Sei sulla pagina 1di 452

--

CARLO CATTANEO

SCRITTI STORICI
E GEOGRAFICI
A C U R A DI

GAETANO SALVEMINI e ERNESTO SESTAN

VOLUMEI

FIRENZE
FELICE LE MONNIER

- . ...
I

i
I
'i
SCRITTI S T O R I C I
E GEOGRAFICI
A CURA DI
GAETANO SALVEMINI e ERNESTO SESTAN

VOLUME PRIMO

FIRENZE
FELICE LE MONNIER
1957
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

N° 1458
AVVERTENZA
A dar ragione, compiutamente, del contenuto
di questi quattro volumi, avremmo dovuto in-
titolarli : Scritti storici, geografici, etnografici, an-
tropologici; e, forse, non sarebbe bastato. Ci
siamo spaventati ;e abbiamo preferito accon-
tentarci del titolo più breve, che è quello che è.
Chi ha appena un po’ di conoscenza della sva-
riatissima produzione del Cattaneo, nei campi
più disparati dello scibile, dalla storia alla po-
litica, dalla filosofia alle scienze della natura,
dalla linguistica all’economia e alla tecnica, sa
quanto spesso sia difficile incasellare i suoi
scritti in questo o quell’altro dei generi tradi-
zionali. I1 Cattaneo stesso aveva piena consa-
pevolezza di questo suo estroso evadere dagli
schemi soliti, che gli veniva dalla sue straordi-
naria facoltà di ricondurre a un nodo centrale
idee e nozioni appartenenti ai campi più lontani
della conoscenza. Che cosa è il celebre scritto
su L e interdizioni israelitiche? un saggio di
storia, di economia, di .diritto? I1 Cattaneo lo
disse « scritto istorico » (cfr. la prefazione al
II volume di Alcuni scritti, p. XXVI, qui ripub-
blicata nel II volume, p. 121, sotto il titolo
cattaneano, di Frammenti d'isteria universale).
VIII AVVERTENZA

Ma poi lo ripubblicò non in questo volume di


Alcuni scritti, dedicato agli scritti storici, ma
fra le Memorie d i economia pubblica. E fino a
qual punto è catalogabile in un genere preciso
lo scritto Dell’economia nazionale d i Federico
List, dal Cattaneo stesso ripubblicato prima fra
gli scritti di « Filosofia civile », poi fra le Me-
morie d i economia pubblica? Col suo senso sto-
rico potente, il senso, cioè, del mutevole e del
relativo nel corso de’ tempi, il Cattaneo non
fa un taglio netto fra mondo della natura e
mondo dell’uomo; poichè l’una e l’altro sono
soggetti all’eterna vicenda del tempo, rientrano
l’una e l’altro nel mondo della storia. Valga
l’esempio dello scritto mirabile, qui ripubblicato
per la prima voltai, su L e rivoluzioni del mare.
Questo carattere particolare degli scritti di
Cattaneo, sfuggente spesso a una precisa cata-
logazione, è il motivo per cui qui, fra gli scritti
storici e geografici, non sono ospitati alcuni
scritti che avrebbero avuto piena ragione per
trovarcisi (come il geniale abbozzo giovanile
« Della influenza delle invasioni dei barbari
sulla favella italica »), ma che sono già, stati
pubblicati fra gli scritti letterari di questa rac-
colta delle opere di Cattaneo.
Nei quattro volumi che presentiamo, di scrit-
ti inediti veri e propri non ce ne sono: una ri-
cerca accurata fra le carte Cattaneo conservate
a Milano, nelle Raccolte storiche del Comune, ci
ha fatto certi che non c’è nulla di inedito che
interessi quest’ordine di scritti e che metta
conto di essere pubblicato. Ma fra la quaran-
AVVERTENZA IX

tina circa di scritti raccolti in questi quattro


volumi, poco meno che la metà s i possono dire
quasi inediti, perchè nessuno li aveva più ri-
pubblicati togliendoli dalle riviste in cui videro
per la prima volta la luce. Nè vi sono raccolti
tutti gli scritti storici, geografici, ecc. Soprattutto
dalla spesso anonima collaborazione del Catta-
neo agli Annali universali di statistica altro si
sarebbe potuto raccogliere; ma sono scritti in-
formativi, per lo più molto brevi e di scarsa o
punta importanza. Ne abbiamo ripubblicati al-
cuni, più che altro exempli gratia. Per chi ne
voglia l’elenco completo, c’è l’accuratissima bi-
bliografia di Alessandro Levi, in appendice al
suo pregevole volume Il positivismo politico d i
Carlo Cattaneo, Bari, Laterza, 1928.
Gli scritti sono stati disposti secondo l’ordine
cronologico della loro prima pubblicazione; ciò
che non vuol dire che qui si pubblichino tutti
nella loro prima veste. Al contrario, tutti gli
scritti che il Cattaneo rivide e ripubblicò nel
1846 nel II volume di Alcuni scritti sono stati
qui riprodotti (e sono i numeri VII, VIII,
IX, X, e X I di questo I volume e il II del
volume 11) secondo il testo di quest’ultima
raccolta, la quale rappresenta la veste che il
Cattaneo volle dare loro definitivamente e che
non di rado si discosta non poco da quella che
ebbero nella loro prima pubblicazione nel « Po-
litecnico » o in altri periodici. Se non avessimo
temuto di superare la mole già considerevole di
quattro volumi, avremmo voluto indicare a piè
di pagina le numerosissime varianti fra la prima
X AVVERTENZA

veste e quella definitiva; e non sarebbe stato


lavoro inutile. Ma abbiamo dovuto rinunziarvi,
lasciando questo lavoro agli studiosi futuri del
Cattaneo, specialmente agli studiosi del lin-
guaggio letterario suo. Anche per gli scritti già
ripubblicati (e taluni già, più volte ripubblicati)
la collazione con le edizioni originali ci ha per-
messo di aggiungere qualche pagina finora
omessa: così per le Notizie naturali e civili su
la Lombardia come per le Considerazioni sulle
cose d’Italia nel 1848.
L’ordine cronologico nella ripubblicazione
degli scritti è stato violato nel volume IV: i
due scritti che lo compongono, le due redazioni,
la francese e la italiana, della Insurrezione di
Milano nel 1848, avrebbero dovuto trovar luogo
nel vol. II, p. 123 e segg., subito dopo i Fram-
menti d’istoria universale ;e precisamente, pri-
ma la redazione francese e poi quella italiana.
Ma qui ci siamo dovuti arrendere a ragioni
d’ordine editoriale. Poichè era ben stabilito che
questi due scritti storico-polemici del Cattaneo,
non affatto l’uno ripetizione dell’altro, non po-
tevano mancare in una raccolta dei suoi scritti
storici, ci siamo trovati davanti al fatto che la
redazione italiana della Insurrezione era già
stata pubblicata, separatamente, nel 1948, a
cura dello stesso Comitato italo-svizzero, che
provvede a questa raccolta di tutte le opere di
Cattaneo. Del volume erano giacenti presso
l’Editore un numero notevole di copie. È parso
al Comitato italo-svizzero e all’Editore e, con
qualche iniziale riluttanza, anche a noi, che
AVVERTENZA XI

convenisse utilizzare le copie disponibili di que-


sto volume, aggiungendovi in coda, con nume-
razione continuata di pagine, la redazione fran-
cese della Insurrezione. Di qui l’anomalia che
salterà subito agli occhi a chi anche soltanto
sfogli questo quarto volume: la redazione ita-
lima della Insurrezione è fornita di note espli-
cative, che mancano, invece, negli altri volumi.
Per dare ad ognuno il suo, dobbiamo dire che
il testo di questa parte del I V volume è quello
stesso, si capisce, trapiantato pari pari, dalla
ristampa ora ricordata del 1948, procurata, con
note aggiunte e appendici, qui non riprodotte,
dalla sicura dottrina di Norberto Bobbio, e che
le sobrie note a quel testo sono state redatte
- come avvertiva Alessandro Levi, nella ristam-
pa del 1948, p. VII - da Alessandro Visconti,
Leopoldo Marchetti e dal giovane Maurizio
Mattioli.
Un’ultima avvertenza sulla grafia adottata.
noto che il Cattaneo si era lasciato prendere
da una bizzarra grafia, su base etimologica la-
tina, non su base fonetica; e là dove potè fare
di testa sua, cioè nella sua rivista « I1 Politec-
nico e nei volumi da lui curati, applicò inte-
gralmente o quasi, questa sua grafia a base di
aqua per acqua, di abondante per abbondante,
di fugire per fuggire, ecc. La cosa turba gli
occhi di noi lettori moderni; e perciò, ci sia-
mo presi la libertà di ridurre tutto alla grafia
moderna corrente, tanto più che è quella che
il Cattaneo dovè lasciar correre quando non
pubblicava in riviste o volumi suoi (così, per
esempio, nella, collaborazione alla « Rivista
europea» e al «Crepuscolo»), ma che è anche
quella che molte volte gli scappa d i mano (a
lui o al proto) anche negli scritti suoi più vigi-
lati; e si potrebbe darne numerose prove.
Tutte le note dei tre primi volumi (della
configurazione particolare del IV abbiamo det-
to) sono del Cattaneo, tranne quelle, puramente
bibliografiche, all’inizio di ogni scritto, e quelle
contrassegnate dalla sigla N. d. E.
GAETANOSALVEMINI
ERNESTO
SESTAN.
SCRITTI STORICI
I

I. CATTANEO. Scritti storici. I.


I.
Giuseppe D’Amato di Napoli.*

I1 giornale della Società Asiatica di Calcutta


contiene una notizia su questo ingegnoso e bene-
merito vecchio, estratta da una lettera del Mag-
gior H. Burney, inviato britannico alla corte dei
Birmani, in data di Ava, 9 aprile 1832. Noi la ri-
portiamo sì perchè piena di pregevoli notizie; sì
perchè di raro avviene che la scortesia degli stra-
nieri consenta la debita lode alla virtù degli I t a -
liani; sì finalmente perchè ci par troppo giusto
che la patria apprezzi un uomo che rese in lon-
tane regioni amato e venerato il suo nome. Ecco
la lettera dell’inviato britannico quasi per intero :
( ( M i duole il dirvi che il buon prete italiano
morì la scorsa settimana a Moun-lha, uno dei ca-
sali cattolici sul fiume Mû, presso Dibayen circa
trenta miglia a nord ouest di questa città. È un
peccato che qualche notizia sulla vita di quest’umi-
le apostolo non si possa presentare al mondo in-
civilito. Egli era da Napoli e qui presso questi

1 Pubblicato, con la sigla C., nel ((Bollettino di no-


tizie statistiche ed economiche italiane e straniere », lu-
glio 1833, pp. 313-316,annesso agli « Annali universali di
statistica » (Milano). C’è poco del Cattaneo; ma si ri.
pubblica come saggio di sua traduzione e dei suoi inte-
ressi in quegli anni.
4 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

suoi popolani che intendono solamente il Birmano


e il gergo indo-portoghese, era conosciuto pel
nome di Padre Don Jose. F u destinato a questa
chiesa col suo compagno Luigi Grondona nel 1783
dopo la pace di Versailles, e giunse per la via
d’Inghilterra nel seguente anno. Sopraggiunte le
guerre della rivoluzione essi rimasero per più di
anni trenta abbandonati a sè stessi ed alla benefi-
cenza dei loro popolani, t u t t i assai poveri. Eser-
citavano ambedue la medicina e la chirurgia, e
meglio il Grondona,, del quale fecero onorevole
menzione il Colonnello Symes nella sua seconda
missione del 1803, e il Capitano Canning in varie
congiunture. I1 Grondona morì nove anni sono.
« I1 D’Amato risedeva solitamente nel mezzo
delle sue genti che tengono cinque paeselli del di-
stretto di Dibayen discosti fra loro dalle quattro
miglia alle dieci, e sono:
Moun-lha che conta 25 fuochi
Khyoung-ho » 15 »
Khyan-ta-ruwa » 100
Khiungû » 15
Nga-bec » 20 »

Totale 175
che dicesi facciano all’incirca 960 anime. La più
parte degli abitanti erano cattolici, ma molti di-
sertarono negli ultimi anni, come D’Amato meco
si lagnava.
«V’è inoltre un altro casale, con 40 ovvero
50 abitanti, posto rasente le mura occidentali di
questa città presso la residenza britannica e detto
Mengalagure. V’è nel centro una cappella e una
casa parocchiale, e il D’Amato la visitava sul finir
d’ogni anno, ed in t a l occasione io lo presi a co-
noscere nel 1830.
GIUSEPPE D’AMATO DI NAPOLI 5
« Aveva egli allora 73 anni, e mi fe’ meraviglia
il vedere quanto vivide in lui fossero le rimem-
branze della sua patria. Egli mi descrisse Napoli,
ed un famoso capolavoro di scultura che vi si
ammirava, con un fervore così giovanile e una vi-
vacità di gesti che mi rese stupefatto. La cara
Italia era sempre il discorso favorito per lui. E
quando udì per la prima volta la, Signora,.... suo-
nare il cembalo proruppe in lagrime, e pianse
come un fanciullo per una mezz’ora, pur sempre
implorando ch’ella non desistesse dalla musica.
« Evitava la corte, nè mai, potendo fare altri-
menti, si accostava ai grandi. Viveva tra i suoi
come uno de’ suoi, ed era singolarmente venerato.
Vestiva pantaloni con una tunica di cotonina ne-
ra, e calzava i sandali birmanici. Trovava inco-
mode le calze, e le fuggiva anche nella fredde sta-
gione. Si divertiva disegnando, dipingendo, e
coltivando i giardini, e quando era in villa facen-
dosi condurre su un carro tirato da buoi. Diceva
di non essere mai stato infermo un giorno, ma
quando lo conobbi volgeva al decadimento, però
passeggiava molto e non usava occhiali.
« I l distretto in cui viveva fu già infestato da
malandrini ; ed egli co’ suoi lumi nella medicina
potè giovare assai al suo popolo, e quantunque il
villaggio in cui soggiornava venisse più volte po-
sto a ruba egli non fu mai insultato fuorchè una
sola volta da un ladro che non lo conosceva e che
fu tosto represso dagli altri della sua banda. LO
scorso anno il dottor Richardson viaggiando alle
frontiere di Manipùr, udì lungo il cammino i più
commendevoli racconti sulla costui carità e be-
neficenza. I Birmani d’ogni classe lo veneravano,
e quando all’avvicinarsi dell’esercito inglese, uno
zelante satellite pensò di metterlo ai ferri, il re
6 CATTANEO SCRITTI STORICI I

comandò che fosse tosto liberato, dicendo: egli è


come un buon Dio, perchè molestarlo?
« Era dotto nella lingua Birmana, e Pali (lin-
gua sacra dei Buddisti) e f u riconosciuto erudi-
tissimo lettore di scritture birmane, e, come mi
disse un Woongyee, meglio informato dei meglio
informati fra di noi. Mi diede certi curiosi dise-
gni e spiegazioni in lingua birmana della cosmo-
gonia dei Buddisti, della geografia, ecc. E spero
di mandarvi il tutto colla mia traduzione.
« Era un buon disegnatore, ed essendo istrutto
nell’istoria naturale, aveva fatto una raccolta, di
disegni di circa 300 vegetabili e 200 animali non
descritti, notando quanto avea potuto conoscere
su le proprietà, l’abito, ecc. Gli aveva ristretti i n
quattro volumi in folio, due di disegni e due di
spiegazioni; e vi aveva speso i suoi ozj di qua-
rant’anni ; ma quando scoppiò la guerra del 1824
temendo qualche persecuzione, commise i volumi
ad uno de’ suoi popolani che abitava nel villag-
gio di i\Ien-ge-la-gonn. Quando l’ultimo esercito
birmano fu sconfitto a Pa-gan, il re volendo ag-
giungere alcune difese alla città ne fece sgombrare
le vicinanze, allora M en-ge-la-gonn f u saccheg-
giato ed a r s o ; un soldato si prese i volumi del
D’Amato ; e al vedere quei variopinti fogli si mise
in capo di recargli a Mengagyee fratello della
regina, che gli diede in mercede un patsho o man-
tello, e quindi, come è voce, recise la più parte
dei disegni e gli appese qua e là per l a sua casa.
« Quand’io seppi siffatte cose dal D’Amato, mi
indirizzai a l re medesimo ; e a t u t t i i ministri, pres-
sandogli colle maggiori istanze che i libri venis-
sero resi a l povero padrone. E dissi loro assai
chiaro che siccome non racchiudevano notizie d’in-
dole politica ma solo cose di schietta scienza il re
GIUSEPPE D’AMATO DI NAPOLI 7
e t u t t a la sua corte sarebbero stati riguardati
come una turba di barbari d a t u t t e le civili nap
zioni se opere di tal fatta ed appartenenti a d un
prete non si fossero potute trovare. I1 r e comandò
ripetute indagini, e i ministri, per render loro
giustizia, fecero ogni prova per rinvenire i libri. ,
Ma Mengagyee negava di averne veruna contezza,
e mi fece visitare l’interno delle sue case per
convincermi come i disegni non vi fossero. Suppo-
nendo alla, fine che fossero venuti alle mani di
qualche privato, offersi al portatore una grossa
mancia. E quando mi vidi ridotto a disperar della
riuscita, mi commosse il vedere con quanta rasse-
gnazione il D’Amato si sottomise alla perdita di
tante sue fatiche.
« I1 suo cadavere sarà sepolto con solennità;
frattanto si conserva entro il mele finchè non si
siano radunati t u t t i i suoi cristiani.
«E qui noterò che gli abitanti dei cinque ca-
sali cattolici di Dibayen sono i discendenti di
certi francesi ed altri europei fatti prigionieri da
Alompra a, Syriam nel 1736 e qui trasportati.
Molti danno indizio della loro stirpe nel color
chiaro degli occhi e della chioma. È fama altresì
che in quei villaggi ed i n un altro ancora presso
a Moutshobo vi siano altri uomini di simile aspet-
t o i quali serbano tradizione che i loro padri
naufragarono in qualche luogo del litorale d’Ar-
racan e furono ivi trasportati sotto il regno del
quarantesimo antecessore del r e presente. È pos-
sibile che alcun di loro discenda d a quei coloni
inglesi che Dalrymple accenna essersi già stabiliti
a d Ava, e più a, settentrione verso la China, al
cominciar del secolo XVII. Oltre ai Cattolici d’Ava
e di Dibayen ve ne h a circa 360 a Rangoun, facol-
tosi abbastanza per fabbricarsi un oratorio con

. . . .
8 CATTANEO SCRITTI STORICI I

pareti di mattoni, come fecero pur dianzi. I Cat-


tolici vicini a d Ava vivono e vestono alla foggia
dei Birmani dai quali, mi duole il dirlo, n o n si di-
stinguono per alcuna dote morale o intellettuale.
L’anno 1830 in giugno giunsero al D’Amato due ,
colleghi dall’Italia, Antonio Ricca e Domenico
Tarali giovani culti e gentili; il primo risiede a
Khyanta-ruwa ed il secondo a Nga-bec».
II.
Lordure raccolte sulle strade d’Italia
dal signor dott. Gutzkow.*

Un Giornale che si pubblica in Italia ha il co-


raggio di dare il titolo di spiritoso a questo ben
creato scrittore, che nel Morgenblatt intraprese a
gettare il solito fango sui costumi e sugli usi degli
invidiati abitatori della penisola ; e arreca a sag-
gio della sua sottile ed urbana maniera di vedere
e di scrivere le seguenti righe, che noi abbiamo
avuto l’eroica pazienza di tradurre, ma temiamo
i nostri leggitori non avranno la pazienza di leg-
gere :
« L a natura costringe gli Italiani a mostrar
le carni senza vestimenta, cosicchè non fanno più
differenza t r a la nudità di pezzenteria e quella di

* Pubblicato, con la sigla C . , negli .«Annali univer-


sali di statistica » del maggio-giugno 1834, vol. XL, nn. 119
e 120, pp. 118-119,col titolo Reiseskizzen. ecc. o in reultà
Lordure raccolte sulle strade d’Italia dal signor d o t t .
Gutxkzow. [Questo dott. Gutzkow, contro il quale il Catta-
neo volge i suoi strali, è il noto letterato tedesco, novel-
liere, romanziere, drammaturgo, polemista Karl Ferdinand
Gutzkow (1811-1878),uno dei corifei del movimento rivo-
luzionario della (( Giovane Germania » e, come spirito li-
bero, forse più meritevole delle simpatie che non delle
invettive del Cattaneo, a parte queste impressioni infelici
sull’Italia, che il Gutzkow, giovanissimo, visitò fugace-
mente nell’estate del 1833, in compagnia di un altro lette-
rato d’avanguardia, Heinrich Laube. - N. d. E.].
10 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
comodo. Tutti sanno i n quale abisso di mendicità
giaccia l’Italia, e quante delle più splendide fa
miglie sciupino la loro esistenza nella sfera più
vile ; ma si troverà, dappertutto che le famiglie de-
cadute sono trattate in una maniera che noi,
giusta il nostro pensare, dovressimo chiamar deli-
cato riguardo; il quale però non ci deve far me-
raviglia presso una nazione che non h a occhi per
vedere che un abito è scucito o un gomito sforac-
chiato. I n questa regione, nel suo cencioso vivere,
nella pomposa ostentazione dell’impotenza, la qua-
le raggranella un po’ di lusso negli oggetti più
disparati, e spazzola quattro volte a l giorno un
abito, del quale si possono contar t u t t e le fila,, noi
siamo soliti a d andar in cerca del ridicolo. Un’Ec-
cellenza ( i l testo dice una Grandezza, che dev’es-
sere una voce spagnolesca), un’Eccellenza montata
su un asino ci sembra almeno ridicola quanto il
petit-maitre che porta ancora le fibbie alle scarpe
e la coda del secolo passato, ecc. ecc. ».
Così continua questo stomachevole ciarlatano,
che certamente non h a mai avuto l’onore di met-
ter piede in una casa che si possa nominar senza
vergogna. Noi vorremmo che stampasse la lista
delle persone che in Italia si sono degnate di par-
l a r con lui. Udendolo parlare della povertà d’Ita-
lia si direbbe ch’egli viene dall’Eldorad o. Così
fanno molti di questi mercenarj sporcafogli d’Ol-
tremonte, che trovando la faccia di legno a d ogni
uscio onorato, e costretti a rotolarsi nella polvere
dei trivj dall’Alpe fino a Scilla, escono d’Italia
bestemmiando l’inospitalità di quei dotti e gentili
uomini che la loro perfidia ha costretti a non ri-
cever più forestieri e la loro villana garrulità ha
gonfiato d’amarezza e di sdegno. Così trattano un
paese che le sue fortune del peri che le sue cala-
LORDURE RACCOLTE SULLE STRADE D’ITALIA 11
mità hanno reso sacro e venerando, e i n cui non
dovrebbero entrare se non come in un santuario,
e piedi scalzi e capo scoperto, mostrando gratitu-
dine alle tante cose che qui si sono imparate, e
venerazione alle tante che vi restano ancora a im-
pararsi. Questi sciagurati vagabondi che s’osti-
nano a seminar la zizzania fra nazioni fatte per
pregiarsi ed amarsi con umana e cristiana vicen-
da, dovrebbero esser flagellati dalla pubblica opi-
nione i n patria e fuori, e costretti a d un urbano
silenzio. Noi ci appelliamo a quanti fra i nostri
vicini d’oltralpe hanno senso umano e nascita
civile, perchè concorrano a metter fine a questo
mercato di sozzure.1

1 Segue una nota a firma « I1 Compilatore » : ((Da al-


cuni anni a questa parte si moltiplica il numero di quelli
che scrivono e pubblicano le relazioni de’ loro viaggi, e
sebbene alcune di queste relazioni non ci dipingano le
cose che col prisma particolare del tale o tal’altro viag-
giatore, nulla (li meno sono di una grande utilità perchè
le masse si abituano ad una lettura, che tende a distrug-
gere le antipatie nazionali e ad indebolire la credenza del
meraviglioso, come a diffidare di molte notizie. Uno degli
errori ne’ quali cadono quasi tutti i viaggiatori si è quel-
lo di affibbiare a tutta una nazione il difetto o l’abitu-
dine che hanno scorto in un solo paese della nazione
stessa. SI compianga adunque il signor dott. Gutzkow, e
si compianga non già per aver egli dipinto usi e costumi
che noi non abbiamo, ma bensì per non conoscere il valore
dei vocaboli e lo stato attuale delle società umane. Nel-
l’originale tradotto letteralmente egli dice fra le altre
cose - ‘ È noto quanto sia decaduto in Italia il ben es-
sere’ -. I1 ben essere non è decaduto, ma si è grande-
mente aumentato da venti anni a questa parte per ogni
dove, ed ora in tutte le classi si va gradatamente intro-
ducendo l’agiatezza, Che poi in qualche parte d’Italia e
particolarmente nello stato Veneto sieno decadute riguar-
devoli famiglie, ciò non vuol dire che ‘ sia decaduto in
Italia il ben essere ’ ».
III.

Le vicende della Brianza e de’ paesi circonvicini.* Il

La Brianza è un popoloso e ameno territorio


della Diocesi Milanese, sparso di colline e laghetti
e avvivato dalle correnti dell’Adda e del Lambro.
Illaudato e inosservato dagli scrittori antichi, esso
può omai dirsi degno d’esser meta «al peregrin
del cuore e della mente » a l pari dei colli Euganei,
o Fiesolani, o Sorrentini o di qualunque altra più
bella terra d’Italia. I v i ebbe culla Parini ; ivi è la
tomba di Romagnosi. Sul confine della Brianza
in una valle che discende al Lario, è il suntuoso
recinto con cui i figli di Volta, onorarono le ceneri
del padre. Appiani villeggiava fra que’ laghi, sic-
chè furon detti sua patria. Nella chiesa stessa ove
fu battezzato Marco d’oggionno, Appiani collo-
cava le primizie di quel pennello che avrebbe par-
tecipato collo scalpello di Canova a l vanto di aver

* Notizia delle prime dispense dell’opera di IGNAZIO


CANTU’, Le vicende della Brianza e de’ paesi circonvicini,
Milano, Bravetta, 186-37,voll. 2. Notizia pubblicata negli
« Annali universali di statistica » (Milano), settembre 1836,
vol. XLIX, n. 147, pp. 244-246, a firma: Cattaneo. Ristam-
pata, in parte, in G . SALVEMINI, Le più belle pagine d i
Carlo Cattaneo, Milano, Treves, 1922, pp. 241-242.
LEI VICENDE DELLA BRIANZA 13

richiamato le arti nostre alla greca venustà, se


nella nostra patria il merito cittadino si procla-
masse con quello zelo riconoscente con cui si pro-
clama altrove. I v i villeggiava Verri co’ suoi il.
lustri fratelli, e vi poneva un monumento d ’ a m i -
co Frisi, che divise con lui le stolide persecuzioni
del cadente pregiudizio; e presso a quella gentil
memoria si preparava da sè il luogo del suo ri-
poso. Ivi villeggiava Cagnola e sul poggio d’Inve-
rigo s’innalzava una villa superba, i n cui il genio
di Palladio si vestiva di romana magnificenza. I v i
Marliani e Aureggi ospitavano Monti, che traeva
intorno all’Eupili le splendide sue fantasmagorie,
e vi diffondeva un novello incanto. Ivi Foscolo si
rifuggiva a confabulare con quella fantastica crea-
t u r e di Jacopo Annoni; e veniva con Giuseppe
Bossi e con Zanoia e con altri svegliati spiriti a
spargere in quella rustica pace, motti frizzanti e
ardite dottrine e queruli amori e conviti e giuoco
e tutte le agitazioni d’una vita appassionata.
Ora che tutte quelle illustri vite sono spente, e
l’animo ricorda con senso di dolore le impressioni
dell’adolescenza, qui ci verrebbe vaghezza di rac-
cogliere aneddoti di quegli uomini e di que’ tempi.
I nostri vicini hanno care anche le debolezze dei
loro uomini grandi, e ne seguono con amore t u t t i
i passi e tutte le memorie, e ne raccolgono avida-
mente le parole. Noi le abbandoniamo freddamen-
te all’onda del tempo, contenti d’aride date e di
gelide reviste critiche.1

1 Monti mi narrava che presso Marliani a Erba, un


giorno Annoni in presenza di Foscolo si mise in capo di
contradir tanto a Bossi che alfine questi ne andò in col-
lera. Foscolo per ricomporli volle che Bossi gli facesse il
promesso ritratto di Annoni. Bossi riluttando s’adattò, e
14 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

L’incontro di tanti begli ingegni i n t a n t a ame-


nità di paese aveva fatto sorgere i n Giuseppe Mon-
tani il pensiero di tesservi un romanzo e intro-
durveli a ragionare come nell’Anacarsi o nel Pla-
tone i n Italia ; ma pendeva incerto fra il tempo di
Parini e quello di Monti ; l’esilio e la morte tron-
carono quei pensieri.
Nella Brianza e nel territorio di Lecco non
mancano memorie d’indole più fiera e bellicosa.
I v i Cuniberto e Alachisio si combatterono la co-
rona di ferro. I poggi di Verderio e i guadi di Pe-
scate furono insanguinati alla fine dello scorso
secolo da Russi e Italiani e Francesi. 11 castello
di Trezzo è noto per battaglie di popoli e delitti
di usurpatori. Sotto il castello di Càrcano, Fede-
rico Barbarossa fuggì la prima volta avanti ai
Milanesi, sedici anni prima di Legnano ; e la tra-
dizione dei montanari addita ancora la caverna
ove lo sconfitto Ghibellino si nascose.
Sul fondo della scena le nude e dentate vette
del Resegone e della ghiacciaja di Moncòdine; e
tosto monti verdeggianti fino a l vertice, che si
specchiano in ombrosi laghetti; ville ornate di
alti cipressi, di olivi e melagrani ; belle e innume-
revoli strade per burroni e pendici: borghi pro-
speri e industri per le opere del setificio ; paesani

in poco d’ora con quella franca sua mano ne segnò una


vivace somiglianza ; ma vi scrisse sotto :
Questi è Jacopo Annoni prebendato,
Che parla meglio in sogno che svegliato.
Annoni lesse e senza sdegnarsi disse a Foscolo : Va bene;
così m’avrai in corpo e in anima. Abbiamo colta l’occa-
sione di narrar quest’inezia, perchè alcuni hanno creduto
che questo Jacopo fosse un personaggio immaginato da
Didimo Chierico.
LEI VICENDE DELLA BRIANZA 16
cordiali, non brutali, non rapaci, prodighi di sa-
luto a d ogni passeggiero. Sono il tipo da cui quello
scrittore la cui originalità senza affettazioni serve
di modello e di pretesto a tante affettazioni senza
originalità,, trasse quelle sue veraci e schiette figu-
re di Renzo e Lucia, e Agnese e Perpetua.
L’istoria particolare di questo territorio è un
tributo che Ignazio Cantù rende alla piccola pa-
tria: ma nello stesso tempo non fa torto alla pa-
tria grande ; perchè l’attenzione delle moltitudini
difficilmente può chiamarsi alle gravi istorie na-
zionali se non per la via di questi orgoglietti di
municipio. E i Brianzoli fidenti nel pronto inge-
gno poco si curano di fecondarlo colla lettura;
anzi poco si curano d’aver libri e librerie. M a il
tempo che ha già fatto tanto, farà il resto.
Noi abbiamo un istorico municipale tanto ne-
gletto nei modi quanto alto nella dottrine, Pietro
Verri; al cui libro in questi ultimi anni si rese
l’onore o piuttosto la giustizia di ripetute edi-
zioni. Ma Verri dominato dal sentimento filosofico
e filantropico del suo secolo, tratta con troppa
indifferenza le glorie militari del suo paese. In-
tento a diffondere le dottrine della pace, della in-
dustria, della tolleranza, egli non si curò di avva-
lorare colle forze dell’eloquenza quel nobil senso
che pure è caparra a i popoli di un avvenire tran-
quillo e rispettato, ed è la parte più sacra del-
l’eredità de’ maggiori. Su questo lodiamo il Cantù
di voler piuttosto seguire le traccie più risentite
e popolari dello Zschokke; il quale tanto giovò a
ritemprare l’antica valentia dei popoli Inalpini,
e seppe fondere i consigli della saggiezza in uno
stile pieno di calore e d’evidenze. Ma i n t u t t o il
resto, davvero non vorremmo ch’egli si dilungasse
dagli esempi del Verri, a l quale dobbiamo in gran
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
parte la dispersione di quei pregiudizj che avvili-
vano le anime dei nostri antichi e li esponevano
alle satire dei vicini. Quando l’operetta, i primi
fogli della quale qui annunziamo, sarà tanto inol-
trata che possa dar conto di sè, noi speriamo di
trovarci in diritto di tributare all’autore le schiet-
te nostre lodi. Speriamo ch’egli non metterà mano
a contrariare la nobile impresa cominciata dal
Verri, e che anzi potremo dirnelo benemerito con-
IV.

Scoperte del capitano Owen


sulle coste orientali dell’Africa.*

Le conquiste della navigazione, della geografia


e del commercio nell’Oceano Arabico interessano
i futuri destini del commercio italico, più che a
prima giunta non si crederebbe ; giacchè stabilita
una volta la navigazione a vapore lungo il Mar
Rosso questa nuova corrente mercantile verrebbe
a sboccare nel Mediterraneo di fronte ai lidi della
Grecia e dell’Italia ; e non potrebbe se non costeg-
giando i due mari d’Italia, pervenire al centro
della incivilita Europa.
Tre nazioni scorrono più ampiamente quei ma-
ri. Gli Arabi da Muscate stendono sparsamente il
loro dominio fino alle foci dell’Indo verso levante
e alle rive di Madagascar verso mezzodì. Gli I n -
glesi tengono la costa del Malabar in Asia e la

* Notizia, con la sigla C., pubblicata nel Bollettino


di notizie statistiche ed economiche italiane e straniere »
annesso agii « Annali universali di statistica », ottobre-
novembre 1836, vol. L,nn. 148 e 149,pp. 182-186, attorno ai
due volumi del Cap. Th. BOTELER, Narrative of a Voyage
of Discovery to Africa and Arabia, performed in H i s
Najesty’s ships Leven and Barraconta, from 1821 to 1826
under the command of Capt. F . W . Owen, London, Ben-
tìey, 1835.
2. - CATTANEO.Scritti storici. I.
18 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

vasta regione del Capo in Africa e i n seno al-


l’Oceano; le isole di Maurizio e di Socòtora e i
loro sudditi Baniani vengono dall’India a traffi-
carvi. Gli Americani d a poco tempo si vedono
formicolar d’ogni parte e aspirano a farsi stabil
nido in qualche munito e comodo porto.
Così lenti furono i progressi della geografia in
quella parte dell’Africa, che l’illustre Malte-Brun
aveva dovuto giovarsi ancora di ciò che ne avevano
detto i viaggiatori di t r e secoli fa, non avendo egli
notizie più recenti. Nel 1811 il governatore bri-
tannico di Bombay mandò due navi comandate d a
Smee e Hardy a raccoglier nozioni intorno al
commercio e massime ai porti ed a i fiumi navi-
gabili. Ma le loro relazioni giacquero inedite.
Nel 1822 si mandò allo stesso intento con due navi
il capitano Owen, già, lodato per i suoi lavori
idrografici sui gran laghi del Canadà. Egli rimase
sui lidi d’Africa per cinque anni, e riconobbe e
delineò non meno di trenta mila miglia di costa;
ma oppresso dalla copia stessa delle raccolte no-
tizie, non seppe ordinarle in un libro senza il sus-
sidio d’una mano straniera la cui imperizia ne
deturpò il pregio. Finalmente il capitano Boteler
che gli era stato luogotenente ne trasse un nuovo
libro, deviando assai meno dalle note originali ;
ed è quello che noi annunziamo. Ambedue questi
dotti e prodi navigatori perirono vittime del di-
sagio in fresca età.
Le idee che si avevano di quelle parti dell’Afri-
ca creduta impenetrabile, sterile, barbara, erano
affatto false. Non si conosceva l’esistenza dell’am-
pio fiume Lufigi, angusto verso la foce e ostrutto
d a uno scanno di sabbia, m a più addentro pro-
fondo e maestoso e largo da due a t r e miglia, e
nella stagione delle pioggie diffuso placidamente

.
SCOPERTE DEL CAPITANO OWEN 19
su una immensa pianura. Gli Arabi lo rimomtano
per sette giornate con grosse barche d a tonnel-
late 150 ; al di là le rapide correnti li fermano, ma
i canotti degli indigeni si spingono avanti per un
mese di viaggio. Quelle acque sono però infestate
d a ippopotami e crocodili fieri e numerosi. Lo
stesso si dica dell’altro gran fiume navigabile det-
t o Livùma.
Gli Arabi vogliono che questi due fiumi e un
altro ancora, sieno gli emissarj del gran lago in-
teriore, indicato nelle vecchie carte, col nome di
Maràvi ; e detto da’ suoi litorani Nassa, O Niassa,
cioè il mare. Intanto l’esistenza di questo lago è
provata. Un mese di viaggio attraverso le terre
dei Dengarèko, dei Ncùtu, dei Msagàra, e dei
Miao o Mujai, conduce a Kelingo capitale di que-
sti ultimi, Quattro giorni di ulterior cammino at-
traverso a fertili colli, conducono alle falde delle
alte montagne di Njesa t u t t e sparse di case iso-
late. Dal giogo di N’jesa chi riguarda verso occi-
dente, vede espandersi al suo sguardo a gran di-
stanza un immenso lago il cui estremo si confonde
coll’orizzonte, e la lucida superficie è t u t t a semi-
nata d’isolette. Gli abitanti dicono che vogando
cinque o sei ore per giorno, e sostando ogni notte
in un’isola, si vorrebbero due lune a raggiungere
l’estremità opposta del lago; ma la larghezza’ si
percorre i n t r e giornate di remeggio. Le acque
sono dolci ; libere d a ippopotami e crocodili, piene
di pesci e frequentate da uccelli acquatici. T r a i
litorani chiamati t u t t i dai loro vicini Muniassa
cioè Gente marina, i più vicini sono i Mucamango
i quali sono simili ai Moviza che vivono dalla
parte opposta di quel continente e fanno con loro
un vivo traffico. E qui giova rammentare ciò che
scrisse il colonnello e professore Lacer da-Almeida
20 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
fin da molt’anni addietro : « Quantunque l’impe-
rio di Cazembe sia nel cuore dell’Africa, egli non
è così barbaro come i geografi d a gabinetto so-
gliono dipingere queste regioni ; m a la sua cultura
potrebbe compararsi a quella in cui si trovarono i
Messicani e Peruviani; i quali a mia credenza
erano più civili e mansueti che non fossero a quel-
l’epoca gli stessi Spagnuoli )). Tutte le tribù che
non vivono fra le arene e le paludi della costa,
conoscono i vantaggi dell’industria, del commer-
cio e dell’ordine sociale ; ove si eccettui quella dei
Mdòa presso la quale si divorano tuttora i nemici
uccisi i n battaglia.
La più parte di quelle popolazioni non sono
della stirpe Negra, come vogliono i geografi. Gli
stessi M i a i e i Ciaga, che sono pur neri, non lo
sono come i popoli della Guinea, e non hanno le
guance prominenti e il naso compresso dei Man-
d i n g h i , o dei Gialofi. La loro fronte è spaziosa, e
la fisonomia franca e generosa. Moltissime tribù
sono brune di colore, e di belle e vigorose membra.
I Vambunghi, vicini dei Miai, sono detti dagli
Arabi il popolo bianco e passano presso ai negri
come i più begli uomini del mondo. Una delle loro
donne si vende a l mercato di Zanzibar per tremila
talleri.
Tra i Negri i meno rozzi sono i Miai; servono
d a commessi ai mercanti Arabi, tessono panni
operati colle fibre delle foglie di palma e fanno
cotonine rigate ; ma sogliono vendersi schiavi vo-
lontarj agli Arabi che però li trattano con molta
umanità. Le tribù non negre aborrono la schia-
vitù.
F i n dai tempi di Arriano, gli a r a b i stabiliti
qua e là, sul litorale e imparentati coi più ricchi
indigeni, vi facevano il commercio dell’avorio,
SCOPERTE DEL CAPITANO OWEN 21
della tartaruga e degli schiavi. Quando v i giun-
sero pel Capo di Buona Speranza i Portoghesi,
rimasero stupiti della opulenza e ricchezza di quei
mercatanti che vestivano mussole fine e stoffe di
seta, e abitavano case simili a quelle degli Spa-
gnuoli o vogliam dire di stile moresco.
Ma i Portoghesi a quel tempo avari e fanatici
e più solleciti a mietere che a seminare, non solo
non volsero a stabile vantaggio le splendide loro
venture, ma distrussero ogni prosperità di quelle
marine. Davanti a i loro passi fuggiva ogni sicu-
rezza, ogni fidanza, ogni commercio. Le loro co-
lonie caddero facile preda degli Imami di Musca-
te, i quali regnando sul continente Arabo vicini
alla, Persia e all’India divennero signori di tutto
il commercio.
Circa ottant’anni sono l’usurpazione del trono
produsse lo smembramento di quell’imperio. Que-
sto evento si rinnovò nel 1807. I1 Sultano Bader,
colto da una pugnalata del suo cugino Seïd-Saïd,
saltò per salvarsi da una finestra, trovò un ca-
vallo e si rifuggiva a l campo de’ suoi fidi; ma in
quell’atto venne raggiunto e trafitto dalla lancia
di uno schiavo. Seïd-Saïd regna a Muscate. Assa-
lito dai settarj Vaabiti nel 1809 egli era per soc-
combere, quando le piraterie di quegli audaci set-
t a r j provocarono la vendetta, degli Inglesi e così
il Sultano si trovò poderoso soccorso. La sua po-
tenza si stende su 4000 miglia di marina, a inco-
minciare dalle foci dell’Eufrate ; ma molte isole
e porti dell’Arabia e dell’Africa gli resistono tut-
tora come a d usurpatore. Egli è però principe
intraprendente e riformatore ; ha un esercito ad-
destrato all’europea, d a Sipoi mandatigli dall’In-
d i a ; e la sua. flotta conta. sei fregate, una nave
d a 84, ed una da 64 cannoni. Risiede d a t r e anni
22 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

nell’isola di Zanzibar, sulle coste dell’Africa, dove


introdusse la cultura della canna d a zucchero,
traendone i direttori da Borbone e Maurizio non-
chè quella dell’indaco, del cotone, del caffè, della
cannella, del garofano e d’altre spezierie.
L’anno 1834 si aperse un traffico diretto tra
Zanzibar e Londra; mentre per l’addietro si fa-
ceva per mezzo degli Americani i quali lo tene-
vano secreto. Una casa di Londra si è stabilita a
Zanzibar, e il primo anno produsse un traffico
maggiore che quello di tutte quante le colonie
Portoghesi sommate insieme.
L’ambizioso Seïd-Saïd con grandi forze inve-
stì l’isoletta di Mombàsa. Quel piccolo popolo gli
oppose ferma resistenza, ma alla fine non trovò
altro salvamento che d’inalberare la bandiera in-
glese e sottomettersi a l capitano Owen che s’ag-
girava in quei mari. Ma il governo inglese non era
proclive a d accrescere il numero delle sue colonie
con un’aggiunta che non sembrava promettere uti-
lità. Quindi diede ordine di lasciarla; ma il co-
mandante non amando che la sua nazione perdesse
un porto così esimio, procrastinò. Così per t r e
anni durò in quella terra il dominio britannico.
Ma alla fine fu resa a’ suoi principi nativi, e il
Sultano di Muscate fu interessato a non mole-
starli altramente.
I n quel frattempo, Emery, comandante inglese,
giovandosi d’uno stuolo di Negri liberati, gettò
un molo di pietra e formò una comoda riva di
sbarco e scavò nella roccia un pozzo ; mentre per
l’addietro le navi all’àncora dovevano cercarsi
acqua due miglia lontano. Queste opere resero
ammirato e accetto il nome inglese a quelle genti.
Il Sultano di Muscate ricominciò quattro volte
i suoi assalti ; ma f u respinto dal valore degli abi-
SCOPERTE DEL CAPITANO OWEN 23
tanti e dalle violenza dei mari. Alla fine convenne
con alcuni Americani che lo ajutassero all’impre-
sa, a patto di fondare una fattoria dove loro pia-
cesse. Allora il governatore britannico di Bom-
bay (aprile 1834) mandò una nave d a guerra a
Zanzibar; e così la pratica venne sventata. La
frequenza degli Americani i n quei mari si deve
principalmente al monopolio della Compagnia del-
le Indie che imbragava le speculazioni dei privati
inglesi.
La quantità d’avorio che gli Arabi esportano
d a Zanzibar, Mombasa e Lamù ammonta a 40.000
faràsile, ossia 650 tonnellate, e si reca quasi t u t t a
in India. La costa del capo Gardafui sino alla foce
del J u b a presso all’equatore, è sterile e spopolata :
se ne esportano schiavi e cammelli; questi si pa-
gano un dollaro l’uno. Ella si stende per circa
mille miglia inglesi ; ma il dominio arabo si stende
per altre mille miglia verso mezzodì, e quivi il
commercio degli Arabi si diffonde entro terra fino
a quattro o cinquecento miglia dal mare, massime
per mezzo dei molti e grandi fiumi. Le rendite che
quel Sultano traeva dall’Africa orientale salivano
pochi anni sono a 60.000 dollari, ora sono appal-
tate per 170.000; il che sia prova della crescente
ricchezza di Zanzibar.
La libertà, mercantile stabilita in quei mari,
la prosperità della gran colonia del Capo, la pro-
pagazione della civiltà Europea a Madagascar e
a, Zanzibar, la nuova potenza degli Egizj nel Mar
Rosso, la scoperta di tanti fiumi navigabili tanto
nel continente, quanto nell’immensa isola di Ma-
dagascar, la nuova colonia, Britannica nell’isole
di Socotra allo sbocco del Mar Rosso a egual di-
stanza d a Zanzibar in Africa, da Bombay i n In-
dia e da Cosseir i n Egitto, sono i principj d’un
24 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
gran rivolgimento mercantile. Un Francese fondò
una fabbrica d’armi nella parte più interna di
Madagascar, addestrando alcune centinaia di in-
digeni a giovarsi del ferro e del carbon fossile di
cui la natura ha deposto in quell’isola ricchi te-
sori.
v.
Scoperte del capitano Back
sui lidi dell’Oceano Polare.*

I1 capitano Back era già stato fido compagno


alle perìgliose spedizioni terrestri di Franklin e
Richardson ; aveva già corso seco loro a piedi cen-
tinaia di miglia in terre deserte sotto le tormente
polari, senza tetto, senza fuoco, senza cibo, ingan-
nando la fame col raschiare dai sassi gli amari
licheni e col divorare per ultimo gli stessi stivali.
Da questi terribili disagi egli si ristorava sotto il
cielo della nostra Italia, quando la crudele incer-
tezze che si spargeva sul destino del capitano Ross
lo mosse a ritornare i n Inghilterra per offrirsi ad
andar di nuovo nelle regioni artiche in cerca dello
smarrito viaggiatore.
La sua dimanda venne accolta; i n febbraio
del 1833 egli lasciò Londra, e alla fine di giugno
moveva, dalla Baia di Hudson con sedici compa-
gni, ai quali altri nove si aggiunsero i n seguito.
Se l’idea dei pericoli a cui va incontro un viag-
giatore i n quelle regioni potesse menomamente

* Pubblicato con la sigla C. negli ((Annali universali


di statistica » luglio 1837, vol. LIII, n. 157, pp. 63-66.
26 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

sul capitano Back, si rilevi dalle parole con cui


egli racconta la sua partenza :
« F u quello un dì felice per me ; quando il na-
vicello si spiccò dal lido, il mio cuore si gonfiò
di speranza e di ilarità. Gli ostacoli erano vinti:
era aperta la strada al compimento de’ miei vo-
ti ». Gli 11 agosto egli partiva dal Forte Risolu-
zione, l’ultima delle stazioni britanniche sul gran
Lago Slave (dello Schiavo). All’estremità orien-
tale di quel lago si trovò la foce di un fiume in-
cognito a cui si diede il nome di Hoarfrost ossia
Brina. Ma e r e così interrotto da cascate e rabble,
che per risalirlo f u forza recarsi sulle spalle, non
solo le provvigioni ma eziandio la barca, fra le
paludi e le boscaglie di abeti nani e le nude rupi.
S’aggiungeva il tormento di migliaia di zanzare
o mosche arenarie le quali pungevano a sangue il
volto dei viaggiatori, cosicchè per aver qualche
istante di ristoro bisognava prostrarsi boccone col-
la faccia. involta in un panno. Nei luoghi paludosi
si alzarono talora a stormi così folti che anneb-
biavano l’aria,.
I1 fiume diveniva sempre più alpestre e indo-
mito; le catarette più frequenti. Finalmente si
giunse alla cresta delle alture, al di là della quale
si scoperse un altro lago contornato di foschi abe-
t i ; e poi un altro ancora. I1 Selvaggio che li
guidava trovò d’essersi smarrito. Si remeggiò per
molte miglia lungo una riva coperta di ghiaccio,
in mezzo a l profondo silenzio del deserto ; si vai’-
carono alte sabbie ; si scoperse un altro vasto lago
cui si diede il nome di Aylmer, antico governa-
tore del Canadà. Finalmente sui colli all’estre-
mità orientale di questo lago si videro alcuni ru-
scelli che si volgevano verso settentrione e cede-
vano in un laghetto. Questo parve al viaggiatore
SCOPERTE DEL CAPITANO BACK 27

il capo di un fiume influente all’0ceano Polare e


che gli Indiani chiamavano Thlew-ee-choh; e che
la Società Geografica di Londra chiamò a d onor
dello scopritore Back’s River. Era spirato l’Ago-
sto ; si pensò dunque di ritornare a i quartieri d’in-
verno sul Lago Slave, il che si fece per altra via
sulla quale si scoperse il nuovo Lago Artillery.
Si diede mano a d abbatter piante e innalzare
una casa in riva al lago, il quale alla fine d’Otto-
bre era tutto agghiacciato. I poveri Selvaggi, spin-
ti dalla fame, tosto si affollarono intorno alla
dimora dell‘uomo bianco i n cerca di qualche ali-
mento; ma il bianco stesso non era nell’abbon-
danza ; gli Indiani seduti stupidamente nella sua
casa intorno al focolare. stavano arrostendo e
masticando a pezzo a pezzo i loro vestimenti di
pelle di renne. I1 capitano divideva coi fanciulli
dei Selvaggi il suo piatto. I lattanti morivano in
braccio alle madri. I1 freddo era così intenso che
poco lungi da un focolare ardente, nel lavarsi il
volto, il capitano si trovò gelati i capelli prima.
di finir d’asciugarsi. Egli instituì una scuola per
passatempo della sera, e continuò t u t t o il verno
le sue osservazioni astronomiche, e le sue espe-
rienze intorno agli effetti del gelo sull’etere sol-
forico e nitrico e sull’acido pirolegnoso.
Finalmente un Indiano uccise alla distanza
di due giornate cinque daini; un altro recò due
slitte di carne secca. Ma parecchi dei Selvaggi
erano venuti meno per fame. E qui si vede se
l’uomo viva felice i n seno alla, deserta natura.
A mezzo Aprile dell’anno seguente, accinge-
vansi a ricominciare il viaggio in cerca del capi-
tano Ross; quando giunse loro la novella del suo
ritorno. « Nella esultanza dei nostri cuori, dice il
buon capitano Back, noi ci radunammo t u t t i per
28 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

offrire umilmente le nostre grazie a, quella Prov-


videnza che riconduce i suoi anche dagli abissi
del m a r e ». Dopo la lettura della Bibbia, d a ge-
nuini Inglesi si misero a festeggiare la salvezza
del reduce amico intorno a d una gran pignatta
di punch.
Dietro questa’ novella, Back pensò di conti-
nuare la sua spedizione con meno gente ed una
barca sola. Gli altri rimasero a raccoglier viveri
pel verno.
I1 28 Giugno la nave solcava già il fiume Back,
scoperto nell’estate antecedente, e scendeva verso
l’Oceano Polare: ma la corrente del fiume era
talora sì rapida che toglieva il respiro a i navi-
ganti : le rive erano ricinte di rupi e di ghiacci. A
mezzo Luglio trovarono un fiume che lungo come
il Tamigi si versava entro il fiume Back venendo
da S. E. Poi un lago vasto e tranquillo che chia-
marono Macdougall; : quindi una serie di cascate
precipitose, di gorghi e di rabbie che per ben 90 mi-
gli. li tennero in continuo pericolo. Finalmente
si incontrò uno stuolo d’Esquimesi che dalla riva
fecero loro segno di guardarsi dalla sottoposta
c a t a r a t t a ; ma quando i naviganti s’accinsero a
sbarcare, essi vennero ad opporsi, palleggiando
le loro picche e ululando. Back discese tutto solo,
e mostrando le mani inermi, gridò loro Timâ,
pace. Essi gettarono immantinente le loro armi,
e ponendosi le mani a l petto risposero Timâ. Un
di loro diede qualche indizio della via per cui si
giungeva a l mare, e dall’alto d’una rupe segnò col
dito in qual parte dell’orizzonte lo si doveva, cer-
care. Nello stesso tempo fecero intendere che la
sottoposta corrente era tale che avrebbe sfracel-
l a t a la barca. Gli uomini non bastando a recarla
sulle spalle nel lungo e dirupato intervallo, ot-
tenero ajuto da quella mansueta gente, senza cui
non si sarebbe potuto proseguire il viaggio.
Infine il 29 Luglio a l diradarsi della nebbia
scopersero da lungi sulla destra del fiume un mae-
stoso promontorio che a d occhi esperti sembrò
costa marittima, ed infatti lo era, e gli si pose
il nome della Principessa Vittoria. Così il tor-
o tuoso e impetuoso fiume con un corso di 330 miglia
inglesi interrotto da 83 discese e cascate attra-
versa quella sassosa e nuda regione che giace t r a
-
=
la Baia di Hudson e l’Oceano Polare, circa 250 mi-
- glia a mezzodì del Polo Magnetico scoperto da
-
Ross. Ma la scoperta non si limita al corso di un
fiume solitario e ad un centinaio di miglia di
coste agghiacciate. L’effetto più fruttuoso del-
l’impresa si & di aver chiarito che lungo quei lidi
passa la gran corrente oceanica che divide l’Ame-
rica dalle Isole polari e comunica coll’Atlantico
per mezzo dello Stretto di Hudson. Questa cor-
rente sgombra, di ghiacci nell’estate, e aperta ta-
lora anche nel verno, porgerà forse un facile varco
dall’uno all’altro Oceano. Finora le spedizioni
essendosi aggirate lungo le terre a cui aderiscono
gli ammassi di ghiaccio trorarono quei mari
quasi impermeabili ; ora nasce speranza che af-
frontando i più larghi t r a t t i di mare si possa
finalmente trionfare di quel ferreo clima e gi giun-
gere con rapido passaggio all’Oceano Pacifico pas-
sando a settentrione del Continente Americano.
Alla nazione che ha iniziato questa grande intra-
presa non manca la costanza e la generosità che
si richiede a compirla.

1 « agli ammassi » nella stampa originale, da cui si


ripubblica questo scritto [N. d. E.].
VI.
Costume degli antichi Egizj.”

Che le nostre arti europee fino dalla prima


origine molto dovessero all’antico Egitto era cosa
d a lungo tempo riconosciuta. F u però riservato
alla nostra età l’evocar d’improvviso al cospetto
del mondo vivente le intime memorie d’una na-
zione smarrita’ da, duemila e più anni. Le stingi
dei misteri isiaci e i capitelli palmati fregiarono
le nostre sale, i nostri caffè, i cancelli delle strade
ferrate; le nostre lettiere, i divani, le ottomane,
le sedie, gli sgabelli, si copiarono sui modelli so-
lidi, ricchi, ed elegantissimi, di cui s’abbellivano
le reggie dei prischi Faraoni. Mentre tante na-
zioni famose s’immersero nella notte del passato,
senza lasciar traccia dei loro costumi, l‘antico
Egitto dipinse e scolpì sè medesimo nelle innume-
revoli sue celle sepolcrali, interrate poi dalle sab-
bie del deserto, e preservate così dall’ingiurie del-
l’aria e dei Beduini, e dallo zelo dei ristauratori.
Basta, solo scegliere con discernimento e rico-
piare con fedeltà le migliaia di rilievi marmorei
e di vivaci dipinture che ricoprono i sotterranei
delle necropoli, perchè quasi in una lanterna ma-
gica ci passi avanti quell’antica gente negli atti

* Notizia, pubblicata anonima, nel « Politecnico », I,


fasc. 11, febbraio 1839, pp. 180-182, della prima serie,
in 3 volumi, dell’opera di J . G . WILKINSON,Manners and
Customs of the ancient Egyptians, London, Murray, 1837.
COSTUME DEGLI ANTICHI EGIZI 31
t u t t i della vita civile, La, si vede armarsi alla guer-
ra ;combattere coi Negri del Deserto, e coi Bianchi
del Càucaso e del Tauro; ritornare i n trionfo;
d a r tomba ai guerrieri uccisi ; far conviti e danze ;
celebrare le festività degli Dei ; effigiare i misteri
d’un’altra vita, la vittoria dei buoni, i giudizj di
Rad- Amenti, la punizione delle anime malvage,
cacciate a grugnire per tremila anni nel corpo de-
gli animali immondi. Si vede il popolo arare i
campi, spargere le sementi, falciare le messi, zap-
pare gli orti, festeggiar la vendemmia, premer
l’uva, nei tini, squadrar mattoni e murar case,
cacciare, pescare, remeggiar sul Nilo, cucinare i
pranzi dei grandi. Il cuoco spenna l’oca; sparge
di sale e di pepe le costolette di manzo ; infigge le
carni sullo spiedo; accende colla vèntola i car-
boni per l’arrosto, e le legna pel bollito. Si vede
chi staccia la f a r i n a ; chi la impasta colle mani
ed anche co’ piedi; chi la ritaglia i n biscotti, la
rotola in bastoncelli, e le stira i n maccheroni. Si
vedono giungere a l convito le signore i n cocchio;
o portate in palanchino; o a piedi sotto un pa-
rasole inalberato da, un paggio. Si vedono gli
ospiti riceverle alla porta col presente d‘un mazzo
di fiori ; condurle a sedere ; legare a un piede della
seggiola il cagnolino favorito, o la scimmietta, o
la, gazzella ; favellar loro graziosamente con un
fiore in mano; f a r vista d‘ammirare i loro abiti
di vivace colore, le treccie dei capelli, gli orec-
chini, i monili. I donzelli e le ancelle danno l’ac-
qua alle mani, e aspergono d’essenze odorose il
capo a i convitati ; cingono loro di serti le chiome,
ed eziandio le parrucche ; scoperta che l’ingegno
umano a quei tempi aveva già fatta. Intorno in-
torno stanno cantatrici e sonatori ; si vedono arpe,
flauti e chitarre. I ballerini in capo alla, sala
32 CATTANEO SCRITTI STORICI -I
intrecciano quadriglie, fanno capitomboli grot-
teschi, o con un piede alzato roteano sull’altro
piede, come in qualunque dei più noiosi ballabili
del secolo XIX.
Sulla mensa si vedono zuppiere piene di lenti,
piramidi di frutta, vasi di fiori ; allato alla tavola
canestri di fiori e di f r u t t a ; sulla tavola coltelli,
cucchiai; ma pare che gli antiquarj non abbiano
scoperto ancora le forchette; e si vedono le dita
intridersi, con garbo già maomettano, nelle vi-
vande. Si vedono bimbi mescolarsi talora alle bri-
gate eleganti, come ai nostri bei giorni umanitarj ;
rotolarsi fra le gambe dei tavoli e dei convitati:
farsi graffiar dalle scimmie; o sedere sulle ginoc-
chia dei babbi ; o parlare coi fantocci ; o aprire e
chiudere la bocca a un coccodrillo di legno di-
pinto. Si vede talora la mefistofelica allegria d’una
mummia umana, portata nella sala del convito,
non per far paura ai commensali, ma per ammo-
nirli delle necessità di non aspettar tempo, e di
godersi sollecitamente i diletti della vita. Si ve-
dono dadi e scacchiere, e ogni sorta di giocattoli
pei fanciulli adulti; m a non si vede mai segno
di moneta. Forse quegli antichi vivevano già nel
mondo della c a r t a ; e non istanziavano come noi
nella scipita e torpida ammirazione del metallo
coniato.
Le mense sono talora lunghe, talora quadre, ta-
lora tonde. Talora uomini e donne siedono vicini e
alternati; talora le donne sono in sequestro in
capo alla sala, come una serra di fiori esotici ad-
dossata a l recinto d’un giardino. La quale usanza
però sta sempre meglio dipinta sulle mura dei se-
polcri egizii, che riprodotta a l vero nelle nostre
sale da ballo. Ad ogni modo è certo che la gelosia
degli Assirii e dei Turchi non aveva ancora am-
COSTUME DEGLI ANTICHI EGIZI 33
morbato di serragli l’Egitto. Anzi pare che le
donne non solo avessero la libertà domestica, ma,
un vero principato; poichè i mariti, non per
compiacenza, o per inavvertenza, o per dispera-
zione, come ai nostri giorni, ma per espresso patto
nuziale e notarile, dovevabi obbedire a l l a moglie,
come narra Diodoro Siculo a l capo ventisette;
seppurr i dotti nel tradurlo dal greco 11011 hanno
fatto la galanteria di prendere un verbo passivo
per un attivo.
Tutte queste cose sono istoriate nei sepolcri
con varia squisitezza di lavoro e di materia, a mi-
sura della diversa condizione dei sepolti. E alle
figure s‘accompagnano sempre leggende jeroglifi-
che, le quali, dopo secoli d’infruttuoso studio,
vennero finalmente districate e lette ai nostri
giorni. E si trovano indicare ogni cosa con voci
dell’antica lingua Egizia, che riescono affini a
quelle della lingua Coptica. I n questa sono scritti
i libri sacri d’una setta cristiana, che, in mezzo
alle popolazioni arabiche del moderno Egitto. rap-
presenta i discendenti degli Egizii antichi. Cosic-
chè t u t t o questo edificio si fonda sulle ricerche
degli antiqiiaij intorno alle scritture e alle lingue
degli antichi : ricerche che sembrano oziose e per-
dute, finchè arrivano subitamente a qualche ina-
spettata ed utile scoperta. Alla classe dei libri
profondi sull’ Egitto appartiene la grand’ opera,
del toscano Rosellini; come a quella dei libri
ameni e socievoli appartiene quest’opera di Wil-
kinson, che vi depose il frutto e degli studj altrui
e del proprio soggiorno di dodici anni in Egitto.
È un libro che può giovare agli studiosi d’istoria,
di belle arti, e perfino ai tappezzieri; e che gio-
verebbe riprodurre in nostra lingua colle belle
e semplici incisioni i n legno di cui è fregiato.
3. - CATTANEO.S c r i t t i storici I
VII.

Della milizia antica e moderna.’

È lamento di molti che l’uso della polvere e


le altre grandi mutazioni introdutte nell’arte del-
la guerra, abbiano resa più sanguinosa e stermi-
natrice questa terribile necessità delle nazioni.
Converrebbe adunque tornare ai carri falcati, alle
armature cavalleresche, agli archi, alle mazze?
Aveva ragione il cavalier Folard di richiamare
alla falange antica le ordinanze moderne? e Leon
Battista Alberti ben s‘appose esortando i Veneti
a. rimodellare la marina su la trireme romana,
disotterrata in riva a l lago di Nemi?
A queste dimande non si potrebbe porgere ri-
sposta, senza instituir prima un minuto paragone
fra tutto l’ordine militare degli antichi e quello
dei moderni, affine di vedere qual dei due nel suo
complesso meglio corrisponda a i voti dell’uma-
nità ed ai progressi dell’intelligenza. A un tale
esame non si potrebbe dire idoneo se non chi

* Pubblicato, firmato, nel « Politecnico », I, fasc. V,


maggio 1839, pp. 471-493, come rassegna dell’opera di AN-
DREA ZAXBELLI,Delle differenze politiche fra i popoli an-
tichi e moderni. Parte I : L a guerra, voll. 2, Milano,
Bravetta, 1839,
36 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
menti erano sicuri dalle offese d’un esercito non
solo eguale, ma anche più forte ; e avevano arbitrio
di combattere, o attendere un’occasione propi-
zia ....
«Perchè dunque una norma sì prudente e sì
utile fu dimessa dai capitani moderni? - F u per-
chè le armi offensive mutarono natura. Le armi
di mano erano le principali presso gli antichi ; colla
breve sua spada il legionario sottomise il mondo ;
coll’asta macedonica Alessandro conquistò l’Asia.
Presso i moderni la principale è l’arme di getto,
il fucile, codest’arme più potente di quante gli
uomini ne divisarono mai. Nessuna armatura ne
ripara i colpi ; gli scudi, i corsaletti, le corazze, si
palesarono inutili, e andarono abbandonate. Con
questo terribile strumento un soldato può i n u n
quarto d’ora ferire sessanta nemici. La palla col-
pisce a mille metri di distanza, è pericolosa a
240 metri, mortalissima a 180.
« Dacchè la spada e l’asta erano arme princi-
pale degli antichi, il consueto ordine di battaglia
doveva essere profondo. ...
Un esercito consolare,
che colle genti leggiere e gli ausiliarii sommava
quasi a trentamila uomini, si chiudeva, in un cam-
po quadro che aveva mille metri di lato ....
« Dacchè principali presso i moderni sono l’ar-
mi di getto, il consueto ordine di battaglia doveva
essere sottile, il solo che permetta di porle in uso
tutte. E siccome esse feriscono a ingenti distanze,
i moderni traggono il principal vantaggio dalla
posizione; dalla quale se possono dominare, ra-
dere, infilare le ordinanze nemiche, fanno tanto
maggiore impressione. Un esercito moderno non
deve dunque lasciarsi spuntare, involgere, accer-
chiare; deve occupare un campo la cui fronte sia
estesa quanto la sua linea di battaglia. Che se
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 37

occupasse uno spazio quadro, su la cui fronte non


potesse schierarsi tutto, potrebbe venir circuito
d a un esercito d’egual forza, e sottoposto a t u t t o
il foco de’ suoi tiri, che vi convergerebbero sopra,
e lo colpirebbero in ogni angolo del campo; nè
potrebbe rispondere a così tremendo foco se non
con poca parte del suo.
« Nè l’esercito ch’ebbe Nilziade a Maratona,
o Alessandro in Arbella, o Cesare in Farsalia, po-
trebbero tenere il campo contro un esercito mo-
derno di numero eguale. Questo con più estesa
fronte di battaglia sopravanzerebbe le ale del-
l’esercito greco o romano. I suoi fucilieri gli por-
terebbero colpi mortali da fronte e da lato. Le
truppe leggiere, vista. la fiacchezza di loro frecce
e fionde, si volgerebbero in fuga dietro la fante-
ria greve, che allora colla spada i n pugno o l’aste
basse affronterebbe impetuosa i fucilieri. Ma,
giunta alla distanza di 240 metri, verrebbe ber-
sagliata da t r e lati con un foco di fila, il quale
sgominerebbe e abbatterebbe talmente quei prodi
e intrepidi legionarii, che non potrebbero poi reg-
gere all’assalto di pochi battaglioni che li inve-
stissero in colonna serrata a baionetta in canna. ...
Nè poniamo in conto da sessanta a ottanta, can-
noni, i quali fulminando le legioni da destra a
manca, da manca a destra, da fronte a tergo, vo-
miterebbero a mille metri di distanza la morte ....
« Un esercito consolare, chiuso nel suo campo,
assalito da un esercito moderno di pari numero,
ne verrebbe espulso senza assalto, senza che si
venisse all’arme bianca, senza che si turassero i
fossi o si scalasse il vallo. Sarebbe ricinto per
ogni parte dall’esercito assalitore, involto, sol-
cato, infilato dai fochi; il suo campo diverrebbe
il bersaglio di t u t t i i colpi; l’incendio, la confu-
38 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

sione, la strage, aprirebbero le porte, atterrereb-


bero i ripari .... ».

Con queste vigorose parole il sommo veterano


dipinse la irresistibile potenza dell’armi moderne ;
ma non proseguì a descrivere gli effetti prossimi e
remoti, che la grande innovazione venne a poco
a poco svolgendo nel materiale e nel morale della
guerra, nell’arte di scegliere e addestrare e mo-
vere gli eserciti, nel numero dei combattenti, nella
proporzione delle diverse milizie, negli assedii,
nelle fortificazioni, nelle marce, negli sbarchi, nel-
la struttura e direzione delle navi, e sopratutto
nell’influenza dei generali e degli ammiragli. L’in-
vestigare t u t t e le particolari differenze tra l’arte
antica e la moderna, deducendole tutte dal loro
principio fondamentale, dalla suprema necessità
di coordinare le operazioni al nuovo modo delle
offese, è opera di lunga lena. E chiunque non ab-
bia vaghezza nè agio di farsene studio partico-
lare, potrà con noi appagarsi di leggere conden-
sati nell’opera che citiamo gli estratti d’una vasta
lettura, la quale comprese le opere di Napoleone,
dell’arciduca Carlo, del generale Jomini, di Gui-
bert, Carrion-Nisas, Rocquancourt, Costa, Ferrari,
Mauvillon, Grassi, Blanch, e altri parecchi ; le
istorie militari dei generali Foy e Coletta, Varani
e Napier ; gli scritti nautici di Ramatuelle, Bour
dé, Clerk, Stratico, Tonello, Boismêlé. E l’intento
dell’autore essendo quello d’un perpetuo paragone
tra’ il tempo antico e il moderno, egli adunò in
riscontro quanto di meglio offrivano e gli scrittori
dell’arte antica, come Polibio, Cesare, Vegezio,
Arriano, Leone, e quelli dei tempi intermedii, De
Marchi, De Antonii, Folard, Montecuccoli, Ga-
lileo, Macchiavelli, venendo fino alle opere del re
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 39

Federico di Prussia, il fondatore della tattica mo-


derna. Colle quali fatiche acquistò buon diritto
di parlare intorno ai rapporti che passano t r a
quest’arte e le scienze civili che egli professa.
La prima conseguenza, apportata nelle guerre
dall’uso della polvere d a foco, fu il predominio del
numero sul valore. Dalla forza del braccio che
vibrava i colpi e dalla fermezza e perizia, che li
reggeva, dipendeva la vittoria del guerriero a n -
tico. Diecimila spade imbrandite da braccia ro-
mane erano una forza alla quale non potevano re-
sistere diecimila spade impugnate d a un’altra
stirpe di combattenti, perchè, come dice Napo-
leone. i nostri vecchi Romani erano i più forti
degli uomini. Ma che cosa è l‘efficacia d’un ferro,
mosso da qualsiasi mano, in paragone alla cieca
forza espansiva colla quale un pacco di polvere,
tocco da una scintilla, avventa una palla d a can-
none? Non f u dunque più necessario trovar brac-
cia muscolose e indurite dagli armeggi; bastò il
coraggio di stare al posto e l’abitudine di com-
piere con ordine e agilità una facile operazione
meccanica che non richiede forza,. E i colpi essen
do irresistibili e fatali, la vittoria è di chi può
gettarne sul nemico un numero maggiore; la vit-
toria è della massa del foco.
Le armi antiche non erano terribili se non in
mano ad valorosi; la folle non era se non d’im-
paccio, a t t a a diffondere nelle file la lentezza e la
fuga ; era d’uopo ammettervi solo i prodi di mano,
cioè i pochi. Al contrario negli eserciti moderni
non tanto importano i forti, quanto i molti. E
chi non h a la massa assolutamente maggiore deve
procurarsi coll’arte la massa relativa, schierando
i soldati i n modo che possano gettare efficace-
mente la massima quantità di foco e soggiacere
40 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
alla minima. E i n questo risiede la potenza delle
evoluzioni, nelle quali le file dei soldati diventano
tante linee di geometria, che prendono le loro
proprietà dalla loro posizione.
Anche gli antichi avevano scoperto il principio
d’accentrare una somma di forze contro un punto
della fronte nemica, per sopraffarla e quindi con
forza sempre diseguale spingere di punto in punto
la vittoria su t u t t a l’ordinanza. Addensavano per-
ciò i n cuneo i più forti, a rompere nel mezzo la
linea nemica ; ovvero opprimevano con ordine rin-
forzato une delle ale. I moderni, traducendo al-
trimenti lo stesso principio, concentrarono sui
punti additati dall’arte una massa maggiore di
foco. Al cuneo degli antichi corrispondono le no-
stre batterie che sfondano le ordinanze; e a l loro
ordine parallelo rinforzato, il nostro ordine obli-
quo che porta il centro della linea contro un’ala
nemica, e le affolla addosso di fronte e di fianco
un irresistibil torrente di foco.
Ciò suppone che la fanteria spiegata sul cam-
po possa mutar ordine, passar facilmente dalla
linea, di battaglia alla colonna di marcia, e rimet-
tersi i n linea su qualunque punto meglio conven-
ga, combinando alla mobilità la fermezze, sotto
l’agile scorta delle artiglierie. Al che giovò l’in-
venzione del passo eguale, usato primieramente
alla battaglia di Hochstâdt, e perfezionato poi
nel passo celere ; dimodochè le distanze e l’impeto
vengono a misurarsi quasi col compasso e col
pendolo; e il capitano può calcolare la velocità
nella, massa, come se si trattasse d’uno sforzo
meccanico o di una corrente d’acque.
La tattica si giova destramente della diversa
qualità delle armi, secondo la varietà del suolo e
l’opportunità del momento. Una cavalleria che
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 41

assalisse una fanteria ferma, intera e serrata, si


esporrebbe a inutile distruzione ; ma le porterebbe
alla sua volta una distruzione inevitabile, quando
la trovasse scossa e lacera dalla furia delle arti-
glierie. L’uso della polvere aperse alla cavalleria
moderna un nuovo campo d’attività ; la sottigliez-
za delle ordinanze, l’estensione delle linee, la di-
stanza delle riserve, la lontana portata del can-
none, dilatarono talmente il campo di battaglia,
che necessita a l generale una forza, la quale possa
velocemente trasportarsi da un capo all’altro del-
lo scacchiere di guerra, e annodarne le sparse
estremità. I1 vanto della tattica consiste nella più
simultanea e concorde efficacia di tutte le armi.
Presso i moderni abbiamo dunque eserciti di
materia men prode, d’uomini che chiamiamo sol-
dati e non chiamiamo guerrieri, la cui massa, &
maggiore, e contiene una porzione assai maggiore
di cavalli e macchine d a guerra. Fa meraviglia
che un esercito consolare romano, con t u t t i i suoi
rinforzi, contasse da, ventimila a trentamila com-
battenti, dei quali solo un’undecima parte a ca-
v a l l o ; che Sparta dominasse la Grecia e impo-
nesse all’Asia con quattro o cinquemila fanti ; che
alle battaglie di Maratona e Cunassa, da dieci a
quattordici mila Greci, stretti i n falange, man-
dassero in volta più di centomila Asiatici; e che
a Maratona non avessero arcieri, nè cavalli. Le
armi da getto, il numero dei combattenti e le
masse di cavalleria erano tanto insignificanti a
quel tempo, come sono formidabili al nostro. E
quindi non erano in uso se non presso i decaduti
popoli dell’oriente, dove i despoti, circondati di
quella pomposa folla militare, potevano atterrire
le loro plebi, ma non resistere di piè fermo alle
aste dei pedoni greci e alle spade dei romani.
42 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
Abbiamo visto che un esercito moderno è per-
duto se si lascia sorprendere addensato i n angusto
spazio, mentre gli eserciti romani solevano posar
tranquilli sotto le tende ; perchè nè il nemico po-
teva forzare il recinto, nè i suoi getti valevano a
varcar la spianata, interposta tra le tende e il
vallo. Perciò l’urto degli eserciti avviene ora più
pronto e improvviso; appena hanno il tempo di
riconoscere le colonne nemiche protese su vasto
terreno, celate da boschi, d a alture, d a casali,
involte da una nube di bersaglieri e di cavalli. e
presentate dai capitani nemici sotto le più fallaci
apparenze. I capitani antichi, nell’angustia di
quei campi non ottenebrati dal fumo, fra quelle
ordinanze raccolte e profonde, vedevano cogli oc-
chi proprii, contavano ogni squadra, potevano
provvedere di viva presenza a tutto.

Privi d’accampamento, i moderni ne avrebbe-


ro maggiore il bisogno, perchè devono condursi
dietro ammassi di palle e bombe e polveri e mu-
nizioni da bocca, proporzionate al maggior nu-
mero dei combattenti, ed agli infiniti cavalli da
traino e da battaglia. Le poche provvisioni del ro-
mano stavano nel suo campo ; gli immensi magaz-
zini e gli ospitali nostri non possono scorrere coi
soldati lungo le fronti di battaglia, ingombro alle
strade e bersaglio al nemico. Bisogna dunque che
un esercito moderno abbia dietro le sue linee di
guerra una base, da cui ricavar nutrimento da
foco e da bocca e assistenza in t u t t i i bisogni ; nè
può lasciarsi intercettare d a quella senza espor-
si a certa ruina. I1 generale, che può prendere a
rovescio le posizioni avverse, e configgersi tra
quelle e la base di guerra, mette il nemico alla
disperazione. L’esercito che si allontana troppo
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 43
delle base, agevola al nemico questa, operazione
fatale ; e perde sempre l’uso tattico di t u t t e quelle
forze che si devono disseminare nell’intervallo,
per rendere concatenate e sicure le comunicazioni.
I generali hanno talora l‘ingegno e la fortuna
di cogliere le colonne nemiche, prima che giun-
gano a l loro convegno, sparse su le strade, disu-
nite, incapaci d’opporre in alcun punto un’ade-
guata, resistenza. Molti eserciti si trovarono irre-
parabilmente vinti prima d’aver visto il nemico :
e la battaglia fu allora, un ultimo sforzo per sal-
var l’onore. Queste battaglie, vinte a forza di
passi più che di foco, si chiamano strategiche. La
strategia è dunque l’arte di movere gli eserciti,
fuori della vista del nemico, per condurli a i punti
decisivi ; e abbraccia nelle sue speculazioni tutto
il teatro della guerra. L a tattica è l’arte d’ope-
rare in faccia al nemico e nell’atto delle offese.
La strategia non era coltivata dagli antichi,
perchè i piccoli loro eserciti non avevano bisogno
di compartirsi i n più linee di marcia,, e perciò
non potevano venir sorpresi nella vastità dello
spazio ; non potevano venire intercetti dalla base
d i guerra, nè oppressi irreparabilmente dal nu-
mero, nè impediti dal trincerare un campo, nè
offesi se non da vicino. I1 nome d’artificio stra-
tegico non si potrebbe tuttalpiù dare che alle
loro finte fughe, e a certe grandiose imboscate,
come quella delle Forche Caudine, ove veramente
un esercito si trovò vinto prima di combattere.
Ma nelle grandi proporzioni e nei vasti spazii della
guerra moderna, questi sarebbero partiti vani e
scarsi. E così pure certe astuzie dei capitani an-
tichi, di fare che il nemico si trovasse i n faccia
al sole, al vento, alla polvere, si sono dileguate
nell’ampiezza e varietà delle posizioni.
44 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Per la mutazione delle armi, certi movimenti


cangiarono affatto natura. Un esercito antico, do-
po un combattimento infelice, rare volte poteva
ricoverarsi alla sua frontiera ; perchè, nel riti-
rarsi, non poteva volgere impunemente le terga al
nemico vicino, nè poteva tenerselo lontano. Ma
nella, guerra moderna il cannone, che corre assai
più rapidamente dei fanti, può sostar t r a t t o
tratto, difeso dalle cavallerie, e rivolgersi al ne-
mico, e tenerlo in rispetto, intantochè la fante-
ria si sottrae posatamente. A tal fine si traccia-
rono anche vie militari, disposte con tali svolte
che chi insegue possa restare offeso d a lungi senza
ricambio d’offese. Grande e nelle ritirate e sul
campo è l’efficacia della cavalleria, la quale sno-
data i n piccole colonne per meglio sottrarsi alle
artiglierie, può con rapidi movimenti portar le
sue minaccie i n ogni parte, e imporre cautela e
lentezza a t u t t i i movimenti nemici; e le prime
sue turme, se vengono respinte in disordine, pos-
sono evadere f r a le altre colonne, che le seguono
a scacchiera, e rinnovare senza posa altri assalti.
Nè gli eserciti inferiori di forze devono sempre
sottrarsi con lontane ritirate ; ma possono talora
appostarsi dietro linee fortificate giusta, i prin-
cipii moderni, capaci d’accrescere colle stabili
loro batterie la forza della linea combattente, e
acquistarle tempo, e interrompere l’intento al
nemico, e forzarlo a cimentare i suoi vantaggi
sopra un terreno che non f u scelto d a lui e sul
quale trova la massa formidabile dei fochi e gli
ostacoli dell’arte e della natura, congiunti spesse
volte alla necessità strategica del passaggio.
Il gran numero degli eserciti e il bisogno di
moltiplicarne le masse colla velocità, rese neces-
sario l’incamminarli sovra più strade, tutte adat-
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 45

te al passaggio dell’artiglieria, la, quale non deve


mai lasciar nudi di sua custodia i battaglioni.
Perlochè divenne studio difficile ai generali l’or-
dinare le marce in modo che il nemico in massa
non potesse trovar corpi disuniti ; ch‘essi venis-
sero t u t t i a convergere a l momento preciso e cal-
colato innanzi tempo ; che inchiudessero negli spa-
zii interni le loro comunicazioni, per poter pron-
tamente darsi mano, e versarsi t u t t i da una parte
o dall’altra, e opprimere il nemico sparso. Que-
ste linee ben legate si chiamano interne ; mentre
i corpi ripartiti sopra linee esterne, non comuni-
cano se non per lungo circuito, possono venir sor-
presi parzialmente da t u t t a la massa nemica, e
cacciati in direzioni sempre più divergenti, fino
alla completa loro dispersione.
Tutte queste operazioni strategiche non di-
pendono dal numero nè dal valore dei soldati, ma
dalla mente del generale supremo e dall’intelli-
genza degli officiali che devono porne in atto i
pensieri, meditati anzi tempo e ordinati nel piano
d i guerra. I1 fondamento s t a nella cognizione del
terreno, nella perizia di calcolare le distanze pra-
tiche, le quali non sono le distanze astratte, ma
risultano dalle acque, dalle strade, dalle ascese,
dalle discese e dalla diversa solidità dei terreni.
Quindi le più lontane radici delle più grandi vit-
torie stanno nella perfezione dei rilievi topogra-
fici e nella perizia dei comandanti a leggerli e
calcolarli; così se la vittoria una volta pareva
opera del braccio, ora è più manifesta figlia della
mente.

P i ù forse ancora che le guerre di campo venne


a variare per l’uso della polvere l’arte degli as-
sedii, e per conseguenza quella delle fortificazio-
46 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
n i ; perchè l’attacco insegna la difesa. Le città
forti dell’antichità si collocavano piuttosto in
colle che in piano, ed erano più pregiate, quanto
più eccelse erano le mura e le torri, e più ardua
al nemico la scalata. Dalle feritoie praticate nel
muro e dai parapetti che sporgevano sostenuti d a
mensole, t r a le quali s’aprivano gli appiombatoi,
si tempestava con saette e pietre e fochi e olii
bollenti l’assalitore. Bastava a queste fortezze
poco spazio e poca gente; e perciò nel medio evo
ogni casa signorile era divenuta castello, ogni
terra si murava come una capitale; e contro le
orde vaganti degli Arabi, degli Ungari e dei Nor-
manni si erano muniti di torri e di ponti levatoi
perfino i monasteri.
Ma il cannone, che iterando i colpi abbatte
qualunque muraglia, dimodochè qualunque gros-
sezza appena richiede qualche maggiore dispendio
di tempo, umiliò le superbe moli dalle quali una
piccola casta di invasori, quando avesse in un in-
fausto giorno sorpreso un regno, poteva tenerlo
schiavo e angariato per secoli.
D’allora in poi cominciò il nuovo modo delle
fortificazioni, le quali si profondarono entro i
fossi per sottrarle a i t i r i lontani: e fuori del
fosso si spianò diligentemente il terreno, dispo-
nendolo in lene acclivio verso la fortezza, e per
pararle i colpi, e perchè potesse questa col suo
cannone raderlo e solcarlo in t u t t i i sensi, e te-
nerlo spazzato dai nemici, Così divennero quasi
impossibili le improvvise scalale dei tempi antichi.
Ma siccome il cannone non poteva come le
frecce e i sassi colpire dagli appiombatoi l’assa-
litore che si fosse spinto fino a l piè delle mura e
delle torri, la geometria studiò di far sì che il
piede d’ogni cortina di muro e d’ogni baluardo
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 47

potesse essere visto e bersatgliato da una, qualche


altre parte della fortezza. Perlochè le piazze mo-
derne non sono semplici quadrilateri o figure for-
tuite, come molte fortezze antiche; m e le cortine
che le cingono e i bastioni che ne sporgono, sono
disposti a poligono, le cui linee si sorvegliano
tutte obliquamente e obliquamente ricevono i tiri
dell’assediante. Nel medesimo tempo questi re-
cinti non sono di sola muratura alzata a perpen-
dicolo, ma di dentro sono terrapienate e s’inal-
zano inclinate a scarpa, affinchè possano reggere
alla scossa del proprio cannone, e quando le bat-
terie nemiche abbiano sgretolata la camicia di
muro, il terreno possa per qualche tempo soste-
nersi ancora in mucchio, ed impedire che i colpi
non trafiggano subito l’interno della piazza. La
larghezza del terrapieno si fece tale che vi si po-
tesse agevolmente movere un certo numero di can-
noni. Questa bella combinazione d’architettura,
di geometria e di meccanica nacque in Italia, e si
chiamò bastione; e sotto varie modificazioni e
varii nomi è l’elemento principale della moderna
difesa.
Nè le fortezze si ristringono a l loro ricinto;
ma con mezzelune ed altri ripari, murati verso il
nemico, e fatti a gola aperta verso la piazza, e
collegati a d essa, con passaggi coperti ed altri ar-
tificii, si spingono talora fino a mille metri fuori
del loro recinto; e di là cacciano a d ulteriore di-
stanza i loro fochi incrociati, indugiando l’asse-
diante, e facendogli vie più difficile il vigilare e
dominare t a n t a vastità di terreno. Si richiede
adunque gran numero d’uomini e difenderle, im-
mense munizioni d a foco e da bocca, grandi arse-
nali, enormi spese. Perciò non fu più il caso di
far piazze forte d’ogni città, e le devastazioni
oblique, che a d ogni passo più s’accostano al
corpo della fortezza e ne inviluppano tutte le di-
fese. E d ebbe il vantaggio infallibile d’applicare

di geometria, nella quale l‘uno dei giocatori è


certo di vincere se gli si lascia tempo. Ma intanto,
al dire degli ammiratori delle fortezze, egli perde
appunto il tempo, divide le forze, allenta l’impeto
dell’invasione, e si vede spesso fuggir di mano i
favori della fortuna. Poichè l’avversario, ricon-
giunto alla sua base e ristaurato di forze e d’ani-
mo, ricompare a contrastargli il cominciato as-
sedio e ritentar da capo la, sorte delle battaglie.
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 49
Se passiamo dalla t e r r a al mare, vedremo che
i modi d’offesa del tempo antico erano p u r sem-
pre subordinati al valore dei pochi. Si avventa-
vano pietre, frecce, fochi ; si troncavano con falci
e scuri i timoni e le f u n i ; i Romani afferravano
con uncini le navi per venire a battaglia di mano.
Ma il modo d’assalto più marinaresco e artificiale
era una continua serie di volte e rivolte, colle
quali si cercava d’urtare di t u t t a forza coll’acuto
sprone della prora il fianco della nave nemica,
romperla, mandarla a fondo. Questi movimenti
erano t u t t i di timone e di remi, e volevano legni
spediti, spazio libero, somma perizia di mare,
impetuosa ferocia negli abbordi. Perciò le navi da
guerra dovevano essere più piccole dei legni mer-
cantili ; e le poche navi scompigliavano sovente le
molte; le quali o non potevano combatter tutte,
o nell’affollamento non avevano campo di volteg-
giare e prendere impeto, e s’intricavano coi remi.
Così le poche navi dei Greci e quelle dei Veneti
dispersero le flotte dell’Asia e salvarono due volte
l’incivilimento europeo.
Perfezionato il cannone, l’agilità dei legni
non fu più necessaria alle offese, e fu necessaria
piuttosto una somma solidità per reggere alle
enormi fiancate. Le navi d a guerra divennero as-
sai più grosse delle navi d a carico; non si ri-
guardò come nave di battaglia quella che non
portasse almeno settanta cannoni e per ogni can-
none non avesse una decina di soldati. I remi alla,
fine non valsero più nulla; il bordo si coperse
d’una selva di vele ; le vele quadre successero alle
latine, e divennero capaci di tenere il vento, e in-
crociar sui mari, e occuparli quasi con presidio
perenne. L’impadronirsi del vento divenne il bu-
premo pensiero degli ammiragli, che non si c u r a
4. - CATTANEO. Scritti s t o r i c i . I.
50 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

rono più nelle battaglie di saltare a bordo della


capitana nemica, e d’essere combattenti di mano.
Chi h a il sopravvento, il vento in poppa, h a i n
sua facultà il combattere, il quando, il come, e la
distanza, e il tremendo arbitrio di scegliere il
punto ove piombare con t u t t a la potenza delle
fiancate, in modo d’operare anco su le acque col
principio delle masse, sfondar nel mezzo la linea,
sopraffar col numero la parte intercetta, ovvero
circuire un’estremità, circondarla di foco a fron-
te, a lato, alle spalle; e con quest’opera di di-
struzione scorrere lungo t u t t a la fronte e sperpe-
rarla, prima che l’altra, estremità possa raggiun-
gere il luogo della battaglia.
Nè giovò sempre alla flotta più debole l’essere
imbozzata all’àncora lungo il lido, e protetta
eziandio da batterie di terra ad ambe le estre-
m i t à ; perchè, visti i loro legni non debitamente
serrati fra loro e stretti a l lido, in modo d’op-
porre un foco più denso alle navi sotto vela, gli
audaci capitani, anche a pericolo d’andare ad are-
narsi o rompere s u la costa, si gettarono tra le
flotta imbozzata e il l i d o ; e ne circuirono e di-
strussero un’ala, mentre l’altra, immobile su l’àn-
cora, rimaneva testimone dello sterminio, aspet-
tando in duro ozio un simile destino. Così fece
Nelson ad Aboukir. - Nelson recò a, finale svi-
luppo sul mare questa terribil a r t e delle masse.
Per lungo tempo durò i n guerra l’atroce uso
dell’arrembaggio, nel quale eran temuti i Fran-
cesi, e più di tutti quei filibustieri che fondarono
colonie nelle Antille. Costoro avevano il disperato
coraggio di assalir colla spada alla mano sopra
un legno leggiero qualsiasi enorme nave d a guer-
ra, e perfino i porti più muniti dell’America spa-
gnola. Ma, ogni progresso dell’artiglieria marittima
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA

rendeva sempre più duri e disastrosi quei ci-


menti. Si trovarono i mortai impernati, che pos-
sono volgersi a destra e sinistra, le cariche a
mitraglia, le bombe orizzontali, e più di tutto le
coronate, che hanno getto più breve, ma poco
peso ed enorme calibro; e a fronte delle quali è
quasi impossibile a d un equipaggio l’accostarsi
a d un bordo, e dargli un assalto di mano.
I1 principio delle masse può applicarsi anche
al combattimento di due navi di forza eguale, se
l’una, invece di collocami lungo l’altra, può col-
l’arte del vento attraversarsele davanti, e infilarla
con t u t t a la sua fiancata, ricevendo in cambio
assai minor mano di colpi, Le sue palle, solcando
il bordo nemico in t u t t a la lunghezza, possono
menarvi strage e ruina; peggio poi se lo bersa-
gliano da poppa, ove il legname è più debole. e
se, smontato il timone, tolgono alla nave il domi-
nio de’ suoi movimenti.

Le imprese, in cui riesce più ardua nei tempi


nostri l’applicazione di questo principio, sono
gli sbarchi; poichè vi si vanno a complicare tutte
le difficoltà della guerra marittima e della ter-
restre. Le comunicazioni erano anticamente scar-
se e imperfette; non v’era un nembo di giornali,
che propalasse a t u t t a la terra ogni minimo adu-
namento di navi, di viveri, o d’armi, ogni oscilla-
zione nella ricerca d’una derrata di guerra. Erano
bellicose le nazioni, ma disperse alle faccende della
vita, non avevano grossi eserciti stanziali, che il
primo suono di tromba ritrovasse già i n armi. Le
macchine militari, col breve e impotente loro getto,
non potevano dominare i lidi ; nè le leggiere navi
potevano colla velatura latina reggere intiere sta-
gioni a vigilare in crociera i vasti tragitti del
62 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
mare. Un esercito valente, afferrata d’improvviso
la terra, poteva per la natura dell’armi affrontarne
uno assai maggiore.
Oggidì nelle grandi guerre i piccoli sbarchi
possono tornare efficaci soltanto sopra colonie
sguernite d’eserciti. Se si tentino per obietti me-
ramente militari, e non si facciano per avventura
sussidiarii a d una sollevazione, finiscono i n un
dannoso disperdimento di forze. Ai grandi sbar-
chi si richiede gran numero di scialuppe, un mar
basso, ove non trovino contrariato l’approdo, e
possano investirsi saldamente nella sabbia, e por-
gere agevole escita ai soldati, ai cavalli, alle ar-
tiglierie. Ora nel basso fondo le navi d a guerra,
che devono spalleggiare lo sbarco, non possono
tanto inoltrarsi verso terra, d a impor silenzio alle
batterie. Bourdé giudica difficile gettare sul lido
più di diecimila uomini a d ogni ripresa. Ad un
esercito numeroso manca dunque l’impeto simul-
taneo, la potenza della sorpresa, il vantaggio del-
la massa. Oltre alla padronanza del mare, biso-
gna dunque far grande assegnamento su l’incuria
e la tardità della nazione invasa, o sperare di de-
luderla con finte mosse che chiamino i n altro
luogo le sue forze. Bisogna poco saggiamente
aspettar dalla fortuna il permesso d’applicare le
regole necessarie dell’arte.

