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Quaderni del Laboratorio Montessori

2015/1 – La mediazione pedagogica. Studi e ricerche


ISBN 9788899209001

KARL JASPERS:

“ IL NAUFRAGAR M’ E’ DOLCE ? ”

di

Francesco Spano

1
Karl Jaspers è ritenuto, insieme a Martin Heidegger, il principale esponente dell’esistenzialismo
tedesco. Egli è considerato il solo, fra gli esistenzialisti, che abbia concepito un “sistema” con un
carattere dichiaratamente metafisico e solidamente articolato. Esso è custodito nei tre volumi
facenti parte dell’opera complessiva Filosofia (1932), rispettivamente intitolati: I. Orientazione
filosofica nel mondo”; II. Chiarificazione dell’esistenza; III. Metafisica.
La filosofia, per questi due importanti esponenti esistenzialisti (e non solo per loro), si configura
come studio dell’Essere.
Di quest'ultimo, secondo Jaspers, si può parlare in un triplice significato:

1. Nel senso di ciò che esiste, cioè della semplice presenza di


tutti gli altri enti che "ci" sono (Dasein).

2. Come Esistenza (Existenz), cioè come indagine che l'io fa di


sé in quanto ricerca dell'essere (essere-per-sé).

3. Come corrispondente alla Trascendenza, poiché l’essere-in-


sé non può essere conosciuto (punto di vista ripreso da Kant)

Modalità essenziali di riferirsi alla realtà

Jaspers riconosce due modalità essenziali di riferirsi alla realtà:


La prima, scientifica, che si orienta sulla base della semplice presenza (Dasein) fenomenica delle
cose mondane all’intelletto indagatore.
La seconda, invece è filosofica, ed ha come meta la chiarificazione del significato esistenziale
(Existenz) degli enti, per la vita profonda della coscienza.
Il mondo di cui parla Jaspers non è la mera somma degli enti successivamente conosciuti, ma è
una totalità (Weltalt), un orizzonte che ingloba ogni prospettiva parziale, e che arretra e sfugge di
fronte ad ogni tentativo di darne una completa oggettivazione.
“Se chiamo mondo tutto ciò che, attraverso l’orientazione conoscitiva, può essermi accessibile
come un contenuto che tutti possono conoscere in termini logicamente vincolanti, allora nasce il
problema se la totalità dell’essere si esaurisce nell’essere del mondo, e se il pensiero conoscitivo
si conclude con l’orientazione nel mondo. Ciò che nel linguaggio mitico si chiama anima e Dio,
e nel linguaggio filosofico esistenza e trascendenza, non è mondo. Ossia come qualcosa di

