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FONDAMENTI DI DIDATTICA GENERALE

La didattica è una parte della pedagogia che ha per oggetto l'insegnamento e i relativi metodi.

Come definizione potremmo dire che essa e l’organizzazione dell’atto trasmissivo e pretende
l'apprendimento e l'assimilazione.

Per procedere con la didattica dobbiamo organizzare una programmazione.

Da qui definiamo la differenza tra programma e programmazione: mentre per programma si


intende qualcosa di statico che esige dei traguardi formativi universali su tutto il territorio, la
programmazione è invece un processo dinamico dove i contenuti e i metodi sono differenziati caso
per caso.

Nella programmazione il docente diventa un ricercatore di soluzioni, di metodi didattici originali a


seconda delle esigenze del singolo allievo senza dimenticare scientificità del metodo.

Riferendoci a quest’ultimo riscontriamo storicamente tre diverse scuole pedagogiche: il metodo


greco romano, dove esso veniva uniformato ed era subordinato dal fine a discapito dell'allievo che
partecipava in totale passività; successivamente vi fu il pensiero idealistico, nel quale si negava la
metodologia mettendo in luce la creatività a discapito del fine; infine troviamo il metodo naturale,
dove l'insegnante cerca strategie di percorso individualizzate e organizzate che semplificheranno la
realizzazione degli obiettivi.

Per quanto riguarda il metodo, esso è sempre finalizzato da uno scopo ben preciso:
l'apprendimento da parte dello studente. Per attuare tale apprendimento l'insegnante dovrà
organizzare delle attività tramite una logica.

I metodi odierni si strutturano per via induttiva e per via deduttiva e si organizzano in quattro fasi:
l'induzione, la deduzione, l'analisi ed infine la sintesi.

Nell’induzione si passa da un concetto concreto ad uno astratto; al contrario nella deduzione si


procede dall'astratto al concreto; nell'analisi avviene una scomposizione degli elementi; mentre
nella sintesi si ricompongono gli elementi semplificati in precedenza.

Nei metodi della scuola attiva il docente ricopre il ruolo di guida e conduce il ragazzo ad
apprendere autonomamente.

Da qui parte l’idea del mastery learning, l’apprendimento per la padronanza, il quale presuppone
di creare delle condizioni favorevoli all’apprendimento adeguate al bisogno di ogni singolo
studente facente parte del gruppo classe.

E’ quindi una procedura attenta alle diversità dei tempi di apprendimento degli allievi e consente il
raggiungimento degli obiettivi a tutta la classe.

Tale principio presuppone una sequenzialità graduale della programmazione e segue una specifica
procedura dove, inizialmente si definiscono gli obiettivi da raggiungere, per poi suddividere la
materia in oggetto in unità didattiche con, a ciascuna unità, la relativa verifica fatta per accertare
l’apprendimento; in corrispondenza a ciò vengono strutturate eventuali attività di recupero con
successivo controllo dell’assimilazione delle conoscenze e competenze riguardanti l’unità prima di
procedere con il modulo seguente.

Parlando di metodi induttivi attivi ci si trova al cospetto di una metodologia che mette le sue radici
sull’esperienza concreta e dove viene favorito il soggetto invece che l’oggetto e la scoperta
piuttosto che la trasmissione.

L’attivismo di Dewey pone l’attenzione, oltre che sulle attività di gruppo, sull’esperienza attiva
dell’allievo il quale, realizzandola sarà in grado di comprenderla, e sostiene sia un modello in
continua evoluzione, sia un rapporto di integrazione fra l’intelligenza del corpo e intelligenza della
mente; d’altro canto, osservando il principio di concretezza, non possiamo considerare solo
l’ambito della manualità, in quanto, in tale principio prende parte anche il pensiero.

Un esempio costituito dall’attivismo, dal principio di concretezza e da un carattere interdisciplinare


è senz’altro il laboratorio inteso come luogo dove vengono esaminati problemi sperimentando
attivamente.

L’insegnante in laboratorio, oltre a ricoprire il ruolo di tutor, inteso come conduttore, che di
animatore, deve tener presente del senso compiuto delle unità trattate.

Occorre ora fare una differenziazione tra l’unità didattica e i moduli: mentre le prime costituiscono
l’unità minima della programmazione, il modulo didattico è formato generalmente da più unità
didattiche (es. le unità didattiche riguardanti la capacità di calcolo di aree dei triangoli, aree dei
quadrati, aree dei cerchi; messe insieme formano il modulo didattico delle aree).

Da qui deduciamo che il modulo permette un approfondimento ed una specializzazione maggiore


dei contenuti.

Il lavoro attraverso i moduli viene maggiormente giustificato se essi vanno a costituire un progetto.

Anche nel caso del progetto l’insegnante avrà il doppio ruolo di animatore-tutore come già visto
nel caso del laboratorio.

A tal proposito è giusto trattare le fasi di conduzione.

Partendo dall’ascolto attivo, ricordando sia la differenza tra l’udire (come fenomeno fisiologico) e
l’ascoltare (come prestare attenzione) che il presupposto di un impegno intellettivo, passiamo ad
un momento di silenzio dove assimilare i contenuti ascoltati, per arrivare infine ad una
riverbalizzazione, ovvero il momento in cui si ha una riproposta verbale che porterà l’allievo ad
essere sempre più un contenitore (holding) e che fungerà da verifica di quanto gli alunni hanno
recepito.