Prima che il gran principio delle masse, ori-


ginato nell’uso dell’armi d a foco, giungesse a svi-
lupparsi appieno negli assedii, nei campi e sul
mare, corsero cinque secoli. La polvere da foco
entrò nel mondo pacifica e inosservata; nessuno
può contarne la prima istoria. Le menti erano
allora preoccupate dal foco greco, mistura di
nafta, pece e nitro, che si gettava con trombe e
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 53

sifoni, e si accendeva più fieramente nell’acque,


e che molti scrittori scambiarono colla polvere
stessa. Costantinopoli si salvò con quell’arme dagli
Slavi e dagli Arabi ; questi ne appresero l’uso e lo
rivolsero a spavento dei Crociati : ma coll’intro-
duzione della polvere il foco greco andò i n oblio,
prima d’aver produtto mutazione nell’arte della
guerra. La vera polvere di nitro, solfo e carbone,
si trova già menzionata nel secolo X I I d a Marco
Greco, che ne parla come di cosa n o n nuova, che
serviva a giochi e feste; e come gioco puerile la
ricorda pure Rogero Bacone. Egidio Colonna, che
descrisse minutamente le macchine da guerra del
secolo X I I I , non nomina, bombarde, nè schiop-
p e t t i ; che così si chiamarono le prime armi d a
foro ; nè. allude a d alcuno simil strumento.
Solo dopo il 1300, negli ultimi anni di Dante,
la polvere d a gioco e d a festa si trova applicata
al suo tremendo officio di guerra. La più antica
menzione, finor trovata. delle bombarde è del-
l’anno 1311, quando i Bresciani con esse «viril-
monto e fortemente si difendevano » contro l’im-
peratore Enrico di Lussemburgo « e facevano g r a n
danno alle sue genti », come narra il Poliistore di
Bartolomeo da Ferrara, nella collezione del Mu-
ratori. Nel 1331 la Cronica di Giuliano parla degli
esuli di Forlì che « balistabant c u m sclopo versus
terram ». Nel 1334 Rinaldo d’Este, guerreggiando
Bologna, « praeparari fecit maximam quantitatem
sclopetorum et spingardarum ». Petrarca, i n certi
colloquii che appaiono scritti prima del 1344, de-
scrive le bombarde; e aggiunge che pur dianzi
«era così rara una tal peste, ma ora si è fatta
commune al pari d’ogni altra maniera d’armi ».
Così era i n Italia. Ma le più antiche memorie
dell’uso guerresco della polvere presso i Fran-
54 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

cesi sono del 1340 ; presso gli Inglesi del 1343, alla
battaglia di Crécy ; presso gli Anseatici del 1360.
Nel 1376, nella famosa guerra di Chioggia tra
Veneti e Genovesi, pare che le bombarde riceves-
sero qualche maggior perfezione da Fra Bertoldo
Schwarz, al quale venne poi attribuita l’inven-
zione primiera della polvere, antica allora di due
secoli per lo meno. Tutto questo simiglia alla
prima scoperta e alle successive applicazioni del-
la potenza del vapore, le quali richiesero pure
due secoli, e si propagarono per lenta imitazione.
Se l’uso delle bombarde, degli schioppi, degli
archibusi ebbe luogo prima che altrove in Lom-
bardia, è ragionevole la congettura che qui siansi
inventati. E per verità i vecchi cronisti spagnoli
non le chiamano bombarde, ma lombarde, e tor-
m e n t u m longobardum. E l’istorico Mariana sog-
giunse: ( ( P e r tal modo le appellano i nostri Cro-
nisti, credo dalla Lombardia, d’onde vennero la
prima volta in Ispagna; o perchè quivi furono in-
ventate )). I1 Dizionario dell’Accademia Spagnola
dice che bombarda venne dal greco bombos pel
suo fragore, « m a più naturalmente dall’essere
venute d i L o m b a r d i a ) ) . Ora, senza disturbar la
lingua greca, rimbombo e schioppo e archibuso
sono voci native d’Italia, e proprie dei Lombardi,
che dicono appunto buso e schioppo anche dove
il rimanente d’ Italia dice bugio e buco e scop-
pio. L’asserzione del padre Gaubit, che il Chan
Kubilai si valesse della polvere nella conquista
della China meridionale, s’oppone alla testimo-
nianza indiretta, di Marco Polo ; il quale era quel-
l’accorto osservatore che tutti omai riconoscono,
e fu molto famigliare di Kubilai, e n a r r a che suo
padre Nicolò e suo zio Matteo contribuirono alla
presa, di Siang-yang-fu, insegnando macchine da
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 56

lanciar pietre; e non fa menzione alcuna di bom-


barde. E Tamerlano si valse del foco greco con-
t r o Bajazid; e di .nafte, cioè di foco greco, par-
lano Al-Makin e Al-Amrà, i n quei passi che fu-
rono intesi riguardare la polvere. Il più antico
uso che n e facessero le nazioni asiatiche è, giu-
sta le attuali notizie, l’assedio d’Algesira i n Ispa-
gna, trent’anni dopo l’assedio di Brescia.
La mutazione fu lentissima, combattuta dalle
abitudini, dagli interessi, e da una forte preoc-
cupazione pei guerrieri del tempo antico e per le
prodezze cavalleresche del medio evo. Dapprima
fu piuttosto uno spauracchio che un’arme ; i colpi
erano così lenti, che gli assediati potevano far
nuove mura dietro le mura smantellate; i tiri
non avevano certezza; le palle erano talora di
sasso, e uscivano già infrante ; i pezzi erano pon-
derosi, informi, affustati su un ceppo; e si sole-
vano carreggiare al seguito degli eserciti d a spe-
ditori mercenarii, con traini di muli e bovi; bi-
sognava aspettar talora le settimane per avere i
cannoni da mettere i n battaglia; e quivi non po-
tevano variar posto o salvarsi i n una rotta. Qual
differenza dall’artiglieria leggiera, che scorre col-
le squadre dei cavalli, sfonda loro davanti i bat-
taglioni serrati, e vola intorno alle linee nemiche,
speculando il luogo ove saranno più tremendi i
suoi colpi!
Sembra che le prime bombe si lanciassero
nel 1588. Un secolo prima le bombarde avevano
cominciato a chiamarsi cannoni, e a moversi con
cavalli e carrette. Ma erano lunghi ancora otto
metri, per la supposizione vulgare che la palla
tenuta più tempo a contatto della polvere, n e
prendesse maggior violenza. Nicolò Tartaglia bre-
sciano scoperse che il tiro più possente si ottiene
66 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

quando il cannone è lungo in modo, che la, pol-


vere abbia appena il tempo preciso d’accendersi
t u t t a ; scoperse pure che la gettata massima del
cannone è sotto l‘angolo dì 48 gradi, e che la
palla non vola rettilinea, ma dal dominio della
proiezione passa successivamente sotto quello
della gravità. Così sottopose la balistica alla dot-
trina delle sezioni coniche, nello stesso tempo che
annunziava il principio delle masse relative. os-
sin l’arte di supplire al numero.
Però l’arbitrio dei pratici ignoranti continuò
a prevalere alle sode dottrine. Non ostante la ri-
forma d’Ottavio Farnese, gli arsenali erano al
tempo di Montecuccoli, un caos d’artiglieria con-
fusa, indistinta, sproporzionata ; poichè ogni ge-
nerale, ogni fonditore fantasticava nuovi calibri
e nuovi nomi ; ma s’ignoravano le proporzioni ra-
gionate : laonde erano d‘ingombro nelle marce e
sul campo, e conquassavano inutilmente i bastio-
ni che dovevano difendere. Gli Svedesi, l’ordi-
nanza francese del 1732, Federico di Prussia, il
maresciallo di Broglie e l’illustre Gribauval, de-
terminarono colla ragione il calibro, il peso, la
lunghezza, le cariche; ed aboliti i nomi fanta-
stici, distinsero i pezzi dal peso della palla. Lo
stesso avvenne del fucile, che fu primieramente a
corda, a miccia, a rota, a cavalletto, a forcella,
lungo all’eccesso, d’uso incerto e difficile; e solo
al tempo di Federico divenne atto a d essere l’ar-
me unica della fanteria, la quale, per obbedire al
principio delle masse, abbandonato ogni ingom-
bro difensivo, adottò t u t t a l’abito spedito dalle
antiche fanterie leggiere.
I1 rimbombo, il foco, il fumo, la morte sca-
gliata da u n agguato ad enormi distanze, fecero
parer dapprincipio le bocche da foco artificii di
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 57

gente vile, contrarii alle leggi della guerra e del-


l’onore. La cavalleria e la letteratura cavalleresca
vantavano sempre la prodezza della mano, e vili-
pendevano l’arme che adeguava il fiacco al forte.
La feudalità non ebbe più riparo entro le armature
di ferro, nè dietro ai merli e i trabocchetti delle
sue castella. La milizia plebea, armata di questa
polvere magica, e assoldata dai mercanti delle
città e dai secretarii dei principi, liberava a
poco a poco l’Europa; e per essa i territorii dis-
sociati dal medio evo si congiungevano in pode-
rose masse nazionali, guidate da governi calcola-
tori. I quali per irresistibile istinto d’interesse a
poro a poco abolirono tutte le rocche e le armi
e le giurisdizioni dei privati, soppressero i privi-
legi, disciolsero le colleganze. e adeguarono col
diritto civile dell’antico popolo romano le ra-
gioni dei deboli e dei potenti.
Quando gli uomini maledicono la forza stermi-
natrice che in pochi istanti rovescia i più floridi
battaglioni, non pensano che la guerra antica,
colle sue poetiche atrocità, divorava più lenta-
mente assai maggior numero di combattenti e
non combattenti : - ch’essa, fondandosi sulla fie-
rezza dell’individuo, inaspriva i costumi, e met-
teva i popoli più culti e mansueti a discrezione
dei più rozzi e crudeli ; immolava l’amabile Atene
alla zotica Sparta, l’Etruria e l’Italogrecia a
Roma agreste; il mondo romano a i Vandali;
l’India e la Chine a i Mogolli; - che nel seno
stesso delle nazioni dava per necessità il privile-
gio dell’educazione guerriera e dell’ozio militare
a d un ordine solo d’abitanti, il quale teneva op-
pressa, avvilita e seminuda la maggioranza, sot-
to nome di clienti, di proletarii, di schiavi, di
servi della gleba; - che nelle guerre moderne,
58 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
a popolazione eguale, furono sempre più temute
le genti più studiose e industri; le quali non si
trovarono deboli se non quando, dopo aver com-
battuto per le cause difensive dell’incivilimento,
si lasciarono trascinare dagli istinti soverchiatori
delle nazioni barbare, e violarono le leggi del-
l’eterna giustizia ed i limiti che la natura pose
alle nazioni. I territorii più civili sono più ric-
chi e popolosi; e in dato spazio possono dare
maggior numero di soldati, e possono tenerli più
lungamente in campo, provvederli meglio d’arma-
menti, di piazze da guerra, di copiose munizioni,
di apparati locomoventi, capitanarli di più culti
officiali, avere la maggior probabilità dell’ingegno
nei venerali e negli ammiragli, adunare insomma
g
in più breve campo t u t t i gli elementi della massa
assoluta e della relativa. Al contrario le genti
barbare vivono povere, ignoranti, disseminate in
vaste lande ; si raccozzano tardi per lunghe e rare
strade; e non sospettano o non amano il fatale
primato dell‘ingegno. I1 principio delle basi stra-
tegiche e delle zone d‘operazione fa sì, che un
esercito diminuisce di forza a misura che si allon-
tana dalle sue frontiere, e va ristaurandosi a mi-
sura che si ripiega sovra di esse. Laonde le guerre
d’offesa, d’invasione, d’ingiustizia, portano seco
un’inevitabile progressione di debolezza, mentre
coll’approssimarsi alla natura, difensiva vanno
acquistando vigore, perchè trovano base dapper-
tutto, e una nazione può sempre adunar più com-
battenti entro la sua frontiera che fuori.
S e i lunghi intervalli di pace, lunghi senza
esempio, che la prevalenza del commercio e i ti-
mori del credito impongono alle nazioni civili,
esse promovono gli studii delle scienze, la topo-
grafia, la chimica, la meccanica, l’arte locomotrice
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 59

di terra e d i mare. La scienza, nella luce d’ogni


giorno, nella quiete d’ogni notte medita, nuove
scoperte, nuove applicazioni. Quando la guerra
alla fine prorompe, le nazioni portano inaspetta-
tamente sul campo i nuovi principii, divisati dal
genio ch’esse fomentano nel loro intelligente con-
sorzio, o suggeriti dalle necessità sociali d’una
civiltà più inoltrata. Nel primo conflitto la vit-
toria è sempre del principio nuovo ; è successiva-
mente della falange, della legione, dell’artiglieria,
del passo uniforme, del passo celere, del foco di
manipolo, dell’artiglieria volante. della massa
relativa, infine dell’esaltazione che nasce da ogni
novello sviluppo delle più generose facoltà della
mente e del cuore. Ma la vittoria stessa, destando
la meraviglia delle penti e l’imitazione. nel de-
corso d’una lunga guerra eguaglia le sorti; e ri-
duce ai limiti di tshionr il popolo stesso che aveva
trascese le condizioni dell’equilibrio. Così Carta-
gine si trova d’avere ammaestrata Roma nell’arte
navale : Carlo SII in breve tempo non ha più nul-
la da insegnare a Pietro il Grande ; e il principio
delle masse e dell’esaltazione popolare riconduce
da ultimo la potenza francese entro quei confini
stessi, da cui l‘applicazione subitanea di questo
principio l’aveva fatta prorompere prodigiosa-
mente.
Nel seno della pace nuovi pensieri, nuovi stu-
dii di chimica, di topografia, di matematica, di
locomozione, di credito pubblico, semplificazioni,
rettificazioni, impulsi civili che elidono ovvero fo-
mentano le forze militari. E così una guerra non
è mai simile alla precedente; e inganna t u t t e le
previsioni dei torpidi; e il genere umano, sotto
il flagello della sconfitta e della necessità mili-
tare, è spinto volendo e non volendo su la via del
60 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
progresso. E chi rimane ultimo, i n ogni conflitto
soccumbe; o soccumbe dapprima, perchè si pre-
senta preparato all’antica, a fronte dei nuovi pro-
digii del secolo, e getta le orde dei Mammelucchi
contro le baionette europee; o soccumbe da, poi,
quando con armi eguali, ma novizio ed esitante,
si mette a fronte de’ suoi anziani, e si lascia, co-
gliere a Nisibe nella rete d’un‘arte ignota.1 È que-
sta una necessita ineluttabile, che colle creazioni
dell’ingegno assicura i l predominio crescente e
perpetuo dell’intelligenza. La, vittoria non è della
generazione robusta e dura, che forma i valorosi
squadroni, ma del giovine taciturno, che prosteso
boccone su 1a carta col compasso alla mano sce-
glie quel crocicchio fatale di strade che diverrà
campo famoso di battaglia. E si avvera il detto
scritturale, che la corsa n o n è del veloce, nè la
pugna è del forte.
I1 commercio può vantarsi d’avere aperto t u t t i
gli accesi dell’Asia, dal Mar Rosso a l Giappone
ma, in sei secoli che corsero da Marco Polo a noi,
non valse a scuotere il letargo inveterato di quelle
genti. La sola tattica potè in pochi anni incate-
nare al predominio della civiltà europea gli Arabi,
i Turchi, i Georgiani, i Persiani, i Seichi, gli In-
diani, i Chinesi; la tattica strascinerà fra poco
t u t t a l’Asia su le vie dell’intelligenza, ch’essa
primamente ci aperse, e che da t a n t i secoli erano
chiuse del t u t t o per lei.

Partecipando i n generale alle opinioni del-


l’autore, non sapremmo però spinger l’amore del-

1 Questo scritto è del 1839. I vincitori di Nisibe vi-


dero in Acri quanta distanza fosse ancora tra loro e i
maestri europei.

.
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA 61
la ferma disciplina militare fino al punto di
porre seco lui la rassegnazione degli eserciti mec-
canici tanto a l disopra dell’impeto, e, diciam pu-
re, dello zelo, il quale accompagna sempre l’in-
telligenza svegliata e l’animo cittadino. Chi è
rassegnato sotto la pioggia del foco, non ha sem-
pre il vigore elettrico di riannodarsi e risurgere
dalla sconfitta, di raddoppiare le marce, di vol-
gere in facezia le più dure privazioni, di reggere
a l tragitto dei deserti e delle montagne gelate.
Nel disastro di Russia i soldati meridionali ser-
barono mente più serena e contegno più militare,
e ressero al gelo più d’altri, ch’erano figli di più
rigido clima. Poteva parere un coraggio di rasse-
gnazione quello ch’egli cita dell’esercito inglese a
Waterloo; ma non era possibile che non vi si
fosse infusa per esempio e per contatto l’esalta-
zione morale degli ufficiali, i n cui bollivano t u t t e
le ambizioni d’un patriziato il quale doveva mo-
strare a d una superba e poderosa nazione d’essere
degno di governarle, e di dominar seco lei t a n t a
parte della t e r r a e del mare. E codesto dominio
marittimo non fu acquistato col coraggio di rasse-
gnazione; poichè a d Aboukir e Trafalgar si vide
risplendere bensì nei vinti, ma non nei vincitori ;
i quali solo nell’ardimento e nello slancio dell’as-
salto ritrovarono la vittoria. Onoriamo dunque la
rassegnazione che more a l suo posto; ma non ne-
ghiamo l’efficacia d i quell’impeto generoso, che
scaturisce dalle intime condizioni civili, e solo sa
compiere sul campo e su l’oceano i più sublimi ar-
dimenti.
Trattandosi di libro nel quale l’arte militare
è sottoposta alla politica e all’istoria, , oserem-
mo indicare all’autore una parte dell’argomento
ch’egli non h a peranco tocca, e forse riserva ad
62 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

altre sezioni dell’opera, ma che pure ci sembra


di questo luogo ; ed è il nesso tra il servigio mili-
tare e le emancipazioni civili. Nel mentre ch’egli
riconosce la prevalenza del numero come un prin-
cipio progressivo e benefico nei secoli moderni, lo
chiama corruzione e decadimento nei tempi anti-
chi, quando prima da Mario, e poi da Cesare e
da’ suoi successori venne applicato a demolire il
patriziato romano, il quale aveva fatto della mili-
zia un privilegio dei censiti. D a Mario a Probo
ci sembra vedere in proporzione crescente il tra-
passo della forza militare dall’ordine privilegiato
al popolo; e fu età di progresso; e questo si per-
petuò nel nostro diritto civile, trovato allora per
uso di tutti i secoli. D a Probo e Diocleziano a i
Goti vediamo in serie opposta passare le armi
dalla nazione agli stranieri, e quindi fondarsi una
nuova classe privilegiata; la quale però non f u
sapiente come gli ottimati romani, perchè le mancò
il sacerdozio, la giurisprudenza, l’ordine munici-
pale e tutto il corredo dei talenti popolari. Dal
mille i n poi, cominciò una nuova serie di fatti,
in cui questa aristocrazia d‘armi si vede discen-
dere, perdere il monopolio dell’armi cavalleresche,
passare a l mero comando delle armi popolari, in-
fine, coll’ultimo stadio del progresso europeo, an-
dar confusa nel vortice dell’uniforme cultura.
Questo è un bello e nuovo campo di studii ; e non
vorremmo che l’autore vi dimenticasse i primi
rudimenti della fanteria moderna, adunati intor-
no ai carrocci delle città lombarde, parecchie ge-
nerazioni prima degli Svizzeri e degli Ussiti. N è
bisognerebbe dimenticare i conduttieri, che furono
la prima forma degli eserciti permanenti, il primo
tentativo dei governi a disbrigarsi dai servigi del-
le fazioni armate, e sostituire la bandiera dello
DELLA MILIZIA ANTICA E MODERNA

Stato ai pennoni feudali ed ai gonfaloni delle


città.
Sono pochi i libri in cui si palesi, quanto in
questo, l’intera devozione d’uno scrittore a l suo
argomento. Con qualche maggiore scioltezza di
forme, esso potrebbe dal novero dei libri scienti-
fici passare a quello dei manuali letterarii; e sa-
rebbe utilissima chiave allo studio dei libri isto-
rici, nei quali le materie civili s’intrecciano per-
petuamente coi f a t t i militari.
i
VIII.
Della conquista d’Inghilterra pei Normami.*

Questo breve sunto della celebre opera d’Ago-


stino Thierry, pubblicato già. nel II vol. del Poli-
tecnico (1840), si collega coi seguenti scritti su
l’Irlanda, l’Impero Indobritannico e i moderni
Stati Europei ; nel quale complesso medesimo as-
sume un aspetto e un senso proprio, e diverso da,
quello che impresse all’argomento il grande isto-
rico francese.
Thierry volle considerare negli Anglosassoni
quasi solo la condizione di conquistati; e lasciò
nell’ombra quella ch’ebbero prima, e crudelmente
esercitarono, di conquistatori, e ch’era durata sei
secoli, senza frutto alcuno della civiltà e dell’in-
telligenza. Forse la profonda pietà ch’egli sentiva,
e che trasfuse ne’ suoi lettori, provenne i n parte
dall’aver egli veramente creduto che la, casta mi-
litare e posseditrice, e quindi poco numerosa degli
Angli, dei Sassoni e dei Dani costituisse ai tempi
di Guglielmo l’intero popolo dell’Inghilterra. Ed
è opinione universale; ma non meno erronea. E

* Pubblicato, firmato, nel « Politecnico », 11, fasc. XII,


dicembre 1839, pp. 536-582, come rassegna della traduzione
italiana, fatta sulla V edizione, a cura di F. Cusani, Mi-
lano, Pirotta, 1838, voll. 3, della celebre opera di AUGUSTIN
THIERRY, Histoire d e la conquête d e l’Angleterre par les
Normands (I ed. 1825).

. . ..
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 66
a lato le viene l’altre opinione pure universale
e pure erronea, che la lingua inglese nascesse
primamente dalla miscela, dell’anglosassone colla
francese. Poichè quando dalla lingua inglese si
espungesse tuttociò ch’è francese o latino, ciò che
rimarrebbe è tanto ancora diverso e per infles-
sione e per costruzione e per accento dalla lingua
degli Anglosassoni e degli antichi Scandinavi, che
ben si vede come quelle lingue di corsari e di
soldati, le quali erano già scritte non a l t u t t o
senz’arte, avessero subito una profonda mutazio-
ne nel propagarsi lentamente come favella par-
l a t a e commerciale, fra le stirpi indigene. Le quali
allora tenevano i n armi t u t t a la parte occiden-
tale dell’isola, e dovevano formare le plebi r u -
stiche e urbane anche lungo la costa orientale, e
sempre rimasero tronco principale e fondamento
della nazione britannica, e di lunga mano più
ancora dopo la congiunzione di Galles, di Corno-
vallia, della Scozia e dell’Irlanda.
La conquista di Guglielmo fa serie con quelle
di Clodoveo. di Carlomagno. di Canuto, d’Araldo
Crinito, di Tancredi Altavilla, degli Ensiferi, dei
Teutonici, dei Crociati, dei Veneti, dei Genovesi,
dei Castiliani, dei Portoghesi, degli Aragonesi, dei
Polacchi. E non rappresenta il conflitto di na-
zioni con nazioni; ma il continuo incremento
d’una confraternita religiosa e patrizia, che si
venne tessendo a poco a poco coi frammenti pro-
miscui delle genti romane, celtiche, germaniche e
slave. Fra le quali è vana opera degli scrittori
l’andar distribuendo con mano o arrogante o vile
un costante ed assoluto nome di vinti e di vinci-
t o r i ; dacchè ve n’ebbe degli uni e degli altri in
ogni stirpe e i n ogni lingua ; e quella nazione che
si affetta di chiamare appunto dei vincitori, ebbe
5. - CATTANEO. Scritti storici. I.
66 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

in sè più grave e più vasta e più durevole la ser-


vitù della gleba. E d’ogni lingua e d’ogni stirpe
si coscrisse quella milizia signorile, t u t t a unifor-
memente ordinata per gradi e per insegne caval-
leresche, della quale i re di Francia e di Germa-
nia e di Polonia e di Portogallo e di Sicilia e di
Sardegna, e gli imperatori latini di Costantino-
poli, e i signori di Cipro e d’Acacia e di Edessa, e i
dogi e i gonfalonieri delle città nostre, erano i
capitani. Ma sopra di loro era un supremo domi-
natore, che non cingeva spada, ma in cui nome
si porgevano in t u t t a Europa le spade e gli sproni
ai cavalieri genuflessi e giuranti, e in cui nome
si spiegava il vessillo della conquista, e si divi-
devano le regioni della terra, ancora dopo la sco-
perta di Colombo. L’istoria di codesta milizia
fondata da Costantino e Clodoveo è l’istoria del
medio evo: essa costituì allora tutti gli Stati, e
preparò quell‘unità europea dell’evo moderno, alla
quale le conquiste dei Celti e dei Romani avevano
posto le prime fondamenta. Il suo nome non era
quello d’alcuna particolar nazione, ma quello
comune a t u t t e di C r i s t i a n i t à ; e si rappresenta
nell’uso solenne della lingua latina. Nessuna na-
zione aveva ancora la chiara e semplice coscienza
di sè medesima, nuovo ordine d’idee, che comin-
ciò alla fine dello scorso secolo. Esso f u prima-
mente annunciato nel memorando quesito di
Siéyes, costituisce il principio istorico e civile
del secolo XIX, e vien rappresentato nell’uso so-
lenne delle singole lingue nazionali, anche presso
quelle nazioni, presso cui sopravvive tanta parte
ancora del feudale edificio.

L’imperio britannico si stende oggidì per t u t t i


i mari, occupa I’estremità dell’America e del-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 67
l’Africa; domina le più doviziose regioni del-
l’Asia, getta coi rifiuti del suo popolo le fonda-
menta d’una nuova Europa negli antipodi, riu-
nisce in un poderoso nodo forse la sesta parte
del vivente genere umano. Quando si pensa come
il nome di questo popolo primeggi nelle opere
della pace e della guerra coll’orgoglio dell’avita
libertà, sembrano incredibili le memorie di quel
tempo, pure non remotissimo, i n cui giaceva in
tanto abisso di debolezza e miseria, ch’era obbro-
brio appellarsi inglese : opprobrium erat anglicus
appellari : in cui l’uomo inglese, e perchè inglese,
entrava nei contratti dello straniero alla rinfusa
colle cose e coi bestiami, come scorta e veste del-
la terra : terra vestita, i d e s t agri c u m domibus,
hominibus et pecoribus : in cui l’anima da schiavo
si riguardava come un natural distintivo della
stirpe inglese: jam quasi naturaliter serri ....
tam q ua i n naturam..
Eppure pochi secoli prima gli Angli e i Sassoni
erano approdati a quell’isola coll‘armi alla mano,
recando spavento e desolazione. Quella strana
vicenda della vittoria e della fuga, dell’intrapren-
denza e dell‘inerzia, della gloria e della vergogna,
che tocca alla loro volta a t u t t i i popoli, è la più
ardua ricerca che possa institiiirsi dalla scienza
istorica, e lo studio più di t u t t i utile all‘arte so-
ciale. E infatti a che servirebbe prodigar fatiche
e sangue per ingrandire una nazione i n guerra e
in pace, se quegli sforzi che la conducono oggi a1
trionfo, le preparassero l’impotenza e l’ignominia
dimani?
Ma mentre vediamo nelle Isole Britanniche al-
cune stirpi aver mutato quasi natura in poche
generazioni, altre colà ne vediamo, i cui costumi
presenti discesero con infiessibile perpetuità dai
68 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

tempi più lontani. Esse ebbero fin d’allora insti-


tuzioni, riti, tradizioni, poesie ; m a come piante
che non ponno crescere oltre a certa misura, ri-
masero per secoli e secoli in quel primo ordine di
cose, e non concorsero al comune sviluppo del
genere umano, se non quando vennero dalla sven-
tura tratte sotto il volere d’altre nazioni. Perlo-
chè taluno direbbe che quella sanguinosa commi-
stione di razze e di costumi, che noi chiamiamo
conquista, sia necessaria a frangere le abitudini
primamente invalse nei popoli ; cosicchè, sciolti
da ogni vincolo volle barbare loro origini, possano
seguire liberamente le vie del progresso e della
civiltà
Per questo aspetto l’oppressione delle inno-
centi tribù primigenie, a nome d’un tetro e ri-
flessivo senato, o d’un esercito di venturieri che
con una giornata felice diviene signore degli uo-
mini e della terra, parrebbe un‘operazione dolo-
rosaniente benefica ; parrebbe quasi la potatura
d’una vite, che reprime una frondosità inutile
per dare una fruttifera gagliardia. Allora gli in-
felici, che sanguinarono in difesa delle antiche
consuetudini e delle rudi libertà, appaiono quasi
vittime necessarie d’una suprema legge dell‘uma-
nità, e come gli uccisi in battaglia, il cui com-
pianto non fa tacere l’esultanza della vittoria.
Ma questa dottrina. riesce arbitraria ; poichè
noi non sappiamo qual sia il confine tra la libertà
umana e la necessità : e chi giudica dopo l‘evento,
facilmente traduce in leggi immutabili e univer-
sali gli effetti d’un fortuito scontro di forze. Quel-
lo stoico ottimismo che si consola di tutto, che
concilia tutto, che passeggia t r a vinti e vincitori
senz’ira e senza dolore, e nella distruzione d’un
popolo nulla vede fuorchè una trasformazione fe-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA

lice, la quale aggiudica a d una gente più ragio-


nevole e progressiva le terre d’una gente indo-
cile ed arretrata, suppone troppo gratuitamente
in certe razze una naturale impotenza a incivi-
lirsi, e involge i n un’ingiusta e crudele condanna
i voti e gli sforzi d’una virtù sventurata. Allora
l’uomo in faccia alla catena degli eventi non do-
vrebbe più consultare il decreto del dovere pre-
sente, ma dovrebbe congetturare se nel seno del
tempo una nobile azione non diverrà un inutile
sacrificio, e calcolare di quanta grandezza e di
quanta virtù si possa per avventura spargere i
semi con un a t t o di viltà.
Ad ogni modo, se la conquista è il più pode-
roso strumento per mutare il corso spontaneo
delle singole nazioni, lo studio del modo col quale
ella si opera, delle cause che la preparano, e dei
lontani effetti che ne seguono, diviene una parte
principale della dottrina della civiltà. A questo
alto argomento f u intesa l’istoria dei Normanni
d’Agostino Thierry.

F r a le molte genti che il tempo trasse a com-


porre la presente popolazione delle Isole Britan-
niche, le più antiche furono quelle stirpi celtiche.,
che vastamente abitarono tutta l’Europa occiden-
tale, dalle ultime Ebridi sino alle foci del nostro
Po ; e scolpirono le orme d’ impetuose spedizioni
lungo 1’Elba e il Danubio, e perfino nella Grecia
e nell’asia. Ma sotto questo vulgar nome di Celti
si confondono molti popoli, due dei quali si ser-
bano ben distinti ancora oggidì nel linguaggio: i
Gaeli e i Britanni.
Le reliquie dei Gaeli conservano tuttora la
lingua d‘Ossian nella parte d’Irlanda che s’af-
faccia all’Oceano occidentale, e tra quel labirinto
70 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I
di rupi, di freti, di laghi e d’isole, che dicesi Ca-
ledonia od Alta Scozia. È appena un secolo (1745),
che fra loro stavano inconcusse ancora, le norme
sociali di migliaia d’anni addietro. Pare che ogni
loro d a no fosse una gran famiglia, moltiplicata
nel corso del tempo, nella quale il più potente e
il più povero si riconoscevano sempre fratelli, e
portavano uno stesso cognome, derivato per lo
più dal comun progenitore. Sempre consorti in
pace e in guerra, vivevano sul terreno comune
colla caccia, cogli armenti, colle prede, dispre-
giando ogni straniera sapienza, e non avendo al-
tro pascolo alla mente che le poetiche istorie
degli avi, ricantate su le arpe dei bardi nei giorni
di convito; e intorno ai fochi delle veglie mili-
tari. Nessuna gente più ritraeva di quei costumi
che vennero dipinti nei poemi d’Omero; ma essa
non seppe mai superare il confine di quella guer-
riera e fantastica adolescenza.
Vogliono che dopo molte età venisse d’oltre-
mare l’altra, che si disse, delle stirpi celtiche,
quelle cioè dei Cambri o Britanni ; e respingesse
verso settentrione e occidente, ossia nell’Irlanda
e nella Scozia, i Gaeli ; i quali appena lasciassero
più e là alcuna ruina dei loro abitui-i, che i Bri-
tanni poi dissero case dei Gaeli. Ma i Cambri,
avendo più orgoglio dell’antichità che non della
vittoria, e forse più fedeli a l vero che non gli scrit-
tori delle istorie, amavano ripetere che a l tempo
di loro venuta le pianure dell’isola non erano abi-
tate se non da orsi e da tori selvaggi ; e per verità
gli studii nostri s‘accordavano ben piuttosto colle
loro tradizioni.1

1 Vedi nel volume primo: Sul principio istorico delle


lingue europee, § 8. [cioè: nel vol. I di Alcuni scritti del
DELLA CONQUISTA D'INGHILTERRA

Occupavano le due nazioni celtiche i più vasti


territorii, quando vi approdarono dal mare due
minori colonie; cioè i Belgi, che si sparsero traf-
ficando sui lidi della Manica; e i Coranii, venuti
dalla terra palustre, ossia dai Paesi Bassi, a stan-
ziare presso le lagune che giacevano su la costa
orientale, presso le foci dello Humber.
Tutti quegli isolani vivevano seminudi, dipinti
d'azzurro come i selvaggi, o involti in rozze pelli,
con lunghe e sciolte chiome, e i loro duci l i guida-
vano omericamente dai loro carri di guerra ; men-
tire i Druidi dai recessi più cupi delle foreste li
atterrivano con fieri riti e con sacrificii di vittime
umane, e non lasciavano che le menti imbaldan-
zite rompessero quell'incanto fatale, che le inca-
tenava entro le opinioni e le memorie degli avi.

Venne allora repentinainente dal mezzodì e


dalla viva luce dell'Italia un uomo di genio, 11110
di quegli esseri cui non frenano mari o monti o
forze d'armi o di leggi; e di cui la natura si vale
per sovvertire l'opera dei secoli. e spezzare le in-
veterate abitudini dei popoli, e incalzarli a sorti
novelle. E r a Giulio Cesare, il superbo patrizio
fatto capo di plebe, terribile egualmente nel co-
mizio colla parola, e sui campi di battaglia col-
l'audacia e la velocità, Cesare. mandato quasi in
militare esilio, domò con poco esercito e in pochi
anni le bellicose nazioni che teneraiio ciò che ora
si chiama Francia , Belgio e Svizzera ; poi passò
il Reno, passò lo Stretto Britannico, e collegò

dottor CARLO CATTANEO,Milano, Borroni e Scotti, 1846,


pp. 115-104. Ripubblicato in questa nuora edizione delle
opere del Cattaneo : Scritti letterari artistici, linguistici
e vari, Firenze, Le Monnier, 1948, I, pp. 145-192. - N. d. E.].
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

per la, prima, volta e indissolubilmente i destini


del settentrione a quelli del mezzodì.
Egli combattè in tutte le terre dell’oriente e
dell’occidente, nelle S p a g e , nelle Gallie, nella
Britannia, nella Germania, nell’Italia, nell’Afri-
ca, nell’Egitto, nella Grecia, nell’Asia : il suo
nome divenne un titolo di potenza suprema, e non
si cancellò più dalla memoria delle nazioni.
Condutta da Cesare, da Svetonio, da Agricola,
la legione romana rovesciò i carri di battaglia
dei Britanni, abbattè le selve dei Druidi, stese
larghe strade militari attraverso alle paludi e a i
monti, seminò l’isola di colonie, di porti, di pa-
lagi, di templi, e vi apportò gli usi del commercio,
dell’agricultura, delle arti. Ma con quella mode-
razione, che fu la più bella gloria loro, i Romani
non discesero a perseguitare nei Cambri le avite
institnzioni. Tolta la barbarie del vivere, aboliti
i sacrificii umani, sopravisse la forma patriarcale
della tribù celtica: e framezzo alle legioni ed alle
colonie d’Italia, trasmise pacificamente ai posteri
la sua lingua e le sue genealogie.

Quando l’antico imperio si scompose, e venne


con Diocleziano e Costantino il regime orientale,
e al milite romano successero i mercenarii goti
e franchi, e alla religione dei patrizii romani la
fede cristiana : si sciolse naturalmente il vincolo
d’obbedienza che legava i Britanni a Roma; essi
rimasero arbitri di sè; i coloni italici già dira-
dati andarono confusi nella moltitudine. Rimase
il vincolo delle lettere latine e della novella ere-
denza cristiana ; ma si riaccese la primitiva guer-
ra t r a Britanni e Gaeli. I confini di questi erano
stati per cinquecento anni il termine della po-
tenza romana, che vi si era chiusa, da sè medesima
DELLA CONQUISTA D'INGHILTERRA 73
con raddoppiati ordini di valli e di fortezze. Anzi
infine i Gaeli, varcando con fragili barche i freti
ed i fiumi, penetravano a depredare le ubertose
pianure della provincia' romana. E r a n o essi stret-
ti in due leghe: quella dei Pitti verso levante,
lungo il mare Germanico: e quella degli Scoti e
ponente, a l di là dei monti Grampii, nelle isole
della Caledonia, e via via fino nell'lsola occiden-
tale o Brina, che ora diciamo Irlanda. I1 prin-
cipe dei Pitti stanziava lungo il Tay ; quello degli
Scoti t r a i laghi d'Argyle.
Al contrario i Cambri avevano obliato nelle
pace imperiale le armi native, e non solo non si
erano appropriati gli ordini romani, ma nella de-
cadenza dell'imperio avevano imparato il funesto
secreto di combattere colle spade di mercenarii
stranieri.
Avevano conservato le instituzioni avite; i ca-
pitribù avevano un potere su le moltitudini, che
si tenevano congiunte secoloro di sangue e di
possessi. Epperò quando si volle eleggere un duce
supremo, o Pen-tierno, riarsero tutte le emula-
zioni sopite da cinque secoli ; i Loegri, o Britanni
delle pianure, vollero prevalere per la, maggiore
opulenza, mentre i Cambi-i nelle povere loro alpi
si vantavano più antichi, e rammentavano il pri-
sco regno, che il loro Prydain figlio d'Aodd aveva
steso su t u t t a quella terra. Intanto gli Scoti rinno-
vavano a d ogni primavera rapaci incursioni ; i
corsari sassoni infestavano le riviere marittime ;
e i soldati imperiali, che invocati vennero a fu-
gare i predatori e ristaurare gli antichi valli, ri-
chiamati altrove, non fecero più ritorno.

Una procella gettò sul lido t r e navi di pirati


sassoni. I1 principe dei Loegri, Gurtierno, pat-
74 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
teggiò e promise dar loro l’isoletta di Thanet, se
gli avessero condutto dalla loro patria maggior
nervo di soldati. Ne dolse gravemente ai Cambri,
i quali, più generosi o più poveri, preferivano
combattere con armi non compre. Era, allora la
metà del secolo V.
Ritornarono i due Sassoni con diecisette navi,
spiegarono in battaglia il cavallo bianco, che di-
venne un temuto vessillo; e colle loro scuri di
guerra affrontarono le lance leggieri e le saette
de’ Gaeli, che quelle armi insolite empirono, come
accade, di stupore e confusione. I Britanni re-
spirarono; m a lo straniero aveva colto il secreto
della loro debolezza, e prese a insolentire, e chia-
mò altre orde trasmarine, e volle per sè t u t t a la
t e r r a di K e n t ; e dopo nuovi patti e nuove perfi-
die, si collegò coi Gaeli stessi che doveva com-
battere; e s’internò nell’isola mettendo a ferro e
foco ogni cosa. I bardi riaccesero il valore dei
Britanni, che inalzando l’insegna del d r a g o rosso,
respinsero il bianco vessillo dei Sassoni fino a l
mare; ma, ingrossati di nuove genti, questi ten-
nero fermo nelle terre di Kent, che divenne per
sempre loro colonia.
Ventidue anni di poi, un altro stuolo di Sas-
soni, venuto i n t r e navi, fondò una colonia su la
Manica, e si chiamò dai Sassoni meridionali
(Suthseax, Sussex). Nella seguente generazione
si pose un’altra colonia più a ponente su lo stesso
mare, e si chiamò degli Occidentali (Wessex); un
altro regno si fondò su le rive del Mare Germa-
nico e si chiamò dall’Oriente ( E n s t s e a x , Essex).
Queste tenui propaggin di popolo, che si trapian-
tavano nel corso delle generazioni su spiagge de-
solate dalla guerra, i n modo simile alle colonie
che l’Europa manda insensibilmente all’America,
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA

vennero dall’immaginazione degli istorici esaltate


in un vasto e repentino moto del genere umano,
che chiamarono pomposamente la gran trasmigra-
zione dei popoli. Erano diecisette feluche di cor-
sari che fondavano una colonia; e ventidue anni
dopo quella, t r e navi ne fondavano un’altra; e
così di generazione i n generazione.
La fortuna dei Sassoni adescò dal Baltico al-
tri venturieri delle vicina nazione degli Angli,
guidati da Ida e dai dodici suoi figli. Essi giun-
sero nella terra che da tempo immemorabile era
occupata dai Coranii, popolo della stessa stirpe
teutonica, e col soccorso di quello e dei Gaeli
penetrarono nel settentrione dell’isola. Dopo un
aspro conflitto, l’uom di fiamma (Flamdwyn),
come i Cambri chiamavaiio I d a , cadde sul campo.
Ma i suoi figli stabilirono su la desolata pianura
le t r e colonie di Nortumbria, Estanglia e Mercia
( V a r c a ) , comprese nel nome generale d’Anglia o
Inghilterra, che abbracciò poi anche i regni fon-
dati già dai Sassoni su le due rive del Tamigi.
Anzi allora la stirpe teutonici si sparse anche sui
lidi orientali della Scozia sino al Forth.

Gli invasori sassoni non osarono penetrare alla


riva dell’opposto mare, nelle cui alpesti i regioni
si mantenne In stirpe dei Cambri, da Devon e
dalla Cornovallia, per i monti di Galles e per le
p a l u d i di p o n e n t e (Westmore) e per la terra che
serba ancora il loro nome (Cumberland) giungen-
do fin su la Clyde intorno allo Strath-Clyde e
Dunbarton, e là concatenandosi cogli antichi
Gaeli della Caledonia. Molte famiglie allora pas-
sarono il mare, e si rifuggirono in Gallia, presso
a i popoli dell’Armorica, ch’erano pur essi di stir-
pe cambrica; e recarono seco il nome di Bretoni
76 CATTANEO - SCRTTI STORICI - I

e di Bretagna, che tuttora sopravvive i n quel-


l’estrema penisola della Francia, ove il forte ed
austero popolo parla ancora quell’antichissima
lingua, con cui può farsi inteso al popolo di
Galles.
Serbarono i Cambri non solo la lingua loro,
ma la fede cristiana, e le reliquie della romana
civiltà. Primeggiava anzi fra loro una famiglia
di sangue romano, il cui capo, Ambrosio il capi-
tano (Emrws wledig), represse gli stranieri intro-
dutti da Gurtierno : e lasciò morendo il comando
e il titolo di Pen-dragone a l fratello, il cui figlio
Arturo divenne il terrore dei Sassoni e l’orgoglio
perenne del suo popolo. Così, se la stoltezza d’un
solo aveva perduto la pianura, il valore d’una
famiglia fu di salvezza agli abitatori dei monti.
Arturo perì, non si sa come: alcuno il disse
ucciso da ferro civile nelle paludi d’Affalla, t r a
la, Gallesia e l a Cornovallia. Ma la sua morte e
la sua tomba rimasero sempre incerte: il popolo
aspettò lungo tempo il figlio dei Romani ; i bardi
continuarono a cantare le sue gesta. e invocare
il suo ritorno: e infine si radicò una credenza che
Arturo un lontano dì tornerebbe per condurre al-
la vittoria i Britanni e ricuperare tutto il retag-
gio dei loro padri. E quando, seicento anni dopo,
si vociferò che alcuni peregrini, reduci di Terra
Santa, avevano incontrato Arturo appiè dell’Etna
e poi di nuovo nelle selve dell’Armorica, e che al
chiaror di luna le guardie delle foreste avevano
udito un subito squillo di corni, e incontrato tur-
be di cacciatori, che interrogati si dissero uomini
del re Arturo, un giubilo bellicoso si propagò per
t u t t a la Cambria, e un sacro terrore scosse il
cuore de’ suoi nemici. Laonde, per rifondere ani-
mo nelle soldatesche superstiziose e scemar fidan-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 77
za ai Cambri, i Sassoni fecero aprir fosse nel
monasterio d’Affalla, e v i fecero trovare una ta-
vola di metallo scritta delle memorie d’Arturo,
ed ossa gigantesche che con affettata riverenza si
riposero in suntuoso avello. L’istoria del re Ar-
turo si sparse per l’Europa; i suoi prodi della
Tavola Rotonda divennero famosi come i Paladini
di Carlomagno ;il bardo Meredith divenne il mago
Merlino, le leggende gallesi diedero al romanzo le
venture di Tristano e gli amori di Lancellotto e
Ginevra ; e così da quelle valli scaturì una nuova
fonte della moderna poesia.
I1 popolo gallese, che aveva già sopravvissuto
a i cinquecento anni del tempo romano, superò ari-
che i seicento anni che fiorì il nome degli Anglo-
sassoni, e giunse a d essere testimonio anche della
loro c a d u t a ; e allora si confermò più ancora nel
convincimento d’una perpetuità misteriosa, riser-
vata al suo nome e alla sua lingua ; nella qual
certezza i bardi prigionieri intonavano il cantico
dell’avvenire in faccia a l vincitore. Offa re di
Mercia, disperando penetrar più oltre nelle loro
terre, si ristrinse a preservarsi dalle loro discese,
strusse un vallo, che si chiamò dai Sassoni il
o (Offa’s d y k e ) , e dai Canibri la chiusa
(Claudd O f f a ) , e fu poscia il confine tra le due
stirpi. Dietro quello, rimase ai Cambri una pe-
nisola chiusa per t r e parti dal mare, e vasta ben
ottomila miglia quadre (più della, Lombardia) ; e
t u t t a intersecata di rupi, su le quali torreggia in
riva a l mare il monte della Neve, lo Snow-don dei
Sassoni, il Craig-eiri dei Cambri, su le cui deserte
cime i bardi salivano a d inspirarsi.
Tra le memorie dell’antica potenza e. le spe-
ranze della f u t u r a vittoria, vivevano i Cambri nel-
l‘asprezza dei loro monti. paghi di difendere il
78 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
proprio, e non ambiziosi d’invadere l’altrui ; non
erano culti, ma non senza natura1 gentilezza; la
più povera casa aveva un’arpa, e si celebravano
tenzoni di poesia d a uomo a uomo e da terra a
terra. Era grande l’ospitalità ; lo straniero, che
non venisse nemico, era festeggiato da donzelle e
spose, e trattenuto con suoni e canti l’intero
giorno : puellarum affatibus, citharaeque modulis
usque ad vesperam (Girald. Cambr.).

Se ritorniamo a l secolo VI dell’era cristiana


troviamo adunque nelle isole britanniche t r e na-
zioni: i Gaeli liberi ancora e seguaci dei Druidi;
i Cambri cristiani, ritratti nei monti ; e sul piano
gli Anglosassoni, seguaci ancora d’Odino.
Gregorio Magno pontefice, ammirato dell’av-
g
venenza di alcuni giovani anglosassoni, che giusta
l’uso dei tempi si vendevano schiavi sul mercato
di Roma, entrò in pensiero di comprarli, edu-
carli e farli nunci del Cristo nelle patrie loro. Ma
quell’indole loro troppo ancora selvaggia mal vi
si arrese. Non per questo l’erede del primato l’O-
mano si rimosse dal suo disegno, e inviò nell’iso-
la, che allora era ultimo confine del inondo cono-
sciuto, una comitiva di missionarii romani. Il re
di Kent aveva una sposa cristiana della stirpe
dei Franchi, venturieri anch’essi usciti dalle fo-
reste dell’antica Germania a stanziare entro le
frontiere del Reno. Erano rozzi e feroci quanto
gli Angli, e contaminati anch’essi da sacrificii
umani; ma avendo prestato le loro armi ai ve-
scovi delle Gallie nella lutta coi r e visigoti seguaci
d’Ario, avevano corso rapida e mirabile fortuna ;
e introdutti amicamente entro molte città, avevano
vinto le altre barbare milizie degli Allemanni, dei
Burgundi, dei Goti, e fondato potenti dominii.
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 79

L’ospite re venne a trovare i sacerdoti d’Ita-


lia’ nell’isola di Thanet, e lasciolli entrare nella
città di Canterbury con croci alzate e immagini e
sacri cantici, e donò loro tetti e campi. Vennero
poscia altri missionarii, e passarono il Tamigi, e
diedero la fede loro a l r e dei Sassoni orientali, e
volsero in uso cristiano i barbari delubri, e in
solenni conviti i sacrificii di Odino. Colla sorella
del re la credenza romana giunse come dono nu-
ziale nella Nortumbria, ove i sacerdoti stessi at-
terrarono gli idoli aviti; e di là nell’Estanglia,
dove Redualdo, nell’incertezza dell’animo suo,
pose accanto all’ara di Odino un altare a Cristo.
Ma trascorse tutto il secolo VII primachè la
nuova fede serpeggiasse per t u t t i i sette regni
sassoni, e penetrasse fra quelle tribù che appiè
delle montagne dei Cambri avevano coll’assidua
guerra nutrito l’antica ferocia, e l’odio del nome
cristiano.
D’allora in pochi anni nessuno avrebbe più
ravvisato nei principi anglosassoni l’immagine di
quei corsari, che due secoli prima varcavano il
mare in cerca di prede. Non più godevano mo-
strarsi a l popolo coll’avita scure di guerra; ma
impugnavano scettri fiorati d’oro, ambivano fre-
giarsi delle insegne dei Cesari, aborrivano gli eser-
cizii militari, si accerchiavano più volentieri di
monaci, e si recidevano le lunghe chiome, per
dividersi affatto dal costume del tempo pagano.
Si leggono ancora le formule colle quali, adunato
il popolo, consacravano i nuovi monasterii, dando
loro dominii vastissimi di terre e d’acque, e pre-
gando che, a chi mai scemasse parte di quel dono,
il custode del cielo scemasse parte di paradiso:
quicumque nostrum munus d iminuit, d i m i n u a t
ejus partem coelestis janitor in regno coelorum.
80 CATTANEO - SCRITTI STORICI - 1

E preso il rotolo, vi segnavano colla illetterata


mano una croce, e dietro loro tutta la regale fa-
miglia e i capitani e i magistrati.

Con questa inculta mansuetudine in mezzo a


sì fieri vicini, il popolo conquistatore preparavasi
a subir la legge della conquista. E infatti i Gaeli
della Scozia, sconfitto il re dei Nortumbri, di-
scendevano verso mezzodì dal Forth alla Tweed ;
e domavano le tribù germaniche, che si erano
sparse nella bassa Scozia. Ma un più formidabil
nemico si preparava oltremare, lungo quelle stes-
se spiagge del Baltico, dalle quali gli Angli ed i
Sassoni erano primamente venuti.
Una turba di corsari afferrò con t r e navi in un
porto della riva orientale, uccise l’anziano sas-
sone, spogliò ed arse le case, e rimise alla vela.
Erano Norvegi o Dani, uomini del Sorte, Nor-
manni, come dicevasi allora; e parlando erano
agevolmente intesi dai Sassoni; ma tuttora se-
guaci d’Odino, non rammentavano più quei fra-
terni vincoli di favella e di sangue. Erano fra
loro molti esuli di quelle tribù della Germania,
che Carlo Magno aveva tolte colla forza al culto
d’Odino e all’antica libertà ; e per vendetta della
patria invasa e dei riti distrutti, versavano tri-
pudiando il sangue dei sacerdoti, godevano stal-
lare i loro cavalli nelle chiese depredate, e dopo
un giorno di vittoria e di macello, si vantavano
con ischerno d’aver cantata la messa delle lance.
S u barche leggiere si affidavano senz’arte e senza
paura al mare; e in t r e giorni di vento propizio
(triduo flantibus euris) toccavano qualche spiag-
gia delle isole ; nei loro canti chiamavano la nave
il cavallo m a r i n o ; e varcare un golfo agitato era
per essi volare su la via d e i cigni (oftwer swan
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 81
rade). Si eleggevano re marino (see kong) il più
audace, quello che giurasse di non vuotar tazza
accanto al focolare, nè dormire sotto tetto, e
avesse ucciso più nemici, e nella fraterna ebbrezza
del convito fosse più indefesso al corno della
birra.
Prima infestavano solo le marine indifese, poi
risalirono i fiumi, e t r a t t e su l’arena le navi, e
fattone un vallo ove ripararsi, correvano le terre.
Talora portandosi sul dorso i lievi burchi di cuoio
e vimini, andavano a gettarli in acqua in alcun
fiume interiore, e per quello scendevano ai lidi
dell’opposto mare, trucidando le stupide genti, a
cui sembravano calar dal cielo, o erompere dalle
viscere della terra. Facevano campi forti per as-
sicurarsi il ritorno ; col terrore estorcevano giu-
ramenti dagli sparsi popoli, e così fondavano do-
minii e colonie stabili; e incalzavano gli imbelli
figli degli Anglosassoni di terra in terra, come
questi avevano cacciato i Britanni. Qual divario
tra questa ferina e cieca crudeltà, e la o d i n a t a
e civile conquista delle legioni romane, che con-
duceva per mano l’agricoltura e le lettere e gli or-
dini municipali !
Lodbrog Raghenar, espulso dalle isole danesi,
si fece re marino e desolò la Sassonia, la Frisia,
la Gallia, e infine costrusse due navi più grandi
che non si fossero mai viste in quei mari. Ma im-
perito a governar quelle vaste moli, investì su le
sabbie d’Inghilterra, e salvatosi a nuoto, trovossi
a fronte Ella coll’esercito dei Nortumbri. Memore
allora dei presagi della sua sposa Aslanga, si
cinse a talismano un manto d a lei tessuto, e com-
battè, finchè caduti d’ogni parte i suoi, rimase
solo e prigione ; ed fama che fosse gettato a mo-
rire i n una fossa piena di serpi. Le saghe, o leg-
6. - CATTANEO. Scritti storici I.
82 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
gende scandinave, gli attribuirono un canto di
morte, che scese fino a noi, a mostrare la ferocia
del tempo. « Vidi cento e cento giacer su l'arena.;
stillare i brandi rugiada di sangue, sibilare su gli
elmi le saette; io era ebro di giubilo .... Qual è il
destino d'un prode se non di cader nella mi-
...
schia? I o esulto pensando alla festa, che Odino
mi serba, ed al convito ove m'inebrierà nei teschi
nemici .... Son vinto, ma fra poco la lancia di mio .
.
figlio avrà trafitto Ella., . Pugnai in cinquanta
battaglie, e bramai questa morte. Gli Dei mi chia-
mano ».
I suoi t r e figli e otto re marini e venti capi-
tani unirono navi e combattenti, entrarono i n
Nortumbria e vittoriosi fecero perire Ella fra i
tormenti; poi si spartirono le terse, e apersero
asilo e convegno a t u t t i i profughi del settentrio-
ne. Tre anni dopo, scesero verso mezzodì truci-
dando i popoli e ardendo le chiese. Torturavano
i monaci per sapere ove fossero i tesori, poi li
scannavano t u t t i ; spezzavano gli avelli, calpesta-
vano le ossa, Dalle solide muraglie del monaste-
rio di Peterboro altri monaci, difendendosi con
sassi e pietre, ferirono uno dei figli di Lodbrogo;
ma un altro dei fratelli, espugnato il recinto,
trucidò di sua mano ottantaquattro monaci, e coi
loro libri incendiò il monastero. Passato il tur-
bine dei barbari, tornavano dalle paludi i fuggi-
tivi, e t r a le ceneri e le macerie cercavano i miseri
avanzi dei fratelli, e li deponevano nel sepolcro.
Tutti i regni germanici a settentrione del Tamigi
furono preda dei corsari.

I1 grande Alfredo, re a quel tempo dei Sas-


soni occidentali, aveva peregrinato i n Italia e ap-
preso il latino, e colla lettura delle antiche isto-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 83
rie avea dato singolare cultura alla sua mente.
Per sette anni gli bastò contro la ferocia dei cor-
sari il valore e l’ingegno. Ma, egli aveva imparato
a sprezzare la grossa gente su cui regnava, e gli
stupidi consigli dei loro savii (wittena); e caldo
delle belle idee romane, sognava mutazioni che i
popoli non intendevano ; probo e sdegnoso perse-
guitava a morte i giudici venali, senza pensare
che il vulgo faceva più caso della vita d’un an-
ziano (ealdorman), che di t u t t i i precetti del-
l’eterna giustizia. Non celava il disprezzo che
aveva della loro ignoranza, : noluit eos audire.. ..
omnino eos nihili pendebat: ma quando all’an-
nuncio d’una subita irruzione il re superbo e let-
terato chiamò all’armi la moltitudine, e mandò
per città e ville l’araldo di guerra colla spada
nude nell’una mano e la saetta nell’altra a gri-
dare: chi nelle ville e nelle città non è un vile,
esca d i casa e venga: pochi vennero; e Alfredo
trovossi quasi solo tra quei più culti ed eletti
guerrieri, che l’amavano d’alto amore, ed avevano
pianto più volte alla lettura de’ suoi scritti: ut
audientibus lacrymosus suscitaretur motus. Dice
la cronica ch’egli fuggi dolente e derelitto da’ suoi
campioni, e da’suoi duci, e da t u t t o il popolo
suo ; His kernpen, a n d his heretogen, and eall his
theode. E si nascose appiè dei liberi monti della
Cambria e della Cornovallia, tra selve palustri,
in un tugurio di pescatore, costretto ad appre-
starsi colle regie mani un povero pane. Molti
fuggirono in Irlanda e in Gallia; gli altri ri-
masero a lavorar la gleba pei D a n i ; e rammenta-
vano con dolore e vergogna il valoroso che ave-
vano tradito.
Ma il re non dormiva; accoglieva intorno a
sè t u t t i coloro che le contumelie fatte elle spose
e alle figlie rendevano più desiderosi di vendetta,
e t r a t t o tratto volava a esterminar le squadre
straniere qua e là vaganti in disordine. Postosi
in collo un’arpa, osò entrare travestito nel campo
dei barbari. e cantò loro in favella anglosassone,
poco diversa dall’idioma dei Dani. Poi tornato
all’asilo, spedì messi di guerra per tutto il re-
gno, e inalzò il prisco vessillo del cavallo bianco,
poche miglia lungi dal campo nemico, e accolse
con festoso abbraccio gli armati, che in notturni
drappelli accorrevano d’ogni parte. S’avvidero i
Dani d’un insolito fremito d’uomini e di cose;
ma non trovarono un sol traditore. Sopraggiunse
Alfredo col temuto vessillo, penetrò nel campo
ove l’aveva scoperto men forte, e dopo molta uc-
cisione restò signore del sanguinoso terreno : loco
funeris dominatus est. I1 re dei Dani, Godruno,
giurò sopra il sacro anello ( o n tham halgan beage)
di sottomettersi al battesimo, e indossò la bian-
ca veste dei battezzandi; e Alfredo gli f u padre
al fonte; e si giurarono i confini t r a i Sassoni e
i Dani lungo il corso dell’Ouse e del Tamigi. Al-
fredo tornò a i diletti suoi volumi, e più caro al
popolo e più tollerante a i tempi, scrisse versi e
prose, nelle quali il calore delle immagini e della
passione traspira fra la barbara frase del secolo.
Tuttavia non appena una nuova flotta bian-
cheggiò lungo le marine, i Dani ruppero il giura-
mento battesimale, e ripresero la scure e la clava
irta di punte, che chiamavano stella-mattina
(morgenstern). Era quella la flotta di Hastingo,
paesano francese fuggito da Troyes ov’era nato,
per farsi re marino e abitar l’oceano, corseggiando
continuamente dalla Norrvegia alle Orcadi, dal-
l’Irlanda alle Gallie, dalle Gallie all’Inghilterra.
Guidava tra le nebbie del mare i suoi seguaci
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA

collo squillo d’un corno che gli atterriti litorani


chiamavano il tuono (tuba illi erat eburnea, ioni-
tru nuncupata). I Dani avevano caro quel vivere
errante e feroce; ed uno di essi, appena fatto
uomo d a terra, appena accolto fra i Sassoni alla
regia mensa, alla vista delle navi si pentì di quella
molle vita, e fuggì al mare ad appagar l’indole sua
più di pesce che d’uomo: in aqua sicut piscis ci-
vere assuetus.
Tra le irruzioni dei pirati e le fughe dei po-
poli e la desolazione di vasti territorii, rimasero
smarrite le frontiere dei sette regni anglosas-
soni ; la comune sventura e le comuni speranze fe-
cero di tanti popoli un solo. Alfredo riordinò i
casati per decine e centine (tythes e h u n d r e d s ) ,
com‘era l‘uso avito della sua gente; suddivise il
regno a schiere (shires), nome che rimane ancora.
Edunrdo suo figlio domò anche i Dani dell’Estan-
glia: Etelstano quelli della, Nortumbria, e com-
prese sotto un nome solo t u t t a l’Inghilterra. Anzi
penetrò anche nella Scozia, ove si adunarono a
respingerlo t u t t i i diversi popoli di quell’estrema
regione, i Gaeli della Caledonia e delle Ebridi
colle larghe loro spade; i Cambri di Galloway,
armati di lievi lance; i Dani, abitanti delle Or-
cadi, o fuggiti dalla Nortumbria, colle loro scuri
e mazze. Ma nella battaglia alla Villa delle Fonti
furono disfatti e respinti ai monti e a1 mare. Si
serbano ancora, i frammenti d’un cantico che
memora la vittoria d’Etelstano. « Etelstano ed
Edmundo atterrano il muro degli scudi .... il Dano
con poca gente fugge gemendo sul mare, e lascia
i cadaveri a i corvi; poichè non vi fu mai più va-
sta strage dal dì che Sassoni ed Angli vennero
d’oltremare ». Etelstano si volse poi contro i Cam-
bri di Galles, e cacciò da Exeter i Cornovalli: e
86 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
allora si vantò a buon diritto d’aver dome tutte
le genti che vivevano i n Albione.
I
Il potere del re unico divenne più assoluto di
quello dei sette re antichi, e non pose divario fra
il Dano vinto e I’Anglo liberato ; la conquista del
settentrione aggravò le sorti del mezzodì; i re si
attorniarono di nuovo fasto e di titoli pomposi;
ma si trovarono meno possenti, che non quando i
Alfredo vittorioso si annunciava col semplice
detto : I o Alfredo re dei Sassoni Occidentali. Co-
minciò allora un nuovo decadimento.
Sotto Etelredo si rinnovarono gli assalti dei
Dani ; e non erano pochi venturieri, ma, eserciti
condutti dai re Olao di Norvegia e Sveno di Da-
nimarca, che confitta l : ~lancia nella terra e nel-
l’acqua, presero solenne possesso del regno. Etel-
redo, il sonnolento, 1’ imbelle, rex pulchre ad
dormieuduni factus (Will. Malm.) rex imbellis,
imbecillis (Angl. Sacr.), cangiò in tributo ai ne-
mici quella. tassa che si era posta per provvedere
a combatterli (Danegeld). Ma il popolo si levò
tutto nel giorno di San Brizio dell’anno 1003, e
fece sterminio dei pirati. Sveno tornò con un
esercito tutto di giovani liberi, sopra una splen-
dida flotta di legni variopinti, adorni di leoni e
delfini di rame, e pavesati di scudi d’acciaio lu-
I
cente, con uno stendardo di seta bianca, sul quale
era, dipinto un corvo svolazzante ; corvus hians
ore, excutiensque alas ; e s’inoltrò ardendo le case
e uccidendo t u t t i quelli da, cui non vi fosse a spe-
rare riscatto. I popoli si volsero a l vincitore, e
abbandonarono Etelredo, che fuggì in Gallia pres-
so i congiunti di sua moglie.

Anche su le coste della Gallia s’era diffusa una


simile sventura,. I re franchi della stirpe mero-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 87

vinga erano caduti dalla barbarie all’inerzia ed


alla viltà; quelli della nuova stirpe carolina, do-
po la splendida apparizione di Carlomagno, scen-
devano su lo stesso pendio ; lasciavano smembrare
il regno, e ristringere a poca t e r r a il nome di
Francia; nè più facevano provvisione veruna di
pubblica sicurezza; i lidi senza vedette; le mura
delle città romane cadenti per vetustà ; pirati nor-
manni che penetrando per la foce de’ fiumi sali-
vano fino i n Arvernia e Borgogna, e fortificate le
isole e le rupi, vi riponevano le prede; e nessun
re, nessun capitano che movesse a reprimerli:
u s def enso r su rre x i t ,
nu 7 l us rex, n u i l us d ux, n u 7 l
qui eos expugnaret. Gli abitanti fuggivano in selve
e spelonche, e perduta ogni cosa, divenivano cor-
sari per rifarsi a danno a l t r u i ; e mangiando la
carne del cavallo sacrificato coi riti scandinavi,
ritornavano pagani.
Rollo, fuggitivo dall’ira d’Araldo il Crinito, il
quale, verso il principio del secolo IX, aveva im-
posto un unico dominio a t u t t a la Norvegia, ra-
dunò molti venturieri nelle Ebridi. e si spinse
su per Ia foce della Senna; e fra il terrore delle
genti istupidite entrò per patto i n Roano, e pensò
farne sede d’uno stabile dominio. I1 re di Fran-
cia, impotente a cacciarlo, gli offerse pace, purchè
prendesse il battesimo, e sposata sua figlia gli
rendesse omaggio de’ suoi dominii. I n ognuno dei
sette giorni che Rollo indossò la candida tunica
dei battezzandi, donò una terra. a d altretante
chiese, dicendo che prima di spartir la conquista
coi compagni, voleva darne giusta parte a Dio,
alla Vergine e ai S a n t i ; poi divise tutto il paese
colla, corda. Gli antichi signori, se non erano
spenti o fuggitivi, divennero bifolchi ; molti liberi
divennero schiavi. Quei Norvegi che non vollero
88 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I

lasciare gli Dei della Scandinavia, si ritrassero in-


torno a Bayeux, ricovero già d a secoli di pirati
sassoni; e vi durarono in un vivere più fiero e
turbolente; e quando dagli altri s'invocava in
battaglia il nome di Dio, essi continuarono per
più generazioni a d alzare, come i loro antichi, il
grido di Thor.1
I figli dei Normanni, nascendo in castella
isolate fra popoli parlanti il romano francese, ed
essendo per lo più figli di donne del paese, e rin-
novandosi coll'accorrere di venturieri meridionali,
in poche generazioni più non seppero altra lin-
gua ; e i pochi che volevano pur conservare qual-
che traccia dell' origine loro, invece di mandare
i figli a Roano ove si parlava romanzo, li man-
davano a Bayeux, porto marittimo e convegno di
corsari ove molti parlavano danese.2 Gli Scandi-
navi non li riguardarono più se n o n come Fran-
cesi, Romani, Galli (Francigenae, Romani, Walli) ;
il nome di Normanno non dinotò più l'uomo del
settentrione, ma piuttosto del mezzodì. E perciò
il vile Etelredo, fuggendo dal furore de' Dani, potè
sperar malaugurati soccorsi da cotesti Normanni
sol di nome, che colla quarta generazione s'erano
fatti Francesi.
Coi loro soccorsi Edmundo, figlio d'Etelredo,
riprese Londra. Uno dei capitani danesi, fuggen-
do verso le navi ancorate nella Saverna, chiese a
guida un villanello sassone, e gli offerse un anello

1 Raoul Tesson .... criant: Thor ie!


William crie: Dea ie!
C'est l'enseigne de Normandie.
2 Ci ne savent rien, fors Romanz;
Mès a Bayuès en a tantz,
Qui ne savent si Daneis non.
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 89
d’oro, che il garzone rifiutò, pur conducendolo
egualmente in salvo. Giunto fra’ suoi, il Danese
riconoscente lo trattò come figlio, e fece sì che
divenne capitano d’armi in una provincia, e in-
fine si trovò arbitro dell‘Inghilterra, il potente
e temuto Goduino. Alle fugaci vittorie d’Edmun-
do successe la sconfitta e dispersione de’ suoi
figli e la vittoria del r e Canuto, il quale colle
navi e i tesori della vinta Inghilterra domò poi
la, Norvegia e i popoli del Baltico ; e dopo solenne
peregrinaggio a Roma, potè rappresentar quasi
l’immagine di Carlomagno, e appellarsi impera-
tore del settentrione. Allora per la prima volta
il marinaio britannico fu tratto a pericolare su
mari lontani ; e in quella servitù cominciò la car-
riera di tanta gloria e di tanta potenza.
Ma le avversioni dei popoli e le discordie della
famiglia smembrarono tosto il retaggio di Ca-
nuto, e le violenze dei soldati provocarono un‘in-
surrezione. Goduino respinse i Dani di città in
città fino a l mare ; nè lasciò in Inghilterra se non
quelli che si erano quietamente accasati, massime
nell’Estanglia e nella Nortumbria, ove la discen-
denza loro conservò a lungo certe sue varietà di
lingua e di pratiche legali. Poi richiamò di Nor-
mandia il giovine re Eduardo, e gli fece sposa
sua figlia Editta, tanto bella quant’egli era, torvo
ed austero; al che Ingulfo alluse con quel verso
degno di secolo più gentile : Sicut spina rosam,
genuit Godxiutrs Editham. A t a n t a fortuna era
giunto il villanello della Saverna.
Ma con Eduardo entrò in Inghilterra un nuo-
vo principio di fatale servitù. Figlio d’una fran-
cese di Normandia, allevato i n tema di .Francia,
egli era straniero ai costumi degli avi suoi, e
perfino alla loro favel!a. Molti, che in Normandia
90 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

l’avevano accolto esule e povero, vennero ospiti


in Inghilterra e si assisero alla sua mensa, regale,
ed ebbero tutto il suo cuore, e lo alienarono
da’ suoi popoli, per carpirgli i comandi delle
fortezze e le pingui prebende e gli onori dei giu-
dicii e del consiglio. La favella sassone f u derisa
nella corte del r e sassone; si recisero le lunghe
chiome ; i lunghi mantelli divennero succinte ca-
sacche a d uso di Francia. E perchè Goduino e i
quattro suoi figli sprezzavano quelle frivole imi-
tazioni, e tenevano alta la fronte, essendo pur
quelli che avevano t r a t t o Eduardo dal trono al.
l’esilio, i cortigiani stranieri facevano maligne
chiose, e attossicavano di sospetti e d’odii l’animo
reale.
I1 francese Eustachio, conte di Boulogne, nel
venire alla corte del suo cognato Eduardo, entrò
per brutale insolenza a mano armata i n Dover:
uccidendo e incendiando. Respinto e posto in fuga
dai prodi abitanti, ne chiese giustizia e vendetta
al r e ; e fece sì che Goduino, il quale prese la
tutela di quei prodi e innocenti, fosse posto
co’ suoi figli al bando e spogliato d’ogni bene, e
spogliata seco anche la regina sua figlia, affinchè
ella sola non dormisse i n piuma, mentre i suoi
parenti sospiravano la patria: N e omnibus suis
parentibus patriam suspirantibus, sola sterteret
i n pluma (Will. Malm.).
Venne alla corte d’Eduardo un altro più fu-
nesto visitatore, il duca Guglielmo di Norman-
dia, figlio di Roberto il Diavolo. Era nato costui
d’Arlotta, figlia d’un cuoiaio di Falesa, la quale
mentre lavava panni in un rigagnolo, era stata
vista da Roberto e da lui comprata. Roberto ave-
va preso concetto della irrequieta e fiera indole
d’un figlio ch’ella partorì, e lo volle erede. I ba-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA
roni normanni ricalcitravano ; l’animoso giovane
però si difese, ed ebbe aiuto dal re di Francia, che
amava quelle discordie e quel regnare d’un im-
berbe. I1 quale, alla fine, cresciuto e potente si
pigliò aspra vendetta dei superbi baroni, e avvilì
tutti i congiunti del padre, rendendo ricchi e te-
muti quelli della madre. Deriso all’assedio d’Alen-
zone come nipote del cuoiaio e figlio della lavan-
daia, fece mozzar mani e piedi a t u t t i i prigio-
nieri, e lanciar colle frombole quelle misere mem-
bra entro la città. Recatosi ospite in Inghilterra,
trovò i suoi Normanni primeggiare i n corte, in
chiesa, su le navi, nelle fortezze; e inchinato in
ogni parte da quei vassalli fortunati, parve più
re che non fosse Eduardo.
Goduino tornò in vero dall’esilio ; popoli e sol-
dati accorsero a l u i ; fu necessario dargli pace e
perdono, e bandire i Normanni come calunniatori
della nazione. Ma Eduardo volle in ostaggio un
figlio di Goduino ed un nipote, e per maggior si-
curezza mandolli i n Normandia a custodia di
Guglielmo. E Aroldo, figlio di Goduino, essendosi
posto i n pensiero di riscattarli, e andato egli
stesso a t a l uopo in Normandia, l’ambizioso Gu-
glielmo gli estorse promessa che gli avrebbe data
mano a farsi re d’Inghilterra; nè gli lasciò re-
spiro, ma sì lo strinse a formale giuramento. E
secretamente fece raccorre quante ossa di santi
si serbavano in quelle parti, e ne riempì un’ampia
cassa,: toute une cuve e n fit emplir (R. de Rou),
poi lo coperse con un drappo d’oro; e quando
Aroldo ebbe proferita la sacra parola, levò il
drappo, e scopertogli innanzi quelle sacre ossa, lo
fece impallidire di stupore e di ribrezzo. Un giu-
ramento su le reliquie non potevasi spergiurare
senza provocar le maledizioni della Chiesa
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
La debolezza d’Eduardo, I’arroganza dei Nor-
manni, la fierezza di Guglielmo, il temerario giu-
ramento d i Aroldo, diffusero nella nazione un si-
nistro presentimento. Si annunciava il ritorno di
tempi agitati e sanguinosi ; Eduardo morente ac-
cennava confuse visioni e funesti presagi, e fra
lo sgomento dei circostanti lo si udiva mormorare
che: «il Signore tendeva l’arco e rotava la spa-
da ». Pure non chiamò successore Guglielmo, ma
il cognato Aroldo, che il dì seguente fu eletto dai
maggiorenti e consacrato dal vescovo Stigando.
Giunta quella nuova in Normandia, Guglielmo,
ch’era a caccia nel suo parco, gettò in terra l’arco,
rientrò nel castello, e passeggiando agitato per le
sale, ora sedendo, ora levandosi, mentre t u t t i lo
miravano taciturni, dava segno d’una cupa e ter-
ribile meditazione. Mandò messi a d Aroldo a ram-
mentargli il giuramento. Aroldo gli rispose che
il regno era di Dio e del popolo, e ch’egli non po-
teva avergli dato ciò che non era suo. Guglielmo
giurò allora per lo splendore d i Dio, di venirlo a
punire entro un anno. Propalò per messi in t u t t i
i regni d’Europa, che il Sassone gli negava il suo
regno e spergiurava le reliquie dei santi. I Nor-
manni militavano allora in nome della Chiesa coi
principi dell’Apulia e della Sicilia contro Arabi
e Greci ; e occupate a poco a poco le fortezze e le
città, vi acquistavano quel complesso di signorie,
che si chiamò poi regno delle Sicilie. I n Roma
fioriva il toscano Ildebrando, che poi fu pontefice,
e a cui parve bello d a r la mano a d uomini utili
alla Chiesa, e reprimere gli indocili prelati sas-
soni, e massime il primate Stigando. Cogli accorti
officii del pavese Lanfranco, il più dotto uomo di
que’ tempi, Guglielmo ottenne d a Roma una sco-
munica contro Aroldo, una bandiera della Chiesa
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA
e un anello ov’era chiuso un capello di San Piero.
Altro non mancava che trovar denaro e soldati;
al qual uopo adunò un’assemblea de’isuoi baroni,
prelati e mercanti. Ma nulla avendone tratto,
presi in disparte i più facoltosi e potenti, fece a
ciascun di loro private promesse; e poichè nes-
suno osava dargli rifiuto in viso, scrisse tosto in
un registro l’offerta che ciascuno faceva. L’esem-
pio persuase altri ed a l t r i ; taluno profferse navi,
altri uomini, altri denaro, altri la spada. Gugliel-
mo promulgò che avrebbe dato stipendio e terre
a d ogni uomo forte, che d a qualsiasi paese venisse
a servirlo della spada, della lancia o della bale-
stra. E vennero i valorosi e gli scapestrati di Fran-
cia, d’Armorica, di Fiandra, del Reno, d’Italia.
Alcuni volevano contar moneta, alcuni bramavano
una ricca sposa; altri aveva caro divenir barone
d’una buona terra ; marangoni, fabbri ed armaiuoli
lavoravano a credenza nella fiducia della buona
f o r t u n a ; era quella una società i n azioni per il
conquisto d’un regno.
I1 tragitto era breve, nè l’Inghilterra era te-
muta allora sui mari ; ma i venti avversi tratten-
nero a lungo l’armata; alcune navi ruppero: i
cadaveri gettati su la spiaggia sgomentarono quel-
la gente collettizia, che mormorava per le tende:
per tabernacula mussitabant. Si portarono adun-
que con solenne pompa pel campo le reliquie di
San Valerico; e quando il vento si fu mutato,
quattrocento navi con mille e più barche da ca-
rico salparono a d un segnale. Guglielmo infer-
vorato precorreva tanto alacremente col vessillo
pontificio e colle reliquie, che al mattino si trovò
fuori di vista delle sue genti. Gettata l’ancora,
imbandì un convito, ed era ai brindisi, quando gli
s’annunciò spuntare una nave, poi quattro, poi
94 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

surgere su l’orizzonte t u t t a una selve di vele: ar-


borum veliferum nemus (Guill. Pict.).
Intanto il perverso Tostigo, fratello d’Aroldo,
che cacciato dai popoli della Nortumbria, aveva
corso come forsennato t u t t i i mari d’Europa, cer-
cando nemici al fratello e alla patria, aveva in-
dutto Araldo figlio di Sigurdo, re dei Norvegi, ad
assalir da settentrione l’Inghilterra, in quella ap-
punto che Guglielmo la minacciava da mezzodì.
Ma dicevasi nell’esercito norvego che Araldo si
fosse imbarcato fra sinistri augurii : essersi vista
in sogno una donna gigante correre portata da
un lupo, a cui dava a sbranare cadaveri sangui-
nanti: essersi vista nottetempo sedere sopra un
romito scoglio del mare una donna, che colla
spada nuda in pugno numerava ad una a d una
le navi, e gridava ad una turba, di corvi di seguir-
le e posarsi su le antenne. I Norvegi sbarcati e
giunti sotto Tori;, credevano entrare senza com-
battimento i n quella città quasi t u t t a danese, e
s’avviavano a quella volta, senza cingersi tampoco
le corazze, quando videro appressarsi un nembo
di polve, t u t t o scintillante di ferro. I Norvegi
spiegarono lo stendardo, chiamato il desolatore
(land-eyda), e gli si strinsero intorno, mentre
Araldo gridava, loro che ai prodi bastava l‘elmo
e la lancia. I n quel mentre una turma di Sassoni
a cavallo s‘accostò, cercando Tostigo, e offrendogli
pace. L’accettava egli ppr sè, ma dimandava loro
che avverrebbe poi dell’amico ed alleato venuto
seco di Norvegia. Gli risposero, che lo straniero
avrebbe sette piedi di t e r r a inglese, poich’egli
era d’alta statura : spatium terrae septem pedum
(Snorre’s Heimkr.). Allora Tostigo disse, che il
figlio di Goduino non tradiva il figlio di Sigurdo.
Rimasero uccisi ambedue.
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 95
Quattro giorni dopo quella battaglia Gugliel-
mo metteva sul lido presso Hastings prima gli
arcieri, poi gli uomini d’arme, poi i fabbri, i quali
eressero presso il lido ripari con travi, che il prov-
vido capitano aveva seco recate all’uopo. Nel por
piede a terra egli cadde boccone, ma pronto e
accorto levossi gridando : « I o prendo colle mani
questa t e r r a ; per lo splendor di Dio, qui tutto è
vostro ; Seignours, per la resplendour de Dè, tout
est vostre quanque y a ».
Aroldo, benché ferito nella pugna contro To-
stigo e Araldo, accorse dall’altro capo del regno ;
poteva in pochi giorni accozzar centomila com-
battenti ; ma turbato da diverse passioni, irritato
dalle rapine e crudeltà del nemico, sperando forse
vincere colla, velocità come a York, gli si pose a
fronte con forze quattro volte minori. Molti ca-
pitani il consigliavano a ritirarsi devastando le
terre; m a egli disse che doveva salvare il paese,
non lasciarlo ruinare. Il frate Ugo Maigrot reco-
gli a nome di Guglielino una disfida, ch’egli ricusò.
I1 monaco fe’ cenno allora del giuramento e della
scomunica, alla qual parola i capitani sassoni si
guntarono smarriti in viso ; pure stettero fermi
e giurarono di non conceder pace nè tregua. Gur-
to, altro fratello d’Aroldo, lo pregò a ritirarsi e
raccoglier gente e lasciar combattere quelli che
non avevano impaccio di giuramenti. Ma Aroldo
negò sottrarre il suo capo al pericolo comune.
I Normanni passarono la notte pregando e al-
lestendo le armi e i cavalli. Al contrario i Sassoni,
assicurati con siepi e palizzate sopra una fila di
poggi, stettero all’usanza loro antica, bevendo e
gozzovigliando intorno a d ampii fochi, e cantando
le leggende degli avi. AI mattino Guglielmo si
mosse con t r e colonne d’uomini d’arme, coperti di
96 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
ferro, e armati di salde lance e spade a due fen-
denti ; l’una era de’ suoi Normanni ; l’altra di Pi-
cardi, Fiamininghi e altri mercenarii venuti dalla
Francia orientale : la terza di Bretoni e altre genti
della. Gallia occidentale ; intorno erano sparse le
fanterie leggiere, vestite di trapunto e armate di
balestra. Guglielmo montava il cavallo d’un pe-
regrino tornato d a San Giacomo di Gallizia, ave-
va reliquie sospese a collo, e camminava allato
allo stendardo papale, gridando a’ suoi : (( s’io
vinco, sarete t u t t i signori ; s’io conquisto il paese,
sarà per voi ».
I Sassoni erano t u t t i a piede, com’era l’uso
delle genti germaniche, e stettero saldi in linea,
spezzando elmi e corazze a colpi di scure. Aroldo
fu ferito,d’una freccia; ma Guglielmo fu gridato
ucciso ; e dovè mostrarsi a visiera. aperta, e battere
colla lancia i fuggenti suoi mercenarii, per con-
durli a un terzo assalto. E r a quel momento fatale
quando il lampo d’un consiglio decide le sorti
delle nazioni. Mille cavalieri normanni finsero
darsi a, t u t t a fuga, e così trassero i Sassoni fuori
dei loro ordini e dei loro ripari; poi rivolgendosi
impetuosamente, li sgominarono, uccisero Aroldo,
e atterrato il vessillo sassone, piantarono lo sten-
dardo romano; ma la mischia continuò fino a
notte buia con t a l confusione che i soldati appena
si conoscevano al linguaggio germanico o romano.
Al mattino la madre d'Araldo chiese di dar
sepolcro al figlio, offrendo a Guglielmo il peso del
cadavere in oro ; ma il duca rispose che il menti-
tore spergiuro doveva imputridire nel fango. Al-
fine due fraticelli d’un monasterio fondato d a
Aroldo impetrarono di seppellirlo nel loro chio-
s t r o ; e venuti sul campo doloroso, tra i cumuli
, dei cadaveri già nudi, non sapendo come ricono-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 97
scerlo, andavano rivoltando tristamente gli uccisi,
quando venne loro a lato Edita, la bella dal collo-
di-cigno, amata da Aroldo prima che fosse r e ;
la quale, piangendo, tosto il riconobbe: e t ver-
tentes ea huc et illuc.... mulierem, q u a m a n t e a
sumptum regimen dilexerat, Editham, cognomen-
t o Swaneshales, quod sonat Collum Cycni ....
Gli scrittori sassoni chiamarono la giornata di
Hfastings amara, sanguinosa; e per molte età si
diceva che ad ogni pioggia quei colli rosseggias-
sero di vivo sangue. Su la gleba ove Aroldo aveva
piantato il suo stendardo, Guglielmo pose l’altare
d’un’abbazia, a perpetua memoria della, batta-
glia, e le donò per t r e miglia in circuito tutto il
campo di morte, e vi pose monaci francesi; e il
luogo si chiama ancora Battle-Abbey.
Presa Dover, e accerchiata Londra, ove l’An-
su, o Comune dei mercanti, scese a patti, Edgaro
erede del regno venne sommessamente al campo
del vincitore. Ma quando questi volle cingersi la
corona a Westminster, il primate Stigando gli
ricusò officio suo. Nondimeno Westminster fu
parata a festa; tutte le strade erano piene d’ar-
mati ; Guglielmo entrò nel tempio quasi deserto,
accerchiato da’ suoi baroni e da trecento uomini
coperti di l’erro. Un vescovo francese e il sassone
Eldredo dimandarono in francese e i n sassone se
lo volevano re ; e gli applausi delle guardie furono
sì fragorosi, che le ordinanze sparse nelle vie,
credendolo un grido d‘allarme, si precipitarono
sui cittadini, posero foco alle case; e i n mezzo
alla fuga, alle fiamme, alle strida, appena i sa-
cerdoti tremanti poterono compiere sul tremante
Guglielino i sacri r i t i : trepidantes, super re-
gem .... trementem, officium vix peregerunt (Ord.
Vit.).
7. - CATTANEO.Scritti storici I.
98 CATTANEO - SCRITTI STORICI -1
Tutto il paese venne seminato di castella,; i
popoli furono disarmati e fatti giurare a forza;
i commissarii normanni, coll'istinto notarile di
quel popolo leguleio, fecero inventario delle terre
dei morti e dei vivi, che avevano combattuto, o
palesato animo nemico; poi li divisero alle di-
verse squadre dell'esercito. I capitani, messi in
possesso di città e terre, si giurarono vassalli a
Guglielmo e presero omaggio dai cavalieri sotto-
posti, i quali infeudarono alla lor volta i loro
scudieri, e questi i sergenti, e i valletti e i mozzi.
Fantaccini, che avevano passato il mare con una
casacca imbottita e un arco di legno, comparvero
in pochi dì signori di feudo, s u destrieri coperti
di splendide armature. Bifolchi di Normandia e
tessitori di Fiandra divennero baroni; i loro so-
prannomi oscuri e buffi, accozzati in brutte rime,
Bonvilain e Boutevilain, Trousselot e Trossebout,
Oeil-de-boeuf e Front-de-boeuf, un Ugo Sartore,
un Guglielmo Carrettiere, un Guglielmo Tam-
buro si leggono nei registri della conquista, e da
quelli si chiamarono poi le più orgogliose famiglie
d'Inghilterra, ed anche oggidì è gran vanto per
una famiglia il potersi aggrappare ad alcuno di
quei vetusti cognomi.
Eudo di Bayeux, figlio della madre del re, ebbe
per sè la città, di Dover ; un Guido ebbe Sutton e
Burton e Sandford, che poi suo figlio giocò a
dadi col r e Enrico I I , un Enghelrico spossessò
quattordici ricche famiglie ; un Guglielmo ne spo-
gliò t r e n t a ; la giocolatrice Adelina ebbe un feu-
do anch'essa, per avere esilarato l'esercito. Le
ricche sassoni furono prese in nozze dai soldati;
le meno ricche furono prese in amore; il più
abietto mozzo f u padrone i n casa del vinto ; le più
nobili donzelle disonorate, se non si assicuravano
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 99

con nodi aborriti, o non si ascondevano sotto al


velo claustrale ; uomini d’alti natali divennero
servi e villani: quidam liber homo, qui modo ef-
f e c t u s est unus d e villanis. La soldatesca strap-
pava di bocca alla gente il pane: a buccis misero-
rum cibos abstrahentes, prendeva, batteva, ucci-
deve. Tale era la sorte d’ogni provincia nella
quale entrava il vessillo vincitore. Un solo dei
combattenti normanni, Guimondo di Riccardo,
da verace e fedel cavaliero, nulla toccò di quelle
scellerate spoglie, e tornossi povero e puro in
Normandia,.
Guglielmo col regio tesoro e gli argenti delle
chiese e le più preziose merci dei negozianti e una
turba di prigioni e d’ostaggi, tragittò trionfante
in Normandia, portando seco tant’oro quanto a
quei dì non ne avevano t r e Francie: q u a n t u m ex
ditione t r i u m Galliarum vix colligeretur. Egli
mandò a l pontefice lo stendardo d'Araldo e altri
trofei; mandò croci e vasi e drappi d’oro e d’ar-
gento a mille chiese di Francia. I ricami d’oro
delle donne sassoni, sì rinomati a quel tempo,
adornarono altari di città francesi; e le genti ve-
nivano a d ammirare i corni di bufalo legati i n oro
che i Sassoni usavano a tazze nei conviti, e i
floridi volti e le lunghe e bionde chiome dei nobili
donzelli, che fatti schiavi servivano alla mensa
del nuovo re : crinigeros alumnos piagae aquilo-
navrs.
Pure i Sassoni, gli Angli e Dani del settentrione
si andavano rannodando ; fidi messi s’aggiravano
per le c i t t à ; i più potenti e valorosi sparivano
per adunarsi i n luoghi forti. Chi non poteva con-
solarsi d’aver perduto la sua terra e il suo tetto,
chi piangeva i figli uccisi o le figlie vituperate,
fuggiva di selva sino all’ultima linea delle castella
100 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

normanne ; e là tra le selve, loca deserta et nemo-


rosa, trovava i fratelli. L’odio e il terrore ricon-
ciliarono per la prima volta Sassoni e Cambri: si
tenne un gran comizio sui monti ; si prepararono
ricoveri fra le paludi; alcuni giurarono di non
dormir sotto tetto sino al giorno della vendetta,
e perciò i Normanni li chiamavano selvaggi.
Guglielmo, all‘annuncio di quei moti, s’imbar-
cò tosto in u n a gelida notte d’inverno; trovò in
Londra un sordo fermento; ma l’astuto colmò di
lusinghe i cittadini, prodigando loro il bacio del-
l’amicizia : dulciter ad oscula invitabat : e pro-
metteva di render loro le leggi d’Eduardo, e che
in futuro ogni Inglese sarebbe erede de’ suoi pa-
dri. E così ottenne che i cittadini di Londra lo
lasciassero partire col nervo delle truppe a, domai.
le provincie.
Prese Exeter ; prese Oxford, ove di settecento
case distrusse quattrocento ; prese Warwick, Lei-
cester, Derby, Nottingham : diede questa fortez-
za, con cinquantacinque ville e dodici palazzi di
cavalieri e quarantotto case di mercanti, a un GU-
glielmo Peverel, che si fece un castello su la cima
d’una rupe, come nido d’augello rapace, la quale
si chiama ancora Peak of Peveril. Presa la colo-
nia danese di Lincoln, sconfitti in riva all’Hum-
ber Sassoni e Cambri, espugnò York capitale della
Nortumbria vi uccise ogni uomo vivente : a pucro
usque ad senem : vi stanziò cinquecento uomini
d’arme e migliaia di scudieri e sergenti, e ne
fece il baluardo della conquista nel settentrione.
L’arcivescovo Eldredo, che aveva accondisceso a
coronarlo, addolorato di tanta, crudeltà, gli ven-
ne innanzi in veste pontificale, e rifiutato il bacio
che gli profferiva, gli disse: « t u sei straniero, e
Dio per punirci ti diede a prezzo di sangue questo
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 101
regno. Allora t’ho consacrato ; ma oggi maledico
te e il tuo sangue; poichè t u opprimi la Chiesa
di Dio». Le guardie normanne frementi stavano
per trucidarlo, ma Guglielmo lasciollo andare co-
me insensato a morir di dolore e di pentimento.
I due figli d’Aroldo vennero con sessanta navi
dall’Irlanda, e si congiunsero ai Cambri di Cor-
novaglia, ma furono disfatti ; un’altra rotta eb-
bero i Sassoni su la frontiera gallese; due n’eb-
bero a York, di cui tentarono invano la sorpresa,
e dove il re vittorioso li uccise t u t t i ; nemini pe-
percit, Ma Roberto di Comines, che menando
strage degli abitanti inermi di Durham si avvi-
luppò f r a le tortuose vie della città. fu arso nel
palazzo vescovile con milleduecento cavalieri.
Gli Inglesi nella loro disperazione invocarono
i Danesi, e noveravano con amore i giorni del
loro arrivo, che i loro padri avevano tante volte
maledetto. E infatti doleva a i Danesi che soldati
stranieri facessero strazio di gente congiunta se-
coloro di sangue e di lingua : audientes Angliam
esse subjectam Romanis, seu Francigenis .... sunt
indignati, Approdò alla fine Osborno, fratello del
re, con duecentoquaranta navi, e si rivolse verso
York, dove i Normanni nel furor della difesa po-
sero foco, e fra il tumulto dell’incendio furono
uccisi a migliaia. Ma mentre Osborno svernava
alla foce dell’Humber, lo scaltro Guglielmo lo
indusse a forza d’oro a tornarsene colla prima-
vera in Danimarca : e intanto largheggiò nelle
promesse d i giustizia e di clemenza ai popoli:
poi sorprese York, ove si udì a un tempo la di-
serzione d’Osborno e la venuta di Guglielmo. Gli
Inglesi vi perirono a migliaia coll’armi alla
mano; e il vincitore si allargò su t u t t a la Nor-
tumbria, incendiando città e ville, sicchè da
102 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

York al mare non s'incontrò più anima vivente.


