
Troppo bello per essere vero, ma la fiducia è tutto quello che ho e questa
volta ammetto di averla sprecata. L’esperienza del laboratorio creativo è
una delusione. I 50mila dollari non si sono mai visti, gli organizzatori dicono
di averne spesi 10mila per comprare un drone che sparisce misteriosamente
il giorno prima del nostro arrivo. Abbiamo due fantastici giovani sottopagati
da sfruttare. Sono cameraman, registi, ideatori di effetti speciali e montatori,
due cineprese, due treppiedi e un paio di computer, ma i partecipanti
effettivi sono nove. Semplicemente non ci sono i mezzi per realizzare quello
che ci era stato promesso e comunque nessuno degli organizzatori è vera-
mente interessato alle nostre storie o ad aiutarci a realizzare le nostre idee.

– 120 –
ESSERE LIBERI DI…

Perché siamo veramente qui è un mistero, e col passare dei giorni sembra
diventarlo anche per chi ci ha chiamato.
I personaggi inizialmente elencati sul sito come partecipanti vengono
rimpiazzati da altri sconosciuti, ma questa polpetta messa insieme a caso
esce saporita e presto scopriamo di essere l’unica ragione per cui vale la
pena rimanere. C’è Clelia, una blogger sarda che vive dei suoi viaggi e del
suo raccontarli, Dino che l’anno scorso si è fatto 9.000 chilometri in bici at-
traversando l’Africa da nord a sud, Cristian direttore creativo di un’agenzia
digitale, Carlo Alberto ex psicologo del Grande Fratello e inguaribile ro-
mantico, e i fratelli Astrologo, due giovani virtuosi videomaker romani.
Dopotutto siamo creativi e ribaltiamo la frittata in nostro favore, utiliz-
zando questi giorni come piattaforma per divertirci insieme e accrescerci a
vicenda. I video passano in secondo piano. D’altronde Essere liberi di…
cosa? Che cos’è la libertà? Per me la libertà è riuscire ad essere se stessi,
sempre e comunque. Per questo adoro la strada. C’è chi si veste, chi si
trucca e si atteggia per riflettere allo specchio l’immagine di sé che vorrebbe,
e c’è chi se ne frega, chi parla, canta e ride da solo. In strada c’è chi sceglie
la direzione in base a dove deve andare o chi lo fa in base ai suoi colori, e
c’è chi non l’abbandona mai perché a volte si riesce ad essere se stesso solo
lontani da casa.
Io ero sulla strada, ed ero anche su quella giusta per una volta, e sono
stata dirottata. Peccando d’ingenuità, mi sono lasciata attrarre da questo
specchietto per allodole e l’unica cosa che posso fare ora per redimermi è
ammettere l’errore, imparare la lezione e ripartire da qui. O se volete, da
zero, cambiando rotta. Come le storie a bivi di Topolino, dove sfido chiun-
que a non essersi mai letto tutti gli altri possibili finali.
Ora leggo l’altra storia, mi sono trovata davanti il cartello che indicava
Taranto dritto, e Reggio alle mie spalle. Il futuro di una volta è già passato
e ho girato a sinistra, valico il Pollino verso il Tirreno, perché i colori di
queste montagne non me li sono ancora mangiati. E ho tanta, tanta fame,
ma non di mozzarella… di strada, di sogni, di mondo, di vita.
3, 2, 1… GO WALK (again).
Si riparte.

– 121 –
le pietre magiche

Dalla piana di Sibari devo cambiare versante e passare sul Tirreno. Le


montagne del Pollino sono una fantastica metafora per ogni ostacolo. A
vederle da lontano, incutevano un timore quasi reverenziale, aspre e insor-
montabili. Invece ora che me le godo dall’alto dell’altopiano le scopro
docili e morbide sotto ai miei piedi. Con calma, godendomi il paesaggio,
respirando il profumo del grano appena tagliato, facendo l’occhiolino alle
mucche che, al contrario di noi umani, non si fanno alcun problema a
fissarti intensamente per tutta la durata del tuo passaggio attraverso il loro
campo visivo, la fatica della salita passa quasi inosservata.
Proseguo verso Orsomarso. C’è una stradina di campagna poco fre-
quentata. Sento la pioggia tamburellare sopra al cappuccio, impregnarmi
le scarpe, lavare via i miei peccati, innaffiare i campi e sprigionarne gli
odori. Cerco senza successo il confine tra la montagna e le nuvole, e mi
compiaccio dell’incoscienza degli uccelli che si posano a spettegolare sui
cavi dell’alta tensione. Un aquila domina il cielo dall’alto, padrona indiscussa
della montagna. Vorrei vedere il mondo con i suoi occhi. Lei già vede il
Tirreno, io ci metterò ancora qualche ora a lasciargli finalmente allagare il
mio cuore di gioia.
Arrivo sulla riviera, che scopro essere soprannominata “dei cedri”, da
cui prende il nome l’agriturismo di Erasmo che mi ospita. Fino a ieri, per
me il cedro era il misterioso agrume della cedrata, ora scopro un nuovo
mondo. Gli ebrei lo importarono in Calabria nel 300 a.C., ed essendo un
frutto molto delicato – non sopporta temperature inferiori ai 5 gradi – è
una rarità vederlo attecchire in questa zona specifica, talmente bene da at-
tirare rabbini da tutto il mondo. Durante la Festa delle capanne, gli ebrei
in cerca del frutto sacro pagano fino a 15 euro cadauno. Deve essere
perfetto, ed Erasmo non avendo alcuna simpatia per i giudei, li coltiva bio-
logici, quindi brutti apposta per non averci niente a che fare.

– 122 –
LE PIETRE MAGICHE

La moglie di Erasmo è una cuoca eccellente e nonostante i sapori forti


della Calabria mi piacciano molto, è sempre necessario che io ricordi a chiun-
que mi ospita la mia sazietà: passano almeno tre portate, prima che le persone
elaborino l’informazione e la mettano in atto. Alla prima pensano che stia
scherzando. Non posso certo essere sazia già dopo fiori di zucca impanati,
peperoni sott’olio, bruschette, olive, pecorino fatto in casa, fagiolata piccante
e un primo col sugo d’agnello (sugo inteso come intere costine appoggiate
sopra a qualche centinaio di grammi di pasta fatta a mano). Lo ripeto affan-
nata, e per non deludere faccio uno sforzo, qualche forchettata al secondo
piatto. Errore fatale, è un palese incoraggiamento. Si vede che ancora qualcosa
ci sta, ed ecco altre due portate. Solo quando mi vedono boccheggiare, senza
nemmeno più la volontà di guardare la tavola, si dispiacciono che io mangi
così “poco”, seppur con un’aria vagamente soddisfatta.
Lo stesso discorso vale per il mio andare a piedi.
Chiamo: «Sto arrivando».
«Dove sei?».
«Mi mancano tot chilometri, tra circa tot tempo sono lì».
«Ah, benissimo, ti vengo a prendere».
«No grazie, vengo a piedi».
«Sì, vabbè, ma adesso piove» (non c’è una nuvola).
«Non si preoccupi, veramente, sono attrezzata per la pioggia».
«Ma che sei ciouta*? Arrivo».
«No, grazie. Veramente non serve».
Tuuu tuuu tuuu.
Dopo qualche minuto me li vedo spuntare in macchina, e solo dopo che
avrò fermamente puntato i piedi per terra e negato la mia volontà di salire
numerose volte, ripartono: «Chista è ciouta».
L’ospitalità calabrese è tale che, ricevendo molteplici inviti giornalmente,
la coordinazione diventa fondamentale. Vorrei accontentare tutti senza of-
fendere nessuno, raccogliendo più sogni possibili, quindi spesso mi divido
tra colazioni, pranzi e cene in case diverse.
Le mie mani, dopo ore e ore spese a massaggiare giocatori di poker, non
si sono dimenticate la routine benefica e adoro dare qualcosa di così intimo
come lo scambio di energie che avviene durante un massaggio in cambio di
tanta ospitalità. Le cervicali delle casalinghe che mi ospitano si sentono
meglio, e anch’io. Altre volte regalo storie, la mia completa attenzione e so-
prattutto speranza.

* “Matta” in dialetto calabrese.

– 123 –
WALKABOUT ITALIA

Con Biagio sono in debito, mi dà molto di più di quello che gli posso of-
frire. Biagio è un cantastorie, ha un’asina che si chiama Cometa Libera e
tutti gli anni attraversa il Pollino insieme a lei, fermandosi nei borghi
montani a raccontare i perché della musica popolare attraverso di essa. Il
suo sogno realizzato si chiama ViaggioLento, un festival da lui ideato, dove
invita a raccontare le proprie utopie diventate realtà, ad ascoltare e ad av-
valorare qualsiasi forma di libera espressione.
Esiste una realtà parallela a quella che spesso pensiamo sia l’unica: Biagio
ha trovato la strada per arrivarci, dedicando anima e corpo alla sua passione,
la musica. Nei giorni in cui mi ospita ho la fortuna di assistere alle prove. Sta
preparando uno spettacolo nuovo: Kairos, riferendosi al momento giusto
per agire, analizza lo status quo confrontando dati oggettivi di povertà e di-
suguaglianza a livello mondiale. Sono noti, ma sentirli tutti insieme travolti
dal vortice catartico della musica portano allo stordimento. Il suo linguaggio
rimane impresso a fuoco nella testa e nello stomaco, e l’unica cosa che ho da
dare in cambio è l’ascolto e raccontare la sua storia. Esercizio di umiltà.
Un signore si ferma al ciglio della strada con la sua moto Guzzi. Se
proprio dovessi mettermi un mezzo a motore sotto le chiappe sarebbe lei.
È da stamattina che mi vede camminare, è curioso e gentile e mi offre dei
soldi (che rifiuto). Allora apre una busta di plastica e taglia mezza forma di
formaggio da lasciarmi. Esercizio di umiltà.
Giovanni è il fratello di un amico di un mio amico. Si occupa di pro-
muovere vino calabrese e conosce tutti. Davvero tutti. Dire di essere amica
di Giovanni Gagliardi in Calabria è un biglietto da visita che apre tutte le
porte. Ma io Giovanni non l’ho mai incontrato, eppure veglia su di me da
quando sono sbarcata a Reggio. In qualunque situazione, mi aiuta a trovare
contatti, cibo e un letto, senza nemmeno conoscermi. Esercizio di umiltà.
Mi raggiunge Milena, un ex avvocato che ha realizzato il suo sogno can-
cellandosi dall’albo per trasformarsi in scrittrice. Ha voglia di camminare e
di cambiare aria, io non ho niente da darle. La strada e la libertà sono
sempre a disposizione di tutti, ma lei mi offre compagnia, vino, tabacco e
un sasso. Esercizio di umiltà.
In spiaggia mi sono messa a raccogliere dei sassolini, li cercavo di una
certa grandezza, non troppo grandi, non troppo piccoli, completamente
lisci, ci ho messo un paio d’ore per raccoglierne una ventina, poi li ho esa-
minati uno a uno e ne ho scartati tredici.
Milena, mi osserva di sottecchi e me ne passa uno. È il più bello di tutti.
Sono soddisfatta dei miei otto sassi perfetti.
Le pietre magiche mi portano a riflettere.

– 124 –
LE PIETRE MAGICHE

Accumulare freneticamente senza avere il tempo di godere della perfe-


zione che ci scorre tra le mani non ha senso. La quantità ha poca importanza.
La bellezza spesso si nasconde oltre il nostro punto di vista e l’umiltà invece
nel saper ricevere. Come questo viaggio, una palestra di umiltà. Giornal-
mente ricevo quello che mi serve per andare avanti. Ma è quando ricevo di
più di quello che posso dare che effettivamente la pratico.

– 125 –
sirene che camminano

Molto tempo prima di diventare un angelo a Londra ero una sirena ad


Auckland. Lavoravo come spogliarellista in un club esclusivo dove c’era
una piscina con una parete di vetro, attraverso la quale i clienti potevano
vedere me e le mie colleghe nuotare nude e dimostrare il loro apprezzamento
lanciandoci soldi di plastica. Tette di plastica, bocche di plastica, soldi di
plastica. Essendo le mie un’eccezione – naturali e made in Italy, “No plastic
fantastic” pubblicizzava Sofia, il mio alter ego spudorato – facevo ancora
più soldi di plastica. Che poi cambiavo in soldi di carta per depositarli in
banca e rimetterli sopra a una targhetta di plastica.
La maggior parte degli habitué però non veniva per la plastica, ma per
parlare con qualcuno. Facendo la sirena ho imparato ad ascoltare.
Gemma era una collega inglese che nuotava con me in Nuova Zelanda,
e spiando le foto del mio viaggio dalla sua casa londinese ha deciso di smet-
terla di invidiarmi e raggiungermi. Io, Milena e Gemma formiamo un bel
gruppetto eterogeneo in cammino.
«Dov’è la cala di Marinella?».
«È lontano, sarà almeno a un chilometro, vi conviene andarci in mac-
china».
«Ti ho visto camminare da stamattina, ma da dove sei partita?».
«Da Palermo».
«Ah… e dove stai andando?».
«In Piemonte».
«A piedi?».
«Sì».
Agli sproloqui tipici delle mie giornate sono abituata, ma le mie compagne
di viaggio no, e ridono a crepapelle nonostante metà della conversazione
vada persa nella traduzione dal salentino di Milena al Queen’s English di
Gemma.

– 126 –
SIRENE CHE CAMMINANO

La sirena inglese viaggia come un treno, si fa decine di chilometri davanti


a me, ogni tanto fermandosi a fumare una sigaretta per aspettarmi. Io vado
piano come ho sempre fatto, controllo la maturità di ogni fico e lo colgo in
caso sia pronto, per correre avanti dalla mia nuova compagna di viaggio e
regalarglielo.
Milena arriva in macchina alle tappe successive e torna indietro a piedi,
trovando prima Gemma e dopo qualche chilometro me, e insieme ci fac-
ciamo l’ultimo pezzo incoraggiandoci a vicenda.
Dalla Calabria attraversiamo il breve versante tirrenico della Basilicata
ed entriamo in Campania. C’è una splendida atmosfera nell’aria, tutti
parlano con tutti e Gemma non riesce a capacitarsi di cosa stia succedendo.
In Inghilterra non è normale parlare con gli sconosciuti, in Campania
non è normale il contrario.
Sul treno verso la stazione di Praia a Mare, dove ci siamo date appunta-
mento, le hanno fatto una multa di 50 euro, non sapeva che doveva conva-
lidare il biglietto. In spiaggia vuole comprarsi un tè freddo e ci rinuncia
perché nessuno rispetta la fila e si trova sempre ultima, spinta indietro a
gomitate. È una bella ragazza e non capisce quello che le si dice, ma non è
stupida e ne carpisce il senso. Le volgarità non le passano inosservate, ed
essendo l’approccio italiano molto più diretto di quello inglese rimane al-
quanto turbata.
In base alla mia esperienza di viaggio in Italia e all’estero, devo ammettere
che l’Italia è il paese più bello che abbia mai visto, ma dubito che questo sia
sufficiente a far innamorare uno straniero. Gemma è pragmatica e non si la-
menta, il semplice raccontare i fatti è sufficiente a esternare il suo disagio.
Le parlo della meravigliosa scoperta che ho fatto negli ultimi mesi. Il
vino fatto in casa. Basta chiedere in giro e solitamente qualcuno conosce
qualcuno che lo produce e che è disposto a vendertene qualche litro. A
Tortora, dopo esserci messe sulle tracce dell’uomo con la cantina, lo aspet-
tiamo davanti a casa, finché non torna dal bosco con qualche fungo e ci
apre la porta. La luce di mezzogiorno filtra netta attraverso il varco aperto
dagli spessi battenti di legno. L’ambiente è buio e fresco e ci vuole un
attimo prima che gli occhi si abituino all’oscurità. Centinaia di multiformi
lavorazioni in ceramica ci circondano. L’omone dalle guance rosse e le
grosse mani callose ha la passione per la ceramica e la cantina è anche il suo
laboratorio segreto. Io e Gemma ci guardiamo incredule, per poi posare lo
sguardo sui vasi e le statuette scintillanti. Delle tre bottiglie che ci vende
una è già aceto e credo che la percentuale di vino buono combaci con
l’opinione di Gemma sull’Italia.

– 127 –
WALKABOUT ITALIA

Riparte e la saluto dubbiosa, sperando ricordi più il sapore del vino


buono che dell’aceto. Riattacco la musica. Eddie Vedder snocciola i versi
di Society, un brano tratto da Into the wild il film di Sean Penn che racconta
la storia di Christopher McCandless, il giovane che abbandona la sua vita
sicura per avventurarsi da solo attraverso gli Stati Uniti, in direzione Alaska.
“You think you have to want more than you need. Until you have it all you
won’t be free”*. Ci illudono che raggiungeremo la libertà solo quando
avremo accumulato tutti i beni materiali che desideriamo. Se crediamo a
questo stratagemma inventato dal consumismo non saremo mai liberi. Ci
sarà sempre un vestito più bello, un telefono più nuovo, una barca più
grande. Sempre, e non saremo mai soddisfatti.
I ragazzi che ballano nei lidi sulle spiagge se ne fregano dei nostri pensieri
e si muovono fuori tempo rispetto alla mia musica, e io cammino fuori
tempo rispetto alla loro.
A Policastro trovo un letto scolpito da Nettuno e dormo cullata dalle
onde che sbattono contro il mio giaciglio, pensando a Christopher mentre
moriva da solo avvelenato al freddo dell’inverno. «La felicità è vera solo se
condivisa», scrive prima che le forze lo abbandonino, ma trovare la pace
dentro di sé può durare tutta la vita, mantenerla in due sembra una missione
impossibile.
Che abbia ragione o meno, mi fa venire voglia di cercare compagnia e
butto una richiesta di contatti per il Cilento su Facebook. Risponde Daniele,
che si offre di raggiungermi e mostrarmi l’accesso alla spiaggia della Molpa,
ideale per dormirci. Daniele si occupa di traslochi, musica reggae e geografia.
Ci scoliamo una bottiglia di vino e chiacchieriamo fino a quando le parole
si mescolano con quelle della nostre proiezione oniriche.
Solo al risveglio, mentre mi saluta con un bacio e una carezza prima di
buttarsi nel furgone e andare a lavorare, mi accorgo del paradiso che mi ha
fatto scoprire. Abbiamo dormito sotto a una parete di roccia verticale alta
qualche decina di metri, cosparsa di grotte dove sono alloggiati con le ama-
che diversi gruppi di arrampicatori. Acqua pulita e trasparente da qui al-
l’orizzonte senza fine.
La grotta numero uno, nel nostro hotel a stelle infinite, è prenotata da
Pier Luigi, ci sta da già due settimane. Io occupo la numero due aspettando
l’arrivo di altri ospiti.
Carlo Alberto, lo psicologo del Grande Fratello conosciuto al workshop
viene a trovarmi. Si è instaurata una bella amicizia, che innaffiamo con

* “Pensi di dover volere più di quello che ti serve, e fino a quando non l’avrai non sarai
libero”.

