Sei sulla pagina 1di 3

Il darwinismo comporta tre assunti incompatibili col marxismo.

Primo, il darwinismo è radicalmente gradualista, vale a dire postula che la selezione naturale
che è, come dirà lo stesso naturalista inglese

«La conservazione delle differenze e variazioni individuali favorevoli e la distruzione di quelle


nocive sono state da me chiamate "selezione naturale" o "sopravvivenza del più adatto". Le
variazioni che non sono né utili né nocive non saranno influenzate dalla selezione naturale, e
rimarranno allo stato di elementi fluttuanti, come si può osservare in certe specie polimorfe,
o infine, si fisseranno, per cause dipendenti dalla natura dell'organismo e da quella delle
condizioni»

Quest’ultima agisce sulla base di variazioni continue che si succedono nell’interazione tra
individui e ambienti. In altri termini, vi è un progressivo, cumulativo e graduale aumento
della frequenza degli individui con caratteristiche ottimali per l'ambiente di vita. La selezione
naturale, secondo Darwin, agisce in tempi straordinariamente lunghi ed esclude qualsivoglia
salto qualitativo nell’evoluzione. Quando una specie si trasforma in un’altra, i cambiamenti
si accumulano lentamente e la popolazione passa attraverso tutti gli stadi intermedi. I grandi
cambiamenti, dunque, sono il risultato dell’accumulo impercettibile di modificazioni molto
piccole. L’evoluzione darwiniana, insomma, è inequivocabilmente l’opposto della rivoluzione
assunta da Marx come levatrice della storia, tanto quella sociale quanto quella naturale,
come confermato dalla teoria degli equilibri punteggiati (da adesso in poi TEP) di Gould.

Secondo, nel darwinismo non vi è “progresso”, non vi è, ovvero, alcuno passaggio da una
forma inferiore ad una forma superiore di vita. Se un essere vivente si è adattato ad un
particolare ambiente, allora è “prefetto”. Qui, a differenza del marxismo, Darwin parla dei
prodotti dell’evoluzione, ma non della produzione. Gli sfugge il processo di adattamento, e
si concentra meramente sull’adattato.

Terzo, nonostante l’inglese intitoli il suo libro più noto “L’origine della specie”, l’adattamento
di cui parla è quello individuale. È l’individuo nel quale si realizzano mutazioni vantaggiose
che, adattandosi meglio ad un determinato ambiente, incrementa la sua capacità
riproduttiva e assicura ai figli un vantaggio destinato a consentire loro di avere la meglio
nell’inesauribile lotta per la sopravvivenza. Il bene generale, il bene della specie è del tutto
estraneo all’ottica della selezione naturale, che fa riferimento solo all’individuo più adatto.

L’aspetto ideologico della teoria darwiniana dell’evoluzione venne immediatamente


riconosciuto da Marx che, in una lettera al suo amico Engels, scrive

«E notevole il fatto che, nelle bestie e nelle piante, Darwin riconosce la sua società inglese con
la sua divisione del lavoro, la concorrenza, l’apertura di nuovi mercati, le "invenzioni" e la
malthusiana "lotta per l'esistenza". E il bellum omnium contra omnes di Hobbes e fa ricordare
Hegel nella Fenomenologia, dove raffigura la società borghese quale “regno animale ideale”,
mentre in Darwin, il regno animale è raffigurato quale società borghese»

D’altronde, l’asservimento, non solo darwiniano, all’ideologia dominante – di cui quella


scientifica ne è una parte – verrà riconosciuto dal biologo evoluzionista Gould che, ne “La
visione della vita”, scrive

«”Natura non facit saltum”. Questo aforisma, attribuito usualmente a Linneo, afferma che la
natura non procede mediante balzi improvvisi. L'idea che, in natura, il cambiamento tenda ad
essere lento, costante e graduale, passando attraverso tutti intermedie, è un pregiudizio
diffuso in molti scienziati. Non è affatto accertato che sia così. Molti cambiamenti biologici
sono lenti e graduali ma se la si considera una legge questa affermazione è certamente
sbagliata. Molti aspetti della storia della vita sembrano essere caratterizzati da cambiamenti
improvvisi. Abbiamo visto che l'evoluzione non è la storia di un cambiamento lento e costante
che ha portato ad un sempre maggior mumero ad una sempre maggior complessità dei tipi
organici. Viceversa la storia della vita è formata da lunghe fasi di stasi costellate da grandi
estinzioni e proliferazioni; questi eventi sono stati assunti quali punti di demarcazione fra le
diverse fasi del calendario geologico. Le grandi innovazioni strutturali dell'evoluzione ...
possono essere rapide perché piccoli cambiamenti genetici possono avere grandi effetti
alterando la velocità delle fasi precoci dello sviluppo. Le trasformazioni rapide fanno parte di
questo mondo così come le transizioni impercettibili»

Nella citata TEP, gli stadi intermedi non sono paleologicamente documentabili
semplicemente perché non sono esistiti. L’evoluzione sarebbe dunque avvenuta con due
velocità: una lenta e una rapida. Una velocità evolutiva ed una velocità rivoluzionaria. Di
conseguenza, essendo la velocità una grandezza fisica la quale indica il tasso di
cambiamento della posizione di un corpo in funzione del tempo, allora possiamo definire la
velocità evolutiva o rivoluzionaria come il tasso di trasformazione di un corpo nel tempo.
Nel darwinismo, con il quale non bisogna solo intendere la natura, abbiamo che questa
velocità è relativamente lenta. Col marxismo, con il quale non bisogna solo intendere la
società, abbiamo che questa velocità è relativamente veloce.

Ogni classe dominante ha un’ideologia che sostiene il suo dominio. Durante il periodo che
va dalla schiavitù dell’antichità alla servitù della feudale, le forze produttive crescevano così
lentamente che la stessa idea di cambiamento sembrava irrilevante. La giustificazione
ideologica del potere di classe si basava sull’idea di una vita tetraplegica (movimento solo
delle idee), o al massimo paraplegica (movimento reale solo ad appannaggio di pochi). Di
conseguenza, il concetto di evoluzione non poteva sorgere. D’altronde, dice Marx, “l’uomo
si pone dei problemi solo quando le soluzioni a questi ultimi sono pronte o, almeno, sono
in formazione”. Pertanto, in un tale periodo, regna la tradizione, l’ipse dixit, e le antiche
abitudini1. Piccolo borghese, ti riconosci in ciò che ho scritto? Lo stesso concetto della “lotta
per l’esistenza”, non è giunta agli ideologi borghesi dai naturalisti, ma viceversa. La visione
ideologica della borghesia s’impose ai naturalisti. In questo contesto, l’evoluzione era
accettabile, anzi era uno specchio della società, come nota Gould:

«La teoria della selezione naturale è una trasposizione creativa dei principi di Adam Smith dal
campo dell’economia a quello della biologia: l’equilibrio e l’ordine naturale non sono
determinati né da un controllo superiore ed esterno (divino) né da leggi che operano
direttamente sull’intero sistema; esso scaturisce dalla lotta tra gli individui per il proprio
beneficio».

1
Ovviamente, anche nel nostro periodo vi sono, ma non sono le dominanti. Vi sono perché la velocità relativa di trasformazione nel tempo
della piccola borghesia è relativamente lento. Gradi, o tassi, di velocità di trasformazione, di sviluppo diversi, diversificati, vi sono in una
realtà divisa in classi, divisa tecnicamente (i settori produttivi producono in maniera sempre più specializzata) e socialmente (gli uomini
vengono divisi per settori produttivi).