Solo perchè un Normanno, inseguendo fin dentro
la chiesa di Beverley un vecchio per torgli un
braccialetto d'oro che all'uso dei Nortumbri por-
tava, giunto sul lastrico di marmo cadde d a ca-
vallo, e compreso di sacro terrore fuggì precipitoso
co’, suoi, quel santuario rimase ancora cinto d'ar-
bori e di case, come oasi in mezzo a l deserto: nec
terra aliqua erat culta, excepto solo territorio
beati Johannis Beverlaci.
Si legge nel registro della conquista che il solo
Guglielmo Percy ebbe in sua parte più di ottanta
di quelle ville ; ma ch'erano tutte deserte : omnia
nunc c a s t a ; sul terreno dove già vivevano due
principi, rimasero due schiavi con un solo aratro :
d u o Thani tenuere; i b i sunt d u o villani cum una
carruca. Tuttavia alcuni dei baroni sassoni furono
accolti a patti dal vincitore, che vedeva, ancora
necessarie le lusinghe. E il prode Waltefo, che
aveva ucciso tanti Normanni a, York, pose la sua
mano nelle mani di Guglielmo, e accettò le contee
di Huntingdon e di Northampton; anzi sposò
Giuditta, nipote del re.
Intanto la carestia, seguace delle conquista e
delle confisca, serpeggiava per t u t t a l'isola. I po-
poli, dopo aver divorato le carogne dei cavalli
sulle strade e sui campi di battaglia, giunsero al-
l'abominio di divorai. carne umana : ut homines
carnem comederent humanam. I n alcuni luoghi
furono estinti t u t t i di spada o di fame, extincits
omnibus vel g l a d i o vel f a m e ; e i cadaveri impu-
tridirono per le strade. E mentre il soldato stra-
niero sguazzava tra la profusione e la dissolutezza
delle sue castella, talora il nobile sassone, domo
dalla inedia, si traeva co' suoi scarni figli a pat-
teggiarsi schiavo a chi gli desse un tozzo di pane ;
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 103
e l’atto della vendita si scriveva su le pagine
bianche d’un messale, ove gli antiquarii ora lo
vanno dicifrando.
Intanto accorrevano di Francia uomini d’ogni
condizione ; che lasciavano ogni avere a i parenti
nella fiducia d’acquistarsi colà un ricco possesso ;
alcuni soldati venivano col patto di spartire a
metà la roba e la terra, e si chiamano nelle antiche
carte fratres j u r a t i ; e con amaro scherno si trova
memorato chi venne colla moglie e colla fantesca
e col cane: with his wife Tiffany, and his maid
Maufas, a n d h i s dog Hardigras.
L’esercito conquistatore attraversava per ogni
verso il popolo rotto e domo, i nobili erano t r a t t i
al patibolo, gli oscuri erano fatti schiavi : nobiles
m o r t i , mediocres i12 servitutem : o spenti con in-
credibili crudeltà : ob nimian crudelitatem for-
tassis incredibile. Altri fuggirano per estranii re-
gni, vagabondi e dolenti : per extera regna vagi,
dolentes ; e guidati dal prode Sivardo, navigando
lungo la Spagna e la Sicilia, andavano a d arro-
larsi nelle guardie degli imperatori di Costanti-
nopoli. S’invidiavano gli eslegi o fuorusciti (utla-
ge, outlaw), che potevano far vita nelle selve,
liberi c lieti sotto la verde frasca (merry a n d free,
under the leaves so green). I più si adunavano
presso Norfolk, ove l‘incontro di molti fiumi
forma una terra di stagni e canneti, inaccessibile
ai cavalli, e munivano con fosse e pali i dorsi iso-
lati, e recavano in quel rifugio le ricchezze delle
case e dei templi, come già nei primi giorni di
Venezia e di Crema.
I1 re Sveno venuto finalmente in Inghilterra,
la trovò così deserta, che non potendovi tener
l’eseycito, dovè ritornarsi in Danimarca. Mandò
bensì in soccorso al campo di rifugio alcuni ca-
104 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I

pitani; ma con nuovo tradimento tosto si parti-


rono, depredando i rifuggiti, nello stesso tempo
che Guglielmo assaliva d’ogni parte quelle paludi,
gettandovi argini e ponti. Non però potè cacciar-
ne Erevardo, il quale scompariva e ricompariva
così improvviso e terribile, che la superstiziosa
soldatesca cominciò a crederlo protetto da un de-
monio. E Ivo Tagliaboschi fe’ venire una strega,
e salire sopra una torre di legno a disfar l’incan-
to ; ma Erevardo, ponendo improvviso foco nei can-
neti, involse nelle fiamme la torre e la strega e i
soldati. Alla fine il tradimento espugnò la inac-
cessibile laguna : più di mille Inglesi rimasero
trucidati ; non però Erevardo, che guizzò di mano
al vincitore, e salvossi nelle paludi di Lincoln; e
fu solo i n seno a una perfida pace, che dopo di-
sperata difesa. cadde trafitto. Gli altri Inglesi eb-
bero spenti gli occhi o mozze le mani; e furono
spogliati e malconci perfino i traditori.
Un Bretone fatto conte di Norfolk, e un NNor-
manno fatto duca di Hereford, fra l a vinolenza
d’un convito nuziale trassero a congiurare contro
Guglielmo il conte Waltefo e altri Sassoni. e rac-
colsero soccorsi di Gallesi e Bretoni e Danesi.
Ma il vescovo Lanfranco, che vegliava in assenza
del re, li disfece a Fagaduna. I prigioni furono
tronchi del piè destro; altri furono excoccati pa-
t i b u l o suspensi ; i soldati bretoni furono spogliati
della loro porzione di conquista ed espulsi dal
regno; i Danesi venuti al lido con duecento navi
non osarono afferrare.
Allora la donna normanna sposa a l conte
Waltefo, e il malvicino Ivo Tagliaboschi che per
avarizia agognava a l suo sangue: p r o terris
suis .... suum sanguinem sitiente : gli apposero
d’aver chiamato i Danesi. Tratto all’alba fuori
DELLA CONQUISTA D'INGHILTERRA 105
delle mura di Winchester, il principe sassone che
aveva accondisceso a farsi normanno, diede ai po-
veri che lo seguivano al doloroso passo le sue
vesti signorili, e seminudo porse il collo alla man-
naia. F u sepolto nel trivio; ma i Sassoni le ten-
nero santo: e corse fama che venuti chetamente
i monaci di Croyland a levare il suo corpo, lo
trovassero dopo lungo tempo stillante ancora di
vivo sangue;g
e che la perfida sua vedova a quel-
l'annuncio presa da terrore, venisse con tardo
pentimento a placare l'anima tradita. e coprisse
la tomba con uno strato di seta, il quale fosse da
invisibil mano respinto indietro : quasi.. .. mani-
bus rejectun longius a tumulo resiluit (Ing.
Croyl.). Essa spogliata da Guglielmo aborrita da
tutti, andò vagabonda coi figli R nascondersi dal-
l'infamia : per diversa latibula erravit : ma la
tomba di Waltefo f u per molti anni pietosamente
visitata dai popoli, che amavano in lui l'ultimo
principe del loro sangue e del loro amore.
Nel 1085 per l'ultima volta si sparse voce che
più di mille navi di Dani, Norvegi e Frisi venis-
sero a liberare i Sassoni, e punir l'insolenza dei
Romani : et Romanorum seu Francigenarum in-
solentiam puniret. Ma Guglielmo chiamò di Fran-
cia nuore leve, e caricò dodici denari di sovrim-
posta ad ogni campo (acre), costringendo così gli
Inglesi a pagare per respingere il loro amico. E
vennero costretti tutti a radersi e vestire come
Francesi, perchè i Danesi non potessero agevol-
mente discernerli, e il piccolo numero meno appa-
risse. Si pose c u r a di rendere t u t t a la marina ina-
bitabile a chi vi sbarcasse o volesse dar mano allo
sbarco, sicchè a vista di mare non rimase più
u o m o , o animale o arbore fruttifero ; e Guglielmo
si adoperò coi vescovi danesi per disviare quella
106 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

spedizione ; tantochè i Danesi impazienti e sedi-


ziosi uccisero il r e ; e t u t t o quello sforzo d’armi
fu dissipato.
I Sassoni allora cessarono d i sperare dal set-
tentrione : i loro esuli invecchiarono in doloroso
disinganno, i figli degli esuli crebbero senz’aff etto
alla terra dei padri. Gli ambasciatori danesi, non
udendo alla corte d’Inghilterra e nelle castella
dei baroni altra lingua che la francese, non po-
sero più mente al gergo germanico dei fabbri e dei
contadini ; e avendo udito che in antico gli scaldi
della Norvegia erano intesi anche in Inghiiterra,
credettero si fosse mutata la lingua e fosse invalsa
la francese : lingua m u t a t a est, invaluit lingua
gallica: onde le leggi del re Magno di Norvegia
nnnovermono gli Inglesi fra i popoli ignoti e di
strano linguaggio. La guerra essendosi così ri-
dutta a scorrerie di eslegi, e uccisioni clandesti-
ne di soldati, si minacciò multa generale ai di-
stretti (hundreds) i quali in otto giorni non des-
sero preso l’uccisore d’ogni Francese che per av-
ventura si trovasse morto. E perchè gli abitanti
deformavano i cadaveri in modo che non si po-
tessero più riconoscere si decretò doversi aver
per francese ogni cadavere, la inglesità del quale
(aiagléchérie) non venisse attestata con giuramento
da due uomini e due donne della più prossima sua
parentela.
Consumata l’opera dell‘armi, Guglielmo vo-
lendo avere un censo generale del regno, che rap-
presentasse quante fossero le terre e quanti i
villani e gli animali: quot villanos, quot animalia :
convocò nei distretti e nelle contee t u t t i i Fran-
cesi e Inglesi: omnes Franci et Angli de hundre-
d o : che sotto giuramento esposero di chi fosse
prima ogni terra, e i n mano di chi fosse poi per-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 107
venuta; e il nuovo possessore si considerò come
erede del Sassone che aveva spogliato. Appena, su
la fine di ogni capitolo si fa luogo al nome di
qualche Sassone, come falconiere, o fornaio, o
portiere del r e : oppure perchè la terra essendo
s t a t a già d i suo padre, i l 1-e gliela dava in elemo-
sina, o in suffragio dell‘anima del principe Ric-
cardo: pro anima Richardi filii s u i ; oppure per
aver cura de’ suoi cani. E chi ebbe diritto di ri-
scuoter taglie da codesto Sassone privilegiato, si
diceva possederlo, e poterlo vendere, donare, im-
prestare, dividere a metà : medietatem u n i u s li-
beri hom inis.
Il re serbò a sè tutte le foreste ed il privilegio
di andarvi cacciando. e per questa passione stra-
na estirpò in riva alla Manica trentasei paesi,
cacciandone con minaccia di morte tutto il po-
polo : p o p u l u m eorum d e d i t exterminio. E si chia-
mò la Foresta Nuova; e fu condannato a perder
gli occhi chiunque vi uccidesse un cervo o un dai-
no: poichè il fiero re amava le fiere bestie come
altri ama i figli.
I1 gran registro. magnus rotulus, compiuto in
sei anni, f u l’estrema sentenza che sancì per sem-
pre lo spoglio universale dei vinti Germani, i
quali lo chiamarono il libro d e l giudicio finale
(Doomes day book) ; e fu deposto solennemente
nell’abazìa di Winchester. Le città e i borghi si
diedero da baroni in affitto a spietati usurai; e il
re stesso non si vergognò d’abbandonare al mi-
glior offerente i quindicimila paesi della corona ;
e non badò alle feroci estorsioni che gli aborriti
fermieri facevano al poverello : et non curabat
quanto peccato censum a pauperibus conquisis-
sent ; poichè avrebbe fatto qualunque scempio per
amor di guadagno : ubi spes nummì effulsisset.
108 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Compiuto il libro, si radunarono a solenne


rassegna l’anno 1086, vent’anni dopo lo sbarco,
t u t t i i conquistatori ; e si trovarono sessantamila,
t u t t i infeudati di terre, e con cavallo e armatura.
E rinnovarono il giuramento, e resero omaggio,
ponendo le mani nelle mani del r e ; il quale fece
ordinanza che fossero per sempre esenti d’ogni
gravezza, ma sempre armati e concordi e vigi-
lanti, e pronti a vendicare scambievolmente i
compagni che venissero uccisi.
Così nello stesso regno si videro due genti;
l‘una armata, libera, ricca, superba, nelle aule
sontuose di forti castelli, parlava una lingua ro-
mana ; l’altra inerme, schiava, seminuda, traeva
la vita in luridi tugurii fra campi con barbaro
proposito devastati, parlando una lingua ger-
manica ch’era segnale di servitù, e vergognandosi
di portare in faccia agli uomini il nome inglese:
et opprobrium erat anglicus appellari (Math.
Westm.). E dopo quattro secoli di lunghe guerre
e strane vicende, quando f u smarrita nei vinti la
memoria dell‘antico oltraggio, la disunione del
sangue, dispersio sanguinis, non era ancor tolta ;
e l’ignaro viaggiatore, ponendo piede nell’ isola,
si stupiva di non vedere alcuna fiducia e benevo-
lenza t r a il popolo e i Grandi e coloro che aspi-
ravano a insinuarsi tra i Grandi. Le famiglie de-
gli usurpatori si spensero quasi t u t t e ; ma quelle
che a poco a poco s’intrussero al loro luogo,
conservarono il freddo e scortese orgoglio dei ba-
roni normanni : nè più rifiorì fra i potenti la pa-
triarcale affabilità degli antichi principi cambri
e gaeli, o la cordiale e rumorosa ospitalità degli
Anglo-Sassoni e dei Dani. I n t u t t i gli usi della
vita civile trasparì l‘impronto d’un ordinamento
militare, che misura e proporziona i gradi d’un
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 109
dignitoso rispetto e d’una rigida obbedienza,. Ma
per verità il buon Thierry, troppo infervorato pei
vinti, non ricordò che i vincitori pur qualche co-
sa di generoso e di bello introdussero nei popoli
britannici. Solevano i signori sassoni opprimere
la plebe, come quella ch’era d’altro sangue, e ne
facevano quel commercio che ora si fa dei Negri,
vendendo schiave o prostituendo altrui perfino le
domestiche ancelle. I Normanni al contrario ama-
vano in suntuosi castelli sobrie mense, cibi s t u
diati, vesti pompose ; agitavano ambiziosi dise-
gni, succhiando i poveri, ma non lasciandoli da
altri insultare; e si dilettavano di celebrare le
religiose pompe in abazìe di magnifica architet-
tura.
Era Guglielmo da sordidi natali giunto alla
signoria di due Stati e agli onori regali ; era accer-
chiato da un esercito splendido di vittoria e ric-
chezza, in mezzo a l quale fino a t r e volte in un
anno si compiacque di ostentare le insegne della
sua potenza ; t e r gessit coronam in anno. Eppure
mostrando sempre nella torva e trista fronte il
testimonio d’una coscienza agitata, incuteva a
tutti terrore : saevus c t f o m i d a b i l i s . Dubitava
della pazienza degli Inglesi, della fedeltà dei Nor-

1 Vulgus praeda erat potentioribus .... ut etiam corpo-


ribus in longinquas terras extractis acervos thesaurorum
congererent .... Multi ancillas suas.... ad publicum postri-
bulum a u t ad aeternum obsequium venditabant .... Parvis
e t abjectis domibus totos sumtus obliguriebant ; Francis
et Normannis absimiles qui amplis et superbis aedificiis
modicas expensas agunt .... Vestibus ad invidiam culti, ci-
bis .... delicati. Paribus invidere, superiores praetergredi
velle ; subjectos ipsi vellicantes ab alienis tutari .... Reli-
gionis normam. ... adventu suo suscitarunt. Guil: Malmes-
bur. I III
110 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I

manni; temeva l’invidia della Francia e la ven-


detta della Danimarca; tremava de’ suoi figli,
che vedeva accesi di malvagie discordie ; interro-
gava ansiosamente saggi e indovini; e alfine, es-
sendogli grave la vita fra’ un popolo che aveva
fatto infelice, per la terza ed ultima volta tornò
in Normandia, accompagnato da innumerevoli
maledizioni : innumeris maledictionibus laquea-
tus (Angl. Sacr.).
Dei quattro suoi figli, Riccardo era stato
schiacciato dal cavallo contro una pianta nella
Foresta Nuova : Roberto aveva tentato ribellar
la, Normandia, e fattosi capo di fuorusciti, aveva
ferito il padre in battaglia ; e infine partitosi va-
gabondo, colla sua maledizione, la quale pesò
assai sul suo capo, quam expertus est vehemen-
t e r , seminava per l’Europa l’onta dei suoi vizi.
Gli altri due figli avevano tentato di trucidare il
fratello maggiore. La regina proteggeva la ribel-
lione di Roberto; Eudo, fratello del re, stava. i n
un carcere, ove Guglielmo lo aveva strascinato
di sua mano, perchè nessuno osava manomettere
l’abito vescovile ch’ei portava ; Giuditta s u a ni-
pote, dopo aver tradito Waltefo, errava in infa-
me esilio. Queste erano le contentezze d’una fa-
miglia. che per giungere a tanto, aveva fatto mi-
lioni di sventurati.
Giunto in Normandia, oppresso da morbosa
pinguedine, non trovò vigore di levarsi da letto
se non per correr tosto nelle terre francesi, incen-
diando l’abitato, estirpando le viti, calpestando
coi cavalli le messi mature. Posto il foco a l borgo
di Mantes, si avventò come furibondo di ferocia
attraverso alle fiamme, ove il suo cavallo, inciam-
pando fra le brage dei tetti cadenti, lo gettò a
terra. Contuso nel ventre, acceso dalla corsa, dal
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 111
sole di luglio, dal peso delle armi, dal vociferare
forsennato, labore clamoris, si trovò in breve alle
strette di morte. Offerse allora denari per solle-
vare le famiglie che aveva precipitato i n tanta
miseria, e rimandò liberi i signori inglesi invec-
chiati nelle sue catene. Ma gli furono tosto in-
torno a l letto i figli, litigando acerbamente; e il
minore voleva assolutamente sapere se non volesse
lasciargli nulla: et mihi, pater, q u i d ? E appena
il moribondo gli ebbe promesso cinquemila libre
d’argento, lasciollo, correndo a riscuoterle. Un
altro andò tosto in Inghilterra ad assicurarsi quel
tesoro, e farsene arme per soppiantare il maggior
fratello. Non appena il grande oppressore, rac-
comandandosi sommessamente alla genitrice di
Dio, f u spirato, medici e cortigiani fuggirono a
cavallo per porre i n salvo i beni ; i servi misero a
ruba le armi, le vesti, il letto stesso ; e lasciarono
su lo spazzo il cadavere seminudo. Uno strano
spavento, quasi in città presa d’assalto, si diffuse
fra gli abitanti, che come ubriachi, velut ebrii,
correvano a nascondere la roba e i denari.
Vennero i monaci con croci e turiboli; ma
non v’era bara, nè sepoltore. Vi provvide per ca-
rità un buon cavaliere di campagna : Herluinus
pagensis eques: il quale noleggiò anche la barca
per recare il cadavere all’abazia di Caen. Ma
quando furono per calarlo nella fossa scavata
dietro a l coro, s‘alzò f r a le turba une voce, gri-
dando : « questa t e r r e è mia : qui era la mia casa
paterna; e questi me la tolse per farvi la sua
chiesa ; ma io non gliel’ho mai venduta nè donata.
I n nome di Dio vi dico di non coprire il corpo
del rapitore colla t e r r a mia » : ex parte Dei p r o -
hibeo ne corpus raptoris operiatur cespite meo
(Ord. Vit.). Era costui Asselino figlio d’ Arturo,
112 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

e t u t t i riconobbero la verità, del suo detto. I ve-


scovi allora gli offersero sessanta soldi di quella
moneta per lo spazio della fossa, e gli promisero
risarcirlo pel rimanente. Ma ancora la fossa tro-
vossi angusta al corpulento cadavere, e nel far
forza si squarciò il funebre drappo e il corpo
stesso : pinguissimus venter crepuit (Ord. Vit.) ;
e tra il fetore, t u t t i si dispersero nauseati, in pro-
fondo disinganno.
I frati francesi scrissero che il regno del Con-
quistatore fu pacificum et fructiferum, e rimpro-
verarono la nazione inglese, che aveva turbato un
principe così amante della, virtù : turbastis prin-
cipem qui virtutis amabat tramitem. Ma i Sas-
soni nell’asilo dei monasterii scrivevano che i
giorni di Guglielmo furono t u t t i di sangue e di
guai, e la sua vita parve ai popoli troppo lunga:
much dael of England thoght his lyf too lang.
Guglielmo il Rosso, padrone del tesoro di Win-
chester, soppiantò il fratello Roberto ch’era alla
Crociata, e imprigionò il zio Eudo, valendosi del-
le armi dei Sassoni, che per allora andò lusin-
gando; ma assicurato il trono, li oppresse poi
come il padre, a, t a l segno che al suo passaggio
i popoli fuggivano nelle selve; e si trovano nelle
croniche registrati i sogni, nei quali credevano
vedere gli antichi santi anglosassoni invocare da
Dio la fine di sì tristo principe. Infine Walter
Tirel, suo cortigiano, lo uccise nella Foresta
Nuova con un colpo di balestra. A quella vista
tutti fuggirono ; s u o fratello Enrico corse al tesoro
di Winchester ; e il cadavere rimase abbandonato
in un lago di sangue, donde lo tolsero alcuni car-
bonai sassoni, recandolo sopra una carretta, e in-
sanguinando la via: c u o r e per t o t a m viam stil-
lante (Will. Malm.).
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 113
I1 successore Enrico I era caro agli Inglesi,
perchè nato nell’isola; e finchè non f u certo del
regno li chiamava amici e fedeli, e suoi indigeni
e naturali ; e rimproverava Roberto d’averli chia-
mati poltroni e ingordi, e promise di governarli
da re umile e pacifico, e ne fece carte scritte e si-
gillate e deposte in tutte le più cospicue chiese.
Ma non appena si riputò sicuro, ritolse perfida-
mente le carte: lasciò che le soldatesche eserci-
tassero incendii e omicidii, e lasciò impunito un
Raulfo Basset che aveva fatto morire i n una volta
quarantaquattro padri di famiglia ; e aggravò
tanto le gabelle, che gli esattori, null’altro tro-
vando, strappavano le porte delle case ; e i conta-
dini disperati venivano avanti a l re, e gli getta-
vano ai piedi i loro vomeri. Preso finalmente il
fratello Roberto, lo incarcera nella torre di Car-
dill, ove si dice gli facesse spegner gli occhi. Ma gli
amici del prigioniero avendo giurato di vendi-
carlo, il re, temendo sempre della vita, non dor-
miva se non collo scudo accanto e la spada nuda ;
e dicevasi che balzasse dal letto, perseguitato da
orribili visioni, e desse di piglio alla spada : exsi-
luit rex de stratu suo giadium arripiens (Henr.
Knyght.): e il popolo sempre più superstizioso
nella sua abiezione, parlava di paure, e d’uomini
neri che con cavalli neri e cani neri inseguivano
daini neri nelle solitarie selve di Peterboro. E
vedeva con terrore il figlio del re crescere tanto
stoltamente acerbo ai Sassoni, che andava dicen-
do volerli mettere all’aratro come buoi; e riguar-
darono come giusto giudicio di Dio quando il gio-
vane macchiato d’inudite dissolutezze, tornando
di Francia con nocchieri ubriachi, una notte in
mare tranquillo, con trecento suoi compagni mi-
seramente affogò; onde si smarrì la discendenza
8. - CATTANEO. Scritti storici. I.
114 CATTANEO - SCRITTI STORICl -I
diretta del Conquistatore, poichè il r e non ebbe
altri figli maschi; e da quel dì non fu più visto
sorridere. L’unica sua figlia Matilde, detta l’Im-
peratrice, perchè vedova d’Enrico V di Germania,
si sposò a Goffredo d’Anjou, detto il Plantage-
neto, perchè portava per cimiero un ramo di gi-
nestra (genêt) ; e il retaggio delle conquista, dopo
una sola generazione, andò i n una casa straniera,
la quale al dominio di Normandia congiunse altri
dominii in t e r r a di Francia. Ma il regno le f u
disputato d a uno Stefano di Blois, il quale era
nato d’Adele figlia. del Conquistatore. I n mezzo
alla guerra accesa in quella feroce famiglia, i Sas-
soni par l’ultima volta, settantadue anni dopo la
conquista, ebbero l’infelice disegno di collegarsi
coi Cambri e i Gaeli, e uccidere in un giorno
t u t t i i baroni ; ma la congiura scoperta dal vesco-
vo Riccardo d’Ely ebbe fine nella fuga o sul pa-
tibolo. D’allora in poi Sassoni e Normanni anda-
rono confusi nel comun nome d’Inglesi.
Nella guerra tra Matilde e il figlio d’Adele la
miseria dei popoli fu spaventevole ; i mercenarii
fiamminghi, venuti a combattere per ambe le fa-
zioni, gareggiavano a depredar le terre; e pren-
devano i contadini e li traevano legati al guinza-
glio come cani : in copula c a n u m costringuntur :
o con un bastone i n bocca, o un morso di ferro ; e
per estorcer denaro li caricavano con centinaia
di libre di catena, o li legavano in piedi con un
collare di ferro che non li lasciava avere appog-
gio; li sospendevano per le gambe con foco sotto
il capo, o per i pollici delle mani con foco sotto
le piante ; o stringevano loro il cranio o li chiude-
vano in casse con sassi acuti, o in fosse piene di
serpi e di rospi. E dove non trovavano più nulla
da estorcere, abbruciavano il paese ; mutavano in
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 115
fortezze le chiese e i campanili, sovvertendo i ci-
miteri, e gettando i cadaveri. I poveri morivano
di fame, i ricchi costretti a mendicare; si viag-
giava giornate senza trovare anima viva. Tali fu-
rono i secoli feudali.
Ora che il lettore ha ben presente l’orrendo
significato della conquista, lo trasporti alle suc-
cessive invasioni che la, potenza normanna fece
nelle terre dei Cambri di Galles e dei Gaeli d’Ir-
landa. I venturieri si spartivano quelle misere
valli prima d’averle vedute, e ne assumevano il
titolo feudale, e se ne giuravano vassalli alla Co-
r o n a ; poi v’entravano col ferro e col foco, e vi
inalzavano un castello. Ogni anno si stringeva
sempre più quel cerchio di ferro intorno ai prodi
montanari, i quali tuttavia non perdevano co-
raggio, e talora facevano tremende vendette dei
fratelli venduti schiavi, e straziati con uncini di
ferro. Ma il nemico rispondeva colla strage degli
ostaggi; il re Giovanni « un giorno, prima di se-
dere a pranzo, ne volle vedere appesi alle forche
ventotto, t u t t i fanciulli; poi s’abbandonò al cibo
e a l vino » (Math. Par.). Nondimeno si combattè
più di due secoli prima d’espugnare le alpi di
Snowdon, e vi riescì solo l’agilità dei soldati ba-
schi ivi chiamati da’ Pirenei. I1 re Eduardo arse
le selve e uccise i bardi, e fatti prigioni i due
valorosi fratelli Levellino e Davide, li fece appic-
care e squartare, ed espose confitti a una lancia
i loro teschi su la torre di Londra, ove imbianca-
rono al vento ed alla pioggia. I1 genio della Cam-
bria risurse ancora con Owen Glendor e coi figli
di Tudor : uno dei quali, Edmundo, sposò la figlia
d’un Plantageneto, e f u padre di quell’Enrico,
Settimo di nome, che cominciò in Inghilterra il
regno dei Tudor; i quali, benchè di stirpe cam-
116 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
brica, perseguitarono il sangue loro, fecero ar-
dere dal carnefice la traduzione che al tempo della
riforma si fece della Biblia i n gallese, e distrus-
sero le antiche memorie con tanto ardore, che le
famiglie sotterravano le loro carte. Eppure quella
gente si conserva tuttora su quei monti, disprea-
zando gli stranieri possessori degli antichi suoi
dominii, e mostrando ancora quella tempra im-
petuosa che li fece chiamare dal lento anglosas-
sone Gallesi roventi ( r e d h o t Weslmen). E negli
ultimi tempi si associarono per pubblicare le an-
tiche loro memorie, prezioso monumento con cui
l’istoria risale sino alla primitiva Europa. Alcuni
si dilettano ancora di celebrare adunanze di bardi
sull’aperte cime dei colli come migliaia d’anni
addietro, e vi fanno gare di quell’estro musicale
e poetico, ch’essi chiamano awen, e che dura an-
cora vivace nelle valli dello Snowdon, dove la
lingua cambra si parla più pura. Ai tempi della
rivoluzione di Francia codesti convegni popolari
vennero vietati.
La conquista d’Irlanda cominciò dall‘an-
no 1074, in cui il primate Lanfranco di Pavia in-
dusse il vescovo Patrizio a farsi consacrare a
Canterbury. Enrico I, figlio del Conquistatore,
ottenne poi dal papa Adriano I V una bolla, in cui
si mostrava desiderio ch’egli entrasse in quel-
l’isola, e si facesse onorar dal popolo come signo-
re, purchè pagasse per ogni casa un denaro a San
Pietro. La prima comparsa delle armi normanne
nell’Irlanda ripete l’istoria di Gurtierno e dei
mercenarii sassoni ; poichè venuti dalle loro CO-
lonie di Galles in soccorso di Dermot re di La-
gheniagh, colle insolite armi, coi giachi di maglia
e i poderosi palafreni fiamminghi e le lunghe lance
e le larghe spade disperdevano i cavalleggieri in-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 117
digeni, armati di piccole scuri e di frecce, e di-
fesi il petto d a scudi di legno, e il capo da due
trecce aggruppate su le tempia (glibs). I n mer-
cede della vittoria i quattrocento Normanni eb-
bero da Dermot ampie t e r r e ; ma sdegnarono ben
presto di obbedirgli ; e chiamato a capitano i1 conte
Riccardo di Pembroke, presero Dublino, e al-
l’usanza loro cinsero di castella vasto giro di
paese. Ma il re Enrico Plantageneto divenne ge-
loso di t a n t a loro fortuna, e i n un momento di
gravi angustie vietò di recar loro soccorso, anzi
confiscò la, contea di Pembroke; e costrinse Ric-
cardo a fargli omaggio della sua conquista, e
chiamarsi suo siniscalco ; per modo che l’Irlanda
fu sottoposta alla corona d’Inghilterra. Gli abi-
tanti fuggendo dalla violenza straniera, varcavano
a turbe la larga corrente del Shannon, lasciando
a i Normanni le t e r r e ; e quando la fame li co-
strinse al ritorno, si trovarono servi sui campi dei
loro padri. Gli sconsigliati, che avevano introdutti
i nemici nell’isola, vollero con tardo pentimrnto
levarsi in a r m i ; ma domati e oppressi, oltre a i
dolore della servitiì, ebbero l’accusa, della perfi-
dia. Quando Enrico Plantageneto fece rendere
l’omaggio dell’Irlanda al suo giovinetto figlio
Giovanni, i capi delle tribù irlandesi vennero a
fargli onoranza al loro modo con patriarcali ab-
bracciamenti; il che parendo ai superbi Nor-
manni villana familiarità, risposero tirando loro
bruttamente le lunghe barbe e le trecce pendenti
su le tempia. Al quale insulto t u t t i uscirono di
Dublino lo stesso giorno, e andarono a d unirsi a i
principi di Limerick e di Connaught; e comincia-
rono una guerra atroce. Sin dal secolo X I I il re
Donald O’ Neil scriveva a l papa,, che la differenza
del linguaggio e dei costumi, e la memoria di
118 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

tante sanguinose ingiurie rendevano inestingui-


bile l’odio. Era bensì vero che i figli delle fami-
glie normanne crescevano coi costumi irlan desi,
e preferivano a i nomi feudali delle terre il nome
patriarcale della tribù che le abitava, e protegge-
vano i bardi, cosicchè non v’era convito ove non si
udissero le arpe. Ma la corte inglese temendo quelle
affezioni popolari, dichiarò schiavo ogni uomo di
sangue normanno o sassone, il quale vestisse alla
moda irlandese : e minacciò confisca a d ogni si-
gnore che mostrasse affetto a quel popolo. Si
pose ogni opera perchè i capi delle tribù irlandesi
si disvezzassero dal toccare a t u t t i la mano, e dal
sedersi a mensa. coi bardi ed anche coi servi, ti
perchè preferissero a i vecchi nomi popolari di
O’ Neil e O’ Brien il titolo di conte di e
o di Tyrone, e a umessero sussiego normanno e
fasto signorile. Ma tutto fu vano. L’odio nutrito
dai popoli contro quei costumi e quelle pompe si
estese sino alla riforma anglicana, e li rese tanto
fervorosi zelatori del pontefice, quanto nei secoli
aintichi gli erano stati avversi : il che f u il segnale
d’una nuova conquista che penetrò nelle libere
terre dell’estremo occidente. Giacomo I Stuardo
dichiarò ribelle tutto il regno d’Ulster, parte bo-
reale dell’isola, e lo vendè in massa ai mercanti
di Londra, che vi posero colonie di presbiteriani
scozzesi. Nel secolo XVII la insurrezione di Felim
O’ Connor cominciò colla strage di quarantamila
coloni stranieri ; ma il terribile Cromwell, per
non perder tempo a discernere amici e nemici,
intimò a, t u t t i i cattolici che si recassero nell’estre-
mità occidentale o Connaught, entro un dato tem-
po, passato il quale chi si trovasse fuori di quel
limite verrebbe ammazzato. L’immenso spazio che
rimase spopolato venne venduto a una società che
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 119
ne fece minuta rivendita. Per tutto il secolo XVIII
l’Irlanda, fu insanguinata dalle fazioni, le quali
sotto varii nomi e con varie mire esprimevano
sempre gli odii delle t r e credenze religiose, e la
vendetta delle antiche famiglie. I garzoni bianchi
(white boys), i cuori di rovere e d’acciaio (hearts
of oak, hearts of steel), i difensori (defendersì;
e dall’opposta parte i garzoni mattutini (peep-of-
day boys), e gli Orangisti; e infine i volontarii e
gli Irlandesi uniti, che vollero confederare tutte
le fazioni nell‘impresa d’una indipendenza comu-
ne, non lasciarono che venisse mai un giorno di
pace. L’ultima insurrezione, che mentre ardeva
la guerra colla repubblica francese, armò cento-
mila combattenti, e pose alla testa loro i discen-
denti delle t r e stirpi, gaelica, normanna e sas-
sone, Arturo O’ Connor, Eduardo Fitz-Gerald e
Teobaldo Wolf, fu cagione che si versassero in-
vano torrenti di sangue. Furono posti a tortura
quelli che si credevano aver armi celate, si sospe-
sero fino a perdita di respiro. si flagellarono a
sangue, si svelse loro la capigliatura e la cute del
cranio con berretti spalmati di pece. Dopo la
sconfitta degli ausiliarii francesi, molte migliaia
perirono d‘ogni maniera di supplicii. Infine si
abolì il parlamento che sedeva a Dublino. Ma
questa fusione dei due regni in un solo, che sem-
brava opera d’odio, fu un’iride di pace, e comin-
ciò l’impresa della riconciliazione e del pareggia-
mento, impresa ardua e lontana. perchè contra-
riata dai profondi rancori, dalle diversità delle
sètte e delle lingue; dai supplicii, dai delitti e
dagli indelebili effetti della confisca. Intanto nel-
l’occidente d’ Irlanda la lingua gaelica vive tut-
tora, ed anche quella parte di popolo, che di-
simparò la sua lingua nativa, conserva sempre
120 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
l’affettuosa e risoluta spensieratezza dell’indole
irlandese.
Rimane a vedere come venisse aggregato alla
corona d’Inghilterra anche il regno di Scozia,
che pure non sopportò conquista straniera. Do-
pochè le popolazioni germaniche della Bassa fu-
rono sottomesse dai Gaeli dell’Alta Scozia, i re
non solo ebbero più caro il soggiorno i n quelle
campagne feconde, e il docile contegno dei popoli
vinti; e se ne giovavano talvolta contro le orgo-
gliose tribù della montagna, contro i Gaeli d’In-
nisfail e i Cambri di Galloyay; onde a poco a
poco prevalse nella corte la lingue sassone. Quan-
do poi le guerre civili d’Inghilterra condussero
colà molti fuggitivi normanni, i re se ne valsero
volontieri come di maestri nell’arte militare del
tempo. Così compendiate nella Scozia le quattro
nazioni dell’isola, vissero senza vicendevole op-
pressione, depredandosi bensì qualche volta fra
loro, ma più pronte a varcare la frontiera, e pre-
cipitarsi sui ricchi baroni e gli inermi contadini
delle pianure inglesi. I più audaci amavano farsi
un nido lungo il confine o bordo ( b o r d e r ); e sotto
il nome di Bordieri (Borderers), osa a cavallo con
lunga lancia e casacca trapunta, lardellata di
qualche piastra di ferro, scorrevano la campagna ;
ora si riparavano in forti torri, erette sul mar-
gine d i qualche aspro torrente, stringendo f r a
loro una fratellanza guerriera, in mezzo alla quale
si nutricò il libero genio della poesia popolare,
avvilito in Inghilterra dalla superbia normanna.
Il figlio della infelice Maria Stuarda, Giacomo IV,
divenuto erede del trono d’Inghilterra, quando la
stirpe dei Tudor si spense con Elisabetta, compì
quella unione fra le due estremità dell’isola, che
nè la conquista romana, nè l’anglica, nè la da-
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 121
nese, nè le normanna, avevano potuto operare.
La caduta degli Stuardi e gli infelici loro sforzi
a ricuperar la corona, tornarono fatali alle tribù
gaeliche ; le quali, troppo infervorate in quell’im-
presa, due volte nello scorso secolo (1715, 1745)
furono vinte sul campo, ove coll’armi vetuste,
cogli scudi e le glaymore avevano osato affrontare
le linee di foco e di ferro della tattica moderna.
Molti capi dei clani furono t r a t t i a l patibolo,
molti esiliati, dispersi i bardi, disciolta la clien-
tela che legava col nome comune il povero ed il
potente. Appena si concesse ai soldati gaeli di
portare sotto le insegne dell’Inghilterra il varie-
gato saio ( k i l t ) e il manto (plaid) dei loro padri,
le penne selvatiche nei berretti e le ginocchia
nude all‘usanza antica. La legge inglese appro-
priò alle famiglie dei capo-clani le terre, che una
volta appartenevano i n comune alla intera tri-
bù ; e l’abuso degli sterminati possessi costrinse
numerose famiglie a d esiliarsi dalle valli native,
lasciandole a fittaiuoli stranieri, a greggi innu-
merevoli e a parchi di bestie selvagge. Tuttavia
t r a i golfi e i laghi e le squallide isolette dell’occi-
dente la lingua d’Ossian sopravvive t u t t o r a ; e il
popolo scozzese d’ambo le lingue si orna della più
elevata cultura mentale, accoppiando il dono del-
l’osservazione filosofica alla fecondità dell’immagi-
nazione.
La sole lingua che perì su la bocca dei popoli
britannici è dunque la francese, la lingua dei
conquistatori normanni, della quale solo rimasero
sparse nella favella popolare alcune voci. Enrico
Plantageneto, sposando Eleonora, erede dei do-
minii del Poitù e dell’Aquitania, congiunse alla
corona inglese una terza parte della Francia at-
tuale che, cominciando dalla Manica, si stendeva
122 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

sino alle falde dei Pirenei. Da quelle vaste pro-


vincie tragittarono numerosi venturieri a ristau-
rare la stirpe dei conquistatori francesi in Inghil-
t e r r a ; e più volte i destri ed ambiziosi abitanti
del Poitù minacciarono rinnovellare sopra le fami-
glie normanne quello spoglio generale che questi
avevano fatto delle sassoni. Ma i n mezzo alle di- i
scordie sanguinose dei Plantageneti, a poco a poco
l’Inghilterra si separò dal continente; la Nor-
mandia fu ricongiunta alla Francia ; e in breve si
videro corsari normanni depredare su la Manica
le navi del r e d’Inghilterra. Allora l’odio profon-
do, che regnava nel popolo inglese contro la terra
e la lingua degli oppressori, si propagò nelle alte
classi. I due rami della famiglia reale, che pre-
sero il nome d a Lancaster e da York, accesero
un’atroce guerra civile, nella quale si contarono
quasi ottanta principi uccisi nel fiore della gio-
ventù dai loro più stretti congiunti sul campo o
sul patibolo. I n quella lunga tragedia, istoriata
nelle immortali scene di Shakespear, perirono a
migliaia i discendenti dei conquistatori norman-
ni, e si compirono tremendamente su quell’avara
e superba genia le maledizioni dei popoli oppres-
si. L a discordia dei potenti promosse la libertà
dei municipii, 1’ influenza delle mobili ricchezze
del commercio e la potenza dell’intelletto; e le
guerre di religione diedero forte spinta alla fon-
dazione delle colonie, ove gli interessi popolari si
crearono una t e r r a t u t t a propria, com’era acca-
duto nelle colonie greche. Su le opposte rive del-
l’Atlantico ora si stanno a fronte le due forme
nazionali, la libertà signorile fondata dall’arte
del francese Guglielmo e dell’italiano Lanfranco,
e la libertà popolare, che s’innalzò senz’arte dalla
perseveranza di Washington e di Franklin. Essa
DELLA CONQUISTA D’INGHILTERRA 123
si collega cogli interessi dei paesani d’Irlanda,
dei minatori di Galles, dei tessitori della Scozia
e dell’Inghilterra, come edera, che si avviticchia
a d un arbore eccelso e minaccia, di precludergli i
varchi vitali. Ma la signoria inglese, attirando
destrarnente a sè i frutti dell’industria e le forze
dell’ingegno, e col sistema delle primogeniture co-
stringendo i proprii figli a vita solerte e valorosa,
li apposta su t u t t i i lidi del mare, e involge nella
sua rete i popoli dell’Asia e il commercio del
inondo. L’esercito instituito otto secoli sono, da
Guglielmo, marcia e combatte ancora oggidì su le
alpi dell’Indocaucaso, t r a le paludi dei Birmani,
su le coste dell’Arabia, e si annida alla, foce dei
fiumi chinesi. Nessun‘altra aggregazione d‘uomi-
ni operò tanto per propagare sul globo la nostra
civiltà. Ma i popoli prodi e ingegnosi la c u i na-
zionalità fu immolata per innalzare il vasto edifi-
cio della unità britannica, il cui sangue fu sparso,
le cui terre furono rapite, le cui memorie furono
perseguitate e spente, non ebbero forse giusta
causa di dolersi del loro destino? E r a necessario
tanto male a l trionfo della civiltà? Così vorrebbe
la dottrina istorica più assoluta, Ma noi ci acco-
stiamo piuttosto a Thierry, e compiangiamo seco
tante generazioni rese inutilmente infelici : poi-
chè teniamo per fermo che il male istorico non
sia necessario a d operare il progresso, ma bensì
che il progresso prevale anche a d onta di tutte le
irruzioni e tutti gli attraversamenti del male; e
perciò abbiamo caro Thierry, perchè non obliò
che la critica, anche nel secolo XIX, è il primo
diritto e il primo dovere dell’istoria e della mo-
rale. E crediamo che questa via conduca alla più
sublime di tutte le arti, a quella, per cui l’umana
saggezza riflette quasi l’immagine d’una sovruma-
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
n a provvidenza, l’arte d’aggregare tutte le nazioni
al progresso comune, dell’intelligenza, della ci-
viltà, dell’umanità, col minor dispendio di tempo,
di tesoro, di fatica e di sangue. La mancanza di
quest’arte benefica produce quella calami tosa ne-
cessità che da sedici anni consuma su le rive del-
l’Algeria le vite di due popoli magnanimi, che ac-
cresce lo squallore dei deserti e la barbarie dei
barbari, e volge a d atroce fine sforzi generosi, co-
minciati nel sacro nome dell’umanità.
IX.

Dell’evo antico.*

Gli antichi, presso cui gli studii erano per lo


più riservati alle famiglie potenti, consideravano
l’istoria come maestra delle vita civile, e teso-
riera di consigli e d’esempi tra le procelle della
cosa pubblica ; epperò coltivavano solo quella dei
popoli a loro più simili, e più atti a porger loro
imitabile modello. Dei fatti delle altre genti poco
si curavano, come d’oggetto diviso dai loro co-
stumi, e inutile ai propositi dell’ambizione.
Ma noi, che siamo surti su le confuse ruine di
tante civiltà, intrecciando al municipio, alla fa-
miglia’, alla possidenza degli antichi Europei le
scienze nate nell’oriente, ornando colle architet-
ture dei Greci i templi ove andiamo a salmeggiare
coi cantici d’un re d’Israele tradutti nella lingua
del popolo di Roma: noi dopo aver conquistato
il diritto degli studii anche alle più oscure for-
tune, non cerchiamo tanto nell’istoria l’arte di
governare la patria, quanto l’astratta e scien-
tifica intelligenza delle complicate cose fra cui

* Pubblicato, firmato, nel « Politecnico », III (1840),


fasc. XVI, pp. 353-399, come rassegna dell’opera di HEIN-
RICH Leo, Lehrbuch der Universalgeschichte, 2a ed., Halle,
Anton, 1839, vol. I.
126 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

viviamo, e quei vaghi presagi ch’ella può river-


berare sul corso generale dei nostri destini.
I n questo più largo ambito di studii l’aspetto
delle tante vicissitudini e delle varie costumanze
generò le particolari scienze dei tempi, delle lin-
gue e dei monumenti, le quali sparsero inaspet-
tata, luce su le origini delle nazioni. Tenendo la
mano s u i libri nazionali degl’Israeliti, dei Persi,
degl’Indi noi possiamo ragionar di quei popoli
con più intima cognizione che non ne parlassero i
contemporanei della loro grandezza.
Inoltre la stessa moltitudine delle memorie
istoriche, adunate d’ogni parte, svegliò prima il
pensiero d’avvicinarle e ordinarle in poco spazio,
per poterne dominar col pensiero i limiti e le pro-
porzioni. E insieme a questo lavoro materiale
originò uno studio più profondo, quello cioè delle
simiglianze istoriche ; per cui certi avvenimenti,
sembrando ripetersi in qualunque diversità di po-
poli e di tempi, parvero a Vico generalità costan-
ti, atte a fornire una stabile scienza delle cose
umane. L’ intima investigazione delle dissimi-
glianze dimostrò poi non avverarsi quel suo ri-
corso delle nazioni sopra un ordine similare di
vicende ; e dimostrò anzi che ogni fatto posteriore
suppone e comprende le conseguenze dei fatti an-
teriori, e quindi abbraccia un numero d’elementi
sempre diverso ; onde non riesce effetto solitario
del tempo e del popolo che lo produce, nè unifor-
me sviluppo d’un principio spontaneo, ma risul.
tanza complessiva d’innumerevoli reazioni accu-
mulate nel corso universale dei tempi.
D’allora in poi bisognò che le istorie universali
non fossero più mere nomenclature coordinate a
sussidio della memoria, nè frettolose ricuciture
di pagine lacerate a d arbitrio da, ogni istoria par-
DELL’EVO ANTICO 127

ticolare ; esse dovettero divenire concatenazioni


di cause e d’effetti, ed elaborazioni d’idee, alle
quali i fatti istorici porgevano solo la materia
prima e l’occasione. Ogni scuola filosofica, ogni
parte civile, ogni setta religiosa scrutò il nesso di
lontani eventi per riscontrarvi l’effetto di quei
principii ch’essa asseriva più efficaci a l bene ed
al male del genere umano, e così additare nel-
l’istoria delle genti le prove costanti delle dot-
trine predilette. Nel conflitto delle opinioni gli
studii d’istoria universale divennero ogni giorno
più complessi e profondi, perchè ogni sforzo fat-
tovi trasse in luce qualche inosservato legame ;
e infine le imprese delle genti apparvero tessute
sopra un’immensa orditura di remote prepa ra-
zioni. Laonde i popoli più sapienti d’istoria uni-
versale dovettero esser quelli che racchiudevano
nel loro seno maggior varietà di scuole e dottrine,
e con maggiore equanimità sapevano apprezzare
le opinioni degli altri tempi e degli altri paesi.
Perlochè, quantunque dalla nostra patria siano
usciti alcuni dei più splendidi raggi di questa
scienza istorica, p u r avviene che dallo straniero
possa tornare a noi un largo ricambio di lumi.
Noi dobbiamo guardarci intorno, e vigilare atten-
tamente i varii aspetti che le dottrine isioriche
vengono assumendo presso i nostri vicini, sotto
l’influenza dei grandi interessi sociali, posti fra
loro i n più scoperta opposizione che non i r a noi ;
i quali, se per una parte abbiamo già superato da
parecchie generazioni alcune fasi civili ch‘essi non
compirono ancora, dall’altra parte non abbiamo
messo il piede in altre vie, su le quali essi proce-
dono velocemente.
Vi sono popoli la cui v i t a in poche generazioni
produsse fatti e pensieri d’indistruttibile effica-
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

cia. Qual forza umana potrebbe cancellare le ve-


stigia che la nazione greca lasciò nelle lettere,
nelle arti, nelle scienze? Appena si può scorrere
il campo degli studii, senza incontrare qualche
idea su la quale la lucida intelligenza greca non
abbia lasciato un segno del suo passaggio, o su
la quale la posterità non abbia trovato opportuno I
di porre una voce del greco linguaggio. Al con- I
trario vi sono altre nazioni che rimasero sempre
chiuse entro breve giro di pensieri, o quasi ospiti
a gratuito convito non ripagarono coi frutti della
intelligenza loro le idee ricevute d a una civiltà
straniera. Perlochè quando si contempla l’invo-
lontaria cooperazione, colla quale nel corso dei
secoli le varie genti concorsero a d inalzare l’edi-
ficio dell’umanità,, vengono a parer quasi degne
d’oblio tutte quelle che nulla mai fecero, o fecero
solo per sè. Allettato d a questo principio, l’inge-
gnoso istorico Enrico Leo non solo ebbe il pen-
siero ben singolare di lasciarle affatto i n disparte,
lasciar i n disparte nei Chinesi e nei loro vicini
la maggioranza del genere umano, ma rifiutò di
desumere l’ordine della narrativa dalla più o me-
no antica forniazione dei popoli; e seguendo il
corso della civiltà generale, ve li accolse mano
mano che ciascuno d’essi si mosse dal suo natu-
rale isolamento per prender parte all’opera co-
mune del genere umano. Egli fece come il geografo
che, nel descrivere un paese, annoverasse i fiumi
secondo l’ordine con cui vengono a farsi tribu-
tarii d’altro fiume, e non secondo l’ampiezza del
loro proprio corso. E perciò nell’ordine suo do-
vette precedere il popolo greco a l romano, ed en-
trambi all’israelita; giacchè questo, quantunque
più antico di quelli, non partecipò alle altre genti
i principii racchiusi ne’ suoi libri sacri, se non
DELL’EVO ANTICO 129
quando era già compiuto il corso delle conquiste
greche e romane. Per tal modo l’incivilimento,
quasi arbore secolare, riceve una serie d’innesti,
apportati da diverse età e da diverse regioni; e
a d ogni innesto varia la natura de’ suoi fiori e dei
suoi frutti, Ma questa idea che pare a prima
giunta così bella e feconda, se anche non esclu-
desse dall’istoria universale le più numerose na-
zioni, perturba troppo soverchiamente l’ordine dei
tempi.
Ora, qual f u il popolo che potrebbesi riguar-
dare come il tronco primitivo di quest’arbore? -
L’istoria non lo s a ; e la congettura si smarrisce
nell’oscurità del vasto campo. Forse, come noi
crediamo, l’opera dell’incivilimento ebbe varii pri-
mordii presso varie nazioni, si svolse a poco a
poco dalla sovrapposizione di molte civiltà contem-
poranee nell’ origine loro. e commiste poi dalla
guerra e dalla servitù. Veramente nulla ne verrà
i n chiaro, se non quando quel principio che Vico
chiamava la boria delle nazioni, cesserà d i ren-
dere appassionato e tumultuoso il giudizio degli
eruditi, che devono con tranquilla fedeltà interro-
gare i monumenti.

Certo è che nelle tenebre dei tempi primitivi,


quando i n occidente non v‘erano ancora grandi
consorzii di nazioni, ma minute tribù e discordi
favelle, già grandeggiavano nell’oriente vastis-
simi regni sacerdotali, che si stendevano lungo il
Gange, l’Indo, il Mar Caspio, il Tigri, 1’Eufrate
e nell’alta valle del Nilo. Presso t u t t i quei popoli
una casta studiosa, resa veneranda dalle insegne
sacerdotali, e fattasi interprete delle parvenze ce-
lesti, impone alle genti il suo precetto come una
parte dell’ordine necessario dell’universo. Essa
9. - CATTANEO.Scritti storici. I.
130 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

colla cognizione del surgere e tramontare degli


astri, coll’artificiosa divisione dell’anno, colla pe-
rizia dell’alterno incremento dei fiumi, coll’arte
di derivarne le acque a fecondare aride lande, si
fa suprema maestra delle arti, e signora della vita
dei popoli. Dopochè il precetto sacerdotale affer-
rò le menti delle maggioranza, nessun uomo può
uscire dal limite che gli si assegnò nell’ordine
della vita; nessuna mente può alzarsi a luttare
col plumbeo consenso delle moltitudini, colla sa-
gacità degl‘imperanti, e colla potenza della na-
tura, che quasi obbediente alla presaga parola, si
annuncia t r a t t o tratto bieca e minacciosa. Tutto
vien prescritto anzi tempo; le cerimonie sacre a
poco a poco involgono tutti gli a t t i della vita ; l’or-
dine insuperabile delle caste soffoca col terrore
dell’isolamento e dell’infamia ogni conato del-
i
l‘arbitrio umano. Le generazioni si succedono ri-
gidamente uniformi; i vivi ripetono i morti; i
secoli scorrono indarno su le menti, che stanno
immobili, inconscie dei sublimi doni del pensiero ;
I
la ragione, questa fioca immagine della divinità,
rimane quasi impietrita, ed appena riflette sui
bisogni della vita giornaliera il cieco corso dei
moti terraquei. L’anima geme sotto il peso del-
l’universo.
Tuttavia sotto quella tetra disciplina la civiltà
si diffonde su la terra selvaggia, irretisce a poco
a poco le feroci orde che vi si andavano divo-
rando, le lega all’aratro, le ammaestra in cittadi-
nanze ; muta, le paludi in prati, le lande in campi,
le selve in vigneti; congiunge con ponti e vie
le divise contrade; spegne le discordi favelle delle
tribù nel consorzio d’una vasta lingua ; scopre la
più che umana a r t e di scriverla; ammunta delle
sue cifre gli obelischi, le pareti dei templi, e i pe-
DELL’EVO ANTICO 131
netrali dei sepolcri ; e coi canali diffusi sul piano,
e colle alte moli su cui s’inalza a contemplar l’oriz-
zonte, mette le fondamenta a nuove scienze.
Sopravvivono oggidì in riva al Caspio e i n qual-
clie parte dell’India le sparse famiglie dei Parsi
o Ghebri, che simili i n questo agli Israeliti, con-
servano nell’esilio parte dei libri dei loro padri,
reliquie del Zend Avesta di Zoroastro, scritte
nella lingua degli Eeri o Battri o Zendi, le radici
della quale consuonano mirabilmente a t u t t e le
più illustri lingue della Persia, dell’India e del-
l’Europa.1 Si vede i n quei libri un popolo, che
scende dai monti in cui viveva selvaggio, ed eletta
stabil sede sul declivio boreale dell’Indocaucaso,
riduce quel sereno e salubre altipiano in un giar-
dino d’ubertàì. Vi si favoleggia dell’eroe Gemsci-
de, che con un pugnale d’oro solcò la terra, e ne
fece scaturire f r u t t i e greggi e dovizie d‘ogni ma-
niera; ed aperse strade, ed alzò l e mura di Vere,
città dell’abbondanza ; e sparse t u t t e quelle re-
gioni di fochi ardenti, ossia di templi, nei quali
il perpetuo foco nutrito sull’ara figurava la forza
vitale degli astri.
Zoroastro segue a Gemscide, e rinnova la leg-
g e ; e nei ventuno suoi libri, dei quali un solo ci
rimane intero (l’Antidemone o Vi-daeva-data), si
raccolse sotto il suo nome la dottrina della pos-
sente setta che dominava quell’imperio, e che dal
proprio grembo traeva il re e t u t t i i giudici, arbi-
t r i in nome delle potenze celesti su la vita e la
morte dei popoli. Insegnavano esservi in ogni
uomo i due principii del male e del bene, i quali
luttano perpetuamente, finchè, consunta la vita

1 Vedi nel volume primo lo scritto Sul principio isto-


rico delle lingue europee. [Cfr. p. 70, n. 1. - N. d. E.].
132 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

terrestre, il buon principio se ne voli libero sotto


forma immortale. E t u t t o l’universo è popolato
di genii buoni, i quali agitano una perpetua guer-
ra coi genii mali ; il mondo invisibile degli spiriti
si schiera in due opposti campi sotto Oromaze e
Arimane. I ,sette genii primieri, il sapiente, il
buono, il puro, l‘augusto, il rassegnato, il crean-
te, l’eternante, sono raffigurati nei sette corpi ce-
‘testi, i l sole, la luna ed i cinque pianeti; sotto
l’influsso dei quali si volge l’anno, e procedono
t u t t e le opere delle quattro caste, entro cui sono
accasellati i viventi. E così viene avvinta la t e r r a
al cielo, e l’uomo al cielo e alla t e r r a ; e t u t t o il
suo essere viene incatenato da una invincibile ne-
cessità, senza che s‘invochi mai la sanzione d i
meraviglie poste fuori del corso spontaneo della
natura. Questa complicazione delle cose terrestri
con quelle del firmamento si confaceva singolar-
niente alla terra dei Zendi, alla Battria, che giace
come oasi d i delizie fra vaste arene e monti sco-
scesi. I1 suo cielo, nel cui cupo sereno fiammeg-
giano con mirabile splendore le stelle, è avaro
d i piogge : ma le correnti dell’Iassarte e dell’Osso
recano da remote alpi acque copiose, che quegl’in-
dustri popoli condussero su t u t t o il piano in ca-
nali, e di cui le vicinanze di Chiva serbano ancora
le reliquie fecondatrici.

Dalle stesse regioni, dalle quali calarono verso


settentrione i fondatori del regno dei Rattri, sce-
sero verso mezzogiorno le famiglie dei bramini, e
costrussero un più vasto dominio s u l‘Indo e il
Gange. Le loro memorie non sono raccomandate
ai fragili lembi d’un libro di preci, salvato a
stento da un pugno di profugi ; i bramini durano
e regnano ancora oggidì con t u t t o l’edificio delle
DELL’EVO ANTICO 133
loro instituzioni sopra ottanta milioni di viventi.
Ma, quantunque nè gl’interni rivolgimenti, nè le
invasioni straniere abbiano mai rotto il filo delle
loro tradizioni, essi nulla sanno narrare delle
origini loro, e, forse per celare i loro principii,
amarono smarrirsi i n circonvoluzioni intermina-
bili d’età immaginarie. Ad attestare una stermi-
nata antichità essi additano innumerevoli edificii,
tutti istoriati colle immagini della loro credenza.
I più antichi sono sotterranei, quali si ammirano
nell’isola d’Elefanta, scavati con lunga pazienza
entro durissime rupi. Altri sono monti di basalto,
trasformati da indefesso scalpello in un labirinto
di templi, che copre molte miglia di terreno. Al-
tri finalmente sono opere d’arte più adulta, vere
costruzioni architettoniche, come le sette pagode
di Mavalipura ; città le cui ruine vedonsi spuntar
dal mare che le invase, e di là per più miglia entro
terra palazzi e templi d’incredibile magnificenza.
Le pagode riposano sopra centinaia di colonne;
e sono attorniate di chiostri, entro cui giacciono
ampie pescine per le abluzioni dei peregrini, E
ancora oggidì non meno di dierimila di questi
s’affollano ogni giorno nel solo tempio del Magno
Dio (Maha Deva) a Benares; e ancora oggidì si
lavora a compiere costruzioni incominciate fin da
quei secoli; tanto è salda ancora l’autorità di
quei sacerdozii, che forse si appropriarono anche
le opere di più remote età.
Le inscrizioni sono in lingua, sanscrita, che
gl’Indi chiamano la lingua degli D e i ; ed oltre la
somma affinità sua colle lingue europee, è mira-
bile per copia e precisione di forme, e per attitu-
dine ad esprimere tanto le più sottili astrazioni
della metafisica quanto le più splendide immagini
della poesia. I più venerati scritti di quella lin-
134 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

gua, i quattro V e d a , diconsi scaturiti dalle labbra


del dio Brama, e contengono le dottrine sacre.
I dodici libri dell’antica legge di Manù comin-
ciano dalla creazione, e, afferrando l’uomo dalla
puerizia, lo guidano per t u t t i i doveri domestici
e religiosi, per t u t t i gli officii della vita civile e
del commercio, per tutte le degradazioni e le pene,
fino alla dottrina della transanimazione e della
vita futura. Ma peranco non vi appare nè il sa-
crificio delle vedove sul rogo, nè la signoria dello
Stato su tutte le terre, nè quella selva di favole
che pullulando sia dalle infantili preoccupazioni
delle plebi indigene, sia dalle lente menzogne dei
bramini, a poco a, poco oscurarono la limpida dot-
trina che gli antichi institutori avevano seco re-
cata dalle native montagne. Nei grandi poemi
eroici delI’India, nel Ramaiana, nel Maha-Bha-
rata, le vittorie della setta braminica su le popo-
lazioni native si dipingono con bellicosi colori.
I bramini sono prediletta cura degli Dei, che
solo per loro intercessione possono venire propi-
ziati agli altri mortali. E siccome la vita del po-
polo è t u t t a involta di prescrizioni rituali, e di
queste sono giudici assoluti i bramini, così non
v’è atto alcuno sul quale essi non abbiano sovrana
influenza, mentre a l contrario non possono mai
per qualsiasi delitto soggiacere a maggior pena
che all’esilio. La casta militare, che un tempo
divideva secoloro il dominio, dopo il trionfo delle
armi maomettane e cristiane venne perdendo il
suo potere e i1 suo lustro. Ambo le caste si distin-
guono dalla plebe pel colore assai men fosco, che
ancora dopo t a n t i secoli annuncia una stirpe di-
scesa dalle valli degli Imalai, dove le famiglie
braminiche si trovano tuttora, assai più numerose.
Ivi, e sopratutto nella Cascemiria e negli altri do-

.. - . .”
‘DELL’EVO ANTICO 136
munii dei valorosi Seichi, il linguaggio vulgare
s’accosta più di t u t t i gl’idiomi viventi alla sacra
lingua sanscrita; mentre quanto più si discende
verso mezzodì, il linguaggio dei popoli e il loro
aspetto si vanno facendo sempre più diversi. E le
sacre leggende additano sempre quelle gelide alpi
come la terra ove risiedono gli Dei ; e il peregrino
viene da lungi a purificarsi nei sacri laghi, e de-
porre 1’offerta su gli alti gioghi, d’onde appena osa
levare lo sguardo a quella folla di nevose creste,
che si stendono all’ultimo orizzonte, e su cui nel
suo fervore egli vede il dio Indra ordinatore del
mondo, che nel puro etere, avvolto in ammanto
ceruleo cosperso d’occhi, si posa su l’arcobaleno.
I popoli dell’India non hanno il nobile diritto
di posseder terra, ciò che il sagace Romagnosi ri-
feriva alla spoliatrice conquista braminica ; e chia-
mava egoismo villereccio quel loro vivere in co-
munità, le quali fanno tanti modi isolati, ove per
corso d’anni nulla si muta. I campi si coltivano
come cosa comune, e coi frutti prima si pagano
le gravezze, poi si alimenta il bramino, il prefet-
to, l’astrologo, il fabbro, il falegname, il lavan-
daio, il medico, il maestro, il musico ed a l t r i ;
poi si divide fra gli aratori la povertà rimanente.
Tutti i mentovati officii toccano a ciascuno, se-
condo la sua casta ; e le famiglie miste si conside-
rano come impure e destinate ai più abietti ser-
vigi, l’infimo dei quali si è quello di scorticatore
e di carnefice, tanto abborriti, che chi si tratte-
nesse secoloro un istante, verrebbe espulso come
infame dalla sua casta. T r a le prosapie più con-
culcate sono i Paria ; e lo erano quei Zingari, che,
stanchi forse di tanto obbrobrio, si dispersero a
cercare men odioso vivere in Europa. Tutto quel
riparto di caste, di territorii e di comunità ram-
136 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
DELL'EVO ANTICO 137
138 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
stende una mesta nube sii le fatiche e le miserie
della vitti presen t e.
140 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

plinato, che chi non poteva dire di che vivesse,


cioè a qual casta appartenesse, veniva, posto a
morte. M e sopra l’ordinamento templario della
casta etiopica e le imbelli sue sudditanze irrup-
pero i pastori del deserto, che vi ebbero lungo e
agitato dominio. Le conquiste attribuite a, Seso-
stri mescolarono l’Egitto coll’Asia ; poi si ebbero
nuove ristaurazioni della potenza etiopica ; infine
i mercenarii della Caria e della Grecia usurpa-
rono gli onori delle armi alla casta militare egizia,
che, sdegnando l’umiliazione e abborrendo la pro-
fanità, andò esule nella nativa Etiopia. D’allora
in poi il destino dell’Egitto inerme ebbe a dipen-
dere dalla spada degli stranieri, Persi, Greci, Ro-
mani. No nella vita privata le antiche institu-
zioni durarono a lungo. I1 pensiero della vita fu-
tura prevalse ancora nel popolo egizio a t u t t i gli
allettamenti della presente. Rimase popolare la
dottrina, che colla distruzione del cadavere l’ani-
ma cominciasse un corso di trasmigrazioni nel
corpo di varii animali; e che quindi l’arrivo del-
l’anima in luogo di salute dipendesse dalla con-
servazione del cadavere, e questa dall’imbalsa-
matura, la quale non si concedeva se non per sen-
tenza e per ministerio dei sacerdoti; e così dopo
un caduco vivere stringevasi nella mano di questi
il finale e perpetuo destino d’ogni persona. Per- I

tanto alle dimore degli estinti si poneva più cura


che non a quelle dei vivi. Migliaia e migliaia di
tombe serbano istoriata sulle loro pareti in colori
e rilievi t u t t a la vita di quelle rassegnate e devote -
-
genti. Dopo i viaggi di Belzoni, le rupi che fanno
lembo alla valle del Nilo si palesarono traforate
da innumerevoli penetrali, che discendono con pro-
fonde cisterne a molti piani, e si diramano in t u t t i
i versi per entro le viscere della terra. Appena
DELL’EVO ANTICO 141
quivi rimane angusto varco t r a le file delle mum-
mie accumulate a destra e sinistra; cosicchè il
viaggiatore s’inoltra f r a le tetre caverne quasi ra-
dendo col volto i teschi d’intere generazioni ac-
catastate in quelle tenebre da migliaia d’anni; e
per ogni poco che col moto della persona agiti
I‘aere racchiuso, le vede affondarsi d’ogni parte
in cumuli di funerea polve. Su le pareti dei se-
polcri e su le arche dei potenti appare effigiato
t u t t o il vivere di quell’età.
Lo stesso regime delle caste, lo stesso culto
degli astri, le stesse comunanze sacerdotali che
possedono la terra e la livellano alle caste lavora-
trici, e infine la stessa irruzione del poter mili-
tare che s’asside sulle ruine del sacerdozio, si
vede presso i Babilonii. La sterminata loro città
copriva ambo le rive dell’Eufrate, congiunte con
ponti di marmo: su l’una surgeva l a reggia, su
l’altra il gran tempio; la cui torre quadra, m-
stremandosi successivamente in otto terrazzi, rac-
chiudeva nella sommità il santuario, ove custodi-
vasi l’aurea mensa di Belo. Da quella vetta i
Caldei raccolsero quelle famose osservazioni cele-
sti, che fecero spuntare dalle tenebre della super-
stizione gli albori della scienza. E di là si stesero
su le circostanti pianure quei suntuosi acquedutti,
che mutarono arene e paduli in dovizioso regno.
La tradizione narrava che colà vagasse già
un’orda selvaggia, e che dal Seno Persico vi ap-
prodasse più volte O a n n e , essere pesciforme, che
aveva favella umana, ma non pigliava cibo, e alla
notte si ritraeva in mare; e apportasse colà l a
scrittura e i numeri, e la geometria e l’architet-
t u r a ; e v’insegnasse del caos primigenio, e d’un
Dio che aveva divise le acque, e fatto il cielo e la
terra e il sole e la luna e le stelle, e poi sommerso
142 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
il mondo con un diluvio, dal quale aveva salvo
il solo Xisutro. I1 culto de’ Caldei rammemora
quello degli Egizii, mutati i nomi e forse fu colà
recato d a sacerdoti d‘una medesima stirpe; e
qualche antico li chiamò infatti esuli dall’Egitto.
Ma la loro comunanza, poichè l’istoria non men-
ziona nome di re, cadde sotto le armi degli As-
sirii; e dopo la caduta di questi e l’esterminio
di Ninive, risurse sotto forma di regno militare,
che contese ai r e d’Egitto il possedimento della
Fenicia e della Giudea.
Gli Assiri nella montuosa loro terra al di là del
Tigri sembrano aver soggiaciuto parimenti a un
lungo regno d’astronomi sacerdoti, che venne at-
terrato dall’armi di Ninia; dal che forse nacque
la tradizione, che questi si facesse ribelle a sua
madre Semiramide, la quale, vinta ed umiliata,
sparì. I suoi discendenti, sedendo nella pomposa
Ninive, dominarono su l’estremo Oriente fin oltre
il Caspio; l’ultimo di loro, Sardanapalo, asse-
diato dai Medi, che il sacerdote Belesi gli aveva,
levati contro, si arse d a sè col suo serraglio. La
stirpe di Belesi stese le sue armi su la Babilonia
e la Siria, fino Mediterraneo, finchè l’insurre-
zione dei Babilonii e dei Medi non ebbe recato la
caduta del regno e lo sterminio di Ninive. M a
parecchi principati sacerdotali durarono tuttavia
nell’Assiria per molte età.
I Medi, per respingere gl’invasori stranieri,
confidarono una grande autorità militare ai giu-
dici, che se ne valsero a d ordinarsi un principato
militare il quale dopo breve tempo, crediamo per
secreta opera de’ magi, avversi ai principi, f u sot-
tomesso da Ciro e congiunto al regno dei Persi.
I Medi serbarono però sempre la condizione piut-
tosto d’alleati che di sudditi; e i magi esercita-
I
!i-
DELL’EVO ANTICO 143
rono sull’indotta nazione persiana una diuturna
Supremazia.
I Persi erano affini di lingua ai Medi, ai Bat-
tri, a quella stirpe che fondò le caste domina-
trici dell’India, e a t u t t e le grandi nazioni d’Eu-
ropa; ma nelle loro alte pianure, ricinte di rupi
e di sabbie, essi vivevano in gran parte vita pa-
storale; e non avevano quasi altro vincolo civile
che la dottrina dei magi e una nobiltà che li traeva
a militare sotto un duce comune. Quando si fu-
rono congiunti ai Medi, i magi che forse li ave-
vano adoperati a quell’impresa, circuirono i loro
principi, e ordinarono la vittoriosa loro corte a
solenni forme e cerimonie pontificali, ad immagine
del regno celeste d’Orornaze. Con ciò resero vene-
rato e stabile il potere ; ma la volontà regia, quan-
tunque in mezzo a popoli domi e prostrati, non
potè manifestarsi se non per una catena di pom-
posi officii, determinati con minute norme e com-
piuti da migliaia di cortigiani. La legge di Zoroa-
stro non impose ai popoli persiani il vincolo delle
caste; rozzi dapprima, e non ancora a t t i all’eser-
cizio delle arti, passarono con rapida fortuna al
dominio militare e a l governo di genti lontane.
E contro il fisso ordine sacerdotale stette poi
sempre l’influenza variabile del serraglio ; poichè
col nome del principe, rinchiuso dall’educazione
e dalla voluttà in quei chiostri, prevalse nei con-
sigli del regno il favore o l’avversione delle donne
e dei loro custodi, i quali facevano e disfacevano
la fortuna e la sicurezza dei satrapi e dei capita-
ni. Inoltre i vasti regni sottomessi dall’armi per-
siane erano dominio proprio del r e ; il quale con-
cedeva ai Grandi il godimento d’ampii territorii,
a guisa di feudi, e poteva ad ogni arbitrio ritorli.
E in breve tempo al comando degli eserciti stan-
144 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

ziali nelle lontane provincie si andò aggiungendo


anche l'amministrazione delle regie entrate ; co-
sicchè quando i satrapi avevano inviato alla corte
i tributi, e condutte nelle spedizioni reali le sol-
datesche, potevano comportarsi a modo di re as-
soluti ; ed osarono talora f a r guerre e paci proprie
con genti straniere, ed armeggiarsi fra loro me-
desimi; e così le nazioni ingoiate dalla conqui-
s t a verennero disgiungendosi a poco a poco da quel
fortuito e brutale accozzamento; e le oppresse na-
zionalità ripullularono dalle vetuste radici. Nella
pace il regno si sosteneva cogli eserciti stanziali,
ma per la guerra t u t t i i giovani erano arrolati in
decine, e le decine i n centinaia, i n migliaia, in
miriadi ; e questo irresistibile meccanismo, che al
cenno d'una sola volontà traeva ad un'impresa da
disparate e quasi ignote regioni una prodigiosa
congerie d'armati, potè sommergere t u t t i gli S t a t i
dell'Oriente. Ma quando venne spinto contro la
piccola nazione greca, nelle angustie di quei monti
e di quei golfi, e a fronte di quelle libere menti
e di quelle ardite volontà andò vergognosamente
sgominato e infranto.
L e reliquie della magnificenza persiana si am-
mirano ancora nelle ruine di Persepoli, le quali
vastamente ammantano coi loro marmorei t er-
razzi il declivio d'un monte. Colonne scanalate,
alte venti metri, e ornate al capitello con figure
d'unicorni e di centauri alati, fanno atrio ad am-
pie gradinate, sui lati delle quali è scolpita la fa-
stosa aula dei re, corteggiati dai Persi i n suc-
cinto saio militare e dai Medi i n largo panneggia-
mento; e si discernono le collane, e i braccialetti
e i pendenti e t u t t i gli altri fregi della mollezza
orientale. Dall'altro lato i cerimonieri introdu-
cono innanzi al regnante gl'inviati delle venti sa-
DELL’EVO ANTICO 146
trapie dell‘imperio ; e si vedono ritratte le vesti e
le sembianze d’ogni popolo, involti alcuni di pel-
liccie, altri appena cinti di breve panno a i lombi,
e offrenti a parte a parte i frutti dei varii climi.
Per una serie di grandi colonnati, si giunge alle
sale regie, ornate all’ingresso colle consuete ef-
figie di favolosi animali; e si vede figurata sulle
pareti la lettiga del re, portata su le spalle da più
file di cortigiani, e attorniata dalle guardie mede
e persiane, e sopra il capo del re vedesi aleggiare
il suo genio. Altre ruine coprono altri piani più
elevati ; e più lungi si ammirano suntuosi sepol-
cri. Intorno sono sparse iscrizioni marmoree in
quelle lettere cuneiformi, intorno a cui va trava-
gliandosi la sagacia degli eruditi, per t r a r r e da
quegli avanzi una, scintilla che rischiari i fatti e i
pensieri d’un popolo il quale dominò per tanto
tempo dalle frontiere dell’India a quelle dell’Eu-
ropa, ed ebbe forse il secreto della prisca nostra
civiltà.

Quando si tocca la t e r r a d’Europa e il lido


della Grecia, la n a t u r a umana appare sott’altro
aspetto ; i vasti ordinamenti sacerdotali non po-
terono stabilmente radicarsi f r a quelle sparse
isolette, entro quei monti frastagliati di golfi, f r a
quelle valli ora senza uscita al mare, ora accessi-
bili solo dal mare, su quelle riviere rivolte alle
opposte parti del mondo, ove f u sempre aperto
un asilo a i venturieri d‘ogni nazione, e sempre
libero a i vinti e ai perseguitati un varco ad estra-
nie terre. Bastava vogare a l di la d’uno stretto,
o salire oltre il pendio d’un monte, per trovare
altra vita e altre leggi ; poche ore di corsa condu-
cevano da un’alpe di pastori in un porto di mer-
canti, da una repubblica procellosa i n une terra
io. - Scritti storiici. I.
CATTANEO.
146 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
infeudata a d un santuario, da una dittatura mi-
litare nel dominio d’un geloso senato. E quindi
in Grecia gli uomini non nascevano tutti servi d’un
ordine involontario, non venivano involti da un
vasto consenso d’ opinioni, nè sopraffatti dalle
masse armate, che il precetto sacerdotale avesse
lentamente educate all’ossequio e alla rassegna-
zioni, e il principato militare affollasse i n eserciti
sterminati. Quindi la civiltà della Grecia fu tardo
al confronto dell‘Oriente, f u ineguale presso cia-
scun popolo, f u angusta, f u procellosa, e non potè
mai giungere ad un fermo ordinamento. Ma l’indi-
viduo, signore della sua mente e del suo destino,
potè crescere vigoroso e ardito, e raggiungere
tutto l’ideale del pensiero e del sentimento.
Pare che in antico la Grecia venisse abitata
da due stirpi: quella dei Pelasgi mercatante e
coltivatrice, e quella degli Elleni fiera e bellicosa.
Pare che i Pelasgi rendessero un semplice culto
alle potenze della natura, al Dio Cabiro, che, al
pari d’Ammone e di Belo e d i Oromaze, rappre-
sentava l’almo vigor del sole; e alla dea Cabira,
che, al pari d’Iside, rappresentava la passiva fe-
condità dell‘opaca e fredda terra. Quando le
tribù elleniche degli Achei, degli Eoli, dei Dori,
scesero dai monti e invasero le colonie dei Pelasgi,
questo culto sopravvisse secreto nei santuari della
Beozia, dell’Attica e di Samotracia; ma quasi
ovunque intrecciossi alle tradizioni degli invasori
ed ai nomi delle loro deità. La tradizione pelasga
si raccolse nei monti dell’Arcadia e sui lidi del-
l‘Attica e delle isole.
Le deità degli Elleni non sembrano tanto per-
sonificazioni degli astratti poteri della natura,
come quelle dei Pelasgi, quanto una tribù di fa-
miglie immortali, i n cui l’immagine dell’uomo si
DELL’EVO ANTICO 147
eleva ad un grado eccelso di potenza e di beltà.
Agli oggetti della natura si attribuisce solo in-
dividuamente e concretamente una vita ed un
senso ; i fiumi, i monti, gli a r b o r i i fiori sono t u t t i
esseri animati e affettuosi. A questo popolo favo-
loso s’aggiungono poi le personificazioni delle
tribù primigenie; per cui Elleno vien detto padre
di Doro e d’Eolo, e i nomi della nazione divengono
nomi d’una famiglia, e vanno a collegarsi con
vincoli di corporea parentela agli immortali. Ogni
t e r r a ed ogni gente ha il suo Dio prediletto; il
nome di Giove è più caro agli Achei, quello
d’Apollo ai Dori, Nettuno ai navigatori J o n i ; e
spesso un medesimo Iddio viene onorato con di-
verso culto e con altro concetto; il sentimento e
l’idealità domina le cose sacre come la vita pro-
f a n a ; poichè non si levò un sacerdozio riflessivo
che interpretasse e annodasse con unità di dottri-
ne le vaganti idee delle commiste tribù. Laonde
quando venne l’età della ragione, i pensatori ri
trovarono i n divorzio colle moltitudini : tornò
vana la prova di cercar sensi figurati nelle leggende
del popolo ; le menti rimasero ondeggianti tra
una affinata astrattezza ed una superstiziosa seri-
sualità : e l’intelligenza nazionale non potè com-
piere uno spontaneo ed armonico sviluppo.
L’edificio delle caste non vincolò i n Grecia,
come in Oriente l’esercizio delle arti e la for-
tuna delle famiglie ; le antiche case patriarcali
e i senati discesi dalle tribù conquistatrici ten-
nero bensì privilegiato in molte p a r t i il possesso
del suolo ; ma i popoli sparsi sui mari e nelle co-
lonie raccolsero dovizie e ardimento; e poi si ri-
volsero a luttare cogli ottimati; e fondarono go-
verni di popolo o principati militari ; e così l’ar-
bitrio armato o l’interesse popolare succedevano
148 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
quasi dovunque alle tradizioni sacerdotali. E men-
t r e in Oriente l’uomo smarrito nella vastità delle
instituzioni non ebbe mai In proprietà, del pen-
siero e del volere, la Grecia diveniva semprepiù
il campo dell’umana libertà. Quando si vedono i
Greci fermare con leggi le oscillanti costumanze,
non dettano mai le leggi sopra un supremo e
astratto modello; ma il genio del legislatore è
chiamato solamente a trovar la formola sotto la
quale il principio spontaneo della nazione possa
assumere la stabilità d’un pubblico patto.
Nel tempo dei regni achei non si erano pe-
ranco formate le grandi città; le a r t i erano an-
cora infanti; il lusso era più che in altro nelle
armature, e vi sopperivano i mercanti fenicii. i
popoli vivevano agresti sotto il dominio delle
stirpi eroiche; e i liberi si nutrivano dei frutti
delle terre avite, o cercavano militando e corseg-
giando di che supplire alle angustie del retaggio
paterno. Se avevano pochi seguaci, rimanevano
corsari ; se ne avevano molti, occupavano qualche
t e r r a ; e gli abitanti divenivano loro servi, o an-
davano alla volta loro a ricattarsi sopra altri più
deboli. Nei consorzii dei potenti e dei valorosi
era capitano e si chiamava re quegli che teneva
più terra o più seguaci, o veniva da più antico
sangue, o mostrava più valore nelle battaglie o
più accortezza nei consigli; e il vulgo dei com-
battenti, chiamato rare volte a radunanza, pale-
sava in modo informe i suoi sensi coll’applauso
o col tumulto. I re stessi compivano i solenni sa-
crificii ; appena v’era traccia di dottrina sacerdo-
tale ; solo nei grandi infortunii grandeggiava l’au-
torità degli oracoli. Questa è la semplice vita che
vien dipinta nell’Iliade, la vita dei tempi achei,
quando la cupa potenza delle tribù doriche non
DELL’EVO ANTICO 149
aggravavasi ancora sul Peloponneso, e quando il
commercio non aveva ancora tessuto f r a i diversi
popoli quei t r a t t a t i solenni, alla cui custodia, poi
vigilarono i consessi degli Anfittioni. Quei patti
furono simili alle paci d i Dio nel medio evo ; e
sembra si giurassero primamente fra quei popoli
che solevano adunarsi agli stessi santuarii, come
di Giove i n Olimpia, o d’Apollo i n Delfi. E vi si
attenevano fedeli anche quando erano trapiantati
in lontane colonie ; ed era un vincolo di pietà che
temperava le ingiurie e le vendette; poichè di-
veniva sacrilegio esterminare una città compresa,
in quel santo patto.
Fino a quella prima età le memorie della Gre-
cia sono tutte poetiche; e forse, come noi cre-
diamo, le leggende d’Eracle e degli Eraclidi invol-
gono le avventure dei coloni fenicii e delle loro
discendenze. La vera istoria comincia solo colle
irruzioni dei Dori, selvaggi alleati che gli esuli
Eraclidi trassero nel Peloponneso, circa mille an-
ni prima dell’èra nostra. Ripulsi più volte, torna-
rono pertinaci dai loro monti, e a poco a poco
domarono quasi tutte le altre tribù elleniche che
li avevano preceduti nel Peloponneso, e stabi-
lirono comunanze militari i n Corinto, Sicione,
Argo, Epidauro, Messene e Sparta, la più famosa
di tutte. L’istoria della conquista normanna,
quale ci fu dipinta d a Walter Scott e da Thierry,
è la forma comune e lo specchio di tutte codeste
invasioni anche nella più remota antichità. Un
campo di venturieri si pianta in un paese, uccide
o caccia o disarma la gioventù nativa, si appro-
pria le terre, gli armenti e gli schiavi, e perpetua
nella, sua discendenza il privilegio delle armi e la
disciplina militare ; poichè la reazione dei vinti
dura finchè il tempo non abbia cancellata la me-

>.:
150 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

moria del fatto. T r a codeste famiglie militari pri-


meggia quella del capitano dell’esercito, divenuto
r e dello Stato. Quelli dei primitivi abitanti che
non sono uccisi e dispersi, esercitano confusi coi
loro antichi servi l’agricultura e le arti, e diven-
gono nello Stato una plebe senza voto e senza
diritti. I dominatori stessi non possono esser li-
beri se non quanto l’iniqua natura del loro pos-
sesso o la poca loro sicurtà ed il rigore dell’ere-
ditaria disciplina il consentono.
Le t r e tribù doriche a Sparta si suddividevano
in dieci squadre, ognuna delle quali aveva un
anziano, e comprendeva più casati. I beneficii mi-
litari assegnati alle famiglie erano nove mila; t i
sopra ognun d’essi vivevano tuttalpiù t r e uomini
e tre donne. Se il numero degli uomini era sover-
chio i n una famiglia, lo Stato provvedeva, animo-
gliandoli colle eredi di famiglie spente i n guerra ;
ovvero li mandava coloni i n nuove conquiste. Se
la guerra o i contagi mietevano largamente i guer-
rieri, lo Stato li faceva supplire presso le vedove
loro da servi della gleba; i figli così n a t i pur
succedevano a l padre: ma i beneficii non si po-
tevano mai vendere, nè spartire, nè si potevano
trasmettere a donne, finchè nella casa vi fosse
stirpe maschile. Siccome la prole degli Spartani
era una leva destinata a continuare quell’esercito
ereditario, non era permesso ammogliarsi i n età
troppo diseguale, o i n qualunque caso i n cui si
dovesse attendere una prole meno atta alla guer-
ra ; e i figli d’ambo i sessi appartenevano, più che
ai genitori, allo Stato ; il quale, giusta i suoi fini,
li nutriva e li educava, e se troppo gracili per
quella dura milizia, li faceva gettar via. Nè po-
teva Spartano alcuno attendere alle arti od al
commercio ; e se anche la sua superbia militare v i
DELL’EVO ANTICO 151
si fosse piegata, era per lui delitto di morte il
posseder denaro ; poichè t u t t o il vincolo di quella
società stava nell’annullamento d’ogni interesse
domestico, e nell’assoluta devozione di t u t t i alla
sicurezza, e alla forza della comunità. Codesto vio-
lento ordine di cose, naturale ad ogni simil con-
quista, si accertò e si consolidò colla legge che si
disse di Licurgo.
Un’altra parte della terra di Sparta era per-
messa in usufrutto a i Perieci, discendenti forse
di famiglie spontaneamente sottomesse ; erano li-
beri della persona, chiamati talvolta a militare ;
ed oltre alla cultura dei trentamila poderi loro
assegnati, esercitavano il commercio e varie arti,
come quella del ferro e della porpora; e i loro
tributi fornivano allo Stato il denaro che richie-
devasi al pubblico servigio. Alla stessa condizione
si ridussero dopo tre ostinate guerre anche gli abi-
tanti della Messenia. I miseri Iloti erano schiavi
dello Stato, che li assegnava in servigio a i privati
colle glebe stesse su le quali vivevano.
Le alte comunanze doriche dovevano aver
avuto lo stesso ordinamento della s p a r t a n a ; ma
non fermate con rigida legge da altri Licurghi, si
vennero ben presto sconnettendo; e nel corso di
t r e secoli l’uniforme possidenza, ripartita f r a i
guerrieri, trovossi affatto alterata dall’eredità,
dalla guerra, e dal commercio. Le famiglie più
opulente obliarono o sdegnarono il freno delle an-
tiche usanze, protessero la plebe contro gli altri
ottimati, ed esercitarono una, potenza arbitraria,
sotto la cui tutela cominciò a svolgersi nelle città,
lo spirito popolare, che procedendo sempre con
maggior vigore, fondò nuove repubbliche. La fe-
rocia colla quale i dittatori repressero e persegui-
tarono gli altri ottimati, diede al nome di tivanni
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

ch’essi portavano, quel tristo senso che serba


ancora. Clistene, tiranno di Sicione, nell’odio suo
contro la casta militare, perseguitò persino i
canti d’Omero ; altri principi in Mégara, in Argo,
in Epidàuro, in Trezene, in Tirinto, le assalirono
d’ogni parte ; e collo stesso ardore promossero la
navigazione e le colonie e t u t t i gl’interessi popo-
lari. Fidone d’Argo coniò la prima moneta greca,
e nel Peloponneso fece prevalere un modo unifor-
me di pesi e misure. Sparta sola, sotto la dura
legge di Licurgo, rimase fedele al suo principio
militare, f u il comune rifugio degli esuli Dori,
e intraprese una guerra perpetua contro il com-
mercio, l’industria, le arti, gli studii e tutte quelle
innovazioni, che potevano scemar potenza e vene-
razione ai feudi militari.
Le stesse invasioni doriche, cacciando e smo-
vendo le antiche popolazioni, avevano promosso
lo stabilimento di lontane colonie, che i n pochi
anni prosperate divennero fondamenta al com-
mercio greco. Gli esuli Eoli ed Achei avevano preso
le isole di Lesbo e Tenedo, e fondata una nuova
Eolide nell’Asia. Gli Joni ebbero Samo e Chio, e
dodici repubbliche pur nell’Asia, f r a le quali pri-
meggiarono Mileto e Focea. Mileto, città con quat-
tro porti, stabilì lungo il Mar Nero non meno di
cento colonie, fra le quali fioriscono tuttavia Tra-
pezunta e Sinope e Teodosia. Focea si rivolse a i
mari di ponente, alla Spagna, alla Gallia, e fondò
la potente Marsiglia, ove poi si rifuggì quasi tutto
il suo popolo. Gli stessi rigidi Dori, dall’indole
venturosa, dalle interne discordie. e infine dal-
l’inimicizia dei popoli, furono spinti oltremare ;
fecero una nuova Doride in Asia, popolarono
Rodi. Avevano fondato nella grand’isola di Creta
colonie militari, le cui leggi portavano il nome
DELL’EVO ANTICO 163

di Minosse, e ripetevano nell’immobile possiden-


za, nell’educazione pubblica e nei conviti comuni
gli ordini di Sparta. Colonia di Dori era l’ampio
Stato di Cirene su la costa d’Africa, e Bizanzio
s u l Bosforo ; e molte città d’Illiria e d’Italia, e di
Sicilia : Taranto, Messina, Agrigento, Selinunte,
e Siracusa, la maggiore di tutte le colonie greche,
poichè girava venti miglia e racchiudeva cinque
città. I Dori, col corso del tempo prevalsero an-
che nelle colonie ioniche di Leontio, di Catania,
di Reggio, di Napoli, e nelle colonie eoliche ed
achive di Locri, di Crotone e di Sibari, le quali
alla volta loro fondarono Pandosia e Posidonia,
o Pesto. E tutte quelle città o fioriscono ancora,
o sono mirabili nelle loro ruine, come Pesto e
Selinunte e Agrigento. E lo splendore delle colo-
nie itnlogreche superava di tanto le città native,
che l’estrema Italia si chiamò dai Greci stessi la
Grecia Grande.
L’immensa effusione di quei venturieri, dagli
ultimi recessi del Mar Nero fino alle coste del-
l’Africa e della Spagna, ebbe somma influenza su
la madrepatria; poichè nelle colonie non si po-
tevano trapiantare tutte quelle antiche institu-
zioni, che legavano le cose e le persone nella Gre-
cia primitiva. E i coloni si trovarono d‘ogni parte
in contatto con nuovi costumi e nuove leggi e
nuove credenze; e dovettero abitare con queIle
stranie genti, e divisar patti e ripieghi d’ ogni
maniera, e farsi per t a l modo riflessivi e pensa-
tori, e prender ansa a ragionare su le instituzioni
patrie e le tradizioni avite. Perlochè la libertà
dell’intelletto, svolta naturalmente nelle colonie,
si propagò indi alla patria, e mise un fiero con-
trasto tra il nuovo e l’antico, tra la consuetudine
e il ragionamento; e provocò le menti dei pensa-
154 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

tori, i quali colla riflessione si studiarono di col-


mare l’intervallo che la riflessione apriva fra la
mente e la natura. Nel favore della moltitudine
prevalsero naturalmente le dottrine più libere e
popolari. Invano nelle città italogreche la società
pitagorica aveva involto d i forme solenni e di
arcane preparazioni lo studio delle scienze, e ten-
tava disciplinare contro il popolo la gioventù delle
famiglie facultose. L’elemento popolare tendeva
alla libertà delle menti, come a quella dei corpi
e dei beni.
Quel vasto movimento, che partiva ad un tem-
po da t u t t e le colonie, veniva ad accentrarsi nel
mezzo della Grecia, nel grande emporio commer-
ciale d’Atene. Anche in quel paese aveva fiorito
nei primi tempi l’ordine patrizio degli eupatridi; ;
ma pel sacrificio del generoso Codro il paese era
sfuggito all’oppr ione dorica. Anzi l’Attica era
l’asilo degli Joni, che da’ suoi porti a poco a poco
condussero colonie i n tutti i circostanti mari, co-
sicchè il loro convegno mercantile rimase poi sem-
pre in Atene. I possidenti vollero reprimere la
crescente potenza del commercio; ma le sangui-
narie leggi di Dracone, ordinate forse a quell’in-
tento, ferirono troppo gli animi del popolo, il
quale tumultuando occupò la cittadella. I pa-
trizii lo repressero colle forze degli abitatori delle
campagne ; e anche quelli t r a gl’insurti che si era-
no rifuggiti agli altari, furono contro la data fede
messi a morte da Megacle. Questo eccesso rese im-
placabili le i r e ; i Megaclidi furono esiliati, e do-
vettero portar fuori della t e r r a d’Atene perfino
le ossa dei loro morti. Si cominciò la riforma delle
antiche instituzioni ; le leggi draconiche caddero
in oblio. Solone compiè la riforma; liberò dai li-
velli signorili le terre, ridusse a valor nominale
DELL’EVO ANTICO 155
i debiti dei cittadini, abolì la schiavitù personale
a cui soggiacevano i debitori impotenti, pose li-
mite all‘estensione dei latifondi, eguagliò gli abi-
tanti avventizii a i più antichi, fece dipendere
dal censo, non dalla nascita, l‘eleggibilità alle ma-
gistrature ; e così mentre aperse la via degli onori
al denaro, accese in tutti gli ordini il desiderio
del denaro e degli onori.
I n Atene lo Stato non aveva l’alto dominio
delle terre come nelle città doriche; le donne
non erano figlie dello Stato, ma della famiglia ; la
prole riceveva educazione dall‘affetto dei geni-
tori, e la legge non reprimeva le voci della natura
e dell’ umanità, I magistrati si conferivano agli
opulenti; ma il popolo li eleggeva, li chiamava I
rendiconto. e li poteva punire. Per dare fermiezza
allo Stato fra le passioni popolari, il tribunale
dell’Areopago, composto di magistrati irreimovi-
bili, aveva giurisdizione su gli omicidii, i sacri-
legii, la propagazione dei riti stranieri, i dipor-
tamenti della gioventù, la sicurezza delle pubbli-
che vie, dei pesi, delle misure. Negli altri giudicii
sentenziavano i giurati, trascelti fra ben seimila
cittadini.
I patrizii riluttarono alla legge di Solone ; ma
Pisistrato, fattosi capo del popolo, la sostenne,
i suoi figli ebbero a luttare anche cogli Spartani,
venuti in soccorso dei patriaii; ma finalmente
Clistene disciolse le quattro tribù, in cui era al-
l’uso ionico ordinata la cittadinanza ; ne instituì
dieci, e ri accolse anche gente straniera, e avvi-
cendò fra le tribù il governo. I patrizii chiama-
rono nuovamente gli Spartani, poi i Beoti e i Cal-
cidei: ma il popolo alla fine prevalse, e occupate
coll’armi le terre dei patrizii di Calcide, le divise
f r a quattromila famiglie ateniesi.
156 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

L’industria della libere cittadinanza fiorì mi-


rabilmente ; l’agiatezza e l’eleganza penetrarono
nelle famiglie ; suntuosi monumenti marmorei si
eressero d’ogni parte ; le scienze ebbero gloriosi
coltivatori; la musica, la scultura, la pittura, le
drammatica raggiunsero l’apice dell’eccellenza ; gli
Ateniesi erano andati raccogliendo per la Grecia
i canti d’Omero; e divennero così vaghi d‘ogni
modo di gloria, che, zelatore dell’antico stato, Tu-
cidide si lagnava come non sapessero aver pace,
nè lasciare i n pace altrui.
Contro questa esuberanza popolare, che pre-
lude t a n t i secoli addietro a i Fiorentini del medio
evo, e ai Parigini dell’evo moderno, si mosse la
lega del Peloponneso, già preparata dall’antico
costume dei popoli dorici di congregarsi alle feste
d’Olimpia. Ivi si convenne che ognuna delle città
federate si reggesse da sè, ma giusta lo stato an-
tico. Dall’altra parte le popolazioni mercantili
delle isole si vennero stringendo intorno a d Ate-
ne. Così l’opposizione, fra la possidenza e il com-
mercio, f r a il nuovo e l’antico, veniva accostan-
dosi alla guerra. Ma le irruzioni delle masse
persiane sopravvennero così minacciose, che il pe-
ricolo destò nei Greci un insolito senso di con-
cordia e di nazionalità.
Lo sterminato imperio de’ Persiani pesava sul-
le frontiere della Grecia ; condutti dal traditore
Ippia essi tentarono introdursi i n Atene. Gli Ate-
niesi se ne ricattarono assalendoli nelle loro con-

i
quiste, e sollevando l e colonie greche dell’Asia.
I Persiani fecero atroce scempio dei sollevati:
arsero molte città, trasportarono nei deserti del-
l’Arabia gli abitanti, condussero nei loro serragli
le donzelle, fecero eunuchi i giovanetti; poi collo
stesso furore corsero sull’isola d’Eubèa, e di là,
DELL’EVO ANTICO 157
tragittando lo stretto, si gettarono sull’Attica ;
ma le loro moltitudini, t r a t t e fra, le paludi di Ma-
ratona dall’immortale Milziade, furono disfatte
da un pugno d’Ateniesi. Pochi anni dopo, la
Persia adunò di nuovo le sue forze, gettò un ponte
sull’Ellesponto; e per sette giorni e sette notti i
battaglioni barbari si versarono su la terra d’Eu-
ropa. I n quella splendida pompa, militare, in cui
si vedevano tutte le strane vesti e armature del-
l’oriente, sfolgorava le corte dello stesso monar-
ca e il sacro carro del Firmamento, tratto dagli
otto candidi corsieri. Le genti bellicose della
Tracia, della Macedonia, della Tessalia, della Reo-
zia si sottomisero atterrite ; ma trecento Spartani
morivano alle Termopile, piuttosto che cedere
palmo di terra a d un milione di nemici. La piena
sboccò nell’Attica; i Focesi erano fuggiti sui di-
rupi del Parnasso ; gli Ateniesi, per sublime con-
siglio di Temistocle, lasciarono la città alle fiam-
me nemiche, portarono le famiglie in un’isola,
poi salirono t u t t i su le navi, deliberati di vincere
o morire ; e nello stretto di Salamina sgominarono
tutte quelle forze che la potenza dei Persiani e la
gelosia dei Fenici avevano potuto trarre dalle
marine dell’Asia. La giornata di Platea distrusse
anche l’esercito terrestre, e compì il trionfo della
forza morale su la materia militare.
Sulva da quell’assalto, Sparta non curava più
le guerre asiatiche, e non amava quei lontani in-
viluppi; ma il commercio ateniase voleva riven-
dicare i porti greci dell’Asia Minore; e con esso
stavano t u t t i i popoli naviganti delle isole. La
libertà ionica secondava il felice impulso della
vittoria e del tempo ; l’antica possidenza dorica
vi ripugnava, perchè sentivasi t r a t t a sopra un
terreno non suo, in una causa di mercatanti. Ma
168 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
l’ardor bellicoso degli Ateniesi e r a tale che le
isole stesse non potendovi tener pari, anteposero
melaccortamente di contribuire a quelle imprese
col denaro, rimanendosi tranquille ai loro traffi-
chi. E così d’alleate s’accostarono a tributarie,
e gli Ateniesi a poco a poco di mercanti si fecero
soldati. Vantando che il loro valore assicurava
appieno i loro amici, profusero il sacro denaro
federale a munir di mura la loro città ed il suo
porto, e ornarla di templi marmorei, di porte e
fontane e portici e teatri e orti di dotte delizie;
poi superbi della forza e bellezza. della patria, e
della ragionevolezza ed eleganza del vivere, inso-
lentivano coi collegati ; riscotevano aspramente
il contributo; e ritenevano per forza coloro che,
stanchi di quei nuovi modi, volevano uscir della
lega. Pericle, per farsi partigiani, favoriva i po-
veri e gli oziosi; e per condurre col voto loro la
cosa pubblica, introdusse il costume di pagar le
giornate che i cittadini consumavano nei comizii,
e perfino di pagar loro col pubblico denaro l’ in-
gresso agli spettacoli. Così mentre una spropor-
zionata eleganza succedeva nel popolo all’indu-
striosa semplicità che lo aveva fatto potente, esso
diveniva una colluvie di mercenarii, che i n guer-
ra e in pace dovevano vivere alle spalle dei fede-
rati. Quindi noi crediamo fermamente che a que-
sta estinzione del vero spirito mercantile, e non
a l soverchio suo sviluppo, si debba la degenera-
zione del popolo ateniese; e non sappiamo acca-
gionarne con Leo l’amor delle ricchezze, ma bensì
l’ambizione militare, che non le faceva ricercar
più nella natural fonte del commercio e dell‘in-
dustria, ma nell’oppressione dei federati. E se la
riflessione filosofica tralignò presso alcuni i n so-
fisticheria, ciò f u perchè quando i popoli furono
DELL’EVO ANTICO 159
guasti, vollero cercare nei sofismi una giustifica-
zione che non potevano più trovare nell’austera
verità e nella sincera coscienza, e si sforzarono
di nobilitare sotto forma di dottrina il disprezzo
che avevano dei principii. Ma egli è ben certo che,
se qualche puro e sublime sentimento si udì an-
cora entro le mura d’Atene, si udì nelle severe
adunanze degli Stoici e negli studiosi consorzii di
Socrate e di Platone, la cui repubblica è infine uno
specchio ideale della prisca città spartana.
Per alcun tempo gli Spartani tollerarono la po-
tenza ateniese, perchè nel frangente delle guerre
persiane avendo essi posto le armi in mano ai
Perieci, ai Messeni ed agli stessi Iloti, e avendoli
condutti a militare fuor de’ confini, li avevano
poi trovati dopo il ritorno indocili e riluttanti.
Ma repressi colla crudeltà quei moti intestini, si
opposero apertamente a d Atene. Nel corso di
quelle guerre, che si dissero d e l Peloponneso,
Atene, divenuta affatto militare, cangiò il go-
verno di popolo in un predominio di conduttieri
e di soldatesche. E: la dura Sparta, involta in
lunghe imprese marittime fra popoli trafficanti,
sfuggì al rigore delle sue instituzioni : e mentre le
continue guerre consumavano i suoi combattenti,
abbandonò i suoi feudi militari all’urbitrio dei
testamenti e delle donazioni, che misero in poter
di poche donne due terzi della possidenza mili-
tare, e ridussero l’altiera cittadinanza di Lic urgo
ad un’umile poveraglia intorno ad un branco
d’epuloni ; e tuttavia coll’antico simulacro del
nome spartano, colle flotte non sue, e con bande
di mercenarii, tiranneggiò le città greche, e le
emunse avidamente. E Atene e Sparta uscirono
così d a quelle lugubri guerre a l tutto trasforma-
te, e prive d’ogni principio nativo. D’allora in
160 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

poi il sommo della virtù nelle genti greche fu il


ripetere tratto t r a t t o gli esempli del tempo anti-
co, con uno sforzo solitario, che risplendeva va-
namente fra generazioni dominate d a abietti con-
duttieri. Ma il peggio, noi crediamo, si f u che
Atene, coll‘infelice sua spedizione in Sicilia, gio-
cò tutte le sue forze, e doma ed esausta ebbe a
soggiacere alla fortuna militare di Sparta. Al-
lora il principio progressivo fu soffocato per sem-
pre; prevalse un ordine di cose che dell’antiche
tradizioni spartane non altro omai conservava
che l’ odio all’ industria e all’ intelligenza ; e da
una barbarie austera era balzato, senza conoscere
intervallo di civiltà, a d una barbarie corrotta.
Le falangi dei re macedoni, addestrate da Fi-
lippo alla riflessiva disciplina tebana, rimasero
eredi delle vittorie di Pelopida e d’Epaminonda,
e del breve loro ascendente su la decrepita po-
tenza spartana. Esse penetrarono prima nella
Tessalia, poi colle guerre sacre nel cuor della Gre-
cia, ove ebbero facile trionfo su le sbirraglie dei
dittatori municipali. I Greci meravigliati videro
scendere improvvise in mezzo a loro quelle tribù
semibarbare, capitanate da una nobiltà militare,
come ai tempi dell’Iliade, ma guidate da un prin-
cipe astuto, che aveva imparato alla scuola greca
t u t t i i secreti dell’arte militare e del raggiro ci-
vile, e sapeva aggiungere le insidie della corru-
zione alla fierezza delle offese, e chiedendo solo
d’essere capitano generale dei Greci contro l’Asia,
adulava all’orgoglio della nazione e all’interesse
dei privati. Le ultime opposizioni furono soffocate
col crudele esterminio di Tebe; e dalle isole gre-
che sino alle rive del Danubio non rimase altro
volere che quello d’Alessandro. Egli allora pre-
c i p i t o s i come fulmine su la Persia; penetrò fino
DELL’EVO ANTICO 161
al Nilo e all‘Indo; piantò di colonie greche tutto
quell’iinmenso spazio ; la lingua greca divenne il
vincolo sociale di tutto l’oriente. Ma lo spirito
greco andò naufrago in quella incondita vastità.
Nulla s’aggiunse all’arte greca, alla ragione gre-
ca, alla poesia, all’eloquenza della vergine Grecia.
Che anzi gli eredi d’Alessandro sopraffecero colle
forze dell’oriente la vita civile nella madre pa-
tria. ove la madre e la moglie e i figli d’Alessan-
dro vennero a trucidarsi, e ad ostentar t u t t i gli
eccessi dell’asiatica depravazione. D‘allora. in poi
un presidio macedonico bastò a tenere nelle mani
dei più vili oligarchi il destino di quelle nobili città.
Perlochè non vediamo qual gran ventura fosse
che la scienza greca, condensata nelle opere
d‘ Aristotele, presiedesse all’ educazione d’ Ales-
sandro, e colle veloci di lui vittorie si spalancasse
il vasto campo dell’Asia. E a dritto fremevano i
Macedoni, quando Alessandro celebrò in Susa la
gran festa nuziale, in cui egli stesso e i suoi ca-
pitani e innumerevoli altri si annodarono a donne
asiatiche ; e quando le milizie persiane compar-
vero travestite colle insegne de’ Greci; e quando
ai guerrieri, che col loro sangue gli avevano fatto
tanto acquisto, egli rispondeva quelle ingrate pa-
role: che chi non voleva rimanere se ne andasse :
e assiepato di guardie straniere, fatto invisibile
a i suoi, da quel tirannico nascondiglio faceva an-
negare nel Tigri i capitani tumultuanti. E allor-
chè i suoi seguaci, ritornando in Europa, invita-
rono i popoli a rendergli con asiatica abiezione
gli onori di Giove Olimpico, solo allora ci sembra
che l’Asia, respinta a Maratona e a Platea, giun-
gesse ad afferrare la generosa Grecia, e incate-
narla schiava alle porte dei serragli e ai ceppi
del fatalismo orientale.
11. - CATTANEO.Scritti storici. I.
162 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
Dopo le vittorie d’Alessandro i confini del
mondo asiatico furono piuttosto sul mare Jonio
che non su l’Ellesponto. Da quel tempo il potere
delle armi mercenarie si stabilì talmente nelle
città greche, che Cleomene le volle adoperare a
ricondurre Sparta alle antiche leggi di Licurgo ;
e accerchiato colle armi il popolo inerme, lo volle
costringere a ritornare eroico per paura. 11 vigore
antico rimase solo nelle rapaci tribù delle monta-
gne etoliche, e nei piccoli porti della riviere
achea. Le due leghe d’Etolia e d’Acaia rinnovarono
l’antica opposizione di Sparta e d’Atene: ma se
abbellirono con qualche fatto d’armi la breve re-
sistenze della Grecia. a i Romani, certo impediro-
no che i popoli, domi dalla potenza militare, po-
tessero comporsi a qualche unità. Così quella stes-
sa indipendenza, che f u l a fonte di t u t t a la civiltà
greca produsse un’intima divisione di fini e di
forze, dalla quale quel popolo non uscì mai. Fino
all’ultimo dì della Grecia, 1’Etolo odiò l’Acheo ;
lo Spartano, l’Ateniese; e Leo giustamente os-
serva che i popoli greci non si riguardarono mai
come nazione se non a fronte degli stranieri. Ma
appunto perciò non crediamo seco che la causa
prima della caduta della Grecia fosse l’essersi
quei popoli disciolti colla riflessione in individui,
e com’egli dice, in atomi morali. Essi non pote-
rono mai sentirsi abbastanza greci, nè amarsi co-
me greci, solo perchè troppo ateniesi, e spartani
e tebani. Ma questa divisione stessa attesta una
tenace aderenza ai vincoli primitivi e popolari ;
e forse era mestieri che l’egoismo li rallentasse,
perchè si potessero ordinare gl’individui in una
società nazionale. I pensatori stessi non si cura-
vano apparire tanto amici al vero, quanto fedeli
a Platone, a Pitagora, a Zenone. Perlochè non si
DELL’EVO ANTICO 163
può dire che l’egoismo fosse una naturale propen-
sità del popolo greco. L’egoismo non può spiegare
la morte di Leonida, nè quella d’Archimede, nè
i conviti delle cittadinanze doriche, nè il vivere
sempre in pubblico, da cui tanto abborre l’egoismo
moderno, nè il combattere per falange, nè lo stu-
diare per setta, nè l’aggregarsi in colonie fino
nella Colchide e nella Battria. L’egoismo ben s’an-
nuncia in Alessandro e ne’ suoi successori; e al-
ligna vigoroso s u la terra d’Asia, d’onde infesta
la Grecia già abbattuta ; ma il principio d’un po-
polo è ciò che lo crea, non ciò che lo distrugge; è
ciò che germoglia in lui, non ciò che si genera d a
commistione straniera.
Quanto l’indole greca ripugnava all’ammorti-
mento e all’abnegazione degli aggregati meccanici
dell’Asia, altrettanto ella tendeva all’associazione
geniale e spontanea delle tribù, delle anfittionìe,
dei municipii, dei porti marittimi, delle palestre,
dei portici, dei teatri. I1 principio dorico, che vo-
leva far delle Grecia un’associazione rozzamente
bellicosa, contrariò lo spirito jonico, che voleva
farne un’associazione studiosamente mercantile ;
nell’urto i due principii si elisero, e ne uscì il pre-
dominio d’uno soldatesca venale. La fortuna dei
Macedoni annunciava una novella vita, e promet-
teva l’unità nazionale; ma non la, raggiunse; le
mancò verso Oriente un argine che la contenesse
entro i suoi naturali confini. Quella potenza tra-
boccò nell’Asia, prima d’essersi rassodata nella
Grecia; e nel ripartire l’immensa preda si scom-
pose, e lasciò di bel nuovo la Grecia in preda allo
spirito municipale ; ma questo non rappresentava
già più la nobile natura dei popoli, bensì le pas-
sioni d’ignobili conduttieri. Tuttavia, ad onta
della, compressione macedonica, la socievolezza
164 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

greca ripullulò negli Etoli, negli Acarnani, negli


Achei. La serie dei greci antichi si continuò in
Demostene, i n Focione, i n Arato, in Filopemene.
I Camandri, i Demetrii, gli Antigoni, i Nabidi, e
t u t t i quelli che vivono e combattono per sè, sono
apparizioni straniere al genio greco, che il popolo
non ammira e non ama ed appena ricorda.
Certamente un nuovo ordine sociale germogliò
poi dall’incontro della ragione greca colla rasse-
gnazione orientale, per cui, sette secoli dopo Ari-
stotele, lo spirito greco sembra a Leo vivere più
profonda vita; ma questo fu per l’antica Grecia
un tesoro ignoto, ch’ella trasmise all’occidente ed
al settentrione. Solo dopo aver giaciuto quattor-
dici secoli nel sepolcro della corruzione bizantina
e della servitù musulmana, ella potè trarre d a
quell’arcano principio la scintilla d’una nuova
vita civile; la quale però non s’accese se non per
impulso di altri principii, venuti a lei dal lontano
occidente e dalla forza innovatrice dei tempi.

