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LA TRASFORMAZIONE DEL VALORE NELLA TEORIA OPERAISTA

L’obiettivo di questo capitolo – posto alla fine di questo lavoro – è quello di far emergere o,
comunque, approfondire e interessarsi sullo sviluppo della teoria del valore-lavoro al fine di
evincere la “riformulazione” operaista della teoria del valore, prima rovesciando il problema
osservando la “primaria” importanza delle categorie politiche su quelle economiche, poi –
attraverso della rivoluzione permanente attraverso la classe operaia che si fa Stato e il comunismo
come “perpetua” transizione – inizia a essere esposto in una nuova veste anche il lavoro produttivo,
l’antagonismo di classe (caratterizzato nel nuovo operaismo dalla logica della separatezza, e non
determinato più – marxianamente – dal capitale inteso come processo contraddittorio) e la classe in
quanto tale (poiché – soprattutto nel nuovo operaismo – è studiata – sociologicamente – osservando
la sua composizione di classe, e non più – economicamente – osservando le condizioni sociali che
la determinano).
A tal proposito, perciò, – a mio parere – risulta essenziale un confronto o, meglio ancora, inscrivere
la storia e la nascita della teoria operaista con quella della teoria del valore. Questo confronto ha lo
scopo di evincere le continuità e, soprattutto, le “estreme” rotture teoriche tra l’operaismo
(specialmente l’operaismo nuovo) e la teoria del valore-lavoro. In questo modo, giungendo allo
sviluppo marxiano della teoria del valore, si può evincere – attraverso un confronto “implicito” –
uno statuto teorico autonomo proprio della teoria operaista.

[Economia politica + Critica dell’economia politica].

L’economia politica classica poggia su due proposizioni fondamentali. La prima è che la


società (e si tratta naturalmente della società capitalistica, anche se i classici la pensano
come la società tout court) si basa sul rapporto di scambio, con la conseguenza che la
spiegazione del valore di scambio è l’atto preliminare della spiegazione scientifica della
società stessa. La seconda proposizione è che i valori di scambio sono in qualche modo
connessi con le quantità di lavoro. Ma, nella definizione delle quantità di lavoro, da cui i
valori di scambio dipendono, c’è una differenza importante tra Smith e Ricardo.
Accertare la natura di questa differenza tra le due teorie del valore è essenziale perché
[…] la teoria del valore di Marx nasce proprio dalla considerazione del significato di
questa differenza e si pone come il superamento di due formulazioni egualmente
parziali.1

+
La critica della scienza dell’economia politica è la critica dell’anatomia della scienza moderna e
borghese (che non è eterna). L’oggetto di ricerca e d’interesse della economia politica è la ricchezza
delle nazioni, e cioè lo Stato-nazione che è insieme con il mercato mondiale. L’obiettivo
dell’economia politica, specialmente quella di matrice smithiana, si pone la questione e si concentra
sul come si arricchiscono le nazioni e non gli individui.2
L’economia politica perciò è una disciplina moderna, che nasce e si chiede su quale sia la
«proprietà» più produttiva. Perché, diversamente dagli antichi (dove la produzione era intesa come
al “servizio dell’uomo”), per l’economia politica il fine risulta essere la ricchezza o, detto in altri
termini, la produzione per la produzione e il consumo per il consumo. Inoltre, diversamente
dall’economia politica «volgare» (che fa – esplicitamente – apologia del sistema), l’obiettivo
dell’economia politica classica è quello di scoprire la “verità” delle cose. Perciò, l’ideologo-
economista politica classico risulta essere il più adeguato a descrivere le condizioni sociali del
capitalismo. Ma, bisogna tenere ben presente che, pur descrivendole, non le spiega.
+

1
Claudio Napoleoni, Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx, pp. 15-16.
2
Non a caso, il titolo di uno dei testi più importanti di Adam Smith è: Indagine sulla natura della ricchezza delle
nazioni.
Dato che, il principale obiettivo dell’economia politica classica è la ricchezza, ci si chiede qual è la
causa e la sostanza di questa ricchezza. Ma, ad ogni modo, solo con il sorgere e lo svilupparsi della
società capitalistica «si dà una scienza economia autonoma da altre discipline». «Questo non
significa che proposizioni di carattere economico non siano state formulate […] anche prima […];
ma significa che […] quelle proposizioni erano inserite in altri discorsi scientifici».3
Perciò, solo con lo sviluppo del “modo di produzione” capitalistico, e cioè con la separazione del
lavoro dalle condizioni oggettive della produzione (terra e mezzi di produzione), si apre e si
definisce sempre più la “possibilità” di «una scienza economica autonoma» o, meglio ancora, come
si vedrà, la nascita dell’economia politica.
Questo perché, prima della società capitalistica (e della separazione, sopra detta), il lavoratore era
completamente annullato «nella sua autonomia». Sia nel mondo antico sia nel medioevo, con la
forma di lavoro o schiavistico o servile, il lavoro era ridotto «a una condizione oggettiva della
produzione» e, di conseguenza, il lavoratore era così annullato «nella sua autonomia» (cioè non era
proprietario di nulla, neppure del proprio lavoro).4
Di fatto, nella società feudale e con la forma del lavoro servile, il servo della gleba è proprietà del
signore del feudo («che lo possiede insieme alla terra e a tutti gli altri strumenti della produzione»).
Perciò, la produzione è evidentemente subordinata al consumo, perché la produzione (compiuta dal
servo) è la mera condizione materiale (del signore). Perché, «una volta reintegrati i mezzi di
produzione, compresi naturalmente i mezzi di sussistenza del servo», la produzione (compiuta dal
servo) è utilizzata per il consumo del signore (o non – come avverrà poi nel capitalismo – per
allargare e rivoluzionare continuamente il processo produttivo e gli strumenti di produzione).5 Per
così dire, «il signore si rapporta mediamente alla cosa attraverso il servo» e, allo stesso tempo, «il
servo può solo elaborare la cosa, [e cioè] trasformarla col proprio lavoro».6 Questa è la condizione
“materiale” per cui, specialmente nella società feudale, ciò che conta «è quello che il signore fa al di
là del suo consumo materiale».7
La società feudale e il lavoro servile permangono fino «all’epoca moderna» e «perdono ogni
legittimità storica quando il consumo dei prodotti materiali diventa l’interesse prevalente delle
classi proprietarie».8 (…).9 […].

I.

Tra il ‘600 e il ‘700, con lo sviluppo dei commerci e l’allargarsi dei mercati (attraverso prima la
scoperta dell’America e la circumnavigazione dell’Africa; poi grazie al mercato delle Indie
Orientali e della Cina, e alla colonizzazione dell’America) fu favorito «il rapido sviluppo
dell’elemento rivoluzionario in seno alla società feudale». 10 In quel periodo, pertanto, nacquero e si
svilupparono le teorie monetariste e le teorie mercantiliste. Le prime sostenevano che la causa e la
sostanza della ricchezza fosse nell’oro, mentre le seconde nel commercio. Perciò, vedendo la
sostanza della ricchezza nell’oro, il monetarismo aveva una concezione “unilaterale”11 spostata tutta
sull’oggetto. Diversamente, affermando che la sostanza della ricchezza fosse nel commercio,
l’economia mercantilista aveva una concezione meno “unilaterale” della prima, poiché spostava la
propria attenzione sull’attività commerciale (e cioè sul carattere soggettivo dell’attività).

3
Claudio Napoleoni, Valore, Enciclopedia filosofia ISEDI, Milano 1976, p. 10.
4 Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 10-11.
5
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 10-11.
6
Hegel, La fenomenologia dello Spirito, Bompiani, Milano 2015 (IX edizione), p. 285.
7
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 11.
8
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 11.
9
Karl Marx, Il manifesto del partito comunista, pp. 5-9.
10
Karl Marx, Il manifesto del partito comunista, p. 7.
11
I termini “virgolettati” come “unilaterale” e “universalistico” sono stati espressi dal Professore Giuseppe Antonio Di
Marco, durante una lezione del Maggio 2018.
Arrivati a questo punto, bisogna tener ben presente che, la teoria fisiocratica si sviluppa solo
durante il ‘700 e, soprattutto, che sia prima sia con la fisiocrazia non c’era e non c’è stata una vera e
«propria» teoria del valore. Di fatto, “anche” i fisiocratici «non hanno una propria teoria del
valore», ma – nonostante ciò – «pongono una delle premesse più importanti per la formazione
successiva del concetto di valore».12
I fisiocratici si trovano tra la nascita e i primi sviluppi del “modo di produzione” capitalistico e,
nello stesso tempo, nel “mezzo” della preparazione della rivoluzione francese (che avverrà verso la
fine del ‘700).
Per questo motivo, nella teoria fisiocratica si trovano – in molte parti – alcuni «riferimenti» alla
società feudale. Ma, ad ogni modo, nello «schema fisiocratico» è posto in evidenza – in molte
parti – anche il fatto che «i rapporti tra i soggetti economici sono prevalentemente rapporti di
scambio». Questo era «un tratto fondamentale della società che era venuta lentamente emergendo
dal medioevo».13
Per i fisiocratici (quali Francois Quesnay, che intendono la società come un sistema circolare), la
ricchezza consiste nella terra e, di conseguenza, la sostanza e la “fonte” della ricchezza è il lavoro
agricolo (che perciò dev’essere inteso come l’unico lavoro produttivo).
Questo può essere presentato come un passaggio “universalistico”. Poiché, qui, iniziano a essere
superate le precedenti visioni “unilaterali” e, contemporaneamente, a spostare sempre più
l’attenzione dall’oggetto al soggetto, e cioè all’attività lavorativa. Questo perché, per l’appunto, il
lavoro è inteso come fonte della ricchezza. Perciò, l’Ancien Régime è del tutto funzionale al
capitalismo moderno: poiché nel momento in cui puoi “commercializzare” anche la terra –
attraverso l’attività lavorativa agricola – si può dire pronta la rivoluzione francese. Ad ogni modo,
seppure è sottolineato un elemento soggettivo quale quello del lavoro agricolo (inteso come lavoro
produttivo in quanto produce più ricchezza o, meglio ancora, un plus-prodotto), la terra rimane un
elemento “unilaterale”.
L’analisi economica della fisiocrazia si organizza attorno al concetto del prodotto netto (o, anche
detto come, plus-prodotto, sovrappiù o surplus), che «è quella parte dell’intera produzione sociale
che eccede la ricostituzione sia dei mezzi di produzione sia dei mezzi di sussistenza necessari». 14
Secondo i fisiocratici, solo la proprietà fondiaria e il lavoro agricolo sono produttivi. Diversamente
dal lavoro manifatturiero o, anche, quello del cuoco che sono intesi come lavori improduttivi.
Perché, il lavoro produttivo può essere tale solo se produce ricchezza. E, solo la natura dà le materie
prime e, lavorandole, solo il lavoro agricolo produce mezzi di sussistenza e, soprattutto, un plus-
prodotto (qui, “materialmente” inteso). Per questo motivo, solo la terra e il lavoro agricolo sono
produttivi, dato che possono produrre la ricchezza. Questo è il «carattere peculiare» della teoria
fisiocratica che, per l’appunto, crede che «il prodotto netto si formi soltanto in agricoltura». Questo
perché, com’è stato già esposto precedentemente, anche la fisiocrazia non ha una propria teoria del
valore, pur ponendo le basi e le premesse alla successiva formazione del concetto di valore. O,
meglio ancora, questa loro caratteristica peculiare è sviluppata e va ricercata nel fatto che, la teoria
fisiocratica rivela il plus-prodotto in termini materiali, e non in termini di valore. In breve, per i
fisiocratici la determinazione del prodotto netto è il “risultato” di un confronto materiale tra le
quantità di beni prodotti e le quantità di beni usati come mezzi di produzione e mezzi di sussistenza
in agricoltura.

