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Universit degli Studi di Torino

FACOLTA DI LETTERE E FILOSOFIA


Corso di Laurea in Filosofia

DISSERTAZIONE FINALE

Libero arbitrio e volont cosciente


tra filosofia e scienza cognitiva

Candidato

Relatore

Matteo Grasso

prof. Alberto Voltolini

Matricola
285144

A. A. 2009/2010
1

Indice
Introduzione

1. Teorie in cerca di autore

1.0 Libert d'azione fra senso comune e teorie scientifiche

1. Corsi d'azione e autodeterminazione


2. Libert e ordine naturale
3. Determinismo e libero arbitrio
4. Lo spazio logico delle posizioni

1.1 Libertarismo

10

1. Indeterminismo libertario e libert umana


2. I problemi
3. Teorie della famiglia libertaria

1.2 Compatibilismo

15

1. Volont libera e libert d'azione


2. Problemi: il Consequence Argument
3. Libero arbitrio e monismo anomalo

1.3 Scetticismo

18

1. Il mistero
2. L'illusione

1.4 Libert o determinismo

19

2.0 Tempo e coscienza

22

2.1 Benjamin Libet: secondi preziosi

24

2.1.1 Libet's half second delay

24

1. Siamo tutti un po' in ritardo


2. E il libero arbitrio?
3. La giusta serie degli eventi
4. Il disegno sperimentale
5. Orologi da laboratorio
6. Misurare la volont
7. Il testamento di Libet

2.1.2 L'eredit di Libet

31

1. Di nuovo in laboratorio
2. Possono prevedere quello che fai!
3. La differenza che fa differenza
4. Libero arbitrio, causalit e buoni propositi

2.1.3 Gare, soglie, valori e ricompense: il torneo cerebrale della decisione

35

1. Tassi di scarica e soglie per la decisione: la corsa al traguardo


2. Valori e ricompense: l'importanza del premio e della plasticit
3. Uno sguardo critico su alcune questioni aperte

2.2 Psicopatologia e disturbi dissociativi

39

1. La nausea
2. Azione e consapevolezza
3. Stranieri a se stessi
4. Il Disturbo da Depersonalizzazione
5. Una parentesi psiconautica

3.0 Considerazioni conclusive

49

3.1 Teorie del libero arbitrio: novit e promozioni

49

3.1.1 Il Veto cosciente

49

1. (Non) dire no
2. La rivincita del dualismo

3.1.2 L'illusione della volont cosciente

52

1. Volont come esperienza e volont come forza causale


2. L'intuizione funziona
3. Causazione mentale apparente: le fonti dell'esperienza di volont
4. La bussola della mente: epifenomenismo, determinismo e paternit
5. Dennett contra Wegner

3.1.3 Adina Roskies: naturalizzare l'intenzionalit


3.2 Conclusioni

56
58

1. Ancora non ci siamo


2. Non finisce qui
3. Libero arbitrio e monismo anomalo: serve unontologia demergenza!
4. Ontologia e libero arbitrio
5. Filosofia e neuroscienze cognitive

Bibliografia

69

Ringraziamenti

73

A chi ancora non ho conosciuto,


a chi so che non scorder mai.

Introduzione
Teorie in cerca di autore
Si potrebbe cominciare con una domanda: perch parlare del problema del libero arbitrio? Ci sono
stati secoli se non millenni di storia del pensiero filosofico e scientifico in cui grandi pensatori si
sono impegnati in argomentazioni di ogni genere per difendere le tesi pi disparate. Parlare del
libero arbitrio oggi significa necessariamente fare un riepilogo di queste tesi, significa indagare la
rilevanza storica del problema? No, affatto. Accade spesso che questioni che prima erano delegate
al dibattito filosofico, o addirittura storico-filosofico, oggi siano riprese e intraprese con nuovo
vigore. Questa nuova linfa talvolta proviene dai risultati della ricerca scientifica, che offre un nuovo
orizzonte di dimostrazioni, di prove, ma ci che pi interessante spesso offre dati grezzi che
necessitano di essere interpretati, contestualizzati, analizzati e confrontati con le concezioni
intuitive o filosofiche precedenti.
L'obiettivo di questo scritto affrontare il problema del libero arbitrio in relazione ad alcuni
esperimenti recenti e ad alcune scoperte in ambito scientifico. Gli anni '90 del '900 sono stati a
pieno titolo nominati il decennio del cervello e oggi nel 2010, che di decennio ne passato un
altro, possiamo realisticamente dire che la direzione intrapresa dalle ricerche in ambito
neuroscientifico non verr abbandonata presto, anzi gi divenuta una pratica consolidata (e una
moda anche per la divulgazione scientifica). La comunit scientifica ha salutato infatti linizio del
terzo millennio come il "decennio della mente. Un neurobiologo come Steven Rose disse:
superato il Decennio del Cervello e a met del supposto Decennio della Mente, siamo ancora ricchi
di dati e poveri di teorie. Nel discutere il problema del libero arbitrio, il nodo cruciale che mi
propongo (seppur in minima parte) di provare a dipanare quindi il grosso groviglio di dati
provenienti dalle neuroscienze e le teorie che cercano di interpretarli costituiscono l'altrettanto
grande vassoio di strumenti che possono servire a dipanarlo.
Per evitare di perdersi completamente cercher di affrontare questo viaggio in modo coscienzioso e
previdente, distinguendo quindi tre fasi dell'indagine. Nel primo capitolo si tratter principalmente
di centrare il problema: passeremo al vaglio alcune teorie e posizioni esistenti (filosofiche e non)
all'interno del dibattito sul libero arbitrio. Un posto andr sicuramente riservato ad una tesi che
spesso fa la parte dell'antagonista nei dibattiti sulla libert: il determinismo. Tale tesi accompagner
tutta la prima parte del viaggio; se si dimostrer indispensabile o al contrario converr
sbarazzarsene sar da vedere (non senza una certa sorpresa). In questa prima parte cercher di
evidenziare i punti di forza e soprattutto i difetti di ogni posizione, in modo da chiarire se vi siano
prospettive su cui ci converr fare affidamento nel prosieguo dell'indagine.
Nel secondo capitolo faremo una breve incursione in laboratorio: per non perderci nell'immenso
5

panorama che la scienza cognitiva ci offre seguiremo il filo rosso costituito da alcuni esperimenti
neuroscientifici riguardanti la questione del libero arbitrio (in particolare quelli condotti da
Benjamin Libet), alcuni dati presi dalla neurologia e dalla neurofisiologia, infine faremo un'accenno
al campo della neuropsicologia e della psichiatria dove troveremo alcune psicopatologie interessanti
come la depersonalizzazione, particolarmente emblematiche per l'indagine. Compito di questo
capitolo sar valutare se questi esperimenti risultino utili alla ricerca, di modo che possano essere
discussi alla luce delle teorie di cui siamo in possesso o possano a loro volta servire da base per
formularne di nuove.
Nell'ultimo capitolo infine ci confronteremo con il cuore del problema: in linea con i presupposti
che abbiamo stabilito cercheremo di accoppiare dati e teorie per valutare se concetti del senso
comune e della psicologia ingenua su volont, libert e deliberazione trovino un fondamento
scientifico e se a loro volta i dati scientifici siano pertinenti per la psicologia e per le teorie
filosofiche pi in generale. Nelle conclusioni presenter alcune fra le teorie pi recenti che tentano
di integrare i dati provenienti dalle neuroscienze, dalla fenomenologia e dalla psicologia (incontrati
nel secondo capitolo), per riformulare (in vari modi) il concetto di volont e di libero arbitrio.
Inoltre la considerazione del caso della volont cosciente porter a considerazioni pi generali
sull'ontologia e sul rapporto tra filosofia e scienza cognitiva. A tale proposito sosterr che l'analisi
di dati sperimentali, nello specifico provenienti dalle neuroscienze, fondamentale per valutare
ogni teoria che riguardi i processi cognitivi, ma che tuttavia il lavoro teorico e filosofico
altrettanto fondamentale, nella misura in cui i soli esperimenti neuroscientifici non sono risolutivi se
non inquadrati in una cornice teorica coerente, organica e articolata1.
1.0 Libert d'azione fra senso comune e teorie scientifiche
Corsi d'azione e autodeterminazione
Per impostare la discussione su solide basi certamente necessario definire il concetto di libert in
termini convincenti e (il pi possibile) rigorosi. Come possibile giudicare se un'azione stata
compiuta liberamente? Il senso comune vuole che un'azione sia libera innanzitutto se c' possibilit
di scelta, se esistono alternative reali di cui solo una si realizza proprio a causa della deliberazione.
Per citare un esempio: nel 1915 Henry Ford pubblicizz la vendita della Ford Modello T usando la
famosa scelta di Hobson: "Potete averla di qualsiasi colore, purch sia nera". La prima condizione
della libert richiede che l'individuo debba avere la possibilit di fare altrimenti, non devono
1 A titolo di curiosit cito un esempio per me emblematico: nella fisica del '900 grandi passi sono stati compiuti (da
Einstein e non solo) grazie ad un atteggiamento particolare nei confronti dei dati sperimentali. Einstein era convinto che
il "paradigma indiziario" non fosse sufficiente: per ottenere le soluzioni pi avanzate nella scienza non basta
semplicemente fiutare indizi e dettagli particolari o casuali, bisogna inquadrare questi ultimi in coerenti schemi
concettuali di originalit e generalit in cui gli indizi possano acquisire senso, senza tuttavia tirare a indovinare.

sussistere vincoli alla possibilit di corsi d'azione alternativi.


Tali corsi d'azione sono condizione necessaria di un'azione libera, ma di certo non ne sono
condizione sufficiente. Nel momento in cui sono seduto alla mia scrivania ci sono molte azioni che
potrei compiere: potrei guardare fuori dalla finestra, grattarmi la testa, alzarmi di scatto. Se compio
effettivamente una delle varie azioni alternative possibili, questo non implica ancora che essa sia il
prodotto di una scelta volontaria. Potrei infatti essere ipnotizzato in quel momento e alzarmi di
scatto ad un comando dell'ipnotizzatore od ancora potrei muovermi solo perch qualcuno mi d una
spinta. A maggior ragione, se bastasse la condizione dei corsi d'azione alternativi, anche un oggetto
inanimato potrebbe soddisfarla: un aeroplanino di carta lanciato da una finestra ha (quasi) infinite
traiettorie da poter seguire, ma non per questo diremmo che dotato di libero arbitrio. Come
possiamo distinguere un evento meramente casuale da un'azione volontaria? Un'azione libera deve
presupporre un agente che la attui, e tale agente in qualche senso deve avere l'intenzione di
compierla: l'agente d avvio ad una catena causale in cui desideri, intenzioni e credenze hanno un
ruolo nel determinare l'azione. La seconda condizione della libert quindi l'autodeterminazione
delle azioni e consiste nel compierle in piena autonomia rispetto a costrizioni esterne2.
Corsi d'azione alternativi e autodeterminazione delle azioni, dunque, sono condizioni
disgiuntamente necessarie e congiuntamente sufficienti per definire un'azione libera. Stabilito
questo criterio di valutazione possiamo quindi chiederci: esistono eventi nel mondo che soddisfino
queste condizioni? Quali sono?
Libert e ordine naturale
Per rispondere alle domande a cui siamo giunti necessario affrontare due problemi preliminari che
riguardano il rapporto mente-corpo da un lato, ed il rapporto libert-determinismo dall'altro.
Il rapporto mente-corpo mette capo ad una questione tanto antica quanto spinosa e problematica:
come possibile spiegare l'interazione fra la mente e il corpo in relazione al mondo fisico in cui
essa avviene? Se tutti gli eventi presenti in natura hanno una causa che li determina, allora anche i
fenomeni mentali devono averla. Tuttavia, alcuni fenomeni mentali (come le decisioni) sembrano
non essere completamente determinati da una causa, sembrano infatti liberi.
Questo porta direttamente al problema del rapporto libert-determinismo: se possibile spiegare i
fenomeni naturali in modo deterministico, al contrario i comportamenti umani presentano un
carattere di libert e volont in netto contrasto col determinismo. Siamo infine giunti a scontrarci
con la tesi pi comunemente discussa in relazione al problema del libero arbitrio, sia in sede
scientifica che in sede etica: il determinismo.
2 Com' noto il concetto di autonomia della volont fu considerato molto significativo da Kant, in contrapposizione a
quello di eteronomia (Kant 1788).

Determinismo e libero arbitrio


Il determinismo nella sua espressione pi generale la tesi secondo cui "ogni evento determinato
dal verificarsi di condizioni sufficienti per il suo accadere" (De Caro 2004, p.11). Ci sono varie
forme di determinismo che specificano la natura delle condizioni degli eventi:
-determinismo logico: gli enunciati su eventi futuri hanno un valore di verit atemporale quindi
determinano in senso logico tali eventi. Per questa posizione, nel famoso esempio del De
interpretatione di Aristotele l'enunciato domani ci sar una battaglia navale vero o falso anche
prima del giorno della battaglia, perci determina in senso logico quell'evento.
-fatalismo: ogni evento accade indipendentemente dagli eventi che lo precedono, in accordo con un
disegno del fato o divino.
-determinismo causale: in generale afferma che ogni evento causalmente determinato dal
verificarsi di condizioni sufficienti, cio cause, per il suo accadere.
L'accezione che pi ci riguarda viene denominata determinismo scientifico universale3 e la sua
formulazione viene fatta risalire a Laplace. Essa afferma che ogni stato dell'universo implicato
dallo stato dell'universo immediatamente precedente e dalle leggi di natura: Possiamo considerare
lo stato attuale dell'universo come l'effetto del suo passato e la causa del suo futuro. Un intelletto
che ad un determinato istante dovesse conoscere tutte le forze che mettono in moto la natura, e tutte
le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura composta, se questo intelletto fosse inoltre
sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi, esso racchiuderebbe in un'unica formula
i movimenti dei corpi pi grandi dell'universo e quelli degli atomi pi piccoli; per un tale intelletto
nulla sarebbe incerto ed il futuro proprio come il passato sarebbe evidente davanti ai suoi occhi
(Laplace 1812). Detto altrimenti: siano t0 e t1 due istanti consecutivi, U0 e U1 gli stati dell'universo a
tali istanti e L l'insieme delle leggi di natura: Nec (U 0 & L) -> U1. Questa forma di determinismo
rilevante nel dibattito sul libero arbitrio nella misura in cui nega completamente la possibilit di un
cambiamento non implicato dal rigido corso dell'universo fisico.
Parallelamente al determinismo scientifico universale vi sono altre varianti definite determinismi
causali locali che saranno rilevanti nella nostra discussione: il determinismo etico, scientifico,
neurofisiologico, genetico e quello socioculturale sostengono che il determinismo valga ma solo
limitatamente agli ambiti precisati. Il determinismo neurofisiologico afferma che gli stati mentali
sono causalmente determinati dagli stati cerebrali, ma non dice nulla sul determinismo nel mondo
fisico. Nel presente lavoro verranno discussi gli emblematici esperimenti neurofisiologici di
Benjamin Libet volti a indagare le relazioni fra libert di scelta e neurofisiologia dei processi
decisionali.
3 Questa forma di determinismo, rispetto a quella causale, specifica che le condizioni sufficienti per l'accadere di un
evento sono cause di natura specificamente fisica.

Lo spazio logico delle posizioni


Nella discussione sui rapporti fra determinismo e libero arbitrio vi una distinzione preliminare fra
due alternative: compatibilismo e incompatibilismo (van Inwagen 1983). Il compatibilismo afferma
che in linea di principio la libert umana compatibile con il determinismo, indipendentemente dal
fatto che il mondo sia deterministico o meno. L'incompatibilismo al contrario nega tale
compatibilit. Queste due opzioni possono a loro volta essere declinate secondo le particolari
assunzioni riguardo alla verit del determinismo, dando luogo ad uno spettro variegato di opzioni.
Auspicando maggiore chiarezza cercher di illustrare questo spazio logico specificandone le
rispettive posizioni riguardo al grado di compatibilit (C), libert (L) e determinismo (D)
presupposti.
L'incompatibilismo libertario (chiamato anche libertarismo) si configura come totale negazione sia
del compatibilismo sia del determinismo in funzione della salvaguardia della libert (L,~C,~D). I
libertari sostengono che la libert incompatibile con il determinismo, ma visto che il mondo non
deterministico, allora la libert esiste.
L'incompatibilismo antilibertario nega la compatibilit di determinismo e libero arbitrio e risolve la
disgiunzione a sfavore della libert (D,~C,~L). I deterministi hard affermano che, essendo
incompatibili, o esiste la libert oppure il mondo deterministico, e visto che il mondo
deterministico allora la libert non esiste.
Il compatibilismo afferma che il determinismo non esclude la possibilit della libert (C, L, D). La
maggior parte dei compatibilisti sostiene semplicemente la verit del determinismo e l'esistenza
della libert, mentre i supercompatibilisti sostengono che il determinismo sia condizione necessaria
della stessa libert d'azione.
Infine, gli scettici sostengono che la libert (che essa esista o meno) sia incompatibile sia col
determinismo che con l'indeterminismo (~C, L?, D?).
Nei prossimi paragrafi offrir una panoramica delle varie prospettive teoriche, accennando a quali
sono i principali argomenti a favore e i principali problemi di ciascuna.4

4 Per una rassegna (ed una antologia) molto articolata sul dibattito contemporaneo rispetto al problema del libero
arbitrio si veda Kane (2002).

1.1 Libertarismo
Indeterminismo libertario e libert umana
Spesso nella storia del pensiero si affermato che la mancanza di determinazione condizione
necessaria per la libert. Un alfiere di questa prospettiva stato James S. Peirce (1931) con la sua
teoria del tichismo. Egli sostenne che sufficiente una seppur infinitesimale interruzione della
rigida causalit dell'universo per inserire la mente (e di conseguenza la libert). In modo simile (ma
sul piano pratico) William James (1896) propose che in un mondo indeterministico gli agenti sono
liberi di creare il proprio futuro, che non gi rigidamente definito come in un contesto
deterministico. Questa idea si sposa molto bene con l'idea del senso comune che le azioni umane
siano libere e non determinate. Si potrebbe dire che il libertarismo investe tutto il proprio capitale
concettuale nel produrre argomenti a favore della prima condizione della libert che abbiamo
individuato: la possibilit di fare altrimenti. Ma proprio per il fatto di impegnare tutte le risorse su
questo versante, tale posizione risulta problematica su altri fronti.
I problemi
Seguendo l'analisi di De Caro (2004, p. 30) i principali problemi individuabili sono (almeno)
quattro:
(1) La critica pi comunemente mossa alle posizioni indeterministiche riguarda la mancanza di
controllo: fondare la libert su una concezione indeterministica della realt significa far coincidere
azioni libere ed eventi casuali. L'indeterminismo sembra offrire un'ottima base metafisica per
giustificare la possibilit di corsi d'azione alternativi, in quanto in un mondo indeterministico ogni
evento non determinato dagli eventi precedenti e quindi esiste pi di un futuro possibile, pi di
una piega del tessuto spaziotemporale ramificato che la "sottile linea rossa" del presente pu
effettivamente prendere (Belnap, Perloff, Ming Xu, 2001). Tuttavia questa posizione, rifiutando la
determinazione causale degli eventi, non pu giustificare il fatto che l'agente abbia un ruolo nel
determinare quale di questi corsi d'azione alternativi venga intrapreso. Recentemente stato
formulato un teorema, nell'ambito della fisica quantistica, volto a dimostrare che il libero arbitrio
esiste per il fatto che esistono eventi indeterministici legati alla scelta. I fisici John H. Conway e
Simon B. Kochen hanno sostenuto che la scelta di due sperimentatori di misurare determinate
caratteristiche dello spin di due particelle intrecciate (entangled) un evento libero perch l'esito
di tale scelta non pu essere determinato a partire dalle conoscenze sullo stato dell'universo
precedente all'esperimento. Questo porta direttamente alla tesi del Teorema del libero arbitrio
formulato dai due fisici, che asserisce: se gli uomini sono dotati in qualche misura di libero
arbitrio, sulla base di certe assunzioni, lo stesso deve valere anche per alcune particelle elementari.
10

(Conway, Kochen 2006, trad. it mia). A mio giudizio quasta conclusione sarebbe pi adatta come
base per una dimostrazione per assurdo. Questo teorema esprime in modo emblematico il passo
falso principale dell'indeterminismo: identificare un'azione libera con un evento indeterministico (o
casuale) porterebbe ad attribuire agenzialit e libert ad ogni evento casuale, persino alle interazioni
quantistiche fra particelle subatomiche. Se l'indeterminismo offre un buon argomento per soddisfare
la prima condizione della libert rinunciando alla determinazione causale nel mondo, paga il proprio
pegno con l'impossibilit di rendere conto della seconda condizione: la casualit degli eventi
estromette l'agente dalla sua posizione privilegiata di autodeterminazione e controllo nei confronti
delle proprie azioni e il concetto di libert diviene equivoco; pu essere attribuito infatti sia ad
organismi dotati di coscienza e intenzioni, sia ad eventi inorganici casuali.
Seguendo questa linea di ragionamento l'indeterminismo impedisce di attribuire la paternit delle
proprie azioni all'agente perch afferma che nel mondo non sussistono legami causali, ma esso
dominato dalla casualit.5
(2) Nella storia del pensiero l'accusa di oscurit metafisica stata una fra le pi utilizzate: sin
dall'epoca moderna si posto il problema di giustificare la libert (e non solo) nel pieno rispetto
della visione scientifica del mondo, cosicch molte teorie sono state duramente criticate dopo aver
saggiato la temuta lama del rasoio di Ockham. Nel nostro caso la sfida per il libertarismo consiste
nel salvaguardare la libert senza postulare teratologie scientifiche (cause indeterministiche o nonoccorrenti, collassi della funzione d'onda volontari...).
(3) Un'obiezione in perfetto stile filosofico (che nasconde ancora molte sorprese) venne proposta
gi da Hobbes come problema del regresso all'infinito: al fine di considerare un'azione libera, per il
libertarismo non sufficiente che l'azione non sia stata determinata, ma anche necessario che la
decisione di compiere quella tale azione sia stata libera e non determinata, e cos tutte le metascelte
che hanno portato a tale decisione. Secondo questo argomento l'autodeterminazione dell'azione
richiedere un numero infinito di scelte.
Come premesso, nonstante lo spiccato sapore scolastico delle argomentazioni ad infinitum, questo
genere di ragionamento continua ad avere una discreta rilevanza anche trasposto nei termini attuali
della questione sul libero arbitrio. Vi un ampio dibattito sui dati provenienti dalle neuroscienze
che mostrano come le azioni volontarie abbiano un inizio inconscio, i processi cerebrali deputati al
5 Un problema differente se l'imprevedibilit di alcuni fenomeni, fra cui le scelte degli agenti, sia dovuta non
all'esistenza dell'indeterminismo a qualche livello della realt, ma alla complessit che presentano alcuni sistemi
dovuta spesso ad un'evoluzione non-lineare. Tutti i sistemi complessi (classici e deterministici oltrech quantistici e
regolati da statistiche non classiche) presentano come caratteristica comune la non-linearit come dipendenza sensibile
da piccole variazioni delle condizioni iniziali, per cui in un simile sistema, anche perfettamente deterministico,
un'impercettibile variazione iniziale di parametri d luogo imprevedibilmente a mutamenti evolutivi macroscopici. La
non linearit e la complessit dei sistemi quindi sembrerebbero migliori dell'indeterminismo quantistico per sostenere
l'imprevedibilit di fenomeni emergenti e di alto livello, tuttavia (che io sappia) non sono state contemplate all'intero del
presente dibattito.