Le armi macedoniche avevano appena accoz-


zato le nazioni orientali coi popoli greci, quando
le armi romane li congiunsero alle nazioni occi-
dentali.
Roma a quei tempi aveva appena compiuto la
violenta congiunzione di t u t t i i popoli d’Italia, sì
diversi fin allora di stirpe e di lingua. Due na-
zioni straniere, la celtica a settentrione, la greca
a mezzodì, vi si erano notevolmente diffuse; e
Leo segue l’opinione che lungo i lidi vi si fosse
anticamente {propagatala stirpe pelasga. Ma nel
mezzo della penisola, intorno a i più alti gioghi
dell’lippennino, vivevano le tribù sabelle, cioè Pi-
ceni, Sabini, Ernici, Marsi, Peligni, Marucini,
Vestini, e le loro propaggini meridionali, Sanniti,
DELL’EVO ANTICO 166
Frentani, Apuli, Irpini. I n essi t u t t i risplendeva
la frugalità del vivere e l’austerità, del costume:
per la più parte non vivevano i n città, ma i n vici
aperti, negli aspri recessi dei monti, dai quali
scendevano spesso a guerreggiare i popoli marit-
t i m i ; e inviavano a fondar colonie sciami di gio-
vani, consacrati a questo destino fin dal loro na-
scere; poichè t u t t i gli esseri nati nella primavera
sacra appartenevano agli Dei. Gli armenti s’immo-
lavano ; ed i giovani, compiuto il ventesimo anno,
dovevano uscire armati a cercarsi ventura.
Più verso occidente vivevano le tribù osche,
che comprendevano gli Umbri, gli Equi, i Volsci e i
Caschi; i quali ultimi vuolsi che fossero discesi
sul basso Tevere, sottomettendo i nativi Sicani e
i coloni Pelasgi, e formando secoloro le città la-
tine. Certo il dizionario latino porge indicio di
quella invasione, come il dizionario inglese serba
memoria della conquista francese s u gli Anglo-
sassoni. Infatti le voci latine, che dinotano cose
umili e rusticali, sono simili alle greche: bos,
taurus, vitulus, ocis, sus, aper, canis, ager, silva,
vinum, lac, mel, ovum, sal, oleum; ma straniere
affatto a l greco sono le voci che dinotano cose mi-
litari, e che i vincitori avrebbero recate seco dal-
le rudi loro patrie: bellum, pax, arma, miles, en-
sis, arcus, sagitta, clypeus, balteus, ocrea. E qui
si vede qual lume possa diffondere la nuova scien-
za delle lingue su le oscure origini dei popoli.
Codeste tribù sabelle ed osche costituirono il tipo
fondamentale italico, e dal loro seno germogliò
l’austera lingue latina, e l’indole militare dei Ro-
mani. Il numero decimale era il fondamento dei
loro ordini civili. La religione era semplice e grave
come il loro costume. Non gli Dei individui e ap-
passionati del popolo greco, ma astrazioni perso-
i

166 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I


nificate, la Salute, la Fede, la Fortuna, il Terro-
re, la Paura, la Guerra, il Riposo, il Termine, la
Gioventù, la Pace, la Concordia.
Un’altra nazione in Italia era l’etrusca o tu-
sca, nella quale campeggia un’indole più cittadina
e sacerdotale, e tutto richiama gli ordinamenti
astronomici e gli Stati templari dell’oriente. Il
numero duodecimale forma la base dei loro ordini.
Sono dodici le comunanze degli Etruschi in To-
scana, e ciascuna sembra retta da un senato sa-
cro, i cui membri si chiamano in quell’aspro lin-
guaggio Lauchm e, che i Latini pronunciarono Lu-
rumones, e tengono parlamenti (principum con-
cilia) nel tempio di Voltunna. I1 capo dell’intera
lega h a un corteggio di dodici littori, uno per ogni
Stato. Le insegne, i trionfi, le pompe d’ogni ma-
niera sono le cose predilette a questa nazione: le
sue città sono suntuose; i sepolcri, i templi, i
vasi domestici sono di squisita eleganza; la sua
pittura, la sua scultura fanno anello dalla ritua-
lità degli Egizii alla libera bellezza delle a r t i gre-
che. Ma la loro scienza è tutta misteriosa e ripo-
s t a : essa tende a dominare colla perizia degli
eventi celesti le azioni d’un popolo indotto, ch’es-
sa involge con una rete d’auspicii e di riti. Lo
spirito della luce e del fulmine appare presso loro
sotto forma maschile e femminea, Tinia e Cupra, e
s’interna nelle cose degli uomini, Menfra ; poi v’è
il dio deIIa notte, Summano ; gli dei della natura
visibile che guidano l’anno, Vertunno e Voltunna;
gli dei del mondo sotterraneo, Manto e Mania ;ogni
sacra cosa si connette a l corso degli astri. Come
presso gl’Indi, la istoria loro si smarrisce in una
serie d’età astronomiche : ognuna delle otto ere
mondiali è assegnata ad un diverso popolo ; e com-
prende dieci secoii; ma un secolo etrusco non è

. -
DELL’EVO ANTICO 167
un centennio; poichè si compie quando l’ultimo
dei nati nel secolo precedente è disceso al mondo
sotterraneo: gli Dei ne dànno l’annuncio coi por-
tenti augurali, e i popoli lo festeggiano coi giochi
secolari. Quando gli Etruschi cominciarono a scri-
vere i loro annali, erano già chiusi sette secoli
dell’èra loro assegnata. Tutto questo ordine di
case pare straniero e solitario nel mondo occiden-
tale ;gli Etruschi si ripetono in doppia serie di co-
lonie nell’alta e nella bassa I t a l i a ; m a la loro
aspra lingua non sembra parlarsi nè sul Tevere
nè sul Po: forse, crederemmo noi, è una lingua
sacra, e straniera, colla quale si celebrano i sacri
riti e s’inscrivono i monumenti, ma che il po-
polo non intende. S e l l a regione del Po la poste-
rità non ritrova le loro reliquie se non in una
città cerchiata dalle lagune dell’Adriatico, al qual
mare ella lascia, in perpetuo il suo nome; quelle
loro colonie sembrano stabilimenti di navigatori,
che penetrano pei fiumi in terre inculte; le loro
imprese sono nelle isole e sui mari: la tradi-
zione popolare li fa venuti dalla Lidia. Non v’è
traccia che le loro instituzioni abbiano radice
nelle Alpi; e se dovessimo ammettere con Leo e
con altri suoi concittadini la venuta dei Tuschi
dalle Alpi alla Toscana, allora dovremmo distin-
guere i Tuschi dagli Etruschi, e riguardar quelli
come invasori terrestri, che vanno a trapiantarsi
nel grembo d’una popolazione marittima che ha
già compiuto l’èra sua. Nè, contro l’indelebile te-
stimonio della linguistica, possiamo ammettere
con Leo affinità d’origine t r a i Liguri e i Veneti,
tanto dissimili anche d‘animo e d’intelletto e di
modi ; nè distaccare i Corsi dal loro cespite asso-
lutamente toscano, per avvicinarli a d un’origine
iberica, della quale, fra tutte le genti italiche,

i
.. ... .. . ... , . . . .. . .. .
168 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

appar qualche vestigio solo nei Sardi ; e per verità


ne pare che in tutte codeste indagini i dotti oltre-
montani procedano affatto senza lume.
Su le rive del Tevere i Latini, tribù osca in-
serta sopra una contadinanza pelasga, si trova-
rono a confine colle cittadinanze degli Etruschi e
colle tribù agresti dei Sabini. Su le frontiere di
quelle t r e genti, e crediamo, dalla fortuita vici-
nanza delle loro più inoltrate castella, si formò
Roma ; e ad ogni modo pare che Latini, Etruschi
e Sabini si accozzassero sui sette colli per mate-
r i d e incontro d’interessi, e senza rinunciare alle
native consuetudini, come ancora si vede avvenire
oggidì nelle miste città dell’Asia e anche dell’Eu-
ropa orientale. Ma, nel difetto di naturale unità,
era pur necessario convenire in qualche patto di
vicinanza e di sicurtài comune; il quale t r a corpi
indipendenti non poteva fondarsi se non su la
fede giurata. E quindi la comunità, avvinta fin
dall’origine a norme esplicite e ad una perpetua
neutralità di principii, non germogliò spontanea
dall’indole geniale del popolo, come nei paesi dove
predomina una stirpe. E anche quando il tempo e
i connubii ebbero consumata la fusione delle di-
verse indoli e abitudini e tradizioni, la vita ri-
mase rigidamente avvinta alla solennità delle for-
me. E perchè sotto vi stava sempre il fondamento
della fede giurata, le convenzioni civili vestirono
aspetto rituale, e sogggiagiacquero all’influenza degli
auspicii e dei sacerdozii. Per la difficoltà ed il pe-
ricolo di caligiare ad ogni emergenza i patti fon-
damentali, venne la necessità d’estenderli quanto
più si poteva colle successive interpretazioni ;
laonde la venerazione alla forma ed alla lettera
si congiunse collo sviluppo e la libertà dello spi-
rito. 11 popolo roniano, non avendo l’immobilità
DELL’EVO ANTICO 169
di Sparta, nè la, volubilità, d’Atene, abbracciò
nella sua istoria dieci secoli di continuo progres-
SO, le cui elaborazioni si deposero nel nostro di-
ritto civile. E questo è un principio che Roma
contribuì a l mondo ; e sovr’esso si fonda l’ordine
delle nostre famiglie ; e quindi non regge che Roma
non abbia mai produtto alcun principio proprio,
alcuna propria sustanza morale, come pensa Leo.
Chi credesse seco lui che il diritto civile non sia
un sistema d’officii e di provvidenze, come noi lo
consideriamo, ma solo un ordine limitante e ne-
gativo, non potrebbe mai spiegare le parti più ci-
vili del diritto, come l a dottrina delle tutele O
degli acquedutti.
Lo Stato romano, essendo cominciato dall’ami-
chevole convivenza di più popoli, non potè mai
divenire sdegnoso d’appropriarsi novità straniere
e d‘aggregarsi straniere famiglie ; e così potè ab-
bracciare in sè materialmente e moralmente la ci-
viltà dei Latini e degli Etruschi e dei Sabelli e dei
Greci ; e questo fu il principio della sua grandezza
esterna e della sua saviezza amministrativa. Ma
la complicazione e gravita di quei vincoli e il pre-
dominio delle forme civili e augurali fecero sì che
nel popolo romano e nelle sue colonie l’ordine, la
disciplina, la legalità non lasciassero libero il
corso alla natura, come nelle sciolte colonie
greche.
Leo, benchè non si mostri corrivo ad accettare
t u t t i i minuti particolari che regnano nelle isto-
rie di Roma, non inclina però gran fatto a seguir
coloro che arbitrariamente le rimandano t u t t e al
dominio delle leggende poetiche. E però partendo
egli dal principio che Roma sia già una colonia
d’Oschi in terra pelasga, la quale propagò alla,
sua volta, giusta l’avita costumanza, altre colo-

-
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

nie, rinviene nella notissima forma di queste co-


lonie posteriori la probabile immagine di quella
più antica, che formò il primo nucleo di Roma,.
I t r e popoli avrebbero costituite le t r e prime tri-
bù, Ramnes, Tities, Luceres, ciascuna delle quali
contribuiva alla comune difesa un migliaio di
fanti e un centinaio di cavalli, capitanati poi da
un comune magistrato eletto a vita, ora nel-
l’una ora nell’altra delle t r e nazioni. Questi, col
nome di re, presiedeva anche ai giudicii ed ese-
guiva le sentenze; ma il potere legislativo rima-
neva pur sempre nel senato, cioè nei capi delle
genti, le quali erano gruppi di famiglie delle
stessa origine, dello stesso nome, dello stesso do-
mestico culto. Sembra che i re di tribù latina colti-
vassero sopra tutto le cose militari, quelli di stirpe
sabina le cose sacre, e quelli di stirpe etrusca
le pubbliche pompe, l’annona e gli edificii. Tutti
poi coll’aggregazione de’ più vicini popoli dilata-
rono il fondamento dello Stato ed il suo territo-
r i o ; il quale assunse un aspetto imponente quan-
do Servio Tullio, ripartendo le terre conquistate,
innalzò alla passidenza una numerosa plebe, e or-
dinandola’ poi t u t t a i n tribù, la introdusse a par-
tecipare in proporzione degli averi suoi al pubblico
voto. Tutte le regolari emancipazioni del popolo
romano ebbero radice nei comizii per tribù, ordi-
nati d a Servio Tullio; e quindi, ben lontani dal
vedere in lui il primo corruttore del principio ro-
mano, noi lo crediamo il preparatore della to-
mana grandezza. Così costituito, quel popolo af-
fettò naturalmente il primato su la nazione la-
tina, ch’era sminuzzata in trenta piccoli Stati.
Essi d’allora. in poi furono astretti di farsegli
compagni nelle conquiste e nelle colonie ; e la loro
lingua si diffuse s u t u t t a l’Italia, e col corso dei
DELL’EVO ANTICO 171
secoli divenne madrelingua di tanta parte d’Eu-
ropa e d’America.
Abolita col segno l’opposizione dei re ai patri-
zii, la plebe indifesa, fra le calamitose guerre
etrusche e latine, si trovò a due condizioni ; deva-
state le terre, frequenti le carestie, enormi le
usure dei ricchi; non le rimase altro rifugio che
di negarsi a militare nei grevi frangenti; e con
ciò conseguì a poco a poco tribuni che la proteg-
gessero, edili plebei che provvedessero alle vitto-
vaglie, e licenza di deliberare d a sè, senza inter-
vento d’auguri patrizii, ma con effetto di legge
comune. Ottenne che si riducessero a pubblica
scrittura le leggi e le formule legali. le quali era-
no scienza arcana dei patrizii, e che le grandi
magistrature e la dignità. senatoria fossero aperte
a tutti. Mentre Roma operava così la faticosa
emancipazione del popolo, e traeva dalle antiche
instituzioni etrusche e sabelle le due sole scienze
ch’ella conobbe, la giurisprudenza e la guerra, do-
mava colle forze sue e degli alleati latini i più
prossimi Stati etruschi, respingeva le invasioni
dei Galli, e contendeva l’ubertosa Campania ai
Sanniti. E avendo anche i Latini intrapreso a d
emanciparsi dall’ineguale alleanza, e cercato per
sè una delle due sedie consolari, Roma li sotto-
mise, e si appropriò il demanio comune della lo-
r o lega; poi tornò a guerra coi Sanniti, che in-
darno sollevarono t u t t i i popoli circostanti; e in
una terza guerra, alla quale prese parte quasi tut-
ta l’Italia, li domò, e stese il suo dominio lungo i
gioghi dell’Appennino fino in Apulia. Gli Italo-
greci invocarono allora d’oltremare il re Pirro,
che colla falange greca e gli elefanti penetrò fino
nel Lazio ; ma non potendo nè abbattere la devota
costanza del popolo, nè sedurre l’incorruttibile
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
fermezza dei capitani, alla fine sgombrò l’Italia.
Roma, signora di tutto il litorale della Magna
Grecia, potè tosto aspirare al dominio dei mari,
e si trovò i n conflitto colla potenza cartaginese.
E r a Cartagine una delle tante colonie che i
Fenicii, dall’angusta loro riviera appiè del Li-
bano, avevano piantate su tutto il Mediterraneo,
a governar le quali Tiro mandava col titolo di re
i suoi nobili; onde chiamavasi dispensiera d i re-
gni. Le colonie d’Africa a poco a poco fecero una
lega indipendente, su la quale Certagine primeg-
giò tosto per sito e per ricchezza ; fattele suddite,
dilatò i suoi commerci e le sue conquiste; e s’in-
volse in assidue guerre, le quali accrebbero lustro
e potenza alle famiglie militari, più che non si
convenisse a popolo mercantile. L’unico freno era
per esse un consesso di giudici, che doveva simi-
gliare ai consigli secreti della repubblica veneta.
Come in tutte le colonie, ove domina supremo
l’interesse, non v’era corpo sacerdotale che eser-
citasse imperiosa autorità. I1 culto fenicio si di-
ramava da quello dei Babilonii, e ripeteva i nomi
di Belo e d’Astarte, e delle altre personificazioni
planetarie.
Cartagine aveva quasi estorto a i valorosi Greci
di Siracusa il dominio della Sicilia, quando vi si
trovò a fronte i Romani. Essi non solo dalla Ma-
gna Grecia e dall’Etruria seppero t r a r r e formi-
dabili flotte, ma coll’invenzione di Duillio di get-
t a r ponti da nave a nave, ridussero anche la guer-
ra marittima a battaglia di mano, e osarono sbar-
care eserciti in Africa. E quando furono esauste
in quella lunga guerra le forze delle città marit-
time d’Italia, i patrizii romani armarono a loro
private spese un’ultima flotta, che alle isole Egati
ebbe un finale trionfo, e conquistò la pace e la
DELL’EVO ANTICO ’ [173
Sicilia cartaginese. I Cartaginesi, stretti dai loro
mercenarii ribelli, perdevano anche la Corsica
e la Sardegna; e Roma, facendo profitto dell’in-
fortunio altrui, non solo occupava quelle isole,
ma debeIlando Liguri, Cisalpini ed Istri, com-
pieva l’incorporazione di tutte le terre italiche.
Alle isole perdute Cartagine cercò compenso
sul continente iberico, dove Amilcare, Asdrubale,
Annibale le fecero così ampie conquiste, che per
numero di sudditi e ricchezze di miniere e di tri-
buti e di commerci ebbe omai maggior potenza
in terra che in mare. E quindi per terra, varcan-
do con mirabile pensiero i Pirenei e le Alpi, An-
nibale pervenne con un esercito d’Afri, d’Iberi e
di Galli nel cuoi dell’Italia, e con avventurose
battaglie, aiutato d’ogni parte dai popoli male
avvezzi al dominio di Roma,, vi si tenne per molti
anni. Me Roma ebbe ancora l’accorgimento di
sprezzare il più vicino pericolo, ed assalire la po-
tenza nemica nelle sue fonti i n Ispagna, e in Afri-
ca. I1 giovane Scipione sorprese Cartagenova ; e
mentre i generosi suoi modi gli acquistavano al-
leati in Ispagna e in Africa, le forze d’Annibale,
malnutrite dalla divisa Cartagine, illanguidiva-
n o ; i popoli italici emunti dallo straniero e di-
singannati si rivolgevano ancora alla fortuna di
Roma. Scipione estorse al senato la licenza di fare
un’impresa di volontarii i n Africa, e dal buon
volere di tutte le città d’Italia trasse di che met-
ter sotto vela in quarantacinque giorni una flotta ;
Annibale richiamato dall’Italia perdeva la gior-
nata di Zama; Cartagine si rassegnò, e Roma f u
signora dell’occidente.
I Macedoni avevano fatto secreta lega con An-
nibale; i Romani per vendicarsene vennero in
Grecia, alleati degli Etoli; vinsero i Macedoni e
174 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
Nabide tiranno di S p a r t a ; ma gridarono libere
le città greche, e veramente dopo la guerra le
sgombrarono ; poi entrati in lizza col r e di Siria,
lo cacciarono dalle colonie greche dell'Asia Mi-
nore. Ma i Greci non si amavano; indarno Arato
e Filopemene avevano riordinata la lega achea;
le città, si legavano ad una a d una con proprii
patti ai Romani, e ciecamente li rendevano arbi-
tri i n tutte le loro contese; una fazione servile
si valeva del nome romano per signoreggiare la
patria lacerata, finchè quel predominio divenne
tanto odioso, che nella congiuntura della terza
guerra cartaginese i popoli greci tentarono abbat-
terlo colle a r m i ; ma furono domi e ridutti a pro
vincia romana.
I Cartaginesi, privi di sudditi e di flotte, ma
richiamati dalla sventura a l loro principio mer-
cantile, andavano rapidamente ristaurando l'an-
tica opulenza,. per t a l modo che Roma insospet-
tita, all’occasione di nuovo contrasto, volle co-
stringerli a trasferirsi in altre colonie e dividere
la formidabile loro comunanza. Ma essi, piut-
tosto che abbandonare la loro città e i loro porti,
vollero perire; combatterono prima su le mura,
poi di casa in casa, poi arsero ogni cosa di pro-
pria mano: diecisette giorni di fiamme appena
valsero a divorare quell' immenso emporio del
commercio universale. La stessa disperata resi-
stenza opposero poco dipoi i cittadini di Numan-
zia, che si erano fatti campioni della libertà ibe-
rica. I1 popolo romano allora signoreggiò per
t e r r a e per mare da un capo all'altro del Medi-
terraneo, e assunse i pensieri e i costumi d'un
popolo di re.
Veramente i pretori e i proconsoli andavano
come re nelle provincie; e nell'elezione dei magi-

-
DELL’EVO ANTICO
strati non v’era omai più privilegio a favore dei
patrizii. M a in breve si formò dai patrizii e dalle
più potenti famiglie popolari un corpo di nobili,
nel cui cerchio era difficile penetrare a chi fosse
uomo nuovo. Le feste pubbliche, dopo la prima
guerra punica, vennero date a privata spesa degli
edili; e siccome l’edilità era il primo passo alle
alte magistrature e al senato, chi non era ric-
chissimo ne rimase indirettamente escluso. Per.
farsi strada, molti s’indebitarono enormemente,
e si posero in necessità, di rifarsi, volgendo gli
, onori in fonte d i smisurato lucro. L’estorsione e
la venalità vennero imposte dal lusso degli eletti
e dalla corruzione degli elettori. Tiberio Gracco
tribuno volle limitare le possessioni dei Grandi,
e dimandò che le terre demaniali venissero date
in usufrutto ai poveri soldati, i quali però non le
potessero vendere, e le perdessero se le lasciavano
inculte; ciò chiamossi la legge agraria. Ma i po-
tenti, che per mille modi indiretti si godevano le
terre dello Stato, si opposero; e infine vennero
alla violenza, e uccisero il tribuno. Suo fratello
Caio continuò la l u t t a ; tentò introdurre nella
cittadinanza romana gli alleati latini; e per raf-
frenare le depredazioni, tolse a i senatori e diede
ai cavalieri l a giurisdizione sui delitti di S t a t o ;
ma egli pure fu ridutto a tale che si diede la
morte. I poderi demaniali già ripartiti alla plebe
furono ricompri o richiamati ; e i poveri a poco a
poco, per vivere, mercantarono il loro voto ai po-
tenti. Invano Mario, per ritornarli indipendenti,
introdusse l’uso del voto secreto, e accettò nelle
sue legioni anche i più poveri, e levò su le terre
demaniali un contributo a loro favore. Soprav-
venne l’irruzione dei Cimbri e Teutoni, che Mario
sperperò gloriosamente. Allora fatto console per
176 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

la, sesta volta, fece per mezzo di Saturnino far


legge, che si distribuissero terre a quelli de' sol-
dati suoi ch'erano romani, e si desse la cittadi- I
nanza romana a quelli ch'erano italici. Da quel
momento il popolo vide ch'era più fruttuoso ser-
vire alla persona d'un potente che alla repubblica,
e si suddivise in parti, che non rappresentavano I
più i grandi interessi comuni, ma le ambizioni
dei pochi e l'avara servilità dei molti.
I federati italiani, che sostenevano il peso delle i
milizia senza aver voto di cittadini, avevano più
volte avuto speranza di venir pareggiati a i Ro-
mani, e fremevano vedendo il fiore della loro cit-
I
tadinanza posposto alla più sozza plebe di RRoma. !
Quando si videro delusi, si sollevarono con un
esercito di centomila combattenti. Roma aveva i
seco Latini, Umbri Toscani e Cisalpini, aveva il
sussidio delle tante sue provincie trasmarine, ave-
va Vario ed altri capitani d'alto grido; eppure
ebbe parecchie sconfitte; e per conservarsi i po-
poli rimasti fedeli, dovette ammetterli alla citta-
dinanza. La lega aveva preso accordo con
Miitridate, che da' suoi regni intorno al Mar
Nero minacciava, le conquiste romane nella Gre-
cia e nell'Asia Minore. I1 senato mandò a com-
batterlo Silla, oppositore del popolo e di Mario;
questi cominciò tosto a temer l'influenza delle
vittorie di Silla, e coi voti del popolo riescì a
farlo deporre. Ma Silla col suo esercito ritornò
contro Roma, pose foco alla città, cacciò Mario i
che aveva armato perfino gli schiavi, e vittorioso
ridusse lo Stato i n balìa dei senatori. Cinna poco
dipoi rialzò la parte popolare, e congiunto a Ma-
rio entrò per forza di popolo i n Roma, ove i suoi
seguaci fecero strage degli ottimati, e per depri-
mere le famiglie denarose abolirono per legge t r e
I
DELL'EVO ANTICO 177
quarti di t u t t i i debiti privati. Silla ricomparive
di nuovo a Roma, i n tempo di salvarla dalla lega
italica ; ma infieriva orribilmente contro la parte
popolare ; faceva scannar cittadini a migliaia,
confiscava patrimoiiii a migliaia, aboliva il poter
legislativo dei tribuni, e arrogava ai senatori il
poter giudiziario e il governo delle provincie.
Compiuta l'opera di sangue, si dimise. Ma
l'ambizione d i Pompeo, di Crasso, di Lucullo, di
Cesare, per cattivarsi partigiani, scompose a poco
a poco l'edificio d i Silla, e ristaurò la potenza
del popolo. E appena era estinta la ribellione ge-
nerale degli schiavi, i più audaci e facinorosi cit-
tadini si raccoglievano intorno a Catilina in una
disperata congiura, per esterminare affatto la
parte senatoria. L'accordo f u sventato, Catilina
fu ucciso i n battaglia, e Cicerone fece morire i n
carcere i suoi complici. Così popolo e senato,
alleati e schiavi, onesti e inonesti empivano la
trionfante Italia d i rapine e di sangue; perchè.
non si contendeva per il diritto, ma per l'avarizia
e l'ambizione.
Cesare, ottenuto il comando d'un esercito n e l
la Gallia, vi fece un’immensa conquista ; varcò il
Reno, varcò la Manica, rivelò all'Italia il Belgio,
la Germania e la Britannia, impresa per gli effetti
suoi paragonabile a quella di Colombo. Ma dopo
aver comandato da principe molt'anni in quelle
vaste regioni, egli non volle ritornar privato, e
rassegnare nelle mani del rivale Pompeo l'eser-
cito, del quale possedeva l'amore. F a t t o ribelle,
corse sopra Roma, dove il popolo l'accolse giulivo :
Pompeo colla parte senatoria passò il mare; ma
sconfitto a Farsalia e fuggitivo, fu ucciso a tradi-
mento i n Egitto. Cesare con infaticabile velocità
disfece t u t t i gli avanzi della parte senatoria in
12. CATTANEO. S c r i t t a storici. I.
178 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
Africa, in Ispagna, in Oriente; fece un immenso
riparto di terre pubbliche e private ai sessantamila
suoi veterani; si fece conferire t u t t i i poteri dello
Stato, di console, di censore, di tribuno, di pon-
tefice massimo, di perpetuo dittatore ; dimodo-
chè, senza smovere il consueto congegno dell’am-
ministrazione repubblicana, si appropriò un asso-
luto imperio. Ma la parte senatoria, disperando
omai vincerlo, lo uccise.
Non uccise però il suo esercito; alla testa del
quale Antonio ed Ottaviano ruppero le forze del
senato, e lo sottomisero a sanguinosa proscri-
zione. Ottaviano con una nuova confisca fece
luogo in Italia a ventotto altre colonie di vete-
r a n i ; e dopo aver lasciato qualche tempo che An-
tonio si dissipasse in Oriente disfacendo e rifa
cendo regni e principati, venne seco a d aperta
guerra, e lo ridusse a darsi la morte. Allora aven-
do egli solo il comando delle armi, e congiungen-
do al favore del popolo e delle provincie t u t t i i
titoli del potere, si annunciò, col nome di Cesare
Augusto, unico signore del mondo romano. Egli
ristrinse l’autorità senatoria in mano a’ suoi fidi,
e la circoscrisse all’amministrazione delle cose in-
terne. Ammorzò l’ardor militare del popolo, ren-
dendo la milizia lunga e pesante, e relegando
l’esercito lungi dalle influenze cittadine sul Reno,
sul Danubio e s u 1’Eufrate. Promosse ogni ma-
niera d’arti e di studii, e di pacifica magnificenza.
Stabilì un ordine amministrativo, che involgeva
tutto l’imperio, dal sommo delle cose diraman-
dosi fino alle infime aziende municipali. Solo nel-
l’autorità dei giureconsulti, riverita e venerata
come già gli oracoli della Grecia, rimase un campo
aperto allo sviluppo degl’interessi comuni e del-
la dottrina civile ; e sotto la paterna influenza dei
DELL’EVO ANTICO 179
loro responsi, il corso delle private emancipe-
zioni e l’ordinamento della vita domestica si con-
tinuarono per t r e secoli.
Tiberio tolse al popolo l’elezione dei magistra-
t i ; egli stesso li proponeva in senato, e solo si
degnava annunciarli nei comizii. Sotto Caracalla
e Macrino i Romani e gl’Italici furono adeguati
agli abitanti delle provincie conquistate ; ed ogni
vestigio della sovranità romana disparve, mentre
il fondamento popolare diveniva sempre più de-
bole. Per due secoli i confini dell’imperio si ten-
nero difesi dalle legioni nelle Isole Britanniche,
in Germania, i n Dacia, i n Mesopotamia. Ma sotto
Gallieno i comandanti militari, a guisa di satrapi
persiani, già disgiungevano le provincie ; Aure-
liano le ricongiunse, ma lasciò ai barbari la Da-
cia. Probo preferì a i soldati italici le leve di mer-
cenarii franchi e goti ; Diocleziano introdusse su
le ruine degli ordinamenti d’Augusto il nudo de-
spotismo orientale ; la reazione ch’egli provocò,
f u repressa dalle armi di Costantino; dopo il
quale l’Italia rimase disarmata, la sede imperiale
venne trasferita i n Oriente, e il cristianesimo
cancellò nelle famiglie le tradizioni dell’evo an-
tico. Allora comincia il medio evo. Ben tosto si
spandono a settentrione i mercenarii della fron-
tiera germanica, poi gli Arabi a mezzodì; il cri-
stianesimo e l’islamismo si dividono le rive del
Mediterraneo. Le cose del mondo romano, greco,
egizio, persiano, divengono memorie di solitarii e
argomenti di scuole.
I Cesari, fondandosi su la forza delle armi e
su la congerie degl’interessi cittadini, avevano
depresso l‘altiera indipendenza delle grandi fa-
miglie consolari, e le avevano adeguate alla ple.
be; poi avevano umiliata la plebe romana fino al
CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
livello dei barbari e degli schiavi. Negli eccessi di
Nerone, nelle stoltezze d’Eliogabalo, nella licenza
di cui qualche Cesare fece pompa, mostrandosi SU
le scene con gladiatori e mimi, v’era un intento
d’avvilire la dignità e la grandezza’ delle tradi-
zioni romane, e di spegnere affatto ciò che sem-
brava poter sempre risurgere un giorno dall’an-
tica autorità del senato e del popolo. Lo sfrenato
libertinaggio delle comitive imperiali si diffuse
col forzoso pareggiamento delle condizioni sui
potenti e sul popolo. L’uniformità amministrativa
e 1’autorità militare atterravano nel suggetto
mondo tutte le istituzioni, alle quali erano legati
gli affetti e i costumi delle famiglie ; i popoli dove-
vano tollerare sui loro altari le immagini dei Ce-
s a r i ; i santuarii erano ludibrio alla rapacità dei
proconsoli; e il più lieve risentimento delle mol-
I
-=-
-
-
-

I
titudini veniva represso con vendette e ruine. La
=-
-
-
cadente cultura romana era ancora troppo ele-
gante ed elevata pei barbari vulghi delle provin-
cie, e troppo scientifica e positiva per dominare
quell’ammasso informe di culti, che d’ogni parte
del mondo confluirono in Roma, quasi a darsi re-
ciproca mentita. L’arido congegno amministra-
tivo escludeva ogni sentimento generale, ogni po-
polare affezione ; nè involgeva tampoco, come gli
antichi sacerdozii, un nesso qualsiasi colla natura
=
e col cielo. =

F u allora che gli oppressi e obliterati popoli si


I
-

trovarono maturi a concepire ed assimilare un


unico e semplice principio, che in breve tempo
I
-
--
-
-

-
propagatosi dagli imi a i sommi, e dai sommi di-
scendendo imperioso ed armato sulle masse, ag-
gregò le genti nella comunanza d’una sola fede. -

Quel principio era giaciuto finallora nascosto


-
-

-
-
DELL’EVO ANTICO 181

e infecondo nei libri d’un popolo, che prima va-


gante in Mesopotamia, in Egitto, i n Arabia, poi
per alcuni secoli coltivatore dell’angusta Pale-
stina, poi conquiso e disgregato dalla violenza dei
despoti assirii, in quel doloroso esilio fra genti
aborrite, aveva nutrito colla lettura de’ sacri li-
bri e coi gravi ed affettuosi cantici de’ suoi poeti
l’amore del suo sangue, la costanza nelle tradi-
zioni de’ suoi padri, la persuasione che le sue
sventure erano transitorie punizioni de’ suoi tra-
viamenti, e la, fiducia irremovibile che dopo un
lungo corso di sventure avrebbe potuto ricuperare
i diritti de’ suoi padri, e rialzar le mura della sua
città, e del suo tempio. E in fatti profittando del
regno di Ciro e del trionfo dello spiritualismo
mitriaco sulle idolatrie. potè raccogliersi dall’esi-
lio all‘antica patria, e fondare intorno a l suo tem-
pio uno Stato, cui presiedeva un consiglio d’an-
ziani e u n pontefice. Ma dopo la vittoria d’Ales-
sandro e l’irruzione del culto greco nell’Asia, la
stessa famiglie sacerdotale, per adulare i re ma-
cedoni della, Siria, affettava costumi stranieri.
La tumultuosa ripugnanza dei popoli irritò la, Si-
ria, che colle armi insultò a l tempio, ed innalzò
per forza i simulacri degli Dei della Grecia. F u
allora che si levò la prode famiglia dei Macabei,
e coll’impeto d’una guerra popolare dissipò le
forze dello straniero. Ma le opinioni persiane e
greche avevano messo profonda radice nelle men-
ti ; gli Esseni si erano elevati a, dottrine umanita-
rie, che eccedevano affatto le comprensione del
popolo giudaico ; al contrario i Farisei pascevano
di minute ed ansiose cerimonie la superstizione
del vulgo, mentre le famiglie opulente, sprezzando
interpreti e zelatori, seguivano l’indifferente e
mondana opinione de’ Sadducei. La famiglia pon

.--
182 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
tificale, lacerata in sè dalle più sanguinose di-
scordie, si vendicava con somma atrocità dell’av-
versa opinione dei popoli ; Alessandro Janneo,
dopo aver ucciso i suoi fratelli, traeva al patibolo
ottocento Farisei. I Farisei invocavano le armi
degli Arabi; i Sadducei chiamavano un luogo-
tenente di Pompeo; i Farisei, Pompeo stesso; il
principe Aristobulo i P a r t i ; t u t t o il peso delle
prepotenza militare cadeva su la disciolta e con-
vulsa nazione. Erode, all’ombra delle insegne ro-
mane, vendicava sul sinedrio le sanguinose mise-
rie della sua famiglia,, godeva d’insultare ai co-
stumi popolari colle pompe dei teatri romani; e
moriva dolente e disperato t r a i furori della plebe
che atterrava i suoi monumenti. I suoi figli, fra, i
quali Augusto spartiva il paese, continuavano la
guerra alle consuetudini del popolo, che tumul-
tuava ferocemente, incapace a un tempo di resi-
stere e d’obbedire. La lutta tra il popolo ebreo e
la potenza imperiale, che voleva stabilire nel tem-
pio il culto dei Cesari, terminò nel più spaven-
tevole esterminio. Ma quando la signoria della
forza sul sentimento sembrava dover essere eter-
na, dall’abisso di quella sventura e di quella di-
sperazione si svolse il principio intimo che man-
cava all’unità imperiale, e col quale soltanto ella
poteva fondere le avverse e ripugnanti naziona-
lità, che la conquista aveva strette a d una sola
catena. I1 libro degl’Israeliti diviene il libro del
mondo romano; e l’antica istoria si chiude da
Leo con quella del popolo israelita.

T u t t a l’istoria antica si svolge adunque da


Leo i n cinque compartimenti; - il primo dei
quali rappresenta la morta e involontaria legge
delle caste, che coordina a immutabili norme i
DELL’EVO ANTICO 183
regni dei Battri, degl’Indi, degli Etiopi ; - il se-
condo la forza militare, che su la decadenza o la
ruina dei sacerdozii tenta divinizzare il voler d’un
solo, in Egitto, in Babilonia, in Assiria, i n Me-
dia, in Persia; - il terzo le geniali associazioni
greche, che con felice ardimento si effondono a un
tratto nelle conquiste, nel commercio, nelle scien-
ze, nelle a r t i ; - il quarto l’austero popolo che,
costringendo sè medesimo sotto il triplice vincolo
dei riti, del diritto e della milizia, s’inoltra, in-
flessibile, conquistando la terra ed il mare, tra-
smutando in municipii romani i popoli e i regni,
e traendo da una perpetua lite tutto l’edificio del
diritto civile; - il quinto finalmente l’antica
stirpe, che vinta e oppressa e dispersa sopravvisse
sempre a’ suoi conquistatori, e scese indomita di
secolo in secolo, recando seco la fiducia in un
principio posto fuori delle cose visibili, per cui
l’uomo sfugge alla forza della natura e delle armi
e delle opinioni.
Sembra che si sarebbe dovuto serbare un com-
partimento proprio alla stirpe fenicia, ch’ebbe
t a n t a parte nelle origini europee, e sola tra le
antiche nazioni trasse il potere dal nudo princi-
pio dell’interesse mercantile ; e ben diversa dalle
popolazioni mercantili della bellicosa e studiosa
Grecia, s’aggirò pel mondo combattendo coll’al-
trui braccio, prendendo le cose senza toccar le
idee, e non curando l a scienza, nè l’arte, nè la
gloria, nè il diritto, nè la pietà. E sembra che non
si dovesse obliare quell’immenso imperio dei Drui-
di, che collegando i barbari di tante favelle, pose
il primo fondamento all’unità europea.
Sopra queste profonde astrazioni, che sgorga-
no veramente dalle viscere dell’istoria, Leo stese
un velo di formule, che non sono prettamente isto-
184 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

riche, ma entrano piuttosto nel dominio dell’af-


fetto e della mistica, aspirazione. Quando egli
parla del nuovo principio di salute, che si diffon-
de ‘nelle travagliate genti dell’imperio romano,
egli oblia troppo presto che il campo dell’istoria
è nel dominio dei sensi e nella forze che operano
sul mondo visibile. Perchè questa parola avesse
un senso istorico, bisognerebbe, a cagion d’esem-
pio, che il Bizantino non si fosse poi mostrato per
mille anni insanabilmente corrotto e vile e stol-
to, al confronto de’ suoi vecchi padri di Maratona.
Che anzi, quello stesso popolo orientale che con-
serva nell’antico libro il principio rigeneratore,
non lo intende e non lo cura e non lo feconda, e
vive discorde e infedele e tumultuante. E anche
quando il principio rinnovellato ha penetrate e
collegate le nazioni, esso non varca la soglia del-
l’uomo interiore per trionfare nel mondo dei fatti
e dell’istoria ; il quale non è il suo regno, e rimane
sotto la tempesta delle umane passioni. La parola
di fratellanza e di pace è annunciata e accettata ;
ma lo spirito istorico dei popoli europei ancora
oggidì rimane bellicoso e invasore, come quello
dei loro progenitori Greci e Romani e Celti e
Goti. Essi si stanno a fronte perennemente ar-
m a t i ; essi fanno suddito il bianco, e schiavo il
negro, e tributarii t u t t i i viventi ; e la loro avari-
zia e ambizione non han confine s u la faccia della
teme. Dividiamo dunque le acque dalle acque ; ed
affinchè ciò ch’è mobile e libero non debba per av-
ventura scuotere ciò che deve rimaner fisso ed as-
soluto, conteniamo gli studii istorici al di qua del
limite delle cose sovrumane.
I n mezzo alla vasta dottrina ed alla limpida
morale di Leo, i n un’opera ch’è dettata d a un’alta
riflessione, noi vorremmo eziandio ch’egli non si
DELL’EVO ANTICO 185
mostrasse così avverso al principio dell’indagine
filosofica, incolpandola quasi d’aver corrotto il
senso morale delle nazioni. L’opinione vulgare se-
guì pur troppo in ogni tempo il flusso e riflusso
degl’interessi armati, non quello degl’inermi pen-
sieri. Le guerre civili vennero dai tesori di Delfi
e dalle leggi agrarie, non dalla botte di Diogene
o dai dittonghi di Lucrezio. Le nazioni furono ben
piuttosto corrotte dal fatto della conquista, da
quel fatto funesto, che separando il diritto dalla
forza, fa di due genti armate e generose una col-
luvie di spogliati e spogliatori, un intreccio di
rapporti iniqui e perversi, un ammasso di reci-
proca corruzione.
Noi crediamo fermamente che l a riflessione,
volgendosi su l’antico, può sempre trarne i germi
latenti d’un’ulterior perfezione. Poichè veneria-
mo bensì quanto d’utile e di glorioso ci trasmi-
sero le estinte generazioni, e amiamo cercar nel-
l’istoria il debito di riconoscenza che c’incumbe
verso ognuno dei popoli trapassati ; m e non sap-
piamo come un’assoluta adesione all’antico si
possa conciliare col convincimento che il corso
dell’istoria è progressivo. Noi non ci curiamo della
lunga e valorosa esistenza d’un popolo, se non
quando ella servì di fondamento e quasi di suolo
allo sviluppo dell’intelligenza. I1 genere umano
non avrebbe saputo tampoco il nome di Sparta,
se t u t t a la Grecia fosse stata fedele alle barbare
sue origini come Sparta, e se lo spirito dei popoli
marittimi non avesse generato Erodoto e Tucidide
e Senofonte. Mentre l’idiota di Sparta medita i
vanitosi suoi monosillabi, le tradizioni degli eroi
greci diventano poemi in Jonia, e si sablimano
in tragedia,sui teatri d’Atene. L a morale pubblica
non richiede l’immobilità, ma uno sviluppo spon-
186 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
teneo e continuo, come quello che si vide in Ate-
ne, d a Codro fino all’infelice lega la quale fece
d’Atene uno stato di mercenarii, e aperse per
sempre la voragine delle violenza militare. Quin-
di per noi la ruina delle Grecia esce d a Sparta e
dalla Macedonia, le quali col rozzo loro predo-
minio soffocarono l’intelligenza e il progresso,
senza salvar la morale. Noi non dissimuliamo
dunque che nelle elevate formule, i n cui Leo va
elaborando 1’ ammasso dell’ istoria universale,
avremmo desiderato si mostrasse maggior rispetto
alle opere della scienza, della parola, dell’arte, e
a d ogni nobile prodotto dell’intelligenza e del-
l’umanità. E quantunque vediamo pur troppo an-
gusto nell’istoria il campo della ragione e della
volontà, non solo amiamo vedere il genio vittorio-
so che afferra, il secreto del secolo e lo volge a
nuovi destini ; ma abbiamo cara anche la volontà
che persevera taciturna nel suo santuario, paga
di pur serbarsi nobile e viva. Non vale trascinar
la, mente attraverso a tante istorie per avvilirla
poi sotto « una cieca fatalità, la quale, come dice
Romagnosi, invece di reggere gli animi, li getta
nella sfrenatezza o nella disperazione ». Nulla
gioverebbe l’avere emancipato il libero arbitrio
dai ceppi delle caste e dal muto imperio dei pia-
neti, per aggiogarlo poi, rassegnato schiavo, al-
l’arcana necessità che incalza le masse viventi.
Ma posto ciò che a principio si disse, che ogni
opinione va oggidì ricercando nell’istoria un prin-
cipio di difesa e potenza, e che dallo sforzo con-
temporaneo di tutte le opinioni si pongono in luce
le singole facce del vero, noi accettiamo volon-
terosi ciò che il dottor Leo ci può porgere nella
posizione scientifica d a lui trescelta. Egli rin-
tracciò le cause prime delle sorti dei popoli nelle
DELL’EVO ANTICO

instituzioni religiose, e delineò, benchè con mano


avverse, l’influenza emancipante della ricchezza
mobile e delle imprese coloniali, gettando così su
la lontana antichità la luce che sgorga dall’espe-
rienza moderna. E qualunque sia la parte a cui
propendano le sue affezioni, egli è certo che le
cinque grandi generalità, sotto cui ridusse l’isto-
ria antica, e l’ordine stesso in cui le dispose, of-
frono un grande aspetto di progresso universale.
I popoli cadono; la sventura si rigenera s u la
t e r r a ; vagabondi pastori s’attendano su le ruine
delle marmoree c i t t à ; ma un principio inestin-
guibile sopravvive, e d a ogni rivolgimento ritrae
nuove forze, e scorre di terra i n terra ; e incorpo-
randosi nelle nuove nazioni, condensa a tesoro
delle successive età l’opera dei secoli e le più re-
mote fatiche del genere umano.
X.

Della Sardegna antica e moderna.*

Nelle rimote età geologiche una lunga linea


d i sollevamento costituì le massa fondamentale
della Sardegna, serpeggiando da settentrione a
mezzogiorno, dalla punta più vicina alla Corsica
fino a quella che tra levante e mezzodì accenna
alla Sicilia. Essa spinse fuori a grandi intervalli
le creste granitiche e schistose della Limbara, del
Lerno, del Raso, del Gennargento, del Serpeddì,
dei Sette Fratelli, si diramò a destra e sinistra, e
smosse e dirupò i n vari modi t u t t a la zona orien-
tale dell’isola, portando in alto gli s t r a t i calcari
che posavano negli abissi del mare primitivo. I
quali coprono tuttora il largo dorso della Car-
diga e del monte Santo, le vette del monte d’Olie-
na e del Montalbo, e l’eccelsa e spianata rupe del-
l’isola Tavolara.
Lungo questa zona granitica che guarda l’Ita-
lia, un’altra ne costrussero poi verso ponente e
la Spagna, altre meno uniformi eruzioni d‘indole
vulcanica, che accumularono a brevi distanze
quegli ammassi di basalti, di trachiti, di lave, che
frammezzati da brevi pianure fanno gran parte

* Pubblicato, firmato, col titolo: Di varie opere sulla


Sardegna, nel « Politecnico », IV (1841), fasc. XXI,
pp. 219-273.
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 189
di quelle ineguali e frastagliate marine, La peni-
sola della Nurra, appendice alla, Sardegna tra set-
tentrione e ponente, è 1’ effetto d’un’altra emer-
sione granitica appena abbozzata ; e una striscia
vulcanica, trascorse lungo le falde del Gennar-
gento, tracciò nell’inospite costa orientale la fer-
tile riviera dell’Oliastra. L’intervallo che rima-
neva fra le zone dei graniti e le masse dei basalti,
rimase colmato coi sedimenti sconvolti dalle eru-
zioni o sgretolati dalle acque; e forma monticelli
e colline e pianure, alcune elevate come terrazzi,
alcune circonvallate e rinchiuse a modo di valli.
Senonchè, t u t t e codeste emersioni si arresta-
rono prima, di giungere a considerevole altezza.
E perciò i monti dell’isola non poterono pronun-
ciarsi i n catene seguenti e continue, con larghi
e schietti declivii, come le Alpi e gli Appennini;
ma sembrano tumuli giganteschi, sparsi sopra un
piano ineguale, il quale ingombra e occulta la
traccia sotterranea che li congiunge.
Oseremmo dire che questa mediocrità gene-
rale dei monti preordinò d i lunga mano le condi-
zioni naturali e le attitudini civili dell’isola. Le
sommità della, Sardegna non si levano sul mare
come le ghiacciaie delle Alpi, le cui acque, in
aperti fiumi o i n sotterranee vene, abbeverano
un’immensa ed uniforme declività, t a n t o più co-
piose quanto più ne scioglie la calda stagione ; nè
i monti della Sardegna adeguano d’altezza i Pi-
renei, o la Catene Asturica, o la Sierra Nevada
che feconda il mezzodì della Spagna. L a Corsica
medesima torreggia sui mari col Monte Rotondo,
e la Sicilia colle nevi perpetue che accerchiano i
fochi dell’Etna. Ma tra le sommità della Sardegna
il solo Gennargento s’avvicina all’altezza incirca
del nostro Resegone, uno degli infimi scaglioni
190 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

delle Alpi; e tutto il rimanente dell’isola oltre-


passa di poco i mille metri.1
L’effetto di questo si è che in quella latitudine
meridionale e in quel cerchio di mari, la neve in
pochi luoghi fa, durevole soggiorno, benchè tal-
volta faccia momentanea comparsa anche in apri-
le. Perlochè i fiumi dell’isola, che nella sta,‘gione
piovosa scorrono gonfi e interrompono le vie, in
breve inaridiscono; e allora le scarse e tepide ac-
que, che ristagnano nei dirupati alvei o f r a le
argille delle attigue lande, o nei rigurgiti delle
maremme, annebbiano dei loro effluvii le pianure,
e fanno intorno ai lidi dell’isola una cintura for-
midabile agli stranieri, ed anco ai nativi. A mezzo
giugno sui più bassi piani sparisce ogni verdu-
r a ; e quando le mèssi sono falciate, quegli spazii
staz’arbori e senz’acque, offrono l’immagine del
deserto. Il vento di maestro, che soffiando dal golfo
di Lione, approda all’isola, umido e freddo, nello
scorrere per quaranta miglia. su la riarsa landa
del Campidano, giunge sopra Cagliari già secco
e cocente. Viceversa, l’opposto vento di scirocco
che, giungendo a Cagliari carico di vapori salini,
vi bagna il selciato e le scale, riesce già secco
quando arriva per le medesime lande a d Oristano.
Nondimeno il dominio dei venti refrigeranti è

1 I1 Gennargento, apice dell’isola, è alto metri 1917.


La più alta pendice del Limbara 1319, il Lerno 1092, il
Raso 1247, il Monte d’Oliena 1338, la Vittoria 1234, il
Serpeddi 1075; i Sette-Fratelli, che dividono il golfo di
Cagliari dal Mare Tirreno, non giungono tampoco a mille
metri (957); e dall’opposta riva del golfo la Punta Severa,
l a più alta del Capo Terra, non supera i 983
F r a le masse vulcaniche dell’occidente la maggiore è
il Monte Ferro, ma il suo cratère più elevato, il Monte
Urtico, è alto soli metri 1050.
DELLA SARDEGNA ANTICA

quasi continuo. e la direzione generale dei monti


e la loro stessa sconnessione ne agevolano il corso.
I venti di maestro, o prossimi al maestro (X. O . ;
N. N. O . ; O . N. O.), regnano quanto t u t t i gli altri
insieme; poco frequenti son quelli di tramontana
e di greco; e più r a r i ancora quelli che prendono
del mezzogiorno. È poi continua l’alternativa tra
i venticelli notturni e rugiadosi che vengono dai
monti, e i venticelli marini che soffiano su l’ora
del meriggio. Perlochè, quantunque Cagliari sia
d’un grado e mezzo più meridionale di Napoli, e
giaccia di fronte all’Africa, la temperatura me-
dia (16° 6 C.) vi & quasi d’un grado men calda che
a Napoli (17° 4 C.). Ma la pericolosa vicenda dei
venti freschi e del sole ardente costringe gli abi-
t a n t i a tenersi tanto più coperti quanto più cresce
I’ardor della stagione : e lo straniero, i n quel clima
africano e nel cuor dell‘estate, ritrova con sua
meraviglia un popolo che porta da tempo imme-
morabile vesti di cuoio e sopravvesti di pelliccia.
Poche sono in Sardegna le terre basse; anzi
il Campidano stesso ha un alto dorso nel suo
mezzo, dove giacciono gli stagni di Sanluri e Ra-
massi. L’isola t u t t a è una scala di pianure inter-
rotte da bassi monti, e talora stese sul loro dorso
e più elevate che non le montagne marittime.
Cagliari e Alghero sono costrutte su colli accanto
a l mare, Eglesia è alta più di trecento metri (323),
benchè lontana dal mare sole cinque miglia; e le
piccole città di Tempio e d i Nuoro sono alte poco
meno d i seicento metri (576 e 581) come molte al-
tre delle migliori terre, Osilo, Ozieri, Bono, Orani,
Oliena, Meana, Laconi, I s i l i ; a più di ottocento
metri sono le ville dell’alpestre Barbagia : Belvì,
Arizzo, Seui; e l’abitato più eccelso di tutti, il
convento di Fonni, è all’incirca a mille metri (998).
192 CATTANEO - SCRITTI STORICI - 1

Non è meraviglia che i n quegli alti recessi, f r a


dense selve, e pascoli verdeggianti, e fontane che
scorrono fredde e limpide nelle fessure dei gra-
niti, le bellicose stirpi indigene abbiano potuto
per molti secoli ripararsi dagli invasori, che ora
sbarcavano a depredare le calde e vaporose ma-
remrne. ora a coltivarle; e sempre lasciarle semi-
nate dei loro sepolcri. E v‘ha ogni argomento a
credere che, mentre varie nazioni dell’A sia, del-
l’Africa e dell’Europa apparvero e scomparvero
più volte su quei lidi, le stirpi primitive soprav-
vissero alle stragi. e ristorate di bel nuovo nel-
l‘asilo dei loro monti. scesero poi cogli armenti a
ricondurre la vita errante sul piano derelitto. E
tuttavia dura a i giorni nostri questa lutta d’una
tenace pastorizia. con un‘agricultura vacillante,
la quale appena osa stabilire e difendere i termini
dei campi. E durerà lungamente, sino a che il
commercio, il quale con sempre diverse genti
venne dal mare all‘isola, ma non seppe mai sten-
dersi dall’isola a signoreggiare sui mari, non siasi
ben radicato nell’intimo vivere delle popolazioni,
non soggioghi le ultime reliquie della vita pasto-
rale, e non armi l’agricoltura con quei copiosi
capitali, senza cui non vale potenza di clima o fe-
racità di terreno.
Questa disposizione naturale conservò in quei
popoli più vestigia forse d’una età primitiva che
non in altra qualsiasi parte d’Europa. E il gene-
ral Della Marmora ponendo a fronte gli idoli di
bronzo dei più remoti tempi e i viventi pastori,
non solo dimostrò simile affatto la forma delle
vesti, ma perfino il modo di trecciare i capelli e
di ripiegarli dalle tempia intorno a l berretto. Sì
poco può il corso materiale del tempo, quando
non si mutano le condizioni della vita civile.
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 193
L'istoria parla d'antiche colonie, ma non dice
che spegnessero i naturali dell'isola; nè pare che
da popoli navigatori, industri, adorni d i lettere
e d'arti potessero esser discese quelle tribù che
ancora ai tempi di Strabone abitavano caverne, e
non seminavano campi, e depredavano le terre
degli agricultori. A quale stirpe appartenevano
quegli aborigeni ? Popoli primitivi, che gli stranie-
ri precludono dal mare, non possono sviluppare
in anguste alpi una propria civiltà, nè lasciare
artificiosi monumenti ; ma se non vengono del
tutto sradicati dalle valli native, possono tra-
mandare nel loro aspetto e nella favella, o almeno
nella pronuncia, qualche indicio delle origini pri-
me. Abbiamo detto più volte che l'antica geo-
grafia dei popoli italiani traspare nei viventi dia-
letti, i quali nella penisola segnano i confini delle
immigrazioni celtiche fra i popoli liguri, veneti
e toscani, là dov'erano prima che la conquista ro-
mana vi soprapponesse colle sue colonie e colle sue
vie militari un velo di comune nazionalità. Ora,,
non v'è ragione che diversamente avveniasse nella
Sardegna, ove il mare circostante e il difficil cli-
ma e l'indole tenace dei popoli conservarono più
che i n Italia le orme del tempo antico. Quindi
dacchè gli scrittori dicono che i n Sardegna vi fos-
sero tribù di Còrsi, di Siculi, d'Afri, e d'lberi o
Baleari, ossia di t u t t e quelle medesime stirpi che
a bi t a ron o le t erre cir c ost ant i, q ua le h e viva t ra ecia
dovrebbe esserne rimasa i n quelle parti dell'isola
che furono da loro specialmente abitate. E quindi
per entro a i viventi dialetti sarebbero a scrutarsi
quelle consonanze il cui complesso deve adom-
brare la giacitura delle primitive popolazioni.
La più cospicua e certa di siffatte tracce è
quella che lasciarono i Corsi, i quali, tragittato
1 3 . . CATTANEO. Scritti storici I
194 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

lo stretto, abitarono, secondo Tolomeo, la parte


boreale della Sardegna; poichè il dialetto quasi
toscano dei Corsi regna appunto su tutto il lem-
bo settentrionale dell’isola. I pastori della sel-
vaggia’ Gallura, su lo stretto di Bonifacio, non
solo parlano un dialetto côrso, m a non si ami-
mono il nome di Sardi, anzi lo dànno agli altri
abitatori dell’isola, dai quali li distingue anche
una maggior fierezza di costumi. Quel dialetto
si stende su la riviera di Sassari, e nella penisola
della Nurra, e in tutte le isolette che giacciono
t r a la Corsica e la Sardegna. E non può attri-
buirsi alla tarda signoria dei Pisani, poichè non
re n’è traccia alcuna a Cagliari, ove essi ebbero
più durevole soggiorno, mentre intorno a Sassari
avevano più fermo dominio i Genovesi. Trovato
vero ciò che gli antichi scrissero dei Corsi, trovata
anche in Sardegna una prova della stabilità delle
stirpi intorno alle loro prische sedi, bisognerebbe
porre a diligente scrutinio gli altri dialetti, e d
estrarne la parte più distintiva e singolare, per
farne paragone coi linguaggi di quegli altri po-
poli che gli stessi scrittori annoverano fra i più
antichi della Sardegna, come i Siculi, gli Afri O
Csbaili, e gli Iberi o Baleari.
È certo che il dialetto più diffuso nell’isola,
dominante nelle civili transazioni e nell’uso del
pulpito, e detto propriamente sardo, a prima
giunta rammenta molte proprietà dello spagnolo :
Et cum cara turbada et de ira accesos
Oyos los mirat.
E con faccia (ciera) turbata e d’ira accesi
Occhi l i mira.

Nè questa simiglianza può attribuirsi al mo-


derno spagnolo, perchè abbiamo scritture ante-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 195
riori d’un secolo alle prime spedizioni aragonesi,
e di più secoli a l dominio castiliano, in cui si ve-
dono t u t t e quelle forme che a d orecchio italiano
suonano quasi spagnole, benchè non siano preci-
samente t a l i : custas isclas cum aquas duichis et
cum aquas salsas (queste isole colle acque dolci e
s a l s e ) ; come leggesi i n una c a r t a del 1216. Per-
lochè sarebbe a conchiudere che la lingua romana,
nel diffondersi i n Sardegna, incontrasse, secondo
i varii luoghi, l‘azione d’alcuno d i quelli stessi
elementi che ne formarono altrove il toscano-
côrso e lo spagnolo.
Si noli però che sì nel sardo côrso come nel
sardo proprio non mancano varie consonanze col
dialetto siciliano. A cagion d’esempio il v latino
si muta i n b a rovescio d i ciò che a n i m e nello
spagnolo; la doppia Il si muta i n doppio d d , che
riesce dentale quanto quello degli inglesi: e per
tuttociò la voce latina villa diviene b i d d a . Selle
desinenze vocali si fugge l’o, e nel cagliaritano
e nel corso anche l’e, e si mutano in u ed i n i. Le
quali proprietà, mentre contrariuno quella super-
ficiale simiglianza che a t u t t a prima si affaccia
tra il sardo e lo spagnolo, richiamano ciò che gli
antichi dissero delle tribù sicule della Sardegna,
e segnano quasi un antichissimo nodo comune
fra i popoli delle t r e grandi isole italiche.
E tuttavia rimane ancora qualche elemento
affatto proprio, il quale accenna esservi nella po-
polazione dell‘isola qualche cosa che non con-
suona nelle origini sue con alcuno dei popoli vi-
cini. A cagion d’esempio, i n molti nomi di ville
e territorii v’è un suono simile a l i francese ; e i
Sardi lo segnano colla lettera, x per esempio, Si-
maxis, Trexenta. Fra le centinaia di dialetti in
cui si modifiicò la lingua italiana il sardo è l’unico
196 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

che per qualche ignota, predisposizione rifiutò


l’articolo comune a t u t t i gli altri, e derivato dal
pronome ille, per adottare a preferenza quello che
deriva dall’ipse. Quindi invece di dire: mira
l’umido manto tenebroso la n o t t e i n l’aria sten-
d e ~ ; ira la luna splendere ec., il poeta sardo
dice :
Mira s’umidu mantu tenebrosu
Sa notti in s’aria stendiri;
Mira sa luna splendiri
De stellas coronada ec.
PINTORE.

S e i quali versi s’intravvede ad un tempo, quasi


in tessuto cangiante, la fibra latina ora volgersi
alla forma sicula e corsa, ora alla spagnola, pur
rimanendovi qualche cosa, di proprio e singolare.
Tratto t r a t t o poi il dialetto sardo prende
aspetto interamente latino, cosicchè come i n ita-
liano e in portoghese, ma con altre voci, vi si sono
potuti tessere lunghi componimenti di parole che
sono allo stesso tempo sarde e l a t i n e
Canto pro quale causa
Gemat Sardinia misera
De tristu vultu e t lacrimas
Mandet inconsolabiles.
MADÀO

Gli sforzi che fecero gli studiosi per trovar con-


nessioni t r a i l sardo e l’arabo, sono stentati e in-
felici. I cenni istorici, che verremo abbozzando
per delineare il presente stato civile di quell’isola,
mostreranno ad un tempo perchè i popoli orien-
tali possano avervi lasciato più reliquie dei loro
edificii che non del loro linguaggio, e perchè ciò
che nel linguaggio sardo 11011 è romano, si debba
piuttosto attribuire alle più antiche tribù pasto-
rali, che non a colonie fenicie o moresche. Il che
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 197
potrebbe porgere un lume ad illustrare la primi-
tiva, istoria del paese.
Le più antiche memorie intorno alla Sardegna
parlano d i colonie etrusche e fenicie. Non pare
che gli Etruschi o Tirreni, i quali lasciarono il loro
nome al vicino mare, potessero esercitar. dominio
navale senza approdare ad un’isola la quale s i
vede da ogni parte dei loro lidi. Forse quei navi-
gatori asiatici, che, secondo le tradizioni, fonda-
rono gli Stati etruschi sui lidi d'Italia, altri ne
fondavano al medesimo tempo nelle isole. Lo
stesso può dirsi dei Fenicii, che radendo la Sar-
degna, navigavano alle loro colonie della Betica e
della Mauritania. L'isola è t u t t a sparsa di monu-
menti, alcuni dei quali congeneri a quelli che i
due popoli summentovati lasciarono altrove. Per
verità i sepolcri che il popolo attribuisce a i giganti
e quei rudi obelischi che i n Sardegna come in
Francia si chiamano pietre fitte rammentano i
cromlech, i dolmen, i menhir dei Celti. Ma più ce-
lebrate sono quelle torri che in numero di tremila
e più si ammirano nell'occidente e nel mezzodì
dell'isola, ove sparse, ore aggregate alle foci dei
fiumi, ore ordinate lungo l'orlo d'alto e solitario
pianoro,
come in su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona.
Inf. XXXI.

Sembra avessero destinazione di santuarii e qual-


che volta anche d i sepolcri.1 Sono a forma di cono

1 « Les Nurhags de la Sardaigne et les Talayots des


Iles Baléares pouvaient très bien être des monumens re-
ligieux, et dans certains cas avoir servi de sépulture».
Della Marmora, T. 11. 159.
198 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

tronco; fatte a regolari s t r a t i d i pietre grezze,


senza, cemento di calce, rarissime volte d’argilla,
con una o più camere sovrapposte, che alla, som-
mità si rastremano quasi a votla circolare e ta-
lora, acuta : con angusto ingresso per lo più rivolto
a mezzodì, e una scala o salita spirale che prati-
cata nella grossezza del muro perviene alla cima.
S o n sono senza qualche simiglianza alle anti-
chissime torri sparse per l’Irlanda, che l a tradi-
zione attribuisce a una gente orientale adoratrice.
del foco. E al foco sembra alludere il nome loro
di nuraghe o nurachi ; poichè nur nella lingua
degli Ebrei, e probabilmente in quella dei Fenicii.
sonava foco. E da queIla lingua sembrano trat t i
anche alcuni degli appellativi coi quali i l mondo
le contrasegna, come per esempio Nuraghe Adon i .
che è quanto dire di Dio. Si contano nelle colle-
zioni dell’isola e altrove ben centottanta figure
d’antichi idoli sardi, affatto distinte da qualsiasi
modello etrusco, romano, greco ed egizio. Nè
perciò, come saviamente e ragiona il Della Mar-
mora, possono dirsi indigene ; poichè offrono t a -
lora le forme colà s t i n i e r e della scimmia e del-
l’antilope, e alludono alle alte dottrine astrono-
miche e dualistiche dell’Oriente. Pare che le im-
prese dei Fenicii venissero simboleggiante, come
in Italia e i n Grecia, non solo sotto il consueto
nome d’Ercole, ma anche di Sardo suo figlio, il
quale dicevasi esser venuto da Tarsis, cioè dalle
colonie fenicie di Spagna, e aver dato il nome al-
l’isola, e insegnata a i naturali l’arte d’edificare.
Le iscrizioni puniche lo chiamano A6 Sardon e
le romane Sardus Pater.
Anche i Greci parlavano di due loro colonie,
che insegnarono ai selvaggi il governo del mele e
del latte; e i popoli Iliensi si dicevano avere avuto
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 199

il nome dal greco Iolao. Ma nessuna illustre città


greca fiorì mai nell’isola, quasi nessun monumen-
t o vi rimase di quella nazione, la quale per verità
f u precorsa nella civiltà dall’Asia e dall’Italia ;
laonde ciò che si dice dei Greci primitivi, si deve
forse riferire a quelle genti che vennero dall‘Asia
a iniziare la civiltà dei Greci stessi.
Tra le colonie fenicie della Libia, Cartagine
f u quella che trasse a sè il primato, sicchè la lon-
t a n a autorità della madre patria. cadde in oblio.
Pare che i Cartaginesi non abbiano acquistato
questo loro dominio sii le città marittime della
Sardegna senza grandi violenze; e si narra che
estirpassero le piante, e vietassero di seminare i
campi, e gettassero in mare gli stranieri che vi
approdavano. Infine le emule città sedussero le
soldatesche mercenarie di Cartagine, e la misero
alle strette. Si narra che un grand’esercito d‘Iberi
si ribellasse, e si rifuggisse nei monti a vivervi
come nel suo paese nativo, e che dai Côrsi fossero
chiamati Balari, il che nella loro primitiva lin-
gua sonasse fuggitivi. Ciò fa credere che si stabi-
lissero nella parte dell’isola più vicina alle tribù
côrse ; e per le cose anzidette non sembrerà troppo
frivola congettura il notare, che nei dialetti ap-
punto di quelle parti e, come dice il prof. Spano,
« nella sezione che abbraccia l a città d’Ozieri, il
Meilogo, I t i r i , Tissi, Ossi. Ploaghe e t u t t o il di-
partimento d’Anglona )) (Ortogr. P . I, § 37), do-
mina l'aspirazione spagnola. Ed è curioso che
l’ultimo villaggio dell’Anglona, sul confine ap-
punto dei Corsi di Gallura, si chiami tuttora Per-
fugas, che sarebbe la traduzione latina del sopra-
detto côrso Balares. Poco dopo la prima incur-
sione dei Romani, una rivolta universale degli
eserciti mercenarii esterminò tut ti i Cartaginesi
200 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I I

che stanziavano nell’Isola. Così dopo aver divo-


rato le colonie più antiche, furono spenti anch’es-
si ; e non andò guari che gli stessi loro mercenarii
ribelli, per uno sforzo concorde degli indigeni,
vennero costretti a salvarsi in Italia.

Roma allora s’invogliò delle vicina e inoccu-


pata signoria; Manlio Torquato vi tragittò e ne
fece una provincia, primo paese che portasse quel
nome. Ma la resistenza degli isolani fu pertinace ;
parecchi consoli si trasmisero mano mano quella
guerra; e rimase memoria d’un Pomponio Matonel,
le cui genti, guidate da veltri, perseguitavano i
Sardi fino nelle spelonche dei monti, come poi
fecero gli Spagnoli nelle Antille. Nella seconda
guerra punica i pastori, col soccorso dei Carta-
ginesi, ripresero le armi. Tornò allora in Sarde-
gna Manlio, il primo conquistatore ; e i n una san-
guinosa giornata uccise dodicimila Sardi, fra i
quali il giovine loro principe Hiosto, il cui padre
Amsicora dopo la battaglia si tolse da sè la vita.
La montagna però non era doma, e le legioni do-
vevano vegliar sempre alla difesa delle mèssi su
la conquistata pianura. Trent’anni dopo, il prp-
sidio romano trovossi subitamente atterrato da
una pestilenza ; i Sardi corsero di nuovo alle armi.
Allora vi si mandò Gracco il padre, il quale, dopo
due anni di guerra e due sanguinose vittorie, fece
vendere schiavi t u t t i gli uomini capaci di portare
le a r m i ; e tra le feste trionfali affisse nel tempio
dell’Aurora una tavola votiva, ov’era effìgiata la
forma dell’isola per lui conquisa, con un’iscri-
zione che diceva morti o presi più di ottanta m i l a
nemici. I1 qual numero veramente, anche nella
presente popolazione dell’isola, comprenderebbe
a un dipresso tutti gli uomini dai vent’anni ai
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 201
quaranta. D’allora i n poi scesero tuttavia dai
loro ricoveri i pastori a depredare le terre colti-
vate; ma si può appena dare a quelle incursioni
il nome di guerra, quantunque i capitani romani
per conseguire gli onori del trionfo annunciassero
talvolta considerevoli fatti d’arme. Così dopo u n
secolo di guerra, ed è all’incirca due mila anni,
l’antica nazionalità dei Sardi era già annodata
dalla forza delle armi alla vasta associazione del-
l’imperio romano, ch‘è quanto dire della civiltà
europea.
L’isola divenne allora quasi una possessione
del Comune di Roma, il quale ne traeva sotto
varii nomi larga rendita d i grani e bestiame. Ol-
tre alla decima del grano, affatto gratuita, si le-
v a v i ~talora. una seconda decima che pagavasi a
basso prezzo; poi il frumento estimato che paga-
vasi a prezzo mercantile; poi ne’ casi urgenti
v’erano le compre forzose, che ‘si dicevano fru-
mento comprato ; poi v’erano i donativi, e il fru-
mento onorario, ed altre prestazioni ; le quali
vennero crescendo, a misura che l’amministrazio-
ne degenerava verso la forma orientale, e si rias-
sumeva i n una assoluta e noncurante fiscalità.
M a prima che le cose di Roma volgessero a
quell’estremo mutamento, l’agricoltura sarda ebbe
prosperi giorni, e pare che la popolazione fosse
a più doppii maggiore che non sia mai stata di
poi. I geografi raccolsero i nomi di cinquanta
ch’essi chiamano città, molte delle quali anche
nelle parti più interne; ed erano congiunte fra
loro con suntuose vie, di cui rimangono le vesti-
gia i n territorii che d’allora i n poi non ebbero più
strade ; t a n t a era quella, romana civiltà, ora trop-
po vilipesa d a chi troppo la ignora. Per. questo
mezzo, e pei molti porti marittimi, dovevano allo-
202 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
ra le regioni interne della Sardegna partecipare
al libero commercio, che spaziando per l’immenso
imperio si stendeva sino alla Persia. S u quelle ra-
pide vie, in quel traffico senza confini, le disparate
lingue dell’occidente si andarono quasi tutte tra-
mutando i n dialetti d’una sola. La Sardegna ave-
va due città che si reggevano con privilegio mu-
nicipale, e pare che i Romani vi fondassero due
soie colonie. Perlochè le tribù indigene, ravvici-
nate fra loro e col mondo, appresero bensì le voci
della lingua universale di quei tempi, ma non pare
che venissero sbarbicate dalle loro antiche terre.
Ad ogni modo non poteva, come i disprezzatori
del nome romano vanno dicendo, essere tanto dura
ed abietta la vita d’un popolo che potè allora, al-
lora soltanto e n o n più mai, ornare l‘isola sua d i
ponti, di templi, di teatri, di bagni e di celebrati
acquedutti, l’uno dei quali giungeva a Calari fin
dai colli di Siliqua, per un intervallo di forse
trentamila, metri. F r a quella pace e quell’abbon-
danza e quelle provvida grandezza si svolgeva la
giurisprudenze romana, che scoperse e dettò, a
beneficio perpetuo di tutte le nazioni civili, i due
fondamentali ordini della famiglia e della pro-
prietà. La cultura dell’intelletto si spargeva in
tutte le provincie, poichè la minor parte degli il-
lustri scrittori latini ebbe i natali i n Roma, e gli
studii già vi si erano propagati nella classe dei
liberti non solo, ma dei servi. E fin dai primi
tempi troviamo nel consorzio più elegante di Ro-
ma il sardo Tigellio, cultore della musica. E se
non sursero in Sardegna uomini pari a Virgilio,
a Llivio, a Catullo, ciò f u difetto a quei tempi
anche d’altre belle regioni d’Italia, come l’Etru-
ria, la Liguria, la Subalpina; e bisognerebbe sa-
per più assai che non sappiamo delle intime con-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 203

dizioni naturali e religiose dei diversi popoli,


che si erano aggregati all’imperio, se volessimo
spiegare perchè la, Cisalpina, e la Venezia e la, Spa-
gna dessero immantinente alle lettere latine più
illustri nomi che non l’Aquitania e la Sicilia e la
Sardegna e parecchie regioni della stessa penisola
italica.
Le scorrerie dei montanari su le terre culte
erano durate, come si disse, per lungo tempo. E
perchè il clima riesciva funesto alle legioni roma-
ne, Tiberio vi aveva relegati in forma di presidio
quattromila tra Israeliti ed Egizii, in pena del-
l’aver essi tentato propagare in Roma le osser-
vanze dei loro culti. L’oriente, divenuto parte
dell’imperio, già, cominciava a versar su l‘occi-
dente quelle tendenze spirituali che poi vi pro-
dussero un’indelebile innovazione. E forse sotto
il nome d’Israeliti vi andarono confusi anche i
seguaci del cristianesimo nascente. E così in Sar-
degna, in faccia agli indomiti aborigeni, si veni-
vano adunando gli elementi t u t t i del mondo mo-
derno, l’agricoltura, il commercio, la lingua, le
lettere, le leggi, la fede, ma senza svellere del
tutto le tradizioni native.

Senonchè, l’autorità militare per diffidenza, dei


Cesari a poco a poco trapassò dall’elegante e stu-
diosa cittadinanza d’Italia alle rozze milizie della
frontiera settentrionale. Senza avvedersi il po-
polo romano si trovò a poco a poco in forza di
stranieri, che dilapidarono la fortuna pubblica e
privata. Alla fine quelle barbare soldatesche si
dilagarono nelle provincie a proposito disarmate
e disciolte; e cominciò quel doloroso sovverti-
mento che agli attoniti popoli parve una trasmi-
grazione universale del genere umano, e di cui gli
204 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

istorici amano ripetere il pomposo nome, perchè


mirano solo i frammenti delle nazioni barbare che
con tumulto si mossero, non le grandi masse che
rimasero immote nelle sedi native.
L’esercito dei Vandali, che dopo aver qua e
là. vagato in varie provincie si era acquartierato
i n Africa, ne devastò le città. e per zelo d’ariane-
simo cacciò i vescovi cattolici, i quali rifugiati in
Sardegna vi portarono le ossa del più illustre fra
loro, sant’Agustino ; e si ricoverarono a Cagliari
in un comune domicilio, ove, lasciate al disa-
stroso loro corso le cose del mondo, si raccolsero
nello studio della vita interiore, e promossero
nell’isola la nuova fede. Parecchi in Sardegna
dal culto degli idoli giunsero in breve agli onori
della chiesa ; e fatti vescovi di lontane città, eb-
bero parte a quelle grandi dispute teologiche che
si agitavano in mezzo alla ruina universale del
mondo antico. Ma la decadenza delle abbando-
nate cose, le rapine dei barbari, la ruina delle
strade e degli acquedutti, il ritorno delle acque
stagnanti, la desolazione dei mari, lo scioglimento
d’ogni privata sicurezza e d’ogni vincolo civile
dovevano aver fatto dileguare in breve la prospe-
rità delle campagne sarde. E colla stessa propor-
zione tornavano a predominare neli’isola i pa-
stori, le orde dei quali, ingrossate colle bande
degli esuli e dei servi fuggitivi, dovevano infestare
l’avvilita agricultura e le crollanti città. E sic-
come si tenevano stretti ancora agli aviti loro
idoli, si trovarono sempre più stranieri al cospetto
dei seguaci tanto del cattolicismo quanto dell’aria-
nesimo, che si dividevano allora le città del mon-
do romano. Pare che verso quei tempi, se non già
prima, si desse loro il nome di Barbari e di Bar-
baricini, cosicchè il nome di Barbaria, e nel dia-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 205

letto sardo Barbagia o Barbagia, restò affisso


per sempre alle alpestri valli del Gennargento.
Procopio vuole che i re vandali facessero traspor-
t a r dall’Africa alcune orde di Mauri, i quali oc-
cuparono i monti vicini a Cagliari; e alcuno at-
tribuisce a questi l’origine e il nome dei Barba-
ricini. Ma è più probabile che i Vandali, invece
d’ammazzarli in Africa, li tragittassero in Sar-
degna per opporli alle incursioni degli aborigeni,
come Tiberio vi aveva tragittato Egizii e Israeliti.
E i monti della Barbagia non sono i vicini a Ca-
gliari; e tali devono piuttosto dirsi quelli del
Capo-Terra, che guardano appunto l‘Africa, tanto
più che i contadini di quelle parti portano tuttora
il nome vulgare di Maureddi ; e non è difficile che,
stranieri a l paese, invece d’affrontare i predatori
poveri e feroci, si dessero secoloro a infestare gli
avanzi inermi delle città. facile il figurarsi qual
fosse il destino degli agricultorì, che rimanevano
senza difesa fra i montanari inferociti, i bar-
bari della Mauritania e quegli del settentrione.
L’invasione stabile dei Vandali in Sardegna
ebbe luogo circa trent’anni Uopo la prima (456).
P durò poco meno d‘ottant’anni (534); ma, per
l’aperta opposizione delle credenze religiose nelle
città, e per l‘indipendenza, dei montanari, non
poteva lasciare alcuna durevol radice. Dispersi
i Vandali d a Belisario, le reliquie delle città sarde
si ricongiunsero all‘imperio di Giustiniano, i I
quale cercava raccogliere le sparse membra della
potenza a un tempo e della legislazione romana.
Egli fece stanziare le milizie appiè dei monti per
frenare le incursioni dei pastori. Rivolse poi le
armi contro gli Ostrogoti che dominavano tuttora
nella penisola italica. Nel mezzo di quelle lunghe
guerre Totila fece un’incursione in Sardegna (551);
206 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

ma nel breve termine di due anni Totila stesso e


il suo successore Teia furono uccisi in Italia, e
cadeva seco loro il dominio della nazione ostro-
gotica, che rimaneva affatto sperperata. Pochi
anni dopo (568), i raggiri della corte bizantina
traevano in Italia i Longobardi, i quali tentarono
invadere anche la Sardegna; ma poco esperti
d’imprese marittime, furono respinti. E qui fini-
sono le imprese dei barbari settentrionali s u le
coste dell’isola, le quali soggiacquero in tutto ot-
tant’anni alle incursioni dei Vandali, e due a
quelle degli Ostrogoti ; nel qual tempo le terre in-
terne si conservarono libere e armate. Perlochè
le rupi della Barbagia dividono colle lagune della
Venezia il vanto d’essere state esenti da quelle
invasioni.
I1 cristianesimo intanto dalle città della Sar-
degna si propagavo fra gli schiavi sparsi nelle
campagne ; e solo allora il fisco bizantino cessò di
riscuotere la tassa che si era ingiunta a quelli chi.
perseveravano nei riti pagani. E finalmente, i n un
trattato di pace t r a Zabarda governatore bizun-
tino dell’isola e Ospitone principe dei montanari,
si convenne che due missionarii fossero ammessi
a predicare f r a quelle genti. Senonchè, ciò che
Dante scriveva della Barbagia sette secoli dopo
quel trattato, farebbe credere che fra quelle orde
pastorali non si fossero così tosto colla nuova fede
riformati i vetusti costumi.1
Dopo il secolo VIII non si tenne più memoria
dei fatti, «Da questo punto, scrive il barone
Manno, maggiori si addensano le tenebre su la

1 Che la Barbagia d i Sardigna assai


Nelle femine sue è più pudica
Che la Barbagia ov’io la lasciai. Purg. XXIII.
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 207
istoria ecclesiastica e civile della Sardegna ». L’in-
telletto degli Europei era caduto nella più pro-
fonda abiezione. Noi troviamo la Sardegna invasa
dagli Arabi, senza, che nell’isola rimanga. ricordo
alcuno del tempo e del come. Sappiamo solo che
Luitprando i*e dei Longobardi mandò a levare le
ossa di sant’Agustino, alle quali diede sepolcro
i n Pavia; unico fatto che attesti le mutate sorti
dell’isola. Rimane che i dotti sardi ricerchino
nelle doviziosa letteratura dei Musulmani quelle
vestigia degli avvenimenti, che non seppero tra-
mandare i loro padri.
Non sembra però che il dominio saraceno fosse
stabile nè prospero, poichè non lasciò colà quegli
splendidi monumenti che si ammirano in Sicilia
e Spagna. Anzi pare che gli abitanti, difesi dalle
maremmie e dalle selve, e dalla mobilità stessa
del loro vivere pastoreccio, opponessero indomita
resistenza . Una cronica francese dice., che, verso
gli ultimi anni di Carlo Magno, respinsero con
grande uccisione i Mori, i quali furent desconfit
et chacié et s’entfuirent a grant dommage de leur
gent ; e pare che dessero loro un’altra rotta ai
tempi di Lodovico il P i o La qual prodezza dei
Sardi è tanto più onorevole, in quantochè non solo
le armi saracene, abbattuto i n un giorno il fiacco
dominio dei Visigoti, tenevano la Spagna, anzi
la Sicilia e la Corsica, ma correvano fino alle porte
d i Roma e alle vicinanze di Parigi ; nè si può
dire che quel valore fosse innestato i n loro da
mescolanza d i sangue settentrionale, come trop-
puerilmente si affermò della Spagna. Fra l’in-
dolenza e la viltà bizantina, pare che la difesa
fosse sostenuta da spontaneo moto dei popoli
guidati dai loro giudici, ai quali in alcunl scrit-
ture del secolo l X già si dicono suggetti. Era dun-

.--.-
_I .I
208 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

que una provincia abbandonata a l nemico, la


quale provvedeva alla meglio a i casi suoi, poichè
le navi moresche avevano intercetta ogni comu-
nicazione fra l’isola e la rimanente Europa. I n
quella inculta e fiera indipendenza vissero i Sardi
circa t r e secoli, fino intorno al mille. E in tutto
quel tempo si rammenta, solo un conte Bonifacio
di Lucca, che raccolta una compagnia di Toscani,
assumtis comitibus d e Tuscia,perseguitava le navi
saracene lungo i lidi di Corsica e Sardegna.

Verso il mille, il corso dell’istoria si rannoda.


Pare che allora Musset principe arabo, tragit-
tando forse dalle isole Baleari, si annidasse in
Cagliari, e di là trascorresse a d assalire la città
d i Pisa che fu salva. per. opera dell’eroica donna
Chinzia dei Sismondi. I Pisani convennero allora
col pontefice ch’essi avrebbero la signoria di t u t t a
l’isola, purchè ne cacciassero il Saraceno. Lo
fecero; ma il Saraceno ritornò. I Pisani allora
richiesero compagni all’impresa i Genovesi, ser-
vando per sè l’acquisto della terra e promettendo
di lasciar loro tutta la preda. Senonchè, quando
questi videro l’ampiezza ed ubertà delle riviere
sarde, se ne pentirono, e vennero a lite coi Pisani.
ma furono vinti e cacciati. Verso la metàh di quel
secolo riappare il nome, sia del primo, sia d’un
secondo Musset, il quale vince in battaglia i Sardi
e i Pisani; ma mentre assedia Cagliari, viene
sconfitto d a numerosa armata, raccolta da varie
potenti famiglie liguri e toscane, fra cui vediamo
annoverati i Doria, i Malaspina, i Sismondi, i
Gaetani, i Sardi, i Gherardeschi ; i quali dividono
fra loro la signoria deIle varie parti dell’isola,
mentre il Comune di Pisa, per onestare l’opera
della forza, fa omaggio feudale della Sardegna
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 209

agli imperatori, e nel tempo stesso ne dimanda


al Pontefice la sovranità. Ma pare che t u t t o ciò
fosse un mero titolo per interdire con legittimo
colore alle altre città del continente il commer-
cio dell’isola; e del resto non sembra venisse a
turbare il principato che le famiglie dei giudici
erano venute acquistando. Anzi questi avevano
assunto il nome regio, benchè l’eredità rimanesse
suggetta a d elezione, od almeno a d accettazione
dei popoli. Codesti giudici o regoli erano quattro :
di Caglieri, di Gallura, di Logodoro o Torres OS-
sia del paese intorno a, Sassari, e d’Arborea ossia
del paese che giace intorno a Oristano.
i n quel secolo SI tutta l‘Europa si sottraeva
all‘incubo dell’influenze barbariche. Le spedizio-
ni trasmarine dei Toscani, dei Liguri, dei Veneti
aprivano agli altri popoli il campo delle crociate.
L’amore d’un venturoso lucro, il genio militare e
l’ardor religioso, che si erano congiunti nell’im-
presa di Sardegna, si svolsero più vastamente nel-
le famose conquiste d’Inghilterra, di Sicilia e di
Palestina. Le armi facevano strada a l commercio,
e questo rinnovava l’antica, ricongiunzione dei po-
poli, operata primamente dalla sapienza romana.
Il pontefice Ildebrando, lagnandosi che « gli uomi-
ni della. Sardegna fossero omai divenuti più stra-
nieri a Roma che non gli abitanti degli estremi
confini della terra », scriveva un’imperiosa esor-
tazione a i quattro giudici sardi, Onroco di Ca-
gliari, Orsocorre d‘Arborea, Mariano di Logodoro
e Costantino di Gallura; e commentando il pro-
posito d’Onroco di recarsi a, Roma, lo ammoniva
a’ sottomettersi alle prescritte riforme, essendochè
« molte richieste si facevano da varie genti alla
sede romana per la concessione della provincia
di Cagliari ». Le quali parole suonavano terribili,
14. - CATTANEO. Scrittl s t o r l c l . I
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I
i n un tempo che Guglielmo di Normandia sten-
deva il vessillo pontificio su la concessa Inghil-
terra, e t u t t i gli uomini armigeri d’Europa erano
presti a seguire i comandi del pontefice oltremonte
e oltremare.
Propagavasi nell’isola l’ordine benedettino, e
i giudici gli facevano ampie largizioni di pascoli,
d’armenti e di schiavi. Le sedi vescovili che fra
le invasioni barbariche s’erano ridutte d a sette a
quattro, salivano in breve a1 numero di quindici
presiedute d a t r e arcivescovi, i quali poi ricono-
scevano t u t t i il primato di Pisa. I1 risurgimento
delle chiese teneva dietro al risurgimento delle
città e dell’agricultura avvivata dal commercio
italiano. Le antiche genti della Sardegna scen-
devano ad accasarsi i n riva al mare, presso ai na-
vigatori di Genova e di Pisa ; il giudice d’Arborea
trasferiva la sua sede nella marina d’Oristano;
i Malaspina ristoravano la città di Bosa, ma più
presso a l mare che non l’antica; i Doria fonda-
vano una, città, sul colle d’Alghero, sotto un cielo
salubre, presso a spaziosi porti, a mari pescosi,
a banchi di corallo; e di fronte alla Corsica, a l
disopra delle ruine della romana Juliola, edifica-
vano il Castel Sardo, che allora era detto Castel
Genovese; e più addentro innalzavano le torri di
Castel Doria, sul confine della Gallura e del-
l’Anglona.
Ma quelle colonie legavano semprepiù le sorti
dell’isola alle rivalità mercantili di Genova, e di
Pisa ; e altro vincolo men dissolubile stringevano
le donazioni volontarie o forzate che i giudici fa-
cevano di vasti dominii, non alle chiese dell’isola,
ma a quelle delle città dominatrici. Dai monti
della Sardegna si traeva le pietre dure, e da’ suoi
santuari le più venerate reliquie, per decorarne
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 211
il Duomo di Pisa. Così mentre cresceva, lo splen-
dore della Toscana, e la pubblica opulenza vi pre-
parava il rifiorimento delle arti, le chiese sarde
rimanevano povere e dimesse ; e il germe del bello
rimaneva chiuso nell’animo dei popoli, i quali
i n quell’età, comparativamente dolce e fortunata,
che li ricongiungeva alla madre Italia, quasi in-
catenati da forza arcana di tradizioni non seppero
dalla rude vita del pastore e dell‘aratore levar
la mente all’imprese marittime, alle arti, agli
studi.
I giudici sardi, ben lontani dal contrapporre
accortamente le armi delle due repubbliche, e fai.
di quella emulazione lo scudo della propria li-
bertà, le introducevano nelle interne loro discor-
die, e s’inchinavano nello stesso tempo a d ambe-
due. Turbino, che usurpava Cagliari al suo nipote
Torgodorio, concesse a i Pisani di riscuoter dazii
nell’isola. e donò terre al loro Duomo: donò sei
ville a quello di Genova, e poi di nuovo quattro
ville a quello di Pisa, poi prometteva a l comun
di Pisa un tributo annuo d‘oro e di sale. Comi
d’Arborea, che voleva assoggettarsi il Logodor
dava a San Lorenzo di Genova una maremma
(planitiem) e cento schiavi cum bubus et vaccis,
cum porcis e t iumentis, e aggiugneva la metà dei
monti ove fossero vene d’argento in t u t t o il suo
regno; e qualora avesse acquistato il Logodoro
(cum acquisiero regnum Turris), prometteva giu-
rarsi ai Genovesi, e d a r loro quattro ville, e la
quarta, parte delle vene d’argento anche i n quei
regno ; e infine i n altra carta dava la sua persona
e quella del figlio e il patrimonio e il regno al
comune di Genova, e per esso al suo console.
Ma il giudice di Logodoro, Gonnario II, alleveto
a Pisa e sposo a una donzella pisana, venne ricon-
212 CATTANEO - S C R I T T I STORICI -I
dutto trionfalmente nel regno dalle navi d i quella
città; e innalzando una fortezza nei monti del
Goceano, introdusse nel cuor dell'isola la potenza
de' suoi protettori. Rozzi patriarchi d'un po-
polo agreste, schiavo al piano o inselvatichito al
monte, mal sapevano rintuzzare l'astuzia e l'ar-
roganza di quei mercanti guerrieri.
Barisone d'Arborea, assalito nel suo piccolo
stato dai giudici di Logodoro e di Cagliari, con-
cepì nella sua f u g a lo strano pensiero di farsi re
di t u t t a l'isola; e i Genovesi il secondavano, e
per farselo strumento di potenza, chiesero per
lui all'imperator Federirco Barbarossa il nome di
r e di Sardegna ; e questi, che aveva già dato quel
titolo a1 proprio zio Guelfo, il rivendeva a Bari-
sone per quattromila inarchi d'argento; e lo in-
coronava di sua mano in S . Siro di Pavia, fra
gli applausi dei guelfi Genovesi, e le fiere lagnanze
dei legati pisani, che gli rinfacciavano la mal
premiata loro fedeltà ghibellina. Ma Barisone,
non avendo l'argento promesso, ne richiese gli
amici Genovesi; ed ebbe a dichiararsi loro pro-
curatore nel proprio regno, e promettere fortezze
e porti e terre e denari, e doni alle chiese di Ge-
nova, e il primato dell'isola al loro Arcivescovo.
Ma trovati avversi i popoli, e fallita l'impresa,
il console Piccamiglio lo ricondusse tosto a Ge-
nova, e lo tenne custodito i n pegno delle f a t t e
prestanze, mentre i giudici rivali e i guerrieri
pisani gli depredarano lo stato. E i Pisani con
quella preda andavano anch'essi all'imperatore,
e gli esibivano quindicimila lire ; e Barbarossa in-
vestiva della Sardegna anche il console d i Pisa,
e gli dava una carta solenne e il gonfalone impe-
riale; e infine, non avendo forza d'avvalorare il
suo giudicio, li lasciava liberi d i decidere la lite
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 213

colle armi. E infatti i Genovesi arsero le case dei


mercanti pisani a Porto Torre; ed essendo i Pi-
sani sbarcati e infestando le terre, i popoli levati
a rumore ne fecero esterminio. Ma il giudice corse
vilmente a Pisa a chieder perdono del valore delle
sue genti, e promise denari, e giurò a Pisa la
stessa fedeltà che aveva quell’anno medesimo
giurata a i Genovesi. Dopo nuove zuffe per terra
e per mare, Barbarossa chiamò di nuovo i con-
tendenti in Pavia, e divise fra loro l‘isola. Ma i
Genovesi, oltre la propria metà, volevano anche
l’altra, e guadagnarono i l giudice d i Cagliari,
lo fecero giurare : « Io donzel Pietro (Ego d o m i -
cellus Petrus), giudice e re di Cagliari. giuro ai
santi evangelii di Dio, che da quest’ora in a r a n t i
darò il commercio del mio stato a i Genovesi, nè
Io permetterò a d alcun Pisano ». E qui mentre ap-
pare come la signoria dei Liguri e Toscani su
l’isola si riducesse in fin del conto alla prero-
gativa d i commerciarvi, appare anche manifesto
il peccato ereditario e indelebile dei Sardi di non
voler far essi il proprio commercio; dal qual
fonte sciagurato scaturì sempre dipendenza, po-
vertà, ignoranza e ferocia.
I1 litorale della Gallura, signoria dei Visconti
d i Pisa, divenne dote d’Adelasia vedova d’Ubaldo
Visconti; questa, già donna più che matura. si
sposò a l giovine Enzo figlio dell’imperator Fede-
rico II, e intitolato poi r e di Sardegna; ma il
noncurante giovane poco di poi rinchiuse l a don-
na i n una torre del Goceano, e se ne andò alle
guerre d’Italia ; ore, prigioniero prima di Mi-
lano, morì poi prigioniero per ventidue anni della,
repubblica di Bologna. Scomunicati i Pisani dal
Pontefice, i giudici li assalirono, ma essi ruppero
le forze de’ Genovesi in un fatto campale presso
214 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Santa Gillia : poi presero la fortezza di Castro,


alla cui difesa indarno Genova richiamò t u t t e le
squadre dall’Oriente : e nel ricuperato castello,
da bravi Toscani, innalzavano chiese e torri d’ec-
celsa e splendida architettura. Indarno i cava-
lieri templari si frapposero a pacificare le due
fiere repubbliche, per volger poi le congiunte
forze alla crociata.
Tra i Pisani, il famoso Ugolino della Gherar-
desca con suo fratello ebbe Eglesia e il Capo
Terra : i Visconti riebbero la Gallura, e sulla co-
s t i ) orientale l’Oliastra e Chirra. Tra i Genovesi.
Michel Zanche, fattosi sposo della madre del re
Enzo, divenne giudice del Logodoro : e n e lasciò
erede Ser Branca 1Doria altro dei dannati di
Dante, e già signore d’Alghero, della Nurra, del-
l’Anglona, del Bisarcio del Meilogo. I Malaspina
tenevano Osilo e Bosa e altre terre; e altre gli
Spinola e i marchesi di Massa. Scoppiò infine la
più sanguinosa delle guerre fra Genovai1ov:i e Pisa,
dopo la disfatta presso l’isola Meloria, arse quella
terribile discordia, che si compiè nella torre della
fame. L‘istoria sarda di quei tempi è quasi spec-
chio ai brevi lampi della parola di Dante.
Guelfo e Lotto, figli d‘Ugolino, per vendetta
del padre si ribellarono a Pisa : e munirono Egle-
sia. Gioiosa-Guardia, Acquafredda, Domus Novas,
e altre t e r r e ; ma, Pisa li vinse i n battaglia, ed
espugnò le loro castella ; Guelfo rimase prigio-
niero, Lotto pei debiti dell’infelice guerra venne.
carcerato in Genova ; ed ambedue morivano esuli
e invendicati. Anche Nino Visconti di Gallura si
ribellò a Pisa, e si collegò coi Malaspina, e coi
Doria, e col comune di Sassari; e dopo la usa
morte la sua vedova Beatrice d’Este portò il re-
taggio di Gallura a Galeazzo Visconti di Milano:
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 215

ma Pisa continuò a dominarvi, come i n tutta la


costa cli mezzodì e di levante fino alla Gallura,
mentre i Genovesi dominavano nel Logodoro. Fra
quei conflitti s’introduceva dal continente nel-
l'isola lo straniero principio dell'investitura feu-
dale La vaga schiavitù venale si trasformò allora
nella stabile servitù della terra, la quale nel corso
del tempo si mitigò i n semplice sudditanza. Fu
quello un necessario effetto del principio legale
della feudalità, e non già d'un fraterno inteneri-
mento, che troppo avrebbe ripugnato a i duri co-
stumi del medio evo. I tempi erano vivi e fecondi,
e il popolo doveva esser più numeroso che non fu
poi nel torpore di più tranquilli destini : poichè
d a l i e d ue r e p u bbl i ch e riva 1i vi si t ra pi a n t arono
molt e potenti famiglie e molta plebe industriosa.
e molti nomi di ville allora popolose sparvero tra
la brutt a pace delle seguenti e t à
La sola Sassari, cresciuta di popolo e di ric-
chezza, s'avviava a reggersi a repubblica come le
città d'ltalia : e dettava i suoi statuti nel suo
vulgare. S e l l o Statuto di Sassari sono scritti
molti saggi ed umani provvedimenti. S o n 1' in-
fame rappresaglia sui beni dei privati in evento
di guerra : non l’infame diritto di corseggiare sui
mari ; non l'infame albinaggio, ma la pubblica tu-
tela sui beni dello straniero defunto. La ribellio-
non punita col sangue, ma con multe ; e questa
è umanità che potrebbe f a r vergogna al nostro
secolo ; la morte riservata alla rapina, allo stu-
pro, al falso, all’assassinio : ingiunto a l comune
il risarcimento delle violenze fatte entro il suo
confine ; vietate le armi private. ma tenuti i citta-
dini a d avvicendarsi t u t t i alla custodia della
città : l'officio d'accusatore non lasciato agli odii
privati, ma confidato a pubblico magistrato ; pene
216 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
contro i giochi di sorte; vietate le solennità not-
turne, e l'oziar delle plebe per le vie: più lievi
in generale le pene contro le donne, e protetti
da un consiglio di famiglia i loro beni; e molte
altre ordinanze sii le ipoteche, le senserie, le vie
pubbliche, le quali mostrano un profondo senso
di moderazione e di provvidenza civile, e fanno
deplorare che i popoli sardi non avessero campo
a svolgere i felici germi che la natura aveva po-
sto negli animi loro.

