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connessioni particolari e contingenti, prive di valore oggettivo (ad esempio, non potremmo

affermare che i corpi sono pesanti, esprimendo un rapporto oggettivamente valido tra soggetto e
predicato, ma soltanto dire che ogni volta che porto un corpo, sento un'impressione di peso,
formulando un'asserzione puramente soggettiva).
- Cenni sui principi dell'intelletto puro (l'io come legislatore della natura). I principi
dell'intelletto puro indicano il modo in cui vengono applicate le categorie agli oggetti: essi
esprimono le leggi (a priori) dei fenomeni e quindi le proposizioni fondamentali del sapere
scientifico. Kant divide i principi dell'intelletto puro in 4 gruppi:
1) Assiomi dell'intuizione: Tutti i fenomeni intuiti (nello spazio e nel tempo) sono quantit
estensive (tutto ci che viene intuito nello spazio e nel tempo pu essere conosciuto solo mediante
l'addizione successiva delle sue parti. Es.: una linea retta, la durata di un suono, ecc.).
2) Anticipazioni della percezione: Tutti i fenomeni percepiti hanno un'intensit o un grado (ogni
fenomeno della nostra esperienza si presenta con un determinato grado di intensit che pu essere
aumentato o diminuito in modo continuo; es.: la luce, il calore, l'elettricit ecc.).
3) Analogie dell'esperienza: 3a : Permanenza della sostanza: In ogni cambiamento del mondo
fisico la quantit di sostanza permane immutata (pu essere considerato un equivalente del
principio secondo il quale in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma questo principio era adeguato alla fisica newtoniana, l'unica che Kant conoscesse, ma stato messo
in crisi, almeno parzialmente, dalla teoria della relativit); 3b: Causalit: Tutti i mutamenti
avvengono secondo la legge della connessione di causa ed effetto (a priori posso dire che ogni
mutamento ha una causa, anche se soltanto l'esperienza pu dirmi quale sia la causa del mutamento
in questione); 3c: Azione reciproca: Tutti gli oggetti dell'esperienza, in quanto percepibili nello
spazio come simultanei, si trovano tra loro in un'azione reciproca universale (questo principio
richiama chiaramente la legge newtoniana di azione e reazione).
4) Postulati del pensiero empirico in generale [Non ce ne occupiamo]
N.B: La dottrina kantiana dei principi la massima espressione della rivoluzione copernicana
nel campo della conoscenza, identificando nel soggetto conoscente (ci che Kant chiama l'Io
penso) il legislatore della natura. L'ordine dei fenomeni che si manifesta nella possibilit di
formulare leggi scientifiche non proviene dalla realt in s, ma dall'attivit sintetica del soggetto
che organizza il materiale dell'esperienza attraverso le forme a priori. Com' facile comprendere,
l'Io penso kantiano, come funzione suprema del conoscere, strettamente parlando un
Noi pensiamo, in quanto le forme a priori sono le stesse per tutti i soggetti umani;
soltanto in questo modo l'oggettivit della conoscenza realmente fondata e garantita].
L'uso empirico delle categorie e il concetto di noumeno. A questo punto della sua indagine
critica, Kant ha giustificato la possibilit dei saperi che a buon diritto vengono considerati
scienze (la matematica e la fisica). per ormai chiaro che il criticismo formula un nuovo
criterio di verit, per cui la conoscenza dell'uomo appare rigorosamente circoscritta al
mondo fenomenico, ovvero agli oggetti che si manifestano agli uomini attraverso la sensibilit
e l'intelletto. Di fatto, le categorie funzionano (cio producono conoscenza effettiva) solo in
rapporto al materiale sensibile che esse organizzano, ossia in riferimento alle intuizioni spaziotemporali ( i fenomeni). Quando alle categorie viene a mancare questo materiale empirico,
quando cio non sono riempite dai dati sensibili, esse lavorano a vuoto, non producono
alcuna conoscenza valida. Da questo punto di vista, la conoscenza non pu realmente
estendersi oltre l'orizzonte dell'esperienza possibile: le stesse proposizioni a priori che Kant
rintraccia nella sua analisi del conoscere valgono soltanto per il mondo dell'esperienza, per la
realt fenomenica. Ad es., il principio Tutti i mutamenti avvengono secondo la legge della
connessione di causa ed effetto s valido a priori e non derivato dall'esperienza, ma la sua
validit interna all'orizzonte dell'esperienza e riguarda gli oggetti dell'esperienza; al di fuori
dell'esperienza possibile, in un mondo diverso da quello che ci appare, non ho alcun argomento