2
conoscibile, ma potrebbero essere in un’altra maniera. Se non sono sapute, non per questo sono
nulla; se non sono conosciute possono essere comunque pensate”.1
Jaspers “nasce” prima come uomo di medicina e poi come filosofo. Proprio questo suo
passaggio, dalla psicologia alla filosofia fa sì che ci sia una inevitabile influenza nel modo in cui
l’essere viene esaminato. Quindi, l’essere, non è un ente statico, invariabile, corrispondente a
rigorose leggi logiche oggettive, ma una ulteriorità, un qualcosa che sempre si arricchisce di
significati, che si mostra, ma nel mostrarsi comunque si allontana dalla possibilità di una
definizione definitiva.
Jaspers osserva, che proprio nella evoluzione della filosofia Occidentale, l'essere è divenuto
similare agli enti: non è più ciò che comprende la totalità degli enti, ma è l'ente eterno e
immutabile posto in posizione di privilegio rispetto agli enti terreni corruttibili (le idee di
Platone, Dio stesso).
La scienza e la filosofia tradizionali pensano di spiegare il mondo, ma ciò che ottengono non è
un orizzonte, bensì una prospettiva parziale su di esso e sulle cose che sono in esso.
Nelle scienze come fin ad oggi si sono realizzate noi troviamo la conoscenza oggettiva come
orientazione nel mondo. Senza di esse non è possibile alcuna orientazione filosofica nel mondo.
Il filosofare, senza l’indispensabile appropriazione dell’orientazione scientifica nel mondo, e
senza il contributo della propria indagine, diventa vuoto, perché manca di materiale.
Entrando nello specifico la scienza moderna si focalizza essenzialmente sul meccanismo che
determina il ruolo degli enti dentro il mondo, oscurando l’essere “il tutto che avvolge”. Nella
scienza moderna questo ultimo non viene colto nella sua totalità, rimanendo così, distante.
Solo la filosofia può cogliere tra le proprie braccia l'essere che tutto avvolge, ovvero non
accontentarsi del procedimento che definisce il funzionamento regolare ed oggettivo della realtà
(fine del quale si occupa la scienza moderna), ma altresì ogni aspetto ulteriore che elude
l’oggettività. Il filosofare, quindi, deve urtare nella forma dura e costringente dell’esserci per
avanzare verso l’essere autentico, inteso come possibilità che scavalca, oltrepassa il sapere.
Nella raffigurazione scientifica il mondo si riduce a cosmo, ossia ordinato secondo una visione
matematica, analitica e relativa. Quindi tra mondo e cosmo vi è una tensione insopprimibile, e
ogni sacrificio di custodire la dimensione trascendente, unificante e inoggettivabile, in quella
uniformante ed oggettiva del secondo non può che incanalarsi verso una “rottura” del mondo
stesso.
Bisogna sottolineare che come essere, io sono differente, in modo radicale, da tutto l’essere delle
cose, perché posso affermare: “io sono”.
“L’essere, che non è nella manifestazione dell’esserci, ma che può essere e deve essere, decide
nel tempo se è eterno.
Questo essere sono io come esistenza.”2
Per prima cosa l’essere che trovo nella situazione è per me oggetto.
Io, invece, sono differente. Io non sto di fronte a me stesso come di fronte alle cose; io sono colui
che interroga, io sono colui che sa di essere quello che interroga. Anche quando mi volgo verso
me stesso per farmi oggetto, io sono sempre quello per il quale divento oggetto; permane dunque
un essere-io.
L’essere come essere-oggetto e l’essere come essere-io sono i modi di essere che, distinti per
essenza, si impongono fin dal primo momento. Certo, fra gli oggetti ci sono le persone, ciascuna
delle quali esiste come io che è per sé, così come io posso diventare oggetto per loro, ed anche
per me quando mi considero oggettivamente in quanto ci-sono. Ma nell’essere-io c’è un punto in
cui io come oggetto ed io come soggetto, nonostante la scissione, siamo un che di unico.

1K.JASPERS, Chiarificazione dellʼesistenza, Milano, Mursia Editore, 1978, p. 25.

2Ibidem.

3
Quindi l'essere si sottrae da qualsiasi esplicitazione oggettiva e definitiva e raffigurandomi come
esistenza io mi conosco indipendente, non mi oggettivo in nessun modo.
Io, vivo a partire dalla sua possibilità ed in essa mi sento intimamente radicato. Quindi solo ed
esclusivamente nella sua relazione sono me stesso.

Esistenza

Invece, l’esistenza che cosa è?

L’esistenza è ciò che non diventa mai oggetto, è l’origine, partendo dalla qual io penso e agisco,
e sulla quale io parlo in una successione di pensieri che non giungono a conoscere nulla;
l’esistenza è ciò che si rapporta a se stessa, e, in ciò, alla sua Trascendenza.
“Il mio esserci non è dunque esistenza, ma l’uomo è, nell’esserci, possibile esistenza”. 3Da
che cosa si differenzia il mio esserci dagli altri?
Il mio esserci si differenzia dagli altri per la grandezza o la limitatezza del proprio essere nel
mondo. Cosa molto importante, l’esserci è temporale, quindi come l’essere, vive e muore.
Mentre per l’esistenza il discorso è diverso: essa si differenzia dalle altre esistenze in base alla
propria libertà. Essa non conosce la morte, ma nel tempo, oltrepassa il tempo stesso.
L’esserci giunge la sua totale realizzazione come essere-nel-mondo. Il mondo per l’esistenza
possibile è il campo della sua manifestazione. L’errore più grande però,secondo Jaspers, è tentare
di capirlo, poiché il mondo si presenta in modo impersonale e se lo si riesce a chiarire in qualche
particolare, resta incomprensibile nella sua totalità.
Non bisogna tralasciare però il fatto che io conosca il mondo sotto un altro aspetto. Aspetto che
mi rende il mondo affine, e che in esso mi sento al sicuro poiché mi ci sento a casa.
Jaspers ce lo descrive nel seguente modo:
“ [...] Mi è familiare nelle piccole cose e in quelle che i sono presenti, mentre mi affascina nella
sua grandezza; la sua vicinanza mi disarma, la sua lontananza mi attira. Non segue i sentieri che
attendo, ma anche quando mi sorprende con insospettate realizzazioni o inconcepibili fallimenti,
alla fine conservo, anche nel naufragio, un’indefettibile fiducia in esso”.4
Si capisce perciò che l’esistenza possibile, in un primo momento si distingue dal mondo, per poi,
in un secondo momento, entrarvi in modo autentico. Tra l’esistenza e il mondo vi è questo
rapporto di amore ed odio, per il quale l’esistenza è attratta dal mondo perché questo è l’habitat
della sua realizzazione, ma nello stesso tempo vi è un rifiuto da parte dell’esistenza nei confronti
del mondo, per evitare il pericolo di decadere a mero esserci.
Si evince da tutto ciò, che tra mondo ed esistenza, vi è una evidente tensione per cui non possono
né unificarsi e né separarsi.
Come ci dice Jaspers:
“Questa tensione è il presupposto del filosofare che muove dall’esistenza possibile. Il mondo
come ambito del conoscibile e l’esistenza come ciò che s’ha da chiarire sono dialetticamente
distinti e poi di nuovo unificati”.5