Alla fine del secolo XIII il papa Bonifacio VIII,


per disviare gli Aragonesi da lla Sicilia , ove ad
onta dei sanguinosi vespri egli voleva stabilire la
prediletta potenza francese, diede loro investitura
feudale della Corsica e della Sardegna, e sollecitò
contro Pisa i guelfi di Firenze e di Lucca. Pisa
cercò rallentare coll’oro l'impeto dei nuovi ne-
mici, e si amicava i popoli con leggi benigne. ('
colla fondazione di templi sontuosi. Ma l'Arago-
nese traeva in una lega il potente Branca Doria,
il comune di Sassari, e Ugone d’Arborèa : e questi
faceva trucidare a tradimento t u t t i i Pisani
ch'erano nelle sue terre e nelle sue milizie. Il
principe Alfonso d'Aragona approdò nel 1323 con
trecento navi, e assalì Eglesia, dove seicento Pi-
sani lo respinsero al primo scontro ; e gli tennero
poi così risoluta resistenza, che egli si volse ad
intercettare loro i viveri e l’acqua; ma solo dopo
sette mesi cedettero alla fame. L'esercito pisano,
ingrossato da molti Sardi, e guidato da Manfredi
della Gherardesca, abbattè nel primo scontro,
presso Decimo, il regale vessillo d'Alfonso ; il
quale, caduto da cavallo e risurto, fermò il piede
su la caduta bandiera, e colla vista del suo peri-
colo e del suo coraggio infervorò tanto i suoi ca-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 217

valieri che rimise la battaglia. I Pisani lo atter-


rarono una seconda volta, ed egli rimase fra loro
quasi solo, grondando sangue da più ferite; ma
infine rimase signore del campo, su cui giacerano
mille e duecento Pisani. Manfredi morì poco di
poi delle sue ferite. Alfonso assediò il forte di
Cagliari, e ne inalzò un altro sul colle d i Bonaria,
c intorno a quelle mura si combatteva fieramente ;
ma Pisa, sola a fronte d’un re di più regni, si
piegò a ricevere i n feudo d’Aragona il porto e lo
stagno di Cagliari e i sobborghi d i Stampace e
Villanova. I n pochi mesi i l nuovo castello di Bo-
naria albergò seimila Aragonesi ; varii capitani si
annidarono in varie castella; e una rete di feudi
cominciò a stendersi da un capo all’altro del-
l’isola. Le molestie date a i mercanti pisani e la
gelosia dei Doria e dei Malaspina accesero una
nuova guerra, in cui le navi liguri e toscane eb-
bero una sconfitta nel golfo di Cagliari ; Stampace,
ore i Pisani avevano le ricchezze loro e le fami-
glie, f u presa; si cacciarono d i Cagliari i predi-
catori e francescani di Pisa ; si ordinò che i capi
degli ordini religiosi fossero t u t t i a ragonesi ; s’in-
trodusse i n città la colonia aragonese di Bonaria ;
si cacciarono i Sassaresi dalle loro mura, e v i s i
misero Aragonesi e Catalani. Ma gli esuli di Sas-
sari perseguitarono i nemici i n mare, e strinsero
Sassari e Cagliari siffattamente, che parve pru-
dente consiglio concedere il ritorno in patria, a i
meno avversi. Riarse a lungo la guerra coi Do-
ria ; e le navi genovesi assalirono le riviere di Ca-
talogna. Salagro Negro, da gentil cavaliero, la-
sciava libere le donne aragonesi che aveva fatto
prigioniere su quattro navi del re, ma quando
vide la villana corrispondenza che gliene resero i
Catalani, trascorse alle più fiere vendette. Gu-
218 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

glielmo di Cerbellon, accorso a cacciare i Doria


dall’assedio di Sassari, venne affrontato presso
Bonorva dalle fanterie sarde che a colpi d’asta
respinsero la sua cavalleria, gli uccisero i due
suoi figli Gerardo e Monico, e lo ricacciarono
entro una selva, ove l’infelice padre cadde, senza
ferite, morto di fatica, di sete e di cordoglio. Al-
cuni dei Doria durarono la guerra : altri si piega-
rono a tenere in nome del re le loro antiche si-
gnorie. S c o l ò Pisani con venti navi venete si
congiunse nel Porto Conte a cinquanta navi cata-
lane comandate da Bernardo Cabrera : e, dopo
averle legate insieme con catene e con travi, si
affrontò, quasi in battaglia t e r r s t r e , a i sessanta
legni genovesi d’Antonio Grimaldi, e n e fece
esterminio. Genova, atterrata da quel disastro,
si diede in signoria di Giovanni Visconti signor
cli Milano.
Alghero, nido principale dei Doria, aperse le
porte; ma poco di poi trucidò a furor di popolo
il presidio aragonese. Il re Pietro con diecimila
funti, e mille uomini d’arnie, e molti venturieri
venuti fin di Germania e d’Inghilterra, venne ad
assediar la città; la quale fu difesa da soli set-
tecento uomini con t a l valore che il re, dopo quat-
t r o mesi, stretto dalla penuria e dalle malattie,
li lasciò partir salvi delle persone, degli averi e
delle armi. pago d’aver le mura d’Alghero vuote
d’abitatori. E la ripopolò con quella colonia cata-
lana che ancora. oggidì vi conserva il tronco suo
linguaggio. Allora il re adunò per la prima volta
i n Cagliari il parlamento de’ suoi baroni, e vi fece
f a r la legge che t u t t i gli Aragonesi e Catalani,
che avevano acquistato feudi nell’isola vi tenes-
sero soggiorno. Così vi si soprappose in perpetuo
uno strato di potenti famiglie straniere, salda-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 219

mente collegate f r a loro dal vincolo feudale e dal


nome del re. I1 solo Mariano d‘Arborèa. negò di
rassegnarsi vassallo.
Cominciò dunque un’alternativa di guerre e d i
paci, fra le quali Variano raccoglieva sempre
nuore forze, e sommoveva di sotto all’edificio feiu-
dale t u t t a l’isola. Pietro di Luna venne infine ad
assediarlo in Oristano ; ma, colto all’improrviso.
vi perdette l‘esercito e la vita. I1 re, per f a r
gente, invitò venturieri di ogni paese offerse
protezione agli indebitati e perdono ai malfat-
tori, e promise l’Arborea ad un barone inglese
che si esibiva a condurgli mille fanti e mille
cinquecento cavalli. Mariano accese per t u t t a
l’isola una minuta e assidua guerra, espugnò
Sassari, abamò Cagliari e perseguitò sui mari le
navi catalane, ma nel mezzo della sua splendida
carriera venne arrestato dalla morte. È uno di
quei casi che mutano il destino delle nazioni.
Suo figlio Ugone perseverò nell’odio contro
gli stranieri. e già Urbano VI gli dava speranza
di trasferire il nome regio dagli Aragonesi in
lui. Egli aveva già occupato con armi vittoriose
il vasto contado di Chirra, su la costa orientale,
q u a n d o l‘acerba indole sua sollevò i n Cristano
una sedizione i n cui perdette la vita (1383).
La magnanima sua sorella Eleonora indossò
le armi, atterrì gli avversi, compresse ogni tenta-
tivo di governo per comune, e riscosse omaggio
nel nome di suo figlio Federico Doria. I1 re
d’Aragona l e fece incarcerare il marito Branca-
leone Doria, ospite in sua corte, e poc’anzi
armato d a lui cavaliere; e non volle lasciarlo li-
bero se non gli si dava in ostaggio il fanciullo
Federico. Ma Eleonora sostenne per due anni la
guerra, e conseguì la libertà del marito; il quale
220 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

poi prese Sassari e Osilo, e sollevò la Gallura,


mentre i l re d'Aragona, trattenuto dalla guerra
coi Mori e dalla. ribellione di Sicilia, senza porvi
riparo moriva.
F r a t t a n t o Eleonora raccoglieva le consuetu-
dini del paese i n quello statuto che f u detto
Carta di Logo. Ivi r a r a la pena capitale, vietata
ogni composizione nei gravi delitti ; confidata la
giustizia a una corona di giurati, presi nell'or-
dine degli uomini liberi e indipendenti (lieros),
e giudicanti « nella coscienza dell’anime loro ».
Alla corona di logo soprastava In corona d i set-
timana, e a questa la corona di corte, alla quale,
tre volte all'anno, i messi rendevano ragione di
t u t t i i giudicii dello Stato. Riservata ai migliori
la milizia, e addestrata con frequenti rassegne ;
vietato il portar armi nei pubblici ritrovi ; mul-
tato le comuni che ricettassero malviventi. Per-
fetta eguaglianza nelle successioni tra fratelli e
sorelle : comunione di beni fra i coniugi che non
avessero stipulazioni dotali : molti ordinamenti
a difesa dell'agricoltura, ai quali il barone Mari-
no attribuisce la nuova propagazione della vite
nell'isola ; molte prescrizioni per conservare le
razze dei cavalli, ordinati i registri de' notai, e
limitate le loro riscossioni.
Ma Eleonora aveva impedito che Oristano si
ordinasse a comune, e il danno apparve quando
ella discese nel sepolcro (1403), seguita tosto dal-
l'ultimo suo figlio. I1 popolo suggetto divenne
retaggio disputato tra Brancaleone Doria suo ma-
rito, Aimerico di Narbona suo cognato e il gio-
vane re Martino d'Aragona ; il quale calle armi
degli Aragonesi e dei Siciliani dissipò le navi geno-
vesi, e nel piano di Sanluri, dopo molte ore di
battaglia e la morte di seimila Sardi, trionfò
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 221
d’Aimerico (1409); ma poco dipoi moriva, vit-
tima delle sue passioni e della bellezza d’una
prigioniera di Sanluri. Arborèa tosto riprese
cuore, e sotto le mura d’Oristano respinse l’eser-
cito vincitore e si elesse un nuovo giudice in
Leonardo Cubeddo. Questi però non sostenne a
lungo il pericoloso titolo d’Arborèa, e si rasse-
gnò a cangiarlo i n quello di conte del Gocèano e
marchese d‘Oristano, pagandolo trentamila fio-
rini d’oro. Anche Aimerico, dopo un infelice as-
salto contro la città d’Alghero, rassegnò al re
la città di Sassari e t u t t i i suoi dominii; Artalo
di Luna espugnò le rocche della Gallura; lo stes-
so marchese d’Oristano represse i montanari delle
Barbagie, che tentarono l’ultima delle loro irru-
zioni. Alfonso V, congregato allora i n Cagliari
il secondo parlamento, dava, dopo cent‘anni d i
sanguinoso contrasto, compiuta forma feudale
alla conquista aragonese (1421).
I1 parlamento venne stabilito i n perpetuo, co-
ni? tuttavia dura, nei tre ordini dei baroni, dei
prelati e delle comuni, i quali, se convengono in
consesso separato, si dicono stamenti, e congre-
gati in uno, sono le corti generali del regno. I1
loro consenso, seguito dalla sanzione del princi-
pe, ha forza di legge. Lo stamento militare adu-
navasi nella chiesa della Speranza, il clericale
nell’arcivescovato, il municipale nel palazzo ci-
vico ; e comunicavano fra loro per d e p u t a t i . Con-
venivano col vicerè nella elezione di sei abilita-
t o r i per esaminare i titoli dei membri: di diciot-
to provvisori, per sindacare su le lagnanze fatte
contro i regii officiali: e di sedici t r a t t a t o ? - i , per
ripartire il carico dell’annuo donativo e degli al-
t r i sussidii, che le corti assentivano al .principe.
11 parlamento ottenne la conferma, della Carta
222 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

d’Eleonora, e il divieto di sottoporre gli abitanti


a tribunali aragonesi. E perchè gli officiali regii
trascorsero tosto a d arbitrii e concussioni e ma-
neggi di privato favore in onta alle leggi, i Ua-
roni con solenne legazione al re conseguirono di
potersi adunare anche da soli, e che sempre si
convocasse il parlamento quando qualsiasi degli
stamenti lo richiedesse ; che ogni successivo re
giurasse avanti ai messaggeri del regno d‘ossei.-
vare lo statuto; che lo giurassero anche i regii
ministri, e un tribunale apposito potesse chia-
mare a sindacato lo stesso vicerè. 11 qual giu-
ramento dai re aragonesi si prestò sempre di
persona; e dopo di loro, in nome dei re di Spu-
gna, dal vicerè.
L’edificio feudale della Sardegna, nei tempi
più prossimi a noi, era composto di 376 feudi,
metà dei quali (188) appartenevano a sei signori
spagnuoli, cioè 76 a l marchese di Chirra (Quirra),
55 a l duca di Mandas, 33 al marchese di Villa-
sorre, 12 al marchese di Villacidro 9 al conte di
Montalbo e 3 a l marchese di Val de Calzanti.
E questi venivano rappresentati nel loro stamen-
to da un procuratore, detto podatario, e nel-
l’amministrazione della giustizia da un legale,
detto reggitore. Dell‘altra metà, 32 erano inte-
stati al re stesso, e 188 a signori residenti nel-
l’isoIa, in gran parte però d’origine spagnola. S i
vede che i re d‘Aragona, nel ripartire l’isola in
feudi e nell’assegnarli, compensarono i capitani
che avevano militato seco loro in quelle guerre.
Una defezion generale dei baroni non era possi-
bile, finchè i più potenti risiedevano nelle Spa-
gne, e i più degli altri avevano origine spagnola,
e tutti si venivano semprepiù intrecciando colla
convivenza e colle parentele. La fedeltà dei ba-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 223
roni assicurava anche la fedeltà delle milizie, os-
sia dei vassalli, che vivendo disseminati nelle
vaste signorie, nulla sapevano delle cose del
mondo se non quando per respingere uno sbarco
di corsari o d’altri assalitori, il barone o il suo
procuratore li chiamava a radunarsi i n t umul-
t turia cavalcata.
P e r egual modo, riservando le maggiori di-
gnità ecclesiastiche a nativi spagnoli, ia stirpe
araagonese si acquistava 1’ ossequio degli ordini re-
ligiosi ; e inoltre moltiplicando le persone esen-
t i dalla giurisdizione civile, assottigliava del
t u t t o la potenza nazionale. E infine cogli impie-
ghi veniva cattivando alla corona l’ordine citta-
dino, mentre le poche e non grandi nè ricche città
venivano fra loro disunite dalla varietà dei pri-
vilegii, dalla mancanza delle strade, e dalla de-
bolezza generale del commercio e dell’opinione.
Per tal modo divenne inutile il tener nell’isola
idio stanziale a l cui mantenimento male
a vrebbe potuto reggere la non doviziosa corona
aragonese e che, tanto col dispendio quanto col-
la inoperosa presenza e colla licenza militare dei
t tempi, avrebbe alienato gli animi degli isolani.
Perlochè quand’anche la forma feudale aves-
se soffocato nell’isola il commercio, l‘industria,
l’agricultura, quand‘anche i l re stesso si vedesse
costretto a raffrenare nei feudatarii le compere
forzose, le angarie contro i poveri trafficanti,
l’arbitrio nei giudicii, la protezione dei facino-
rosi e le altre consuete conseguenze di quel disa-
stroso principio, la Sardegna, senza guarnigioni,
rimase sempre sottomessa e tranquilla.
Una sola volta (1470) si videro nell’isola armi
civili, I1 marchesato d‘Oristano era trapassato
per eredità nella famiglia aragonese d’Alagon,
224 CATTANEO - S C R I T T I S T O R I C I - I

contro la quale, per un rifiuto di parentela, en-


trava in fiera inimicizia il vicerè Nicolò Carroz,
sicchè dichiarò illegale quell’eredità, e quindi
estinto il titolo e incorporato a l patrimonio re-
gale. Si armò Leonardo Alagon, e tratto fuori
l’antico stendardo d’Arborea , ruppe co’ suoi vas-
salli le forze aragonesi nel piano d’Uras, ferì a
morte il visconte di Sanluri che le comandava, e
occupò varie terre. Dopo una breve pace, asse-
diò in Cagliari il vicerè, che fuggitosi in Catalo-
gna giunse a farlo mettere a bando di confisca e
di morte. M a gli uomini d’Arborea vennero re-
spinti dai terrazzani d’Ardara, poi da’ Sassaresi
a Mores, e infine sconfitti interaniente su la loro
frontiera, colla morte d’Artalo Alagon tiglio di
Leonardo. E questi fuggitivo su piccola nave, e
preso dalle galere d’Aragona, moriva poi prigio-
niero nel castello di Jativa i n Valenza. Allora il
re aggiunse in perpetuo a’ suoi titoli quello d i
marchese d’Oristano e conte del Goceano, per
serbare innocua memoria d’una potenza così for-
midabile ai conquistatori; e i re di Sardegna se
ne fregiano tuttavia. Quell’ultima convulsione
dell’indipendenza sarda veniva spenta nel san-
gue, quasi a l tempo stesso in cui l’indipendenza
aragonese si perdeva tranquillamente nel nome
spagnolo, colle nozze memorabili di Ferdinando
e Isabella. Seguiva in breve il conquisto di Gra-
nata e l’immortale tragitto di Colombo (1492) ;
e la Sardegna trovossi troppo povera e negletta
provincia di troppo vasto imperio.
Nei primi anni degli Aragonesi l’isole aveva
commercio con Pisani, Genovesi, Veneti, Anco-
nitani, Napolitani, Marsigliesi, Greci e Israeliti
di Barberia. Tutta quella gente sparì al cospetto
del feudalismo aragonese. Nel 1479 si cacciarono
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 225
dall’isola t u t t i i trafficanti côrsi; nel 1492 s’in-
trodusse l’inquisizione, e furono espulse tutte le
famiglie israelitiche, che omai d a quindici secoli
esercitavano l’oscura loro industria, e noleggia-
vano il servigio dei loro risparmi a d un’agricul-
tura a cui le usure stesse erano inestimabile be-
neficio I n breve nell’antico granaio del popolo
romano mancò perfino la semente da spargere su
gli ubertosi campi. Sassari, la seconda città del
regno, si ridusse a meno di tremila abitanti; ri-
masero deserte molte ville che fiorivano negli
agitati tempi di Branca Doria e d‘Ugolino; e
furono abolite per mancanza di popolo dieci sedi
vescovili. F u troncato ogni vincolo colla madre
Italia, quando appunto Colombo, Machiavello,
ariosto, Michelangelo vi rinnovellavano t u t t i i
p o d i g i i del pensiero. I1 distacco dall’Italia fu
tale, che gli antichi statuti di Sassari, d’Eglesia,
di Bosa venivano, a preteso servigio della comune
intelligenza, tradutti dalla lingua straniera, cioè
dall‘italica nella catalaria ; alla fine il popolo
sardo finì a credersi spagnolo ; e questa opinione
sopravvive ancora oggidì in certi conventi di po-
vere monacelle che si fanno riguardo di parlar
fra loro altrimenti che in castigliano, e alcune
ancora in catalano, come ai tempi del re Martino.

I due secoli, che seguirono di quell’infelice


dominio feudale e spagnolesco, non offrono no-
tevoli vicende. Sarebbero solo ad annoverarsi le
frequenti imprese tentate sui lidi dell’isola dai
vicini Barbareschi, sempre valorosamente respin-
te dai popoli, massime dopochè le coste furono
munite di torri. Nel 1528 Andrea Doria e Lo-
renzo Orsini, che militavano per le Francia, sbar-
carono con quattromila soldati sopra Castel San-
15. . CATTANEO. Scrtti storici. I
226 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

do ; ma i baroni Manca d i Tiesi vi si chiusero coi


loro uomini; e quantunque senza viveri e senza
artiglierie salvarono la fortezza, e tolsero una
bandiera al nemico. Questo si volse a prender
Sorso e Sassari ; ma i Sassaresi riavuti dal primo
stupore, lo strinsero entro le stesse loro mura, e
lo ridussero a uscire e riprendere il mare. Anche
gli ausiliarii spagnoli, che sopravvenuti troppo
t a r d i per combattere si credettero giunti in tempo
per mettere a ruba i l paese, vennero cacciati dai
paesani, Senonchè, alla guerra succedeva tosto
la pèste e una memorabile carestia.
Un altro simile tentativo veniva fatto nel se-
colo seguente dai Francesi, che con quaranta na-
vi, capitanate dal duca di Harcourt e dall’arci-
vescovo di Bordò, sorpresero Oristano (1637). Ma
le poche genti sarde che poterono raccorsi i n
quelle spopolate maremme, ebbero l’avvedimento
di passare e ripassare con arte sul colle di Santa
Giusta, cosicchè i nemici, credendole più nume-
rose, ebbero riguardo d’inoltrarsi ; e così diedero
tempo di radunarsi a d a l t r e genti ; viste le quali,
dato il sacco, sgombrarono la città. Ma le mili-
zie, guadato il fiume Tirso, li serrarono sì dap-
presso che ricuperarono gran parte della preda,
e presero otto bandiere e undici legni. Un’altra
nave francese, che minacciava le marine d‘Al-
ghero, f u presa da quei cittadini nel 1644.
Ferdinando, con prodigalità sprezzante, ave-
va donato t u t t i i feudi vacanti in Sardegna ad
un suo zio, che immantinente li rivendeva a
contanti. I1 procurator fiscale ebbe arbitrio di
vendere qualsiasi parte dell’isola a qualsiasi per-
sona. Vendè il diritto d’esigere le tasse degli of-
ficii e dei privilegi; e accaparrò a d un Genovese
la pesca del tonno e quella di t u t t i i più fruttuosi
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 227

stagni. Ad ogni istante si sospendevano le paghe


dei magistrati ; quindi numerose discipline per
contenere la bisognosa venalità : divieto di con-
correre ai pubblici incanti, d’aver mano in ne-
gozii, di ricever donativi, di possedere armenti,
affinchè non avessero interesse proteggere le
irruzioni dei pastori entro le terre seminate; i
quali divieti mostrano già per sè qual fosse il
corso spontaneo delle cose. E un governo, a cui
giungevano gli aurei galeoni dalle Indie, era i n
tale discredito, che non poteva ottener alcun pre-
stito dai privati, senza la mediazione e la sicurtà
dei municipi; i quali infine succumbevano an-
ch’essi alle esigenze ed alle sregolatezze del fisco.
Questo non poteva dunque sostenere le forze
necessarie alla pubblica sicurezza. I n tanta am-
piezza di lidi tre galere formavano t u t t a la, mari-
na, quantunque vi fossero capitani generali di
mare, con fastoso codazzo d’officiali senza navi
e d’amministratori senza arsenali. I n terra biso-
gnava che i privati pagassero un tributo alle
bande dei barracelli, le quali in ricambio promet-
tevano di risponder dei danni arrecati alle pro-
prietà nel loro distretto, cosicchè la, sicurezza
delle persone e delle cose era un privilegio di
chi poteva comprarla. Tutte le persone più ca-
paci di sopportare le gravezze, n’erano per uno
o per altro titolo esenti. Chi aveva portato in
gioventù l’abito clericale, anche passato a d altra
condizione e divenuto padre di famiglia, rima-
neva sciolto dalla legge civile; e questi clerici
coniugati eccedevano del doppio il numero dei
veri. Le immunità, compartite dall’inquisizione
e dalle altre corti clericali a i loro familiari, sot-
traevano alla giurisdizione civile e ai diritti del
fisco uno strabocchevol numero di persone; in

. .
228 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

cinque villaggi della Gallura si contarono a un


tempo cinquecento esenti. E i pochi non esenti ri-
manevano tanto più oppressi dalle decime e dalle
prestazioni ch’erano tenuti a contribuire colle
bestie e colle braccia.
Mancando così il fondamento della libera pro-
prietà, del commercio, della giustizia, della sicu-
rezza, le terre dovevano ritornare squallide e in-
culte, sfrenate le acque, raggruppate le popola-
zioni nei luoghi forti, lontane dai campi che do-
vevano coltivare, e sui quali non potevano viver
sicure, e quindi costrette a sfruttarli piuttosto
col pascolo che colla cultura. Nello stesso tempo
si prodigavano palliative misure d’inefficace e
ostentata provvidenza. Si comandava a t u t t i i
possessori di terreni chiusi di piantare almeno
ventiquattro gelsi, e nelle terre feraci d’oleastri
d’innestarne almeno dieci per anno. Si coman-
dava vanamente ai signori di stabilir molini per
franger le olive, di nutrire un armento di dieci
cavalli per ogni feudo; si instituiva in ogni villa
non so qual censore agrario, che invigilasse
l’agricultura e conservasse le sementi; e si con-
cedevano immunità alle persone nell’atto che la-
vorassero i campi.
La difficultà dello smercio toglieva ogni va-
lore ai produtti campestri, che venivano sciupati
sul luogo con prodiga e oziosa imprevidenza, la,
quale s’internava i n t u t t e le abitudini dei po-
poli. I1 barone Manno narra che in un convito
rusticale convennero 2500 persone, alle quali s’im-
bandirono con rozza pompa 740 montoni, 2% vac-
che, 26 vitelli, 300 tra capretti, porcellini e agnel-
li, 600 galline, 3000 pesci, e si prodigarono negli
intingoli 50 libbre dì pepe. I n mezzo a t a n t e esu-
beranza di derrate, i n un’isola più ampia della
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 229
Lombardia, t u t t e le merci esportate dal porto
di Cagliari appena sommavano a l valore di cen-
tomila scudi, e a d altrettante quelle del porto
d’Alghero. Nell’interno mancavano le poste, man-
cavano i corrieri delle lettere, non v’erano stra-
d e ; e l’isolamento verso l’estero era tale che le
carte del governo dirette alla Spagna si ricapi-
tavano prima a Napoli, perchè viaggiassero a
bell’agio con quelle delle altre provincie italiane.
I1 solo vincolo che univa le città sarde era
quello della rivalità, anzi dell’odio. La stessa
mano che fomentava altrove i rancori t r a Paler-
mo e Messina. t r a Milano e Pavia, opponeva stu-
diosamente Cagliari e Sassari, Sassari e Alghe-
ro. I n Alahero si fece statuto che i Sassaresi non
vi si potessero mostrare colla spada a l fianco: e
in Sassari vi si rispose argutamente. ordinando
che gli Algheresi non potessero venire a Sassari
se non cinti di due spade. La vita della nazione
era concentrata, nei pochi municipii ; Cagliari
fondava un’università, e Sassari non rimaneva
indietro, e ne fondava un’altra. Le davano a i ge-
suiti, i quali nella prima aprivano quattro scuole
di loro teologia, t r e di loro filosofia, una di lin-
gua ebraica; e nella seconda quattro di teologia
e casi di coscienza e una di filosofia. Filippo III
aggiungeva poi a quella di Cagliari una, scuola di
teologia tomistica, una di teologia scotistica, una
d i filosofia scolastica, sei cattedre legali e due
di scienze mediche. Questi erano tutti gli studii
di scienze in Sardegna; ma essi pure durarono
poco, perchè l’istruzione si abbandonò a i privati ;
e quantunque ogni anno si pubblicasse l’orario e
il nome dei professori, gli officii loro si ridussero
alle solenni vanità della laurea; e a Cagliari nel
luogo dell’università si stabilì una caserma e un
230 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

teatro. L’insegnamento si riduceva a far impa-


r a r e a mente alcune vuote formule, e pervertire
l’intelletto con insulse e sterili sottigliezze, men-
t r e l’eloquenza si educava alle ampollose contor-
sioni che fecero ignominiose e derise le scuole del
seicento, non solo i n Sardegna ma in t u t t i i paesi
che soggiacquero alle stesse corruttrici influenze.
Va perchè ai mali va talor congiunto qualche
bene, che poi col cessar dei mali non cessa, è giu-
s t o il dire la profonda mutazione che sotto i l re-
gime feudale degli aragonesi avvenne nelle sorti
dell’infima classe del popolo, cioè la tacita aboli-
zione della schiavitù. Senza che gli schiavi stessi
s’avvedessero, il loro vincolo alla persona e a i
voleri del padrone divenne vincolo al feudo, alla
terra della patria, a doveri certi e tradizionali.
I fortuiti contubernii dello schiavo ad ogni ora
comprato e venduto, divennero stabili e umane
famiglie, su le quali vennero a trapiantarsi la mi-
lizia, la parrocchia, la comune, facendone rudi-
mento e immagine delle più illustri e costumate
cittadinanze. Non è però a dimenticarsi che nelle
ultime leggi d’Arborea, benchè i l concubinato si
trattasse come una forma ordinaria del viver dome-
stico. era già ordinato che non si potessero colla
vendita separare gli schiavi che avessero prole.
Inoltre la feudalità, come osserva il barone
Manno, si sovrappose alla Sardegna, già disci-
plinata dalle leggi, già ripolita nel soggiorno
delle c o r t i ; non erano orde feroci di Vandali o
di timarioti, non erano i venturieri collettizii di
Guglielmo Conquistatore, ma un’antica baronia,
che seguiva un principe all’impresa d’allargare
il suo stato, e accrescere il numero de’ suoi buoni
vassalli e delle sue buone città. Quindi il regime
feudale i n Sardegna represse bensì il libero pro-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 231
gresso e le prosperità e l’intelligenza dei popoli,
ma non portò quelle violenze e quelle turpitudini
che lo infamarono nei luoghi ove primamente nac-
que. I1 regio potere lasciò bensì ai feudatarii il
diritto di decimare i produtti della t e r r a e le fa-
tiche dei villani, e di comandar le milizie i n guer-
r a ; ma già forte e adulto, non abbandonò loro
del t u t t o la giurisdizione: e l’appello a l re prese
poi forma solenne sotto Filippo II il cui natu-
rale istinto di dominio impose ai feudali il freno
della Reale Audienza. E siccome nei feudi regii
si dava ricetto ai disertori degli altri feudi. così
i possessori di questi nelle consuetudini stabilite
in quelli avevano un limite. che 11011 potevano ol-
trepassare senza pericolo di trovarsi derelitti dai
loro vassalli.
Finalmente la feudalità, ponendo sopra i po-
poli dell’isola un centinaio di famiglie strette fra
loro da comunanza d’origine, d‘interesse e di
fedeltà, stabilì in perpetuo l’un ità territoriale.
Le guerre guerreggiate fra gli antichi popoli di
nemica stirpe divennero risse tra pastori e agri-
ciiltori, t r a municipii e municipii, e vendette ere-
ditarie d’oscure famiglie ; e i combattimenti si
ristrinsero in omicidii, di cui la moderna civiltà
tende a reprimere sempre più la dolorosa fre-
quenza. Nessuno potè più rialzare la bandiera
d’Arborea o di Logodoro; e quando il marchese
di Cea volle vendicare il suo sangue nel sangue
del vicerè spagnolo, invece d’essere un principe
che esercita alti d i r i t t i come Mariano d’Arborea
o Nino di Gallura, non f u più che un privato mal-
fattore.

Coll’estinzione dei reali di Castiglia, verso


il 1700. cominciò un corso di novelle influenze.
232 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
Fra il sonno delle Spagna e dell’Italia, il setten-
trione aveva t r a t t o a sè la potenza mercantile;
apparvero per le prima volta nel Mediterraneo
le navi britanniche. La guerra per l a successione
spagnola accese la discordia t r a i feudatarii sar-
di. Una rivolta f u con profonda dissimulazione
tessuta, dal conte di Montesanto, che coll’opera
d’alcuni frati comunicava con suo fratello, il
conte di Cifuentes, rifugiato i n Catalogna. Co-
minciò a sollevarsi la Gallura ; l’ammiraglio Lake
bombardò Cagliari : i cittadini indarno sollecita-
rono alla, difesa il vicerè; i congiurati che lo
avviluppavano apersero le porte, e i soldati spa-
gnoli fecero ala a un reggimento tedesco ch’entrò
nella’ cittadella.
I1 nuovo governo, bisognoso di denari per la
guerra, incamerò la vendita del tabacco ; perilchè
Sassari tumultuava, e bisognò acquetarla con
modi amichevoli. I partigiani borbonici solleci-
tavano intanto una spedizione; ma f u sventata
dal tradimento dei ministri spagnoli. I1 ritorno
della Sardegna alla Spagna non avvenne se non
dopo alcuni anni, per l’ardita spedizione che il
cardinale Alberoni preparò in secreto. Erano do-
dici vascelli da guerra, cento da carico, ottomila
fanti, seicento cavalli. I1 marchese di San Fi-
lippo, istorico di merito non vulgare, vi aveva
preparato l’animo dei popoli; Sassari tosto in-
surse ; i marchesi di Montenegro e Monteallegro
percorsero l’isola con bande di cavalleggieri ; il
vicerè sgomentato fuggì a d Alghero; la flotta
d’Alberoni gettò in Cagliari cinquemila bombe ;
il presidio tedesco capitolò ; un battaglione tede-
sco venne preso in un angusto passo della Gallura
da settanta paesani, guidati d a un cittadino di
Tempio ; le fortezze d’Alghero e Castelsardo aper-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 233

sero le porte. L’impresa, disposta con arte, f u


eseguita con vigore ; ma i grandi d’Europa furono
unanimi a condannare una spedizione, che avreb-
bero ammirato, se non fosse stata. opera d’un po-
vero prete figlio d’un ortolano di Piacenza.
Gli Spagnoli vittoriosi trattarono il paese co-
me conquista, ingratamente ; vessarono i muni-
cipii, e manomisero le loro rendite; ventimila
soldati, che si destinavano all’impresa di Sicilia,
alloggiati in vari luoghi molestavano coll’insolita
presenza i popoli, facevano pascere dai cavalli il
frumento i n erba. F u triplicato il carico dell’an
nuo donativo, accresciuto il prezzo del sale, e co-
strette le famiglie a comperarne più del consumo :
si impose una carta monetata, e vennero ingiunte
straordinarie contribuzioni, con minacce di car-
cere e confisca. Così d i loro mano gli Spagnoli
diedero il primo crollo a quell’edificio d’opinione
che i loro padri i n quattro secoli avevano fatico-
samente inalzato.
Nei trattati, che tennero dietro a quelle guer-
re, la Savoia ottenne prima la Sicilia, poi in luo-
go di quella, ebbe con titolo regio la, Sardegna.
I1 barone Pallavicini, fattone vicerè, vi giunse
dalla Sicilia (16 luglio 1720) con sette battaglioni
e coi dragoni di Piemonte, ricevè l’omaggio dei
ire stamenti, e giurò in nome del re Vittorio
Amedeo l’osservanza dello Statuto.

I1 nuovo governo si studiò di mescolar nelle


magistrature le contrarie fazioni, affinchè oblias-
sero le passate discordie; e pose mano a riordi-
nare le dissestate finanze. L’ordine e la vigilanza
italiana spiacquero sulle prime a gente avvezza
alla fastosa incuria spagnola : ma i pagamenti
pronti e stabili cattivarono tosto la comune ap-
234 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

provazione. Intanto s’intraprendeva la lenta de-


molizione dell’edificio feudale. La guerra civile
aveva fomentato le violenze e le vendette; turbe
di malviventi infestavano le campagne ; gli asili
ecclesiastici e le esenzioni personali favorivano
la loro impunità; nè la corte romana assentiva
che vi si ponesse mano, se prima non si ricono-
scesse da lei l’investitura del regno, dato quat-
t r o secoli addietro agli Aragonesi. Le repubbli-
che di Genova e di Venezia sollecitavano l’oppo-
sizione romanesca, per naturale avversione a una
potenza militare e a d un novello nome di re in
Italia. Le famiglie feudali avevano t r a t t o nelle
sanguinose loro discordie le popolazioni: e a
Nulvi nell’Anglona combattevano le donne stesse ;
e la viragine Lucia Delitala si mostrava armata a
cavallo, e si vantava di ferir più lontano di qua-
lunque bersagliere. Sii le rupi della Gallura v’era
un popoìo di banditi, che vivendo i n capanne e
caverne, scendeva a far preda. I1 vicerè Rivarolo
disperse le bande ; molti tragittarono i n Corsica ;
molti presi ; giustiziati solennemente i più feroci.
Egli percorse l’isola con pomposo seguito, interro-
gando t u t t i , visitando le carceri, e spaventando i
protettori dei malviventi. L’effetto f u tale che
nella sola villa di Sardara e in un sol a n n o i l nu-
mero de’ buoi da lavoro si accrebbe di trenta paia.
Si stabilì nuova forma pei processi criminali ;
s’instituirono pubblici ragionieri ; s’imposero di-
scipline agli avvocati; si mandarono medici e
chirurgi a studiare sul continente ; s’introdus-
sero ecclesiastici italiani per insinuare l’uso del-
la bella lingua; si favorirono le nozze f r a i mi-
litari piemontesi e le donzelle sarde; si accolsero
i signori alle cariche i n Torino; il clero e i ma-
gistrati ebbero a lasciare il vestimeno spagnolo.
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 236
La colonia che i corallieri genovesi avevano
nell’isola di Tabarca, travagliata dai Berbare-
schi, si trasferì nella deserta isola di S a n Pietro.
Giunsero i coloni con arredi da pesca e da cam-
pagna, e stettero attendati finchè non furono co-
strutte le loro case a Carloforte, sotto cielo sa-
lubre, in buon porto, abbondante d’acqua e di
legna. LI marchese Della Guardia, che aveva fatto
le maggiori spese, prese il titolo di duca di San
Pietro ; ottenne di formare un reggimento nazio-
nale sardo, e suo figlio donò centomila lire per
istituirvi una banda musicale. Altri Tabarchini,
schiavi in Barbaria, e riscattati dal re, si ricon-
giunsero ai compagni. E una colonia di Greci,
che in Comica era vessata da quegli abitanti, si
tragittò in Sardegna, sul Monte Tresta.
Ricomparsi nella Gallura i malviventi, il vi-
cerè Del Carretto si avvisò di tessere un concerto
per farli combattere fra loro; ma nessuno di
quelli comunque sciagurati si prestò a l tradimen-
to, benchè si dicessero pronti a rientrar perdo-
nati nella vita tranquilla; tanta & la naturale
magnanimità di quel popolo.
Surgevano intanto d’ogni parte progetti di
colonie, di dissodamenti, di scavi, di manifattu-
re ; ma i più degli intraprenditori, come avviene,
avevano poca perizia delle cose e delle genti, o
scarseggiavano di capitale, o abbracciavano trop-
pe imprese a d un tratto, e in t a n t a insalubrità
di luoghi.
Le milizie paesane si mondarono dei molti
malviventi che ne facevano parte, e si ridussero
a ventitremila fanti e settemila cavalli. Si ri-
strinse il diritto d’asilo ; un breve pontificio ri-
provò le esenzioni dei clerici coniugati. ‘Si apri-
rono poste e regolari carteggi col continente; si
236 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

fecero ponti, si aperse qualche s t r a d a ; Deidda,


che in paese senza scuole si era fatto ingegnere
da sè, prosciugò vari stagni, frenò gli straripa-
menti del Tirso, scoperse l’acquedutto d i Cagliari
e altri avanzi della provvida antichità,; il pie-
montese Plazza aperse scuola di chirurgia, ed
esplorò i minerali. I libri elementari erano la
grammatica del gesuita Alvarez, e la retorica del
gesuita Decolonia : non si faceva uso di classici ;
senza dizionarii s’insegnava il latino i n latino ;
e nelle pròvoche si dava al vincitore il diritto di
battere il vinto, insinuando negli animi il germe
dei delitti di sangue ; perlochè. si mandarono dal-
l’Italia altri maestri e altri libri. S e i seminarii
si rifuse l’istruzione, applicando al sostentamen-
t o dei professori le migliori prehende e i f r u t t i
delle mense vacanti: si crebbe il numero degli
alunni : si ristorarono i miserabili locali. Final-
mente (1764, 1766) si riformarono le università
con professori venuti d’Italia, alcuni però sardi
di patria. Due navi recarono pomposamente da
Genova quella colonia benefattrice, mentre gli
avversari del ben pubblico gridavano contro la
luce che veniva d’oltremare, e dicevano ch’era un
accusar d’ignoranza la patria. I gesuiti ebbero
a cedere l’edificio dell’università di Sassari e il
governo che ne tenevano. I municipii asseconda-
rono generosi l’impresa.
Si vietò ai parrochi di vivere assenti e farsi
supplire da vicarii che ((pascevano l’altrui gregge
a forma di mercenarii, senza affezione e senza
c u r a ) ) ; si dedicarono prebende a, provvedere i
vescovi manchevoli di decoroso sostentamento
perchè troppo numerosi in poca gente e inculto
paese. Si sopprimevano le viete tèsi peripateti-
che; si riformava lo stile ampolloso della predi-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERN 237
cazione ; s’introduceva l’italiano, e il latino si
scriveva più puro. Si apriva i n Cagliari una ma-
gnifica stamperia reale (1769). Si eccitavano gli
scrittori a preparare le menti all’abolizione della
proprietà promiscua e della servitù di pascolo,
e al riparto dei beni comunali. I1 Gemelli scrisse
il Rifioriniento della Sardegna (1776) ; Andrea
Manca dell’ Arca l’Agricultura della Sardegna
(1780); i l Cetti di Como l’Istoria Naturale della
Sardegna. E perchè alcuni magistrati si offesero
di chi manifestò libere opinioni, il re ingiunse
loro di consultare apputato quelle persone, che
nell’atto di biasimare il governo, avessero mo-
strato perizia della, cosa pubblica. S’instituirono
due tribunali mercantili; si ordinò la forma dei
libri di commercio, il corso delle cambiali, le as-
sicurazioni, le società, i sensali, i fallimenti :
cose t u t t e nelle quali il paese, non avendo pra-
tiche proprie, ondeggiava fra le consuetudini dei
vicini porti.
I1 vicerè Caisotti rese ferma l’amministrazio-
ne inunicipale, poichè nelle città si faceva a sorte
lo scambio annuale dei consoli, e nei villaggi si
conosceva solo il momentaneo comizio di t u t t a la
popolazione ; pose limite anche al numero di quel-
li che compravano col titolo di cavalieri l’esen-
zione dalle imposte, le quali ricadevano sopra i
pochi e i poveri. Riordinò i m o n t i frumentarii,
per sovvenire a. mite interesse le sementi ai po-
veri ; ordinò che gli agricultori concorressero nei
giorni festivi alle roadie, cioè al gratuito lavoro
d’un terreno il cui f r u t t o appartenesse a quei
monti; e già nel secondo anno la semina delle
biade si trovò cresciuta d’un terzo.
Si tentò qualche miniera; s’introdusse la col-
tivazione della rubia tintoria ; ma ogni solerzia
238 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

poco valse finchè durava la promiscuità delle


terre, l’incursione dei pastori, e il servile mini-
sterio de’ giusdicenti feudali. I1 beneficio delle
riforme però si vide in questo che la popolazione,
la quale all’ultimo parlamento spagnolo (1698)
appena toccava 262 mila abitanti, i n 77 anni si
trovò pressochè raddoppiata (416 mila) ; tanta è
la forza riparatrice della natura, appenachè gli
ostacoli vengano rimossi ; tanto giovava alla Sar-
degna l’essersi ricongiunta all’italica civiltà.
Morto nel 1773 il prode vecchio Carlo Ema-
nuele, e spenta con lui la benefica potenza del mi-
nistro pensatore, conte Bogino, si rallentò la ri-
forma ; e la popolazione nei quattro anni che cor-
sero dal 1773 al 1779 diminuì di 33 mila anime.
E quando s u la fine del secolo XVIII, l’Europa,
agitata’ dalle guerre ma sveglia e progressiva, ve-
deva moltiplicarsi quasi per incanto i suoi po-
poli, la Sardegna, benchè sfuggita alle devasta-
zioni militari, appariva sempre più desolata ; fra
360 mila abitanti contò mille omicidii in un anno.
Al che se si aggiunga la misera vita degli ucci-
sori, profughi nelle tane dei monti, o sepolti nelle
tenebre del carcere, o t r a t t i al patibolo, i campi
di battaglia del continente sembreranno meno
funesti di quella falsa e barbara pace. Poichè, se
la stessa proporzione d’omicidii si reca alle gran-
di popolazioni dell’intera Europa, che potevano
allora sommare a 180 millioni, i n un anno avreb-
be dato mezzo milione d’omicidii. E il sangue si
sarebbe sparso con maggiore atrocità e terrore,
non i n fortuiti scontri e su lontani campi, ma per
odii inumani nel seno di famiglie inferocite.

Al ritorno della pace l’isola, retrocessa a


352 mila abitanti, ma ricongiunta all’Italia, co-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 239
me in abbraccio di madre, parve tosto ristorarsi;
e verso il 1840 toccava già con mirabile incre-
mento i 525 mila. I quali rapidi ondeggiamenti
mostrano qual delicata cosa sia la pubblica pro-
sperità, e guanto facile sia agli Stati senza con-
quiste e rapine, crescersi in breve tempo dovizia
e potenza.
Nel 1793 la Francia, sempre sfortunata nelle
sue imprese contro In Sardegna, aveva mandato
sotto Cagliari l‘ammiraglio Truguet con ventidue
navi e seimila soldati. I n un combattimento di
t r e giorni le artiglierie dei Sardi affondarono più
navi ; i montanari respinsero gli sbarcati ; la spe-
dizione f u dispersa da un libeccio.1 Nell’ardore
che mostrarono allora quei popoli potè forse più
l’odio degli stranieri, che quello delle novità. I n -
f a t t i non trascorsero due anni che gli uomini del
Capo di Sassari cospirarono contro la feudalità,
e smantellarono castelli e palazzi. I1 vicerè f u
espulso; uccisi n furori di popolo il generale Pla-
nargia e l’intendente del regno; ma per queIla
generazione la caduta dei feudi non era matura.
Nel 1835 il re Carlo Alberto fece rilevare lo
stato delle ragioni feudali; e negli anni seguenti
richiamò dai baroni la giurisdizione civile e cri-
minale, e il diritto di riscuotere servigi forzosi;
fece estimare le diverse piestazioni ; stabili un’an-
nuità di 250 mila franchi per fornire quei com-
pensi che non si potessero accordare in t e r r e ; ri-
scattò vari feudi; sciolse quelli della corona, e
quelli che per devoluzione o riscatto si venivano

1 Vedi la Basvilliana :
E sbattuti dall’aspra onda crudele,
Cadaveri e bandiere, e disperdea
L’ira del vento i gridi e le querele.
CATTANEO . SCRITTI STORICI - 1
aggregando a l regio demanio. Me i feudatari e la
numerosa progenie dei cavalieri anche dell‘infimo
ordine sono esenti dall’ordinaria giurisdizione ;
e i Sardi hanno mille volte più care queste misere
distinzioni che la comune prosperità.
E perciò le terre inculte ingombrano tre quar-
ti dell’isola ; e gli ubertosi seminati, raramente
sparsi tra ignude sodaglie, mostrano ad un tem-
po i doni di Dio e l a cecità degli uomini. I terri-
torii si sogliono dividere in t r e o quattro parti,
una delle quali, detta la vidazzone, attorniarsi con
siepe secca; e i proprietarii, o quelli a cui il co-
mune l’affitta, possono seminarla, ma per un solo
anno; e dopo la raccolta deve ritornar pabarile,
cioè riaprirsi alla pastura libera e selvaggia ( p a -
bulum), come l e lande della prisca Scizia. E così
l’agricultura compie in t r e o quattro anni il suo
miserabile viaggio, senza prati, senza rotazione,
senza letami, senza stalle. I1 contadino, errante
quasi come il pastore, vende le braccia a giorno ;
o appigionando un campo per l‘annata, comincia
coll’indebitarsi della semente al monte granario,
o a l signore del fondo; o al tempo della mèsse,
pagato l’affitto e la decima e le imposte, appena
salva un tozzo per la fame. Così, mutando terra
a d ogni tratto, perde molte ore per trascinami
a, piede o a cavallo dal casale alla deserta vidaz-
none. Da ultimo crebbe il numero dei poderi ser-
rati; anzi alcuni si prevalsero della legge che
promove la chiusa delle terre, per cingere vasti
spazii, e arrogarsi un affitto dai poveri che prima
vi traevano gratuitamente. Ma frattanto è gran
ventura che chi lavora non venga. turbato ogni
anno d a un’irruzione di barbari. Le famiglie pa-
storali che pochi anni addietro (1824) facevano
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 241

412 mila), e davansi vanto di vivere i n ozio feroce,


cominciano a, seminare qualche grano ed allevar
qualche pianta attorno alle loro dimore ; e anche
nell’isola della Maddalena mutarono i n case le fra-
scate selvagge, e inalzarono una chiesa.
L’arancio, prospero nelle riviere dell’Oliastra,
del Sarrabus, del Capoterra, cresce fino a t r e
uomini d’altezza nella balsamica valle di Milis
appiè dell’estinto vulcano di Monte Ferro, cosic-
chè si può spaziare a cavallo sotto quelle ombre
felici. Solo a Dorgali, su la costa orientale, le
donne raccolgono qualche seta, che filano col fuso
e tessono a l telaio dei rustici pannilini. Coll‘orzo
si nutrono i cavalli; il grano turco e il saraceno,
noti da poco tempo, non soggiacciono a decima;
il riso non fece buona prova; il lino è poco colti-
vato, e la canapa meno; ma il cotone riesce, e a
Cagliari ve n‘ha manifattura. Sardara e Sanluri
danno zafferano : Sassari tabacco ; le vesti rosse
delle contadine sono tinte con rubie indigene (la
lucida e la peregrina) ; i vini ritraggono di quelli
d i Sicilia e Spagna. Alte selve di querce coprono
un sesto dell’isola,1 ottime alle costruzioni na-
I
vali. La specie più notabile è il suvero, e la sua
corteccia porge lavoro a Nuoro e Tempio. Ma i
boschi devastati dalle capre, rendono poco più
dell’affitto che si paga per condurvi nella stagio-
ne delle ghiande il porcime. Gli incendi vi sono
così frequenti, che talora i n una notte si vedono
divampare i n diverse montagne ; la maestosa ve-
ste di quelle pittoresche regioni ra ogni dì più
raccorciandosi. e colla stessa misura impoveri-
scono le fonti e inaridiscono i luoghi bassi.
La doviziosa flora descritta dal Moris, parte-

Quattro milioni di decari.


16. - CATTANEO. Scritti storici. I.
242 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
c i p dell’africana e dell’europea ; nella regione
più settentrionale rammenta la Provenza, nelle
altre due la Corsica e l’Algeria. Oltre al pino, al
castagno, a l noce, a l fico, al melagrano, al giug-
giolo, all’azzeruolo, a l lauro, a l lentisco dal quale
i paesani traggono olio, vegeta l’agave, il carru-
bo, il terebinto, la palmite e il dattilifero tra-
piantato di Barberia. L’oleastro ammanta ampia-
mente i colli, aspettando, al pari di quei popoli,
l’innestatore che lo educhi a più fruttuosa vita;
per l’addietro si offerse perfino la nobiltà a chiun-
que allevasse certo numero d‘olivi. Allignano va-
rie sorta di agrumi; il mirto, umile altrove,
giunge a singolare altezza; il ginepro fornisce
travi e tavole profumate, larghe fino ad un brac-
cio; l’opunzia cinge i campi; varie piante saline
fecondano le maremme, mentre i recessi dei monti
si adornano di splendidi fiori.
La fauna della Sardegna per felice siiigolarità
non annovera animali malefici; non serpi vele-
nose, in così estuosa t e r r a ; non orsi, non lupi;
nemmeno il tasso, nemmeno la talpa. Abbondano
perd gli insetti molesti ; e i venti d’Africa appor-
tano nembi di locuste, la più temuta delle cala-
mità i n paese non suggetto a grandini, a d ura-
gani, a terremoti. L’ariete (ovis ammon), con
corna d‘ampie volute, abita in turme selvagge i
monti; anche la capra della Tavolara ha enormi
corna; ma il cervo, il daino, il cignale e gli altri
animali sono piccoli. I1 cavallo selvaggio scom-
parve da pochi a n n i ; l’ultimo, donato a un vi-
cerè, morì del crepacuore di trovarsi prigioniero.
Oltre a varii vulturi e aquile, sono molti falconi,
e une specie detta il falco d’Elconora, perchè
l’eroina d’Arborea vietò di turbarne il nido. V’è
la gallina sultana, il pellicano, l’airone; e in
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 243

ottobre migliaia di cigni e altri grossi volatili


s’affollano su gli stagni; ma l’ospite più singo-
lare è il fiammante (phoenicopterus ruber), che
a mezzo agosto giunge dall’Africa in folte squa-
dre triangolari che nel lontano azzurro sembrano
tracce di foco, e in maestosa spira discende, e su
lo stagno di Cagliari posa le ale porporine. Va-
rie testiduini due specie di foche; la pinna ma-
rina della cui seta si fanno guanti; pesci delica-
tissinii, massime nei fondi granitici e limpidi di
Bonifacio. La pesca delle sardelle e delle acciu-
ghe si fa da Genovesi e Siciliani, come quella del
corallo, a cui prendono qualche parte i coloni
genovesi di San Pietro e i catalani d’Alghero.
ISardi preferiscono giocare le loro fortune nel-
la venturosa pesca del tonno, a cui si richiedono
capitali, scarsi nel paese; e perciò si vedono le
tonnare abbandonate, massime dopochè le super-
stizioni protettive esclusero il tonno sardo dai
porti di Francia, Napoli e Spagna.
Perite le antiche razze di cavalli a Pauli La-
tino, a Pratomanno, a Mores, a Monte Minerva,
questa nobil parte della pastorizia è decaduta.
Tuttavia il cavallo sardo, d i stipite spagnolo,
sobrio, durevole, saldissimo di piede ; regge al
galoppo nelle più aspre discese. I cavallini, detti
achettoni, di stipite arabo, ottimi per cavalleg-
geri, si comprano dai Francesi per l’Algeria. I
più piccoli e degeneri (achette) non sono più gros-
si d’un mastino ; e non v’è quasi contadino sì po-
vero che non ne abbia. I buoi mezzo selvaggi,
senza stalle alla pioggia, a l sole, a l pascolo for-
tuito, si guidano con briglia attorninta all’orec-
chio, e s i fanno tirare colla testa in modo molesto
e doloroso che accresce la naturale loro ferocia.
Selle parti di Bonorva si usano sellati per caval-
catura. Le vacche quasi selvatiche dei pabarili
appena dànno latte pei vitelli, e una famiglia, ta-
lora, ne possede centinaia, senza esser ricca. Non
si fa quasi butirro se non nei Monti del Marghi-
n e ; i migliori formaggi sono d i Sindia, Oschiri e
Macomero. Le pecore dànno ruvide lane, che si
lavorano nelle famiglie per uso domestico. I1 por-
co indomito delle selve tien molto del cignale;
il domito è i n minor pregio; e nella Nurra ve
n’ha una specie solipede, cioè, con unghia non
fessa.
I1 regno minerale abbraccia gli estremi della
scala geologica ; il ferro e il piombo argentifero
sono sparsi i n più luoghi; non manca rame, an-
timonio, manganio, antracite, lignite, e qualche
traccia d’oro e mercurio. Ma la sola, miniera che
si lavori, quella di piombo a Monteponi, occupa
circa ottanta persone. Il granito rosso del Monte
Nieddo è simile all’egizio ; il roseo dei Sette Fra-
telli a quello del Verbano; i l grigio abbonda nel
Goceano e nella Nurra; il porfiro trachitico e le
basaniti dànno macine. i l marmo ha belle va-
r i e t à : i l cipollino del Correboi, il bardilio di
Mandas, il nero di Flumini Maggiore, la breccia
d’Eglesia, il bianco zuccherino d’Ozieri, di Chir-
ra, di Teulada. Abbonda il gesso; e l‘alabastro
veste le grotte di l’orto Conte, Tiesi e Domus S o -
vas. La Nurra fornisce schisto tegolare ; sono fre-
quenti le pozzolane, le pumici, i tufi, le argille,
il nitro, l’allume, il bolarmeno, le rocce magne-
sifere, le terre coloranti ; si raccolgono diaspri,
agate, calcedonie, cornaline, ametiste e giadi. Ne-
gli stagni marittimi abbonda il sal comune, ed
anche il solfato sodico ; negli interni il carbonato.
Molte fonti salutari dei tempi romani sono smar-
r i t e ; ma si frequentano le termali di Sardara e
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 245

Fordungiano, le acidule di Codrungiano, le io-


durate d i Villacidro, le marziali d i Benetutti, ove
i bagnanti sono costretti a ripararsi i n una chie-
sa, o sotto frascate, o all’ombra d’un fico gigan-
tesco; così poca cura si ha d‘ogni util cosa.
Scarsi sono i lavori delle arti, lanerie grosse,
tele casalinghe, qualche cotoneria, cuoi conci con
foglia di mirto, pelli, marocchini, cappelli e ber-
rette, sapone, mobiglie, turaccioli, corde di pal-
mite, stacci, amido, paste e stoviglie di poco
valore.
I1 movimento commerciale, nel decennio 1826-
37, non superò per a n n u o ragguaglio sette mi-
lioni d’esportazione (franchi7,060,622) : dello qual
somma la metà consiste in grani, farine e paste
(3,544,597), un sesto in vini e acquavite (1.169,282),
poco men d’altrettanto in carni e formaggi
(1,024,723), un duodecimo in pelli (375,721) ; e i l
rimanente duodecimo i n bestiame, droghe, legno
e libri. L‘importazione annua si valuta a otto
milioni, la metà i n linerie. canapa, cotone e la-
n d e : poco meno d’un milione in droghe ; mezzo
milione in metalli. il rimanente in seterie, pelli
libri e carta.
Mentre la Lombardia conta più di venticin-
quemila chilometri di strade carrozzabili, la. Sar-
degna, che ha un settimo d i più di superficie,
appena ne conta quattrocento; e queste pure da
pochi anni. La principale percorre l’occidente,
e congiunge Cagliari, Oristano, Sassari e Porto-
Torre.1 A questa devono f a r capo le provinciali

1 E’ lunga 235 chilometri, e la diligenza v‘impiega


36 ore ; ha 7 metri di larghezza : e con poche ascese del 70
per mille, giunge all’altezza culminante di 650 metri. S e i
luoghi più deserti del Campidano f u munita di case a
246 CATTANEO - S C R I T T I STORICI -I
d’Eglesia, Bosa, Alghero, Castelsardo, Tempio,
Laconi e Tortolì, alcune delle quali compiute.
F r a t t a n t o per difetto di ponti in ogni inverno
non meno di cento persone periscono guadando
i fiumi.
Cagliari è porto di prima classe; Porto Tor-
re, Isola Maddalena, Alghero e Carloforte, di
seconda ; Oristano, Longosardo, Terranova e Isola
Sant’Antioco, di terza; e vi sono capitani di
spiaggia a Castelsardo, Orosei, Siniscola, Mu-
ravera, Terralba e Bosa. Con tanti porti, con
mille chilometri di coste, cioè il quarto incirca d i
q u a n t o ne ha il regno di Francia, a una giornata
di tragitto dalla Toscana, dalla Francia, dalla
Spagna, dalla Sicilia. dall’Africa, il commercio
sardo conta in t u t t o 8 navi a vele quadre (brichi),
e 38 a vele latine (mistichi, bovi e cutteri), con
alcune barche coralliere e peschereccie.
Gli studii mercantili e industriali sono ignoti ;
non insegnamento di lingue vive, di disegno, di
chimica, di meccanica, d’idraulica, di nautica,
d’economia. I giovani destinati alle magistrature
appena delibano il diritto civile e canonico: le
università ripetono entrambe i medesimi rami ;
i n Cagliari cinque professori di scienze mediche
hanno i n tutto dieci allievi. e in Sassari ventuno.
L e università dànno un centinaio di scolari alla
teologia, e un altro alla legge, medicina e chi-
rurgia. Manca l’istruzione per ingegneri, agri-
mensori, farmacisti, levatrici, ragionieri, mae-
stri di scuola, architetti. Mancano quelle classi
studiose che, intrecciandosi al commercio, alla

difesa e ricovero, in paese senza osterie. Compiuta in


settecento giornate di lavoro, in sette campagne d’inverno
e primavera, costò quattro milioni (3,962,051). ,

, I ,

. .. . .
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 247
possidenza, all'industria, all'agricultura, fanno
la parte più vitale della nostra società. I1 corpo
degli studenti è fornito i n gran parte da fami-
glie così povere, che sotto il nome di maioli sono
costretti a collocarsi servi presso i signori, che
lasciano loro qualche intervallo per la scuola.
E si vedono studiar le lezioni nel vestibolo dei
palazzi, o alla porta delle chiese o delle case ove
hanno accompagnato le loro signore, istituzione
che rende spregiato i l nome dei liberali studii.
Le scuole letterarie sono tenute tanto in Cagliari
quanto i n Sassari dai gesuiti (472 allievi), e dai
frati delle scuole pie (1323). L'istruzione nelle
campagne quasi ignota: quella delle donne si
riduce i n pochi monasterii. Una genia di scrivani
pubblici si noleggia alle corrispondenze episto-
lari, ministra di dissensione e d'intrigo.
I1 clero, i n proporzione di popolo, è circa il
doppio che fra noi, quindi povero; le sue rendite
si valutano u n millione di franchi. per un quarto
appartengono all'ordine vescovile. Le undici dio-
cesi dell'isola non sommano alla popolazione del-
Ia sola diocesi di Milano. La città vescovile di
Ales non ha mille anime (989) ; quella di Galtellì
poco più di ottocento (845). Le parrocchie (391)
sono d'ingovernabile vastità, ragguagliandosi per
termine medio ad una superficie di 70 chilometri.
Gran parte dei curati si fa supplire da vicarii
annui poverissimi, e nondimeno tenuti a dare
l'ospitalità, per difetto d'osterie. Ma le città han-
no molti canonicati e beneficii collegiati (450). I1
Della Marmora osserva, che t r e quarti delle fu-
miglie agiate devono il principio della fortuna a
qualche prebendato : il che dimostra ancor mag-
giore la povertà delle altre classi. I f r a t i sono
più di mille (1105), tra gesuiti (60), domenicani
248 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

(70), cappuccini (250) e osservanti (320); ma po-


veri, con meschini conventi e scarsi di libri.
La milizia regolare (3318 uomini) forma u n
reggimento di cacciatori della guardia reale, un
battaglione franco, una brigata d’artiglieria e
un reggimento di gendarmi, detti cavalleggeri ma
non t u t t i a cavallo. Le milizie popolari contano
diecimila uomini, dei quali quattromila a ca-
vallo; son divise per territorio i n dodici batta-
glioni di numero ineguale ; i soli officiali portano
uniforme ; e quindi le squadre offrono un pittore-
sco adunamento di ne sembianze: i lunghi ca-
pelli, le folte barbe, i berretti, la veste di cuoio
(ch‘essi chiamano collettu), la saprai-veste di pel-
liccia (vestepelli, bestepeddi), i piccoli o fieri ca-
valli, il lungo fucile all’africana, la lancia, ch’es-
si chiainano ancora col nome romano di veruto
(berudu), rammentarono al Della Marmora le ca-
vallerie leggieri ch‘egli aveva visto nella guerra
di Russia, massime quando i Sardi scortando
qualche personaggio, fanno a gara a saltar fossi
e siepi, e gettarsi a galoppo fra le più scoscese
balze.
Nel 1836 i barracelli vennero di nuovo sepa-
rati dalle milizie ; essi vengono scelti dal capi-
tano della compagnia, e servono per un anno.
I capitani dei barracelli intimano a t u t t i gli abi-
t a n t i di dichiarare i loro mobili, immobili c semo-
venti ; ognuno paga in proporzione delle cose
dichiarate, e allora può lasciarle nella deserta
campagna ; e i n caso di furto. fattane entro tre
giorni dichiarazione a l barracellato, ne riceve fra
due settimane il risarcimento. I barracelli, risar-
citi i furti, e conferito il quinto della tassa d’as-
sicurazione alla regia finanza, si dividono fra loro
i l rimanente della perdita o del lucro.
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 249
L’isola ha t r e fortezze, Cagliari, Alghero e
Castelsardo ; t r e altre città murate, Eglesia, Sas-
sari e Oristano ; quattro forti, San Stefano, Isola
Maddalena, Sant’Antioco e San Pietro ; sessan-
tasette torri lungo la marina, alcune delle quali
sono vedette con due guardie, altre sono munite
d’artiglierie, e non accessibili se non colle scale
di corda, che non si lasciano mai pendere di
fuori. La marina militare ha due lancioni e un
brico che serve a1 trasporto del denaro; poichè
l’isola, nella sua presente condizione, apposta al
governo piemontese una passività, che si salda
con un sussidio militare di ottocentomila franchi.
Le rendite nell‘ultimo decennio ragguaglia-
sono LI poco più di tre milioni (3,385,575). Le
dogane e le altre imposte indirette di sale, ta-
bacco, polvere, neve e registro vi contribuiscono
per più di due terzi (2.366,061). Le varie imposte
su la proprietà stabile e la quota barracellare su
le proprietà mobili, non sommano a più di 842,907
franchi. Le miniere, le pesche. le multe, e vari cen-
si e redditi fortuiti fanno il rimanente (206,605).
Se la somma totale si misura sulla cifra della
popolazione, ragguaglia franchi 6 per capo ;
che è poco i n paragone agli Stati continentali.
S e le imposte su la proprietà si misurano sulla
cifra della superficie. si avrebbero all’incirca 33
millesimi d’imposta diretta. per ogni pertica o
decaro di mille metri; ben povera cosa. La parte
principale è il donativo votato dagli stamenti
(534,000 fr.), non compreso il sussidio ecclesia-
stico (19,943).
Le chiese conservano ancora il diritto d’asilo,
quando il reato non importi più di due anni di
carcere; la tortura venne abolita solo nel 1821;
le prigioni sono anguste, insalubri, malsicure ;
250 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

i lavori forzati si fanno ancora a vista pubblica i n


Cagliari, Sassari, Alghero e Porto Torre. Due
volte all'anno il vicerè si reca solennemente in
una sala dell'ergastolo, e a l cospetto dei giudici
ascolta a d uno ad uno i prigionieri ; ciò si chiama
la siziata; ma non è probabile che abbiano ardi-
mento di mover lagnanze contro persone che pos-
sono trarne troppo facile e vicina vendetta.
I1 popolo è sano, robusto, agile, vivace, ma
piuttosto piccolo di statura. Nel capo di Sassari,
e massime nella Galliira ove domina la stirpe
côrsa, ha forme più italiane che nel mezzodì, dove
il volto meno ovale e Ie guance sporgenti ram-
mentano un altro modello. I viaggiatori vantano
le forme eleganti e i grandi occhi neri delle donne
nei contorni di Tempio. Attendono poco a i lavori
campestri : amano vesti sfoggiate, colori vivaci,
finissime biancherie, bottoniere d'argento, vellu-
t i , catene, anella e cammei. Amano il canto e la
danza, e nella Gallura l e tenzoni poetiche sono
il trattenimento delle serate invernali. I v i le ve-
dove si cingono ancora la fronte di bende bian-
che, come ai giorni di S i n o Visconti :
Non credo che la sua madre ancor m’ami,
Poscia che trasmutò Ie bianche bende,
Le quai convien che misera ancor chiami.
VIII. PURG.

Principal cura delle donne è di preparar le f a -


rine, che passano fino i~ sette diversi stacci, per
farne varie loro maniere di pani e paste. Il più
povero uomo mangia sempre pane bianchissimo,
e ha carni e vino: e pur troppo non può invidiare
le malpasciute plebi di più civili regioni. Ab-
bonda il selvaggiume e il pesce, e t u t t i hanno
caro di mettere gran tavola, e ponno dirsi popo-
DELLA SARDEGNA ANTICA E MODERNA 251

lo mangiatore, non però bevitore. La danza, si ama


assai nelle campagne, e si fa al suono del tambu-
rino o della launedda, specie di flauto, o piutto-
sto di t i b i a all’uso antico. Amano la caccia, le
armi, i cavalli, le corse perigliose, le lutte a calci,
ed altri esercizi marziali. Concordi nel seno delle
famiglie, si fanno religione della vendetta.
Benchè fra i duecento illustri della Biografia
Sarda del Martini molti siano oscuri, sono de-
gnissimi di memoria i nomi di Hiosto e d’Amsi-
cora, e quelli di Mariano d’Arborea, d’Eleonora
e di Leonardo. Molti valorosi diede la Sardegna
alle armi spagnole e piemontesi. Un Porcile di
Carloforte conquistò ai giorni nostri i n varii
scontri sei navi da guerra t r a barbaresche e
francesi. Hassan Agà, il prode che respinse Car-
lo V da Algeri, era nato sardo, come Morad che
conquistò il dominio di Tunisi. I fasti della Chiesa
rammentano i papi sardi Simmaco e Ilario, e
i vescovi Ignazio, Eusebio e Lucifero. Azuni,
scrittore di diritto marittimo, può dirsi il più
illustre de‘ suoi cittadini. Tra le istorie f u lodata
e tradutta quella del Sanfilippo su la guerra della
successione di Spagna. Lunga schiera d’uomini
beneineriti raccolse le leggi e ne illustrò i monu-
menti, come Arquer, Bellit, Dexart , Olives, F a r a ,
Vico, Sanalecca , Baïlle : molti promossero cogli
scritti il pubblico bene, coine Canelles, Canopolo,
Cossu, Deidda, Guiso, Manca dell’Arca, i t r e
fratelli Simon, e il duca Villermosa che cangiò
il deserto d’Orri in podere-modello. Nei secoli
addietro i Sardi si davano non senza lode alle
lettere spagnole : da vento anni incirca divennero
buoni scrittori italiani. I t r e dialetti dell‘isola
furono coltivati con amore fin dal cinquecento ;
il sardo-corso da Araolla di Sassari e da Pes d i

.
.... .
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Tempio; il logodorese d a Congio, Cubbeddo e


Maddao; il cagliaritano da Porqueddo e Pintore.
Vincenzo Porro si affaticò lungamente a racco-
gliere un dizionario e una grammatica del caglia-
ritano, come ora Giovanni Spano del logodorese.1
Tuttavia la Sardegna non peranco recò il suo tri-
buto a l tesoro delle scoperte scientifiche e del ge-
nio letterario. E quelli che attribuiscono il senso
delle a r t i ai raggi del sole, non potranno spiegare
come in duemila anni in una terra che giace di
fronte alla Toscana e a Roma, sotto il cielo di
Pesto e dell’Alhambra, non vi sia memoria d’un
solo artista !
L’agricultura, portata nell’isola, assai per
tempo, soggiacque più volte all’influenza cospi-
rante dell’aridità estiva, dell’insalubrità autun-
nale, delle invasioni marittime, delle irruzioni
montane; quindi non potè accumulare nel corso
dei secoli quella ferma potenza territoriale, che
avrebbe domato i pastori. Ad ogni sventura pub-
blica la parte più culta e mansueta’ della popola-
zione periva o cedeva terreno, e tosto vedeva i

1 L‘Ortografia del sig. Spano è una grammatica ra-


gionata del dialetto logodorese o centrale, ch’egli chiama
sardo per eccellenza, a differenza del sardo di Cagliari,
o campidanese, e del sardo-corso di Sassari e Galliira.
E’ un ripostiglio di notizie preziose su tutte le gradazioni
di quei dialetti; ma l’avervi fuso per entro una gramma-
tica elementare ad uso dei giovanetti apporta ingombro e
turba l’ordine. V’è annessa una preziosa mappa dei dia-
letti sardi : Carta de sa Sardigna, juxta sos dialectos suos,
cioè Carta della Sardegna, giusta i dialetti suoi, lavoro
degno d’imitazione nelle altre terre italiane. L’autore
ebbe l’accorgimento di scrivervi i nomi dei luoghi giusta
la vulgar pronuncia del paese; quindi non Cagliari, Sas-
sarì, Alghero, Ozieri, Castelsardo, ma Calaris, Tataris,
Salighera, Othieri, Casteddu Sardu.
DELLA SARDEGNA ANTICA MODERNA 253

I suoi campi invasi dalla barbarie primitiva. Si


tratta di radicare la civiltà nei monti, perchè di
là non possa più sovrastare un perpetuo nemico
alla cultura del piano, e vi si possano tranquil-
lamente accumulare le dovizie necessarie a do-
mare le naturali influenze. E’ d‘uopo della pro-
prietà semplice, senza prestazioni feudali, senza
decime, senza vincoli che impediscano il riparti-
mento e la circolazione. La famiglia che ha il
suo campo, gli olivi suoi, le sue viti, non ha più
voglia d’abbandonare alla sbaraglia le cose più
i care per irrompere vagabonda nelle terre altrui.
E d’uopo respingere lungi dall’abitato il barbaro
cerchio del pabarile, e dilatare le oasi dei terreni
chiusi. I1 bestiame, raccolto nelle stalle, fecon-
derà la terra, diverrà più vegeto e fruttuoso.1
Dopo le siepi e le stalle la prima opera debb’esse-
re quella delle s t r a d e ; poi quella di sostituire il
maestro d’agricultura o di chimica ad alcuna
delle addoppiate cattedre d‘altre scienze. Che
se l’istruzione elementare cominciasse dalle don-
ne, il fanciullo imparerebbe in grembo alla ma-
l dre il leggere e lo scrivere, come il favellare.
Noi ci siamo studiati di raccogliere i n breve
da buone fonti queste notizie intorno ad una

1Se con un prestito si desse vigorosa spinta alle stra-


de, e si aprisse il commercio a tutte le più riposte re-
gioni, e il maggior valore del produtto annuo si valu-
tasse solamente a d un soldo per ogni pertica : il vantaggio
annuo sommerebbe a 1,200,000 lire, e potrebbe sostenere
un prestito di 24 milioni; il quale basterebbe a f a r tante
strade da sommare a sei o sette volte tutta la lunghezza
dell’isola. Ora crediamo noi che una t a l rete di strade
non crescerebbe d’un soldo il produtto d’ogni pertica di
terreno? Ora, per ogni soldo di soprappiù che crescesse,
il valor capitale dell’isola crescerebbe altrettante volte
di 24 milioni.
254 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I

considerevol parte della nazione italiana, quasi


ignota alla rimanente; ma non crediamo che la
fatica nostra possa supplire alla lettura di quel-
le opere, colle quali i Sardi stessi e i loro amici
illustrarono quel paese. I1 nostro proposito sa-
rebbe di venir successivamente raccogliendo si-
mili notizie su le altre membra del colosso ita-
liano, sicchè, fra tanta varietà di condizioni na-
turali e civili, avessimo meno oscura nozione di
ciò che noi siamo.1

1 Sella prefazione alle Notizie naturali e civili s u Ia


Lombardia, pubblicate presso Bernardoni nel 1844 [E’ lo
scritto qui di seguito pubblicato, pp. 331-433 N. d. E.], ab-
biamo fatto un altro passo in questa impresa col deli-
neare, come qui per la Sardegna, così là per l‘Italia tran-
spadana, una breve esposizione istorica, movendo dallo
stato naturale per giungere alle condizioni civili. E ne
rimane sempre fisso nell’animo il desiderio di potere in
simil modo descrivere l’indole e le sorti di tutti ad uno
ad uno i popoli italiani.
SI.
Di alcuni stati moderni.*

I1 genere umano non ha finito ancora d'impos-


sessarsi del globo terracqueo, vaste regioni del
quale sono tuttavia squallide solitudini. Anche
nella vivente generazione più d'uno potè rendersi
illustre, penetrando primo in terre inesplorate,
portando il primo annuncio del viver civile a di-
sperse tribù, vaganti in perpetua brutalità, ca-
paci ancora di pascersi di carne umana. I1 conti-
nente americano, che misura quasi dodici mi-
lioni di miglia, appena ragguaglia. q u a t t r o abi-
t a n t i per miglio, mentre queste nostre regioni ne
nutrono quattrocento e perfino ottocento. Qual
immenso vuoto a riempire in quella terra, per
lo meno altrettanto ubertosa, bastevole dunque a
nutrire i n pari abbondanza quattromila milioni,
mentre finora appena ne nutre quaranta !
Quando si eccettui l'Europa, l'India e la Chi-
n a , le quali contengono i n sì limitato spazio t r e
quarti e più del genere umano, il rimanente del

* Pubblicato, anonimo, nel « Politecnico », V (1842).


fasc. XXVIII, pp. 353-389, come rassegna del volume di
CRISTOFORO NEGRI, Del vario g r a d o d'importanza d e g l i Sta-
ti odierni, Milano, Bernardoni, 1841. Ripubblicato, con
modificazioni, dallo stesso Cattaneo in Alcuni scritti,
cit. II, pp. 229-264, da cui questa ristampa.
256 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

globo può dirsi ancora poco meglio d’un deserto.


Deserte rimasero per secoli e secoli le vie dell’ocea-
n o ; e solo da qualche generazione cominciarono
a solcarle i popoli dell’Europa occidentale e delle
loro colonie. La natura profuse in ogni parte i
variati suoi tesori ; ordinò le correnti dei mari e
dei venti ; preparò a i popoli navigatori immense
selve, inesausta congerie di carbone e di ferro,
ampii fiumi, porti spontanei, golfi che si prolun-
gano fra le terre; un’ignota scintilla accese la
face della civiltà d a quattromila a n n i : e nell’in-
tervallo molte ingegnose nazioni sursero e tra-
montarono. Eppure tanti fiumi rimangono anco-
r a innavigati, e tante selve intatte, e tante belle
terre imputridiscono sotto l’ingombro d’una sel-
vaggia fecondità. Si può dire che, dopo quaranta
secoli d’istoria, l’umana famiglia è ancora ne‘ suoi
principi, Non ha peranco edificato le sue case, nè
arato i suoi campi.
Intanto le stirpi incivilite comandano al mon-
do ; l’angusta Europa, cinquantesima parte della
superficie del globo, domina la terra e il mare, in
virtù della preponderante sua cultura. Ma per-
chè l’antica civiltà dell’Asia più non esercita in-
fluenza sul mondo? Come mai l’India, la Persia,
l’Asia Minore, la Siria, l‘Egitto hanno perduto
il genio delle a r t i , delle lettere, del commercio,
della guerra, il secreto della potenza religiosa e
militare? Nell’Europa stessa le sorti sono mu-
t a t e ; la stirpe greca e 1’ italica, le quali con
Alessandro e con Cesare signoreggiarono sui de-
stini dell’umanità, ora non gettano più esse il
dado della pace e della guerra. La nazione spa-
gnola non f u mai tanto numerosa come ora, in
Europa, i n America, i n Oceania; eppure la sua
influenza sì formidabile a i nostri padri è al tutto
I DI ALCUNI STATI MODERNI 267
I svanita. Genti che per molti secoli erano rimase
barbare e neghittose, ora si sono ordinate a co-
lossale preponderanza. La grandezza non è dun-
que il retaggio d'una stirpe o il dono d'una tal
I terra o d'un t a l cielo. - Quali sono i popoli po-
tenti? - E come e perchè lo sono?
Ecco due gravi dimande, nell'indagar le quali
la mente trascorre involontaria a congetturare
nel futuro, quali popoli siano in procinto di cre-
scere a soverchiante potenza ; quali instituzioni
conducano su la via del languore e del decadi-
mento ; quali speranze di risurgimento rimanga-
no nelle alternative della potenza a i popoli tra-
montati; e sopra tutto quali stirpi siano desti-
nate a fiorire nel possesso di tutta. quella parte
di mondo che giacque deserta finora, e in para-
gone alla quale così poca cosa è la terra incivilita.
Quali sono i popoli p o t e n t i , e come e perchè
lo sono? - A chiarire queste dimande l'autore
dell'opera che prendiamo i n esame, raccolse
d'ogni parte i primi materiali; ma per naturale
tendenza del s u o pensiero, prese di mira piutto-
sto gli Stati che le nazioni; differenza di sommo
momento nella scelta dei f a t t i : e perchè una na-
zione è spesso in più Stati divisa, e questo smem-
bramento può nasconder gran parte della sua
vera potenza; e perchè uno Stato grande è quasi
sempre un artificiale accozzamento di più na-
zioni, che tende a d esaltare alcuna di esse, in
modo che assorba e stringa. i n sè Ia potenza delle
altre,

A qualunque parte del globo si rivolga l'oc-


chio, s'incontrano le navi, le fortezze, gli emporii,
le colonie dell'Inghilterra. Dalle appartate sue
isole codesta nazione seppe spargere in t u t t i i
17. - CATTANEO.Scritti storici. I.
258 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

mari le sue vele. Nelle grandi lutte della politi-


ca europea potè bloccare i porti, sforzare gli
stretti, ferir nel cuore quegli Stati che avevano
la capitale sul mare; colle sue crociere lungo le
correnti delle acque e dei venti appostare le navi
nemiche, vietar loro d’attelarsi i n flotte, e d’ad-
destrarsi a quelle grandi evoluzioni, che danno
o tolgono i n un giorno il dominio dell’oceano e
il commercio nel mondo. Da Heligolanda essa
vigila le coste della Danimarca e della Germania,
dalle isolette normanne i lidi della F r a n c i a ;
dalla rupe di Gibilterra custodisce le porte del
Mediterraneo ; con Malta io divide i n due recinti ;
con Corfù chiude l’Adriatico, e smembra la Gre-
cia. Ella si stende chi un capo all‘altro dell’oppo-
sto emisferio; domina la Terra Nova, gli sbocchi
del mar polare ; tiene l’Acadia, l’immenso Ca-
nada, le Bermude, molte delle Antille; dai lidi
di Mosquito e di Honduras s’insinua sii l’angusto
lembo di t e r r a che divide i due oceani; pei fiumi
della Guiana s’introduce nelle ignote pianure
dell’America interna : dalle Malovine guarda lo
stretto Magellanico e le nuove pescagioni delle
plaghe australi. Se le Ire fortezze del Mediterraneo
stringono l‘Africa da settentrione, l e stazioni del-
la’ Guinea, di Fernando Po, dell’Ascensione, di
Sant’Elena, la colonia del Capo, vasta come la
madre patria, gli arcipelaghi di Maurizio, l’isola
di Socotora le ricingono dalle altre parti. La for-
midabil catena si continua lungo il Mar Rosso e
il Golfo Persico, e i n Aden e i n Buscire attra-
versa le più antiche vie del commercio universale.
Uomini solerti dànno opera perchè alle due
rive dell‘istmo egizio approdino vaporiere di fer-
ro della potenza di seicento cavalli, e i n trenta
giorni le preziose merci dell’India per la via del
DI ALCUNI STATI MODERNI 259
Mar Rosso giungano a Londra; e nulla valgano
le pertinaci calme o i pertinaci aquiloni che si
alternano in quel golfo scoglioso, e deludono la
potenza delle vele. Pochi mesi dopochè l’infelice
Burnes scandagliava l’ignoto letto dell’Indo, e
lo rinveniva navigabile a vapore per ben mille
miglia, gli Inglesi occupavano le foci del fiume,
sgominavano le barbare federazioni dei Sindi e
dei Beluci, aprivano una nuova vena di commer-
cio; ed oggidì già t u t t a la valle immensa di quel
fiume è corsa dalle armi britanniche. I1 vapore
anima la pacifica navigazione del Gange ; le menti
immobili di quelle vetuste nazioni si svegliano
a nuovi pensieri. Colà cento e più milioni d‘uomi-
ni si trovano non si sa come ammaliati dall’au-
dacia di pochi Europei. Qual è la misteriosa de-
bolezza che aggioga l’India a d un’isola remota,
la quale era popolata da barbari dipinti d’az-
zurro, quando l’India possedeva già leggi e riti
e monumenti? Meravigliati e insospettiti della
troppo facile conquista, e gelosi d‘ogni futuro ri-
vale, gli Inglesi movono dalle pianure dell‘India
ad assicurarsi le alte montagne, dalle quali di-
scesero i passati conquistatori, e in mezzo a
quelle bellicose tribù fanno il più prodigo sacri-
fizio d’oro e di sangue.
Molte linee doganali colle quali i regoli indi-
geni e musulmani allacciavano il commercio,
vennero abbattute dalle armi, o rimosse per com-
pera e per trattato. Si vuole che una sola linea
terrestre e marittima accerchii i cento e più mi-
lioni d’uomini che vivono in quella terra ubertosa.
Con rimuovere i confini doganali, si cancellano i
confini di quelle arbitrarie signorie ; e mentre
nell’interesse britannico si demoliscono i nodi di
resistenza, involontariamente si promuove nell’in-
260 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

teresse indiano una vasta nazionalità. I1 cordone


doganale si stende fitto dietro a i pochi porti che
colà rimangono ancora alla Francia, alla Dani-
marca, al Portogallo, cosicchè le merci, per non
pagar duplice dazio, devono indirizzarsi a i porti
britannici, lasciando in secco gli altri che ap-
partengono a nazioni rivali.
Intanto il genio europeo segna di qualche be-
nefico vestigio il conquistato terreno ; traccia un
canale per congiungere attraverso agli altipiani
il Sutlege, influente dell’Indo, colla Jumna in-
fluente del Gange; ristaura gli antichi canali
scavati dai maomettani ; appena sottomessa Cur-
nul, vi medita un vasto ordine d‘irrigazioni; al-
t r e acque conduce in Rohilcunda per cangiare
in tranquilli agricultori quei vagabondi e turbu-
lenti guerrieri. Con quattro vie attraversa i diru-
pati Ghauti; con una suntuosa strada vuole at-
traversar la penisola da Bomba’; a Calcutta,
mentre finora le corrispondenze si portarono da
pedoni per selve e paludi, varcando i fiumi a
nuoto o con zattere di canne.
Nell’isola di Ceilan fin dal 1811 il potere giu-
diziario si esercita da indigeni, giurati come è
l’uso britannico, senza divario di stirpe o di re-
ligione. Per voto dei padroni stessi di schiavi
si stabilì che, dal 12 agosto 1816 in poi, nell’In-
dia anche i figli di madre schiava nascessero t u t t i
liberi. Bentink cominciò a vietare l’ardersi delle
vedove sul rogo dei mariti, e il forsennato preci-
pitarsi dei divoti sotto le rote del gran carro di
Jaggernaut. La Compagnia rinunciò all’antica
imposta che i principi levavano sui peregrini i
quali trascinano la loro miseria ai santuarii de-
gli idoli, seminando di moribondi le infocate
strade. Tuttavia il governo non accondiscende
DI ALCUNI STATI MODERNI 261
ai zelatori che vorrebbero troncar colla forza il
corso di quelle religioni antichissime ; e trala-
sciando la disperata impresa d i spegnerle nel
sangue, attende che il contatto delle ragione eu-
ropea e della veridica scienza depuri la fonte
stessa delle opinioni. A t a l uopo concesse la li-
bertà della stampa, la politica discussione e la
critica de' suoi medesimi atti. I giornali a sì
enormi distanze sono un mezzo di vigilanza, che
previene la prevaricazione dei magistrati, e pre-
para ai legislatori men parziale e men sospetta
cognizione delle cose. Perlochè noi non possiamo
dividere l'opinione dell'autore, il quale si mera-
viglia come quei dominatori possano nelle gazzet-
t e esporre a i dominati il quadro degli eserciti
e lo stato delle casse, e svelar loro Ia rivalità e la
potenza delle altre nazioni. Noi vi vediamo un
popolo ch'è fermamente fedele alle sue institu-
zioni tanto a l di qua come al di là dai mari. La
libera discussione prepara da lontano l'unifor-
mità delle idee, i n modo che si potrà col tempo
sostituire i l perpetuo vincolo dell'assimilazione
morale alle transitorie sorprese dell'astuzia e
della forza. Lo stesso enorme debito che un or-
dinamento tutto militare e artificiale viene ogni
anno aggravando, costringerà la Compagnia ad
associare i sudditi all'amministrazione, ed archi-
tettare un ordine di cose che consuoni agli inte-
ressi ed alle nazionalità. Un imperio, che cerca
fondarsi nell'opinione, cadrà col tempo, come cad-
~ ~ altri che si fondarono su l'avvilimento
d e quegli
e l'ignoranza: ma il fortunato invasore, che po-
tesse debellare gli eserciti inglesi, non potrà mai
svellere le radici che le istituzioni britanniche,
la libera discussione, la disciplina militare e le
rifusa nazionalità, vi avranno gettate.
262 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I

Le forze britanniche e le chinesi, molti anni


prima d’urtarsi su le coste della China, si erano
trovate a fronte nell’interno del continente. Fin
dal secolo scorso il gran Lama del Tibeto, assa-
lito dai Nepalesi, invocò l’aiuto dell’imperatore
Kien-lung, che per i monti Imalai fece invadere
il Nepale. I Manciuri nel 1767 attraversando
l’Assam, che ora obbedisce agli Inglesi, invasero
la, Birmania, e retrocessero soltanto perchè in-
festati dalle febbri i n quelle calde maremme.
Surse nell’intervallo la nuova, potenza dei Bir-
mani; ma tosto dove cedere alle armi britanni-
che, che cacciarono quei conquistatori dalle coste
dell’Arracania, e colla fondazione di Amherstown
li disgiunsero dai Siainesi, e coll’invasione del-
I’Assam si frapposero fra loro e la, China. L’iso-
letta, di Singapore diventò in pochi anni un
libero convegno di naviganti. Selle selve dell’As-
sam si aprono altre strade di guerra e di com-
mercio; il vapore penetra per quelli ignoti fiumi,
e la cultura del tè si propaga fra quelle alte valli,
che la geografia non conosce ancora, e che di-
scendono a tergo nelle Birmania, nel Tonchino
e nella China.
Il commercio dell’oppio indiano nella China
(50 milioni) divenne un pretesto per abbattere a
cannonate le leggi claustrali che separarono per
tanti secoli dal consorzio del mondo l’antichis-
simo degli imperii. Coll’estinguersi le privativa
della Compagnia delle Indie, e accomunarsi a
t u t t i il commercio dell’oppio, le venali magistra-
ture manciuriche, non più mansuefatte dai ric-
chi doni della, Compagnia,, avevan dato vigorosa
mano alle leggi proibitive, avevano inflitto pene
capitali a i contrabbandieri, espulsi i mercanti.
Le minute offese divennero ostilità; e la Gran
DI ALCUNI STATI MODERNI 263

Bretagna trovossi ridutta a d improvvisare a d


enorme distanza una guerra colla più numerosa
nazione del mondo. I Manciuri pagarono il fio del
vivere disgiunti dal generale incivilimento, in
modo di mandar contro il cannone europeo sol-
datesche armate d’arco e di frecce e di moschetti
a miccia. Gli Inglesi sperperarono facilmente
quelle senili difese, demolirono forti, occuparo-
no isole, risalirono golfi e fiumi, apersero stazioni
navali; ma il lungo soggiorno su le navi, le insa-
lubri maremme, gli ignoti scogli, i frequenti nau-
fragi decimarono le truppe.
Le forze materiali, di cui la fiacca ammini-
strazione chinese può disporre, sono immense.
Neumann riprodusse l’opinione che quell’imperio
sia popolato da quattrocento milioni, cioè quan-
t o t u t t i insieme gli altri paesi della terra. Ai
tesori d’una natura prodiga e d’un‘industria de-
licata si aggiunge un’avvedutezza amministrativa
che, fin dai tempi di Marco Polo, sapeva maneg-
giare la carta monetata, e moderarne il corso
con casse di scambio. Non manca indole intra-
prendente e pogressiva a d una nazione, la cui
parte più povera e inculta va da alcuni anni con
numerose colonie spargendosi ira i barbari della
Malesia, portandovi il commercio e l’agricultura,
e rendendo in alcune isole dominante la, sua
lingua. La legislazione minuziosa e complicatis-
sima, il sordo rancore degli indigeni e dei Man-
ciuri che si contendono i ministerii, un’istruzione
serva e ingannatrice, una scienza di parole, una
pertinace repressione delle idee, spengono ogni
generosa passione. Ma se l’urto delta civiltà eu-
ropea con una viva guerra diroccasse quel tarlato
edificio, e sciogliesse quell’immensa moltitudine
d’esseri intelligenti dall’assedio perpetuo de’ suoi
264 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

confini, dalla volontà di barbari dominatori, dai


ceppi delle prische tradizioni, essa nell’impeto
delle novelle idee facilmente otterrebbe su l’Asia
e su l’Oceania un’influenza proporzionata alla
formidabile sua mole. Può il governo chinese
eludere lo scontro, desolar le marine, opporre la
difesa del clima e delle dovizie, facendosi intorno
una cintura di batterie, governate da mercenarii
europei ed americani, i quali per dirla coll’autore
«a lauto prezzo si offrono a d affilar le spade ed
appuntar le artiglierie ». Ma noi crediamo ferma-
mente che i difensori farebbero alla fine ciò che
non avrebbero fatto gli assalitori; le fortezze al-
zate per chiudere la frontiera diverrebbero em-
porii di contrabbando, ossia di libero commercio ;
i mercenarii difensori della frontiera diverreb-
bero ben presto confidenti della corte, arbitri del
potere e del tesoro, signori delle province; e nel
conflitto t r a i Manciuri e gli Europei le masse os-
sequiose rimarrebbero smosse da quella plumbea
unità. La China fu conquistata due volte, ma
dalle interne terre, accessibili solo a genti bar-
bare ; essa non poteva venir in conflitto coi popoli
civili, se non per mare, e per mezzo d’una nazio-
ne a cui le altre non potessero impedire il libero
trasporto delle sue forze a quella estremità del
globo. Se gli interessi britannici non avessero
avuto il predominio di quei mari e la vasta piazza
d’armi dell’India, non avrebbero potuto percuo-
tere efficacemente quell’antico carcere dell’umana
intelligenza. Se la nazione inglese, nel promuo-
vere i suoi violenti interessi, dovesse costringere
la China a d entrare nella società del pensiero e
nella concorrenza dei popoli progressivi, ella
avrebbe compiuto, come o r a si suol dire, une glo-
riosa missione, avrebbe pagato splendidamente i
DI ALCUNI STATI MODERNI 266
suoi debiti al genere umano. E poco montai poi se
l’occasione della guerra fausta e rinnovatrice
fossero le pillole d’oppio, o il vello d’oro, o la
secchia rapita, o il ventaglio del Turco d’Algeri.
Ciò che monta si è che l’intelligenza trovi un
campo sul quale d a r d i cozzo ai sistemi retrogradi
e perversi, e sospingere su le vie del progresso in
t u t t e le parti del mondo lo spirito umano. E la-
sciamo pure che, fra popoli ebbri d’acquavite,
le gazzette deplorino una nazione avvilita, la
quale, cercando nella droga portata dal mercante
straniero l’oblio de’ suoi mali, rinviene per re-
moto effetto il lampo d’insolite armi, il consor-
zio dei popoli pensanti, la vita dell’anima, il rav-
viamento d‘eccelsi destini.

Tuttavia se le armi britanniche potessero per


un momento sovrapporsi alla monarchia manciu-
rica nella China, come si sovrapposero all’anar-
chia mongolica nell’India, avrebbero alla fine,
ripetuto un’impresa, alla quale bastò la scal-
trezza e l’audacia di genti barbare. Ma una ben
più rara gloria è quella d‘improvvisare t u t t e le
meraviglie della civiltà nelle selve d’una terra
i n t a t t a . La natura aveva negato a l continente
dell’Australasia e alle isole della Diemenia e
della Tasmania le piante e gli animali che ali-
mentano l’uomo, il quale, ancora a i giorni nostri,
vi si faceva abominevol pasto di carne umana.
Ebbene, in 1111 mezzo secolo il rifiuto della popo-
lazione britannica vi fondò colonie i n gran parte
pastorizie, le quali cambiano già i loro produtti
con venticinque e più milioni di merci .inglesi,
e diverranno madrepatria d i nuove colonie nei
vicini arcipelaghi. L’intervallo d i t r e o quattro
anni basta a d inalzarvi nuove città con chiese,
266 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I

scuole, stamperie, giornali, teatri, passeggi. I


fari di nuovi porti prodigano sii l’orlo d’un con-
tinente in gran parte inesplorato la luce del gas,
indarno desiderata nelle vecchie nostre capitali.1
Ambo le isole della fertile e temperata Tasmania
sono grandi a un dipresso quanto la nostra I t a -
lia ; un lino che vi cresce spontaneo (il formio
tenace), basta ad aprirvi un lucroso commercio
con t u t t i i popoli civili. Chi potrebbe giungere
fra quei lontani mari a turbare la tranquilla in-
dustria della nuova nazione, che vi cominciasse i
suoi destini con t u t t e le forze d’un’inoltrata ci-
viltà? Da men robusto principio sursero i n due
secoli gli S t a t i Uniti d’America, che ora già pa-
reggiaiio la popolazione dell’isola nativa. Per-
duta quella prima nuova Inghilterra, si fondò
un’altra Nuova Inghilterra lungo i laghi del-
l’Alto Canadà, un‘altra al Capo di Buona Spe-
ranza. un’altra in Tasmania. un‘altra in Dieme-
nia, un’altra in quell‘Australasia ch’è vasta
quanto l’Europa. Perduta negli Stati Uniti la
signoria, vi rimase ancora agli Inglesi un vasto
commercio, che va crescendo a più doppi; il ca-
pitale inglese sovvenne l’agricultura americana,
le aperse i canali, diede il ferro e le locomotive
alle sue strade ferrate.
A quest’ora le relazioni interne d i queste nuo-
ve Inghilterre, disseminate in fortezze e in colo-
nie su t u t t o i l globo, alimentano un’infinita ma-
rineria: 26 mila vele e mille vaporiere, alle quali
bastarono talora dieci giorni a varcare l’Atlan-
tico. Ogni milione d’abitanti che il rapido in-

Si rammenta che questo scritto data dal 1842; l’ec-


citamento non fu indarno.

-^.-._I-_ I
DI ALCUNI STATI MODERNI 267
cremento delle tante colonie vi farà surgere,
manderà nei porti inglesi un nuovo stuolo di
vele, darà, nuove ali alla prodigiosa produzione
della sua industria, trarrà dall’inesauribil t e r r a
nuove masse di ferro e di carbone, svilupperà
nuove legioni di macchine a vapore. Queste già
sommano i n Inghilterra alla forza di quattro-
centomila cavalli. Qual è la nazione, le cui ma-
nifatture siano p o v o c a t e da 250 milioni di di-
retti o indiretti consumatori d’ogni nazione e
d’ogni clima‘? E tale immensità di consumi an-
cora non basta a tener dietro al mostruoso svi-
luppo dell‘industria britannica. Essa prevale s u
tutti i popoli nelle a r t i che richiedono grand’uso
di macchine e di foco. Essa dalle sole miniere del-
l’isola ricava l’annuo valore di cinquecento mi-
lioni di franchi, di cui due quinti i n ferro. La
libertà concessa alla preparazione del sale, in
paese che abbonda di combustibile per la bolli-
tura, e ha molto salgemma e fonti salse, può sop-
piantar tutte le saline solari dell’Europa meri-
dionale e le pesche marittime della settentrionale.
I lucri di tanto commercio, di tanta industria,
di tanto dominio si riversano sul suolo della, ma-
drepatria, che in pochi anni f u solcato da mille
o cinquecento miglia di strade ferrate e tremila,
miglia di canali, quasi t u t t i opera di libera in-
dustria privata. Il Canale Caledonio unisce nella
Scozia i due mari, con un varco capace di dar
passo alle fregate. Uno dei ponti di Londra costò
sedici milioni ; il passo sotterraneo del Tamigi
stupefece l’Europa ; cinquanta milioni si spesero
in argini lungo la marina; centinaia di milioni
nelle darsene di Londra, di Hull, d i , Leith, di
Bristol, di Liverpool, ove sui meri certificati di
deposito le merci si girano colla, celerità d‘una
268 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

cambiale. Le ricchezze d’ogni paese sono accu-


mulate in quegli emporii; le sete dell’Italia e
dell‘India; il tè della China; i caffè dell’Arabia
e delle Antille; il zucchero, il cotone, il cacao
dell’America ; l’avorio dell’Africa ; le canape e
i cuoi della Russia; i legnami del Baltico e del
Canadà; i vini e gli olii di Francia, di Porto-
gallo e di Sicilia; gli aromi, le tinture, i medi-
cinali e i metalli di tutte le parti del globo. L’In-
ghilterra ha mari che non gelano come il Baltico
e il Bianco; i suoi brevi fiumi non si disperdono
in rami, e le larghe loro foci sono porti naturali
lunghi molte miglia. Una voce di guerra arresta
i naviganti d’ogni altra nazione ; la nave inglese,
protetta nei più remoti angoli del globo, sola e
senz‘armi, all’ombra sola del suo vessillo è più
sicura che non le navi a grave costo armate. I1
navigatore che ritorna da lontane spedizioni
ignaro degli eventi, non teme di rinvenire nei
porti dell’Inghilterra eserciti invasori, come a d
ogni moto di guerra potè trovarli i n Danzica, in
Amburgo, in Anversa, in Lisbona, in Genova, in
Livorno, in Trieste. Poche batterie di porto ba-
stano a d assicurare gli arsenali dalle navi nemiche,
che sfuggissero a d una crociera. o sgominassero
una flotta. Muniti copiosamente i porti, le isole,
le colonie. le navi, rimangono ancora accumulati
sui moli d‘Inghilterra migliaia di cannoni. L’In-
ghilterra ha colonie che parlano francese, olan-
dese, spagnolo ; le colonie delle altre nazioni sem-
brano quasi un usufrutto precario, concesso pel
tempo della pace. Le pesche dei golfi polari,
scuola dei più duri marini, all’accendersi della
guerra caddero in mano agli Inglesi. Navi co-
strutte in Inghilterra comandate da venturieri
inglesi portano le bandiere dei sultani dell’Ara-

.,
DI ALCUNI STATI MODERNI 269
bia e della Malesia e delle repubbliche spagnole
d’America, le quali popolate solamente lungo le
marine, e separate ancora all’interno da vaste
solitudini, sono, a guisa, d’isole, congiunte solo
per mare. Tale è il numero dei valenti navigatori,
che le leggi inglesi non s’ingeriscono a prescrivere
esame, nè imporre patente ai capitani.
I bisogni d’una popolazione manifattrice e
mercantile, chiusa entro un recinto di dogane che
respinge le vittovaglie straniere, esagerò il va-
lore dei produtti campestri, ed accrebbe le forze
e l’ardimento dei coltivatori, che si allargarono
su le lande inculte dei comuni, e asciugarono con
macchine e colatoi sotterranei le paludi della co-
sta orientale. I n alcuni territorii il numero dei
cavalli e degli altri bestiami è fino a venticinque
volte maggiore che non fosse ottant’anni addie-
tro, quando molte di quelle città non conosce-
vano ancora macelli, e facevano nei porti di mare
provviste di carni salate. Mentre nel 1727 i citta-
dini d’Edinburgo accorrevano a vedere nei loro
campi per la prima volta una mèsse di frumento,
in sì breve intervallo il produtto della pastorizia
e dell‘agricultura britannica giunse a tale che
supera d’assai quello delle manifatture.

Ciò che si chiama l’aristocrazia inglese, non


è un privilegio della nascita, come in Venezia,
in Polonia, in Ungheria, ma una lega di quanti
primeggiano, non solo per antica opulenza e il-
lustri parentele, ma eziandio per fortunata in-
dustria, per imprese militari, per ingegno civile.
La gioventù Patrizia, fatta indigente dalle ine-
guali eredità, e intollerante d‘una vita ,oscura, si
arruola i n faticose carriere dentro e fuori del re-
gno. E quando ha speso il fiore dell‘età negli
270 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

eserciti, nelle flotte, nei tribunali, nei sacerdozii,


nelle colonie, nelle legazioni, nei viaggi, negli
studii, sotto lo stimolo dell’ambizione e il freno
d’un’inesorabile pubblicità, apporta l’esperienze
d’ogni cosa grande i n quel parlamento, che dà il
suo voto in ogni guerra e in ogni pace, che col
suo credito stipendia i n campo le potenze del
continente, e move e ravvolge coll’oro e col ferro
t u t t e le nazioni del globo le quali non hanno
l’arte di mettere in cima agli affari il merito e
l’intelligenza, e quindi nella guerra, o salariate
come amiche, o spogliate come nemiche, rica-
dono i n necessaria dipendenza.
Mentre le dovizie, la nobiltà, la gloria, l’espe-
rienza, l’ingegno si stringono fra loro i n poderoso
nodo intorno agli eloquenti che governano il par-
lamento, la moltitudine si vede a d ogni t r a t t o
rapiti i n quel vortice gli sperati suoi capi; e ri-
mane senza consiglio, senza forza, senza beni,
inetta a giovarsi de’ suoi diritti elettorali e della
teatrale sua libertà. I1 pariato domina gli agri-
cultori, perchè signore delle terre, su le quali va
sempre più propagando i vincoli del fedecommes-
so ; domina su gli industriosi, perchè distribu-
tore dei favori della legge e padrone delle minie-
re, degli spazii edificati e d’una gran parte dei
capitali; domina sii gli eserciti e le flotte colla
compera dei gradi e colla munificenza degli sti-
pendii e delle pensioni; domina su le classi po-
vere, perchè comanda a i ruoli delle sterminate
elemosine e alle tariffe dei grani, che abbassa ed
inalza secondo le necessità dei tempi ; domina
sii le coscienze della maggiorità, determinando
col patronato delle suntuose prebende, colle ag-
gregazioni universitarie, e coll’autorità episco-
pale le opinioni del clero. Infine domina perfino
DI ALCUNI STATI MODERNI 271

su gli oppositori suoi, per la potenza e la gloria


che seppe arrecare co' suoi consigli e col suo
sangue alla nazione ; poichè, per quanto accese
siano le opinioni civili, sempre eguale in tutti i
cittadini è l'orgoglio del nome comune.
La scarsa parte che il popolo prende alla opu-
lenza nazionale, è ancor minore i n Irlanda, dove
la moltitudine adulata coll'immagine d'un'anti-
chità prospera e gloriosa, che non f u mai, sdegna
ogni ripiego del presente ; e pasce e giustifica la
turbolenza, la spensieratezza, l'ozio colla memo-
ria d’una conquista, che infine non fu diversa
da quelle che afflissero qualsiasi a l t r a nazione.
« Guai per l'Inghilterra », esclama l'autore, « se
vacillassero le sue forze marittime : o appagar del
tutto le doglianze d'Irlanda ; il che non può farsi
senza la caduta dell'intero sistema del pariato
inglese, le cui conseguenze potrebbero esser mi-
cidiali alla potenza britannica ; o centomila uo-
mini non assicurerebbero forse la sudditanza
della travagliata Irlanda ». La quale opinione,
quantunque assai generale i n Europa, noi non
sappiamo del t u t t o adottare ; tanto salde ci sem-
brano le radici che la nazionalità britannica ebbe
tempo di gettare nell’Irlanda, e tanto intima-
mente vanno intercacciandosi gli interessi delle due
isole : massime dopo che l'ammissione dei catto-
lici al parlamento associò alla fortuna dell'im-
pero i capi naturali di quell’opposizione. La ri-
volta supporrebbe l'esterminio d'un milione di
pretestanti, alla cui difesa non solo concorrono
le dovizie, l'unione, il coraggio, il fanatismo, ma
l'interesse privato di gran parte dei loro presunti
nemici, la forza governativa, l'ordine dei movi-
menti, la maestà delle leggi, la generosa fedeltà
del soldato irlandese, e tutta la potenza delle

I.
272 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

masse britanniche, le quali coll’impeto delle va-


poriere e delle locomotive possono precipitarsi
i n poche ore al soccorso dell’assalita possidenza.
Oltre a ciò l’interruzione dei lavori campestri, la
sospensione del commercio, il richiamo dei capi-
tali, l’improvviso riflusso dei lavoratori irlandesi
sparsi per t u t t a l’Inghilterra, precipiterebbero
nella più disperata confusione la famelica molti-
tudine assai prima che si compiesse la spavente-
vole sua vittoria. Noi portiamo ferma credenza
che gli interessi e i destini della plebe protestante
sono identici e inseparabili da quelli della catto-
lica, come sono inseparabili quelli degli ottimati
delle due fedi e delle altre tutte. Comunque po-
tenti siano gli odii religiosi, non possono dividere
ricco da ricco e povero da povero, e f a r obliare
le profonde suggestioni del comune interresse.
F r a t t a n t o l’ineguale riparto dei beni promove
per contraccolpo la nazionale potenza, perchè
spinge le irrequiete e aride masse alle lontane
colonie, mentre dal grembo stesso delle famiglie
dominatrici, e per lo stesso principio dell‘ine-
guale riparto, fa surgere loro gli animosi e capaci
conduttieri, e coll’immensa ricchezza e potenza
nazionale assicura loro pronti capitali e sicurez-
za imperturbata. E così f r a l‘indifferenza delle
nazioni prospere e l’impotenza delle nazioni av-
vilite, codesta stirpe britannica. spinta da una
forza fatale a prendere la più vasta parte della
terrestre eredità, dilata ogni anno e ogni giorno
i suoi possessi, moltiplica le sue città, esalta coi
successi la sua intraprendenza, e t r a e d’ogni
parte nuove forze e nuovi tesori.