12
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 10.
13
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 16.
14
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 13. «La dottrina fisiocratica – sostiene Joseph A. Schumpeter – […] fa parte della
grande famiglia dei sistemi di diritto naturale e quindi i suoi presupposti debbono interpretarsi non diversamente da
quelli del diritto […].Tuttavia qui [e cioè nel suo testo Epoche di storia delle dottrine e dei metodi] vogliamo limitarci
alla vera e propria dottrina economica dei fisiocrati. Questa costituisce indubbiamente un contributo analitico. I
fisiocrati hanno cercato di rappresentare concettualmente la natura generale del processo economico, senza perciò
ritenere necessario di intraprendere prima una raccolta sistematica di fatti individuali» (Joseph A. Schumpeter, Epoche
di storia delle dottrine e dei metodi. Dieci grandi economisti, Utet, Torino 1971, p. 40 – corsivo mio, si vedano anche
pp. 36-51).
Di fatto, diversamente dal manovale e dal cuoco, il contadino che semina 10 kg di grano né ricaverà
1000 kg, e cioè un plus-prodotto. Questo plus-prodotto è un «accrescimento materiale» prodotto dal
lavoro produttivo, e non dal lavoro improduttivo o sterile.

Ora, – approfondisce Claudio Napoleoni – una simile condizione può essere ipotizzata,
appunto, soltanto per l’agricoltura: in questa attività, infatti, si può supporre, senza fare
troppa violenza alla realtà, che, attraverso la coltivazione e l’allevamento, i processi
naturali dello sviluppo e della generazione producano più oggetti materiali di quanti ne
sono stati impiegati nella produzione, e che perciò quello che si immette nel processo,
sotto forma di sussistenze dei lavoratori, di sementi per la coltivazione e di capi per
l’allevamento, dia alla fine quantità maggiori delle cose stesse che si sono impiegate.
Questo accrescimento materiale è appunto l’origine, secondo i fisiocratici, del prodotto
netto. Nelle altre attività invece (si pensi, di nuovo, agli artigiani delle città) avviene non
un accrescimento ma solamente una trasformazione di materia, da certe cose in certe
altre, e quindi non avviene in esse la formazione del plus-prodotto.15

Dato che, «solo» il lavoro agricolo è lavoro produttivo, allora solo il lavoro agricolo può
produrre un prodotto netto, e cioè un «accrescimento materiale».

La classe produttiva è quella che coltivando la terra riproduce la ricchezza annuale della
nazione e paga annualmente il reddito ai proprietari dei terreni. Consideriamo comprese
in questa classe tutte le attività e tutte le attività e tutte le spese che si compiono fino alla
vendita che si conosce il valore della riproduzione annuale delle ricchezze della
nazione.16

Per la fisiocrazia la società è suddivisa in tre classi: «la prima classe è costituita dai proprietari
fondiari, che possiedono la terra; la seconda classe è costituita dai lavoratori agricoli, che sono
salariati dei proprietari, e che sono produttivi […]; la terza è costituita da tutti gli altri lavoratori,
che svolgono la loro attività fuori dell’agricoltura, e che sono definiti sterili, o improduttivi, nel
senso particolare che non sono produttori di prodotto netto, ma semplicemente trasformano le
materie che ricevono dall’agricoltura». 17 In questo “schema”, perciò, l’agricoltura appare come
«tutta capitalistica», mentre i capitalisti non compaiono come una classe sociale in quanto – i
fisiocratici – lo identificano con il proprietario fondiario.
Infine, nel Tableau économique di Francois Quesnay lo scambio tra le tre classi avviene attraverso
la moneta.

Noi non abbiamo parlato della massa di moneta che circola nel commercio di ciascuna
nazione e che è volgarmente considerata come la vera ricchezza degli Stati perché, si
dice, con la moneta si può comprare tutto quello di cui si ha bisogno.18
La moneta per loro [gli uomini o le nazioni agricole?] non è che una piccola ricchezza
intermediaria che scomparirebbe in un attimo senza la riproduzione.19

Anche se non ha una teoria del valore che determina il valore di scambio delle merci, la fisiocrazia
coglie il carattere mercantile dell’economia, descrivendo però il sistema della produzione e del
consumo come un «processo circolare».20
15
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 13-14.
16
Francois Quesnay, 93.
17
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 14-15.
18
Francois Quesnay, 109.
19
Francois Quesnay, 113. (Per approfondire lo scambio tra le varie classi attraverso la moneta di veda pp. 109-113).
20
«Si sa – afferma Piero Sraffa – che la prima presentazione del sistema della produzione e del consumo come processo
circolare si trova nel Tableau économique di Quesnay, ed esso sta in netto contrasto con l’immagine offerta dalla teoria
moderna di un corso a senso unico che porta dai “fattori della produzione” ai “beni di consumo”» (Piero Sraffa,
Produzione di merci a mezzo di merci, Einaudi, Milano 1975, p. 121)
Questo significa che, pur cogliendo quel tratto fondamentale della società che era venuta lentamente
emergendo nella società feudale, i fisiocratici danno alla produzione capitalistica ancora
un’immagine di tipo feudale. Solo con l’economia politica classica inglese e, in particolar modo con
Adam Smith e David Ricardo, verrà sviluppata una teoria del valore.21

II.
Solo tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, in un paese industrializzato come l’Inghilterra, cominciò
a svilupparsi una teoria del valore e una teoria economica per la quale «il prodotto netto si
suddivide nella rendita fondiaria e nel profitto».22
In questo modo, la teoria economica anglosassone, specialmente quella esposta da Adam Smith, si
differenziava da quella dei fisiocratici. Infatti, i fisiocratici sostenevano che il prodotto netto
fuoriuscisse da un «confronto materiale» – in agricoltura – tra le quantità di beni prodotti e le
quantità di beni usati come mezzi di produzione o di sussistenza. Anche se, già nel Tableau di
Francois Quesnay, lo scambio (o gli scambi) tra il settore agricolo (e, si ricordi, che il lavoro
agricolo è inteso come l’unico lavoro produttivo) e il settore “sterile” (o meglio, improduttivo –
come il lavoro manifatturiero o del cuoco) fa “intravedere” e definisce la possibilità di «una
rilevazione non puramente materiale, ma in valore, del prodotto netto».
Diversamente dai fisiocratici, per Adam Smith «il prodotto netto è identificato anche fuori
dall’agricoltura», poiché è suddiviso in rendita fondiaria e profitto. Perciò, «la rilevazione in valore
diventa l’unica concettualmente possibile». Questo lo porta a porsi la problematica e la questione di
cosa e quale sia la determinazione del valore delle merci: ed è così posto «il problema centrale
dell’analisi dell’economia capitalistica». 23
Per questo motivo, se il profitto è il prodotto netto e si forma anche al di fuori dell’agricoltura
(diversamente da quanto era pensato dalla fisiocrazia), allora «il prodotto netto è un fenomeno
generale».
Anche se Adam Smith «non riuscì a rivolvere in modo chiaro» la questione della produttività,
poiché il lavoro agricolo rimane quello più produttivo. Perché, «il lavoro impiegato in agricoltura
dà un prodotto netto che è costituito da rendita e da profitto, mentre il lavoro impiegato
nell’industria dà un prodotto netto che è costituito solo da profitto».24
Nonostante ciò, diversamente dalla fisiocrazia, è il lavoro in generale (o «il lavoro come tale») che
ha la capacità di produrre un prodotto netto.25 Ma, la rendita («che si percepisce in agricoltura, al di
là del profitto») produce più prodotto netto del lavoro impiegato altrove (ciò, come spiega Claudio
Napoleoni, «deriva dal fatto che, essendo la terra limitata in quantità, il suo possesso conferisce un
potere di monopolio, che si esplica mantenendo i prezzi dei prodotti agricoli a un livello maggiore
di quello che sarebbe consentito dai costi della produzione»).26