11

compimento di tali azioni non solo le precedono, ma precedono persino la consapevolezza


soggettiva di aver preso la decisione di agire in tale modo (Libet 2004). Uno dei controargomenti
pi intuitivi a tali risultati afferma che se anche tali processi inconsci iniziano prima, nulla vieta che
siano preceduti da una decisione libera (e inconscia), che innesca la catena causale. Ma questa
ipotesi richiede (come nell'argomento) che tale decisione libera sia anch'essa preceduta da processi
inconsci che precedono persino la consapevolezza della scelta e ci porterebbe ad un regresso
all'infinito.
(4) Il quarto problema che discutiamo ha forti correlazioni con l'accezione di indeterminismo
discussa in fisica. E' un dato di fatto che il macromondo (il livello di realt dei fenomeni
macroscopici, degli oggetti materiali come i tavoli e i gatti) non presenta fenomeni indeterministici,
anzi essi sembrano essere irrilevanti dato che funzionano molto bene le previsioni fondate su una
concezione fisica deterministica e classica. Tuttavia la meccanica quantistica ha rivoluzionato la
concezione scientifica della realt mostrando che nel micromondo (il livello di realt dei fenomeni
microscopici, delle particelle subatomiche e delle loro propriet come lo spin) esistono eventi non
solo indeterminabili ma indeterministici. Risulta dunque lecito chiedersi: a che livello della realt e
dei fenomeni, a che ordine di grandezza si situa il discrimine fra fenomeni indeterministici e
deterministici? La localizzazione dell'indeterminismo risulta problematica anche per la questione
della libert. Possiamo infatti chiederci: a che punto del processo decisionale si situa il momento
indeterministico? E vi sono varie possibilit di risposta: dopo la scelta ma prima dell'azione, al
momento della deliberazione, prima della formazione delle credenze dell'agente in modo che
nemmeno esse siano determinate, ecc. Per quanto questo problema sia stringente, come nota De
Caro (2004, p. 38) esso logicamente subordinato ai precedenti perch non riguarda la legittimit
del libertarismo come teoria quanto il modo in cui esso pu essere sviluppato.
I principali problemi del libertarismo che ho illustrato lo riguardano in quanto tesi generale. Nella
realt esistono diverse forme di libertarismo, tutte legate, ma che declinano in modi differenti le
stesse assunzioni di fondo. Vediamole.
Teorie della famiglia libertaria
Fra le varie posizioni che prendono il nome di libertarismo l'indeterminismo radicale (1) afferma
che la libert si manifesta come azione non causale in un mondo indeterministico. L'indeterminismo
causale (2) sostiene una concezione dell'azione in termini di causalit indeterministica6. L'agent
causation (3) invece attribuisce all'agente particolari poteri causali che ne giustificano la libert ma
sono incompatibili col determinismo7.
6 Per un esempio di questa posizione vedi Kane (1996).
7 Per questa posizione si veda Chisholm (1964).

12

Fra le varie forme del libertarismo la pi radicale (1) sostiene che le azioni siano eventi senza cause
ma collegati all'agente mediante nessi indeterministici. Senza approfondire nei dettagli questa
posizione vorrei sottolineare che la sorte di una prospettiva di questo genere risiede quasi
totalmente nella bont delle teorie dei nessi non causali proposte. Molte fra le varie alternative
esplorate fondano la spiegazione dell'azione sulla distinzione fra cause e ragioni (quindi stati
intenzionali senza potere causale8). Ritengo che anche in questo caso il libertarismo riesca davvero
malamente a rispondere al problema del controllo di cui si trattato sopra: se anche esistono
ragioni dell'accadere di un evento, esso in quanto incausato sicuramente un evento casuale, e un
evento casuale in fondo non pu nemmeno essere attribuito propriamente a un agente, per quanto
intrattenga qualche legame ipotetico con gli stati intenzionali dello stesso.9
L' indeterminismo causale (2) contrariamente a quello radicale evita di disfarsi del concetto di
causa proponendo un tipo di causalit indeterministica particolare. Le proposte pi recenti (Kane,
1996) affermano che un'azione non determinata in toto dalla propria causa perch l'agente non fa
altro che esercitare la propria volont (le proprie intenzioni) affinch un certo effetto sia prodotto,
aumentandone la probabilit ma senza determinarlo. In alcune particolari versioni la volont
dell'agente si configura come la pesatura delle varie ragioni: i motivi che possono spingere ad un
corso d'azione piuttosto che ad un altro in qualche modo causano gli effetti delle azioni senza
determinarli, ma senza abbandonare completamente gli eventi al caso. Questa stessa posizione
tuttavia non scevra dall'ormai classico problema del libertarismo: cosa ha fatto si che l'agente
abbia effettuato liberamente la pesatura delle ragioni? Tali ragioni, non essendo determinanti, non
bastano a giustificare perch fra le possibili scelte l'agente abbia preso proprio quella. Ancora una
volta il problema che se un evento indeterminato allora nemmeno l'agente che lo compie pu
dirsi responsabile di averlo compiuto.
L'unica proposta per salvaguardare la seconda condizione della libert potrebbe dunque essere una
teoria che preveda una forma di causalit indeterministica. Tale ipotesi afferma che "la causalit [...]
concerne eventi per i quali le condizioni antecedenti non sono nomicamente sufficienti" (Lewis
1986), tali condizioni non fanno altro che aumentare la probabilit che tali eventi accadano. Questa
prospettiva tuttavia non del tutto risolutiva perch se anche la causalit indeterministica viene
definita mediante "rilevanza statistica" (Salmon 1998) resta il fatto che essa deve essere tenuta ben
8 Questa distinzione potrebbe tuttavia nascondere una forma di causalit di qualche tipo (non standard), finendo quindi
per trapassare in una forma di indeterminismo causale (descritto pi avanti nel paragrafo).
9 Sembra quindi che l'intenzionalit oltre a non essere un criterio unificante per definire tutti gli stati mentali, non lo sia
nemmeno per definire le condizioni di un'azione autodeterminata: (...) se non ammettessimo che tutti gli stati mentali
sono intenzionali, saremmo condannati a non avere un criterio unificante di che cos' essere uno stato mentale, non
avremmo per l'appunto il marchio del mentale. Saremmo costretti a dire che uno stato mentale o uno stato intenzionale
o uno stato qualitativo; ma una propriet disgiuntiva una propriet per modo di dire. [] la propriet tipicamente di
stati mentali di vertere su qualcosa o avere un contenuto, l'intenzionalit appunto, s una propriet fondamentale del
mentale, ma non che una sua condizione semplicemente sufficiente. (Voltolini, Calabi 2009, pp. 315-316).

13

distinta dalla "rilevanza causale" in quanto una mera correlazione statisticamente rilevante pu
sempre rivelarsi meramente accidentale: "la mistificazione tipica di molte pseudoscienze si basa
proprio su questa fallacia: si trasforma un'accidentalit statistica in una correlazione causale
rilevante." (Boniolo, Vidali 2003, p. 127). Trovare una proposta soddisfacente in questa direzione
vorrebbe dire contestare non solo la famosa tesi di Hume secondo cui la causalit deterministica
l'unica possibile seppur indimostrabile scientificamente, ma argomentare la tesi contraria cio che
possibile concepire scientificamente la causalit anche in un'ottica indeterministica. Senza contare
che in tutto questo si dovrebbe mantenere un ruolo priviliegiato del soggetto agente.
Secondo l'agent causation (3), la terza teoria della famiglia libertaria, l'agente viene rivestito di un
potere speciale che consiste nel creare nuove catene causali. Il motivo di questa capacit peculiare
che, secondo Thomas Reid (1788), gli agenti non sono enti qualsiasi ma sono sostanze che non
possono essere causate mentre hanno il potere di iniziare nuove catene causali. Le rielaborazioni pi
recenti di tale teoria, proposte in origine da Roderick Chisholm (1964), tentano di conciliare i
superpoteri causali degli agenti con la visione scientifica del mondo. Se gli eventi del mondo
naturale hanno sempre una causa e alcune di queste cause sono le azioni degli agenti, la catena non
prosegue indefinitamente perch il ruolo dell'agente simile a quello di un primo motore
immobile. Sbarazzandosi delle critiche di Hume al principio di causalit, Chisholm afferma che il
legame causa-effetto dimostrabile dal fatto che noi siamo consapevoli di essere agenti che causano
effetti. Il pregio di questa teoria potrebbe essere quello di salvaguardare meglio delle altre
alternative libertarie il controllo dell'agente sull'azione, tuttavia questa strada pu essere intrapresa
solo a patto di integrarla in una forma di naturalismo pi debole del naturalismo scientifico standard
(De Caro propone un naturalismo imperniato sul rifiuto della chiusura causale del mondo fisico, che
apra dunque ad un pluralismo di tipo non spiritualistico o cartesiano; cfr. De Caro, Macarthur 2004)
senza ricadere in ipotesi metafisiche ardite o dichiaratamente antiscientifiche.
Ritengo che la breve analisi condotta sia sufficiente a mostrare come il libertarismo, declinato nelle
sue varie forme, non sia stato in grado finora di formulare una teoria che renda conto delle
condizioni della libert in modo soddisfacente. Per quanto le proposte siano allettanti e meritevoli di
ulteriore approfondimento, esse sembrano creare pi problemi di quelli che risolvono.
Il mio parere che se si vuole davvero esplorare strade nuove e alternative per questo dibattito, si
deve in parte riconsiderare l'ambito entro il quale il problema del libero arbitrio sempre stato
analizzato nella storia del pensiero e della filosofia. Sono convinto che le opzioni teoriche oggi
presenti sul mercato siano fondamentalmente le stesse (o se diverse non siano meno problematiche
di quelle) proposte in epoca moderna. Tuttavia c' un elemento di novit che si affaccia all'orizzonte
della discussione; tale elemento proviene dall'indagine scientifica del mondo della natura (in
14

particolare dalla fisica e dalla meccanica quantistica) e dell'uomo (cio dalla scienza cognitiva).
Una posizione come l'incompatibilismo libertario, se non vuole rischiare di non aggiungere nulla di
nuovo, deve cercare di darsi una veste coerente non solo con la contemporanea visione scientifica
del mondo, ma anche con i risultati che la scienza offre, risultati magari grezzi ma meritevoli di
un'attenta analisi e interpretazione mediante gli strumenti della filosofia.10
1.2 Compatibilismo
Diversamente dalla strada intrapresa dal libertarismo, il compatibilismo ritiene che libert e
determinismo siano compatibili e ha il pregio di cercare una spiegazione della libert coerente con
la visione scientifica del mondo. Questa posizione ha goduto di grande successo almeno per tutto il
'900, tuttavia pare che recentemente vi siano validi argomenti per dubitare della sua validit.
Il compatibilismo tenta di spiegare la libert entro i confini di una visione scientifica del mondo
partendo dal presupposto che il determinismo non impedisca il libero arbitrio. Una strategia attuata
dal compatibilismo supporre il determinismo come vero e cercare una definizione di libert
compatibile con esso, a costo di definirla in modo differente dalla concezione del senso comune.
Come vedremo, in questa prospettiva sono emblematiche alcune famose parole di Thomas Hobbes
(1651, p.175) al riguardo: Un uomo libero colui che, nelle cose che capace di fare con la
propria forza e il proprio ingegno, non impedito di fare ci che ha la volont di fare.
Volont libera e libert d'azione
I principi fondamentali del compatibilismo affermano che la libert agire senza impedimenti o
costrizioni, quindi un'azione pu essere giudicata libera se determinata dalla volont del soggetto
che la compie. A questa tesi vi si aggiungono due precisazioni: non solo il determinismo
compatibile con la libert, ma ne anche condizione necessaria (per evitare che l'azione sia
imputabile solo al caso); ed inoltre il determinismo vero, quindi siamo liberi in quanto siamo
determinati.
Nell'affermare ci i sostenitori di questa ipotesi non possono non misurarsi con uno dei principali
argomenti della prospettiva opposta, cio che in natura esistono eventi indeterministici. Tuttavia il
fatto che la teoria fisica novecentesca abbia dimostrato l'esistenza di tali fenomeni a livello
quantistico non costituisce un problema nell'affermare che la realt sia deterministica, per due
ragioni: il livello macroscopico dei corpi sostanzialmente immune dai fenomeni indeterministici
10 Il ricorso diretto all'indeterminismo quantistico non sufficiente. Innanzitutto tale indeterminismo un concetto
assai problematico anche per gli stessi fisici, inoltre non sufficiente che esista l'indeterminismo a livello quantistico
per giustificare cos l'idea di libert, soprattutto se riferendosi all'indeterminismo quantistico si prosegue poi in modo
incoerente col resto della teoria fisica (ipotizzando cause indeterministiche o simili).

15

(tanto che la fisica newtoniana continua ad avere un discreto valore predittivo); il determinismo pu
essere declinato in vari modi rispetto al livello di realt considerato (vedi sopra: determinismi
causali locali).
La questione di come conciliare determinismo e libero arbitrio viene risolta dal compatibilismo
distinguendo fra libert di volere e libert di agire. La libert si pu predicare delle azioni ma non
della volont, che, in quanto evento del mondo fisico, completamente determinata. Una volont
che sia in grado di determinare completamente le azioni e nel contempo di determinare se stessa
una mostruosit scientifica, qualcosa che sfugge alle leggi di natura. Per questi motivi legittimo
parlare di libert d'azione ma sarebbe fortemente antiscientifico sostenere l'esistenza anche di una
volont libera che sfugge alla catena causale delle cause deterministiche che compongono la realt
fisica.
Problemi: il Consequence Argument11
Per quanto il compatibilismo sembri offrire un buon terreno per sostenere la possibilit di fare
altrimenti, ultimamente pare che abbia subito una discreta perdita di consenso, a causa di un
argomento divenuto molto popolare nel dibattito. In un universo deterministico sembra infatti
inconcepibile che gli eventi prendano un corso differente da quello determinato dalle leggi di
natura. Questo recente argomento stato proposto da van Inwagen (1983) e si dimostrato molto
forte nel criticare la possibilit di corsi d'azione alternativi in una concezione deterministica.
Vediamolo in una versione schematica (e pseudo-formale):
Siano:
P la proposizione che esprime un evento E (per es. Matteo consegna la sua tesi di laurea).
t il momento in cui avviene l'evento E.
L l'insieme delle leggi di natura.
P0 la proposizione che esprime lo stato dell'universo ad un istante precedente t.
Tesi del determinismo12: per ogni evento E, la proposizione che descrive quell'evento implicata
dalla congiunzione della proposizione che esprime le leggi di natura con la proposizione che
esprime lo stato del mondo in un qualunque evento precedente E.

11 Per la presentazione di questo argomento seguo l'analisi proposta in De Caro 2004, pp. 75-82.
12 Qui per determinismo si intende il determinismo scientifico universale come definito in precedenza.

16

Dimostrazione:
Premessa 1. Se la Tesi del determinismo vera allora (L&P0) implica P.
Premessa 2. Se vi fosse la possibilit di fare altrimenti, un agente in t (Matteo) avrebbe potuta
falsificare P.
Premessa 3. Se un agente avesse potuto falsificare P avrebbe potuto falsificare (L&P0).
Premessa 4. L'agente non avrebbe potuto falsificare L.
Premessa 5. L'agente non avrebbe potuto falsificare P0.
Premessa 6. Dunque l'agente non avrebbe potuto falsificare (L&P0).
Conclusione: L'agente non avrebbe potuto falsificare P, cio non avrebbe potuto fare altrimenti.
L'argomento come espresso ragionevolmente valido, di conseguenza accettandone (ed
accertandone) tutte le premesse risulta anche corretto. Per chi ne volesse rifiutare la conclusione si
tratterebbe allora di mostrare che almeno una delle premesse falsa. Alcuni tentativi di falsificare le
premesse 3 e 4 non si sono dimostrati convincenti, di conseguenza l'argomento resiste13. Bisogna
fare i conti col fatto che in una prospettiva compatibilistica non si riesce a salvaguardare la
possibilit di fare altrimenti. Quello che pu derivare dall'accettare questa conclusione una
definizione di libert molto ristretta, ma ancora per certi aspetti generosa rispetto alle forme pi
estreme di eliminativismo o scetticismo. Come anticipato, l'unica soluzione al problema del libero
arbitrio coerente col compatibilismo una concezione della libert per cui solo le azioni sono libere,
ma la volont non lo . Per dirla di nuovo con Hobbes: l'uomo non ha libert nel scegliere ci che
ha volont di fare, l'unica libert quando non impedito di fare ci che ha volont di fare.
(Hobbes 1651, p. 175).
Libero arbitrio e monismo anomalo14
Un tentativo emblematico condotto in filosofia della mente per salvare capra e cavoli stato
proposto da Donald Davidson. Sulla scia della sua concezione del rapporto fra stati mentali e stati
cerebrali forgiato sulla teoria dell'identit di occorrenza, Davidson ha proposto una teoria del libero
arbitrio che vede l'agente sia libero sia determinato. Gli stati mentali vengono descritti in termini
mentalistici e trattati come concetti della psicologia indipendentemente dalle correlazioni che
presentano col sostrato fisico (gli stati cerebrali): sono quindi distinti sul piano epistemologico ma
non su quello ontologico. Per Davidson tuttavia non sar mai possibile unificare questi due tipi di
descrizione, in quanto pur ammettendo un sostanziale monismo ontologico (non esiste altro che
materia fisica) non esistono leggi per ricondurre le descrizioni della psicologia a quelle della fisica.
13 Per alcuni di questi tentativi si veda Kane (1996).
14 Per il famoso e complesso argomento con cui Davidson sostiene l'anomalia del mentale vedere Davidson (1970).

17

Questa prospettiva sostiene quindi l'a-nomalia del mentale. Su questo stesso impianto di fondo si
costituisce la visione della libert: le azioni di un individuo, in quanto motivate da desideri e
intenzioni, non sono spiegabili in (o riducibili a) termini scientifici.
Dal dibattito sulla validit del monismo anomalo in filosofia della mente tuttavia si possono
mutuare le stesse critiche a questa concezione, ed esse valgono anche per la questione della libert:
il monismo anomalo a ben vedere potrebbe non essere che una forma mascherata di
epifenomenismo per cui gli eventi mentali sono deprivati di ogni potere causale e non fanno che
seguire gli stati fisici come un'ombra (un epifenomeno appunto) 15. Se gli stati mentali sono privi di
ogni potere causale, ovviamente questi stessi stati (che rischiano persino la loro legittimit
nell'ontologia presupposta dalla psicologia) non possono avere ruolo nel causare le azioni, nel
determinarle come volontarie e libere. Probabilmente, come conclude De Caro, il fallimento della
posizione davidsoniana pu essere interpretato come indice del fallimento del compatibilismo in
generale.
1.3 Scetticismo
Il mistero
Come ho cercato di mostrare con questa breve disamina dei tentativi condotti, la libert sembra un
concetto intrattabile sia dalle teorie compatibilistiche che da quelle libertarie. Esistono due ulteriori
modi di affrontre la questione alquanto differenti ma entrambi accomunati da un esito scettico.
Al primo mi limito ad accennare brevemente: esso costituito dall'approccio dei cosiddetti
misteriani. Questi autori propongono uno scetticismo di tipo esclusivamente epistemologico, sono
cio convinti che non si possa spiegare il libero arbitrio, ma che esso tuttavia esista: insomma, c'
ma non si sa perch. Si sono meritati il nome di misteriani in quanto sostengono che il libero
arbitrio un mistero e in ci consiste la sua possibilit (McGinn 1999, p.168). Non si pu non
riconoscere che questa prospettiva dia una descrizione del libero arbitrio, ma non muove nemmeno
un passo nel tentativo di formulare una spiegazione del perch le cose stiano in questo modo
definendolo un mistero, di conseguenza eviter di discuterla.
L'illusione
Un modo alternativo di affrontare la questione avanzato da alcuni autori altrettanto scettico, ma
consiste nel sostenere uno scetticismo metafisico. Questa prospettiva ha condotto infatti ad analisi
concettuali per dimostrare che la libert impossibile, in modo del tutto indipendente dal fatto che
il mondo sia o meno deterministico. La libert non un mistero, un'illusione. Un esponente di
15 Per l'accusa di epifenomenismo vedere Kim (1989, 1993).

18

questa posizione Galen Strawson (1986), il quale propone due argomenti. (1) Il primo si sviluppa
contro la tesi che essere liberi non presupponga l'esperienza della libert. Strawson mostra che tale
tesi non vale: esistono agenti per cui valgono tutte le condizioni della libert di agire, ma poich
essi non hanno alcuna esperienza di essere liberi, essi non sono tali 16. L'esperimento sembra
abbastanza convincente: se per esempio un paziente soggetto a sindrome della mano anarchica
afferma che non voleva sferrare un pugno al proprio dottore, c' qualche senso in cui dovremmo
credere che non ha compiuto quel gesto liberamente (ammesso che il paziente non menta). Viene
dunque mostrato che l'esperienza soggettiva della libert (la coscienza volitiva nei termini di
Searle 2005) condizione necessaria della stessa. Tuttavia essa non ne anche condizione
sufficiente, come viene mostrato dal secondo argomento. (2) Esistono casi in cui un individuo crede
di essere libero e di decidere di agire in un certo modo, ma lo crede solamente (perch ipnotizzato
o ingannato)17. La componente soggettiva della libert non quindi sufficiente perch esiste una
componente oggettiva della libert.
L'esito pi coerente dell'analisi sul problema del libero arbitrio sembra, a mio parere, l'esito scettico,
almeno per i motivi presentati finora. Qual il significato di questa conclusione? Come anticipato
in principio, abbiamo ricavato una grande lezione nell'indagare i rapporti fra libert e determinismo
e questa lezione pu cogliere di sorpresa: il concetto di libert problematico indipendentemente
dalla verit del determinismo. Questo pu significare due cose: 1) indagare se la realt sia o meno
deterministica non aiuta a trovare una soluzione al problema della libert e 2) se una soluzione
possibile, potrebbe situarsi su un piano differente, su un piano che riguarda pi da vicino l'origine
stessa del concetto di libert: sosterr infatti che l'unica giustificazione del concetto di libert che
resiste sembra essere la sensazione di essere liberi che l'uomo prova quando agisce. Per spiegare
cosa sia la libert, dunque, potrebbe essere necessario indagare la nascita del cosiddetto senso di
agenzia, oltrech le relazioni fra esso ed i processi corticali che sottostanno a tale sensazione.
1.4 Libert o determinismo
In questo capitolo abbiamo scorso le principali posizioni esistenti rispetto al rapporto fra libero
arbitrio e determinismo. Abbiamo visto che c' un vasto repertorio di strategie argomentative che
esaurisce ogni possibile assunzione rispetto al determinismo o alla sua negazione. Ho sostenuto che
tanto le posizioni compatibilistiche quanto quelle incompatibilistiche non riescono a risolvere la
16 Con questo esperimento mentale Strawson anticipa alcune riflessioni su cui torner pi avanti analizzando alcune
psicopatologie che presentano strabilianti esempi reali di un caso del genere (si veda pi avanti il Cap. 2.3).
17 Questo secondo argomento potrebbe portare acqua al mulino del determinismo, tuttavia visti i problemi del
compatibilismo (l'unica prospettiva che ammetta sia il determinismo che la libert) nell'ipotesi qui discussa conduce ad
un esito scettico sulla libert (e sulle sue relazioni con il determinismo, come detto di seguito).