Poco importa che codesta stirpe britannica si


ordini sotto uno o sotto più governi; poco im-
DI ALCUNI STATI MODERNI 273
porta che una parte s i chiami REGNO UNITO, e
l’altra STATIUNITI. La mistura e la tempra delle
i stirpi è la medesima; medesima la lingua, mede-
sime le tradizioni religiose, eguale la forza espan-
siva, pari il genio delle grandi associazioni, l’in-
differenza ai luoghi, la grandezza e la perseve-
ranza’ dei pensieri, il rispetto al merito, la fecon-
dità delle invenzioni e l’attitudine a d applicarle
e dilatarle. Se ogni propaggine di questo polipo
avrà indipendenza di moto e governo locale, tanto
meglio promoverà e svolgerà ogni parte degli im-
mensi suoi destini in tutte le parti del mondo.
Qual giovamento sarebbe mai per le altre nazio-
ni, se le diverse membra di questo gran corpo
venissero fra loro a momentaneo conflitto? A que-
st‘ora noi siamo già pervenuti a tale che la mi-
gliore speranza per un nemico dei Britanni d’Eu-
ropa sarebbe l’alleanza dei Britanni d’America.
E nessuno dimanda con quali forze si resiste-
rebbe, se il capriccio degli eventi o la forza degli
interessi portasse mai un momentaneo accozza-
mento, e per così dire un Panellenio, un Panbri-
tannio di t u t t i quei popoli. P e r fermo la disgiun-
zione del Canadà e dell’lrlanda, il fallimento
nazionale, lo scioglimento del pariato inglese.
eventi tanto desiderati e tante volte predetti dai
nemici dell’Inghilterra, e da quei molti che spe-
rarono di vederla dii sera a mattina tornar pe-
scatrice, non potrebbero uccidere la nazione : non
potrebbero mai recare altro finale effetto, che
la preponderanza del principio repubblicano e
une rapida assimilazione della madrepatria alle
colonie. I1 rimanente del genere umano, colla di-
scordia de’ suoi interessi e la bizzarria delle sue
centralità, come potrebbe mai far argine alla po-
derosa semplicità di quelle associazioni a l modo
18. - CATTANEO. Scritti storici. I.
274 CATTANEO - SCRITTI STORICI I

americano, nelle quali è sempre identico l’inte-


resse delle parti e del tutto? Nè la, finale prepon-
deranza della stirpe britannica certamente si pre-
viene colla costruzione di fattizie marine militari,
senza proporzionato fondamento di popolazioni
marittime ; m e bensì col cogliere ed imitare l’in-
timo principio di quella grandezza, che, fra l’ap-
parente diversità delle leggi, è comune agli otti-
mati britannici e ai tribuni americani.
I1 più acerbo argomento di discordia fra la
nuova Inghilterra e l’antica è il commercio degli
schiavi negri, favorito in America, contrariato
i n Europa. E qui ciò ch’è nel senso diretto degli
interessi inglesi si è a un tempo nel voto massi-
mo dell‘umanità. Le macchine tolgono il lavoro
ad infinite braccia ; il cercare alla popolazione
un continuo deflusso su le colonie le quali inoltre
consumino le manifatture della madrepatria, e
il diminuire i pericoli di violente insurrezioni
delle fameliche moltitudini, sono fini principalis-
simi a l cui conseguimento tende l’Inghilterra.
Ma l’emigrazione l’acclimazione degli Inglesi
nei paesi tropicali richiedono un dispendio di de-
naro, di tempo e di vite maggiore di quanta ne
richieda l’importazione ordinaria dei Negri. I m -
pedire la tratta o renderla sommamente dispen-
diosa, usando modi terribili di repressione, ingi-
gantire le colonie proprie attenuando le straniere,
le quali non possono ricevere dalla madrepatria
una massa d’emigrati egualmente numerosa, è
una mira di meditato accorgimento. Il 1° ago-
sto 1834 l’Inghilterra, decretò 1’ abolizione della.
schiavitù nelle sue colonie; e assegnò ai proprie-
tarii degli schiavi lo splendido compenso di cin-
quecento milioni d i franchi. Per evitare i disa-
stri d’un subitaneo salto dalla schiavitù alla. li-
DI ALCUNI STATI MODERNI 275
bertà, si provvide che lo schiavo rimanesse come
locator d’opera presso il padrone, e per una se-
rie di concessioni successive acquistasse piena
libertà. Le colonie n’ebbero momentaneo danno ;
perchè i Negri, abbandonate le piantagioni delle
derrate coloniali, attendono solo a coltivare i ge-
neri di prima necessità. Le piccole somme che
hanno guadagnato nell’intervallo semilibero, si
spendono da essi a costruire una capanna, e ot-
tenere a livello o a compera un campo.
Non bisogna però negare che gli Americani
ebbero qualche parte pure in quell‘opera d’uma-
nità; ma v i si frapposero ostacoli affatto impre-
visti. « Circa ventimila Negri furono portati dal-
l’America a Liberia, ma ne rimasero appena
cinquemila. La mortalità fu orribile. I membri
della società liberatirice inorridirono dei tristi
effetti del loro beneficio ; e quelli che operavano
per altro fine, si atterrirono dello smisurato di-
spendio e dell’inutile sforzo. Che più? gli stessi
liberti Negri si erano dati a favorire ed esercitare
il commercio dei Negri !... Gli Inglesi distrussero
la fattoria di New-Cess, sul territorio stesso
Liberia, perchè divenuta mercato di schiavi.. ..
Gli schiavi presi alle navi negriere si deponevano
dagli Inglesi a Sierra Leona ; nia quantunque vi
abbiano profuso un monte d’oro. e sacrificate
molte vite, alcune assai preziose, come quella
del colonnello Denham, celebre per le sue sco-
perte nell’Africa interna, quella colonia si do-
vrà forse abbandonare, perchè il clima è mici-
diale.. .. Gli Inglesi fanno calcolare diligentissime
tavole per dedurne in quali diverse proporzioni
sia. nel decorso di molti anni la mortalità nelle
truppe europee, indiane e negre ch‘essi tengono
in ogni parte del globo .... Risulta, che in Sierra
276 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Leona è massima la mortalità, degli Europei, e


che fra mille soldati in un anno ve ne muore poco
meno della metà (483). Al contrario fra, mille
africani, ne muoiono soli trenta ».
Notiamo che oltre all’interesse delle colonie
e delle emigrazioni, gli Inglesi, nel combattere il
commercio degli schiavi e nel promovere l’incivi-
limento dei popoli negri, hanno anche la mira di
prepararsi una vasta influenza, su l’Africa inter-
na, della quale col sacrificio di molte illustri vite
sono giunti a scoprire gli aditi navigabili, in
fondo a l seno di Guinea. E mirano eziandio a
prendere un pegno di pace su gli Stati Uniti, le
cui terre meridionali sono coltivate d a due mi-
lioni di schiavi. Quella, massa, ben pasciuta come
i porci e i bovi d’un buon agricultore, ma non
sodisfatta nelle più degne inclinazioni dell’umana
natura, si potrebbe facilmente sommover t u t t a
collo sbarco di qualche reggimento di Negri, sot-
t o bandiera inglese. Nè i signori, che vivono
sparsi fra quelle orde, meriterebbero d’ottenere
un’amorevole difesa dagli altri Stati dell’Unio-
ne, nei quali tanto aperta, è la disapprovazione
della schiavitù, anche per la persuasione felice-
mente invalsa che il cristianesimo condanni que-
sta barbara istituzione. Ma è un fatto strano,
eppure non avvertito, che la schiavitù dei conta-
dini, tanto sotto la forma coloniale quanto sotto
la forma feudale, non si trova omai più se non
presso i popoli europei e nelle loro colonie. Gli
Indi, come abbiamo detto altrove, non ebbero
mai schiavi; i Musulmani se ne valgono quasi
solo nei servigi domestici. E questa brutta tra-
dizione, omai ristretta, a d alcune colonie, e già
vigorosamente assalita dai grandi pensatori del
secolo XVIII, ripugna omai troppo all’ordine dei
DI ALCUNI STATI MODERNI 277
tempi. E qualunque sia l’interesse che spinge la
Gran Bretagna ad abolirla, giustizia vuole che
il genere umano lo riconosca per un segnalato
beneficio. E d ecco come l’interesse e la forze di-
vengono strumento alla graduale emancipazione
del genere umano, giusta la sublime dottrina di
Vico, la, quale sola riconcilia la dura ragione di
Stato coi voti dell’astratta giustizia e dell’uma-
nità.
I1 più duro limite all’indefinita preponderan-
za della Gran Bretagna pare a molti il debito
pubblico, il cui interesse eguaglia tutte le altre
spese nazionali, epperò raddoppia la somma, delle
pubbliche gravezze. Quelle enormi imposte e il
prezzo artificiale dei grani divorarono sempre
gran parte dei salari, cosicchè l’industria, per
fornire il necessario a’ suoi lavoratori, dovè tener
più elevato il prezzo dei produtti.1 Finora vi
supplì il genio meccanico coll’applicazione del
vapore e d’altri mirabili sitrovati; ma col pro-
gresso generale delle nazioni surge un’assai mo-
lesta concorrenza nell’industria e nella naviga-
zione di quei popoli, presso cui le moderate im-
poste o altre cause qualsiansi rendono più lievi
i salarii. L’autore però fa opportunamente no-
tare che il debito britannico, comunque enorme,
pure, in confronto alla ricchezza nazionale, non
è maggiore di quello d’altri S t a t i ; e che mentre
la Francia nella, gran l u t t a europea, consumò
quasi t u t t i i suoi demanii, la Gran Bretagna
tiene in serbo ancora le migliaia di milioni pos-
sedute dal clero anglicano e nella Britannia e

1 Non si dimentichi che queste cose furono scritte


nel 1842, quattro anni prima della riforma annonaria di
Peel.
278 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

nell’Irlanda. Diremo adunque che le vaste ope-


razioni militari e f ederative, coll’accrescere tan-
to enormemente il debito pubblico, predisposero
appunto quello stato di cose, che potrebbe co-
stringere per lo meno all’abolizione della chiesa
anglicana d’Irlanda. I1 rendere quell’immenso pos-
sesso accessibile alle famiglie d’ambo le confes-
sioni, sventerebbe l a reazione religiosa, e conso-
liderebbe la sicurezza generale delle proprietà.
E così su la terra il regno della giustizia non
s‘inoltra per dirette riparazioni, ma per conflitto
di forze, nelle quali prevalgono gradatamente
quelle che meglio consentono all’ordine naturale
dell’equità .
Se il debito pubblico è di grave momento nella
comparativa potenza delle nazioni, gli Inglesi
degli Stati Uniti d’America hanno un gran van-
taggio su gli Inglesi del Regno Unito d’Europa.
Alla fine della guerra che separò i due popoli
(1784), il debito delle Gran Bretagna (6.300 mi-
lioni di franchi) era quasi quindici volte l’ame-
ricano (130 milioni). Ma su la fine della secon-
da guerra, benchè l’americano fosse risalito
fino a 690 milioni, quello dell’Inghilterra era
più di trenta volte maggiore, oltrepassando la
spaventevole somma di 21 mila milioni. E il de-
bito americano era del tutto estinto nel 1834,
quando il britannico oltrepassava ancora i 19 mi-
la milioni. Quindi. a pari circostanze, il popolo
degli Stati Uniti ha ogni anno parecchie centi-
naia di milioni da aggiungere o a l suo domestico
consumo, o a l suo capitale; e quindi o vive una
vita più agiata, o tesoreggia una poderosa ri-
serva da consacrare aila pubblica difesa.
Al presente (1842) la Federazione h a un debito
fluttuante di soli 80 milioni di franchi, e i sin-
DI ALCUNI STATI MODERNI 279
goli Stati hanno debiti proprii per un bilione.
Ma questa somma f u investita i n quattromila mi-
glia di canali e strade ferrate, che accrebbero a
più doppii il valore di quei territorii. I1 solo
canale dell’Erie costò cinquanta milioni. I1 ca-
pitale delle opere pubbliche americane f u per due
terzi fornito dai privati inglesi; e comunque
grande sia il fitto del capitale, il vantaggio del-
l’America è immenso e perpetuamente consoli-
dato alla t e r r a ; ed & ben naturale che un popolo
mercante faccia prestito a un popolo agiicultore.
Questa illimitata facilità d’ottenere i capitali
accumulati nelle Borse inglesi, promosse in Ame-
rica ogni sorta d’utili intraprese, di canali, di
strade, di porti, di piantagioni, di c i t t à ; ma
spinse le operazioni bancarie oltre ogni limite
della, prudenza e della ragione. Si fondarono più
di ottocento banche, alcune delle quali emisero
cedole fino a venti volte a l disopra del fondo;
alcune operarono affatto senza fondo, appoggian-
dosi le une su le altre, e tutte insieme sul sogno
vulgare della creazione dei capitali fittizii; le
finanze stesse dello Stato v i vennero avviluppate ;
e quando una crisi commerciale fece rifiuire le
cedole, il disinganno e il disastro f u generale.
La caduta degli innocenti scemò l’infamia, dei
traditori. La moralità pubblica ne fu profonda-
mente ferita; la riputazione generale fu conta-
minata; e il mondo dubitò forte che l‘invidiata
prosperità. dell’America fosse t u t t a un’illusione.
I1 tempo, che scopre i mali, scoprirà anche i ri-
medii; ma, nessuno può rapire all’America il
frutto delle gigantesche costruzioni frattanto
compiute.
La moderazione del pubblico debito e, delle im-
poste è una conseguenza della savia norma posta
280 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I
dai fondatori di quelle repubblica e seguita fino
a questi ultimi tempi, d’astenersi affatto da ogni
intervento nelle cose delle altre nazioni, e riser-
var le guerra alla strettissima difesa. E’ questo un
altro dei punti per cui la nuova Inghilterra si
divise affatto dall’antica. Essa considerò sempre
come sovrano d’un paese chi di fatto h a la forza
di farvisi obbedire, e non riconosce blocco che
non sia veramente mantenuto colla forza ; il che,
oltre a l risparmiare mille intrecci di politica e
di diritto pubblico, nei quali è impossibile serbar
sempre i confini della giustizia e dell’umanità,
offre il vantaggio che le relazioni mercantili di
rado rimangono sospese, anzi fioriscono f r a le
discordie delle altre nazioni. Quindi si vede il
prodigio d’uno Stato, a l quale con diecisette mi-
lioni d’abitanti bastarono i n pace diecimila sol-
dati, sparsi per la più parte lungo le frontiere
dei popoli selvaggi. La milizia però conta un mi-
lione e trecentomila uomini. Veramente è smem-
brata sotto tanti comandi quanti sono gli S t a t i ;
ed ha poco esercizio e debole disciplina, come
quella che dimora nelle proprie case, ed elegge
a libero voto gli officiali; ma l’impeto d’una di-
fesa popolare in breve riparerebbe ad ogni sor-
presa; e mentre le vaporiere e le locomotive adu-
nerebbero a volo i cittadini, ogni forza nemica
in tanta vastità di paese rimarrebbe lenta e di-
spersa. Intanto il possesso d’una forza stanziale
non alletta gli amministratori a d abusarne, sia
contro i cittadini, sia contro gli stranieri. E a
rispondere alle improvvise ostilità vale la flotta,
la quale potè riescir terribile al nemico, senza
poter essere per sè strumento d’oppressione in-
terna o d’esterna conquista. La modestia degli
amministratori f u conservata anche dal risur-
DI ALCUNI STATI MODERNI 281
gente e continuo bisogno del voto pubblico, e
dalla modicità degli assegni e dei poteri. I1 pre-
sidente abita un palazzo pubblico, e riceve 135
mila franchi d’onorario ; ma i legislatori del con-
gresso ricevono solo le spese di viaggio e una dia-
r i a d’otto dollari (43 franchi). Il presidente non
ha iniziativa ; e h a voto meramente sospensivo ;
non ha dunque l’autorità di dettare le delibera-
zioni, nè quella di mutarle; e non può sciogliere
nè prorogare il congresso, che si raduna sempre
a termini fissi.
Mentre in ogni altro paese incivilito l‘esercito
trattiene in vita inoperosa e celibe il fiore della
gioventù, negli Stati Uniti t u t t i possono rima-
nere intenti alle cure della famiglia. La popola-
zione si raddoppia con inudito esempio; le città
surgono quasi per incanto; una rete continua di
canali congiunge i mari, i laghi e i fiumi coll’ope-
ra di mille e più vaporiere; i deserti s’inondano
di coltivatori ; e quando un territorio pocanzi sel-
vaggio viene a contare quarantotto mila abitanti,
assume la sovranità, e prende sede nel congresso.
Nel 1790 quel popolo contava quattro milioni ; in
cinquant’anni è già più del quadruplo; e proce-
dendo colla stessa ragione composta, toccherà su
la fine del secolo cento milioni; e ancora gli ri-
marranno selve da abbattere e Stati da fondare.
Nuova Orléans ha più di cento mila abitanti;
Filadelfia quasi trecento mila ; NuovaYork più
ancora: e in un solo acquedutto spese sessanta
milioni di franchi. Ora, per sessanta milioni Bo-
naparte vendeva nel 1803 agli Stati Uniti l‘im-
mensa Luisiana. La grandezza e dovizia delle
città produrrà senza dubbio, colla serie delle no-
velle generazioni, l’eleganza del vivere e .il gusto
delle a r t i e degli studii; i quali del resto non
282 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

sono già senza gloria nella terra di Franklin e


d’Irving. Intanto duemila giornali liberissimi la-
vorano a d uniformare le opinioni, e sfogare e
rompere con assidua discussione la violenza delle
parti politiche e religiose. Alle loro esagerate in-
vettive lo straniero inesperto crede sempre im-
minente l’eruzione d’una guerre civile tra le in-
numerevoli sètte, t r a i federali e gli unitarii, t r a
i fautori delle dogane e quelli del libero commer-
cio, fra gli Stati che conservano ancora la schia-
vitù e gli ardenti emancipatori.1 Ma le violenze
private non proruppero mai fino alle armi civili,
mentre a l contrario le illetterate colonie spagnole
sono immerse i n una guerra incessante.
Le grandi compagnie che fanno il traffico del-
le pelli, spingono sempre più a r a n t i le squadre di
cacciatori che inseguono le belve nella loro fuga
verso le più deserte regioni dei Monti Petrosi e
del Grande Oceano, e coll‘uso d’armi perfette le
vanno sempre più diradando. Le tribù selvagge,
non ritrovando più bastevol caccia, si precipitano
sulle terre delle più interne tribù: l’urto si pro-
paga, arde la guerra; le acquevite, le polveri, le
armi europee fanno più rapida la distruzione.
Nessuna terra ha uomini nè cotanto induriti nei
disagi e nei rischi, nè sì valenti feritori come
quelle orde di bersaglieri, che tra paludi e fore-
ste e ferocissimi selvaggi vivono quella barbara
e venturosa vita che Irving e Cooper descrissero ;

1 Vedi: Su le tariffe daziarie degli Stati U n i t i d’Ame-


rica negli Annali di Statistica », scritto che comprende-
remo in altra nostra raccolta d’argomenti economici [pub-
blicata, infatti, molti anni dopo. col titolo Memorie d i
Economia publica, dal 1833 al 1860, Milano, Sanvito, 1860.
Lo scritto qui ricordato, alle pp. 401-438. - N. d. E.].
DI ALCUNI STATI MODERNI 283
e l’Unione potrebbe sempre richiamarli e avven-
tarli contro qualsiasi invasore. Wail pretende
che i selvaggi, viventi entro i confini degli Stati
Uniti e delle colonie britanniche, non siano omai
più di 345 mila ; molte poderose tribù sono affatto
spente; e negli ultimi anni ben cinquanta mila
selvaggi furono trasportati dall‘interno degli Ai-
legani alla riva destra del Mississipi. Solo pochi
Seminoli si difendono mirabilmente t r a le paludi
della Florida. Colla terribile loro destrezza d’ap-
piattarsi nei tronchi degli arbori, d’accostarsi
carponi e invisibili alle colonne nemiche, di col-
pire e sparire, incutono tanto terrore, che nelle
marce e negli accampamenti elle presero l’abo-
minevol costume di farsi scorta di feroci mastini.
L’autore ha ragione di chiamar orribile questa
violenza che sradica gli indigeni dalla loro t e r r a
nativa. E’ ben vero che la terra non fu fatta per
essere perpetuamente una selva selvaggia ; ma
dobbiamo compiangere col buon Sismondi, che i
moderni, nella vantata loro mansuetudine e ca-
rità, non sappiano più quell’arte divina ch’ebbe-
ro gli antichi, d’insinuare fra i barbari la civiltà.
Quelle primitive colonie « leur enseignèrent tous
les a r t s de la vie, tous les moyens de dompter la
nature; elles ne les chassèrent point; elles ne les
exterminèrent point ; mais elles les admirent
dans leurs sociétés nouvelles » (Sism. Etudes sur
l’économ.; vol. ll, 149). I1 più gran torto, che
pesi sulla stirpe britannica d’ambo gli emisferi,
è appunto quell’alterigia e durezza, con cui nel
commercio degli altri popoli serba pertinacemen-
t e anche la parte più frivola delle sue consuetu-
dini e opinioni, come se codeste inezie fossero il
palladio della ragione e della, morale. Ma ciò, la
Dio grazia, mette appunto qualche limite alla
284 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

s u a potenza, alla quale se si aggiungesse anche


l’arte delle transazioni e l’incanto delle genia-
lità, il mondo verrebbe in breve a ridursi sotto il
predominio di quell’unica gente.

L’indole flessibile e seducente della nazione


forma al contrario il fondamento della potenza
francese, benchè non supplisca all’intima debo-
lezza di quel principio amministrativo che sa-
crifica a d un’artificiale accentrazione ogni locale
e spontaneo movimento. Quindi splendide conqui-
ste, che svaniscono colle passioni medesime che
le resero celeri e irresistibili; quindi il poter di
prendere, non quello di tenere; quindi le colonie
subito dilatate, subito perdute. Guardando gli
antichi atlanti vediamo segnata una Nuova Fran-
cia nell’America Settentrionale, una Nuova
Francia nella Meridionale ; « la Francia versa
oro e sangue a fondar colonie, e gli Inglesi se le
prendono)). I coloni francesi del Canadà e di
Maurizio sono sudditi agli Anglo-Europei ; i co-
loni francesi della Luisiana sono concittadini de-
gli Anglo-Americani ; i coloni francesi di Haïti
furono lasciati trucidare dai loro schiavi.
Tuttavia le due cause che ne reca l’autore,
cioè che i n Francia ((ogni ministro distrugge il
progetto dell‘emulo predecessore », e che non è a
sperarsi sforzo stabile nelle colonie « per l’enor-
me prevalenza degli interessi continentali » non
bastano, a senso nostro, a render ragione d’un
fatto sì vasto e costante, il quale si collega al più
intimo ed eminente principio della potenza degli
Stati. I n origine il regno di Francia e il regno
d’Inghilterra furono costrutti sopra uno stesso
modello feudale, anzi l‘occidente della Francia,
dai Pirenei fino a l passo di Calais, obbedì lungo
DI ALCUNI STATI MODERNI 285

tempo ai signori Normanni e Angioini che domi-


navano in Inghilterra. Ma nel secolo S V I I il de-
stino dei due paesi si divise ; la riforma s'internò
nelle instituzioni britanniche, mentre i n Francia
fu sommersa nel sangue ; in Inghilterra l'ordine
civile prese forma stabile col trionfo di Cromwell ;
i n Francia col trionfo di Richelieu. Quindi nel-
l'una predominò il principio greco delle libere
associazioni, protette sempre dalla forza pubbli-
ca, ma non mai dirette dalla pubblica autorità;
nell'altra a dispetto della nazionale impazienza,
predominò il modello chinese, il principio del-
l'onnipotenza e onniscienza ministeriale, che per
una scala infinita d'incaricati discende a rego-
lare le faccende dell'ultimo casale del regno e
dell'ultima capanna delle colonie. « Colbert coni-
pera a nome del re t u t t i gli stabilimenti delle An-
tille » (Michelet, Tableau chronol. XVIII). Ecco
perchè la compagnia privilegiata delle Indie Oc-
cidentali diede così poco alla Francia, mentre la
compagnia britannica delle Indie Orientaii ap-
portò a quel governo un potente esercito e una
prodigiosa conquista. I1 ministerio britannico fa
soltanto ciò che i privati e le loro aggregazioni
n o n possono f a r e da sè ; e porta la minaccia delle
formidabili sue forze ovunque le intraprese dei
privati la invochino. I1 principio di Richelieu,
applicato all'industria e alla navigazione dal pe-
dagogo Colbert, rivestito d'una sfarzosa gran-
dezza da Luigi XIV, ritemprato dalla tremenda
vigoria della Convenzione e dal genio architetto-
nico di Bonaparte, associato a t u t t e le glorie del-
l'ingegno e del valore, sopravvisse a tutte le ri-
voluzioni; e mentre forma il nodo dell'unità e
potenza francese, le tolse sempre il potere d'esten-
dersi vastamente, e riprodursi in terre lontane,
286 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

con libere propaggini viventi di propria vita. I


rami d’un tronco solo non possono mandar om-
bra su t u t t a la terra. Culto, educazione, naviga-
zione, colonie, costruzioni, industria, perfino la
fabbrica dei tappeti e degli specchi e delle porcel-
lane, tutto doveva esser unico, perfetto ed asso-
luto. L’Europa doveva accettare dalla chimica
francese il zucchero di bietole ; il Mediterraneo
divenire un lago francese; gli avvocati di Firen-
ze e Roma improvvisare perorazioni francesi ; i n
ciò stava la salute dell’imperio. E in ciò stette
la sua caduta ; perchè la natura non vuole codeste
arbitrarie unità; e ha fatto i piani e i monti, la
zona torrida e i ghiacci natanti, i popoli italiani
e i popoli francesi. I n Francia poco s’intende
l’ordine municipale, che combina coll’unità degli
Stati la vitalità, delle provincie; nè si afferrò an-
cora il principio delle libere associazioni ; onde
mentre l‘Inghilterra e l’America sono venate per
ogni senso di strade ferrate, la Francia fu co-
stretta ad aspettarle dall’onnipotenza officiale.
Invano il secolo scorso sperò trapiantarvi un go-
verno americano ; invano questo secolo vi sostituì
un governo britannico; invano si annunciò da
ultimo non so qual colleganza d’ambo i principii ;
sempre risurge l’unità prefettizia, l’unità uni-
versitaria, il principio assoluto che il gran Car-
dinale aspirò dalle tradizioni del secolo di Co-
stantino.
Ma se la centralità francese non favorisce lo
sviluppo di robuste colonie e stabili conquiste, se
le sue imprese marittime movono piuttosto da ri-
valità generosa che da intima necessità o sponta-
nea esuberanza di forze navali, egli è poi certo
che la Francia, perdendo anche t u t t e le sue navi
e le sue colonie, nulla perde mai di ciò che fa il
DI ALCUNI STATI MODERNI 287
nervo della sua vera potenza. Anzi, appunto dopo
Trafalgar, quando le sue colonie furono occupa-
te, e chiusi i suoi porti, e assediate di lido in lido
le sue navi, appunto allora sembrò irresistibile e
fatale la sua potenza ; f u allora che le caddero in-
nanzi tutte le capitali d’Europa, e t u t t e le ne-
zioni amiche o nemiche vennero travolte nel tor-
rente della conquista. A pari massa, nessuna na-
zione oserebbe invadere la Francia; a pari mas-
sa, la Francia assalirebbe con alacrità qualsiasi
nazione. Le antiche nazionalità in cui dividerasi
la Francia del medio evo sono affatto cancellate ;
la Normandia e l’Aquitania non serbano più ve-
stigio dell’unione inglese; la Lorena e la Borgo-
gna non intendono più come abbiano potuto es-
sere un circolo dell’Imperio di Carlo Quinto.
Come mai potrebbe Avignone ritornar pontificio?
come l’uomo del Rossilione o della Franca Contea
baciar la mano ad un grande di Spagna? Nel-
l’uniforme pluralità, rimangono assorbite le mi-
norità dei Calvinisti e degli Israeliti, e le scolo-
rite reliquie dei Baschi, e dei Bretoni, degli Al-
sati e dei Fiamminghi. La moltitudine intende
una sola lingua; adora un solo vessillo, ambisce
una sola gloria; vanta a un t r a t t o una sola cre-
denza o una sola miscredenza ; tien fissi gli occhi
in una sola città ; la quale pensa e vuole per le al-
tre tutte ; la quale per tutte si ribella o si arrende
per tutte. Parigi, non Aquisgrana, la Francia
presente, non la bilingue Francia di Carloma-
gno, dovevano f a r dire al poeta
. , . . Ei che su un popol regna
D’un sol voler, saldo, gittato in uno,
Siccome il ferro del suo brando ....
ADELCHI, 111, I.
288 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I

Questa potenze unificatrice della, centralità


francese minaccia d’appropriarsi una parte pre-
ziosa della nazionalità italiana : « La Corsica,
non colonia, ma parte di Francia. e partecipe
della sovranità francese nei consigli legislativi,
si conserva fedele. Appena si ruppe la guerra, gli
Inglesi mirarono alla Corsica ; chiamavano i
Côrsi a d insurgere; sarebbe Corsica una quarta
corona nello scudo britannico ; ma l’esempio del-
la travagliata Irlanda ammoniva il clero e il po-
polo. F r a violente procelle la stella di Francia
non tramontò mai; l’isola, riguardata i n otto o
dieci forme successive di governo come parte del-
la Francia, & per essa poco m e n sicura della
Francia continentale ».
Ben altro è lo stato dell’Algeria. Quivi la
Francia non appare come i n Corsica a liberare
dalle vessazioni d’un senato avaro un popolo ge-
neroso, e adottarlo fratello in guerra e in pace.
Perchè alcuni venturieri, Turchi d’Asia o rinne-
gati d’Europa, dal nascondiglio d’Algeri insulta-
vano al Mediterraneo, non tanto per forza pro-
pria, quanto per tacita Concessione della politica
altrui, la Francia colse il destro d’acquistarsi in
pochi giorni il possesso d’una magnifica stazione,
e la gloria d‘avere spenta la pirateria. Allora,
più per rivalità coloniale che per disegno fermo,
volle risuscitare il principio della conquista an-
tica; disse che t u t t a la terra d’un altro popolo,
non corsaro e non murino, era sua. Ma questo po-
polo ha una lingua e una religione che si stendo-
no da un estremo all’altro del continente afri-
cano; ha costanza e valore; ha capitani indomiti
che combattono per la fede dei loro padri; fu
temuto e obbedito altre volte in Sicilia, in Ispa-
gna, nella Francia stessa. E ai tempi della sua
DI ALCUNI STATI MODERNI 289
fortuna, l’Arabo, dopo aver conquiso i n un gior-
no quella fiacca signoria dei Goti, non disse al
popolo spagnolo : questi campi non sono più tuoi ;
m a gli insegnò a d irrigarli, a piantarvi l‘arancio,
a tesser la seta, a indagare i secreti dell’alam-
bicco, a edificar le meraviglie dell’Alhambra.
Quale delle due stirpi apparirà nell’istoria più
generosa?
I1 momento della conquista fu quello nel quale
il principio delle grandi società anonime e delle
gigantesche speculazioni approdava all’inesperto
continente : « Si sconvolsero le proprietà religio-
se, o gravate di prestazioni o reversioni religiose ;
si esercitò un forsennato gioco di borsa, si com-
prarono e vendettero beni non ancora cisti, e non
esistenti. L’Algeria si empì di orde costrette alla
guerra per aver perduto le terre e gli armenti. A
quei ch‘erano periti successero altri profugi per
le continuate conquiste : guerra sacra, perchè sa-
c r o è il diritto di proprietà. Le sole provincie
meno inquiete furono quelle ove nulla s’innovò,
ove si proibì ai Francesi d’acquistar beni, e di
toccar persino il territorio. Si pensò a d un cata-
sto per riconoscere la situazione dei fondi, m a
non fu possibile progredire fra, le insidie e le
stragi ». F u sprezzato il lungo esempio della Spa-
gna, che si limitò sempre a tener forti piazze ma-
rittime per reprimere i pirati. Alla, Francia parve
poco occupare d’un tratto settecento miglia di
littorale, concatenare i porti e le fortezze colle
vaporiere, chiamarvi a traffico le tribù native,
porgere asilo ai deboli, esempi e istruzione alle
tribù imbarbarite. Ella sognò il possesso tran-
quillo di vasti poderi, perpetua primavera, oliveti
e boschetti, une vita d’idillio, e ciò fra capanne
desolate dall’abominevole razzia, fra turbe di
19. - CATTANEO.Scritti storici. I.
290 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

donne prigioniere, i n faccia ad un nemico dispe-


rato e infuriato. Uomini precipitosi contarono i
gradi di latitudine, non pensarono a i metri d’ele-
vazione; le maremme infette, gli aridi e ventosi
altipiani, i gelidi dorsi dell’Atlante si credettero
giardini botanici, ove fare esperienze sulla cocci-
niglia e sul laurus cinnamomum. (( I n paese va-
sto (quasi come la Francia), senza. strade, mon-
tuoso, con micidiali vicende di clima, ove le
popolazioni delle città si ritirano, o nembi di
cavalleria involgono le colonne i n marcia, e in-
tercidono le comunicazioni, i vantaggi dell’arte
europea sono perduti ; non città ricche, pegno di
futura tranquillità. L’esercito deve presidiare
quaranta luoghi, portai. con colonne mobili i vi-
veri alle piazze interne, e perirebbe se fossero
bloccati i porti di Francia «».
Questo sanguinoso acquisto costò già seicento
e più milioni, i quali lasciati alle emunte fami-
glie, o spesi nelle squallide provincie, i n porti, i n
vie comunali, in canali irrigatori, e strade fer-
rate, avrebbero alleviato la scarsa e povera po-
polazione. Per pareggiare le nostre colline e pia-
nure transpadane, il Varo, che ha clima assai
più mite, deve quintuplicare ancora la sua popo-
lazione; la Corsica e le Basse Alpi devono decu-
plicarla.1 Qual economista adunque suggerirà di
profondere sangue e oro, per togliere a i barbari
d‘oltremare un lembo di deserto ove la civiltà, fin

1 Popolazione del dipartimento del Varo, per chilo-


metro quadro 4 4 ; delle Basse Alpi 23. Da noi, nei colli
della Brianza 237; nella pianura del Cremasco 242. Vedi
Annuaire del 1841, e « Politecnico », vol. I: Su la densità
della popolazione in Lombardia e la sua relazione alle
opere pubbliche.
DI ALCUNISTATIMODERNI 291
da t r e mila anni più volte trapiantata, non ten-
ne mai radice? La Francia,coll'agricultura, col
commercio,coll'applicazione dei capitali e delle
s c i e n z e , e soprattuttocoll'abolire un terzo delle
i m p o s t e , p o t r e b b ei n quarant’anni raddoppiare
la s u a propria p:o pcolonia
o l a z i o n incruenta
e e
domestica, laqualenon si potrebbe p e r d e r e p e r
errore
d'un ammiraglio
che
prenda
male
un quar-
todivento,ogiochimaleunebattaglia.Una
vasta colonia agricola i n A
grdeiliàgsf afeir-i a ,
cile dalla gelosa e lenta centralità, divien più
difficile sotto l'amministrazionemilitared’una
guerraperpetua , contro 1111 polpolo errante, che
occupa mezzo il continente
africano.
Alcuni dis-
seroch'èunascuola di guerra. Scuoladi beduini ;
scuolad'imboscate, d i rapina, di omicidio ; da
cui poca esperienzapuòportare il soldato sulle
dense linee di battagliadelRenoedelPo ; scuola
a s s u r d a , s e a l c u n oi n t e n d e s s ed i r ec h e l ' a r d e n t e
gioventùdi Francia
abbia
bisogno d'andare
in
Africa
aimparare
ilcoraggio, e debbamartoria-
reunanazione per farel’esercizioa foco. Ben
alcontrariol'Algeria fu piuttosto un pegno di
pace;poichè Iaconservazione di quella colonia
sarebbe il arduo più
pensiero di quell'uomo di
Stato che
avventasse
all’Europa
unadichiar
nediguerra. Ma noi crediamo che laforza delle
cose e l'azioneinesorabile
dell'esperienza
e del
tempo, ridurràbellamentel'Algeriaadunaca-
t e n a d i s t a z i o n i m a r i t t i m e , s i m i l i alle colonie dei
Fenicii e dei G r e c i e a l l e c i t t à venete della Dal-
mazia,
in
stirpe
cui
Iae
slava,a

di-
italica
la
verso stadio di civiltà, v i s s e r o pureinsieme in
profondapace .
Nel valutareleforze militari della Francia
l'autore nota ch'ella ha170fortezze e 13 piazze
292 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
d'armi, che lungo la Manica ogni rupe, ogni sco-
glio è coronato di grossissime artiglierie; che si
provvide perchè la flotta possa all'uopo ancorar-
si f r a essi, e trovar difesa nel loro foco incro-
ciato. E tuttavia va numerando t u t t i i passi che
non sono ancor chiusi, e tutte le strade che non
sono ancora dominate, e verso i Paesi Bassi, e
sul J u r a e sui Pirenei e nell'interno; e rammen-
ta l'enorme dispendio di 150 milioni per cingere
Parigi. E inoltre osserva che « costrutte le piazze,
modificazioni continue sono necessarie per le con-
tinue innovazioni ; perchè non potendo essere
contemporanee le costruzioni di lavori così im-
mensi, le fortezze saranno sempre più o meno
arretrate dalla perfezione che suggerirebbe i n
quei momento la scienza; la polvere rese inutili
migliaia di forti, molte innovazioni apportarono
le perfezionate mine, molte l'uso delle bombe e
dei razzi ». E Dio sa quante ne apporteranno le
novelle invenzioni degli artiglieri e dei chimici,
i quali perseguono senza posa gli architetti mili-
tari, cosicchè non si può dire se divori più mi-
lioni agli Stati l'arte di distruggere o quella di
difendere. Aggiungi le immense provvigioni d a
bocca e d a guerra, che a d ogni turbamento ven-
gono sepolte nelle fortezze, i n preda a d ogni
sorta di guasti e di scialacqui. Laonde è questo
uno dei punti i n cui finanzieri e militari sono i n
più irreconciliabile contrasto. I militari rican-
tano le lezioni imparate i n collegio sui grandi
vantaggi delle grandi linee di fortezze. - « Come
la nave lacera cerca il porto, l'esercito rotto di-
manda il riparo delle piazze ....
I1 trascurarle sa-
rebbe errore, perchè sempre possibile è un disa-
stro, e il ripararvi richiede tempo, e posizioni, e
le sospensione d'una ritirata., altrimenti indefi-
DI ALCUNI STATI MODERNI 293
nita e dissolutrice ». Ma i finanzieri possono ri-
spondere che queste sono immaginazioni, perchè
dopo un naufragio di Marengo, d’Iena, di Lipsia,
di Waterloo, la nave s’affonda, e non trova porto ;
e dopo quei tremendi disastri le fortezze, in fat-
t o vero e reale, nulla giovarono. E non solo esse
((non danno la vittoria, nella quale essenzial-
mente si trova la sicurezza)); ma inoltre ingoia
no soldati e materiale; tolgono alle truppe la più
necessaria loro proprietà, quella di moversi ; di-
sperdono le forze su cento punti che il nemico
non assale, mentre sul campo di battaglia manca
talora quel pugno di riserve che potrebbe affer-
r a r la vittoria e salvare lo Stato. Le fortezze fu-
rono gran cosa quando alcune famiglie ambiziose,
edificatesi un castello in Firenze, in Milano, in
Ferrara, s’immaginarono di non aver più biso-
gno di nessuno, posero il loro arbitrio al luogo
della giustizia e dell’interesse generale, e fonda-
rono quelle impopolari e fragili signorie, che mi-
sero l a nazione in forza del primo assalitore. Esse
servirono quando un pugno di stranieri, i Nor-
manni in Inghilterra, gli Spagnoli in Fiandra,
volle porsi in grado di straziare e insanguinare
senza freno le inermi popolazioni. Le fortezze si
videro salvare i piccoli Stati, i quali non hanno
eserciti da battaglia ; epperò, quando prorompe
la guerra f r a i potenti, nascondono le loro truppe
nelle fortezze, aspettando che il turbine trapassi,
senza che si abbia il tempo e la pazienza, d’asse-
diarle. Ma le grandi nazioni, che decidono le cose
in campo aperto, hanno soprattutto bisogno di
raccozzar velocemente dalla, vasta superficie le
masse. E quindi se fortificazione significa co-
struzione qualunque per rendere più agevole ed
efficace la difesa, nessuno negherà che l a più mi-
294 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

litare di tutte le costruzioni sia quella che può


render mobili e concentrare in un punto e nel
minimo tempo tutte le forze d’una gran nazione,
e quindi sollevarla dal peso dei grossi presidii
in pace e dal pericolo delle sorprese in guerra;
con che ognuno vede che s’intendono i grandi e
sapienti complessi di strade ferrate. E sono una
tanto miglior difesa in quanto sono sempre in
mano della popolazione, e non possono venir ritor-
t e a tutto loro danno, come le fortezze; e l’inva-
sore ingiusto, che sforzasse una frontiera, se le
vedrebbe dileguare innanzi ; e mentre i difensori si
addenserebbero dalle opposte estremità del paese
colla velocità di trenta miglia all’ora, le sue ‘co-
lonne sarebbero costrette a d inoltrarsi a lentissime
giornate lungo le scomposte rotaie e gli argini
sfasciati. N è gli vale il ristabilirle, se non giunge
a impadronirsi anche d’un’enorme massa d i , ro-
t a n t i ; il minimo divario di dimensioni basta a
impedirgli di sostituirvi i proprii ; nè oserebbe
farlo, perchè troppo facile è intercettarne il ri-
torno. Con questo genere di difese cessa la di-
scordia dei militari e degli economisti, perchè se
le strade ferrate servono nella guerra, non sono
inutile ingombro e flagello delle finanze nella
pace. I vantaggi indiretti che ne derivano alle
finanze, uniti al frutto qualsiasi dell’esercizio,
compensano il fitto del capitale, senza bisogno
di novelle gravezze. Ma quella spesa morta dei
recinto di Parigi, e quell’ostacolo continuo della
pianura d’Algeri, sono cose che fanno involonta-
riamente pensare alla gran muraglia della China.
In centocinquant’anni il principio di Riche-
lieu aveva tolto all’antica feudalità, prima le
armi, poi le dovizie, poi l’opinione. I1 poter cen-
trale, abbandonato a d un unico impulso, s’incam-
DI ALCUNI STATI MODERNI 295

minò fin da principio per la via del debito al-


l’assoluta impotenza. Il popolo si trovò in fine
disciolto d a ogni avita autorità; fatto arbitro
delle sue sorti, volle una sola legge, volle pareg-
giato il diritto di possidenza, di milizia, di ma-
gistratura. Ma tenacemente afferrata l’eguaglian-
za civile, lasciò poi ripullulare dall’antico tronco
l’unità ministeriale, che lo ravvolse d a capo nel-
l’antica rete, e trasse a sè gelosamente fino alle
ultime fila dei pubblici interessi, e tentò più volte
ristaurare anche l’unità del culto e della stam-
pa. La possidenza intanto fu ambita con avidità,
e suddivisa più minutamente che in qualsiasi re-
gione di pari ampiezza. (( La suddivisione della
possidenza, il più felice effetto della rinnovazio-
ne politica della Francia e dei paesi ove opera-
rono le leggi di Francia, fece che ora un quarto
incirca delle famiglie sono colla possidenza inte-
ressate alla tranquillità, libere di coltivare l’in-
telletto, e non più devote a pochi terrieri». E’ ora
quello il paese d’Europa ove è men possibile una
rivoluzione, se con questo nome intendiamo, non
un superficiale mutamento del rituale ammini-
strativo, ma una profonda sovversione e rinno-
vazione d’interessi.
L’autore, studioso sopra t u t t o di cose geo-
grafiche, rammenta in varii luoghi le grandi spe-
dizioni scientifiche, i viaggi privati e le laboriose
carte terrestri e marittime levate dagli Inglesi
i n varie parti del globo; la triangolazione delle
Isole Britanniche e della Penisola Indiana ; l’Oxo
navigato da Wood per mille miglia; Bocara visi-
t a t a da Burnes ; esplorate le gole dell’Indocau-
caso; la foce del Negro scoperta dai Lander e
risalita a vapore da Trotter; le navigazioni po-
lari di Ross e Weddel; le carte marine della Si-
296 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

cilia, dell’Arabia, della Persia,, dell’India, delle


Maldive, della Papuasia ; l’Atlante Indiano ; gli
studii dei geografi di Bombay, dei dotti di Cal-
cutta e di Londra, e le splendide somme profuse
ad illustrare le lingue, i monumenti e l’istoria
naturale dell’Oriente. Ma nota che per l’Inghil-
terra codesti studii si vedono preceder sempre le
operazioni militari e le imprese coloniali e mer-
cantili. Non così avviene della Francia. « La glo-
ria delle sue spedizioni scientifiche rifulge vera-
mente di vivissima luce )). Rintracciato con infi-
nita serie d’osservazioni l’equatore magnetico e
il termometrico, e le loro intersezioni coll’equa-
tore astronomico ; studiate le correnti marine e
le maree, il moto dei ghiacci polari, i venti rego-
l a r i e i variabili, le altezze dei monti, le profon-
dità, dei mari, le vegetazioni galleggianti, i ban-
chi di corallo, le acque fosforescenti, le aurore
polari, le zone vulcaniche. Ma la mèsse dei van-
taggi nazionali e positivi non corrisponde alla
mèsse di gloria. ((Che cosa possiede, e quanto
commercia la Francia colla Nuova Olanda, le
cui coste furono con lavori così infiniti delineate
i n gran parte d a navigatori francesi? » Tutto
ciò è ben vero; eppure questo cavalleresco amore
della scienza come pura scienza) non come stru-
mento di materiale utilità, ha, sparso appunto
sul nome francese uno splendore incantevole; al
quale non poca parte si deve delle tanto instabili
ma tanto facili conquiste. La Francia mostrò
sempre fiducia e affezione al merito sotto tutte
le forme, anche quando sì apprestò a servirla con
nome straniero. La schietta e pura scienza, sen-
za tenebre, senza ambagi, senza spine, modellò
nel suo più bel fiore la lingua francese. Quella
lingua succinta i n cui t u t t o s’intende, quella lin-
DI ALCUNI STATI MODERNI
297
gua che nell’apparente sua povertà, dice tutto ciò
che bisogna, mentre le lingue doviziose inciam-
pano nei lunghi panni ; quella lingua della scien-
za e delle inezie, della guerra e della commedia,
dei principi e delle femminette ; debole nel verso,
ma calda e poetica nella prosa; quella lingua. fu
sempre una delle più grandi armi della potenza
francese. E’ una di quelle tante influenze che si
chiamano morali ; e vorremmo che l’autore avesse
svolto più ampiamente questa più eletta ed ardua
parte del grave argomento: le influenze e le po-
tenze morali; e sopra tutto quelle che proven-
gono dallo splendido predominio dell’ingegno, e
dalle fondamentali simiglianze degli ordini so-
ciali t r a nazione e nazione.
Per mostrare quali gravi argomenti si tocchino
dall’autore in questo libro, abbiamo toccato quelli
solo che riguardano l’Inghilterra, gli Stati Uniti
e la Francia; nè lo spazio ci concede di venirlo
seguendo più lunganiente. I n generale nel valu-
tare le forze politiche, ci parve quanto mai pro-
penso a favorire il principio delle grandi unità
amministrative, le quali ripetono i n varie parti
d’Europa, e soprattutto in Piemonte, i n Prussia
e in Russia, le forme fondamentali, le tendenze e
le funzioni istoriche del regno di Luigi XIV. Non
ha però lasciato d’illustrare anche quelle insti-
tuzioni che si fondano su l’opposto principio del-
la varietà, dei poteri; e a cagion d’esempio cite-
remo ciò che riguarda, l’Olanda, l a Svizzera, la
Scandinavia, e le nazioni spagnole d’Europa e
d’America. Soprattutto poi ci pere interessante
per noi, e poco noto i n Europa, ciò ch’egli rac-
colse intorno al modo affatto singolare dei pos-
sessi e della rappresentanza nazionale i n Unghe-
ria; dalle quali cose chiaramente appare come in
298 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

quel paese non si sia peranco propagato il princi-


pio dell’amministrativa centralità, che così fa-
cilmente penetrò presso le altre nazioni feudali.
« ln o g n i C o m i t a t o d’Ungheria e Transilva-
nia tutto il clero e ogni nobile maggiorenne ed
anche minorenne, se impiegato, compare quattro
volte all’anno nelle Congregazioni Generali, dove
si ricevono i decreti del Consiglio Aulico o del
Consiglio Locotenenziale, e o s i restituiscono col-
le osservazioni, o si trasmettono da eseguimi a i
magistrati. Rivedono i conti, gli affari munici-
pali, e pongono in accusa i funzionarii o i pri-
vati per mancamento di ragione pubblica. L’Eu-
ropa non ha altro simile esempio d’assemblee che
f r a loro comunicano e controllano il potere. I
meetings d’Inghilterra sono mere manifestazioni
di parte. Vè una nobiltà ricchissima, ma v’è an-
che una nobiltà senza possesso ; e perciò la Dieta
non rappresenta esclusivamente i l principio feu-
dale. I Magnati assenti inviano alla Camera bassa
delegati senza voto; t u t t e le città regie un voto
solo; t u t t i i Capitoli un voto solo; ogni Comitato
un voto; ma. i d e p u t a t i non possono contraddire
alle istruzioni ricevute, che vengono anche nel
decorso cambiate. La sovranità non è quindi nel-
la Dieta, ma nei Comitati; e quando la Dieta si
tiene, si tengono contemporaneamente cinquan-
t a d u e D i e t e nei Comitati, le cui deliberazioni si
registrano alla Dieta. Negli altri S t a t i d’Europa
basta il consenso d e i governi e delle camere; in
Ungheria si richiede la maggioranza dei voti di
tutta la n o b i l t à dei regno. La legge più che al-
trove rappresenta la volontà, gli interessi e la
cultura delle nazione. I deputati sogliono unirsi
quasi privatamente i n circoli, dove discutono le
deliberazioni che poi prendono nella Dieta, quasi
DI ALCUNI STATI MODERNI 299
senza dibattimenti. L’iniziativa delle leggi ap-
partiene alla sola Camera bassa, dopo ventilate
le proposizioni del re ».
«ll vero diritto di proprietà si applica solo
ai beni mobili, ai territorii delle città libere, e
ai fondi ricaduti alla corona.. .. Ogni possessore
può dare in pegno per 32 anni, consegnando il
fondo a l sovventore. Solo in t r e casi il possessore
può alienare in perenne ma l’acquirente non può
trasferire ad altri per una somma maggiore ; sog-
giace sempre al d i r i t t o d i ricupera, che nel de-
corso d’interi secoli rimane sempre alla famiglia
del primo possessore. Arduo studio di giurispru-
denza il determinare qual f u il fondo preciso, il
valido documento d’acquisto, la serie dei trapas-
si, la somma primitivamente sborsata, la miglio-
ria da compensarsi: e ciò dopo tante invasioni di
Turchi e di Tartari, tante confische e tanti esilii.
I1 fondo non si può ipotecare con sicurezza pel
suo valore, ma per quello ch’ebbe i n remoti se-
coli. I1 credito non vale se non per chi h a fondi
immensi e titoli chiarissimi di possesso. Contro
compenso in denaro, si può rimovere qualunque
non nobile dal godimento dei beni nobili. La parte
soccumbente se non ha rinunciato a l suo diritto,
può col consenso regio rinnovare la lite. Legisla-
zione civile, involuta, immensa, affatto naziona-
le, non modifìcazione del diritto romano. Però
evidente progresso ; comincia un medio ceto.
L’Ungheria adotta una legge cambiaria, una prov-
vida legge su l’espropriazione forzata ; ammette
due cittadini a giudicare nella Tavola Settemvi-
rale; vuole che nelle scelte dei giudici non si
badi alla nascita ; assicura le stipulazioni con cui
i cittadini si redimono dalle decime e-dalle cor-
vate ; regola i concorsi ; limita i moratorii : com-
300 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

pila un codice penale; riduce a dieci anni la, mi-


lizia perpetua, e ordina l’estrazione a sorte dei
coscritti. Si costruisce un teatro nazionale ; l’Ac-
cademia intraprende il gran dizionario ungarico,
traduce dal latino le leggi, propone lauti premii
scientifici ».
Così, dove per interesse d’illimitate centra-
lità, dove per transazione di poteri contrapposti,
dove per intemperanza degli unanimi e dei forti,
dove per sommissione dei discordi e dei deboli,
in tutte le parti del mondo si va compiendo
un’immensa mutazione di f a t t i e di pensieri, la
cui somma finale, anche t r a i più dolorosi disa-
stri e le iniquità più odiose, torna i n ogni modo
favorevole all’intelligenza ed all’umanità. Ma
molte menti non sono avvezze a dominare le gran-
di curve su le quali si svolge l’istoria, e non ve-
dono la gran parte che la conquista, i privilegi,
l’oppressione ebbero nell’associare gli sforzi dei
popoli fra loro prima sconosciuti e aborriti, nel
demolire le pertinaci tradizioni dei secoli ignari,
nel pareggiare il godimento dei diritti civili, mi-
litari e religiosi, nel preparare il dominio delle
grandi instituzioni che rendono men barbaro il
mondo e men dura la vita, nel propagare le idee
che svolgono l’intelligenza e la civiltà. Epperò
hanno in abominio tutto ciò che nasce dall’ine-
guaglianza e dal conflitto transitorio delle forze.
Perlochè noi che consideriamo questo volume co-
me il preludio d’opera più vasta e semprepiù fa-
ticosamente elucubrata, sì per la pienezza delle
cose, sì per l’ordine che in siffatte opere è di su-
premo momento, sì finalmente per la connessione
e profondità dei principii, vorremmo vedervi
svolto più accuratamente il calcolo delle forze
morali, e conciliato il conflitto degli interessi ar-
DI ALCUNI STATI MODERNI 301
mati colla dottrina del continuo progresso, delle
emancipazioni indirette e della, successiva equità.
E del resto vorremmo che gli uomini studiosi in
Italia coltivassero in maggior numero e con più
ardore questi alti argomenti, che noi diremo
europei; perchè, come altre volte abbiam detto,
solo per questa via potremo far sì che su gli
oscuri nostri studii si richiami l’attenzione della
immemore Europa.
XII.
Ritorno del capitano Ross dalle regioni antartiche."

Possiamo annunciare il prospero ritorno della


grande spedizione scientifica inviata alle regioni
antartiche.
L'Erebocomandatodalcelebre cap. Ross, e il
Terrore
comandato
dal
cap.Crozier,partirono
d ’ I n g h i l t e r r a find a l29s e t t e m b r e1839. Dopo
aver fatto alcune osservazioni a Madera e a
Sant'Elena, per determinare la presente posizio-
ne dell'Equatoremagnetico,nonchèlacurvache
comprende i punti della minima intensità, e che
peroracadeappuntosull'OceanoAtlantico,ina-
vigatori giunsero il 17 marzo 1840 al Capo di
Buona Speranza, ove oltre agli studii magnetici
fecero una serie di osservazioni sii Iatemperatura
e I n gravità specifica e laprofondità di quelle
acque spingendo le esplorazioni sino a mille e più
m e t r i diprofondità .
Lasciato il continente, m a semprecontinuan-
do le osservazioni magnetiche, per concatenarle
da u n capo all'altro del globo,raggiunsero la
Terra di Kerguelen, tra l'Africa e l’Australia. E
per tutte le v e n t i q u a t t r o oredelg i o r n o 29 mag-

* Pubblicato nel « Politecnico », VI (1843), fasc. XXXVI,


pp.605-610.
RITORNO DEL CAPITANO ROSS 303
gio 1840, ch'erasi a tal uopo concertato per fare
simultanee osservazioni anche in Europa e in
America, notarono lo stato degli istrumenti m a -
gnetici a d ogni intervallo di due minuti e mezzo.
E si diede appunto il favorevolcaso,cheinquel
giorno avvenne una delle più grandi peturbazioni
magnetiche ; la quale essendosi nel medesimoistan-
anche
in Europa,
t e appalesata e a Torontonel
Canadà, pose in evidenza la vastità di quelle ar-
cane influenze, che colla
rapidità
della
luce
scor-
rono in un batter d'occhio t u t t a la massa
globo. Sulla Terra
Kerguelenraccolsero
di note
geologiche;e nelle lave di quellespiagge solita-
rie,accumulate dai
vulcani
marini,trovar
grossi arbori
fossili. e ampii letti di carbone, che
possono considerarsicomeundepositopreparato
dalla natura, per rifornire in quei lontani mari
le vaporiere delle industriose nazioni.
Toccata la Diemenia, si rivolsero all'Isole
Auckland; e quindi pel meridiano 170. che è
quello dellaTasmania, si diressero versoaustro,
onde rivolgersi poi per libeccio verso il polo. evi-
t a n d o l e inaccesse vie che avevano arrestato il
corso dei precedenti navigatori.
Toccate le Isole Campbell, e incontratenume-
flotte
rose di ghiacci erranti, toccarono la
soglia
della zona glaciale antartica il primo dì dell'an-
no 1841; m a tra la furia del v e n t o settentriona
e la gonfiezza delle onde, non entrarono
nella
chiostraglaciale(packedge). se non il quinto
giorno, senza riportarne alcun danno alle navi.
La calma del vento, le dense nebbie, e le continue
nevate rendevano lento il viaggio ; ogni momento
perì, di luce chiara annunciava loro acque spaziose
verso scirocco ; e la mattina del 9 , dopoavercorso
duecento miglia entro quella squallida gola, si
304 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
trovarono in un largo e libero golfo, e si dires-
sero verso il polo magnetico.
L'11 gennajo, scorsero alla, distanza di cento
miglia una, terra, l'estrema che siasi scoperta in
quella parte del globo. Nell'avvicinarsi la videro
torreggiar sulle acque, con eccelse alpi di 3 mila
metri d'altezza, tutte ammantate di neve perenne,
mentre vasti ghiacciai, scendendo dalle somme
vette, facevano promontorio dentro l'oceano per
molte miglia. Le rive, circonvallate di ghiacci na-
tanti e flagellate da enormi marosi, non lascia-
vano accostar le navi, che si rivolsero verso alcune
isolette a S. E. Infine il dì seguente i navigatori
posero piede sopra una terra vulcanica. I n nome
della loro regina presero solenne possesso di quel-
la troppo giusta e onorevole conquista, che si
stende per 600 miglia incirca, dal 70° verso il 79".
Costeggiando poi la nuova, isola per lungo tratto,
e quindi luttando con bufere nevose e fitte neb-
bie, toccarono un'altra terra, ove videro fumare
e fiammeggiare un immenso vulcano, alto 4000 me-
tri sul livello del mare, cioè assai più dell'Etna;
e gli posero il nome d'Erebo. Gli sbuffi di fumo,
che t r a t t o tratto eruttava, salivano all'altezza di
700 metri; e quando si disperdevano lasciavano
risplendere su quel mondo gelato una fiamma vi-
sibile anche in pieno mezzogiorno; l a neve co-
priva il monte sino alla bocca del cratere, e non
vi si scorgevano valanghe di lava.
Volevano essi inoltrarsi lungo quei lidi; ma
un muro di ghiaccio, che sporgeva d a un lungo
promontorio, e colla sua altezza sorpassava le
vele, li arrestò; non toglieva però loro di vedere
altri monti surgere a SSE. nella latitudine di 79°.
Costeggiarono la muraglia per trecento miglia ;
ma alla fine si trovarono in un angusto canale,

. .. ...
RITORNO DEL CAPITANO ROSS 305
ove vedevano le acque rapidamente congelarsi in-
torno a loro, sicchè appena ebbero tempo di tor-
narsene indietro per la stessa via, dopo aver toc-
cato il 78°4’, l’estrema latitudine australe finora
raggiunta dall’uomo. Lo scandaglio indicava in
quei luoghi un fondo di 570 metri di fango molle
azzurriccio. Non poterono avvicinarsi al polo ma-
gnetico più di 176 miglia; ma fecero così copiose
e minute osservazioni, che il suo posto ne rimane
determinato egualmente, come se lo avessero ve-
ramente visitato.
L a stagione intanto si faceva più rigide, il
ghiaccio si faceva più minaccioso ; onde il 14 mar-
zo ripassarono il circolo polare, dirigendosi verso
quei luoghi ove il capitano Wilkes aveva annun-
ciato un Continente Antartico. Ma, nel bel mezzo
dello spazio indicato gettarono lo scandaglio al-
l’enorme profondità di mille metri; e quindi ve-
leggiarono intorno a quel punto scorrendo ottanta
miglia i n varie direzioni i n un tempo chiaro, e
così accertarono che i l continente di Wilkes era
stato un sogno, e un mondo di nebbie e di ghiacci.
Volti a occidente, toccarono il punto ove il dotto
tedesco Gauss aveva calcolato doversi trovare il
polo magnetico, e parimenti poterono accertarne
l’errore. Per tal modo compiuta la prima cam-
pagna tornarono nella Diemenia, senza avere un
sol uomo sulla lista dei morti, e nemmeno degli
infermi.
Nella seconda campagna, essendo ristorati i
marinai, racconcie le navi, e regolati diligente-
mente gli arnesi scientifici col confronto degli
osservatorii fissi dell’Australia, dopo aver rilevato
in Sidney e nella Baja delle Isole la momentanea
corrispondenza delle perturbazioni magnetiche in
quegli antipodi e i n Europa, si volsero a levante
20. - CATTANEO.Scritti storici. I.
306 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

delle Isole di Chatham, e scopersero erroneo il


posto assegnato dai calcolatori a l punto massimo
d’intensità magnetica. Poi si rivolsero ai mari
polari ; ma s’accorsero d’essersi troppo affrettati ;
poichè incontrarono il ghiaccio trecento miglia
prima del solito; e dopo ardue fatiche appena
giunsero a passare il circolo polare a l nuovo dì
dell’anno 1842, che in quell’emisferio è la mezza
estate.
L’intensa lucidezza del cielo nella direzione
d‘austro faceva loro presagire vaste masse di ghiac-
cio in quella, parte, e li invitava a rivolgersi
piuttosto verso occidente. E infatti erano essi
oramai di poche miglia vicini a superare la chio-
stra gelata, e sboccar di nuovo nel libero mare,
quando un turbine furioso li mise in tremendo
pericolo. Spezzato il timone dell‘Erebo, distrutto
totalmente quello del Terrore, ebbero una batta-
glia di 26 ore contro la folla dei ghiacci, che
minacciammo di stritolar le navi e i naviganti. Fi-
nalmente dopo 46 giorni di prigionia, poterono di-
sferrarsi dai ghiacci ; ma oramai rimamevano solo
dieci giorni all’anniversario di quello in cui erano
stati costretti a ritornarsene indietro. Dopo aver
sostenute le più dure prove, a fronte di quella
stessa muraglia che l‘anno prima li aveva arre-
stati, trovarono che dalla altezza di 60 metri si
andava riducendo verso levante a quella di 45,
poi di 30, e finalmente si dirompeva in promontorii
alti appena da 15 a 20. Lo scandaglio indicava a
300 metri incirca di profondità il fango azzurric-
cio; e il prospetto di alti monti a 50 miglia di
distanza, faceva arguir loro la vicinanza d’una
larga terra dietro quella trinciera di ghiaccio ;
lungo la quale veleggiarono verso levante 130 mi-
glia più che non avessero fatto nell‘anno prece-
RITORNO DEL CAPITANO ROSS 307
dente; ma pur sempre senza poterla superare.
Nel ritorno ebbero un nuovo conflitto colle masse
galleggianti, in cui l’audacia e la perseveranza
CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
Bransfield. Nella sera, giovandosi del vento che
spinse in fuori i ghiacci galleggianti, corsero fra
essi e il lido, e videro per venti miglia una spiag-
gia senza neve; poi di nuovo rupi di ghiaccio al
piede di un monte.
Dopo quaranta giorni di contrasto, giunsero
nel mare aperto, ma in mezzo alle nebbie; e la
buona stagione era omai passata. Nel ritorno, alle
latitudine di 68° 34’, ebbero una calma, durante
la quale vollero riconoscere la profondità del ma-
re. Settemila metri di scandaglio (4000 fathoms)
non toccarono fondo; la quale immensa profon-
dità, fa credere che in quelle vicinanze non vi sia
a sperar terra. Per lungo tempo tentarono di farsi
strada a l ritorno ; l’oscurità delle notti, e la folla
dei ghiacci erano tremende; m a sembravano ag-
giunger coraggio a i marinai e arte a i capitani.
Finalmente il 12 marzo uscirono dalla chiostra,
e il 4 aprile giunsero al Capo di Buona Speranza,
dopo aver riconosciuto che l’isola di Bouvet è una
terra immaginaria. Nel ritorno in patria toccaro-
no di nuovo Sant’Elena, per ripetere le osserva-
zioni già fatte, e rettificare gli istrumenti ; e a fine
di connettere la serie dei fatti, visitarono anche
Rio Janeiro. Approdarono in Inghilterra il 4 set-
tembre 1843; e vi ebbero quelle onorevoli amo-
glienze, che ben si devono a uomini valorosi, i
quali durano sì ardue fatiche i n servizio e gloria
della patria loro, e in beneficio comune della
scienza e dell’umanità. Possa, ciò destare l’emu-
lezione degli altri popoli culti e industriosi.
PROSPETTO
D’UNA RACCOLTA DI NOTIZIE SATURALI E
CIVILI S U L L A LOMBARDIA, PROPOSTA DA ALCUNI STU-
DIOSI, P E R L’OCCASIONE D E L CONGRESSO S C I E N T I F I C O
DI MILANO.*

Quelli che f r a noi hanno riputazione di cono-


scere per principii lo stato del paese, a d ogni
breve t r a t t o ricevono da, stranieri sollecitazioni
pressanti a comunicar notizie intorno allo stato
soprattutto della nostra agricultura, delle nostre
instituzioni comunali, e delle intraprese irriga-
torie e stradali. E ciò non solo per curiosità. di
dotti solitarii, ma di ministri e legislatori, desi-
derosi di prender l’esempio del bene ovunque si
trovi, e avvezzi già, da secoli a trapiantare nelle
recenti loro civiltà, i frutti d’una cultura che fra
noi surgeva già vigorosa duemila anni addietro,
i

* Pubblicato, anonimo, in « Politecnico », VIl (1844),


fasc. XXXVIII, pp. 212-222. E’ l’annuncio e progetto del vo-
lume miscellaneo col titolo Notizie naturali e civili su la
Lombardia che poi usci a Milano, Tip. G . Bernardoni, 1844,
pp. CXII-492, nell’occasione del VI Congresso degli scien-
ziati italiani, e in cui trova luogo il celebre saggio del
Cattaneo dal medesimo titolo e qui ristampato nelle
pp. 331 e s g .
310 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

sicchè alcuni dei più eleganti campioni della let-


teratura romana, nati ed allevati i n questi nostri
paesi, già potevano alludere all‘arte delle nostre
irrigazioni, e alle amene ville dei nostri laghi.
La Francia, che già dai nostri avi apprese in
Lione la più bella delle sue industrie : che a quat-
tro secoli d’intervallo imitò la nostra navigazione
artificiale : che solo i n questa generazione adottò
risolutamente la ciiltiira del gelso, pur sì antica
e radicata fra n o i : che non seppe ancora volgere
in risaje e in prati perenni le sue paludi e le
sue lande, anco
poste sotto u n cielo più meridio-
nale del nostro : in questo momento medesimo c i
chiede consiglio sul modo d‘instituire le sue ir-
rigazioni. E confessa per bocca de‘ suoi primarii
ingegneri, che unsecolo appena basterebbe a sten-
dere su t u t t i i suoi dipartimenti quella rete di
strade. con cui i nostri più appartati
comuni
già seppero fra loro collegarsi. Ingegneri inglesi
studiano le prese d’acqua dei nostri navigli, per
copiarli i n gigantesche proporzioni sulle pianure
dell’India ; ingegneri russi sperano sul nostro
esempio risanare le paludi della Georgia, e fe-
condare le steppe del Volga.
Eppure, fra l‘immensa congerie che sgorga dal-
le nostre stamperie, e usurpa quel poco denaro
che i padri possono mettere i n disparte per colti-
vare l’intelligenza delle famiglie, nessuno ha pen-
sato ancora a raccogliere una semplice notizia
dei primi elementi della nostra prosperità . Vuoti
e frivoli libri. sotto nome di Guide, fanno tedioso
(registro d’ogni inezia ornamentale, che dorma
polverosa sotto vetuste arcate ; registrano nomi
d‘artefici oscuri e di più oscuri mecenati. di cui
l’istoria non si degnò parlare; pagano c o n effu-
sioni sentimentali le vacanze avute i n qualche
NOTIZIE SATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 311

campestre catapecchia, intanto che le fondamenta


della nostra vita civile rimangono inesplorate,
malnote a noi stessi, non additate allo straniero,
ben lieto di poter dire che qui si viaggia per la
terra dei morti. Nessuno può abbracciar da solo
t u t t o quel complesso di azioni e reazioni, che col-
legano i nostri ordini agrarii ed amministrativi
colle predisposizioni della natura. All’uno manca
la cognizione dei terreni, all‘altro quella delle
acque; in ogni momento lo studioso si arresta,
perchè non ha sotto mano un fatto, che rimane
sterile nei manoscritti d’un altro studioso.
L’adunare codeste disperse reliquie in un co-
mune deposito. che iniziato una volta possa col
decorso del tempo andarsi accrescendo, è opera
di manifesta e non poca utilità. Venne adunque
in pensiero ad alcuni studiosi di contribuire al-
cune almeno di quelle più necessarie notizie, che
per avventura avessero raccolte negli speciali loro
studii, e ordinarle in un libro, che ad ogni caso
si potesse porgere anche al curioso straniero. M a
questa coordinazione di lavori sarebbe forse ri-
masta un lungo e vano desiderio, se l‘annuncio
d‘una straordinaria adunanza di studiosi i n que-
sta città non avesse fatto sentir quasi la vergo-
gna di non aver i n pronto nulla di preciso e di
concorde da rispondere alle inevitabili loro in-
terrogazioni. Non appena corse proposta di una
siffatta impresa, che molti vi si offersero volon-
terosi, rialzando quell’antico motto del fondatore
dell’Ambrosiana : singuli singula. Naturalisti,
medici, ingegneri, artisti, uomini d’affari e uomini
di studio, hanno promesso d’apportare il loro
obolo a servigio della comune riputazione e pro-
sperità. Diciamo anche della prosperità, perchè
il principio del ben fare è il ben conoscere: ed è
312 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

necessario additare anche le lacune della, nostra


civiltà; poichè se gli altri vengono a d attingere
i lodevoli esempii da noi, senza che noi ci diamo
briga di accettarne a vicenda d a loro, è manife-
sto che in breve tempo ci troveremmo al men glo-
rioso posto nella gran gara dell’incivilimento.
Alcuni dei lavori a t a l fine promossi sono già
compiuti, alcuni si vanno già pubblicando in dis-
sertazioni sparse nei diversi giornali, donde è fa-
cile l’andarli poi raccogliendo ; altri sono in corso ;
la promessa d’un piccolo contributo ha dato im-
pulso a studii, che speriamo veder maturarsi in
opere di lunga lena; e l’esempio servirà di stimolo
a d altri. L’impresa è adunque buona per sè, buona
per le conseguenze che trae seco, buona. per quel-
le che verranno di poi. Ma il tempo vola; è me-
stieri per ora stringere in pochi manipoli que-
sta prima, messe, per farne dono d’ospitalità e di
scientifica fratellanza. Gli ulteriori frutti potran-
no con miglior agio raccogliersi, e in men tumul-
tuario modo architettarsi in un’opera più vasta e
sontuosa, nella quale si potrebbe abbracciare t u t t o
il nostro Regno, impresa che non si potrebbe
condegnamente predisporre, se non forse i n qual-
che numero d’anni.
Questa che ora offriamo ne sia dunque un’an-
ticipazione e un saggio; e noi confidiamo che an-
che nel suo succinto tenore ella potrà offrire a l
cittadino e a l collaboratore stesso una serie di dati
e cognizioni, che a privati sforzi non sarebbe age-
volmente dato di conseguire. Abbiamo divisato
il nostro disegno in modo, che anche una notizia
che per sè sola non basti a spargere valevol luce,
possa nella corona delle altre rinvenir pregio e
complemento. E d in questo proposito soggiun-
giamo qui la tessera che avevamo predisposta già
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 313
da un anno, e poi parzialmente rifusa, omai da
capo a fondo, nel fare i peculiari accordi coi
collaboratori. F i n da principio abbiamo avuto
cura di ordinarla in guisa, che si potesse e far
luogo successivamente a i lavori che si venivano
offrendo, e d a r mano liberamente e divisamente
alle singole parti, senza che venissero a confon-
dersi per un lato, o a sconnettersi per l'altro, e
si evitassero per quanto si potesse i lavori du-
plicati e le collisioni nelle materie confinanti. E
così ebbe ciascuno d'esercitare nel proprio argo-
mento Ia massima libertà senza fare impedimento
all'altrui, e nulla ostante la varietà delle mate-
rie, si può conciliar al loro complesso quell'au-
torità che hanno sempre le fatiche d i chi si cir-
coscrive alla trattazione della sua specialità.
Qui appiedi indichiamo i nomi delle onorevoli
persone che conferirono già memorie e materiali,
e che o con diretta promessa i n iscritto, o per
mezzo d'altri collaboratori ci diedero la più fon-

1 Balsamo Crivelli nob. Giuseppe. - Bertarelli dott.


Bern. - Biondelli Bern - Brubbacher capit. Giuseppe. -
Buzzetti ing. Curzio. - Cadolini ing. Giuseppe. - Canziani
dott. Giuseppe. - Carcano dott. Giulio. - Catena dott.
D. Bart. - Cesati Bar. Vincenzo. - Cattaneo Luigi. - Catta-
neo dott. Carlo. - Cobianchi prof. Luigi. - Correnti dott.
Cesare. - Curioni nob. Giulio. - Della Vedova Pietro. -
Durelli arch. Francesco. - Ferrario P. Ottavio. - Garo-
vaglio dott. Santo. - Kramer nob. Antonio. - Krenzlin
nob. Galeazzo. - Litta cav. Antonio. - Lombardini ing.
Elia. - Mauri prof. Achille. - Monneret dott. Pietro. -
Monti a b . Pietro. - Mulazzani conte Giovanni. - Pirovano
ing. Gio. - Polli dott. Gio. - Porro nob. Alessandro. - Porro
nob. Carlo. - Predari Francesco. - Ravizza dott. Carlo. -
Rossetti ing. Giuseppe. - Pacchi dott. Giuseppe. - Sarti
ing. Giulio. - Spreafico ab. Francesco. - Tatti ing. Luigi. -
Trotti nob. Lodovico. - Verga dott. Andrea. - Villa Anto-
nio. - Vittadini dott. Carlo.
314 CATTANEO - SCRITTI STORICI I

data, fidanza del prezioso loro sussidio e concorso.


Con ciò miriamo a far manifesta codesta concor-
dia di fruttuosi e pacifici studii, e porgere alle
altre regioni d’Italia un esempio, che imitato an-
che oltremonte darebbe nuovo pregio ai Congressi
scientifici, rendendoli occasione e stimolo d’ono-
rate fatiche.
Quanto alla forma del libro ed alla sua pubbli-
cazione, non possiamo per ora indicare le condi-
zioni precise, perchè le materie non sono ancora
consegnate tutte, nè per anco ridutte a minima
mole ed uniforme disposizione, e pendono ancora
le trattative librarie. Diremo soltanto, che i li-
miti del tempo sono angusti, e che la nostra
maggior fatica è oramai quella di ridurre le no-
tizie alIa più semplice e concisa espressione. E
quindi speriamo ancora di poter condensare ogni
cosa i n un volume, al più in due, il cui prezzo
non oltrepasserà i limiti consueti. - Laonde chi,
per aggiungere animo e impulso all’impresa, vo-
lesse prenotami, potrà, farlo fin d’ora presso lo
stampatore di questo giornale; il quale vi si è
cortesemente esibito, onde concorrere anch’esso
per quanto è i n lui, a una cosa che f u divisata
per onorare e servire il paese, in un’occasione che
forse, noi viventi, non si rinnoverà.

PROSPETTO
DEI LAVORI INTRAPRESI.

P a r t e I. - N a t u r a inorganica.
Primo aspetto geografico. - Studii topografici
antecedenti; carte e mappe. - Posizione, confi-
gurazione. Catene alpine e pre-alpine; loro di-
rezione ; punti di massima e minima altitudine :
acclività delle basse ed alte pianure, e di tutte
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 315
le grandi valli, dalle confluenze dei fiumi fino alle
gole alpine.
A s p e t t o geologico. - Zona delle antiche emer-
sioni serpentinose e granitiche : zona delle emer-
sioni porfiriche ; rocce trasformate ; passaggio al-
la zona jurassica ; zona cretacea ; colli terziarii ;
diffusione erratica ; lembo alluviale. Succinti ceri-
ni su la direzione, inclinazione, ampiezza. e alti-
tudine dei singoli terreni, le miniere, l’età ri-
spettiva! delle formazioni, e il loro concatenamento
coi terreni delle regioni finitime.
Stato meteorico. - Influenza complessiva della
latitudine, longitudine, altitudine, ed esposizione.
Ghiacciai perpetui, laghi profondi; e loro in-
fluenze. - Direzione, durata e intensità dei venti
i n rapporto alle linee dei monti e delle valli. -
Calore massimo, minimo e medio, per anni, sta-
gioni e mesi, sua continuità e variazione; e rife-
rimento alle regioni circostanti. -- Oscillazioni ba-
rometriche ; quantità e distribuzione delle piogge
e delle nevi; numero dei giorni nevosi, piovosi,
ventosi, nuvoli e sereni ; siccità e umidità ; nebbie,
i brine e rugiade ; grandini, turbini, trombe, ter-

II remoti, aeroliti e altri fenomeni. - Inclinazioni,


declinazioni e oscillazioni magnetiche.
Stato acqueo. - Importanza idraulica della
convalle del Po, non ostante la limitata superfi-
cie. - Grandi laghi, distintivi della parte lombarda
della convalle. - Fiumi lacuali, limpidi e incas-
sati ; fiumi torbidi sopravegnenti dalle Alpi pie-
montesi e dall’Appennino. Indole particolare e
corso del Ticino, dell’Olona, del Lambro, dell’Ad-
da, dell’Oglio, del Mincio, della Secchia, del
Po. - Deviazioni d’alcuni fiumi, e corso primitivo
dell’Olona, del Nirone e del Sevèso, del Mincio,
della Secchia e del Po. - Studii positivi ed espe-
316 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

rienze su la portata, le piene e le torbide del-


l’Adda e del Po. Congetture sulla portata degli
altri fiumi ; confronto dell’Adda colle Senna, re-
lativamente alla curva delle temperature, delle
piogge e dell’evaporazione.
Delle arginature dei fiumi in linea d’arte e
d’amministrazione.
Appendice. - Acque surgenti sulla pianura
lungo il confine tra la zona, diluviale e la zona.
alluviale, e loro origine. Paludi e mosi; tradi-
zioni del Lago Gerondo e dell’Isola Fulcheria;
Serio Morto e Delma ; canali di scolo del Milanese,
Pavese, Lodigiano e Cremonese.
Canali simultaneamente navigabili ed irriga-
torii. Derivazioni primitive fatte dai Milanesi,
Cremonesi e Bresciani. Dimensioni e masse d’&e-
qua. - Invenzione locale delle conche. - Cenni
amministrativi. - Navigazione generale ; connes-
sione delle linee navigabili in ascesa e discesa;
massa dei trasporti; dimensione e forma, delle
barche. Opere desiderabili a compimento della
navigazione interna.
Irrigazioni ; diversi principii e moduli nelle
diverse province ; distribuzione delle acque, on-
ciato dei diversi bacini ; superficie irrigate. Ora-
rii d’irrigazione ; consorzii ; statuti locali e altri
cenni amministrativi.
Forza delle acque applicate all’industria.
Analisi delle acque bevibili, e delle acque mi-
nerali.

Parte 11. - N a t u r a organica.


Flora e Fauna fossile, giusta l’ordine orga-
nico, e indipendente dall’ordine geologico. Cenni
relativi a d alcune specie inedite.
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 317
F l o ~ avivente. Cenni sulla distribuzione na-
turale delle piamte per territorii e per altezze;
influenze atmosferiche e geologiche ; influenza del
suolo selvaggio o altamente coltivato ; circoli par-
ticolari della vegetazione alpina, lacuale e irri-
gatoris ; selve, asbori frondoisi, arbori aghifolii,
macchie cedue. - Proporzione delle diverse fami-
glie naturali; specie dominanti o distintive in
connessione colle flore finitime. Saggio di pro-
spetti nominativi delle piante fnnerogame e delle
crittogaine.
F a u m vivente. Cenni generali sulle specie do-
minanti e distintive. Saggio di prospetti nomi-
nativi delle singole specie ; mammiferi, augelli sì
indigeni che immigranti, rettili, pesci, molluschi,
articolati, insetti, intestinarii, polipi e infusorii.

Parte 111. - Popola:ione, salute picbbiica


c soccomi.
Numero degli abitanti riferito alla superficie ;
distribuzione e densità comparativa dei singoli
distretti. Confronto colla rimanente Europa. In-
cremento ordinario.
Stato sanitario. Aspetto, temperamento, atti-
tudini distintive. JlortalitB e 1ongevitA nelle di-
veme regioni ; infermith donijnanti, o proprie a cer-
ti territorii ; pellagra, febbri ; influenze agrayie. -
Medici e chirurghi e loro proporzione al numero
degli abitanti e alla cifra probabile degli infermi
nelle singole province. Medici e chirurghi addetti
all'istruzione, a l governo, alle municipalità, agli
ospitali, al servizio privato, alle condotte rurali ;
loro riparto su tutto il paese. - Speziali; stato
delle spezierie ; loro numero e proporzione cogli
abitanti e cogli infermi; e loro valor capitale i n
318 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

t u t t a la Lombardia. - Levatrici, loro istruzione,


numero, riparto e proporzione alle nascite an-
nue. - Veterinarii, loro riparto e proporzione.
Malattie dei bestiami.
Riassunto numerico di tutto il personale sani-
tario ; sua influenza sulla pubblica salute e sulla
pubblica ragione ; vaccinazione, sezioni cadaveri-
che ; confronto coll'Inghilterra e colla Francia e
con altri paesi.
Soccorsi. Stato degli ospitali, loro distribu-
zione nelle province. Stabilimenti speciali per le
puerpere, i dementi, gli incurabili. Sussidii e di-
stribuzioni d'ogni specie. Instituzioni pei sordi-
muti, i ciechi, i vecchi, le vedove, gli orfani ; asili
dell'infanzia. Patrimonio dei poveri, e sua ammi-
nistrazione. Monti di pietà, e casse di risparmio.

P a r t e IV. - Agricultura, industria, commercio.


Vario riparto della possidenza nei monti, nei
colli, nell'alto piano e nelle basse. Diversi princi-
pii di contratto t r a i possidenti, i fittuari, i coloni,
i giornalieri, e gli avventizii, nelle diverse parti
del paese, e principalmente nella Brianza, nella
Bassa Milanese, nel Cremasco, nel Cremonese, nel
Mantovano, ecc. e relativi ordini di coltivazione
e d i rota agraria. Prospetto d'un'intera azienda
rurale nella Bassa.Consegne, scorte, manuten-
zioni, caseggiati,acque, piantagioni. P r a t i pe-
renni, avvicendati, erbatici, e proporzione dei be-
stiami e dei loro produtti. Numero dei bestiami.
Massa e valore dei formaggi, e annessi produtti.
Mandre girovaghe e fabbricazione degli strac-
chini. Risaje. Coltivazione degli altri cereali, lini,
e legumi. Condizioni, con cui si prestano i diversi
servigii da tutto il personale addetto ad una pos-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 319
sessione. - Coltivazione del gelso ; sua diffusione
nei colli e nelle pianure; produzione dei bozzo-
li. - Coltivazione della vite, preparazione e va-
lore dei vini. - Riviere dei laghi, coltivazione
dell’olivo e degli agrumi. - Selvicultura e disso-
damento dei boschi, delle brughiere, e delle pa-
l u d i ; vendita dei beni comunali. - Orticultura,
arbori fruttiferi, vivaii e relative importazioni ed
esportazioni. - Cenni sulla massa delle derrate
agrarie di t u t t a la Lombardia, sul loro valore e
rispettiva loro esuberanza o deficienza. - Rias-
sunto generale sullo stato dell’agricultura e degli
agricultori.
Industria. Stato generale e distribuzione delle
industrie nei diversi territorii, loro associazione
all’agricultura e alla possidenza. - Stato e va-
lore dei combustibili d’ogni maniera, e loro forza
comparativa, giusta speciali esperienze. - Fab-
briche di macchine, meccanismi e strumenti in-
dustriali e scientifici. - Metalli ; saggi chimici
delle singole miniere ; forni fusorii e rifusorii ; ma-
gli, trafile, chioderie, fabbriche d’armi e d’altre
ferramenta ; massa generale e valore dell’indu-
stria ferraria i n Lombardia; e suo rapporto alla
superficie in confronto d’altri paesi. - Fonderie
di campane, bronzi dorati, tubi di piombo. ecc. -
Monetazione, partizione, oreficeria, argenteria,
ricami e tessuti i n oro. - Vetri, porcellane, ter-
raglie, stoviglie, arenarie, macine, coti, calci. -
Manifatture dei tabacchi e delle polveri. - Raf-
finerie d i zuccheri. - Fabbriche di produtti chi-
mici ; cuoii, pelli, cera, sevo, stearina, saponi, tele
cerate, guanteria, stivaleria, carrozze, mobiglie,
cappelli, stuoje, ecc. - Setificio : filande, torci-
toii, tessiture, maglie, numero dei telai ; tinto-
rie. - Cotonificio, numero dei fusi e dei telai. -
320 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
Lanificio. - Filature meccaniche dei l i n i ; fila-
t u r e manuale, tele, refe, merletti, ecc. - Cartiere .
e fabbriche di tappezzerie e carte da gioco. -
Stamperie di libri e di musica.
Commercio. Cenni generali su le importazio-
ni, le esportazioni, i transiti e il traffico in-
terno. Camere di Commercio e società commer-
ciali ; assicurazioni. Numerario ; monete moderne ;
monete antiche, loro nome, titolo,. peso e valo-
re. - Pesi e misure. - Strade, ordini particolari
di costruzione e manutenzione ; strade regie,
grandi strade alpine, strade comunali ; confronto
colla Francia. Sistemi di ponte, porti, pedaggi.
Materie stradali, e varietà del loro valore nei di-
versi territorii. Necessità di compiere e perfezio-
nare le linee di navigazione. - Strade ferrate.

P a r t e V. - Ordine pubblico.

Ordine giudiziario. Senato, Appello, Prime


istanze, Preture e officii di vigilanza. Delitti e
trasgressioni; loro numero in rapporto alla po-
polazione ; carceri e prigionieri. Notizie sulla ri-
forma carceraria iniziata in Milano nel 1766 prime
che nel Belgio e in America. - Forza pubblica,
e servizio armato, che si presta da queste popo-
lazioni.
Ordine governativo. Prospetto delle diverse au-
torità governative e camerali. Congregazioni, mu-
nicipii e comuni, e altre cose relative. Cenni
istorici sull’antico e nuovo censimento.
Ordine ecclesiastico. Diocesi e pievi ; parroc-
chie e loro numero e popolazione nelle singole
diocesi e provincie ; chiesa veronese in Lombar-
dia ; parrocchie elvetiche ; numero delle parrocchie

. . .. .. .. . .. . .
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU L A LOMBARDIA 321
ambrosiane. Notizie sul rito ambrosiano, sul rito
patriarchino ; antica estensione della Metropoli
milanese ; e viceversa, antica giurisdizione d’altre
Metropoli i n Lombardia, ; notizie istoriche sulle
singole diocesi ; privilegio del pallio episcopale di
Pavia; privilegii di S. Barbara, di Mantova, ecc.
Numero dei protestanti. - Numero degli israe-
liti, e annesse istituzioni di soccorso e d’istru-
zione in Mantova.

P a r t e VI. - Linguaggio, istoria, legislazioni


e cultura.

I dialetti, unica reliquia dei tempi primitivi,


rappresentano la geografia antica. Loro proprie-
tà distintive ;-parte estrattiva dei loro dizionarii ;
nomi dei paesi e loro classificazione. Letteratura
vernacola.
Date istoriche. Etruschi e Celti. - Romani,
colonie, municipii e tribù : vie militari, commer-
cio ; agricultura, istruzione, e vita domestica ;
introduzione del cristianesimo. - Decadenza ; in-
cursione degli U n n i ; lutta coi Goti; dominio bi-
zantino e longobardo. - Carlomagno; regno ita-
lico ; feudatarii. - Potenza episcopale ; crocia-
te. - Municipii, credenze e associazioni popo-
lari. - Guelfi e Ghibellini ; signorie militari nelle
singole città, e loro fusione nel Ducato. Sua
potenza industriale e mercantile ; armi mercena-
rie; debolezza interna. - Invasione francese e
divisione dello Stato fra Spagnoli, Svizzeri, Gri-
gioni, Savojardi e Farnesi. - Amministrazione
dei privilegiati ; monopolio universale, sistema
proibitivo ; nuovo decadimento del commercio,
dell’industria, dei lumi ; deperimento della popo-
21. - CATTANEO S c r i t t i storici. I.
322 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

lazione ; i capitali si raccolgono nell’agricultura ;


grande sviluppo dell’irrigazione. - Secolo X V I I I ;
risurgimento ; sviluppo d’un’amministrazione cen-
trale, sotto l’influenza di grandi pensatori. Censo
stabile, svincolamento dell’industria e dell’an-
nona, diffusione della possidenza, istituzioni sa-
nitarie ; riforme. - Società palatina, società
patriottica ; ristaurazione della generale prospe-
rità. - Invasione francese ; ricongiunzione dei
territorii smembrati. Instituzione del Regno Lom-
bardo-Veneto.
Legislazioni successice. Costumi celtici ; prime
radici della proprietà comunale. - Diritto ro-
mano ; proprietà privata ; predominio dei muni-
cipii sulle province. - Legge Longobarda; Capi-
tolari Carolini. - Libri feudali compilati dai
Consoli milanesi. - Diritto canonico. - Statuti
municipali. - Trapasso ai codici.
S t a t o intellettuale nei diversi secoli. Primor-
dii di cultura letteraria; scuole di Milano e
Como. - Virgilio, Plinio. - S. Agostino e suoi
tempi. - Vestigia d’instituzioni letterarie nei
tempi barbarici ; Carlomagno, primo studio d i
Pavia. - Cronisti municipali i n prosa e in ver-
so ; primi scrittori in vulgare ; Sordello Manto-
vano. - Esuli bizantini in Milano; scrittori del
secolo XV e XVI. - Dominio spagnolo; istitu-
zione dei collegi; libreria, ambrosiana. - Se-
colo XVIII ; splendore dell’università di Pavia ;
Parini, il Caffè; istruzione popolare. - Seco-
lo X I X ; la Lombardia sede primaria della lette-
r a t u r a italiana.
Istruzione presente. Scuole elementari ma-
schili e femminili, cooperazione dei comuni e dei
privati. Scuole tecniche ; scuole domenicali e not-
t u r n e ; scuole d i ragioneria e commercio. Gin-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI S U LA LOMBARDIA 323
nasi regii, comunali, privati, collegiali ed eccle-
siastici. Licei regii, municipali ed ecclesiastici.
Università, suoi apparati scientifici ; e scuole di-
pendenti ; seminarii teologici ; e altre speciali in-
stituzioni Scientifiche, industriali e militari. In-
stituto di scienze e lettere. Esposizioni pubbliche,
premi, concorsi e pensioni. Associazioni d’inco-
raggiamento e di studi.
Belle A r t i . Illustri pittori : i Luini, Oggion-
no, Cararaggio, i Campi, Crespi, ecc. - Ricer-
che sull’architettura : poche reliquie dei tempi
romani, e dei primi edifici cristiani. Edifici mu-
nicipali. Edifici viscontei e architettura arco-
acuta. Edificii sforzeschi e gusto di Bramante.
Modelli romani. Prevalenza del barocco in Mi-
lano, raffrenato nelle altre province dall’influenza
veneta. Riforma moderna. instituzione delle ac-
cademie e delle commissioni d’ornato ; nuovi mo-
numenti. - Altre a r t i : scultura ornamentale,
scultura figurata, intaglio, incisione, ecc. Espo-
sizioni pubbliche, premi, concorsi e pensioni, Ac-
cademie e scuole di belle arti in Milano, Bergamo,
Pavia, Lovere, ecc.
Studio della musica. Gaffurio e altri anti-
chi: musica sacra e instituzioni relative. - Svi-
luppo dell’opera in musica; teatro alla Scala;
Milano primario ricapito della musica moderna.
Conservatorio ; scuola di Bergamo ; fondazione
dei teatri in tutte le province, e diffusione del
gusto musicale.
Teatri d i recita: accademie di ballo, altri trat-
tenimenti ; società di piacere ; giochi ; passeggi,
feste pubbliche e villeggiature ; interessamento dei
possidenti all’agricultura. Effetto complessivo de-
gli studi, delle arti, della musica, della villeg-
giatura sull’incivilimento delle masse.
324 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Parte VII. - C i t t à e luoghi notabili.


Brevi cenni intorno alle città di Milano, Bre-
scia, Bergamo, Crema, Cremona, Como, Mantova,
Pavia ; popolazione, posizione, selciato, acque
sotterranee, fontane, piazze, mercati, passeggi,
provvedimenti edilizi, palazzi, chiese principali
e loro memorie e monumenti; campisanti, galle-
rie di belle arti, collezioni scientifiche e antiqua-
rie, librerie, arichivi.
Luoghi più cospicui delle singole province per
commercio, edifici, instituzioni, monumenti. -
Santuarii, ville, giardini, laghi ; amenità e curio-
sità naturali.
Indicazione di libri e manoscritti opportuni a
una più particolar cognizione del paese.
AVVISOA L LETTORE.

Gli studiosi delle scienze naturali, convenuti


i n Pisa nell’anno 1839, ebbero in dono una de-
scrizione istorica e artistica di quella città e
de’ suoi contorni, che per avventura trovavasi
pubblicata in quegli anni da un incisore, a cor-
redo d’una sua raccolta di vedute.
Pel Congresso scientifico di Torino parve il
caso d’apprestare una simile operetta ; e forse per
darle pure alcun colore d’opportunità, vi s’in-
trodusse una notarella di fossili e un catalogo di
piante, con alcune righe su l’agricultura. Il ripe-
tuto esempio del volume donato prescrisse quasi
. u n dovere alle città che dovevano accogliere le
successive adunanze. - A Firenze, di più, si pose
innanzi a l volume una descrizione naturale della
valle dell’Arno: nel che si ebbe forse l’animo di
fai. cosa particolarmente intesa a quell’ordine di
persone che volevasi onorare. - I Padovani, con
più cortese e savio consiglio, descrissero agli
ospiti le terre e le acque di t u t t a la loro provin-
cia, e i varii aspetti che l’agricultura vi prende;
e diedero loro i n appendice la flora dei Colli Euga-
nei. - Lucca non si curò per verità di piacere agli
amatori della botanica e della geologia, ma pur
descrisse le diverse condizioni del suo territorio
alla marina, alla pianura e a l monte.