La presenza della rendita dunque – afferma Claudio Napoleoni – non infirma il principio
smithiano che attribuisce la capacità di produrre prodotto netto al lavoro generale e non a
un lavoro particolare.27

21
«Lo stesso Quesnay, in altri termini, va al di là di questa ipotesi [e cioè i beni prodotti dall’agricoltura sono i
medesimi usati dagli impieghi], e non a caso, nel Tableau, deve rilevare il prodotto netto in termini di valore. Con ciò
era posta la necessità di una teoria del valore, di una teoria cioè volta a spiegare la formazione del valore di scambio
delle merci: sarà questa […] una delle principali preoccupazioni degli economisti inglesi immediatamente successivi ai
fisiocratici, e in particolare di A. Smith» (Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 18).
22
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 19-20.
23
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 24.
24
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 20-21.
25
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 20-21.
26
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 20-21.
27
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 21.
Tuttavia ci si può chiedere: da che cosa deriva la produttività del lavoro, e cioè la capacità di
produrre un sovrappiù (o prodotto netto) del lavoro?
Secondo Adam Smith, «la produttività dipende dalla divisione del lavoro, ossia dall’attribuzione a
ciascun lavoratore di un numero relativamente piccolo di operazioni produttive».28
Invece, il principio che determina la divisione del lavoro è «una certa propensione della natura
umana», e cioè «la propensione a trafficare, barattare e scambiare una cosa con un’altra»; e
perciò non è l’effetto di una saggezza umana.29 Pertanto, secondo Adam Smith, lo scambio è un
“fenomeno” naturale, «uno di quei principi originari della natura umana». 30
Il rapporto tra lo scambio e la divisione del lavoro assume una duplice caratteristica: «da un lato, lo
scambio sta all’origine della divisione del lavoro, nel senso che senza questa tendenza originaria
non vi sarebbe stata neppure la tendenza originaria non vi sarebbe stata neppure la tendenza alla
specializzazione individuale; dall’altro lato, tuttavia, è la stessa ampiezza del sistema degli scambi,
quindi l’ampiezza del mercato, che consente alla divisione del lavoro di spingersi sempre più
profondamente sulla via della specializzazione individuale».31
Perciò, la «propensione» (naturale) allo scambio sta all’origine della divisione del lavoro, della
realizzazione degli scambi e del mercato. Lo scambio, inoltre, ricostituisce il nesso tra i lavori
individuali e rimette gli uomini in società; dato che, nella produzione, la divisione del lavoro “isola”
e “separa” i lavoratori (che compiono operazioni specializzate).32
La divisione del lavoro è un “elemento” fondamentale secondo Adam Smith. Perché, aumenta la
capacità produttiva del lavoro (“semplificandolo”) e migliora la scambiabilità delle merci [o il
processo di scambio tra le merci].

Tuttavia – afferma Adam Smith – la divisione del lavoro, nella misura in cui può essere
introdotta, determina in ogni arte un aumento proporzionale della capacità produttiva del
lavoro. La separazione dei diversi mestieri e occupazioni sembra essersi affermata in
conseguenza di questo vantaggio. Inoltre, questa separazione è generalmente portata al
massimo nei paesi che godono del più elevato grado di industria e di progresso; ciò che
costituisce il lavoro di un uomo in uno stato sociale primitivo, è in generale eseguito da
molti in uno stato progredito.33
Questo grande incremento della quantità che, in conseguenza della divisione del lavoro,
lo stesso numero di persone è in grado di eseguire, è dovuto a tre differenti circostanze:
primo, all’aumento della destrezza di ogni singolo operaio; secondo, al risparmio del
tempo che comunemente viene perso passando da una specie di lavoro all’altro; e, infine,
all’invenzione di un gran numero di macchine che facilitano e abbreviano il lavoro
mettendo in grado un uomo di fare il lavoro di molti.34

Attraverso la divisione del lavoro, dunque, la produzione capitalistica riesce ad «aumentare la


capacità» dei lavoratori impiegati nel capitale. 35 Di fatto, il capitale mettendo insieme un gran

28
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 21.
29
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni (Iª parte), Milano Finanza, Padova 2006, p. 91. (Per approfondire il concetto
dello scambio come «propensione della natura umana» e della divisione del lavoro: vd. rispettivamente pp. 91-95 e 79-
90; inoltre, non a caso il Libro primo dell’opera La ricchezza delle nazioni è intitolato Cause che migliorano la capacità
produttiva del lavoro e ordine secondo il quale il suo prodotto si distribuisce naturalmente tra le diverse classi sociali).
30
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, cit., p. 91.
31
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 21-22.
32
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 21-22. (In questo modo, Adam Smith assume una visione “ottimistica” in quanto
pone il rapporto tra produzione e circolazione in termini di armonia. Poiché, nella produzione gli uomini sono isolati,
mentre nella circolazione si stabilisce il rapporto sociale. Ed è così che, nella società, attraverso lo scambio, ognuno
gode del grado di produttività che tutti “ricevono” attraverso la divisione del lavoro, e cioè attraverso la
specializzazione).
33
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, cit., pp. 81-82.
34
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, cit., pp. 83-84.
35
Si veda l’esempio della divisione del lavoro e della specializzazione nella «fabbricazione degli spilli»: Adam Smith,
La ricchezza delle nazioni, cit., pp. 80-81. «Nelle altre arti e manifatture – aggiunge Adam Smith – gli effetti della
numero di lavoratori («ai quali anticipa una sussistenza») «può attuare la più opportuna “divisione e
distribuzione” degli impieghi e può fornire agli operai le “migliori macchine”». Questo è il motivo,
secondo Adam Smith, per cui la società capitalistica è destinata a divenire la forma dominante,
«riducendo l’ambito delle attività fondate sul lavoro indipendente». 36
In aggiunta a ciò, la struttura della società capitalistica è costituita da tre classi sociali: i lavoratori
produttivi, i proprietari fondiari e i capitalisti.
Secondo Adam Smith, i lavoratori produttivi sono coloro che producono il prodotto netto
(sostenendo così se stessi e le altre classi). Attraverso la divisione del lavoro, i lavoratori produttivi
producono “un” prodotto che «contiene più di quanto occorre al loro sostentamento» o, meglio
ancora, producono un prodotto netto (e cioè un sovrappiù, un plus-prodotto).37 Il lavoro in quanto
tale e, conseguentemente, il concetto di lavoro è così “semplificato” (e cioè reso più generale)
grazie alla specializzazione e alla divisione del lavoro. Accanto ai lavoratori produttivi, ci sono i
lavoratori improduttivi. Ma, mentre i lavoratori produttivi sono «pagati dal capitale», i lavoratori
improduttivi «sono pagati dal reddito di capitalisti e proprietari come fornitori di servizi
consumabili».38 Quest’ultimi ricevono anch’essi (come i proprietari fondiari e i capitalisi) una parte
del prodotto netto (prodotto solo ed esclusivamente dai lavoratori produttivi).

Vi è una specie di lavoro – afferma Adam Smith – che accresce il valore dell’oggetto al
quale è destinato; ve ne è un’altra che non ha questo effetto. La prima, in quanto produce
valore, può essere detta lavoro produttivo; l’altra lavoro improduttivo. Così il lavoro di un
operaio generalmente aggiunge al valore dei materiali che lavora quello del suo
mantenimento e del profitto del suo padrone […]. Si diventa ricchi assumendo una
quantità di operai, ma si diventa poveri mantenendo una quantità di servitori. Il lavoro di
questi ultimi ha tuttavia un valore, e merita compenso tanto quanto quello degli operai.
Ma il lavoro dell’operaio si fissa e si realizza su qualche particolare oggetto o bene
vendibile che dura almeno per qualche tempo anche dopo che il lavoro è cessato. Esso è
[…] una certa quantità di lavoro messo da parte e immagazzinato per essere poi usato, nel
necessario, in qualche altra occasione. Se necessario, quell’oggetto o, ciò che è la stessa
cosa, il prezzo di quell’oggetto, può poi mettere in moto una quantità di lavoro uguale a
quella che lo aveva originariamente prodotto. Il lavoro del servitore invece non si fissa né
si realizza in un particolare oggetto o merce vendibile. I suoi servizi generalmente si
estinguono nello stesso momento in cui vengono prestati, e raramente lasciano una traccia
o un valore col quale si possa in seguito ottenere una ugual quantità di servizio.39

Le altre due classi sono: i proprietari fondiari e i capitalisti.


I proprietari fondiari si appropriano di parte del prodotto netto (o del sovrappiù prodotto), sotto
forma di rendita. Mentre, i capitalisti – definiti o come padroni (masters) o come imprenditori
(undertakers) – si appropriano dell’altra parte del prodotto netto, sotto forma di profitto. Inoltre, i
capitalisti sono i proprietari dell’intero prodotto netto (prodotto dai lavoratori produttici, a cui loro
hanno anticipato un salario garantendogli la sussistenza).
Giunti a questo punto, è molto importante sottolineare una difficoltà che Adam Smith coglie nella
società mercantile che diventa “propriamente” capitalistica. Diversamente dalla da una società

divisione del lavoro sono analoghi a quelli di questa manifattura di poca importanza, sebbene in molte di esse il lavoro
non possa essere altrettanto suddiviso né ridotto a tanta semplicità di operazioni. Tuttavia la divisione del lavoro, nella
misura in cui può essere introdotta, determina in ogni arte un aumento proporzionale della capacità produttiva del
lavoro» (p. 81).
36
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 22-23. («Ciò che Smith non vede molto bene – aggiunge Claudio Napoleoni – è
che il rapporto in cui gli individui entra tra di loro come operai facenti parte d’un medesimo processo produttivo, a
differenza del rapporto di scambio tra produttori indipendenti, non è un rapporto sociale, ma è un rapporto tecnico, che
in questo caso il rapporto sociale vero e proprio, da cui quello tecnico discende, è il rapporto salariale, il rapporto cioè
tra operaio e capitalista, che si svolge attraverso la compra-vendita della forza-lavoro», p. 23).
37
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 24.
38
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 23.
39
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, cit., pp. 451-452.
mercantile semplice (o, meglio, di liberi produttori indipendenti) dove ogni produttore porta sul
mercato la propria merce per ottenere altre merci, nella società capitalistica il lavoro è separato
dalle condizioni oggettive della produzione ed è venduto come merce. 40 Per questo motivo, mentre
nella circolazione o scambio semplice il lavoratore è proprietario del prodotto che produce, nella
società capitalistica «il lavoratore non si appropria di tutto il prodotto, giacché ci sono due
“deduzioni” dal prodotto del lavoro».41
In breve, diversamente dalla società di liberi produttori (o mercantile “semplice”) dove «la
ricchezza dipende in generale dal lavoro eseguito dagli altri», nella società capitalistica ci si trova in
una situazione in cui il lavoro è lavoro salariato (poiché il lavoro è comprato sul mercato del
lavoro).