– 128 –
SIRENE CHE CAMMINANO

buon vino e illuminiamo col falò. Pier Luigi, che nella compravendita dei
suoi cavalli ci ha guadagnato una canoa, la usa per andare a fare la spesa e
cucina pasta al salmone per tutti.
Tutta quest’aria aperta e la buona compagnia mi fa bene, sono euforica,
mi faccio addirittura una canna, non succede forse dal 2006. Si spegne in-
sieme a me, Carlo e il fuoco, esattamente lì.
Mentre scrivevo sulla spiaggia ho perso tutte le mie pietre magiche e ho
capito che non era la loro fisicità ad essermi utile, ma la lezione che mi
hanno lasciato.
L’unica rimasta l’ho regalata a Carlo Alberto, chissà che un giorno gli
possa servire.

– 129 –
ho trovato l’amore

Parlando con amici ho avuto un lapsus, ho usato la parola strada, invece


che casa. Non è un caso. La strada è diventata la mia casa e negli ultimi
giorni ho avuto anche un sacco di ospiti, prima Milena, Gemma e Carlo
Alberto, poi sempre per caso un mio amico di Baveno, Leo, in vacanza qui
a Palinuro. Ci abbracciamo e m’invita a fermarmi un’altra notte e a provare
la sua tenda montata sul tetto della macchina parcheggiata nel campeggio
dietro all’hotel a stelle infinite. Una tenda sopra una macchina manca alla
mia collezione di letti e mi fa piacere spendere ancora un po’ di tempo con
Leo. Passeggiando sulla spiaggia notiamo come le pareti della mia grotta
siano simili a quelle di Krabi dove Cavi, un nostro caro amico, va sempre
ad arrampicare. Facciamo delle foto da spedirgli e proviamo anche a chia-
marlo, ma per quanto l’hotel a stelle infinite abbia tutti i comfort, i telefoni
non prendono.
Non serve. Mentre parliamo di Cavi e di quanto gli piacerebbe essere
qui ce lo vediamo spuntare dai cespugli.
Per un quarto d’ora non riusciamo a fare altro che sorridere increduli.
Un amico del mio paese per caso può capitare, ma due insieme è probabile
come una vincita al Superenalotto, e infatti superato lo shock iniziale ini-
ziamo a festeggiare. La festa dura tutta la notte ed esausti ma affiatati l’in-
domani dobbiamo separarci di nuovo.
Riprendo a camminare. Inizialmente non me ne rendo conto, c’è qualcosa
di strano… dopo qualche chilometro riesco a decifrarlo: per la prima volta
in questo viaggio mi sento sola. Se vivi sempre da solo non ci fai caso, ma
se apri la tua porta a qualcuno e poi se ne va, cambia tutto.
Non so bene dove andare, fa caldo, sudo sconsolata, attraverso campeggi
popolati da individui tragicomici che arredano le loro tende con fiori di
plastica e televisioni, mi manca il cinismo ironico di Milena, l’abbraccio
caldo di Daniele, le freddure tipicamente inglesi di Gemma e sento il nulla
alle calcagna.

– 130 –
HO TROVATO L’AMORE

È tardi, la luna è quasi piena sopra al mare e i piedi vanno avanti per
inerzia. Nella notte qualche grugnito di animale che non vedo, o forse è
davvero il nulla o uno dei suoi servi alle calcagna. Dalla solitudine passo
alla paura, torna l’eccitazione che lamentavo aver perso. Daniele mi mette
in contatto con Peppe ad Agnone, e arrivo al suo ristorante a mezzanotte.
In tempo per cena. Amo il sud.
Peppe Tarallo è un uomo meraviglioso. È stato lui a lottare per la crea-
zione del parco nazionale del Cilento e ne è stato anche presidente. Mentre
mangiamo riso e cozze, mi racconta la sua storia condita di sogni.
Come capita spesso a chi viaggia, Peppe nota la bellezza di casa solo al
rientro, ma alla fine degli anni Ottanta si accorge anche del pericolo in-
combente della speculazione edilizia, quindi si riunisce con amici con cui
condivide l’amore per la propria terra e nasce l’idea del parco. Nel 1991 di-
venta area protetta, nel 1995 parco nazionale e ora anche patrimonio del-
l’umanità. Dal 2002 al 2008 ne è presidente. Blocca la costruzione di un
villaggio Club Med, protegge il Cilento dall’invasione di spazzatura del na-
poletano e conquista la demolizione del cosiddetto “ascensore della ca-
morra”, un hotel a forte impatto ecologico sulla costa, tra le minacce dei
camorristi urlate a denti stretti verso lui e i suoi figli.
È un personaggio scomodo, glielo si fa capire. Il governo Berlusconi lo
vuole rimpiazzare con uomini di fiducia e lo fa commissariare ben due
volte. La prima con la scusa di una mancata dichiarazione dei redditi e per
la seconda si inventano un emendamento apposta per lui. L’“emendamento
Tarallo”: se si è eletti presidente del parco nei sei mesi precedenti l’insedia-
mento di un nuovo governo si è deponibili dalla carica. Ovviamente accuse
ed emendamento non stanno né in cielo né in terra, e per una volta la giu-
stizia ha la meglio. Peppe vince entrambe le cause.
Ovviamente non gli verrà rinnovato l’incarico. Sa fare una cosa che pochi
sanno fare. Dire di no e continua a farlo da comune cittadino. No, non
possiamo continuare a caricare l’asino. “Ciento nienti accarerretano u ciuc-
cio”*. E il ciuccio è già sovraccarico. Peppe ha il coraggio di dire basta, per
questo è un personaggio scomodo.
Dormo nel letto del figlio Luca, che rientra tardi un po’ alticcio ed è
sorpreso di trovarsi una donna tra le lenzuola infilatacela dal padre. Mi fa
il solletico e sbellicandoci di risate ci addormentiamo con le finestre aperte
sul mare. Le tende arancioni svolazzano nel vento, portandosi via la mia

* “Cento niente ammazzano l’asino”. Caricando la bestia sempre di un “niente” in più,


tanto che vuoi che sia, l’ammazziamo.

– 131 –
WALKABOUT ITALIA

solitudine e il suo alito pesante. Ci alziamo e andiamo a fare colazione, è la


prima volta che mi trovo ad avere un uomo in piedi di fianco a me dopo
averci già dormito insieme. Dopo questa constatazione scoppiamo nuova-
mente a ridere.
Saluto, e la staffetta dell’ospitalità passa a Ida e Mario ad Agropoli.
Dopo la giornata di cammino imbocco una strada sterrata, niente case,
niente luci, solo campagna e mare risplendono sotto la luna.
Azienda Agricola San Giovanni, dice il cartello, sono arrivata, mi guardo
intorno, una luce, una scala sale attraverso i vigneti, sbuco su un prato ben
curato, un casale illuminato. Ida e Mario escono, si presentano e mi indicano
con eleganza la doccia. Sono entrambi molto belli e i figli rispecchiano i
loro lineamenti. Cena in tavola, pasta al tonno, siamo una decina, famiglia
al completo.
Annachiara, la nipote, è una bambina biondissima e vivace che scambia
me per il genio e la mia scatola per la lampada. Il fratello dispettoso le dice
che tanto i sogni non si avverano, ma lei non gli crede. Quanti ne posso scri-
vere? Quanti ne vuoi! Non c’è limite ai desideri. Ne scrive dieci di getto.

Ma si vede che non è del tutto soddisfatta e rimane con la testolina ap-
poggiata sulle mani a guardare il cielo sognante durante il resto della serata.
Ida e Mario invece il loro sogno lo stanno realizzando, giorno dopo
giorno.
Si scambiano il loro primo bacio da adolescenti, per poi rincontrarsi
anni dopo per caso su un autobus. Lei gli disse che era inutile provarci,

– 132 –
HO TROVATO L’AMORE

non poteva essere: dopotutto, anche se alla lontana, erano cugini. Dal
giorno dopo si trasferiscono a vivere insieme e dopo un mese Ida è incinta.
La tenuta nel Cilento è di famiglia, ma cade a pezzi, mancano luce,
acqua e telefono. I parenti inizialmente si oppongono al progetto, ma i due
persistono, mollano le professioni di architetto e avvocatessa per ristrutturare
l’angolo di paradiso a Punta Tresina con il loro sudore e venirci a vivere.
Imparano a fare olio e vino e ora il loro bianco è considerato uno dei
migliori dieci in Italia, raccontano in totale sintonia, lei seduta sulle ginocchia
di lui, mentre lui le accarezza i capelli come fosse un maestoso felino.
Dormo sotto la tenda che hanno montato per me, davanti ai vigneti a picco
sul mare, e sogno l’amore. Un amore come il loro.
Annachiara alle sei di mattina
si presenta davanti alla mia tenda,
ci ha pensato tutta la notte e ha
altri due sogni da darmi.
È passata da volere un Sam-
sung ad aspirare il benessere per
tutti i bambini del mondo. Una
notte di sogni porta consiglio.
Osservo nei dettagli il sentiero
che mi allontana alla tenuta, il mio
cuore deve ricordarsi la strada per
volarci quando offuscato dal dub-
bio, l’amore vero esiste.
Ida e Mario ne sono la prova.

– 133 –
un problema con le autorità

«Signorina, ma che è successo!?!», mi urla il poliziotto dalla macchina.


Alzo, le mani: «Niente».
«E che ci fa a piedi!?».
«Cammino».
«Salga, le diamo un passaggio, è pericoloso».
«No grazie».
«Ma di noi si può fidare…».
Secondo le forze dell’ordine camminare è pericoloso. Forse è sovversivo,
ma pericoloso direi di no, io non sono mai stata meglio.
Verso Salerno il poliziotto non mi molla. Tra un complimento e un’im-
magine da inferno dantesco su quello che mi potrebbe succedere per i
prossimi chilometri, cerca di spaventarmi mentre gli scrocco un gelato.
Cosa c’è di tanto pericoloso? Prostitute, omosessuali, scambisti e spacciatori.
Rido di come la parola omosessuali sia finita nel gruppo di malaffare, lo
ringrazio per avermi messo in guardia. Non mi serve niente, non ho soldi,
neanche per la droga, e a suo malincuore rifiuto il passaggio.
È vero, il sottobosco della litoranea a salire è animato da personaggi par-
ticolari, nei 1.800 chilometri camminati finora avevo intravisto qualche
prostituta qua e là, ma qui ce n’è una vera e propria popolazione. Però non
avevo neanche mai visto una pista ciclabile tanto lunga. Forse meglio evitare
di costruirle, in Italia.
Sono simpatiche, molto più simpatiche del poliziotto marpione che mi
aveva scambiata per Cappuccetto Rosso. Non le vedo impaurite. Forse
non sono obbligate ad essere lì, non approfondisco, non credo abbiano vo-
glia di parlare del perché lo facciano con una sconosciuta. Ce n’è per tutti
i gusti, magre, grasse, bianche, nere. Zaira, marocchina, se la ride, raccon-
tandomi la scarsa virilità dei suoi clienti, mentre spegne un’altra sigaretta a
terra. Lo sguardo mi cade spontaneamente. Un tappetino di sigarette spor-
che di rossetto, spente ai suoi piedi.

– 134 –
UN PROBLEMA CON LE AUTORITÀ

Ci sono anche tantissimi uomini a passeggiare tra le lucciole, immigrati.


Loro invece non capisco cosa facciano lì. Forse controllano la situazione,
forse si fanno una passeggiata, forse spacciano o forse vanno o tornano da
un lavoro qualsiasi. Alcuni sguardi di diffidenza; d’altronde se uno si facesse
influenzare dai media penserebbe che sia la peste che i terremoti e anche
King Kong siano nordafricani. E questo crea circospezione nei loro confronti
e viceversa. Li capisco e cerco di diffondere fiducia, cantando mentre mi
sparo i miei 37 chilometri sotto al sole fino a Salerno.
Sono stata ospite di immigrati poveri che mi hanno dato più di quello
che avevano. Altri hanno camminato con me per qualche chilometro, e an-
cora oggi mi chiamano per sapere come sto.
Sono stata ospite di un sindaco che non ha fatto altro che mettermi a di-
sagio, il poliziotto che mi ha messo in guardia ci stava provando mentre
cercava d’incutermi terrore in modo che mi sciogliessi tra le braccia del
male minore.
Ma questi aneddoti sono solo una fetta di verità. È ovvio che esistano
anche autorità integre e immigrati impegnati nel malaffare. Come è altret-
tanto ovvio che il confine tra gli uni e gli altri non sia sempre così netto.
Sto parlando di commercio clandestino di organi.
A Salerno ho conosciuto una donna eccezionale, Santa Rossi. Da qualche
anno ha istituito l’associazione Indiani d’Occidente. Ha perso il marito
perché non è riuscito a ricevere un trapianto in tempo. Il fegato destinato a
lui, con la scusa di non essere idoneo perché ritenuto febbricitante al mo-
mento dell’operazione, finisce a un raccomandato amico del primario, dopo
di lui sulla lista d’attesa. Se Santa avesse però avuto 250mila euro, se lo sa-
rebbe potuto comprare il fegato che serviva al marito.
Per riscattarsi dalla sofferenza inizia a indagare. Donne e bambini, prima
di arrivare coi loro scafisti sulle nostre coste, vengono spesso prelevati e
utilizzati come serbatoio di organi prima di finire sulla strada. Manovalanza
camorrista, cliniche e addirittura personale delle ambasciate complici.
È un argomento che scotta, non se ne vuole parlare, certe cose non pos-
sono avvenire in un paese europeo. Ma Santa non sta zitta, grazie alla sua
associazione composta di volontari alza tanta polvere da non poter essere
più ignorata. Scattano i primi arresti.
Mi parla di una legge.
«Nel ’99, l’articolo 4 della legge n. 91/99 introduce il principio del
silenzio assenso, in base al quale a ogni cittadino maggiorenne viene chiesto
di dichiarare la propria volontà sulla donazione dei propri organi e tessuti,
dopo essere stato informato che la mancata dichiarazione di volontà è con-
siderata quale assenso alla donazione».

– 135 –
WALKABOUT ITALIA

In poche parole, se non dichiarato diversamente, saremmo tutti potenziali


donatori. Risolvendo una volta per tutte il problema del traffico clandestino
di organi e di esseri umani. Il problema è che dopo dieci anni vengono a
mancare i decreti attuativi e la legge decade.
Santa mi racconta come l’Aido (Associazione italiana donazione organi,
tessuti e cellule) lotti per non fare decadere la legge; d’altronde se non ci
fosse il problema non ci sarebbe più la lotta e l’associazione non avrebbe
più ragione di esistere.
Questo è il sogno di Santa. Ecco perché ha chiamato la sua associazione
con il nome di un popolo che non esiste, sogna che la sua associazione
possa smettere di esistere, sogna possano risolvere il problema e scomparire
per tornare ad essere gente comune.
Il gestore del ristorante
dove Santa e l’amica Lucia mi
offrono la cena si ferma un at-
timo al tavolo.
«Sai, lei sta facendo l’Italia
a piedi…».
«Ah, ma allora la signorina
è pedofila…».
Per un attimo anche i pro-
blemi cessano di esistere e ri-
diamo di gusto.

Se volete aiutare Santa a realizzare il suo sogno e Indiani d’Occidente a


scomparire potete donargli il vostro 5 x 1.000, o fare un versamento su
conto corrente bancario intestato a Indiani d’Occidente Onlus o semplice-
mente rendersi donatori di organi:

c/c bancario presso Banca Prossima Spa.


IBAN IT74B0335901600100000066224
Assegno bancario non trasferibile intestato a Indiani d’Occidente.
Donazione continuativa con bonifico automatico (Rid).
Bonifico a scadenza regolare, con addebito automatico (Rid).
Scegliendo la domiciliazione bancaria o postale (Rid) potrai donare in modo auto-
matico e con cadenze regolari – trimestrali, semestrali o annuali – un importo a
tua scelta a Indiani d’Occidente, senza alcun costo aggiuntivo presso la maggior
parte degli istituti bancari. Scegliendo questa modalità di donazione ci permetterai
di pianificare accuratamente le nostre attività, valutare la fattibilità di nuovi progetti
e garantire l’efficienza ai nostri sportelli.

– 136 –
un fuoco che fa ombra

Più intensa è la luce, più scura sarà l’ombra che proietta, mi ricorda
Goethe.
La luce della Campania è accecante. La costiera amalfitana mi ha lasciata
senza parole. Credo di non aver mai visto tanta bellezza in tutta la mia vita.
Pensavo la Nuova Zelanda naturalisticamente fosse il paese che offrisse
di più, tra quelli che ho avuto la fortuna di visitare finora. Mi devo ricredere.
Anche noi abbiamo laghi, vulcani, ghiacciai e fiordi, e nel mezzo ci sta pure
una qualche repubblica marinara ricca di storia e tradizione.
Fabio, un gentile sconosciuto che segue il mio viaggio via Internet, sa
che sono arrivata in costiera amalfitana e mi contatta direttamente per con-
sigliarmi di passare a salutare un suo amico, il proprietario dell’hotel Maresca
a Praiano. La curva dopo mi ci trovo davanti. Come non ascoltare i consigli
di un destino così sfacciato? Entro, chiedo di Nello, sono amica di Fabio,
mai visto.
Mangio con loro? Certo, avevo giusto fame.
È un bel pranzo, finestre aperte sul blu alle nostre spalle, conversazioni
brillanti nonostante il tepore impigrisca le palpebre. A tavola c’è Sabina,
una donna austriaca. Era venuta a farsi un giro in Italia negli anni Settanta,
partendo dalla costiera, stringe amicizia con Nello e s’innamora del posto e
forse anche di lui. Il resto dell’Italia improvvisamente non le interessa più
e ogni anno torna.
«Tu non poterrre andarrre Positano senza farrre sentierrro degli dèi. È
belissimo! Oggi tu viene casa mia a Furorre, domani faccio vederre strada
per sentierro».
Non mi sogno neanche lontanamente di dirle di no. Uno perché non è
una domanda ma un ordine, due perché se lei torna qui da ormai più di
quarant’anni ci sarà un motivo e lo voglio vedere con i miei occhi.
Andiamo, anche se sto tornando indietro, oramai cosa cambia? Una
manciata di chilometri in più o in meno?