* Avviso premesso ai già citato volume Notizie natu-


rali e civili su la Lombardia, pp. v-x.
326 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Se nelle sedi dei futuri Congressi prevalesse


sempre l’esempio di Padova a quello di Pisa e di
Torino, altri potrebbe forse pensare che il con-
tinuato circuito di queste adunanze potesse d’an-
no in anno approssimarci A possedere infine un’ac-
curata descrizione di t u t t a l’Italia. - Ma l’Agro
Padovano non vasto ; il Lucchese, meno ancora.
ll Padovano è forse la 150a parte della terra d’Ita-
lia; il Lucchese, la 300”. E se d‘anno i n anno
l’ospitalità municipale non ci consente uno spa-
zio di terra alquanto maggiore, codesta speranza
della finale descrizione d’Italia discenderà in fe-
decommesso ai figli dei nostri figli.
Inoltre queste divisioni di paese così anguste
e minute involgono troppe simiglianze e infinite
ripetizioni. E poche sono poi le provincie che nel
loro giro comprendano le precipue fonti delle loro
condizioni naturali e civili, i n modo che per darne
ragionata contezza non si debbano invadere ad
ogni momento i confini delle terre circostanti.
Queste considerazioni destarono in alcuni stu-
diosi di Milano il pensiero d’inoltrarsi d’un al-
tro passo, come a Firenze si fece i n paragone di
Pisa, e a Padova in paragone di Firenze. I n luogo
di fare ogni anno qua e là per l’Italia un volume
su la centesima o la trecentesima particola del
bel paese, parve convenisse prendere risolutamen-
te un’intera regione, purchè potesse considerarsi
sotto una certa unità di concetto, la Venezia, a
modo d’esempio, o la Toscana. - E il principio
da cui mosse il nostro lavoro.
È questa adunque una raccolta di notizie su
quella regione d’Italia, naturalmente e civilmente
dalle altre distinta, a cui per singolari circostanze
rimase circoscritto il nome già sì vasto e varia-
bile di Lombardia. E intendemmo adombrarvi,
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 327
quanto per noi si poteva, l’aspetto geologico, il
clima, le acque, la flora, la fauna, lo stato della
popolazione e l’ordinamento sanitario, i diversi
ordini agrarii, il commercio, l’industria, il lin-
guaggio, le origini prime e la. successiva cultura.
Ciascuna parte dell’opera venne conferita d a per-
sone specialmente dedite a quel genere di studii.
Aggiungeremo inoltre che il nostro libro, qualun-
que egli sia, non è fatto coi libri; le notizie geo-
logiche hanno per corredo una speciale collezione
di rocce e fossili; le notizie sul clima, e più an-
cora quelle sulle acque, Compendiano alcune mi-
gliaia di osservazioni, continuate per lunga serie
d‘anni; la nostra flora è t r a t t a dagli erbarii rac-
colti di nostra mano dalle paludi del Mincio alla
cima delle Alpi Retiche; la nostra fauna anno-
vera gli animali che a d uno a d uno possediamo.
Ma siccome codesti studii non erano certamen-
te intrapresi nel mero proposito d’un libro d’oc-
casione, così non potevano facilmente accozzarsi
in un compiuto e armonico edificio; m a doveva-
no riescire piuttosto come pietre, che ognuno
aveva scavate e dirozzate, e che o r a stanno qui
deposte l’una accanto dell’altra, materia prima
d’una più vasta costruzione ; intorno alla quale
diremo quali siano i nostri pensieri.
Noi vorremmo che, dietro l’esempio nostro, e
con quei miglioramenti che il fatto venisse addi-
tando, in ogni regione d’Italia s’intraprendesse
una simile raccolta di Notizie, le quali incomin-
ciate nella prossima occasione o nella remota
aspettazione d’un Congresso scientifico, venissero
poi proseguite per Supplementi annui anche di
minor mole, i n modo che, avviato una volta il
lavoro nelle singole parti d’Italia, ogni a n n o do-
vesse arrecarci d a ciascuna di esse altrettanti
328 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
manipoli di studiose fatiche. Le lacune del primo
lavoro, anzichè difetto, sarebbero quasi adden-
tellato che invita all’opera successiva. - Non è
un libro, nè più d’un libro che noi vogliamo ag-
giungere alla congerie scientifica ; - è un’istitu-
zione che vorremmo fondare.
I fini suoi sarebbero grandi e molti, Recare
alla scienza una perenne dote d’accurati e sicuri
f a t t i ; - recare alle singole patrie municipali e
alla patria comune quell’intima e verace cogni-
zione di sè medesime, per la quale il pubblico bene
si pensa e si opera entro i confini del possibile e
dell’opportuno, e senza mistura, di mali; - ag-
giungere a molti un impulso perpetuo a l lavoro,
coll’allettamento d’una, vasta pubblicità data a l
più minuto studio locale; indurre gli studiosi a
rivolgere le loro fatiche a un soggetto determi-
nato e arrivabile, non logorando l’ingegno i n va-
sti e vani sforzi; - risparmiare la ripetizione
delle stesse fatiche in diversi luoghi, di modo che
il giovane, bramoso di farsi merito, sappia sem-
pre dove è un campo da coltivare e una lacuna
da riempiere; - infondere agli studii nazionali
quell’unità e quell’efficacia che non deriva, da
vincoli importuni o sospetti, ma surge spontanea
dalla natura stessa delle cose di fatto, le quali,
essendo parti d’uno stesso ordine universale, rie-
scono spontaneamente coordinate e concordi.
Non è assurdo il pensare che in quel modo in
cui l’istituzione dei Congressi scientifici venne
dalle altre nazioni alla nostra, così questa, isti-
tuzione delle Raccolte perpetue possa da noi pro-
pagarsi alle altre nazioni. Se così fosse, e se in
ogni distinta regione della Germania, della Fran-
cia, della Scandinavia, uno stuolo di studiosi in-
traprendesse una collezione ordinata sopra un
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 329

medesimo disegno, e ognuna d i queste nazioni


offrisse annualmente il frutto di venti o trenta
raccolte, ciascuna delle quali fosse fatta d a venti
o trenta speciali persone, è impossibile a dirsi qual
tesoro d i studii si potrebbe i n breve tempo ac-
cumulare. Mentre nella più parte delle società
scientifiche gli studiosi vanno a riposare ed ozia-
re, agli onori di questa vasta ma libera collabo-
razione avrebbe parte solo chi fosse operoso, e a
misura della sua operosità. Migliaia di studiosi,
tranquillamente e senza alcun lontano o malage-
vole accordo, potrebbero d a r mano a un edificio,
la cui base sarebbe l’Europa.
Questo pensiero, che nella sua vastità è pur
tanto semplice e facile, dovrebbe raccomandarsi
per sè medesimo a i promotori e fondatori d i co-
desta bella consuetudine delle annue adunanze ;
i quali non potranno dissimulare a sè medesimi
che l’opinione pubblica non se ne mostra peranco
soddisfatta ; poichè vede grande e frondoso l’ar-
bore, e non conosce i f r u t t i ; epperò giustamente
sospetta che la nuova istituzione non apra t a n t o
un campo alle fatiche quanto un teatro alla ino-
perosa vanità.
Per parte nostra, non ci faremo innanzi a pren-
dere il posto dovuto ai migliori ; ma procureremo
di giustificare nella mente dei nostri concittadini
la nuova istituzione, col provai loro che può es-
sere veramente occasione di studii utili e laborio-
si. Dobbiamo aggiungere che il nostro pensiero
venne alquanto t a r d i ; che trovò inaspettate con-
t r a r i e t à ; che l a cosa essendo nuova e indetermi-
nata anche nella mente di quelli che pur volevano
condurla a qualche effetto, doveva produrre mol-
t e esitanze; che ci f u necessario pur troppo d’ac-
certar prima se l’opinione pubblica avrebbe as-
330 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

secondato i nostri sforzi, poichè non era giusto


che alla fatica si aggiungesse anche altro più ma-
teriale nostro sacrificio; e per t u t t e queste cose,
solo alla metà dello scorso maggio fummo i n
grado di por mano alla stampa.
Nel coordinare i manoscritti si mirò principal-
mente a rimovere t u t t e le ripetizioni della me-
desima cosa sotto diversi capitoli, collocandola a
preferenza i n quello a cui la cosa più specialmen-
t e apparteneva. Ogni memoria venne ridutta alla
più semplice espressione; e in ciò, i collaboratori
mostrarono la più generosa fiducia e compiacenza
all’amico, al quale avevano commesso questo de-
licato incarico, persuasi che l’opere dovesse rie-
scire, per quanto si poteva, una concisa e disa-
dorna collezione di fatti.
Paghi del merito d’aver dato l’esempio d’un’im-
presa che speriamo non finirà con noi, se i nostri
successori con più bell’ordine e più profondi stu-
dii oscureranno questo debole e frettoloso nostro
lavoro, noi ci rallegreremo sempre nel vedere
tanto più feconda la semente che avremo sparsa.
D.’ CARLO CATTANEO

Essendo quest’opera di ragione affatto privata., e so-


stenuta per apposita soscrizione, ciascuno dei collabora-
tori si riserva di presentarne particolarmente copia a
quelli tra i membri del Congresso, coi quali avrà l’onore
di trovarsi in più prossima relazione di studii e di co-
noscenza.

.
XIV.
Notizie naturali e civili su la Lombardia.”

I.
Le Alpi Retiche, che dividono la nostra valle
adriatica da quelle dell’Inn e del Reno versanti
a più lontani mari, sono un ammasso di rocce
serpentinose e granitiche, le quali emersero squar-
ciando e sollevando con iterate eruzioni il fondo
del primiero oceano, in quelle remote età geolo-
giche, che sembrano ancora un sogno dell’imma-
ginazione. - F u quello il primo rudimento della
terra d’Italia.
Gli antichi sedimenti del mare, parte s’ina-
bissarono e confusero in quelle voragini roventi,
aggiungendo mole a mole ; parte riarsi e trasfor-
mati, ma pure serbando traccia delle native stra-
tificazioni, copersero i fianchi e i dorsi delle emer-
sioni consolidate. Il torbido mare accumulò suc-
cessivamente altri depositi, che si collocavano in
giacitura orizzontale presso a i sedimenti anteriori
già sollevati e contorti; e mano mano che la
vasta opera delle emersioni si andava inoltrando
e dilatando, sollevati e raddrizzati anch’essi, si
atteggiavano in tutte le discordi inclinazioni, che

* Pubblicato nel volume miscellaneo, già ricordato,


Notizie naturali e civili su la Lombardia, Milano, Tip.
G . Bernardoni, 1844, pp. XI-CXII.
332 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

ci attestano la successiva serie di quei rivolgi-


menti. Nelle masse così deposte dominava, se-
condo la successiva natura delle acque, ora la
sustanza silicea, ora l’argillosa cementata di po-
ca calce, ora la calcare.
Così fu costrutta la triplice regione dei nostri
monti; nella quale i serpentini verdastri e ne-
greggianti composero insieme ai graniti silicei la
gran catena delle Alpi Retiche; le rocce trasfor-
mate e le arenarie rosse, rivestite al piede dalle
ardesie, formarono, a guisa d’alto antemurale,
la catena delle Prealpi Orobie ; nelle cui propag-
gini più meridionali i sedimenti calcari e dolo-
mici costituirono un altro ordine di monti, d’al-
tezza poco meno che alpina.
A perturbarne e rialzarne le estreme falde,
sopravvenne in era meno lontana una seconda
serie di moti sotterranei, simili a quelli che ave-
vano sollevato le interne regioni. E produssero
quella interrotta zona d’emersioni pirosseniche e
porfiriche che, come più fluide e meno silicee, so-
spinsero a minore altezza le masse delle stratifi-
cazioni, fra le quali si apersero il varco.
Nel corso dei secoli le acque travolsero per il
declivio dei monti alle prossime parti del piano
i frammenti delle varie rocce. A poco a poco si
colmò il golfo che aveva deposto lo strato cretaceo,
e che in margine a quello accumulava i varii con-
glomerati e le argille e marne subappennine. Le
acque si ritrassero dall‘altopiano ; e lungo il cam-
mino dell’ultimo loro soggiorno, il tardo osser-
vatore raccolse interi scheletri di balene e delfini,
e gli ossami degli elefanti che vagavano per le
circostanti maremme.
Le estreme convulsioni della’ volta terrestre
sempre più solida e potente, nel dar leva alle
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 333
grandi moli dei monti calcari, produssero le pro-
fonde squarciature dei laghi ; torturarono ed eres-
sero le stratificazioni degli infimi colli; e qua e
là sollevarono a mirabili altezze i frammenti er-
ratici, sparsi sulle spalle dei minori monti.
Per opera d’altre emersioni surgevano intanto
a levante, a ponente, a mezzodì le terre della Ve-
nezia, della Liguria, del Piemonte. I1 sublime
arco delle Alpi era proteso fra i due golfi, che l’Ap-
pennino aveva poscia divisi, sollevando in più
tarda età le sue pendici ingombre dai sedimenti
cretacei. Allora le onde del Mediterraneo non
percossero più le falde delle nostre montagne; e
la frapposta regione fu un’ampia valle, aperta
all’oriente, e cinta di continui gioghi nelle altre
parti.
Così erano preparati i lontani destini del po-
polo che doveva abitarla. - Le gelide Alpi la di-
videvano dalle terre boreali e occidentali ; l’umile
Appennino ligustico appena la dipartiva dalle ri-
viere del Mediterraneo ; il corso delle acque con-
fluenti in poderoso fiume la collegava all’Adria-
tico; e ambo i mari la congiungevano alla bella
penisola che tengono in grembo. - Anche la no-
stra patria era Italia.

Il
Ma nel seno stesso della valle cisalpina, quella
parte che noi descriviamo sortiva forme sue pro-
prie, per le quali si distinse e dalla parte subap-
pennina, e dalla Venezia, e dal Piemonte. La ca-
tena delle Alpi, partendo dal M. Stelvio, scorre
a occidente fino al Gottardo; e quivi con subito
angolo si volge poco meno che a mezzodì fino al
M. Rosa. Con altro simil angolo si dirama dallo
334 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Stelvio un’altra catena, che si spinge ben avanti


nella pianura, separando dalla valle dell’Adige
i nostri fiumi tributarii del Po. Laonde, se a po-
nente giganteggia il M. Rosa, a levante surgono
a prossima altezza il Cristallo e I’Adamo. Questa
Catena Camonia non è alpe: non circonda l’Ita-
lia: solo divide l’interno e domestico dominio
dei due primieri suoi fiumi: ma nella maggior
sua mole è costrutta delle stesse emersioni ser-
pentinose e granitiche ; ed è ammantata di larghi
ghiacciai, e così eccelsi, che, tranne il Monte
Bianco e poche altre vette delle Alpi occidentali,
ella oltrepassa tutte le altre sommità dell’Europa.
- Per t a l modo, dalle Alpi Pennine alle Prealpi
Camonie, un ampio semicerchio chiude a setten-
trione, e separa dal dominio non solo dell’Inn e
del Reno, ma della Sesia, del Rodano e dell’Adi-
ge, quella parte della regione cisalpina onde il
Ticino, l’Adda, l’Oglio e il Mincio discendono
a l Po.
lll.
Una zona di grandi e profondi laghi, che for-
ma’ corda all’arco delle suddescritte montagne,
accoglie alle loro falde le piene precipitose, che
i digeli e le piogge chiamano dalle riposte valli;
e porge le acque rallentate e chiare a i successivi
fiumi; le cui limpide correnti, quasi nulla appor-
tando e sempre togliendo, poterono incavarsi il
letto sotto al livello della pianura. E il margine
estremo di questa, elevandosi alquanto anche su
le prossime campagne, è durevole monumento
delle alluvioni che quei fiumi diffondevano lungo
le loro sponde, allorchè, scendendo d a valli an-
cora senza lago, scorrevano torbidi e superficiali,
come vediamo i fiumi alpini del Piemonte e i tor-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI S U LA LOMBARDIA 335
renti dell’Appennino, che ingombrano di conti-
nue ghiare il letto del Po.
Benchè codeste alluvioni fluviali ascendano a
enorme congerie, pure d a tempo immemorabile il
gran fiume non elevò il suo letto, come f u sì co-
munemente supposto e ripetuto. Le torbide fiu-
mane dell’Appennino arrivano in poco d’ora a l
P o ; solo quando esse vanno già declinando, si
fanno minacciose le piene delle interne acque del
Piemonte ; ultimi sopraggiungono il Ticino, il
Mincio e gli a l t r i nostri fiumi, rattenuti e ripo-
sati nei laghi; e corrodendo con acque più gonfie
che torbide le recenti alluvioni, le sospingono a
poco a poco per l’alveo del fiume a colmare le
sue marine. - La stessa mirabile successione di
movimenti che conserva stabile e libero il letto
del Po, ne modera eziandio le acque ; e anche solo
a colmarne il vasto alveo si spendono già parec-
chi giorni di piena impetuosa.
La geografia dei fiumi, nascente ancora, si
ristringe quasi solo a compararne le lunghezze,
e a dir maggiore il fiume le cui fonti sono più
lontane dalle foci e più spazioso il bacino, men-
t r e anche per essi, come nei regni umani, la va-
stità non & misura della potenza. I1 corso del
Reno è lungo il doppio di quello del Po, ma il
volume d’acqua del fiume italico supera quello
del Reno, anche dove il fiume germanico, rac-
colti t u t t i i suoi tributarii e non per anco diviso,
spiega il sommo della sua pompa. - Ora, que-
sto paragone dei fiumi simboleggia i n breve for-
mula tutte le circostanze fondamentali d’un
paese.
I1 corso continuo dell’Adda rappresenta uno
strato acqueo, il quale coprisse a notevole altezza
t u t t a la superficie del suo bacino; ma le acque
336 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

che colano annualmente nella Senna, diffuse su


t u t t a la superficie del suo bacino, appena giunge-
rebbero alla settima parte di quell’altezza. Che
avviene dunque delle piogge che discendono sotto
quel cielo tanto men sereno del nostro? - Nel
bacino della Senna cade veramente men acqua
che f r a noi; e cade poi dispersa in minute e fre-
quenti piogge, che anche nell’estate fanno tetro
il cielo e fangosa, la terra, svaporando larga-
mente prima di giungere a1 fiume, il quale ap-
pena riscuote dalla vasta campagna un terzo della
pioggia che vi scende. Nella nostra valle, la sta-
gione più piovosa & l’autunno; men piovosa è la
primavera, meno ancora l’estate ; anche nella par-
te più bassa e acquidosa della pianura, il sereno
regna la metà dei giorni dell’anno; nella zona
media, più della metà ; sull’altopiano, più anco-
r a ; e il maggior numero di questi limpidi giorni
è nell’estate. Le acque scendono adunque in gene-
rose piogge; poca parte si sperde in vapori; il
più scorre impetuoso a i fiumi; onde il Po riceve
la maggior parte delle acque pioventi nel suo
bacino, e l’Adda più ancora.
L’Adda non segue col suo deflusso l’anda-
mento delle piogge, perchè queste prendono piut-
tosto forma di nevi, riservate ad alimentarla solo
fra gli ardori della successiva estate ; cosicchè,
povera nelle due stagioni piovose, si gonfia co-
stantemente in giugno e luglio. I1 Po, che aggiun-
ge allo stillicidio dalle Alpi il tributo meno gla-
ciale degli Appennini, corrisponde all’andamento
delle piogge, gonfiandosi i n primavera e in au-
tunno, e rallentandosi fra gli ardori dell’ago-
sto. - Ma la Senna serba un tenore affatto in-
verso a quello dei nostri fiumi, poichè s’ingrossa
solo nella stagione invernale ; quindi nella Sciam-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 337

pagna e nell’Isola di Francia regna un ordine


fondamentale ben diverso d a quello che vediamo
nelle nostre pianure.
Colà l’agricultura è raccomandata alla fre-
quente e parca aspergine delle piogge estive, e
poco potrà mai valersi delle acque fluviali, poi-
chè vengono meno a misura che cresce il bisogno
delle irrigazioni. D a noi l’estate è costante e ari-
d a ; e la pianura erratica e silicee potrebbe per
sè inaridirsi, come le steppe del Volga, che pur
giacciono sotto questa medesima latitudine, se
nei recessi della regione montana non avessimo
il tesoro dei ghiacci e delle nevi, onde le vene dei
fiumi si fanno più larghe col crescere dell‘arsura.
Ma poi le acque estive sarebbero un dono inutile,
se accanto alle loro correnti non giacessero va-
ste campagne, atteggiate a mite e uniforme de-
clivio, non formate di materie argillose e tenaci,
ma sciolte e avide d’irrigazione; e infine sareb-
bero men preziose ed efficaci, se fossero più fre-
quenti e sparse le piogge, e meno assidua. la luce
del sole estivo.
Finalmente i laghi nostri non hanno solamen-
te uno specchio di superficie senza profondità,
come il vasto Balaton ; ma discendono sino a cen-
tinaja di metri sotto il livello del mare; e gia-
cendo appiè d’alti e continui monti che deviano
i venti boreali, e sull’orlo d’un piano che s’incli-
na alle tepide influenze dell’Adriatico, non gelano
mai. L’interna circolazione, promossa d’inverno
dalla specifica gravità degli strati più freddi, e
rallentata nella stagione estiva dalla compara-
tiva leggerezza degli strati più caldi, modera tal.
mente la loro temperie, che a mediocre profon-
dità si serba perenne e immutabile. Queste masse
d’acqua,, incassate lungo il margine superiore
22. - CATTANEO.Scritti storici. I.
338 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

d’una landa uniforme di materie erratiche e in-


coerenti, non solo si effondono in fiumi, ma sem-
brano penetrare interne e sotterranee, stendendo
fra le alterne ghiare quegli strati acquei, che le
annue nevi e piogge rendono più o meno copiosi,
e che per la successiva inclinazione del piano si
fanno sempre più prossimi alla superficie. E forse
nei primitivi tempi, quando l’arte non li esauriva
avidamente a sussidio dell’agricultura, riempie-
vano di limpidi stagni le pianure, non ancora
spianate da secolari fatiche. E r a questa dunque
i n origine una larga zona di terre palustri, non
per impedimento recato da suolo argilloso o con-
cavo al corso d’acque fluviali, ma per inesausto
afflusso d’interne vene, che, sgorgando dalla pro-
fonda terra, non risentono i geli del verno, se
non dopo lungo soggiorno sulle aperte campagne.
Per t a l modo le alpi eccelse e gli abissi dei
laghi, i fiumi incassati e l’uniforme pianura si-
licea, le correnti sotterranee e le acque tepide nel
verno, gli aquiloni intercetti e le influenze ma-
rine, le generose piogge e l‘estate lucida e serena,
erano come le parti d’una vasta macchina agra-
ria, alla quale mancava solo un popolo, che com-
piendo il voto della natura, ordinasse gli sparsi
elementi a un perseverante pensiero. Altre mira-
bili attitudini delle terre, delle acque e del cielo
si collegavano a preparare le riviere del Benaco
a un popolo di giardinieri, che le abbellisse d’oli-
vi e di cedri; e chiamava un popolo di vignaiuoli
a tender di viti le balze su cui pendono i ghiacci
della Rezia. I1 progresso dell’incivilimento dimo-
strerà con fatto posteriore, che in ogni regione
del globo giacciono così predisposti gli elementi
di qualche gran compagine, che attende solo il
soffio dell’intelligenza nazionale. Da ben poche
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 339

generazioni si accorse il popolo britannico di vi-


vere in mezzo a i mari chiamato dalla n a t u r a a
navigarli vastamente, e d’aver sotto i piedi i sot-
terranei tesori della forza motrice. - Perlochè
può forse avvenire che più d’un popolo che lar-
gheggia con noi di superbi vaniloquii, non abbia
per avventura inteso ancora il verbo de’ suoi
proprii destini.

IV.
I primi uomini che si sparsero per questa ter-
ra transpadana, vi si avvennero in due ben dissi-
mili regioni di pari ampiezza, l’una montuosa,
l’altra campestre. Le Alpi sublimi. nevose, inac-
cesse,abbracciavano un labirinto d‘altre catene
di poco minore altitudine ed asprezza, entro cui
stavano alte e recondite valli. fra loro disparate,
chiuse a l piede da laghi o da passi angusti, che
nei tempi primitivi, quando non v’era arte di ca-
pitani, opponevano impenetrabile serraglio alle
ordevaganti. - La regione campestre, arida e
sassosa nella parte superiore, più sotto era piena
di scaturigini e di ghiare acquidose, interrotta
da dorsi di basco, asciutta ed aprica lungo gli
alti greti dei maggiori fiumi, ma in preda alle
libere inondazioni nelle basse règone, e fra le
curve dei Ioro serpeggiamenti.
Come vediamo tuttavia nelle sparse reliquie
della vegetazione virginea, surgevano nude le vet-
t e alpine, ammantati di pascoli naturali i larghi
dorsi della regione calcare, irte di selve conifere
le somme pendici, più sotto frondose di faggi e
di betulle, poi di quercie, d’aceri e d’olmi, che
ampiamente scendendo univano i monti a i colli
e all’altipiano, vestito d’eriche e sparso di rara
340 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

selva-. La campagna uliginosa e le pingui golene


dei fiumi dovevano esser dense di salici e d’alni;
lungo le tepide scaturigini delle correnti sotter-
ranee, doveva qua e là verdeggiare, e fors’anche
nel verno, qualche spontaneo lembo di prato. Ma
sui clivi eretti al rivo sole, sulle miti riviere dei
laghi ignare quasi di nebbie e di geli, fra le sua-
vità d‘una flora naturalmente
australe, poteva
facilmente mitigarsi anche la fiera vita del sel-
vaggio. - Folte turme di cervi, d’uri e d’alci do-
vevano pascere la pianura, lungo i placidi stagni
a i quali il castoro lasciò il nome di Bèvera e Be-
verava ; le generazioni, ora fra noi quasi estin-
te, de’ daini e de’ camosci dovevano animare il
silenzio dei recessi montani. Ma solo l’amor della
caccia, o il timore dei nemici, poteva incalzare le
prime tribù di rupe in rupe sino a piè di quegli
orridi precipizii, ove le valanghe e la tormenta
e il notturno rintrono de‘ ghiacciai atterrivano
le menti superstiziose, e dove il forte alpigiano,
che ha cuore d’inseguir veloce le pedate dell’orso,
anche oggidì non sa, in faccia alla taciturna na-
tura, difendersi da quella tetra e arcana ansietà
ch’egli chiama il solengo.

V.
Chi furono i primi abitatori dell’Insubria?
E’ vano il credere che l’Europa ne’ suoi secoli
selvaggi fosse altrimenti dalle terre che tali ri-
mangono fino a i nostri giorni. L’Europeo trovò
l’America e l‘Australia i n quello stato in cui
pare che l’Asiatico trovasse l’Europa. Qui pure,
prima delle grandi nazioni dovevano essere i pic-
coli popoli, e prima dei popoli le divise tribù.
E ogni tribù che abitava una valle appartata e
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 341
una landa cinta di paludi e interrotta d i fiumi,
ebbe a vivere primaniente solitaria di lingua e di
costume, nell’angusto cerchio che le segnavano
intorno le tribù nemiche. L’indagare a quale ap-
partenesse delle grandi nazioni che si svolsero poi
nel seno dei secoli e delle lente preparazioni isto-
riche, è proposito falso e inverso ; è come investi-
gare da qual fiume derivino i ruscelli, che al con-
trario cadono dai monti a nutrire i fiumi. Quindi
sarebbe tempo ora mai, che non si andasse fanta-
sticando se provennero dai Celti, o dagli Illirii,
o dai Traci quelle primitive genti, le quali furono
lungo tempo avanti che l‘incivilimento orientale,
penetrando colle sue colonie, coi sacerdozii, coi
commercii, colle armi della conquista e colle mi-
serie degli esilii e della servitù, propagasse lungo
t u t t i i mari e i fiumi d’Europa quell’arcana unità
linguistica, che con meraviglia nostra ci annoda
all’India e alla P e r s i a ; la quale, con inferiori
ordini d’unità sempre più divergenti. costituì nel
corso del tempo ciò che noi chiamiamo la stirpe
celtica, la germanica. la slava. Se v’è in Europa
un elemento uniforme, il quale certo ebbe radice
nell’Asia, madre antica dei sacerdozii, degli im-
perii, delle scritture e delle a r t i , v‘ha pur anco
un elemento vario ; e costituisce il principio delle
singole nazionaIità; e rappresenta ciò che i po-
poli indigeni ritennero di sè medesimi, anche nel-
l’aggregarsi e conformami a i centri civili, disse-
influenza.
minati dall’asiatica Le varie combina-
zioni fra l’avventizia unità e la varietà nativa si
svolsero sulla t e r r a d’Europa ; non approdarono
già compiute dall’Asia. Le grandi lingue si dila-
tano i n ampiezza sempre maggiore di paese: e
danno a popoli d i diversa e spesso inimica origi-
ne, il mendace aspetto d’una discendenza comune.
342 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

La Francia, terra pur d’unità e di centralità


quant’altra mai, non cancellò ancora nel suo seno
le vestigia delle quattro lingue che Cesare vi udì
t r a l’Adour e il Reno, ciascuna delle quali aveva
già forse sommerse e spente più favelle di pri-
migenie tribù. I n Haiti, la favella dei Bianchi e
il volto dei Neri dimostrano quanto sia grande
i l moderno errore di classare le stirpi per lingue.
In Germania sono evidenti reliquie di Celti, di
Letti, di Slavi; la Germania non può spiegare.
con ciò ch’ella crede sua prisca lingua, i nomi
de‘ suoi fiumi, e rare volte quello delle sue più
illustri città.1 Quanto più si risale la corrente
del tempo, ogni nazionalità si risolve ne’ suoi na-
tivi elementi; e rimosso tuttociò che vi è d’uni-
forme, cioè di straniero e fattizio, i fiochi dia-
letti si ravvivano i n lingue assolute e indipen-
denti, quali furono nelle native condizioni del
genere umano.

VI.
T u t t i gli scrittori, mentre parlano di colonie
approdate in Italia dall’Oriente, e di tribù ven-
turiere discese t r a t t o tratto dalle Alpi, dicono
pur sempre che l’Italia ebbe più antichi abita-
tori. E per dinotare che parlavano lingue pro-
prie, e non riferivano l’origine ad alcuna delle
grandi nazioni allora fiorenti o fiorite prima, li
dissero aborigeni (Italiac
cultores p r i m i abori-
genesfuere.Just.) ; li dissero abitatori di monti,
frugali, forti, agresti, duri all’armi, duri come

1 Trier, Köln, Aachen, Mainz,Speier, Wien, Augs-


burg, Basel,Leipzick, Dresden, Halle, Berlin, ecc.
NOTIZIE NATURALI E CIVILI S U LA LOMBARDIA 343
le roveri delle selve native (durum i n armis ge-
Liv.;
nus - duro d e robore nati. Virg.). N’è
quelle stirpi furono mai spente, nè cacciate al-
trove ; e più volte ristaurarono la popolazione del
paese aperto, esterminata da rapide calamità.
E tuttavia le vediamo discendere ogni anno a d
assisterla nelle fatiche dei campi, e tenerla a
numero nelle a r t i delle c i t t à ; - fondamento e
nervo della nazione: - principio sempre redi-
vivo di quella varietà d‘indole e d’ingegno, che
ammiriamo nei singoli popoli d’Italia, e che al-
cuni vanamente deplorano. Codesta progenie fu
la materia prima, che 1’ influenza orientale im-
prontò solo della sua forma.

VIl

Le rive del P o erano note ai navigatori fin da


quei tempi in cui presero forma le poetiche leg-
gende della favola greca; e pare che sotto il
nome d‘Eridano fosse uno dei fiumi di quell’an-
gusto orbe che la poesia popolò de’ suoi sogni.
Ivi presso era approdato Antenore, fuggendo
l’Asia desolata ; qui le Eliadi si erano consunte i n
lacrime; qui la tradita Manto celava il suo nato
nell’isola del lago etrusco; qui Cigno regnava
sul fiume dei Liguri ; qui Ercole, il simbolo della
potenza fenicia, nella sua via verso occidente,
aveva incontrato « nella terrapalustre ( ~ 6 ~ 0 s
paJ&x&) sparsa di sassi caduti dal cielo, l‘eser-
cito imperterrito d e i Liguri, contro cui g l i era
vano il valore e l’arco » (Eschilo ap. Str.) ; questa
era la, terra dove i Greci compravano l’elettro
del Baltico, e i cavalli che dovevano vincere le
palme d’Olimpia. - Per t a l modo il nome della

.
344 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
nostra patria s’intesse ai primordii dell’arti bel-
le ed a i simboli dell’intelligenza nascente.
Quegli antichi Orobii, Leponti, Isarci, Vennii,
Camuni, Trumplini, che ascrivono alle nostre
valli, sono ombre senza persona; gli scrittori
nulla aggiunsero al nudo nome. Dissero solo che
avevano fondato la città di Barra, madre di Co-
rno e Bergamo e d a lungo tempo perita. Forse
era all’uso italico sovra ameni colli, presso Ba-
ravico e Bartesate, appiè del Monte Baro, tra
l’Adda e il Lago Eupili; e la prisca Como era
forse intorno a l poggio del Baradelio; e Berga-
mo, pur sovra un colle, se non trasse il nome
dalla madre patria, lo trasse forse d a quel Dio
Bergimo, al quale nelle sue valli si posero tante
iscrizioni votive. Ma quali pur si fossero quelle
vetuste genti, giova notare con quali popoli si
posero in successiva intima connessione, nel tra-
passo che fecero dallo stato d’isolate tribù a quel-
la vasta orditura di cose, che le rese membra
d’una gloriosa nazione. Solo dopochè siasi anno-
verato quanto in esse penetrò d‘adottivo e stra-
niero, potrà forse per eliminazione chiarirsi in
qualche modo ciò che vi rimase di proprio e di
nativo.

VIII.
Abbiamo già visto come il nome dei LIGURI si
nasconda nella notte dei tempi. Quei poggi del-
I’Appennino ligure, che noi chiamiamo la Collina,
si stringono ben presso la riva del Po, contro la
foce della nostra Olona; ambo le rive del Ticino
erano popolate a b antico d a un popolo ligure
(antiquam gentem Laevos Ligures i n c o l e n t e s c i r -
ca, Ticinum a m n e m . Liv.) ; antica stirpe ligure si
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 345

dissero i Taurini e gli altri Piemontesi (Inalterâ


parte montanorum .... Taurini ligustica gens alii-
que Ligures. Strab.) ; il nome dei Liguri nei Fa-
sti consolari si stende fino ai popoli del lago
d’Idro (Liguribus Stonis) ; si stende nelle valli
del Taro e della Scultenna, lungo il confine to-
scano; in una parola, pare diffondersi dapprima
in tutta la valle del Po, il cui più antico nome
(Bodinco) è nella lingua dei Liguri, e a poco a
poco ristringersi all’Appennino, come di popolo
che da vaghe conquiste si raccolga per infortunio
di guerra all’asilo nativo. Perciò non diremo che
gli aborigeni dell’Appennino e delle Alpi fossero
d’un’unica stirpe o d’un‘unica lingua ; questo
nome poteva indicare un nodo posteriore di reli-
gione, di conquista o di federazione; poteva aver
cominciato da loro; poteva, aver cominciato da
noi. Un decreto del Senato Romano, scritto
117 anni avanti l’era nostra, nel comporre una
controversia di confini nella Liguria. annovera
certi fiumi, che sembrano nella stessa lingua in
cui sono molti nomi di luoghi del nostro paese:
(fluviusNeviasca, Veraglasca, Tutelasca, Venela-
sca). Poco sappiamo di quelle antiche genti, non
illustri in a r t i e in lettere; ma pare che avessero
lontane relazioni nell’Iberia e con varii luoghi
del Mediterraneo ; pare che sin d’allora coltivas-
sero a ronchi le pendici dei monti, che munissero
di mura le loro castella, in ciò mostrandosi al
tutto diversi dai Germani e dai Celti. Erano ro-
busti, onde si diceva che gracile Ligure valeva
più che fortissimo Gallo ; erano valenti frombo-
lieri; portavano scudi di rame; onde alcuni li
giudicarono Greci (Quia aereis scutis utuntur
Graecos eos esse ratiocinantur. Strab.) ; onora-
vano un Dio Pennino, e gli intitolavano i più
346 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

alti monti; ma questo nume era comune ai po-


poli celtici, come il Dio Camulo e il Dio Bergimo,
il Dio Tillino e il Dio Nottulio ; comune coi Celti
era in alcuni di loro il costume dei lunghi capelli
(Ligures capillati) ; Walckenaer nota una naturale
loro alleanza con quelle nazioni.‘ E finalmente i
dialetti della Liguria vivente hanno la proprietà
comune ai nostri dialetti e ai piemontesi, e a
nessun altro d’Italia, dei due suoni gallici dell’u
e dell’oeu. - Diremo adunque che il più antico
vincolo di lingua e di costumi f u tra il nostro
paese e la Liguria ; e che sembra già involgere un
più lontano nodo coi Celti.
Se verso il Ticino i nostri aborigeni si collega-
vano ai Liguri, verso le valli dell’Oglio e dell’Adi-
ge, il nome degli Orobii trapassava confusamente
in quello degli EUGANEI, gente antica (praestan-
tesgenereEuganeos. Plin.), fondatrice di molte
piccole città ( q u o r u m oppida X X X I V enumerat
Cato. Plin.), e aveva tutto il paese che si stende
fino a l mare.
Lungo il basso Po fiorivano anche gli UMBRI,
aborigeni pure, e tenuti i più antichi d’Italia
(Umbrorum gens antiquissima Italiae. Plin.) ; e
avevano empito di città (trecenta eorum oppida.
Plin.) le valli del Tebro, e i gioghi dell’Appen-
nino, e la marina ove discende il Po, sino al
Monte Gargano. Ebbero a r t i e lettere e monu-
menti; e l’indole loro era tale che poterono in-
trinsecarsi coi popoli d’ambo le estremità d’Ita-
lia; onde ad alcuni parvero congeneri ai Latini

1 «Nous avons toujours vu les nations liguriennes se


joindre aux Gaulois, et profiter de leurs invasions pour
reprendre ce que les Etrusques avaient usurpé sur elles ».
Céographie ancienne des Gaules; Paris, 1839. Tom. I.
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 347
ed agli Etruschi, a d altri parvero Pelasghi, a d
altri Galli, non ostante l‘uso non gallico di mu-
rare le città minime; e si volle che ne venisse ai
popoli della nostra pianura il nome d’lsombri
o di Symbri, dato dai Greci, non però dagli I t a -
liani, agli Insubri. Ma questi scrittori, fra i quali
Amedeo Thierry, non conoscevano quella radi-
cale differenza di dialetti che distingue l’Umbria
Tiberina dalla Marittima ; nella quale soltanto,
e per posteriore influenza dei Senoni, rimasero
vestigia di Celti. Onde se uno scrittore antico,
ripetuto poi da tutti, li disse p r o p a g g i n e d i Galli,
dinotò forse solo il nesso loro coi popoli dell’alta
Italia.
Ma i VENETI approdati dall’-Asia si erano an-
nidati nei porti della Laguna. Avevano lingua
propria (sermone diverso utentes. Polyb.) ; e que-
sta, nel trasmutarsi in dialetto latino, conservò
quella minima varietà e somma dolcezza d’arti-
colazioni, per cui fa quasi un’isola linguistica fra
gli aspri dialetti che si parlano lungo il semicer-
chio delle Alpi. I1 che palesa assurda l’opinione
che i Veneti fossero un ramo divelto dall’arbore
slavo (ein abgerissenerZweig des grossen Volk-
stammes d e r Slawen. Mannert) ; poichè la stirpe
slava, a l contrario, spiega in tutte le sue favelle
la massima attitudine a moltiplicare e variare i
suoni orali, sicchè si potrebbe ben appellarla, fra
tutte, la nazione pronunciatrice.
Una, colonia orientale, sotto il nome di PELA-
SGHI approdata alle foci del Po, vi aveva fondato
Spina; poi si era insinuata fra gli Umbri; e
quindi per t u t t a l’Italia meridionale, propagando
istituzioni religiose e civili, e stringendo forse
quel nesso linguistico che congiunge il latino al
greco, ed entrambo alle riposte origini indoperse.
348 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

IX
Gli ETRUSCHI, le cui memorie cominciavano
milleducento anni avanti l’era nostra, si diceva-
no venuti dalla Lidia; ma Dionisio, nato in
quelle parti, li giudicò diversi da qualunque altra
gente per lingua e costume. Onde, forse non ven-
ne dall’Asia il popolo etrusco, ma solo il con-
sorzio sacerdotale, che ammaestrò le ingegnose
tribù aborigene, e piegò ad uso loro le forme in-
dubbiamente orientali della scrittura etrusca, la-
sciando sopravvivere dei costumi nativi tutto ciò
che non ripugnava alle grandi iniziazioni sociali.
Compiuto l’ordinamento delle dodici repubbliche
di Toscana, la Lega etrusca, progressiva allora
come vediamo oggidì le nazioni che riempiono di
loro colonie l’America e l’Africa, spinse le armi
al di qua dell’Appennino fino all’Adige e alle Al-
pi, fondando altre dodici città. -- Ma se ciò è
vero, non si può spiegare come la terra toscana
dischiuda tanto tesoro di sculture, di pitture e
d’iscrizioni, e nulla di ciò si scopra f r a noi.
Forse il dominio etrusco fu qui poco più che mer-
cantile e fluviale, onde Adria, isola delle lagune
e città più marina che terrestre, ha bensì qual-
che reliquia di vera città etrusca; ma Mantova
e Felsina e le altre, per opposizione degli abori-
geni o per altrui rivalità, non vennero a quella
coltura ed eleganza onde fiorirono le interne sedi
della toscana potenza. E in vero, pare istoria di
rivalità moderne quella ove leggiamo : « E se l’un
popolo (l’etrusco) tentava spedizioni verso qual-
che gente, l’altro (I’umbro) si studiava impedirla ;
onde avvenne che i Tirreni avendo mandato un
esercito contro i Barbari litorani del Po, e aven-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 349

do vinto, e dopo essendosi nell’abbondanza ri-


lassati, gli Umbri li assalirono. Dal che av-
venne che in quei luoghi si stabilirono colonie
tirrene ed umbre, delle quali maggiori furono le
umbre, per la vicinanza maggiore di questi po-
poli ».
Niebuhr, nel derivare il popolo toscano dalle
Alpi, non osservò che i monti, su cui la lega
etrusca pose le sue mura suntuose (jugis insedit
etruscis. Virg.), hanno mediocre altezza, e i loro
continui gioghi fanno quasi un‘alta via tra valle
e valle. Al contrario i nostri monti prealpini han-
no cime alte, fredde, inabitabili, che dividono le
terre e non le collegano; e le valli appartate, an-
guste, non consentono grandi aggregazioni di
popoli, e molto meno i n tempi senz‘agricoltura
e commercio. Non sono questi i luoghi ove le
menti potevano avvicinarsi e scaldarsi, e inventar
leggi senza esempio e arti senza modello, così
lungi dal mare e dalle vie degli altri popoli ci-
vili. Se anche fosse vero che gli Etruschi fossero
venuti dai nostri monti, il che non è avvalo-
rato da monumento alcuno, nè dall’aspetto e dal-
l’indole dei popoli, nè dal testimonio delle
lingue, ancora sarebbe solo una materiale deri-
vazione dei corpi, e non delle idee, delle leggi,
della società; ossia d i ciò appunto che giova
sapere.
Ma da qualunque punto si fosse mossa, code-
sta lega anseatica dell’evo antico teneva tutti i
punti dell’Italia e delle isole, e involgeva co‘ suoi
commercii, co’ suoi riti, col suo diritto delle
genti le tribù aborigene, i n tempi anteriori all’era
italo-greca. Anzi pare che intraprendesse grandi
opere alle foci del Po, e costruisse i primi a r -
gini sulle sue rive.
350 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

X.
La civiltà era dunque surta per noi tremila
anni sono, fra il commercio dei Liguri, degli
Umbri, dei Veneti, dei Pelasghi, degli Etruschi.
L’arte di murare, ignota allora oltralpe, la pit-
t u r a , la modellatura, l’uso di convivere nelle
città con gentili costumi e pompe eleganti e
spettacoli ingegnosi, di contrassegnare con mo-
numenti le vicende della vita pubblica e privata,
di decorare con veste religiosa i provvedimenti
intesi a l progresso dei popoli, avrebbero i n poche
generazioni elevato a quasi moderna cultura il
nostro paese ; e la navigazione tirrena l’avrebbe
congiunto a tutte le genti civili. La cultura del
frumento era diffusa tra noi col culto di Saturno ;
i colli erano adorni di viti; e già il commercio
recava a i barbari d’oltremonte questi dolci f r u t t i
delle civiltà. Ben altra sarebbe l‘istoria d’Euro-
pa, e t a n t i secoli non sarebbero trascorsi sterili
e ciechi alle genti del settentrione, se gli Etruschi
avessero propagate sin d‘allora lungo il Reno e il
Danubio quel loro vivajo di città, generatrici di
città. I1 principio etrusco era diverso dal roma-
no, perchè federativo e moltiplice poteva amman-
sare la barbarie senza estinguere l’indipendenza ;
e non tendeva a ingigantire un’unica città, che
il suo stesso incremento doveva snaturare, e ren-
der sede materiale d’un dominio senza nazio-
nalità.
XI.
Erano già corsi seicento anni dai primordii
dell’era etrusca, e mancavano ancora altrettanti
ai primordii dell’era cristiana, quando una grave
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 351
e durevole calamità fermò il corso del nostro in-
civilimento, e differì di quattro secoli lo sviluppo
dell’intelligenza umana f r a noi. Prima che la
consuetudine colle città etrusche avesse terminato
d’ingentilire i circostanti aborigeni, cominciò a d
inoltrarsi fra noi un altro principio sacerdotale,
che dalle arcane sue sedi nell’Armorica e nelle
Isole Britanniche dominava vastamente una fa-
miglia di nazioni, varie di lingue e d’origine, ma
t u t t e simili nell’inculto costume, e comprese da-
gli antichi sotto il nome di Celti.
I Druidi non ergevano, come gli Etruschi, i
loro altari in suntuosi recinti di città consacrate,
ma nei recessi di vietate selve; e non volgevano
la religione a sollievo ed ammaestramento della
vita, ma col terrore di secrete dottrine traman-
date da boccaa
bocca, e con riti crudeli, incate-
navano i popoli a u n a prima forma d i improgres-
siva civiltà. Immolavano vittime umane ; ora ar-
dendo vivi i proscritti e i prigionieri entro masse
di fieno e di legna, disposte a qualche forma, d i
simulacri colossali (foeni colosso .... defixo ligno.
Strab.), ora consegnandoli a furibonde sacerdo-
tesse, che li scannavano sopra certe caldaje di
rame, e ne raccoglievano i n nefande patere il
sangue. Altre maghe, t u t t e dipinte di nero. sca-
pigliate, nude, con faci i n mano, celebravano riti
notturni; altre, che si chiamavano le Sene, face-
vano vita solitaria sugli scogli del mare, pronun-
ciando nel furore delle tempeste temuti oracoli.
Le vite si redimevano col sacrificio d’altre vite;
e i Druidi ne facevano mercato coi guerrieri ar-
ricchiti dalla vittoria; onde nelle selve sacre si
accumulavano grandi tesori, che giacevano al-
l’aperto custoditi dal terrore del luogo o som-
mersi nelle temute acque dei sacri stagni (BY
352 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
ieeaic ilipvatg. Strab.). T u t t a la dottrina druidica
instillava il disprezzo delle morte; e teneva le
menti così fisse nel pensiero d’un’altra vita i n
tutto simile alla terrena, che alcuni davano a pre-
stito, con patto d‘essere pagati nell’altro mondo
Alla morte dei capitani si abbruciavano col ca-
davere i cavalli; e talora i seguaci prediletti
(servietclientesquos ab iis dilectos esse consta-
bat,unû cremabantur. Caes.) ; talora le spose, per
affettato sospetto di veleno. Ne tenevano anche
più d’una; e avevano sovr’esse e sulla prole di-
ritto di vita e di morte (Inuxores.... in liberos
vitaenecisque .... p o t e s t a t e m . Caes.), e per provare
la loro fedeltà, i gelosi e fanatici guerrieri ta-
lora legavano l’infante a una tavola, e lo getta-
vano t r a i gorghi d’un fiume: r se periva, lo ave-
vano per giudizio divino di non legittima origine,
e pugnalavano la novella madre; la quale gia-
ceva, durante la stolta prova, nella più tremenda
angoscia. I1 padre non si curava altrimenti dei
figli, nè si degnava ammetterli al suo cospetto,
finchè non avessero età d a comparirgli innanzi
armati; onde era quello un vivere senza alcuna
domestica dolcezza.
I combattenti decapitavano s u l campo i ne-
mici caduti. e ne ostentavano i teschi confitti
sulle lance, o appesi al petto dei cavalli. Ogni
casa nobile li serbava i n un’arca, nè a peso d’oro
ne consentiva mai il riscatto (neque si quis auri
pondus offeret. Strab.) ; e ogni generazione si pre-
giava di recare altri cranii ad ingrossare quel
tesoro di barbara gloria. I teschi più illustri,
legati in oro, stavano nei templi ad uso delle sa-
cre bevande. Alle porte delle case s‘inchiodavano
teste di lupi e d’altre belve; onde agli Itali e ai
Greci, i quali solevano rimovere religiosamente
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 353
dalle città ogni avanzo di morte, se ponevano il
piede in un casale di Celti, pareva d’entrare in
uno squallido ossario.
Vivevano di pastorizia o d’instabile agricul-
t u r a , senza c i t t à senza privato possesso, in clani,
o comunanze di famiglie, ripartite numerica-
mente sulle terre, come un esercito sotto le in-
segne, col debito di conferire certe misure di
grano e d i birra e certo numero d i montoni e
di porci alla mensa del brenno, ossia principe.
Dimoravano all’aperta, e per lo più lungo le ac-
que, i n tugurii rotondi, costrutti di tavole e gra-
ticci e terra pesta e con acuto tetto di strame;
non si curavano di suppellettili, dormivano sulla
paglia ; mangiavano a tavole rotonde assai basse.
sedendo sopra manipoli di fieno, coi loro scu-
dieri seduti in altro circolo dietro a i signori;
bevevano in giro a piccole e frequenti riprese,
in una sola conca di terra o di metallo; appena
conoscevano il pane ; mangiavano molta carne ;
e ciascuno « ne prendeva a due mani un gran
pezzo, e lo addentava come un leone » (lisovt~dos
zarc Xseaiv cipyotd~aic aleovtes 6% p d q , xa2
&no&ixvovts~. Posid. ap. Ath.) : dopo il convito si
provavano in duelli, che spesso erano mortali, nè
altra pare l‘origine dei gladiatori che tardi s’in-
trodussero fra i Romani. Sulle persone loro
facevano pompa d’armi dorate, dì collane e brac-
cialetti d’oro, di tracolle lavorate i n argento e
i n corallo, strascinando a l fianco destro lunghe
sciabole, talvolta di rame temprato ; portavano
saii vergati di splendidi colori, e grandi scudi
quadrilunghi con imprese gentilizie rozzamente
dipinte o intagliate; e sopra gli elmi affiggevano
figure d’augelli o di fiere, o alte corna di bufali
o di cervi, e grandi pennacchi ondeggianti; nu-
354 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

trivano lunghi mustacchi e lunghe chiome, tinte


in rosso; e alcune nazioni si dipingevano d’azzur-
ro le braccia e il petto; combattevano più sui
carri che sui cavalli. Talora nelle battaglie, per
insultare il nemico, o per brutale audacia, o per
disperazione, gettavano l’elmo e il sajo, e com-
battevano nudi ; tanta era l’esaltazione cavalle-
resca, nutrita in quelle rozze menti dalle memo-
rie dei feroci antenati, ripetute dai bardi adula-
tori, che coll’arpa in collo erravano di casale in
casale. - Tutte queste usanze di tavole rotonde,
di scudi blasonati, di cimieri, di trovatori, di
duelli, e di prove dell’acqua e del foco, non estinte
nelle Isole Britanniche e non obliate mai del tutto
nelle Gallie, ripullularono nella nuova barbarie
del medio evo; e ne scaturì quella poesia roman-
zesca, che i freddi poeti legarono in rima.
I Druidi, paghi di tener sotto il terrore dei
loro misteri e delle formidabili loro maledizioni
molte barbare tribù, e di tesoreggiarne le lontane
prede, non si curarono mai di partecipar loro
quella qualunque scienza che avevano; nè sape-
vano tampoco tenerle i n pace, onde t u t t a la terra
celtica era un campo di discordia, di rapina e di
sangue ( I n o m n i Galliâ factiones. Caes.). Usci-
vano t r a t t o t r a t t o da quel perpetuo tumulto le
tribù più misere o le più audaci, e andavano al-
trove in cerca di preda o di terre, ove pastu-
r a r bestiami, o spargere le passeggere semine
d’un’agricultura Pare che la mano vag
arcana dei Druidi reggesse quelle lontane spedi-
zioni; poichè dalla sede dei loro collegii le turbe
conquistatrici si erano precipitate in Ispagna,
i n Italia, sul Baltico, i n Boemia, lungo il Danu-
bio, insultavano agli Dei della Grecia in Delfi,
s’accampavano sull’Ellesponto, e preludendo alle
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU L A LOMBARDIA 355
crociate dei loro posteri, fondavano un regno
gallico nell’Asia Minore.

XII.
Ma se i Celti non amavano chiudersi nelle
città, non si può dire che le odiassero e distrug-
gessero con quello stolto furore che mille anni più
tardi si vide nei Vandali e negli Unni. Scorrendo
velocemente f r a città e città, forse perchè non
sapevano come espugnare quei recinti di pietra
(Gens ad o p p u g n a n d a r u m urbium
artes
rudis ....
segnis intactis a s s i d e r e t muris. Liv.), andavano
a sorprendere genti lontane, e tornarano onusti
di preda. Quando poi le terre giacevano desolate
e derelitte, allora qualche tribù dimandava di
potersi accasare con patti di pace su quegli spa-
zii, che altri inutilmente possedeva (egentibus
agro quem latius possideant quam colant .... par-
t e m finium concedant. Liv.). E così le antiche
città italiche rimanevano come isole solitarie in
mezzo a lande, sparse di barbari casali; e pote-
vano udir senza spavento dalle mura le strane
voci e i cantici di guerra. Laonde, quando gli
Etruschi, dopo aver lunganiente conteso ai Galli
le nostre pianure (cumEtruscis.... inter Apenni-
num Alpesque SAEPE exercitus gallici pugnavere.
Liv.), si ritrassero nelle castella alpine, non solo
Mantova, Adria, Ravenna, Arimino rimasero
salve, ma forse libere, o per noncuranza cavalle-
resca dei barbari, o per condizione di pace, o per
qualche antico nodo di religione o di sangue che
i nostri aborigeni avessero già con quelli dell’al-
t r o declivio delle Alpi. Mantova si conservò di-
visa i n t r e stirpi, tra le quali la più potente ri-
mase quella degli Etruschi (Mantua tres habuit
356 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

populi tribus, e t robur omne de Lucumonibus.


Serv.). Melpo f u distrutta, ma solo due secoli
dopo. E i n poca distanza delle antiche città mer-
cantili, i Galli elessero le sedi dei loro brenni e
delle loro adunanze militari ; cioè Beloveso, po-
che miglia a ponente d i Melpo, i n un casale po-
sto là dove il torrente Seveso, giunto sul piano
palustre, prendeva forma di continuo e placido
fiume; e gli diede il nome di Mediolano, comune
a diversi altri luoghi delle Gallie e della Bri-
tannia (Mediolanum,
pagus
olim; nam per pagos
habitabant. Strab.), e il nome di Breno rimase a
una terra presso la città di Bergamo, e a d un’al-
tra presso la città dei Camuni (Cividate), e a d
altri luoghi del nostro paese. - E uno stato di
cose che si vede tuttodì nell’Asia Minore, nel-
l’Armenia, nella Persia, dove le città dei mer-
canti o degli artefici hanno diversa lingua, e
spesso diversa religione dalle orde pastorali dei
Turcomanni o dei Beduini, che si attendano nelle
circostanti campagne. - Così si visse tra noi per
quattrocento anni.

XIII.
Le orde galliche, varcato con zattere il Po,
stabilite le tribù dei Boi e dei Senoni intorno
a Bononia e Sena Gallica, corsero lungo l’Adria-
tico, spogliarono persino le città italo-greche,
penetrarono pei monti i n E t r u r i a ; colla stra-
nezza delle armi e Ia furia degli assalti abbaglia-
rono le legioni; e accampate nelle vie deserte di
Roma e sui monti d’Alba e d i Tibure, e andando
e venendo per la via gallica, devastarono il La-
zio per diecisette anni. Ma nel calpestare quel-
l’angusta striscia di t e r r a non sapevano che vi
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU L A LOMBARDIA 357

avesse radice quell’irresistibile principio, che di-


latandosi avrebbe i n poche generazioni divorato
in Europa e in Asia la, potenza e la gloria
de’ Celti.
Roma ben presto si agguerrì a nuovi modi di
vittoria. I Cisalpini, inferociti nei disastri, si
collegarono con tutti i suoi nemici, Etruschi,
Umbri, Sanniti ; ma sempre soccumbevano alla
disciplina delle legioni e alle a r t i del Senato.
Fra le discordie galliche i Romani si apersero il
varco del Po ; coll’aiuto degli Anamani tragitta-
rono sulla nostra pianura (223 a . C.); ma non
poterono farsi strada, nè tener fermo ; patteggia-
rono e retrocessero. Poi tosto, per accordo coi
Cenomani, aperti i passi del Mincio, dell’Oglio,
dell’Adda, irruppero repentini nell’alta Insubria,
trucidarono le genti disperse nei campi. l popoli
sursero i n a r m i ; trassero dal tempio della Ver-
gine gl’immobili vessilli d’oro (aureisvexillis
quae immobilia nuncupant. Polyb.) ; sostennero
con forze non intere un’aspra battaglia. L‘anno
seguente. il brenno Virdumaro e il console Mar-
cello s‘incontrarono sul campo di Clastidio ; si ri-
conobbero allo splendor delle divise ; il console
trucidò il re nemico; passò il P o ; sottomise Me-
diolano ; portò i n trionfo l’armatura dell‘ucciso.
Roma pose due colonie di veterani i n Piacenza e
Cremona ; ma furono tosto fieramente combat-
tute.
Comparve in quel mezzo Annibale a piè del-
l’Alpi; si videro t r a le foreste del Ticino le se-
minegre tribù del deserto. A quell‘annunzio due-
mila Cisalpini, che costretti militavano nel campo
de’ Romani, si levano notturni, ne fanno strage,
portano ad Annibale i teschi sanguinosi. Su la
Trebia, gl’Insubri combattevano per Cartagine ;
358 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

i Cenomani, per Roma. Sessantamila guerrieri,


accorsi in pochi giorni a l grido delle vittoria,
seguono Annibale in Toscana. Al Trasimeno, l’in-
subre Ducario getta di sella e uccide il console
Flaminio. A Canne, fra cinquantamila soldati
d’Annibale, trentamila erano Galli ; e deliberati
di far disperata prova, vennero nudi sul campo
(Galli super umbilicum erant n u d i . Liv.) ; quat-
tromila vi lasciarono la vita; ma i cadaveri dei
Romani, in quell’orrenda giornata, furono ses-
santamila. - Quando Amilcare venne in Italia,
altri Cisalpini lo seguirono ; altri seguirono Ma-
gone sbarcato a Genova ; altri seguirono Annibale
in Africa, e morirono a Zama. Tenuta la pace, an-
cora un venturiero africano adunava sul P o qua-
rantamila
guerrieri,
distruggeva Piacenza, asse-
diava Cremona, cadeva con t u t t i i suoi. Un’altra
battaglia si perdeva sul Mincio per nemicizia dei
Cenoinani ; in un’altra perivano più di quaranta-
mila Insubri ; restavano sul campo centinaia di
bandiere, centinaia di carri da battaglia, splendide
collane d’oro (Liv.) ; Conio era presa con ventotto
castella de’ suoi monti; un’altra giornata si com-
batteva sotto Milano ; t r e eserciti romani insan-
guinavano ad un tempo la valle del P o ; la resi-
stenza era indomita; più volte le legioni vennero
conquise e trucidate ; ma parevano risurgere dai
sepolcri ; e omai rimanevano agli esausti Cisal-
pini solo i vecchi e i fanciulli. Ma quando Sci-
pione entrò, con insegne spiegate, a mettere i co-
loni romani in possesso delle divise campagne, i
superstiti delle 112 tribù de’ Boi non ressero al-
l‘amaro cordoglio, si mossero in turba, e varcate
le Alpi Noriche, si dispersero nelle selve del Da-
nubio. Fra l’eccidio dei Senoni e la dispersione
de’ Boi, la stirpe degli Insubri sopravvisse (Se-
N O T I Z I E NATURALI E CIVILI SU L A LOMBARDIA 359

nones....deleverunt .... Boios ejecerunt .... lnsu-


bres etiam nunc existunt. Strab.).
La guerra arse ancora negli Appennini Li-
g u r i ; la conquista di quel palmo di terra costò
più di quella dell'Asia; Roma, non sapendo come
mutar l'animo di quegli uomini indomiti, ne t r a -
sportò quarantamila in Apulia. - P i ù lunga arse
la guerra nelle nostre valli alpine, sulle quali i
profugi Etruschi avevano diffuso il nome co-
mune dei Reti. Anche dopo la sommissione della
pianura, si difesero per un secolo e mezzo, dalle
povere montagne scendendo a depredare la pia-
nura (Lepontii, T r i d e n t i n i , Stoni et aliae com-
plures exiguae
gentes
latrociniis deditae et pau-
peres. Strab.). Nel164 (a. C.) un Tiberio penetrò
in Val-Camonica; nel 128 un Marzio vinse gli
Stoni; nell'85 i Reti incendiarono la colonia ro-
mana, di Como ; nel 42 furono sconfitti da Planco ;
nel 16 Silio domò del tutto i Camuni e i Vennii;
i Trumplini furono venduti all'asta, e dispersi i n
catena; l'anno seguente i due fratelli Nerone e
Druso compirono il loro trionfo sui Reti. La via
dei laghi e delle alpi era aperta per sempre ( I t e r
supra montes .... olim superatu difficile .... nunc
tutum etexpeditum. ... latronumexcidio, viarum
structurâ. Strab.).
Fino a quel tempo le invasioni celtiche e anche
quella dei Cimbri e dei Teutoni, se non giunge-
vano a farsi strada per le Alpi occidentali, gira-
vano pel Reno e per l'Inn fino alle fonti dell'Adi-
ge o alle Alpi Noriche; la doppia fossa dei laghi
nostri e degli elvetici e la fierezza dei popoli chiu-
devano le alpi a noi vicine. Già fin d'allora i
Reti erano nelle valli dell'Inn, e gli aborigeni
teutoni in quelle del Rodano e del Reno (Obsepta
gentibus semigermanis .... Veragri incolae. Liv.).
360 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
XIV.

Ma molto avanti quell’ultima conquista, già le


nostre pianure erano comprese nel nome e nella
legge d’Italia; nelle città nuove, i n Placentia,
Hostilia, Laude Pompeja, Ticino, tutto era roma-
n o ; le antiche, o come colonie o come municipii,
erano ascritte alle tribù del generoso popolo, alla
Fabia, all’Ufentina, alla Voltinia, alla Sabatina ;
suntuose vie militari, t r a t t e a immensi rettilinei,
le congiunsero tra loro e con Roma. - Cesare
aveva atterrato l’imperio dei Druidi, disperse le
caldaje insanguinate e le fanatiche sacerdotesse ;
le sacre selve dell’isola di Man, ov’era il gran
collegio, furono incendiate da. Paulino. Le colo-
nie romane intorno al Reno, Coira, Costanza,
Augusta, Basilea, Strasburgo, Spira, Vormazia,
Magonza, Treveri, Aquisgrana, e quella che per
eccellenza si chiamò Colonia e divenne poi la
madre delle città anseatiche, furono le fonda-
menta a l tutto italiche di quella nuova Germa-
nia, che dopo la linea del Reno s’inoltrò successi-
vamente a quelle dell’Elba e dell’Oder e della
Vistula, apportando a quei popoli la vita della
civiltà, e il retaggio dell’intelligenza, non bra-
mato nè conosciuto dai loro padri. I canali di
Druso e di Corbulone insegnarono ai Batavi co-
me crearsi una t e r r a fra le acque del mare. - Al-
lora l’Insubria, che nell’era etrusca era la fa-
volosa frontiera del mondo civile, si trovò co’ suoi
laghi e i suoi fiumi su la gran via delle. nazioni,
potè stendere i suoi commerci alle Isole Britan-
niche e all’Egitto, a Cadice e al Mar Nero.
I Romani risuscitarono il principio etrusco,
diedero ai municipii un’autorità s u le campagne ;
NOTIZIE! NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 361

le famiglie opulente non vissero più in solitarii


casali, ma i n città piene di commerci e di studii.
« Quanta sia la bontà di quella regione si può
giudicare dalla frequenza degli abitatori, e dalla
ampiezza e opulenza delle c i t t à ; nelle quali cose
i Romani d i quelle p a r t i sovrastano a t u t t i g l i
Italiani » (Strab.). Troviamo ancora nelle lapidi
di quel tempo, i nomi delle famiglie insubriche,
scritti con romano costume; Albucio figlio di
Vindillo, Banuca figlia di Magiaco, Surica di
Dunone, vestigia d’un passato che si va dileguan-
do. La legge romana sostituì all’incerta comu-
nanza celtica il diritto di piena propri&; e
così propose alle famiglie le grandi aspettative
del futuro, le animò alle grandi opere territo-
riali, alle irrigazioni, agli scoli, Le antiche argi-
nature etrusche si prolungarono lungo l’alveo
del P o ; già Lucano le descrive. L’Insubria, già
vastamente irrigua (obaquae copiam,milìi fera-
cissima. Strab.), si coperse di ubertosi poderi,
che conservano ancora i nomi delle famiglie in-
novatrici : Campagne-Valerie, Villa-Pompejana,
Isola-Balba, Balbiano, Corneliano, Albuzzano.
Represso l’uso delle prede, gli armenti celati nelle
Alpi scendono a l piano; la palude abitata d a fe-
roci cignali diviene placida prateria, dove i gar-
zoni di Virgilio aprono e chiudono i rivi. I colli
fioriscono d’arbori fruttiferi (planities felix....
collibus fructiferis. Strab.) : la vite delle Alpi
Retiche acquista grido; il ciriegio, il persico, il
cotogno, il pomo d’Armenia sono propagati dai
giardinieri romani ; il castagno dell’Asia Minore
sale a nutrire i popoli fin sulle cime dei monti;
l’olivo, che a i tempi di Beloveso era ignoto in
t u t t a l’Italia, fa molle contorno ai laghi, colti-
vato forse dagli agricultori greci che Cesare chia-
.. .. . . .. .

362 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

ma sul Lario, e che ripetono nei nostri villaggi i


nomi di Corippo, di Plesio, di Piera, di Lenno,
di Delfo, dei Corinti e dei Dori. .
Ma più intima e più durevole f u la mutazione
che la legge romana introdusse nella. vita dome-
stica, annunciando alle barbare stirpi i sacri di-
ritti delle spose e della prole, i doveri dell’educa-
zione, la provvidenza delle tutele, le libertà dei
testamenti, limitata dalle aspettative delle legit-
time eredità. L’ideale della matrona romana non
uscì dai serragli dell’Oriente, nè dai ginecei della
Grecia, nè dalla camera servile e dalla turpe mor-
ganatica dei Celti e dei Goti; per esso la donna
di Virgilio si eleva a d immensa altezze sulle an-
celle degli eroi d’Omero; in esso sta il principio
che distingue il contubernio dei barbari dalla, fa-
miglia europea; & una vasta, emancipazione che
comprende d’un t r a t t o la metà degli esseri vi-
venti.
La Cisalpina ebbe adunque leggi, famiglie,
municipii, strade, ponti, acquedutti, argini, irri-
gazioni, magnifici templi de’ suoi marmi, terme,
portici, ville, delizie d’arti e di fontane, teatri,
librerie pubbliche, grandi scuole, scuole ove im-
parò un Virgilio. Nè questo è il solo dei grandi
Latini che nacque tra il P o e le Alpi ; ma Catullo,
Cecilio, Tito Livio, Cornelio, i due Plinj. Insigni
giureconsulti, molti capitani e magistrati, alcuni
imperatori diedero lustro alle nostre città. Ma lo
splendore più puro e più durevole è quello che le
lettere diffondono intorno alle sacre dimore dei
grandi ingegni. E’ un dolce e caro orgoglio quello
d’incontrare negli scritti ammirati dai secoli i
nomi dei nostri fiumi e dei nostri laghi, del curvo
Mella, e del placido Mincio, dell’Eupili e di Sir-
mione, ancora oggidì non bene isola, nè penisola,
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 363

ma dilettosa selva d’olivi.1 Nelle valli dell’Adda


troviamo ancora i vini retici, il mele nutrito dalla,
flora virginea delle alpi; i vasi della verde pie-
tra comense sul torno dell’alpigiano. Possiamo
assiderci accanto alla fonte ammirata dal gio-
vine Plinio, il quale descrive le delizie del suo
Lario con quella mano che fu la prima a difen-
dere, non per senso di propria salvezza,, m a di
libera e generosa giustizia, l‘innocenza del co-
stume cristiano.
Tuttociò scaturiva d a quel principio munici-
pale in cui presso l’interesse a l bene stava l’im-
mediata facultà d’operarlo. I1 gran municipio
di Roma porgeva agli altri l’esempio d’ogni splen-
dida cosa. Nè per certo avvenne mai che un po-
polo possessore di sì vasto dominio avesse tanta
brama d‘immortalarsi con opere d‘universale uti-
lità, nè che la potenza andasse congiunta a tali
e sì culte menti, quali si videro i n Catone, in
Cesare, i n Tullio, in Tacito ; nè che uomini, quali
furono i giureconsulti romani, conservassero per
una, serie di secoli dottrina di sapienti e autorità
di legislatori.
XV
Ma s’era quelle una prosperità nuova e gran-
de per questa estrema parte d’Italia, trattenuta

1 Am I in Italy? ls this the Mincius?


Are those the distant turrets of Verona? ...
Such questions hourly do I ask myself;
And note a stone in a cross-way inscribed
To Mantua » - « To Ferrara » - but excites
Surprise, and doubt and self-congratulation.
O Italy, how beautiful thow a r t !
ROGERS.I t a l y .
364 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

in barbarie dai Celti, non così poteva dirsi della


rimanente penisola. La guerra sociale aveva, ab-
battuto le bellicose contadinanze della prisca Ita-
lia. L'intera patria, d'un popolo forte vedevasi
talora mutata i n una squallida possessione d'un
solo patrizio, che non poteva sfruttarla se non
colle braccia degli schiavi.
I Cesari, come capitani del popolo e promotori
dell'emancipazione, si erano recati i n mano il
coniando delle armi, il pontificato, il tribunato
e altre dignità divise una volta fra molte fami-
glie; ma per non alienare l'opinione che aveva
dato loro quella potenza, esercitavano le singole
parti di quell'accumulata autorità, giusta le an-
tiche formule consacrate dalla religione e dal
tempo. - Pur tuttavia non era confidata loro
dai senatori e commisurata, come quella dei mo-
derni dogi : sotto nome e modi di magistrato, era
conquista di vittorioso nemico. Se1 secreto delle
menti patrizie stava una profonda riprovazione,
un indelebile giudizio di illegalità, una ferma
memoria dell'antica eguaglianza ; epperò tra l'af-
fettata popolarità e le parentele cittadine, il
principe confidava soprattutto nelle armi, e vi-
veva nel sospetto. Quindi t u t t o mirava a inspi-
rare in quelle superbe famiglie uno spirito to-
gato; i patrizii non dovevano frequentare gli
eserciti ; gli eserciti erano relegati lungo remote
frontiere, dovevano conoscere solo i loro capi-
t a n i ; la milizia diuturna, perchè l'Italia non
s'empisse di veterani pericolosi ; dura e povera.
per la natura ancor selvaggia dei luoghi; mole-
sta al cittadino, perchè cresciuto alle largizioni,
agli anfiteatri, alla libera garrulità del foro. Di
120 milioni di sudditi che pare avesse l'imperio
dei Cesari, si vuole che soli sette avessero diritto

-..."'--
,
,,...-,
I-

, . ,
NOTIZIENATURALI E CIVILI S U LA LOMBARDIA 365

di Romani; e questi non potevano d a r mezzo mi-


lione d i combattenti, come si richiedeva a, sì di-
sparate frontiere, e a t a n t i presidii terrestri e
marittimi.1 Fu necessita ricevere soldati d’altre
genti, la cui mescolanza era nauseosa all’altiero
romano. I1 moderno principio britannico d i fare
una nazione d’officiali e un’altra di gregarii, sa-
rebbe stata più nell’interesse dei patrizii che
dei Cesari. L‘esercito adunque in poche genera-
zioni non conosceva popolo, nè senato; non era
più romano ; e dopochè qualche conduttiere am-
bizioso seppe valersene per giungere a l soglio, si
vide troppo aperto che i n tutto l’imperio non vi
era altra forza e altra legge che la spada del
soldato. I n meno d‘un secolo più d‘ottanta gene-
rali perirono, o nel tentare l’acquisto del regno,
o nel difenderne il f u g a c e possedimento.
Allora Severo potè insegnare a’ suoi tigli che
il secreto unico della potenza e della vita era il
favor degli eserciti: e in questa voragine i suoi
successori precipitarono le finanze dello Stato.
Dopo il 200 dell’eran nostra l‘arte di regnare i n
Roma f u quella sola di trar denaro dagli inermi
per saziare gli armati Le grandi famiglie senato-
rie si estinguevano; la plebe romana si era som-
mersa f r a più milioni di venturieri, venuti dal
Reno e dal Nilo, dal Tago e dall’Eufrate. Bastò
un computo di finanza, perchè Caracalla accomu-
nasse a t u t t o l‘imperio la condizione di cittadi-
no, e rivelasse a1 mondo attonito che quel popolo
non era più ch‘era sparito colla sua favella e
colla sua religione, lasciando sotto al suo nome
una colluvie d’ogni gente e d’ogni cosa.

1 BIANCHI-GIOVINI,
Idee
su
le cause
della decadenza
dell’Imperio Romano, Milano, 1844.
366 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Trascinati dal principio fiscale, gl’imperatori


del secolo Ill non curarono più le strade e i
porti, che avevano dato un’insolita vita alle na-
zioni; le provincie aggravate non ebbero forza
di supplirvi; il commercio si arenò; le derrate
giacquero inutili sui campi d’una provincia, men-
t r e i n un’altra, si moriva di fame. Perivano i po-
veri, impoverivano i ricchi; avidi usurai, e ma-
gistrati impuni spogliavano migliaia di famiglie,
e per semplicità d’azienda inondavano i latifondi
con turbe di schiavi; gli a r a t i divenivano inculta
pastura ; le reliquie dei liberi agricultori riser-
bate a rinnovare i n migliori secoli la nazione,
appena si salvavano nei recessi degli alti monti,
che non si ponno coltivare con braccia di servi;
le fami, le pestilenze, le fiamme dei barbari, le
rapine dei masnadieri diradarono rapidamente
l’umana, generazione.

XVI .
Intanto nella città si faceva sempre più ardua
l’esazione dei t r i b u t i ; e colla miseria cresceva i l
fremito degli eserciti affamati, e l’acerbità e la
disperazione del fisco. I magistrati municipali
ebbero a rispondere del proprio pei cittadini in-
solventi ; furono armati di t u t t i i diritti del fisco,
ma occupavano terre deserte e case cadenti; si
ostentò povertà per fuggire i gravosi onori. Al-
lora il fisco li conferiva per forza; prendeva i
beni dei magistrati, poi quelli delle mogli, poi
citava gli eredi; un collega doveva pagare per
l’altro; chi si recava i n a l t r a città, veniva cerco
e ricondutto. Alcuni si facevano soldati, e il fisco
lo vietò. I n poche generazioni quelle magnifiche
signorie, che ripetevano con decorosa moderazio-
NOTIZIE SATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 367

ne nei teatri e nei palazzi dei municipii le lau-


tezze di Roma, erano un branco di pezzenti ga-
bellieri.
Intanto nelle campagne si numerava e si tas-
sava ogni arbore fruttifero, ogni tralcio d i vite;
la tassa delle piante che perivano, ricadeva sulle
superstiti ; allora il contadino, per sottrarsi alle
esazioni, estirpava i frutteti e le vigne: e la
legge, che inseguiva l’ombra della fuggitiva agri-
cultura, puniva fi morte la morte d’una pianta.
Se le tribolate famiglie si disperdevano, la mano
della legge le riconduceva i n catena ; ogni conta-
dino si registrava servo della sua gleba; e surge-
va un nuovo modo di servitù, che forse nell’Eu-
ropa orientale era più antico, e oggidì non vi è
peranco estinto. Il demanio, possessore d’intere
provincie, le offriva indarno al primo occupante ;
vi trascinava dal confine i prigionieri barbari,
che condannati a d un’arte ignota nelle loro pa-
trie, si spargevano ladroneggiando, e vessando le
reliquie dei veri agriciiltori.
Anche le arti delle città si spegnevano ogni
giorno. Sul principio del I V secolo, Costantino
trovò necessario che ogni uomo salvasse l’arte
sua tramandandola a’ suoi figli. Nessuno doveva
adunque mutarla, nessuno sceglierla a piacimen-
t o ; e come i l discendente degli antichi signori era
assegnato al servigio municipale, e il contadino
alla gleba, gli artefici furono ascritti alla paterna
officina, e i nocchieri alla paterna nave; a t u t t i
venne interdetta la milizia; e l‘uomo che nasceva
per esser soldato si bollava alla mano; la popo-
lazione f u smembrata i n caste; le minute disci-
pline, le aspre pene, gli usi, gli abusi, stabilirono
una generale servitù. Questi erano gli infelici
sudditi che i moderni istorici chiamano ancora i
368 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

Romani, per dilettarsi a dire ch’erano i vinti.


E chi era dunque stato il vincitore?
Intanto i Sàrmati tenevano presidio nelle iner- .
mi città, dell’Italia e della Gallia; i Franchi
avevano in guardia, o piuttosto in preda, le fron-
tiere del Reno; i Goti, quelle del Danubio. Gli
Alani del Caucaso erano custodi del palazzo im-
periale, e gli orridi Unni della Mongolia si pa-
scevano di carne cruda sotto i portici di marmo.
l capitani di queste genti, Stilicone vandalo, Ar-
bogasto franco, Allobego alano, Fravita goto,
Ricimero, Aspare, Ardaburo, erano i veri signori
dell’imperio, perchè il dominio consiste nelle ar-
mi, e l‘autorità nella consuetudine e nella fidu-
cia dei principi. Essi facevano gl’imperatori, li
disfacevano, li uccidevano. L’ultimo di quei si-
mulacri di regnanti fu Romulo Augustulo, figlio
d’un Oreste, venuto non si sa di qual nazione, e
scriba d’Attila. - Infine le truppe mercenarie,
morendo di fame a i confini, cominciarono a in-
ternarsi ; si confusero colle orde che dovevano re-
spingere, 0 colle quali avevano comunanza di
sangue e d‘interesse ; si presero, in luogo d’impo-
ste prediale, una parte delle terre cogli schiavi e
col bestiame che rimaneva. E poichè la milizia si
era così provveduta d a sè, i tributi furono inutili ;
l’opera della distruzione era compiuta.
Già fin dal 400 i nostri municipii erano a tale
che Sant’Ambrogio li disse cadaveri di città. -
Eppure il gran flagello di Dio non era ancora
venuto.
Ancora dopo il passaggio d’Attila, la nostra
Insubria nutriva qualche favilla di studii; e in
Pavia nasceva Boezio che i Goti uccidevano. Mi-
lano, sola forse tra tutte le città dell’impero, si
levò in armi contro i Goti, per vana speranza
NOTIZIE NATURALI E CIVILI su LA LOMBARDIA 369
ch’ebbe di soccorso d a Costantinopoli, la quale
a difenderla inviava il goto Mundila. E il tradi-
tore spariva nel momento del pericolo; e i Goti,
ingrossati dai Burgundi, trucidavano t u t t i quelli
che non si salvarono nei monti e nelle paludi. La
città nostra giacque smantellata, le vigne, gli
orti, i broli, persino i paschi si dilatarono fra le
sue ruine, e lasciarono nomi di dolorosa memo-
ria alle piazze e alle vie; e rimasero intorno alla
squallida cerchia le sole basiliche, fondate sugli
antichi sepolcreti, e risparmiate dai distruttori
barbari, più forse che non dai posteri ristauratori.
Sette secoli dopochè la nostra t e r r a era sot-
tratta alla comunanza celtica, e consegnata ai
municipii romani, t u t t a quell’opera di civiltà pa-
reva distrutta. Ancora, Bergamo stava solitaria
sul suo monte, e Mantova fra le sue paludi; e in
mezzo alla campagna derelitta, si accampava in
un recinto di legno qualche squadra d’Eruli e di
Goti, a cui la sorte (lot, loos) aveva assegnato i
pochi rustici e i pochi bestiami, che sopravvive-
vano su la vicina gleba. - Nei tempi anteriori,
il Celta viveva cogli uomini della, sua discendenza
e del suo nome, aveva nel clano una mobile pa-
t r i a ; e infine per ancorarsi a questa feconda ter-
ra aveva confitto i n luogo sacro gli i m m o b i l i ves-
silli. Ma Ricimero, Stilicone, Odovacre, Clodoveo,
Hastingo, Rollo, Guglielmo, Tancredi, erano
venturieri senza patria, che o giurandosi a f a r -
tuiti capitani, o traendo seco fortuiti seguaci,
pronti a difendere qualsiasi padrone, a parlare
qualunque lingua, a onorare qualunque Dio, non
altra legge seguivano che quella della privata for-
tuna. Così dopo che la fiscalità bizantina aveva
annientato ogni umana libertà e dignità, quei
lacci venivano rotti dall’opposto principio d’un
24. - CATTANEO. Scritti storici. I .

. .
370 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

ferino egoismo, che sprezzava ogni vestigio di ci-


vile convivenza,, e riduceva t u t t i i doveri dell’uo-
mo a un patto di preda fra un capitano e i suoi
compagni.

XVII.
Ma in quelle città disfatte stava il germe
d’una nuova e più intima associazione, che nel
nome d’un solo Dio e nella parola d’un solo li-
bro aspirava a ricongiungere tutte le nazioni
d’Europa. Quando l‘antico patriziato f u estinto,
e fu tronca la tradizione dei riti familiari, confi-
scata la terra sacra, gettato alla fornace il bron-
zo dei simulacri e il marmo dei templi, sola ri-
mase fra quella spaventevole dissoluzione la
società dei Cristiani, che i n Occidente era piccola
e oscura, e ristretta a pochi borghesi, forse di
patria orientale e i più di greco nome. L’antica
sapienza, civile in mezzo a tanta miseria pubblica
doveva smarrirai; non poteva più dire come nel
mondo vi fosse un principio regolatore delle uma-
ne cose. Ma nella contemplazione d’un ordine so-
vrumano, le sventure divenivano prove e occa-
sioni di virtù; e un’intera vita d’indegno dolore
diveniva parte e condizione d’un’immortale esi-
stenza. Si diedero intieramente a questi pensieri
t u t t i i più fervidi intelletti. Milano, sede impe-
riale, e fino all’arrivo d’Attila meno misera delle
altre città d’Italia, albergava Augustino nativo
dell’Africa, e Ambrosio nativo delle Gallie ; i
quali, e per dottrina, e per nome, e per virtù,
appena si accostarono alla società dei Cristiani,
ne divennero i più autorevoli capi, Felice, Bas-
siano, Stefano, Filastrio reggevano la nuova fra-
tellanza i n Como, i n Lodi, in Cremona, i n Bre-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 371
scia ; le famiglie fuggitive la disseminarono fra
i palustri ricoveri della pianura e nelle interne
montagne. Ma f u mestieri di quattrocento anni
per troncare del t u t t o le tradizioni aborigene ;
alla fine del secolo V I I I il culto d i Saturno so-
pravviveva ancora nell’estrema Val Camonica (in
curteHedulio); e le tribù dell’etrusca Mantova
ebbero una propria congregazione episcopale solo
al principio del secolo IX.

XVIII.
La religione celtica aveva le sue sedi nelle fo-
reste, la romana nelle mura dei inunicipii: e nei
municipii le successe la cristiana; il vincolo mo-
rale fra le campagne e le città si conservò adun-
que ad onta dell‘occupazione barbarica. Al risur-
gere della civiltà t u t t i i popoli. i cui sacerdoti
erano ordinati a Milano, a Brescia, a Pavia, di-
vennero i Milanesi, i Bresciani, i Pavesi. Queste
minute nazionalità cancellarono ogni vestigio
delle più antiche divisioni ; nè più l’alpigiano si
segregò dalla pianura, come a l tempo degli Oro-
bii e dei Reti. Pavia divenne capo delle popola-
zioni che dal basso Ticino salivano sino a i gioghi
degli Appennini ; Milano, dalle campagne del PO
sparse il suo rito ambrosiano fino a i ghiacci del
Gottardo : Conio penetrò vastamente per le valli,
dalle fonti del Rodano fino a quelle dell’Adige; e
quivi si trovò in confine con Brescia, ch‘ebbe le

1 RODULPHI NOT. Historiola, citata nella Memoria di


GABRIELERosa: G e n t i stabilite f r a l’Adda e il Mincio
prima dell’Impero Romano, che si pubblica dal tipografo
Giuseppe Redaelli.
372 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

valli dell’Oglio, del Clisio e del Mella. Bergamo


seguiva tutto il corso del Brembo e del Serio fin
presso Cremona; e i suoi confini s’intrecciavano
intorno a Crema con quelli di Piacenza e di
Lodi. I dialetti che prima esprimevano la sola
origine dei popoli, si risentirono di questi ripar-
ti municipali. Presiedeva alle chiese delle città
minori il vescovo della maggiore; e perciò Mi-
lano ebbe primato in t u t t a la Liguria e la Rezia,
da Genova tino a Coira, e forse a Costanza; ma
le successive calamità e poi le inimicizie munici-
pali ruppero quei vincoli; e Como, per sottrarsi
quanto poteva alla prepotente vicina, preferì di
sottostare a l lontano patriarca d’Aquileja.
Perlochè queste nostre città, piuttosto che ca-
daveri, erano corpi tramortiti. Tutte le preci,
tutte le scritture erano nella lingua che i Roma-
ni avevano dato all’Europa ; il nostro vulgo colla
sua proferenza celtica mutilava le voci latine ;
ma in quel dialetto poteva intendersi col vulgo
ricino; e da plebe a plebe v’era in potenza una
lingua comune a t u t t e ; le favelle della penisola
non erano più così disparate come l’etrusca, la
latina, la greca. V’erano case e chiese, e avanzi
ed esempli di strade, di ponti, di m u r a ; la, vite
era salita fino alle Alpi; l’olivo aveva posto nido
sulle riviere; il castagno pareva già un arbore
spontaneo dei nostri monti ; l’irrigazione non po-
teva cadere in oblìo. Le famiglie mercantili, e
nelle città, e nei rifugi dei monti e delle paludi,
non perdettero le loro tradizioni; e anche nel
medio evo seppero trovare per l a via delle Alpi
le rive del Reno, continuarvi l’oscuro loro traf-
fico, prestar l’ingegno e le braccia a edificarvi
chiese e castella, che aque’popoli parvero fatte
per opera d’incanto.
4

NOTIZIE SATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 373

XIX.
Molti dissero che i Romani ammolliti doveva-
no coll’innesto dei barbari rifondersi a nuova
virilità. Ma quando vennero i barbari, nessuno
poteva più dire d’esser Romano; ogni lusso era
estinto, e la gente indurita al disagio. E la forza
militare d’un popolo non risiede nei muscoli, ma
nel consenso, nelle tradizioni, nella disciplina ;
al che la presenza dei barbari nulla giovava, es-
sendochè la milizia rimaneva privilegio dei po-
chi, e i molti non potevamo dunque agguerrirsi.
E i Goti, fuggiaschi innanzi alla ferocia degli
Unni, divennero arbitri dei nostri destini, per-
chè la legge bizantina faceva privilegio di stra-
nieri la milizia, onde non si sapeva più come un
uomo potesse divenire un soldato. I Goti, padro-
ni dell’Italia e delle cento sue fortezze, non sep-
pero conservarla, e i n sessant’anni il loro nome
era estinto ; i n Gallia soggiacquero a i Franchi ;
in Ispagna fuggirono innanzi agli Arabi, e per-
dettero ogni cosa in un giorno. - I Longobardi
entrarono chiamati : e tuttavia non ebbero mai
forza d’occupar le marine, e di superare le na-
scenti difese di Venezia e le mura inermi d i
Roma; e il loro dominio che cominciò col cranio
di Cunimundo, ebbe fine con una misera scena
di viltà.
Oltralpe i duchi presero nome dai popoli o
dalle vaste t e r r e ; ma i capitani longobardi s’in-
titolarono dalle c i t t à : duchi di Spoleto, di Ve-
rona, di Brescia; i l che f u credere che vivessero
entro le mura urbane; soggiorno che doveva am-
mansare il costume, e contribuiva,, come le sedi
episcopali, a conservare importanza ai inunicipii.
E questi sulle nostre pianure erano così vicini
374 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

che appena v’era alcun luogo, che a distanza di


quindici miglia non avesse una città; e perciò
gli ordini feudali non si radicarono così assoluti,
come là dove le popolazioni rimanevano senza
moderatori o testimonii della. loro oppressione.
Dopo Carlomagno, le famiglie longobarde fu-
rono guardate con sospetto; e il predominio pas-
sò nel sacerdozio, che, oltre a l potere dell’opi-
nione, acquistò quello d’una possidenza, di cui
nessuna legge limitava l’incremento. lconti e i
capitani dei Carolingi, o con voci moderne, i de-
legati provinciali e i commissarii distrettuali,
dopo l’editto di Kiersy divennero ereditarii ; e
verso il novecento, l’abuso vincolava alle fami-
glie anche i benefici ecclesiastici, sotto colore
di patronato. I n mezzo a questi due ordini di
nuovi proprietarii, le discendenze longobarde
smarrivano il nome e i possessi; e dopo il seco-
lo SI è raro vedere nei documenti chi dichiari di
vivere con quella legge. Selle diete che si cele-
brarono sotto i Carolingi, la maggioranza era
dei conti e dei vescovi, e presiedeva i1 vescovo di
Milano.
L’imperio romano si era sciolto per la cessa-
zione dei tributi e l’occupazione delle terre f a t t a
dalle milizie federate. L’imperio carolino non si
stabilì veramente mai, perchè non potè instituire
stabili finanze. Cominciò con un’invasione per sè
transitoria, che distrusse un regno senza, fon-
darne u n a l t r o ; ma la Chiesa adottò e perpetuò
gli effetti dell’invasione, valendosi dell’imperatore
eletto e coronato, come d’un capo della sua mili-
z i a ; onde f u quello veramente, come sonava il
suo nome, un Imperio Sacro. I suoi luogotenenti,
quando non erano principi potenti per forza pro-
pria, ebbero nelle diete e nelle città quel solo
5

NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 375


potere che i prelati consentivano, e ch’era pur
necessario per conciliare a1 clero l‘ossequio della
moltitudine feudale.
L’irruzione degli Ungari fu la prima occasio-
ne di risurgimento. Ogni abitato si cinse d i mu-
ra, ogni casato alzò una torre; l’Europa divenne
una selva dì fortezze. I1 vescovo Ansperto ristau-
rò le mura di Milano alla fine del secolo I X ; po-
chi anni dopo, il vescovo Ariberto devastava il
territorio di Lodi. Quando i suoi cavalieri feudali
gli negarono obbedienza, egli armò la plebe cit-
tadina, e combattè a Campo Malo la prima bat-
taglia popolare. - Corrado il Salico, geloso di
quelle insolite armi, lo imprigiona ; ma egli fug-
ge, gli chiude i n faccia le porte delle c i t t à ; so-
stiene un primo assedio; chiama dalla vasta, sua
provincia t u t t i gli uomini atti alle a r m i ; e per
dare a quella che f u la prima di t u t t e le moderne
fanterie un principio d’ordine e di stabilità, pian-
ta un altare sopra un carro, e uno stendardo so-
p r a l’altare. Quello stuolo di divoti, che colla
picca i n mano si stringe intorno a l carroccio con-
sacrato, & il primo rudimento della moderna
società.
XX.
Un barone, ucciso un plebeo, si offerse a pa-
gai. la multa dell’omicidio, giusta il prezzo che
il sangue dell’ucciso aveva nella tariffa della
giustizia feudale. Ma il popolo fremendo si armò,
e uccise tutti i signori che incontrò per via;
trovò un capo in Lanzone, che lo condusse a di-
roccare le torri delle case feudali, fra gli o r t i
dell’ampia città. - Ariberto, meravigliato e do-
lente che l’uso delle armi avesse tanto inalzati
gli spiriti della plebe, le tenne fronte; i suoi
376 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

capitasi armarono contro la città, t u t t i i servi del


contado ; e così, senza avvedersi, prepararono
quelli pure a d armigera e libera condizione. Ine-
sperti degli assedii, nella barbarica loro inettez-
za fecero un ridutto di legnami di fronte a d
ogni porta della città, standovi a campo t r e anni,
e aspettando che la penuria domasse i sediziosi;
ma Lanzone corse in Germania a invocare presso
l’imperatore il soccorso delle leggi; onde già si
palesava. quella verità così perpetue nelle istorie,
che gli interessi naturali del principato e dei po-
poli sono in concorde opposizione alla licenza
feudale. - Irritato il popolo dall’ostilità, non pa-
terna d’Ariberto, passò di ragionamento in ra-
gionamento ; volle che le famiglie prelatizie, le
quali nel loro seno eleggevano il vescovo, rendes-
sero conto dei beni sacri che possederano per ere-
dità e simonia; chiamò concubine le mogli dei
beneficiati ; li strappò dagli altari ; li espulse
dalla città ; l’omicidio e l’incendio si sparsero di
villa in villa; Arialdo Alciato e i fratelli Cotta
versarono il sangue i n nome della chiesa; Ilde-
brando li animava da Roma a l combattimento.
- La contessa Matilde, la doviziosa erede dei
Longobardi di Toscana, divenne ardente nemica
dell’ordine feudale ; le sue vaste donazioni a i Be-
nedettini nella valle del Po divennero asilo di
schiavi fuggiaschi, che ristaurati gli avanzi degli
argini etruschi e romani, le mutarono in uber-
tose possessioni. Così dissipato il patrimonio feu-
dale, cresciute di popolazione e di ricchezza, e
redente dai patrizii le terre della chiese, comin-
ciò quella gran mutazione dei servi in liberi con-
tadini, che per otto secoli si estese in Europa. -
La prima onda di questa corrente si mosse dalla
nostra patria, poco dopo il mille,
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 377

XXI.
I n quel secolo le città d’Italia tornano a d es-
sere stanza di popolo armato. L’uso delle armi
ravviva il senso dell’onore, soffocato dall’oppres-
sione bizantina e longobarda ; l’onore genera tut-
te le virtù; gli uomini sentono di poter compiere
un pensiero; e hanno l’audacia di concepirlo; le
menti aspirano a tutto ciò ch’è bello e grande.
Già Venezia colle ricchezze del suo commercio
fonda San Marco; il milanese Anselmo Baggio,
vescovo di Lucca e poi pontefice, edifica, in dieci
anni quel duomo. Pisa più gloriosamente fonda
il suo, colle spoglie degli Arabi che ha cacciati d a
Palermo. Tutto ciò avvenne una generazione pri-
ma delle Crociate, le quali non furono dunque
la causa del risurgimento europeo, come la turba
dei ripetitori va tuttora scrivendo, ma ben piut-
tosto uno dei più pronti effetti, e il primo eser-
cizio d’una forza che si espande. - Il principio
vero del risurgimento f u nel legittimo possesso
della milizia popolare.
Nel 10951 Urbano Il adunò sui nostri confini
il concilio di Piacenza, e a l cospetto di duecento
vescovi e di quattromila sacerdoti fece giurare
la crociata a trentamila guerrieri. La canzone
del passaggio, il grido d‘ultreja, risonò per le
nostre città. - L‘anno seguente egli raccolse in
Arvernia il concilio di Clermonte. Già in quella
prima crociata (1096) si videro le famiglie mila-
nesi dei Selvatici e dei Ro, e quella dei Rocj d’an-
tico nome ricordato nelle lapidi romane ; Ottone
Visconti conquistò allora in Oriente l o scudo del-

1 Per evidente errore tipografico, la edizione del 1844,


curata dal Cattaneo, ha « 1075 » [N.d.E.].

.
378 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

la serpe, che divenne la gloriosa insegna dello


Stato.
Nel 1106 Milano si elesse con nome antico
due consoli, e prese forma di stato con un Consi-
glio maggiore e un Consiglio secreto o Credenza.
I primi consoli dello Stato furono dell’ordine
dei capitani, che aveva in eredità le antiche ma-
gistrature caroline, epperò grandi feudi e nume-
rose contadinanze. Avvenne dunque che anco i
minori gentiluomini, o valvassori, a propria di-
feudale
fesa rendessero stabile la loro adunanza
o Motta (Gemote,Meeting), e la trasformassero
i n un magistrato di consoli. E parimenti i mer-
canti e gli altri cittadini non compresi nell’ordi-
t u r a feudale, ebbero un consiglio delle parrocchie
urbane, che si chiamò Credenza di Sant’Ambro-
gio. Questa giurisdizione consolare, proteggen-
d o abbastanza gli industrianti, rese inutili le cor-
porazioni e Ie maestranze: e con ciò mantenne il
foco sacro della libera concorrenza. Si svolse così
il nuovo diritto commerciale ; e per I’universalità
delle sue forme e la irresistibile rapidità della
sua procedura, si divise affatto e dal diritto feu-
dale e dal canonico e dal romano, il quale non
poteva districarsi dalla lentezza delle ambagi fo-
rensi. I mercanti lombardi, stabiliti oltremonte,
trassero seco i consoli di città in città, e propa-
garono il nuovo diritto per tutta l’Europa. -
Le t r e credenze consolari presiedevano a t r e con-
sigli, l‘uno di quattrocento, l’altro di trecento,
l’altro di cento ; e l‘adunanza generale si chiamò
degli ottocento. Ma erano sempre t r e popoli con
diverso principio di vita, di leggi e d i governo;
l’uno rappresentava la potenza territoriale, l’al-
t r o la forza militare, il terzo la mercantile; e a
parte rimaneva ancora il diritto canonico con
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 379
tutte le giurisdizioni ed immunità ecclesiastiche.
E non essendovi un principe, in cui potessero
far capo i t r e poteri civili, si cercò a l di fuori
un giudice supremo, che fosse patrizio d’un’al-
t r a repubblica ; e lo si chiamò podestà, perchè
appunto rappresentava In mano regia, e colla for-
za di t u t t i sanciva l a comune volontà.
Cominciò un’era d’esaltazione bellicosa. In un
castello del Lago Ceresio alcuni Comensi aveano
ucciso due fratelli Carcano di Milano ; le vedove
e i congiunti vengono sulla piazza del Duomo,
mostrano al popolo l e vesti sanguinose degli uc-
cisi, implorando vendetta. 11 vescovo Giordano
esce dal tempio, e pronuncia l’interdizione dei
sacririti, finchè il popolo non abbia lavato quel
sangue nel sangue degli uccisori. La moltitudine
armata assale ; gli abitanti. abbandonando
Como
a quel subitaneo furore la città, si rifugiano sulla
rupe del Baradello; poi, vedendo le fiamme accese
dalla vendetta, si pentono della loro debolezza ;
discendono impetuosi ; colgono i nemici fra la
confusione della vittoria, e li disperdono. Al ri-
torno, gli umiliati guerrieri, giurano sull’altare
di non deporre le armi, se prima Conio non è
distrutta. Como arnia t u t t i i suoi montanari, dai
confini del Vallese a quei del Tirolo; i Milanesi
traggono seco una lega di dodici c i t t à ; navi
armate combattono sui laghi ; artefici genovesi
fanno castelli da guerra, e altre macchine della
romana milizia, obliate nell’abbrutimento dell’era
gotica. I Comensi, ridutti all’estremo, salvano
su le navi le mogli e i figli, si chiudono nel ca-
stello di Vico; e infine, dopo dieci anni di guerra,
cedono vinti, e inalzano intorno all‘atterrata pa-
tria le capanne dell’esilio. - Si direbbe che
queste città inferocite corrano alla loro distru-
380 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
zione; eppure, fra quelle battaglie il popolo cre-
sce ; fra quelle depredazioni si svolge un’insolita
prosperità; e dai secoli precedenti a quel secolo
v’è un trapasso come dalla putredine del sepol-
cro al fermento della vita.

XXII.
Quando Federico I, fatto re di Germania
nel 1152, ebbe adunata la Dieta in Costanza, due
cittadini lodigiani si fecero nel mezzo con una
croce di legno s u le spalle, e gettandosi a’ suoi
piedi, invocarono giustizia contro Milano, lo qua-
le, dopo avere omai d a quarantadue anni distrut-
ta la loro città, opprimeva i cittadini dispersi
nella campagna, Federico desideroso di ridurre
a obbedienza Milano, quando venne a convocare
la Dieta Italica, sul piano di Roncalia alla foce
della Nura nel Po, fece umilianti comandi a i con-
soli milanesi Oberto Dell’Orto e Gerardo Negro,
i due famosi autori dei libri del diritto feudale.
Con quelle altiere intimazioni e colle più altiere
risposte si accese una guerra di trent’anni. -
Tortona f u presa per sete; i pallidi e consunti
guerrieri vennero accolti in Milano, che mandò
le milizie di quattro porte a rialzare a sue spese
la smantellata città. Nel mezzo dell’opera gli al-
leati imperiali assaltarono i lavoratori ; alcuni
capitani si rifuggirono dal combattimento in una
chiesa. I consoli milanesi imposero loro una no-
bil pena, affiggendo i loro nomi disonorati alle
porte del duomo. - La piccola Crema arrestò
t u t t a la potenza dei feudatarii Germani e Italici
per sei mesi ; e cadde con t u t t i gli onori dei prodi
sventurati. - Sotto il castello di Carcano, nel
Piano d’Erba, Federico rovesciò e prese lo sten-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 381
dardo sacro dei Milanesi; ma prima di sera era
fuggitivo in Como, le sue tende erano prese; i
suoi alleati, prigionieri. - Intando un incendio
distrusse i viveri, accumulati i n Milano per re-
sistere all’assedio ; Federico con centomila com-
battenti girò vastamente t u t t a la campagna, tron-
cando gli arbori, ardendo l e case, mutilando
chiunque apportasse viveri alla città, ch’era di-
vorata dalla più aspra fame. Alla fine i cittadini
domati uscirono dalle mura ; s’avviarono a l cam-
po di Federico, che, ritrattosi a venti miglia di
distanza, aveva lasciato fra l‘esercito e la città
il vuoto spazio della desolata campagna. Prima
trecento cavalieri depongono al SUO piede le spa-
de e le insegne; poi viene lo stuolo dei perso-
naggi consolari ; poi il carro del sacro stendardo ;
poi t u t t i i combattenti, emunti dal lungo digiu-
no, colla croce su le spalle. Al suono delle trombe
municipali, il vinto stendardo cade, lo sventurato
popolo si atterra ; i capitani vincitori restano
attoniti e commossi al pianto. I1 solo Federico
non si muta; comanda che i vinti colle loro mani
abbattano ampiamente le mura, perchè vuole en-
trami con tutto l’esercito in ordine di battaglia.
Avventa le soldatesche contro la vuota c i t t a ; e
salve solo le chiese di Dio, fa di tuttociò che ap-
partiene agli uomini u n cumulo di ruine. I citta-
dini si spargono pei campi in tugurii di paglia.
Dopo che per cinque anni ebbero sofferto i più
gravi disagi, apparve un giorno fra i loro poveri
tugurii un frate del convento di Pontida, seguito
da squadre d’armati delle vicine città. Veniva a
ricondurli entro le mura e a rialzarle. - Tre anni
dopo, la potenza e la perseveranza di Federico
erano finalmente domate sul campo di Legnano ;
era, seminata di cadaveri t u t t a la landa tra l’Olo-
CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

n a e il Ticino; ed ei lasciando i n mezzo alla


strage le sue armi e il suo cavallo, andava fuggi-
tivo a celarsi, come la tradizione narra, in una
caverna. - Alla vittoria successe più tardi la
famosa pace di Costanza (an. 1183), che compose
le ragioni dell’imperio colle necessità della guer-
ra, in un modo che rammenta l’antico stato dei
municipii romani, accresciuto solo d a un troppo
largo arbitrio di pace e di guerra. Nell’anno se-
guente Federico venne ospite a Milano; allora si
vide risplendere la cavalleresca cortesia dei tem-
pi, e nel popolo che lo accolse festoso, e nel prin-
cipe che consentì a rialzare le mura di Crema,
che aveva smantellate. Così dal seno della distru-
zione surgevano più forti e più belle, Milano Cre-
ma, Como, Asti e Tortona; il circuito di Milano
era dilatato sino alla fossa che ora è navigabile;
Lodi fioriva nella nuova sua sede sull’Adda; e
la colonia municipale d’Alessandria segnava sul
Tanaro il limite della feudalità subalpina, fer-
ma ancora nelle terre del Monferrato e del Pie-
monte. Sulla nostra pianura e r a già tracciato il
Naviglio del Ticino, ancora studiato oggidì fra
le meraviglie dell’arte moderna ; pochi anni dopo,
il gran canale della Muzza faceva della pianura
lodigiana un modello d’agricultura, mentre al
principio della guerra, tutto lo spazio fra Milano,
Lodi e Pavia era una così erma solitudine, che
quando vi fu condutto Federico coll’esercito,
credè d’esser vittima d’un tradimento.