Adesso – afferma Claudio Napoleoni – il lavoro comandato può essere inteso in due
sensi. In un primo senso, che ripete quello già visto per lo scambio semplice, il lavoro
comandato da una merce è il lavoro oggettivato nelle merci con cui essa si scambia; ma in
un secondo senso, che è specifico dell’economia capitalistica, il lavoro comandato da una
merce, se questa funziona come capitale, è il lavoro vivo che con tale merce si può
comprare quel mercato, specifico appunto del capitalismo, che è il “mercato del lavoro”.42
Il lavoro comandato non è più determinato dal “semplice” contenuto di una merce A, la quale è
(“semplicemente”) scambiata con il contenuto di una merce B. Nella società capitalistica, il lavoro
comandato è «lavoro salariato» e, perciò, presuppone una compravendita di lavoro.43
A questo punto, secondo Adam Smith:

Ogni uomo è ricco o povero nella misura in cui – spiega Adam Smith – è in grado di
concedersi i mezzi di sussistenza e di comodo e i piaceri della vita. Ma una volta
affermatasi la divisione del lavoro, con il proprio lavoro si può ottenere soltanto una parte
piccolissima di questi. La parte di gran lunga maggiore deve essere tratta dal lavoro degli
altri, e quindi uno è ricco o povero secondo la quantità di lavoro di cui può disporre o che
è in grado di acquistare. Il valore di ogni merce, per la persona che la possiede e che non
intende usarla o consumarla personalmente ma scambiarla con altre merci, è dunque
uguale alla quantità di lavoro che le consente di acquistare o di avere a disposizione. Il
lavoro è quindi la misura reale del valore di scambio di tutte le merci.44

40
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 25-26.
41
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 26. «“Deduzioni” nel senso che Smith significa che, dietro il profitto e rendita,
non ci sono (come poi penseranno gli economisti moderni) dei “fattori produttivi” specifici: il medesimo lavoro che sta
dietro il salario, sta dietro anche al profitto e alla rendita: il lavoro non soltanto riproduce il salario, c’è un pluslavoro,
che produce profitto e rendita» (p. 26).
42
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 26.
43
Claudio Napoleoni, Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx, pp. 15-18. («Secondo Smith, – afferma Claudio
Napoleoni – il valore di una merce è la quantità di lavoro che questa merce può acquistare. Questa teoria è
nota col nome di teoria del lavoro “comandato”, con una traduzione letterale del verbo inglese command, che
Smith adopera per indicare appunto il comando sul lavoro che il possessore della merce acquisisce quando
con questa merce compra lavoro. È chiaro che il lavoro comandato di Smith altro non è che il lavoro
salariato: l’acquisto di lavoro sul mercato implica infatti, da un lato, un venditore che, in quanto venditore di
lavoro, è appunto l’operaio salariato, e, dall’altro, un compratore che, in quanto compratore di lavoro, è il
capitalista, per il quale la vendita della merce, in tanto ha senso in quanto il potere d’acquisto così ottenuto è
riutilizzato per l’acquisto di lavoro. il grande merito della teoria smithiana del lavoro comandato come
determinante del valore, sta proprio nel riferimento che essa comporta all’atto di scambio che
specificatamente caratterizza il capitalismo, cioè quell’atto che ha come oggetto di compravendita appunto il
lavoro», p. 16)
44
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, cit., p. 111. (Per approfondire ulteriormente la questione del
“soddisfacimento dei bisogni” attraverso lo scambio dell’«eccedenza del proprio lavoro»: vd. pp. 102-110; per
approfondire – più specificamente – i «principi che regolano il valore di scambio» e il lavoro come «misura reale del
valore di scambio di tutte le merci»: vd. pp. 111-150; per approfondire la questione «lavoro produttivo e improduttivo»:
vd. pp. 451-472).
Il lavoro diventa così «la misura reale del valore di scambio di tutte le merci». Perciò, una
“qualsiasi” merce può essere – generalmente – scambiata con un’altra “qualsiasi” merce, attraverso
la «quantità di lavoro». Semplificando, si potrebbe dire che, lo scambio avviene tra i vari lavori (che
producono le merci). Perché, attraverso la divisione del lavoro, il lavoro umano è inteso come
“lavoro umano in generale”.
La causa e la sostanza della ricchezza per Adam Smith è il lavoro umano in generale o, meglio
ancora, inteso lavoro sociale. 45 Perché, attraverso la divisione del lavoro, il lavoro assume un
carattere generale, o – più specificamente – generalmente umano. Solo con Adam Smith la causa e
la sostanza della ricchezza diventa il lavoro astrattamente generale, e cioè qualsiasi lavoro medio
sociale che è oggettivato indipendentemente dalle sue determinazioni. In questo modo diventa
“produttivo il lavoro in generale”: perché è il lavoro “in generale” che produce e ha sempre
prodotto «ricchezza». Di fatti, nella società capitalistica si può passare indifferentemente da un
lavoro a un altro lavoro. Pertanto, Adam Smith notò come «che il capitale e il profitto non erano
limitati all’agricoltura, ma che anzi proprio nelle manifatture, nell’industria, il capitale trovava il
più ampio campo d’applicazione».
In breve, secondo Adam Smith, il valore di scambio è la capacità di procurare ricchezza (e cioè è la
capacità di ottenere valori d’uso).

(…)

Smith sta parlando di un’economia capitalistica, cioè di un’economia la cui caratteristica


principale consiste nel fatto che una parte del prodotto netto, e precisamente quella che
corrisponde al profitto, è destinata prevalentemente non al consumo dei suoi percettori,
ma all’aumento del capitale dei medesimi. L’aumento del capitale, a sua volta rivolve per
Smith nell’aumento della forza-lavoro controllata dal capitalista. Pensiamo allora, per
esempio, a un capitalista che controlli 1.000 lavoratori; si tratta naturalmente di lavoratori
produttivi; il che significa che il loro prodotto ha un valore che non solo ricostituisce i
salari di 1.000 lavoratori ma dà inoltre un profitto che, reinvestito, ossia destinato
all’incremento del capitale, consente di pagare salari, supponiamo, ad altri 100 lavoratori
è così uguale a 1.100 lavoratori, e la differenza tra il lavoro comandato e il lavoro
contenuto (ossia, in questo esempio, 100 lavoratori) rappresenta e misura lo sviluppo
capitalistico. Il lavoro comandato cioè, se è usato per misurare il valore dei prodotti del
capitale, misura, attraverso il confronto col lavoro contenuto, di quanto il capitale si è
accresciuto, misura cioè qual è il contributo che la merce, a cui tale misurazione si
applica, può fornire, in quanto funzioni come capitale, all’allargamento
dell’occupazione.46
Il processo si presenta a Smith nei seguenti termini. Da un certo lavoro occupato
nel sistema sorge un certo prodotto sociale, o prodotto lordo, il quale, in
conseguenza della produttività del lavoro, contiene in sé un prodotto netto. Se
tutto il prodotto lordo […] viene riconvertito in capitale, ossia destinato
all’acquisto di lavoro, la quantità di lavoro comandato dal prodotto sociale è
maggiore della quantità di lavoro che è occorsa per produrlo. Questo maggior
lavoro […] produrrà un prodotto lordo maggiore di quello iniziale; e la ripetizione
del processo dà luogo a un allargamento sistematico del prodotto, attraverso
l’aumento sistematico dell’occupazione di lavoro. così si trova in Smith la prima

45
«Ogni merce, inoltre, è più frequentemente scambiata, e quindi confrontata, con altre merci che col lavoro. È quindi
più naturale stimare il suo valore di scambio in base alla quantità di qualche altra merce che in base a quella del lavoro
ch’essa può acquistare. La maggior parte della gente inoltre comprende meglio ciò che è espresso da una quantità di una
merce particolare che da una quantità di lavoro. L’una è un oggetto semplice e palpabile; l’altra una nozione astratta
che, sebbene possa essere resa sufficiente intellegibile, non è altrettanto naturale e ovvia» (Adam Smith, La ricchezza
delle nazioni, cit., p. 113).
46
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 29-30.
consapevolezza della funzione storica decisiva dell’economia capitalistica:
l’inclusione di masse crescenti di uomini nel processo produttivo.