– 137 –
WALKABOUT ITALIA

C’è un incendio sulla montagna. Un signore mi dice che ci avevano già


provato ieri, un altro mi dice che lo fanno sempre, un altro di cambiare
strada perché lo vogliono lì. La domanda nasce spontanea: «Chi?».
«La camorra».
«Ah… E perché?».
Uno mi dice perché bruciano le reti che proteggono la caduta massi,
così poi otterranno un appalto per rifarle, lo fanno tutti gli anni. L’altro mi
dice per far fare straordinari ai vigili del fuoco. L’altro perché devono bru-
ciare l’orto di quello che sta lì.
Chiedo a Sabina che risponde pragmaticamente: «Non chiederre, è come
se tu averre difetto e semprre tutti fare notarre».
Tra me e me penso che il difetto non è proprio un brufolo, ma un cancro,
e che forse è meglio “farre notarre” e operare prima che diventi mortale.
Cambiamo strada e saliamo centinaia di gradini fino a Furore, esattamente
sopra l’imbocco del fiordo che avevo passato qualche ora prima. Sabina
d’estate occupa la casa di Nello, che gestisce l’hotel al mare, e gli coltiva
l’orto. È orgogliosa dei suoi pomodori e delle sue zucche, amore materno
verso i suoi frutti, compreso il figlio Johannes, che è talmente bello che
quasi si mimetizza col panorama.
Non ho mai visto tanto mare tutto insieme. Da qui si percepisce che la
terra è rotonda. La linea di confine tra cielo e mare si smussa agli angoli.
Vivere qui è come navigare e la costiera una grande barca.
Scendere dal letto con le finestre spalancate sul blu e tuffarsi nel paesag-
gio, rinfrescata e rifocillata dalla colazione preparata dall’amorevole e au-
tocratica austriaca per ripartire verso il sentiero degli dèi. Entro in silenzio
nell’Olimpo, da sola.
Un cartello lo sconsiglia a chi soffre di vertigini. Io. Cazzo.
Non è né pericoloso né difficile, ma sei sospeso su un lembo di terra e
poi il baratro sul blu, mare e cielo formano un tunnel e tu quasi sospeso in
aria a camminarci dentro.
È veramente “belissimo”, aveva ragione Sabina e sono felice di averla
ascoltata.
Arrivata in cima, sfido tutte le mie paure e decido di scalare un ultimo
picco per giungere sul punto più alto e avere una visione a 360 gradi. Come
una bambina che sta rubando qualcosa, corro cercando di non pensare.
Salgo in fretta, non posso sedermi e godermi il panorama, altrimenti vomito,
e comunque è quasi arrogante poter pensare di godere di tanta bellezza
sola con gli dèi. Ma soprattutto mi tremano le gambe, saluto Eros e Dioniso,
i miei preferiti, e dopo mezzo minuto di contatto diretto con il divino
scendo nuovamente tra gli umani per conoscere Enzo.

– 138 –
UN FUOCO CHE FA OMBRA

Enzo fa il porter a Positano, la cittadina fatta di scale. Sale e scende i


gradini scaricando bagagli Luis Vitton negli hotel a cinque stelle, tutto il
giorno tutti i giorni in stagione. Lavoro di merda, ma mi svela il trucco.
Dalle buie retrovie dove l’accesso è consentito solo agli addetti ai lavori ci
sono ripide salite che può fare caricando i bagagli sulla sua macchina elet-
trica. Oggi scarica me alla marina per venire a riprendermi quando ha
finito di lavorare. Questa retrovia sembra la soffitta sudicia di Dorian Gray,
dove il suo ritratto s’imbruttisce mentre lui se la spassa tra lussuria e cocaina
alla marina, o i retroscena dei parchi di divertimenti o i bug dei videogame,
un tunnel che si sono dimenticati di chiudere in Tomb Rider.
Enzo, probabilmente l’unico anarchico di Positano, vive in una casetta
di legno prefabbricata che si è costruito da solo. La casa è viva, mi chiede
se la notte l’ho sentita muoversi. Di giorno, col caldo, si espande e di notte
si contrae. No, non ho sentito niente, troppe emozioni.
In poche ore sono passata dagli dèi dell’Olimpo ai presunti tali in terra.
I soldi fanno quest’effetto. La statua della Madonna esce dalla chiesa in
processione e non sfigura tra le donne di plastica che si chiedono che
scarpe indossi sotto alla sua tunica.
Un altro incendio alle spalle della sfilata. Ci vuole un po’ prima che gli
sguardi impegnati a cercare le firme sugli abiti degli altri manichini in va-
canza se ne accorgano. Appena lo fanno, alzano lo sguardo e scattano una
foto che è già su Instagram con la tag #Positano #holiday #fire.
Lascio Enzo, l’anarchico, nella sua splendida semplicità. È vivo quanto
la sua casa.
Il resto degli zombie continua a orgiare con Dorian mentre risalgo dagli
dèi e scavalco l’Olimpo per entrare finalmente nel Golfo di Napoli.
Sento ancora gli elicotteri in lontananza, cercano di spegnere l’incendio
che oramai ha attecchito su tutta la montagna. Un fuoco che fa tanta, tanta
ombra.

– 139 –
l’epicentro

Erano circa le quattro di mattina di un giorno di maggio a Melbourne e


come tutte le sere tornavo dal club stanca ma felice di aver riempito la
borsa di pineapple*. Abitavo in centro ed ero l’unica stripper che andava a
lavorare in bici. Non mi vergogno di essere stata una spogliarellista. Noi
sfruttiamo le fantasie degli uomini invece delle risorse umane o naturali del
pianeta, senza procurare danni irreversibili.
Chiuso il lucchetto della bici alla ringhiera sotto casa, come tutte le notti
mi fermavo da Simon a prendere un tè caldo e fare quattro chiacchiere con
lui prima di andare a dormire.
Quella notte Simon non c’era, ma nel buio di Flinders Street c’era un
gruppetto di ragazzi a guardare lui. Boccoli neri fino alle spalle, inventava
una strofa su chiunque passasse, ironico ma senza offendere, accompa-
gnandola con qualche nota di blues e sperando di ricevere qualche spiccio
in cambio di una risata. Speranza, non disperazione. Sono attratta dalla sua
voce magnetica, se gli do una pineapple svelo subito le mie intenzioni. Sì, lo
voglio portare a casa, ma devo giocarmela bene. Apro il portafoglio e ap-
pallottolo cinque dollari da lanciare nella custodia della chitarra aperta a
terra. Mi guarda e intona la parola beautiful mentre la sua corda del Sol si
spezza stonando, apre la bocca in un sorriso imbarazzato e improvvisamente
sembra giorno.
In inglese la corda del Sol è la G string, ma un G string è anche un peri-
zoma. Io potevo offrirglieli entrambi. Lo guardo sorridendo: «Ho un G
string a casa, abito proprio qui sopra, te lo vado a prendere, torno subito».
Coglie la battuta al volo: «Che tipo di G string?», chiede alzando il soprac-
ciglio con sguardo malizioso. Scoppiamo a ridere entrambi spezzando la
tensione. Gli spiego che sto imparando a suonare e che ho appena comprato
una confezione di corde, gli regalo il Sol volentieri. Mi dice di portarlo giù

* “Ananas”, slang per indicare le banconote gialle da 50 dollari.

– 140 –
L’EPICENTRO

insieme alla chitarra. Mi può insegnare qualcosa, se voglio. Improvvisamente


non sono più stanca. Mi fiondo sull’ascensore, entro nel mio minuscolo ap-
partamento disordinato prendo chitarra, G string in mano e l’altro addosso,
una bottiglia di vino dal frigo e scendo. Ci sediamo per terra sul marciapiede,
mi spiega due accordi con la lentezza calcolata sufficiente a far annoiare il
piccolo pubblico che si era creato. Ci lasciano soli. Finita la bottiglia. Se ne
vuole ancora può salire da me, chiedo incrociando ogni dita a mia disposi-
zione. Perché no? Per le prossime cinque ore non la smettiamo di parlare
guardandoci negli occhi. Le nostre bocche si avvicinano insieme alle nostre
anime fino a finire una dentro l’altra. Entra un debole filo di luce dalla fi-
nestra, è già giorno e lui sembra ancora più bello, ma anche più giovane.
Troppo giovane? Ventisette anni mi dice, cinque in meno di me, si può
fare, il bacio che mi zittisce mi stende sul letto. Mi spoglia con fantasia e
inesperienza, facciamo l’amore senza smetterla di guardarci negli occhi e
sembra che sia sempre stato dentro di me.
È già quasi pomeriggio, non abbiamo chiuso occhio e se ne deve andare,
il fratello fa il contadino in campagna e gli aveva promesso di raggiungerlo
per un paio di settimane. Ho un cuore di legno appoggiato sopra al letto.
Gli dico che gli appartiene, ma che deve prendersene cura e riportarmelo
intero quando torna. Lo promette solennemente uscendo dalla stanza e
sussurrando «Ti amo».
“E non hai capito ancora come mai, gli hai lasciato in un minuto tutto
quel che hai… però stai bene dove stai”, risponde De Gregori.
Senza neanche rendermene conto gli ho già detto «anch’io» che non
pensavo di potermi innamorare di nuovo, non in una notte, non dopo l’ul-
tima tragica storia. Conto i giorni al suo ritorno, a ogni messaggio un
tumulto nello stomaco pieno di farfalle. Non ce la fa a stare via due setti-
mane, passa qualche giorno e me lo vedo spuntare sotto casa. Senza nem-
meno parlarne iniziamo a condividere tutto, a partire dal mio minuscolo
appartamento. Artista di strada irlandese e spogliarellista italiana innamo-
ratissimi e fragili come una corda di Sol. Creiamo il nostro segreto, “the
bubble”, la bolla, viviamo a dieci metri sopra il cielo felici, dentro alla
società ma invisibili ad essa, per fare in modo che non ci dissolva. Ma una
bolla di sapone prima o poi scoppia. Chris presto mi svela di non avere
ventisette anni, ne ha solo ventitré e non ha nemmeno un visto per rimanere
in Australia, completamente squattrinato e senza prospettive concrete se
non una poesia al giorno, tanti sogni e tantissimo amore. Improvvisamente
Francesco, il mio ex lasciato in Laos, si fa risentire. Con lui condivido un
cane e un gatto, un enorme sound system, quattro anni di vita, un ristorante
e la stessa età. Mi giura di essere cambiato. Per una volta nella vita faccio

– 141 –
WALKABOUT ITALIA

una scelta razionale. Lascio Chris e torno in Laos. Non lo farò mai più. Es-
sere razionale, intendo. Ho fatto la cazzata più grande della mia vita.
Gli uomini non cambiano, diceva Mia Martini, e aveva ragione. Francesco
non ha ancora imparato ad amare e io non ho ritrovato la pazienza che
avevo già perso prima di andarmene. Faccio di tutto per farmi perdonare
dal mio giovane irlandese, ma la bolla si è spezzata e anche il suo cuore.
Dopo un paio di mesi sembra finalmente riesca a convincerlo e lo raggiungo
a Hong Kong, ma fondamentalmente non è mai riuscito a perdonarmi e lo
capisco. Ercolano non è solo stata travolta dal vulcano, ma è anche l’epi-
centro di tutti i miei terremoti sentimentali, avendo dato i natali a Francesco.
Sono stata invitata dal suo migliore amico e dalla dolcissima moglie Rita.
Abitano al piano di sopra dei miei “ex suoceri”, e prima di essere sgamata
per caso sulle scale e fare una figuraccia mi vado a costituire salutandoli
spontaneamente. Il padre Ciro oramai in pensione si diverte a creare i pae-
saggi della natività in sughero, per intrappolarli sotto a campane di vetro se-
condo la tradizione napoletana e a dipingere. Ora è nel garage alle prese
con un paesaggio di mare che gli sta venendo particolarmente bene. Non mi
riconosce subito. Sono cambiata. Il viola messo sui capelli a Corleone è
sbiadito in un biondo chiarissimo, capelli corti come non li ho mai avuti e se
non avessi seno passerei per un ragazzo. Taglio antistupro, lo chiama Marco.
A Ciro, dopo il primo attimo di confusione, si riempiono gli occhi di la-
crime: «Darinka!!! Cosa ci fai qui! Quanto tempo! Che piacere!». Parliamo
fino alla commozione di entrambi, si spiace per come siano andate a finire
le cose con il figlio, gli dico di non preoccuparsi, non era destino. Come la
maggior parte delle persone della sua età non capisce cosa stia facendo in
giro a piedi e senza soldi, ma è sinceramente felice di vedermi, e anch’io. In
lui rivedo il lato del figlio che amavo. Tenerezza e creatività.
L’indomani, prima che io riparta, si presenta a casa dei coniugi che mi
ospitano mentre sto ancora dormendo e lascia a Rita una busta per me. Rita
neanche troppo intimamente spera che la mia storia d’amore con l’ercolanese
che detiene i due poli opposti del mio cuore non sia finita e sento che mi
vuole bene davvero. Il sentimento è reciproco e siamo entrambe emozionate
all’addio sulla tromba delle scale dell’epicentro. Dice di avere una busta da
parte di Ciro. Dentro ci sono 100 euro per offrirmi il caffè. Il regalo mi ap-
panna lo sguardo di emozioni, ma non posso accettarlo. Viaggiare senza
soldi è stata una scelta. Una regola del gioco che mi sono inventata.
Il caffè nel napoletano è la metafora di tutto. Se bisogna discutere per
mettere a posto le cose ci si va a fare un caffè, se si vuole aiutare qualcuno
gliene si offre uno, se con uno non parli di certo non ci vai a bere il caffè in-
sieme, ed eventualmente per festeggiare una giornata fortunata lo si può

– 142 –
L’EPICENTRO

anche lasciare offerto al bar, come un’offerta scaramantica ai bisognosi,


forse noi stessi in futuro.
Delle mie decisioni sbagliate la colpa non è di Francesco, né di Chris, né
della vita. Io sono l’unica responsabile e la vendetta che sto consumando in
realtà è nei miei confronti. Quella che devo imparare a perdonare veramente
sono me stessa. Accettare il fatto di aver sbagliato, che la bolla sono stata io
a romperla, e che non si può rifare. Forse ce ne sarà un’altra, ma quella è
esplosa e il sapone seccato nel dolore. Farne tesoro e andare avanti anche
se è tanto difficile.
Darinka perché cammini? E come facevo a spiegarlo se io stessa ci ho
messo 2.000 chilometri per capirlo?
Ma io sono complessa quanto Napoli e se avessi intenzione di rimanere
qui fino a quando non avrò capito entrambe ci potrei morire. Inutile provare
a spiegarci o pensare di avere l’arroganza di provare a descriverci. Credo si
potrebbe dire qualsiasi cosa su di noi e poterebbe essere vera tanto quanto
il suo esatto contrario.
L’unica verità oggettiva è che Napoli è sporca, ma la sfida è riuscire a
spingere lo sguardo oltre, e la bellezza è nascosta in ogni angolo. Napoli
come Marylin Monroe che ti mormora sensualmente tra la spazzatura e un
bacio rubato che se non riesci a sopportare il suo peggio, puoi star certo
che non meriti il suo meglio. Napoli è un teatro a cielo aperto. Vita e morte,
gioia e dolore, odio e amore si mescolano insieme allo zucchero nel caffè.
Musica.

– 143 –
WALKABOUT ITALIA

I napoletani ci sono nati e la sanno suonare, cantare e ballare, se a uno


non piace il frastuono può evitare di venirci. Io di certo non sono in grado
di partecipare a questa tammurriata, ma di certo ascoltarla e ammirarla è lo
spettacolo più affascinante a cui abbia mai assistito.
Ma forse Napoli è solo un sogno che muore all’alba o quando si sveglia
il Vesuvio. E forse per questo i napoletani sembrano non temerla, la morte,
con il vulcano più prepotente d’Europa fiero alle spalle a ricordargli quanto
sia effimera questa nostra permanenza sulla terra. Quindi tanto vale godersi
ogni minuto dello show.
Lasciarla è come chiudere un barattolo di Nutella. Non sono soddisfatta,
ne voglio ancora, a ogni passo che mi allontana voglio allungare la mano
per prenderlo, ma inizia a sfuggirmi e so che comunque non ne avrei mai
abbastanza. Napoli, un’altra Palermo. Le capitali del regno. Sogno una
macchina del tempo. Duecento anni fa per viverle al massimo o un anno e
mezzo per rivedere la nostra bolla.
Se la strada è maestra di vita, pensavo di essermi iscritta al dottorato, in-
vece sono ancora alle elementari. Quanti altri chilometri dovrò percorrere
per riuscire a perdonarmi? La realtà è che agosto è agli sgoccioli, quasi
2.000 chilometri alle spalle, e non ho ancora fatto la mia marcia su Roma.
Prenderò la via Francigena per evitare asfalto e inverno in un colpo solo.
La mia mente non può evitare di volare sulle strade che non ho ancora
preso e che in questo viaggio non riuscirò a prendere. La mia lotta contro
il nulla non può morire con l’inverno. Le parole di José Saramago sbocciano
tra le meningi e mi danno la risposta definitiva.
«Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:
“Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è
solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di
nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in
estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima
volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cam-
biato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti, per
ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il
viaggio. Sempre».
I fiori torneranno a schiudersi, insieme ai sogni e le strade saranno ancora
là ad aspettarti, in primavera. Il vento si placa, il cielo si apre sui vigneti. La
quiete dopo la tempesta mentre il Vesuvio scompare all’orizzonte.