19

questione sulla libert partendo dalle assunzioni sulla verit o meno del determinismo, in quanto le
condizioni sufficienti e necessarie di un'azione libera non vengono mai soddisfatte completamente e
congiuntamente. Fondare la libert sull'indeterminismo significa abbandonarsi al caso, rinunciare ai
tipi di causalit previsti da qualsiasi forma di naturalismo e lasciare l'autodeterminazione delle
azioni senza spiegazione. Fondare la libert sul determinismo significa invece privare il soggetto
della possibilit di scelta fra corsi d'azione alternativi e della capacit di creare il futuro prendendo
decisioni libere e non determinate. Per questi motivi ritengo che l'esito pi coerente sia avvicini ad
uno scetticismo metafisico simile a quello descritto in precedenza: il problema del libero arbitrio
trae origine dalle intuizioni e dalle sensazioni che il soggetto stesso sperimenta. Come sugger John
Searle (2005) nelle sue conferenze su Libert e neurobiologia, da un lato abbiamo l'esperienza
della libert, di uno scarto fra le cause che precedono le nostre azioni e la nostra capacit di
decidere; dall'altro siamo convinti che in natura ogni evento sia prodotto da un insieme di cause
sufficienti al suo accadere. Come vedremo pi avanti (nel Cap. 3), la tensione sembra situarsi, in
estrema sintesi, fra l'esperienza della libert da una parte ed il substrato cerebrale di essa dall'altra.
La tesi che Searle propone al riguardo sostiene che gli antecedenti puramente psicologici di
un'azione non determinano causalmente le azioni stesse: esiste uno scarto effettivo a livello
psicologico. Ma tuttavia, se il libero arbitrio non solamente un'illusione, prosegue Searle, esso
deve avere una corrispondenza a livello neurobiologico: come si realizza a livello neurobiologico lo
scarto che osserviamo al livello superiore?
Searle discute due proposte: (1) sommare determinismo neurobiologico e libertarismo psicologico.
Gli stati neuronali sono causalmente sufficienti a determinare gli stati successivi del cervello e
tuttavia gli stati psicologici del soggetto non lo sono: egli fa esperienza del libero arbitrio, che
per un'illusione; (2) gli stati neuronali non sono causalmente sufficienti a determinare gli stati
successivi del cervello: l'assenza di condizioni sufficienti a livello psicologico corrisponde ad
un'assenza di condizioni sufficienti a livello neurobiologico. In ogni istante (sincronicamente) lo
stato della coscienza determinato dal comportamento dei neuroni, ma da un istante all'altro
(diacronicamente) lo stato del sistema non causalmente sufficiente a determinare lo stato
successivo.
In analogia alle posizioni analizzate in precedenza, la proposta (2) pu essere discussa brevemente.
Questa ipotesi pone come condizione che il cervello sia tale che nello scarto in grado di prendere
decisioni e agire in modo che n la decisione n l'azione siano predeterminate da condizioni causali
sufficienti, sebbene siano motivate da ragioni (Searle 2005, p.53). Di conseguenza l'ipotesi (2)
semplicemente ci mette in imbarazzo: tale ipotesi ci lascia con tre misteri. Per trattare il problema
del libero arbitrio questa posizione richiama infatti sia il problema della coscienza sia quello
dell'indeterminismo quantistico, ma non risolve nessuno dei tre!
20

L'ipotesi (1) al contrario sostiene che sebbene nell'uomo (o in un robot opportunamente


programmato) ogni tappa della base materiale sia determinata, tuttavia quando si trova a fare delle
scelte, egli faccia esperienza dello scarto. Questa ipotesi sembra condurre all'epifenomenismo: la
coscienza volitiva, seppur sia uno stato, epifenomenica in quanto una caratteristica di un evento
che non ha svolto alcun ruolo causale. L'ipotesi (1) sembra pi semplice e pi coerente con le nostre
conoscenze di biologia. Tuttavia questa ipotesi appare incredibile: implicherebbe credere che
l'esperienza di essere un agente e di prendere decisioni libere sia solo un trucco dell'evoluzione,
un'illusione dell'utente (Dennett 1991, p. 243) senza alcun potere causale, ma forse con qualche
utilit nell'accrescere la fitness di un individuo. La questione sembra essere se scegliere fra
un'ipotesi che genera imbarazzo e mistero ed una che appare incredibile.
Alla fine della prima fase del nostro viaggio abbiamo scoperto che il problema del libero arbitrio
non pu essere risolto mediante una riflessione sui rapporti fra libert e determinismo, al contrario i
livelli di discorso di questi due concetti sono distinti tanto che sembrano quasi mutuamente
esclusivi. Si pu parlare di libert o di determinismo: la libert una sensazione (forse illusoria),
una prospettiva in prima persona, un concetto intuitivo non scientifico; il determinismo una tesi
scientifica (oltrech metafisica) su com' il mondo. La soluzione (1) presentata da Searle sembra la
pi convincente e tuttavia accettarla significa sia impegnarsi nel confronto con l'accusa di
epifenomenismo, sia impegnarsi per spiegare come sia possibile l'illusione del libero arbitrio. Nel
prossimo capitolo proporr un'incursione nel terreno della neuroscienza cognitiva, che potr aiutarci
a chiarire il rapporto fra stati mentali (come le decisioni) e stati cerebrali (come le basi
neurofisiologiche dei processi decisionali)18; il riferimento ad una psicopatologia specifica come la
depersonalizzazione ci aiuter a seguire da vicino il cosa si prova quando l'illusione del libero
arbitrio viene meno: queste impressioni, accoppiate ai dati neuroscientifici dei processi sottostanti,
costituiscono un ottimo (e fecondo) esercizio di eterofenomenologia (Dennett 2009, Cap. 4).
Dopo aver discusso alcuni esperimenti scientifici avremo qualche elemento in pi per riflettere sul
modo in cui nasce l'illusione del libero arbitrio (ammesso che sia da considerarsi tale) ed il modo in
cui potrebbe originarsi a partire dal funzionamento del substrato neurobiologico della coscienza.

18 Rimando al Cap. 3 la discussione di alcune forme di riduzionismo.

21

2.0 Tempo e coscienza19


Fra i pionieri delle neuroscienze e degli esperimenti di neurofisiologia un grande personaggio fu
sicuramente Wilder Penfield. I suoi studi furono cos importanti e innovativi e tale la sua levatura
come neurochirurgo, che si merit il nome di pi importante canadese mai vissuto. Insieme a
Harbert Jasper, uno dei suoi pi stretti collaboratori, egli utilizz la sua attivit per studiare gli
effetti della stimolazione elettrica su varie zone della corteccia cerebrale. Penfield fu uno dei primi
ad utilizzare la stereotassi, cio l'inserimento di piccoli elettrodi o aghi sottili nelle zone corticali,
per il trattamento di alcune forme particolarmente acute di epilessia. La tecnica consentiva la
distruzione selettiva dei cosiddetti foci epilettici (gruppi di neuroni da cui si scatenano sovente le
scariche responsabili delle convulsioni epilettiche) senza ripercussioni sul tessuto circostante.
Durante le procedure terapeutiche i pazienti erano sempre svegli, in anestesia locale (al cuoio
capelluto) e veniva loro chiesto un responso sulle sensazioni provate: per evitare di coinvolgere aree
corticali importanti per le funzioni cognitive, Penfield produsse un'ampia mole di dati rispetto alla
mappatura di tali funzioni sulle varie aree della corteccia. La corteccia cerebrale infatti presenta
aree silenti (che rispondono alla stimolazione ma non producono un'esperienza cosciente di alcun
tipo) ed al contrario aree la cui stimolazione produce sensazioni, come le aree sensoriali primarie
(somatosensoriale, visiva, uditiva). Come venne scoperto in questi studi, la stimolazione di alcune
aree produce nel soggetto sensazioni, mentre la stimolazione di altre rievoca ricordi (con eventuali
sensazioni associate)20.
Cosa c' di interessante nel passare in rassegna, mediante stimolazione elettrica, le varie zone della
corteccia cerebrale? Innanzitutto il fatto che la maggior parte della corteccia non produce sensazioni
coscienti e se interessata da deficit o lesioni non produce menomazioni a livello cognitivo. Questo
risultato lascia quindi spazio ad una domanda ulteriore: dove si trova la coscienza? Gli studi sulla
localizzazione delle attivit nervose associate ad eventi coscienti possono essere suddivisi rispetto
alle tecniche utilizzate: (1) studi neurofisiologici e (2) tecniche di neuroimaging21. I primi (1)
esaminano il cambiamento delle funzioni cognitive in relazione a lesioni o deficit localizzati in
specifiche zone del cervello. Questo approccio (divenuto il campo di studi della neuropsicologia) di
19 Ai fini della presente discussione, il termine coscienza verr sempre declinato (salvo precisazioni) in uno solo dei
sensi proposti da Ned Block (1995) ed ampiamente utilizzati nel dibattito in Filosofia della mente. Tale senso quello
di coscienza cognitiva (e non di coscienza fenomenica) come la capacit di un sistema di avere accesso ai propri
stati interni, ai fini (tra gli altri) della verbalizzazione, organizzazione dell'azione e anche costruzione di modelli di se
stessi utilizzabili nell'interazione sociale. (Di Francesco 2000, p. 43).
20 Penfield produsse l'Homunculus somatosensoriale, una rappresentazione di come le varie afferenze cutanee (gli
stimoli cutanei) vengono gestite a livello corticale e di conseguenza di quanta parte della corteccia dedicata ad ogni
distretto del corpo.
21 Per una discussione sull'importanza degli studi di neurofisiologia e neuroimaging rispetto al tema del libero arbitrio
si veda Sartori, Gnoato (2010).

22

conseguenza si limita ad osservare i casi gi esistenti (derivati da incidenti, tumori a varie parti del
cervello, neuropatologie) e a studiarne gli effetti a posteriori. Pi recentemente invece si sono
sviluppate tecniche (2) che permettono di monitorare l'attivit neuronale in tempo reale: queste
tecniche si basano sull'assunto che ad una maggiore attivit di particolari zone corticali corrisponde
un aumento del metabolismo cio del consumo energetico delle cellule nervose coinvolte. I
cambiamenti del metabolismo possono essere rilevati mediante diverse tecniche. Un gruppo di esse
misura questi mutamenti metabolici in funzione della variazione del flusso ematico: l'aumento di
attivit cellulare provoca un maggiore consumo di ossigeno e un maggior rilascio di prodotti
terminali del metabolismo, l'ossidazione del glucosio produce anidride carbonica (CO2) che provoca
una dilatazione delle arterie con un conseguente aumento dell'afflusso sanguigno (Blood
Oxygenation Level Dependent, BOLD). Le tecniche di questo tipo pi comuni sono PET (Positron
Emission Tomograpfy) e fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging) e restituiscono
un'immagine indiretta dell'attivit cerebrale22. La risoluzione temporale e spaziale di queste tecniche
molto migliorata col tempo, tuttavia i limiti di risoluzione attuali sono di circa 1mm (risoluzione
spaziale) e 110 sec (risoluzione temporale). Un secondo gruppo di tecniche invece costituito dai
metodi di registrazione dei campi elettrici prodotti dai potenziali sinaptici, cio dagli impulsi
nervosi. I neurotrasmettitori (le sostanze chimiche coinvolte nei processi sinaptici) agiscono sulle
membrane dei neuroni creando un mutamento del potenziale elettrico (che produce una corrente
elettrica lungo la cellula) e tale mutamento pu essere rilevato in diversi modi:
l'elettroencefalogramma (EEG) e il magnetoencefalogramma (MEG) misurano il variare del campo
elettrico o le perturbazioni del campo magnetico correlati all'attivit cerebrale. Queste tecniche
hanno una risoluzione spaziale di 2-3cm, mentre la risoluzione temporale nell'ordine dei
millisecondi.
Oltre alle tecniche di neurofisiologia e di neuroimaging esistono tecniche di elettrostimolazione
corticale che non si limitano a rilevare l'attivit di una zona della corteccia, ma inducono un vero e
proprio stimolo corticale, in modo da studiarne gli effetti rispetto all'esperienza che provocano nel
soggetto (come nel caso degli studi di Penfield discussi sopra).

22 E' importante notare come queste tecniche non permettano di fotografare l'attivit del cervello ma di tracciare una
rappresentazione probabilistica delle aree maggiormente attive durante lo svolgimento di un determinato compito (come
sottolineato in Legrenzi, Umilt 2009).

23

2.1 Benjamin Libet: secondi preziosi


2.1.1 Libet's half second delay23
Sulla scia degli studi di Penfield, sul finire degli anni '50 il neurofisiologo Benjamin Libet (1916
2007) inizi una serie di esperimenti di capitale importanza che fecero molto discutere negli anni a
venire. Le ricerche di Libet si concentrarono principalmente su due questioni: il ritardo nella
consapevolezza di uno stimolo sensoriale e la volont cosciente di agire.
La storia dei primi esperimenti di Libet inizia nel 1957 quando il sua amico e collega Bertram
Feinstein gli offr l'opportunit di escogitare esperimenti per cui fosse necessaria la stimolazione
intracranica della corteccia cerebrale di pazienti svegli e vigili. Feinstein era un pioniere della
chirurgia stereotassica e utilizzava tale tecnica per la cura di diverse patologie ed essendo molto
interessato a condurre ricerche di interesse fondamentale propose ai propri pazienti di sottoporsi a
questi esperimenti in occasione delle sedute di neurochirurgia: questi esperimenti necessitavano di
un resoconto introspettivo e non potevano essere condotti sugli animali. Per i pazienti non avrebbe
costituito n un'ulteriore fonte di rischio, n essi avrebbero subito operazioni aggiuntive rispetto a
quelle previste: lo studio delle zone corticali era coerente con l'intervento chirurgico previsto. Tutti
gli esperimenti sui pazienti erano tassativamente corredati dal consenso informato dell'interessato,
oltrech dall'approvazione del comitato etico dell'ospedale che supervisionava sulla ricerca.24
Gli studi di Libet e Feinstein iniziarono nel 1958, quando essi ottennero una sala operatoria al
Mount Zion Hospital di San Francisco. Guadagnata questa preziosa opportunit Libet si chiese:
quale quesito fondamentale sui processi che generano l'esperienza cosciente poteva essere
approcciato sperimentalmente? Qual era l'esperimento pi adatto considerate le risorse di soggetti,
di tecniche e di tempo? Era noto da tempo che una stimolazione intracranica diretta di alcune zone
della corteccia somatosensoriale primaria producesse una sensazione di prurito localizzata come se
provenisse dalla parte del corpo corrispondente all'area corticale. La domanda principale del primo
esperimento di Libet dunque fu: che tipo di attivazione neurale necessaria per la produzione di una
sensazione cosciente di soglia, cio la sensazione cosciente pi debole riferibile? In altre parole si
tratta di indagare la differenza fra due casi: il caso in cui uno stimolo sottosoglia non veniva
percepito coscientemente e il caso in cui lo stimolo aumentato gradualmente raggiungeva il livello
minimo sufficiente a produrre un'esperienza cosciente.
23 Sia nelle discussioni accademiche che sui forum di Internet ci si riferiti spesso ai risultati di Libet concentrandosi
su quello che diventato il famoso mezzo secondo di ritardo di Libet. Perch diventato cos famoso verr spiegato
fra breve (non senza un po' di suspance ovviamente).
24 Alcuni soggetti sperimentali che hanno partecipato ai test di Libet erano volontari. Fra di essi vi era anche Gayla
Libet, la figlia pi giovane del neurofisiologo, che ha poi intrapreso la carriera giuridica ed ora esercita come avvocato
ad Oakland.

24

Quali furono le scoperte cui condusse questa prima serie di esperimenti? Libet applic impulsi
elettrici (da 0,1 a 0,5 msec) ripetuti (da 20 a 60 impulsi al secondo) e scopr che il fattore
fondamentale affinch si producesse un'esperienza cosciente era il fattore temporale: la serie di
impulsi doveva durare almeno 0,5 sec per produrre una sensazione cosciente (Libet et al. 1964;
Libet 1973). Treni di impulsi che durassero meno di 0,5 sec non venivano percepiti coscientemente,
indipendentemente dalla frequenza o dal numero di impulsi, a patto che gli stimoli fossero
somministrati ad intensit liminale per quella data frequenza (diverso il caso in cui l'intensit degli
impulsi superava una soglia critica molto elevata).
La seconda domanda che si pose all'attenzione dei ricercatori fu: se si osserva un ritardo di 0,5 sec
nella consapevolezza di uno stimolo corticale, vale lo stesso anche per uno stimolo cutaneo? La
risposta si. Ulteriori esperimenti dimostrarono infatti che se l'input periferico somministrato era
istantaneo, esso dava luogo ad eventi cerebrali della durata di 0,5 sec prima di essere esperito
coscientemente.
Siamo tutti un po' in ritardo25
Il primo esperimento di Benjamin Libet condusse quindi ad un risultato affascinante e misterioso: la
consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali ritardata di 0,5 sec, detto altrimenti noi siamo
consapevoli di ci che avviene nel mondo con mezzo secondo di ritardo, non viviamo mai nel
presente. Eppure questa conclusione mette capo ad un paradosso evidente: se anche vero che
percepiamo con un ineliminabile ritardo di 0,5 secondi, noi abbiamo la sensazione di essere
assolutamente coscienti degli eventi che accadono in tempo reale. Ancora pi importante: in molte
situazioni della vita quotidiana, mezzo secondo pu fare la differenza. Quando guidiamo
sovrappensiero ascoltando la nostra playlist preferita e improvvisamente dal ciglio della strada
spunta un cane, senza pensarlo coscientemente in meno di 300 msec il piede spostato sul freno.
Non abbiamo bisogno di mezzo secondo per vedere il bicchiere urtato che cade dal tavolo, se siamo
veloci possiamo addirittura, con un'abile mossa, prenderlo al volo. Questo genere di problemi mette
in campo una distinzione fondamentale: quella fra processi mentali e funzioni consce e inconsce. La
maggior parte degli automatismi fa parte del secondo tipo di funzioni: la coordinazione del
movimento, l'equilibrio, i rapidi movimenti di riflesso (e molti altri) sono casi in cui la
consapevolezza dell'accaduto spesso arriva dopo26. Il problema messo in evidenza
dall'esperimento di Libet per un altro: anche all'interno dei processi mentali consci vi un
sostanziale ritardo nel processo mediante cui le sensazioni arrivano alla coscienza. Per risolvere il
25 Nel 1993, dopo una lezione di Libet tenuta in Svezia, il quotidiano locale Gteborg-Post pubblic un articolo dal
titolo: Ormai dimostrato: siamo tutti un po' in ritardo!.
26 Bisogna tuttavia distinguere gli automatismi (che sono incoscenti ma possono essere coscienzializzati) da processi
subpersonali non coscienti in linea di principio (a cui non si ha e non si pu avere accesso).

25

quesito sulla discrepanza Libet ipotizzo e test sperimentalmente una differenza fra il timing
dell'esperienza soggettiva e il tempo neurale: la consapevolezza dello stimolo sulla pelle , di fatto,
ritardata nella sua comparsa fino alla fine delle attivit cerebrali appropriate della durata di circa
500 msec. Ma poi c' una attribuzione soggettiva del timing per quell'esperienza, che la riporta
indietro nel tempo al momento [...] dello stimolo. (Libet 2004, p. 78-79, vedi Figura.1 tratta da
Libet et al. 1979, p. 201).

Figura 1: Diagramma per l'ipotesi della retrodatazione di un'esperienza. La


prima linea tratteggiata mostra che l'impulso somministrato (S pulse)
necessita di un ritardo neurale (neuronal delay) per raggiungere
l'adeguatezza neuronale (neuronal adequacy) necessaria a produrre una
sensazione. La seconda linea tratteggiata mostra la retrodatazione
soggettiva dell'esperienza (retroactive referral time) alla risposta evocata
media (average evoked response, AER) registrata appena dopo la
somministrazione dello stimolo.

Nel 1978 Feinstein mor prematuramente per un cancro al colon. Dopo tale tragico evento Libet si
trov costretto a cambiare l'ambito delle sue ricerche e si concentr sullo studio della volont
cosciente mediante EEG (elettrodi sul cuoio capelluto) in soggetti non clinici.

26

E il libero arbitrio?
Se la consapevolezza delle sensazioni ritardata di 0,5 sec, cosa accade nel caso della
consapevolezza dell'intenzione di agire? Le scoperte rispetto alla distinzione fra timing soggettivo e
neurale hanno avuto l'effetto di scuotere le certezze tipiche della concezioni ingenue sulla
coscienza: il giudizio soggettivo sul tempo degli eventi esterni non sempre affidabile, cos come
non lo il giudizio sugli eventi interni al soggetto. Esiste un ritardo anche nella consapevolezza
dell'intenzione di agire? Con questa domanda Libet si apprest a condurre un secondo tipo di
esperimento, che discuteremo nel dettaglio data l'enorme rilevanza per la questione del libero
arbitrio.
La giusta serie degli eventi
Chiunque pu fare un piccolo esperimento per rivelare la concezione ingenua dei rapporti fra
volont cosciente e attivit cerebrali. Si prenda una persona qualsiasi e si chieda: nel momento in
cui io prendo la decisione libera e volontaria di alzare il braccio, avviene una serie causale di eventi
che riguarda (almeno) tre fatti fondamentali: la mia decisione (W) di alzare il braccio, l'evento
cerebrale (C) che prepara all'azione motoria di alzare il braccio, il movimento (M) muscolare cui
corrisponde l'alzare il braccio. Qual l'ordine in cui questi tre eventi avvengono?. La maggior
parte delle risposte dar come risultato proprio la serie W, C, M: la mia decisione mette in moto i
processi cerebrali per cui un segnale viene inviato dal cervello al muscolo in modo che il mio
braccio si alzi. Cosa succede nel cervello durante la (o prima della) decisione di muovere il braccio?
Libet escogit un modo per sottoporre questo problema a verifica sperimentale.
Il disegno sperimentale
Per affrontare la questione in modo sperimentale Libet part da un risultato ottenuto da studi
precedenti condotti a met anni '60 (Kornhuber, Deecke 1965; Gilden et al. 1966). In questi studi
veniva analizzato il mutamento dell'attivit cerebrale in corrispondenza di un'azione: ogni atto
volontario preceduto da un'inflessione negativa del potenziale elettrico in un'area posta al vertice
della testa. Questo mutamento di potenziale precede l'azione volontaria di almeno 800 msec ed
stato chiamato potenziale di prontezza (PP, o readiness potential, RP).
Che rapporti temporali ci sono fra la decisione di agire, l'insorgenza del PP e l'azione effettiva? Sir
John Eccles sostenne, in una discussione pubblica, che se il PP precede sempre un'azione e si
presenta 800 msec prima di essa, allora la decisione cosciente di agire deve necessariamente
precedere a sua volta l'insorgenza del PP. Nei termini in cui ho introdotto la questione, Eccles
proponeva una sequenza standard (W, C, M) dove gli eventi cerebrali fra la decisione e il
movimento corrispondono nello specifico all'insorgere del PP. Pensando a come risolvere la
27

questione, Libet ebbe un'idea interessante e feconda, che gli permise di condurre uno studio mai
attuato in precedenza.
Orologi da laboratorio
Un esperimento davvero innovativo doveva, secondo Libet, trovare un modo per misurare tre
fattori: il movimento muscolare definito come termine ultimo dell'azione e del processo decisionale
(M), il PP (cio C) e l'istante preciso in cui il soggetto diveniva consapevole di aver preso la
decisione di iniziare il movimento (W)27. Per i primi due fattori le tecniche necessarie erano gi
disponibili: M veniva misurato tramite EMG (elettrodi posti sul muscolo interessato), il PP veniva
misurato tramite EEG (elettrodi sulla cute). Com'era possibile misurare l'evento interno della
decisione, l'istante W in cui il soggetto maturava l'intenzione cosciente di agire? Nel 1977 Libet si
trovava sul Lago di Como, ospite della Rockefeller Foundation (a Villa Serbelloni di Bellagio) e
valut un'idea semplice ma efficace: il soggetto poteva riferire l'istante in cui aveva preso la
decisione confrontandolo con il tempo cronometrico osservato su un orologio, diciamo la lancetta
dei secondi. Tornato a San Francisco appront subito questo metodo (Libet et al. 1983). Al posto di
un orologio venne utilizzato un oscilloscopio a raggi catodici in modo che producesse un punto
luminoso rotante. Il quadrante dell'oscilloscopio era stato suddiviso in 60 parti, similmente al
quadrante degli orologi. Il tempo in cui scorreva il punto luminoso tuttavia era molto diverso: ogni
giro durava 2,56 sec, cosicch ogni secondo di questo orologio durava 43 msec. Senza
interrompere la prova dovendo premere un ulteriore pulsante per indicare l'istante W, il soggetto
avrebbe potuto semplicemente ricordare dove si trovasse il punto luminoso nell'istante in cui aveva
preso la decisione di agire e riferire tale posizione al termine della prova, in modo da non intralciare
i compiti gi previsti.

27 Se l'evento decidere che p coincida con la consapevolezza della decisione da parte del soggetto una questione
che per alcuni pu essere problematica. Siccome nella prospettiva di Libet (e dei successori) questa coincidenza quasi
scontata, rimando la discussione di questo punto al capitolo conclusivo (si veda Cap. 3.2).