(…)

III.
Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, la società capitalistica si sta affermando sempre più,
soprattutto in Inghilterra. Perciò, il pensiero di David Ricardo, non ricade nelle considerazioni
teoriche dell’economia mercantile semplice (o, più specificamente, nella fisiocrazia).
Per questo motivo, diversamente da Adam Smith, per David Ricardo la categoria centrale della
società capitalistica è «il saggio di profitto». Da ciò sorgono due importanti problematiche, e cioè
«come si determina il saggio di profitto» e «come si muove il saggio del profitto in relazione alla
dinamica dell’economia capitalistica».47
Innanzitutto, il saggio di profitto è una realtà, e non una media statistica (proprio «perché lo si
ritrova presso i determinati capitali reali, e non solo in quell’astrazione che è il capitale complessivo
del sistema»). Pertanto, il saggio di profitto è la misura del buon esito della produzione capitalistica
in quanto il suo buon esito significa che il capitale si è valorizzato. Inoltre, diversamente da Adam
Smith (che parla di concorrenza come concorrenza tra produttori indipendenti), David Ricardo
afferma fin da subito che la concorrenza tra i vari capitali è il meccanismo di mercato che realizza il
saggio di profitto.
Ad ogni modo, secondo David Ricardo, l’andamento del saggio di profitto dipende e deriva dal
saggio di profitto che si forma in agricoltura, che a sua volta dipende dalla fertilità del suolo (la
quale influisce e determina il costo reale dei mezzi di sussistenza). Questi mutamenti del grado di
fertilità della terra determinano, nello stesso tempo, la formazione della rendita fondiaria.
Attraverso questi punti, si delinea uno schema molto semplice. Perché, mediante la concorrenza, «il
saggio di profitto dev’essere uguale in tutte le attività», «ma, poiché in agricoltura il saggio di
profitto è determinato in termini materiali […], saranno i prezzi delle altre merci rispetto al grado
che assumeranno i valori occorrenti a determinare […] lo stesso saggio del profitto che ha luogo in
agricoltura». Per questo motivo, «il saggio del profitto in agricoltura determina il saggio del profitto
dell’intero sistema». 48 In questo modo, Ricardo porta all’estremo la teoria dei fisiocratici,
supponendo che la produzione agricola produca un’unica merce, il grano (che così diventa sia
mezzo di sussistenza sia mezzo di produzione).
Ad esempio, spiega Claudio Napoleoni:

Supponiamo che, inizialmente, un capitale pari a 100 (dove questo 100 è una quantità di
grano), investito su una terra di data fertilità, dia luogo a un prodotto annuo di 130, e che
il saggio annuo del profitto sia perciò pari al 30%. Se un altro capitale di uguale
grandezza viene investito su una terra meno fertile, il suo prodotto sarà 120, e il saggio
del profitto il 20%. Ma, poiché il saggio del profitto non può essere diverso nei due
capitali, anche il primo capitale avrà un profitto del 20%, e rimarrà così una parte del
prodotto pari a 10, che costituirà la rendita (differenziale) del proprietario della terra su
cui è investito il primo capitale.49

Così facendo, risulta che il saggio del profitto tende a diminuire. Questa diminuzione è «dovuta alla
diminuzione della fertilità della terra marginale» e, essendo il saggio del profitto dell’agricoltura
determinante per il saggio del profitto dell’intero sistema, questa «è una tendenza che non interessa
soltanto l’agricoltura, ma interessa l’intero sistema economico». Inoltre, pur intervenendo

47
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 31.
48
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 33-34.
49
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 33.
miglioramenti e progressi nei metodi di coltivazione, la caduta del saggio del profitto non può
essere annullata bensì solo ritardata.50
Perciò, secondo Ricardo, il capitalismo possiede “in sé” sia un meccanismo di espansione sia un
meccanismo di freno.

Questo semplicissimo schema analitico – afferma Claudio Napoleoni – poteva […]


costituire, per lo stesso Ricardo, soltanto un’introduzione al problema: è ovvio che
l’ipotesi di un’attività che produce grano mediante grano non corrisponde ad alcuna
situazione reale […]. La determinazione del saggio del profitto, in altri termini, non
poteva esser fatta in termini materiali e richiedeva perciò la formulazione d’una legge del
valore.51
La teoria del valore di Ricardo comincia con la critica all’idea smithiana che,
nell’economia capitalistica, il lavoro contenuto sia incapace di determinare i valori di
scambio.52

E, a tal proposito, Piero Sraffa spiega che:

Nel capitolo Sul Valore Ricardo criticò Adam Smith per aver limitato il principio che le
merci si scambiano secondo l’ammontare del lavoro richiesto per la loro produzione a
«quel primitivo e rosso stadio della società che precede l’accumulazione del capitale e
l’appropriazione della terra»; «come se, quando fossero da pagare profitti e rendita, questi
potessero avere qualche influenza sul valore relativo delle merci, indipendentemente dalla
semplice quantità di lavoro che è stata necessaria per la loro produzione». Ma, egli
aggiunse, Adam Smith «non ha mai analizzato gli effetti sul valore relativo
dell’accumulazione del capitale e dell’appropriazione della terra». (La considerazione
dell’effetto della «appropriazione della terra» è rimandata a più tardi, al capitolo Sulla
Rendita; nel capitolo Sul Valore Ricardo si limita a prendere in esame la sola
accumulazione del capitale). Questo passo che criticava Adam Smith aveva lasciato
perplessi i lettori, dato che sembrava «apertamente contraddetto» (per dirla con Cannan)
dalle successive edizioni del capitolo.53
Soltanto nel 1818, in una lettera a Mill […], Ricardo precisò la natura del suo disaccordo
con la teoria di Adam Smith, chiarendo il senso del suo passo.54

Perciò, la formulazione della legge del valore di David Ricardo “parte” e “incomincia” dalla critica
della concezione smithiana (secondo la quale, nella società capitalistica, il lavoro contenuto è
incapace di determinare i valori di scambio).55
Di fatti, secondo Adam Smith, solo in una società di produttori indipendenti il lavoro comandato in
una merce A può essere inteso come il lavoro contenuto nella merce B (con cui la merce A, per
l’appunto, si scambia). Diversamente, sempre per l’economista scozzese, nella società capitalistica
cambia la definizione del lavoro comandato, poiché non è più determinato “semplicemente” dal
lavoro contenuto nella merce, piuttosto il valore reale della merce è «dunque uguale alla quantità di
lavoro che le consente [a colui che la possiede] di acquistare o di avere a disposizione».56 La teoria

50
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 34.
51
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 34.
52
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 34.
53
Piero Sraffa, Introduzione ai “Principi” di Ricardo (a cura di Giorgio Gattei), Bibliotaca Cappelli, Bologna 1979, p.
43.
54
Piero Sraffa, Introduzione ai “Principi” di Ricardo, cit., p. 43.
55
Per approfondire questo punto si veda: Piero Sraffa, Introduzione ai “Principi” di Ricardo, cit., pp. 43; e anche,
Claudio Napoleoni, Valore, cit., pp. 34-36.
56
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, cit., p. 111. («Si conferma dunque – spiega Adam Smith – il principio che
dietro il profitto non c’è cosa diversa da ciò che sta dietro il salario: si tratta sempre del lavoro erogato dal lavoratore
produttivo, che dà luogo a un valore complessivo che si divide poi in salario e profitto: il valore che si aggiunge ai
materiali non proviene da due fonti diverse, ma da un’unica fonte, il lavoro», Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 27).
del comando (o, in inglese command) di Adam Smith sostiene che il comando sul lavoro del
possessore della merce è tanto maggiore quanto maggiore è la sua capacità di comprare lavoro.
Ma, secondo David Ricardo, anche nella società capitalistica le merci si scambiano tra loro
attraverso le quantità di lavoro oggettivate nelle merci stesse e, conseguentemente, il lavoro
oggettivato e contenuto nelle merci determina lo scambio tra la merce A e la merce B. Nonostante
ciò, c’è una differenza tra lo scambio semplice e lo scambio nella società capitalistica. Poiché,
mentre nello scambio semplice tutto il valore che si forma è percepito dal lavoratore; nello scambio
in condizioni capitalistiche il valore si suddivide tra le classi (lavoratore, capitalista e proprietario
fondiario).

Ma la tesi fondamentale di Ricardo – aggiunge Claudio Napoleoni – (che così riprende


uno dei due lati dell’ambigua teoria del valore di Smith) è che il modo in cui il valore,
una volta formatosi, si distribuisce, non ha nulla a che vedere col modo in cui esso si
forma.57

A tal proposito, afferma David Ricardo:

Il valore di una merce, cioè la quantità di qualsiasi altra merce con cui si può scambiare,
dipende dalla quantità relativa di lavoro necessario a produrla e non dal maggiore o
minore compenso corrisposto per questo lavoro.58

La quantità di lavoro richiesta per l’ottenimento delle merci è la fonte principale del loro valore di
scambio. Ma, la teoria ricardiana del valore (contenuta essenzialmente nelle prime cinque sezioni del
primo capitolo dei Principi) si potrebbe, per così dire, “parte” intendendo il valore di una merce come
«quantità relativa di lavoro necessario a produrla».