– 144 –
non c’è niente di cui
avere paura

Certo, sono italiana, ma per la metà della mia vita non sono stata qui.
Non guardo la televisione, i politici li conosco solo tramite l’ironia di Crozza
che seguo sempre con piacere da lontano su YouTube, la metà delle volte
che mi parlano dei “famosi” non so che faccia abbiano, e altri come Walter
Nudo li conosco solo perché mia nonna ne è perdutamente innamorata.
Ora, dopo aver speso soli pochi mesi in Italia, non posso pretendere di
aver recuperato i quindici anni in cui non ci sono stata, né posso permettermi
di giudicare. Ho però notato una cosa che piace molto fare a questo popolo.
Sembra che noi, dall’alto della culla della “civiltà”, abbiamo il diritto divino
di porci al di sopra delle parti.
Sento spesso generalizzare sui comportamenti di francesi, tedeschi,
inglesi, cinesi, americani, per non parlare dei nordafricani. Quando poi i
contatti reali avuti da questi giudici super partes con gli “alieni” sono pres-
soché nulli. Ho camminato nel mezzo di strade affollate da cinesi e maroc-
chini. L’ho fatto qui. L’ho fatto in Marocco, e l’ho fatto in Cina, e la diffe-
renza è la diffidenza. Al limite al loro paese ti guardano incuriosito.
Se noi, dopo essere passati dalle centrifughe mediatiche propagandistiche
e demonizzanti, abbiamo paura di loro, posso solo immaginare che effetto
la nostra paura possa avere sugli stessi. Mostri con la sola colpa di essere
nati dal lato “sbagliato” del Mediterraneo.
Vengo spesso messa in guardia dallo straniero e cerco di non farmi in-
fluenzare da racconti di stupri e rapine che l’uomo nero sembrerebbe così
incline a compiere.
Questa è decisamente la cosa che mi piace di meno di questo paese.
Forse generalizzo, ma ovunque sia stata in Italia ho notato la tendenza a
giudicare tutto ciò che è diverso da noi in modo negativo. Dall’immigrato
al vicino di casa con usi e costumi originali. Quando mi si chiede da dove
sia passata e che esperienza abbia avuto con i calabresi o i napoletani, per

– 145 –
WALKABOUT ITALIA

esempio, non posso fare a meno di esternare il mio entusiasmo nei loro
confronti e noto quasi un’espressione di delusione nello sguardi dell’inter-
locutore, secondo cui gli uni sono rimasti all’età della pietra e gli altri in-
cantatori di serpenti di professione.
L’Agro Pontino dovrebbe essere un covo di fascisti agguerriti.
Vengo ospitata gratuitamente da un campeggio entrandoci al buio, mi
viene offerta una pizza e la colazione, piovono sogni. Ettore, che mi aveva
ospitata a Itri, mi aspetta all’arrivo della tappa successiva. Dopo essersi fatto
una doccia chiarificatrice, si rende conto di aver perso un’occasione unica,
non avendo contribuito alla scatola magica. Testuali parole: «Ho pensato…
e se tu fossi una fata, passata da casa mia con il potere di avverare i miei
sogni? Ho dovuto inseguirti per darteli!». Mi fermo a un bar a riempire
l’acqua, mi chiamano “distributrice di speranze”, mi offrono da mangiare e
scrivono tanti biglietti da aggiungere alla mia collezione di desideri.
Latina dovrebbe essere la capitale del “male” per eccellenza.
Ci arrivo dopo 46 chilometri ombreggiati da pini marittimi sull’Appia,
una bella ma monotona campagna. Qualche fenicottero a eccitare i miei
passi di tanto in tanto. Per non annoiarmi ricorro al trucco della batteria.
Immagino le mie gambe come dei pedali e la terra la pelle tirata della gran-
cassa, cammino a ritmo di musica. Arrivo in fretta.
Per un malinteso rimango senza tetto un paio d’ore prima di entrare in
città, e lancio una manciata di richieste di ospitalità su Couchsurfing. Nel
giro di mezz’ora la gente fa a gara ad accogliermi. Accetto la prima offerta,
rifiutandone a malincuore altre cinque.
Non siamo finiti a parlare di politica con i miei benefattori. Forse sono
stata fortunata a incontrare “rari casi non affetti da fascismo acuto”. Ma ho
smesso di credere alla fortuna.
Volete continuare a pensare che Latina sia un’inospitale schiera di de-
stroidi incalliti, che i napoletani siano tutti dei ladri, i calabresi chiusi e dif-
fidenti, i francesi altezzosi, gli inglesi antipatici, i cinesi sporchi e i marocchini
stupratori?
È vero che a Latina vince la destra, ma forse invece di soffermarsi allo
sterile pregiudizio andrebbero ricercati i perché storici, e mi viene in mente
una bellissima frase che lessi sull’insegna di un ufficio di traduzioni a Kashgar
(Xing Jang, Cina): “In life nothing is to be feared, it is only to be understood”.
Nella vita non c’è niente di cui aver paura, è solo da essere compreso.
Credo che i perché storici, in questo caso, siano più che comprensibili,
essendo Latina una città creata negli anni Trenta sopra a territori bonificati
dai più poveri di tutta Italia, sopraggiunti nell’Agro Pontino per creare

– 146 –
NON C’È NIENTE DI CUI AVER PAURA

spazi inesistenti e costruirci, con successo, il loro futuro. Allora perché non
smontare l’invalicabile montagna delle ideologie che ci separa, per poi ren-
derci conto invece di quanto ci accomuna demolendo i pregiudizi.
Se poi per caso fossimo interessati a parlare di verità oggettive, una volta
entrata nel Lazio la spazzatura che mi ero tanto abituata a vedere ovunque
è diminuita sensibilmente.
C’è stata Heli, la mia migliore amica, una fotografa finlandese a trovarmi
nei giorni scorsi. Mi raccontava di come in Finlandia sia pratica sportiva
nazionale il “lancio del Nokia” e le ho risposto che il nostro sport nazionale
ufficioso è il lancio del frigorifero.
Roy Batty in Blade Runner direbbe: «Ho visto frigoriferi in posti che voi
scandinavi non potreste immaginarvi, frigoriferi e forni in vallate irraggiun-
gibili, illuminate solo dalle costellazioni di Orione, frigoriferi in fiamme
spegnersi tra uliveti nel buio alle porte di Tannhäuser. E tutti questi frigoriferi
andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. O forse no, dato
che non sono biodegradabili. È tempo di morire».
Quindi, se poi all’estero sentissimo dire che l’Italia è sporca e l’italiano
razzista e bigotto, certo è generalizzare, ma io non mi offenderei.
Ma poi in fondo, cosa volete ne sappia io… Ex stripper di origini slave.

– 147 –
il circo montico

La meravigliosa coppia che mi ospita a Latina mi vieta di fare la via Pon-


tina verso Aprilia perché troppo pericolosa. Ascolto il consiglio e cambio
itinerario all’ultimo minuto, incamminandomi verso Cisterna. Ovviamente
c’è una ragione che ancora non conosco per questo cambio di percorso.
Dalla strada vedo dei leoni in una grossa gabbia poggiata su un grande
prato e un cancello aperto sulla strada verso di essa. Entro di sottecchi in-
curiosita. Un uomo distratto mi passa a fianco camminando verso un cara-
van, attiro la sua attenzione chiedendogli se posso fare delle foto agli animali.
Sobbalza sorpreso e mi chiede come abbia fatto a entrare. Gli indico inno-
centemente il cancello aperto. Mi chiede se sono un’animalista e gli rispondo:
«Chi non lo è?». Sorride e mi concede le foto. Si chiama Gaetano, è un
arzillo settantenne che dopo aver speso una vita nel circo ora si dedica al-
l’insegnamento. Quella sotto ai miei occhi è una scuola per ammaestratori
a livello europeo. Mi spiega che molti animalisti ce l’hanno con loro, ma
loro amano questi animali e li rispettano, d’altronde se li trattassero male
gli si rivolterebbero contro. Certo sarebbe meglio fossero nati nelle savana,
ma sono cresciuti in cattività e ora non sono altro che dei gattoni giocherel-
loni con tanta fame. D’altronde che altro potrebbe fare Gaetano? È cresciuto
nel circo, questo è il suo mestiere da sempre.
I leoni vivono dentro una gabbia solo un po’ più piccola rispetto a quella
del nostro grande Truman show.
Ci entra dentro e i leoni seguono i suoi ordini impartiti con dolcezza
senza ribellarsi. C’è Simba, il più grande, poi Giulio, Alessio e la signorina.
Rido per i nomi alquanto buffi, mi godo lo spettacolo, ringrazio e saluto il
signor… “Montico!!!”.
Vede la mia mascella penzolare di stupore e mi chiede se lo conosca di
fama. No, sono sorpresa perché tranne i miei parenti diretti è il primo
Montico che conosco in vita mia. Non è un cognome comune.

– 148 –
IL CIRCO MONTICO

Esce dalla gabbia altrettanto sorpreso. Parliamo delle origini delle nostre
famiglie, entrambe friulane, mio nonno era un partigiano, soprannominato
“Fulmine” per la sua lestezza, rifugiatosi in Piemonte per sfuggire alla taglia
che pendeva sulla sua testa. Il padre di Gaetano invece era fascista emigrato
a Latina. Una storia da film. Le probabilità di essere parenti sono oggetti-
vamente buone, essendo i Montico in pochi e i nostri originari di Sesto al
Reghena, un paesino che conta meno di 6.000 abitanti.
Ora so perché sono passata di qua. Per conoscere il mio lontano cugino
domatore di leoni. Mi porta nell’ufficio e mi racconta della sua vita nomade.
Cinquantacinque anni in viaggio. Parla undici lingue. Apparentemente il
circo Montico è uno dei più conosciuti sul panorama circense europeo.
Vendono i loro numeri ai circhi di tutto il vecchio continente e i due figli,
Rudy e Denny, sono infatti ora in tournée. Mi prende la mano e la legge
senza azzeccarne una, non si può pretendere troppo, la sorte ha già dato
abbastanza per oggi.
Starei ore ad ascoltarlo, ma mi aspettano a Cisterna per cena e sono co-
stretta a salutarlo. Sognante, immaginandomi un possibile futuro o passato
nel circo, trovo che la storia del mio nuovo parente acquisito si addica
molto a quella della nostra famiglia, che a quanto dice papà ha origini zin-
gare. Il bisnonno di Gaetano s’innamorò di una donna del circo mentre il
mio di una zingara ed entrambi abbracciarono lo stile di vita delle compagne.
Sicuramente il nomadismo ci è rimasto nel sangue.
Racconto subito l’incredibile incontro a mia zia Anna, che impersona
alla perfezione il sangue gitano che scorre nelle nostre vene, dividendo la
sua vita tra Spagna e Indonesia, e mi dice di ricordarsi del circo Montico.
Era passato per Stresa durante la sua infanzia, e già ai tempi si era preparata
a scappare con loro, voleva fare la trapezista, poi si rese conto di soffrire di
vertigini e rinunciò.
Non passare da Aprilia
è stata un’idea fantastica,
perché oltre ad avermi por-
tata dal signor Montico mi
permette di passare dalle
pittoresche colline dei Ca-
stelli romani ed evitare
molto asfalto, ma il perché
di questa deviazione come
al solito l’ho capito solo per
strada.

– 149 –
basta!

Quando arrivo nelle città mi piace perdermi. Senza mappa, giro guidata
dai sensi, ammirando quello che mi sta intorno, invece che le fattezze delle
cartine. Solitamente non mi faccio accompagnare da chi mi ospita, perché
preferisco prima esplorare senza filtri e scoprire gli angoli da fotografare
con calma, senza influenze esterne.
A Roma non sapevo più da che parte guardare. È sicuramente la città
più bella che abbia mai visto. Quale città al mondo ha una strada costruita
duemila anni fa che ti porta direttamente nel suo cuore pulsante? L’Appia
Antica è costeggiata da mausolei, resti di ville romane, volti di duemila
anni fa scolpiti nel marmo che osservano il mio passaggio imperturbabili.
La storia si respira nell’aria. Allo stesso tempo non si può non notare il
contrasto con la civiltà che invece di essere andata avanti sembra aver fatto
marcia indietro. Il cuore palpita, ma il cervello è in coma. Il contrasto tra
passato e presente, tra bellezza e sterilità è netto. Sembra che i romani
vivano in un museo impolverato da sfruttare e vendere ai turisti senza ren-
dersi conto che l’hanno costruito loro e che quindi non può essere solo
tale. È una casa da vivere, preservare e continuare ad arredare con lo stesso
gusto dei predecessori.
Capitale specchio veritiero di una società malata di vizi, bei vestiti,
plastica e televisione. E ve lo dico in tutta onestà, se non avessi senso del-
l’umorismo Roma da sola non è piacevole da girare. In quattro giorni di
lunghissime passeggiate da Trastevere a Pigneto, da piazza di Spagna al
quartiere ebraico, ho perso il conto degli apprezzamenti alquanto coloriti
di chi mi credeva straniera e inconsapevole dedicati alle mie “poppe”.
Eppure trovo triste che l’unico sfogo evidente della creatività umana a
Roma sia l’approccio scurrile col gentil sesso. In questi mesi ho fatto indi-
gestione di umanità e Roma è la goccia che fa traboccare il vaso. Chi ha vo-
tato Berlusconi? Chi mi offre un gelato perché mi scambia per una di X-

– 150 –
BASTA!

Factor? Chi nasconde una brava persona dietro ad aggettivi volgari perché
così fan tutti? Chi spettegola della sua vicina di casa davanti a una statua
del Bernini? Chi mi chiede “le credenziali del pellegrino” invece di credere
ai calli sui miei piedi?
Basta! L’idea che se ci comportiamo come se vivessimo nel mondo dei
nostri sogni esso si adeguerà a noi è altrettanto valida per gli incubi.
Negli ultimi cinque mesi come una spugna mi sono riempita di umanità
e di storie, poi spremuta per assorbire ancora. Ora sono satura, assorbo ma
non esce più niente. Ho bisogno di stare da sola per un po’. Ho voglia di
intraprendere un viaggio diverso, un viaggio senza chiasso, un viaggio
dentro di me.
Allora faccio domanda alla confraternita di San Jacopo di Compostela
per ottenere le credenziali del pellegrino che dovrebbero aprirmi le porte
della via Francigena. Le hanno finite e dovrei aspettare un paio di settimane,
ma dicono che basta una lettera di presentazione scritta da un sacerdote.
Non è difficile trovare un sacerdote a Roma: lo trovo, e quando gli spiego
che mi serve la certificazione di pellegrina, poverino, neanche lui sa cosa
scrivere. Sembriamo Troisi e Benigni che scrivono la lettera a Savonarola.
Timbro della sua parrocchia. Fatto.
Da domani abbandono l’asfalto e con esso voglio lasciare anche la società
alle spalle, fuori da me e dai miei passi. Almeno per un po’. Ho fatto una
scorpacciata di parole, voglio austerità. Non credo di essere pronta per
questo, come non ero pronta per iniziare questo viaggio prima di partire,
quindi tanto vale farlo e basta.
Diario del capitano, data
astrale 10 settembre 2014.
Abbiamo raccolto un se-
gnale d’emergenza, cambio
rotta, allacciare le cinture,
si parte per un viaggio in-
teriore.

– 151 –
i sogni

Generalmente si sogna qualcosa che non si ha. Che cosa si sogna in


Italia? Giustizia, realizzazione professionale, meritocrazia, rispetto per la
natura, ricchezza e soprattutto serenità. A volte salute, a volte amore,
perduto o da conquistare.

Sarei curiosa di intraprendere un cammino simile a questo in un paese


scandinavo e vedere cosa sognano lassù. Probabilmente a volte salute, a
volte amore e di vivere al caldo, ma con il welfare nella valigia.
I sogni degli italiani sono una denuncia sociale.
Durante il mio cammino ho incontrato chi ha smesso di sognare, chi si
limita a farlo e chi invece con seria dedizione lotta giornalmente per tra-
sformare i propri desideri in realtà.
Scorrono davanti ai miei occhi come le pagine di un libro aperto nel
vento i loro mille sguardi infiammati. A partire da Cosimo a Corleone, che

– 152 –
I SOGNI

lotta attivamente giorno dopo giorno per dare una nuova immagine alla
sua amata città, passando da Bernd, lo scultore tedesco che vive il suo
sogno di simbiosi con il cosmo nelle magiche grotte di cava di Ispica, da
Raffaella, che affronta la paura giornalmente gestendo terreni sequestrati
alla ’ndrangheta, fino a Santa, che sola contro tutti denuncia il traffico
illecito di organi, facendo scattare arresti come fossero tessere del domino
senza scrupoli passando da ospedali e ambasciate.
Questi personaggi, e tanti, tanti altri, non sbiadiscono mentre mi allontano.
Non abbiamo la serenità perché il sistema ce l’ha rubata. Siamo tutti im-
pegnati a correre su un tapis roulant per rimanere sempre fermi, e se ci si
stanca si va indietro e si cade, e ci hanno insegnato ad avere paura di
cadere. Ce l’hanno venduto come “progresso” e si sono dimenticati di dirci
come si spegne.
Alcuni dei miei eroi sono caduti dal tappeto infinito, si sono fatti male e
poi si sono rialzati liberi, altri hanno alzato lo sguardo per accorgersi che
basta saltare giù.
E io dove sto camminando? Sono sicura di essere scesa dal tapis roulant?
Perché se non l’ho fatto potrei andare avanti all’infinito senza arrivare da
nessuna parte.
Testa satura, cuore confuso, dubbi che mi corrodono l’anima. Se ne è
accorto anche il fisico, che si è ammalato. Febbre, tosse e raffreddore. Sono
contenta che quantomeno ce ne siamo accorti tutti insieme. Almeno tra di
noi c’è un’ottima sintonia.
Sono ospite della migliore amica di un caro amico appena sopra a Roma
e posso stare tranquilla fino a quando non mi sentirò meglio. Dieta di aglio
e cipolla e in tre giorni mi tornano le forze. Ho tempo libero come non ne
ho da mesi e faccio una cosa che non faccio mai. Logistica a lungo termine,
scrivo ogni tappa da qua a casa: trentacinque. In trentacinque giorni potrei
essere sul Lago Maggiore. Il sito della via Francigena è fatto molto bene,
indica tutti i luoghi che offrono un tetto ai pellegrini. Religiosi o meno.
Mando e-mail con richieste di accoglienza indistintamente. Non sono cat-
tolica, ma credo in Dio e sono disposta a condividere le mie scelte e ad
ascoltare con interesse quelle di un frate. Vorrei vedere con i miei occhi la
vita di un monastero, cercando di carpirne l’essenza. Forse la scelta di pro-
seguire in silenzio non è poi tanto diversa dalla loro.
Trovo accoglienza in quasi tutti i punti richiesti. Tranne un paio.
A Vetralla, un’associazione non solo mi rifiuta ospitalità dicendo che la
mia mission ( la chiamano così) è diversa dalla loro – in quanto secondo
loro il mio non sarebbe un cammino serio perché non di riflessione e di re-

– 153 –
WALKABOUT ITALIA

visione critica del passato e di ricollegamento a Dio Padre misericordioso


– ma minacciano di mettere in guardia l’Associazione Europea delle Vie
Francigene dall’accettare “simili singolari richieste”. Più avanti sul percorso
un prete mi risponde facendosi beffa del messaggio evangelico che se non
posso lasciare un’offerta non potrò essere ospitata.
Ma qual è la mia strada? I miei eroi non lasciano perdere. Ho intenzione
di presentarmi da entrambi. Chi non mi accetta forse mi può insegnare
qualcosa che non so. La mia strada sono i sogni. E se sogno un mondo
senza pregiudizi, allora mi devo comportare come se già ci vivessi, in modo
che esso si adegui. Perché chi mi ha sbattuto la porta in faccia senza neanche
guardarmi negli occhi ci pensi due volte la prossima volta che qualcuno
busserà di nuovo alla sua porta, perché non capiti ad altri.