XXIII.
Negli anni seguenti, le famiglie tribunizie dei
Marcellini e dei Cotta, continuarono a d estirpare
la feudalità; abolirono le tariffe che sembravano
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 383
vendere la. licenza dell’omicidio ; persuasero ai
valvassorì di rinunciare i loro squallidi feudi ai
capitani, per Farsi liberi uomini del comune; in-
vasero i feudi del Nonferrato e della Savoja; e
nel mezzo di quelli, costruirono la rocca di Cu-
neo, asilo a i fuggitivi. Federico Il riaccese la
guerra contro le città lombarde; trasse in Lom-
bardia le tribù arabe della Sicilia e dell’Apulia.
I nostri intrepidi padri le affrontarono a Cam-
porgnano ; allagarono di notte il campo nemico ;
lo avvilupparono fra un labirinto di fossi. - In
quegli anni si videro generosi fatti. I1 popolo
milanese, dolente dei soprusi feudali non peranco
estinti, ricusava di prendere le armi contro i
Pavesi, che devastavano i poderi dei capitani. I
giovani cavalieri escirono senza il popolo e re-
spinsero i predatori ; ma nell’ebbrezza della vit-
toria non serbando gli ordini della prudenza mi-
litare, furono raggiunti dai nemici nel ritorno,
e messi alle strette. A quell’annunzio il popolo,
immemore d’ogni altra cosa, corse alle armi, e
giunse in tempo a salvarli (an. 1242). - Panera
Bruzzano, il più alto e più forte dei nostri cam-
pioni, sfidato sul campo a singolar tenzone dal
re Enzo, figlio di Federico, lo vinse e lo fece
prigione. Ma i Milanesi. senza far vendetta dei
prigionieri slealmente uccisi, lo lasciarono libero,
a patto che non portasse le armi contro la loro
città. - Voleva il popolo abolita la legge che
stabiliva a sette lire e dodici soldi il valore della
vita d’un plebeo ucciso da un feudatario. Uno dei
signori da Landriano aveva ucciso a t r a d i m e n t o
il suo creditore Guglielmo Salvo. I1 cadavere san-
guinoso, scoperto sotto un mucchio di paglia,
portato a Milano, ed esposto sulle piazze, accese
di furore il popolo, che cacciò t u t t i i capitani;
384 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

quindi andò di terra in t e r r a a d espugnare le ca-


stella rurali. Si fecero molte paci; quelle che f u
detta di Sant'Ambrogio riconobbe nelle famiglie
dei cavalieri e dei cittadini egual diritto a t u t t i
gli onori consolari. Ma la legge barbara. delle
campagne, e la legge romana delle città non po-
tevano stare i n pace sullo stesso terreno ; la guer-
ra era nella natura delle cose. I1 popolo cacciò
di nuovo i capitani: rifugiati i n Conio, li perse-
guitò e li espulse ; ma nell'incauto ritorno venne
circondato fra le paludi di Prato Pagano, e ri-
dutto a dure condizioni. Vinse di nuovo, e cacciò
i capitani, che invocarono il braccio del terribile
Ezzelino. Questi passa l'Oglio, l'Adda, giunge
fino a Vimercato; ma l e milizie di t u t t e le città
1 0 accerchiano ; ripassa l'Adda, è raggiunto, un
giovine bresciano lo ferisce e lo atterra ; condutto
prigione nel castello di Soncino, si squarcia le
ferite e muore. Con lui cade la feudalità nella
Venezia, per frutto di battaglie combattute sul
nostro terreno.
XXIV.
Correva la metà incirca del secolo XIII. Spun-
tava l'era moderna: erano i tempi i n cui nacque
Dante: omai l a nazione italiana era adulta e
cominciava un nuovo ordine di cose. I1 popolo
colle armi alla mano aveva t r a t t o dalla feudale
ineguaglianza un viver civile; ma la guerra, f r a
il risurgimento di t u t t e le industrie, tornava a
farsi arte ; e i cittadini non potevano nello stesso
tempo attendere a i inestieri della pace, e pareg-
giare i giovani delle famiglie militari nel maneg-
gio delle armi e dei cavalli. I magistrati avreb-
bero potuto agguerrire a spesa comune il fiore
della gioventù cittadina ; pensarono invece con
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 385
fatale consiglio d’assoldare cavalieri d’altro pae-
se, non imbevuti d’odii civili. I1 primo capitano
del popolo f u Oberto Pallavicino, condutto per
cinque anni. Col carroccio d’Ariberto era comin-
ciata un’era d’esaltazione morale ; collo stipendio
d’Oberto Pallavicino ricominciò un’era d i morale
debolezza,. D’allora i n poi si vide un popolo di
pazienti e ingegnosi lavoratori in lana, in seta, i n
armi di famosa tempra, i n metalli preziosi, esina-
nirsi nella fatica, in povere case, sotto crescenti
gabelle, colle quali i suoi capitani, ora guelfi ora
ghibellini, pascevano squadre di mercenarii d‘ogni
parte d’Italia e soprattutto Romani e Romagno-
li, ma più spesso stranieri, Catalani, Tedeschi,
Guasconi, Bretoni, Inglesi, stradiotti d’Albania.
I n ogni città v’era una o più fortezze ; nel cui se-
creto le famiglie doniinatrici conducevano una
vita impopolare, spesso nelle crudeltà e nelle dis-
solutezze, nutrendo migliaja di cani e di falconi
e sollazzandosi con nani e menestrelli. Questa
vita di sospetti senza pensiero e di splendore
senza dignità, durava finchè un vicino più vigile
o più perfido, o infine un invasore straniero, col-
lo sproporzionato peso delle forze d‘un regno, li
snidasse da quelle tristi delizie, e li precipitasse
nell‘antica oscurità. « Tal fortezza f u a danno e
non a sicurtà de’ suoi eredi, perchè giudicando
mediante quella viver sicuri, e poter offendere i
cittadini e sudditi loro, non perdonarono a d al-
cuna generazione di violenza, talchè perderono
quello stato come prima il nemico gli assaltò .... »
(Macchiavelli) .

A domar l’animo bellicoso delle nostre plebi


contribuì un’istituzione che cangiava le a r t i i n
25. - CATTANEO. Scritti storici. I.
386 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

esercizio di penitenza. Prima ancora d‘Ariberto


(an. 1014), alcuni cavalieri milanesi andati i n
Germania prigionieri d’Enrico I, e nel tedio del-
l’esilio datisi a vita laboriosa, fecero voto di
perseverarvi anche reduci in patria. I1 popolo li
rivide con meraviglia nelle vie della città con
ampie vesti pelose e berretti di straniera forma;
si chiamavano gli umiliati ; e attesero all’arte
della lana. I n breve ebbero trenta case d‘uomini
e trenta di donne; si trapiantarono i n t u t t e le
città d‘Italia ; Firenze deve loro quell’arte, che
tanto conferì alla sua potenza. Fondarono rico-
veri nei passi delle Alpi; e d’ospizio i n ospizio,
difendendosi col nome della religione dai rapaci
castellani che intercettavano le strade, contri-
buirono a collegare l’industria di Milano colle
piazze del settentrione e del mezzodì.
Ma le austere opinioni insinuate per tempo
nel nostro popolo fermentarono i n sette religiose,
che annunciavano la riforma della chiesa, del
sacerdozio, della magistratura, delle pompe ca-
valleresche. I1 più formidabile t r a i riformatori
f u Arnaldo da Brescia, discepolo prima i n Parigi
d’Abailardo, poi suo difensore. La contrita e ri-
gida sua vita faceva meraviglia anche ai santi
( H o m o est neque manducans neque bibens .... ha-
bens formam pietatis .... Cujus conversatio mel ....
c u i caput columbae. S. Bern.). - Quando i l ve-
scovo di Brescia diede a un garzone di dodici an-
ni una ricca parrocchia, Arnaldo rinnovò le que-
rele che Arialdo Alciato aveva levate i n Milano ;
inveì contro le famiglie, che vendevano, infeuda-
vano, donavano come cosa propria i beni della
chiesa: contro il pastore, che dava i n feudo a
cavalieri le regalie della sacra mensa, per farseli
vassalli, e adoperarli i n imprese profane e cru-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 387

deli: contro i beneficiati, che vivevano con lusso


mondano, e si tenevano con titolo di spose le
figlie dei potenti. Voleva che i beni della chiesa
fossero governati da un consesso di popolani, i
quali, distribuito a i sacerdoti un umile alimento,
e compiuti i sacri riti, largissero il resto ai po-
verelli di Dio. Ma i violenti consigli accesero la
guerra civile : Arnaldo f u costretto a fuggire sot-
to il peso di capitale accusa; sparse i n Zurigo le
sue dottrine; errò per le Francia : e perì misera-
mente i n Roma, consegnato da Federico I a ' suoi
nemici. Nell'intervallo t r a i due Federici, il no-
stro popolo si ordinava i n sette di vario nome,
L'inquisizione romana le represse col ferro e col
fuoco ; ma i cavalieri ghibellini, nemici della
chiesa, le ricettarono nelle loro castella. l e pro-
tessero armata mano, e cogli omicidii vendicarono
i supplicii. L'inquisitore Pietro d a Verona venne
trucidato nelle selve del Seveso, un altro sul
ponte di Brera, un altro nella Valtellina.
Finchè il potere ondeggiò tra i cittadini guelfi
capitanati dai Torriani e i feudatarii ghibellini
capitanati dai Visconti, la lutta delle opinioni
durò dubbiosa. Ma dopochè la fortuna dei Vi-
sconti prevalse, essi misero ogni loro fiducia nel-
le armi stipendiate e nelle fortezze, deprimendo
con mano di ferro t u t t e le parti, minacciando d i
morte chi solo eli guelfi e ghibellini proferisse i l
nome. Quindi, c o n industria poderosa e con vasto
commercio di derrate e di banco, le città lom-
barde non conobbero quella libera cultura lette-
raria, che i l governo popolare per t r e secoli fo-
mentò i n Firenze; sicchè parve che per fatto di
natura l'ingegno fosse più potente i n Toscana
che fra noi.
388 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

XXVI.
Verso i principii del dominio dei Visconti
(an. 1311), troviamo fatta la più antica menzione
dell’uso delle bombarde, ossia delle artiglierie,
colle quali i Bresciani si difesero contro l’impe-
ratore Enrico di Lussemburgo. Nel 1331 se ne
fece uso all’assedio di Forlì; nel 1334 i n quello
di Bologna, la più antica memoria presso i Fran-
cesi è del 1340; presso gli Inglesi, del 1343, alla
battaglia di Crecy ; presso gli Anseatici, del 1360.
Circa 65 anni dopo l’assedio di Brescia, l’arti-
glieria. prendeva nuova perfezione dalla mano di
Bertoldo Schwartz, che ne fu poi detto inventore.
Dei Visconti i più furono d’animo grande;
alcuni pochi furono d’abietta e quasi delira cru-
deltà. Ottone e Matteo, fondatori di quella po-
tenza, furono perseveranti e destri nelle avversità
delle guerre e degli esilii. Marco, prode cavalie-
ro, vinse gli Angioini sotto Genova, il catalano
Cardona sul Po, Enrico di Fiandra sull’Adda.
Azzone, signore di dieci città, e in aspetto omai
di regnante. favorì le arti, chiamò Giotto a di-
pingere il suo palazzo, fece il ponte di Lecco,
a forse il maggiore che allora fosse, coperse le cloa-
che, inalzò la torre delle Ore. -- Quando un po-
deroso esercito di mercenarii, congedato dal Si-
gnor di Verona, si prese a condottiero il ribelle
Lodrisio Visconti, e venne devastando orribil-
mente il paese fino a Parabiago sull’Olona ; colà,
quasi su le medesime campagne ov’era caduta la,
potenza di Federico imperatore, si combattè sulle
nevi una delle più sanguinose battaglie del medio
ero. Gli stranieri avevano già ucciso uno dei ge-
nerali milanesi, e preso l’altro, ch’era Luchino
Visconti, quando la cittadinanza, agitata dal pe-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 389

ricolo di cader preda a gente senza legge e senza


pietà, sopraggiunse i n soccorso ; strappò Luchino
di mano ai vincitori; fece prigione il vincitore
Lodrisio, a l quale il clemente Azzone concesse la
vita. Le menti infervorate nella mischia videro
il patrono del popolo Sant’Ambrogio, il cui sten-
dardo si portava nelle battaglie, scendere dal
cielo, disperdere i barbari a colpi di sferza ; e d a
quel giorno su le monete e le insegne popolari il
mansueto pastore si dipinse sempre in atto d’im-
pugnare quello strumento della vittoria.
I fratelli Luchino e Giovanni furono gentili
ospiti a l Petrarca. Furono signori in Genova;
e la loro insegna sventolò sulle navi che in Morea
trionfarono di Nicolò Pisani. - Bernabò era
l’ideale del ghibellino ; non temeva nè gli uomini
nè Dio. Quando i legati pontifici gli si fecero in-
contro sul ponte del Lambro per intimargli una
bolla nimichevole, egli impose loro di mangiar
la bolla e i sigilli; ed era uomo sì terribile che il
suo comando fu obbedito. Si conipiaceva di ta-
I glieggiare i poderi degli ecclesiastici; e forse f u
il primo che pareggiasse i carichi di t u t t i i beni,
come ben tardi fece la rimanente Europa. Mentre
a Trezzo sull’Adda faceva gettare un meravi-
glioso ponte d‘un arco solo, suo fratello Galeaz-
zo, ornando d’acque il parco di Pavia, dava
l’esempio d’un gran giardino a paese ; fondava
l’università di Pavia ; mandava ambasciatore il
Petrarca in Germania e in Francia: e lo indu-
ceva ad abitar lungamente, ora in romita parte
della città, ora fra i solitarii prati di Linterno.
Galeazzo assediava Pavia, L‘austero agosti-
niano Jacopo de’ Bussolari esortò i cittadini a
non lasciarsi cadere in dominio d’un principe.
Quando li ebbe accesi delle sue calde parole,

.
390 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

aperte le porte da terra e dal fiume, li guidò a d


assalir le bastite nemiche, e le navi sul Ticino
e sul Po. Vincitore, rivolse la voce contro i Bec-
caria, troppo più potenti che non la legge i n
quella c i t t à ; i cittadini gli si strinsero intorno
a r m a t i ; egli elesse venti tribuni; e quando ogni
tribuno gli ebbe condutto cento armati, intimò
l'esilio a i Beccaria, distrusse le loro case. - I n
un nuovo assedio, colle gioie offerte i n sacrificio
da t u t t e le donne, comprò i soccorsi dal Monfer-
rato, liberò la città. - Ma in un terzo assedio,
involto fra la pestilenza e il tradimento, infine
si arrese; assicurò i l destino altrui, solo per sè
nulla stipulando; ma Galeazzo perdonò i suoi er-
rori alla purità de' suoi costumi, e generosamen-
t e gli impose di ritirarsi i n un convento.

XXVII.
I1 più grande dei Visconti f u quel Gian Ga-
leazzo, che primo si chiamò Duca, ed ebbe l'ani-
mo di porre le fondamenta del nuovo Duomo,
la più mirabile delle costruzioni cristiane ; nè
pago di ciò, vi aggiunse quell'altra meraviglia
della Certosa di Pavia. - ll venturiero Giovan-
ni d'Armagnac comparve a quei tempi sotto Ales-
sandria con diecimila cavalli e molte fanterie, e
insultò Jacopo dal Terme chiuso nella fortezza.
Ma il valoroso capitano lo avviluppò, lo disfece,
e i n pochi giorni prese l'esercito e il conduttiero,
che ferito, e accorato di tanta ignominia, morì.
Galeazzo pervenne a dominare trentadue città,
fra cui Genova, Pisa, Siena, Perugia, Assisi, No-
cera, Spoleto, Bologna, Parma e Piacenza, la
Terraferma, Veneta fino a Feltre e Cividale, t u t t e
le pianure del Piemonte; era quasi il regno dei
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU L A LOMBARDIA 391
Longobardi, ma. pieno di ricchezze e di vita. In-
fine egli intraprese a stringere del tutto la re-
pubblica, fiorentina, occupando con dodici mila
cavalli e diciottomila fanti t u t t i i passi dell’Ap-
pennino e dell’Arno. Voleva dopo la vittoria com-
parire ei medesimo in Firenze, incoronarsi r e
d’Italia, quando la morte dissipò t u t t i i sogni
di quella grandezza.
Più magnanimo che assennato, egli non vide
con quali interni vincoli si stabiliscono i regni;
e morendo divise il dominio a t r e figli minoren-
n i ; nè lasciò loro a l t r a sicurtà che la fede dei
conduttieri. Tosto fu messo in brani lo S t a t o ; i
Cavalcabò si fecero signori a Cremona, i Benzoni
a Crema, i Rusca a Como, i Sacchi a Bellinzona,
i Vignati a Lodi, i Suardi a Bergamo, i Malatesti
a Brescia, i Terzi a Reggio e Parma e Piacenza;
Facino a Novara e Tortona e Alessandria ; Siena,
tornò libera; il Monferrato ebbe Vercelli; e la
vedova di Galeazzo, per amicarsi i Veneti, cedè
loro Verona, Vicenza, Feltre, Belluno ; e allora
cominciò il dominio veneto in Terraferma, e
un’era novella per quella repubblica. I1 solo Ja-
copo dal Verme ebbe pari il valore e la fedeltà.
La discordia penetrò nella famiglia ducale e nel
consiglio secreto ; Bucicault, luogotenente di
Francia a Genova, chiamato, occupò Milano, spo-
glia i cittadini, falsò le monete, e venne discac-
ciato. I1 giovine duca., libertino e crudele come
Nerone, fu pugnalato da uno stuolo di patrizii.
Allora Filippo Visconti, sposando Beatrice Ten-
da, vedova del conduttiero Facino, acquistò le
sue armi e le sue fortezze; e tosto con mirabile
velocità riebbe Vercelli, Como, Lodi, Crema, Ber-
gamo, Brescia, Parma, Piacenza, Genova, Sa-
vona, Imola, Faenza e Forlì. - Bisogna che le
392 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
città una volta assoggettate o si facessero pro-
pense a quel dominio, più aspro che maligno, e
veramente benevolo all'umile industria e ai lon-
tani commerci, o fossero a t t r a t t e dalla vasta
mole; le amministrazioni erano pur sempre mu-
nicipali; e pareva migliore un principe grande
e lontano, che un vicino e bisognoso oppressore.

XXVIII.
Era appena trascorso un secolo, dacchè aveva
cominciato la tarda libertà degli Svizzeri; e già
le loro fanterie di bronzo palesavano la debolezza
delle soverchie cavallerie dei conduttieri. Dopo
che Carmagnola e Pergola ebbero ricuperate a
Filippo Visconti le valli della Toce e del Ticino,
le armi loro furono troppo vicine alle svizzere. I1
primo incontro in quelle anguste gole riescì ar-
duo agli uomini d'arme; ma Carmagnola, capi-
tano d'alto intelletto, fatti smontare i suoi, li ri-
condusse alla prova, e ne uscì vittorioso; ancora
oggidì presso la Chiesa Rossa d'Arbedo si addi-
tano le tombe dei vinti Svizzeri.
I1 più splendido momento del dominio dei Vi-
sconti si fu quando, vinti e fatti prigioni nella
pugna navale di Ponza (an. 1435) i due re Al-
fonso d'Aragona e Giovanni di Navarra dalla
flotta di Genova, la quale portava allora l'inse-
gna del serpente, gli illustri prigionieri furono
addutti nel castello di Milano; dove il nostro
duca, con più cortesia che a r t e di stato, li pose
i n libertà, e li onorò con feste suntuose. - Lan-
guiva allora d a molti anni, nel carcere di Monza,
il giovine cavaliero Venturino Benzone, che ave-
va, militato nell'esercito del Carmagnola, già di-
venuto nemico di Filippo, e passato al comando
, NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 393

dei Veneti. L a figlia di Carmagnola lo voleva suo


sposo; ma il vecchio Giorgio Benzone, padre di
Venturino, tuttochè spoglio del suo principato e
ramingo, sdegnò alteramente il parentado del
soldato, che nato contadino era salito a improv-
visa fortuna,. I1 disprezzato Carmagnola si ven-
dicò, abbandonando Venturino a l nemico in una
fortezza. I1 prigioniero, erede del ribelle signore
di Crema, e preso colle armi alla mano contro lo
Stato, doveva morire; m a un zio, ch’egli aveva
nella casa del duca, gli implorò un indugio alla
morte, e tanto fece che rimase obliato nel carcere.
Senonchè nelle splendide giostre date a i re pri-
gionieri, apparve un Gonzaga di Mantova così
bello e prode cavaliero, che nessuno dei campioni
del Duca potè tenergli fronte. S e doleva fiera-
mente a l superbo Filippo. Allora il vecchio Co-
rio, il zio di Venturino, venne a dirgli che vi era,
pure nel suo Stato un guerriero, che solo fra
t u t t i poteva vincere la prova. I1 duca tutto lieto
acconsentì ; Venturino, tratto dal carcere, adorno
d’armi preziose, comparve improvviso nell’ultima
giornata, come uomo che risurge dal sepolcro;
rimandò sconfitto il Gonzaga); ebbe la libertà,
il dono d’un palazzo in Milano, e d’un castello
nell’Astigiana; e sposò la giovinetta del suo cuo-
re, la figlia di Princivallo d’Asti.

XXIX.

Nel 1421 Carmagnola era entrato i n Brescia


colle armi di Filippo; cinque anni dopo, nello
stesso giorno (16 marzo), vi entrò colle armi ve-
nete; per sei mesi ancora si combattè intorno al
castello; e solo al cader dell’anno Brescia f u
394 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

tranquilla. Ma in dodici anni il generoso popolo


s’affezionò tanto a quella modesta e non umilian-
t e signoria veneta, che quando il Piccinino com-
parve con ventimila uomini per ricuperarla a
Filippo, era troppo tardi. I Bresciani, sospese
tosto le domestiche inimicizie, profferirono al ma-
gistrato i loro averi, spianarono le case dei sob-
borghi, munirono di ricche artiglierie le mura ;
fecero una compagnia di quattrocento che chia-
marono immortali, perchè altri dovevano prender
sempre il posto dei caduti. I1 nemico batteva le
mura con ottanta cannoni : i cittadini battevano
le chiese ov’era alloggiato; ogni giorno egli scen-
deva dai colli a conibattere ; ogni giorno gli asse-
diati uscivano dalla città. Chiusi i tribunali e le
officine, rifugiati nelle chiese i vecchi e gl’infanti,
t u t t i i cittadini erano sulle m u r a ; t u t t e le donne,
sotto il coniando di Brigida Avogadro, erano tra
il foco, a sollevare i feriti, a dar mano alle ope-
re di difesa. Scaricate t u t t e le artiglierie per na-
scondersi col fumo, Piccinino sboccò dalle sue
trincee, diede l‘assalto d a due p a r t i ; fra il rin-
tocco di t u t t e le campane e le grida delle donne,
cominciò all‘alba un combattimento che arse fino
a sera. I1 nemico respinto battè le mura per a l t r i
dodici giorni, poi le assaltò da t r e p a r t i ; le ar-
tiglierie dei cittadini, mirabilmente appuntate,
fecero strazio delle file nemiche lungo il piede
della breccia; gli elmi infranti e sanguinosi era-
no sbalzati duecento passi lontano ; infine la bat-
taglia stretta sospese il foco ; le donne versavano
dalle mura olio bollente e pece infocata; si com-
battè Ano a s e r a ; poi t u t t o il dì seguente. Picci-
nino aveva perduto settemila soldati ; l’esercito
fremeva dell’inutile sua pertinacia ; egli sciolse
l’assedio, andò sul lago e sui monti; lasciò la
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 395

città tra la peste e la fame. - I Veneti manda-


rono intanto su per l'Adige trenta navi; le tras-
sero per t e r r a dietro il monte Baldo; le lancia-
rono inaspettate su le acque del Benaco. I loro
capitani, Taddeo d'Este, Sforza. e Gattamelata,
s'inoltrarono nei monti da una parte, mentre il
bresciano Avogadro e il conte di Lodrone tenta-
vano il passo dall'altra; ma un convoglio di vi-
veri scortato da mille cavalli venne intercetto ;
le navi venete sul lago affondale o prese : Taddeo
d'Este prigioniero. Allora tutto l'esercito veneto
si spinse nelle valli del Tirolo; i Bresciani usci-
rono dai monti : Piccinino preso in mezzo e di-
sfatto si riparò con dieci cavalieri nel castello di
Tenno. Ma nella stessa notte l'astuto capitano,
giovandosi della breve statura che gli aveva dato
il nome, si fece portar fuori i n un sacco, come
cadavere d'un appestato. Gettatosi i n una bar-
ca, raccolse le sue genti in quella stessa notte ; e
mentre il nemico lo credeva certa preda nel ca-
stello. egli volò a Verona, o r e teneva secreti ac-
cordi; scalò le mura : prese la città : i n i ~ non la
fortezza. l Veneti delusi sopravvennero a furia ;
Verona, perduta da quattro giorni, fu ricupera-
ta. - Intanto a Brescia si moriva d i fame ; l'in-
verno era asprissimo : non v'erano viveri, nè le-
gna. nè strami ; erano agghiacciate le fosse della
città : e i nemici ad ogni istante sotto le mura.
Attraverso alle desolate campagne appena si po-
teva apportar combattendo qualche pane bagnato
di sangue; metà degli abitanti era perita, i sii-
perstiti si sostentavano d'erbe selvagge e d'ani-
mali immondi. - Ma sull’aprirsi della primavera,
l'incostante Filippo richiamò Piccinino, lo mandò
contro Firenze ; apparve sul lago una flottiglia
veneta ; Garda e Riva furono espugnate : Sforza
396 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

vincitore passò il Mincio a insegne spiegate. -


I Veneti invitarono cento cavalieri Bresciani a
ricevere le più solenni grazie del doge. Brescia
rimase suddita ; ma con autorità di mutare le sue
leggi municipali, e con giurisdizione su tutto il
territorio; il nome veneto divenne più caro ai
Bresciani, che in tutte le guerre d’Italia e d’Orien-
te furono sempre prodighi a Venezia di denaro
e di combattenti.1 - I fatti di quell’assedio pro-
vano due cose contro la maggioranza degli scrit-
t o r i : - che il fondamento del dominio veneto
non era il terrore, ma una nobile amicizia dei
popoli, - e che le guerre dei conduttieri, prima
della discesa di Carlo VIII, non erano di giostre
pompose, ma di fiere battaglie.

XXX .

I Duchi di Milano non avevano un potere


nato coi popoli e intessuto alla legge e alla tradi-
zione; erano privati; posti per forza e per arte
disopra agli eguali. Quindi nelle case ghibelline
uno sdegno di quella grandezza frodata; e nelle
case guelfe la fede indelebile ch’era un diritto
tolto alla chiesa e a l comune. La chiesa e l’im-
perio furono sempre i due divisi principii, all’uno
o all’altro dei quali correvano le menti, biso-
gnose d‘afferrare un filo di ragione e di stabilità,
t r a le volubili fortune dei conduttieri. I Visconti,
in mezzo agli uomini d’arme e alle fortezze, do-
vevano ancora acquistarsi il titolo ora di Vicarii
imperiali, ora di Vicarii pontificii. Gian Galeaz-
zo, egli che voleva morir coronato, pagò cento-

1 V. NICOLINI, Ragionamento su l’lstoria bresciana.


NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 397

mila scudi d’oro il nome di duca. Quando il re


Sigismondo scese senz’armi a cingere la corona
d’Italia, l’astro dei Visconti impallidì ; gli eredi
dei feudi ghibellini accorrevano a l suono del no-
me imperiale. Indarno il Petrarca già d a lungo
tempo aveva detto ch’era, un nome vano e un
idolo; intorno a quell’idolo e nel suo nome essi
ritornavano eguali, eguali per un giorno, ai loro
armati signori. - Non poteva Filippo Visconti
mostrarsi fra il tumulto di quegli omaggi; parer
suddito ; non più principe, ma gentiluomo di prin-
cipe. E si rinserrava tenebroso e torvo nel suo
castello di Porta Giovia, a d aspettare che quella
pompa di teatro, quella fedeltà di sediziosi t r a -
passasse ; e rimanesse la sola terribile realtà del-
la spada e della scure nella sua mano. Ma le fa-
miglie riportavano nelle interne case rinnovata
la memoria d’obbedire alla forza e non a l diritto ;
e l’inusitata pompa la improntava indelebilmente
nelle anime dei loro figli. - Tutte dunque le no-
stre istorie, così sotto i Cesari come sotto i Dii-
chi, e le due calamitose decadenze che seguirono,
sono prove solenni che t r a la forza e il diritto
s’interpone un insuperabile abisso.

XXXI.

Alla morte di Filippo alcune famiglie vollero:


creare d’improvviso una repubblica simile alla
veneta; ma erano senza milizie nazionali, e i con-
duttieri di Filippo le involsero in mille tradi-
menti. S è un governo municipale d’una sola città
poteva t r a r seco le a l t r e ; e Venezia, che p u r lo
doveva, troppo tardi prese a, stringerle in lega.
Tuttavia per più di due anni si sostenne qualche
398 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

sembianza di stato popolare; non senza qualche


prova di virtù. Vigevano, u n a delle più industri
città del ducato, fece una valorosa resistenza a
Francesco Sforza ; si videro le donne prendere
sulle mura le armi dei caduti, conibattere an-
ch'esse ; uno stuolo d'assalitori, nel discendere
per le ruine entro la città, scivolò sul pendio
del terreno lubrico di sangue, e stramazzò alla
rinfusa : parve quello un prodigio ; parve che
un'arcana mano li fermasse ; s'arretrarono t u t t i
esterrefatti. Bastò quel respiro a salvar la città,
ch'ebbe il tempo d'arrendersi, e scansare gli or-
rori del saccheggio. - Francesco Sforza entrò
in Milano dopo l'assedio come Enrico IV i n Pa-
rigi ; i suoi soldati. c a r i c h i di pane, si lasciavano
depredare dalle turbe fameliche. I1 primo pen-
siero del nuovo regnante f u di ristaurare il ca-
stello, smantellato dai repubblicani ; si vide che
gli Sforza non volevano regnare sugli animi e
cogli animi: il savio cittadino Giorgio P i a t t o
predisse le sventure che poi sopravvennero. Sfor-
za ebbe pace dai Veneti. perchè Costantinopoli
presa allora dai Turchi (an. 1454) chiamò altrove
i loro pensieri. Francesco si mostrò sagace, non
aspettando che la rivaIe casa d i Francia s'inge-
risse del suo Stato, m a prese l'unica via di sicura
difesa, ponendo egli le mani nelle cose d i Fran-
cia; e mandò suo figlio a soccorrere Luigi XI,
stretto dalla ribelle lega d e l benpubblico. La f a -
cilità con cui le milizie italiane abbattevano le
fortezze, fece stupore a quei popoli, e palesò
t u t t o il vantaggio che l'inoltrata civiltà degli
Italiani avrebbe dato loro i n lontane guerre! I1
re ne diede grazie a l duca con solenne ambascia-
ta; non secondò le ragioni della casa d'Orléans
sull'eredità dei Visconti: e pose Sforza in pos-
NOTIZIE SATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 399
sesso di Genova e di Savona; onde lo Stato Mi-
lanese ebbe d i nuovo il numero d i quindici città,
fra le quali Parma e Piacenza, e quelle ora pie-
montesi d i Novara, Vigevano, Valenza. Alessan-
dria, Tortona, e Bobbio. Ma il vecchio Sforza to-
sto morì; suo figlio, fedele ai pensieri paterni,
difese la Savoja contro Carlo il Temerario; ma
poco di poi fu pugnalato nella famosa congiura
di Lampugnano, Olgiato e Visconti. Barbara-
mente pomposo, quando intraprese colla sua spo-
sa un viaggio a Firenze, con accompagnamento di
cinquanta superbi corsieri, e d'una folla d'uomi-
ni d'arnie, e di cortigiani ornati di collane d’oro
e di velluti, c o n duecento muli
da carico, due
mila cavalli e cinquecento coppie di cani, rimase
umiliato dalla modesta e delicata e l e g a n z a fìo-
rentina. - Poco dopo la sua morte, gli Svizzeri.
discesi nelle valli del Ticino, tentarono penetrare
nelle Tre Pievi del Lario; ma g l i abitanti li col-
sero fra quelle strette e li respinsero. I1 governo
Sforzesco volle snidarli allora anche dalla Leven-
tina, il cui popolo era secoloro in alleanza. ll
conte Torello con quindici mila soldati e molte
artiglierie s'inoltrò nelle valli ; incontrò i Leven-
tini, comandati dal capitano Stanga di Giornico,
che lentainente ritraendosi, lo condusse in un
piano, inondato ad arte colle acque del Ticino.
Era tardo dicembre ; la notte rigide converse la
valle i n un campo di gelo: all'alba i Leventini.
correndo sul ghiaccio colle scarpe ferrate, assa-
lirono gli uomini d'arme, che non potendo reg-
gersi in piede, cadevano d'ogni parte alla rinfusa
sui loro cavalli, e sotto una frana di sassi, che i
montanari dirupavano dalle imminenti balze. Ma
il prode Stanga, carico di ferite, al ritorno cadde
moribondo sulla porta della paterna sua casa.
400 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

XXXII.
11 ducato era salito a mirabile floridezza colle
arti della lana. della seta, dei metalli, e soprat-
t u t t o delle armature; oltre a’ suoi mercanti e
banchieri, stabiliti in Francia e i n Germania,
possedeva il porto di Genova e si giovava d i quel-
lo di Venezia ; l’America si scopriva a quei giorni,
il Capo di Buona Speranza non era ancora gi-
rato; e la linea dei nostri laghi e del Reno era
la gran via del commercio dall’Oriente alle Fian-
dre, ove facevano scala t u t t i i popoli del setten-
trione. - Nel condurre entro la fossa della città
i marini del Verbano, discesi pel Ticino e pel
Naviglio, il triviale ripiego d’una chiusa per su-
perare il soverchio pendio delle acque aveva a
poco a poco f a t t o trovare la mirabile invenzione
delle conche; per t a l modo il Lario per l‘Adda,
e il Verbano pel Ticino, si riunivano sotto le
mura della città. - Nell‘architettura civile s‘in-
troduceva allora la varia e signorile maniera bra-
mantesca, che può dirsi propria di quel secolo e
del nostro paese, e sola forse fra t u t t e le varietà
di quell’arte si mostra pieghevole i n t u t t o al
moderno costume. Fioriva la pittura con Gauden-
zio Ferrari, coi Luini, con t u t t a la scuola di
Leonardo, che dipingeva allora la sua Cena, e
architettava la cupola delle Grazie. Le famiglie
dei P i a t t i , dei Calchi, dei Grassi fondavano scuo-
le di lettere e di scienze, dove l‘insegnamento del
calcolo e della geometria diveniva un sussidio
alla potenza industriale. D’ogni parte fiorivano
le lettere italiane c latine; e nelle nostre chiese
si vedono i sepolcri degli esuli greci, che diffon-
devano colla loro lingua la varietà e libertà del-
l‘antica, filosofia.
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU L A LOMBARDIA 401

XXXIII.
Ma gli Sforzeschi, già pericolanti per l'usur-
pata eredità dei Visconti, accrebbero il pericolo
colle discordie, vollero spogliarsi anche fra loro ;
e trassero sopra il loro cupo e sopra la divisa
Italia la più spaventosa tempesta. L'Italia era
piena di forze e d'ingegni ; per tutto ciò che nella
milizia di mare e di terra è arte, superava di
l u n g a mano tutte l e nazioni; ma ogni cosa era
instabile e arbitraria ; ogni principe aveva dise-
gni suoi ; ogni capitano, che avesse una bandiera
di soldati, non viveva senza speranza di conse-
guire coll'arte o colla forza un principato. La
rete d'una politica inestricabile. inviluppò mani
e piedi alla nazione, che fu da inetti nemici bar-
baramente spogliata e insanguinata. Lo Stato
sforzesco era una raunanza di municipii senza
nodo di consenso : anche le menti migliori pensa-
vano alla propria città, nessuna alle altre, nes-
suna allo Stato. E sempre risurgeva la fatale
difficultà d'un governo, che, non avendo radice
nelle ti adizioni e nelle opinioni, non nutriva
fiducia nei sudditi li amava più divisi che una-
nimi ; più inermi e dappoco, che guerrieri e riso-
luti ; riponeva sempre i l sommo della speranza
nelle castella e negli uomini comprati. E gli Sviz-
zeri, comprati da Ludovico il Moro, a Novara lo
vendettero a’ suoi nemici. ln pochi anni tutte le
città vennero saccheggiate e contaminate ad una
a d una. Lodi in trent'anni circa f u presa qui?{-
dici volte : P i i saccheggiata d a Svizzeri, da Spa-
gnoli: f u campo di battaglia tra Spagnoli e Ve-
neti. I e famiglie seminude fuggivano a Crema.
Durante la lega di Cambray, i Cremaschi, dispe-
rando della fortuna di Venezia, accettarono pre-
26. . CATTANEO Scritti s t o r i c i I
402 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

sidio francese : ma vennero disarmati e depredati ;


si cacciarono dalla città t u t t i gli uomini dai 15
ai 60 anni. Cittadini e contadini la ripresero al-
lora valorosamente ai Francesi ; assediati di nuo-
vo dagli Svizzeri, li sorpresero e tagliarono a
pezzi a Ombriano. Ma la guerra aveva desolato
le campagne, e dissipati i capitali; e la peste i n
così angusto territorio divorò 16.000 persone. Le
donne, i fanciulli, le monache stesse fuggivano
d’ogni parte a L o d i ; non si può dire in quale
delle due città si vivesse peggio. I1 più lungo
strazio fu i n Milano, ove, dopo una pestilenza che
aveva distrutto cinquantamila abitanti, gli Spa-
gnoli imperversavano rubando, uccidendo, estor-
cendo denaro colle catene e coi tormenti, pren-
dendo i n pegno le donne, costringendole a portar
terra alle fortificazioni, spogliando ignudi la
notte quanti incontravano per le vie, scalando le
finestre, e trucidando chi gridasse o resistesse.
Le nazioni che fecero sì indegno scempio d’un
popolo che non le aveva offese, e che colle arti,
colle lettere, colla scoperta d’un nuovo mondo
le onorava e beneficava, non hanno veramente
a rispondere di quegli eccessi ora troppo lontani
e sommersi t r a le memorie del passato; ma do-
vrebbero almeno vergognarsi di vituperarne le
vittime e di commendarne gli autori.
XXXIV.
I1 ducato non mancava di forze militari; ave-
va tesori d’industria, tesori di credito ; ancora le
vie di Parigi e di Londra portano il nome de’ ban-
chieri lombardi ; lombardo in Francia suonava
banchiere ; e chi aveva denaro aveva soldati. Non
era il popolo di Francia che combatteva le batta-
glie de’ suoi re. Quando Francesco discese in Ita-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU L A LOMBARDIA 403
lia, aveva 22 mila fanti tedeschi, e poche cen-
tinaia di gendarmi francesi; e ancora i n quel
corpo non francese, l'anima, la mente era italia-
n a ; era Trivulzio, l'implacabile nemico della for-
t u n a sforzesca. Trivulzio deluse gli Svizzeri che
avevano chiuse le alpi, finse d'avviarsi per le
consuete vie; ne divisò altre nuove e inaccesse;
scavò le rupi come Annibale; trasse i cannoni a
braccia come Napoleone; come falco che piomba
dalle nubi, sorprese Prospero Colonna seduto
ne' quartieri di Villafranca ; con una corsa senza
battaglie mise il re di Francia in Milano. F u
l'esercito veneto che minacciando gli Svizzeri alle
spalle, li costrinse a svellere le bandiere dal
campo di Meregnano. F u Prospero Colonna che
alla volta sua piombò sopra, Milano, quando Lau-
trec dormiva; e gli Spagnoli che saccheggiarono
Como, erano suoi soldati. Ma gli Stati d'Italia
non avevano un principio civile, il quale potesse
unire questi prodi sotto un'insegna, che non fosse
quella dell'odio domestico o della privata for-
t u n a ; v'era una tradizione di diffidenza e di per-
versità nei consigli delle corti. Poco prima della
prigionia del Moro, seimila ghibellini si arma-
rono in odio a l Trivulzio, lo cacciarono di Mila-
no ; ma Ludovico non badò a quel valore ; mercan-
tava in quel momento medesimo gli Svizzeri che
dovevano tradirlo. I1 cancellier Morone cacciò
un'altra volta Trivulzio colle forze dei cittadini ;
poi li condusse alla presa d'Asti e d'Alessandria ;
poi colla voce del frate Andrea Barbato li accese
di nuovo alle armi sulla piazza di S . Marco; li
condusse sui prati della Bicocca a d affrontare
gli Svizzeri, e rimandarli pesti e sanguinosi alle
loro montagne. I giovani seguirono un'altra vol-
ta il loro duca, e cacciarono i Francesi d'Abbia-
404 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

tegrasso; ma t r a le spoglie dei caduti raccolsero


il germe d'una pestilenza che divorò cinquanta-
mila cittadini. Un altro dei nostri, il Medici di
Meregnano, consumava indarno il suo valore a
fondarsi un principato sopra una rupe del Lario ;
si vendeva agli Spagnoli, ministro d'orribile ester-
minio a Siena. I1 Morone, il Trivulzio, il Me-
regnano, e altri uomini di siffatto vigore, che
vissero o prima o poi, rimasero sconnessi e inu-
tili frammenti d’una macchina poderosa, che i n
pugno a un vero principe, e animata da t a n t a
opulenza e da tanto credito, poteva scuotere
l'Europa ben più che le poche turbe collettizie
del re Francesco.
XXXV.
La più funesta e sanguinosa sventura fu quel-
la di Brescia. La giornata di Ghiara d'Adda
aveva distrutto le forze terrestri de' Veneti, i
quali con accorgimento profondo sciolsero dal
giuramento le città suggette ; nè vollero insangui-
narle colla difesa, certi che la preda avrebbe di-
viso i vincitori, e la licenza militare avrebbe of-
feso i popoli, e assicurato il riacquisto. E per
verità il volubile Giulio ll si volse tosto contra i
Francesi; Padova e Vicenza li caccairono. Un
Martinengo tentò lo stesso in B r s c i a , ma vi
perdè la vita ; la Francia prese in ostaggio i pri-
marii cittadini, e introdusse i n città nuove genti,
che acquartierate nelle case insultarano al do-
mestico onore. La città fremeva ; nove cavalieri,
Rosa, Paitone, Rozzone, Valgoglio, Fenarolo, La-
na, Gandino, Lantana e Martinengo, su la pietra
d'un altare giurarono di mettere i beni e la vita
a redimer Brescia alla legge veneta. I1 conte
Avogadro faceva altro simil patto con Venezia;

,
NOTIZIE NATURALI E CIVILI su LA LOMBARDIA 405

le case di Brescia si empirono d’armati; al pre-


fisso giorno il generale veneto passò l’Adige,
giunse presso sera a Montechiaro; ma f u visto.
Pochi momenti dopo, l‘annuncio e r a i n Brescia ;
fra il silenzio della notte fatale i Francesi scari-
carono d’improvviso t u t t e le loro artiglierie : e
armati e rumorosi corsero t u t t a la città ; i Veneti,
giunti sotto le mura, le videro piene d i nemici.
All‘alba i nomi di trenta cavalieri bresciani fu-
rono gridati ribelli; - la morte, a chi li ricet-
tasse; - i loro beni e il grado di capitano di
Francia, a chi li scoprisse. Fenarolo, trovato
entro un sepolcro i n una chiesa, si pugnalò; re-
cato alla rocca, si mise le mani nella ferita e si
uccise; un Avogadro, un Ducco, un Riva furono
t r a t t i al patibolo. Ma l’altro Avogadro. che ave-
va armato gli uomini di Val-Trumpia. raccolse i
fuggitivi, che durarono tutti nel proposito. Grit-
ti e Baglioni ricondussero sotto Brescia l’esercito
veneto ; Avogadro vi trasse diecimila montanari ;
si diede nelle trombe e nei tamburi da t u t t e le
parti a d un tempo; Martinengo trovò modo d’ar-
rampicarsi entro le m u r a ; ruppe una p o r t a ; le
altre, a l grido di San V a r c o , furono prese dai
cittadini. Ma Gritti, venuto a t u t t a corsa e senza
artiglierie, non volle assalire immantinente il ca-
stello; e perchè. i montanari ne mormoravano, ne
sviò settemila a espugnare le fortezze del contado,
e soccorrer Bergamo che combatteva. - E r a l’eser-
cito francese a Bologna, capitanato dal giovine
principe reale Gastone di Foix, che poco di poi morì
sul campo di Ravenna. Egli si mosse immantinen-
t e ; attraversò il Mantovano, senza dimandar li-
cenza a quel principe ; sorprese strada facendo
Baglioni e lo disfece ; sorprese altre genti venete
stanziate a Castanedolo ; giunse a Brescia, che il
406 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

castello si teneva ancora ; il cavalier Baiardo cir-


condò il monasterio di S . Floriano difeso d a mille
Trumplini, che non s’arresero, e morirono tutti.
Gastone, al giovedì grasso, discese dal castello in
città con dodici mila uomini, comandati dai pri-
mi cavalieri di Francia. Cadeva la neve; batte-
vano a martello t u t t e le campane della c i t t à ;
dopo due ore di calda battaglia, i cittadini erano
ancora fermi a i serragli delle strade, quando al-
cuni mercenarii dei Veneti diedero indietro ; i
Francesi incalzandoli si spinsero lungo il bastio-
ne fino a d una porta, murata : la sfondarono;
trassero dentro altre genti : i cavalleggeri alba-
nesi, che si videro il nemico alle spalle, abbando-
narono il posto, ruppero un‘altra porta, e si di-
spersero nella campagna. Ln gente d’arnie del
cavalier d’Allegre entrò a squadroni per Ia porta
abbandonata : s‘incontrò i n Ludovico Porcellaga,
che, t u t t o solo, non però retrocesse : anzi spro-
nato i l cavallo, gettò di sella il D‘Allegre; ma
rimase oppresso dalla turba. Sopraggiunse a fu-
ria suo fratello Lorenzo Porcellaga ; Gastone di
Foix, che lo ride grande della persona e valoroso
combattei. solo contra l u t t i . si tolse il guanto, si
levò la visiera, vietò a ‘ suoi di ferirlo: ma egli,
combattendo a morte, cadde sul moribondo fra-
tello. - Alla notte Gastone si ricordò dei due
prodi, venne a raccoglierli, li accompagnò co‘ suoi
cavalieri al Duomo, ore furono deposti ; f u visto
piangere sui cadarei-i sanguinosi.
L’esercito vincitore, invadendo t u t t e le piazze,
spingeva qua e là le turbe indarno combattenti ;
scannava alla rinfusa nelle strade e nelle chiese
i sacerdoti. i vecchi, le donne cogli infanti in
collo; gli uccisi d’ambo i sessi furono diecisette
mila. Per sette giorni il crudel Gastone abbandonò
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 407

le robe e i corpi d'un popolo fedele e infelice a


una soldatesca ubriaca; saccheggiati fino i cenci
dei poverelli al Monte di Pietà; saccheggiato il
luogo degli appestati ; le meretrici dell'esercito
stanziate nei monasterii; per molti giorni file di
carri onusti d'ogni maniera di spoglie uscirono
della città. Avogadro f u decapitato alla presen-
za di Gastone, che lo volle squartato, confitte le
misere membra a quattro porte della città, e il
teschio su la Torie d e l Popolo. - Poco di poi gli
Spagnoli entravano in Brescia ; la quale ebbe tan-
t'animo ancora che tentò di cacciarli. e riunirsi
ai Veneti.1 Gli Spagnoli la diedero ai Francesi ;
e i Francesi, tre anni dopo averla inutilmente
straziata, la resero ai Veneti: a i quali, benchè
piena d'armi P di spiriti generosi, rimase fedele
per poco meno di tre secoli (an. 1797)2

XXXVI. .
Fra tante sventure, Mantova sola era un'isola
di pace e di sicurezza. Fin dai tempi della lega
lombarda (an. 1188) Pitentino aveva costrutto la
diga di Porto sollevando le acque del lago a di-
fesa e salubrità : e aveva aperto colla chiusa di
Governolo un facile accesso alle navi del Po :
Mantova, piccola Venezia, resi va per due mesi
ad Ezzelino, che si vendicò estirpantlo l e vigne e
uccidendo i contadini. Stava alla difesa il ri-
sconte Sordello di Goito, quegli che da giovi-
netto, appresa in Provenza l'arte del trovatore,
1 Y. NICOLINI, Delle Istorie Bresciane. Il Martinengo
stesso lasci0 scritta l'istoria della fatale congiura, per
rimovere i suoi figli dall’ingerirsi mai di troppo alte cose
con forze private.
2 Per svista tipografica, l787, nell'edizione originale
del 1844 [N. d. E . ] .
408 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

spargeva, per l’ltalia versi d’amore, e bersaglia-


va d’ardite sirventi i principi neghittosi; nè
l’amore della bella Cunizza sorella. del crudele
Ezzelino lo faceva infedele alla sua città. Il SUO
senno vi calmava l’ire cittadine; sventava i tra-
dimenti; insegnava ai Mantovani a chiudere in
serraglio la campagna a ponente della città, onde
inondarla a piacimento, e costringere i nemici a
troppo vasta linea d’assedio. Mantova fu dunque
un asilo, ove molti cercavano sicurtà, massime
dopo che Pinamonte Bonacolsi, capitano del po-
polo, prese ad abbellirla. Ma quando Passerino,
fattosi oppressore de’ suoi guelfi, ebbe rinnovata
la tragedia d’Ugolino, facendo morir di fame, nel-
la torre di Castellaro, Francesco Pico e i suoi
figli. i signori di Gonzaga, entrati in città coi
Veronesi travestiti, uccisero il tiranno, divenne-
ro capitani del popolo. I Visconti non posero mai
piede in Mantova ; l’assalirono sempre indarno,
anche quando, con otto mesi d i lavoro, tentarono
sviare il Mincio, e disarmare delle acque la città.
I Gonzaga,, prodi conduttieri, prestando il brac-
cio ora ai Visconti medesimi, ora ai Veneti, ai
Fiorentini, ai Francesi, agli Spagnoli, diedero
perizia d’armi ai loro seguaci, e sembiante di
potenza militare al piccolo Stato, posto così a
traverso a l Mincio e a l Po. Francesco, l’amico
di Carmagnola, ebbe il titolo di marchese di Man-
tova. Federico, che difese Pavia contro il re
Francesco, ebbe il Monferrato in dote di Marghe-
rita, Paleologa, e il titolo di duca; Ludovico di-
, renne in Francia duca di Nèvers, combattè cogli
Inglesi, respinse da Parigi il prode Coligny ; Vin-
cenzo combattè sul Danubio coi Turchi.
E r a la sicura Mantova piena d’industria e di
commerci ; vantava splendidi ingegni, fra cui ba-
\

NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 409

sti menzionare Pomponacio, che primo fra i mo-


derni propose i più sublimi dubbi sulla necessità
e la libertà. I1 Mantegna e Giulio Romano erano
chiamati a dipingere le basiliche del popolo e le
ville dei duchi; vi si era diffuso un amore d’ele-
ganza e di voluttà, che agli altri Italiani, agitati
d a continui pericoli, pareva quella, una terra di
sirene. E così la stirpe guerriera dei Gonzaga si
estinse nella mollezza. - Venne di Francia Carlo
di Rhétel, discendente dei Névers ; ma l’imperio
non volle in un Francese un principato ch’era
feudo dell’imperio ; scoppiò la guerra ; la città
non più agguerrita, desolata dalle fazioni e dai
contagi, appena le mancarono i soccorsi veneti,
si arrese; ma non si ricomprò da un atroce sac-
cheggio, che straziò i tesori delle a r t i e sperperò
il commercio. Andarono fuggitivi i magistrati,
sospesi i sacri riti ; i pochi avanzi del popolo non
valsero a sgombrare le macerie, piene di cada-
veri insepolti. Dopo d’allora i signori di Man-
tova, piuttosto che principi, furono eleganti e
lascivi privati. Nel 1707 Mantova fu presa di
nuovo, e abbattute le insegne ducali, diede giura-
mento all’imperio. Per la prima volta in otto-
cento anni, una città così vicina a Milano venne
comprese sotto una medesima signoria ; n è più
ne venne disgiunta.
XXXVII.
Le grandi calamità che desolarono il nostro
paese nella prima metà del secolo XVI erano tutte
esterne e materiali ; non ferivano il principio del-
la sua vita, perchè non troncavano le tradizioni
i d’ industria e d’ intelligenza, conservate dagli
studii letterari, dalle relazioni mercantili, dalla
libera concorrenza, dall’inviòlabile diritto conso-
410 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

lare, dalla’ potenza del credito. Quindi la ricchez-


za esausta risurgeva sempre, le menti erano piene
di vigore e d’alacrità, le arti belle e gli eleganti
costumi fiorivano t r a i saccheggi e le pesti. - La
decadenza intima e vere cominciò colla seconda
metà del secolo, quando, estinta la stirpe sforze-
sca, si fu rassodato il dominio spagnolo. I1 gen-
tiluomo castigliano nelle lunga lutta cogli indu-
stri Mori e coi trafficanti Israeliti aveva preso
odio e disprezzo ai mestieri e alle mercature, come
a r t i di caste infedeli e impure. La insurrezione
dei Communeros, e più tardi quella dei Paesi
Bassi, avevano inimicata ai municipii la corte; e
la sua profonda e dissimulata ostilità operò len-
tamente, arrestando e logorando nelle interne sue
rote l‘azienda d‘uno Stato ch‘era altamente in-
dustriale. - Già gli Sforza, per assicurarsi un
soglio vacillante, avevano restituite alcune esen-
zioni ecclesiastiche, infrante dalla rigida mano
dei Visconti: e avevano aggravati di tasse i cit-
tadini. Quando il re Luigi SII si trovò signore di
Milano, volle conciliare le famiglie potenti, te-
nute in troppo stretta disciplina dai duchi. E per
verità doveva regnare d a paese lontano, e aver
pure qualche stabile fondamento di dominio; e
capo d’un regno per eccellenza feudale, forse non
sapeva in qual modo si regnasse altrimenti. In-
stituì dunque un Senato ch’era. al modo degli
antichi parlamenti francesi, un tribunale supre-
mo, con diritto di registrare le leggi, ossia di li-
mitare i decreti del re, difesa lontana del prin-
cipe contro l’importunità e l’arbitrio dei favo-

1 « Omnia quae contra ecclesiasticam libertatem erant


revocavit, diversaque statuit .... plurimumque fisco suo
favit ». - FRANC. CRASSI,De orig. juris Mediol.
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 411
riti. Gli Spagnoli, trovata quella istituzione, la
promossero, la rassodarono, la resero inamovi-
bile, la posero sopra, tutte le leggi ( e t i a m contra
statuta et constitutiones), le commisero il giudi-
zio delle cause feudali; e quindi il destino della,
nobiltà; - l’appello di tutte le cause civili e
criminali e l’unica giurisdizione in tutte le cause
gravi; e quindi la sicurezza dei cittadini; - il
ripasto delle imposte; e quindi tutto l’ordine
delle sussistenze, dei salari, del tornaconto, del-
l’industria nazionale ; - il sindacato di t u t t a
I’amministrazione ; e quindi l‘obbedienza dei ma-
gistrati; - la direzione degli studii; e quindi
l’intelligenza e l’opinione.

XXXVIII. i
,
Il Senato invase in breve tutte le minori giu-
risdizioni. Permise ai trafficanti di deviare dal
foro mercantile, e con ciò solo estirpò la fede
pubblica, atterrò la potenza della cambiale e del
contratto, tutto l’edificio del credito. Sottopose
le a r t i a tasse ineguali, e coll’estimo del merci-
monio insinuò il cavillo fiscale i n tutte le vene
dell’industria ; poi, per temperarlo, ricorse al-
l’uso e all’abuso dei privilegi, e conturbò tutto
l’ordine dei guadagni e della speculazione. Quan-
do vide surgere gigante la miseria pubblica, e
assidua la carestia, punì di morte l’esportazione
dei grani ; avvilì l‘agricultura ; e fece primo pen-
siero e arte suprema di governo il fornir di pane
estimato e pesato la plebe della città. - Le fa-
miglie, che all’uso antico d’Italia continuavano
anche nel colmo delle ricchezze un decoroso e no-
bile commercio, umiliante al confronto del più
squallido capitano spagnolo, impararono a sprez-
412 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

zare la solerzia dei loro antichi, e s’invogliarono


di purificare il sangue coll’ozio. Per esser decu-
rione della c i t t à ; per sedere nel magistrato di
provvisione a regolare l’annona, le strade e le
osterie; per essere appena esente da soprusi e
insulti, non bastò più l’antica nobiltà municipa-
le ; fu forza ridivenir nobile all’uso castigliano,
far voto d’inerzia perpetua. Le fanciulle furono
condannate fin dalla nascita a irrevocabili voti,
per provvedere all‘orgoglio dei primogeniti. Cen-
to chiostri si dilatarono per la città, vuota di
famiglie e d’officine. L’ordine degli Umiliati, che
colle ingenti sue ricchezze. continuava le vetuste
tradizioni di patronato mercantile, fu estirpato ;
e i suoi capitali si spesero in costruzioni suntuo-
se, a gloria de’ suoi nemici, e in dotazioni d’ordini
nuovi che si credevano più adatti ai nuovi tempi.
Gli immensi capitali che si giravano a Lione,
a Parigi. ad Anversa, a Londra, a Colonia, ven-
nero gradualmente ritirati ; e s’investirono in
terre titolari, in ostentazioni signorili, in elemo-
sine depravatrici della plebe laboriosa. I poveri
artefici, abbandonati dal capitale, perirono nelle
pestilenze, nelle carestie, nel diuturno avvilimen-
t o ; molte arti già famose si obliarono; molte fu-
1’0110 trasferite a Zurigo. a Ginevra, a Lione, a
Parigi ; così le nazioni nuove s’inalzavano a, mi-
sura del nostro decadimento. Dalla sola Milano
si espatriarono ventiquattro mila operai : di set-
tanta, fabbriche di pannilani, rimasero cinque : il
fisco senatorio sentendo mancarsi il terreno, pe-
sava tanto più avidamente sugli avanzi sempre
più miserabili dell’industria moribonda. Di due-
centomila abitanti di Milano sparirono 140 mila,
e in proporzione si spopolarono le altre città; e
i superstiti vissero cenciosi, servili, abietti, lenti,
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 413
pieni di stolti terrori. I più animosi si posero i n
clientela dei grandi, si fecero ministri di violen-
ze, di vendette, di puntigli insegnati alla novella
gioventù dai vuoti e oziosi Castigiiani. n e scatu-
rirono le genie dei bravi; e servivano alle passio-
ni delle stesse famiglie prepotenti, che nelle leggi
e nelle gride minacciavano loro un teatrale ester-
minio. Bande di scellerati signoreggiavano le
campagne; spargevano a luce aperta il sangue
nelle stupefatte città ; tenevano sacrileghe gozzo-
viglie nei sacri asili ; insultavano nelle chiese alle
esequie degli uccisi. Talora la giustizia vergo-
gnante e inferocita proponeva i n furori di cru-
deltà ; insaguinava le strade di supplicii studiati
e crudeli: il patibolo era di tempo i n tempo uno
spettacolo quotidiano ; ma questi sforzi deliri e
convulsi non riaprivano le sviate fonti dell'ordine
e della giustizia. Uomini zelanti avevano voluto,
col ministerio delle nuore congregazioni, rigene-
= rare le famiglie al senno e a l costume (an. 1545-
1566); e il frutto che dopo due generazioni se ne
mieteva, è descritto, e torse troppo parcamente
descritto, nei Pr omessi S p o s i e nella Colonna In-
fame. Ben v’erano gli uomini che isolandosi dalla
comune corruttela e stoltezza, si collegavano co-
gli studii a l senno antico o al progresso straniero.
Ma non potevano rompere il nodo che l'interesse
dei pochi aveva stretto coll’ignoranza dei molti.
Pur t r a t t o tratto ponevano niano a rappresen-
tanze ed ambascerie ; le quali non ebbero quasi
altro effetto che di conservare ai posteri qualche
documento di buon volere, di senno e di virile
eloquenza. Tali furono Fabrizio Bossi e Cesare
Visconti (an. 1630).
Se il ducato di Milano fosse stato l'imperio
romano, quello era il principio d'una terza bar-

- -
414 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I

barie. Ma l’antico ducato era una mediocre pro-


vincia; e aveva già lasciato cader d’ogni parte
le antiche sue membra; Venezia teneva Brescia,
Bergamo e Crema; i Grigioni, Bormio, la Val-
Tellina, e Chiavenna ; gli Svizzeri esercitavano
una venale giurisdizione sopra le valli del Ticino ;
la Val-Sesia e la Lumellina, e più tardi Alessan-
dria, Tortona, Voghera furono aggregate a l Pie-
monte : Genova non portava più sui mari l’insegna
ducale ; Pontremoli fu venduta alla Toscana ;
Parma e Piacenza erano patrimonio dei Farnesi.
Ma per quanto una politica acciecata facesse, per
chiudere le frontiere, troncare i vicendevoli com-
merci. ristringere il campo dell’industria e fare
del povero Stato un ricovero di miseria, l‘Olan-
da, l’Inghilterra, la Francia e la Germania ave-
vano raccolto la nostra e r e d i t à ci stavano in-
torno piene e traboccanti di vita e di progresso. -
La nostra patria doveva risurgere.

XXXIX.
Al principio del secolo XVIII era mirabile il
fermento che si vedeva nelle nazioni. La Russia
si era desta dal sonno dei secoli; la Prussia, era
un regno ; la stirpe britannica surgeva a inaspet-
t a t a potenza, fondava u n imperio nelle Indie, e
un altro e più glorioso i n America. I1 ducato di
Milano si era finalmente distaccato dal cadavere
spagnolo, e ricongiunto all’Europa vivente. I do-
minii austriaci, varii di lingua, e dissociati di
civiltà, cominciarono a d essere uno Stato, e pos-
sedere un principio d’amministrazione e d’unità.
Ma se lo spirito del secolo e l’animo della Regnan-
t e additavano le grandi vie del ben pubblico e
della prosperità, gli esperimenti erano ardui.
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 415
Nelle provincie germaniche, slave e ungariche
rara, la popolazione, r a r e le città, poche tracce o
nessuna d’incivilimento più antico, isolata la po-
sizione s u le frontiere di nazioni barbare. I n
Fiandra v ’ e r n o città lavoratrici e ubertose cam-
pagne, e vicinanza di nazioni progressive; ma lo
spirito dei popoli era, provinciale, tenace, diffi-
dente. La, Lombardia, che già sentiva l’aura del
tempo che veniva, e nella sua miseria era pur
sempre una terra di promissione, e aveva un po-
polo di mente aperta e d’animo caldo e sensitivo,
parve a i zelatori del bene come uno di quei campi
eletti, i n cui l‘agricultore f a prova di qualche
novella semente. È un f a t t o ignoto all’Europa,
ma è pur vero: mentre la Francia s‘inebbriava
indarno dei nuovi pensieri, e annunciava, all’Eu-
ropa, un’era nuova, che poi non riesciva a com-
piere se non attraverso a l più sanguinoso sovver-
timento, l’umile Milano cominciava un quarto
stadio di progresso, confidata a un consesso di
magistrati, ch’erano a l tempo stesso una scuola
di pensatori. Pompeo Neri, Rinaldo Carli, Cesare
Beccaria, Pietro Verri non sono nomi egualmen-
te noti all’Europa, ma, t u t t i egualmente sacri
nella memoria dei cittadini. La filosofia era stata
legislatrice nei giureconsulti romani ; ma f u quel-
la la prime volta che sedeva amministratrice di
finanze e d’annona. e d‘aziende comunali; e quel-
l’unica volta degnamente corrispose a una nobile
fiducia. Tutte quelle riforme che Turgot abbrac-
ciava nelle sue visioni di ben pubblico, e che in-
darno si affaticò a conseguire fra l’ignoranza dei
popoli e l’astuzia dei privilegiati, si trovano re-
gistrate nei libri delle nostre leggi, nei decreti
dei nostri governanti, nel fatto della pubblica e
privata prosperità.
416 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

XL.
S’intraprese il censo di t u t t i i beni, dietro un
principio che poche nazioni finora hanno com-
preso. Si estimò i n una moneta ideale, chiamata
scudo, il valor comparativo d’ogni proprietà. Gli
ulteriori aumenti di valore che l’industria, del
proprietario venisse operando, non dovevano più
considerarsi nell’imposta ; la quale era sempre a
ripartimi sulla cifra invariabile dello scudato.
Ora, la famiglia che duplica il f r u t t o de’ suoi
beni, pagando tuttavia, la stessa proporzione d’im-
poste, alleggerisce d’una metà il peso, in para-
gone alla famiglia inoperosa, che paga lo stesso
carico, e ricava tuttora il minor frutto. Questo
premio universale e perpetuo, concesso all’indu-
stria, stimolò le famiglie a continui migliora-
menti.: Tornò più lucroso raddoppiare colle fati-
che e coi risparmi l‘ubertà d’un campo, che pos-
seder due campi, e coltivarli debolmente. Quindi
il continuo interesse ad aumentare il pregio dei
beni fece sì che col corso del tempo e coll’assidua
cura, il piccolo podere pareggiò in frutto il più
grande ; finchè a poco a poco tutto il paese si rese
capace d’alimentare due famiglie su quello spa-
zio che in altri paesi ne alimenta una sola. Qual
sapienza e fecondità i n questo principio, al pa-
ragone di quelle barbare tasse che presso culte
nazioni si commisurano ai frutti della t e r r a e agli
affitti delle case, epperò riescono vere multe pro-.
porzionali, inflitte all’attività del possessore !
11 censo eliminò per sua natura t u t t e quelle
, immunità, per- le quali sotto il regime spagnolo
un terzo dei beni, come posseduto dal clero, non
partecipava a i pubblici carichi, e li faceva pesare
in misura insopportabile sulle altre proprietà. -
I1 censo divenne fondamento anche al regime co-
ni nostri divennero tanti piccoli
, che, sotto la tutela dei magi-
strati, decretano opere pubbliche, e ne levano
sopra sè medesimi l’imposta. Non si videro più
quelle stentate prestazioni d’opere, di bestiami,
di materiali, ch’erano spavento dei contadini, e
strumento d’oppressione e di corruttela. Si pre-
parò un mirabile sviluppo di strade, con un prin-
cipio di manutenzione che interessò il costruttore
alla massima, solidità e semplicità di lavoro. Ma
non è questo il luogo d’annoverare tutte le ri-
forme che s’intodussero da quei filosofi: il ri-
parto territoriale, il riscatto delle regalie, l’abo-
lizione dei fermieri, la tutela dei beni ecclesia-
stici, la riforma delle monete.
Dalla metà, del secolo in poi si attivò un’im-
mensa divisione e suddivisione di beni ; il numero
dei possidenti e degli agiati crebbe nella propor-
zione stessa in cui crebbero i frutti. Si cominciò
a sciogliere i fedecommessi, che univano nelle
famiglie la. noncurante opulenza, dei primogeniti
con la povertà, l’umiliazione, la forzata carriera
dei cadetti e delle figlie. Si abolirono le mani
morte ; si rimisero nella libera contrattazione i
loro sterminati beni ; si alienarono i pascoli comu-
nali ; si riordinarono le amministrazioni de’ mu-
nicipii ; si rivocò l’educazione pubblica, a mani
docili e animate dallo spirito del secolo e del go-
verno; si abolirono i vincoli del commercio, la
schiavitù dei grani, quasi tutte le mete dei com-
mestibili, e i regolamenti che inceppavano le arti.
La subitanea apparizione delle novelle merci in-
glesi e francesi scosse il nostro torpore, fomen-
tato dalle proibizioni spagnole, e risuscitò per noi
la vita industriale. Si apersero strade; si sop-
27. - CATTANEO, Scritti storici. I.
418 CATTANEO - SCRITTI STORICI * I

pressero barriere e pedaggi; si ridussero a t r e o


quattro ore le distanze tra città, e città, che pri-
m a si varcavano a forza di buoi e a misure di
giornate. Si abolirono le preture feudali, in cui
per conto di privati si mercava la giustizia; si
abolì un Senato, sul quale pesava la m e m o r i a di
supplizii iniqui e crudeli; si abolirono gli asili
che i ladroni godevano sui sacrati dei tempii, e
dietro le colonnette dei palazzi signorili; non si
videro più assassini nelle chiese; le sezioni ana-
tomiche fecero sparire l’acqua tofana ; si abolì la
tortura, che puniva nell‘innocente i delitti del-
l’ignoto ; sparvero le fruste, le tenaglie infocate,
le orribili rote, l’inquisizione; in luogo di sot-
terranei fetenti e di scellerate galere, si fonda-
rono laboriose case di correzione. F i n dal 1760,
sei anni prima, che si aprisse il carcere di Gand,
si era applicato il principio della segregazione
dei prigionieri; un giorno di cella scontava due
giorni di carcere; si era dunque scoperto che la
cella segregante non era strumento di lieve cor-
rezione, qual erasi creduto finallora, ma una
pena poderosa, applicabile ai più gravi delitti, e
capace di far più terrore che la morte. Ma qual
meraviglia che questi sagaci pensieri nascessero
prima che altrove in quel paese dove Beccaria
non solo era scrittore, non solo porgeva pubblico
insegnamento di scienze sociali, ma sedeva auto-
revole nei consigli dello Stato?
I bastioni solitari e paurosi, ove si seppelli-
vano i giustiziati, divennero ombrosi passeggi ;
si tolse il lezzo alle strade; e l’orrida abitazione
dei cadaveri si rimosse dalle chiese ; si sgombra-
rono dagli accessi dei santuarii i mendicanti,
ostentatori d’ulceri e di mutilazioni; a poco a
poco non si videro più nelle città piedi nudi o
abiti cenciosi. Si apersero teatri, ove le famiglie,
inselvatichite d a sette generazioni, impararono a
.conoscersi, e gustarono le dolcezze del viver civile,
della musica, della poesia. I1 genio musicale ri-
spetta e ambisce il giudizio del nostro popolo;
un solo carnevale in uno dei minori nostri teatri
diede al diletto dell’Europa la Sonnambula e l’An-
na Bolena. Regnò la tolleranza di t u t t i i culti; e
si aperse ospite soggiorno agli stranieri che ap-
portavano esempi di capacità e d’intraprendenza.
S’introdussero le scienze vive nella morta, Uni-
versità; si fondarono accademie di belle a r t i ; ri-
fiorì l’architettura, l’ornato riprese greca ele-
ganza ; s’inalzarono osservatorii astronomici ; si
costrusse la carta fondamentale del paese ; si aper-
sero nuove biblioteche ; le madri tolsero ai cuochi
ed agli stafieri la prima educazione dei figli.
Soave rifece tutti i libri elementari ; Parini, Ma-
scheroni, Arici ricondussero l‘eleganza lettera-
ria, indirizzandola a d alti lini scientifici e mo-
r a l i ; Beccaria lesse economia politica; surse a
poco a poco quella costellazione di nomi splendidi
alle scienze e alle arti, Volta, Piazzi, Oriani,
Appiani, cogli altri che la continuarono fino ai
viventi. Gli allievi di tanto senno si sparsero i n
tutte le provincie, e propagarono in tutte le classi
quel fausto movimento di cose e di idee che ci
attornia d’ogni parte, e c i arride all’immagina-
zione.
XLI .
Abbiamo accennato a principio in quale stato
la natura desse ai primi nostri progenitori questa
terra che abitiamo: al basso, una vicenda d’ac-
que stagnanti e di dorsi arenosi ; all’alto, un labi-
rinto di valli intercette da monti inospiti e di
27.. - CATTANEO. Scritti storici. I.
420 CATTANEO - SCRITTI STORICI I

laghi. Abbiamo detto quali popoli ci furono mae-


eno fratelli di cultura: i Liguri, gli
Umbri, i Pelasghi, gli Etruschi, i Romani: e
quali ne furono inciampo su la via della civiltà,
la quale t r e volte s’arrestò e decadde: nell’era-
celtica, nella, bizantina, nell’ispanica. Nessuna
istoria offre una più frequente alternativa di beni
e di mali, e una più manifesta prova di ciò ch’è
veramente giovevole, o veramente avverso all’uma-
n a felicità. I1 nostro incivilimento t r e volte tornò
uno sfrondato tronco ; e ogni volta nel rinverdire
apparve più rigoglioso e fiorito.
Noi possiamo mostrare agli stranieri la nostra
pianura t u t t a smossa e quasi rifatta dalle nostre
mani ; sicchè il botanico si lagna dell’agricultura,
che trafigurò ogni vestigio della vegetazione pri-
mitiva. Abbiamo preso le acque dagli alvei pro-
fondi dei fiumi e dagli avvallamenti palustri, e
le abbiamo diffuse sulle aride lande. La metà
della nostra pianura, più di quattro mila chilo-
metri, & dotata d’irrigazione; e vi si dirama per
canali artefatti u n volume d’acqua che si valuta
a, più di trenta milioni di metri cubici ogni gior-
no. Una parte del piano, per arte ch‘è tutta no-
stra, verdeggia anche nel verno, quando all’in-
torno ogni cosa è neve e gelo. Le terre più uligi-
nose sono mutate in risaie; onde, sotto la stessa
latitudine della Vandea, della Svizzera, della
Tauride, abbiamo stabilito una coltivazione in-
diana.
Le acque sotterranee, t r a t t e per arte alla luce
del sole, e condutte sui sottoposti piani, poi rac-
colte di nuovo e diffuse sopra campi più bassi,
scorrono a diversi livelli con calcolate velocità,
s’incontrano, si sorpassano a ponte-canale, si sot-
topassano a sifone, s’ intrecciano in mille modi.
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 421
Nello spazio di soli duecento passi, presso Geni-
volta, la strada d a Bergamo a Cremona incon-
tra tredici acquedutti, e li accavalca coi Tredici
Ponti. - Alla condutta di queste acque presiede
un principio di diritto, tutto proprio del nostro
paese, pel quale tutte le terre sono tenute a pre-
starsi questo vicendevole passaggio, senza inter-
vento di principe, o decreto d’espropriazione. Non
è questo un vincolo che infranga il sacro diritto
di proprietà ; ma un’utile aggiunta al diritto, per
rendere più fruttifera ogni proprietà senza ecce-
zione.
Gli ultimi scoli di tutte codeste acque sono
muniti a i loro sbocchi di chiuse, che arrestano il
rigorgo dei turgidi fiumi. - Un canale attraver-
sa per mezzo t u t t a la provincia Cremonese dal-
I’Oglio al P o ; t u t t i gli acquedutti che corrono a
fecondare la parte inferiore, lo attraversano con
ponti di pietra, lasciandovi traboccare le acque
che per avventura eccedano la prefissa misura;
e se avviene che diuturne piogge rendano super-
flua l’irrigazione, si chiudono con porte gli ac-
quedutti, e le loro acque precipitate nel sottopo-
sto cavo si deviano tutte nell’Oglio o nel Po. -
La provincia Mantovana è una terra conquistata
sulle paludi; i suoi canali di scolo sommano a
754 mila metri; le stesse acque che accerchiano
la città, sono una palude trasformata per arte
in lago navigabile.
Le linee d’ interna navigazione, percorse i n
parte d a vaporiere, sommano a 1200 chilometri ;
e ripartite sulla superficie ragguagliano per ogni
chilometro 56 metri, mentre il Belgio ne ha solo
i n ragione di 48, e la Francia 27, e non t u t t i d’ac-
que perenni. Un p e s e al tutto mediterraneo co-
me il nostro s’avvicina per questo aspetto al-
l’Olanda. I nostri canali, navigabili ad un
e irrigatori, sono costrutti sopra u n
speciale; non sono una serie di tronchi
tali come i canali oltremontani di mera
zione, ma sono veri fiumi, prima inclin
mente, poi progressivamente moderati, per acco-
gliere di tronco i n tronco le diseguali masse d’ac-
qua, che l’irrigazione vien successivamente emun-
gendo.
Una volta impresso il moto, quest’ordine di
cose si continuò uniforme attraverso alle più va-
rie vicissitudini dei tempi. Ogni anno segnò sem-
pre per noi qualche nuovo grado di prosperità;
ogni anno più vasta la rete stradale; ogni anno
più folta la piantagione dei gelsi, prima riservata
a i colli, poi distesa in veri boschi sui piani del-
l’Oglio e dell’Adda e salita fino a mille metri
d’altezza nelle valli alpine, produttrice d’un’an-
nua raccolta di cento milioni di franchi, in un
territorio che corrisponde alla 26a parte della
Francia. Sempre più diffuse, ma più accurate e
quindi meno insalubri, le irrigazioni ; si mutano
in buone case i tugurii dei contadini; penetra in
tutte le comuni rurali il principio dell’istruzione ;
tolta cogli asili dell’infanzia l’abietta ferocia e
la rozzezza ai figli della plebe; gli studii delle
lettere e delle arti accomunati a l sesso gentile*;
e colle solenni mostre diffuso l’amor delle belle
a r t i nel popolo, e un abito d’eleganza negli utili
mestieri.
XLII.
Su la nostra pianura t u t t i gli abitati si colle-
gano con buone strade, che ragguagliano in circa
un chilometro di lunghezza per ogni chilometro di
superficie. La rete stradale involge ormai t u t t e
le colline, sino all’altitudine d’ottocento metri ;
trafora con gallerie le rupi verticali che interrom-
pono le riviere dei laghi; s’insinua nelle valli al-
pine, raggiunge i sommi gioghi; difende contro
le valanghe i più alti passi carrozzabili che siano
sul globo. La via del Sempione, che f u il modello
di tutte, è opera de’ nostri ingegneri, che condus-
sero anche quelle dello Spluga e dello Stelvio.
Ingegneri nativi di quell’antica parte del nostro
territorio che aggregossi alla, Svizzera, tracciaro-
no le vie del Gottardo e del Bernardino. I nostri
imprenditori sono sparsi per le terre dei Grigioni,
dei Tirolesi, degli Illirii, dei Boemi, dei Galiziani,
insegnando loro a protendere attraverso ai monti
i vincoli d’una crescente civiltà. Le nostre opere
stradali portano tratto tratto i segnali d’una
magnificenza romana; il ponte che congiunge le
due rive del Ticino, a Buffalora, si stende per
trecento e più metri con undici arcate di gra-
nito. - Le strade ferrate non ci sono ignote ; una
linea è compiuta d a quattro a n n i ; due sono co-
minciate ; altre sono studiate e discusse.
L’uomo con tutte queste opere d’acque e di
strade ha preso possesso di tutte le terre coltiva-
bili; e a d ogni condizione d i terreno adattò -?
ordine proprio di coltivazione, un più ampio O
più minuto riparto nella possidenza, un p r o p r i o
-tenore di contratti.
XLIII
È assai malagevole porgere una succinta idea
della nostre agricultura nelle diverse provincie,
per la strana sua varietà. Mentre in una parte
d’un territorio il riso nuota nelle acque, un’altra
non può abbeverare il bestiame se non di vecchie
424 CATTANEO - SCRITTI STORICI - I

acque piovane o colaticce, o t r a t t e a forza di


braccia da pozzi profondi fino a cento metri. Un
distretto è continuo prato, verde anche nel verno,
folto d’armenti, ridondante di latticini ; un altro
raduna a stento poco latte caprino, coltivando
piuttosto a giardini che a campi l’olivo e il li-
mone, la più elegante di t u t t e le agriculture. Nei
monti si coltiva la canapa, ed è quasi ignoto il
lino; intorno a Crema e Cremona il lino è pri-
maria derrata campestre, e la canapa è negletta.
La pianura pavese si allarga in ampie risaie, poco
cura il gelso ; e la pianura cremonese ne ha le più
folte e robuste piantagioni. I1 vino è la speranza
dell’agricultura in ambo le opposte estremità del
paese, nella boreale P alpestre Val-Tellina, e
nelle australi pianure di Canneto, di Casalmag-
giore, e dell’Oltrepò. L’agricultura bresciana sol-
ca profondamente a forza di bovi un terreno te-
nace: la lodigiana sfiora i campi con un lieve
aratro t r a t t o da solleciti cavalli, per non soni-
movere le povere ghiare, sopra le quali il lavoro
dei secoli ha disteso uno strato artificiale.

XLIV.
Le circostanze naturali che vogliono questa
varietà nel modo di coltivar le terre, la vogliono
anche nel modo di possederle. Nella pianura, ir-
rigua un podere che non avesse certa ampiezza
non si potrebbe coltivare con profitto, perchè ri-
chiede complicate rotazioni, culture molteplici,
difficili giri d’acque, e una famiglia intelligente
che ne governi la complicata azienda ; quindi ogni
podere forma un considerevole patrimonio. La fa-
miglia che lo possiede è già, troppo facoltosa per
appagarsi di quella. vita rurale e solitaria, in
NOTIZIE SATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 425

luoghi non ameni ; dimora dunque in città ; villeg-


gia sugli aprichi colli e sui laghi ; e sovente conosce
appena per nome il latifondo che la nutre i n quel-
l’ozio. L a coltivazione trapassa alle mani d’un
~

fittuario, il quale per condurre debitamente l’azien-


da debb’essere pure capitalista; e ve ne ha taluni
più ricchi dei proprietari, e talvolta possessori essi
d’altre terre, confidate ad altri coltivatori. Vivendo
nel mezzo d’ogni abbondanza domestica, circondati
di numerosi famigli e cavalli, formano quasi un
ordine feudale i n mezzo a un popolo di giornalieri,
che non conoscono ulteriori padroni. Qui surge un
ordine sociale affatto particolare. Un distretto che
abbia una ventina di comuni e misuri un centinaio
di chilometri, conta i n ogni comune quattro o cin-
que di queste famiglie, che spesso vivono i n casali
isolati, a guisa degli antichi Celti. Sono sparsi f r a
mezzo a loro alcuni curati, qualche medico, qual-
che speziale, il coniinissario, il pretore che ammi-
nistra la giustizia e le tutele famigliari. Questa è
l‘intelligenza del distretto ; tutto il rimanente è
numero e braccia. Ogni coltiratore rende grani, e
compra bestiami, e occupa fabbri e falegnami ; ma
il commercio e l’industria non vanno oltre ; appena
qualche bottega serre a l rustico apparato del con-
tadino. Si direbbe che questo è l’antico modello su
cui si formò l’apicultura britannica. Ecco gli
uomini che sotto le mura di Paria e appiè del ca-
stello di Binasco andarano senz’armi ad affrontar
Bonaparte vincitore di Montenotte e di Lodi.

Se dal fondo della pianura saliamo a i monti,


troviamo un ordine sociale infinitamente diverso.
Le ripide pendici, ridutte in faticose gradinate,
426 CATTANEO SCRITTI STORICI I

sostenute con muri d i sasso, su le quali talora, il


colono porta a spalle la poca t e r r a che basta a, fer-
mare il piede d’una vite, appena danno la stretta
mercede della manuale fatica. Se il coltivatore di-
videsse gli scarsi frutti con un padrone, appena
potrebbe vivere. La terra non ha quasi valore, se
non come spazio su cui si esercita l’opera dell’uo- .
mo, e officina quasi del coltivatore ; e il paesano è
quasi sempre padrone della sua gleba, o almeno
livellario perpetuo; con altri patti le vigne e gli
oliveti ritornerebbero ben presto selva e dirupo.
Mentre una parte della famiglia vi suda, e alleva
all’amore del suolo nativo la povera prole ; un’altra
parte scende al piano ad esercitarvi qualche me-
stiere; o si sparge trafficando oltremonte, e riporta
alla famiglia i risparmi, che le danno la forza di
continuare la sua lutta colla natura e colla pover-
tà. Un distretto di questa f a t t a conta tante mi-
gliaia di proprietari quante sono le famiglie; ma
la ricchezza non viene dal suolo, e vi s’investe co-
me frutto delle a r t i o del traffico. Laonde si vede
una singolar mistura di costumi rusticali e d’espe-
rienza mondana, l’amore del lucro e l’ospitale cor-
dialità. la facilità di saper vivere in terra stranie-
r a , e l’inestinguibile affetto di paese, che presto
o tardi fa pensare a l ritorno. - I n alcuni monti la
possidenza privata è ancora un’eccezione : il co-
mune possiede vastamente i pascoli e le selve e le
acque e le miniere; nè basta sempre l’esser nato
d a gente nata in paese; ma bisogna appartenere
a i patrizii del comune, agli originari. Senza avve-
dersi, essi conservano ancora una comunanza, la
quale rimonta alle genti celtiche ; appena ha fatto
luogo qua e là al possesso romano ; e non mai sof-
ferse vera signoria feudale, ma onorò solo negli
antichi conti e capitani il nome del principe e l’au-
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 427

torità delle leggi. Alcune di queste comunanze, po-


chi anni sono, tenevano ampie valli ; la Leventina,
lunga più di trenta miglia, e r a un sol comune ; e
si suddivise prima i n otto e poscia. i n venti; il
distretto di Bormio era un solo coniune, e ancora
conserva indivisa fra i nuovi comuni molta parte
dell’antica proprietà. I n molti luoghi il comune
piccolo si distingue dal comune grande, o diremo
la moderna parrocchia dal primitivo clano. Que-
sto regime appare più puro ed assoluto in quelle
valli che si aggregarono a l l e leghe dei Grigioni, e
soprattutto nella mesolcina, perchè sfuggirono alle
riforme dei governi amministrativi.
Alcune delle estreme valli sono troppo alpestri
per l’agricultura; la nere le ingombra nove mesi
dell’anno, ma le trova deserte e silenziose. Chiusi
i poveri casolari, il pastore discende per le valli
coll’armento ; gli uomini appiedi ; le donne sui ca-
valli, cogli infanti nelle ceste come le tribù del-
l’oriente. A brevi giornate di cammino la carovana
si arresta dove i l contadino del piano l’aspetta ; le
vacche alpine stanziano qualche giorno a brucare
gli esausti prati ; poi, inseguite dalle brine, pas-
sano a più bassi campi, fino a i prati perenni.
Quando la natura si riapre, la famiglia ritorna a l
suo viaggio, rivede fioriti i campi che lasciò bruni
e squallidi : risale lungo i tortuosi torrenti, trova
i pochi che rimasero nella valle a diradare le selve,
e sudare alle fucine ; e si sparge sulle alpi che così
chiama ancora quei pascoli dove la primitiva co-
munanza non conosce altra disegaalità che il nu-
mero degli armenti.
XLVI.
Fra questi estremi, sono le belle colline colti-
vate come il monte, ubertose come il piano. Quivi
428 CATTANEO - S C R I T T I STORICI - I

una contadinanza, la quale non possiede la sua


terra, eppure non emigra, può tributare a l padro-
ne il frumento, divider seco il vino e i bozzoli, e
serbar tanto per sè da vivere colla famigliola, e
allevarla nel semplice tenore de’ suoi padri. Quivi
un comune è disseminato i n venti, in trenta, i n
quaranta casali di vario nome, che la chiesa, posta,
sul poggio più ameno, raccoglie in un comune sen-
timento di luogo. Liberi di coltivare la terra a loro
talento, purchè non si defraudi dal pattuito frutto
il proprietario, essi le sono affezionati come se
fosse loro proprietà. Se il padrone si muta, il co-
lono subisce la legge del nuovo ; e talvolta una fu-
miglia dura da tempo immemorabile sullo stesso
terreno. Tutto l’anno è un continuo lavoro ; le viti,
il gelso, il frumento, il granoturco, i bachi, le vac-
che, la vangatura e la messe, il bosco e l’orto
danno una perenne vicenda di cure, che desta l’in-
tendimento, la previdenza e la frugalità. Lavo-
rando sempre in mezzo alla famiglia, senza co-
mandare nè obbedire, il contadino pur si collega
a l lontano commercio pel prezzo de’ suoi bozzoli,
e pel lavoro che la sera porge alle sue donne. Nei
siti meno lieti e più ripidi, dove il cittadino non
ama investire capitali, l’agricultore è spesso il pa-
drone del suo terreno; e rappresenta quello stato
sociale ch‘era così sparso negli aborigeni, quando
furono i secoli della maggior forza d’Italia e del
più puro costume.
Questi aspetti della vita rusticale nel piano,
nel monte e nel colle, si spiegano talvolta in modo
aperto e risoluto; ma trapassano per lo più dal-
l’uno all’altro, con varia tessitura, che il commer-
cio e l’industria rendono più complicata. Questa
varietà palesa quanto l’agricultura sia, antica, fra
noi, ed i n quanti particolari modi abbia sciolto i
NOTIZIE NATURALI E CIVILI SU LA LOMBARDIA 429
singoli problemi che le varietà naturali del paese
le avevano proposto.

XLVII.
Per effetto di tuttociò, la pianura lombarda è
la più popolosa regione d’Europa. Essa conta per
ogni chilometro di superficie 176 anime, mentre
la pianura belgica ne ragguaglia solo 113. E se si
comprende nel computo anche la parte alpina, an-
cora si hanno 119 abitanti, dove la Francia ne
conta solo 64, e nella sua parte meridionale, che è
più meridionale della Lombardia, soli 50. La po-
polazione specifica nelle Isole Britanniche e nel-
l’Olanda giunge solo a due terzi della nostra ; nella
Germania alla metà ; nel Portogallo e nella Dani-
marca a un terzo ; nella Spagna a un quarto ; nella
Grecia a un ottavo: nella Russia a un decimo. -
I1 nostro popolo adunque per effetto di principii
amministrativi a l tutto suoi, come quelli del censo
perpetuo, delle sovrimposte comunali, e della ser-
vitù vicendevole d‘acquedutto. fecondò in tal modo
la sua terra, che sovra lo spazio dove la Francia
nutre una famiglia, ne nutre all’incirca due, pur
pagando a proporzione di superficie la stessa som-
ma d’imposte. - Le nostre comuni rurali hanno
maggior numero di scuole; e il traffico e l’indu-
stria s’intreccia più intimamente a t u t t i gli or-
i dini d’agricultura e di rotazione, sicchè non ab-
biamo turbe d’ industrianti, che non tengano
qualche ferma radice nel terreno della patria. I1
ferro, la seta, il cotone, il lino, le pelli, il zuccaro
sono oggetti di grandiosa manifattura. I1 lavoro
de! ferro, i n ragione all‘ampiezza del paese, porge
tra Como, Bergamo e Brescia una cifra non me-
diocre, otto milioni di franchi; Milano e Como
contano più d’otto mila telai di seta, e novanta,
mila fusi di cotone; la sola Olona anima 424 rote
motrici.
XLVIII.
I l povero riceve una più generosa parte di soc-
corsi che altrove. Nel 1840 si contavano 72 ospi-
tali ; i n un triennio s’aggiunsero altri 6 ; altri 7 si
stanno edificando; e sono aperti a tutti, senza
patronato, senza favore, alla sola condizione del-
l’infermità e del bisogno. Il patrimonio stabile
di questi ospitali ha un valore venale di duecento
milioni. I1 solo ospitale di Milano ricetta nel corso
d’un anno 24 mila infermi; Parigi, che h a una
popolazione più che quadrupla, ne ricetta ne’ suoi
ospitali solo il triplo. Londra ne ricetta quanto
Milano; epperò, a proporzione di popolo, là si
soccorre un infermo, dove qui se ne soccorrono
dieci. I1 povero è sovvenuto di medici, di medi-
cine e di chirurghi anche nelle sue case, non solo
nella città, ma nelle più remote campagne. La
metà incirca dei medici e dei chirurghi, e t r e
quarti delle levatrici, hanno stipendio dai comu-
ni. a sollievo delle famiglie povere. I1 numero dei
medici è in ragguaglio di uno sopra 13 chilome-
tri quadri di paese, mentre nel Belgio ogni me-
dico h a un doppio campo di vigilanza. Questo
esercito sanitario di medici, di chirurghi, di spe-
ziali, di veterinari, di levatrici, somma a poco
meno di cinque mila persone. - I n pari misura
il paese è provvisto d’ingegneri, i quali nella sola
città di Milano ammontano a circa 430, mentre
il corpo d’acque e strade in t u t t a la vastità della
Francia ne conta solo 568; il che agevola ogni
opera d’acque e di strade. I1 numero grande delle
classi istrutte, poste in assiduo contatto colla
popolazione, esercita una benefica influenza a ri-
movere i pregiudizii, e insinuare un setto senso
d’utilità,
Gli abitanti delle città sono quattrocentomi-
la; e molti oppidi e borghi di sei, di otto, di die-
cimila abitanti, benchè non abbiano nome d i cit-
tà, contano numerose famiglie civili ; la possidenza
è diffusa i n t u t t e le classi; onde, ogni cosa consi-
derata, è forse questo il paese di Europa che offre
il maggior numero di famiglie civili in propor-
zione all’inculta plebe.

I fasti delle nostre scienze e lettere non sono


oscuri ; cominciano con Catullo, con Virgilio, con
Plinio il giovine; la lingua latina tramonta col
nostro Boezio ; ma presto gli studii risurgono con
Lanfranco pavese, con Sordello mantovano, con
Albertano ed Arnaldo da Brescia ; nella giuri-
sprudenza e nella filosofia risplende Alciato, Pom-
ponacio, Beccaria ; nelle matematiche e nelle fisi-
che, Cardano, Tartalia, che primo sottopose a
calcolo le artiglierie, Cavalieri, scopritore d’una
scienza, Piazzi scopritore d’un pianeta, e Volta
che trovò la, maggiore e più feconda delle scien-
tifiche scoperte. - VIRGILIO e VOLTAsono due no-
mi noti a t u t t i i popoli civili, e danno a questa
angusta provincia uno splendore, che non ha la
vasta Spagna e la vastissima Russia.
I1 nostro dialetto, nei cordiali e schietti suoni
del quale si palesa tanta parte della nostra in-
dole, più sincera che insinuante, porta impresse
le vestigia della nostra istoria, le origini celtiche
si manifestano indelebilmente nei suoni ; le ro-
mane nel dizionario ; qualche lieve solco lasciato
432 CATTANEO - SCRITTI STORICI -I
dall’infeconda età longobardica, a gran pena si
discerne, mentre vi giacciono inesplorate ancora
le tracce di qualche cosa che fu più antico e più
nativo dei Romani e forse dei Celti. I confini
entro cui si parla questo linguaggio e gli altri
affini suoi, rappresentano tuttora la geogafia dei
secoli romani ; documento istorico che attende
ancora chi ne sappia t r a r lume a d ardue indu-
zioni. Questo dialetto, inosservato all’Europa,
ma parlato da più d’un milione di popolo, ha
due secoli d i letteratura. Uomini d’ingegno e di
studii e d’alto affare si finsero plebe, affilarono
coll’ acerbità popolare 1’ ottusa verità. Maggi,
Tanzi, Balestrieri lo scrissero non conoscendone
ancora la potenza satirica ; P a r n i e Bossi vi ap-
portarono l’elegante abito delle lettere e delle
a r t i ; e Carlo Porta, poeta d’altissimo ingegno,
alla naturalezza del dipinto fiammingo congiunge
la forza comica di Molière, il frizzo di Giovenale,
l’efficacia contemporanea di Béranger. Nella Fug-
gitiva di Grossi il dialetto toccò gli affetti; e si
conservò negli officii troppo necessari della sa-
tira civile in Rajberti.

Lo straniero vede chi noi siamo. I nostri pa-


dri furono più prodi che fortunati; e noi possia-
mo dire che la nostra generazione fu simile alle
trapassate. Vivono ancora fra noi le reliquie di
quegli eserciti che, improvvisati da. Napoleone,
militarono sotto le mura di Gerona e di Valenza,
sui campi sanguinosi d’Austerlitz e di Raab, che
dopo aver combattuto a Malo-Jaroslavetz conser-
varono s u la Beresina una disciplina e una ala-
crità superiori ai disastri; e i n guerra che tor-
!

NOTIZIE NATURALI E CIVILI LA LOMBARDIA 433

nave a gloria d’altra nazione poco lodate per


gratitudine, sostennero, fin dopo la caduta del
loro capo, t u t t i i doveri della fedeltà militare.
Noi abbiamo recato il nostro tributo alle let-
tere, alle arti, alla, filosofia, alle matematiche,
all’ idraulica, all’ agricultura, all’ elettrologia ;
l’Eneide di Virgilio e il Giorno del Parini, il
Duomo e la Certosa, il libro dei Delitti e delle
Pene e i primi calcoli della M i s t i c a , tutta l’arte
dei canali navigabili, i prati perenni, la pila vol-
tiana. Noi, senza dirci migliori degli altri popoli,
possiamo reggere. al paragone di qual altro siasi
più illustre per intelligenza, o più ammirato per
virtù; e aspettiamo che un’altra nazione ci mo-
stri, se può, i n pari spazio di terra le vestigia di
maggiori e più perseveranti fatiche. È una scor-
tese e sleale asserzione quella che attribuisce
ogni cosa fra noi a l favore della natura e all’ame-
n i t à del cielo; e se il nostro paese è ubertoso e
bello, e nella regione dei laghi forse il più bello
di. tutti, possiamo dire eziandio che nessun popolo
svolse con tanta perseveranza d’arte i doni che gli
confidò la cortese natura.
INDICE

Avvertenza . . . . . . . . . . . . . . . . Pag . v
I ........ Giuseppe D’Amato di Napoli . . . . . . 3
II..... - Lordure raccolte sulle strade d’Italia dal
signor dott . Gutzkow . . . . . . . . . 9
III .... - Levicende della Brianza e de’ paesi cir-
convicini . . . . . . . . . . . . . . 12
IV.... - Scoperte del capitano Owen sulle coste
orientali dell’Africa . . . . . . . . . . 17
V...... - Scoperte del capitano Back sui lidi del-
l’oceano Polare . . . . . . . . . . . . 25
VI .... - Costumi degli antichi Egizi . . . . . . . 30
VII ... - Della milizia antica e moderna . . . . . 34
VIII . - Della conquista d’Inghilterra pei Normanni 64
I X .... -Dell’evo antico . . . . . . . . . . . . . 125
X ..... -Della Sardegna antica e moderna . . . . 188
....
XI - Di alcuni stati moderni . . . . . . . . . 255
X I I .. - Ritorno del capitano Ross dalle regioni an-
tartiche . . . . . . . . . . . . . . . 302
naturali e civili su la Lombardia . 309
STAMPATO A FIRENZE
NEGLI STABILIMENTI TIPOGRAFICI
« E. ARIANI » E « L’ARTE DELLA STAMPA »
CASA EDITRICE FELiCE LE MONNIER - FIRENZE

BIBLIOTECA NAZIONALE
EDIZIONE DELLE OPERE DI
CARLO CATTANEO
a cura del Comitato Italo-Svizzero

Scritti letterari, artistici, linguistici e


CARLO CATTANEO.
vari, raccolti e ordinati da AGOSTINO
BERTANI.
Nuova
edizione con pagine inedite.
Vol. I, Letteratura, linguistica, altri scritti di lette-
ratura, scritti inediti, appendice, pp. VIII-422 L. 800
Vol. II, Scritti d'arte, letterari, sull'insurrezione e ine-
diti, con appendice e con note bibliografiche, pp. VIII-482
L. 800
- Scritti economici, a cura di ALBERTOBERTOLINO.
Vol. I, pp. XXVIII-436 . . . . . . . . . L. 1500
vol. II, pp. IV-478 . . . . . . . . . . .
Vol. III, pp. IV-476 . . . . . . . . . . .I BIBLIO
- Scritti storici e geografici, a cura di GAETANOSALI
e di ERNESTO SESTAN.
Vol. I, pp. XII-436 . . . . . . . . . .
Vol. II, pp. IV-440 . . . . . . . . . . .I
Vol. III, pp. IV-376 . . . . . . . . . . .I
Vol. IV, pp. IV-556 . . . . . . . . . . .1
Di prossima pubblicazione:
- Scritti politici, a cura di MARIO BONESCHI.

L. 1500
PREZZO

Potrebbero piacerti anche