Nei primi stati della società, – specifica David Ricardo – il valore di scambio di queste
merci, ossia il criterio che determina quanto di una merce deve essere dato in cambio di
un’altra, dipende quasi esclusivamente dalla quantità relativa del di lavoro impiegato in
ognuna.59

(…)

Nello stesso paese in un certo periodo per produrre una data quantità di alimenti e beni di
prima necessità può occorrere una quantità di lavoro doppia di quella che è stata
necessaria in un periodo molto precedente; tuttavia, può verificarsi che il compenso del
lavoratore sia di ben poco inferiore. Se nel primo periodo il salario del lavoratore
corrispondeva a una data quantità di alimenti e beni di prima necessità, egli
probabilmente non avrebbe potuto sussistere se quella quantità fosse stata ridotta.
Alimenti e beni di prima necessità, se valutati secondo la quantità di lavoro necessario a
produrli aumenteranno in questo caso del 100 per cento; mentre se valuti secondo la
quantità di lavoro contro la quale si potranno scambiare, aumenteranno di poco il loro
valore.60
Se, grazie al progresso delle macchine, le scarpe e il vestiario dei lavoratori potessero
essere prodotti con una quarto del lavoro ora necessario, essi probabilmente
diminuirebbero del 75 per cento; ma ciò non vuol dire che il lavoratore sarebbe così
permanentemente in grado di consumare quattro cappotti o quattro paia di scarpe anziché
uno; invece è probabile che per l’effetto della concorrenza e della spinta demografica in
breve tempo il suo salario si adeguerebbe al nuovo valore dei beni di prima necessità nei

57
Claudio Napoleoni, Valore, cit., p. 35.
58
Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta, Milano Finanza, Padova 2006, p. 169.
59
Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta, cit., p. 170.
60
Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta, cit., p. 173.
quali viene speso. Se questi progressi si estendessero a tutti gli oggetti che il lavoratore
consuma, probabilmente dopo pochissimi anni lo troveremmo in grado di godere di ben
poche soddisfazioni in più, se mai questo si verificasse, sebbene il valore di scambio di
quelle merci, in confronto a qualsiasi altra merce nella cui produzione non si sono avuti
tali progressi, abbia subito una notevolissima riduzione; e sebbene la produzione di
queste merci richieda una quantità di lavoro assai notevolmente ridotta.61

(…)

Non può dunque essere esatto con Adam Smith che poiché il lavoro «può talvolta
acquistare una quantità maggiore di beni e talaltra una minore, è il loro valore che varia,
non quello del lavoro che li acquista»; e che «soltanto il lavoro, non variando mai nel suo
valore, è quindi la sola, ultima e reale misura con la quale il valore di tutte le merci può in
ogni tempo e luogo essere stimato e confrontato»; ma è esatto dire, come aveva detto
precedentemente Adam Smith, che «la proporzione tra le quantità di lavoro necessario
per ottenere diversi oggetti sembra sia la sola circostanza che possa offrire qualche regola
per scambiarli l’uno con l’altro»; o in altre parole che è la quantità relativa delle merci
che il lavoro produce a determinare il loro valore relativo presente o passato, e non
le quantità relative delle merci che vengono date al lavoratore in cambio del suo
lavoro.62
Prendendo il lavoro come la base del valore delle merci e la quantità relativa come la base
del valore delle merci e la quantità relativa di lavoro necessaria alla loro produzione come
norma regolante le quantità rispettive di merci che verranno date in cambio, non si deve
supporre che si vogliano ignorare le deviazioni accidentali e temporanee del prezzo
effettivo o di mercato delle merci da ciò che è il loro prezzo originario e naturale.63

Di fatto, diversamente dal monetarismo, dal “mercantilismo” e dalla fisiocrazia, la teoria


dell’economia classica, sostiene che la causa e la sostanza della ricchezza è il lavoro.
Con Adam Smith, nello specifico, la sostanza della ricchezza [o la ricchezza] è il lavoro generale o,
meglio ancora, qualsiasi lavoro oggettivato indipendentemente dalle sue determinazioni (grazie alla
divisione del lavoro si può passare indipendentemente da un lavoro a un altro lavoro).
Con David Ricardo, invece, la sostanza della ricchezza [o la ricchezza] è oggettivazione di tempo di
lavoro astratto. Attraverso questa definizione, l’economista inglese riesce a “generalizzare” al
massimo grado la legge del lavoro.

IV.
Durante l’ottocento non solo il capitalismo (o, meglio ancora, il modo di produzione capitalistico)
continua ad affermarsi, ma anche e soprattutto a espandersi. Inoltre, già prima della metà
dell’ottocento iniziarono a farsi manifeste le lotte operaie e del proletariato, che raggiunsero il
culmine nel ’48 a Parigi. I moti rivoluzionari divamparono e dilagarono in Svizzera, in Sicilia, in
Lombardia, in Polonia e poi, anche, in Francia; e, in seguito, a Vienna e in Prussia. Dopo alcuni
anni dai moti rivoluzionari (divampati in tutta Europa, in particolar modo a Parigi), iniziò un
processo controrivoluzionario e, contemporaneamente, si mostrò – in maniera più manifesta – il
carattere borghese delle forme repubblicane instauratesi in quel periodo (ad esempio, in Francia a
Parigi, dove divenne presidente della repubblica Luigi Napoleone III).
Per questo motivo, mentre per i due economisti classici (sopra detti) avevano compreso il duplice
carattere della merce (il valore d’uso e il valore di scambio di una stessa merce), solo dopo il ’48
Karl Marx esprime in maniera più che chiara che anche il lavoro, essendo una merce, ha un
carattere duplice (lavoro concreto e lavoro astratto).
61
Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta, cit., pp. 173-174.
62
Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta, cit., p. 174.
63
Ricardo, Principi di economia politica e dell’imposta, cit., p. 242.
La teoria del valore esposta da Karl Marx «nasce» dall’importante differenza che esiste tra la
quantità di lavoro intesa da Adam Smith e quella di David Ricardo. Perciò, Karl Marx congiunge la
concezione smithiana secondo la quale il valore di una merce è la quantità di lavoro che questa
merce può acquistare o comandare con quella ricardiana che al lavoro comandato contrappone il
lavoro contenuto in una merce (e cioè a un fatto interno allo scambio e alla circolazione, poiché è
una caratteristica della produzione). L’obiettivo di Karl Marx è, pertanto, quello di «trovare il modo
di collegare il valore alle condizioni della produzione, come in Ricardo, salvando però il concetto
smithiano di “scambio diseguale”».64
In questo modo, è più che evidente «la critica radicale dell’impostazione generale» della teoria del
valore dell’economia classica, e non semplicemente una risoluzione delle sue problematiche.
Perché, secondo Karl Marx, l’economia politica descrive anatomicamente la società capitalistica,
ma non la spiega. Pertanto, occulta e non considera il lavoro come lavoro alienato. Perché,
l’economia politica non analizza il lavoro come un qualcosa di storicamente determinato, bensì lo
assume come lavoro naturale. Perché, l’economia politica non analizza la società capitalistica come
un qualcosa di storicamente determinato, bensì la assume come un qualcosa di naturale ed eterno.
Già nei Manoscritti del ’44, Karl Marx afferma che:

L’economia politica parte dal fatto della proprietà privata. Non ce la spiega. Essa esprime
il processo materiale della proprietà privata, il processo da questa compiuto in realtà, in
formule generali, astratte, che essa poi fa valere come leggi. Essa non comprende queste
leggi, cioè non mostra come esse risultino dall’essenza della proprietà privata.65
L’economia politica occulta l’alienazione ch’è nell’essenza del lavoro per questo:
ch’essa non considera l’immediato rapporto fra l’operaio (il lavoro) e la produzione.
Certamente il lavoro produce meraviglie per i ricchi, ma produce lo spogliamento
dell’operaio. Produce bellezza, ma deformità per l’operaio. Esso sostituisce il lavoro con
le macchine, ma respinge una parte dei lavoratori ad un lavoro barbarico, e riduce a
macchine l’altra parte. Produce spiritualità, e produce la imbecillità, il cretinismo
dell’operaio.66

E specifica poi nella Prefazione del ‘59 del testo Per la critica dell’economia politica:

[Dopo il 1844] La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto
le forme dello Stato non possono essere comprese né per se stessi, né spiegandoli con la
cosiddetta evoluzione dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti
materiali dell’esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l’esempio
degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di «società civile»; e che
l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica […]. Il risultato
generale al quale arrivai e che […] mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere
brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini
entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di
produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze
produttive.67

Per questo motivo, l’obiettivo di Karl Marx è quello di compiere una critica dell’economia politica,
«di portare allo scoperto il carattere mistificante dell’economia politica» mettendo in chiaro che il
lavoro, inteso come il valore al lavoro, nella società capitalistica è lavoro alienato (e non lavoro in
quanto tale).68

64
Claudio Napoleoni, Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx, pp. 15-18; Claudio Napoleoni, Valore, p. 31 e 45-46.
65
Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 193.
66
Karl Marx, Manoscritti, cit. p. 196.
67
Karl Marx, Prefazione del ’59, in Per la critica dell’economia politica, Lotta comunista, Milano 2012, p. 16.
68
Claudio Napoleoni, Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx, p. 18.
La teoria del valore marxiana sottolinea sin da subito la formazione del plusvalore, e cioè dello
sfruttamento e del plus-lavoro a cui i lavoratori nel modo di produzione capitalistico sono
sottomessi. Per far emergere e sviluppare questo punto, Karl Marx parte da una riflessione critica
dei concetti di lavoro comandato (di Adam Smith) e di lavoro contenuto (di David Ricardo),
ponendoli in relazione tra loro. Sottolineando che, «il nesso tra lavoro contenuto e lavoro
comandato è collocato da Marx all’interno dello stesso processo produttivo».

In Marx questo concetto [il lavoro] ha una sua storia, che può essere non difficilmente
ricostruita e che, partendo dai Manoscritti del ’44 arriva al Capitale attraverso i
Lineamenti fondamentali e Per la critica. Io non esporrò qui questa storia, che pure
sarebbe di grande interesse, per ovvie ragioni di tempo, e mi limiterò a esporre il concetto
nella forma più matura nella quale esso appare in Per la critica e nel Capitale.69

Inoltre, partendo da questo nesso, Karl Marx osserva che, nella società capitalistica, il lavoro non è
l’oggetto di scambio. Ciò che è scambiato tra il capitalista (colui che possiede mezzi e capitali) e il
proletario (colui che ha come unico possesso la propria forza-lavoro), prima della produzione, è la
sua forza-lavoro (Arbeitskraft) o, meglio ancora, la sua capacità di lavoro (Arbeitsvermogen).
Questo scambio tra forza-lavoro e capitale è «uno scambio tra equivalenti» e, anche, «uno scambio
di non equivalenti».70
Nel I° libro del Capitale, Karl Marx parte dal presupposto che, nel modo di produzione
capitalistico, la ricchezza della società si presenta come un “enorme raccolta di merci”. Pertanto, il
punto di partenza è l’«analisi della merce». La duplice caratteristica della merce (valore d’uso e
valore di scambio) è una delle caratteristiche comprese ed esposte dagli economisti borghesi (come
Adam Smith e David Ricardo). Però, agli stessi economisti borghesi è sfuggita che anche il lavoro
rappresentato nella merce ha un carattere duplice. E, inoltre, ciò che costituisce lo scambio fra il
capitalista e il lavoratore salariato non è il lavoro di quest’ultimo, bensì la sua forza-lavoro. La
forza-lavoro è la capacità di lavorare.