28

Figura 2: Orologio messo a punto mediante un


oscilloscopio a raggi catodici. Un giro completo
viene completato in 2,56 sec ed il quadrante
suddiviso in 60 parti (ogni "secondo" corrisponde
quindi a 43 msec).
Misurare la volont
Trovare un metodo per misurare W tuttavia non era sufficiente. Questo metodo andava testato in
modo da scoprire l'accuratezza e l'eventuale quantit di errore nella misurazione. L'efficacia nell'uso
dell'orologio fu provata mediante un esperimento ulteriore: in una serie di 40 prove, Libet
somministr al soggetto sperimentale uno stimolo cutaneo su una mano mentre egli osservava
l'orologio e gli chiese di riferire il momento esatto dello stimolo (S) in riferimento alla posizione del
punto luminoso nel quadrante. Gli stimoli venivano somministrati in tempi casuali in ogni prova ed
ovviamente il soggetto non era a conoscenza di questi tempi. Tuttavia i tempi S riferiti dal soggetto
mostrarono un errore medio di soli -50 msec rispetto allo stimolo effettivo: i soggetti quindi
riferivano che lo stimolo fosse avvenuto con 50 msec di anticipo.
Consci di questa media di errore, si prosegu l'esperimento combinando l'uso dell'orologio alla
misurazione del PP e del movimento muscolare: ora sarebbe stato possibile avere una misurazione
affidabile dei tre fattori della catena di eventi da indagare. I risultati di questo esperimento di Libet
furono i seguenti: considerando come termine ultimo della serie l'azione compiuta cio il
movimento muscolare (M), Libet scopr che l'istante in cui il soggetto riferiva di aver preso la
decisione di agire (W) si situava a -200 msec dall'azione stessa, ma che il primo picco di PP
registrato si situava a ben -550 msec da essa. La serie di eventi derivante dall'esperimento era
quindi: PP=-550 msec, W=-200 msec, M=0 msec. Considerato l'errore sistematico nell'uso
dell'orologio, Libet concesse che W poteva variare da -200 a -150 msec, in ogni caso la scoperta
29

disarmante fu che il PP che indica una preparazione dell'azione precede la consapevolezza


dell'intenzine ad agire (W) di almeno 300 msec. 28 La risposta definitiva al quesito sulla serie di
eventi in un processo decisionale dimostrata sperimentalmente da Libet quindi fu C, W, M, in modo
del tutto contrario all'intuizione (ed alle convinzioni di Sir John Eccles).
Il testamento di Libet
Gli esperimenti che Libet condusse negli anni '70 e '80 portarono dunque a risultati fondamentali e
sorprendenti sia per il significato rispetto alla questione del libero arbitrio, sia per gli studi sulle basi
neurofisiologiche della coscienza. Egli stesso a pi riprese cerc di presentare in modo sintetico
quelle che, in ultima analisi, sono le conseguenze che possono essere tratte dai suoi studi. Sembra
infatti che un'attivit neurale non solo corrisponda a ogni processo decisionale, ma sia presente
prima che il soggetto abbia una qualsiasi esperienza cosciente dell'intenzione di agire: In altri
termini, il cervello evidentemente 'decide' di iniziare od almeno predisporre l'inizio di un'azione
prima che vi sia qualsiasi consapevolezza soggettiva e riferibile che tale decisione ha avuto luogo.
Si pu concludere che l'inizio cerebrale anche di un atto spontaneo e volontario, del tipo qui
studiato, pu iniziare e solitamente comincia inconsciamente. (Libet 1983, p. 640, trad it. mia).
Quello che pu quindi essere considerato il testamento intellettuale di Libet la mole di risultati
prodotti dai suoi due esperimenti principali. Egli collega entrambi in questo modo: E' gi stata
proposta l'ipotesi generale che un sostanziale lasso di tempo di attivit cerebrale appropriata possa
essere necessario per ottenere ogni specifica esperienza cosciente (Libet 1965). Questa ipotesi segu
dal risultato sperimentale che l'attivazione corticale deve persistere per almeno 500 msec o pi
prima che sia raggiunta 'l'adeguatezza neuronale' per l'esperienza cosciente di una sensazione (Libet
1966, 1973). In quell'ipotesi, quelle attivit cerebrali che non duravano sufficientemente
rimanevano ad un livello inconscio. La presente evidenza sembra supportare una ipotesi pi
generale. Essa suggerisce che un periodo sostanziale di attivit cerebrale simile possa essere anche
richiesto per raggiungere 'l'adeguatezza neuronale' per l'esperienza di intenzioni coscienti o del
desiderio di compiere un atto volontario. (Libet 1983, p. 640, trad it. mia).
Ma un risultato di tale importanza non venne accettato semplicemente: pochi furono gli scienziati e
i filosofi che si limitarono a prendere coscienza che le nostre intuizioni sono semplicemente errate.
Libet fece discutere molto di s fin dalla pubblicazione dei suoi primi lavori, tuttavia in questa
esposizione ho scelto di non riportare le critiche fatte direttamente a Libet e le sue risposte, perch
la maggior parte di esse sono state riassorbite in un dibattito pi recente, che giunge (quasi) ai giorni
28 Questo risultato poi stato ripreso negli studi di Anna Berti sulla neuropsicologia della coscienza: "(...) la
dimostrazione che questi potenziali precedono la percezione dell'intenzione cosciente durante l'esecuzione di un
movimento volontario indica che l'intenzione che viene generata dall'attivit cerebrale e non viceversa. (Berti 2010,
p. 113).

30

nostri. Mi riferisco agli studi condotti da John-Dylan Haynes e dai suoi collaboratori (Soon et al.
2008).
2.1.2 L'eredit di Libet
Gli esperimenti che Libet condusse si concentravano sul rilevamento delle inflessioni negative del
PP rilevato dall'elettroencefalogramma poco prima di un'azione volontaria. I potenziali di prontezza
rilevati in quegli esperimenti si originano in una zona della corteccia cerebrale chiamata are motoria
supplementare (supplementary motor area, SMA). Come afferma Haynes (Haynes 2010), gli
esperimenti di Libet furono cos innovativi da attirare, oltre all'attenzione, anche molte critiche. Le
obiezioni che egli individua sono di tre tipi: (1) sulla precedenza temporale, (2) sulla connessione
costante, (3) sull'attivit cerebrale rilevata.
Secondo la prima critica (1) difficile dimostrare una precedenza temporale di C (evento cerebrale)
rispetto a W (scelta volontaria) in quanto non garantita l'affidabilit delle valutazioni cronologiche
da parte dei soggetti.
La seconda obiezione (2) invece contesta l'utilizzo dei dati medi di un gran numero di prove in
differenti soggetti: in media l'insorgenza del PP precede la decisione di agire, tuttavia se ci non si
verifica in ogni caso e per ogni singolo soggetto, non possibile affermare che vi una connessione
costante tra C e W.
Infine (3) Libet si era concentrato sulla misurazione dei soli PP della SMA, cio dell'area corticale
interessata alla preparazione del movimento. Questo limita la possibilit di trovare altre aree
coinvolte nella preparazione dell'azione a livello cerebrale (come le regioni della corteccia
prefrontale). Inoltre il PP si presenta cos a ridosso dell'azione che non mai esclusa completamente
la possibilit che non coincida con essa.
Haynes propose di controbattere a queste critiche modificando l'esperimento di Libet: monitorando
l'attivit della corteccia prefrontale si riscontrano periodi di attivazione in preparazione dell'azione
pi lunghi rispetto a quelli del PP. Alcuni studi precedenti mostrarono l'importanza della corteccia
prefrontale nella preparazione dell'azione (Groll-Knapp et al. 1977) ma senza correlare l'attivazione
corticale al giudizio soggettivo sull'impulso al movimento.
Di nuovo in laboratorio
Haynes e colleghi (Soon et al. 2008)29 attuarono una variante dell'esperimento di Libet. I principali
cambiamenti furono i seguenti:
29 Di recente (Agosto 2010) un riferimento agli studi di Haynes comparso in un articolo di Scientific American Mind:
sembra che gli studi sui meccanismi inconsci sottostanti alle decisioni possano risultare importanti per sviluppare
tecniche di mind-reading (Bor 2010).

31

Al posto dell'EEG per rilevare l'insorgenza del PP, Haynes utilizz la risonanza magnetica
funzionale (fMRI). Questa scelta comport due differenze fondamentali. La fMRI ha una
risoluzione spaziale molto ampia (3mm) e misura quindi l'attivit cerebrale di diverse zone
della corteccia in modo indipendente; tuttavia ha una risoluzione temporale bassa (0,5 hertz)
e un ritardo dell'ordine dei secondi. Di conseguenza non indaga i processi che precedono
l'azione di qualche centinaio di millisecondi, ma quelli che la precedono di intervalli
maggiori.
L'orologio di Libet stato sostituito da una sequenza casuale di lettere presentata ad una
frequenza di 500 msec. In questo modo i soggetti avrebbero dovuto semplicemente riferire
la lettera presente sullo schermo al momento della decisione; tale lettera sarebbe stata
impredicibile e avrebbe sconfessato la possibilit di preferenze per specifiche posizioni del
punto luminoso nel quadrante dell'orologio.
Il compito dei soggetti non era pi muovere l'avambraccio e poi riferire l'istante della
decisione (come nell'esperimento di Libet). Essi dovevano scegliere liberamente di premere
uno tra due pulsanti, destro o sinistro, che comandavano con l'indice della mano
corrispondente. Dopo ogni selezione veniva poi chiesto loro di indicare la lettera presenta
sullo schermo al momento della decisione, sempre mediante l'uso dei pulsanti.
Possono prevedere quello che fai!
Oltre ai cambiamenti rispetto al compito dei soggetti e agli strumenti di misurazione, l'innovazione
forse pi importante dello studio di Haynes e colleghi fu l'uso di un decoder: tale strumento
consente di prevedere in tempo reale, quindi in anticipo rispetto alla scelta, quale sarebbe stato
l'esito della decisione. La procedura di controllo utilizzata per testare le tecniche di previsione
mediante decodifica consisteva nel verificare a posteriori quali aree cerebrali fossero correlate con
la decisione del soggetto durante l'esecuzione del compito, in relazione alla scelta finale compiuta.
Partendo dai dati ottenuti mediante questa analisi, fu poi analizzato se vi fosse qualche area
cerebrale che codificasse anticipatamente la decisione prima dell'esecuzione del compito. I risultati
trovati furono sorprendenti: la corteccia frontopolare (FPC) e l'area BA 10 (area 10 di Brodmann)
predicono prima della decisione se il soggetto sceglier di premere il pulsante di destra o quello di
sinistra. Dato ancor pi sorprendente: osservando queste regioni cerebrali possibile prevedere la
decisione gi sette secondi prima che il soggetto la compia. A causa della risoluzione temporale
delle tecniche utilizzate in questi studi, gli intervalli di centinaia di millisecondi su cui si basarono i
risultati di Libet furono del tutto invisibili: si indagarono infatti le attivit cerebrali che precedono
l'azione di alcuni secondi.
32

La differenza che fa differenza


Come nota Haynes nel presentare i propri risultati, l'area BA 10 in passato non era mai stata
collegata alla preparazione di un'azione volontaria. Questo dovuto al fatto che in BA 10, in
corrispondenza di un atto volontario, non si osserva nessun cambiamento complessivo di attivit.
Quello che si osserva un mutare della schematizzazione del segnale in modo specifico rispetto
alla scelta (Haynes 2010, p. 12).30 Mediante l'uso della decodifica, quindi, si aggiunge un nuovo
tipo di previsione: se anche negli esperimenti di Libet in linea di principio sarebbe stato possibile
prevedere (con ahim soli 550 msec di anticipo) quando l'azione sarebbe stata compiuta,
nell'esperimento modificato stato possibile prevedere, oltrech il quando (con ben 7 secondi di
anticipo), anche il cosa cio l'esito della scelta (in questo caso destra o sinistra).
Data la rilevanza dei risultati in questione doveroso assicurare che questo studio non sia viziato da
errori interpretativi o metodologici. Le possibilit in questo caso sono due: (1) i soggetti sbagliano
nell'esecuzione del compito; (2) la previsione in realt dovuta ad un trascinamento di
informazione dalla prova precedente. La prima obiezione (1) implausibile dal momento che se i
soggetti sbagliassero e premeditassero l'azione, le informazioni rilevabili per la previsione
sarebbero presenti ancora prima dei 7 secondi, mentre si osserva una comparsa netta dell'attivit
cerebrale specifica da decodificare. La possibilit del trascinamento (2) al contrario esclusa dal
fatto che fra una prova e l'altra trascorrono almeno 12 secondi, durante cui il rilassamento della
risposta emodinamica pi che completo. In pi Haynes fa notare che l'informazione predittiva
aumenta con la distanza temporale dalla prova precedente (Haynes 2010, p. 15) e ci esclude la
possibilit che la previsione si basi in realt sull'informazione proveniente da una prova precedente.
Libero arbitrio, causalit e buoni propositi
L'avventura cominciata con Libet e proseguita con gli studi di Haynes ci ha condotto a risultati
aggiornati: sono infatti disponibili nuovi dati sperimentali, prodotti da nuovi studi, condotti con
nuove tecniche, che tuttavia mirano allo stesso obiettivo: indagare le relazioni temporali fra attivit
corticale e giudizio soggettivo durante specifici processi decisionali. Proviamo a fare il punto della
situazione. In un senso i risultati di Libet sono stati in parte confermati, in parte emendati, in parte
ampliati: il cervello predispone le decisioni mediante processi inconsci fino a sette secondi prima
che il soggetto ne sia consapevole. Da tutti questi esperimenti sembra che l'idea primigenia e
ingenua che le decisioni umane conservino un carattere di libert rispetto all'attivit cerebrale
30 Interpretare l'attivit cerebrale di particolari zone corticali in relazione alla complessit di informazione integrata
rispetto ai circuiti sinaptici coivolti costituisce una brillante e feconda prospettiva che viene portata avanti dagli studi di
Giulio Tononi (Tononi 2003). Anche la specificit di BA 10 a livello citoarchitettonico, quindi la bassa densit cellulare
accompagnata da un gran numero di sinapsi, potrebbe suggerire un tipo di associazione per cui non tanto importante la
quantit di segnali scambiati (o di attivit generale rilevata) ma il modo in cui questa informazione integrata, la
schematizzazione del segnale nelle parole gi citate di Haynes.

33

sottostante sia non solo implausibile e senza fondamento, ma contrasti con i risultati sperimentali.
Dunque sembra proprio che la volont di scelta sia determinata dalla componente neurofisiologica
dei processi decisionali.
Il fatto che tale attivit cerebrale preceda le decisioni implica in un certo senso che le decisioni
siano causate da tale attivit? La risposta a questa domanda non semplice, anzi lungi dall'essere
disponibile. In tutti gli esperimenti trattati, infatti, le previsioni effettuate costituivano risultati
rilevanti ma lungi dall'essere perfetti. La media delle predizioni corrette nello studio presentato da
Haynes del 60% e per quanto superi di una misura significativa la media statistica di predizioni
casuali, non ancora pienamente soddisfacente. Forse l'imprecisione riscontrata emendabile
migliorando le tecniche impiegate, tuttavia resta la possibilit che tale imprecisione sia necessaria e
forse addirittura ineliminabile. In un caso del genere l'attivit cerebrale potrebbe considerarsi come
un elemento condizionante della decisione, che ne aumenta la probabilit ma non la determina (si
veda Cap.1 e Lewis 1986). Detto con le parole di Haynes rimangono possibili entrambe le
interpretazioni: predizione incompleta e determinazione incompleta (Haynes 2010, p. 17).
Gli studi futuri in quest'ottica dovrebbero investire sull'analisi delle attivit stocastiche e fluttuanti
all'interno dei processi decisionali (Eccles 1985), per comprendere se, nonostante la presenza di
un'attivazione corticale correlata ai processi deliberativi, la decisione vera e propria non sia in realt
in gran parte indipendente o casuale. Tuttavia la casualit costituirebbe un problema ancor maggiore
per la possibilit della libert (si veda Cap.1.1). Per testare l'efficacia delle previsioni basate sulla
decodifica si potrebbe investire sugli esperimenti utilizzando una macchina per previsioni in tempo
reale. Haynes ipotizza un esperimento: si potrebbe chiedere ad un soggetto di premere liberamente
un pulsante, tranne quando presente un segnale (l'accensione di una lampadina) e si potrebbe
prevedere sistematicamente l'intenzione di premere il pulsante mediante decodifica, in modo da
impedire al soggetto di compiere l'azione in tre momenti diversi: quando il soggetto ancora del
tutto inconsapevole di voler compiere l'atto, quando egli ne quasi o appena consapevole, o quando
egli ormai faticherebbe a fermare l'azione che gi quasi avvenuta. Nel secondo caso si
assisterebbe ad una giostra precognitiva, una specie di macchina che legge nei pensieri del
soggetto quando egli inizia a maturare la debole sensazione di essere intenzionato ad agire. In realt
un esperimento simile gi stato condotto dal neurochirurgo W. Grey Walter nel 1963 (Grey
Walter 1963; Dennett 1991, pp. 190-191). Egli impiant degli elettrodi nella corteccia motoria di
alcuni pazienti e fece s che questi elettrodi, rilevando l'attivazione corticale, comandassero un
proiettore di diapositive. I pazienti che osservavano le immagini comandavano lo scorrere delle
diapositive mediante un telecomando. In realt per il telecomando era fasullo: era l'attivazione
della corteccia motoria a comandare le immagini. Probabilmente i pazienti tuttavia non si sarebbero
accorti di nulla se fosse stato inserito appositamente un intervallo di (almeno) 300 msec fra
34

l'attivazione cerebrale e il cambio di diapositiva. Quando per il ritardo fosse stato eliminato, i
soggetti sperimentali avrebbero avuto la bizzarra sensazione che riportavano nell'esperimento
effettivo e cio che in qualche modo il proiettore leggesse loro nel pensiero e cambiasse immagine
proprio mentre stavano per premere il pulsante.
2.1.3 Gare, soglie, valori e ricompense: il torneo cerebrale della decisione
In un recente saggio comparso in Italia, Adina L. Roskies (in De Caro, Lavazza, Sartori 2010, Cap.
3) racconta i risultati di alcuni esperimenti effettuati negli ultimi anni riguardanti la presa di
decisione nei primati non umani. Il primo di essi (1) riguarda il coinvolgimento dell'area laterale
interparietale nelle decisioni su stimoli visivi ed stato condotto da Michael N. Shadlen e diversi
collaboratori (Shadlen, Newsome 2001; Gold, Shadlen 2007). Il secondo (2) riguarda invece il
ruolo delle ricompense (e del valore) nell'alterazione dei livelli di attivit dei neuroni LIP (Sugrue,
Corrado, Newsome 2004; Dorris, Glimcher 2004). Vale la pena di soffermarci su questi studi che,
seppur di natura differente da quelli condotti da Libet e Haynes, hanno portato a risultati altrettanto
importanti, la cui analisi fondamentale per la riflessione sulle basi cerebrali della decisione
cosciente.
Tassi di scarica e soglie per la decisione: la corsa al traguardo
L'esperimento (1) condotto dal team di Shadlen nel 2001 ha avuto come obiettivo lo studio di un
particolare tipo di decisioni, quelle sui giudizi in risposta ad uno stimolo visivo. La ricerca si
concentrata sull'attivit dei neuroni di alcune specifiche aree corticali: molte cellule delle aree
mediotemporale (MT), medio superiore temporale (MST) e laterale interparietale (LIP) rispondono
ad una caratteristica specifica dello stimolo: il movimento verso una determinata direzione.
L'interessante scoperta di questo team riguarda in particolare l'attivit dei neuroni dell'area LIP,
poich essi scaricano in correlazione alla pianificazione e all'esecuzione del movimento oculare. I
neuroni sensoriali hanno campi recettivi che definiscono gli stimoli (o le propriet di essi) in
relazione a cui essi scaricano: c' quindi una correlazione diretta fra la forza dello stimolo e l'attivit
dei neuroni. Al contrario, i neuroni LIP hanno specifici campi di risposta cio specifiche zone del
campo visivo verso cui viene compiuto un movimento oculare quando i neuroni LIP corrispondenti
scaricano: l'attivit di questi neuroni sembra correlata ad una risposta comportamentale per cui
quando essi raggiungono determinate frequenze di scarica, si osserva una tendenza a compiere una
saccade per guardare verso la zona del campo visivo correlata ai neuroni in questione.
Vediamo nel dettaglio l'esperimento compiuto da Shadlen e Newsome. Le scimmie coinvolte nello
studio sono state addestrate a discriminare alcuni stimoli visivi: messe di fronte ad uno schermo che
35

mostra un numero di puntini che si muovono verso destra o sinistra casualmente, le scimmie
devono giudicare la direzione netta del movimento (cio se vi sono pi puntini che si muovono
verso destra o verso sinistra). Le scimmie sono inoltre addestrate a dare la risposta compiendo una
saccade (movimento oculare) nella stessa direzione del movimento netto. In questo tipo di prova le
prestazioni delle scimmie si sono dimostrate praticamente indistinguibili dalle prestazioni umane.
Durante l'esecuzione di questo compito, Shadlen misur l'attivit dei neuroni LIP ed ottenne alcuni
risultati molto interessanti. Innanzitutto i LIP sembrano scaricare non in relazione alla direzione
dello stimolo, ma in relazione all'integrale temporale del movimento nella direzione del proprio
campo di risposta (Roskies 2010, p. 58); quindi come se stimassero l'informazione totale sul
movimento nella specifica direzione di loro preferenza. Ma la scoperta pi interessante che i tassi
di scarica dei neuroni LIP crescono finch si raggiunge un determinato livello superato il quale la
scimmia compie la saccade visiva e i neuroni smettono di scaricare: le cellule LIP che raggiungono
questa soglia per prime determinano la direzione della saccade che viene immediatamente
compiuta. Gold e Shadlen (2007) hanno mostrato che l'attivit di tali neuroni si esaurisce nel
momento in cui viene attuata la decisione; tuttavia se le scimmie sono addestrate a dare la risposta
in un secondo momento, quando viene loro presentato un ulteriore segnale (ad es. sonoro), i neuroni
LIP continuano la loro attivit anche in assenza dello stimolo. Quindi i neuroni coinvolti in questo
tipo di decisione hanno tre caratteristiche: rappresentano elementi accumulati nel tempo,
mantengono i livelli di scarica in assenza dello stimolo (sono quindi indipendenti dagli input) e la
loro attivit prosegue fino ad un livello critico al quale si produce la risposta o finch un'altra
popolazione di neuroni supera la soglia a favore di una risposta alternativa. Gold e Shadlen hanno
inoltre riscontrato che la stimolazione elettrica dei LIP pu influenzare la decisione. Mark Hallett
(2007) riporta di alcuni studi precedenti in cui ai soggetti sperimentali veniva richiesto di muovere
casualmente la mano destra o la mano sinistra nel momento in cui udivano un segnale acustico. Si
ritrov una correlazione fra la stimolazione magnetica transcranica (TMS) dell'emisfero sinistro e la
decisione di movimento della mano destra e viceversa.
Gold e Shadlen hanno descritto questa dinamica matematicamente come una gara verso la soglia
critica. Le diverse popolazioni di neuroni si potrebbero pensare come se rappresentassero diverse
ipotesi (circa il movimento netto dello stimolo) e i tassi di scarica rappresentassero le prove a favore
di ogni ipotesi basate sugli stimoli ambientali. Il livello critico il punto di decisione dell'animale: il
primo gruppo di neuroni che raggiunge la soglia vince e guida la decisione e l'azione. Per chiarire il
meccanismo con una metafora forse si potrebbe descrivere le popolazioni di neuroni come diverse
urne dove riporre le schede elettorali e la frequenza di scarica costituirebbe il numero di schede
dei votanti presente in ogni urna: gli stimoli ambientali porterebbero voti a favore dell'una o
dell'altra popolazione di neuroni (aumentandone la frequenza di scarica) fino a far superare una
36

soglia tale per cui la popolazione di neuroni vincente otterrebbe il comando dell'azione.
Roskies sintetizza quindi l'ossatura dei processi decisionali riguardanti giudizi sensoriali (su stimoli
visivi) in questo modo: i neuroni sensoriali forniscono i dati (cio l'informazione sensoriale) per una
rappresentazione pi astratta (rappresentazioni sensomotorie) dovuta alle aree superiori che
raccolgono l'informazione nel tempo e nello spazio e producono la scelta (cio l'attivazione del
sistema motorio delle saccadi) in base a specifiche soglie limite (Roskies 2010). Ovviamente le
decisioni complesse sono molto diverse: intuitivo credere che la scelta dell'universit o di quale
partito votare siano decisioni completamente differenti da quelle che riguardano semplici giudizi su
stimoli sensoriali. Tuttavia, sostiene Roskies, non dobbiamo buttare via questi risultati, anzi molto
utile porsi una domanda specifica: cosa servirebbe in pi per passare da una decisione su uno
stimolo ad una scelta complessa? La risposta che servirebbero (almeno) due aggiunte: (a)
l'inclusione del valore e (b) la rappresentazione delle varie opzioni come proposizionali, complesse
(cio che coinvolgono concetti astratti) e discorsive.
Il valore (a) di una decisione pu essere morale, relativo al beneficio, all'utilit, alle preferenze, pu
variare a seconda dei momenti. Inoltre (b) molte decisioni includono concetti articolati come piani
per il futuro, norme sociali, principi morali, non solo stimoli sensoriali. Questi concetti hanno
spesso una natura proposizionale, sono pensieri e contenuti mentali su cui gli individui ragionano e
riflettono attentamente.
Com' possibile integrare questi due aspetti nel modello neurofisiologico dei processi decisionali
delineato sopra? Per rispondere a questa domanda opportuno considerare i risultati del secondo
esperimento, volto a studiare il ruolo delle ricompense e del valore.
Valori e ricompense: l'importanza del premio e della plasticit
Secondo Roskies (2010) gli studi compiuti da due diversi gruppi di ricerca nel 2004 (Sugrue,
Corrado e Newsome 2004; Dorris e Glimcher 2004) possono essere significativi per valutare la
possibilit di includere il valore (a) nel modello della presa di decisione finora discusso. In questi
studi (2) alcune risposte date dalle scimmie venivano associate ad una ricompensa. Quello che si
osservato che per i neuroni LIP i cui campi di risposta erano associati alla ricompensa preferita,
l'attivit era aumentata in proporzione alla desiderabilit della ricompensa stessa (Roskies 2010,
p. 61). Sulla base di ci si pu quindi ipotizzare che i neuroni LIP potrebbero rappresentare
l'informazione sul valore di una scelta in base alla ricompensa. Inoltre stato osservato che
variando la probabilit della ricompensa si alterano i tassi di scarica dei neuroni e quindi la
probabilit che la frequenza di soglia venga superata pi o meno facilmente 31. Le dinamiche con cui
31 Potrebbe essere interessante a questo proposito appronfondirne le relazioni con il modello del darwinismo neurale
proposto da Gerald Edelman (1987, 2000), per cui la forza delle sinapsi e i collegamenti fra neuroni sono fortemente
determinati dall'esperiezna e dall'utilit.