– 154 –
walkaboutsilence:
urla dal silenzio

Il mio silenzio non può essere completo, devo pur presentarmi quando
arrivo a destinazione. Dico il minimo indispensabile e scopro il disperato
bisogno di essere ascoltati.
Solo ora capisco il significato dell’orecchio sulla mia scatola magica, le
porte aperte che ho trovato per strada e il grande calore umano che mi ha
accolta ovunque. Il segreto del mio viaggio è proprio l’ascolto. E per ascol-
tare meglio ho spento anche la musica, la colonna sonora del mio viaggio.
La soundtrack delle lacrime che scendevano ascoltando Bob Dylan, nel si-
lenzio dei monti Sicani, cantare Boots Of Spanish Leather per il suo primo
vero amore e per il mio perso e lontano. Battle Without Honour Or Huma-
nity spingeva i miei passi tra i poster di Gesù e i suoi amici sull’interminabile
106 in Calabria, nel conto alla rovescia di quei cinquecento chilometri
fino a Taranto. Cantando insieme a Fiorella Mannoia Il cielo d’Irlanda
noncurante degli sguardi sorpresi degli anziani mentre attraversavo le città
bianche in Puglia.
Tutte le canzoni di questa playlist hanno avuto il loro momento e ascol-
tandole si srotola davanti ai miei occhi la bobina di un Super8 con tutte le vi-
cende vissute con loro nelle orecchie. Le ho spente, per non distrarmi. Vorrei
ascoltare il mio respiro e sincronizzarlo con quello del mondo. Concentrarmi
sull’aria fredda che entra nelle mie narici ed esce calda sul mio labbro supe-
riore, liberare la mente da ogni pensiero. Trovare il silenzio interiore.
Riesco a farlo per qualche minuto alla volta.
Poi un anfratto assomiglia a un altro già visto. Dov’ero? Cosa pensavo
mentre passavo di là? La vista emula la musica, che viene bruscamente in-
terrotta dal boato emesso da due caccia bombardieri che infrangono la
barriera del suono. Scortano un aereo, paranoia terrorismo, scuse per inutili
spese militari per le quali si tagliano fondi all’istruzione, sanità, ricerca, al-
l’arte. Imparare dalla Costa Rica.

– 155 –
WALKABOUT ITALIA

Altre distrazioni.
C’è una ricostruzione storica con dei teatranti che fanno i gladiatori,
nell’anfiteatro di Sutri. C’è Francesca, è di colore, e c’è l’omino che la pre-
senta alla platea: «È in Italia da nove anni e, bene signori e signori, rullo di
tamburi, Francesca si è laureata!!!». Manca solo che la povera faccia un in-
chino come una simpatica scimmietta da circo. Invece imbarazzata oramai
al centro dell’attenzione indietreggia sperando quest’attimo passi in fretta.
Tutti applaudono. Ma dove cazzo sono finita? Penso allo sguardo di
Django mentre mette mano alla pistola sotto al tavolo.
In qualsiasi paese “normale” Francesca, nera, laureata e disoccupata
come tutti gli altri gladiatori, non sarebbe stata minimamente calcolata,
esattamente come non sarebbero stati calcolati gli altri gladiatori laureati. Ep-
pure l’omino era sicuramente in buona fede, troppo basso per scorgere
oltre il suo bianco narcisismo l’inconsapevole travestimento buonista.
Altre distrazioni.
E tutti quelli che mi fermano per dirmi che ho sbagliato strada, la Fran-
cigena è verso Roma, sono controcorrente senza neanche farlo apposta.
Non vado a Roma, torno a casa! Quale casa? Eccitazione per il rientro e
poi cosa farò? Ancora quale casa?
Distrazioni.
Poi ci sono le mele. Le mele non mi piacevano più, quella frutta inutile
che si mette nelle macedonie giusto per fare volume. Se vai a vedere i vassoi
delle macedonie alle feste e alle mense, pesche, ciliegie e fragole vanno
sempre via per prime, melone, banana, kiwi, tutti spariti… Se non un
cumulo di inutili cubetti di mele, per fortuna inzuppati del gusto di qualche
altro frutto abbandonati sul fondo del vassoio.
Ma quelle lì sono quelle del supermercato, e dove minchia crescono?
Io in giro non le ho viste!
In giro ho visto solo piccole brutte mele deformi, tanto buone da farci la
macedonia solo con loro. Forse quelle dei supermercati crescono diretta-
mente sotto alla luce al neon degli scaffali dove le vendono?!
Distrazioni.
Poi è successo di tutto qua fuori mentre non c’ero. I fichi… standomene
a letto ammalata, mi sono persa una settimana di fichi! Dei quindici anni di
bunga bunga che mi sono persa non me ne frega niente, ma questa settimana
era importantissima e non c’ero!
Sono maturate le noci, le nocciole sono cadute dagli alberi, le foglie sono
un morbido tappeto che scricchiola sotto ai miei piedi, si respira l’autunno
e quei bei sacchettini di dolcissime gemme viola sono esplosi sugli alberi
come fuochi d’artificio, sono caduti e non ho fatto in tempo a mangiarli!

– 156 –
WALKABOUTSILENCE: URLA DAL SILENZIO

Ogni frutto ha un sapore diverso dall’altro, anche se colto dallo stesso


albero. Ora sono meno dolci e più acquosi rispetto al sud. Il clima si
assaggia. La natura è dentro e fuori.
E io posso solo aspettare l’autunno prossimo, per vivere quella settimana.
Ma non sarà la stessa, nuova morte, nuova vita, sempre diversa.
Ti guardi intorno ed è un grande specchio. Da quello che guarda dentro
di me cerco di distogliere lo sguardo. Troppo buio sulla bilancia della luce.
La prova più difficile di questa strada infinita. Ma la natura, da sola, ci da
più informazioni di qualsiasi libro. E su di lei poso la mia mente distratta.
È dall’inizio della storia del pianeta che ci distruggiamo per rinascere, e
ogni volta ci comportiamo come se fosse la fine del mondo.
Per il mondo, che gira allo stesso ritmo da sempre, immagino siamo solo
piccoli ospiti stupidi, maleducati e maledettamente presuntuosi. E quando
deciderà d’inghiottirci definitivamente continuerà a girare e i suoi frutti a
morire e a rinascere ogni anno senza drammi. Potessimo apprendere dalle
stagioni che nascere e morire è il corso naturale degli eventi, e arrenderci
ad esso. Invece no, abbiamo paura di morire, ma soprattutto abbiamo
paura di cambiare e resistiamo addolorandoci invece di abbandonarci e
fluire insieme al resto.
C’è stata una generazione sterile che non ha dato frutti e noi ne siamo i
figli, dobbiamo aspettare che passi questo gelido inverno e se vogliamo un
bel raccolto dobbiamo seminare diversamente. Io, come la maggioranza
dei miei coetanei, non so fare nulla. Non sono figlia della tradizione. Basta
saltare una generazione e la fiamma che arde da millenni si spegne. Non so
cucire, non so farmi un vestito, non so lavorare la terra, non so costruire
nulla. Qualsiasi cosa io voglia me la devo comprare. Poi le so abbinare. La
cannella con le arance, la gonna con gli stivali, infilare il cavo Usb nel iPad.

– 157 –
WALKABOUT ITALIA

Illusione di saper far qualcosa. Sono completamente dipendente dalla


produzione altrui, dalle catene di montaggio cinesi e dal mio gestore di
Rete. Non sono libera. Se a volte penso di esserlo, mi sbaglio, ci sbagliamo.
Illusioni.
Forse potrò diventarlo, ma devo imparare almeno qualcosa da traman-
dare. Poi penso che non vorrei essere mamma, ma mi piacerebbe essere
nonna. Chissà se mi posso geneticamente modificare per fare un nipote?
Distrazioni e Illusioni.
Voglio vivere dove il cordone ombelicale non sia ancora del tutto spezzato.
Questo silenzio più che un silenzio è un vaso di Pandora.

– 158 –
ascolta

Shhh… Concentrati, ascolta. Fai come dice Marco, inspira profondamente,


riempi i tuoi polmoni e svuotali piano. Concentrati sulla respirazione e poi
smetti di pensare. Mantieni il silenzio ovattato, cammina sulla luna. Ascolta
il respiro del mondo che si confonde con la voce di Gianni a Viterbo.
Gianni faceva il gallerista. Fotografia. Ora ha dovuto chiudere ed è tornato
a fare lo psicologo. La sua passione però è collezionare immagini e continua
a farlo, nonostante i tempi avversi. Coltiva maggese aspettando il campo
torni fertile. Ha scatoloni stracolmi di snap-shot che un amico gli spedisce
dall’America. Foto antiche, scatti in bianco e nero, polaroid, stampe con gli
arancioni saturi tipici degli anni Settanta, fototessere incollate sopra agli
schedari dei penitenziari e il crimine dei soggetti scritto sotto, a mano.
Mary Jane di Reno, 1,75 m, corporatura media, orecchie a sventola, pro-
stituta.
Johanna, sempre di Reno, 1,58 m, magra, nessun segno particolare, col-
pevole di sodomia.
Chi l’ha denunciata?
Inspira insieme alla tua domanda che muore in fondo alla gola. In Ame-
rica, dopo trent’anni, gli schedari dei penitenziari sono liberi di uscire di
galera e spesso finiscono ai mercati delle pulci, dice la voce di Gianni nel
silenzio del pianeta che gira, anche ora, di notte mentre gli altri dormono.
Respira con loro.
Lo sguardo da bambina di Johanna mi perfora e non credo di voler
sapere le sue preferenze sessuali. Né ora, né tra trent’anni, né mai, dice una
parte di me nel silenzio delle mie tempie che pulsano, mentre l’altra continua
a scartabellare tra gli scatoloni travolta dal piacere dello spasmo voyeuristico
della fotografia.
Ora le so, conosco le loro depravazioni e i loro crimini, i loro volti e
anche il viso compiaciuto di Louise davanti allo specchio, con il suo vestito

– 159 –
WALKABOUT ITALIA

viola di cui non avrei mai conosciuto il colore se lei non l’avesse scritto a
mano nel 1944 dietro alla stampa in bianco e nero che ho tra le mani. C’era
una bella luce sulla sua scrivania nello Yorkshire settant’anni fa.
Condivido con Gianni un sorriso beffardo.
Sospiro con lui, come dopo una grande cena, sazi di immagini “rubate”.
Mi regala Louise e il suo vestito viola in bianco e nero. E anche il volto di
una bambina, anche lei ammiccava un sorriso negli anni Trenta. Il regalo
più bello che mi sia mai stato fatto. Esercizio di umiltà.
Espira.
Cammina in silenzio, non pensare. Ascolta le farfalle che ti accarezzano.
«I preti so ’ontro i preservativi ’osì si fanno dieci figlioetti, non si hanno
soldi pe’ mandarli a scola e ’rescono nell’ignoranza. Son più facili da ’oman-
dare, altre pe’orelle smarrite da portare in ’hiesa maremma bu’ajola».
Massimo mi ospita, odia i preti e ha una sorprendente fantasia nell’affib-
biare aggettivi variopinti alla madonna, proprio nel paese dove ho provato
a bussare ma le porte della casa del Signore sono rimaste chiuse.
Scopri l’ironia di Dio, ridi, sorridi, ascolta.
Ascolta Jimmy, coreano. Non ha più sogni. È felice. Mogliettina medi-
terranea, casa in campagna, dodici gatti. Ha studiato arte a New York e fa
marionette di legno, seguendo l’antica tradizione italiana che gli italiani
non seguono più. Sta imparando il dialetto veneto per animarle.
Inspira l’incredibile sorriso di Jimmy.
Ascolta il suo amico Pietro, che raccoglie scarti nelle cantine abbandonate
per farci delle lampade. Abbandona una vita frenetica in Veneto e prende
in gestione il meraviglioso casale dove mi ospita.
Espira nel tramonto bucolico mentre le oche passeggiano sui prati.
Inspira la Toscana con tutti i tuoi sensi.
Avevano ragione ad esserne invidiosi. Passato e futuro si fondono armo-
niosamente. Un casale vivo su ogni collina, il rumore della ghiaia sotto ai
miei piedi. Odore di fiori, di mosto e di bosco. Bagnati e sporcati di boro
sulla pancia della balena bianca, sputata fuori del vulcano spento nei bagni
di San Filippo. Immergiti nell’oro che colora i tramonti sulle colline. Nuotaci
dentro, mangiane i suoi frutti attaccati alle vigne. Saluta la faina che ti spia
e la lepre che ha troppa fretta per salutarti.
Gli animali sono finalmente animati e non più spiaccicati sull’asfalto.
Ascolta Remigio, che dall’Umbria ha deciso di trasferirsi qui e farne la sua
casa senza rimpianti e il vino che scorre. Assaggia i pici all’aglione e ab-
braccialo forte come un amico di sempre, premuroso come si è dimostrato
verso di me, sconosciuta. Portalo con te fino a casa in forma di cinghiale di
peluche attaccato allo zaino.

– 160 –
ASCOLTA

Ascolta.
No.
Parla.
Te lo impone il prete che ti aveva negato un tetto. Ti fa il terzo grado
prima di aprirti le porte della collegiata dove ti attendono un comodo letto
e una doccia. «Non sei una vera pellegrina se mandi i messaggi con l’iPad
e non lasci l’offerta».
Sembra la teoria del mio amico Andrea. Egli sostiene che se le prostitute
in Thailandia hanno l’iPhone non sono vere prostitute, in quanto se lo pos-
sono permettere e quindi fanno l’amore con piacere con chiunque, e quei
1.000 bath che si prendono in cambio sono solo un gesto simbolico per
mantenere le tradizioni.
A differenza del prete, Andrea però è consapevole di dire una cagata.
Spiega il tuo progetto, assecondalo, se non vuoi tremare al freddo stanotte.
Sorridi finche non ti fanno male gli zigomi. Fagli mettere il timbro sulle
credenziali e fallo sentire importante per un gesto inutile. Ascoltalo com-
piacersi del potere della sua divisa mentre sgrida gli altri “pellegrini” per
aver lasciato la porta aperta nella casa del Signore.
Ascolta la sua umanità mentre scopri che ha rimpiazzato un Don molto
amato, e respira l’odore della paura di non esserne all’altezza sfregarsi con
la sua ambizione di potere divino. Giovane, imbranato e senza carisma,
alla fine non capisco se tutti quei sorrisi l’hanno indotto in tentazione
quando m’invita ad andare con lui a mangiare una fetta di torta.
Espira i pensieri blasfemi.
Inspira l’aria che si raffredda al calar del sole mentre ancora non hai un
letto.
Ascolta la profonda voce di Carlo chiederti se ti sei persa, offrire il suo
aiuto. Non mi sono persa, stanotte non so dove andare a dormire. Ascolta
il cancello di casa sua aprirsi, le pentole scontrarsi in cucina, i gatti che gio-
cano sotto al tavolo. Inspira l’odore delle tagliatelle ai funghi freschi.
Ascolta la storia di Lalla, la compagna di Carlo, cilena, scappata dalla
dittatura di Pinochet in quel lontano 11 settembre che pochi ricordano.
Lalla trova rifugio in ambasciata italiana e sullo stesso volo di Frate Mitra
arriva in Toscana quasi quarant’anni fa e qui si ferma.
Ammira la fiamma accesa nello sguardo fiero di Carlo, mentre racconta
del ’68 in Italia, sorridendo al poster del Che a cui credo non dispiacerebbe
essere seduto lì con noi in questo momento.
Addormentati nel loro letto chiedendoti come mai aprano porte a una
sconosciuta e abbiano un sistema d’allarme che neanche ad Alcatraz.
No, non fare domande, ascolta.

