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Se l’islam chiede di entrare in parrocchia

Andrea Pacini, Vita pastorale 6/2003, 16-17.

La presenza sempre più consistente in Italia di popolazione che professa una religione non
cristiana come l'islam, l'induismo, il buddismo e il sikhismo, riguarda anche la pastorale della
Chiesa cattolica. Abbiamo già considerato in queste pagine la problematica relativa ai matrimoni
misti, particolarmente complessa nel caso di unioni con coniugi appartenenti all'islam, per le
conseguenze giuridiche sul piano del diritto civile vigente nei Paesi musulmani e del diritto
religioso islamico.

Vi sono tuttavia anche altri aspetti che possono coinvolgere non tanto e non solo la pastorale
specialistica - ossia quella attuata dai centri di dialogo interreligioso o dagli enti deputati alla
pastorale dei migranti nelle varie diocesi -, quanto le comuni parrocchie, che costituiscono il
referente ecclesiale più immediato e normale sul territorio. La presenza ormai alquanto diffusa
nelle città e nei paesi d'Italia di popolazione non cristiana può, in effetti, dare origine all'istituzione
di relazioni tra alcuni dei loro membri e le parrocchie, sicché queste ultime cominciano a trovarsi di
fronte a richieste precise e a situazioni finora inedite per la pastorale ordinaria.

Una di queste richieste può essere di collaborare con la comunità appartenente a una delle grandi
religioni tradizionali per offrire uno spazio per il culto religioso di quella specifica comunità. Questo
tipo di richiesta presume grande cautela da parte dei responsabili parrocchiali e la risposta da
offrire, sia pure con gentilezza e carità, è quella negativa. Una prospettiva di dialogo interreligioso
corretto richiede infatti di evitare nel modo più assoluto ogni iniziativa che possa ingenerare il
sospetto o dinamiche effettive di síncretismo.

Il dialogo, infatti, perché sia proficuo, richiede un radicamento trasparente nella propria identità
religiosa: bisogna dunque evitare da parte cattolica l'arroccamento chiuso ai rapporti con le
comunità o i membri appartenenti ad altre religioni, ma bisogna, con altrettanta cura, non cedere
alla tentazione di rapporti superficiali. Mantenere in modo trasparente e dialogico la propria
identità di fede per farsi partner nel dialogo, richiede che i luoghi di culto e gli spazi pastorali di
ogni religione siano distinti in modo specifico e senza indurre a confusioni.

Di conseguenza è bene che le parrocchie cattoliche non prestino per usi cultuali non cristiani i
locali adibiti a uso pastorale né tanto meno le chiese o le cappelle. Naturalmente ben diverso è il
discorso se analoga richiesta viene da comunità cristiane non cattoliche - ortodosse o protestanti
-con le quali collaborare è non solo lecito, ma altamente auspicabile, come segno di ecumenismo
vissuto nel concreto.

Tale comportamento riguardante eventuali richieste di spazi cultuali diventa particolarmente


importante nel caso provenga da fedeli musulmani. Infatti per il diritto e la visione religiosa
islamica, lo spazio in cui prega la comunità musulmana diviene automaticamente di sua esclusiva
pertinenza e possesso. Inoltre una risposta positiva rischia di venire letta come un atto di
debolezza da parte dei cristiani e come un'evidente affermazione e prova della superiorità
dell'islam sulle altre religioni.

Mi sembra importante anche precisare che nel caso si offra l'uso di sale in occasione di
manifestazioni culturali o di altro tipo, non bisogna in alcun modo nascondere il loro carattere
"cristiano", che rivela l'uso principale cui i locali sono ordinariamente finalizzati e che trova
normalmente espressione nella presenza di immagini sacre o comunque legate alla sensibilità
cristiana. Togliere per l'occasione il crocifisso con il pretesto di non urtare la sensibilità altrui
-com'è già avvenuto in alcuni casi - è un atto assolutamente da evitare. Il dialogo infatti implica la
conoscenza, il rispetto e l'accettazione dei simboli religiosi altrui, non la soppressione, che
risulterebbe assai strana agli occhi di chi è ospite, soprattutto se operata in casa propria.

Un altro modo ormai piuttosto frequente attraverso il quale i membri delle altre religioni entrano in
contatto con le parrocchie e con la loro attività pastorale è poi collegato agli oratori e alle iniziative
per la pastorale dei bambini e degli adolescenti, soprattutto nei mesi estivi, quando in molte
diocesi italiane viene attivata “l’estate ragazzi" o si organizzano campi scuola ed escursioni. E
questa certamente una prospettiva pastorale nuova, che richiede riflessione e valutazione delle
esperienze in corso, su cui non si possono dare indicazioni univoche.

Certamente l'accoglienza di bambini e ragazzi non cristiani negli oratori è da considerare in modo
positivo. Può essere infatti l'occasione preziosa di socializzarli ai valori cristiani che costituiscono
la matrice e il referente etico-culturale più diffuso nella nostra società in cui essi si stanno
inserendo. Accanto alla maturazione umana che la pastorale degli oratori favorisce, i bambini e i
giovani non cristiani possono avere tramite essa una conoscenza diretta non solo del
cristianesimo, ma anche dell’ambiente cristiano concreto. Naturalmente non si potrà loro
richiedere come obbligo di partecipare ai momenti di preghiera cristiana, e si dovrà avere
l'avvertenza di rispettare alcune pratiche proprie delle loro religioni: ad esempio evitare di offrire
carne suina ai bambini musulmani.

Non ci si può tuttavia nascondere che per gestire in termini positivi la presenza di bambini e,
soprattutto, di giovani non cristiani in strutture parrocchiali, occorre curare che la loro percentuale
numerica non superi una certa soglia rispetto alla popolazione giovanile che frequenta il singolo
oratorio, pena, altrimenti, lo snaturamento della stessa identità e finalità religiosa della struttura
pastorale cattolica, e il probabile sviluppo di tensioni nel gruppo. Un numero eccessivo di presenze
non cristiane - che dunque solo in parte condividono le finalità della struttura che pur frequentano -
può anche condurre ad acuire i già normali problemi di gestione: è quanto si è sperimentato a
Torino in qualche oratorio situato in quartieri ad alta concentrazione di immigrati, dove proprio
l'elevato numero di giovani maghrebini ha finito per rendere ingestibile la struttura, annullandone la
finalità e la portata pastorale, anche solo sul piano della promozione della maturità umana. L'età
dei giovani in questione, la loro percentuale numerica, il loro livello di integrazione e di maturità
umana personale sono tutte variabili che incidono e che devono essere tenute in conto per
promuovere un'azione pastorale efficace, sia nei confronti di chi si accosta per la prima volta al
mondo cattolico, sia nell'insieme della popolazione giovanile cattolica che già frequenta l'oratorio.

È questa una prospettiva pastorale che in molte aree italiane può sembrare ancora lontana,
mentre per altre appartiene già all'attualità: per l'insieme della Chiesa italiana è certamente una
sfida da accogliere e su cui riflettere, e che sempre più si presenta come una realtà del futuro
ormai prossimo.