37

avvengono i processi di decisione dell'area LIP sono quindi determinate sia dal variare della
percezione degli stimoli visivi che dalla rappresentazione del valore della ricompensa.
Il secondo fattore suggerito da Roskies, cio la ricchezza della rappresentazione (b), a suo giudizio
potrebbe essere ugualmente integrabile. Partendo dall'assunto intuitivo che ogni pensiero di cui
sono capaci gli individui e ogni concetto pensabile devono essere in qualche modo rappresentati nel
cervello, si potrebbe ipotizzare che i neuroni codifichino per specifiche proposizioni o intenzioni,
anche delle pi astratte (seppur la decodifica del codice neurale che le rappresenta potrebbe restare
per sempre impossibile). Da quello che si ricavato dagli esperimenti trattati, sembra che l'attivit
neuronale che sta appena prima della presa di decisione debba in qualche modo rappresentare la
forza complessiva delle proposizioni, delle ragioni e delle intenzioni (rappresentate in modo
misterioso da una semantica neurale32) a valore ponderato. I processi che portano alla decisione
descritti come corsa alla soglia sono meccanici, tuttavia la valutazione delle ragioni in relazione
all'ambiente e alle componenti astratte della decisione non sembra riducibile ad essi.
Uno sguardo critico su alcune questioni aperte
Gli esperimenti sulle decisioni relative a giudizi sensoriali e sul ruolo della ricompensa nel definire
il valore delle scelte sono molto significativi per la questione del libero arbitrio e delle basi
neurofisiologiche dei processi decisionali. Tuttavia bene ricordare che gli studi trattati si
concentrano sull'attivit di porzioni molto specifiche e circoscritte della corteccia cerebrale. Tutta
l'attenzione dedicata da queste ricerche ai neuroni LIP fa sorgere immediatamente alcuni quesiti che
evidenziano bene quali questioni aperte restino relativamente a questo genere di studi: quali tipi di
informazione codifica l'area LIP oltre a quella visiva sul movimento legata alle ricompense? Ci
sono altre regioni parallele, a valle o a monte dei neuroni LIP, che intervengono nel processo di
decisione? Come vengono rappresentati gli ambiti decisionali privi di componenti sensoriali? Qual
la natura del contenuto proposizionale che le popolazioni di neuroni rappresentano (cio la
semantica neurale)? Le decisioni che non comprendono input sensoriali e non si manifestano con
movimenti corporei immediati (come iscriversi ad un'universit o votare alle elezioni) sono
32 Marconi (2001) discute il problema della semantica delle rappresentazioni rinvenendo due distinti problemi. Il
problema della semantica artificiale: come possibile che i dati elaborati da un sistema artificiale abbiano propriet
semantiche?. Esso riguarda (per alcuni) la possibilit stessa dell'intelligenza artificiale. Il problema della semantica
delle rappresentazioni mentali invece si chiede: se i nostri processi cognitivi sono computazioni in cui certe
rappresentazioni vengono elaborate secondo regole, come avviene che queste rappresentazioni abbiano propriet
semantiche?. Cio, il modello computazionale pu rendere conto del fatto che l'uomo capace di processi cognitivi
con contenuti semantici? A me sembra di individuare un terzo livello del problema che forse li raggruppa entrambi e
pu essere declinato sia a livello computazionale che cerebrale, cio: indipendentemente dal'assunzione del paradigma
computazionale, come accade che il substrato neurobiologico dei processi cognitivi (cio il sistema di neuroni e
collegamenti sinaptici) dia luogo a rappresentazioni mentali e concettuali dotate di una semantica? Una proposta
alternativa al paradigma computazionale potrebbe essere quella di Edelman, secondo il quale la semantica potrebbe
nascere dall'intrerazione con l'ambiente, posto che il sistema sia un sistema selettivo (per esempio composto di unit
neuronali collegate da connessioni sinaptiche e i cui pesi delle connessioni sono modificabili in base a una regola per
modellare i cambiamenti della forza sinaptica. Edelman 2006, pp. 128-129).

38

anch'esse rappresentate da aree cerebrali? Infine, cosa stabilisce la soglia della decisione? Quali
criteri fanno si che possa essere modificata?33
2.2 Psicopatologia e disturbi dissociativi34
Non mi considero 'illuminato', ma devo dire che in ultima analisi, sono contento di non aver visto le cose attraverso
quella che sembra una prospettiva abbastanza stretta le cose che mi avevano insegnato fin dall'infanzia. Non so
perch tutto questo mi capitato, ma ci dev'essere una ragione. In qualche modo, mi sento come se non fossi pi
nessuno, ma nello stesso tempo, come se fossi tutti quanti. Non c' paura della morte, nessun pensiero sulla fine. Sono
oltre tutto ci ormai. Sento semplicemente come se fossi parte di ci che sempre esistito e di ci che sempre esister.
-Dichiarazioni di un paziente clinico (in Simeon 2006, p. 204)-

La nausea
Jean-Paul Sartre, ne La nausea (1938), descrive la sensazione di vertigine e insensatezza che
talvolta coglie l'esistenza del protagonista. La realt non ha un significato in s, solo l'uomo dotato
di coscienza che pu darle senso ed in questo del tutto solo, perch non c' un Dio su cui fare
affidamento per una guida. La nausea si manifesta spesso come una sensazione di irrealt, di
lontananza, di finzione e inesistenza degli oggetti, delle persone, del mondo intero; di dubbio
generalizzato sull'esistenza del soggetto, sul suo passato e sul suo presente. L'arbitrariet, la
casualit e l'insensatezza rispetto all'esistenza di tutti gli individui fanno scrivere al protagonista, nel
suo diario filosofico: Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi, non
avevamo la minima ragione d'essere l, n gli uni n gli altri, ciascun esistente, confuso, vagamente
inquieto, si sentiva di troppo in rapporto agli altri. [] Di queste relazioni (che m'ostinavo a
mantenere per ritardare il crollo del mondo umano, il mondo delle misure, delle quantit, delle
direzioni) sentivo l'arbitrariet. Il curioso che non sono affatto disposto a credermi pazzo, anzi
vedo chiaramente che non lo sono: tutti questi cambiamenti concernono gli oggetti. O almeno di
questo che vorrei essere sicuro. [] Dunque in queste ultime settimane si verificato un
cambiamento. Ma dove? E' un cambiamento astratto che posa sul nulla. Sono io che sono cambiato?
Se non sono io allora questa camera, questa citt, questa natura; bisogna scegliere. [] La Nausea
rimasta laggi, nella luce gialla. Sono felice, questo freddo cos puro, cos pura questa notte;
che non sia io stesso un'onda d'aria gelida? Non avere n sangue, n linfa, n carne. Scorrere in
questo lungo canale verso quel pallore, laggi. Non essere altro che un po' di freddo. (Sartre 1938,
33 Alcune di queste domande, in Roskies 2010, precedono una teoria generale sul ruolo della coscienza nei processi
decisionali, di cui discuter nel prossimo capitolo (vedi Cap.3).
34 Per molte analisi interessanti nel terreno della neuropsicologia si veda Berti (2010, Cap. 9). Per una discussione
molto pregnante sull'importanza che recentemente hanno guadagnato le neuroscienze in sede giuridica, lanuova cultura
neuroscientifica sul piano del diritto, si veda Lavazza, Sammicheli (2010).

39

pp. 13-42) Oltre ad essere stato un grande filosofo, probabile che Sartre avesse sperimentato
diversi episodi di depersonalizzazione.
Azione e consapevolezza
Sono molte le domande sul senso di agenzia e sulla propriet delle azioni in relazione all'esperienza
che ne ha il soggetto. In particolare esse riguardano l'ipotesi che esista un modulo (eventualmente
implementato da un meccanismo cerebrale) di autoascrizione metacognitiva, una sensazione legata
ad un s esperienziale. Gallagher e Zahavi affermano: Queste sono le domande su cui attualmente
si discute in filosofia, psicologia, e neuroscienza cognitiva. C' per una crescente consapevolezza
del fatto che questi temi, che riguardano l'autoriferimento, non possono essere decisi solo con mezzi
empirici, e che c' un forte bisogno della delucidazione filosofica delle varie nozioni ed esperienze
del s. Non solo la neuroscienza cognitiva del s pu beneficiare della precisione delle nozioni del
s e della possibilit di un'autorappresentazione implicita, ma anche l'indagine filosofica pu trarre
profitto se si confronta con i risultati della neuropsicologia e della neuropatologia. (Gallagher,
Zahavi 2008, p.320).35
Soffermiamoci a considerare le relazioni possibili fra libert di agire da un lato ed esperienza di
essere liberi dall'altro. Come abbiamo anticipato in precedenza (Cap.1) tali relazioni possono
esprimersi nei termini del rapporto fra una componente soggettiva della libert ed una oggettiva: la
prima costituita da una sensazione soggettiva di comandare liberamente e volontariamente le
proprie azioni; la seconda consiste nel fatto che l'azione compiuta (indipendentemente dal giudizio
soggettivo) sia libera in quanto autodeterminata (cio non forzata o indotta) e contempli corsi
d'azione alternativi (si vedano le condizioni della libert nel Cap. 1). Le condizioni possibili
dell'azione umana, come illustrato da Daniel Wegner (in De Caro, Lavazza, Sartori 2010, Cap.2)
sono di quattro tipi e di possono considerare in relazione a due elementi: la presenza o meno della
sensazione di agire, la presenza o meno dell'azione effettiva. Da questi elementi si sviluppano i
seguenti tipi di azione:
Normale azione volontaria: il soggetto ha la sensazione di agire ed effettivamente agisce.
Normale inazione: il soggetto non ha la sensazione di agire ed infatti non agisce.
Illusione del controllo: il soggetto ha la sensazione di agire ma in realt non agisce.
Automatismi: il soggetto non ha la sensazione di agire ma in realt agisce.
I casi pi interessanti riguardano naturalmente le condizioni in cui c' incoerenza fra l'esperienza di
agire e l'agire stesso. Casi curiosi di illusione del controllo sono ad esempio i pazienti affetti da
35 Recentemente stata proposta la curiosa idea di quantificare il libero arbitrio ricorrendo a tecniche varie fra cui
spicca il ricorso alla neuropsicologia: Un approccio di tipo neuropsicologico permette di identificare le alterazioni
cognitive o comportamentali collegate alla patologia mentale, che possono inficiare l'esercizio del libero arbitrio e la
capacit di autodeterminazione. (Sartori, Gnoato 2010, p. 170).

40

specifiche forme di anosognosia per cui sono inconsapevoli dell'inutilizzabilit o della completa
mancanza di alcune parti del proprio corpo, ma continuano a percepirle e ad avere l'impressione di
agire con esse (per esempio provando a pettinarsi o a battere le mani con l'arto amputato o
paralizzato). Sono buoni esempi anche alcuni eventi quotidiani come: quando percuotiamo il
televisore che si vede male a tratti e abbiamo l'impressione che le percosse abbiano qualche effetto
quando in realt non ce l'hanno, quando tiriamo i dadi e abbiamo l'impressione che lanciandoli in un
certo modo possiamo influenzare l'esito, quando sentiamo che i nostri pensieri (positivi o negativi)
possano influire su una cosa che sta per accadere. 36 Riguardo all'azione senza consapevolezza,
invece, vi sono alcuni casi interessanti di automatismi a cui Wegner particolarmente appassionato
che sono i fenomeni famosi nello spiritismo, come la rotazione del tavolino, o lo spostamento del
cursore sulla tavola Ouija, oltrech i casi quotidiani di guida automatica e simili (Wegner 2002).
Esistono, in psicologia, molti casi documentati di patologie in cui il soggetto compie azioni in modo
del tutto inconsapevole e non le riconosce come proprie. Il caso pi famoso la sindrome della
mano aliena (o anarchica) in cui una mano del soggetto sembra animata da volont propria e
compie azioni spesso fastidiose e divergenti rispetto alle intenzioni consapevoli dell'individuo.
Il caso della mano aliena emblematico e tuttavia non particolarmente significativo per la nostra
analisi per un motivo specifico: dato il comportamento involontario e indipendente della mano, il
soggetto perde la sensazione che la mano gli appartenga, essa diviene in effetti aliena pur essendo
attaccata al corpo e animata. Il soggetto si riconosce integro nei confronti di una parte del proprio
corpo che invece si ribella e non ascolta i dettami della volont: tutte le azioni del soggetto restano
volontarie tranne quelle della mano aliena. Cosa accade se questa sensazione di alienazione viene
generalizzata non solo al controllo di tutto il proprio corpo, ma anche alla propria vita mentale, ai
propri pensieri, alle parole che si proferiscono, a tutto il mondo interno ed esterno all'individuo?
Come riportano Gallagher e Zahavi, vi sono molti disordini del s in cui si lamenta una
diminuzione dell'ipseit, in cui il senso del s non satura pi automaticamente l'esperienza.
(Gallagher, Zahavi 2008, p. 321). Un paziente affetto da schizofrenia e che presentava sintomi dei
disturbi dissociativi affermava di essere disturbato da una sensazione molto stressante di non
essere veramente presente, addirittura di non essere del tutto vivo. Questa esperienza di distanza o
distacco era accompagnata da una tendenza a osservare o monitorare la sua vita interiore.
Riassumeva la sua afflizione dicendo di aver perduto la sua vita in prima persona, che era come
rimpiazzata da una prospettiva in terza persona. (Gallagher, Zahavi 2008, p. 322).

36 Questi sono casi diversi ed eterogenei perch riguardano ambiti molto differenti (propriocezione, connessioni causali
fisiche, connessioni misteriose a distanza), tuttavia interessante interpretarli come accomunati dal medesimo senso di
agenzialit, senza che esso sia per corrisposto da una connessione causale effettiva.

41

Stranieri a se stessi
Daphne Simeon (2006) nel suo libro sul disturbo da depersonalizzazione riporta una serie di casi e
testimonianze. Per dare un'idea della condizione dei pazienti affetti da questa patologia riporto il
caso di Eric (Simeon 2006, pp. 23-28).
Eric a 15 anni speriment un primo lieve episodio di depressione. Chi lo conosceva lo descriveva
come un ragazzo introspettivo, pensieroso, profondo e molto maturo per la sua et. Alle superiori
Eric era un accanito lettore che amava riflettere sulla complessit delle relazioni, sulla condizione
dell'uomo, sulla vita, sulla morte e sull'esistenza dell'aldil. A volte nella sua adolescenza si sentiva
travolto da pensieri sull'immensit dell'universo, sull'infinit del tempo e sull'insignificanza della
presenza dell'uomo. Scrisse pregnanti composizioni durante le lezioni di letteratura. Tutto sommato
era un ragazzo normale, non era affetto da alcuna patologia.
Poi, apparentemente senza motivo, qualche anno pi tardi lo colp una pesante depressione. Perse
ogni interesse per la scuola, il tennis, e i suoi amici. Eric diceva: E' talmente oltre ci che ho mai
sentito che impossibile da spiegare. E' come se la mia completa capacit di sentire qualsiasi cosa
fosse svanita. Le cose che amavo e apprezzavo ora sono senza senso ed penoso e stancante anche
solo pensare ad esse. Eric cominci a chiedersi se fosse cos che ci si sente ad essere morti. Era
paralizzato nella paura della vita almeno quanto era spaventato dalla morte. Tutto ci che poteva
fare era cercare di essere normale, sembrare normale, recitare come se fosse normale. Incalzato
dall'insistenza della madre, alla fine le confid di non sentirsi pi come una persona, ma piuttosto
come una specie di automa, un robot che ogni giorno agisce in modo meccanico e penosamente
aspetta la sua fine. La sua voce nella sua testa sembrava in qualche modo pi rumorosa e in qualche
modo separata dal suo corpo. Sentiva che il suo cervello era spento, morto, guardava se stesso come
dall'esterno del suo corpo, chiedendosi chi fosse realmente. Prima sapeva chi era. Adesso,
inspiegabilmente, aveva la consapevolezza di essere una persona, ma non aveva la chiara
sensazione di essere un io. I pensieri che gli scorrevano nella testa sembravano estranei ed
eccessivamente presenti, anche se non c'erano evidenti stranezze nel loro contenuto. Lo stesso atto
del pensare sembrava diverso, come se provenisse dall'esterno. E se i pensieri non venivano da Eric,
da dov' che potevano venire? Eric tent invano di descrivere il fatto che si sentisse non come una
persona viva ma come un morto che cammina. Realizzando il dolore che provocava negli altri
raccontando questo suo stato e il dolore che gli procurava il non essere compreso, alla fine rinunci
ad esprimersi. Seguiva alcune terapie e prendeva farmaci antidepressivi che miglioravano un poco il
suo umore, ma la sensazione di irrealt non passava. Poi una notte Eric, cercando su Internet
qualcosa riguardo alla sensazione di irrealt, fin per imbattersi nel termine depersonalizzazione.
Il Disturbo da Depersonalizzazione37
37 Il termine depersonalizzazione stato utilizzato per la prima volta da Henri Frdric Amiel (1821-1881) nel

42

Il DSM-IV-TR (2000) descrive i disturbi dissociativi come caratterizzati dalla sconnessione delle
funzioni, solitamente integrate, della coscienza, della memoria, dell'identit o della percezione.
Essi sono: amnesia dissociativa, fuga dissociativa, disturbo dissociativo dell'identit, disturbo di
depersonalizzazione, disturbo dissociativo non altrimenti identificato.
Il DSM-IV riporta quattro criteri diagnostici per il disturbo da depersonalizzazione38, essi sono:
A) L'esperienza persistente o ricorrente di sentirsi distaccato o di sentirsi un osservatore esterno
dei propri processi mentali o del proprio corpo (per es. sentirsi come in un sogno).
B) Durante gli episodi di depersonalizzazione, l'esame di realt rimane intatto.
C) La depersonalizzazione causa sofferenze significative o problemi nei rapporti sociali,
lavorativi, o altri ambiti importanti della vita dell'individuo.
D) La depersonalizzazione non si presenta esclusivamente durante gli episodi di altri disturbi
come schizofrenia, attacchi di panico o altri disturbi dissociativi e non causata direttamente
dall'uso di sostanze (abuso di droghe o medicinali) o di una condizione medica patologica
generale (per es. epilessia dei lobi temporali).
Nonostante il paziente mantenga intatto l'esame di realt, cio non abbia visioni distorte o
allucinatorie di essa, egli riduce o perde quella qualit, propriet o capacit soggettiva di poter
riconoscere come proprie le esperienze soggettive della sua vita psichica e il proprio corpo, nonch
la capacit di riconoscere la stabilit e la continuit del mondo esterno. (Gilberti, Rossi 1996,
pp.160-161).
Fra le metafore utilizzate dai pazienti per descrivere il loro stato alcune sono particolarmente
significative per la nostra indagine. Il paziente afferma di sentirsi come in un sogno, di osservare
se stesso, la propria vita fisica e mentale come dall'esterno, come se fosse lo spettatore di un film.
Alcuni pazienti ricorrono all'analogia con gli automi: si sentono come dei robot che agiscono
meccanicamente, senza controllo sulle loro azioni n sui loro pensieri.
Lo stato di consapevolezza negli episodi di depersonalizzazione pu essere considerato simile alle
azioni che abbiamo inserito nella categoria degli automatismi: azioni compiute che non vengono
riconosciute come proprie o di cui non si ha coscienza 39. Tuttavia, i pazienti affetti da questa
patologia presentano la significativa caratteristica di estendere la sensazione di inautenticit,
estraneit e involontariet ad ogni fenomeno della loro vita sia psichica che fisica. Allo scopo di
evidenziare maggiormente questo aspetto ritengo emblematiche due espressioni metaforiche che ho
Journal Intime, mentre in ambito clinico comparve nel 1898 utilizzato dallo psichiatra francese Ludovic Dugas.
38 Come si pu notare, di questi quattro criteri il primo sufficiente a descrivere un'episodio di depersonalizzazione
(come sintomo), ma necessaria la congiunzione di tutti e quattro per diagnosticare il disturbo da depersonalizzazione
cio un vero e proprio disturbo dissociativo secondo il DSM-IV.
39 Come accennato in precedenza alcuni automatismi possono essere resi coscienti, infatti interessante notare che per
alcuni casi lievi di depersonalizzazione possono essere molti utili interventi terapeutici volti a recuperare il senso di
agenzia (in particolare la terapia cognitivo-comportamentale), ma non si dimostrano sempre efficaci.

43

citato. La prima (1) la sensazione di essere un automa che agisce meccanicamente, senza controllo
sui movimenti del proprio corpo, pur essendo perfettamente consapevoli che il proprio corpo a
compiere quelle azioni. La seconda (2) l'impressione di essere uno spettatore esterno e impotente
dei propri stessi pensieri, di osservarli come se avessero una vita propria, come se non smettessero
mai di saltare fuori e fossero assordanti, vorticosi e incontrollabili.40
Le interpretazioni immediate e intuitive sui risultati degli esperimenti di Libet hanno portato alcuni
a sostenere che gli individui hanno l'impressione di decidere liberamente le loro azioni, ma in realt
tali azioni sono predeterminate a livello neurale. Ho accennato al disturbo da depersonalizzazione
perch offre testimonianze di soggetti che sostengono qualcosa di simile: essi hanno la sensazione
che le azioni che prima compivano ora non siano pi libere e volontarie, che siano divenuti come
degli automi e che nemmeno i loro pensieri siano sotto il controllo della volont. Ritengo che sia
significativo e interessante discutere questo stato patologico, nella misura in cui si ritrovano
interessanti convergenze fra i risultati in terza persona suggeriti dagli esperimenti alla Libet ed i
resoconti in prima persona forniti dai soggetti depersonalizzati. 41 In questo senso si potrebbe
considerare la questione qui discussa come un buon esempio per sostenere con forza l'importanza
della neuropsicologia e della psicopatologia (oltrech delle neuroscienze) anche per questioni che
appaiono principalmente filosofiche.
Ho dedicato questo capitolo all'analisi di risultati recenti provenienti dalla neurofisiologia e dalla
psicopatologia al fine di dare una panoramica di alcune basi scientifiche di dati con cui confrontare
le teorie sul libero arbitrio. Condurr una discussione del valore di queste evidenze sperimentali nel
capitolo conclusivo di questo elaborato. Ma prima di entrare nel merito del confronto fra teorie e
dati, mi propongo di ricapitolare a quali quesiti ed a quali risposte (talvolta parziali) abbiamo
sommariamente accennato qui.
Il primo nucleo del problema evidentemente la relazione fra la decisione come processo cognitivo
cosciente ed i processi neurofisiologici che sottostanno ad essa. Gli esperimenti riportati da Libet,
Soon, Roskies (ed altri) danno credito ad un'intuizione scientifica molto precisa: l'attivit del
sistema nervoso deve sempre venire prima. Ogni tipologia di pensiero o sensazione si sviluppa e
deve essere preceduta dalle sue specifiche configurazioni di attivazione elettrica nel cervello.
(Fisher 2001, p. 365, trad. it. mia). La decisione volontaria di compiere un'azione non pu fare
40 Questi due aspetti apparentemente molto simili possono essere considerati gradi diversi di intensit dello stato di
depersonalizzazione, eventualmente correlato ad una sensazione di derealizzazione (cio un senso di inautenticit ed
irrealt riguardante il mondo esterno, non il corpo o la mente del soggetto).
41 In modo del tutto intuitivo (ma forse non troppo ingiustificato) si potrebbe sostenere, sulla base di questa analogia,
che questo un caso di teoria dell'errore: gli individui sentono e pensano di agire liberamente ma in realt non sono
liberi. I soggetti depersonalizzati non sentono di non agire liberamente. Chiediamoci: sbagliano anch'essi? Se la risposta
si, allora c' un senso in cui le azioni possono essere libere. Se la risposta no, allora probabilmente i soggetti non
clinici si sbagliano sulla propria agentivit mentre quelli depersonalizzati ci vedono giusto.