3Ibidem.

4Ivi, p. 26.

5Ivi, p. 27.

4
Stando al limite tra mondo ed esistenza, l’esistenza possibile vede tutto l’esserci, ma non come
mero esserci.
Bisogna specificare però, che può avere coscienza dell’unificazione di esistenza e mondo
soltanto colui che vi si trova per realizzare se stesso.
Ciò che la filosofia deve chiarire è chi sono io, qual’è il senso del mio essere e per attuare questa
chiarificazione dell’esistenza non può e non deve seguire il metodo oggettivante dell’intelletto.
Tale passaggio avviene quando l’uomo prende coscienza della propria,singolare visione del
mondo. Con l’espressione “visione del mondo”, Jaspers, intende il punto di vista che ognuno ha
e che non può e non deve essere relativizzato, e che quindi va esaminato, in quanto annunciatore
di una dimensione dell’esistenza.
In rapporto all’esistenza, non vale tanto la generalità, ma (come sosteneva Kierkegaard,il cui
pensiero è considerato punto di avvio dell'esistenzialismo) l’eccezione.
A partire dall’esistenza possibile, io afferro la storicità del mio esserci, che dalla mera
molteplicità della realtà conoscibili, muta nella profondità dell’esistere.
Se io sono radicato nello storico, allora, il tempo non è un semplice trascorrere, ma è
manifestazione dell’esistenza che, nel tempo, si conquista attraverso le proprie decisioni.
Si può dunque dire che, lo strumento della comprensione esistenziale per Jaspers non è
l’intelletto,ma è la ragione come sinonimo di storicità e libertà.
Jaspers spiega la storicità con queste parole:
“ Dal punto di vista esistenziale, l’esserci, nonostante sia infinitamente importante per il singolo,
e questa sua importanza sia riconosciuta nella comunicazione autentica, di fronte alla
trascendenza è in se stesso nulla. La storicità consiste proprio nel trovarsi in questa tensione
dove, la profondità dell’esserci autentico si rivela, in modo inconfondibile, nell’unicità della
realtà temporale come dal proprio fondamento.
Se nella coscienza della storicità so di essere originariamente legato all’esserci, in essa so anche
di essere manifestazione dell’esistenza possibile ”.6
La ragione, deve riconoscere la propria identità nella storicità dell'esistenza dell'uomo, sempre
incarnato in una situazione storica determinata. Ciò, però, deve spronare l’uomo a valicare la
propria limitatezza per spingersi alla ricerca di una verità. Nello specifico tale ricerca non
puòmai identificarsi con un oggetto o con un dato.
Mentre la libertà, secondo Jaspersnon va concepita come libero arbitrio, come possibilità di
scelta liberamente e chiaramente determinata, cioè, tra alternative indifferenti, ma come
riconoscimento di una necessità. Sono libero in quanto tengo conto, valuto le mie “possibilità”,
le mie “potenzialità”, ma come ci fa capire Jaspers, posso fare tutto ci solo accettando in via
preliminare la situazione in cui mi trovo posto. Vi è quindi un’accettazione (amor fati) del
proprio destino.
Per Jaspers l’animale come mero esserci non è perduto, non è vuoto e nullo, non è perplesso e
non è neppure il contrario. Noi non sappiamo che cosa è propriamente. Siccome non ha la
possibilità della scelta, l’animale è solo l’esserci che è. L’uomo dal canto suo non può abbassarsi
a questo livello, perché se ci provasse, si troverebbe ad un livello inferiore, quello proprio di un
esserci atterrito dalla disperazione, a cui manca la forza e la sicurezza naturale che invece
appartengono all’animale. L’uomo non può essere mero esserci, egli deve o salire Trascendendo
nello slancio o affondare perdendo la Trascendenza.

6Ivi, p. 120.

5
La Trascendenza e le situazioni limite

Che cosa è la Trascendenza?