Per forza lavoro o capacità lavorativa – spiega Karl Marx – intendiamo l’insieme delle
attitudini fisiche e intellettuali, che esistono nella corporeità, nella personalità vivente di
un uomo, e che egli mette in moto ogni qualvolta produce valori d’uso di qualunque
genere.71

La forza-lavoro, perciò, dev’essere venduta sul mercato come qualsiasi altra merce. Il possessore di
denaro (o, meglio, il capitalista) trova sul mercato la forza lavoro in quanto merce, è la compra.
Questo scambio appare come scambio tra equivalenti, poiché il compratore (il capitalista) paga a un
dato valore il valore della forza-lavoro (messa in vendita dal lavoratore). Il proprietario della forza-
lavoro deve essere libero proprietario della sua capacità lavorativa (ma che vende per necessità).
Così il possessore di denaro e il possessore di forza-lavoro «s’incontrano sul mercato ed entrano in
rapporto reciproco come possessori di merci di pari diritti, unicamente distinti dal fatto che l’uno è
compratore e l’altro venditore; quindi anche come persone giuridicamente eguali». Il proprietario
della forza lavoro vende la sua forza-lavoro «per un determinato tempo», trasformandosi così da
uomo libero in lavoratore salariato, da possessore di merci in merce.72
Però, nel volgo delle merci, la forza-lavoro è una merce particolare. Perché, diversamente da tutte le
altre merci, il valore d’uso la forza-lavoro è la capacità di erogare lavoro e, quindi, valore (e
attraverso il plus-lavoro, il plusvalore). Essa, però, essendo merce, può essere sia intesa come valore
d’uso sia come valore di scambio. Il valore d’uso della forza-lavoro è il lavoro.

69
Claudio Napoleoni, Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx, p. 18.
70 Claudio Napoleoni, Valore, p. 48.
71
Marx, Il capitale, pp. 260-261. (La questione della forza-lavoro è ciò che ritroveremo e sarà riformulata dalla teoria
operaista da Mario Tronti a Antonio Negri).
72
Marx, Il capitale, pp. 261-263.
L’uso della forza lavoro è il lavoro stesso. Il compratore della forza lavoro la consuma
facendo lavorare il suo venditore, cosicché quest’ultimo diventa actu ciò che prima era
soltanto potentia: forza lavoro in azione, lavoratore. Per rappresentare il suo lavoro in
merci, egli deve prima di tutto rappresentarlo in valori d’uso, in cose che servano a
soddisfare bisogni di qualunque specie. È dunque un particolare valore d’uso, un
determinato articolo, quello che il capitalista fa eseguire all’operaio. Il fatto di compiersi
per il capitalista e sotto il suo controllo, non cambia la natura generale della produzione
di valori d’uso, o beni: il processo di lavoro va quindi considerato, anzitutto, a
prescindere da ogni forma sociale data.73

Il compratore della forza-lavoro (cioè il capitalista) consuma e fa consumare la forza-lavoro


facendo lavorare il venditore della forza-lavoro (il lavoratore). Durante la compravendita della
forza-lavoro, perciò, l’operaio ottiene un valore di scambio (il denaro) e il capitalista in valore d’uso
della forza lavoro (il lavoro). Solo usando e consumando la forza-lavoro attraverso il lavoro, il
capitalista produce, riproduce e può accrescere (e accumulare) ricchezza, mentre il lavoratore
ottiene soltanto denaro che si esaurisce nell’acquisto di una merce per il mero consumo. Perciò,
mentre dal lato del lavoratore la compravendita appare come una circolazione semplice (M-D-M) in
quanto si vende per comprare, dal lato del capitalista (o del capitale) si compra per vendere e
ottenere e accumulare continuamente valore o ricchezza (D-M-D). Perciò, mentre nello scambio
semplice il denaro si presenta come mezzo di pagamento e acquisizione dei valore d’uso, nell’intero
processo di circolazione capitalistico, il denaro diventa il principio e la fine del processo: dove il
denaro iniziale dev’essere inferiore a denaro finale (che si ottiene alla fine del processo). La realtà
formula, pertanto, non è D-M-D, bensì D-M-D’ (dove, D < D’). In tal modo, nella società
capitalistica «il rapporto tra valore d’uso e valore di scambio è invertito». Nel senso che, nella
società capitalistica, le merci devono realizzarsi prima come valori e poi come valori d’uso, e cioè il
valore di scambio «subordina a sé il valore d’uso e ne dà la giustificazione».74
La differenza di valore che risulta da questa non equivalenza è ciò che Marx chiama plusvalore, e costituisce
la base del profitto.75
Pertanto, il capitale è un processo di valorizzazione, cioè creazione di «plusvalore».

Il prodotto, proprietà del capitalista, è un valore d’uso […]. Il valore d’uso non è, nella
produzione di merci, l’oggetto qu’on aime pour lui meme [che si ama per se stesso] […].
E il nostro capitalista mira a due cose: in primo luogo, produrre un valore d’uso che abbia
un valore di scambio, una articolo destinato alla vendita, una merce; in secondo luogo,
produrre una merce il cui valore superi la somma dei valori delle merci necessarie alla
sua produzione, dei mezzi di produzione e della forza lavoro per i quali egli ha anticipato
sul mercato delle merci il suo bravo denaro. Egli vuole produrre non solo un valore
d’uso, ma una merce, non solo valore d’uso ma valore, e non solo valore, ma anche
plusvalore.

Il capitale è una processo di valorizzazione che crea plusvalore, e cioè più valore di quanto serva a
reintegrare il valore dei mezzi di sussistenza della forza-lavoro (o, meglio ancora, rispetto al valore
della forza-lavoro pagato durante la compravendita della forza-lavoro stessa). Il valore di scambio
della forza-lavoro è misurata con il tempo sociale medio impiegato per produrre (e riprodurre) la
stessa merce forza-lavoro.

73
Marx, Il capitale, pp. 273.
74
Claudio Napoleoni, Valore, p. 61. (Da ciò si può dedurre e si deduce che lo scambio tra forza-lavoro e capitale, che
appare come scambio tra equivalenti, è in realtà uno scambio tra non-equivalenti: «In altri termini, – spiega Claudio
Napoleoni – lo scambio che ha per oggetto la forza-lavoro, mentre è uno scambio tra equivalenti finché si rimane
all’interno del processo di circolazione, è uno scambio tra non equivalenti se si considera il processo complessivo, che è
di circolazione e di produzione insieme», p. 49).
75
Claudio Napoleoni, Valore, pp. 49-50.
Ad ogni modo, il plusvalore non nasce dalla circolazione, bensì dalla produzione.
Nel processo di produzione la forza-lavoro plus-lavora e, perciò, plus-lavorando produce
plusvalore. O, meglio, lavorando più del tempo necessario per produrre e riprodurre i propri mezzi
di sussistenza, la forza-lavoro del lavoratore produce più valore di quanto servirebbe per reintegrare
la forza-lavoro, e cioè plusvalore.
Ciò che si deve mettere in luce e in evidenza «è il concetto di sfruttamento che si trae dalla
categoria del plusvalore».76
Ma, mentre nelle società precapitalistica (suddivise in classi) lo sfruttamento è diretto (poiché non è
mediato dallo scambio): «o nel senso che il lavoratore è esso stesso assimilato alle condizioni
oggettive della produzione (schiavitù), o nel senso che il lavoratore è in qualche modo legato a tali
condizioni e quindi il suo lavoro è comunque disponibile per il proprietario di esse (servitù della
gleba)». 77 Nella società capitalistica lo sfruttamento «è mediato dallo scambio» e si presenta in
modo «indiretto». Perciò, innanzitutto, «l’operaio ha un rapporto “libero”, e non di dipendenza
personale, col capitalista; all’interno della sfera della circolazione, essi sono due scambisti, che in
tanto hanno rapporto tra di loro in quanto sono rispettivamente venditori e compratore d’una merce
determinata».78 Poi, inoltre, «l’appropriazione [da parte del capitalista] si riferisce a una parte del
valore prodotto, e quindi può avvenire solo dopo che la produzione sia stata realizzata come valore
sul mercato».79
Comprando la forza-lavoro del lavoratore, il capitalista compra e acquista una merce
particolarissima. Perché, il valore d’uso della forza lavoro (il lavoro) è l’unico valore d’uso che può
produrre e generare un processo di valorizzazione. Poiché è il lavoro che crea il valore. Ma il lavoro
è un processo, e la forza-lavoro ha bisogno di essere messa in contatto con i mezzi di produzione e
le materie prime per poter produrre. Ma, solo dopo aver venduta la sua forza-lavoro (comprata dal
capitalista), la forza lavoro del lavoratore viene immessa nella produzione. Solo il capitalista
dispone del capitale mediante cui può comprare le merci necessarie alle produzione: forza-lavoro,
mezzi di produzione e materie prime.
L’obiettivo del capitale, si ricordi, è quello di produrre più valore (poiché subordina il valore d’uso
al valore di scambio), e lo può fare solo e unicamente attraverso lo sfruttamento della forza-lavoro,
e cioè facendo plus-lavorare il lavoratore o, meglio, facendolo lavorare il lavoratore più di quanto
gli servirebbe per reintegrare la propria forza-lavoro.
Come tutte le merci anche la merce-forza lavoro possiede un valore. Questo valore «è determinato
dal tempo di lavoro necessario» alla produzione e alla riproduzione del valore della merce forza-
lavoro. Il valore della forza lavoro, perciò, è definibile in termini di «una determinata quantità di
lavoro sociale medio in essa oggettivato».80 Ma, materialmente, il valore della forza lavoro altro
non è se non il valore dei mezzi di sussistenza necessari alla conservazione del possessore della
forza lavoro.