– 161 –
WALKABOUT ITALIA

Ascolta la voce tremante di Carlo raccontare del rapimento di sua figlia


quando aveva sette anni. Ilaria è bellissima! Mi fa vedere le sue foto, il suo
amore per lei è più grande del mondo con cui cerco di respirare.
Le forze dell’ordine impediscono il pagamento del riscatto. Cambia il
commissario, quello nuovo non si oppone più e la piccola Ilaria dopo 68
giorni di prigionia viene lasciata viva, vegeta e traumatizzata nel bagagliaio
di una macchina.
Nascondi la lacrima che si sta gonfiando e sta per sgorgare sulle guance
e abbraccia Lalla e Carlo come farai con mamma e papà quando arriverai
a casa.
Interrompi il silenzio e vivi.
Viviti Marco che è venuto a trovati. Lo aspettavi da mesi. Sono felice
come Dorothy alla fine de Il mago di Oz, ma devo ancora sbattere le
scarpette un po’ più di tre volte prima di trovare la mia casa. La mia casa
non mi aspetta alla fine di questo viaggio. La mia casa non so ancora dove
sia e dovrò continuare a cercarla.
Una signora raccoglie dei fiori di campo, lui pensa che non sia giusto,
vanno lasciati lì a vivere e a morire senza coglierli, in modo che tutti li pos-
sano ammirare. Ma alcuni fiori non tutti li possono ammirare e allora li
raccolgo e la sera quando lui mi aspetta all’arrivo glieli porgo. Perché in
sedia a rotelle non si arriva dappertutto, e anche se Marco dopo l’incidente
non può più raggiungerli, tramite le mani di un’amica i fiori possono rag-
giungere lui. Ora li possiamo annusare insieme mente ci addormentiamo
abbracciati ridendo.

– 162 –
luoghi poco comuni

Mi avevano messa in guardia: «I toscani non sono un popolo ospitale».


La famiglia di Carlo mi offre un letto e un pasto caldo, avendomi raccat-
tata al buio senza sapere chi fossi. Il gatto ruffiano che hanno chiamato Sci-
lipoti ne è testimone. I pastori incontrati nei campi m’invitano a cena senza
averli mai visti prima. Paolo scopre del mio viaggio e mi raggiunge in mac-
china per farmi un regalo. Una piccola luce tascabile. Dice la sua si fosse
spenta, ma leggere la mia storia l’ha riaccesa e vuole recuperare i sogni in
cui aveva smesso di credere.
Nicoletta, Riccardo e Elena mi raggiungono sulla Francigena, cammi-
niamo insieme fino a casa loro, passiamo una piacevolissima serata dove
non mi tocca ripetere la solita storia perché sanno esattamente cosa e come
lo sto facendo. Mi salutano regalandomi una maglietta. WALKING IS GOOD,
WALKABOUTITALIA IS BETTER, dice la scritta nera sul poliestere verde.
Mi ricordo quando appena rientrata in Italia dissi timidamente a qualcuno
quello che ero tornata a fare, e gli sguardi scettici, e le risate ed essere asse-
condata come fossi pazza.
Ora sono quasi arrivata a casa, ho migliaia di nuovi amici e ho capito che
“si può fare”.
Inspira emozione.
Seguire il mio sogno è stata sicuramente la cosa più sensata che abbia
mai fatto e i toscani me lo hanno ricordato.
C’è chi accecato dalla paura decide di chiudere i propri sogni nel cassetto
e avverarli attraverso gli altri e chi invece sceglie di criticare chi li segue. Chi
preferisce schierarsi con chi punta il dito contro, a prescindere. Ma se punti
alla luna, e fallisci, mal che vada finisci tra le stelle. Non esiste fallimento.
Scrollati dalle spalle le critiche come fossero polvere di stelle mai raggiunte
e continua a vivere il tuo sogno. È la miglior rivincita nei confronti di chi
giudica a testa bassa affannandosi a correre sul tapis roulant, senza mai
guardare il cielo.

– 163 –
WALKABOUT ITALIA

Dopo queste settimane di silenzio, guardo i miei piedi e li vedo piantati


solidi nella terra. So di essere sulla strada e cammino per andare da qualche
parte. Chissà dove, ma da qualche parte sto andando.
Espira le malelingue, forse un giorno staccheranno la spina e cammine-
remo insieme.
Ricordati di dimenticare, ma non smettere mai di sognare. Sognare è ar-
chitettare una soluzione. Realizzarla è rivoluzione.
Continua la lotta contro il nulla, entra nelle mura di Lucca a stimolare
nuovi sogni.
Lì c’è Demis. Tempo fa era a Londra. Un po’ giù, dopo la fine di una
storia d’amore durata una vita. Un giovane si avvicina. Gli dice che lui è
appena tornato dall’Iraq e ha ucciso un sacco di gente, eppure sta bene, è
felice, sorride ugualmente. Demis timidamente risponde: «Uhmm… io
sono vegetariano…».
Sogno di essere regista e usare questa scena in un film.
Il cinema è l’unica cosa che mi manca veramente in questo viaggio. Emo-
zioni di sconosciuti spremute nel buio delle sale si fondono sulle poltrone
sporche. I trailer e l’odore di popcorn nell’atrio. Fumarsi una sigaretta al-
l’uscita come dopo aver fatto l’amore. Soprattutto il cinema d’inverno,
quando il fumo esce dalla bocca anche senza sigaretta. Impressioni a caldo,
nel freddo. Devono essere srotolate e condivise subito, come per non di-
menticare un sogno al risveglio.
Demis porta gli occhiali, ce li scambiamo per gioco. Ci vedo benissimo,
penso potremmo tranquillamente scambiarci anche gli occhi. Mi piace quello
su cui si posano i suoi. I film, i colori dei suoi quadri e dei suoi viaggi. Mi
soffermo a immaginarmi cosa potrebbe sognare. Istintivamente credo po-
tremmo scambiarci anche quelli. Un altro tassello mancante ritrovato.
A Camaiore invece Christopher è in fase due. Rivoluzione. Sta imparando
a fare il contadino. Un po’ da Internet un po’ dal nonno. Coltivazione rigo-
rosamente biologica e consegne in bicicletta. Accetta baratto.
Lo status quo ingrassa perpetuamente perché continuiamo a nutrirlo. Si
nutre di soldi e di apatia. Le rane che si buttano nel pentolone di acqua
bollente, accorgendosi immediatamente della temperatura, saltano fuori
subito, ma quelle a bagno nell’acqua tiepida lentamente portata a ebollizione
crogioleranno nel loro caldo torpore fino alla morte. Il difficile è accorgersi
della situazione, non cambiarla. Neutralizzarlo è semplice, basta smettere
di ingozzarlo. Utilizzare il minimo indispensabile, riciclare, rendersi auto-
nomi a livello fisico ma soprattutto mentale. Rivoluzione pacifica.
Bernd il tedesco dell’Isola di Pasqua dimostra non stiamo parlando di
utopia.

– 164 –
LUOGHI POCO COMUNI

Saluto il Tyler Durden toscano e vado a conquistare i sogni di Joe a


Marina di Carrara. Lui purtroppo fluttua nell’apatia. È americano, vive in
Italia da cinque anni ma non ha stimoli per imparare la lingua, né per
trovare un lavoro che lo soddisfi. Sa cosa non gli piace, ma non sa esatta-
mente cosa gli piace, e intanto galleggia ogni giorno fino al successivo.
Aspetta, ma non sa cosa.
“È la voglia di sognare che ci fa dimenticare una vita fatta solo di giornate
ad aspettare”, dice la Vanoni. Lo abbraccio sperando trovi almeno compa-
gnia nell’attesa. Seduti davanti al camino d’inverno si sta meglio in
due. Credo sogni proprio quello, ma credo anche abbia paura di dirlo ad
alta voce. Se nella scatola troverò un sogno d’amore scritto in inglese forse
sarà firmato Joe.
Entro in Liguria. Montagne coi piedi affondati nel mare. Cammino in-
torno alle loro caviglie. Le Cinque Terre.
La terra scivola sotto la pioggia. Matteo di Milano vive qui e oggi io vivo
sul suo divano. È un ragazzo straordinario. Sta per diventare dottore in se-
miologia e gli piace giocare con le metafore. Espone una teoria interessante.
La terra che scivola nel mare è la ragione del pessimo carattere dei liguri
che tendono ad arroccarsi e difendersi costantemente.
In realtà ancora non lo so.
Ci ho appena messo piede, in Liguria. A Riomaggiore dovevo essere
ospite di un couchsurfer che mi aveva garantito disponibilità ma che, di
proposito, non si fa trovare.
All’ultimo minuto ne trovo un’altro. Gabriele.
Chef, spacciatore di droga, con un pitbull assassino, dicono di lui i
giornali locali.
Gabriele era aiuto cuoco, ora distribuisce bibite, ha un cane, che è un
lontano incrocio con un pitbull, e in casa gli hanno trovato due foglie di
erba secca e un kit per coltivarsela nell’armadio.
Nella società dell’apparenza però il titolo è più importante della storia e
Gabri ne è vittima.
Il suo sogno era quello di avere un cane. Da piccolo i suoi non glielo
permettevano e appena riesce ad andare a vivere da solo prende Spud.
Una sera gli scappa dal guinzaglio e ammazza un altro cane. Gabri piange,
vuole addirittura scappare dal paese per paura di ritorsioni sul suo.
Il proprietario dell’animale ucciso non lo denuncia, capisce il rammarico
e le buone intenzioni del giovane e lascia correre. Ma una notizia un po’
originale non ha bisogno di alcun giornale e presto tutti in paese sanno.
Lui è di La Spezia, un alieno, non viene visto di buon occhio, in paese si
fa una raccolta firme contro di lui che finisce in mano ai carabinieri, i quali

– 165 –
WALKABOUT ITALIA

col pretesto del cane lo portano in caserma e poi inaspettatamente a casa


per una perquisizione.
Non trovano nulla se non questo kit per la coltivazione che è sufficiente
a rovinargli definitivamente la reputazione.
Quando arrivo a casa sua, Gabri aveva già un’altra ospite, ma piuttosto
che lasciarmi senza tetto mi dà il suo materasso, che mettiamo per terra in
cucina, si svuota le tasche per comprare una bottiglia di vino da sorseggiare
guardando lo spettacolo messo in scena dalla luna piena che, solo per noi,
stasera illumina le Cinque Terre e ci lascia a bocca aperta con un carpiato
nel mare.
Il cane assassino dorme con me leccandomi la faccia al risveglio.
Sogno anche lui impari a scrollarsi dalle spalle la polvere di stelle mai
raggiunte, e lo guardo con ammirazione. Inspira il suo orgoglio, mentre la
luna piena scolpisce metà del suo viso nella memoria, lì a Riomaggiore.
Non ha intenzione di andarsene.
A Levanto, invece, sono sul galeone di Peter Pan e a casa di Peppe
siamo tutti bambini senza voglia di crescere.
Peppe fa ceramica, i giovani figli viaggiano e studiano, in questi giorni
stanno ospitando due ragazze, una svizzera e una tedesca. Maya si occupa
di ergoterapia. Cura pazienti con problemi mentali tramite l’arte. Tira fuori

– 166 –
LUOGHI POCO COMUNI

una scatola di pongo e io quella dei sogni e insieme ci mettiamo tutti a mo-
dellare pongo e desideri.
Nessuno dei bimbi sperduti ha voglia di lasciare il tavolo in cucina ap-
poggiato sul morbido fondo del galeone, protetto e separato dal resto del
mondo da rigogliose montagne verdi. Molto più rigogliose della coltivazione
immaginaria nell’armadio di Gabri.
Inspira i sogni di tutti questa notte, sono sicura saranno coloratissimi.
Chissà, forse anche quest’incredibile cammino non è stato altro che un
sogno dentro ai sogni. Ma esiste un modo per verificarlo.
Fare una festa.
Se al mio arrivo riesco a portare anche solo qualcuno dei protagonisti di
questo lungo viaggio onirico a festeggiare insieme il mio risveglio, sarebbe
come un pizzicotto che mi farà capire che non stavo sognando. Oppure…
i miei nuovi amici potrebbero sconfinare nella realtà per farmi capire che
non sempre tutto finisce al risveglio?

– 167 –
motare

“Confusione! Tu che sei figlia della solita illusione e che fai confusione”,
urla Battisti mentre riattacco la musica e valico in Piemonte. Grazie Lucio,
non troverei parole più azzeccate. Non ci sto capendo un tubo.
Manca il cartello sbarrato di fine Liguria e quello che segnala l’entrata in
Piemonte. Mi fa imbestialire non trovare i cartelli regionali, come venissero
a mancare dei puntini numerati per tracciare il disegno della «Settimana
Enigmistica». Mi accontento di quello che segnala l’inizio della provincia
d’Alessandria, e mi fermo a scattare l’ennesimo autoritratto. Mi devo ri-
comporre. Sto piangendo e il cartello oggi per la prima volta in sette mesi
sembra abbozzare un sorriso d’incoraggiamento.
Una parte di me vuole correre indietro, l’altra avanti. Entrambe velocis-
sime! Cerco di trattenerle per mano rischiando la carne si strappi. Calmati.
Inspira l’autunno e le foglie marce a terra.
Espira la fine di un ciclo.
Gli ultimi sette mesi sono stati una scarica di adrenalina continua, la
festa sta per finire ed è stata tanto bella che sarebbe una di quelle in cui alla
fine il buttafuori ti trascina all’uscita per i capelli, mentre tu lo abbracci e
con gli occhi a semaforo gli dici che vuoi bene pure a lui. Mi sono sentita
sulla strada giusta per la prima volta nella mia vita e non è detto che mi
debba perdere di nuovo a fine viaggio.
Paura di non lasciar andare la freccia al momento giusto.
Maria Grazia, che mi ospita a Genova, mi parla del Kyudo, il tiro con
l’arco giapponese. Più che uno sport, una forma di meditazione, affascinante,
infinita e ricca di metafore. Quando tendi l’arco e raggiungi l’angolazione
giusta, la mira perfetta, la tua mano scivolerebbe via dalla corda tesa con
un movimento naturale, simile alla neve che cade dalla foglia carica. Bilancio
perfetto tra mente e corpo. Hanare.
Rimanere con le dita attaccate e non lasciare andare è una delle malattie
del Kyudo: motare. Esiste anche hayake, la malattia contraria, lasciare

– 168 –
MOTARE

andare troppo in fretta. Ne esistono tantissime, e ognuna potenzialmente


riflette una caratteristica, uno scompenso del nostro essere.
Il mio tatuaggio, quello sul braccio sinistro, legge: RICORDATI DI PERDO-
NARE. Mi ricordo, ma ancora non riesco a lasciar andare. Tutte le ferite del
passato sono ancora aperte nella mia bocca. Sono malata di motare. Ed è
forse per questo che piango.
Capisco che al mondo ci sono cose che non dipendono da me e vanno in
modo diverso da quello auspicato e per le quali è inutile continuare a
dolersi. Eppure la lingua torna sempre lì. Come quel male quasi piacevole
che sento sotto ai piedi e sui fianchi a fine giornata. Il giorno dopo passa e
devo causarlo di nuovo. Un’esplosione calda di dolore che ti fa sentire
viva. Una forma di perverso autolesionismo.
Credo anche Skandal ne sia affetto. Noi, da ragazzi, si sognava la rivolu-
zione, credevamo un altro mondo fosse possibile, e ci comportavamo di
conseguenza, ma non si è adattato. Compagni dalle scuole medie in poi, a
Genova nel 2001 c’eravamo entrambi e lui ci è rimasto. Percorsi diversi ma
ideali comuni. Rispetto profondo.
Il mio ragazzo del tempo a manifestare non ci voleva venire, abitavamo
insieme a Londra e decidemmo di scendere in Italia con la sua macchina.
Dissi ai miei che mi sarei fermata ad Amsterdam per qualche giorno, invece
ero a martellare il povero Cristian: «Schiaccia quell’acceleratore, non posso
perdere il treno speciale da Milano!». Ci separammo e mi unii agli altri
compagni.
Grandi abbracci, il movimento no global era all’apice, ragazzi di tutto il
mondo uniti per dimostrare dissenso e proporre alternative sostenibili. Eu-
foria anche mentre la polizia ci perquisiva. Qualsiasi oggetto possibilmente
contundente ci venne sequestrato. Ricordo il sorriso di Skandal mentre si
allacciava un paio di ciabatte come protezione sugli avambracci, ascoltando
Zach de la Rocha urlare Killing In The Name dagli altoparlanti del sound
system in marcia con noi verso la Zona Rossa.
Era bello, era davvero bello, lo eravamo tutti, colorati, sorridenti, bellis-
simi. Eravamo convinti la nostra presenza in quel momento fosse cruciale,
necessaria. Ci credevamo. Mai visti tanti sognatori tutti insieme.
Skandal in prima linea con le tute bianche e io giovanissima e incosciente
giocavo a fare la fotoreporter con la mia scassatissima Yashica analogica. Tutti
avrebbero dovuto sapere cosa stava succedendo a Genova in quei giorni e
i miei dovevano credermi ad Amsterdam.
Mamma accese la televisione, lo Stadio Carlini dove ci eravamo accampati
ripreso dall’alto degli elicotteri e io improvvisatami giocoliera maneggiavo
palline fosforescenti. D’altronde anche farle credere che stessi andando a

– 169 –
WALKABOUT ITALIA

vedere il museo di van Gogh per la ventesima volta non era stata una ge-
nialata. Sgamata in pieno.
La polizia carica un corteo pacifico senza pietà, botte, sangue, manga-
nellate e l’informazione viene manipolata in modo che risulti colpa nostra,
andati a Genova con l’intenzione di distruggerla.
Il sospetto da parte dei miei che fossi diretta al G8 c’era, ma nessuno
avrebbe minimamente sospettato quello che sarebbe accaduto nelle pros-
sime ore.
Con l’occhio fisso nell’obiettivo non mi accorgo di essere rimasta quasi
sola davanti alla schiera di polizia che sta per caricarci tutti. Per non essere
travolta mi butto sotto a una macchina parcheggiata, si apre il vano del rul-
lino. Trentasei negativi affogati nella luce e nei lacrimogeni. Non sarebbero
mai diventati positivi.
Tantissimo altro materiale, prove del massacro, viene distrutto alla Diaz.
Inspira violenza, osserva i loro scarponi marciare ordinati sull’asfalto a
pochi metri dal tuo naso e gli amici che corrono impauriti verso lo stadio.
Girano voci abbiano ucciso qualcuno. Rimani nascosta finché non passa
tutto. Dov’è Skandal? Dove sono gli altri?
Panico.
Aspetta lunghissimi minuti finché non torna il silenzio, finché la nube
bianca e blu sparisce dal campo visivo. Sgattaiola fuori, tossendo fino allo
stadio. Non c’è più in giro nessuno. Prega siano tutti sani e salvi.
Lo sono, abbraccia Skandal, abbraccia tutti, abbracci fortissimi, da spre-
mere fuori le poche energie rimaste. È davvero morto un ragazzo? Come?
Perché? Domande a cui ancora oggi non esiste un vera risposta.
Si sparge la voce che abbiamo vinto noi. Festeggiamo isterici senza sa-
perne bene il perché. Domani ci lasceranno stare. Hanno già sorpassato
ogni limite. Ma nulla in questi giorni va come dovrebbe.
Una manifestazione che poteva segnare la svolta definitiva per il movi-
mento e il futuro dell’Europa si trasforma nella più grande sospensione dei
diritti umani dalla seconda guerra mondiale in poi, secondo Amnesty In-
ternational. La trappola democratica ci ha fregati, demonizzando l’immagine
di un intero movimento e compromettendone definitivamente la crescita.
Un’operazione mediatica mirata a discreditare la serietà del dissenso e a
etichettarlo come portatore di caos, rafforzando allo stesso tempo il potere
delle istituzioni, in quanto garanti della stabilità.
Genova è un campo di battaglia. Distrutta. Noi coloratissimi veniamo
dipinti tutti di nero. Il mondo ci crede. E noi smettiamo di credere nel
mondo. La morte del movimento.