L’Esistenza e la Trascendenza sono differenti, ma allo stesso tempo, sono in una relazione
reciproca. Questa stessa relazione si manifesta nell’esserci. Quindi Il trascendere non è
assolutamente un fatto dato con l’esserci, ma una possibilità della libertà in esso.
Ciò significa che la manifestazione della Trascendenza è legata al suo apparire nell’esserci in cui
l’essere rimane lacerato, e solo sul terreno della storicità dell’esistenza, che si incontra come
molteplice, può essere cercato e colto come l’Uno.
Nello specifico la Trascendenza non è né esserci, né coscienza, né esistenza, ma è l’essere che
trascende tutte queste figure.
E’ l’assoluto in contrapposizione alla finitudine, alla relatività, alla non-conclusione di tutto ciò
che è per la coscienza e nella coscienza.
La trascendenza dell’essere si mostra in modo particolare in quelle che Jaspers chiama
“situazioni-limite” (Grenz-situationen).
“ Situazioni come quella di dover essere sempre in una situazione, di non poter vivere senza lotta
e dolore, di dover assumere inevitabilmente la propria colpa, di dover morire, sono situazioni
limite.[...] Sfuggono alla nostra comprensione, così come sfugge al nostro esserci ci che sta al di
là di esse. Sono come un muro contro cui urtiamo e naufraghiamo. Non possiamo operare in esse
alcun mutamento, ma dobbiamo limitarci a considerarle con estrema chiarezza, senza poterle
spiegare o giustificare in base a qualcosa. Esse sussistono con l’esserci stesso.
Limite significa che c’è qualcos’altro che però sfugge alla coscienza del nostro esserci ”.7
Ciò che accomuna tutte le situazioni-limite è la sofferenza e l’incomprensibilità. Si tratta di
situazioni che ci interrogano nel profondo, ponendoci di fronte ad una scelta radicale.La scelta è
un poter essere che equivale a “non poter non essere” . Il Sollen(dovere morale) si rovescia nel
Müssen (dovere come necessità imprescindibile): siamo cioè “condannati alla scelta”, ma non
siamo liberi di decidere che cosa scegliere.
Nello specifico, le situazioni-limite sono: morte, dolore, lotta e colpa.
“ La morte e il dolore sono situazioni-limite che non richiedono un mio intervento attivo. In esse,
quando le considero, mi si rivela un aspetto dell’esserci. La lotta e la colpa, invece, sono
situazioni-limite solo se io intervengo attivamente a produrle; da questo mio intervento dipende
la loro efficacia. Sono comunque situazioni-limite perché, di fatto, il mio essere dipende
dall’efficacia della loro azione. In nessun modo mi posso sottrarre ad esse, ma, per il solo fatto
che ci sono, concorro a produrle.
Ogni tentativo messo in atto per eluderle finisce per ricostruirle in altra forma o per determinare
il proprio annullamento. La morte e il dolore li colgo al livello esistenziale, nella situazione-
limite che mi si presenta, mentre la lotta e la colpa sono io stesso a determinarle, a crearle
inevitabilmente. Stando in esse, come si sta in una situazione-limite, ne prendo coscienza a
livello esistenziale e, in un modo o nell’altro, me le approprio. ”8

7Ivi, p. 185.

8Ivi, pp. 209-210.