per dire che sia valida la legge di causalit (la realt in s potrebbe essere regolata da leggi
totalmente diverse da quelle che valgono per i fenomeni, oppure da nessuna legge). L'unico uso
valido delle categorie dunque per Kant quello empirico. Chiaramente, ci non significa
negare l'esistenza della realt in s: lo stesso concetto di fenomeno rimanda a qualcosa che
non fenomeno e che solo in rapporto a noi si fenomenizza (attraverso le forme a priori).
Come gi sappiamo, Kant chiama noumeno questo concetto correlativo al fenomeno,
definendolo come l'oggetto di un'intuizione non sensibile. Ma la conoscenza di questo oggetto
(non fenomenico) radicalmente esclusa per l'uomo: esso un semplice concetto limite, che
serve ad arginare le nostre pretese conoscitive, impedendo che si estendano fino alla realt in s.
Kant dunque, negando che l'uomo possa conoscere i noumeni (in particolare Dio, l'anima e il
mondo intelligibile, che non sono fenomeni), intende rimanere fedele alla prospettiva della
finitezza umana: la conoscenza, per un essere razionale finito quale l'uomo, sottoposta a
rigorose restrizioni, che tuttavia fungono anche da condizioni di possibilit di un sapere valido,
purch nei limiti dell'esperienza. Coerentemente con questo assunto, Kant paragona la
conoscenza scientifica alla terraferma di un'isola, e assimila il desiderio di superare le soglie
dell'esperienza alle smanie di un navigante attratto dalla scoperta di nuove terre, ma destinato a
vagare inutilmente in mare aperto, vittima di un'illusione naturale. In questa lucida metafora sui
limiti della conoscenza umana, il navigante presuntuoso il metafisico che si avventura al di
l dei limiti, obbedendo certamente ad un desiderio originario e irresistibile della ragione
umana (quello di conoscere Dio, l'anima e il mondo), che tuttavia destinato a rimanere
costantemente inappagato.
La dialettica trascendentale e la critica della metafisica tradizionale. Come abbiamo visto,
l'Analitica trascendentale si conclusa con un risultato assai significativo: la conoscenza
scientifica possibile e garantita solo entro i saldi confini del mondo fenomenico. Le forme
pure dell'intelletto, infatti, generano sapere unicamente in relazione a intuizioni spaziotemporali (l'unico uso valido delle categorie quello empirico); i nostri strumenti conoscitivi
si dimostrano fecondi solo sul terreno dell'esperienza, che concorrono a costituire. A questo
punto Kant, legittimamente, si chiede: perch la ragione umana presenta, per sua natura,
un'irresistibile tendenza ad oltrepassare i confini dell'esperienza, in direzione dei noumeni
(Dio, anima e mondo intelligibile)? Quale esigenza la spinge a tentare di conoscere la
dimensione noumenica attraverso l'oceano tempestoso della metafisica? Per rispondere a
questa delicata e decisiva questione, Kant esamina nella Dialettica trascendentale (l'ultima parte
della Logica trascendentale) le modalit di funzionamento della ragione in senso stretto, intesa
cio come funzione conoscitiva che aspira alla conoscenza dell'assoluto (al di l di ogni
possibile esperienza). Il termine dialettica ha una venerabile storia nella filosofia occidentale;
Kant tuttavia non intende la dialettica come ricerca della verit attraverso il dialogo (Socrate),
n come la scienza pi alta che coglie i rapporti tra i generi sommi della realt (Platone). Per
Kant, la dialettica non dottrina della verit, ma piuttosto una logica dell'apparenza (o
dell'illusione). Di fatto, quando la metafisica tradizionale pretende di abbandonare il terreno
dell'esperienza per conoscere l'assoluto, cade vittima di una illusione naturale, che compito
della Dialettica trascendentale smascherare. Nella prospettiva del criticismo, gli oggetti di
studio della metafisica (Dio, anima e mondo) non sono realt conoscibili, ma idee della
ragione. Queste idee non sorgono nella mente umana in modo casuale, ma riflettono
l'inevitabile tendenza della ragione umana ad operare la sintesi totale delle sue conoscenze: in
particolare, 1) la tendenza alla sintesi di tutte le conoscenze esterne al soggetto produce
(necessariamente) l'idea dell'anima, 2) la tendenza alla sintesi di tutte le conoscenze
esterne al soggetto produce (necessariamente) l'idea del mondo; 3) la tendenza alla sintesi
di tutte le conoscenze, sia interne che esterne produce (necessariamente) l'idea di Dio. La
metafisica corrisponde dunque ad un bisogno intimo e originario della ragione umana di
conoscere l'assoluto (nelle sue tre forme), ma non legittimo trasformare questo bisogno di
assoluto in una conoscenza effettiva delle realt assolute. A questo punto Kant arriva al nodo

conclusivo della Critica della ragione pura: E' possibile la metafisica come scienza?. La
risposta di Kant, dopo tutto ci che abbiamo detto, appare netta e inequivocabile: le idee della
metafisica non possono in alcun modo diventare gli oggetti di un sapere scientifico. Tuttavia,
negare qualsiasi valore conoscitivo alle idee della metafisica non significa che esse non abbiano
una funzione positiva nell'ambito della conoscenza. Quando infatti si abbandona la pretesa di
considerare oggetti (conoscibili) le idee metafisiche, queste ultime conservano una funzione
legittima e addirittura indispensabile: tramite le idee, l'uomo spinto a superare sempre di
nuovo i limiti delle conoscenze gi acquisite, ma rimanendo all'interno della realt
fenomenica. L'uomo non pu raggiungere il mondo noumenico, ma pu ampliare, arricchire e
perfezionare continuamente la sua conoscenza del mondo fenomenico, guadagnando prospettive
sempre nuove.