– 170 –
MOTARE

Skandal continua a tornarci con la lingua. E sulla sua carriera politica


che si è schiantata a terra prima di prendere il volo. Era entrato nel direttivo
nazionale di Rifondazione nel momento antecedente al suo sfascio.
Entro a Genova e pattino sul fango, la trovo esattamente come l’ultima
volta, le macchine ribaltate, gli stessi ragazzi con cui ho manifestato sono
ora “angeli del fango”. C’è solo una cosa che non trovo più. La speranza.
Un alone di rassegnazione avviluppa i vicoli popolati da prostitute che bat-
tono davanti alle serrande tirate giù dei negozi chiusi.
Allora davvero trasformiamo Genova in una nuova Amsterdam. Fatemi
raddrizzare l’antica bugia che dissi ai miei. Riempiamo i negozi con la mer-
canzia che ci sta fuori. Proteggere le ragazze e tassarle, garantendone l’in-
columità e non incentivando la malavita organizzata. Discorsi già sentiti,
quasi già noiosi, per quanto siano ovvi. Mi dicono che non si può fare. In
Italia c’è il papa. Eppure Francesco è simpatico, ci concederà qualche sco-
pata extraconiugale e comunque mi sembra sia previsto il perdono.
Sembra che i principali acquirenti di figa a basso costo siano proprio gli
impiegati comunali e degli uffici del centro che scendono alla Maddalena
in pausa pranzo. Apparentemente le forze dell’ordine per tenere gli occhi
chiusi ci vanno gratis. Forse è vero, forse no, non mi stupirei se lo fosse. In-
spira ipocrisia.
Saluta via del Campo, saluta De André e Genova sempre in lutto, e sem-
pre in lotta. Abbraccia forte Skandal, il gigante buono, ne sei stata innamo-
rata per almeno tre giorni alle medie e ora è diventato papà. Si spacca il
culo dalla mattina alla sera ad aggiustare le barche dei ricchi al cantiere
nautico, dove lavora per mantenere la sua nuova famiglia e pagare il mu-
tuo. La sua compagna, in quanto libera professionista, pagava il 55 percento
di tasse, e ora non le danno né maternità né assegno familiare. Non si sono
iscritti in tempo al bando per l’asilo pubblico. È stato tenuto quasi in
segreto e aperto solo per dieci giorni. Sono costretti a iscrivere la piccola
Aida a un asilo privato che obbligherà la madre a riprendere a lavorare in
fretta per poterselo permettere e di conseguenza pagare altre inutili tasse.
Mi dicono che anche ottenere il certificato di nascita di Aida è stato un
ping-pong burocratico tra comune e ospedale. Skandal, che sognava un
Italia più giusta e funzionale, ora sogna di trasferirsi in Norvegia. Socialde-
mocrazia vecchio stampo, dice con un sorriso amaro.
Cerco la fiamma che aveva in fondo agli occhi, già alle medie, non la
trovo. Ha smesso di crederci.
Saluto il Mediterraneo. C’è una chiazza marrone nel mare, il fango river-
satosi dalle montagne non si è ancora posato sul fondo. La Costa Concordia

– 171 –
WALKABOUT ITALIA

con la sua fiancata nera ci galleggia sopra, mentre viene smantellata. È


enorme. La gigantesca metafora di un paese troppo indaffarato a mantenere
una facciata di perbenismo per cambiarlo. Troppo preoccupato a insabbiare
le sue bruttezze per accorgersi che ci sta sprofondando dentro.
L’acqua teoricamente dovrebbe mantenere un ricordo di tutte le sostanze
con cui entra in contatto, allora l’acqua intorno all’Isola del Giglio si ricorda
la putrefazione dei cadaveri uccisi da un capitano distratto. Quella al largo
delle coste calabresi dei rifiuti che vengono abusivamente smaltiti sul fondo
del Mediterraneo, quella siciliana dei tonni che non ci sono più e quella
della costa salentina forse si ricorda della mia pelle.
Forse.
Saluto il nostro piccolo mare, ricco di memorie. Secondo Masaru Emoto
la memoria dell’acqua è cancellabile esponendola a certe onde elettroma-
gnetiche o raggi ultravioletti. Essendo composta per il 70 percento d’ac-
qua… se vi esponessi anche i miei taglietti in bocca guarirei da motare? Ma
soprattutto, sono sicura di voler guarire?

– 172 –
la relatività

Non ricordo Roma in modo particolarmente positivo. Volete saperne la


vera ragione?
Perché è tutto relativo.
Ai romani piacciono le donne. Tanto.
Il romano è diretto. Tanto.
Io a Roma ero premestruale quindi facilmente irritabile ma appetitosa.
Due più due uguale a Roma, una città di maschilisti arrapati.
Non scherzo, lo dico per esperienza. Quando facevo la spogliarellista
c’erano dei giorni in cui ognuna di noi diventava la regina assoluta d’incassi
al club. Sì, proprio in quei giorni. Nei giorni di ovulazione emaniamo un
odore che attira l’altro sesso come i fiori con le api, e Sofia, il mio alter ego
senza scrupoli, ne approfittava per trasformarsi in un registratore di cassa
di carne. Dopotutto siamo animali.
Se fossi stata a Roma la settimana dopo forse sarebbe stata tutta un’altra
storia. Ma tutto il mio viaggio una settimana dopo sarebbe stato tutto un
altro viaggio.
Quindi mi diverto a dire che a Mele, una cittadina di 2.000 abitanti sul-
l’Appennino ligure, l’ospitalità è alla frutta, ma fondamentalmente so che
sto dicendo cazzate. Non si possono prendere i dati raccolti nel mio viaggio
come statistiche.
Non trovo nessuno che mi ospita, non c’è in giro un cane, neanche un
gatto, se per quello, non trovo neanche una struttura ricettiva a cui chiedere
ospitalità.
C’è solo l’insegna luminosa della croce verde. Chissà se mi ospitano. Provo.
Dicono che è un servizio pubblico. In effetti senza soldi e senza tetto un
servizio pubblico potrebbe fare al caso mio. Dicono di no. Forse mi devo
fare male per farmi ospitare. Immagino Edward Norton che si tira un caz-
zotto in faccia da solo in Fight Club. No, forse non è il caso, lascio perdere
e trovo una cabina di vetro fatta per aspettare l’autobus. Dormirò qui.

– 173 –
WALKABOUT ITALIA

Inizia a piovere, le valli sono ancora sgomitate dall’alluvione e spero la


mia cabina regga per la notte.
Una chiamata inaspettata.
Stasera sono ospite della Nasa. National Aeronautics and Space Admi-
nistration.
No, non loro, Nasa è l’amica di mia mamma, e ora anche la mia.
Conosciamo Nasa dai primi anni Novanta. Giunse in Italia in camion,
stava scappando dal Kosovo. Quello che aiuta anche me nel viaggio, si in-
somma quello là, quello lassù, ha deciso che il camion la scaricasse proprio
a Stresa. Nasa non parlava italiano, e ai vigili cui lei si presentò per tradurre
dallo slavo venne in mente mia mamma. S’incontrarono in caserma. C’era
anche Sofia, mia mamma la ricorda con in mano un orsacchiotto, era
piccola, l’altra mano alla bocca, succhiandosi il pollice, la guardava dal
basso della sua statura di bambina con gli occhioni grandissimi striminziti
dagli occhiali spessi.
Piccola Sofia mistosangue, padre serbo, madre kosovara, vittima dell’odio
della guerra esploso all’improvviso. Nasa vuole mettere in salvo suo figlia.
Attraversano il confine a piedi e poi trovano un passaggio, il camion che la
porta fino a casa nostra. Viene ospitata a spese del Comune per un paio di
giorni, mentre verificano la sua storia. Richiamano mia mamma, esito posi-
tivo, ora deve spiegarle che saranno mandate in un centro d’accoglienza.
Mia mamma incontra un’altra volta gli occhioni di Sofia attraverso gli
occhiali spessi.
Sono sufficienti a
convincerla. Chiede ai
carabinieri se non c’è
un’altra soluzione per
loro. Ci sarebbe, dice
il carabiniere scettico.
Se lei firmasse delle
carte nelle quali certi-
fica che si assume la to-
tale responsabilità per
le immigrate. Le deve
ospitare a casa sua.
Dal giorno dopo ho
due nuove coinquiline.
Ci mettono poco a
inserirsi, mia madre

– 174 –
LA RELATIVITÀ

trova un lavoro dignitoso per Nasa in albergo e Sofia inizia ad andare a


scuola. Imparano l’italiano in fretta.
Ho rivisto Sofia l’anno scorso, a Londra, dopo anni. È bellissima! Le vio-
lenze che gli avevano strapazzato gli occhi sono state risolte con un’opera-
zione, spero anche quello che hanno visto sia andato via con l’operazione.
Stasera Nasa, sapendomi senza tetto, vuole che sia sua ospite, mi paga la
camera. C’era una struttura ricettiva ad Acquasanta, una frazione di Mele,
era scappata alla mia attenzione, Sharlok.
Dato di fatto, per me oggi, a Mele vince l’ospitalità Kosovara e nel
silenzio della notte gelida sul passo del turchino, sotto alle coperte sussurro
una parola a Nasa, Sofia e anche a quello là…
Grazie.

– 175 –
arrivata?

Il primo personaggio conosciuto che incontro lo vedo a Stresa. Mi guarda


attraverso gli occhiali spessi appoggiati sul nasone. Tra il naso e la punta
della pancia ci sarà circa mezzo metro. Mi puntano entrambi sfacciatamente.
Squadrandomi dalla testa ai piedi dice serio: «Be’, con tutti quei chilometri
pensavo almeno saresti dimagrita!».
Fossi stata in un altro paese mi sarei fermata e gli avrei spiegato che sono
andata a caccia di sogni per sconfiggere il nulla. Che avendo viaggiato
senza soldi sono contenta di non essere dimagrita, vuol dire che la mia
ricerca antropologica sulla solidarietà italiana ha avuto un esito positivo.
Vorrei dirgli che oggi sono felice, sono finalmente arrivata a casa dopo
sette mesi, dieci giorni e 2.910 chilometri di cammino. Ho realizzato uno
dei miei sogni.
Qui no, sono diversa, abbasso la testa con un sorriso amaro.
Negli altri posti, non avendoci vissuto, non conoscendo né le persone né
la mentalità, non sono rassegnata. Qui invece temo il nulla abbia già vinto
da molto tempo, almeno su di me, perché non so se valga ancora la pena
lottare.
Cresci in un posto, ma per fortuna non sei un albero, o come direbbe
Biagio Accardi, il cantautore calabrese che viaggia a piedi con la sua asina,
sei un albero che cammina, hai la possibilità di spostarti. Sul lago mi sono
sempre sentita sbagliata e questo senso di inadeguatezza ancora mi pervade
quando ci torno.
Da piccola ero la bambina lenta e distratta, rimproverata dalle maestre,
poi la sangue-misto, figlia di immigrata, in un paese talmente chiuso dove
anche gli immigrati votavano Lega. Da adolescente quella che lavorava in
discoteca e che tornava tardi la notte. In un paese dove sorridere è sovver-
sivo, nell’immaginario collettivo io ero già spogliarellista molto prima che
mi crescessero le tette.

– 176 –
ARRIVATA?

Andare via mi è servito a capire che non c’è nulla di sbagliato in me e


ammiro profondamente i miei amici d’infanzia che sono rimasti. Il clima
uggioso e inerte che aleggia sul lago crea una pelle spessa, e riuscire a ricor-
dare cosa c’è sotto è difficile anche per chi se la ritrova addosso. Ricordarsi
chi sono? Chi erano? Chi eravamo?
Negli anni Ottanta i miei avevano un bel negozio di giocattoli a Stresa.
Ogni giorno, d’estate, io e mio padre durante la pausa pranzo prendevamo
la nostra canoa gonfiabile e ce ne andavamo a prendere un gelato alle isole.
Poi mi mandava in giro con la moto elettrica per il paese, una mossa di
marketing economica ed efficace che portava tutti gli altri bambini a invi-
diarmi e a obbligare i loro genitori a venire dai miei a comprarne una.
Da ragazzini si andava a cercare le presunte armerie nascoste dai partigiani
o si entrava di nascosto nell’hotel Ankara. Un hotel abbandonato, dove ci
divertivamo a giocare ai Goonies infilandoci nei sotterranei o ai Ghostbusters
con gli estintori, per poi andare a lavar via le tracce di polvere alla villa Fe-
dora. Poi davanti al fuoco tutta la notte ad arrostire salsicce, tuffandosi in-
sieme alle stelle nel lago a San Lorenzo. I primi baci, i primi amori, un
quadro che spesso si confondeva con la cornice per la bellezza di entrambi.
Ricordi meravigliosi, e se ascolto mio padre ne ha di ancor più belli,
quando a Stresa c’erano cinque discoteche, sempre piene, un lido scintillante
con tanto di scivoli che finivano dritti nel lago, frotte di turisti e soprattutto
turiste straniere che cercava di ammaliare col suo fascino latino.
Ora la costa piemontese del Lago Maggiore, talmente bella da rompermi
il fiato ogni volta che la intravedo tra le montagne, è malata. Non so cosa le
sia successo.
La crisi? La consapevolezza di vivere in un posto talmente bello che non
è necessario fare nulla per mantenerlo in vita? Gli albergatori locali che ge-
stiscono ricchezza e potere, proprio come una specie di mafia? Forse i gio-
vani di una volta hanno fatto un accordo col tempo, lasciandolo sfogare sul
lago, che invecchia, si ammala e muore al loro posto.
Ogni scintilla, ogni fremito di vita viene spento malignamente, e lui, bel-
lissimo, rimane silente ad aspettare, forse un nuovo nome o forse la fine del
mondo.
La festa c’è stata e sono venuti in tanti, fin dalla Calabria, per confermarmi
che il mio viaggio non è stato un sogno. Chi non si è vista è la gente di qui,
ma non era proprio Gesù a dire “nemo propheta in patria est”? Parole sante.
La festa è finita, i miei nuovi amici sono partiti, ho raggiunto l’obiettivo,
quest’avventura è giunta al termine e ne sta già iniziando un’altra. Per dige-
rire questa consapevolezza vado a farmi una passeggiata.

– 177 –
WALKABOUT ITALIA

Una cosa l’ho capita, in questo viaggio, camminare mi aiuta a riflettere.