6
La legge del giorno e la passione per la notte

Nella Trascendenza “naufraga” il pensiero che si affida alla passione per la notte.
Come spiega Jaspers:
“Infatti quando la legge del giorno in un primo momento dà la coscienza di una felicità
impareggiabile nella comunicazione, nella vita dello spirito, nell’attuazione dei propri compiti e
delle proprie idee, allora, alla fine di questo mondo così chiaro, si fanno sentire con altrettanta
chiarezza i demoni che erano stati respinti.
La notte alla quale mi affidai a occhi aperti non è il nulla, non è il male puro e semplice. Al di là
del bene e del male, che hanno valore finché c’è una scelta da fare, la notte è male solo per il
giorno, che però avverte di non essere il tutto. Quando io, affidandomi al giorno, mi sottraggo
alla notte, non ho la consapevolezza assoluta di una verità senza colpa, ma so che mi sono
sottratto ad una esigenza che lanciava appelli; non si diede ascolto ad una Trascendenza quando
fu avvertito il giorno e la fedeltà”.9
Quindi nel momento in cui la legge del giorno esige limpidezza nell’esserci, vi è la passione per
la notte, nella quale nonostante nulla sia chiaro ci si lascia trasportare poiché in essa viene
custodito ciò che è puro ed autentico si sprigiona nell’esistere in quanto è tensione verso il vero.
Vi è quindi, un abbattimento di tutto ciò che è certo, di ogni stabilità, ovvero il Jasperiano
“naufragio”.
“A questo punto possiamo chiederci: c’è qualche motivo che giustifichi questo trascendere? Non
siamo soddisfatti nel mondo degli oggetti? Tutto ciò di cui noi abbiamo bisogno, tutto ciò a cui
noi riconosciamo un essere, non è lì davanti a noi oggettivamente, e questo mondo non è tutto? A
questi interrogativi occorre rispondere: che il mondo in se stesso non possiede alcun punto di
appoggio, anzi in sé è in costante rovina, anche se questo fatto sulla base dell’esperienza può
solo essere mostrato e non dimostrato “.10
Quindi nell’inquietudine che si prova davanti alla fugacità di tutto l’esserci nasce la
Trascendenza,e proprio senza quest’ultima tale inquietudine sarebbe ineliminabile.
Jasper poi, tende a sottolineare che noi non possiamo pensare la Trascendenza come Dio, da
intendersi come singolo separato dal mondo, né possiamo dire che, trascendendo tutto, Dio
sarebbe, come essere, il concetto che tutto include. Questa dialettica porta inevitabilmente a
contraddizioni permanenti la cui soluzione annullerebbe per noi la trascendenza.
Il fatto che l’esistenza non possa considerarsi come essere assoluto, ma al contrario si sa
relazionata alla trascendenza, sono elementi che preparano il cammino all’impulso volto alla
ricerca dell’essere. Questa ricerca ha dunque tre scopi che, anche se indeterminabili, scaturiscono
l’uno dall’altro: essa si dirige nel mondo per orientarsi, si sospinge oltre il mondo appellandosi a
sé come esistenza possibile, e si apre alla Trascendenza.

9K.JASPERS, Metafisica, Milano, Mursia Editore, 2003, p. 214.

10Ivi, pp. 61-62.

7
Jaspers non pensa a una metafisica dell’essere, come quella della scolastica, ma una metafisica
simbolica: se infatti l’esistenza è trascendenza, essa non è oggettivabile e non può essere
compresa attraverso concetti logici.
Nella sua negatività tale esperienza incarna anche una nuova possibilità d’interpretazione e di
ascolto del mistero dell’essere. L’essere, infatti, pur rimanendo trascendente e inoggettivabile,
nel contempo si manifesta attraverso il “simbolo” che, “[..]portato alla conoscenza diventa‘cifra’,
ossia manoscritto di qualcosa d’altro che, illeggibile coi criteri dell’universale validità, è
decifrato esistenzialmente”.11

La scrittura cifrata

Il mondo appare ora, alla fantasia intuente e interpretante, come una “scrittura cifrata” in cui
qualcosa della trascendenza si dà “di traverso”, si rivela sebbene in modi sempre inadeguati,
perché condizionati di volta in volta dalla situazione storica dell’uomo.
Mentre l’indagine scientifica dell’apparire suppone ciò che è suo sostrato, il filosofare, attraverso
l’apparire, afferra l’essere nell’interpretazione delle cifre della Trascendenza e nel pensiero che si
appella all’esistenza.
L’esistenza è quindi la decifrazione della presenza di un Dio che rimane avvolto nel più assoluto
mistero. La cifra è “l’essere che ci pone in presenza della trascendenza”, e, la lettura delle cifre è
la chiarificazione delle vie che conducono l’esistenza alla trascendenza.
La più tipica di queste cifre è la morte.
Di fronte a essa sono possibili due atteggiamenti, equivalenti sul piano morale, ma distinti sul
piano religioso. Sono:

1) L’atteggiamento del pessimismo: si può cioè accettare nichilisticamente lo scacco, assumendolo,


dice Jaspers, in un “cupio dissolvi” (il cui significato letterale è “desidero morire” e deriva da
una frase biblica espressa da San Paolo nella lettera ai Filippesi 1, 23-24 )

2) L’atteggiamento dell’ottimismo (un ottimismo tragico, trattandosi in ogni caso della morte): ci si
può aprire alla speranza, sforzandosi di interpretare tutta la nostra vita, morire compreso, come
cifra della trascendenza.