Data l’esistenza dell’individuo, la produzione della forza lavoro consiste nella sua
riproduzione, cioè nella sua conservazione. Per conservarsi, l’individuo vivente ha
bisogno di una certa somma di mezzi di sussistenza. Il tempo di lavoro necessario alla
produzione della forza lavoro si risolve quindi nel tempo di lavoro necessario a produrre
questi mezzi di sussistenza: ovvero, il valore della forza lavoro è il valore dei mezzi di
sussistenza necessari alla conservazione del suo possessore. Ma la forza lavoro si realizza
solo estrinsecandosi; si attua soltanto nel lavoro. ora, nella sua estrinsecazione, nel
lavoro, si consuma una data quantità di muscoli, nervi, cervello ecc. umani, che
dev’essere reintegrata. Se il possessore di forza lavoro ha lavorato oggi, deve poter
ripetere domani lo stesso processo in analoghe condizioni di energia e di salute. Dunque,

76
Claudio Napoleoni, Valore, p. 63.
77
Claudio Napoleoni, Valore, p. 64.
78
Claudio Napoleoni, Valore, p. 64.
79
Claudio Napoleoni, Valore, p. 64.
80
Marx, Il capitale, pp. 264.
la somma dei mezzi di sussistenza deve bastare a mantenere l’individuo che lavora nel
suo stato di vita normale come individuo che lavora.81

Il valore della forza-lavoro (del venditore della forza lavoro) è determinato prima di passare nelle
mani del compratore, prima della compravendita della forza-lavoro (così come accade anche per le
altre merci).
Il compratore della forza-lavoro (il capitalista) acquista la merce forza lavoro, perché il processo di
consumo della forza lavoro è il processo di produzione della merce e del plusvalore. Ma, in quanto
“sottomesso” al controllo e al possesso del capitalista, il processo lavorativo (o di consumo e uso
della forza lavoro) si svolge da parte del capitalista. Questo significa che il prodotto è di proprietà
del capitalista, che ha principalmente due fini: quello di far «produrre un valore d’uso che abbia un
valore di scambio, un articolo destinato alla vendita, una merce» e, anche, quello di far «produrre
una merce il cui valore superi la somma dei valore delle merci necessarie alla sua produzione, dei
mezzi di produzione e della forza lavoro per i quali egli ha anticipato il suo bravo denaro».82

Egli [il capitalista] vuole – afferma Karl Marx – non solo un valore d’uso, ma una merce,
non solo valore d’uso ma valore, e non solo valore, ma anche plusvalore.
In realtà, trattandosi qui di produzione di merci, è chiaro che […] la merce stessa è unità
di valore d’uso e di valore, così il suo processo di produzione dev’essere unità di
processo lavorativo e processo di creazione di valore.83
Sappiamo che il valore di ogni merce è determinato dalla quantità di lavoro cristallizzato
nel suo valore d’uso, da tempo di lavoro socialmente necessario per produrla. Ciò vale
anche per il prodotto che il nostro capitalista ha ottenuto come risultato del processo
lavorativo. Dobbiamo quindi calcolare anzitutto il lavoro oggettivato in tale prodotto.84

Però, nel modo di produzione capitalistico il processo lavorativo è e dev’essere inteso come un
mezzo del processo di valorizzazione. Poiché, attraverso il suo lavoro, il lavoratore produce e
riproduce plusvalore. Anche se, appare che il valore si «autovalorizzi».

In realtà, – afferma Karl Marx – ormai sappiamo che il plusvalore è semplice


conseguenza della variazione di valore che si compie in v, nella parte del capitale
convertita in forza lavoro, e che quindi v + p = v + v (v più incremento di v). Ma la reale
variazione del valore, e il rapporto in cui il valore varia, sono oscurati dal fatto che,
crescendo la sua parte componente variabile, anche il capitale totale anticipato cresce:
era 500£ e ne diventa 590.85
Dal punto di vista della produzione capitalistica, tutto questo ciclo è automovimento del
valore, in origine costante, trasformato in forza lavoro; e a suo credito si inscrivono sia il
processo, che il suo risultato. Se perciò la formula: 90£ capitale variabile, ossia valore
autovalorizzantesi, sembra contraddittoria, essa esprime soltanto una contraddizione
immanente alla produzione capitalistica.86

81
Marx, Il capitale, pp. 264-265.
82
Marx, Il capitale, p. 283.
83
Marx, Il capitale, pp. 283-284.
84
Marx, Il capitale, p. 284.
85
Marx, Il capitale, pp. 314.
86
Marx, Il capitale, pp. 315. («Certo, – aggiunge Karl Marx – il rapporto del plusvalore non soltanto con la parte di
capitale dalla quale immediatamente si origina, e la cui variazione di valore esprime, ma anche col capitale
complessivamente anticipato, ha una grande importanza economica, e ad esso dedicheremo una larga parte del terzo
Libro. Per valorizzare una parte del capitale mediante la sua conversione in forza lavoro, è necessario che un’altra parte
del capitale sia convertita in mezzi di produzione. Affinché il capitale variabile funzioni, è necessario anticipare capitale
costante in proporzioni adeguate a seconda del carattere tecnico, dato volta per volta, del processo lavorativo […].
Finché la creazione di valore e il cambiamento di valore sono considerati in sé e per sé, cioè nella loro purezza, i mezzi
di produzione, queste forme materiali di capitale costante, forniscono solo la materia in cui la forza fluida creatrice di
valore deve fissarsi. Perciò è indifferente la natura di questa materia […] ed è pure indifferente quale valore avvia. Essa
L’obiettivo del capitalista è quello di aumentare quantitativamente il denaro (D < D’) attraverso la
mediazione della merce. In altri termini, l’obiettivo del capitalista è quello di massimizzare il
plusvalore.
Inoltre, diversamente dalla società mercantile semplice nel modo di produzione capitalistico, le
“categorie” dello scambio e del denaro contengono già implicitamente la contrapposizione tra
lavoro salariato e capitale. Nella società capitalistica, perciò, il lavoro che produce valore di
scambio si sviluppa in lavoro salariato. E, il lavoro salariato è il lavoro «produttivo» (in quanto –
nel modo di produzione capitalistico – il lavoro produttivo è il lavoro che si scambia con capitale).
Lo scambio è qui inconcepibile senza il lavoro astratto (che è il lavoro che produce valore nelle
condizioni capitalistiche) e il capitale. [Lavoro produttivo?].
Il plusvalore è prodotto perciò attraverso l’impiego del lavoro salariato. Arrivati a questo punto, ciò
che deve interessare è il concetto di sfruttamento implicito nella “categoria” di plusvalore.
La “formazione” del plusvalore è il risultato del lavoro prestato (complessivamente) dal lavoratore
durante la sua giornata lavorativa. Però, nel modo di produzione capitalistico, tale giornata
lavorativa può essere divisa in due parti: tempo di lavoro necessario e tempo di lavoro superfluo (o
plus-lavoro). Ma, pur essendo «una grandezza data», nella società capitalistica la parte necessaria
della giornata lavorativa (e cioè quella necessaria per la riproduzione del lavoratore stesso) è «in sé
e per sé è indeterminata».87

Dunque, – spiega Karl Marx – la giornata lavorativa non è una grandezza costante: è una
grandezza variabile. Certo, una delle sue parti è determinata dal tempo di valoro
necessario per la continua riproduzione dello stesso operaio; ma la sua grandezza totale
varia con la lunghezza, o durata, del pluslavoro. Perciò la giornata lavorativa è bensì
determinabile, ma in sé e per sé indeterminata.88

(…)

Perciò, il capitalista si appropria di una parte di valore prodotta dal lavoratore (e cioè avviene solo
dopo la compravendita della forza-lavoro e, perciò, nella produzione). Ma, soltanto se si premette
che il valore è «lavoro oggettivato» (caratteristica propria della teoria del valore) la “relazione” tra
lavoro necessario (e cioè la quantità di lavoro contenuta nel valore della forza-lavoro o salario) e
plus-lavoro (o, meglio, quantità di lavoro “superflua” ed “eccedente”) assume “senso” ed è chiara.
In questo modo, presentandosi come prodotto del plus-lavoro, il plusvalore può essere considerata
la manifestazione dello sfruttamento capitalistico (che si presenta in modo, per l’appunto, indiretto
in quanto mediato dallo scambio).
All’inizio il capitale sussume a sé il lavoro in modo puramente formalistico (e cioè non plasma il
lavoro, ma assume il grado di produttività utilizzando i modi precapitalistici, come accade nella
manifattura). Nel senso che, il lavoro – pur diventando lavoro salariato – opera ancora processi
produttivi che non sono “sostanzialmente” modificati e trasformati dal capitale. Questa forma di
sussunzione è detta sussunzione puramente formalistica o, definibile anche come, plusvalore
assoluto. Sviluppandosi e generalizzandosi il capitale ha iniziato a sussumere a sé il lavoro,
plasmandolo e modificandolo. Questo significa che il capitale ha sussunto realmente e
sostanzialmente il lavoro, trasformandolo (attraverso un contenuto propriamente capitalistico). […]
(…) [658-660].

deve limitarsi ad essere presente in una massa sufficientemente per assorbire la quantità di lavoro da spendersi durante
il processo di produzione», p. 315).
87
Marx, Il capitale, pp. 335-336.
88
Marx, Il capitale, p. 336. (Ad ogni modo, bisogna tener ben presente che, il plus-lavoro non è un’invenzione del
modo di produzione capitalistico, dato che in ogni società divisa in classi – “liberi e schiavi”, “patrizi e plebei”, ecc. – il
plus-prodotto o prodotto netto è prodotto dalla classe sfruttata, e cioè gli schiavi, i plebei e, nel capitalismo, dai
lavoratori salariati)