44

eccezione, altrimenti risulterebbe un evento incausato, senza origine, attribuibile solo al regno del
soprannaturale. La precedenza temporale dell'attivit cerebrale la prima delle evidenze
sperimentali fortemente significative per la discussione sul libero arbitrio. L'importanza di questo
dato particolarmente emblematica per il fatto che pu permettere di prevedere l'azione che verr
compiuta, o addirittura di influenzarla.
La seconda questione a cui abbiamo accennato in questo capitolo che la sensazione di agentivit,
di paternit delle proprie azioni, la sensazione di essere agenti liberi e dotati di una volont, non
scontata42. L'esperienza di agire liberamente e di essere causa delle proprie azioni pu mancare in
diverse psicopatologie e forse l'espressione pi emblematica di tale condizione la
depersonalizzazione (che pu presentarsi come sintomo in altre patologie, o come sindrome cio
disturbo da depersonalizzazione).
Una parentesi psiconautica
Abbandoniamo ora il campo della psicopatologia. Prima di proseguire vorrei proporre un breve
intermezzo riguardante un tema a cui sono molto affezionato. Torno spesso a stupirmi quando, di
tanto in tanto, mi ritrovo a pensare che di tutto il tempo che un individuo trascorre fra la nascita e la
morte, circa un terzo di esso viene trascorso dormendo43. Thomas Metzinger ne Il tunnell dell'io
analizza alcuni interessanti fenomeni che avvengono durante il sonno da cui possiamo trarre
significativi spunti per la riflessione sul libero arbitrio. I fenomeni di cui parla Metzinger sono i (1)
sogni lucidi e (2) i casi di falso risveglio. I sogni lucidi sono sogni in cui si consapevoli di stare
sognando, si mantiene l'accesso ai ricordi della vita quotidiana oltrech [...] la propriet
fenomenica dell'agentivit ai livelli dell'attenzione, del pensiero e del comportamento. (Metzinger
2010, p. 162). I sogni lucidi posso aiutarci ad indagare i fenomeni di esperienza cosciente della
libert di agire. Secondo Metzinger infatti, negli stati di sogno lucido l'agentivit viene realizzata,
nel senso che il sognatore lucido sa del suo libero arbitrio. (Metzinger 2010, p. 166). Questa
caratteristica dei sogni lucidi appare particolarmente evidente rispetto a quelli che sono definiti
sogni pre-lucidi, in cui il sognatore diviene consapevole di trovarsi in un sogno e dell'irrealt di ci
che gli accade, tuttavia resta un osservatore passivo della scena, guardandosi agire e spesso
provando la sensazione di non poter agire come vorrebbe.
Un esperimento molto interessante compiuto all'inizio degli anni '8044 ha rivelato informazioni
interessanti su ci che avviene a livello corticale durante questa stupefacente condizione onirica. In
questo studio i soggetti erano individui con vasta esperienza di sogni lucidi, cui veniva richiesto di
42 Alcuni autori particolarmente attenti alla storia evolutiva si sono domandati a che punto dello sviluppo cognitivo
dell'uomo sia comparsa questa sensazione (od autoattribuzione) di agentivit (cfr. Dennett 2003).
43 In una vita di 80 anni quindi si trascorrono circa 26 anni dormendo.
44 Per questo esperimento, il preferito di Metzinger, si vedano Metzinger 2010 (Cap. 5) e La Berge et al. 1981.

45

comunicare durante il sonno, mediante movimenti oculari concordati. Il sognatore si impegnava ad


indicare l'inizio e la fine del sogno lucido con un rapido movimento degli occhi (su e gi). I
movimenti oculari registrati mediante analisi poligrafica mostrarono quanto segue: l'insorgere
della lucidit tipicamente correlata con i primi due minuti della fase REM, con brevi intervalli di
coscienza vigile durante una fase REM o con attivit di fase REM potenziate (caratterizzate da
picchi di movimenti oculari e, qualche volta, da contrazioni motorie e da una diffusa attivit
sincronizzata in particolari circuiti talamo-corticali). (Metzinger 2010, p. 167). Citando i lavori di
Allan Hobson, Metzinger sottolinea come possibile che la lucidit corrisponda ad una
riattivazione della corteccia prefrontale dorso-laterale ed afferma che questa regione del cervello
responsabile della nostra capacit di riferirci a noi stessi tramite il pensiero riflessivo. Il controllo
delle proprie azioni e la sensazione di essere un agente, il momento in cui diventiamo consapevoli
che stiamo sognando, potrebbe verificarsi quando il modello del s del sogno viene a legarsi alla
corteccia prefrontale, rendendo nuovamente possibile l'autocoscienza riflessiva e il ristabilimento
dell'agentivit cognitiva. (Metzinger 2010 p. 168). Questo breve accenno al fenomeno dei sogni
lucidi pu condurre a porsi quesiti interessanti: quali sono le differenze fra il modello del s nel
sogno, nel sogno lucido e nella veglia?
Un altro caso interessante discusso da Metzinger (2) il caso del falso risveglio: un tipico esempio
quando capita di sognare qualcosa di molto irrealistico (come per esempio volare), di rendersene
conto e di svegliarsi, avere l'impressione di essere nel proprio letto e di aver fatto un sogno appena
terminato, alzarsi o compiere delle azioni e poi, improvvisamente, svegliarsi di nuovo, per davvero.
Mentre i casi di sogno lucido mostrano come uno e uno stesso vissuto onirico consapevole pu
essere o meno caratterizzato da agentivit, il falso risveglio potrebbe suggerire come l'agentivit
pu caratterizzare, molto realisticamente, situazioni che sono oniriche (o virtuali).
In sintesi, alcuni stati coscienti possono essere categorizzati in funzione del fatto che siano
caratterizzati o meno da sensazione di irrealt e senso di agenzia. Ci sono quattro possibili
combinazioni di essi che generano diversi tipi di stati:
Senso di irrealt e senso di agenzia: uno stato cos caratterizzato si manifesta ad esempio
nei sogni lucidi, in cui si ha la sensazione di agire volontariamente e liberamente ma si
sa che ci che si vive irreale, che ci si trova in un sogno.
Senso di irrealt senza senso di agenzia: nei sogni pre-lucidi, come negli episodi di
depersonalizzazione, si ha la sensazione di vivere una situazione irreale ma non di poter
comandare volontariamente le proprie azioni (come un osservatore esterno e impotente).
Nessun senso di irrealt n senso di agenzia: la condizione comune dei sogni in cui non
ci si rende conto di stare sognando e ci si osserva agire senza alcun potere sulle proprie
azioni.
46

Nessun senso di irrealt con senso di agenzia: questo stato riguarda sia la vita reale
durante la veglia, sia la condizione di falso risveglio: partendo dal fatto che quando ci si
sveglia si ha la sensazione di vivere nel mondo reale e di poter agire secondo la propria
volont, in linea di principio impossibile stabilire se ci si svegliati davvero oppure se
ci si svegliati solo da un sogno nel sogno e si sta ancora sognando. Queste due
condizioni sono infatti entrambe caratterizzate da senso di realt e senso di agenzia e di
conseguenza sono del tutto indistinguibili.
I sogni aiutano a vivere?
Che cosa possiamo ricavare dall'analisi degli stati onirici (come i sogni lucidi e pre-lucidi) e delle
patologie dissociative (come la depersonalizzazione)? In entrambi questi casi si osserva che il senso
di agenzia e la sensazione di trovarsi nella realt possono essere o meno presenti a seconda delle
circostanze. Nel caso dei sogni lucidi, ci sono indizi sull'importanza dell'attivit nella corteccia
prefrontale dorso-laterale. Per quel che riguarda la depersonalizzazione, nel 1998 stato proposto il
modello della disconnessione limbico-corticale (cortico-limbic disconnection), secondo il quale
un fenomeno di iper-attivazione della corteccia prefrontale causerebbe un'inibizione del sistema
limbico, provocando l'ipoemozionabilit cos tipica della depersonalizzazione.45 Sarebbe certamente
auspicabile uno studio approfondito per chiarire le possibile analogie (a livello neurofisiologico)
sottostanti a questi stati.
Come compito del terzo capitolo mi propongo di passare in rassegna alcune proposte formulate al
fine di integrare i dati sperimentali nella discussione sul problema del libero arbitrio e di costituire
una panoramica pi generale sulle teorie disponibili ad oggi sul mercato.

45 Per questo modello si veda Sierra, Berrios 1998 oltrech Simeon 2006 (Cap. 6).

47

Wind within itself, self-involved dancer


you are in this hall an empty cage.
How long will you question without answer,
contain the creeping silence hollow rage?
People have long since gone away
curtains closed, lights blackened, stage swept;
still center front, abandoned you stay
and dance the oldroutines to promises kept.
Speak to the night; it hears you no more
than your own ears, bored with the known deaf to music pouring through an open door.
You wonder at how distant from life you've grown.
Dance, till no form remains
and the strength that binds you undoes your chains.46

46 Vento intrappolato in se stesso, ballerino auto-coinvolto / ti trovi in questo atrio una gabbia vuota. / Per quanto
domanderai senza risposta, / tratterrai quel silenzio inquietante e quellira cava? / Le persone sono andate via da molto
tempo, / le serrande chiuse, le luci oscurate, il palco sgombro; / ancora al centro di fronte, abbandonato, rimani / e balli
sui passi della routine consueta del mantenere le promesse. / Parla alla notte; non ti ascolta pi / Delle tue orecchie,
stanca dellormai noto / Sorda verso una musica che penetra da una porta spalancata. / Ti chiedi a quale distanza dalla
vita tu sia cresciuto. / Balla, finch non rimanga pi forma / E la forza che ti opprime sciolga le tue catene. (Post
anonimo su www.depersonalization.info).

48

3.0 Considerazioni conclusive


In questo terzo ed ultimo capitolo mi propongo di fare due cose. Innanzitutto cercher di presentare
quelle che ritengo le prospettive teoriche pi interessanti oggi esistenti, pi coerenti, meno
problematiche e che tentano di risolvere almeno alcuni dei problemi sollevati dalla questione del
libero arbitrio, sia a livello sperimentale che a livello teorico. Inoltre, cercher di evidenziare tutte le
questioni che restano aperte nonostante i passi avanti che credo siano stati compiuti, le prospettive
di ricerca pi interessanti su cui a mio giudizio si dovrebbe investire in futuro e le analisi filosofiche
che andrebbero ancora intraprese e condotte al fine di integrare a diversi livelli l'indagine su un
tema cos complesso come quello della libert, che coinvolge la filosofia e la scienza sotto ambiti e
rispetti molto diversi e ciascuno di una complessit e vastit incredibile.
3.1 Teorie del libero arbitrio: novit e promozioni
3.1.1 Il Veto cosciente
Gli esperimenti di Benjamin Libet hanno prodotto come risultato il timing di tre fatti osservati
durante l'accadimento di una scelta volontaria: l'attivazione corticale (PP) avviene a -500 msec
dall'azione, la consapevolezza della decisione (W) la precede di 150 msec. Pensando a questi
risultati pu sembrare lecito porsi la seguente domanda: perch la consapevolezza della decisione
avviene in ritardo rispetto all'attivazione corticale, ma in anticipo rispetto all'azione? Perch la
decisione, 150 msec prima dell'azione, diviene consapevole? Se la volont di agire fosse una mera
presa di coscienza di un processo gi iniziato a livello cerebrale, tale presa di coscienza potrebbe
avvenire in concomitanza con l'azione: vedo il mio braccio che si alza e, immediatamente, divengo
consapevole di averlo voluto alzare.
(Non) dire no
Libet, in un ulteriore esperimento con alcuni collaboratori, ha mostrato che la finestra di 150 msec
che separa la consapevolezza della decisione dall'azione di natura fondamentale per l'esito
dell'azione stessa. Similmente agli esperimenti precedenti, i soggetti sottoposti a questo test
avevano il compito di prepararsi a compiere un'azione motoria. Tuttavia in questo test vi erano due
differenze significative: i soggetti avrebbero dovuto pensare di compiere un movimento ad un
momento prestabilito (per es. quando la lancetta raggiungeva i 10 sec) e avrebbero poi dovuto
evitare di dare corso all'azione (premeditata) all'ultimo momento (negli ultimi 200 msec circa).
Detto in modo semplice: i soggetti avrebbero dovuto mettere il veto all'ultimo momento ad
49

un'azione programmata. Le osservazioni rispetto all'andamento del potenziale di prontezza furono


molto interessanti: del tempo in cui il soggetto preparava l'azione solo gli ultimi 1 o 2 secondi
presentavano un picco di PP significativo, che per si appiattiva circa 200 msec prima dell'azione,
pi o meno simultaneamente all'istante in cui veniva posto il veto.47
Quale spiegazione di queste ulteriori scoperte, Libet propose dunque la sua teoria del veto
cosciente per cui il libero arbitrio cosciente non d inizio alle nostre azioni liberamente
volontarie. Pu invece controllare il risultato o l'esecuzione attuale dell'azione. Pu consentire
all'azione di continuare, o pu metterle il veto, in modo da non farla accadere. [] Si pu ritenere
che le azioni volontarie comincino con iniziative inconsce che vengono 'borbottate' dal cervello. La
volont cosciente quindi selezionerebbe quali di queste iniziative possono proseguire per diventare
un'azione, o quali devono essere vietate e fatte abortire in modo che non compaia nessun atto
motorio. (Libet 2004, p. 143). La volont cosciente secondo Libet non avrebbe quindi alcun ruolo
nel dare inizio ad un processo volontario, ma si limiterebbe a controllare il risultato di un processo
con origini inconsce. Essa non produce un'azione, ma pu evitare di portarla a compimento
arginando quei processi inconsci che la preparano48.
La rivincita del dualismo
Una nota critica sul modo di Libet di affrontare la questione del libero arbitrio stata avanzata da
Daniel Dennett (2003, Cap.8). Secondo Dennett infatti, Libet sarebbe una sorta di cripto-dualista
che conserva ancora una visione fortemente cartesiana dei rapporti fra la coscienza ed il corpo:
Libet considera i fenomeni (di ritardo temporale o retrodatazione) della consapevolezza degli
stimoli come appartenenti ad un campo mentale contrapposto al livello delle attivit neurali, in cui
di questi fenomeni non c' traccia (Dennett 1991, cap.6). Per Libet, il soggetto sarebbe una sorta di
homunculus situato da qualche parte nel cervello, che osserva le varie rappresentazioni che gli
provengono dall'esterno: esisterebbe un luogo, un teatro cartesiano, in cui le varie rappresentazioni
convergono e vengono (infine) presentate alla coscienza, unificate e rese consapevoli al soggetto. Il
paradigma del teatro cartesiano, tuttavia, non riesce a rendere conto di parecchi fenomeni della
47 Esistono azioni in cui l'assenza di PP che le preceda significativamente correlato con l'involontariet delle azioni
stesse: le verbalizzazioni oscene e improvvise dei soggetti affetti da sindrome di Tourette sono del tutto involontarie e
incontrollabili e non sono precedute da PP, sebbene le azioni volontarie di questi pazienti presentino un PP normale; le
azioni che divengono in qualche modo automatiche sono precedute da PP deboli in ampiezza e durata (cfr. Libet 2004,
p.146).
48 Si potrebbe dire che per Libet il libero arbitrio un'esercizio di (un senso un po' parafrasato di) nolont. Libet nota
come sia molto diffusa, nelle credenze religiose e nelle strutture etiche, la regola di autocontrollo sulle proprie azioni:
In questo senso c' una differenza interessante tra la versione ebraica e quella cristiana della Regola aurea. Rabbi Hille,
che visse poco tempo prima di Cristo la enunci in questi termini: 'Non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri
facessero a te'. [] La versione cristiana assume un punto di vista positivo, attivo: 'Fai agli altri ci che vorresti
facessero a te'. [...] fra le altre cose, la Regola aurea cristiana potrebbe produrre azioni imposte agli altri che vanno
contro i loro desideri. (Libet 2004, pp. 153-154).

50

coscienza su cui si sono concentrate le ricerche in psicologia e scienza cognitiva. Per citare un
problema (fra i molti) di questa prospettiva non esiste nessun luogo privilegiato dove confluiscono
le informazioni, le percezioni, i ricordi e le esperienze, per essere unificati e divenire consapevoli
presentandosi sotto i riflettori della coscienza. Non esiste nemmeno uno spettatore del teatro
cartesiano che osservi ci che in questo palcoscenico interno alla testa viene rappresentato 49. Questo
modo di spiegare i fenomeni della coscienza non fa che rimandare il problema, fino ad un residuo di
soggettivit ineliminabile e intrattabile che pu solo essere assunto come piano alternativo a quello
fisico, con un esito simile al dualismo cartesiano delle sostanze, o pi moderato come una sorta di
dualismo epistemologico (che lo stesso Libet propone)50.
Un'obiezione avanzata direttamente al ruolo del veto, a maggior ragione, mostra come la libert di
vietare il compimento di un'azione non solo sia problematica da conciliare con i risultati
sperimentali, ma risulti quasi contraddittoria. Il pi significativo risultato di Libet stato mostrare
che l'istante in cui avvengono le decisioni coscienti e volontarie di agire sono precedute da processi
preparatori dell'azione a livello corticale e del tutto inconsci: perch le decisioni coscienti e
volontarie di non agire dovrebbero esserne prive? In altre parole: se una decisione libera o
determinata, ci dovrebbe essere indipendente dal fatto che si tratti di una decisione di agire o di
non agire51.
Recentemente inoltre, la teoria del veto cosciente stata messa in crisi da evidenze sperimentali
molto significative: L'inibizione volontaria delle azioni volontarie sembra essere determinata per la
maggior parte da eventi inconsci che avvengono nella corteccia mediana-anteriore. Vedi M. Brass,
P. Haggard, 'To do or not to do: The neural signature of self control', in Journal of Neuroscience,
27, 2007, pp. 9141-9145. (Metzinger 2010, nota 13 p. 285).
La teoria sviluppata da Libet, dopo una breve analisi, sembra avanzare assunzioni indebite rispetto
al ruolo di controllo della volont, ruolo che contrasta con i risultati sperimentali che la teoria cerca
di integrare.52 Altre teoria, tuttavia, sono state proposte come modi alternativi di spiegazione.
49 [...] esistono solo molteplici versioni composte da processi di fissazione di contenuti che giocano vari ruoli semiindipendneti nella pi vasta economia tramite il quale il cervello controlla il viaggio del corpo umano attraverso la vita
[] (Dennett 1991, p. 480). Per la teoria delle molteplici mersioni, alternativa al teatro cartesiano si veda Dennett
1991, Cap.5.
50 Libet propone la teoria del campo mentale cosciente e discute se si tratti di una forma di dualismo (cfr. Libet 2004,
p.184).
51 Libet afferma: Bisogna ricordare, in primo luogo, che le scelte e le azioni libere non sono prevedibili, anche se
vengono considerate completamente determinate. Il principio di indeterminazione di Heisenberg ci preclude una
conoscenza completa delle attivit sottostanti. (2007, p. 156). Tuttavia, come hanno mostrato gli esperimenti condotti
da Haynes (Soon et al. 2008), le scelte e le azioni di alcuni soggetti (in condizioni sperimentali) possono essere
prevedibili, nonostante l'esistenza dell'indeterminismo quantistico sia comunque sostenuta dalla fisica contemporanea.
52 E' interessante notare come lo stesso Libet, che ha prodotto risultati sperimentali di cos grande importanza, non sia
poi riuscito a renderne conto mediante una buona teoria che spiegasse i fenomeni che egli stesso ha studiato per molti
anni. Potrebbe essere considerato un esempio a favore della tesi che non sono sufficienti dati sperimentali per risolvere

51

3.1.2 L'illusione della volont cosciente


Volont come esperienza e volont come forza causale
Daniel M. Wegner, un socio-psicologo di Harvard, ha proposto una spiegazione del libero arbitrio
come una vera e propria illusione (Wegner, 2002). In favore di questa tesi, egli sostiene che la
libert una sensazione e che la volont non la causa delle azioni (iniziate da processi inconsci),
ma solo la sensazione consapevole del causarle. Wegner ripropone in un certo senso l'idea che
l'esperienza della volont sia qualcosa che il soggetto pu determinare solo mediante
l'introspezione: ieri hai risposto in maniera acida e repentina alle imbeccate del tuo collega: volevi
davvero farlo o l'hai fatto senza pensare?. Come discusso in precedenza, esistono casi patologici in
cui l'esperienza della libert non corrisponde ad azioni che sembrano volute liberamente dal
soggetto (cfr. Cap. 1.3 e 2.3).
Un tentativo molto interessante compiuto da Wegner volto a criticare il potere causale della
volont cosciente. Sulla scia del famoso argomento di Hume contro il principio di causalit, Wegner
argomenta infatti: Nello stesso senso, la causazione non pu essere una propriet dell'intenzione
cosciente di una persona. Non si pu vedere la propria intenzione cosciente mentre causa un'azione,
ma si pu solo fare un'inferenza dalla regolare relazione tra intenzione e azione. Normalmente,
quando si vogliono delle cose, esse accadono (Wegner 2010, p. 28). La ripresa di Hume si rivela
una mossa che permette alla teoria di Wegner di criticare il fatto che la volont causi effettivamente
alcunch e tuttavia di trovare immediatamente un ruolo sostitutivo per essa: se anche la volont non
d inizio alle azioni, essa pu compiere inferenze, stimare momento per momento la coerenza e la
covariazione fra gli stati mentali e le azioni corrispondenti.
L'intuizione funziona
Assumiamo per ipotesi che la volont cosciente non abbia alcun potere causale sulle azioni che
compiamo, assumiamo che non sia altro che un meccanismo che giudica la libert e la volontariet
di un'azione solo a posteriori, come un'autoattribuzione inconscia del soggetto che si manifesta nella
forma di una sensazione. Se questa attivit mentale e modulare cos scollata e indipendente
dall'effettiva catena di cause che collegano il corpo ed il cervello del soggetto alle proprie azioni, se
un meccanismo cos stravagamente, sofisticato e astratto, perch esiste in natura? La risposta :
perch funziona.
Secondo Wegner, il concetto di libert pu essere spiegato solo a partire dal concetto di agentivit
causale: noi esseri umani tendiamo a dividere il mondo in due tipologie di oggetti: gli oggetti che
questioni come quelle della coscienza e del libero arbitrio, ma che servano teorie astute e innovative, cambi di
paradigma ed un rigoroso lavoro teorico strettamente connesso all'interpretazione dei dati.

52

semplicemente sono e gli oggetti che fanno cose. Quest'ultima categoria di oggetti riguarda non
tanto gli strumenti che permettono all'uomo di fare cose, ma quelle entit (soprattutto quegli
organismi) che perseguono uno scopo, sono orientate ad un obiettivo, il cui comportamento
interpretabile solo in un'ottica teleologica.
Dennett espresse un concetto molto simile: esiste un meccanismo che consente agli individui di
descrivere, interpretare e prevedere in modo molto efficace il comportamento del mondo
circostante, tale meccanismo noto come atteggiamento intenzionale (Dennett 1987). Interpretare
il mondo in termini di credenze e desideri (di stati mentali intenzionali) consente all'uomo di
acquisire una maggiore capacit di controllare e prevedere gli eventi che lo circondano, soprattutto
gli eventi che coinvolgono agenti.53 Anche Wegner sostiene che esistano due modi di spiegazione
differenti a disposizione delle persone, uno per le menti e uno per tutto il resto.54
Tuttavia, l'atteggiamento intenzionale talvolta si scontra con l'esperienza. Pu succedere quando
iniziamo una conversazione telefonica e poi ci accorgiamo che la voce che ci ha salutato dall'altra
parte solamente il messaggio registrato di una segreteria telefonica, quando ci rendiamo conto che
per quanto il nostro computer sembrasse proprio avercela con noi e non collaborare in realt aveva
solo bisogno di essere riparato. La tecnologia spesso sembra cerchi di progredire nella
umanizzazione dei sistemi automatici di interfaccia con l'utente (esistono addirittura dei
programmi su internet, software specifici di intelligenza artificiale, che simulano l'interlocutore di
una chat e pu capitare di non accorgersi subito della differenza se non si stato avvisati). 55
Wegner, citando Arthur C. Clarke, afferma che ogni forma di tecnologia avanzata pu essere
scambiata per una forma di magia. Ma secondo Wegner [...] l'intuizione si applica anche
all'autopercezione. Quando rivolgiamo l'attenzione alla nostra mente, scopriamo all'improvviso di
poter comprendere una tecnologia eccezionalmente avanzata. Forse non riusciamo a conoscere
l'enorme numero di influenze meccanicistiche sul nostro comportamento (tanto meno tenerne
traccia), perch abbiamo la fortuna di abitare alcune macchine straordinariamente complicate.
Sviluppiamo cos un'abbreviazione, una credenza nell'efficacia causale dei nostri pensieri coscienti.
Crediamo nella magia della nostra agentivit causale. (Wegner 2010, p. 34).