Possiamo quindi sinteticamente dire che, senza esistenza, l’orientazione del mondo sarebbe priva
di senso e la Trascendenza diventerebbe superstizione. Senza-orientazione-nel-mondo,
l’esistenza diverrebbe vuota puntualità e alla Trascendenza mancherebbe la materia del proprio
linguaggio. Senza Trascendenza, l’esistenza perderebbe l’essere autentico e l’orientazione nel
mondo la sua profondità possibile. L’uomo è esistenza possibile che come coscienza in generale
si orienta nel mondo e attraverso il mondo si relaziona alla Trascendenza. Positività, esser-se-
stesso e lettura delle cifre sono realtà connesse l’una con l’altra e attraverso l’altra.
Jaspers poi, vede l’arte, come linguaggio nato dalla lettura della scrittura cifrata. L’arte, infatti,
lascia esprimere le cifre, coglie l’essere autentico intorno a cui si muove il filosofare, diventando
quindi, parte della filosofia.
Come afferma Jaspers:
“Nel pensiero metafisico l’uomo si sente sospinto verso l’arte. Apre il suo animo alle origini
dell’arte quando quest’ultima, seriamente pensata, non è mera decorazione, gioco, godimento
sensibile, ma lettura delle cifre”.12

11Ivi, p. 53.

12Ivi, p. 318.
8
Quindi, attraverso l’intuizione artistica, il pensiero ha la possibilità di dirigersi con lo sguardo
verso la Trascendenza.
In particolare le attività della pittura e della poesia, ci offrono una illusione della
rappresentazione, e, solo attraverso questa, la cifra.
Come sottolinea Jaspers le cifre per:
“Non permettono di leggere solo le cifre del tempo, dello spazio e della corporeità, ma anche le
cifre della realtà nella sua pienezza, in cui queste arti fanno entrare, nella forma della
rappresentazione, i tre suddetti domini, come tutto ciò che in generale esiste e può esistere”.13

Genio e follia

Continuando approfonditamente, in modo epifanico il discorso sull’arte, come mezzo per far
affiorare la trascendenza ed evidenziare la situazione limite della malattia intesa come dolore e
lotta interiore, Jaspers analizza in un saggio del 1922 “Genio e Follia” il rapporto esistente tra la
schizofrenia e la genialità.
Egli dunque, servendosi di due preziose “ancelle”, quali la filosofia e la psichiatria, si inoltra
senza alcuna riserva nell’esplorazione di un abisso. Benché da valido medico conoscesse tutta la
nomenclatura, da buon filosofo si dissuase dall’impiegarla. La filosofia, infatti, dimorando da
sempre nell’abisso e conoscendone l’insondabilità, non dispone di nomi.
Come afferma Umberto Galimberti:
“Psichiatria e filosofia trovano, in Jaspers, il loro accordo attorno ad una sola parola. La parola
è “Schizofrenia”, la mente (PHREN) scissa (SCHIZO) in due mondi, l’uno si rivede e disperde
nell’altro senza che sia più possibile capire quale dei due sia il mondo vero.”14
Secondo Jaspers, lo schizofrenico, intuirebbe quanto mai tale scissione presente nella condizione
umana. La malattia mentale si scatenerebbe allora in quanto sconfitta di una psicotica ma ad
ogni modo umana inclinazione a sottrarsi alla scissione. Uno scacco, in cui vi è il naufragio
dell’intero essere umano. Tuttavia, questo scacco, questa sconfitta, offrirebbe uno stimolo in chi
possiede del talento artistico, facendo affiorare velatamente la trascendenza, propria del principio
primo, di Dio. Quindi, questa ultima per esplicitarsi ha bisogno del dato sensibile, ed il dato
sensibile da contingente diventa necessario, ma il punto fondamentale è che la trascendenza non
può identificarsi completamente attraverso un dato sensibile, ma si costituisce attraversando il
dato sensibile. Se l’elemento di trascendenza facesse tutt’uno, fosse “inchiodabile” ad un dato
sensibile, allora questo ultimo ci direbbe quel contenuto di verità e solo quello. Invece il dato
sensibile è in grado di darci significati sempre nuovi e diversi, senza identificarsi con alcun
significato determinato, con un “più” determinato, allora quel “più” perderebbe la caratteristica
della trascendenza, sarebbe immanente al dato sensibile.
Tale trascendenza traspare in una forma anche più vivace che in artisti non folli e quindi “sani”.
“Come Dioniso, che, nato da Semele, colpita dal fulmine di Zeus, trasmette il fuoco divino ai
mortali nella bevanda benefica, così il poeta accoglie la folgore divina e offre, sotto forma di
canto, ciò che sarebbe mortale senza questa trasmutazione”.15

13Ivi, pp. 323-324.

14U. Galimberti, Prefazione, in K.JASPERS, Genio e Follia. Strindberg e Van Gogh, Milano, Raffaello
Cortina Editore, 2011, p. XVI.