Piove. Ho incontrato poca pioggia in questi ultimi sette mesi, mi fa pia-
cere, quello là ha fatto il tifo per me fin dall’inizio e me l’ha fatto capire.
Sorrido sotto la pioggia… sovversiva!
Chissenefrega, poi tanto non c’è in giro nessuno. Non c’è MAI in giro
nessuno qui.
Un gatto mi smentisce, mi si struscia su una gamba e si ferma un po’ più
avanti a guardare il cielo. Seguo il suo esempio e mi soffermo con lui nel
buio a guardare la luce di stelle ancora vive e di altre che sono morte
migliaia o milioni di anni fa.
E se in qualche altro pianeta in qualche galassia lontana ci spiassero con
un telescopio intergalattico, quello che abbiamo già vissuto non è ancora
successo attraverso la loro lente.
Forse da lassù guardando il lago vedono ancora qualche sorriso…

– 178 –
colonna sonora

Boots Of Spanish Leather, Bob Dylan


The Times Are A-Changin’, Bob Dylan
Tangled Up In Blue, Bob Dylan
Girl From The North County, Bob Dylan & Johnny Cash
For Today, Jessica Lea Mayfield
Home Sweet Home/Bittersweet Symphony, cover dei Limp Bizkit
Society, Eddie Vadder
The Long Way Home, Tom Waits (nella versione di Norah Jones)
Hand Holding Is Encouraged, Before the Brave
The Passenger, Iggy Pop
Sunday Morning, The Velvet Underground
Heroin, The Velvet Underground
Sympathy For The Devil, The Rolling Stones
Come Together, The Beatles
Where The Wild Roses Grow, Nick Cave and the Bad Seeds & Kylie Minogue
I’m On Fire, Bruce Springsteen (nella versione dei Mumford & Sons)
Romeo And Juliet, Dire Straits
Where Do You Go To (My Lovely), Peter Sarstedt
Crucify Your Mind, Rodriguez
I Heard It Through The Grapevine, Marvin Gaye (nella versione dei Cree-
dence Clearwater Revival)
On The Road Again, Canned Heat
Going Up The Country, Canned Heat
Crazy Love, Van Morrison
Trouble, Ray LaMontagne
Fisherman’s Blues, The Waterboys
The Whole Of The Moon, The Waterboys

– 179 –
WALKABOUT ITALIA

Fairy Tales Of New York, The Pogues


Ode To My Family, The Cranberries
Paper Aeroplane, Angus & Julia Stone
Baby, Gal Costa & Caetano Veloso
Celebrate, An Emotional Fish
Leave, Glen Hansard
Gold, Glen Hansard and the Interference
Fare Thee Well (Dink’s Song), Bob Dylan (versione di Oscar Isaac)
Skinny Love, Bon Iver (versione di Birdie)
Home, Edward Sharpe & The Magnetic Zeros
Hotel Yorba, The White Stripes
Howlin’ For You, The Black Keys
Video Games, Lana Del Rey (versione di Ben Howard)
Run, Snow Patrol
River, Joni Mitchell
Untitled #1, Sigur Rós
Staralfur, Sigur Rós
Landau, Pinguin Cafe Orchestra
Chelsea Hotel #2, Leonard Cohen
Suzanne, Leonard Cohen
Moonshadow, Cat Stevens
Two Cousins, Slow Club
Stolen Dance, Milky Chance
How Can You Live With Yourself, Kristofer Åström
Mi fido di te, Jovanotti
La voglia di sognare, Ornella Vanoni
Confusione, Lucio Battisti
Emozioni, Lucio Battisti
Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi, Lucio Battisti
La fata, Edoardo Bennato
Meravigliosa creatura, Gianna Nannini
This Is The One, The Stone Roses
Pezzi di vetro, Francesco De Gregori
Valerie, Amy Winehouse
A te, Jovanotti
Il cielo d’Irlanda, Fiorella Mannoia
Vesuvio, Spaccanapoli
Vieni a ballare in puglia, Caparezza
Jolene, Dolly Parton (versione di Jack White)

– 180 –
COLONNA SONORA

Champagne Supernova, Oasis


Little Lion Man, Mumford & Sons
Prospettiva Nevsky, Franco Battiato (versione di Alice)
Paper Planes, M.I.A.
Down In Mexico, The Coasters (versione di Paolo Nutini)
Battle Without Honor Or Humanity, Tomoyasu Hotei
Just Like Heaven, The Cure
Close To Me, The Cure
Heartbeats, The Knife
Space Oddity, David Bowie
Heroes, David Bowie
Hurt, Nine Inch Nails
Killing In The Name, Rage Against The Machine
Fake Plastic Trees, Radiohead
Idioteque, Radiohead
Atomic, Blondie
These Boots Are Made For Walkin’, Nancy Sinatra
Bang Bang, Cher
Tommy Gun, The Clash
Maps, Yeah Yeah Yeah
And I Will Walk 500 Miles, The Proclamers
I Want To Break Free, Queen
Roadhouse Blues, The Doors
Helpless, Neil Young
Heartbreak Hotel, Elvis Presley

– 181 –
ringraziamenti

Ringrazio il mio papà Silvio Montico per avermi trasmesso la sua passione
per il mondo e la mia mamma Sersâg Nada per essere sopravvissuta agli
sbalzi di pressione che questo viaggio le ha causato.
Jean Bernard De Milito, che è riuscito a darmi lo spazio mentale e il sup-
porto senza il quale questo libro non sarebbe stato possibile. Mia cug(gg)ina
Marianna Montico, che mi ha sempre sostenuto anche quando mi svegliavo
ancora ubriaca a fronteggiare decine di chilometri. Alessandro Dal Piva,
per continuare a credere nel cantautorato bavenese e soprattutto nel Cler e
Johnny Thunder e per avermi aiutata a creare il blog. Il Tommy (Tommaso
Nencioni), per aver la pazienza di ascoltarmi, raddrizzarmi e a volte anche
prendere nota. Davidone, senza il quale la festa a Baveno sarebbe stata im-
possibile. Le Debby (Debora Faragalli) e anche il Vale, per avermi insegnato
tecniche di difesa ninja e averle spremute nello spray al peperoncino che
mi hanno regalato. Il ragionier Chopper (Daniele Griggi), di cui ora posso
finalmente svelare l’identità, custode dei sogni. Giuseppe Paletta, perché
ha capito meglio di me cosa stessi facendo e mi ha aiutato a condividerlo.
Marco Gosparini, creatore della scatola magica e perpetua fonte d’ispira-
zione e i miei più cari amici che hanno sostenuto i miei passi da ogni parte
del mondo: Jaime Villalobos, Alessandro Morrone, Heli Luoma, Guy (Som-
vang Louanglath), Sarah Baya, Cristina Nobile, Andrea Bertoni, Anna e
Luna Montico. Riccardo Carnovalini e Anna Rastello, per i preziosi consigli.
Claudio Pizzigallo, per tutto il sostegno e l’amore anche virtuale durante il
mio viaggio e dopo. Clelia Mattana, Cristian Micheletti, Alessandra Spadoni,
Luigi D’Ausilio, Martina Margoni, Eleonora Severino, Dino Lanzaretti,
Andrea Caletti, Valerio Nuzzo, Roberto Pietrobon, Simone Travaglini,
Marco Bonacina, Pietro Palmirotta, Matteo Torresani, perché gli voglio
bene. Mario Rossi, perché almeno uno ce ne vuole e Christopher Wilson.
Anna Fogarini e Sportway, Di Stasio Enrico e Invicta, Nakarath Travel e
Lakra e il Tato per avermi sponsorizzato.

– 182 –
RINGRAZIAMENTI

Shanti e La Carrus Cicli di Savona per sponsorizzarmi la splendida bici


in bambù con cui porterò in giro questi libri.
Tutti coloro che mi hanno aiutato a organizzare la festa di arrivo a Baveno
e l’esercito di sognatori che mi ha ospitata e offerto da mangiare in ogni re-
gione attraversata.

SICILIA: Luigi Cacciatore, Francesco Anselmo e Filipek a Palermo. Ro-


salba, Nino e tutta la famiglia Di Giuseppe a Piana degli Albanesi. Giuseppe
Triolo, Giampiero Tomasino, Cinzia Cannella, Vincenzo di Marco, Enza
Termine, Marilena e Placido Enrico Paternostro, “za rosa” di Past Exspress,
Giuseppe Di Lorenzo, Karolina Popwlaski e il meraviglioso Cosimo Lo
Sciuto a Corleone. Epifania Lo Presti, Enrico Granà, Rob degli Omosumo
a Palazzo Adriano. Elizabeth Briel, Gaetano Alfano e Carmelo dell’agenzia
“My House” a Cianciana. Pietro Baiamonte, Salvatore del B&B Porta Ate-
nea ad Agrigento. Raffele Rosso, Carmelo Romano e Giuseppe Tomasi di
Lampedusa a Parlma di Montechiaro. Luca Castrogiovanni, Antonino Tar-
lato Cipolla, Alessio Millevoi, Alessio e Sabrina del Corridoio club, il
Maestro e Radio Battente a Licata. Enzo Leonardi a Gela, Nuccia Fontana
a Scoglitti. Gianni, Peppino Lissandrello e Rosa Falcone a Ragusa. Bernd
Leuchtenberger a Ispica. Il grandissimo Luca Migliore a Modica. Francesco
di Martino e Stefania Corallo a Noto. Thomas Nabet a Siracusa. Nino
Rizzo ad Augusta. Laura Di Mauro, Tiziana Vinciguerra, Francesco Urso a
Catania. Tomaselli Maurizio, Roberto Amendolia a Nicolosi. Rosario To-
marchio, Massimo Bonanno, Alessandro Caruso a Giarre. Antonia Branca
a Taormina. Gianluigi Smilare e l’uomo muscoloso a Messina.

CALABRIA: Giovanni Gagliardi attraverso la Gigi Roccati Connection


sono stati i miei angeli custodi ovunque in Calabria. Gioacchino, Ludovico
Martino, Mimmo, Davide il Nero e il mitico Nuccio Schepis a Reggio Ca-
labria. Tutta la famiglia Malaspina e la gestione del camping La Zagara a
Melito Portosalvo. Pasquale Faenza a Bova Marina. Angelo Frangipani e
Antonio a Bova Superiore. L’unica e meravigliosa Rosa nel deserto di
Africo. Adelina Scorda a Bovalino. Locanda Il Cappero a Gerace. Giovanni
Tedesco a Roccella Jonica. La dolcissima Carmen Raco a Monasterace.
Gianni Tirelli & Family a Isca sullo Ionio, Luca Rippa a Soverato, Giancarlo
Rafele a Catanzaro Lido. Raffaella Conci e Alessandro Perziano a Isola
Capo Rizzuto e a Crotone. Giovanni Filareti & Family a Cariati Marina.
Fabio Pugliese a Calopezzati. Mario Greco, Lidia Felicetti, Fortunato Ama-
relli e Alessia Mitidieri a Rossano. Angelo del B&B La Panoramica a Villa-
piana e Mariafrancesca Roviti. Pasquale Russo ad Amendolara. La famiglia

– 183 –
WALKABOUT ITALIA

Pugliese a Saracena, Il parco della Lavanda a Campo Tenese, la famiglia


Peschiulli e l’agriturismo I Cedri. Biagio Accardi a Tortora.

Saverio Carbone a Policoro, in Basilicata.

PUGLIA: Domenico Passeri, Gino Marchionna e Roby Rizzi a Ginosa


Marina. Alfredo o cosí credo si chiami il receptionist del Lido Impero a
Chiatona. Grazia Maremonti, Angelo Cannata e il bellissimo Marcus a Ta-
ranto, la splendida Annapaola Cipriano a San Giorgio Ionico, Mariada
Perrucci, Dino e Massimo Antonio Motolese-Lazzàro a Manduria. Maria
Neve Arcuti, Gianluca Ricciato, Danilo Martiriggiano, Monica Donno e il
Club Gallery ad Aradeo. Francesco Spadafora a Gallipoli. Francesca Por-
tone a Capilungo. Riccardo Lobbene. Il signore del campeggio di cui non
mi ricordo il nome a Marina di Pescoluse. Samir a Leuca. Coppula Tisa e
soprattutto Carla Quaranta a Marina Serra. Elisa Pozzato e Angela De Lo-
rentiis a Otranto. Michele a Lecce, la famiglia Caprioli a Brindisi. Flavio
Ungaro e Xavier Rouget a Ostuni, Walter Di Sirio a Castellana Grotte,
Graziano Pesce a Noicattaro. Davide e la casa di pazzi a Bari.

CAMPANIA: La Dacia e Milena Carona nel Cilento, Giuliano Leali e Fa-


mily, Alessandro Cavicchiolo e Daniele a Palinuro. Giovanni Polito a Pi-
sciotta, Peppe e Pasquale Tarallo ad Agnone, Ida Budetta e Mario Corrado
a Punta Tresina, Carlo Alberto Cavallo a Paestum, Lucia Rinaldi, Santa
Rossi e Francesco Cardone a Salerno. La famiglia Maresca e Sabina a
Praiano e Furore, Enzo, l’anarchico di Positano, Alessandro Boni a Castel-
lammare Di Stabia, Rita Pucillo, il barone e Ciro Esposito ad Ercolano,
Salvatore Montieri che ha ospitato me e tutti i miei amici venuti a trovarmi
a Napoli e la sua famiglia che mi ha ospitata anche a Lago Patria. Alessandro
Dal Piva perché non è mai abbastanza.

LAZIO: Ettore Ruggeri ad Itri, Lo staff del campeggio Settebello a Sper-


longa, Paolo ed Elisa Liotta a Latina, Gaetano Montico sulla strada come
si addice al nostro cognome. Debora Miccoli a Cisterna, Gianluca Squic-
quaro a Lanuvio, Giancarlo Smorto ad Albano Laziale. Lo staff della
YMCA, Pina Nuzzo e Roberta Seclì a Roma, Valentina Lucci, la mitica
Doriana Goracci ed Emanuela Rossi a Capranica, Lo staff dell’Albergo Da
Benedetta a Vetralla. Il delizioso Adelmo Valentini a Viterbo, Casa di Ac-
coglienza Raggio di Sole a Montefiascone, Piero alla L’Ocanda di Acqua-
pendente.

– 184 –
RINGRAZIAMENTI

TOSCANA: Longaroni Remigio detto Il Cinghiale a Contignano, Le suore


dell’ostello parrocchiale a San Quirico d’Orcia. Gladys Tobar e tutta la
meravigliosa famiglia Olivari nei pressi di San Miniato, le mie rockstars di
Altopascio: Riccardo Pandolfi, Elena Biagini, Nicoletta Gialdini e Lorenzo
Menicucci. Demis Vangelisti a Lucca, Tyler Durden alias Christopher
Bonetti e anche il preso male a Camaiore, Joe Squires e Sandra Bonaldi a
Marina di Carrara.

LIGURIA: Chiara Bellè e Akil Nabila a La Spezia, Gabriele Pagliari e


Spud a Riomaggiore. Lorenzo Maggi, Syd e Barret, i cani che ci hanno ac-
compagnato attraverso le cinque terre. Matteo Scardovelli e la bella famiglia
dei vicini di casa a Levanto. Nicolò Pezzolo a Camogli, Benjamin Child e
Mariagrazia e Skandal e la Vale e anche la piccola Aida a Genova, Nasa
Trosupa e Sofia Jovanivic e l’ospitalità Kosovara a Mele.

PIEMONTE: Camille a Novi Ligure, Filippo Amelotti e il limoncino ad


Alessandria, Davide Catzula a Valenza, nuovamente mia Cugggina e il
vino nei pressi di Novara, Luigi Uslenghi e Daniela Squeo a Novara, Mas-
simo a Borgo Ticino e Giada Montico, Ruben e la mia nonna Angela Bo-
longaro a Stresa.

E a chi cammina con la testa tra le nuvole.

– 185 –
redenzione

Il primo novembre, dopo sette mesi e dieci giorni – o meglio 2.910 chilometri
circa di cammino – sono arrivata in un posto che in molti considererebbero
casa solo per capire che mia casa era là fuori.
La strada.
Il primo gennaio 2014 sono caduta in bicicletta da ubriaca sfasciandomi
il mento. Immagino sia stata inconsciamente una reazione disperata per at-
tirare l’attenzione di chi non voleva più saperne di me. Sono partita per
questo folle viaggio con le cicatrici di quella caduta. Una sul mento e una
sul cuore. Speravo andassero via, ma sono rimaste entrambe, solo che ora
non le guardo più con dolore e vergogna, le guardo con amore e compren-
sione, come fossero pietre miliari di una meravigliosa storia che è la vita. Di
cui tutti siamo padroni e abbiamo il potere di scrivere esattamente come
vogliamo giorno dopo giorno.
Io volevo che la mia fosse una bella storia.
Non sapevo cosa cercassi, quando sono partita, ora so che cercavo re-
denzione, il perdono da me stessa.
Sognavo di avere una vita senza né rimorsi né rimpianti. Ci sono stati e
non posso tornare indietro, ma li posso trasformare in opportunità. Non si
può cambiare il passato, i nostri errori rimangono tali, ma possiamo scrivere
il nostro futuro e cambiare il frutto di essi. Invece di caricarci le spalle, di
dolore frustrazione e pentimento possiamo mano a mano togliere quei mat-
toni pesanti e far nascere qualcosa di nuovo per cui sarà valsa la pena anche
di sbagliare. Trasformarli in spinta creativa e cavalcarla fino a quando ti
avrà riportato a galla.
L’errore come punto di partenza per qualcosa di molto più grande, in
modo che quando si guarderà al passato da lontano sarà talmente piccolo
rispetto a quello che viene dopo da rimanere fuori dal disegno, da passare
quasi inosservato.

– 186 –
REDENZIONE

La storia della mia vita ora mi piace di nuovo e anche più di prima.
C’era una volta, tanto tempo fa, ovvero prima della televisione, il braciere.
Era usanza accendere il carbone al centro, e le famiglie riunite in cerchio ci
appoggiavano i piedi per scaldarsi, mentre si raccontavano storie e cuoce-
vano patate. Era il centro del salotto e della vita di casa.
Ecco, io ora sogno una vita con al centro un braciere. Ed essendo la
strada la mia casa, lo voglio portare con me insieme a tutte le mie storie.
Sogno di farmi il giro del mondo in bicicletta, portandolo dietro e trovando
ogni giorno qualcuno con cui condividere cultura e amore e continuare a
espandere i miei orizzonti fino a quando non mi fonderò con essi.
La mia lotta contro il nulla non è finita, e questa è stata solo una storia
tra le tante che iniziano ora, in questo momento, anche la tua. Il mio destino
era scritto sulla suola delle mie scarpe e se non gli avessi dato ascolto avrei
continuato a camminarci sopra senza accorgermene.
E tu? Dov’è scritto il tuo destino? Che storia hai voglia di scrivere?
Pensa intensamente al tuo desiderio, scrivilo sul prossimo foglio di carta
e soffiaci sopra insieme a tutte le tue speranze e trasformalo in rivoluzione.
Non ti preoccupare se ancora non lo sai.
Tutto si risolve con una passeggiata.

– 187 –
indice

Santa Darinka 7
Palermo 9
Il sogno zero 12
Quentin Tarantino 15
Tombe nuove per morti da un pezzo 17
Nuovo Cinema Paradiso 20
Bella senz’anime 22
127 ore 24
Guardare in alto 26
Qualcuno conosce qualcuno? 29
Radio Battente 33
Autodistruzione 36
L’isola di Pasqua 39
Sicilia 43
55.200 passi di libertà 46
Mamma Etna 50
Cambiare tutto per non cambiare nulla 54
Mal di Sicilia 58
Abra Calabria 60
Come pecore in mezzo ai lupi 68
Una Rosa nel deserto 71
Plastica e cemento 77
Go Walk 80
E le pale girano 85
Una lunga strada che non porta da nessuna parte 89
La Grande Bellezza 92
Certe notti tra pus e zanzare 95
Grazie per la compagnia, chiunque tu sia 97
Questa è Taranto 99
Il branco 104
Caput Mundi 109
Sogno di non avere più sogni (forse) 114
Essere liberi di… 120
Le pietre magiche 122
Sirene che camminano 126
Ho trovato l’amore 130
Un problema con le autorità 134
Un fuoco che fa ombra 137
L’epicentro 140
Non c’è niente di cui avere paura 145
Il circo Montico 148
Basta! 150
I sogni 152
Walkaboutsilence: urla dal silenzio 155
Ascolta 159
Luoghi poco comuni 163
Motare 168
La relatività 173
Arrivata? 176

Colonna Sonora 179


Ringraziamenti 182

Redenzione 186
finito di stampare 192