53 Non a caso per la visione di Dennett risulta spesso efficace assumere l'atteggiamento intenzionale anche per
interpretare il comportamento di sistemi non intenzionali, come oggetti meccanici o privi di qualsiasi tipo di coscienza,
tanto da attribuire intenzioni e volont a computer, apparecchi elettronici, elementi del mondo naturale, divinit (ecc.).
54 Wegner osserva infatti che anche nello sviluppo del bambino si ritrova traccia di questa distinzione, come mostrato
dagli studi di Jean Piaget e dagli studi successivi sullo sviluppo della teoria della mente negli animali e nei bambini
(Wegner 2002, Cap. 1).
55 Una volta l'anno si tiene il Loebner Prize, una competizione che prevede come partecipanti programmi di IA che
simulino conversatori (chatterbot). Il premio viene dato al programma che riesce a ingannare il maggior numero di
giudici di essere un conversatore reale. Questo torneo ricalca le dinamiche del famoso Test di Turing
(http://en.wikipedia.org/wiki/Loebner_Prize).

53

Causazione mentale apparente: le fonti dell'esperienza di volont


Come facciamo a distinguere ci che viene causato da noi da ci che non lo ? Consideriamo un
esempio. Siamo seduti in giardino ad osservare il ramo di un albero. Immaginiamo di renderci
conto, improvvisamente, che ogni volta che ci capiti di pensare ecco, il ramo sta per muoversi, il
ramo effettivamente si muova poco dopo. Immaginiamo che questo pensiero ci venga sempre poco
prima del movimento, che sia un pensiero che riguarda il movimento di quel ramo e che non ci
siano altre cause che potrebbero concorrere a farlo muovere (come il vento). In questa situazione
sarebbe abbastanza legittimo provare la sensazione che siano i nostri pensieri a causare il
movimento del ramo.
L'esperienza di volont sperimentata nell'esempio precedente si sviluppa, secondo Wegner, dal
momento che vengono soddisfatti tre requisiti: (1) la priorit, (2) la coerenza e (3) l'unicit del
pensiero che riguarda l'azione. Come anticipato, il pensiero infatti precede l'azione (1), coerente
con essa (2) e non sono presenti altre possibili cause (3). L'idea di Wegner applicare queste
condizioni all'analisi dell'esperienza della volont rispetto alle azioni che vengono compiute da noi
stessi. In questa prospettiva i pensieri che ci vengono alla mente in ricorrente coordinazione con
ci che facciamo potrebbero dunque essere prodotti da un sistema speciale, il cui compito sia
fornirci un'anteprima continua e verbalizzabile dell'azione. [] Le intenzioni, in questa analisi,
sono per l'azione ci che gli indicatori di direzione sono per il movimento delle auto. Non causano
il movimento, lo indicano prima che accada (Wegner, 2010, p. 40). Wegner afferma, quindi, che le
vere cause delle azioni siano processi inconsci. Al contrario, i pensieri coscienti con cui
identifichiamo la volont ci offrono solamente un'anteprima delle azioni che compiremo,
unitamente alla sensazione (basata su un'inferenza inconsapevole) di causarlo volontariamente. La
volont cosciente nasce da un processo che interpreta le connessioni causali che portano all'azione.56
La bussola della mente: epifenomenismo, determinismo e paternit
La bussola la metafora preferita di Wegner. Egli si chiede infatti: la bussola guida la nave? In un
certo senso si, perch indica la direzione in cui si sta andando e se la direzione sbagliata, se porta
ad una parete di scogli piuttosto che al porto, il capitano della nave deve virare e ristabilire la giusta
rotta. Ma la bussola non compie nessuna manovra, si limita a indicare una relazione fra due
elementi: la posizione del nord e la direzione della nave.
La volont cosciente la bussola della mente, nella misura in cui essa svolge la funzione di
56 Wegner osserva come nei bambini la capacit di affermare in anticipo ci che intendono fare compare gradualmente:
a due anni un bambino pu dire lancio palla appena dopo aver compiuto l'atto; pi tardi lo afferma mentre esegue
l'atto; successivamente pu affermare con un buona anticipo che ha intenzone di agire. La loro visione di ci che
volevano fare inizialmente fortemente basata su ci che hanno effettivamente fatto. La tendenza ad inventare le
proprie intenzioni dopo aver agito, col tempo, viene sostituita dall'idea che ogni individuo un agente le cui intenzioni
coscienti precedono le azioni (Wegner 2002, pp. 155-156).

54

monitorare le relazioni fra pensieri e azioni: se l'azione corrisponde ad un pensiero (se la nave si
dirige verso il nord) allora in questa corrispondenza consiste il giudizio che l'azione stata voluta.
Tuttavia, proprio come la bussola non fa virare la nave, cos la volont non causa le azioni, un
semplice indicatore.
Ma allora, perch esiste l'esperienza cosciente? A cosa serve? Secondo Wegner la volont un tipo
particolare di emozione: un'emozione di paternit57. Proprio come all'emozione della paura
corrisponde uno stato del corpo (il tremore, il battito cardiaco accelerato, ecc.) molto utile per
informarci che la situazione in cui ci troviamo pericolosa, cos questa emozione di paternit serve
ad informarci che la causa dell'azione che sta accadendo attribuibile a noi stessi. Serve a stabilire
la differenza (per nulla scontata58) fra le cose che avvengono intorno a (e dentro di) noi dalle cose
che noi facciamo. Con le parole di Wegner: La volont cosciente allora particolarmente utile
come una guida a noi stessi. Ci dice quali eventi intorno a noi sembrano attribuiti alla nostra
paternit. Ci permette di sviluppare un senso di chi siamo e di chi non siamo. Consente anche si
separare i nostri conseguimenti dalle cose che non siamo in grado di fare. E, l'elemento forse pi
importante per il funzionamento della societ, la sensazione della volont cosciente ci permette pure
di conservare il senso di responsabilit per le nostre azioni, che serve da base alla moralit.
(Wegner 2010, p. 48). In questi termini dunque, la volont cosciente un'illusione: non nel senso
che non esiste, ma nel senso che non ci che crediamo sia. Il fatto che la volont possa causare le
azioni frutto di un'illusione, poich il vero ruolo della volont non altro che quello di informarci
su di esse.
Dennett contra Wegner
Daniel Dennett molto spigliato nell'esternare senza reticenze la propria opinione e la propria
considerazione su filosofi e scienziati che egli stesso considera amici o nemici. Nonostante le sue
attitudini alla polemica, rispetto al libro di Daniel Wegner, The illusion of conscious will (2002),
Dennett ha espresso un parere molto positivo, dicendo che rappresenta la migliore analisi della
volont cosciente che disponibile, che concorda con Wegner quasi sotto ogni punto di vista. La
differenza fondamentale tuttavia riguarda non tanto le conclusioni a cui si arriva, ma la strategia.
Il problema della strategia di Wegner, secondo Dennett, ancora una volta di essere rimasto
intrappolato in quello da lui chiamato materialismo cartesiano: il S che sarebbe illuso di avere una
volont libera, in questo caso, risiede in un posto privilegiato del cervello, il teatro cartesiano, in cui
svolge la sua attivit di monitoraggio su quella parte di processi cerebrali che assurgono alla
coscienza perch raggiungono i riflettori e il palco di quel teatro centrale. Secondo Wegner noi
57 Altres nominata sense of agency.
58 Si pensi alle patologie discusse nel Cap. 2 per alcuni esempi.

55

siamo dei s che abitano meccanismi complessi.59


Ai fini della presente trattazione la prospettiva di Dennett, come dice egli stesso, pu essere
considerata assimilabile a quella di Wegner rispetto alla definizione di cosa sia la volont cosciente.
Sotto certi aspetti tuttavia risulta differente: proprio come per la coscienza, l'origine della libert va
ricercata nella storia evolutiva che ha portato gli essere umani a sviluppare capacit cognitive
differenti rispetto a quelle di qualsiasi altro organismo vivente del pianeta. La chiave per
comprendere l'evoluzione della libert la complessit raggiunta dall'incremento nel cervello di
alcuni mammiferi di capacit cognitive specifiche, fortemente influenzato dallo sviluppo del
linguaggio, della comunicazione, dell'installazione di un software virtuale molto prestante. La
libert sarebbe una sorta di sistema di automonitoraggio delle proprie azioni, tale per cui l'enorme
variet di comportamenti possibili viene gestita in un modo pi efficace e non automatico.
Un'analisi dettagliata delle teorie evolutive della coscienza e della volont richiederebbe interi
capitoli per essere discussa a sufficienza. Questo tema sicuramente di centrale importanza ma non
pu essere motivo della mia trattazione, tuttavia ho ritenuto doveroso presentare in sintesi la
proposta di Dennett che a mio giudizio interessante e fondata.60
3.1.3 Adina Roskies: naturalizzare l'intenzionalit61
La natura delle decisioni che vengono analizzate uno dei principali bersagli critici delle ricerche
sui processi decisionali finora condotte. Negli esperimenti di Libet, Haynes e molti altri, il compito
richiesto al soggetto consiste nel prendere una decisione rispetto ad un'azione molto semplice,
solitamente un'azione motoria come muovere un polso o premere un bottone. Queste decisioni (che
chiamer decisioni semplici) vengono intuitivamente considerate molto differenti da un altro tipo
di decisioni, che coinvolgono una valutazione razionale, una riflessione cosciente prolungata nel
tempo che coinvolge concetti astratti, credenze, convinzioni, desideri (queste le chiamer decisioni
complesse). Per queste ultime si pensi alla decisione di accettare o meno una proposta di
matrimonio, scegliere a quale universit iscriversi, scegliere il tema della propria tesi di laurea,
scegliere se professarsi appartenenti ad un credo religioso, ecc.
Un tentativo rilevante per la questione a cui abbiamo accennato stato compiuto da Adina Roskies,
59 In questo Dennett vede una evidente traccia dell'idea cartesiana della mente come spettro nella macchina gi
fortemente criticata da uno dei suoi maestri, Gilber Ryle.
60 Per le teorie di Dennett sulla storia evolutiva della libert si veda Dennett 1987, 2003.
61 E' da notare che in questo contesto pi che proporre una naturalizzazione dell'intenzionalit che si spinga fino al
contenuto degli stati mentali, si sostiene solamente la tesi (gi impegnativa e molto forte) che esista una correlazione
stretta fra stati intenzionali e stati di attivazione cerebrale e in alcuni casi (decisioni semplici che includono il valore) si
possa gi mostrare quali stati sono correlati a quali attivazioni. Se l'isomorfismo fra stati mentali e stati cerebrali possa
costituire una spiegazione dei primi una questione interessante e molto dibattuta (per es. in Gallagher 1997) a cui
accenno pi avanti nel paragrafo Filosofia e neuroscienza cognitiva.

56

la quale ha proposto che anche le decisioni complesse potrebbero presentare dei correlati specifici
(simili a quelli delle decisioni semplici) a livello di attivazione cerebrale. Per quanto riguarda le
decisioni semplici, secondo Roskies lo scheletro di questo tipo di processi decisionali il seguente:
i neuroni sensoriali (che rispondono a determinate caratteristiche dello stimolo) forniscono i dati
grezzi sugli input alle aree superiori, nelle quali questi dati sono raccolti e categorizzati in funzione
delle caratteristiche spaziali e temporali dello stimolo. Gruppi di neuroni che codificano per esiti di
scelta differenti partecipano ad una corsa verso la soglia critica: quando questa soglia viene superata
viene presa la decisione che si traduce in azione.62
Questo schema, nella proposta di Roskies, pu essere applicato anche alle decisioni complesse, ma
solo dopo essere stato opportunamente integrato. In questa ipotesi infatti, il valore di una scelta e la
desiderabilit delle eventuali ricompense corrispondono ad alcune modificazioni del meccanismo
cerebrale di corsa alla soglia critica: sia nel senso che tale soglia si abbassa, sia perch aumenta
l'eccitabilit di alcune popolazioni di neuroni. Se vero che il valore di una scelta per l'individuo
pu essere cos integrato nei meccanismi cerebrali sottostanti, allora si perviene ad una ipotesi
molto specifica. Roskies infatti afferma: [...] si potrebbe pensare che le popolazioni neuronali LIP
rappresentino gli esiti specifici delle decisioni come proposizioni che codificano situazioni
desiderate. Se si possa sensatamente supporre che rappresentino intenzioni rimane una questione
aperta. (Roskies 2010, p. 62). In quest'ottica, non v' motivo di pensare che le proposizioni pi
astratte non siano rappresentate dall'attivit neuronale. Per citare un esempio: nel decidere se
soccorrere la signora che inciampata sul marciapiede, possiamo immaginare alcune popolazioni
neuronali che rappresentano considerazioni coerenti e in competizione, compreso l'impulso
empatico proveniente dai sistemi emozionali, il quale agisce sui neuroni che rappresentano il
messaggio 'fermati e aiutala'. [] Altre popolazioni che rappresentano le conseguenze negative del
perdere la riunione delle dieci modulano la popolazione che agisce sui neuroni i quali rappresentano
il messaggio 'continua a camminare', e cos via (ivi, p. 63).
Il fatto che noi non abbiamo accesso ai processi neurofisiologici delle nostre decisioni potrebbe
essere accompagnato dal fatto che ci a cui abbiamo accesso, invece, sono le proposizioni, le
ragioni (a volte concettuali ed astratte) che sostengono la nostra condotta d'azione. In questa
prospettiva, le ragioni non possono avere potere causale sulle azioni, ma possono al massimo
servire da guida ad esse: possono avere un ruolo attivo nel modulare la valutazione dei relativi
valori e nel pesare e nel riconsiderare tali valori alla luce di nuovi elementi. Quindi, piuttosto che
uno spettatore impotente, l'agente coinvolto coscientemente nella valutazione e nella
riconsiderazione del valore delle ragioni disponibili per l'azione, e nel fare ci diventa parte attiva e
62 E' bene ricordare che le decisioni semplici discusse da Roskies riguardano sempre giudizi su stimoli visivi e
decisioni su movimenti saccadici ovvero su dove direzionare lo sguardo.

57

impegnata nel meccanismo di deliberazione. (ivi p. 68). In un modo non troppo dissimile da quello
di Daniel Wegner, Roskies propone quindi un ruolo alla volont cosciente, ma non un ruolo
causale.63
3.2 Conclusioni
Al termine di questa discussione sul libero arbitrio ritengo che le seguente proposizioni siano state
argomentate ed il mio giudizio rispetto ad esse positivo:
1. La libert d'azione incompatibile sia col determinismo che con l'indeterminismo;
2. La consapevolezza della decisione di agire sempre preceduta da attivazioni corticali inconsce
coerenti con l'azione64;
3. L'esperienza della libert una sensazione e pu essere presente o meno;
3.1 L'esperienza della libert condizione necessaria di un'azione libera;
3.2 La coscienza condizione necessaria della libert d'azione;
4. La volont cosciente non ha un ruolo causale rispetto alle azioni65;
5. La libert viene attribuita alle azioni a posteriori dal soggetto;
6. La sensazioni di agire liberamente utile ed evolutivamente vantaggiosa.
Questo elenco tuttavia variegato: (1) riguarda le relazioni fra il concetto di volont (del senso
comune) e la tesi scientifica (e metafisica) del determinismo; (2) costituisce un'evidenza
sperimentale (e come spesso avviene per le tesi scientifiche, si fonda sull'esperienza e
sull'induzione); (3) una proposta per spiegare la fenomenologia di alcuni stati psicopatologici che
porta a (3.1 e 3.2) due possibili conseguenze nella definizione delle azioni libere e della libert; (4)
una proposta sulla metafisica della volont cosciente direttamente correlata a (5) che una
proposta sul ruolo della libert e su come accade che essa venga attribuita alle azioni e (6) una
ipotesi evoluzionistica del perch ci accade. Ci tengo a sottolineare che solo (2) e (3) derivano da
63 L'intenzionalit, cio il vertere su qualcosa cos tipico degli stati mentali, in questa ipotesi, viene identificata col
fatto che nel momento in cui quel qualcosa viene pensato (anche inconsciamente) c' una popolazione di neuroni la cui
attivit fortemente correlata al valore (desiderabilit, aspettative, ricordi) di quel qualcosa. Per quanto questa ipotesi
potrebbe suggerire un tentativo di eliminare o naturalizzare l'intenzionalit, tuttavia non sarebbe sufficiente, perch nei
casi qui discussi le ragioni sono sempre cariche di un valore per il soggetto, cosa che gli stati mentali non
necessariamente hanno, pur essendo a pieno diritto stati intenzionali.
64 Questa tesi dovrebbe essere valida almeno per la decisione di compiere azioni motorie, ma potrebbe riguardare
anche decisioni pi complesse.
65 Tuttavia le azioni che soddisfano le condizioni oggettive e soggettive di cui abbiamo parlato possono essere
considerate libere seppur non determinate dalla volont. Ci sono azioni che sentiamo come libere anche se non lo sono e
ci sono azioni che ci sembrano descrivibili come libere (in terza persona) anche se il soggetto non le sente come tali. Sul
piano predicativo, quindi, alcune azioni potrebbero essere descritte come libere (od almeno spontanee) anche se
effettivamente la volont non fosse causa del comportamento.

58

osservazioni empiriche: (2) da ricerche di neurofisiologia, (3) dalla psicopatologia.


Di queste sei proposizioni credo che due siano particolarmente significative: una teoria del libero
arbitrio deve giustificare sia la precedenza dei processi cerebrali rispetto alla consapevolezza di
alcune decisioni, sia la sensazione di libert di cui queste decisioni sono rivestite.
Ancora non ci siamo
Alla luce di questa premessa ritengo sia necessario valutare le teorie che ho presentato in modo da
comprendere se e quanto esse riescano a salvaguardare entrambe le evidenze. In questo ultimo
capitolo ho scelto di discutere brevemente alcune teorie che mi sembra non presentino
contraddizioni con le sei tesi di poco fa, di conseguenza sono tutte, a mio giudizio, possibili
candidate a subire una pi attenta analisi sul modo in cui riescono rispettivamente a conciliarle.
Come primo tentativo molto parziale di iniziare questa analisi, le mie idee in merito alle ultime
teorie discusse sono le seguenti:
La proposta di Libet di identificare la volont libera con la capacit di veto interessante,
tuttavia presenta un problema: distingue ingiustificatamente le decisioni di fare da quelle di
non fare. Anche la decisione di vietare un'azione la cui attuazione imminente deve essere
preceduta da un'attivit cerebrale inconscia, tale per cui il soggetto ne diviene consapevole
solo appena prima di porre il veto. Se al contrario il veto potesse essere posto
istantaneamente e non richiedesse tempi preparatori, il soggetto che si appresta ad agire
potrebbe decidere all'ultimo di vietare l'azione, ma preparandosi a vietarla potrebbe
all'ultimo momento decidere di vietare il veto e quindi portare a termine l'azione
ugualmente. E' evidente che questo gioco di anticipazioni potrebbe prolungarsi all'infinito,
facendo s che un'azione diventi il frutto di un numero infinito di decisioni: una decisione di
agire e una serie indefinita di divieti di agire, divieti di vietare di agire, divieti di vietare di
vietare di agire e cos via. Inoltre la preparazione inconscia della decisione di veto stata
sostenuta da prove sperimentali recenti (cfr. Cap. 3.1.1).
La proposta di Wegner consiste nel descrivere il ruolo della libert mediante metafore
davvero calzanti ed emblematiche. Tuttavia, l'idea di Wegner di definire la volont conscia
come un'illusione solleva rilevanti problemi dal punto di vista filosofico. E' possibile
contrastare questa illusione, vedere le cose come stanno nella realt? Oppure questa
illusione necessaria? Se l'illusione necessaria ed ineliminabile allora forse non basta dire
che uno stato allucinatorio del soggetto. Quella che la prospettiva del soggetto che prova
l'esperienza di agire liberamente sembra molto reale e forse solo una teoria pi generale
della coscienza (o meglio della coscienza fenomenica) potrebbe integrare (o rendere conto)
di questo aspetto in prima persona. Inoltre, la posizione di Wegner emblematica della
59

strategia di mantenere la clausola del come se o dell'illusione. Come afferma Gallagher


(1997), tuttavia, ci potrebbe nascondere una incapacit di fondo di conciliare il piano della
fenomenologia con quello della descrizione scientifica ed una conseguente assunzione
dell'esistenza di due piani separati.
La proposta di Roskies interessante innanzitutto perch pu essere vista come un'ottima
fonte di suggerimenti per la ricerca. La mia opinione che Roskies abbia il merito di
proporre ipotesi specifiche che possono essere rese testabili, verificabili (o falsificabili) con
la sperimentazione. Probabilmente non siamo ancora in possesso della tecnologia sufficiente
a progettare esperimenti cruciali per la valutazione di tutte queste affermazioni, tuttavia gi
possibile proseguire sulla scia degli esperimenti gi effettuati, per cominciare. 66 Questa
proposta, inoltre, presuppone assunzioni molto specifiche sull'identit fra contenuti mentali
e contenuti cerebrali: le ragioni psicologiche (accessibili alla coscienza e dotate di forma
proposizionale) corrispondono a particolari caratteristiche di alcune popolazioni di neuroni
(come la frequenza di scarica, l'eccitabilit, il livello di soglia). L'ipotesi che alcuni
contenuti mentali risiedano in gruppi circoscritti di neuroni o siano fortemente correlati alla
loro attivit un'affermazione forte (e in fin dei conti un po' azzardata) che pu (e deve!)
essere passibile di verifica sperimentale.67
Non finisce qui
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una enorme esplosione di interesse nei confronti delle
neuroscienze, tanto che apporre il prefisso neuro davanti al nome di molte discipline diventato
prassi diffusa. Ma fino a dove l'interesse per le neuroscienze corrisponde anche alla speranza che
esse possano portare a soluzioni definitive ove prima imperversavano le discussioni e i dubbi? La
mia opinione che i risultati delle neuroscienze siano un nuovo strumento che deve essere
seriamente tenuto in considerazione. Tuttavia, come anticipato nell'introduzione, ritengo che sia
molto ingenuo credere che i soli dati sperimentali possano risolvere direttamente la mole infinita di
problemi aperti che la scienza, la psicologia e la filosofia si trovano ad affrontare da decenni. La
ricerca sperimentale fondamentale perch pu portare nuova linfa alle discussioni, scuotere solide
certezze basate in realt su assunzioni ingiustificate, fornire esempi problematici. Tuttavia il lavoro
teorico di interpretazione di questi dati non affatto scontato: un conto sapere che cosa va
spiegato, un conto proporre un modo preciso di spiegarlo.
Le questioni sul libero arbitrio che continuano ad essere problematiche anche dopo la presente
66 E' doveroso precisare che alcune questioni (come l'accesso al contenuto semantico delle ragioni o la decodifica dei
corrispettivi neuronali di esse) anche in questa prospettiva resteranno probabilmente dei misteri.
67 Come anticipato, per l'ipotesi che l'isomorfismo fra stati mentali e stati cerebrali possa costituire una spiegazione
dei primi rimando a Gallagher (1997) e pi avanti al paragrafo Filosofia e neuroscienza cognitiva.