15Ivi, p. XV.
9
“Ma l’uomo che non teme la profondità dell’abisso e che non difende con terreni solidi e sicuri,
può accedere alla schizofrenia perché è dell’uomo abitare la dimensione frantumata dell’essere
che, inaccessibile nella sua originaria unità, si concede ad esso solo come lacerazione.
Possiamo pensare la storia come un tentativo, mai interrotto, di ricomporre questa lacerazione,
possiamo pensare la religione come una proiezione nell’al di là del desiderio di ricomposizione,
dobbiamo pensare all’arte e alla filosofia come proclamazione alta e forte della incomponibilità
di questa lacerazione, da cui l’uomo è nato come frammento scisso tra la terra e il cielo per dirne
tutta la distanza.”16
Secondo le parole di Umberto Galimberti:
“Di questo sono capaci i folli che già Platone segnalava “abitati dal dio”. Essi descrivono la
condizione umana caratterizzata da quella “ totale assenza di protezione “ che la ragione tenta
invano di mascherare col calcolo e col progetto, con la previsione e con l’anticipazione, per cui
l’uomo occidentale, educato da quel tipo di “ ragione “, non osa più sporgere nell’Aperto e
arrischiare sensi imprevisti.”17

L’artista-folle

L’artista-folle è tale poiché sacrifica la sua mente e mette la sua parola al servizio del non-senso.
Bisogna precisare che l’artista non è un genio grazie alla follia, ma perché in lui preesiste quel
“seme” che è il talento. Tuttavia il talento, proprio grazie al “terreno fertile” della follia,
raggiunge vette di una genialità più vivace di quella comune. Nello specifico quell’imprevedibile
“terreno fertile” che è la follia insidia ed ostacola il seme che è il talento, ma proprio
nell’ostacolarlo lo guida a forme di espressione che mai avrebbe raggiunto.
Proprio qui, e non altrove, si nota il nesso tra follia e creazione artistica, naturalmente con il
sacrificio dell’artista, con il naufragio, unica via attraverso cui si diventa autentici. Al giorno
d’oggi per questo naufragio viene evitato, viene soffocato dal conformismo, dall’intellettualismo.
Rimane in tal caso la psicosi ad offrirsi come fortezza: un’opposizione al conformarsi, un
“tuffarsi” nei conflitti che non hanno soluzione.
Il risultato è opporsi, ribellarsi, con un inevitabile fallimento, quindi naufragando. Proprio in tale
naufragio, si comunica quello che è il limite che la mente non può valicare ma dove,
infrangendosi, sente e tocca l’assoluto.
Gli esseri umani, generalmente, sentono il bisogno e quindi sfiorano il fondo nudo della mente
(uno Jasperiano “Grund“), ma allo stesso tempo, grazie ad un Io, ne restano distanti. Proprio
grazie a questo Io che tiene distanti, gli esseri umani, possono vivere questo “Grund”,
permettendo infinela meditazione su quanto viene vissuto. Da tutto ciò, secondo Jaspers, ne
consegue una inesorabile tensione.
Entrerebbero allora in funzione, i meccanismi accennati in precedenza, conformismo ed
intellettualismo. Pare, quindi evidente che “navigare” l’inenarrabile è qualcosa a cui la maggior
parte degli uomini sfugge.
Nello specifico scatterebbe l’adesione a quei “pensieri saturi”, tali da non suscitare alcun dubbio
o interrogazione, alcuna incertezza. Mentre, coloro che sono aperti ai “pensieri insaturi” e a
soluzioni mai definitive, le così dette persone creative, sarebbero tali perché compiono il moto

16Ivi, p. XVI.

17Ivi, p. XVIII.

10
opposto, rimanendo in contatto con l’instabilità continua che ci abita, e secondo Jaspers, a cui
dovremmo sempre rispondere.
Gli artisti ne sarebbero testimonianza, fanno da “ponte” poiché rendono visibile questa esigenza
mutandola in opere che possono essere usate a proprio vantaggio da chiunque. Costeggiano
l’indicibile fino quasi a esserne bruciati, ma allo stesso tempo si distanziano da esso quel poco
che basta per poi tradurlo.
Per essere ancora più chiari, sarebbero i folli, gli schizofrenici, dotati di estro, di talento, a
rendere percepibile, tramite opere artistiche, l’impossibile che dimora il fondo di ogni umana
esistenza.
Jasper identifica questi ultimi come grandi personalità. La grande personalità è cifra della verità,
figura simbolica dell’essere, modello dell’esistenza possibile: egli attua il compito e il fine della
filosofia, che è quello di risvegliare l’uomo dal torpore del mero esserci invitandolo a compiere il
salto all’esistenza possibile. Ecco perché ogni “grande” è “grande filosofo”. Per Jaspers,non
esiste il filosofo di professione. Grande filosofo può essere per lui uno scienziato, un poeta, un
artista, un uomo religioso.
L’analisi di Jaspers passa dal genere al concreto, cioè analizza i tratti caratteristici delle varie
personalità dal momento in cui la malattia entra prepotentemente nella vita dell’uomo fino a
trasformarne l’opera, rendendola arte.

I geni-folli analizzati da Jaspers

Per entrare ancora di più nel dettaglio, Jaspers esamina quattro malati, schizofrenici dotati di
grandi capacità intellettuali: Strindberg,Swedenborg, Hölderlin ed infine Van Gogh.
Rispetto allo scrittore e drammaturgo Strindberg e allo scienziato e filosofo Swedenborg, la
novità dell’esperienza nel poeta Hölderlin e nel pittore Van Gogh, sono essenzialmente
soggettive, intimamente vissute, e la loro espressione in origine non è mai oggettiva, né lo
diventa completamente, neanche quando si realizza nella creazione artistica (forma, immagine,
concetto, metafora). Vi è un vero e proprio rapimento di tutta l’anima, che porta ad uno
sconvolgimento delle funzioni psichiche.
“Le loro opere - appassionati frutti di uno sconvolgimento interiore - confermano ciò che
abbiamo detto; in esse la passione esige una costante disciplina, tanto più forte quanto più
violenta è la tensione interiore. E’ facile per noi comprendere il contenuto delle esperienze di
Strindberg e di Swedenborg, poiché esso si esprime in maniera oggettiva. Le espressioni di
quegli altri malati, il cui contenuto è esclusivamente soggettivo, non possiamo comprenderlo, a
nostra volta, che riferendoci alla forma, al ritmo, all’immagine. Avvertiamo il suo significato
profondo, ma non ci è possibile formularlo, sentiamo solo la sua scossa. Ciò che a un’analisi
oggettiva appare “incoerente” può essere sentito soggettivamente come carico di
senso”.18Focalizzandoci su Van Gogh come riporta Jaspers, nel 1888 con l’inizio della malattia,
si impone nell’artista una tecnica che diviene poi prevalente nei suoi quadri. Quadri caratterizzati
non più solo da linee e semicerchi, ma anche figure tortuose, spirali, forme che ricordano il
numero 3 o il numero 6, angoli. Come afferma karlJaspers:
”La terra dei paesaggi pare vivere, si solleva e s’abbassa in onde, gli alberi sono come fiamme ,
tutto si torce e si tormenta, il cielo palpita. I colori ardono.”19

18K.JASPERS, Genio e Follia. Strindberg e Van Gogh, Milano, 2011, p. 118.

19Ivi, p. 152

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Si arriva poi ai quadri delle ultime settimane, i quali danno spesso un impressione caotica.
Sembra avvicinarsi a una nuova soglia. I colori diventano più brutali, non hanno più il vivo
riflesso della tensione interiore, sfociano nella devastazione, nel caos.

Jaspers sottolinea che ogni cambiamento di questo tipo determina, in qualsiasi essere umano
provvisto di genio, la realizzazione di “mondi nuovi”. Ma mentre chi non è psicotico si sviluppa
e cresce all'interno di questi mondi, gli schizofrenici artisti, piuttosto, vi si perdono, vi si
distruggono. Essi per, pur lasciandosi divorare e logorare da tale crollo inconsciamente, lottano
allo stesso tempo, con tutto loro stessi per non essere annientati. Nonostante ciò, Jaspers
riconosce l'impossibilità di stabilire una regola assoluta.
Tirando le fila quindi, le tesi di Jaspers travolgenti e dirompenti nell’epoca in cui sono state
avanzate, restano tutt’oggi delle vere e proprie innovazioni. Permettono di comprendere qualcosa
di indecifrabile allo sguardo scientifico, e che quest'ultimo, difensivamente, tende ad appiattire in
deficit e in sintomo. Quello che ci vuole far capire Jaspers è che le ricerche scientifiche,
diventano filosofiche dal momento in cui si inoltrano consapevolmente fino ai confini, ai limiti e
allo stesso tempo alle origini della nostra esistenza.

Bibliografia
Jaspers K., Chiarificazione dell'esistenza, Milano, Mursia, 1978.

Jaspers K., Metafisica, Milano, Mursia, 2003.

Jaspers K., Genio e follia. Strindberg e Van Gogh, Milano, Cortina, 2011.

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