60

discussione a mio giudizio sono le seguenti:


Qualsiasi teoria del libero arbitrio deve cercare di rendere conto sia della nozione del senso
comune di libert (in particolare dell'esperienza soggettiva di essa, della sua
fenomenologia), sia delle evidenze sperimentali ricavate dalla ricerca delle neuroscienze. Se
le teorie proposte finora potranno ottenere prove a favore sar da valutare.
Gli esperimenti di cui abbiamo parlato, anche se hanno condotto a risultati interessanti e
molto significativi, sono accomunati da una caratteristica che andrebbe considerata
attentamente: in molti di essi infatti il compito richiesto al soggetto sperimentale di
prendere liberamente la decisione di agire, ma il modo in cui agire viene definito
rigidamente dallo sperimentatore. La libert del soggetto infatti consiste spesso nello
scegliere liberamente quando agire, oppure di decidere come agire scegliendo fra poche (a
volte solo due) differenti azioni alternative. Di conseguenza, posto che non vi siano altri vizi
nella struttura degli esperimenti, finora stato solamente possibile prevedere (con qualche
secondo di anticipo e con una percentuale massima del 60%) quando il soggetto avrebbe
effettuato l'azione richiesta dal compito, od al massimo prevedere quale fra le due azioni
alternative avrebbe deciso di compiere. Se sia effettivamente possibile una sorta di mind
reading che permetta di prevedere le azioni oltrech di vedere i pensieri di un individuo
tema pi complesso e molto lontano (per ora) dalla realizzabilit.68
La volont analizzata come concetto del senso comune risulta essere riducibile a due sensi
entrambi contraddittori e non soddisfacenti:
1. Volont inconscia: se identifichiamo la volont con i processi corticali che avvengono
prima della consapevolezza della decisione allora abbiamo una volont che non
appartiene al soggetto cosciente ma un meccanismo subpersonale del suo sistema
nervoso, quindi una volont che causa qualcosa senza che il soggetto abbia parte attiva e
cosciente nella catena causale: una volont inconscia un controsenso perch non pi
la volont di agire di un soggetto cosciente.69 Gallagher (1997) descrive un procedimento
simile come fallacia dell'intenzionalit fuoriposto: L'intenzionalizzazione dei processi
subpersonali pu essere considerata l'opposto del riduzionismo, ovvero, piuttosto di
68 Secondo un recente articolo di Scientific American Mind le tecniche di neuroimaging sono gi state utilizzate per
comunicare con pazienti completamente incapaci di comunicare nemmeno mediante movimenti minimi (per es. affetti
dalla sindrome locked-in) ma perfettamente coscienti. Queste tecniche tuttavia si basano solo sulla capacit mediante
fMRI di discriminare differenti stati di attivazione cerebrale, senza nessun legame con il contenuto mentale di questi
stati (Bor 2010, p. 54).
69 Una soluzione potrebbe essere considerare le decisioni non solo come consce o inconsce, ma in modo pi simile agli
stati disposizionali, come uno stato mentale non occorrente (per esempio una credenza). Sicuramente questa proposta
sembra abbastanza lontana dal concetto comune di volont. Tuttavia potrebbe avere una utilit pratica. Riguardo alla
decisione di agire ritengo sarebbe interessante valutare le possibili analogie fra l'ipotesi degli stati disposizionali e
alcune teorie pi scientificamente connotate come quella del presente ricordato di Gerald Edelman (1990, 2000).

61

ridurre l'intenzionale al subintenzionale, questa fallacia attribuisce indebitamente al


subintenzionale una connotazione intenzionale. (Gallagher 1997, p. 201).
2. Volont fantasma: se identifichiamo invece la volont col processo di decisione
cosciente che avviene dopo i processi cerebrali allora abbiamo una volont che non
libera, che non causa alcunch, che determinata, che un mero epifenomeno e segue
come un'ombra la scelta avvenuta gi a livello inconscio (e prevedibile
indipendentemente dalla coscienza del soggetto). Questa volont o non ha potere causale
o se ce l'ha perch segue necessariamente la decisione gi avvenuta a livello corticale,
quindi non libera ma determinata e pur essendo cosciente non gioca un ruolo nella
decisione ma viene solo informata di essa.
Le proposte analizzate precedentemente, secondo cui la volont cosciente avebbe un ruolo
non causale e di controllo (o meglio monitoraggio), sembrano trovare un modo di sfuggire
al dilemma che vede la volont non libera perch determinata o perch epifenomenica
rispetto ai processi cerebrali. La fortuna delle ultime ipotesi discusse, tuttavia, dovrebbe
essere sostenuta da maggiori esperimenti che riguardino ogni tipo di decisione e di
esperienza di libert rispetto alle azioni, oltrech da una maggiore indagine delle
correlazioni fra il ruolo della volont cos definito ed i vari fenomeni di
depersonalizzazione, derealizzazione o alterazione del senso dell'agency presenti nella
psicopatologia.
Libero arbitrio e monismo anomalo: serve unontologia demergenza!
Come abbiamo in parte gi visto, Donald Davidson nel 1970 propose alcune idee destinate a dare
vita ad una prospettiva filosofica organica e specifica nota come "monismo anomalo" (Davidson
1970). Secondo Davidson ogni evento mentale ha una spiegazione in termini causali, che li si
descriva mediante il linguaggio della fisica o della psicologia. Tuttavia, non esistono
generalizzazioni psicologiche n leggi psicofisiche che correlino stati mentali e stati fisici. La
descrizione in termini psicologici di un evento mentale non ammette una traduzione nel linguaggio
delle scienze dure, in particolare della fisica. Questo porta Davidson ad affermare l'anomalia del
mentale, cio l'impossibilit di trovare leggi psicofisiche (leggi ponte) che consentano di ridurre le
descrizioni del linguaggio psicologico a descrizioni del linguaggio fisico.
Ritengo che questa proposta sia molto acuta ed abbia il grande merito di mostrare che possibile
trovare una terza via fra il dualismo cartesiano (o delle sostanze) ed il riduzionismo materialistico.
Tuttavia, possibile che questa posizione non sia l'unica e nemmeno la pi conveniente. Per quanto
l'argomento presentato da Davidson nel 1970 sia valido e convincente, ritengo doveroso riflettere su
alcune questioni, specialmente dopo 40 anni dalla sua presentazione.
62

Innanzitutto nellargomento di Davidon vi sono due premesse non del tutto condivisibili: (1) che si
debbano salvare a tutti i costi le descrizioni psicologiche degli stati mentali, (2) che il problema sia
trattato nei termini delle descrizioni da una parte della psicologia e dall'altra della fisica. Riguardo a
(1), per quanto sia indiscutibile che l'aspetto soggettivo e fenomenico non pu essere negato o
semplicemente eliminato (come vorrebbero alcuni), questo non significa che le descrizioni
psicologiche, solo perch tengono maggiormente in conto questi resoconti soggettivi, siano
anch'esse dotate di una sacra ed intoccabile evidenza. Riguardo a (2) credo vi siano validi motivi
per procedere seguendo una gerarchia di livelli pi fine.
L'argomento di Davidson, inoltre, non si pronuncia su una questione che ritengo fondamentale e
cio sulla rispettiva verit delle descrizioni in gioco: rispetto a riportare una descrizione veridica,
queste due descrizioni sono del tutto equivalenti? Come sosterr pi avanti, a mio modo di vedere
abbiamo modo di credere che le descrizioni della fisica (e della scienza pi in generale) siano in
qualche modo pi vere (o semplicemente vere). Tuttavia bisogna ammettere che le descrizioni della
psicologia spesso riguardano propriet degli stati mentali che sembrano inspiegabili nel linguaggio
scientifico.
A tale proposito, ritengo che il progresso della scienza cognitiva abbia mostrato come non sia
semplice indagare i processi cognitivi con descrizioni puramente fisiche o puramente psicologiche.
Questo aspetto mi sembra emblematico e rivelativo nella misura in cui si stanno ottenendo ottimi
risultati nell'indagine dei processi cognitivi e delle loro basi cerebrali, si tratti anche solo di scoprire
correlazioni statistiche. Anche se non possibile pronunciarsi attualmente sulla direzione
intrapresa, ritengo che la situazione attuale potrebbe far riflettere su un ulteriore punto debole della
prospettiva davidsoniana. Il monismo anomalo pu essere una solida posizione nel dibattito in
Filosofia della mente, ma sembra una pessima base per qualsiasi programma di ricerca. Sia che si
voglia proseguire l'indagine neuroscientifica per tentare di tradurre il pi possibile i termini
psicologici in termini neuroscientifici, sia che si vogliano indagare gli aspetti fenomenici correlati ai
processi cerebrali studiati dalle neuroscienze, il monismo anomalo sembra suggerire che non valga
la pena investire nella ricerca. Torner fra breve sul rapporto tra fenomenologia e (neuro)scienza
cognitiva, per ora mi limito a dire che Davidson, a mio modo di vedere, propone una risposta
definitiva che non ammette revisioni sul fatto che esistono due modi di descrivere i fenomeni
mentali destinati a rimanere separati.
Come ho anticipato, uno dei pregi del monismo anomalo trovare una terza via fra il dualismo delle
sostanze ed il riduzionismo materialista sostenendo una forma di dualismo epistemologico (delle
descrizioni). Come ho affermato, tuttavia, la separazione netta e incolmabile dei due piani
descrittivi identificati un punto critico su cui si dovrebbero avere delle riserve. In ultima analisi,
rifiutare il monismo anomalo potrebbe non voler dire ricadere nel dualismo cartesiano o nel
63

riduzioniamo pi estremo (come l'eliminativismo dei Churchland). La mia opinione che sia
possibile gettare uno sguardo al nucleo del problema qui discusso per poi cercare una soluzione
almeno provvisoria che costituisca nel contempo una possibile risposta ed una buona base per la
ricerca. La mia proposta prende le mosse da un concetto che negli ultimi anni ha acquisito grande
importanza nel dibattito, il concetto di complessit. Negli ultimi decenni del '900 la complessit
stata variamente definita come ci che caratterizza sistemi dinamici che esibiscono comportamenti
non-lineari. In relazione alla complessit si affermato anche l'uso del concetto di propriet
emergenti, al fine di definire propriet di un insieme complesso che non sono direttamente
spiegabili nei termini degli elementi del sistema. Le novit introdotte dalla teoria della
complessit potrebbero offrire suggestioni interessanti in questa sede: ampiamente discussa,
infatti, l'importanza della gerarchia di livelli in relazione alla possibilit di riduzione delle propriet
emergenti. Questa stessa importanza della gerarchia ha fatto s che attualmente una discussione
come quella di Davidson (sulla possibilit di ricondurre leggi psicologiche a leggi fisiche) sembri
qualcosa di insensato. Le propriet emergenti pi interessanti per la nostra discussione riguardano
gli organismi biologici e i sistemi intelligenti. Una prima proposta potrebbe quindi essere muoversi
con cautela nella gerarchia dei livelli ed indagare le relazioni fra descrizioni psicologiche e
descrizioni di un livello solo inferiori come quelle psicobiologiche (neurobiologiche e
neurofisiologiche). Com' noto infatti, se l'intelligenza e la cognizione sono fenomeni emergenti,
allora ad un livello appena inferiore a quello della psicologia potrebbero essere in qualche maniera
visibili ed individuabili ma gi inspiegabili, a livelli inferiori sarebbero invece invisibili oltrech
inspiegabili. Il livello fisico attualmente viene considerato il livello pi fondamentale, dunque
queste conseguenze raggiungerebbero un grado estremo.
In sintesi, rispetto alla posizione di Davidon le mie idee sono le seguenti: le descrizioni psicologiche
e scientifiche (oltrech fisiche) dovrebbero avere pretese differenti rispetto alla loro verit; il
monismo anomalo pu essere una posizione filosofica solida, ma non sembra una buona base per un
programma di ricerca; la ricerca di leggi ponte (o semplici correlazioni in una versiona indebolita)
pu tentarsi non gi confrontando descrizioni psicologiche e fisiche, ma rispettando una gerarchia
pi fine che vede un abisso gi fra il piano della psicologia e quello delle neuroscienze; possibile
che la teoria della complessit costituisca un buon orizzonte teorico per trattare la mente come una
propriet emergente.
Per trarre una conclusione parziale riguardo al monismo anomalo, ritengo che non sia pi molto
adeguato discutere se esistano due descrizione separate ed inconciliabili (psicologiche e fisiche) di
una stessa classe di fenomeni. Bisogna riflettere sul fatto che ritroviamo propriet che uno stesso
insieme di elementi sembra esibire quando si passa all'analisi di livelli differenti. Concentrandosi su
questo aspetto si potrebbe infatti ritenere che la coscienza, l'intelligenza e la cognizione, siano da
64

annoverare fra molte altre propriet emergenti che si ritrovano a livelli differenti e possono essere
descritte da linguaggi diversi: in fisica, in biologia, in meteorologia, in economia, in sociologia e in
scienza cognitiva. La mia opinione che questo modo di presentare la questione non sia solo una
ridefinizione del problema secondo termini differenti. Il monismo anomalo ha costituito una
posizione filosofica interessante, tuttavia devessere superato mediante la definizione di un
orizzonte teorico pi ampio: la teoria della complessit potrebbe costituire una base proficua per la
ricerca scientifica, se opportunamente corredata da una buona riflessione filosofica sullo statuto
delle propriet emergenti (una ontologia dellemergenza).
Ontologia e libero arbitrio
Ma alla fine, la libert esiste? Il libero arbitrio c' o non c'? E' qualcosa di reale, un'illusione, o
semplicemente non esiste? Queste domande spalancano un universo di discorso che va dalle
discussioni ontologiche e metafisiche contemporanee al dibattito in filosofia della mente (sul
rapporto mente-corpo, sulla possibilit del riduzionismo, sulla necessit di eliminare alcuni concetti
della psicologia del senso comune, ecc.). Personalmente io ritengo che si possa dare una risposta.
La libert c', reale, noi siamo liberi di agire e alcune nostre azioni sono libere. Il punto
importante stabilire in che senso ci accade. Il rischio di ritenere che esistano due mondi
separati, quello delle scelte libere e coscienti e quello dei processi cerebrali ciechi e meccanici che
sottostanno a tali scelte. Esiste un senso in cui questi due piani apparentemente distinti sono una e
una stessa cosa. L'ontologia un terreno pericoloso, solo acuti filosofi e pensatori vi si possono
avventurare e per questa ragione io eviter di proporre un'idea chiara e precisa in merito
all'ontologia del libero arbitrio. Tuttavia, ritengo che il problema sia molto simile ad altri che si
incontrano spesso nei dibattiti filosofici affini. Da un lato si potrebbe sostenere che la visione del
senso comune degli oggetti completamente sbagliata: i tavoli, le sedie e i gatti sono composti di
minuscole particelle fisiche e quella l'unica verit a proposito di questi oggetti, tutto il resto una
descrizione errata. Dall'altro si potrebbe invece dire che i gatti e le sedie, cos come il colore rosso e
il mal di denti, sono s oggetti fisici (o riducibili in ultima istanza ad oggetti fisici), tuttavia esiste un
piano di descrizione di tali oggetti alternativo e altrettanto giustificato perch irriducibile al primo.
Vorrei riprendere la questione nei termini usati da due esperti in materia: Roberto Casati ed Achille
Varzi. Essi si chiedono infatti: il mondo del senso comune, rispetto al mondo della scienza,
davvero un altro mondo? La risposta da loro proposta no. L'argomentazione che giustifica questa
risposta pone le proprie basi sulla distinzione in filosofia del linguaggio fra l'uso attributivo rispetto
all'uso referenziale di una descrizione: Luso referenziale quello in cui si parla di una cosa; luso
attributivo quello in cui si caratterizza la cosa, si dice come essa . Il punto interessante che si
pu parlare di una cosa anche senza caratterizzarla correttamente. (Casati, Varzi 2002). Per citare
65

un esempio, un bambino sul ponte di una nave pu gridare guardate: un pesce enorme! e far s
che tutti i presenti rivolgano lo sguardo al delfino che nuota l vicino, nonostante i delfini non siano
affatto dei pesci: la descrizione del tutto inadeguata sul piano attributivo, tuttavia efficace sul
piano referenziale. Con le parole degli autori: Ne segue che non c bisogno di pensare che
esistano dei livelli di realt. Non stiamo dicendo che abbiamo un argomento finale per asserire che
non esistono livelli di realt. Ci limitiamo a dire che, salvo argomento valido favorevole a tale
molteplicit di livelli, non abbiamo alcun bisogno di postularne lesistenza. Se si preferisce, quanto
abbiamo appena sostenuto non esce dallordine delle possibilit. Finora abbiamo mostrato soltanto
che possibile che una teoria sia usata in modo referenziale e non in modo attributivo (anche se
nella mente di chi adotta la teoria luso pu apparire attributivo: colui che dice [ho visto un pesce]
pu credere che si tratti veramente di [un pesce e non di un mammifero], ecc.). (Casati, Varzi
2002, p. 28). Cos, prendendo spunto da questa prospettiva, la teoria del libero arbitrio sarebbe da
considerarsi una teoria dell'illusione70, che descrive s un qualche tipo di meccanismo cerebrale che
a livello cognitivo produce una particolare sensazione, ma che tuttavia non descrive nulla che
appartenga ad un piano di realt differente da quello, in ultima analisi, della neurobiologia. Per dirla
con Metzinger: Vista da una prospettiva scientifica e in terza persona, la nostra esperienza interna
di una forte autonomia assomiglier sempre pi a ci che sempre stata: nulla pi che
un'apparenza. Allo stesso tempo, finiremo per imparare ad ammirare l'eleganza e la forza con cui la
natura costruisce dentro il tunnel della realt solo quelle cose che l'organismo ha bisogno di
conoscere, invece di inondarlo di informazioni sui meccanismi del cervello. Arriveremo a vedere
l'esperienza soggettiva del libero arbitrio com un ingegnoso strumento neurocomputazionale. Non
solo crea un'interfaccia utente interna che permette all'organismo di controllare e di adattare il suo
comportamento, ma anche una condizione necessaria per l'interazione sociale e l'evoluzione
culturale. (Metzinger 2010, pp. 149-150).
C' una ragione fondamentale per cui questa sensazione esiste. Questo uso attributivo ben radicato
nella pratica con cui gli individui descrivono le proprie azioni, ma anche nelle credenze che nutrono
su di esse (cio nel concetto di libert ingenua, si potrebbe dire). Il motivo , come spesso accade,
che una descrizione imprecisa molto utile per orientarsi nell'ambiente, per interpretare gli eventi,
per giustificare le azioni degli altri ed anche le proprie.71
70 Nonostante le critiche di verificazionismo trovo particolarmente interessante la questione posta inizialmente da
Alan Turing rispetto ai criteri con cui attribuire una mente ad un ipotetico programma di IA. Egli propose come criterio
la sola condizione di superare il famoso gioco dell'imitazione (Turing 1950). Una famosa obiezione a questa proposta
il noto esperimento mentale della Stanza cinese proposto da John Searle (1980). Riportando l'idea di Turing in
questa sede potremmo chiederci: se un IA sostenesse di agire liberamente (e di sentire di essere libera) e noi non
avessimo indizi sufficienti a considerarne il funzionamento strettamente determinato, le attribuiremmo il libero arbitrio?
E se non fosse un'IA, ma un'intelligenza umana a sostenerlo? (Per quest'ultima questione rimando all'ipotesi
dell'illusione dell'utente in Dennett 1991).
71 La ragione dell'utilit dell'uso referenziale di una descrizione errata, in fin dei conti, pu essere considerata come
una versione pi debole delle teorie che ne affermano l'utilit rispetto al meccanismo di evoluzione per selezione (per

66

Filosofia e neuroscienza cognitiva


Nel corso di questa trattazione mi sono spesso riferito all'ambito di ricerca che ha condotto gli
esperimenti di cui ho parlato come alla (neuro)scienza cognitiva. Per il termine scienze cognitive,
comunemente usato al plurale, Diego Marconi (2001) ha sostenuto che la forma singolare sarebbe
pi adatta per sottolineare che la scienza cognitiva un unico programma di ricerca che orienta il
lavoro di diverse discipline. Sono abbastanza convinto che l'uso singolare sia pi opportuno, perci
possibile che la stessa obiezione possa valere anche per la pi recente neuroscienza cognitiva.
Forse essa vale in modo persino maggiore: oltre a specificare che la cognizione l'oggetto di studio
di questo programma di ricerca, la neuroscienza cognitiva specifica anche che gli strumenti preferiti
per tale ricerca le neuroscienze sono da considerarsi uno strumento privilegiato
In che senso allora si pu porre la domanda sul rapporto fra filosofia e neuroscienza cognitiva? Al
termine di questa trattazione credo che, fra i molti sensi, uno sia emerso con vigore: qual il
rapporto fra le spiegazioni in prima ed in terza persona?72 Questa domanda oggi attuale nella
misura in cui viene ripresa all'interno di un dibattito che coinvolge prospettive filosofiche differenti.
Un esempio che desidero citare il modo di porre la questione di Shaun Gallagher (1997)
nell'analizzare le intersezioni fra fenomenologia e scienza cognitiva. In alcuni esperimenti di cui
abbiamo parlato, il nodo problematico spesso il confronto fra la descrizione di ci che avviene a
livello neurofisiologico (cio subpersonale) e ci che avviene a livello cosciente (in senso
fenomenologico ci che il soggetto descrive di provare, sentire, fare). Un caso emblematico
l'esperimento sul ritardo temporale nella consapevolezza di uno stimolo sensoriale condotto da
Benjamin Libet (cfr. Cap. 2.2).
La questione del rapporto fra fenomenologia e (neuro)scienza cognitiva pu essere considerata,
credo, innanzitutto rispetto al quesito fondamentale su quale tipo di teoria risulterebbe soddisfacente
ed esplicativa nel conciliare gli ambiti del mentale e del fisico. Gallagher (1997) discute se sia
necessario ipotizzare una relazione di isomorfismo fra stati intenzionali e stati cerebrali affinch si
possa dire di aver spiegato i primi. Questa ipotesi, altres nota come identit psiconeurale, non
per necessaria. Secondo Gallagher infatti: (...) se cerchiamo spiegazioni della coscienza e della
cognizione a livello subpersonale, dobbiamo iniziare con una descrizione precisa di ci che
vogliamo spiegare cosicch possiamo riconoscere se una spiegazione soddisfacente. Questa
richiesta non pone costrizioni forti e limitanti sul tipo di meccanismo subpersonale, non richiede
che il livello subpersonale rispecchi quello intenzionale e se accade che un processo subpersonale
isomorfo alla struttura dell'esperienza intenzionale, questo fatto non viene confuso per una
es. in Dennett l'utilit dell'atteggiamento intenzionale ai fini di un vantaggio evolutivo).
72 Per certi aspetti una domanda equivalente sarebbe: come dobbiamo trattare le propriet illusorie (cio quelle che
compaiono nelle descrizioni fenomenologiche, posto che si accetti l'idea della teoria dell'illusione), rispetto alla
descrizione scientifica del mondo (la realt che sta dietro all'illusione)?

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spiegazione. (Gallagher 1997, p. 206). La conclusione parziale proposta quindi che non
necessario considerare l'isomorfismo come condizione necessaria per una spiegazione. Tuttavia ad
alcuni potrebbe sembrare che rinunciare all'isomorfismo significhi automaticamente distinguere due
piani (anche solo in senso epistemico) e renderli incomunicabili: la fenomenologia relegata alle
spiegazioni in prima persona, la scienza invece deve fondarsi su rigorose spiegazioni in terza
persona. In realt appare chiaro anche in una prospettiva non fenomenologica (ma semplicemente
realista e disillusa) che, rispetto ai processi cognitivi, nemmeno le descrizioni scientifiche in terza
persona sono interamente libere da elementi fenomenologici73. Inoltre, possibile che il problema
del confronto fra la prospettiva fenomenologica e quella scientifica (o pi semplicemente
dell'integrazione fra la prospettiva del soggetto e i dati scientifici) esista a causa del fatto che si sa
ancora molto poco su come il punto di vista del soggetto sopravviene, emerge, o coincide con le
caratteristiche strutturali e funzionali del substrato neurobiologico. Ritengo che potrebbero rivelarsi
molto utili le ricerche che mirano a colmare questa distanza considerando innanzitutto i rapporti fra
la mente (nel suo essere incorporata) e suoi legami con l'ambiente ed in secondo luogo riflettendo
sulla storia evolutiva che anche la componente fenomenica della coscienza deve avere.74

73 L'intuizione dell'ermeneutica sostenuta da Heidegger e altri che le spiegazioni in terza persona sono
inevitabilmente caratterizzate dai progetti in prima persona e dagli effetti storici. (Gallagher 1997, p. 208).
74 Alcuni esempi di queste prospettive di ricerca potrebbero essere: la cognizione situata; il modello della mente estesa
(Clark 2003; Di Francesco 2004); il darwinismo neurale e l'IA basata su processi selettivi di Gerald Edelman (Edelman
1987; Edelman, Tononi 2000); le ipotesi sulla coscienza in termini di complessit ed informazione integrata e sulla
naturalizzazione dei qualia di Giulio Tononi (Tononi 2003).

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Ringraziamenti
Ringrazio innanzitutto il prof. Alberto Voltolini per avermi seguito durante un'intera estate di lavoro
e per avermi accompagnato nellultima parte (la pi importante) di questa tappa della mia
formazione. Ringrazio, inoltre, la mia intera famiglia per il supporto (economico e psicologico) e
per il rispetto assoluto delle mie scelte. Un ringraziamento speciale va a tutti i miei compagni di
universit (che sono stati anche compagni di viaggio e di vita): grazie a loro mi sono appassionato,
ho conosciuto cose nuove ed ho conosciuto me stesso. L'universit per me fatta di libri e di
persone: entrambi si possono amare e da entrambi c' molto da imparare.

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